lunedì 7 maggio 2012

COMUNE NAPOLI APPROVA DELIBERA PER IMPIANTO COMPOSTAGGIO !



La Giunta del Comune di Napoli ha approvato una delibera con cui si autorizza l'Asia ad emanare il bando per la realizzazione di un impianto da 30 mila tonnellate di trattamento della frazione umida dei rifiuti (compost). Un impianto anaerobico, quindi capace di garantire l'assenza di miasmi, che verrà realizzato nella zona Nord di Napoli nei pressi dell'isola ecologica e dell'autoparco di Scampia, in modo da creare un ecodistretto al servizio dei cittadini e soprattutto del quartiere, che vede così un importante investimento sul suo territorio. Si tratta di un impianto a cui ne seguiranno altri due, in modo da perseguire un doppio obiettivo: accrescere la quantità di raccolta differenziata e ridurre i costi derivanti dal trasferimento dell'umido fuori Regione. “Dopo quasi 20 anni di gestione emergenziale a Napoli e in Campania, a fronte di miliardi di fondi spesi senza risolvere il problema dei rifiuti e senza rispondere alla carenza impiantistica, finalmente la città e la Regione si dotano di un impianto di compostaggio, come promesso dall'amministrazione fin dall'inizio del suo mandato. Si tratta di una decisione importante per poter consolidare il piano che stiamo portando avanti e che vedrà Napoli autonoma nella gestione del ciclo dei rifiuti, improntato sulla raccolta differenziata e il riclico, rispettando gli impegni presi in sedi europee”. Lo afferma in una nota il vicesindaco di Napoli Tommaso Sodano.

Fonte : comunicazione.demagistris.it
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La Giunta del Comune di Napoli ha approvato una delibera con cui si autorizza l'Asia ad emanare il bando per la realizzazione di un impianto da 30 mila tonnellate di trattamento della frazione umida dei rifiuti (compost). Un impianto anaerobico, quindi capace di garantire l'assenza di miasmi, che verrà realizzato nella zona Nord di Napoli nei pressi dell'isola ecologica e dell'autoparco di Scampia, in modo da creare un ecodistretto al servizio dei cittadini e soprattutto del quartiere, che vede così un importante investimento sul suo territorio. Si tratta di un impianto a cui ne seguiranno altri due, in modo da perseguire un doppio obiettivo: accrescere la quantità di raccolta differenziata e ridurre i costi derivanti dal trasferimento dell'umido fuori Regione. “Dopo quasi 20 anni di gestione emergenziale a Napoli e in Campania, a fronte di miliardi di fondi spesi senza risolvere il problema dei rifiuti e senza rispondere alla carenza impiantistica, finalmente la città e la Regione si dotano di un impianto di compostaggio, come promesso dall'amministrazione fin dall'inizio del suo mandato. Si tratta di una decisione importante per poter consolidare il piano che stiamo portando avanti e che vedrà Napoli autonoma nella gestione del ciclo dei rifiuti, improntato sulla raccolta differenziata e il riclico, rispettando gli impegni presi in sedi europee”. Lo afferma in una nota il vicesindaco di Napoli Tommaso Sodano.

Fonte : comunicazione.demagistris.it

lunedì 2 aprile 2012

E Napoli riscopre metro e bus....

Alla faccia di tante polemiche faziose che arrivano da destra e da sinistra e di tanti commenti astiosi sulle attività della giunta De Magistris, ecco un'altra testimonianza che le cose a Napoli migliorano...non sarà diventata la città ideale...ma rispetto all'anno scorso i miglioramenti, in termini di pulizia e di traffico, sono evidenti.
La città viaggia in metrò trasporto pubblico: è record
Quest'articolo de "La Repubblica" , che si sa insieme al Corriere del Mezzogiorno non e' mai stata tenera con De Magistris, dimostra che alcuni provvedimenti come la ZTL stanno funzionando e Napoli sta sfatando uno degli ultimi tabù...quello dei napoletani che non rinunciano all'auto per il trasporto pubblico.

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E' record per i trasporti pubblici. Nella settimana di ZTL, dopo il primo giorno di caos, i cittadini si organizzano e riscoprono bus e metro. E per i prossimi 10 giorni di Ztl no-stop (dal 5 al 15 aprile), per incrementare la movida e aiutare i ristoratori, il Comune pensa a una strategia di "colonizzazione" della strada con tavolini e ombrelloni. Partiamo dai dati dei trasposti: Metronapoli ha registrato un picco assoluto di 126 mila passeggeri (nella giornata di mercoledì), contro una media giornaliera (già rosea grazie all'avvio della Ztl del centro storico) di 100 mila...
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Alla faccia di tante polemiche faziose che arrivano da destra e da sinistra e di tanti commenti astiosi sulle attività della giunta De Magistris, ecco un'altra testimonianza che le cose a Napoli migliorano...non sarà diventata la città ideale...ma rispetto all'anno scorso i miglioramenti, in termini di pulizia e di traffico, sono evidenti.
La città viaggia in metrò trasporto pubblico: è record
Quest'articolo de "La Repubblica" , che si sa insieme al Corriere del Mezzogiorno non e' mai stata tenera con De Magistris, dimostra che alcuni provvedimenti come la ZTL stanno funzionando e Napoli sta sfatando uno degli ultimi tabù...quello dei napoletani che non rinunciano all'auto per il trasporto pubblico.

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E' record per i trasporti pubblici. Nella settimana di ZTL, dopo il primo giorno di caos, i cittadini si organizzano e riscoprono bus e metro. E per i prossimi 10 giorni di Ztl no-stop (dal 5 al 15 aprile), per incrementare la movida e aiutare i ristoratori, il Comune pensa a una strategia di "colonizzazione" della strada con tavolini e ombrelloni. Partiamo dai dati dei trasposti: Metronapoli ha registrato un picco assoluto di 126 mila passeggeri (nella giornata di mercoledì), contro una media giornaliera (già rosea grazie all'avvio della Ztl del centro storico) di 100 mila...
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Il business delle rinnovabili - Nel rapporto di Legambiente



In bolletta, la fetta relativa agli oneri degli incentivi per le rinnovabili e’ del 10%. Per il resto, il 58% e’ per la componente energia, il 3% per gli oneri di sistemi e incentivi alle assimilate, il 14% per imposte e il 15% per costi di distribuzione e misura energia, secondo lo schema pubblicato sull’ultimo Rapporto di Legambiente, Comuni Rinnovabili 2012, su dati Authority per l’energia. Sempre secondo lo stesso rapporto, nel 2011, il contributo delle rinnovabili in termini di produzione ha raggiunto il 26,6% dei consumi elettrici complessivi italiani (era il 23% nel 2010) e il 14% dei consumi energetici finali (8% nel 2000). Di seguito l’universo rinnovabili secondo la fotografia di Legambiente.

PRODUZIONE – In un anno la produzione e’ passata da 76,9 TWh a 84,1, secondo i dati del Gestore servizi energetici, e malgrado il contributo dell’idroelettrico sia sceso (da 51 TWh a 47), perche’ intanto sono cresciute tutte le altre fonti. Aumenta la produzione da eolico, che ha contribuito con 10,1 TWh (+11,4% rispetto al 2010), ma soprattutto da fotovoltaico (10,7 TWh, +462% rispetto allo scorso anno) e da biomasse, biogas e bioliquidi (arrivati a 11 TWh). Un incremento del 5,6% si è registrato anche nella geotermia, con 5,6 TWh prodotti –

OCCUPAZIONE - Crescono gli occupati nelle fonti rinnovabili, in un periodo di crisi economica si sono creati oltre 100mila nuovi posti di lavoro e le prospettive sono rilevanti. Secondo uno studio del Consiglio Nazionale degli Ingegneri in Italia si potrebbe arrivare nel 2020 a 250mila occupati nelle energie pulite e a 600mila nel comparto dell’efficienza e riqualificazione in edilizia.

COSTO MERCATO ENERGIA – Comincia ad abbassarsi il costo dell’ energia nel mercato elettrico perche’ questi impianti – e in particolare quelli fotovoltaici – producono energia di giorno, al picco della domanda. Si riducono le emissioni di CO2, con vantaggi per il clima, ma anche economici perche’ l’Italia (secondo i calcoli del Kyoto Club) ha accumulato un debito per il mancato rispetto degli obiettivi di Kyoto che la produzione di elettricita’ verde ha ridotto di 590 milioni di euro. (ANSA).


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In bolletta, la fetta relativa agli oneri degli incentivi per le rinnovabili e’ del 10%. Per il resto, il 58% e’ per la componente energia, il 3% per gli oneri di sistemi e incentivi alle assimilate, il 14% per imposte e il 15% per costi di distribuzione e misura energia, secondo lo schema pubblicato sull’ultimo Rapporto di Legambiente, Comuni Rinnovabili 2012, su dati Authority per l’energia. Sempre secondo lo stesso rapporto, nel 2011, il contributo delle rinnovabili in termini di produzione ha raggiunto il 26,6% dei consumi elettrici complessivi italiani (era il 23% nel 2010) e il 14% dei consumi energetici finali (8% nel 2000). Di seguito l’universo rinnovabili secondo la fotografia di Legambiente.

PRODUZIONE – In un anno la produzione e’ passata da 76,9 TWh a 84,1, secondo i dati del Gestore servizi energetici, e malgrado il contributo dell’idroelettrico sia sceso (da 51 TWh a 47), perche’ intanto sono cresciute tutte le altre fonti. Aumenta la produzione da eolico, che ha contribuito con 10,1 TWh (+11,4% rispetto al 2010), ma soprattutto da fotovoltaico (10,7 TWh, +462% rispetto allo scorso anno) e da biomasse, biogas e bioliquidi (arrivati a 11 TWh). Un incremento del 5,6% si è registrato anche nella geotermia, con 5,6 TWh prodotti –

OCCUPAZIONE - Crescono gli occupati nelle fonti rinnovabili, in un periodo di crisi economica si sono creati oltre 100mila nuovi posti di lavoro e le prospettive sono rilevanti. Secondo uno studio del Consiglio Nazionale degli Ingegneri in Italia si potrebbe arrivare nel 2020 a 250mila occupati nelle energie pulite e a 600mila nel comparto dell’efficienza e riqualificazione in edilizia.

COSTO MERCATO ENERGIA – Comincia ad abbassarsi il costo dell’ energia nel mercato elettrico perche’ questi impianti – e in particolare quelli fotovoltaici – producono energia di giorno, al picco della domanda. Si riducono le emissioni di CO2, con vantaggi per il clima, ma anche economici perche’ l’Italia (secondo i calcoli del Kyoto Club) ha accumulato un debito per il mancato rispetto degli obiettivi di Kyoto che la produzione di elettricita’ verde ha ridotto di 590 milioni di euro. (ANSA).


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venerdì 30 marzo 2012

La truffa del CIP6 e la necessità di una vera politica ambientalista pro Sud!


Era il lontano1992 quando, con la delibera n.6 del Comitato interministeriale Prezzi fu deciso di incentivare le energie rinnovabili, anche in linea con le raccomandazione della UE che recentemente sono state comfermate con la famosa direttiva 20/20/20 che indicano per lo sviluppo e per le politiche energetiche degli obiettivi precisi nell'aumentare del 20% l'efficienza energetica, ridurre del 20% le emissioni ed arrivare almeno al 20% di fonti rinnovabili, ma come al solito da una cosa in partenza buona e condivisibile, nacque l'inghippo e la truffa all'italiana.
Per finanziare le rinnovabili fu deciso un aumento del 6-7% delle tariffe e quindi tutti noi paghiamo questo contributo nella bolletta elettrica, ma in realtà a chi e cosa paghiamo?
Bastò aggiungere alle fonti rinnovabili la parola "assimilate" ed ecco che oltre ad incentivare le fonti realmente rinnovabili, come l'eolico, il fotovoltaico o il geotermico, si aggiunsero una serie di cose che proprio pulite e rinnovabili non sono, come gli inceneritori (che solo in Italia sono incentivati, tra l'altro solo in Italia è stato stabilito per legge che l'energia ottenuta dalla trasformazione di rifiuti è da considerarsi rinnnovabssiono fonti rinnovabili contro le raccomandazioni UE...) e perfino gli scarti petroliferi.
Quindi ecco i finanziamenti pubblici alla regina degli inceneritori Marcegaglia, ai petrolieri come Moratti e Garrone, tutti esempi di valente imprenditoria padana super-assistita.
Questa storia la raccontò Beppe Grillo già nel 2007 , nel 2010 dopo un tentativo di aggiustare le cose, si fece il solido dietro-front e si prorogarono gli incentivi.

Il Partito del Sud deve assolutamente proporre di incentivare solo le fonti realmente rinnovabili ed eliminare le fonti "assimilate" da ogni tipo di incentivo, per una corretta gestione dei rifiuti deve continuare ad appoggiare le strategie di "rifiuti zero", quindi la strategia di raccolta differenziata spinta che e' la strada intrapresa, pur se con ritardi e tante difficoltà, dalla giunta De Magistris a Napoli. No a nuovi inceneritori (chiamati falsamente "termovalorizzatori"...) che sono funzionali solo ai guadagni dei gruppi industriali e degli imprenditori del Nord, non solo perché molti studi li ritengono dannosi per la salute, ma anche perché economicamente non convenienti, se eliminiamo gli incentivi CIP6 rubati in questi 10 anni (decine di miliardi di Euro), rispetto ad impianti di compostaggio per l'umido ed impianti a Trattamento Meccanico Biologico per il residuo non differenziato, per chiudere un corretto ciclo di gestione dei rifiuti a valle di una raccolta differenziata spinta.

Quindi si potrebbero diminuire i costi dell'elettricità eliminando gli incentivi alle false rinnovabili e con una maggiore efficienza della rete, eliminando i tanti sprechi (incentivi elettrodomestici ad alta efficienza, utilizzo lampadine a basso consumo, miglioramento rete distribuzione...) inoltre un sano incentivo alle vere rinnovabili dovrebbe favorire i piccoli impianti promuovendo mini-impianti eolici o solari in una logica "smart grid".

Non si capisce perché dell'Europa prendiamo solo le flessibilità dei contratti in uscita o le rigidità dei conti....come mai non seguiamo mai gli esempi dei tedeschi o degli scandinavi anche per le politiche energetiche? E' mai possibile che in Italia il solare e' meno sviluppato che in Germania o Danimarca?

E' urgente la definizione di un Piano Energetico nazionale, con la pianificazione di breve e di medio-lungo termine con obiettivi sia di efficienza che di diversificazione delle fonti, con la massima incentivazione per quelle realmente rinnovabili. Stop a nuove trivellazioni ed aumento royalties per le regioni come Basilicata e Sicilia dove ci sono

E' ovvio che dicendo no al nucleare con l'ultimo referendum, e noi meridionalisti siamo di quelli che rispettano una volontà popolare, non possiamo non incentivare di più e meglio le rinnovabili, senza trascurare una ricerca pura ed applicata sulle nuove frontiere dell'energia, ad esempio dalla fusione "fredda" o all'energia dalla maree. Un futuro di sviluppo sostenibile passa sopratutto per queste scelte, invece di continuare a sprecare e bruciare dobbiamo passare a consumare meno e riciclare, puntare all'utilizzo, più efficiente e meno dannoso per l'ambiente, delle risorse della nostra terra. Una terra già martoriata dall'eco-mostro di Acerra e dai tanti rifiuti tossici sversati nel triangolo della morte tra Afragola e Acerra o nei territori dei casalesi..

Enzo Riccio
Segretario Org.nazionale
Partito del Sud

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Era il lontano1992 quando, con la delibera n.6 del Comitato interministeriale Prezzi fu deciso di incentivare le energie rinnovabili, anche in linea con le raccomandazione della UE che recentemente sono state comfermate con la famosa direttiva 20/20/20 che indicano per lo sviluppo e per le politiche energetiche degli obiettivi precisi nell'aumentare del 20% l'efficienza energetica, ridurre del 20% le emissioni ed arrivare almeno al 20% di fonti rinnovabili, ma come al solito da una cosa in partenza buona e condivisibile, nacque l'inghippo e la truffa all'italiana.
Per finanziare le rinnovabili fu deciso un aumento del 6-7% delle tariffe e quindi tutti noi paghiamo questo contributo nella bolletta elettrica, ma in realtà a chi e cosa paghiamo?
Bastò aggiungere alle fonti rinnovabili la parola "assimilate" ed ecco che oltre ad incentivare le fonti realmente rinnovabili, come l'eolico, il fotovoltaico o il geotermico, si aggiunsero una serie di cose che proprio pulite e rinnovabili non sono, come gli inceneritori (che solo in Italia sono incentivati, tra l'altro solo in Italia è stato stabilito per legge che l'energia ottenuta dalla trasformazione di rifiuti è da considerarsi rinnnovabssiono fonti rinnovabili contro le raccomandazioni UE...) e perfino gli scarti petroliferi.
Quindi ecco i finanziamenti pubblici alla regina degli inceneritori Marcegaglia, ai petrolieri come Moratti e Garrone, tutti esempi di valente imprenditoria padana super-assistita.
Questa storia la raccontò Beppe Grillo già nel 2007 , nel 2010 dopo un tentativo di aggiustare le cose, si fece il solido dietro-front e si prorogarono gli incentivi.

Il Partito del Sud deve assolutamente proporre di incentivare solo le fonti realmente rinnovabili ed eliminare le fonti "assimilate" da ogni tipo di incentivo, per una corretta gestione dei rifiuti deve continuare ad appoggiare le strategie di "rifiuti zero", quindi la strategia di raccolta differenziata spinta che e' la strada intrapresa, pur se con ritardi e tante difficoltà, dalla giunta De Magistris a Napoli. No a nuovi inceneritori (chiamati falsamente "termovalorizzatori"...) che sono funzionali solo ai guadagni dei gruppi industriali e degli imprenditori del Nord, non solo perché molti studi li ritengono dannosi per la salute, ma anche perché economicamente non convenienti, se eliminiamo gli incentivi CIP6 rubati in questi 10 anni (decine di miliardi di Euro), rispetto ad impianti di compostaggio per l'umido ed impianti a Trattamento Meccanico Biologico per il residuo non differenziato, per chiudere un corretto ciclo di gestione dei rifiuti a valle di una raccolta differenziata spinta.

Quindi si potrebbero diminuire i costi dell'elettricità eliminando gli incentivi alle false rinnovabili e con una maggiore efficienza della rete, eliminando i tanti sprechi (incentivi elettrodomestici ad alta efficienza, utilizzo lampadine a basso consumo, miglioramento rete distribuzione...) inoltre un sano incentivo alle vere rinnovabili dovrebbe favorire i piccoli impianti promuovendo mini-impianti eolici o solari in una logica "smart grid".

Non si capisce perché dell'Europa prendiamo solo le flessibilità dei contratti in uscita o le rigidità dei conti....come mai non seguiamo mai gli esempi dei tedeschi o degli scandinavi anche per le politiche energetiche? E' mai possibile che in Italia il solare e' meno sviluppato che in Germania o Danimarca?

E' urgente la definizione di un Piano Energetico nazionale, con la pianificazione di breve e di medio-lungo termine con obiettivi sia di efficienza che di diversificazione delle fonti, con la massima incentivazione per quelle realmente rinnovabili. Stop a nuove trivellazioni ed aumento royalties per le regioni come Basilicata e Sicilia dove ci sono

E' ovvio che dicendo no al nucleare con l'ultimo referendum, e noi meridionalisti siamo di quelli che rispettano una volontà popolare, non possiamo non incentivare di più e meglio le rinnovabili, senza trascurare una ricerca pura ed applicata sulle nuove frontiere dell'energia, ad esempio dalla fusione "fredda" o all'energia dalla maree. Un futuro di sviluppo sostenibile passa sopratutto per queste scelte, invece di continuare a sprecare e bruciare dobbiamo passare a consumare meno e riciclare, puntare all'utilizzo, più efficiente e meno dannoso per l'ambiente, delle risorse della nostra terra. Una terra già martoriata dall'eco-mostro di Acerra e dai tanti rifiuti tossici sversati nel triangolo della morte tra Afragola e Acerra o nei territori dei casalesi..

Enzo Riccio
Segretario Org.nazionale
Partito del Sud

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mercoledì 14 marzo 2012

Le armi chimiche affondate al largo della Puglia – VIDEO (amaraterra)



Manfredonia – L’ISPRA ha messo a disposizione di tutti il documentario “RED COD Italia – Un arsenale sommerso”. Sui fondali di mari e oceani sono stati affondati residuati bellici e munizionamento, un pericolo per gli operatori della pesca e una sorgente di molecole nocive per gli ecosistemi marini.


Il progetto
RED COD (Research on Environmental Damage caused by Chemical Ordnance Dumped at sea) ha indagato questi temi per contribuire, con dati e conoscenze, all’esigenza di porre rimedio alle conseguenze “sommerse” dei conflitti e dl rinnovo degli arsenali. Questo documentario di Marco Pisapia è stato realizzato nel 2006. Le aree interessate sono principalmente quelle del basso Adriatico e quindi della Puglia, in particolar modo Isole Tremiti (Pianosa), Vieste, Manfredonia, Molfetta e Bari, tutte località usate come discarica di armi chimiche dopo la seconda guerra mondiale.

Una decina di anni è stata inoltre scoperta una fabbrica tedesca segreta di armi chimiche (camuffata come fabbrica di birra) vicino Foggia. Il documentario cerca di dare un’ulteriore illustrazione della vicenda.

(Fonte: amaraterrablogspot.com, alla quale redazione va il ringraziamento della redazione di Stato)

VIDEO DOCUMENTARIO ISPRA


Fonte:Stato Quotidiano

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Manfredonia – L’ISPRA ha messo a disposizione di tutti il documentario “RED COD Italia – Un arsenale sommerso”. Sui fondali di mari e oceani sono stati affondati residuati bellici e munizionamento, un pericolo per gli operatori della pesca e una sorgente di molecole nocive per gli ecosistemi marini.


Il progetto
RED COD (Research on Environmental Damage caused by Chemical Ordnance Dumped at sea) ha indagato questi temi per contribuire, con dati e conoscenze, all’esigenza di porre rimedio alle conseguenze “sommerse” dei conflitti e dl rinnovo degli arsenali. Questo documentario di Marco Pisapia è stato realizzato nel 2006. Le aree interessate sono principalmente quelle del basso Adriatico e quindi della Puglia, in particolar modo Isole Tremiti (Pianosa), Vieste, Manfredonia, Molfetta e Bari, tutte località usate come discarica di armi chimiche dopo la seconda guerra mondiale.

Una decina di anni è stata inoltre scoperta una fabbrica tedesca segreta di armi chimiche (camuffata come fabbrica di birra) vicino Foggia. Il documentario cerca di dare un’ulteriore illustrazione della vicenda.

(Fonte: amaraterrablogspot.com, alla quale redazione va il ringraziamento della redazione di Stato)

VIDEO DOCUMENTARIO ISPRA


Fonte:Stato Quotidiano

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mercoledì 22 febbraio 2012

Il Sud tra il boom delle rinnovabili e la scarsa programmazione

Il Meridione italiano negli ultimi anni ha visto un boom delle rinnovabili, specialmente di eolico e fotovoltaico. Si prevede che la crescita continui, ma l'energia pulita nel Mezzogiorno dovrà fare i conti con diversi problemi come una rete inadeguata, l'assenza di una coerente programmazione nazionale e locale e la solita incertezza normativa.


Sono le Regioni più attraenti per le nuove rinnnovabili come eolico e fotovoltaico. Lo mostrano chiaramente i numeri e la previsione è che la crescita continui. Ma al Sud l'energia pulita deve fare i conti con diversi problemi come la rete inadeguata, l'assenza di programmazione coerente a livello regionale e centrale e l'incertezza normativa e dei processi autorizzativi. E' il quadro che emerge dall'ultimo rapporto sulle rinnovabili nel Meridione pubblicato dalla fondazione Cercare Ancora (vedi allegato).

A fine 2010 gli impianti di produzione di energia elettrica da rinnovabili presenti nelle regioni del Mezzogiorno erano 39.090, con una potenza pari a 10.584 MW e una produzione di 19.830 GWh su un totale nazionale per le rinnovabili di 76.964 GWh. Circa un quarto dell'energia pulita italiana viene dal Sud, ma, se non si considerasse l'idroelettrico (che fornisce gran parte dell'elettricità verde italiana, oltre 51 mila GWh, ed è localizzato quasi eslusivamente al Nord) la percentuale sarebbe ben più alta.

Guardando all'eolico, ad esempio, risulta che sul totale della produzione nazionale circa il 25% viene dalla Puglia, il 22% dalla Sicilia, il 17% dalla Calabria, quasi l'11% dalla Sardegna e un altro 12% tra Campania e Basilicata: in totale il Mezzogiorno pesa dunque per circa l'88% della produzione eolica nazionale. Per quanto concerne ilfotovoltaico le stesse 6 Regioni pesano per oltre il 32% della produzione nazionale con la sola Puglia che ne fornisce oltre il 14%, mentre su biomassa e bioliquidi Puglia e Calabria da sole superano il 50% della produzione nazionale.

E se il grande idroelettrico ha margini di crescita molto limitati, eolico, fotovoltaico e le altre tecnologie promettono di non fermarsi: la previsione è che entro il 2020 la produzione di energia da fonti rinnovabili nel Meridione si moltiplichi per quattro volte rispetto ai 10 TWh del 2008: se già a fine 2010 era arrivata a generare 19,8 TWh si ipotizza, infatti, che entro fine decennio arrivi a 38,4 TWh.

Ovviamente per favorire questo sviluppo occorre superare diversi ostacoli, sottolinea il rapporto. Uno è “l’assenza di una pianificazione energetica nazionale e la presenza di una disarticolata pianificazione energetica regionale”. Quest’ultima viene definita in tempi troppo lunghi e spesso senza approfondire; manca ad esempio un monitoraggio dei risultati raggiunti rispetto ai piani regionali (PIEAR): molte Regioni, in assenza di una indicazione nazionale che dovrebbe arrivare con l’approvazione del burden sharing, hanno indicato nei PIEAR degli obiettivi in molti casi già raggiunti o superati.

La stessa cosa, d'altra parte, accade a livello nazionale: vedasi il fotovoltaico che con 12,7 GW di impianti entrati in esercizio a febbraio 2012, ha abbondantemente superato il target di 8 GW indicato nel piano nazionale (PAN). In generale, si legge tra le conclusioni del rapporto, c'è “una tendenza a sottovalutare il potenziale esistente, un freno a una corretta programmazione nel settore e che dunque va definitivamente superato.”

Manca poi un sistema articolato di normative chiare e certe, possibilmente adottate attraverso un processo di concertazione tra lo Stato e le Regioni, tale da ridurre i numerosi conflitti di competenza costituzionale. Si vedano le regole per le autorizzazioni che le Regioni hanno dovuto modificare ripetutamente in seguito a cambiamenti nella normativa nazionale e alla giurisprudenza intervenute in materia, talvolta a conclusione di contenziosi che hanno creato un vero e proprio stallo dell’attività amministrativa.

A tal proposito si fa un invito: le Regioni diano attuazione alle disposizioni previste dal D.lgs 28/11 che permette loro di individuare la soglia di applicazione della PAS fino a 1 MW, mentre a livello centrale si dia compimento ai numerosi provvedimenti attuativi indicati dallo stesso decreto e si approvi urgentemente il burden sharing, in modo che le Regioni vi possano adeguare le loro strategie energetiche.

C'è poi la questione reti elettriche: lo sviluppo delle rinnovabili deve essere contestuale alla realizzazione di opere sulla rete. Si sottolinea l'mportanza che le Regioni applichino il principio dell’autorizzazione unica, tale da comprendere sia l’impianto che le necessarie opere di collegamento alla rete elettrica. Infatti, in passato, il rilascio di autorizzazioni slegate dalle connessioni alla rete ha originato congestioni sulla rete con conseguenti limitazioni alla generazione da fonti rinnovabili.

Si suggerisce poi la necessità di realizzare sistemi di accumulo. Terna ha previsto nel Piano di Sviluppo della rete del 2011 l’installazione di 130 MW di batterie. Un investimento che darà benefici ambientali, di sicurezza, ed economici per i consumatori.A fronte di investimenti di 29 milioni di euro per l’installazione delle batterie, i risparmi previsti per il sistema ammontano a più del doppio, ossia a 60 milioni di euro; benefici economici che derivano soprattutto dalla riduzione della mancata produzione e dalla costituzione di una riserva di energia a costi contenuti.

credit foto: fUlv10

Allegati
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Il Meridione italiano negli ultimi anni ha visto un boom delle rinnovabili, specialmente di eolico e fotovoltaico. Si prevede che la crescita continui, ma l'energia pulita nel Mezzogiorno dovrà fare i conti con diversi problemi come una rete inadeguata, l'assenza di una coerente programmazione nazionale e locale e la solita incertezza normativa.


Sono le Regioni più attraenti per le nuove rinnnovabili come eolico e fotovoltaico. Lo mostrano chiaramente i numeri e la previsione è che la crescita continui. Ma al Sud l'energia pulita deve fare i conti con diversi problemi come la rete inadeguata, l'assenza di programmazione coerente a livello regionale e centrale e l'incertezza normativa e dei processi autorizzativi. E' il quadro che emerge dall'ultimo rapporto sulle rinnovabili nel Meridione pubblicato dalla fondazione Cercare Ancora (vedi allegato).

A fine 2010 gli impianti di produzione di energia elettrica da rinnovabili presenti nelle regioni del Mezzogiorno erano 39.090, con una potenza pari a 10.584 MW e una produzione di 19.830 GWh su un totale nazionale per le rinnovabili di 76.964 GWh. Circa un quarto dell'energia pulita italiana viene dal Sud, ma, se non si considerasse l'idroelettrico (che fornisce gran parte dell'elettricità verde italiana, oltre 51 mila GWh, ed è localizzato quasi eslusivamente al Nord) la percentuale sarebbe ben più alta.

Guardando all'eolico, ad esempio, risulta che sul totale della produzione nazionale circa il 25% viene dalla Puglia, il 22% dalla Sicilia, il 17% dalla Calabria, quasi l'11% dalla Sardegna e un altro 12% tra Campania e Basilicata: in totale il Mezzogiorno pesa dunque per circa l'88% della produzione eolica nazionale. Per quanto concerne ilfotovoltaico le stesse 6 Regioni pesano per oltre il 32% della produzione nazionale con la sola Puglia che ne fornisce oltre il 14%, mentre su biomassa e bioliquidi Puglia e Calabria da sole superano il 50% della produzione nazionale.

E se il grande idroelettrico ha margini di crescita molto limitati, eolico, fotovoltaico e le altre tecnologie promettono di non fermarsi: la previsione è che entro il 2020 la produzione di energia da fonti rinnovabili nel Meridione si moltiplichi per quattro volte rispetto ai 10 TWh del 2008: se già a fine 2010 era arrivata a generare 19,8 TWh si ipotizza, infatti, che entro fine decennio arrivi a 38,4 TWh.

Ovviamente per favorire questo sviluppo occorre superare diversi ostacoli, sottolinea il rapporto. Uno è “l’assenza di una pianificazione energetica nazionale e la presenza di una disarticolata pianificazione energetica regionale”. Quest’ultima viene definita in tempi troppo lunghi e spesso senza approfondire; manca ad esempio un monitoraggio dei risultati raggiunti rispetto ai piani regionali (PIEAR): molte Regioni, in assenza di una indicazione nazionale che dovrebbe arrivare con l’approvazione del burden sharing, hanno indicato nei PIEAR degli obiettivi in molti casi già raggiunti o superati.

La stessa cosa, d'altra parte, accade a livello nazionale: vedasi il fotovoltaico che con 12,7 GW di impianti entrati in esercizio a febbraio 2012, ha abbondantemente superato il target di 8 GW indicato nel piano nazionale (PAN). In generale, si legge tra le conclusioni del rapporto, c'è “una tendenza a sottovalutare il potenziale esistente, un freno a una corretta programmazione nel settore e che dunque va definitivamente superato.”

Manca poi un sistema articolato di normative chiare e certe, possibilmente adottate attraverso un processo di concertazione tra lo Stato e le Regioni, tale da ridurre i numerosi conflitti di competenza costituzionale. Si vedano le regole per le autorizzazioni che le Regioni hanno dovuto modificare ripetutamente in seguito a cambiamenti nella normativa nazionale e alla giurisprudenza intervenute in materia, talvolta a conclusione di contenziosi che hanno creato un vero e proprio stallo dell’attività amministrativa.

A tal proposito si fa un invito: le Regioni diano attuazione alle disposizioni previste dal D.lgs 28/11 che permette loro di individuare la soglia di applicazione della PAS fino a 1 MW, mentre a livello centrale si dia compimento ai numerosi provvedimenti attuativi indicati dallo stesso decreto e si approvi urgentemente il burden sharing, in modo che le Regioni vi possano adeguare le loro strategie energetiche.

C'è poi la questione reti elettriche: lo sviluppo delle rinnovabili deve essere contestuale alla realizzazione di opere sulla rete. Si sottolinea l'mportanza che le Regioni applichino il principio dell’autorizzazione unica, tale da comprendere sia l’impianto che le necessarie opere di collegamento alla rete elettrica. Infatti, in passato, il rilascio di autorizzazioni slegate dalle connessioni alla rete ha originato congestioni sulla rete con conseguenti limitazioni alla generazione da fonti rinnovabili.

Si suggerisce poi la necessità di realizzare sistemi di accumulo. Terna ha previsto nel Piano di Sviluppo della rete del 2011 l’installazione di 130 MW di batterie. Un investimento che darà benefici ambientali, di sicurezza, ed economici per i consumatori.A fronte di investimenti di 29 milioni di euro per l’installazione delle batterie, i risparmi previsti per il sistema ammontano a più del doppio, ossia a 60 milioni di euro; benefici economici che derivano soprattutto dalla riduzione della mancata produzione e dalla costituzione di una riserva di energia a costi contenuti.

credit foto: fUlv10

Allegati

mercoledì 8 febbraio 2012

Antimafia choc: il traffico di rifiuti dei Casalesi non si è ancora fermato


L'anticipazione della relazione annuale della Dna
Legambiente: potere dei clan alibi per le amministrazioni


CASERTA - Non si ferma il traffico illecito di rifiuti in Campania e gli affari dei clan, in primis quello dei Casalesi. È l'allarme lanciato da Legambiente Campania che anticipa e commenta alcuni stralci della relazione ecomafia della Direzione nazionale antimafia (Dna). «Una situazione che continua a vedere il predominio della camorra - si legge negli stralci del dossier -, e di quella meglio organizzata nel territorio campano che si identifica con il clan dei Casalesi, nell’ambito dei traffici illeciti dei rifiuti nel programma associativo dei sodalizi di tipo mafioso. Ed in proposito - prosegue la relazione - le attività di indagine svolte sul territorio confermano il superiore dato, sia come attualità, che come ulteriori acquisizioni investigative in questo senso relativamente al passato, grazie anche al disvelarsi da parte di collaboratori di giustizia di nuovi particolari ed elementi che hanno consentito in tempi recentissimi la scoperta di grandi siti trasformati in immense discariche di rifiuti anche pericolosi e tossici».

IL TRIANGOLO IMPRENDITORI, POLITICA, CAMORRA - Duro il giudizio della Dna sulla politica e il mondo imprenditoriale, quel fiume di rifiuti speciali arrivati negli anni, dal Nord, a inquinare la ex Campania felix. «In pratica, nei territori delle Provincie di Napoli e Caserta continuano ad emergere gli scempi del territorio frutto della sinergia tra i clan camorristici ed i trafficanti dei rifiuti provenienti soprattutto dall’Italia centro-settentrionale, mediati da quella che lo scorso anno si è definita la “élite del traffico illecito dei rifiuti del tipo di quello in cui si sostanzia l’ecomafia"; e si portano a compimento le indagini, già in parte sfociate in fase di giudizio, che hanno evidenziato le commistioni tra il potere politico-amministrativo, quello economico e quello criminale nell’ambito della emergenza rifiuti napoletana, in una situazione complessiva che ancora vede la incapacità della amministrazione locale, neppure più supportata da quella nazionale anche per le note difficoltà finanziarie, di fronteggiare in maniera definitiva e risolutiva il fenomeno. Non può, pertanto, escludersi, anzi si rende ben possibile, il rientro in posizione dominante del soggetto camorra, quale vero e proprio convitato di pietra da cui è impossibile prescindere. Presenza che fa agevolmente e comodamente cedere alla tentazione delle Autorità preposte di utilizzarla come alibi per giustificare la loro inefficienza».

LEGAMBIENTE: SCENARI PREOCCUPANTI - A proposito Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania parla di uno «scenario sempre più inquietante e preoccupante, i rifiuti sempre più core business dei clan con sempre più gravi rischi per la salute dei cittadini». «La lotta ai trafficanti di rifiuti - continua Buonomo -, lo testimoniano le parole del relatore dottor Pennisi, non si può fare senza le intercettazione telefoniche fondamentale strumento di indagine. Depotenziarne l'uso significa dunque dichiarare la resa sul fronte delle ecomafie. Inoltre – ha concluso Buonomo - i traffici di rifiuti, oltre a devastare i settori legali del turismo e delle produzioni agroalimentari di qualità e ad aumentare l’incidenza di malattie gravissime minando il futuro dell’intero Paese, sono spesso anche un reato spia, attraverso il quale si arriva a scoprire l'intera rete di affari illegali dei clan camorristici».

Fonte: Corriere del Mezzogiorno

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L'anticipazione della relazione annuale della Dna
Legambiente: potere dei clan alibi per le amministrazioni


CASERTA - Non si ferma il traffico illecito di rifiuti in Campania e gli affari dei clan, in primis quello dei Casalesi. È l'allarme lanciato da Legambiente Campania che anticipa e commenta alcuni stralci della relazione ecomafia della Direzione nazionale antimafia (Dna). «Una situazione che continua a vedere il predominio della camorra - si legge negli stralci del dossier -, e di quella meglio organizzata nel territorio campano che si identifica con il clan dei Casalesi, nell’ambito dei traffici illeciti dei rifiuti nel programma associativo dei sodalizi di tipo mafioso. Ed in proposito - prosegue la relazione - le attività di indagine svolte sul territorio confermano il superiore dato, sia come attualità, che come ulteriori acquisizioni investigative in questo senso relativamente al passato, grazie anche al disvelarsi da parte di collaboratori di giustizia di nuovi particolari ed elementi che hanno consentito in tempi recentissimi la scoperta di grandi siti trasformati in immense discariche di rifiuti anche pericolosi e tossici».

IL TRIANGOLO IMPRENDITORI, POLITICA, CAMORRA - Duro il giudizio della Dna sulla politica e il mondo imprenditoriale, quel fiume di rifiuti speciali arrivati negli anni, dal Nord, a inquinare la ex Campania felix. «In pratica, nei territori delle Provincie di Napoli e Caserta continuano ad emergere gli scempi del territorio frutto della sinergia tra i clan camorristici ed i trafficanti dei rifiuti provenienti soprattutto dall’Italia centro-settentrionale, mediati da quella che lo scorso anno si è definita la “élite del traffico illecito dei rifiuti del tipo di quello in cui si sostanzia l’ecomafia"; e si portano a compimento le indagini, già in parte sfociate in fase di giudizio, che hanno evidenziato le commistioni tra il potere politico-amministrativo, quello economico e quello criminale nell’ambito della emergenza rifiuti napoletana, in una situazione complessiva che ancora vede la incapacità della amministrazione locale, neppure più supportata da quella nazionale anche per le note difficoltà finanziarie, di fronteggiare in maniera definitiva e risolutiva il fenomeno. Non può, pertanto, escludersi, anzi si rende ben possibile, il rientro in posizione dominante del soggetto camorra, quale vero e proprio convitato di pietra da cui è impossibile prescindere. Presenza che fa agevolmente e comodamente cedere alla tentazione delle Autorità preposte di utilizzarla come alibi per giustificare la loro inefficienza».

LEGAMBIENTE: SCENARI PREOCCUPANTI - A proposito Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania parla di uno «scenario sempre più inquietante e preoccupante, i rifiuti sempre più core business dei clan con sempre più gravi rischi per la salute dei cittadini». «La lotta ai trafficanti di rifiuti - continua Buonomo -, lo testimoniano le parole del relatore dottor Pennisi, non si può fare senza le intercettazione telefoniche fondamentale strumento di indagine. Depotenziarne l'uso significa dunque dichiarare la resa sul fronte delle ecomafie. Inoltre – ha concluso Buonomo - i traffici di rifiuti, oltre a devastare i settori legali del turismo e delle produzioni agroalimentari di qualità e ad aumentare l’incidenza di malattie gravissime minando il futuro dell’intero Paese, sono spesso anche un reato spia, attraverso il quale si arriva a scoprire l'intera rete di affari illegali dei clan camorristici».

Fonte: Corriere del Mezzogiorno

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mercoledì 25 gennaio 2012

Legame tra rifiuti e tumori in Campania Ecco gli studi che Strasburgo ha ignorato


C’è un rapporto che stabilisce un nesso tra l'incremento dei casi di cancro e il disastro spazzatura nelle zone tra Napoli e Caserta: è allegato al ricorso che la Corte dei Diritti dell'Uomo ha recentemente accolto, condannando lo Stato italiano per la gestione dell’emergenza, ma senza riconoscere il danno alla salute


Ci sono un paio di rapporti conservati nei cassetti, conosciuti solo dagli addetti ai lavori. Stabilirebbero un nesso tra l’incremento dei tumori e la presenza di discariche illegali e di rifiuti per le strade in Campania. Uno in particolare, quello dell’Istituto superiore di sanità (Iss), evidenza “eccessi significativi della mortalità per tumore al polmone, fegato, stomaco, rene e vescica, e di prevalenza delle malformazioni congenite totali, degli arti, del sistema cardiovascolare e dell’apparato urogenitale”, con particolare attenzione nell’area a cavallo tra le province di Napoli e Caserta. Gli studi sono stati esibiti con il ricorso presentato e vinto davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo dall’avvocato Errico Di Lorenzo a nome di un gruppo di residenti di Somma Vesuviana (Napoli). Di Lorenzo nei giorni scorsi è riuscito a ottenere la condanna dello Stato italiano per la (mala)gestione dell’emergenza rifiuti in Campania, per aver costretto gli abitanti del vesuviano a vivere immersi nell’immondizia. Ma la sentenza si è limitata a certificare il “danno esistenziale“, ritenendo non provato il danno alla salute. Niente paura, quindi: secondo la Corte di Strasburgo non c’è una correlazione tra l’aumento dei casi di cancro e il disastro spazzatura in Campania. Peccato, invece, che a leggere le carte allegate al ricorso c’è ben poco da restare tranquilli.

Anche perché i rapporti sono abbastanza recenti. E sono firmati da medici esperti e competenti, del dipartimento di Ambiente e Prevenzione Primaria dell’Iss, del Cnr, dell’Osservatorio Epidemiologico. Lo studio Iss è del 2008 e analizza i cluster (i grappoli) di tumori sviluppati in particolari aree del territorio campano (leggi lo studio). La concentrazione maggiore si è rivelata tra Caserta e Napoli, in quel tratto maledettamente avvelenato che collega i comuni di Acerra, Aversa e Giugliano. Il ‘triangolo della morte’, dove si sono sversati e si continuano a sversare rifiuti di ogni tipo, in discariche legali ma soprattutto tra le campagne e negli invasi abusivi, ad ogni ora del giorno e della notte.

Le statistiche dello studio spiegano che il tumore al polmone affligge in maniera maggiore i Comuni nei pressi di Giugliano, tra Acerra e Pomigliano d’Arco e nei paesi vesuviani di nord-est: 255 casi solo a Giugliano, 259 a Casoria, 124 ad Acerra, 1008 totali nell’area nord. Mentre il tumore del fegato prevale nei Comuni del mariglianese: 73 casi solo a Marigliano, 665 nell’intera area. Mentre il tumore dello stomaco è la forma di cancro prevalente nell’area del basso casertano-aversano fino al giuglianese (615 casi osservati).

Da questo campionario degli orrori, si apprende che il tumore della vescica incide molto nell’area maranese-giuglianese e nel basso casertano (a Marano 37 casi, 206 nell’area nord); il tumore del rene prevale nell’area giuglianese (82 casi osservati in totale). Mentre per quanto riguarda le malformazioni congenite (arti, urogenitali e cardiovascolari), ecco i dati: 561 casi osservati nell’acerrano-pomiglianese, 216 in penisola sorrentina, 194 nel basso aversano, 157 a Portici-Ercolano, 9 a Liveri. Per le malformazioni cardiovascolari, ci sono 94 casi in penisola sorrentina, 134 casi nell’area nord-vesuviana. Per le malformazioni urogenitali: 22 ad Acerra, 26 nel basso aversano, 31 casi area S. Maria a Vico-Maddaloni- San Felice a Cancello-Arienzo. Infine, per le malformazioni degli arti: 160 casi nell’acerrano-pomiglianese e nell’alto vesuviano.

A conclusioni abbastanza simili arriva un rapporto sintetico commissionato qualche anno fa da Guido Bertolaso, all’epoca commissario straordinario dell’emergenza, dal titolo “Trattamento dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana”. Il riassunto afferma l’esistenza di “numerose associazioni significative (cioè non imputabili al caso) tra salute e rifiuti” con “trend di rischio in aumento” e percepibili incrementi della mortalità tumorale nelle aree contaminate dalla spazzatura: più 2 per cento di mortalità generale, più 1 per cento per tutti i tumori, più 2 per cento per gli uomini per il tumore del polmone, più 4 per cento negli uomini e più 7 per cento nelle donne per il tumore al fegato, più 5 per cento negli uomini per il tumore dello stomaco.

Forse è poco per scatenare allarmismo. Forse è poco per dimostrare un nesso inequivocabile. Forse è abbastanza per chiedere che gli studi vengano approfonditi, e che i cittadini che vivono su questi luoghi vengano correttamente informati. “Ma la mancanza di informazione pubblica sugli aspetti connessi allo smaltimento dei rifiuti e sui rischi per la popolazione è una delle cose che ho denunciato nelle mie azioni legali” afferma l’avvocato Di Lorenzo, che sta preparando un ricorso in Appello a Strasburgo per quella parte della sentenza che non riconosce il danno alla salute. Secondo il legale, la catastrofe dei rifiuti in Campania avrebbe dovuto indurre il Capo dello Stato ad applicare l’articolo 126 della Costituzione, quello sullo scioglimento dei consigli regionali e sulla rimozione del Governatore. “Perché nel 2007-2008, nella fase più acuta della crisi, Bassolino e i suoi assessori non sono stati mandati a casa?”. Ormai è tardi per darsi una risposta.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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C’è un rapporto che stabilisce un nesso tra l'incremento dei casi di cancro e il disastro spazzatura nelle zone tra Napoli e Caserta: è allegato al ricorso che la Corte dei Diritti dell'Uomo ha recentemente accolto, condannando lo Stato italiano per la gestione dell’emergenza, ma senza riconoscere il danno alla salute


Ci sono un paio di rapporti conservati nei cassetti, conosciuti solo dagli addetti ai lavori. Stabilirebbero un nesso tra l’incremento dei tumori e la presenza di discariche illegali e di rifiuti per le strade in Campania. Uno in particolare, quello dell’Istituto superiore di sanità (Iss), evidenza “eccessi significativi della mortalità per tumore al polmone, fegato, stomaco, rene e vescica, e di prevalenza delle malformazioni congenite totali, degli arti, del sistema cardiovascolare e dell’apparato urogenitale”, con particolare attenzione nell’area a cavallo tra le province di Napoli e Caserta. Gli studi sono stati esibiti con il ricorso presentato e vinto davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo dall’avvocato Errico Di Lorenzo a nome di un gruppo di residenti di Somma Vesuviana (Napoli). Di Lorenzo nei giorni scorsi è riuscito a ottenere la condanna dello Stato italiano per la (mala)gestione dell’emergenza rifiuti in Campania, per aver costretto gli abitanti del vesuviano a vivere immersi nell’immondizia. Ma la sentenza si è limitata a certificare il “danno esistenziale“, ritenendo non provato il danno alla salute. Niente paura, quindi: secondo la Corte di Strasburgo non c’è una correlazione tra l’aumento dei casi di cancro e il disastro spazzatura in Campania. Peccato, invece, che a leggere le carte allegate al ricorso c’è ben poco da restare tranquilli.

Anche perché i rapporti sono abbastanza recenti. E sono firmati da medici esperti e competenti, del dipartimento di Ambiente e Prevenzione Primaria dell’Iss, del Cnr, dell’Osservatorio Epidemiologico. Lo studio Iss è del 2008 e analizza i cluster (i grappoli) di tumori sviluppati in particolari aree del territorio campano (leggi lo studio). La concentrazione maggiore si è rivelata tra Caserta e Napoli, in quel tratto maledettamente avvelenato che collega i comuni di Acerra, Aversa e Giugliano. Il ‘triangolo della morte’, dove si sono sversati e si continuano a sversare rifiuti di ogni tipo, in discariche legali ma soprattutto tra le campagne e negli invasi abusivi, ad ogni ora del giorno e della notte.

Le statistiche dello studio spiegano che il tumore al polmone affligge in maniera maggiore i Comuni nei pressi di Giugliano, tra Acerra e Pomigliano d’Arco e nei paesi vesuviani di nord-est: 255 casi solo a Giugliano, 259 a Casoria, 124 ad Acerra, 1008 totali nell’area nord. Mentre il tumore del fegato prevale nei Comuni del mariglianese: 73 casi solo a Marigliano, 665 nell’intera area. Mentre il tumore dello stomaco è la forma di cancro prevalente nell’area del basso casertano-aversano fino al giuglianese (615 casi osservati).

Da questo campionario degli orrori, si apprende che il tumore della vescica incide molto nell’area maranese-giuglianese e nel basso casertano (a Marano 37 casi, 206 nell’area nord); il tumore del rene prevale nell’area giuglianese (82 casi osservati in totale). Mentre per quanto riguarda le malformazioni congenite (arti, urogenitali e cardiovascolari), ecco i dati: 561 casi osservati nell’acerrano-pomiglianese, 216 in penisola sorrentina, 194 nel basso aversano, 157 a Portici-Ercolano, 9 a Liveri. Per le malformazioni cardiovascolari, ci sono 94 casi in penisola sorrentina, 134 casi nell’area nord-vesuviana. Per le malformazioni urogenitali: 22 ad Acerra, 26 nel basso aversano, 31 casi area S. Maria a Vico-Maddaloni- San Felice a Cancello-Arienzo. Infine, per le malformazioni degli arti: 160 casi nell’acerrano-pomiglianese e nell’alto vesuviano.

A conclusioni abbastanza simili arriva un rapporto sintetico commissionato qualche anno fa da Guido Bertolaso, all’epoca commissario straordinario dell’emergenza, dal titolo “Trattamento dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana”. Il riassunto afferma l’esistenza di “numerose associazioni significative (cioè non imputabili al caso) tra salute e rifiuti” con “trend di rischio in aumento” e percepibili incrementi della mortalità tumorale nelle aree contaminate dalla spazzatura: più 2 per cento di mortalità generale, più 1 per cento per tutti i tumori, più 2 per cento per gli uomini per il tumore del polmone, più 4 per cento negli uomini e più 7 per cento nelle donne per il tumore al fegato, più 5 per cento negli uomini per il tumore dello stomaco.

Forse è poco per scatenare allarmismo. Forse è poco per dimostrare un nesso inequivocabile. Forse è abbastanza per chiedere che gli studi vengano approfonditi, e che i cittadini che vivono su questi luoghi vengano correttamente informati. “Ma la mancanza di informazione pubblica sugli aspetti connessi allo smaltimento dei rifiuti e sui rischi per la popolazione è una delle cose che ho denunciato nelle mie azioni legali” afferma l’avvocato Di Lorenzo, che sta preparando un ricorso in Appello a Strasburgo per quella parte della sentenza che non riconosce il danno alla salute. Secondo il legale, la catastrofe dei rifiuti in Campania avrebbe dovuto indurre il Capo dello Stato ad applicare l’articolo 126 della Costituzione, quello sullo scioglimento dei consigli regionali e sulla rimozione del Governatore. “Perché nel 2007-2008, nella fase più acuta della crisi, Bassolino e i suoi assessori non sono stati mandati a casa?”. Ormai è tardi per darsi una risposta.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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martedì 24 gennaio 2012

SCORIE NUCLEARI: IL GOVERNO MONTI LE LIBERALIZZA - LA MAPPA

L'articolo 25 del Dl Liberalizzazioni consentirebbe di realizzare tutte le opere connesse allo smantellamento di tutti i siti in deroga alle procedure ordinarie

Fonte: Cadoinpiedi

L'articolo 25 del Dl Liberalizzazioni consentirebbe di realizzare tutte le opere connesse allo smantellamento di tutti i siti in deroga alle procedure ordinarie
Il decreto liberalizzazioni del governo Monti, rispettando la tradizione, non risparmia sorprese, è una vera e propria miniera di iniziative che con le liberalizzazioni a volte c'entrano molto poco, Sembrerebbe il caso dell'articolo 25 che consentirebbe di realizzare le opere riguardanti lo smantellamento di tutti i vecchi siti nucleari italiani, partendo da Trino Vercellese e Saluggia, in deroga alle procedure ordinarie.

A lanciare l'allarme è il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, «Questa norma appare assurdamente pericolosa perché cancellerebbe l'obbligo di ottenere leautorizzazioni ambientali, urbanistiche e di sicurezza previste per tutte le nuove infrastrutture e sarebbe fortemente antidemocratica perché toglierebbe il diritto di intervento al riguardo ai cittadini e agli Enti locali coinvolti».

«Tutto questo è inaccettabile - conclude Cogliati Dezza - e noi saremo al fianco dei cittadini di Saluggia e di tutte le aree potenzialmente interessate dalla realizzazione dei siti per le scorie, affinché il tema della messa in sicurezza delle scorie venga trattato in maniera adeguata e responsabile nel totale rispetto delle norme».

Fonte: Greenreport

Ecco la mappa dei depositi nucleari e centrali dismesse in Italia.

mappa-depositi-nucleari-ita.jpg

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L'articolo 25 del Dl Liberalizzazioni consentirebbe di realizzare tutte le opere connesse allo smantellamento di tutti i siti in deroga alle procedure ordinarie

Fonte: Cadoinpiedi

L'articolo 25 del Dl Liberalizzazioni consentirebbe di realizzare tutte le opere connesse allo smantellamento di tutti i siti in deroga alle procedure ordinarie
Il decreto liberalizzazioni del governo Monti, rispettando la tradizione, non risparmia sorprese, è una vera e propria miniera di iniziative che con le liberalizzazioni a volte c'entrano molto poco, Sembrerebbe il caso dell'articolo 25 che consentirebbe di realizzare le opere riguardanti lo smantellamento di tutti i vecchi siti nucleari italiani, partendo da Trino Vercellese e Saluggia, in deroga alle procedure ordinarie.

A lanciare l'allarme è il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, «Questa norma appare assurdamente pericolosa perché cancellerebbe l'obbligo di ottenere leautorizzazioni ambientali, urbanistiche e di sicurezza previste per tutte le nuove infrastrutture e sarebbe fortemente antidemocratica perché toglierebbe il diritto di intervento al riguardo ai cittadini e agli Enti locali coinvolti».

«Tutto questo è inaccettabile - conclude Cogliati Dezza - e noi saremo al fianco dei cittadini di Saluggia e di tutte le aree potenzialmente interessate dalla realizzazione dei siti per le scorie, affinché il tema della messa in sicurezza delle scorie venga trattato in maniera adeguata e responsabile nel totale rispetto delle norme».

Fonte: Greenreport

Ecco la mappa dei depositi nucleari e centrali dismesse in Italia.

mappa-depositi-nucleari-ita.jpg

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sabato 21 gennaio 2012

Lo Stato si compra l’inceneritore di Acerra per 355 milioni. I privati ringraziano


Il governo ha autorizzato l'acquisto da parte della Regione Campania dell'impianto al centro di un processo a carico di Impregilo. I soldi arriverebbero dai Fas, fondi destinati alle aree sottosviluppate che andrebbero nelle casse dei privati.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

La questione rifiuti campana entra nell’agenda del governo, lo schema di decreto legge su “misure urgenti in materia ambientale” contiene un comma che dovrebbe sancire la conclusione della querelle sulla proprietà dell’inceneritore di Acerra, oggetto di polemiche nel recente passato. Per quell’impianto e per l’intero ciclo di gestione dei rifiuti in Campania c’è un processo in corso davanti al Tribunale di Napoli a carico dei manager di Impregilo e dei vertici del commissariato di governo, a partire dall’ex governatore Antonio Bassolino. Ma, nonostante tutto, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, richiamando il decreto che sancì la fine dell’emergenza rifiuti, apre all’acquisto con fondi pubblici dell’inceneritore.

Sarà la Regione Campania a comprare il forno mentre la gestione è affidata, ormai dal 2008 e per 15 anni, alla multiutility bresciana A2a attraverso la controllata Partenope ambiente. Le modalità che sanciranno il passaggio da una spa ad un ente di stato con soldi pubblici vengono chiarite al comma 3 dell’articolo 1 della bozza di decreto: “La Regione Campania è autorizzata ad utilizzare le risorse del Fondo per lo Sviluppo e coesione sociale 2007-2013 relative al programma attuativo regionale, per l’acquisto del termovalorizzatore di Acerra ai sensi dell’articolo 7 del decreto legge n.195 del 2009. Le risorse necessarie vengono trasferite alla stessa regione”.

In realtà il fondo per lo sviluppo altro non è che, sotto altro nome, il fondo per le aree sottoutilizzate che verrà utilizzato per compare l’impianto di incenerimento al costo di 355 milioni di euro, secondo una valutazione dell’Enea del 2007, oggetto anche di un ricorso pendente presso la Corte Costituzionale. I dettagli della vicenda vengono chiariti da Gianfranco Polillo, sottosegretario all’economia, che, in commissione bilancio della Camera, ha spiegato: “Il decreto si limita a prorogare il termine per il trasferimento della proprietà dell’impianto” da fine dicembre 2011 a fine gennaio 2012. La cessione dovrebbe prevedere anche la risoluzione del contenzioso ancora pendente tra Impregilo e protezione civile.

L’inceneritore napoletano usufruisce dei Cip 6, gli incentivi destinati, solo in Italia, a chi produce energia bruciando rifiuti, incentivi che il primo ministro Mario Monti da Commissario Europeo definì “droga illiberale nel mercato delle tecnologie ambientali”. All’inizio del 2008, A2a rinunciò alla gestione dell’impianto perché privo dei Cip6. Successivamente un decreto del morente governo Prodi introdusse i benefici pubblici, per un periodo di 8 anni, e A2a tornò interessata assumendone la gestione. La multiutility spiega al fattoquotidiano.it che il contratto, compresa la gestione dello Stir di Caivano, prevede che “La società venga remunerata con una quota pari al 49% dell’energia elettrica prodotta dal termovalorizzatore tramite la combustione dei rifiuti ad esso conferiti a seguito del trattamento negli Stir”. Produzione incentivata dal Cip6 di cui la A2a beneficia per la quota di energia che le spetta come compenso. I ricavi per A2a nel 2010 sono intorno ai 57 milioni di euro da cui vanno sottratti i costi di gestione dell’impianto. Un dato in crescita nel 2011 visto che l’inceneritore ha raggiunto il 100% della capacità produttiva bruciando 600mila tonnellate di rifiuti. Un ottimo investimento per A2a nella gestione del forno di Acerra così come Impregilo nella vendita. A perderci saranno le tasche dei cittadini che vedranno volatilizzarsi 355 milioni di euro di denaro pubblico destinato al fondo per le aree sottoutilizzate.

di Nello Trocchia e Matteo Incerti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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Il governo ha autorizzato l'acquisto da parte della Regione Campania dell'impianto al centro di un processo a carico di Impregilo. I soldi arriverebbero dai Fas, fondi destinati alle aree sottosviluppate che andrebbero nelle casse dei privati.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

La questione rifiuti campana entra nell’agenda del governo, lo schema di decreto legge su “misure urgenti in materia ambientale” contiene un comma che dovrebbe sancire la conclusione della querelle sulla proprietà dell’inceneritore di Acerra, oggetto di polemiche nel recente passato. Per quell’impianto e per l’intero ciclo di gestione dei rifiuti in Campania c’è un processo in corso davanti al Tribunale di Napoli a carico dei manager di Impregilo e dei vertici del commissariato di governo, a partire dall’ex governatore Antonio Bassolino. Ma, nonostante tutto, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, richiamando il decreto che sancì la fine dell’emergenza rifiuti, apre all’acquisto con fondi pubblici dell’inceneritore.

Sarà la Regione Campania a comprare il forno mentre la gestione è affidata, ormai dal 2008 e per 15 anni, alla multiutility bresciana A2a attraverso la controllata Partenope ambiente. Le modalità che sanciranno il passaggio da una spa ad un ente di stato con soldi pubblici vengono chiarite al comma 3 dell’articolo 1 della bozza di decreto: “La Regione Campania è autorizzata ad utilizzare le risorse del Fondo per lo Sviluppo e coesione sociale 2007-2013 relative al programma attuativo regionale, per l’acquisto del termovalorizzatore di Acerra ai sensi dell’articolo 7 del decreto legge n.195 del 2009. Le risorse necessarie vengono trasferite alla stessa regione”.

In realtà il fondo per lo sviluppo altro non è che, sotto altro nome, il fondo per le aree sottoutilizzate che verrà utilizzato per compare l’impianto di incenerimento al costo di 355 milioni di euro, secondo una valutazione dell’Enea del 2007, oggetto anche di un ricorso pendente presso la Corte Costituzionale. I dettagli della vicenda vengono chiariti da Gianfranco Polillo, sottosegretario all’economia, che, in commissione bilancio della Camera, ha spiegato: “Il decreto si limita a prorogare il termine per il trasferimento della proprietà dell’impianto” da fine dicembre 2011 a fine gennaio 2012. La cessione dovrebbe prevedere anche la risoluzione del contenzioso ancora pendente tra Impregilo e protezione civile.

L’inceneritore napoletano usufruisce dei Cip 6, gli incentivi destinati, solo in Italia, a chi produce energia bruciando rifiuti, incentivi che il primo ministro Mario Monti da Commissario Europeo definì “droga illiberale nel mercato delle tecnologie ambientali”. All’inizio del 2008, A2a rinunciò alla gestione dell’impianto perché privo dei Cip6. Successivamente un decreto del morente governo Prodi introdusse i benefici pubblici, per un periodo di 8 anni, e A2a tornò interessata assumendone la gestione. La multiutility spiega al fattoquotidiano.it che il contratto, compresa la gestione dello Stir di Caivano, prevede che “La società venga remunerata con una quota pari al 49% dell’energia elettrica prodotta dal termovalorizzatore tramite la combustione dei rifiuti ad esso conferiti a seguito del trattamento negli Stir”. Produzione incentivata dal Cip6 di cui la A2a beneficia per la quota di energia che le spetta come compenso. I ricavi per A2a nel 2010 sono intorno ai 57 milioni di euro da cui vanno sottratti i costi di gestione dell’impianto. Un dato in crescita nel 2011 visto che l’inceneritore ha raggiunto il 100% della capacità produttiva bruciando 600mila tonnellate di rifiuti. Un ottimo investimento per A2a nella gestione del forno di Acerra così come Impregilo nella vendita. A perderci saranno le tasche dei cittadini che vedranno volatilizzarsi 355 milioni di euro di denaro pubblico destinato al fondo per le aree sottoutilizzate.

di Nello Trocchia e Matteo Incerti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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giovedì 19 gennaio 2012

Nel decreto liberalizzazioni spunta la norma “libera-trivelle”


Tre articoli dell'atteso provvedimento sullo sviluppo dedicati all'attività estrattiva: più investimenti, meno vincoli e autorizzazione per la trivellazione a 5 miglia dalla costa (contro le 12 attuali). I Verdi: "Si istituisce il diritto di assassinare il territorio"


Capita sempre in questo tipo di provvedimenti, ma la sorpresa che il governo Monti ha introdotto nel decreto liberalizzazioni è di quelle davvero indigeste: un sostanziale via libera alla trivellazione del territorio italiano, incluso il mare e fin sottocosta, per cercare ed estrarre petrolio e gas. Non proprio, per così dire, la promozione della green economy. Nell’ultima bozza di decreto, infatti, di cui Il Fatto quotidiano è venuto in possesso, gli articoli 20, 21 e 22 hanno esattamente questa funzione: nel primo si prevede di aumentare gli investimenti in infrastrutture estrattive, nel secondo si abbassano drasticamente i limiti per la trivellazione in mare e nel terzo si liberalizza la ricerca di nuovi giacimenti. Angelo Bonelli, a cui abbiamo chiesto un commento, è nettissimo: “Se questo fosse il testo definitivo – spiega il leader dei Verdi – vorrebbe dire che il duo Clini-Passera ha deciso di svendere l’Italia alla lobby dei petrolieri. Il rischio ambientale aumenterebbe incredibilmente”. Torniamo al testo. Il fine dell’articolo 20, spiega la relazione allegata, è “consentire nell’immediato di realizzare investimenti di sviluppo pari, nella sola Regione Basilicata, a 6 miliardi di euro, garantendo una produzione aggiuntiva di idrocarburi nei prossimi 20 anni per un valore economico di almeno 30 miliardi di euro ed entrate aggiuntive per lo Stato (tra royalties e entrate fiscali) pari ad almeno 17 miliardi”. La produzione nazionale passerebbe, per questa via, da 80mila a 104mila barili al giorno.

La vera botta, però, è il successivo articolo 21: al comma 2 si decide, infatti, che il limite spaziale per le perforazioni off shore – vale a dire in mare – passa da 12 a 5 miglia marine, praticamente sottocosta. Non bastasse si prescrive anche che la linea di riferimento per le misurazioni non è più quella “di base”, ma quella “di costa”: un modo furbetto di recuperare qualche altro metro. Roba che – se è consentita un po’ di dietrologia – pare fatta apposta per il famigerato progetto di trivellazione alle isole Tremiti, in Molise. Sarà il caso di ricordare, peraltro, che la sicurezza per l’ambiente delle perforazioni off shore è stata al centro di mille polemiche neanche due anni fa, quando un incidente su una piattaforma della British petroleum nel Golfo del Messico devastò l’intera costa della Louisiana. Nella relazione allegata – liquidata la questione ecosistema affermando che “resta, in ogni caso, protetto dalle stringenti normative nazionali” – curiosamente si sottolinea come le agenzie di rating siano sensibili a questo genere di provvedimenti: “Si rileva che tra le ragioni che hanno indotto, lo scorso 9 settembre, Standard & Poor’s ad alzare il rating di Israele ad ‘A+’ da ‘A’, c’è stata proprio la decisione del governo israeliano di sviluppare le attività di ricerca e prospezione degli idrocarburi nelle proprie acque territoriali”.

L’ultimo articolo, infine, è la vera e propria liberalizzazione, tanto è vero che il governo ci ha scritto che “l’attività di prospezione (ricerca, ndr) di idrocarburi è libera nel territorio nazionale e nelle zone del mare territoriale”, fatti salvi ovviamente i vincoli ambientali. In sostanza si passa ad un regime concessorio unico, “che prevede una fase di ricerca al termine della quale, in caso di esito negativo, il titolo cessa – dice la relazione – mentre in caso di ritrovamento minerario prosegue l’attività attraverso le fasi di sviluppo, produzione, ripristino finale”. Insomma un regime autorizzativo assai snello, in cui in sostanza, per passare da una fase all’altro, basterà ottenere una Valutazione d’impatto ambientale positiva. “Questa – è ancora Angelo Bonelli a parlare – non è una liberalizzazione, ma la libertà di assassinare il territorio italiano, di ucciderne il futuro. E’ chiaro che se questo è il testo grida vendetta”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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Tre articoli dell'atteso provvedimento sullo sviluppo dedicati all'attività estrattiva: più investimenti, meno vincoli e autorizzazione per la trivellazione a 5 miglia dalla costa (contro le 12 attuali). I Verdi: "Si istituisce il diritto di assassinare il territorio"


Capita sempre in questo tipo di provvedimenti, ma la sorpresa che il governo Monti ha introdotto nel decreto liberalizzazioni è di quelle davvero indigeste: un sostanziale via libera alla trivellazione del territorio italiano, incluso il mare e fin sottocosta, per cercare ed estrarre petrolio e gas. Non proprio, per così dire, la promozione della green economy. Nell’ultima bozza di decreto, infatti, di cui Il Fatto quotidiano è venuto in possesso, gli articoli 20, 21 e 22 hanno esattamente questa funzione: nel primo si prevede di aumentare gli investimenti in infrastrutture estrattive, nel secondo si abbassano drasticamente i limiti per la trivellazione in mare e nel terzo si liberalizza la ricerca di nuovi giacimenti. Angelo Bonelli, a cui abbiamo chiesto un commento, è nettissimo: “Se questo fosse il testo definitivo – spiega il leader dei Verdi – vorrebbe dire che il duo Clini-Passera ha deciso di svendere l’Italia alla lobby dei petrolieri. Il rischio ambientale aumenterebbe incredibilmente”. Torniamo al testo. Il fine dell’articolo 20, spiega la relazione allegata, è “consentire nell’immediato di realizzare investimenti di sviluppo pari, nella sola Regione Basilicata, a 6 miliardi di euro, garantendo una produzione aggiuntiva di idrocarburi nei prossimi 20 anni per un valore economico di almeno 30 miliardi di euro ed entrate aggiuntive per lo Stato (tra royalties e entrate fiscali) pari ad almeno 17 miliardi”. La produzione nazionale passerebbe, per questa via, da 80mila a 104mila barili al giorno.

La vera botta, però, è il successivo articolo 21: al comma 2 si decide, infatti, che il limite spaziale per le perforazioni off shore – vale a dire in mare – passa da 12 a 5 miglia marine, praticamente sottocosta. Non bastasse si prescrive anche che la linea di riferimento per le misurazioni non è più quella “di base”, ma quella “di costa”: un modo furbetto di recuperare qualche altro metro. Roba che – se è consentita un po’ di dietrologia – pare fatta apposta per il famigerato progetto di trivellazione alle isole Tremiti, in Molise. Sarà il caso di ricordare, peraltro, che la sicurezza per l’ambiente delle perforazioni off shore è stata al centro di mille polemiche neanche due anni fa, quando un incidente su una piattaforma della British petroleum nel Golfo del Messico devastò l’intera costa della Louisiana. Nella relazione allegata – liquidata la questione ecosistema affermando che “resta, in ogni caso, protetto dalle stringenti normative nazionali” – curiosamente si sottolinea come le agenzie di rating siano sensibili a questo genere di provvedimenti: “Si rileva che tra le ragioni che hanno indotto, lo scorso 9 settembre, Standard & Poor’s ad alzare il rating di Israele ad ‘A+’ da ‘A’, c’è stata proprio la decisione del governo israeliano di sviluppare le attività di ricerca e prospezione degli idrocarburi nelle proprie acque territoriali”.

L’ultimo articolo, infine, è la vera e propria liberalizzazione, tanto è vero che il governo ci ha scritto che “l’attività di prospezione (ricerca, ndr) di idrocarburi è libera nel territorio nazionale e nelle zone del mare territoriale”, fatti salvi ovviamente i vincoli ambientali. In sostanza si passa ad un regime concessorio unico, “che prevede una fase di ricerca al termine della quale, in caso di esito negativo, il titolo cessa – dice la relazione – mentre in caso di ritrovamento minerario prosegue l’attività attraverso le fasi di sviluppo, produzione, ripristino finale”. Insomma un regime autorizzativo assai snello, in cui in sostanza, per passare da una fase all’altro, basterà ottenere una Valutazione d’impatto ambientale positiva. “Questa – è ancora Angelo Bonelli a parlare – non è una liberalizzazione, ma la libertà di assassinare il territorio italiano, di ucciderne il futuro. E’ chiaro che se questo è il testo grida vendetta”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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domenica 15 gennaio 2012

Il nesso fra Nicola Cosentino e l’aumento dei tumori nei nostri territori

Di Alessandro Citarella

L'on. Nicola Cosentino riceve l'abbraccio dell'on. Alfonso Papa dopo il risultato del voto. Foto: Daniele Scudieri, pubblicato su www.corriere.it

La decisione del Parlamento dello scorso 11 gennaio 2012 di non permettere l’arresto di Nicola Cosentino, l’ex coordinatore campano del Partito delle Libertà (Pdl), riporta alla ribalta ancora una volta lo scempio che la mala-politica, in combutta con il crimine organizzato, ha fatto dei nostri territori, intaccando in modo visibile la qualità della vita dei cittadini di Napoli, della sua provincia e di molte zone della Campania. La mala politica dei Nicola Cosentino, dei Cirino Pomicino, degli Antonio Bassolino, e di tanti altri manovratori dei vari lacchè di destra, di centro e di sinistra, che ha portato i rifiuti di Napoli al centro dell’attenzione mondiale per tanti anni, ha trovato un ostacolo decisivo nel Sindaco Luigi de Magistris e la sua Giunta.

Con la decisione del Parlamento a favore di Cosentino, sarà necessario alzare di nuovo la guardia sulla gestione dei rifiuti, perché il partito degli inceneritori, che è lo stesso che vorrebbe far fallire la raccolta differenziata, è in agguato, pronto a sacrificare la salute dei nostri cittadini per far lucrare padrini e criminali di ogni genere.

Il giornalista Francesco Bertolucci ha pubblicato il 12 gennaio 2012 su affaritaliani.it alcuni dati divulgati dalla ricerca oncologica riguardante la salute dei cittadini nei nostri territori, dipingendo una situazione di grande emergenza, direttamente collegata alla criminale gestione dello smaltimento dei rifiuti. I dati pubblicati da Bertolucci, che rendono ancora più amaro il boccone che dobbiamo ingoiare con il mancato arresto di Nicola Cosentino, possono essere riassunti così:

–C’è stato un aumento del venti percento delle patologie oncologiche dovute all’inquinamento.
–L’aspettativa di vita dei napoletani è di due anni sotto la media nazionale.
–I cancri alla mammella nelle donne sono il doppio rispetto al resto d’Italia
–Più di una donna su sette ha il cancro della mammella prima dei 40 anni e spesso addirittura sotto i 20 anni.
–Sono aumentati in modo esponenziale i carcinomi al testicolo negli uomini campani
–Le percentuali di tumori infantili sono il doppio rispetto, ad esempio, alle medie degli Stati Uniti
–Per quelli al polmone, così come dei tumori alla vescica, Napoli detiene il triste primato italiano insieme al Piemonte.
–C’è un aumento sino all’83 percento delle malformazioni neonatali ad apparato urogenitale e sistema nervoso nei cittadini campani residenti in prossimità di discariche sia autorizzate sia abusive.

Il Partito del Sud invita i cittadini a tenere alta la vigilanza sulla raccolta e sullo smaltimento dei rifiuti, per sostenere il lavoro del Sindaco Luigi de Magistris affinché Napoli e la sua provincia possano sconfiggere completamente il malaffare e la mala politica, per iniziare anche una politica di bonifica dei territori che possa ristabilire un ambiente salubre. Il nostro Sindaco è per la legalità, è per la salute dei cittadini, è contro la costruzione degli inceneritori, e vuole estendere la raccolta differenziata “porta-a-porta” a tutta la città. Questa è la via giusta per garantire la salute per i cittadini napoletani e per le future generazioni. E noi siamo con lui.

Fonte: http://pdsudnapoli.org/2012/01/14/il-nesso-fra-nicola-cosentino-e-laumento-dei-tumori-nei-nostri-territori/


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Di Alessandro Citarella

L'on. Nicola Cosentino riceve l'abbraccio dell'on. Alfonso Papa dopo il risultato del voto. Foto: Daniele Scudieri, pubblicato su www.corriere.it

La decisione del Parlamento dello scorso 11 gennaio 2012 di non permettere l’arresto di Nicola Cosentino, l’ex coordinatore campano del Partito delle Libertà (Pdl), riporta alla ribalta ancora una volta lo scempio che la mala-politica, in combutta con il crimine organizzato, ha fatto dei nostri territori, intaccando in modo visibile la qualità della vita dei cittadini di Napoli, della sua provincia e di molte zone della Campania. La mala politica dei Nicola Cosentino, dei Cirino Pomicino, degli Antonio Bassolino, e di tanti altri manovratori dei vari lacchè di destra, di centro e di sinistra, che ha portato i rifiuti di Napoli al centro dell’attenzione mondiale per tanti anni, ha trovato un ostacolo decisivo nel Sindaco Luigi de Magistris e la sua Giunta.

Con la decisione del Parlamento a favore di Cosentino, sarà necessario alzare di nuovo la guardia sulla gestione dei rifiuti, perché il partito degli inceneritori, che è lo stesso che vorrebbe far fallire la raccolta differenziata, è in agguato, pronto a sacrificare la salute dei nostri cittadini per far lucrare padrini e criminali di ogni genere.

Il giornalista Francesco Bertolucci ha pubblicato il 12 gennaio 2012 su affaritaliani.it alcuni dati divulgati dalla ricerca oncologica riguardante la salute dei cittadini nei nostri territori, dipingendo una situazione di grande emergenza, direttamente collegata alla criminale gestione dello smaltimento dei rifiuti. I dati pubblicati da Bertolucci, che rendono ancora più amaro il boccone che dobbiamo ingoiare con il mancato arresto di Nicola Cosentino, possono essere riassunti così:

–C’è stato un aumento del venti percento delle patologie oncologiche dovute all’inquinamento.
–L’aspettativa di vita dei napoletani è di due anni sotto la media nazionale.
–I cancri alla mammella nelle donne sono il doppio rispetto al resto d’Italia
–Più di una donna su sette ha il cancro della mammella prima dei 40 anni e spesso addirittura sotto i 20 anni.
–Sono aumentati in modo esponenziale i carcinomi al testicolo negli uomini campani
–Le percentuali di tumori infantili sono il doppio rispetto, ad esempio, alle medie degli Stati Uniti
–Per quelli al polmone, così come dei tumori alla vescica, Napoli detiene il triste primato italiano insieme al Piemonte.
–C’è un aumento sino all’83 percento delle malformazioni neonatali ad apparato urogenitale e sistema nervoso nei cittadini campani residenti in prossimità di discariche sia autorizzate sia abusive.

Il Partito del Sud invita i cittadini a tenere alta la vigilanza sulla raccolta e sullo smaltimento dei rifiuti, per sostenere il lavoro del Sindaco Luigi de Magistris affinché Napoli e la sua provincia possano sconfiggere completamente il malaffare e la mala politica, per iniziare anche una politica di bonifica dei territori che possa ristabilire un ambiente salubre. Il nostro Sindaco è per la legalità, è per la salute dei cittadini, è contro la costruzione degli inceneritori, e vuole estendere la raccolta differenziata “porta-a-porta” a tutta la città. Questa è la via giusta per garantire la salute per i cittadini napoletani e per le future generazioni. E noi siamo con lui.

Fonte: http://pdsudnapoli.org/2012/01/14/il-nesso-fra-nicola-cosentino-e-laumento-dei-tumori-nei-nostri-territori/


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sabato 14 gennaio 2012

Calendario 2012 - Per amore della mia terra non tacerò



http://www.youtube.com/watch?v=EHyBv1ivAyc

Presentato al Maschio Angioino il calendario 2012 "Per Amore della mia Terra non tacerò" alla presenza dell'Assessore alle Pari Opportunità Giuseppina Tommasielli, dell'oncologo Antonio Marfella di ISDE Medici per l'Ambiente e delle donne dei Comitati per l'Ambiente.
L'iniziativa ha lo scopo di sensibilizzare per la prevenzione dei rischi ambientali, soprattutto nei confronti della popolazione di genere femminile.


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http://www.youtube.com/watch?v=EHyBv1ivAyc

Presentato al Maschio Angioino il calendario 2012 "Per Amore della mia Terra non tacerò" alla presenza dell'Assessore alle Pari Opportunità Giuseppina Tommasielli, dell'oncologo Antonio Marfella di ISDE Medici per l'Ambiente e delle donne dei Comitati per l'Ambiente.
L'iniziativa ha lo scopo di sensibilizzare per la prevenzione dei rischi ambientali, soprattutto nei confronti della popolazione di genere femminile.


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lunedì 9 gennaio 2012

“Rifiuti meglio in Olanda che ad Acerra” ‘Medici per l’Ambiente’ contro l’inceneritore

Secondo il sodalizio partenopeo quello dell'impianto inaugurato nel 2009 da Berlusconi "è uno smaltimento altamente tossico e costoso, che in venti anni costerà circa 262 milioni di euro per circa 5239 anni di vita persi dai cittadini acerrani e napoletani"

L'inceneritore di Acerra

“I rifiuti di Napoli? Meglio in Olanda che nell’inceneritore di Acerra“. Lo scrive in un documento il direttivo napoletano dell’associazione indipendente Medici per l’Ambiente, che da anni studia (e critica) le politiche di smaltimento dei rifiuti campani e denuncia lo scempio ambientale in atto, con il conseguente, drammatico, picco delle patologie tumorali sui territori del napoletano e del casertano. “Quello di Acerra – sostiene il sodalizio – è uno smaltimento altamente tossico e costosissimo, che in venti anni costerà circa 262 milioni di euro per circa 5239 anni di vita persi dai cittadini acerrani e napoletani: cioè circa 35mila euro al giorno e circa 7 mesi di vita persi ogni giorno dai cittadini di Acerra e Napoli. Le navi della spazzatura verso l’Olanda sono un’iniziativa incongrua, ma ci auguriamo che servano a far trionfare la verità sulle bugie”. La presa di posizione degli esperti di un’associazione schierata al fianco dei comitati antidiscariche e ‘rifiuti zero’ arriva a poche ore dall’attracco a Napoli dellaNordstern, la prima nave dei rifiuti, voluta fortissimamente dal sindaco Luigi de Magistris e dall’assessore all’Ambiente Tommaso Sodano. Nei prossimi giorni la Nordstern verrà caricata con circa 3000 tonnellate di ‘secco’ e prenderà il largo verso i Paesi Bassi. L’obiettivo è quello di far parte una nave ogni fine settimana.

L’analisi dei dottori Comella, Marfella, Esposito e Ciannella prende spunto da alcuni studi indipendenti, e in particolare da quello ‘Externe’ della Comunità Europea. Secondo i quali l’inceneritore di Acerra è da considerarsi “impianto insalubre di classe I”, cioè il massimo della tossicità industriale. Da qui deriverebbero i dati sopracitati. Danni che secondo i Medici per l’Ambiente colpiscono solo i cittadini della provincia napoletana. L’associazione, infatti, ricorda come nel maxi inceneritore di Acerra “che pone da solo la Campania al terzo posto in Italia come potenza di incenerimento, si smaltiva e si smaltiscono i rifiuti solidi urbani (rsu) della intera Regione Campania e non della sola Napoli. Quindi era ed è una bugia che Napoli con la sua inciviltà pretendeva di smaltire i propri rifiuti presso le altre Province campane laddove, in modo ordinario, oltre i due terzi delle 1650 tonnellate al giorno incenerite ad Acerra/Napoli provengono da tutte le altre Province della Regione Campania”.

Il gruppo di medici allarga le sue riflessioni anche al versante dei costi, promuovendo l’operazione olandese. “Per smaltire una tonnellata di rsu in Olanda il costo massimo è di circa 80 euro a tonnellata (ma secondo altri addetti ai lavori è di circa 140 euro a tonnellata, ndr) che è invece, in Campania, soltanto l’incentivo minimo con il quale lo Stato finanzia la ditta lombarda A2A e cioè i Comuni proprietari della A2A, (al 60 per cento) Milano, Brescia, Bergamo e Varese”. Città “che da sempre hanno negato solidarietà a Napoli e alla Campania per smaltire tale tipologia di rifiuti, preferendo, per i propri impianti in Lombardia, smaltire oltre 500mila tonnellate l’anno di rifiuti speciali e industriali, ma non rsu campani”.

La conclusione è condita da una polemica. “Smaltire i rsu in Olanda, a nostro parere, è una iniziativa incongrua, ma sollevando per circa un anno le amministrazioni del Comune e dellaProvincia di Napoli dalle necessità quotidiane di fronteggiare con efficacia il pluridecennale scorretto sistema di smaltimento dei rsu a Napoli e in Campania” può servire a tutti, in particolare al Comune di Napoli e alla Regione Campania “per intervenire in modo rapido sulla volontà di perpetuare sistemi di smaltimento tossici e costosissimi come i maxi inceneritori, finanziati con il sistema dei CIP6 per favorire ben individuati gruppi di potere lobbistico del nord. E indirizzare non solo il Comune di Napoli ma la intera Regione Campania verso la realizzazione dei necessari impianti, che non sono i maxi inceneritori (contro i quali si sono schierati anche de Magistris e Sodano, che hanno fatto stralciare l’inceneritore di Napoli est dal piano del governo Monti, ndr), ma ad esempio gli impianti di compostaggio”.


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Secondo il sodalizio partenopeo quello dell'impianto inaugurato nel 2009 da Berlusconi "è uno smaltimento altamente tossico e costoso, che in venti anni costerà circa 262 milioni di euro per circa 5239 anni di vita persi dai cittadini acerrani e napoletani"

L'inceneritore di Acerra

“I rifiuti di Napoli? Meglio in Olanda che nell’inceneritore di Acerra“. Lo scrive in un documento il direttivo napoletano dell’associazione indipendente Medici per l’Ambiente, che da anni studia (e critica) le politiche di smaltimento dei rifiuti campani e denuncia lo scempio ambientale in atto, con il conseguente, drammatico, picco delle patologie tumorali sui territori del napoletano e del casertano. “Quello di Acerra – sostiene il sodalizio – è uno smaltimento altamente tossico e costosissimo, che in venti anni costerà circa 262 milioni di euro per circa 5239 anni di vita persi dai cittadini acerrani e napoletani: cioè circa 35mila euro al giorno e circa 7 mesi di vita persi ogni giorno dai cittadini di Acerra e Napoli. Le navi della spazzatura verso l’Olanda sono un’iniziativa incongrua, ma ci auguriamo che servano a far trionfare la verità sulle bugie”. La presa di posizione degli esperti di un’associazione schierata al fianco dei comitati antidiscariche e ‘rifiuti zero’ arriva a poche ore dall’attracco a Napoli dellaNordstern, la prima nave dei rifiuti, voluta fortissimamente dal sindaco Luigi de Magistris e dall’assessore all’Ambiente Tommaso Sodano. Nei prossimi giorni la Nordstern verrà caricata con circa 3000 tonnellate di ‘secco’ e prenderà il largo verso i Paesi Bassi. L’obiettivo è quello di far parte una nave ogni fine settimana.

L’analisi dei dottori Comella, Marfella, Esposito e Ciannella prende spunto da alcuni studi indipendenti, e in particolare da quello ‘Externe’ della Comunità Europea. Secondo i quali l’inceneritore di Acerra è da considerarsi “impianto insalubre di classe I”, cioè il massimo della tossicità industriale. Da qui deriverebbero i dati sopracitati. Danni che secondo i Medici per l’Ambiente colpiscono solo i cittadini della provincia napoletana. L’associazione, infatti, ricorda come nel maxi inceneritore di Acerra “che pone da solo la Campania al terzo posto in Italia come potenza di incenerimento, si smaltiva e si smaltiscono i rifiuti solidi urbani (rsu) della intera Regione Campania e non della sola Napoli. Quindi era ed è una bugia che Napoli con la sua inciviltà pretendeva di smaltire i propri rifiuti presso le altre Province campane laddove, in modo ordinario, oltre i due terzi delle 1650 tonnellate al giorno incenerite ad Acerra/Napoli provengono da tutte le altre Province della Regione Campania”.

Il gruppo di medici allarga le sue riflessioni anche al versante dei costi, promuovendo l’operazione olandese. “Per smaltire una tonnellata di rsu in Olanda il costo massimo è di circa 80 euro a tonnellata (ma secondo altri addetti ai lavori è di circa 140 euro a tonnellata, ndr) che è invece, in Campania, soltanto l’incentivo minimo con il quale lo Stato finanzia la ditta lombarda A2A e cioè i Comuni proprietari della A2A, (al 60 per cento) Milano, Brescia, Bergamo e Varese”. Città “che da sempre hanno negato solidarietà a Napoli e alla Campania per smaltire tale tipologia di rifiuti, preferendo, per i propri impianti in Lombardia, smaltire oltre 500mila tonnellate l’anno di rifiuti speciali e industriali, ma non rsu campani”.

La conclusione è condita da una polemica. “Smaltire i rsu in Olanda, a nostro parere, è una iniziativa incongrua, ma sollevando per circa un anno le amministrazioni del Comune e dellaProvincia di Napoli dalle necessità quotidiane di fronteggiare con efficacia il pluridecennale scorretto sistema di smaltimento dei rsu a Napoli e in Campania” può servire a tutti, in particolare al Comune di Napoli e alla Regione Campania “per intervenire in modo rapido sulla volontà di perpetuare sistemi di smaltimento tossici e costosissimi come i maxi inceneritori, finanziati con il sistema dei CIP6 per favorire ben individuati gruppi di potere lobbistico del nord. E indirizzare non solo il Comune di Napoli ma la intera Regione Campania verso la realizzazione dei necessari impianti, che non sono i maxi inceneritori (contro i quali si sono schierati anche de Magistris e Sodano, che hanno fatto stralciare l’inceneritore di Napoli est dal piano del governo Monti, ndr), ma ad esempio gli impianti di compostaggio”.


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