domenica 19 febbraio 2012

Gaeta,17 febbraio, Raimondi ricorda a Fini l'assedio di Gaeta. Svelare il passato per costruire il futuro.



http://www.youtube.com/watch?v=QFSi2AUecPE&feature=youtu.be

Davanti a una folla strabocchevole, al Presidente della Camera dei Deputati On. Gianfranco Fini e al Presidente della Provincia Dott. Armando Cusani il Sindaco di Gaeta, Dott. Antonio Raimondi,ha elevato all'Italia tutta una lectio magistralis...ascoltiamolo.

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http://www.youtube.com/watch?v=QFSi2AUecPE&feature=youtu.be

Davanti a una folla strabocchevole, al Presidente della Camera dei Deputati On. Gianfranco Fini e al Presidente della Provincia Dott. Armando Cusani il Sindaco di Gaeta, Dott. Antonio Raimondi,ha elevato all'Italia tutta una lectio magistralis...ascoltiamolo.

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venerdì 3 febbraio 2012

giovedì 2 febbraio 2012

Gaeta: il Sindaco Raimondi sulla Bonifica Agip

Il Sindaco di Gaeta ci parla della bonifica della raffineria.

L'inizio dei lavori ci saranno a metà marzo.

Dopo 23 anni,finalmente un piano per il recupero di 25 ettari di terreno per nuovi insediamenti.


Guarda il video

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Il Sindaco di Gaeta ci parla della bonifica della raffineria.

L'inizio dei lavori ci saranno a metà marzo.

Dopo 23 anni,finalmente un piano per il recupero di 25 ettari di terreno per nuovi insediamenti.


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domenica 15 gennaio 2012

I treni del Sud,sempre in avaria. Locomotrici scassate. Mo basta!!!


http://www.youtube.com/watch?v=LWNBDORP0lE

Non è possibile che nel 2012 le ferrovie dello stato possano far camminare treni con locomotrici le cue porte sono agganciate da fil di ferro, ne va la sicurezza degli addetti ai lavori. Questo treno si è fermato nella stazione di Monte San Biagio in pr di Latina. Speriamo che qualcuno si attivi per la sostituzione di queste locomotrici. Speriamo che si atti8vino anche gli ispettori per la sicurezza del personale e dei passeggeri. Carrozze vecchie, sporche, con bagni da vomito. Tutto questo mentre al Nord inaugurano Frecce rosse con bar di prima classe.


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http://www.youtube.com/watch?v=LWNBDORP0lE

Non è possibile che nel 2012 le ferrovie dello stato possano far camminare treni con locomotrici le cue porte sono agganciate da fil di ferro, ne va la sicurezza degli addetti ai lavori. Questo treno si è fermato nella stazione di Monte San Biagio in pr di Latina. Speriamo che qualcuno si attivi per la sostituzione di queste locomotrici. Speriamo che si atti8vino anche gli ispettori per la sicurezza del personale e dei passeggeri. Carrozze vecchie, sporche, con bagni da vomito. Tutto questo mentre al Nord inaugurano Frecce rosse con bar di prima classe.


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mercoledì 11 gennaio 2012

Ladispoli, un convegno di "controstoria" sull'Unità d'Italia

Il 14 gennaio alle 16, presso l'aula consiliare del comune si terrà un convegno dal titolo "L'altra faccia del risorgimento – Gli sconfitti raccontano la storia". All'iniziativa interverranno il sindaco Crescenzo Paliotta, lo scrittore e giornalista Pino Aprile, gli scrittori Antonio Ciano e Renato Rinaldi e lo storico Edmondo Montali.

A coordinare e moderare l'incontro sarà Caterina Luisa De Caro, docente di Storia. Scopo degli organizzatori del convegno è quello di fare luce sui crimini di guerra compiuti dai Savoia nelle aree del sud della penisola.


Fonte: TRC Giornale


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Il Risorgimento raccontato dagli sconfitti


risorgimentoLADISPOLI – Sabato 14 gennaio, alle ore 16 presso l’Aula Consigliare della Città di Ladispoli, si svolgerà il convegno “Gli sconfitti raccontano la Storia – L’altra faccia del Risorgimento” voluto dal Sindaco Crescenzo Paliotta, curato ed organizzato della professoressa Caterina Luisa De Caro. Interverranno noti relatori quali Pino Aprile, Renato Rinaldi, Antonio Ciano ed Edmondo Montali ad esporre i fatti realmente accaduti durante il Risorgimento che la Storia ufficiale ha tuttavia cancellato, “fornendo alle masse – spiega la Prof.ssa De Caro illustrando i contenuti del convegno – una visione idilliaca e pubblicitaria del Nord sceso a liberare il Sud povero e tiranneggiato da un monarca straniero”. Il primo relatore, Pino Aprile è un noto giornalista televisivo, ha lavorato al Tg 1, a Tv 7 ed è stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente. Il suo libro “Terroni” è il libro più venduto di saggistica degli ultimi anni. “In esso – prosegue la Prof.ssa De Caro -non solo ha smantellato i luoghi comuni riguardo il Centro e il Sud Italia perpetuato da anni dai secessionisti del nord ma ha dato voce a moltissimi fatti ed eroi cancellati volutamente dalla storiografia dei vincitori per infangare la memoria dei vinti”.
Altro relatore di notevole fama è Antonio Ciano il cui libro “I Savoia e il massacro del Sud”, edito ormai in più di 150.000 copie, ha avuto il merito di introdurre allo studio della questione meridionale numerosi scrittori tra cui il più famoso Giordano Bruno Guerri da cui ha tratto spunto per il suo “Sangue del Sud”.
“E’ un onore per la nostra città ospitare conferenzieri di così chiara fama – sottolinea la De Caro -considerato il fatto che questi autori sono invitati a relazionare in tutto il mondo. Lo stesso pensiero vale anche per lo storico dell’università di Teramo e della Fondazione ‘Di Vittorio’ professor Edmondo Montali e per il professor Renato Rinaldi, storico e scrittore dei fatti avvenuti a Pontelandolfo nel 1861. Va detto a loro merito che i conferenzieri prestano a titolo gratuito la loro opera al solo fine di diffondere la conoscenza e la verità su tanti fatti sconosciuti ai più”.
“Questo convegno – conclude – nasce necessità di far sapere al maggior numero di persone la storia dell’Unità d’Italia, della sua economia, di quanto finora taciuto dalla storiografia ufficiale sugli eccidi compiuti, durante la cosi detta lotta al brigantaggio, sugli squilibri tra nord e sud su cui si basava la nascente economia del nuovo Regno d’Italia. Tutto al fine di ristabilire una pacificazione tra le varie parti che hanno portato alla nascita di questa giovane nazione che ancor oggi fatica nel trovare i suoi equilibri nel formare un’unità di popolo”.


Fonte: http://www.centumcellae.it/cultura/il-risorgimento-raccontato-dagli-sconfitti/

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Il 14 gennaio alle 16, presso l'aula consiliare del comune si terrà un convegno dal titolo "L'altra faccia del risorgimento – Gli sconfitti raccontano la storia". All'iniziativa interverranno il sindaco Crescenzo Paliotta, lo scrittore e giornalista Pino Aprile, gli scrittori Antonio Ciano e Renato Rinaldi e lo storico Edmondo Montali.

A coordinare e moderare l'incontro sarà Caterina Luisa De Caro, docente di Storia. Scopo degli organizzatori del convegno è quello di fare luce sui crimini di guerra compiuti dai Savoia nelle aree del sud della penisola.


Fonte: TRC Giornale


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Il Risorgimento raccontato dagli sconfitti


risorgimentoLADISPOLI – Sabato 14 gennaio, alle ore 16 presso l’Aula Consigliare della Città di Ladispoli, si svolgerà il convegno “Gli sconfitti raccontano la Storia – L’altra faccia del Risorgimento” voluto dal Sindaco Crescenzo Paliotta, curato ed organizzato della professoressa Caterina Luisa De Caro. Interverranno noti relatori quali Pino Aprile, Renato Rinaldi, Antonio Ciano ed Edmondo Montali ad esporre i fatti realmente accaduti durante il Risorgimento che la Storia ufficiale ha tuttavia cancellato, “fornendo alle masse – spiega la Prof.ssa De Caro illustrando i contenuti del convegno – una visione idilliaca e pubblicitaria del Nord sceso a liberare il Sud povero e tiranneggiato da un monarca straniero”. Il primo relatore, Pino Aprile è un noto giornalista televisivo, ha lavorato al Tg 1, a Tv 7 ed è stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente. Il suo libro “Terroni” è il libro più venduto di saggistica degli ultimi anni. “In esso – prosegue la Prof.ssa De Caro -non solo ha smantellato i luoghi comuni riguardo il Centro e il Sud Italia perpetuato da anni dai secessionisti del nord ma ha dato voce a moltissimi fatti ed eroi cancellati volutamente dalla storiografia dei vincitori per infangare la memoria dei vinti”.
Altro relatore di notevole fama è Antonio Ciano il cui libro “I Savoia e il massacro del Sud”, edito ormai in più di 150.000 copie, ha avuto il merito di introdurre allo studio della questione meridionale numerosi scrittori tra cui il più famoso Giordano Bruno Guerri da cui ha tratto spunto per il suo “Sangue del Sud”.
“E’ un onore per la nostra città ospitare conferenzieri di così chiara fama – sottolinea la De Caro -considerato il fatto che questi autori sono invitati a relazionare in tutto il mondo. Lo stesso pensiero vale anche per lo storico dell’università di Teramo e della Fondazione ‘Di Vittorio’ professor Edmondo Montali e per il professor Renato Rinaldi, storico e scrittore dei fatti avvenuti a Pontelandolfo nel 1861. Va detto a loro merito che i conferenzieri prestano a titolo gratuito la loro opera al solo fine di diffondere la conoscenza e la verità su tanti fatti sconosciuti ai più”.
“Questo convegno – conclude – nasce necessità di far sapere al maggior numero di persone la storia dell’Unità d’Italia, della sua economia, di quanto finora taciuto dalla storiografia ufficiale sugli eccidi compiuti, durante la cosi detta lotta al brigantaggio, sugli squilibri tra nord e sud su cui si basava la nascente economia del nuovo Regno d’Italia. Tutto al fine di ristabilire una pacificazione tra le varie parti che hanno portato alla nascita di questa giovane nazione che ancor oggi fatica nel trovare i suoi equilibri nel formare un’unità di popolo”.


Fonte: http://www.centumcellae.it/cultura/il-risorgimento-raccontato-dagli-sconfitti/

L'arrivo di Antonio Verrecchia a Roma


http://www.youtube.com/watch?v=ndSG5D9BOyY


C'era Daniele Mastrogiacomo a Fiumicino, il giornalista di repubblica sequestrato in Afghanistan nel 2007.Daniele è un giornalista di Repubblica, eroe anche lui per il lungo sequestro subito. Alle ore 13,00 stava con noi a Fiumicino, eravamo in pochio ad aspettare i marittimi italiani a Roma. C'erano i familiari di Antonio Verrecchia, direttore di macchine di Gaeta, i familiari di Eugenio Bon, di Gianmaria Cesaro di Piana di Sorrento, di Crescenzo Guardascione e del comandante dela Savina Caylin Giuseppe Lubrano di Procida. Ad aspettarli c'era anche l'Ammiraglio della marina militare Parisi.Gaeta ha accolto il suo eroe antonio verrecchia con calore, una piazza gremita, il comandante la sesta flotta degli stati uniti,il comandante della marina militare di Gaeta Rocco Mesiano, il comandante della capitaneria di Porto Francesco Tomas, il comandante della compagnia dei carabieri Puppin e il comandate la stazione dei dei carabinieri Quarta. C'era l'arcivescono di Gaeta Don Fabio Bernardo D'Onorio e molti sacerdoti, tra i quali Don Giuseppe Sparagna e Don Stefano Castaldi.

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http://www.youtube.com/watch?v=ndSG5D9BOyY


C'era Daniele Mastrogiacomo a Fiumicino, il giornalista di repubblica sequestrato in Afghanistan nel 2007.Daniele è un giornalista di Repubblica, eroe anche lui per il lungo sequestro subito. Alle ore 13,00 stava con noi a Fiumicino, eravamo in pochio ad aspettare i marittimi italiani a Roma. C'erano i familiari di Antonio Verrecchia, direttore di macchine di Gaeta, i familiari di Eugenio Bon, di Gianmaria Cesaro di Piana di Sorrento, di Crescenzo Guardascione e del comandante dela Savina Caylin Giuseppe Lubrano di Procida. Ad aspettarli c'era anche l'Ammiraglio della marina militare Parisi.Gaeta ha accolto il suo eroe antonio verrecchia con calore, una piazza gremita, il comandante la sesta flotta degli stati uniti,il comandante della marina militare di Gaeta Rocco Mesiano, il comandante della capitaneria di Porto Francesco Tomas, il comandante della compagnia dei carabieri Puppin e il comandate la stazione dei dei carabinieri Quarta. C'era l'arcivescono di Gaeta Don Fabio Bernardo D'Onorio e molti sacerdoti, tra i quali Don Giuseppe Sparagna e Don Stefano Castaldi.

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lunedì 9 gennaio 2012

Il ritorno di Antonio Verrecchia. Parla il sindaco di Gaeta Raimondi.


http://www.youtube.com/watch?v=ibjpRKVyRGA&feature=youtu.be

Dopi 15 mesi di assenza da Gaeta ritorna a casa il direttore di macchine Antonio Verrecchia, sequestrato dai pirati somali l'8 di febbraio del 2011, ma già era imbarcato da quattro mesi. Gaeta lo aspetta. Gaeta ha sentito molto questo rapimento, essendo la città tirrenica una città di mare, che da secoli vive sul mare.


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http://www.youtube.com/watch?v=ibjpRKVyRGA&feature=youtu.be

Dopi 15 mesi di assenza da Gaeta ritorna a casa il direttore di macchine Antonio Verrecchia, sequestrato dai pirati somali l'8 di febbraio del 2011, ma già era imbarcato da quattro mesi. Gaeta lo aspetta. Gaeta ha sentito molto questo rapimento, essendo la città tirrenica una città di mare, che da secoli vive sul mare.


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venerdì 6 gennaio 2012

Caltavuturo. Ciano intervista Rosario Calanni Macchio


http://www.youtube.com/watch?v=GtCvYbgwmRY&feature=youtu.be

A Caltavuturo avviene la prima strage dei Fasci Siciliani. Il mandante è Francesco Crispi, eroe garibaldino, e traditore della sua Sicilia. Ha colpe tremende sulla coscienza, dallo sbarco dei 752 garibaldini a Marsala, a ai fatti di Bronte,alle ruberie garibaldine, alle stragi dei fasci siciliani, alle guerre coloniali. La storia lo sta giudicando.
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http://www.youtube.com/watch?v=GtCvYbgwmRY&feature=youtu.be

A Caltavuturo avviene la prima strage dei Fasci Siciliani. Il mandante è Francesco Crispi, eroe garibaldino, e traditore della sua Sicilia. Ha colpe tremende sulla coscienza, dallo sbarco dei 752 garibaldini a Marsala, a ai fatti di Bronte,alle ruberie garibaldine, alle stragi dei fasci siciliani, alle guerre coloniali. La storia lo sta giudicando.

mercoledì 28 dicembre 2011

Ciano e i dieci anni di Tmo. “Sì, ho fatto come Berlusconi”

ciano_tmo2011Incontro Antonio Ciano la mattina di Natale a Gaeta, sotto un sole gelido, e la prima cosa che gli chiedo è se è vera o no quella leggenda che lui avrebbe fatto nascere la sua televisione la notte del 24 dicembre del duemilauno, giusto dieci anni fa. E chi ti credevi di essere, Gesù Cristo? Lui ha già cominciato a scaricare i suoi pallettoni verbali, contro i Savoia, contro i suoi ex compagni comunisti di partito, contro il “massone di mezza tacca” Berlusconi e il “massone da una tacca e mezza” Monti, contro i consiglieri comunali di opposizione, contro i tedeschi e contro la Rai. Si ferma, mi guarda con quella sua solita faccia da pirata della filubusta, e risponde: “E che, secondo te ti raccontavo una cazzata?”.

La televisione è una malattia, pure in provincia, lui senza telecamera non ci sa stare, me l’accende sotto il naso anche se sono venuto io a intervistare lui, senza nemmeno chiedermi permesso, così a me tocca arrivare subito al punto. Anto’, qui c’è una cosa che pensiamo tutti: volevi combattere Berlusconi coi mezzi di Berlusconi, e alla fine sei diventato quasi come lui. “Ma che dici? La mia è stata legittima difesa”. Hai usato la televisione per la tua scalata sociale e politica, hai preso un semi-sconosciuto cugino italoamericano e lo hai fatto diventare sindaco, e hai avuto la tua poltrona da assessore. “Ma quale poltrona? Io sto sempre in giro, al Comune non tengo manco un ufficio. E comunque se è questo che vuoi dire lo ammetto, ho fatto come Berlusconi. Acca’ nisciuno è fesso, come dicono a Napoli. Ognuno usa i mezzi che ha per cambiare le cose. Io ho usato Tele Monte Orlando. Ho visto che Berlusconi con le televisioni ha conquistato una nazione, e mi sono detto: perché non possiamo farlo pure a Gaeta? L’abbiamo fatto, e ci siamo riusciti. E così abbiamo salvato a Gaeta, non lo dicevi pure tu che questa città stava andando a fondo?”.

Sì, lo dicevo e vi seguivo, perché voi con Tmo eravate riusciti a dare voce a una città intera, a ricreare un senso di comunità che pareva perso. Poi quella che era la tv di tutti i gaetani finì per diventare la tv di una parte sola. “Certo che siamo una tv di parte. Lo siamo sempre stati. I vecchi politici, quelli che non volevano che questa città cambiasse ci hanno attaccato violentemente ma noi abbiamo sempre ospitato tutti”. Avete vinto le elezioni comunali, ma non credi di avere tradito un patto che c’era coi telespettatori? “Io non ho fatto nessun patto con nessuno. Ma perché l’altra televisione che c’è a Gaeta non è di parte? Nemmeno si presentano alle manifestazioni ufficiali del Comune, cosa che noi abbiamo sempre fatto, anche quando era sindaco Magliozzi di Forza Italia”. Però se col sindaco Magliozzi c’era una buca, una magagna voi eravate lì in prima fila, a documentare, a battagliare. Ora sembra che tutto vada bene, marciapiedi nuovi dalla mattina alla sera, siete diventati il Tg4 dell’amministrazione Raimondi? “Chi dice questo è un cretino, io mando in onda anche quelli che ci criticano. E alle prossime elezioni andrò a riprendere anche i comizi degli avversari di destra e di sinistra, per far vedere le stronzate che dicono”. Avevi detto che lasciavi Tmo dopo che ti avevano fatto assessore al Demanio, invece stai sempre con una telecamera in mano. “Io ho abbandonato la carica nel direttivo di Tmo, mi sono dimesso, ma non voglio abbandonare la telecamera. Se c’è un muro scassato, un marciapiede scassato, io lo riprendo e poi cerco di farlo aggiustare. Se l’amministrazione fa qualcosa di buono tutti dovrebbero esserne contenti, e perché io non dovrei andarlo a filmare?”.

Due storie o per la precisione due servizi mi piace ricordare della telestreet Tmo, prima del suo sbarco sul digitale terrestre, con un pezzo di multiplex in affitto. Il primo, di qualche anno fa, riguardava un reportage ben fatto, sui (presunti) danni che le onde elettromagnetiche provocavano sulle zucchine e i cetrioli di un contadino della zona, reportage chissà perché, pur moltiplicandosi le antenne, mai più ripetuto. L’altro, più recente, riguarda la pulizia dei bastioni di Monte Orlando operata dai militari americani della Mount Whitney. In quelle immagini (un assessore riprendeva, un tecnico comunale faceva da interprete, altri due assistevano e tutti guardavano i soldati lavorare) c’è tutta la desolante condizione di retroguardia ideale e culturale in cui si vive da queste parti.

E pensare che all’inizio, dieci anni fa, bastò poco. Un trasmettitore, un’antenna, un mixer, un monitor, e il segnale partì. “Era un reato, diciannove mesi di carcere e sessanta milioni di lire di multa, tanto rischiavo per il solo fatto di possedere un trasmettitore. Ma Claudio e Livio, due tecnici molto in gamba, mi assecondarono. Il trasmettitore, nei primi mesi, lo tenevo a casa, sotto al letto matrimoniale, la notte faceva un rumore che non ti dico, mia moglie voleva chiedere il divorzio”. Tmo a Gaeta fu una delle realtà più vivaci nel breve fenomeno nazionale delle tv di strada o telestreet. “Una volta stavo a riprendere la processione di Porto Salvo e mi accorsi che la gente, per strada, guardava più me che la Madonna, lì ho capito che con questo mezzo in mano avevo svoltato”. Piano piano se ne sono andati molti, ora il lavoro, ora la voglia, qualche amicizia si è infranta e qualche dignitosa carriera di provincia si è avviata. “Quando le cose vanno bene allora scattano le invidie, i risentimenti. Siamo in pochi ora a Tmo ma facciamo quello che possiamo. Non abbiamo chi ci finanzia. Per esempio, Erasmo Lombardi è stato uno che ha dato tanto a Tmo, per noi è ancora un amico, un giorno ci ha detto: all’altra tv hanno buone attrezzature, mi hanno fatto un’offerta per fare le telecronache del Gaeta e ci vado. Che dovevamo fare? Lì lo pagano, immagino, e ha fatto bene”.

I due stanzoni della sede di Tmo, tra corso Italia e la spiaggia di Serapo, sono pieni di polvere, scatoloni vuoti, un materasso sfondato, vecchi manifesti, pile di vhs. Qui dentro batteva il cuore di una città. “Presto o tardi chiuderanno tutte le tv, mica solo noi – mi dice Ciano – il futuro è di internet, io in un anno ho pubblicato seicento video su YouTube”. Intanto si prepara per la prossima campagna elettorale, a dare battaglia. Poi salutandomi si incupisce, mi racconta della moglie malata, dei viaggi ogni giorno a Latina per la chemioterapia, “volevo dimettermi anche da assessore, poi Raimondi mi ha convinto a restare”. La sera a casa accendo Tmo dopo tanto tempo e lo ritrovo già gasatissimo, in giro con la macchina sul lungomare, la telecamerina sul cruscotto, e lui che urla “viva la nostra tv, viva la libertà”.

Fonte: Ludik.it


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ciano_tmo2011Incontro Antonio Ciano la mattina di Natale a Gaeta, sotto un sole gelido, e la prima cosa che gli chiedo è se è vera o no quella leggenda che lui avrebbe fatto nascere la sua televisione la notte del 24 dicembre del duemilauno, giusto dieci anni fa. E chi ti credevi di essere, Gesù Cristo? Lui ha già cominciato a scaricare i suoi pallettoni verbali, contro i Savoia, contro i suoi ex compagni comunisti di partito, contro il “massone di mezza tacca” Berlusconi e il “massone da una tacca e mezza” Monti, contro i consiglieri comunali di opposizione, contro i tedeschi e contro la Rai. Si ferma, mi guarda con quella sua solita faccia da pirata della filubusta, e risponde: “E che, secondo te ti raccontavo una cazzata?”.

La televisione è una malattia, pure in provincia, lui senza telecamera non ci sa stare, me l’accende sotto il naso anche se sono venuto io a intervistare lui, senza nemmeno chiedermi permesso, così a me tocca arrivare subito al punto. Anto’, qui c’è una cosa che pensiamo tutti: volevi combattere Berlusconi coi mezzi di Berlusconi, e alla fine sei diventato quasi come lui. “Ma che dici? La mia è stata legittima difesa”. Hai usato la televisione per la tua scalata sociale e politica, hai preso un semi-sconosciuto cugino italoamericano e lo hai fatto diventare sindaco, e hai avuto la tua poltrona da assessore. “Ma quale poltrona? Io sto sempre in giro, al Comune non tengo manco un ufficio. E comunque se è questo che vuoi dire lo ammetto, ho fatto come Berlusconi. Acca’ nisciuno è fesso, come dicono a Napoli. Ognuno usa i mezzi che ha per cambiare le cose. Io ho usato Tele Monte Orlando. Ho visto che Berlusconi con le televisioni ha conquistato una nazione, e mi sono detto: perché non possiamo farlo pure a Gaeta? L’abbiamo fatto, e ci siamo riusciti. E così abbiamo salvato a Gaeta, non lo dicevi pure tu che questa città stava andando a fondo?”.

Sì, lo dicevo e vi seguivo, perché voi con Tmo eravate riusciti a dare voce a una città intera, a ricreare un senso di comunità che pareva perso. Poi quella che era la tv di tutti i gaetani finì per diventare la tv di una parte sola. “Certo che siamo una tv di parte. Lo siamo sempre stati. I vecchi politici, quelli che non volevano che questa città cambiasse ci hanno attaccato violentemente ma noi abbiamo sempre ospitato tutti”. Avete vinto le elezioni comunali, ma non credi di avere tradito un patto che c’era coi telespettatori? “Io non ho fatto nessun patto con nessuno. Ma perché l’altra televisione che c’è a Gaeta non è di parte? Nemmeno si presentano alle manifestazioni ufficiali del Comune, cosa che noi abbiamo sempre fatto, anche quando era sindaco Magliozzi di Forza Italia”. Però se col sindaco Magliozzi c’era una buca, una magagna voi eravate lì in prima fila, a documentare, a battagliare. Ora sembra che tutto vada bene, marciapiedi nuovi dalla mattina alla sera, siete diventati il Tg4 dell’amministrazione Raimondi? “Chi dice questo è un cretino, io mando in onda anche quelli che ci criticano. E alle prossime elezioni andrò a riprendere anche i comizi degli avversari di destra e di sinistra, per far vedere le stronzate che dicono”. Avevi detto che lasciavi Tmo dopo che ti avevano fatto assessore al Demanio, invece stai sempre con una telecamera in mano. “Io ho abbandonato la carica nel direttivo di Tmo, mi sono dimesso, ma non voglio abbandonare la telecamera. Se c’è un muro scassato, un marciapiede scassato, io lo riprendo e poi cerco di farlo aggiustare. Se l’amministrazione fa qualcosa di buono tutti dovrebbero esserne contenti, e perché io non dovrei andarlo a filmare?”.

Due storie o per la precisione due servizi mi piace ricordare della telestreet Tmo, prima del suo sbarco sul digitale terrestre, con un pezzo di multiplex in affitto. Il primo, di qualche anno fa, riguardava un reportage ben fatto, sui (presunti) danni che le onde elettromagnetiche provocavano sulle zucchine e i cetrioli di un contadino della zona, reportage chissà perché, pur moltiplicandosi le antenne, mai più ripetuto. L’altro, più recente, riguarda la pulizia dei bastioni di Monte Orlando operata dai militari americani della Mount Whitney. In quelle immagini (un assessore riprendeva, un tecnico comunale faceva da interprete, altri due assistevano e tutti guardavano i soldati lavorare) c’è tutta la desolante condizione di retroguardia ideale e culturale in cui si vive da queste parti.

E pensare che all’inizio, dieci anni fa, bastò poco. Un trasmettitore, un’antenna, un mixer, un monitor, e il segnale partì. “Era un reato, diciannove mesi di carcere e sessanta milioni di lire di multa, tanto rischiavo per il solo fatto di possedere un trasmettitore. Ma Claudio e Livio, due tecnici molto in gamba, mi assecondarono. Il trasmettitore, nei primi mesi, lo tenevo a casa, sotto al letto matrimoniale, la notte faceva un rumore che non ti dico, mia moglie voleva chiedere il divorzio”. Tmo a Gaeta fu una delle realtà più vivaci nel breve fenomeno nazionale delle tv di strada o telestreet. “Una volta stavo a riprendere la processione di Porto Salvo e mi accorsi che la gente, per strada, guardava più me che la Madonna, lì ho capito che con questo mezzo in mano avevo svoltato”. Piano piano se ne sono andati molti, ora il lavoro, ora la voglia, qualche amicizia si è infranta e qualche dignitosa carriera di provincia si è avviata. “Quando le cose vanno bene allora scattano le invidie, i risentimenti. Siamo in pochi ora a Tmo ma facciamo quello che possiamo. Non abbiamo chi ci finanzia. Per esempio, Erasmo Lombardi è stato uno che ha dato tanto a Tmo, per noi è ancora un amico, un giorno ci ha detto: all’altra tv hanno buone attrezzature, mi hanno fatto un’offerta per fare le telecronache del Gaeta e ci vado. Che dovevamo fare? Lì lo pagano, immagino, e ha fatto bene”.

I due stanzoni della sede di Tmo, tra corso Italia e la spiaggia di Serapo, sono pieni di polvere, scatoloni vuoti, un materasso sfondato, vecchi manifesti, pile di vhs. Qui dentro batteva il cuore di una città. “Presto o tardi chiuderanno tutte le tv, mica solo noi – mi dice Ciano – il futuro è di internet, io in un anno ho pubblicato seicento video su YouTube”. Intanto si prepara per la prossima campagna elettorale, a dare battaglia. Poi salutandomi si incupisce, mi racconta della moglie malata, dei viaggi ogni giorno a Latina per la chemioterapia, “volevo dimettermi anche da assessore, poi Raimondi mi ha convinto a restare”. La sera a casa accendo Tmo dopo tanto tempo e lo ritrovo già gasatissimo, in giro con la macchina sul lungomare, la telecamerina sul cruscotto, e lui che urla “viva la nostra tv, viva la libertà”.

Fonte: Ludik.it


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domenica 25 dicembre 2011

Auguri dal Partito del Sud


http://www.youtube.com/watch?v=Y-rxMVRCOM4&feature=player_embedded#!

Nel 1861,dopo un assedio tremendo, cadde la fortezza di Gaeta e con essa morì il Regno delle Due Sicilie..La notte di Natale del 2001,risorgendo dalle macerie del Sud lasciate dalle multinazionali del Nord,dopo 140 anni di colonizzazzione agricola, commerciale,finanziaria, industriale e bancaria,per legittima difesa,nacque il Partito del Sud fondato da Antonio Ciano. La stessa notte fondò TMO Gaeta,una emittente televisiva di strada,la prima in Italia.tv brigante. Oggi si sta espandendo in tutta Italia e in tutto il mondo.

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http://www.youtube.com/watch?v=Y-rxMVRCOM4&feature=player_embedded#!

Nel 1861,dopo un assedio tremendo, cadde la fortezza di Gaeta e con essa morì il Regno delle Due Sicilie..La notte di Natale del 2001,risorgendo dalle macerie del Sud lasciate dalle multinazionali del Nord,dopo 140 anni di colonizzazzione agricola, commerciale,finanziaria, industriale e bancaria,per legittima difesa,nacque il Partito del Sud fondato da Antonio Ciano. La stessa notte fondò TMO Gaeta,una emittente televisiva di strada,la prima in Italia.tv brigante. Oggi si sta espandendo in tutta Italia e in tutto il mondo.

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martedì 20 dicembre 2011

Antonio Ciano a Soverato,ricevuto con manifesti e targa di riconoscimento.


http://www.youtube.com/watch?v=-Ej0PDnFSFw&feature=share


L'Istituto per Geometri "Malafarina" di Soverato in Calabria ha organizzato una giornata della memoria mandando in onda uno spettacolo sul brigantaggio il voluto dal prof. Vincenzo Fumìa,la cui sceneggiatura è stata curata dal prof. Silvio Todaro. Per l'occasione è stato invitato Antonio Ciano,autore del best seller "I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD " al quale è stata consegnata una targa per il suo impegno.

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http://www.youtube.com/watch?v=-Ej0PDnFSFw&feature=share


L'Istituto per Geometri "Malafarina" di Soverato in Calabria ha organizzato una giornata della memoria mandando in onda uno spettacolo sul brigantaggio il voluto dal prof. Vincenzo Fumìa,la cui sceneggiatura è stata curata dal prof. Silvio Todaro. Per l'occasione è stato invitato Antonio Ciano,autore del best seller "I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD " al quale è stata consegnata una targa per il suo impegno.

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domenica 18 dicembre 2011

DESTRA E SINISTRA SONO SOLO INDICAZIONI STRADALI (Partito del Sud)


http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=qZJVwLk4eP8#!

Per il Partito del Sud e per il suo fondatore Antonio Ciano, destra e sinistra sono solo indicazioni stradali. Dobbiamo cacciare dal sud questi partiti, hanno colonizzato la nostra economia e fanno gli interessi economici del nord. E' giunta l'ora di prendere coscienza e mandarli a governare le loro regioni di riferimento.



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http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=qZJVwLk4eP8#!

Per il Partito del Sud e per il suo fondatore Antonio Ciano, destra e sinistra sono solo indicazioni stradali. Dobbiamo cacciare dal sud questi partiti, hanno colonizzato la nostra economia e fanno gli interessi economici del nord. E' giunta l'ora di prendere coscienza e mandarli a governare le loro regioni di riferimento.



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giovedì 15 dicembre 2011

Il Prof.Vincerzo Fumìa TERRA DI BRIGANTI e ANTONIO CIANO


http://www.youtube.com/watch?v=HGdgigq7Pz8


IL 14 dicembre del 2011 l'Istituto Tecnico per Geometri "MALAFARINA" di Soverato ha presentato al SUPERCINEMA,150 anni di unità tradita mettendo in scena lo spettacolo TERRA DI BRIGANTI realizzato dal laboratorio teatrale dell'ITG e a seguire Antonio Ciano che ha presentato agli scolari il best seller " I Savoia e il massacro del Sud"
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http://www.youtube.com/watch?v=HGdgigq7Pz8


IL 14 dicembre del 2011 l'Istituto Tecnico per Geometri "MALAFARINA" di Soverato ha presentato al SUPERCINEMA,150 anni di unità tradita mettendo in scena lo spettacolo TERRA DI BRIGANTI realizzato dal laboratorio teatrale dell'ITG e a seguire Antonio Ciano che ha presentato agli scolari il best seller " I Savoia e il massacro del Sud"

lunedì 12 dicembre 2011

Tutti a Savoia di Lucania per cambiare il nome


http://www.youtube.com/watch?v=NL7_dVzTKwg&feature=youtu.be

A Savoia di Lucania è nato un comitati per cambiare il nome della città. E' stato inaugurato un sito sull'anarchico Giovanni Passannante www.giovannipassannante.it,visitatelo.



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http://www.youtube.com/watch?v=NL7_dVzTKwg&feature=youtu.be

A Savoia di Lucania è nato un comitati per cambiare il nome della città. E' stato inaugurato un sito sull'anarchico Giovanni Passannante www.giovannipassannante.it,visitatelo.



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sabato 10 dicembre 2011

Gaeta, Lyna Lombardi presenta Lyna Art Village


http://www.youtube.com/watch?v=qKsWydnCUxE&feature=related

Lyna Lombardi, grande e geniale organizzatrice di eventi culturali, presenta a Gaeta, alla presenza del Vice Sindaco Di Ciaccio le Nata..Lyn, SArt village, nelle sale del prestigioso Museo Diocesano. Grande la presenza di artisti e di pubblico.

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http://www.youtube.com/watch?v=qKsWydnCUxE&feature=related

Lyna Lombardi, grande e geniale organizzatrice di eventi culturali, presenta a Gaeta, alla presenza del Vice Sindaco Di Ciaccio le Nata..Lyn, SArt village, nelle sale del prestigioso Museo Diocesano. Grande la presenza di artisti e di pubblico.

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Società finanziarie e industria nel Regno delle Due Sicilie ( Pietrarsa e Mongiana)

CAPITOLO III

Società finanziarie

Nel 1818 nacque la Società Napolitana di Assicurazione per i rischi marittimi il cui capitale arrivò a 110.000 ducati, diviso tra 1100 azionisti.. Nel 1823 cominciò la concorrenza: nacque la Compagnia del Commercio di Napoli con capitale di 100.000 ducati; nel 1825 fu fondata a Meta di Sorrento la Compagnia di Associazione e Cambi Marittimi del Piano di Sorrento con capitale sociale di 30.600 ducati, poi portato a 40.000. Nel 1826 nacque la Compagnia Partenopea con 40.000 ducati di capitale. Sempre a Meta nacque la Prima Compagnia Metese di Assicurazioni Marittime con capitale iniziale di 18.000 ducati successivamente elevato a 30.000 diviso fra 63 azionisti. Nel 1829, a Napoli, fu fondata la Compagnia per i Rischi Marittimi con capitale di 50.000 ducati e la Società Tontina per i Rischi Marittimi con capitale di 75.000 ducati. Nel 1831 sempre a Meta di Sorrento nacque la Seconda Compagnia Metese di Assicurazione e Rischi marittimi con capitale di 47.000. Dal 1818 al 1831 furono 552.000 i ducati investiti in compagnie di assicurazioni e cambi marittimi. Oggi non esistono più società di assicurazioni meridionali. Tutte del nord, divise tra Genova, Trieste, Milano, Torino e Bologna. Parlare di tutte le società nate tra il 1815 e il 1860 sarebbe cosa ardua, ma possiamo affermare con certezza che il Regno delle Due Sicilie stava strabiliando il mondo mentre in Piemonte e in Lombardia si moriva di pellagra e di inedia. Nel 1826 fu fondata la Cassa di Conservazione delle Rendite dei Beni Fondi del Regno delle Due Sicilie e la Compagnia di Assicurazione contro gli Incendi. Nel 1827 nacquero la Cassa Rurale, la Cassa di Risparmio di Napoli e la Banca Fruttuaria che aveva un capitale di 600.000 ducati diviso in 10.000 azioni e fu la prima banca specializzata negli investimenti industriali, la Compagnia Tipografica con capitale di 50.000 ducati. Grande sviluppo ebbe la Società di Assicurazioni Diverse istituita nel 1825 con capitale di 500.000 ducati diviso in 500 azioni; detta compagnia stupulava polizze su tutto: sulla vita, sulla sopravvivenza, sui vitalizi, sugli incendi, ed inoltre anticipava denaro agli impiegati statali. Nel 1833, nel giro di pochi mesi sorsero le seguenti compagnie: la Società Enologica, con capitali di 60.000 ducati iniziali poi raddoppiati; la Società Industriale Partenopea con 600.000 ducati di capitali; la Economica Commerciale, la Compagnia Sebezia con capitale di 1.000.000 di ducati, promotrice delle industrie nazionali; la Compagnia di assicurazioni generali del Sebeto, con capitale di 60.000 ducati; la Compagnia Commerciale di assicurazioni, con capitale di 400.000 ducati; la Società di circolazione e garanzia, con capitale di 400.000 ducati; nacque una Compagnia d’Industria e belle arti, con capitale di 60.000 ducati che riuscì ad appaltare la costruzione del teatro San Carlo come pure dello stesso tipo nacuero una Compagnia di manutenzione ed un’altra di Edilizia con capitale di 300 mila ducati. Nel 1834 nacque la Banca del Tavoliere con un capitale di 2.500.000 di ducati. Ludovico Bianchini, dall’opera del quale abbiamo attinto questi dati così si espresse a proposito dello scoppiettare di tanta energia:”...E fu spettacolo veramente singolare in quei giorni che bastava render noto per le stampe gli statuti di siffatte compagnie, perché grandissimo numero di persone corresse ad associarvisi acquistando le azioni...”.( Ludovico Bianchini, Ibidem, pag 613)

Capitali esteri affluivano nel Reame e l’industria tutta ne godeva benefici incommensurabili. Tali capitali, favoriti dalla politica moderatamente protezionistica voluta da Ferdinando II, non fecero che rendere più ricco e prospero il Regno e rafforzare la sua indipendenza; era così liberista, per i tempi, il sistema ferdinandeo che persino Lord Peel, al Parlamento inglese, elogiò il Governo napolitano.

L’industria metallurgica

Nel 1860 il fulcro dell’industria italiana non era la FIAT di Torino che non esisteva, né la Pirelli di Milano e nemmeno il triangolo industriale padano nato dopo le vicende risorgimentali col sangue e con i soldi meridionali. Nel 1860 il Nord era alla bancarotta totale mentre nel Regno delle Due Sicilie tutti o quasi lavoravano e producevano ricchezza. Quando Garibaldi giunse a Napoli trovò una montagna di danaro: banche stracolme d’oro, d’argento e soldi contanti, conventi ricchissimi. Milioni di ducati alla mercè del pirata dei due mondi. Ebbene, nel 1860, il fulcro, il volano dell’economia italiana risiedeva nel tanto vituperato Sud dei Borbone, nel Regno delle Due Sicilie. Tre colossi, tutti statali, erano la punta di diamante del nascente assetto industriale napolitano: il Reale Opificio di Pietrarsa, il Real Stabilimento di Mongiana in Calabria e i Cantieri Navali di Castellammare di Stabia. L’ Opificio di Pietrarsa fu voluto nel 1840 da Ferdinando II, tra San Giovanni a Teduccio e Portici, per sottrarsi allo strapotere industriale britannico. Angelo Mangone così ci descrive la più grande fabbrica italiana del tempo:”…lo stabilimento di Pietrarsa si ampliò rapidamente potenziando le officine meccaniche, cui si aggiunse nel 1853-54 una grande ferriera intitolata all’Ischitella.

La produzione all’inizio si articolò su caldaie e motrici a vapore, come il complesso da 300 HP nominali e 900 effettivi per le pirofregate > e >, macchine a vapore da 12Hp per le Officine della Marina e dell’Artiglieria e per le pompe del bacino di raddobbo; locomotive complete su sistema> successivamente migliorato per le Ferrovie, cosicchè fino al 1853 erano state prodotte 6 locomotive[…]; negli anni successivi il continuo potenziamento e continuo ammodernamento degli impianti portarono alla produzione di due ed anche tre locomotive all’anno con totale, nel 1860, di venti locomotive consegnate; ma avrebbe potuto produrne anche dieci l’anno complete di tenders […] Pietrarsa era, in quegli anni, l"unico stabilimento italiano che producesse rotaie, di qualità eccellente anche se care ed approntava inoltre, sempre per le Ferrovie, carri merci, cuscinetti ed ottimi manufatti di acciaio ottenuti per pudellaggio di materiale comune; produceva inoltre macchinario utensile e vario; torni, spianatrici, macchine “ a rigare le canne dei fucili”, fucine portatili, magli a vapore con mazza fino a 32 cantaja, cesoie, foratrici, gru di vari tipi, affusti di cannone da piazza, apparecchiature telegrafiche e macchine per ricoprire di seta i fili del telegrafo […] si producevano inoltre: granate, bombe, ruote di locomotive, parti di ponti in ferro, bocche da fuoco da campagna, e da montagna, pompe, fusioni in bronzo, nonché, dopo il 1854, ferri, acciai laminati e trafilati. Nel 1860 è la fabbrica metalmeccanica italiana che impiega più personale: nel giugno 1860 sono iscritti ai ruoli paga 820 “artefici paesani” cui vanno aggiunti 230 operai militari , in totale 1.050 addetti. L’Ansaldo di Genova, nello stesso periodo impiegava 500 operai. L’Opificio si estendeva su una superficie di 34.000 mq […]disponeva di macchine a vapore con potenza complessiva di 163Hp; l’ Officina locomotive disponeva di due grandi gru a bandiera, 24 torni, 5 pialle, 2 barenatrici, 5 trapani verticali, 2 macchine per viteria, 88 posti di lavoro per aggiustatori, una motrice a vapore con bilanciere Watt da 20 HP con due rami di trasmissione che motorizzava tutte le macchine. l’Officina di Artiglieria disponeva di 14 torni, 4 limatrici, una macchina per rigare i cannoni […] C’erano poi un’Officina costruzione modelli, una fucina con 30 fuochi, la Fonderia che annoverava tre grandi fornaci alla Wilkinson e tre fornaci piccole per ghisa, la Fonderia per bronzo, l’Officina costruzione caldaie con due gru, un trapano, una cesoia per tagliare grandi lamiere di grande spessore, una punzonatrice, una pressa idraulica, due curvatrici per lamiere ed un forno per riscaldo lamiere. La Fonderia proiettili con un forno a riverbero, quattro piccole fornaci alla Wilkinson e tre magli a vapore per stampaggio, infine la grande Ferriera dotata di macchina a vapore da 100 HP che contava 12 forni per affinare ( con puddellaggio) il ferro grezzo, 4 forni di riscaldo e 5 treni di laminazione per profilati e rotaie […] Gli investimenti complessivi superavano il 1.000.000 di ducati.” ( Angelo Mangone, L’Industria del regno di Napoli, Fausto Fiorentino Editrice, S.p.A., Napoli, 1976, pag...)

Nel 1768, sotto la spinta innovatrice del padre Carlo III, Ferdinando IV di Borbone fondò un altro grande complesso statale di siderurgia, il complesso di Mongiana, dal villaggio omonimo in Calabria Ultra. Dopo il 1850, il Real Stabilimento di Mongiana, venne potenziato con la consulenza di tecnici francesi raggiungendo un’area coperta di 16.000 mq, di cui 12.000 occupati dalla Fonderia e 4000 dalla fabbrica d’armi e disponevano entrambe di motori idraulici azionati dai fiumi Ninfo ed Allaro. Riporta il Mangone a pag 46 del suo preziosissimo libro che :”…tra il novembre ed il marzo a cavallo del 1850 si ottenevano 5000 cantaja di ghisa e 2700 di ferro e acciaio. Successivamente gli altiforni erano stati sostituiti con tre nuovi e più grandi, ciascuno alto dai 10 agli 11 metri, con tre forni di di raffinazione e la produzione toccava, nel 1860, il limite di quasi 40.000 cantaja di ghisa annue che era di ottima qualità paragonabile ai migliori prodotti francesi e stranieri in genere. Dalla ghisa e dal ferro ottenuto si ricavavano trafilati tondi e quadri, laminati, lamine stagnate, bandelle, lastre per armi, acciai da cementazione […] impiegava in media circa 600 persone, quasi tutti “ paesani”…”. Nello stabilimento veniva lavorato il ferro delle miniere di Pazzano e di Stilo. Il complesso metallurgico veniva fatto funzionare da quattro altiforni.Con gli impianti di Pazzano e Bigonci le maestranze raggiungevano i 1500 operai, tutti diretti da ufficiali borbonici.(Tommaso Pedio,Economia e Società Meridionale a metà dell’Ottocento, Capone Editore,1999,pag. 68)

Con l’unità d’Italia si spengono uno dopo l’altro gli altiforni delle fonderie napolitane, finisce il sogno meridionale all’industrializzazione. Quegli assassini dei fratelli d’Italia anziché mandare commesse spediscono 120 mila soldati a reprimere la reazione crescente all’invasione savoiarda causando morti e dolori infiniti. Gli stabilimenti di Ferdinandea furono costretti alla chiusura non appena i garibaldini occuparono la Calabria “... quelli di Mongiana continuarono asfitticamente, fino al 1862, data della loro chiusura definitiva in seguito alla nuova legge sulla alienazione di tutte le miniere di proprietà dello Stato[...] quelle di Pazzano passarono alla Società del Credito Immobiliare e al Banco Nazionale.”( Renato Sinno, Le Miniere di ferro di Pazzano(Calabria), Giannini, Napoli, 1968, pag.15)

Il sistema liberal-massonico cominciò a macinare speculazioni; bisognava drenare soldi e capitali dal Sud al Nord, scientificamente. Le banche ricevevano soldi dallo Stato, prelevavano i complessi industriali fatti costruire dai Borbone per poi chiuderli e investire nella Padania di Bossi, Fini e Berlusconi.

Così Sinno ci descrive la crisi dello stabilimento di Mongiana:”...L’inattività degli Stabilimenti sfociò nella protesta della comunità Mongianese che con delibera del 28 novembre del 1870 chiese al Governo, che così scarsa sensibilità aveva dimostrato nei riguardi di tanti operai ridotti alla fame e tanto cinismo aveva usato nello smentire il glorioso passato di Mongiana, di voler salvare dall’imminente rovina “quegli opifizi” ordinandone il ripristino dei lavori...”.( Reanato Sinno, Ibidem, pag 15) I lavori da parte dei maledetti governi unitari iniziarono, ma di smantellamento. Gli operai rimasti, quelli scampati alle rappresaglie dei bersaglieri, quelli che scamparono alle fucilazioni, dopo aver difeso le loro fabbriche e le loro istituzioni , furono costretti a emigrare. E da allora nulla è cambiato.

Il Cantiere di Castellammare di Stabia, anch’esso statale, con i suoi 1800 dipendenti era il più grande e moderno d’Italia (Mangone, Ibidem, pag. 50). “…nel giugno del 1860 era in avanzatissima fase di allestimento e prossimo alla consegna il pirovascello corazzato ad elica, che poi fu la prima corazzata della Marina italiana dopo l’Unità, che con i suoi 70 cannoni e le sue 3.800 t di dislocamento rappresentava la più grande nave da guerra costruita fino ad allora in Italia…”

Alla grande sorse in Napoli l’Arsenale della Marina i cui dipendenti raggiungevano le 1.600 unità lavorative; venne inaugurato il 15 di agosto del 1852. Costo dell’opera, 300.000 ducati.

Altri due Opifici sorsero per iniziativa governativa e per volere di Ferdinando II: la Real Fonderia installata in Castelnuovo con un personale di circa 150 addetti e la Real Manifattura delle Armi di Torre Annunziata con circa 300 operai, poi trasferita a Scafati nel Polverificio Borbonico la cui storia è stata mirabilmente descritta da Angelo Pesce( Angelo Pesce, Il Polverificio Borbonico di Scafati e la rettifica del basso Sarno, 1996).

Con un capitale di 72.000 ducati nel 1835 si costituisce la società privata Zino & Henry che, nata a Capodimonte, deve presto acquistare terreni ai Granili nei pressi del Ponte della Maddalena ove viene impiantata un’altra fabbrica con 300 operai. Nel 1853 l’ingegnere inglese John Pattison con Richard Guppy fondano la società Guppy & C. ritenuta nel 1861 la seconda industria metalmeccanica italiana avendo alle sue dipendenze 575 operai.( L. De Rosa, Iniziativa e capitale straniero nell’industria metalmeccanica del Mezzogiorno, pag. 51). Nel 1843, per iniziativa di Luigi Oòmens nasce uno stabilimento che impiega oltre cento operai specializzati nella costruzione di macchine agricole e tessili. Sessanta operai lavorano nella fabbrica dei fratelli De la Morte a Napoli e oltre mille in officine sparse su tutto il territorio della capitale dove personale specializzato lavora alla costruzione di utensili chirurgici, strumenti ottici, macchine pneumatiche, orologi, armi, o nella produzione di bilance e parafulmini.( Tommaso Pedìo, Economia e Società Meridionale a metà dell’Ottocento,Capone Editore, 1999) Nel 1821 fu impiantato a Cardinale, in Calabria, dal Principe di Satriano la fonderia della Razzona ove lavoravano un centinaio di operai altamente specializzati ed altri per il trasporto del ferro estratto dalle miniere calabresi e quello proveniente dall’isola d’Elba. Altri importanti complessi sorsero a Fuscaldo, sempre in Calabria, Picinisco nell’Abruzzo Teramano, ad Atripalda, che da solo produceva 2.500 quintali di ferro all’anno. Dappertutto nel Regno nascono fabbriche di dimensioni piccole e medie, dagli Abruzzi alla Calabria, alla Sicilia. Nelle Puglie ne nascono a Foggia, in Terra d’Otranto a Lecce. Tra esse rinomate macchine agricole vengono prodotte dalla fabbrica gestita da Raffaele Rinaldi a Spinazzola; macchine per la macina delle olive a Bari il cui proprietario è un certo Pietro Ravenas, francese e un imprenditore locale Guglielmo Lindeman che dopo aver installato un lanificio completa il suo complesso con un’officina meccanica industriale impiegando 300 operai.( Tommaso Pedio, Economia e Società meridionale a metà dell’Ottocento, Capone Editore, pag 15.)

Capitolo tratto dal libro di Antonio Ciano "Le stragi e gli eccidi dei Savoia"


Gaeta distrutta per la seconda volta in 83 anni di regno sabaudo (1943-45)




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CAPITOLO III

Società finanziarie

Nel 1818 nacque la Società Napolitana di Assicurazione per i rischi marittimi il cui capitale arrivò a 110.000 ducati, diviso tra 1100 azionisti.. Nel 1823 cominciò la concorrenza: nacque la Compagnia del Commercio di Napoli con capitale di 100.000 ducati; nel 1825 fu fondata a Meta di Sorrento la Compagnia di Associazione e Cambi Marittimi del Piano di Sorrento con capitale sociale di 30.600 ducati, poi portato a 40.000. Nel 1826 nacque la Compagnia Partenopea con 40.000 ducati di capitale. Sempre a Meta nacque la Prima Compagnia Metese di Assicurazioni Marittime con capitale iniziale di 18.000 ducati successivamente elevato a 30.000 diviso fra 63 azionisti. Nel 1829, a Napoli, fu fondata la Compagnia per i Rischi Marittimi con capitale di 50.000 ducati e la Società Tontina per i Rischi Marittimi con capitale di 75.000 ducati. Nel 1831 sempre a Meta di Sorrento nacque la Seconda Compagnia Metese di Assicurazione e Rischi marittimi con capitale di 47.000. Dal 1818 al 1831 furono 552.000 i ducati investiti in compagnie di assicurazioni e cambi marittimi. Oggi non esistono più società di assicurazioni meridionali. Tutte del nord, divise tra Genova, Trieste, Milano, Torino e Bologna. Parlare di tutte le società nate tra il 1815 e il 1860 sarebbe cosa ardua, ma possiamo affermare con certezza che il Regno delle Due Sicilie stava strabiliando il mondo mentre in Piemonte e in Lombardia si moriva di pellagra e di inedia. Nel 1826 fu fondata la Cassa di Conservazione delle Rendite dei Beni Fondi del Regno delle Due Sicilie e la Compagnia di Assicurazione contro gli Incendi. Nel 1827 nacquero la Cassa Rurale, la Cassa di Risparmio di Napoli e la Banca Fruttuaria che aveva un capitale di 600.000 ducati diviso in 10.000 azioni e fu la prima banca specializzata negli investimenti industriali, la Compagnia Tipografica con capitale di 50.000 ducati. Grande sviluppo ebbe la Società di Assicurazioni Diverse istituita nel 1825 con capitale di 500.000 ducati diviso in 500 azioni; detta compagnia stupulava polizze su tutto: sulla vita, sulla sopravvivenza, sui vitalizi, sugli incendi, ed inoltre anticipava denaro agli impiegati statali. Nel 1833, nel giro di pochi mesi sorsero le seguenti compagnie: la Società Enologica, con capitali di 60.000 ducati iniziali poi raddoppiati; la Società Industriale Partenopea con 600.000 ducati di capitali; la Economica Commerciale, la Compagnia Sebezia con capitale di 1.000.000 di ducati, promotrice delle industrie nazionali; la Compagnia di assicurazioni generali del Sebeto, con capitale di 60.000 ducati; la Compagnia Commerciale di assicurazioni, con capitale di 400.000 ducati; la Società di circolazione e garanzia, con capitale di 400.000 ducati; nacque una Compagnia d’Industria e belle arti, con capitale di 60.000 ducati che riuscì ad appaltare la costruzione del teatro San Carlo come pure dello stesso tipo nacuero una Compagnia di manutenzione ed un’altra di Edilizia con capitale di 300 mila ducati. Nel 1834 nacque la Banca del Tavoliere con un capitale di 2.500.000 di ducati. Ludovico Bianchini, dall’opera del quale abbiamo attinto questi dati così si espresse a proposito dello scoppiettare di tanta energia:”...E fu spettacolo veramente singolare in quei giorni che bastava render noto per le stampe gli statuti di siffatte compagnie, perché grandissimo numero di persone corresse ad associarvisi acquistando le azioni...”.( Ludovico Bianchini, Ibidem, pag 613)

Capitali esteri affluivano nel Reame e l’industria tutta ne godeva benefici incommensurabili. Tali capitali, favoriti dalla politica moderatamente protezionistica voluta da Ferdinando II, non fecero che rendere più ricco e prospero il Regno e rafforzare la sua indipendenza; era così liberista, per i tempi, il sistema ferdinandeo che persino Lord Peel, al Parlamento inglese, elogiò il Governo napolitano.

L’industria metallurgica

Nel 1860 il fulcro dell’industria italiana non era la FIAT di Torino che non esisteva, né la Pirelli di Milano e nemmeno il triangolo industriale padano nato dopo le vicende risorgimentali col sangue e con i soldi meridionali. Nel 1860 il Nord era alla bancarotta totale mentre nel Regno delle Due Sicilie tutti o quasi lavoravano e producevano ricchezza. Quando Garibaldi giunse a Napoli trovò una montagna di danaro: banche stracolme d’oro, d’argento e soldi contanti, conventi ricchissimi. Milioni di ducati alla mercè del pirata dei due mondi. Ebbene, nel 1860, il fulcro, il volano dell’economia italiana risiedeva nel tanto vituperato Sud dei Borbone, nel Regno delle Due Sicilie. Tre colossi, tutti statali, erano la punta di diamante del nascente assetto industriale napolitano: il Reale Opificio di Pietrarsa, il Real Stabilimento di Mongiana in Calabria e i Cantieri Navali di Castellammare di Stabia. L’ Opificio di Pietrarsa fu voluto nel 1840 da Ferdinando II, tra San Giovanni a Teduccio e Portici, per sottrarsi allo strapotere industriale britannico. Angelo Mangone così ci descrive la più grande fabbrica italiana del tempo:”…lo stabilimento di Pietrarsa si ampliò rapidamente potenziando le officine meccaniche, cui si aggiunse nel 1853-54 una grande ferriera intitolata all’Ischitella.

La produzione all’inizio si articolò su caldaie e motrici a vapore, come il complesso da 300 HP nominali e 900 effettivi per le pirofregate > e >, macchine a vapore da 12Hp per le Officine della Marina e dell’Artiglieria e per le pompe del bacino di raddobbo; locomotive complete su sistema> successivamente migliorato per le Ferrovie, cosicchè fino al 1853 erano state prodotte 6 locomotive[…]; negli anni successivi il continuo potenziamento e continuo ammodernamento degli impianti portarono alla produzione di due ed anche tre locomotive all’anno con totale, nel 1860, di venti locomotive consegnate; ma avrebbe potuto produrne anche dieci l’anno complete di tenders […] Pietrarsa era, in quegli anni, l"unico stabilimento italiano che producesse rotaie, di qualità eccellente anche se care ed approntava inoltre, sempre per le Ferrovie, carri merci, cuscinetti ed ottimi manufatti di acciaio ottenuti per pudellaggio di materiale comune; produceva inoltre macchinario utensile e vario; torni, spianatrici, macchine “ a rigare le canne dei fucili”, fucine portatili, magli a vapore con mazza fino a 32 cantaja, cesoie, foratrici, gru di vari tipi, affusti di cannone da piazza, apparecchiature telegrafiche e macchine per ricoprire di seta i fili del telegrafo […] si producevano inoltre: granate, bombe, ruote di locomotive, parti di ponti in ferro, bocche da fuoco da campagna, e da montagna, pompe, fusioni in bronzo, nonché, dopo il 1854, ferri, acciai laminati e trafilati. Nel 1860 è la fabbrica metalmeccanica italiana che impiega più personale: nel giugno 1860 sono iscritti ai ruoli paga 820 “artefici paesani” cui vanno aggiunti 230 operai militari , in totale 1.050 addetti. L’Ansaldo di Genova, nello stesso periodo impiegava 500 operai. L’Opificio si estendeva su una superficie di 34.000 mq […]disponeva di macchine a vapore con potenza complessiva di 163Hp; l’ Officina locomotive disponeva di due grandi gru a bandiera, 24 torni, 5 pialle, 2 barenatrici, 5 trapani verticali, 2 macchine per viteria, 88 posti di lavoro per aggiustatori, una motrice a vapore con bilanciere Watt da 20 HP con due rami di trasmissione che motorizzava tutte le macchine. l’Officina di Artiglieria disponeva di 14 torni, 4 limatrici, una macchina per rigare i cannoni […] C’erano poi un’Officina costruzione modelli, una fucina con 30 fuochi, la Fonderia che annoverava tre grandi fornaci alla Wilkinson e tre fornaci piccole per ghisa, la Fonderia per bronzo, l’Officina costruzione caldaie con due gru, un trapano, una cesoia per tagliare grandi lamiere di grande spessore, una punzonatrice, una pressa idraulica, due curvatrici per lamiere ed un forno per riscaldo lamiere. La Fonderia proiettili con un forno a riverbero, quattro piccole fornaci alla Wilkinson e tre magli a vapore per stampaggio, infine la grande Ferriera dotata di macchina a vapore da 100 HP che contava 12 forni per affinare ( con puddellaggio) il ferro grezzo, 4 forni di riscaldo e 5 treni di laminazione per profilati e rotaie […] Gli investimenti complessivi superavano il 1.000.000 di ducati.” ( Angelo Mangone, L’Industria del regno di Napoli, Fausto Fiorentino Editrice, S.p.A., Napoli, 1976, pag...)

Nel 1768, sotto la spinta innovatrice del padre Carlo III, Ferdinando IV di Borbone fondò un altro grande complesso statale di siderurgia, il complesso di Mongiana, dal villaggio omonimo in Calabria Ultra. Dopo il 1850, il Real Stabilimento di Mongiana, venne potenziato con la consulenza di tecnici francesi raggiungendo un’area coperta di 16.000 mq, di cui 12.000 occupati dalla Fonderia e 4000 dalla fabbrica d’armi e disponevano entrambe di motori idraulici azionati dai fiumi Ninfo ed Allaro. Riporta il Mangone a pag 46 del suo preziosissimo libro che :”…tra il novembre ed il marzo a cavallo del 1850 si ottenevano 5000 cantaja di ghisa e 2700 di ferro e acciaio. Successivamente gli altiforni erano stati sostituiti con tre nuovi e più grandi, ciascuno alto dai 10 agli 11 metri, con tre forni di di raffinazione e la produzione toccava, nel 1860, il limite di quasi 40.000 cantaja di ghisa annue che era di ottima qualità paragonabile ai migliori prodotti francesi e stranieri in genere. Dalla ghisa e dal ferro ottenuto si ricavavano trafilati tondi e quadri, laminati, lamine stagnate, bandelle, lastre per armi, acciai da cementazione […] impiegava in media circa 600 persone, quasi tutti “ paesani”…”. Nello stabilimento veniva lavorato il ferro delle miniere di Pazzano e di Stilo. Il complesso metallurgico veniva fatto funzionare da quattro altiforni.Con gli impianti di Pazzano e Bigonci le maestranze raggiungevano i 1500 operai, tutti diretti da ufficiali borbonici.(Tommaso Pedio,Economia e Società Meridionale a metà dell’Ottocento, Capone Editore,1999,pag. 68)

Con l’unità d’Italia si spengono uno dopo l’altro gli altiforni delle fonderie napolitane, finisce il sogno meridionale all’industrializzazione. Quegli assassini dei fratelli d’Italia anziché mandare commesse spediscono 120 mila soldati a reprimere la reazione crescente all’invasione savoiarda causando morti e dolori infiniti. Gli stabilimenti di Ferdinandea furono costretti alla chiusura non appena i garibaldini occuparono la Calabria “... quelli di Mongiana continuarono asfitticamente, fino al 1862, data della loro chiusura definitiva in seguito alla nuova legge sulla alienazione di tutte le miniere di proprietà dello Stato[...] quelle di Pazzano passarono alla Società del Credito Immobiliare e al Banco Nazionale.”( Renato Sinno, Le Miniere di ferro di Pazzano(Calabria), Giannini, Napoli, 1968, pag.15)

Il sistema liberal-massonico cominciò a macinare speculazioni; bisognava drenare soldi e capitali dal Sud al Nord, scientificamente. Le banche ricevevano soldi dallo Stato, prelevavano i complessi industriali fatti costruire dai Borbone per poi chiuderli e investire nella Padania di Bossi, Fini e Berlusconi.

Così Sinno ci descrive la crisi dello stabilimento di Mongiana:”...L’inattività degli Stabilimenti sfociò nella protesta della comunità Mongianese che con delibera del 28 novembre del 1870 chiese al Governo, che così scarsa sensibilità aveva dimostrato nei riguardi di tanti operai ridotti alla fame e tanto cinismo aveva usato nello smentire il glorioso passato di Mongiana, di voler salvare dall’imminente rovina “quegli opifizi” ordinandone il ripristino dei lavori...”.( Reanato Sinno, Ibidem, pag 15) I lavori da parte dei maledetti governi unitari iniziarono, ma di smantellamento. Gli operai rimasti, quelli scampati alle rappresaglie dei bersaglieri, quelli che scamparono alle fucilazioni, dopo aver difeso le loro fabbriche e le loro istituzioni , furono costretti a emigrare. E da allora nulla è cambiato.

Il Cantiere di Castellammare di Stabia, anch’esso statale, con i suoi 1800 dipendenti era il più grande e moderno d’Italia (Mangone, Ibidem, pag. 50). “…nel giugno del 1860 era in avanzatissima fase di allestimento e prossimo alla consegna il pirovascello corazzato ad elica, che poi fu la prima corazzata della Marina italiana dopo l’Unità, che con i suoi 70 cannoni e le sue 3.800 t di dislocamento rappresentava la più grande nave da guerra costruita fino ad allora in Italia…”

Alla grande sorse in Napoli l’Arsenale della Marina i cui dipendenti raggiungevano le 1.600 unità lavorative; venne inaugurato il 15 di agosto del 1852. Costo dell’opera, 300.000 ducati.

Altri due Opifici sorsero per iniziativa governativa e per volere di Ferdinando II: la Real Fonderia installata in Castelnuovo con un personale di circa 150 addetti e la Real Manifattura delle Armi di Torre Annunziata con circa 300 operai, poi trasferita a Scafati nel Polverificio Borbonico la cui storia è stata mirabilmente descritta da Angelo Pesce( Angelo Pesce, Il Polverificio Borbonico di Scafati e la rettifica del basso Sarno, 1996).

Con un capitale di 72.000 ducati nel 1835 si costituisce la società privata Zino & Henry che, nata a Capodimonte, deve presto acquistare terreni ai Granili nei pressi del Ponte della Maddalena ove viene impiantata un’altra fabbrica con 300 operai. Nel 1853 l’ingegnere inglese John Pattison con Richard Guppy fondano la società Guppy & C. ritenuta nel 1861 la seconda industria metalmeccanica italiana avendo alle sue dipendenze 575 operai.( L. De Rosa, Iniziativa e capitale straniero nell’industria metalmeccanica del Mezzogiorno, pag. 51). Nel 1843, per iniziativa di Luigi Oòmens nasce uno stabilimento che impiega oltre cento operai specializzati nella costruzione di macchine agricole e tessili. Sessanta operai lavorano nella fabbrica dei fratelli De la Morte a Napoli e oltre mille in officine sparse su tutto il territorio della capitale dove personale specializzato lavora alla costruzione di utensili chirurgici, strumenti ottici, macchine pneumatiche, orologi, armi, o nella produzione di bilance e parafulmini.( Tommaso Pedìo, Economia e Società Meridionale a metà dell’Ottocento,Capone Editore, 1999) Nel 1821 fu impiantato a Cardinale, in Calabria, dal Principe di Satriano la fonderia della Razzona ove lavoravano un centinaio di operai altamente specializzati ed altri per il trasporto del ferro estratto dalle miniere calabresi e quello proveniente dall’isola d’Elba. Altri importanti complessi sorsero a Fuscaldo, sempre in Calabria, Picinisco nell’Abruzzo Teramano, ad Atripalda, che da solo produceva 2.500 quintali di ferro all’anno. Dappertutto nel Regno nascono fabbriche di dimensioni piccole e medie, dagli Abruzzi alla Calabria, alla Sicilia. Nelle Puglie ne nascono a Foggia, in Terra d’Otranto a Lecce. Tra esse rinomate macchine agricole vengono prodotte dalla fabbrica gestita da Raffaele Rinaldi a Spinazzola; macchine per la macina delle olive a Bari il cui proprietario è un certo Pietro Ravenas, francese e un imprenditore locale Guglielmo Lindeman che dopo aver installato un lanificio completa il suo complesso con un’officina meccanica industriale impiegando 300 operai.( Tommaso Pedio, Economia e Società meridionale a metà dell’Ottocento, Capone Editore, pag 15.)

Capitolo tratto dal libro di Antonio Ciano "Le stragi e gli eccidi dei Savoia"


Gaeta distrutta per la seconda volta in 83 anni di regno sabaudo (1943-45)




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mercoledì 23 novembre 2011

Pubblicati in inglese sul "Corriere Canadese" di Toronto i ringraziamenti di Antonio Ciano alla giornalista Caterina Rotunno e al Canada


Caterina,
il mio soggiorno in Canada è stato meraviglioso. Ho incontrato l'Italia che lavora, che fa sacrifici, che si afferma.
Gente come Nick Mancuso, Tony Nardi, Rocco Galati danno onore all'Italia.
La mia famiglia anche ha dovuto seguire la stessa sorte, e migliaia di miei paesani hanno dovuto lasciare la mia bellissima città per terre lontane. Tutto è successo dopo il 1861. Prima di quella data mai nessun meridionale era andato fuori dalla sua città, se non per lavoro.Miei compaesani erano Enrico Tonti e Giovanni Caboto. Caterina, e' stato un piacere conoscerti.Io e Pino andiamo in giro per l'Italia a portare le nostre conoscenze storiche tra gli studenti in convegni sempre più affollati.
Qualcosa sta cambiando nelle coscienze dei giovani. Passeggiare per le strade intitolatre ai nostri aguzzini, ai nazisti nostrani, non è cosa bella, almeno per molti di noi. Qualche aministratore si sta muovendo per cancellarle, ma bisogna cancellare leggi fasciste e savoiarde.
Questo sarà possibile solo con la discesa in campo del Partito del Sud.
Ci vorrà tempo, ma ce la faremo.

Gaeta è stata l'ultima città a cadere sotto la gragnuola di bombe savoiarde ed è la prima città amministrata da una giunta meridionalista in Italia.

Abbiamo mandato all'opposizione destra e sinistra, che rappresentano solo gli interessi economici Tosco-padani. Il Sud è stato spogliato della sua economia, dei suoi figli migliori fatti emigrare da casa Savoia e, purtroppo, anche da questa repubblica. Stiamo lavorando acchè nasca nel Sud una coscienza di classe, e ciò è possibile.
Napoli ha seguito la nostra visione politica, e anche lì,la gente ha capito le scelte di De Magistris che il mio partito ha appoggiato da subito. A Napoli, come a Gaeta, Destra e Sinistra sono state mandate all'opposizione.
Ho smistato il tuo articolo su Facebook. Lo leggeranno in molti. Siamo seguiti da migliaia di persone, da giornalisti, da uomini politici e...anche dai servizi segreti...vedono in noi chissà cosa...invece vogliamo solo dare più forza all'Italia, privata dell'economia meridionale. Noi vogliamo l'altra metà del cielo.

Con una economia forte e spalmata a tutta la penisola, l'Italia avrebbe pochi concorrenti e i nostri giovani non sarebbero più costretti ad emigrare.

Un caro saluto da Gaeta
Antonio Ciano



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Caterina,
il mio soggiorno in Canada è stato meraviglioso. Ho incontrato l'Italia che lavora, che fa sacrifici, che si afferma.
Gente come Nick Mancuso, Tony Nardi, Rocco Galati danno onore all'Italia.
La mia famiglia anche ha dovuto seguire la stessa sorte, e migliaia di miei paesani hanno dovuto lasciare la mia bellissima città per terre lontane. Tutto è successo dopo il 1861. Prima di quella data mai nessun meridionale era andato fuori dalla sua città, se non per lavoro.Miei compaesani erano Enrico Tonti e Giovanni Caboto. Caterina, e' stato un piacere conoscerti.Io e Pino andiamo in giro per l'Italia a portare le nostre conoscenze storiche tra gli studenti in convegni sempre più affollati.
Qualcosa sta cambiando nelle coscienze dei giovani. Passeggiare per le strade intitolatre ai nostri aguzzini, ai nazisti nostrani, non è cosa bella, almeno per molti di noi. Qualche aministratore si sta muovendo per cancellarle, ma bisogna cancellare leggi fasciste e savoiarde.
Questo sarà possibile solo con la discesa in campo del Partito del Sud.
Ci vorrà tempo, ma ce la faremo.

Gaeta è stata l'ultima città a cadere sotto la gragnuola di bombe savoiarde ed è la prima città amministrata da una giunta meridionalista in Italia.

Abbiamo mandato all'opposizione destra e sinistra, che rappresentano solo gli interessi economici Tosco-padani. Il Sud è stato spogliato della sua economia, dei suoi figli migliori fatti emigrare da casa Savoia e, purtroppo, anche da questa repubblica. Stiamo lavorando acchè nasca nel Sud una coscienza di classe, e ciò è possibile.
Napoli ha seguito la nostra visione politica, e anche lì,la gente ha capito le scelte di De Magistris che il mio partito ha appoggiato da subito. A Napoli, come a Gaeta, Destra e Sinistra sono state mandate all'opposizione.
Ho smistato il tuo articolo su Facebook. Lo leggeranno in molti. Siamo seguiti da migliaia di persone, da giornalisti, da uomini politici e...anche dai servizi segreti...vedono in noi chissà cosa...invece vogliamo solo dare più forza all'Italia, privata dell'economia meridionale. Noi vogliamo l'altra metà del cielo.

Con una economia forte e spalmata a tutta la penisola, l'Italia avrebbe pochi concorrenti e i nostri giovani non sarebbero più costretti ad emigrare.

Un caro saluto da Gaeta
Antonio Ciano



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sabato 19 novembre 2011

Toronto. Tavolata con Pino Aprile,Damiano, Tony Nardi,Antonino ( II )


http://www.youtube.com/watch?v=ulQZz0w5ew4&feature=channel_video_title

Al Bar Novecento,dopo il bel convegno del Columbus Center, a parlare e discutere.

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http://www.youtube.com/watch?v=ulQZz0w5ew4&feature=channel_video_title

Al Bar Novecento,dopo il bel convegno del Columbus Center, a parlare e discutere.

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venerdì 18 novembre 2011

Toronto. Al Bar Novecento con Tony Nardi, Antonino, Damiano, Rocco e pino aprile


http://www.youtube.com/watch?v=EANLtEdEH8k&feature=channel_video_title

Dopo il convegno al Columbuis center ci siamo ritrovati al bar Novecento e abbiamo parlato del più e del meno...


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http://www.youtube.com/watch?v=EANLtEdEH8k&feature=channel_video_title

Dopo il convegno al Columbuis center ci siamo ritrovati al bar Novecento e abbiamo parlato del più e del meno...


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Intervista a Nik Mancuso (II) e Rocco Galati


http://www.youtube.com/watch?v=XPid9UggFkc

A Toronto ho incontrato Tony Nardi, Nik Mancuso, Rocco Galati, Tonu Figliano. Io e Pino aprile siamo rimasti scioccati dalla loro preparazione professionale,dalla loro cultura. Non hanno mai dimenticato le loro origini calabresi, sono fieri di essere nati nella terra ci Cassiodoro, di Tommaso Campanella. Ascoltate l'intervista, diffondetela a tutti i nostri compatrioti.

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http://www.youtube.com/watch?v=XPid9UggFkc

A Toronto ho incontrato Tony Nardi, Nik Mancuso, Rocco Galati, Tonu Figliano. Io e Pino aprile siamo rimasti scioccati dalla loro preparazione professionale,dalla loro cultura. Non hanno mai dimenticato le loro origini calabresi, sono fieri di essere nati nella terra ci Cassiodoro, di Tommaso Campanella. Ascoltate l'intervista, diffondetela a tutti i nostri compatrioti.

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