domenica 8 gennaio 2023

Cuccurese: “Per il dem Cottarelli 18.500 euro procapite a lombardo valgono quanto 13.700 euro a campano".

continui attacchi mossi dai vari esponenti del sistema-Nord ad associazioni, giornali e studiosi meridionalisti, che, fonti e dati alla mano, da anni argomentano e documentano l’ancora oggi stridente divario tra le storiche due Italie ed il pericolo della sua definitiva istituzionalizzazione tramite l’attuazione del regionalismo differenziato, dà la misura della forte determinazione con cui i poteri forti del Nord Italia intendano perseguire la finalità per loro strategica di continuare a concentrare sempre più poteri, funzioni e risorse nella presunta “locomotiva” del Paese.

Dalle minacce di querela per diffamazione e calunnia mosse dal ministro leghista Calderoli alle redazioni de “Il Mattino” ed il “Messaggero” se dovessero continuare a definire il suo ddl sull’autonomia differenziata come “spacca-Italia”, all’annuncio dato dal leghista Zaia di confutare le analisi della Svimez tramite sito istituzionale della Regione Veneto da lui stesso presieduta, dalle offese razziste mosse dall’imprenditore settentrionale Brambilla proprio al direttore della Svimez Luca Bianchi, da lui bollato come “terrone meridionale”, alle fake news alimentate dal dem Cottarelli sui dati relativi all’uniforme ripartizione, si fa per dire, delle spesa pubblica complessiva territoriale in Italia è tutto un crescendo di intimidazioni, ingiurie e menzogne tese a screditare gli esponenti più autorevoli del meridionalismo contemporaneo, proprio per perseguire l’obiettivo del regionalismo differenziato e discriminatorio.

E proprio rispetto a quanto sostenuto dall’economista lombardo, il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese ha osservato: “Cottarelli parla di argomenti che evidentemente non ha approfondito, ospitato dal Foglio”.

Questo signore – ha proseguito Cuccurese via social – è uno degli esponenti politici, la punta di diamante, con cui il PD protoleghista dice di voler contrastare le disuguaglianze sociali e territoriali”.

Non solo questi neoliberisti – ha precisato Cuccurese – non le vedono le diseguaglianze, ma con tutta evidenza, da sempre poco interessati al tema, nemmeno le studiano dato che per Cottarelli 18.500 euro procapite in Lombardia e 13.700 in Campania sono dati ‘uniformi’”.

Per Cottarelli – ha concluso il Presidente del Sud –  evidentemente i prezzi della Sanità o di autobus e treni dipendono dalla latitudine, forse questi protoleghisti stanno già studiando l’arrivo di gabbie salariali, contro gli interessi dei lavoratori del Mezzogiorno, dopo il via libero definitivo allo Spacca-Italia di Calderoli a cui dicono, a parole, di opporsi”.

Fonte: VesuvianoNews-articolo di Salvatore Lucchese




.

Leggi tutto »

continui attacchi mossi dai vari esponenti del sistema-Nord ad associazioni, giornali e studiosi meridionalisti, che, fonti e dati alla mano, da anni argomentano e documentano l’ancora oggi stridente divario tra le storiche due Italie ed il pericolo della sua definitiva istituzionalizzazione tramite l’attuazione del regionalismo differenziato, dà la misura della forte determinazione con cui i poteri forti del Nord Italia intendano perseguire la finalità per loro strategica di continuare a concentrare sempre più poteri, funzioni e risorse nella presunta “locomotiva” del Paese.

Dalle minacce di querela per diffamazione e calunnia mosse dal ministro leghista Calderoli alle redazioni de “Il Mattino” ed il “Messaggero” se dovessero continuare a definire il suo ddl sull’autonomia differenziata come “spacca-Italia”, all’annuncio dato dal leghista Zaia di confutare le analisi della Svimez tramite sito istituzionale della Regione Veneto da lui stesso presieduta, dalle offese razziste mosse dall’imprenditore settentrionale Brambilla proprio al direttore della Svimez Luca Bianchi, da lui bollato come “terrone meridionale”, alle fake news alimentate dal dem Cottarelli sui dati relativi all’uniforme ripartizione, si fa per dire, delle spesa pubblica complessiva territoriale in Italia è tutto un crescendo di intimidazioni, ingiurie e menzogne tese a screditare gli esponenti più autorevoli del meridionalismo contemporaneo, proprio per perseguire l’obiettivo del regionalismo differenziato e discriminatorio.

E proprio rispetto a quanto sostenuto dall’economista lombardo, il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese ha osservato: “Cottarelli parla di argomenti che evidentemente non ha approfondito, ospitato dal Foglio”.

Questo signore – ha proseguito Cuccurese via social – è uno degli esponenti politici, la punta di diamante, con cui il PD protoleghista dice di voler contrastare le disuguaglianze sociali e territoriali”.

Non solo questi neoliberisti – ha precisato Cuccurese – non le vedono le diseguaglianze, ma con tutta evidenza, da sempre poco interessati al tema, nemmeno le studiano dato che per Cottarelli 18.500 euro procapite in Lombardia e 13.700 in Campania sono dati ‘uniformi’”.

Per Cottarelli – ha concluso il Presidente del Sud –  evidentemente i prezzi della Sanità o di autobus e treni dipendono dalla latitudine, forse questi protoleghisti stanno già studiando l’arrivo di gabbie salariali, contro gli interessi dei lavoratori del Mezzogiorno, dopo il via libero definitivo allo Spacca-Italia di Calderoli a cui dicono, a parole, di opporsi”.

Fonte: VesuvianoNews-articolo di Salvatore Lucchese




.

venerdì 6 gennaio 2023

LA "TRUFFA" DEL PNRR (3)

 


Le "Rubriche della Meridionalità" | …di LEGGI, di NORME, di DIVARI.

di Natale Cuccurese (*)
LA TRUFFA DEL PNRR (3)

Quando si tratta di prendere tempo con gli investimenti al Sud ecco che spunta fuori l’ipotesi del “Ponte sullo Stretto”. Da Forlani, a Berlusconi, a Renzi, a Draghi fino a Salvini ormai quella del “Ponte” è una storia che si dipana nel corso degli ultimi decenni con sempre lo stesso finale: promesse di investimenti a cui segue un nulla di fatto. In Parlamento è anche nata una coalizione per il “Ponte” dai renziani fino alla Lega e Berlusconi. Non proprio una garanzia per il Sud, visto che sono tutti personaggi o partiti che hanno, da sempre, avuto un occhio di riguardo per favorire sempre “prima il nord”. Il Ponte potrebbe così essere usato come arma di “distrazione di massa”, mentre nelle interviste dei vari ministri si spostano quote percentuali sempre più rilevanti dei Fondi del Next Generation EU verso Nord.
Mentre il governo Draghi lasciò a suo tempo meno di 100 ore per la verifica e il dibattito in Parlamento del Pnrr da proporre a Bruxelles, cioè senza nemmeno il tempo di leggere il contenuto del Pnrr. In questo modo sono state decise in Italia le politiche pubbliche del prossimo decennio, praticamente senza discussione alcuna dato che tutti, o quasi, i partiti facevano parte della maggioranza.

Giusto ricordare che per ferrovie, strade, telecomunicazioni, rete idrica, energia, secondo l’analisi della Facoltà di Ingegneria della Sapienza di Roma, sulla base del lavoro degli Stati Generali svoltisi nell’estate del 2020 e coordinato dall’allora Ministro Colao, l’Italia nel suo insieme (fra Nord e Sud con la "media del pollo") è addirittura in 53esima posizione nel Mondo. Il solo Mezzogiorno, dove si viaggia a binario unico, dove non c'è Alta Velocità, carente in strade, telecomunicazioni, rete idrica, energia, in che posizione si colloca?!

Poco più di un anno fa fa in Regione Sicilia è arrivata la comunicazione da parte di RFI dell’avvio della gara d’appalto da 10 milioni di euro per ripristinare parte del collegamento tra Gela e Catania interrotto dopo il crollo di un ponte all’altezza di Niscemi ben 10 anni fa, nel maggio 2011. Oggi per andare da Gela a Catania in treno e percorrere una distanza di circa 110 chilometri occorrono circa 5 ore. Per non parlare di chi vive a Messina e assiste alla chiusura di gallerie e viadotti obsoleti e pericolosi sulle autostrade A18 e A20, abbandonati e non controllati da decenni. Non che in Calabria e in altre zone del Mezzogiorno se la passino molto meglio. In attesa, un domani, del “Ponte” e senza entrare nei dettagli tecnici o nelle problematiche ambientali che ne riguardano la costruzione, forse sarebbe più pratico per il Sud avere “l’uovo oggi”, anziché “la gallina domani”, e procedere subito con i Fondi in arrivo dall’Europa, prima che finiscano in tanti rivoli, ad ammodernare la rete stradale e ferroviaria con treni realmente ad Alta Velocità, treni che da Roma a Villa San Giovanni impieghino tre ore. Così un domani casomai ci si possa anche arrivare al “Ponte”.

Emblematica di questo state di cose l’intervista dello scorso 4 aprile 2021 sul QN del Ministro delle infrastrutture, il leghista Giovannini, a proposito del completamento delle tante opere incompiute in Italia da effettuarsi grazie ai soldi della Next Generation EU, in cui informa che il Parlamento ha dato il via libera al commissariamento delle opere e nominati i relativi commissari, inoltre che i lavori sono da terminare improrogabilmente entro il 2026 pena la perdita dei Fondi, cosa questa che fra l’altro metterebbe al momento fuori dai giochi il Ponte sullo Stretto, spostando in un futuro indeterminato la promessa di una sua eventuale realizzazione. Secondo i dettami UE il 65% dei Fondi doveva essere indirizzato al Sud per iniziare a recuperare il gap, anche infrastrutturale, fra le due parti del Paese. Evidentemente però per i nostri governanti quando si tratta di Mezzogiorno la frase “ce lo chiede l’Europa” non vale più, visto che la piantina allegata all'intervista evidenziava che ben 8 opere commissariate sono al Centro-Nord e solo due al Sud.

In poche parole il rischio concreto è che il Ponte come sempre venga usato anche dall’attuale governo meloni solo come specchietto per le allodole, ma nel frattempo i fondi in arrivo dall’Europa, invece che al Sud per la quota indicata dall’Europa, con la complicità della maggioranza parlamentare, finiscano in mille rivoli che portano tutti al Centro-Nord.

Un altro aspetto che nessuno evidenzia mai è che ben poche grandi aziende in Italia possono essere capofila di un progetto ingegneristico ambizioso come quello del “Ponte”, aziende che guarda caso hanno tutte sede legale al Nord. Il che in epoca di Autonomia differenziata non è proprio ininfluente. Questo ovviamente vale anche per le opere che saranno cantierate con una parte dei Fondi europei che (comunque) arriveranno nel Mezzogiorno. Solo come esempio, la proposta che almeno una quota del 34% (percentuale della popolazione) degli investimenti in opere sia garantita per coinvolgere direttamente nei lavori aziende del Sud non sarebbe sbagliata. In caso contrario i Fondi investiti al Sud serviranno in prospettiva ad aumentare il gap territoriale. Oggi nulla di simile è previsto, pur essendoci al Sud aziende in grado di ben operare ed inserirsi in più comparti anche ad alti livelli. Aziende che per la crisi dell’ultimo anno, secondo la “mappa della solidità” delle imprese tracciata dall’Istat, per il 45% sono a rischio chiusura. Su questo aspetto servirebbe fare pressione.
Lo stesso dicasi per la necessità che la stazione appaltante concluda entro sessanta giorni il processo autorizzativo per l’affidamento delle opere. Senza tale richiamo dei poteri dello Stato molti degli interventi diretti al Mezzogiorno potrebbero non andare in porto o per assenza di risorse di cofinanziamento o per inefficienze causate negli anni dalla destrutturazione dello Stato, di cui la modifica del Titolo V è testimone. Servono buoni progetti concreti e buona attuazione degli stessi, altro che sognare il “Ponte sullo Stretto”.

L’ottica utile a recuperare il gap territoriale potrebbe essere simile quella della defunta e tanto criticata Cassa del Mezzogiorno, che però tanto male non ha fatto all’Italia intera, anzi.

Giova ricordare, come esempio verificabile, che in Germania l’unificazione del Paese, dopo la caduta del muro di Berlino, ha aiutato molto l’Est per convergere con l’Ovest. Per il Sud in 58 anni, cioè dall’avvio della Cassa del Mezzogiorno nel 1950 al 2008, che ha chiuso definitivamente qualsiasi politica pubblica per il Sud lasciandola solo all’utilizzo del fondi europei di coesione, sono stati investiti 342,5 miliardi di euro. In Germania Est si è investito in 30 anni quasi 5 volte in più, cioè tra i 1500 e i 2000 miliardi di euro, 70 miliardi di euro in media all’anno, contro i 6 miliardi l’anno nel Mezzogiorno. Una quota di Pil in Germani fra il 4 e il 5%, mentre nel Mezzogiorno non si è mai superato la soglia dell’1% del Pil. Chiusa la Cassa per il Mezzogiorno la percentuale è scesa ulteriormente.

I diversi investimenti sui territori han determinato che nel 2019, il prodotto per abitante nel Sud è stato, rispetto a quello del Centro-Nord, quasi 20 punti in meno della differenza che intercorre oggi tra le due aree tedesche, mentre Il tasso di disoccupazione, è stato del 17,6% nel Sud Italia e del 6,9% nell’Est tedesco; la disoccupazione giovanile (15-24 anni) del 45,5% nel Sud, e solo dell’8,6% negli ex Germania dell’Est.
Il che ci fa comprendere come ogni divario tra diverse parti di uno stesso Paese sia superabile in pochi decenni se lo si vuole, anche partendo da situazioni peggiori di quelle che ci sono oggi in Italia, non riguardando un fatto antropologico o di razza, ma solo di risorse impegnate e di opportunità fornite. Oltretutto colmare i divari economici è una operazione che si ripaga ampiamente, dato che il periodo in cui il nostro Paese ha conosciuto l’unico periodo di boom economico della sua storia (1950/1980) corrisponde al periodo in cui cresceva anche il Sud con gli investimenti della Cassa del Mezzogiorno.

(*) Aderente Carta di Venosa, Presidente del Partito del Sud




.
Leggi tutto »

 


Le "Rubriche della Meridionalità" | …di LEGGI, di NORME, di DIVARI.

di Natale Cuccurese (*)
LA TRUFFA DEL PNRR (3)

Quando si tratta di prendere tempo con gli investimenti al Sud ecco che spunta fuori l’ipotesi del “Ponte sullo Stretto”. Da Forlani, a Berlusconi, a Renzi, a Draghi fino a Salvini ormai quella del “Ponte” è una storia che si dipana nel corso degli ultimi decenni con sempre lo stesso finale: promesse di investimenti a cui segue un nulla di fatto. In Parlamento è anche nata una coalizione per il “Ponte” dai renziani fino alla Lega e Berlusconi. Non proprio una garanzia per il Sud, visto che sono tutti personaggi o partiti che hanno, da sempre, avuto un occhio di riguardo per favorire sempre “prima il nord”. Il Ponte potrebbe così essere usato come arma di “distrazione di massa”, mentre nelle interviste dei vari ministri si spostano quote percentuali sempre più rilevanti dei Fondi del Next Generation EU verso Nord.
Mentre il governo Draghi lasciò a suo tempo meno di 100 ore per la verifica e il dibattito in Parlamento del Pnrr da proporre a Bruxelles, cioè senza nemmeno il tempo di leggere il contenuto del Pnrr. In questo modo sono state decise in Italia le politiche pubbliche del prossimo decennio, praticamente senza discussione alcuna dato che tutti, o quasi, i partiti facevano parte della maggioranza.

Giusto ricordare che per ferrovie, strade, telecomunicazioni, rete idrica, energia, secondo l’analisi della Facoltà di Ingegneria della Sapienza di Roma, sulla base del lavoro degli Stati Generali svoltisi nell’estate del 2020 e coordinato dall’allora Ministro Colao, l’Italia nel suo insieme (fra Nord e Sud con la "media del pollo") è addirittura in 53esima posizione nel Mondo. Il solo Mezzogiorno, dove si viaggia a binario unico, dove non c'è Alta Velocità, carente in strade, telecomunicazioni, rete idrica, energia, in che posizione si colloca?!

Poco più di un anno fa fa in Regione Sicilia è arrivata la comunicazione da parte di RFI dell’avvio della gara d’appalto da 10 milioni di euro per ripristinare parte del collegamento tra Gela e Catania interrotto dopo il crollo di un ponte all’altezza di Niscemi ben 10 anni fa, nel maggio 2011. Oggi per andare da Gela a Catania in treno e percorrere una distanza di circa 110 chilometri occorrono circa 5 ore. Per non parlare di chi vive a Messina e assiste alla chiusura di gallerie e viadotti obsoleti e pericolosi sulle autostrade A18 e A20, abbandonati e non controllati da decenni. Non che in Calabria e in altre zone del Mezzogiorno se la passino molto meglio. In attesa, un domani, del “Ponte” e senza entrare nei dettagli tecnici o nelle problematiche ambientali che ne riguardano la costruzione, forse sarebbe più pratico per il Sud avere “l’uovo oggi”, anziché “la gallina domani”, e procedere subito con i Fondi in arrivo dall’Europa, prima che finiscano in tanti rivoli, ad ammodernare la rete stradale e ferroviaria con treni realmente ad Alta Velocità, treni che da Roma a Villa San Giovanni impieghino tre ore. Così un domani casomai ci si possa anche arrivare al “Ponte”.

Emblematica di questo state di cose l’intervista dello scorso 4 aprile 2021 sul QN del Ministro delle infrastrutture, il leghista Giovannini, a proposito del completamento delle tante opere incompiute in Italia da effettuarsi grazie ai soldi della Next Generation EU, in cui informa che il Parlamento ha dato il via libera al commissariamento delle opere e nominati i relativi commissari, inoltre che i lavori sono da terminare improrogabilmente entro il 2026 pena la perdita dei Fondi, cosa questa che fra l’altro metterebbe al momento fuori dai giochi il Ponte sullo Stretto, spostando in un futuro indeterminato la promessa di una sua eventuale realizzazione. Secondo i dettami UE il 65% dei Fondi doveva essere indirizzato al Sud per iniziare a recuperare il gap, anche infrastrutturale, fra le due parti del Paese. Evidentemente però per i nostri governanti quando si tratta di Mezzogiorno la frase “ce lo chiede l’Europa” non vale più, visto che la piantina allegata all'intervista evidenziava che ben 8 opere commissariate sono al Centro-Nord e solo due al Sud.

In poche parole il rischio concreto è che il Ponte come sempre venga usato anche dall’attuale governo meloni solo come specchietto per le allodole, ma nel frattempo i fondi in arrivo dall’Europa, invece che al Sud per la quota indicata dall’Europa, con la complicità della maggioranza parlamentare, finiscano in mille rivoli che portano tutti al Centro-Nord.

Un altro aspetto che nessuno evidenzia mai è che ben poche grandi aziende in Italia possono essere capofila di un progetto ingegneristico ambizioso come quello del “Ponte”, aziende che guarda caso hanno tutte sede legale al Nord. Il che in epoca di Autonomia differenziata non è proprio ininfluente. Questo ovviamente vale anche per le opere che saranno cantierate con una parte dei Fondi europei che (comunque) arriveranno nel Mezzogiorno. Solo come esempio, la proposta che almeno una quota del 34% (percentuale della popolazione) degli investimenti in opere sia garantita per coinvolgere direttamente nei lavori aziende del Sud non sarebbe sbagliata. In caso contrario i Fondi investiti al Sud serviranno in prospettiva ad aumentare il gap territoriale. Oggi nulla di simile è previsto, pur essendoci al Sud aziende in grado di ben operare ed inserirsi in più comparti anche ad alti livelli. Aziende che per la crisi dell’ultimo anno, secondo la “mappa della solidità” delle imprese tracciata dall’Istat, per il 45% sono a rischio chiusura. Su questo aspetto servirebbe fare pressione.
Lo stesso dicasi per la necessità che la stazione appaltante concluda entro sessanta giorni il processo autorizzativo per l’affidamento delle opere. Senza tale richiamo dei poteri dello Stato molti degli interventi diretti al Mezzogiorno potrebbero non andare in porto o per assenza di risorse di cofinanziamento o per inefficienze causate negli anni dalla destrutturazione dello Stato, di cui la modifica del Titolo V è testimone. Servono buoni progetti concreti e buona attuazione degli stessi, altro che sognare il “Ponte sullo Stretto”.

L’ottica utile a recuperare il gap territoriale potrebbe essere simile quella della defunta e tanto criticata Cassa del Mezzogiorno, che però tanto male non ha fatto all’Italia intera, anzi.

Giova ricordare, come esempio verificabile, che in Germania l’unificazione del Paese, dopo la caduta del muro di Berlino, ha aiutato molto l’Est per convergere con l’Ovest. Per il Sud in 58 anni, cioè dall’avvio della Cassa del Mezzogiorno nel 1950 al 2008, che ha chiuso definitivamente qualsiasi politica pubblica per il Sud lasciandola solo all’utilizzo del fondi europei di coesione, sono stati investiti 342,5 miliardi di euro. In Germania Est si è investito in 30 anni quasi 5 volte in più, cioè tra i 1500 e i 2000 miliardi di euro, 70 miliardi di euro in media all’anno, contro i 6 miliardi l’anno nel Mezzogiorno. Una quota di Pil in Germani fra il 4 e il 5%, mentre nel Mezzogiorno non si è mai superato la soglia dell’1% del Pil. Chiusa la Cassa per il Mezzogiorno la percentuale è scesa ulteriormente.

I diversi investimenti sui territori han determinato che nel 2019, il prodotto per abitante nel Sud è stato, rispetto a quello del Centro-Nord, quasi 20 punti in meno della differenza che intercorre oggi tra le due aree tedesche, mentre Il tasso di disoccupazione, è stato del 17,6% nel Sud Italia e del 6,9% nell’Est tedesco; la disoccupazione giovanile (15-24 anni) del 45,5% nel Sud, e solo dell’8,6% negli ex Germania dell’Est.
Il che ci fa comprendere come ogni divario tra diverse parti di uno stesso Paese sia superabile in pochi decenni se lo si vuole, anche partendo da situazioni peggiori di quelle che ci sono oggi in Italia, non riguardando un fatto antropologico o di razza, ma solo di risorse impegnate e di opportunità fornite. Oltretutto colmare i divari economici è una operazione che si ripaga ampiamente, dato che il periodo in cui il nostro Paese ha conosciuto l’unico periodo di boom economico della sua storia (1950/1980) corrisponde al periodo in cui cresceva anche il Sud con gli investimenti della Cassa del Mezzogiorno.

(*) Aderente Carta di Venosa, Presidente del Partito del Sud




.

sabato 31 dicembre 2022

LA "TRUFFA" DEL PNRR (2)

 



Le "Rubriche della Meridionalità" | …di LEGGI, di NORME, di DIVARI.

di Natale Cuccurese (*)

LA TRUFFA DEL PNRR (2)
Quello che sta succedendo nei confronti del Sud con i fondi del Pnrr ormai trascende la fantascienza.
Lo schema che il governo di turno attua per sottrarre fondi al Sud è sempre lo stesso, immutabile nel corso dei decenni: promesse vane sull’arrivo di fondi, il cui arrivo è progressivamente spostato sempre più in avanti nel tempo per poi non parlarne più. Così il Mezzogiorno improvvisamente è sparito dal dibattito politico e dei media, tanto è vero che il Governo Meloni nella prima bozza della Manovra di Bilancio 2023, in approvazione in questi giorni, non lo menzionava nemmeno.
Dopo il taglio dei fondi del Pnrr, dal 65% da destinare al Sud come indicato dall’Europa, al 40%, senza fornire nessuna giustificazione da parte del Governo, con la ministra del Sud in silenzio complice e il dibattito surreale sul Ponte sullo Stretto usato come “arma di distrazione di massa”, anche sull’Alta velocità il governo penalizza il Sud. Lo schema è lo stesso già usato dal precedente governo Conte (proseguito poi con Draghi) nel novembre 2020 quando nella bozza del collegato alla Legge di Bilancio l’articolo 150 definiva il “Fondo per la perequazione infrastrutturale” con lo stanziamento di 4,6 miliardi di € diluiti nel tempo per il Mezzogiorno dove per il 2021, periodo di competenza, i soldi stanziati erano zero, ora la stessa cosa sta per accadere con i fondi del Pnrr a proposito di Alta Velocità ferroviaria!
Facile notare infatti che per l’AV la gran parte delle risorse nei primi anni è destinata al Nord. Per il Sud, sull’asse Salerno-Reggio Calabria, andranno fondi in prevalenza dopo la chiusura del Pnnr del 2026. Questo significa che mentre l’arrivo dei fondi al Nord sono garantiti dalle strette condizionalità poste dall’Europa, quelli al Sud rimangono affidati alla volontà della politica nazionale del dopo Piano. Non è un aspetto secondario se analizziamo brevemente tempi, condizionalità e conseguenti rischi a cui ci sottopone il Pnnr.
Insieme alla Grecia siamo l'unico Paese ad aver chiesto, oltre ai sussidi, tutta la quota disponibile dei prestiti. Il dato non è incoraggiante. Bisognerebbe anche capire cosa impedisca all’Italia, di emetterne 30 MLD di titoli di debito pubblico in più all’anno fino al ‘26 per finanziare investimenti decisi in autonomia e senza controlli della Ue, al fine di evitare di avere tutto deciso, come da dettagliato cronoprogramma dettato dall’Europa, punto per punto, per l'attuazione rigorosa del Recovery. Il Parlamento così è nei fatti commissariato, l’attuazione del cronoprogramma sarà semestralmente controllato dalla Commissione e l’erogazione dei fondi resterà a rischio.
Se mai arriveranno i fondi bisognerà poi spenderli velocemente per rientrare nei parametri richiesti dalla Commissione Ue, ma così facendo è già pronta l’accusa di aver favorito "le mafie italiane". Se invece faremo opportuni controlli, ci accuseranno di essere troppo lenti e metteremo a rischio la realizzazione entro il 2026 delle opere e l’erogazione dei fondi . Dopo il monito del vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis, nel 2021, contro frodi e mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati che bloccherebbero immediatamente i pagamenti, era infatti arrivato negli stessi giorni un minaccioso articolo del quotidiano francese “Le Figaro” che aveva titolato “Europa: occhio alle frodi con i fondi del Recovery plan”. Nell’articolo si evidenziava appunto il rischio di frodi ad opera delle “mafie italiane”.
In poche parole, comunque si muove e muoverà l'Italia nell'utilizzo dei fondi del Recovery per l'Europa ci sarà motivo di rimbrotto, se va bene, se va male invece sarà motivo per sospendere l'erogazione dei fondi dopo le prime rate e casomai chiederne la restituzione. Una spada di Damocle che ci terrà in ostaggio per anni.
E mentre in Italia ci si arrangia come si può fra prestiti, che tutti ripagheremo, e scippo di fondi fra territori, negli Stati Uniti Joe Biden da più di un anno ha lanciato un piano di infrastrutture per 2300 MLD di $ , aumentando il salario minimo, aumentando le tasse ai ricchi con una patrimoniale a partire da 400.000 $, ha stanziato 200 MLD di $ per mandare all’asilo (gratuito) TUTTI i bambini americani, ha stanziato per la scuola 190 MLD di $ per offrire 2 anni gratis nei “community College” e 80 MLD di $ in borse di studio per studenti universitari più meritevoli e bisognosi.
È il “families plan” finanziato appunto con l’aumento delle tasse ai più ricchi.
Un piano che ha rilanciato l’economia degli Stati Uniti, creato oltre 260 mila posti di lavoro, sopra le attese. Con un tasso di disoccupazione ai minimi e i salari aumentati del 4,7 per cento rispetto a un anno fa, segno di un mercato del lavoro dinamico.
Negli States l’Università e gli asili diventano per tutti. In Italia l’Università e gli asili sono per pochi, residenti soprattutto nel Nord, e l’apertura di nuovi asili si basa ancora sulla “spesa storica” a tutto danno del Sud.
Rilevante anche il fatto che il Presidente americano ha sbugiardato già nell’aprile 2021 la “teoria del trickle-down (sgocciolamento), in Italia teoria della “Locomotiva” (sostenuta dagli economisti liberisti del nostro governo e alla base della richiesta dell’Autonomia differenziata), sostenendo che la crescita economica NON fa bene a tutti, ma avvantaggia solo i più ricchi.
Invece in Italia con il Presidente Meloni guai a parlare di Reddito di Cittadinanza, di patrimoniale, di salario minimo, di Sanità pubblica. Si procede con l'ennesimo condono e si prosegue senza indugio sulla strada dell’Autonomia differenziata, e altre misure sempre e solo a vantaggio delle classi e dei territori più ricchi.
L’Italia così accelera nella sua corsa verso la dissoluzione e mentre già nel Rapporto 2021 di Eurispes, si affermava che "Il Sud sembra quasi una nazione a parte”, si prosegue sulla stessa strada. “E' un limite che non possiamo permetterci", diventa interessante notare che questa esortazione, soprattutto i dati disastrosi snocciolati nel Rapporto, non scalfiscono l’indifferenza assoluta nei confronti del Mezzogiorno del Governo.
Un silenzio che vale più di mille discorsi.

(*) Aderente Carta di Venosa, Presidente del Partito del Sud 




.
Leggi tutto »

 



Le "Rubriche della Meridionalità" | …di LEGGI, di NORME, di DIVARI.

di Natale Cuccurese (*)

LA TRUFFA DEL PNRR (2)
Quello che sta succedendo nei confronti del Sud con i fondi del Pnrr ormai trascende la fantascienza.
Lo schema che il governo di turno attua per sottrarre fondi al Sud è sempre lo stesso, immutabile nel corso dei decenni: promesse vane sull’arrivo di fondi, il cui arrivo è progressivamente spostato sempre più in avanti nel tempo per poi non parlarne più. Così il Mezzogiorno improvvisamente è sparito dal dibattito politico e dei media, tanto è vero che il Governo Meloni nella prima bozza della Manovra di Bilancio 2023, in approvazione in questi giorni, non lo menzionava nemmeno.
Dopo il taglio dei fondi del Pnrr, dal 65% da destinare al Sud come indicato dall’Europa, al 40%, senza fornire nessuna giustificazione da parte del Governo, con la ministra del Sud in silenzio complice e il dibattito surreale sul Ponte sullo Stretto usato come “arma di distrazione di massa”, anche sull’Alta velocità il governo penalizza il Sud. Lo schema è lo stesso già usato dal precedente governo Conte (proseguito poi con Draghi) nel novembre 2020 quando nella bozza del collegato alla Legge di Bilancio l’articolo 150 definiva il “Fondo per la perequazione infrastrutturale” con lo stanziamento di 4,6 miliardi di € diluiti nel tempo per il Mezzogiorno dove per il 2021, periodo di competenza, i soldi stanziati erano zero, ora la stessa cosa sta per accadere con i fondi del Pnrr a proposito di Alta Velocità ferroviaria!
Facile notare infatti che per l’AV la gran parte delle risorse nei primi anni è destinata al Nord. Per il Sud, sull’asse Salerno-Reggio Calabria, andranno fondi in prevalenza dopo la chiusura del Pnnr del 2026. Questo significa che mentre l’arrivo dei fondi al Nord sono garantiti dalle strette condizionalità poste dall’Europa, quelli al Sud rimangono affidati alla volontà della politica nazionale del dopo Piano. Non è un aspetto secondario se analizziamo brevemente tempi, condizionalità e conseguenti rischi a cui ci sottopone il Pnnr.
Insieme alla Grecia siamo l'unico Paese ad aver chiesto, oltre ai sussidi, tutta la quota disponibile dei prestiti. Il dato non è incoraggiante. Bisognerebbe anche capire cosa impedisca all’Italia, di emetterne 30 MLD di titoli di debito pubblico in più all’anno fino al ‘26 per finanziare investimenti decisi in autonomia e senza controlli della Ue, al fine di evitare di avere tutto deciso, come da dettagliato cronoprogramma dettato dall’Europa, punto per punto, per l'attuazione rigorosa del Recovery. Il Parlamento così è nei fatti commissariato, l’attuazione del cronoprogramma sarà semestralmente controllato dalla Commissione e l’erogazione dei fondi resterà a rischio.
Se mai arriveranno i fondi bisognerà poi spenderli velocemente per rientrare nei parametri richiesti dalla Commissione Ue, ma così facendo è già pronta l’accusa di aver favorito "le mafie italiane". Se invece faremo opportuni controlli, ci accuseranno di essere troppo lenti e metteremo a rischio la realizzazione entro il 2026 delle opere e l’erogazione dei fondi . Dopo il monito del vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis, nel 2021, contro frodi e mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati che bloccherebbero immediatamente i pagamenti, era infatti arrivato negli stessi giorni un minaccioso articolo del quotidiano francese “Le Figaro” che aveva titolato “Europa: occhio alle frodi con i fondi del Recovery plan”. Nell’articolo si evidenziava appunto il rischio di frodi ad opera delle “mafie italiane”.
In poche parole, comunque si muove e muoverà l'Italia nell'utilizzo dei fondi del Recovery per l'Europa ci sarà motivo di rimbrotto, se va bene, se va male invece sarà motivo per sospendere l'erogazione dei fondi dopo le prime rate e casomai chiederne la restituzione. Una spada di Damocle che ci terrà in ostaggio per anni.
E mentre in Italia ci si arrangia come si può fra prestiti, che tutti ripagheremo, e scippo di fondi fra territori, negli Stati Uniti Joe Biden da più di un anno ha lanciato un piano di infrastrutture per 2300 MLD di $ , aumentando il salario minimo, aumentando le tasse ai ricchi con una patrimoniale a partire da 400.000 $, ha stanziato 200 MLD di $ per mandare all’asilo (gratuito) TUTTI i bambini americani, ha stanziato per la scuola 190 MLD di $ per offrire 2 anni gratis nei “community College” e 80 MLD di $ in borse di studio per studenti universitari più meritevoli e bisognosi.
È il “families plan” finanziato appunto con l’aumento delle tasse ai più ricchi.
Un piano che ha rilanciato l’economia degli Stati Uniti, creato oltre 260 mila posti di lavoro, sopra le attese. Con un tasso di disoccupazione ai minimi e i salari aumentati del 4,7 per cento rispetto a un anno fa, segno di un mercato del lavoro dinamico.
Negli States l’Università e gli asili diventano per tutti. In Italia l’Università e gli asili sono per pochi, residenti soprattutto nel Nord, e l’apertura di nuovi asili si basa ancora sulla “spesa storica” a tutto danno del Sud.
Rilevante anche il fatto che il Presidente americano ha sbugiardato già nell’aprile 2021 la “teoria del trickle-down (sgocciolamento), in Italia teoria della “Locomotiva” (sostenuta dagli economisti liberisti del nostro governo e alla base della richiesta dell’Autonomia differenziata), sostenendo che la crescita economica NON fa bene a tutti, ma avvantaggia solo i più ricchi.
Invece in Italia con il Presidente Meloni guai a parlare di Reddito di Cittadinanza, di patrimoniale, di salario minimo, di Sanità pubblica. Si procede con l'ennesimo condono e si prosegue senza indugio sulla strada dell’Autonomia differenziata, e altre misure sempre e solo a vantaggio delle classi e dei territori più ricchi.
L’Italia così accelera nella sua corsa verso la dissoluzione e mentre già nel Rapporto 2021 di Eurispes, si affermava che "Il Sud sembra quasi una nazione a parte”, si prosegue sulla stessa strada. “E' un limite che non possiamo permetterci", diventa interessante notare che questa esortazione, soprattutto i dati disastrosi snocciolati nel Rapporto, non scalfiscono l’indifferenza assoluta nei confronti del Mezzogiorno del Governo.
Un silenzio che vale più di mille discorsi.

(*) Aderente Carta di Venosa, Presidente del Partito del Sud 




.

venerdì 23 dicembre 2022

LA "TRUFFA" DEL PNRR

 


Le "Rubriche della Meridionalità"
LA TRUFFA DEL PNRR
di Natale Cuccurese (*)
Il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) mira ad avvicinare, un po’, il Sud al resto d’Italia, un obiettivo che forse si può raggiungere ma iniziando col potenziare l’apparato produttivo meridionale, altrimenti si avrà solo spesa senza capacità di creare lavoro, e su questo fronte le notizie non sono incoraggianti. In base ai recentissimi dati del Mise, potrebbe essere allocato al Mezzogiorno al massimo un 24% anziché il 40% promesso a suo tempo dalla Ministra del Sud Carfagna, del precedente Governo Draghi. E’ sempre utile ricordare che secondo le indicazioni della Commissione europea (pag.8 e 9 del regolamento) l’Italia ha ricevuto la quota di fondi del Pnnr più alta di tutti i Paesi d’Europa (191,5 miliardi di euro) soprattutto per risolvere la situazione drammatica (maggiore disoccupazione e PIL inferiore) del Mezzogiorno. Al Sud quindi seguendo tali parametri doveva essere destinato circa il 65% del Pnrr, il Governo Draghi, a suo tempo, ha retrocesso a suo insindacabile giudizio, con un tratto di penna, questa quota al 40% (pag. 37 Pnrr), ma anche questa rischia di rimanere sulla carta senza target territoriali, come più volte abbiamo denunciato in questi ultimi mesi, riducendosi così ulteriormente all’attuale e più realistico 24% definito pochi già fa dal MISE.
Purtroppo senza un supporto alle amministrazioni con minore capacità progettuale, soprattutto per scarsità di personale, visti i continui tagli imposti da Roma negli anni precedenti in nome della spending review che discende dall’Europa, le amministrazioni del Sud, che su questo non hanno colpe, rischiano di andare seriamente in difficoltà e non riuscire a rispettare i tempi richiesti per la realizzazione delle opere (2026) per cui questa quota del 24% potrebbe diminuire ulteriormente e come sempre a favore di territori più ricchi come la Lombardia dove, non a caso, i sindaci Sala e Gori e il Presidente Fontana già si sono fatti avanti pochi mesi fa pronti ad intercettare anche quel 24% di fondi solo teoricamente destinati al Sud, ovviamente al fine di non perderli a livello nazionale totale… Ovviamente anche il governo Meloni, dopo quello Draghi, si presta a questo gioco a perdere per il Sud, dimenticando che potrebbe richiedere i poteri sostitutivi previsti dall’Art.120 della Costituzione per aiutare i Comuni in difficoltà. Potrebbe…
E’ questa una situazione denunciata a più riprese, ad esempio, anche dall’ex Sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che ha spesso evidenziato come, nell'arco dei suoi due mandati alla guida della città, il personale in forze al municipio partenopeo si sia ridotto del 60% (-1.654 unità) e come "quelli che dovrebbero correre più veloci, vengano messi in condizione di non poter correre". Per quanto riguarda le amministrazioni locali, al Nord ci sono 1.471.000 dipendenti pubblici contro il 1.227.000 del Sud e delle Isole. Tra il 2011 e il 2015 il Centro-Nord ha aumentato il numero di dipendenti pubblici di 26.000 unità, mentre il Sud è stato costretto, proprio per i minori trasferimenti, a ridurlo di 14.000. Solo come ultimo esempio, oggi a Bari il numero di comunali è la metà di quelli di Bologna rispetto alla popolazione.
Il tutto imposto in base ai dettami del Razzismo di Stato, che opprimono il Mezzogiorno dal 1861, alimentati a bella posta da media di regime e politicanti compiacenti verso i centri di potere finanziario, tutti del Nord.
Se non si potenzia la capacità produttiva del Mezzogiorno, come ci ricorda la Svimez nel suo ultimo rapporto di due settimane fa, l’effetto dell’arrivo di (teorici) fondi del Pnrr rischia di ridursi ulteriormente. Non a caso con l’acuirsi della crisi economica ed energetica attualmente ben 447 sono i Comuni in dissesto al Sud, contro i 27 del Nord, confermando così anche in numeri assoluti lo squilibrio a favore del Nord e la necessità di correre da subito a riequilibrare le risorse da destinare ai territori, dove la cosiddetta “Locomotiva” del Nord fa da sempre la parte del leone.
Oltretutto il PNRR poi si coniuga molto male con l’altro progetto “spacca Italia” e cioè l’autonomia differenziata, perché il primo è un piano nazionale e centralizzato addirittura eccessivo, con limitatissimo coinvolgimento di Regioni ed enti locali. Per la prima volta, però, ha il merito di aver consentito di fare politica nazionale sulla Sanità. Con l’autonomia differenziata invece le Regioni chiedono competenze molto più larghe e da gestire in autonomia come fossero, appunto, piccole signorie. L’autonomia differenziata del Nord “virtuoso” (coi soldi degli altri), con le Regioni che vogliono trattenere fino al 90% del residuo fiscale (184 miliardi di euro su 750 totali di gettito fiscale annuo solo per le tre Regioni capofila) sarà così il colpo di grazia definitivo per i Comuni e le Regioni del Sud, che come accennato si ritrovano senza servizi, senza soldi, senza impiegati, senza tecnici.
Fatto questo primo passaggio introduttivo e certamente non esaustivo, vedremo nelle prossime “puntate” dove si individuano le altre criticità del Pnrr che ci portano a definirlo provocatoriamente “truffa”. Una “truffa” che comunque non riguarda solo il Mezzogiorno.

(*) Aderente Carta di Venosa, Presidente del Partito del Sud



.
Leggi tutto »

 


Le "Rubriche della Meridionalità"
LA TRUFFA DEL PNRR
di Natale Cuccurese (*)
Il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) mira ad avvicinare, un po’, il Sud al resto d’Italia, un obiettivo che forse si può raggiungere ma iniziando col potenziare l’apparato produttivo meridionale, altrimenti si avrà solo spesa senza capacità di creare lavoro, e su questo fronte le notizie non sono incoraggianti. In base ai recentissimi dati del Mise, potrebbe essere allocato al Mezzogiorno al massimo un 24% anziché il 40% promesso a suo tempo dalla Ministra del Sud Carfagna, del precedente Governo Draghi. E’ sempre utile ricordare che secondo le indicazioni della Commissione europea (pag.8 e 9 del regolamento) l’Italia ha ricevuto la quota di fondi del Pnnr più alta di tutti i Paesi d’Europa (191,5 miliardi di euro) soprattutto per risolvere la situazione drammatica (maggiore disoccupazione e PIL inferiore) del Mezzogiorno. Al Sud quindi seguendo tali parametri doveva essere destinato circa il 65% del Pnrr, il Governo Draghi, a suo tempo, ha retrocesso a suo insindacabile giudizio, con un tratto di penna, questa quota al 40% (pag. 37 Pnrr), ma anche questa rischia di rimanere sulla carta senza target territoriali, come più volte abbiamo denunciato in questi ultimi mesi, riducendosi così ulteriormente all’attuale e più realistico 24% definito pochi già fa dal MISE.
Purtroppo senza un supporto alle amministrazioni con minore capacità progettuale, soprattutto per scarsità di personale, visti i continui tagli imposti da Roma negli anni precedenti in nome della spending review che discende dall’Europa, le amministrazioni del Sud, che su questo non hanno colpe, rischiano di andare seriamente in difficoltà e non riuscire a rispettare i tempi richiesti per la realizzazione delle opere (2026) per cui questa quota del 24% potrebbe diminuire ulteriormente e come sempre a favore di territori più ricchi come la Lombardia dove, non a caso, i sindaci Sala e Gori e il Presidente Fontana già si sono fatti avanti pochi mesi fa pronti ad intercettare anche quel 24% di fondi solo teoricamente destinati al Sud, ovviamente al fine di non perderli a livello nazionale totale… Ovviamente anche il governo Meloni, dopo quello Draghi, si presta a questo gioco a perdere per il Sud, dimenticando che potrebbe richiedere i poteri sostitutivi previsti dall’Art.120 della Costituzione per aiutare i Comuni in difficoltà. Potrebbe…
E’ questa una situazione denunciata a più riprese, ad esempio, anche dall’ex Sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che ha spesso evidenziato come, nell'arco dei suoi due mandati alla guida della città, il personale in forze al municipio partenopeo si sia ridotto del 60% (-1.654 unità) e come "quelli che dovrebbero correre più veloci, vengano messi in condizione di non poter correre". Per quanto riguarda le amministrazioni locali, al Nord ci sono 1.471.000 dipendenti pubblici contro il 1.227.000 del Sud e delle Isole. Tra il 2011 e il 2015 il Centro-Nord ha aumentato il numero di dipendenti pubblici di 26.000 unità, mentre il Sud è stato costretto, proprio per i minori trasferimenti, a ridurlo di 14.000. Solo come ultimo esempio, oggi a Bari il numero di comunali è la metà di quelli di Bologna rispetto alla popolazione.
Il tutto imposto in base ai dettami del Razzismo di Stato, che opprimono il Mezzogiorno dal 1861, alimentati a bella posta da media di regime e politicanti compiacenti verso i centri di potere finanziario, tutti del Nord.
Se non si potenzia la capacità produttiva del Mezzogiorno, come ci ricorda la Svimez nel suo ultimo rapporto di due settimane fa, l’effetto dell’arrivo di (teorici) fondi del Pnrr rischia di ridursi ulteriormente. Non a caso con l’acuirsi della crisi economica ed energetica attualmente ben 447 sono i Comuni in dissesto al Sud, contro i 27 del Nord, confermando così anche in numeri assoluti lo squilibrio a favore del Nord e la necessità di correre da subito a riequilibrare le risorse da destinare ai territori, dove la cosiddetta “Locomotiva” del Nord fa da sempre la parte del leone.
Oltretutto il PNRR poi si coniuga molto male con l’altro progetto “spacca Italia” e cioè l’autonomia differenziata, perché il primo è un piano nazionale e centralizzato addirittura eccessivo, con limitatissimo coinvolgimento di Regioni ed enti locali. Per la prima volta, però, ha il merito di aver consentito di fare politica nazionale sulla Sanità. Con l’autonomia differenziata invece le Regioni chiedono competenze molto più larghe e da gestire in autonomia come fossero, appunto, piccole signorie. L’autonomia differenziata del Nord “virtuoso” (coi soldi degli altri), con le Regioni che vogliono trattenere fino al 90% del residuo fiscale (184 miliardi di euro su 750 totali di gettito fiscale annuo solo per le tre Regioni capofila) sarà così il colpo di grazia definitivo per i Comuni e le Regioni del Sud, che come accennato si ritrovano senza servizi, senza soldi, senza impiegati, senza tecnici.
Fatto questo primo passaggio introduttivo e certamente non esaustivo, vedremo nelle prossime “puntate” dove si individuano le altre criticità del Pnrr che ci portano a definirlo provocatoriamente “truffa”. Una “truffa” che comunque non riguarda solo il Mezzogiorno.

(*) Aderente Carta di Venosa, Presidente del Partito del Sud



.

giovedì 24 novembre 2022

Cuccurese: “Governo Meloni, il Sud umiliato deve insorgere”



La categoria sociologica della “lotta di classe dopo la lotta di classe” descrive e denuncia le politiche neo-liberiste che tolgono ai poveri e alle classi lavoratrici per dare ai ricchi. Descrive e denuncia la redistribuzione alla rovescia delle risorse economiche, dei poteri, delle capacità e dell’opportunità verso il vertice della piramide sociale a discapito delle classi intermedie e di quelle popolari.

In Italia, la grande porcata della redistribuzione delle risorse alla rovescia avviene sia a livello sociale che a livello territoriale ed alimenta ulteriormente lo storico divario tra il Nord e il Sud di un Paese sempre più diviso e diseguale.

Coerentemente alle politiche etno-liberiste degli ultimi decenni, anche il governo Meloni toglie ai poveri e al Sud per dare ai ricchi e al Nord, come dimostrano sia il suo progetto di federalismo estrattivo sia il suo attacco al Reddito di cittadinanza.  

Di recente, sull’argomento è intervenuto via social il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese, a cui va riconosciuto l’indiscusso merito di essere l’unico leader della sinistra radicale che tiene sempre accessi i riflettori sulla nuova questione meridionale.  

Nel pieno della crisi economica ed energetica – ha scritto Cuccurese – il governo fascio-razzista crea una ulteriore tempesta sociale, specie in Campania e Sicilia. Ai cittadini, ridotti in miseria da 161 anni di colonialismo estrattivo a vantaggio di una sola parte del Paese, non resterà che fare la fila alla Caritas o insorgere”.

Fonte: VesuvianoNews-articolo di Salvatore Lucchese


.

Leggi tutto »



La categoria sociologica della “lotta di classe dopo la lotta di classe” descrive e denuncia le politiche neo-liberiste che tolgono ai poveri e alle classi lavoratrici per dare ai ricchi. Descrive e denuncia la redistribuzione alla rovescia delle risorse economiche, dei poteri, delle capacità e dell’opportunità verso il vertice della piramide sociale a discapito delle classi intermedie e di quelle popolari.

In Italia, la grande porcata della redistribuzione delle risorse alla rovescia avviene sia a livello sociale che a livello territoriale ed alimenta ulteriormente lo storico divario tra il Nord e il Sud di un Paese sempre più diviso e diseguale.

Coerentemente alle politiche etno-liberiste degli ultimi decenni, anche il governo Meloni toglie ai poveri e al Sud per dare ai ricchi e al Nord, come dimostrano sia il suo progetto di federalismo estrattivo sia il suo attacco al Reddito di cittadinanza.  

Di recente, sull’argomento è intervenuto via social il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese, a cui va riconosciuto l’indiscusso merito di essere l’unico leader della sinistra radicale che tiene sempre accessi i riflettori sulla nuova questione meridionale.  

Nel pieno della crisi economica ed energetica – ha scritto Cuccurese – il governo fascio-razzista crea una ulteriore tempesta sociale, specie in Campania e Sicilia. Ai cittadini, ridotti in miseria da 161 anni di colonialismo estrattivo a vantaggio di una sola parte del Paese, non resterà che fare la fila alla Caritas o insorgere”.

Fonte: VesuvianoNews-articolo di Salvatore Lucchese


.

domenica 13 novembre 2022

Cuccurese: “Governo Meloni, attacco ai poveri, attacco al Sud”

 



In Italia, 5,6 milioni di persone in persone in povertà assoluta; 8,8 mln in povertà relativa. La maggior parte, working poors, cioè lavorano, ma non guadagnano abbastanza per sfamare sé stessi e la famiglia. Su questo fronte servirebbe l’introduzione del salario minimo. Il Mezzogiorno in testa alle classifiche di povertà in Ue, i governi italiani da decenni nulla fanno, anzi il governo Meloni vuole abolire il RdC che, da dati Istat, ha salvato dalla povertà un milione di cittadini, e ora arrivano i rischi dell’autonomia differenziata che comporteranno per i cittadini ancora meno salute, ancora meno istruzione, ancora più povertà. L’Italia a tutta velocità verso il baratro”.

Questo quanto dichiarato via social dal Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese.  

Fonte: VesuvianoNews - articolo di Salvatore Lucchese



.

Leggi tutto »

 



In Italia, 5,6 milioni di persone in persone in povertà assoluta; 8,8 mln in povertà relativa. La maggior parte, working poors, cioè lavorano, ma non guadagnano abbastanza per sfamare sé stessi e la famiglia. Su questo fronte servirebbe l’introduzione del salario minimo. Il Mezzogiorno in testa alle classifiche di povertà in Ue, i governi italiani da decenni nulla fanno, anzi il governo Meloni vuole abolire il RdC che, da dati Istat, ha salvato dalla povertà un milione di cittadini, e ora arrivano i rischi dell’autonomia differenziata che comporteranno per i cittadini ancora meno salute, ancora meno istruzione, ancora più povertà. L’Italia a tutta velocità verso il baratro”.

Questo quanto dichiarato via social dal Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese.  

Fonte: VesuvianoNews - articolo di Salvatore Lucchese



.

martedì 13 settembre 2022

La Legge sulla concorrenza. Servizi pubblici dati in gestione agli usurai

 



Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto

Con l’approvazione da parte del governo Draghi dell’art. 6 del Ddl Concorrenza, si sono sottratti al Popolo anche gli ultimi beni di proprietà collettiva demaniale per farli passare nelle mani di prenditori e speculatori della finanza a cui sono stati serviti su di un piatto d’argento, con la complicità di tutti, o quasi, i partiti presenti in Parlamento.

Con l’art. 6, divenuto l’articolo 8 della delibera di approvazione del Senato, il governo ha così spogliato l’Italia delle sue ultime fonti di produzione di “lavoro” e di “ricchezza nazionale”. Tali disposizioni, infatti, impongono la collocazione sul mercato interno europeo, inscindibilmente legato al mercato generale, di beni e gestione di servizi pubblici che fanno parte del demanio costituzionale, che ha come fine il perseguimento di interessi generali e pertanto non possono essere ceduti o gestiti da privati e S.p.A. private, cioè che devono perseguire gli interessi di privati.

Esemplificativo di questa operazione, che alcuni definiscono Agenda Draghi, è Il cosiddetto ‘Patto per Napoli’, le cui clausole sono imposte dallo Stato e che il Comune ha solo firmato per accettazione. Un atto, che senza alcuna discussione pubblica, vincolerà le generazioni future per i prossimi venti anni e che, nella sostanza, prevede un incremento delle tasse comunali, l’alienazione del patrimonio immobiliare e dei servizi pubblici locali, attraverso l’attuazione di un piano da presentare entro il primo settembre 2022 e che prevede l’ulteriore aumento della tassazione dei cittadini, già tra le più alte in Italia, e tiene aperta la porta alla svendita del patrimonio immobiliare e alle privatizzazioni dei servizi pubblici.

Di contro, a fronte dei tanti proclami fatti in campagna elettorale, arriveranno soltanto 1 miliardo e 231 milioni di euro spalmati nei prossimi 20 anni, cifra insufficiente se messa a confronto con gli enormi tagli fatti in questi anni al Comune e che comporteranno l’aumento anche di tasse come l’Irpef.
Si procede quindi con una ricetta liberista, che comporta il rischio, per non dire la certezza, che a pagare la privatizzazione dei servizi possano essere le fasce più deboli della popolazione, già gravate dall’aumento indiscriminato dei prezzi, delle bollette e dall’inflazione.

Misure come questa cedono alla speculazione dei privati ciò che resta del pubblico, come l’acqua, un tentativo questo mal celato di eliminare definitivamente l’anomalia meridionale della gestione pubblica dell’acqua a cominciare appunto da Napoli, che grazie all’azione incisiva dell’ex sindaco Luigi de Magistris ha dato forza all’Azienda speciale Abc (Acqua bene comune), facendo così di Napoli l’unica metropoli italiana a rispettare ed applicare il risultato del referendum popolare del 2011, funzionando anche come stimolo ed esempio per tanti piccoli Comuni che ancora oggi gestiscono “in house” le loro reti idriche nell’interesse dei loro cittadini.
Non a caso la mappa del tipo di gestione di questo preziosissimo bene comune si riflette in una ben precisa distribuzione territoriale. Infatti, per ora, la cessione delle fonti pubbliche alle multiutility nazionali e internazionali non è riuscita a attecchire con forza oltre il Sud Pontino.

Non bisogna poi dimenticare a supporto di questa spinta verso le privatizzazioni il Pnrr, che è in gran parte un prestito che bisognerà restituire alla Ue nei prossimi decenni e che vincola il nostro Paese ad ambiti di investimento decisi all’estero e soprattutto alle solite “riforme” (privatizzazioni) imposte da Bruxelles. E così il governo Draghi prosegue lo smantellamento dei beni comuni e, tramite il Pnrr, mira a collocare sul mercato, a favore delle multinazionali l’acqua pubblica e i servizi pubblici essenziali.
Inoltre nessuno delle decine di obiettivi del Pnrr prevede la riduzione degli squilibri territoriali, malgrado le raccomandazioni europee.

Procede così il lavoro di Draghi per chiudere le “zombie firms” (piccole e medie imprese), come programmato dal documento ‘Reviging and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid’, a doppia firma di Mario Draghi e di Raghuram Rajan, pubblicato a dicembre 2020 dal Gruppo dei 30. Cioè la codifica della macelleria sociali di stampo greco. Un documento che si trova in rete e che tutti possono (e potevano) leggere, anche i partiti che hanno sostenuto Draghi in Parlamento. Se c’è una cosa che non si può imputare a Draghi è la mancanza di chiarezza, tutto è spiegato nero su bianco e pubblicamente.

I Paesi “frugali” del Nord Europa, i veri padroni della Ue, sono così pronti a spolpare l’Italia, prima della sua balcanizzazione grazie all’Autonomia differenziata.

Dopo le privatizzazioni delle aziende di Stato iniziate a fine anni ‘90, ora le famiglie italiane rappresentano con il loro risparmio, investito soprattutto nella casa, la principale ricchezza d’Italia. Questa distruzione di ricchezza a favore della finanza internazionale è forse la vera missione di Draghi, che sta, come da programma, demolendo le piccole attività, le zombie firms appunto, anche queste a conduzione famigliare.

In questa direzione predatoria non a caso va anche quanto scritto nel Pnrr, volto a velocizzare le procedure di pignoramento immobiliare a danno di famiglie alle prese con nuove e vecchie povertà, acuite nell’ultimo anno dal Covid. Famiglie o singoli a cui casomai è venuto a mancare del tutto il lavoro o che presto verrà a mancare, visto che non c’è più nessun blocco dei licenziamenti. Famiglie che già oggi fanno fatica a pagare le bollette o non riescono a pagare il mutuo e nemmeno a curarsi viste le privatizzazioni sempre più pervasive anche in campo sanitario.

Ciliegina sulla torta gli aumenti di luce, gas, benzina, generi alimentari ecc. che i politicanti addebitano alla guerra in Ucraina, ma che vedono in realtà il loro inizio più di un anno fa, generando abnormi extraprofitti utili solo ad ingrassare ulteriormente le grandi imprese energetiche italiane e straniere a danno di cittadini e aziende, stanno accelerando questo travaso di ricchezza.
Eppure nessuno interviene, tantomeno il governo, mentre questa “nuova tassa” colpisce indistintamente e senza nessun criterio di progressività tutti i cittadini. Aumenti che trovano la loro radice nelle scellerate scelte europee degli ultimi anni, a partire dalla liberalizzazione del settore energetico, al passaggio dai contratti a lungo termine al mercato spot e solo più recentemente alle sanzioni verso la Russia, tutte misure acriticamente recepite dai nostri politicanti in nome del “ce lo chiede l’Europa.

Doveroso ricordare che questo governo, di cui fanno parte sia che il centrosinistra che il centrodestra, si guarda bene da interviene sugli extraprofitti generati da questa “colossale truffa”, come dichiarato dal Ministro Cingolani. Extraprofitti che se fossimo in un Paese normale sarebbero da tassare al 90%, con finalità redistributive verso gli utenti, a partire da quelli meno abbienti.

Così il governo, mentre i diritti delle famiglie e i sudati risparmi vanno lentamente in fumo, avanza con le sole parole d’ordine della competitività e delle privatizzazioni, sempre a favore di potentati e multinazionali.
Infine la domanda che dobbiamo farci è: dove si trovano le maggiori sacche di povertà in Italia? Ovviamente al Sud!
Campania e Sicilia sono infatti secondo i dati Eurostat le Regioni più povere non solo d’Italia, ma addirittura d’Europa. Ecco che tutto torna in attesa della prossima fine dell’unità nazionale, spolpare il Sud mandandogli meno fondi possibile e impoverirlo prima dei saluti finali.
Eppure non solo i media a supporto osannano Draghi come salvatore della patria, ma anche i partiti e parlamentari a supporto dopo averlo eletto Presidente del Consiglio continuano anche in campagna elettorale a dichiarare di volerne seguire “l’agenda”.

In questo quadro, come in un gioco di scatole cinesi, si innesta non a caso il programma economico della destra volto tramite la Flat Tax a sottrarre ulteriori risorse alle classi più deboli a livello nazionale, a partire dai cittadini del Mezzogiorno, a favore delle classi più ricche che si trovano principalmente al Nord del Paese.
Infatti l’aliquota proposta dalla Lega del 23% già si applica a a 18,3 milioni di contribuenti italiani con reddito fino a 15.000€. Ovviamente questi non avranno alcun beneficio da una riforma fiscale così come promessa dalla Lega.

I circa 6 milioni di contribuenti con reddito fra 29 e 50mila € avrebbero un beneficio medio di circa 2.500€, mentre i circa 2 milioni di contribuenti con reddito oltre i 50mila €, i più ricchi, otterrebbero un risparmio di ben 13mila €. Quindi solo il 20% dei contribuenti e dell’elettorato, i più ricchi, avrebbero un grande vantaggio da questa riforma.

Come detto questo segmento si trova in larghissima parte ad avere residenza al Nord. Dunque la Flat Tax redistribuisce le risorse a favore dei più ricchi, del Nord, a danno dei più poveri, concentrati al Sud. Infatti è stato calcolato che questa riforma trasferirebbe dal Sud (poveri) al Nord (ricchi) 50 Miliardi di €.

Ovviamente in questa guerra alle classi popolari la simulazione è possibile farla anche all’interno dei territori del Nord, non trattandosi esclusivamente di una lotta imposta dal razzismo di Stato contro il Sud, ma anche di una lotta di classe a livello nazionale da parte delle classi “digerenti” della destra liberale.
Secondo l’Istat, infatti il reddito medio in Italia è pari a 21.570 euro all’anno e la città di Milano ha un reddito medio pro capite di quasi 34mila euro all’anno. Ma, secondo la CGIL e basandosi sui numeri dell’Agenzia delle Entrate, il 27,7% del reddito prodotto è nelle mani del solo 2,4% della popolazione. Alla voce “deboli”, secondo la CIGL, ci sono i lavoratori part time, sia a tempo determinato che indeterminato: operai e impiegati che, avendo chiesto il tempo pieno ma senza risultato, portano a casa poco più di 12 mila euro all’anno. A questi si aggiungono tutti i lavoratori a chiamata: il loro reddito medio annuo si attesta sotto gli 8 mila euro.
A queste fasce si aggiunge quella fetta pari a circa il 40-50% dei 23mila nuclei familiari che percepiscono il Reddito di Cittadinanza a Milano. Secondo il Comune questa parte di percettori sono lavoratori che percepiscono in media 500 euro al mese, quindi 6 mila euro all’anno.

In questa guerra ai poveri non è quindi un caso che Meloni, Renzi, Calenda, Salvini, vogliano abolire il Reddito di Cittadinanza, così come richiedono da tempo quei prenditori, del Nord come del Sud, che han più difficoltà a trovare salariati da sfruttare. Il Reddito di Cittadinanza, per la prima volta in Italia, ha determinato un diritto dei poveri al welfare, senza chiedere un favore ai potenti di turno. Forse è questa anomalia che alcuni politici vogliono cancellare.
L’agenda Draghi (cioè l’agenda Ue) serve esattamente a questo scopo: dividere i tantissimi sommersi dai pochissimi salvati.

E’ l’agenda del partito consociativo della guerra, delle privatizzazioni, della precarizzazione del lavoro e dell’Autonomia differenziata.
Lo schema seguito, visto che l’Italia è un grande boccone, è stato dapprima quello di trasferire e concentrare la ricchezza al Nord (Teoria della Locomotiva), per poi apprestarsi, ora, al passaggio di questa ricchezza dal Nord Italia a chi gestisce la grande finanza internazionale, soprattutto del Nord Europa, e ai quei pochissimi oligarchi italiani che reggono da sempre il gioco ai potentati internazionali. Il tutto ovviamente in barba alla Costituzione. Una vicenda questa che pochi anni fa, su scala più piccola, si è già vista in Grecia, anche lì, guarda caso, gestita in prima persona da Draghi quando era Presidente BCE.

L’Italia è così un Paese sempre più disuguale e povero e sarebbe ora che le classi popolari riuscissero a far blocco esprimendo una propria rappresentanza politica nazionale, per impedire e contrastare, entrando in Parlamento, l’attacco portato dalla destra liberale che ha nell’ultimo trentennio quasi sempre fatto sponda con il cosiddetto centrosinistra del “voto utile”. Un voto che è poi sempre stato utilizzato contro gli interessi delle classi popolari, dimostrandosi così un voto del tutto inutile. Le elezioni però arrivano in leggero anticipo rispetto alla grande crisi economica prevista dagli osservatori per l’autunno. E’forse questo il vero motivo della repentina, inattesa, caduta del Governo Draghi e la decisione di chiudere la Legislatura e di stabilire le Elezioni il 25 settembre 2022, per poter così definire anticipatamente un Parlamento ancora più appiattito sull’asse NATO-UE-USA-DRAGHI e per evitare, con l’acuirsi della crisi economica, una risposta popolare nelle urne contraria allo status quo.

La sinistra non deve avere paura di ricordare che meno tasse, e soprattutto meno tasse per i ricchi (la flat tax appunto), significano una scuola peggiore, un sistema sanitario peggiore, trasporti peggiori, maggiori diseguaglianze territoriali. Bisogna poi interrogarsi se chi dichiara da “sinistra” di voler continuare a seguire l’Agenda Draghi possa ancora continuare a definirsi di “sinistra” o se, come appare da tempo evidente, è semplicemente il più pericoloso e insidioso nemico delle classi popolari.

Basta rileggere il Gramsci dei Quaderni dal carcere per chiarirsi subito le idee: «La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo, movimento di cui una forza audacemente efficiente guida lo svolgimento, mentre le forze antagonistiche (o meglio i capi di esse) sono decise a capitolare progressivamente, a piccole tappe e non di un solo colpo (ciò che avrebbe ben altro significato, per l’effetto psicologico condensato, e potrebbe far nascere una forza concorrente attiva a quella che passivamente si adatta alla «fatalità», o rafforzarla se già esiste)».

Anche per porre fine a questo infingimento da parte di quella “sinistra” che da un trentennio ci ammorba con il racconto della Lega “costola della sinistra” e che non a caso vede il Pd pronto a far da sponda alla richiesta di autonomia differenziata presentate dalle regioni leghiste, che si è formata e opera Unione Popolare: sosteniamola!

Natale Cuccurese

Presidente del Partito del Sud
Candidato al Parlamento per Unione Popolare

Fonte: LavoroeSalute




.


.

Leggi tutto »

 



Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto

Con l’approvazione da parte del governo Draghi dell’art. 6 del Ddl Concorrenza, si sono sottratti al Popolo anche gli ultimi beni di proprietà collettiva demaniale per farli passare nelle mani di prenditori e speculatori della finanza a cui sono stati serviti su di un piatto d’argento, con la complicità di tutti, o quasi, i partiti presenti in Parlamento.

Con l’art. 6, divenuto l’articolo 8 della delibera di approvazione del Senato, il governo ha così spogliato l’Italia delle sue ultime fonti di produzione di “lavoro” e di “ricchezza nazionale”. Tali disposizioni, infatti, impongono la collocazione sul mercato interno europeo, inscindibilmente legato al mercato generale, di beni e gestione di servizi pubblici che fanno parte del demanio costituzionale, che ha come fine il perseguimento di interessi generali e pertanto non possono essere ceduti o gestiti da privati e S.p.A. private, cioè che devono perseguire gli interessi di privati.

Esemplificativo di questa operazione, che alcuni definiscono Agenda Draghi, è Il cosiddetto ‘Patto per Napoli’, le cui clausole sono imposte dallo Stato e che il Comune ha solo firmato per accettazione. Un atto, che senza alcuna discussione pubblica, vincolerà le generazioni future per i prossimi venti anni e che, nella sostanza, prevede un incremento delle tasse comunali, l’alienazione del patrimonio immobiliare e dei servizi pubblici locali, attraverso l’attuazione di un piano da presentare entro il primo settembre 2022 e che prevede l’ulteriore aumento della tassazione dei cittadini, già tra le più alte in Italia, e tiene aperta la porta alla svendita del patrimonio immobiliare e alle privatizzazioni dei servizi pubblici.

Di contro, a fronte dei tanti proclami fatti in campagna elettorale, arriveranno soltanto 1 miliardo e 231 milioni di euro spalmati nei prossimi 20 anni, cifra insufficiente se messa a confronto con gli enormi tagli fatti in questi anni al Comune e che comporteranno l’aumento anche di tasse come l’Irpef.
Si procede quindi con una ricetta liberista, che comporta il rischio, per non dire la certezza, che a pagare la privatizzazione dei servizi possano essere le fasce più deboli della popolazione, già gravate dall’aumento indiscriminato dei prezzi, delle bollette e dall’inflazione.

Misure come questa cedono alla speculazione dei privati ciò che resta del pubblico, come l’acqua, un tentativo questo mal celato di eliminare definitivamente l’anomalia meridionale della gestione pubblica dell’acqua a cominciare appunto da Napoli, che grazie all’azione incisiva dell’ex sindaco Luigi de Magistris ha dato forza all’Azienda speciale Abc (Acqua bene comune), facendo così di Napoli l’unica metropoli italiana a rispettare ed applicare il risultato del referendum popolare del 2011, funzionando anche come stimolo ed esempio per tanti piccoli Comuni che ancora oggi gestiscono “in house” le loro reti idriche nell’interesse dei loro cittadini.
Non a caso la mappa del tipo di gestione di questo preziosissimo bene comune si riflette in una ben precisa distribuzione territoriale. Infatti, per ora, la cessione delle fonti pubbliche alle multiutility nazionali e internazionali non è riuscita a attecchire con forza oltre il Sud Pontino.

Non bisogna poi dimenticare a supporto di questa spinta verso le privatizzazioni il Pnrr, che è in gran parte un prestito che bisognerà restituire alla Ue nei prossimi decenni e che vincola il nostro Paese ad ambiti di investimento decisi all’estero e soprattutto alle solite “riforme” (privatizzazioni) imposte da Bruxelles. E così il governo Draghi prosegue lo smantellamento dei beni comuni e, tramite il Pnrr, mira a collocare sul mercato, a favore delle multinazionali l’acqua pubblica e i servizi pubblici essenziali.
Inoltre nessuno delle decine di obiettivi del Pnrr prevede la riduzione degli squilibri territoriali, malgrado le raccomandazioni europee.

Procede così il lavoro di Draghi per chiudere le “zombie firms” (piccole e medie imprese), come programmato dal documento ‘Reviging and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid’, a doppia firma di Mario Draghi e di Raghuram Rajan, pubblicato a dicembre 2020 dal Gruppo dei 30. Cioè la codifica della macelleria sociali di stampo greco. Un documento che si trova in rete e che tutti possono (e potevano) leggere, anche i partiti che hanno sostenuto Draghi in Parlamento. Se c’è una cosa che non si può imputare a Draghi è la mancanza di chiarezza, tutto è spiegato nero su bianco e pubblicamente.

I Paesi “frugali” del Nord Europa, i veri padroni della Ue, sono così pronti a spolpare l’Italia, prima della sua balcanizzazione grazie all’Autonomia differenziata.

Dopo le privatizzazioni delle aziende di Stato iniziate a fine anni ‘90, ora le famiglie italiane rappresentano con il loro risparmio, investito soprattutto nella casa, la principale ricchezza d’Italia. Questa distruzione di ricchezza a favore della finanza internazionale è forse la vera missione di Draghi, che sta, come da programma, demolendo le piccole attività, le zombie firms appunto, anche queste a conduzione famigliare.

In questa direzione predatoria non a caso va anche quanto scritto nel Pnrr, volto a velocizzare le procedure di pignoramento immobiliare a danno di famiglie alle prese con nuove e vecchie povertà, acuite nell’ultimo anno dal Covid. Famiglie o singoli a cui casomai è venuto a mancare del tutto il lavoro o che presto verrà a mancare, visto che non c’è più nessun blocco dei licenziamenti. Famiglie che già oggi fanno fatica a pagare le bollette o non riescono a pagare il mutuo e nemmeno a curarsi viste le privatizzazioni sempre più pervasive anche in campo sanitario.

Ciliegina sulla torta gli aumenti di luce, gas, benzina, generi alimentari ecc. che i politicanti addebitano alla guerra in Ucraina, ma che vedono in realtà il loro inizio più di un anno fa, generando abnormi extraprofitti utili solo ad ingrassare ulteriormente le grandi imprese energetiche italiane e straniere a danno di cittadini e aziende, stanno accelerando questo travaso di ricchezza.
Eppure nessuno interviene, tantomeno il governo, mentre questa “nuova tassa” colpisce indistintamente e senza nessun criterio di progressività tutti i cittadini. Aumenti che trovano la loro radice nelle scellerate scelte europee degli ultimi anni, a partire dalla liberalizzazione del settore energetico, al passaggio dai contratti a lungo termine al mercato spot e solo più recentemente alle sanzioni verso la Russia, tutte misure acriticamente recepite dai nostri politicanti in nome del “ce lo chiede l’Europa.

Doveroso ricordare che questo governo, di cui fanno parte sia che il centrosinistra che il centrodestra, si guarda bene da interviene sugli extraprofitti generati da questa “colossale truffa”, come dichiarato dal Ministro Cingolani. Extraprofitti che se fossimo in un Paese normale sarebbero da tassare al 90%, con finalità redistributive verso gli utenti, a partire da quelli meno abbienti.

Così il governo, mentre i diritti delle famiglie e i sudati risparmi vanno lentamente in fumo, avanza con le sole parole d’ordine della competitività e delle privatizzazioni, sempre a favore di potentati e multinazionali.
Infine la domanda che dobbiamo farci è: dove si trovano le maggiori sacche di povertà in Italia? Ovviamente al Sud!
Campania e Sicilia sono infatti secondo i dati Eurostat le Regioni più povere non solo d’Italia, ma addirittura d’Europa. Ecco che tutto torna in attesa della prossima fine dell’unità nazionale, spolpare il Sud mandandogli meno fondi possibile e impoverirlo prima dei saluti finali.
Eppure non solo i media a supporto osannano Draghi come salvatore della patria, ma anche i partiti e parlamentari a supporto dopo averlo eletto Presidente del Consiglio continuano anche in campagna elettorale a dichiarare di volerne seguire “l’agenda”.

In questo quadro, come in un gioco di scatole cinesi, si innesta non a caso il programma economico della destra volto tramite la Flat Tax a sottrarre ulteriori risorse alle classi più deboli a livello nazionale, a partire dai cittadini del Mezzogiorno, a favore delle classi più ricche che si trovano principalmente al Nord del Paese.
Infatti l’aliquota proposta dalla Lega del 23% già si applica a a 18,3 milioni di contribuenti italiani con reddito fino a 15.000€. Ovviamente questi non avranno alcun beneficio da una riforma fiscale così come promessa dalla Lega.

I circa 6 milioni di contribuenti con reddito fra 29 e 50mila € avrebbero un beneficio medio di circa 2.500€, mentre i circa 2 milioni di contribuenti con reddito oltre i 50mila €, i più ricchi, otterrebbero un risparmio di ben 13mila €. Quindi solo il 20% dei contribuenti e dell’elettorato, i più ricchi, avrebbero un grande vantaggio da questa riforma.

Come detto questo segmento si trova in larghissima parte ad avere residenza al Nord. Dunque la Flat Tax redistribuisce le risorse a favore dei più ricchi, del Nord, a danno dei più poveri, concentrati al Sud. Infatti è stato calcolato che questa riforma trasferirebbe dal Sud (poveri) al Nord (ricchi) 50 Miliardi di €.

Ovviamente in questa guerra alle classi popolari la simulazione è possibile farla anche all’interno dei territori del Nord, non trattandosi esclusivamente di una lotta imposta dal razzismo di Stato contro il Sud, ma anche di una lotta di classe a livello nazionale da parte delle classi “digerenti” della destra liberale.
Secondo l’Istat, infatti il reddito medio in Italia è pari a 21.570 euro all’anno e la città di Milano ha un reddito medio pro capite di quasi 34mila euro all’anno. Ma, secondo la CGIL e basandosi sui numeri dell’Agenzia delle Entrate, il 27,7% del reddito prodotto è nelle mani del solo 2,4% della popolazione. Alla voce “deboli”, secondo la CIGL, ci sono i lavoratori part time, sia a tempo determinato che indeterminato: operai e impiegati che, avendo chiesto il tempo pieno ma senza risultato, portano a casa poco più di 12 mila euro all’anno. A questi si aggiungono tutti i lavoratori a chiamata: il loro reddito medio annuo si attesta sotto gli 8 mila euro.
A queste fasce si aggiunge quella fetta pari a circa il 40-50% dei 23mila nuclei familiari che percepiscono il Reddito di Cittadinanza a Milano. Secondo il Comune questa parte di percettori sono lavoratori che percepiscono in media 500 euro al mese, quindi 6 mila euro all’anno.

In questa guerra ai poveri non è quindi un caso che Meloni, Renzi, Calenda, Salvini, vogliano abolire il Reddito di Cittadinanza, così come richiedono da tempo quei prenditori, del Nord come del Sud, che han più difficoltà a trovare salariati da sfruttare. Il Reddito di Cittadinanza, per la prima volta in Italia, ha determinato un diritto dei poveri al welfare, senza chiedere un favore ai potenti di turno. Forse è questa anomalia che alcuni politici vogliono cancellare.
L’agenda Draghi (cioè l’agenda Ue) serve esattamente a questo scopo: dividere i tantissimi sommersi dai pochissimi salvati.

E’ l’agenda del partito consociativo della guerra, delle privatizzazioni, della precarizzazione del lavoro e dell’Autonomia differenziata.
Lo schema seguito, visto che l’Italia è un grande boccone, è stato dapprima quello di trasferire e concentrare la ricchezza al Nord (Teoria della Locomotiva), per poi apprestarsi, ora, al passaggio di questa ricchezza dal Nord Italia a chi gestisce la grande finanza internazionale, soprattutto del Nord Europa, e ai quei pochissimi oligarchi italiani che reggono da sempre il gioco ai potentati internazionali. Il tutto ovviamente in barba alla Costituzione. Una vicenda questa che pochi anni fa, su scala più piccola, si è già vista in Grecia, anche lì, guarda caso, gestita in prima persona da Draghi quando era Presidente BCE.

L’Italia è così un Paese sempre più disuguale e povero e sarebbe ora che le classi popolari riuscissero a far blocco esprimendo una propria rappresentanza politica nazionale, per impedire e contrastare, entrando in Parlamento, l’attacco portato dalla destra liberale che ha nell’ultimo trentennio quasi sempre fatto sponda con il cosiddetto centrosinistra del “voto utile”. Un voto che è poi sempre stato utilizzato contro gli interessi delle classi popolari, dimostrandosi così un voto del tutto inutile. Le elezioni però arrivano in leggero anticipo rispetto alla grande crisi economica prevista dagli osservatori per l’autunno. E’forse questo il vero motivo della repentina, inattesa, caduta del Governo Draghi e la decisione di chiudere la Legislatura e di stabilire le Elezioni il 25 settembre 2022, per poter così definire anticipatamente un Parlamento ancora più appiattito sull’asse NATO-UE-USA-DRAGHI e per evitare, con l’acuirsi della crisi economica, una risposta popolare nelle urne contraria allo status quo.

La sinistra non deve avere paura di ricordare che meno tasse, e soprattutto meno tasse per i ricchi (la flat tax appunto), significano una scuola peggiore, un sistema sanitario peggiore, trasporti peggiori, maggiori diseguaglianze territoriali. Bisogna poi interrogarsi se chi dichiara da “sinistra” di voler continuare a seguire l’Agenda Draghi possa ancora continuare a definirsi di “sinistra” o se, come appare da tempo evidente, è semplicemente il più pericoloso e insidioso nemico delle classi popolari.

Basta rileggere il Gramsci dei Quaderni dal carcere per chiarirsi subito le idee: «La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo, movimento di cui una forza audacemente efficiente guida lo svolgimento, mentre le forze antagonistiche (o meglio i capi di esse) sono decise a capitolare progressivamente, a piccole tappe e non di un solo colpo (ciò che avrebbe ben altro significato, per l’effetto psicologico condensato, e potrebbe far nascere una forza concorrente attiva a quella che passivamente si adatta alla «fatalità», o rafforzarla se già esiste)».

Anche per porre fine a questo infingimento da parte di quella “sinistra” che da un trentennio ci ammorba con il racconto della Lega “costola della sinistra” e che non a caso vede il Pd pronto a far da sponda alla richiesta di autonomia differenziata presentate dalle regioni leghiste, che si è formata e opera Unione Popolare: sosteniamola!

Natale Cuccurese

Presidente del Partito del Sud
Candidato al Parlamento per Unione Popolare

Fonte: LavoroeSalute




.


.

domenica 1 maggio 2022

Natale Cuccurese: “Pnrr, UE complice degli scippi di Stato al Sud”



La ristrutturazione capitalista che, all’insegna della “distruzione creativa”, sta drammaticamente attraversando gli assetti politico-economico-finanziari a livello globale in Italia si declina in termini etno-liberisti: concentrazione delle risorse pubbliche sia ordinarie che straordinarie nell’area “virtuosa” del Paese, la presunta, ma, in realtà, sgangherata “locomotiva” Nord, a tutto discapito della “carrozza” Sud, considerata, storicamente, come la “palla al piede” del Paese, come la “parte cattiva dell’Italia”.

Il tutto condito, da un “sano”, si fa per dire, razzismo di Stato di ascendenza lombrosiana condiviso da tutte le forze politiche sedicenti nazionali – Lega Nord, Partito democratico, Forza Italia e Movimento 5 Stelle – riunitesi sotto la guida di Draghi nell’attuale “comitato d’affari” egemonizzato dalla solita borghesia predona nord-centrica, che ha nell’Università Bocconi di Milano uno dei suoi principali “megafoni” ideologici e nell’Unione Europea il suo principale garante “interessato”.    

Sul tema è intervenuto il Presidente del Partito del Sud, Natale Cuccurese, che, attraverso i suoi canali social, ha denunciato: “Alla Commissione Europea con tutta evidenza non interessa il Mezzogiorno. Già si era visto con il Pnrr, dove, a parte le dichiarazioni di facciata, la Commissione Ue non aveva battuto ciglio sul piano inviato in Europa la scorsa estate da Draghi dove la quota riservata al Sud era il 16% anziché il 65%, richiesto a chiacchiere dalla Ue, poi ridimensionato al 40% dal governo che, pescato con le mani nella marmellata, è dovuto correre ai ripari, ma sempre solo a chiacchiere”.

Così – ha proseguito – arriviamo oggi a ben nove città italiane scelte dalla Ue, ma nessuna del Mezzogiorno. Bergamo, Bologna, Firenze, Milano, Padova, Parma, Prato, Roma e Torino sono tra le 100 città europee che parteciperanno alla missione Ue per 100 città intelligenti e a impatto climatico zero entro il 2030”.

Tra le 100 città prescelte – ha precisato Cuccurese – ce ne sono anche 12 al di fuori dell’Unione Europea ma associate al programma Horizon Europe: Sono Elbasan in Albania, Sarajevo in Bosnia Erzegovina, Reykjavík in Islanda, Eilat in Israele, Podgorica in Montenegro, Oslo, Stavenger e Trondheim in Norvegia, Istanbul e Izmir in Turchia, Bristol e Glasgow nel Regno Unito. Città scelte ovunque, ma nessuna del Sud Italia”. Anche per la Ue – ha concluso – viene prima il Nord, d’altra parte anche il progetto dell’autonomia differenziata nasce dall’Europa”.

Fonte: VesuvianoNews-articolo di Salvatore Lucchese



.

Leggi tutto »



La ristrutturazione capitalista che, all’insegna della “distruzione creativa”, sta drammaticamente attraversando gli assetti politico-economico-finanziari a livello globale in Italia si declina in termini etno-liberisti: concentrazione delle risorse pubbliche sia ordinarie che straordinarie nell’area “virtuosa” del Paese, la presunta, ma, in realtà, sgangherata “locomotiva” Nord, a tutto discapito della “carrozza” Sud, considerata, storicamente, come la “palla al piede” del Paese, come la “parte cattiva dell’Italia”.

Il tutto condito, da un “sano”, si fa per dire, razzismo di Stato di ascendenza lombrosiana condiviso da tutte le forze politiche sedicenti nazionali – Lega Nord, Partito democratico, Forza Italia e Movimento 5 Stelle – riunitesi sotto la guida di Draghi nell’attuale “comitato d’affari” egemonizzato dalla solita borghesia predona nord-centrica, che ha nell’Università Bocconi di Milano uno dei suoi principali “megafoni” ideologici e nell’Unione Europea il suo principale garante “interessato”.    

Sul tema è intervenuto il Presidente del Partito del Sud, Natale Cuccurese, che, attraverso i suoi canali social, ha denunciato: “Alla Commissione Europea con tutta evidenza non interessa il Mezzogiorno. Già si era visto con il Pnrr, dove, a parte le dichiarazioni di facciata, la Commissione Ue non aveva battuto ciglio sul piano inviato in Europa la scorsa estate da Draghi dove la quota riservata al Sud era il 16% anziché il 65%, richiesto a chiacchiere dalla Ue, poi ridimensionato al 40% dal governo che, pescato con le mani nella marmellata, è dovuto correre ai ripari, ma sempre solo a chiacchiere”.

Così – ha proseguito – arriviamo oggi a ben nove città italiane scelte dalla Ue, ma nessuna del Mezzogiorno. Bergamo, Bologna, Firenze, Milano, Padova, Parma, Prato, Roma e Torino sono tra le 100 città europee che parteciperanno alla missione Ue per 100 città intelligenti e a impatto climatico zero entro il 2030”.

Tra le 100 città prescelte – ha precisato Cuccurese – ce ne sono anche 12 al di fuori dell’Unione Europea ma associate al programma Horizon Europe: Sono Elbasan in Albania, Sarajevo in Bosnia Erzegovina, Reykjavík in Islanda, Eilat in Israele, Podgorica in Montenegro, Oslo, Stavenger e Trondheim in Norvegia, Istanbul e Izmir in Turchia, Bristol e Glasgow nel Regno Unito. Città scelte ovunque, ma nessuna del Sud Italia”. Anche per la Ue – ha concluso – viene prima il Nord, d’altra parte anche il progetto dell’autonomia differenziata nasce dall’Europa”.

Fonte: VesuvianoNews-articolo di Salvatore Lucchese



.

martedì 12 aprile 2022

A NAPOLI LA GIUNTA PRIVATIZZA TUTTO.

 Di Antonio Luongo

Cosa direste se non poteste più accedere liberamente al Castel dell'Ovo, al Maschio Angioino o al cimitero delle Fontanelle? L'indirizzo della nuova giunta è ormai chiaro: privatizzare tutto.

Dove sia il progresso o il vantaggio per la collettività in questa prospettiva vecchia di 40 anni che ha già mostrato tutti i suoi limiti e cioè crescita dei prezzi e servizi mai davvero ottimizzati, poi qualcuno lo spiegherá.

Noi faremo di tutto per impedirlo. Per questo ieri in rappresentanza del Partito del Sud , ho partecipato al presidio pubblico indetto dall'associazione Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali all'ingresso del Castel dell'Ovo, sul lungomare, per cercare di dire no a questo nuovo indirizzo di Manfredi.

Insieme con noi Partito della Rifondazione Comunista e Italia Nostra ...ma la sinistra comunale dov'era? La salvaguardia del bene pubblico non é argomento dei "solidali" di Palazzo San Giacomo? Un consiglio comunale impalpabile attende passivo senza discutere o proporre una qualsivoglia visione di città, narcotizzato forse dall'attesa delle prebende del Pnrr.

Le poche scelte fatte privano i cittadini dei loro luoghi, in virtù del guadagno per pochi privilegiati.

Intanto Napoli precipita indietro nel tempo e senza prospettive, nonostante la benevolenza governativa. Dobbiamo reagire subito.

Proviamo a lanciare un segnale e votiamo questa petizione:

Leggi tutto »

 Di Antonio Luongo

Cosa direste se non poteste più accedere liberamente al Castel dell'Ovo, al Maschio Angioino o al cimitero delle Fontanelle? L'indirizzo della nuova giunta è ormai chiaro: privatizzare tutto.

Dove sia il progresso o il vantaggio per la collettività in questa prospettiva vecchia di 40 anni che ha già mostrato tutti i suoi limiti e cioè crescita dei prezzi e servizi mai davvero ottimizzati, poi qualcuno lo spiegherá.

Noi faremo di tutto per impedirlo. Per questo ieri in rappresentanza del Partito del Sud , ho partecipato al presidio pubblico indetto dall'associazione Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali all'ingresso del Castel dell'Ovo, sul lungomare, per cercare di dire no a questo nuovo indirizzo di Manfredi.

Insieme con noi Partito della Rifondazione Comunista e Italia Nostra ...ma la sinistra comunale dov'era? La salvaguardia del bene pubblico non é argomento dei "solidali" di Palazzo San Giacomo? Un consiglio comunale impalpabile attende passivo senza discutere o proporre una qualsivoglia visione di città, narcotizzato forse dall'attesa delle prebende del Pnrr.

Le poche scelte fatte privano i cittadini dei loro luoghi, in virtù del guadagno per pochi privilegiati.

Intanto Napoli precipita indietro nel tempo e senza prospettive, nonostante la benevolenza governativa. Dobbiamo reagire subito.

Proviamo a lanciare un segnale e votiamo questa petizione:

 
[Privacy]
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India