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sabato 20 febbraio 2016
IN RICORDO DI UMBERTO ECO
Di Giovanni Cutolo
Nel
1964, appena arrivato a San Paolo del Brasile, ebbi la fortuna di conoscere
Italo Bianchi, scenografo della mitica Vera Cruz, la casa
cinematografica brasiliana che aveva aperto al Brasile le strade del cinema
vincendo nel 1953 un premio al Festival di Cannes con il film O cangaceiro.
Dopo qualche tempo Bianchi mi mise tra le mani Opera Aperta di Umberto
Eco suggerendomi di leggerlo, cosa che feci rapidamente senza capirci molto.
Rimasi però folgorato dal brano seguente, che mi fece molto riflettere e mi
avrebbe cambiato la vita:
Chiaro
che a questo punto la categoria dell’alienazione non definisce più soltanto una
forma di relazione tra individui basata su una certa struttura della società,
ma tutta una serie di rapporti intrattenuti tra uomo e uomo, uomo e oggetti,
uomo e istituzioni, uomo e convenzioni sociali, uomo e universo mitico, uomo e
linguaggio. (...) A tale titolo allora noi, per il fatto stesso di vivere,
lavorando, producendo cose ed entrando in relazione con altri, siamo
nell’alienazione. (...) Noi produciamo la macchina; la macchina ci opprime con
una realtà inumana e può renderci sgradevole il rapporto con essa, il rapporto
che abbiamo col mondo grazie ad essa. L’industrial
design sembra risolvere il problema:
fonde bellezza e utilità e ci restituisce una macchina umanizzata, a misura
d’uomo. Un frullino, un coltello, una macchina da scrivere che esprime le sue
possibilità d’uso in una serie di rapporti gradevoli, che invita la mano a
toccarla, accarezzarla, usarla; ecco una soluzione.
Questo
brano, intitolato Del modo di formare come impegno sulla realtà si trova
nell’ultimo saggio del libro, saggio incluso da Eco nella seconda edizione del
1963, mentre invece non appariva nella prima, apparsa nel 1962. Avevo letto da
qualche parte che tradurre un testo è il modo migliore per capirlo, così decisi
di tradurre il libro in brasiliano sperando in tal modo di riuscire a
decriptare il testo, imparando al tempo stesso il portoghese. Effettivamente lo
imparai rapidamente e, grazie ai buoni uffici di Haroldo De Campos, la mia
traduzione ebbe la fortuna di essere letta e pubblicata da Jacò Guinsburg
(Umberto Eco, Obra Aberta, Editora perspectiva, San Paolo, 1969). Con la
sua ignara complicità Umberto Eco, mi offrì lo spunto per cominciare il mio
viaggio nel design. Un viaggio che dura oramai da oltre quarant’anni.
Cinquant’anni
dopo, nel febbraio del 2014 andai a trovare Umberto Eco per chiedergli di
scrivere la prefazione del mio ultimo libro, il Breviario di Formazione. Qualche mese dopo, per l’esattezza il 3 di
maggio, ricevetti un messaggio e-mail nel quale Eco mi diceva di come fosse
infastidito dalle continue richieste di prefazioni e, conseguentemente, della
sua strenua difesa contro quella che definiva come “la lebbra delle
prefazioni”. Nel contempo però mi gratificava oltremisura scrivendo “il libretto
mi è piaciuto e si legge bene, tanto da chiedermi perché sei così
autoflagellatorio da pensare che non possa funzionare senza l’avallo di qualcun
altro, come se Dante avesse avuto bisogno della prefazione di Guido
Cavalcanti.” E continuava osservando che: “Se dovessimo fare un dibattito farei
alcune obiezioni su un eccesso di ottimismo neo-razionalista: come si
salveranno coloro che non possono comperarsi una Breuer e dormono su una
panchina stile Piacentini?”. Non ho problemi a confessare che non ho saputo
resistere al legittimo compiacimento procuratomi da queste parole, sicché ho deciso
di non pubblicare il suo breve testo come prefazione bensì come “autoflagellazione”.
Una autoflagellazione della quale sono estremamente orgoglioso.
Grazie
mille Umberto e a presto!
.
Di Giovanni Cutolo
Nel
1964, appena arrivato a San Paolo del Brasile, ebbi la fortuna di conoscere
Italo Bianchi, scenografo della mitica Vera Cruz, la casa
cinematografica brasiliana che aveva aperto al Brasile le strade del cinema
vincendo nel 1953 un premio al Festival di Cannes con il film O cangaceiro.
Dopo qualche tempo Bianchi mi mise tra le mani Opera Aperta di Umberto
Eco suggerendomi di leggerlo, cosa che feci rapidamente senza capirci molto.
Rimasi però folgorato dal brano seguente, che mi fece molto riflettere e mi
avrebbe cambiato la vita:
Chiaro
che a questo punto la categoria dell’alienazione non definisce più soltanto una
forma di relazione tra individui basata su una certa struttura della società,
ma tutta una serie di rapporti intrattenuti tra uomo e uomo, uomo e oggetti,
uomo e istituzioni, uomo e convenzioni sociali, uomo e universo mitico, uomo e
linguaggio. (...) A tale titolo allora noi, per il fatto stesso di vivere,
lavorando, producendo cose ed entrando in relazione con altri, siamo
nell’alienazione. (...) Noi produciamo la macchina; la macchina ci opprime con
una realtà inumana e può renderci sgradevole il rapporto con essa, il rapporto
che abbiamo col mondo grazie ad essa. L’industrial
design sembra risolvere il problema:
fonde bellezza e utilità e ci restituisce una macchina umanizzata, a misura
d’uomo. Un frullino, un coltello, una macchina da scrivere che esprime le sue
possibilità d’uso in una serie di rapporti gradevoli, che invita la mano a
toccarla, accarezzarla, usarla; ecco una soluzione.
Questo
brano, intitolato Del modo di formare come impegno sulla realtà si trova
nell’ultimo saggio del libro, saggio incluso da Eco nella seconda edizione del
1963, mentre invece non appariva nella prima, apparsa nel 1962. Avevo letto da
qualche parte che tradurre un testo è il modo migliore per capirlo, così decisi
di tradurre il libro in brasiliano sperando in tal modo di riuscire a
decriptare il testo, imparando al tempo stesso il portoghese. Effettivamente lo
imparai rapidamente e, grazie ai buoni uffici di Haroldo De Campos, la mia
traduzione ebbe la fortuna di essere letta e pubblicata da Jacò Guinsburg
(Umberto Eco, Obra Aberta, Editora perspectiva, San Paolo, 1969). Con la
sua ignara complicità Umberto Eco, mi offrì lo spunto per cominciare il mio
viaggio nel design. Un viaggio che dura oramai da oltre quarant’anni.
Cinquant’anni
dopo, nel febbraio del 2014 andai a trovare Umberto Eco per chiedergli di
scrivere la prefazione del mio ultimo libro, il Breviario di Formazione. Qualche mese dopo, per l’esattezza il 3 di
maggio, ricevetti un messaggio e-mail nel quale Eco mi diceva di come fosse
infastidito dalle continue richieste di prefazioni e, conseguentemente, della
sua strenua difesa contro quella che definiva come “la lebbra delle
prefazioni”. Nel contempo però mi gratificava oltremisura scrivendo “il libretto
mi è piaciuto e si legge bene, tanto da chiedermi perché sei così
autoflagellatorio da pensare che non possa funzionare senza l’avallo di qualcun
altro, come se Dante avesse avuto bisogno della prefazione di Guido
Cavalcanti.” E continuava osservando che: “Se dovessimo fare un dibattito farei
alcune obiezioni su un eccesso di ottimismo neo-razionalista: come si
salveranno coloro che non possono comperarsi una Breuer e dormono su una
panchina stile Piacentini?”. Non ho problemi a confessare che non ho saputo
resistere al legittimo compiacimento procuratomi da queste parole, sicché ho deciso
di non pubblicare il suo breve testo come prefazione bensì come “autoflagellazione”.
Una autoflagellazione della quale sono estremamente orgoglioso.
Grazie
mille Umberto e a presto!
.
E’ MORTA LA HARPER, lo stesso giorno di ECO
Di Bruno Pappalardo
Spero di non essere frainteso. Non si paragonano i geni, i talenti,…
E’ morta nello stesso giorno di Umberto Eco, la ottantanovenne Harper Lee.
Già forse il nome a molti non dice tanto.
A me ha, fin da ragazzo, …era la fine degli anni ’60, invece racconta e ricorda molto.
Vidi, …forse avevo 16 anni, un film tratto dal suo primo romanzo. Ho sempre amato il cinema e ancora oggi; Il bianco-nero, suscita in me non solo ricordi, ma anche tanto realismo violento, turpe.
Il cinema americano, infatti, tra beoti eroi del west creava anche capolavori di crescita civile e umana e sincere forme antirazziste, pel proprio paese che oggi, mi richiama al greco meridione seviziato. Troppo?
Mi trascina al tempo vano frastornato di musiche in vinile e da ingannanti cortei di tute azzurre con trasversali bidoni al collo, furente boato di un illusione di sviluppo per il benessere e i diritti per tutti.
Già in quell’epoca, iscritto alla FIGC, giovani comunisti, si cresceva odiando l’imperialismo americano ma amavamo comunque l’America.
E’ morta nello stesso giorno di Umberto Eco, la ottantanovenne Harper Lee.
Già forse il nome a molti non dice tanto.
A me ha, fin da ragazzo, …era la fine degli anni ’60, invece racconta e ricorda molto.
Vidi, …forse avevo 16 anni, un film tratto dal suo primo romanzo. Ho sempre amato il cinema e ancora oggi; Il bianco-nero, suscita in me non solo ricordi, ma anche tanto realismo violento, turpe.
Il cinema americano, infatti, tra beoti eroi del west creava anche capolavori di crescita civile e umana e sincere forme antirazziste, pel proprio paese che oggi, mi richiama al greco meridione seviziato. Troppo?
Mi trascina al tempo vano frastornato di musiche in vinile e da ingannanti cortei di tute azzurre con trasversali bidoni al collo, furente boato di un illusione di sviluppo per il benessere e i diritti per tutti.
Già in quell’epoca, iscritto alla FIGC, giovani comunisti, si cresceva odiando l’imperialismo americano ma amavamo comunque l’America.
Vidi quel film, “ il buio oltre la siepe” (’63 ). Il titolo originale era “ To Kill a Mockingbird “ ( letteralmente, Uccidere un usignolo)
In breve racconta di un avvocato in Alabama che difende un uomo di colore accusato di aver cercato di stuprare una donna bianca e, nonostante prove schiaccianti della sua innocenza procurate da Atticus Finch, l’avvocato ( …nel film interpretato da uno straordinario Gregory Peck ) viene impiccato generando nei due figli dell’avvocato, l’improvviso trauma di una non richiesta rivelazione di un mondo sconcio e ipocrita.
Le valse il premio Pulitzer. Ultimamente I librai britannici hanno fatto un sondaggio: quel libro che poi comprai e lessi e, poi, letto e riletto, e quel film visto e rivisto, risulta primo nella classifica dei libri da leggere esiliando al secondo posto la Bibbia. E’ stato più volte rivelato che Obama lo leggeva alle figlie,…ecco il lutto eterno, notturno, nero pece dell’America. Che intendo dire?
Ecco, Eco, uomo di stupefacente cultura, raffinata, istruita, una vera enciclopedia umana, scrittore elegante, purista del linguaggio, storico completo e autore di un altro elegante e colto libro come il magnifico “Il nome della rosa”, professore emerito, studioso di fama mondiale per la ricerca di modi di come si comunica e si significa, come si produce un soggetto simbolico. Insomma 40 lauree e commendatore e cavaliere di decine di paesi, invidiatoci da tutti e autore di decine e decine di saggi sull’etica e sull’estetica e di un’altra manciata di romanzi, ebbene, non mi ha donato tanto quanto quei cinque, sei libri della Harper .
Do per scontato che Eco avrà detto, da agnostico irriducibile, mille volte di meglio sulla libertà dell’uomo ma non mi è pervenuto. Colpa mia…!?!!
Di transfert di simboli suoi non ne ricordo nessuno. Non ricordo essendo provvisto di una cultura universalistica, un studio sul Sud. A volte adulazioni giuste e generose. La Harper, senza Sud, mi ha raccontato del Sud. Della libertà dell’individuo come di un popolo martorizzato, quello nero, una umanità sottomessa. Non c’è traccia della sua morte il venerdì, …forse qualcuno,…chissà…
La mia è solo la libertà personale di suggestionare o stimolare una riflessione: vale più il mezzo dell’insegnare o l’insegnamento senza mezzo? Ossia, vale più un film che mi costringe a comprare un libro o un libro prezioso ma fermo su uno scaffale e attraente per di studiosi e intellettuali? Ecco!
Allora, inazzurriamo di cielo le pagine di entrambi e non cerchiamo di essere solo italiani ma globali come Eco. Giunga il pensiero colto del diritto e della giustizia da chiunque e che vengano suonate doppie campane. Si quietino gli eccelsi toni dell’uno ma rondini per entrambi per vite spese con passione pel giusto, equo amore per crescita morale dell’altro.
Di Bruno Pappalardo
Spero di non essere frainteso. Non si paragonano i geni, i talenti,…
E’ morta nello stesso giorno di Umberto Eco, la ottantanovenne Harper Lee.
Già forse il nome a molti non dice tanto.
A me ha, fin da ragazzo, …era la fine degli anni ’60, invece racconta e ricorda molto.
Vidi, …forse avevo 16 anni, un film tratto dal suo primo romanzo. Ho sempre amato il cinema e ancora oggi; Il bianco-nero, suscita in me non solo ricordi, ma anche tanto realismo violento, turpe.
Il cinema americano, infatti, tra beoti eroi del west creava anche capolavori di crescita civile e umana e sincere forme antirazziste, pel proprio paese che oggi, mi richiama al greco meridione seviziato. Troppo?
Mi trascina al tempo vano frastornato di musiche in vinile e da ingannanti cortei di tute azzurre con trasversali bidoni al collo, furente boato di un illusione di sviluppo per il benessere e i diritti per tutti.
Già in quell’epoca, iscritto alla FIGC, giovani comunisti, si cresceva odiando l’imperialismo americano ma amavamo comunque l’America.
E’ morta nello stesso giorno di Umberto Eco, la ottantanovenne Harper Lee.
Già forse il nome a molti non dice tanto.
A me ha, fin da ragazzo, …era la fine degli anni ’60, invece racconta e ricorda molto.
Vidi, …forse avevo 16 anni, un film tratto dal suo primo romanzo. Ho sempre amato il cinema e ancora oggi; Il bianco-nero, suscita in me non solo ricordi, ma anche tanto realismo violento, turpe.
Il cinema americano, infatti, tra beoti eroi del west creava anche capolavori di crescita civile e umana e sincere forme antirazziste, pel proprio paese che oggi, mi richiama al greco meridione seviziato. Troppo?
Mi trascina al tempo vano frastornato di musiche in vinile e da ingannanti cortei di tute azzurre con trasversali bidoni al collo, furente boato di un illusione di sviluppo per il benessere e i diritti per tutti.
Già in quell’epoca, iscritto alla FIGC, giovani comunisti, si cresceva odiando l’imperialismo americano ma amavamo comunque l’America.
Vidi quel film, “ il buio oltre la siepe” (’63 ). Il titolo originale era “ To Kill a Mockingbird “ ( letteralmente, Uccidere un usignolo)
In breve racconta di un avvocato in Alabama che difende un uomo di colore accusato di aver cercato di stuprare una donna bianca e, nonostante prove schiaccianti della sua innocenza procurate da Atticus Finch, l’avvocato ( …nel film interpretato da uno straordinario Gregory Peck ) viene impiccato generando nei due figli dell’avvocato, l’improvviso trauma di una non richiesta rivelazione di un mondo sconcio e ipocrita.
Le valse il premio Pulitzer. Ultimamente I librai britannici hanno fatto un sondaggio: quel libro che poi comprai e lessi e, poi, letto e riletto, e quel film visto e rivisto, risulta primo nella classifica dei libri da leggere esiliando al secondo posto la Bibbia. E’ stato più volte rivelato che Obama lo leggeva alle figlie,…ecco il lutto eterno, notturno, nero pece dell’America. Che intendo dire?
Ecco, Eco, uomo di stupefacente cultura, raffinata, istruita, una vera enciclopedia umana, scrittore elegante, purista del linguaggio, storico completo e autore di un altro elegante e colto libro come il magnifico “Il nome della rosa”, professore emerito, studioso di fama mondiale per la ricerca di modi di come si comunica e si significa, come si produce un soggetto simbolico. Insomma 40 lauree e commendatore e cavaliere di decine di paesi, invidiatoci da tutti e autore di decine e decine di saggi sull’etica e sull’estetica e di un’altra manciata di romanzi, ebbene, non mi ha donato tanto quanto quei cinque, sei libri della Harper .
Do per scontato che Eco avrà detto, da agnostico irriducibile, mille volte di meglio sulla libertà dell’uomo ma non mi è pervenuto. Colpa mia…!?!!
Di transfert di simboli suoi non ne ricordo nessuno. Non ricordo essendo provvisto di una cultura universalistica, un studio sul Sud. A volte adulazioni giuste e generose. La Harper, senza Sud, mi ha raccontato del Sud. Della libertà dell’individuo come di un popolo martorizzato, quello nero, una umanità sottomessa. Non c’è traccia della sua morte il venerdì, …forse qualcuno,…chissà…
La mia è solo la libertà personale di suggestionare o stimolare una riflessione: vale più il mezzo dell’insegnare o l’insegnamento senza mezzo? Ossia, vale più un film che mi costringe a comprare un libro o un libro prezioso ma fermo su uno scaffale e attraente per di studiosi e intellettuali? Ecco!
Allora, inazzurriamo di cielo le pagine di entrambi e non cerchiamo di essere solo italiani ma globali come Eco. Giunga il pensiero colto del diritto e della giustizia da chiunque e che vengano suonate doppie campane. Si quietino gli eccelsi toni dell’uno ma rondini per entrambi per vite spese con passione pel giusto, equo amore per crescita morale dell’altro.
venerdì 19 febbraio 2016
Unioni civili ed adozioni
Di Antonio Rosato
Leggi tutto »
Argomento spinoso che sembra non mettere d’accordo nessuno,
ma io voglio raccontarlo come argomento visto e vissuto dalla gente, poi ogni
uno tragga le conclusioni o si faccia l’idea che vuole. Non voglio ne
influenzare, ne tantomeno dare un’impronta del mio pensiero sull’argomento, ma
mi fermo solo a raccontare alcuni eventi che fanno parte della mia vita.
23 dicembre 1944, sulla linea Gustav violenti ed incessanti
bombardamenti illuminano Castelforte a giorno pur essendo notte fonda. In
questa notte nasce proprio mio padre. Mia nonna, aiutata da sorelle e qualche
vicina di casa porta al termine il parto in condizioni inimmaginabili oggi.
Nasce mio padre in mezzo a tante donne, perche mio nonno serviva la patria nei
Balcani in armi come tutti gli uomini abili in quegl’anni terribili. Molti di
questi morti, e molti, vecchi compresi, nascosti in montagna per terrore di
rappresaglie tedesche. Nasce tra donne, e senza figure maschili quando ci fu lo
spiraglio un mese e mezzo dopo. Partì come sfollato per una terra lontana
allora, la Lucania. Viaggi interminabili e pieno di pericoli e per niente
confortevole come si può immaginare. Su cassoni di camion scoperti in gennaio,
e senza cibo e acqua. Cassoni pieni di sole donne e bambini per lo più, e
qualche vecchio sopravissuto o malato. Arrivato in Lucania, venne ospitato, e
aiutato come solo il popolo meridionale sa fare, ospitalità, cibo, vestiti e
beni di prima necessità. Venuto su bene, a pane di farina, maccaroni fatti in
casa, carne e olio genuino. Per di più donato da quella che fu l’altra mia
nonna, quella materna questa volta, anche lei senza marito perché fatto
prigioniero in Sicilia e portato nei
campi di concentramento in Algeria dove stette per lunghi periodi anche post
bellico prima di ritornare a casa.
Quindi anche li sono donne, e mamma, non
toccata fortunatamente dalla guerra, e
venuta su anch’essa senza figura maschile accanto per lo stesso motivo del papà
in guerra. Ma. Solo donne, mamma, zia nonne e altre compagne di sventura. Bambini
cresciuti senza una figura maschile accanto. Eppure ne mio padre ne tantomeno
mia madre pur crescendo tra sole donne hanno subito traumi o venute su con
complessi per questo. Dopo le ostilità, a guerra finita, il ritorno a casa, o
meglio dire il ritorno verso le pietre, perchè solo quelle erano rimaste al
posto delle case. Mariti e padri mai tornati dalla guerra. Distruzione e lutti
in ogni famiglia, e gli orfani a dozzine e dozzine. Orfani che quando fortunati
adottati da qualche parente o facoltoso vicino, ma la stragrande maggioranza
accuditi in orfanotrofi o istituti religiosi. E anche qui, cresciuti sempre e
solo con figure educatrici femminili o maschili. A secondo dei casi se gestito
da Suore o preti.
Eppure sono venuti su con altre problematiche forse, dovute alle
rigide condizioni formazione ed educazione, ma nessun complesso dovuto alla
lunga permanenza tra soli uomini o sole donne. E tutt’ora molti orfanotrofi non
sono per niente cambiati. Condotti ed amministrati da sole donne o soli uomini.
Quanti da bambini hanno sentito la minaccia dei propri genitori, quando si
combinava una marachella, “ se non fai il bravo ti porto in Collegio” . Eppure
molti bambini e bambine ci sono state davvero nei Collegi. Compreso il mio
collega di lavoro. Eppure le preoccupazioni non sono mai state quelle di
lasciare il bambino per anni tra soli uomini o sole donne. Magari hanno subito
traumi diversi, per diversi motivi, ma non sicuramente perché le educatrici
sono state tutte donne o, nel caso dei maschietti di soli uomini. Ma oggi ci si
pone questo problema. Un bambino che si strappa da un orfanotrofio gestito da
sole suore, non può essere adottato da due donne. Almeno per qualcuno. Eppure
proviene da un ambiente di sole donne, o di soli uomini. Solo tante “mamme” o
tanti “papà”, ma non può andare in una vera famiglia di fatto se questa e dello
stesso sesso. A voi ovviamente le proprie conclusioni.
Ma allo stesso tempo la legge, che è nata per motivi ben più
ampi e che riguarda milioni di persone anche etero sessuali, è in fase di
stallo per questo problema. Si svia l’argomento tirando fuori casi talmente
rari, come l’utero in affitto, che poi sono meno di 200 casi in Italia, e per
la maggiore di coppie eterosessuali, che mandano in crisi la governance
italiana. Poco interessa del milione e mezzo di coppie tra virgolette
“tradizionali” che attendono questa legge per motivi diversi. O poco importa
dei tantissimi pensionati che con la misera pensione sociali cercano di
dividere l’affitto di casa perché lo stato si è dimenticato di loro. Poco
interessa ai media degli anziani che abbandonati a se stessi e vedovi magari si
prendono cura uno dell’altro sotto lo stesso tetto. Poco interessa se uno dei
due muore e l’altro viene sbattuto per strada perché il contratto di casa era
intestato al coinquilino morto. A nessuno interessa,ad esempio, che lo stesso
pensionato sociale, non avrà più la possibilità di pagare un affitto esoso in
centro a Roma o Napoli, perchè con una sola pensione è impossibile.
Ma qualcuno
vocifera di cancellare la reversibilità, cosi questo nostro concittadino verrà
destinato all’emarginazione stradale, perché quella sociale la viveva già
prima. E per i tanti divorziati che non vorrebbero più un matrimonio ma
comunque una relazione stabile che per legge garantisca anche determinati
diritti oltre che doveri? Non interessa a nessuno questo. Forse meglio vedere
padri vivere in automobile, e più civile forse che garantirgli un tetto potendo
dividere le spese con un’altra persona o con il nuovo amore che cosi verrebbe
praticamente ostacolato. Non ho sentito trasmissioni o politici parlare di
queste categorie di persone. Eppure sono la stragrande maggioranza. Senti e
leggi solo di coppie Gay che vogliono adottare un bambino. Il resto, che
sarebbe la maggioranza dei casi per numero di persone e di casi che
usufruirebbero della legge nessuna parola.
Fanno paura due donne o due uomini
che si amano, ma non fa paura la terra dei fuochi che ammala a morte bambini di
cui si vuole bigottamente salvaguardare dall’amore di due persone dello stesso
sesso. Non importa molto se rubano soldi ad ospedali pediatrici, ma importa che
non venga dato in affidamento un minore ad una coppia per bene. E davvero
squallido quando la politica gioca a fare i dispetti tra politicanti quando poi
a pagare sulla propria pelle è la gente e i bambini diventano un’arma di
ricatto. Sfortunati due volte, poveri piccoli. La legge se la stanno ancora
litigando, ma verrà approvata prima o poi. Vedremo in che termini e in che
modi. Ad ogni uno la propria conclusione su questa riflessione.
.
Di Antonio Rosato
Argomento spinoso che sembra non mettere d’accordo nessuno,
ma io voglio raccontarlo come argomento visto e vissuto dalla gente, poi ogni
uno tragga le conclusioni o si faccia l’idea che vuole. Non voglio ne
influenzare, ne tantomeno dare un’impronta del mio pensiero sull’argomento, ma
mi fermo solo a raccontare alcuni eventi che fanno parte della mia vita.
23 dicembre 1944, sulla linea Gustav violenti ed incessanti
bombardamenti illuminano Castelforte a giorno pur essendo notte fonda. In
questa notte nasce proprio mio padre. Mia nonna, aiutata da sorelle e qualche
vicina di casa porta al termine il parto in condizioni inimmaginabili oggi.
Nasce mio padre in mezzo a tante donne, perche mio nonno serviva la patria nei
Balcani in armi come tutti gli uomini abili in quegl’anni terribili. Molti di
questi morti, e molti, vecchi compresi, nascosti in montagna per terrore di
rappresaglie tedesche. Nasce tra donne, e senza figure maschili quando ci fu lo
spiraglio un mese e mezzo dopo. Partì come sfollato per una terra lontana
allora, la Lucania. Viaggi interminabili e pieno di pericoli e per niente
confortevole come si può immaginare. Su cassoni di camion scoperti in gennaio,
e senza cibo e acqua. Cassoni pieni di sole donne e bambini per lo più, e
qualche vecchio sopravissuto o malato. Arrivato in Lucania, venne ospitato, e
aiutato come solo il popolo meridionale sa fare, ospitalità, cibo, vestiti e
beni di prima necessità. Venuto su bene, a pane di farina, maccaroni fatti in
casa, carne e olio genuino. Per di più donato da quella che fu l’altra mia
nonna, quella materna questa volta, anche lei senza marito perché fatto
prigioniero in Sicilia e portato nei
campi di concentramento in Algeria dove stette per lunghi periodi anche post
bellico prima di ritornare a casa.
Quindi anche li sono donne, e mamma, non
toccata fortunatamente dalla guerra, e
venuta su anch’essa senza figura maschile accanto per lo stesso motivo del papà
in guerra. Ma. Solo donne, mamma, zia nonne e altre compagne di sventura. Bambini
cresciuti senza una figura maschile accanto. Eppure ne mio padre ne tantomeno
mia madre pur crescendo tra sole donne hanno subito traumi o venute su con
complessi per questo. Dopo le ostilità, a guerra finita, il ritorno a casa, o
meglio dire il ritorno verso le pietre, perchè solo quelle erano rimaste al
posto delle case. Mariti e padri mai tornati dalla guerra. Distruzione e lutti
in ogni famiglia, e gli orfani a dozzine e dozzine. Orfani che quando fortunati
adottati da qualche parente o facoltoso vicino, ma la stragrande maggioranza
accuditi in orfanotrofi o istituti religiosi. E anche qui, cresciuti sempre e
solo con figure educatrici femminili o maschili. A secondo dei casi se gestito
da Suore o preti.
Eppure sono venuti su con altre problematiche forse, dovute alle
rigide condizioni formazione ed educazione, ma nessun complesso dovuto alla
lunga permanenza tra soli uomini o sole donne. E tutt’ora molti orfanotrofi non
sono per niente cambiati. Condotti ed amministrati da sole donne o soli uomini.
Quanti da bambini hanno sentito la minaccia dei propri genitori, quando si
combinava una marachella, “ se non fai il bravo ti porto in Collegio” . Eppure
molti bambini e bambine ci sono state davvero nei Collegi. Compreso il mio
collega di lavoro. Eppure le preoccupazioni non sono mai state quelle di
lasciare il bambino per anni tra soli uomini o sole donne. Magari hanno subito
traumi diversi, per diversi motivi, ma non sicuramente perché le educatrici
sono state tutte donne o, nel caso dei maschietti di soli uomini. Ma oggi ci si
pone questo problema. Un bambino che si strappa da un orfanotrofio gestito da
sole suore, non può essere adottato da due donne. Almeno per qualcuno. Eppure
proviene da un ambiente di sole donne, o di soli uomini. Solo tante “mamme” o
tanti “papà”, ma non può andare in una vera famiglia di fatto se questa e dello
stesso sesso. A voi ovviamente le proprie conclusioni.
Ma allo stesso tempo la legge, che è nata per motivi ben più
ampi e che riguarda milioni di persone anche etero sessuali, è in fase di
stallo per questo problema. Si svia l’argomento tirando fuori casi talmente
rari, come l’utero in affitto, che poi sono meno di 200 casi in Italia, e per
la maggiore di coppie eterosessuali, che mandano in crisi la governance
italiana. Poco interessa del milione e mezzo di coppie tra virgolette
“tradizionali” che attendono questa legge per motivi diversi. O poco importa
dei tantissimi pensionati che con la misera pensione sociali cercano di
dividere l’affitto di casa perché lo stato si è dimenticato di loro. Poco
interessa ai media degli anziani che abbandonati a se stessi e vedovi magari si
prendono cura uno dell’altro sotto lo stesso tetto. Poco interessa se uno dei
due muore e l’altro viene sbattuto per strada perché il contratto di casa era
intestato al coinquilino morto. A nessuno interessa,ad esempio, che lo stesso
pensionato sociale, non avrà più la possibilità di pagare un affitto esoso in
centro a Roma o Napoli, perchè con una sola pensione è impossibile.
Ma qualcuno
vocifera di cancellare la reversibilità, cosi questo nostro concittadino verrà
destinato all’emarginazione stradale, perché quella sociale la viveva già
prima. E per i tanti divorziati che non vorrebbero più un matrimonio ma
comunque una relazione stabile che per legge garantisca anche determinati
diritti oltre che doveri? Non interessa a nessuno questo. Forse meglio vedere
padri vivere in automobile, e più civile forse che garantirgli un tetto potendo
dividere le spese con un’altra persona o con il nuovo amore che cosi verrebbe
praticamente ostacolato. Non ho sentito trasmissioni o politici parlare di
queste categorie di persone. Eppure sono la stragrande maggioranza. Senti e
leggi solo di coppie Gay che vogliono adottare un bambino. Il resto, che
sarebbe la maggioranza dei casi per numero di persone e di casi che
usufruirebbero della legge nessuna parola.
Fanno paura due donne o due uomini
che si amano, ma non fa paura la terra dei fuochi che ammala a morte bambini di
cui si vuole bigottamente salvaguardare dall’amore di due persone dello stesso
sesso. Non importa molto se rubano soldi ad ospedali pediatrici, ma importa che
non venga dato in affidamento un minore ad una coppia per bene. E davvero
squallido quando la politica gioca a fare i dispetti tra politicanti quando poi
a pagare sulla propria pelle è la gente e i bambini diventano un’arma di
ricatto. Sfortunati due volte, poveri piccoli. La legge se la stanno ancora
litigando, ma verrà approvata prima o poi. Vedremo in che termini e in che
modi. Ad ogni uno la propria conclusione su questa riflessione.
.
domenica 7 febbraio 2016
giovedì 10 dicembre 2015
LO GIURO!!!!!!
Di Antonio Rosato
Abbiamo già trattato questi argomenti, ma per serietà,
convinzione e giustizia sociale non possiamo dimenticarli, soprattutto quando
come in questo periodo festoso certi problemi assumono caratteristiche dolorose
e angosciose per chi li vive in prima persona.
Chi ci segue conosce benissimo
le nostre denunce su miriadi di argomenti e problematiche, urlate e anche
pubblicate. Dalle battaglie sulle sulla legalità, a quelle sulla sconsiderata
campagna che ha abbattuto monumentali
olivi pugliesi, l’immigrazione, la revisione storica e l’economia. Non ci siamo
mai dimenticati della terra dei fuochi o dell’inquinamento petrolifero della
val D’Agri o del basso adriatico. Le catastrofi naturali nel nostro meridione, gli
attentati di Parigi e la guerra in Siria.
E non ci siamo dimenticati dei
lavoratori e delle categorie sociali più deboli o in difficoltà.
Anche quelle
categorie che con il loro giuramento hanno messo un macigno perpetuo su quella
libertà di espressione, di sciopero e diritti lavorativi e personali, come quel comparto sicurezza/difesa che per molti, troppi anni se n’è stato in silenzio a digerire
bocconi amari, ligio ai propri doveri compreso quello del silenzio. Persone
e lavoratori fieri della divisa che indossano,
magari nel tempo un po’ disillusi e con qualche critica in più sulla punta
della lingua, ma sempre fieri e dignitosi nei loro ruoli.
Professionisti seri e preparati che mettono a rischio la loro vita per tutelare ognuno di noi.
Professionisti seri e preparati che mettono a rischio la loro vita per tutelare ognuno di noi.
Spesso impegnati in compiti non proprio usuali, ma
per responsabilità verso il Paese e verso quel giuramento da onorare li vediamo
impegnati ad esempio in Campania a portar via tonnellate di rifiuti, li vediamo salvare in
mare donne e bambini che fuggono da guerre, sempre con la valigia pronta per
andare a salvare altre vite umane all’Aquila come nelle alluvioni.
In queste festività
natalizie mentre passeggiamo per le nostre città spaventate dopo i fatti di
Parigi, loro sono li, silenti e attenti al compito assegnatoli di giorno e di
notte, sabato e domenica, Natale e Capodanno compreso. Feste che per renderle
più sicure a noi vengono sacrificate da loro.
Loro che sacrificano gli affetti
familiari per rendere questo servigio alla collettività.
E sempre con la
valigia pronta perché il dovere chiama ora qui, ora li, anche fuori confine in
terre lontane e pericolose.
Dovere che ti porta spesso a continui trasferimenti la propria Signora in giro per l’Italia senza dunque
permetterle un lavoro fisso. Signora che giustamente sarà la parte economicamente più debole all’atto di una eventuale separazione, indipendentemente dalle cause, con conseguente diritto all’assegno di mantenimento
mensile, che è come dire un mutuo a vita su uno stipendio spesso esiguo ed
inadeguato al rischio.
Dico questo perchè in queste categorie le separazioni e i divorzi sono 4
volte superiori ad ogni altro comparto lavorativo, situazioni che subiscono, come loro
caratteristica di lavoratori, in silenzio, compromettendone spesso anche la
carriera per sempre. Nessuna
considerazione sul fatto che questo stress
ulteriore può agire sui meccanismi
neuro-endocrini sino a determinare un disordine organico con ripercussioni
sull'equilibrio emotivo e psichico.
Certo, sono situazioni
che toccano anche altri uomini, altre categorie di lavoratori, uomini e donne, ma è la percentuale e la delicatezza del comparto che spaventa.
Situazioni che si cerca di risolvere con gli avvocati individualmente, perché nessuno ti aiuta. Avvocati che dicono ai clienti
(uomini), che si accingono ad affrontare la separazione coniugale, di non
pensare minimamente a parlare di propri diritti dinanzi al Giudice.
Accuratamente glielo ricordano più volte anche qualche minuto prima di entrare
in aula. I diritti, dicono, sono solo quelli dei minori e della loro mamma.
Per loro, i mariti-papà, esistono solo doveri.
In Italia, ahimè, i tribunali con le loro decisioni “chiedono” agli
utenti (uomini) di accettare e sopportare la lontananza dai loro figli, di
adempiere i loro doveri (somministrazione di denaro, perdita della casa etc etc),
riconoscere che non hanno diritti, sottoporsi al giudizio, alle valutazioni e
ad indagini di ogni tipo. Se ciò non dovesse bastare, l'utente deve anche
sopportare l'intervento del Tribunale per i Minori e la sua prassi di tutela. Il tutto deve essere
vissuto per molti anni con forzata serenità, stando attenti a non mostrare il
minimo segno di cedimento, altrimenti si viene identificati come genitori
inaffidabili ed emotivamente compromessi, col rischio di perdere i figli. Non è
raro che questo grande stress porta all’autolesionismo e perfino al suicidio.
Ma nessuno ne parla, come se il problema non sussista.
E per questo mi chiedo
se politici e legislatori, ognuno con la sua parte di responsabilità, si rendono conto dello scompiglio interiore cui sottopongono i cittadini quando
interviene una separazione coniugale stravolgendo la vita delle persone per sempre.
Come è possibile che in una lite coniugale non ci siano diritti ma solo doveri.
Se chiedono se non sia loro diritto stare con i propri figli la replica immediata
e perentoria chiarisce che il diritto di stare col genitore è dei bambini e non
viceversa. Eppure l’attività forense dovrebbe produrre uguaglianza, parità,
giustizia, stessi diritti e stessi doveri sulla stessa bilancia. Ma non è così. Ma tutto scorre lentamente,
come il letto di un grande fiume che comunque sia e malgrado le difficoltà che
può trovare per strada sempre acqua a mare porterà. Pazienza se qualche volta
straripa e provoca qualche danno o addirittura qualche morto. Il tempo scorre e
nulla è ancora cambiato nelle aule di tribunale, ma noi non ci dimentichiamo e
terremo alta la sensibilità verso questa problematica come verso le altre.
Intanto il nostro sostegno verso questi lavoratori è incondizionato e la
gratitudine, per quello che fanno ogni giorno e ogni notte Natale compreso, è
incommensurabile.
Buon Natale a voi, e l’augurio per il 2016 e che porti pace,
serenità e “DIRITTI”.
.
Di Antonio Rosato
Abbiamo già trattato questi argomenti, ma per serietà,
convinzione e giustizia sociale non possiamo dimenticarli, soprattutto quando
come in questo periodo festoso certi problemi assumono caratteristiche dolorose
e angosciose per chi li vive in prima persona.
Chi ci segue conosce benissimo
le nostre denunce su miriadi di argomenti e problematiche, urlate e anche
pubblicate. Dalle battaglie sulle sulla legalità, a quelle sulla sconsiderata
campagna che ha abbattuto monumentali
olivi pugliesi, l’immigrazione, la revisione storica e l’economia. Non ci siamo
mai dimenticati della terra dei fuochi o dell’inquinamento petrolifero della
val D’Agri o del basso adriatico. Le catastrofi naturali nel nostro meridione, gli
attentati di Parigi e la guerra in Siria.
E non ci siamo dimenticati dei
lavoratori e delle categorie sociali più deboli o in difficoltà.
Anche quelle
categorie che con il loro giuramento hanno messo un macigno perpetuo su quella
libertà di espressione, di sciopero e diritti lavorativi e personali, come quel comparto sicurezza/difesa che per molti, troppi anni se n’è stato in silenzio a digerire
bocconi amari, ligio ai propri doveri compreso quello del silenzio. Persone
e lavoratori fieri della divisa che indossano,
magari nel tempo un po’ disillusi e con qualche critica in più sulla punta
della lingua, ma sempre fieri e dignitosi nei loro ruoli.
Professionisti seri e preparati che mettono a rischio la loro vita per tutelare ognuno di noi.
Professionisti seri e preparati che mettono a rischio la loro vita per tutelare ognuno di noi.
Spesso impegnati in compiti non proprio usuali, ma
per responsabilità verso il Paese e verso quel giuramento da onorare li vediamo
impegnati ad esempio in Campania a portar via tonnellate di rifiuti, li vediamo salvare in
mare donne e bambini che fuggono da guerre, sempre con la valigia pronta per
andare a salvare altre vite umane all’Aquila come nelle alluvioni.
In queste festività
natalizie mentre passeggiamo per le nostre città spaventate dopo i fatti di
Parigi, loro sono li, silenti e attenti al compito assegnatoli di giorno e di
notte, sabato e domenica, Natale e Capodanno compreso. Feste che per renderle
più sicure a noi vengono sacrificate da loro.
Loro che sacrificano gli affetti
familiari per rendere questo servigio alla collettività.
E sempre con la
valigia pronta perché il dovere chiama ora qui, ora li, anche fuori confine in
terre lontane e pericolose.
Dovere che ti porta spesso a continui trasferimenti la propria Signora in giro per l’Italia senza dunque
permetterle un lavoro fisso. Signora che giustamente sarà la parte economicamente più debole all’atto di una eventuale separazione, indipendentemente dalle cause, con conseguente diritto all’assegno di mantenimento
mensile, che è come dire un mutuo a vita su uno stipendio spesso esiguo ed
inadeguato al rischio.
Dico questo perchè in queste categorie le separazioni e i divorzi sono 4
volte superiori ad ogni altro comparto lavorativo, situazioni che subiscono, come loro
caratteristica di lavoratori, in silenzio, compromettendone spesso anche la
carriera per sempre. Nessuna
considerazione sul fatto che questo stress
ulteriore può agire sui meccanismi
neuro-endocrini sino a determinare un disordine organico con ripercussioni
sull'equilibrio emotivo e psichico.
Certo, sono situazioni
che toccano anche altri uomini, altre categorie di lavoratori, uomini e donne, ma è la percentuale e la delicatezza del comparto che spaventa.
Situazioni che si cerca di risolvere con gli avvocati individualmente, perché nessuno ti aiuta. Avvocati che dicono ai clienti
(uomini), che si accingono ad affrontare la separazione coniugale, di non
pensare minimamente a parlare di propri diritti dinanzi al Giudice.
Accuratamente glielo ricordano più volte anche qualche minuto prima di entrare
in aula. I diritti, dicono, sono solo quelli dei minori e della loro mamma.
Per loro, i mariti-papà, esistono solo doveri.
In Italia, ahimè, i tribunali con le loro decisioni “chiedono” agli
utenti (uomini) di accettare e sopportare la lontananza dai loro figli, di
adempiere i loro doveri (somministrazione di denaro, perdita della casa etc etc),
riconoscere che non hanno diritti, sottoporsi al giudizio, alle valutazioni e
ad indagini di ogni tipo. Se ciò non dovesse bastare, l'utente deve anche
sopportare l'intervento del Tribunale per i Minori e la sua prassi di tutela. Il tutto deve essere
vissuto per molti anni con forzata serenità, stando attenti a non mostrare il
minimo segno di cedimento, altrimenti si viene identificati come genitori
inaffidabili ed emotivamente compromessi, col rischio di perdere i figli. Non è
raro che questo grande stress porta all’autolesionismo e perfino al suicidio.
Ma nessuno ne parla, come se il problema non sussista.
E per questo mi chiedo
se politici e legislatori, ognuno con la sua parte di responsabilità, si rendono conto dello scompiglio interiore cui sottopongono i cittadini quando
interviene una separazione coniugale stravolgendo la vita delle persone per sempre.
Come è possibile che in una lite coniugale non ci siano diritti ma solo doveri.
Se chiedono se non sia loro diritto stare con i propri figli la replica immediata
e perentoria chiarisce che il diritto di stare col genitore è dei bambini e non
viceversa. Eppure l’attività forense dovrebbe produrre uguaglianza, parità,
giustizia, stessi diritti e stessi doveri sulla stessa bilancia. Ma non è così. Ma tutto scorre lentamente,
come il letto di un grande fiume che comunque sia e malgrado le difficoltà che
può trovare per strada sempre acqua a mare porterà. Pazienza se qualche volta
straripa e provoca qualche danno o addirittura qualche morto. Il tempo scorre e
nulla è ancora cambiato nelle aule di tribunale, ma noi non ci dimentichiamo e
terremo alta la sensibilità verso questa problematica come verso le altre.
Intanto il nostro sostegno verso questi lavoratori è incondizionato e la
gratitudine, per quello che fanno ogni giorno e ogni notte Natale compreso, è
incommensurabile.
Buon Natale a voi, e l’augurio per il 2016 e che porti pace,
serenità e “DIRITTI”.
.
venerdì 4 dicembre 2015
L'Isis e il bambino
Di Antonio Rosato
Dopo il vile attacco terroristico di Parigi a casa mia si è assistito ad
un inusuale rituale. Tutta la famiglia, bambini inclusi, all’ora di cena stranamente compatti a tavola. Per
chi è genitore è davvero cosa straordinaria questa, e solo le mamme italiane
conoscono quante volte devono chiamare i figli che a quell’ora sono incollati
alla Play station o al computer in cameretta.
Tavola poi che spesso è solo un
punto di appoggio per il telefonino, perché la partita on line o la chat continua all'infinito o quasi...
Ma dopo Parigi qualcosa è cambiato. Lasciano il telefono e la Play station e corrono a tavola seguendo la tv per ascoltare le notizie che arrivano da Parigi
piuttosto che dalla Siria o dal Mali, piuttosto che dal Belgio o dalla Turchia.
Ho come l’impressione che siano cresciuti di colpo in poco meno di 20 giorni.
Ma
a volte proprio la loro ingenuità, la loro preoccupazione ma anche la
loro semplicità analitica del problema lascino stupiti.
Mio figlio, 9 anni, nè più intelligente, nè più scaltro di altri bambini della sua età, messe insieme
le informazioni ascoltate alla tv per giorni ha elaborato una sua idea sul
terrorismo e sulla strategia per sconfiggerlo.
Ma come accade ai grandi spesso gli mancano dei "pezzi" per completare il
puzzle o per darsi delle risposte. Mancano a politici e militari esperti ed
è normale che anche ad un bambino qualcosa non torni.
Mentre il mondo degli adulti si interroga su questioni di geopolitica, sulla
Turchia se è leale o meno, o se compra petrolio dallo stato islamico o meno, se
Putin sta facendo bene o meno etc etc , lui, mio figlio, si è posto altre
domande viste in un'ottica pratica della sua vita di tutti i giorni. Mi ha
fatto un ragionamento elementare e talmente banale a cui non ho saputo dare
risposte.
Ha capito che i terroristi vivono in gran parte di petrolio rubato dal quale
ricavano i soldi per le armi, e ha capito che c’è una sorta di embargo attorno
all’ISIS. Ma si è posto delle domande che cerco di sintetizzare e qui condividere.
La prima domanda che si è posta e che ISIS “sta” nel deserto o comunque in territori spesso aridi.
E nel deserto la cosa più banale che manca e allo stesso tempo più vitale è l’acqua.
Si è
posto il problema di come possa arrivare la bottiglia di acqua al terrorista.
Bella domanda. Come faranno a rifornirsi di acqua i terroristi nel deserto e
perché gli aerei di chi li combatte non bombardi il camion pieno di casse di acqua che rifornisce
ISIS?
Senza acqua a suo avviso il terrorista non ha scampo nel deserto. Ovviamente da un bambino di 9 anni il discorso poi si è
allargato a ogni genere di alimento, frutta, verdura, pasta e latte per la colazione, ma il concetto per
quanto infantile ed elementare non fa una piega.
Perché non bombardano i rifornimenti vitali?
Non solo. Mi ha chiesto a chi pagano la bolletta per
internet visto che i terroristi parlano alla Play station come lui, usano Twitter e
internet per veicolare quei video crudeli e di propaganda.
E mi ha chiesto se
nel deserto vendono le ricariche telefoniche per i telefonini che usano e che
si vedono sempre in mano ai cattivi in Tv.
Bella domanda anche questa se pur
banale. Chi fornisce il servizio telefonico a questa gente?
E perché non
vengono bombardati antenne e ripetitori telefonici? E le reti internet perché sono
cosi efficienti anche in pieno deserto?
Banale forse, ma proviamo noi adulti ad
immaginare un terrorista nel deserto senza acqua, senza viveri, senza telefono
e internet per comunicare. Senza queste cose lo Stato Islamico
autoproclamato sarebbe lo stesso, anche in termini di propaganda?
Io non sono stato in grado di dare delle
risposte a domande così banali e forse ingenue.
Ma anche io adesso mi pongo le
stesse domande, perché non vemgono bombardate le comunicazioni radio e
internet? Chi fa affari con le comunicazioni
nel califfato? E chi fa affari con rifornimenti di generi alimentari con i terroristi che spaventano mio figlio?
Mio figlio, che finalizza le sue
interrogazioni e le sue strategie ad un fine tanto logico e tanto ingenuo che
mai mi sarei aspettato di sentire. Una strategia la sua volta ad assetare ed affamare i terroristi nel deserto fino a tagliare loro tutte le vie di
comunicazione telefoniche e internet Se bombardano l’antenna che serve per
telefonare, ha pensato, non muoiono tanti bambini come quando invece bombardano le città.
Bambini innocenti e mamme che non c'entrano niente con questa carneficina.
I terroristi senza rifornimenti si sbanderebbero e tornerebbero alle loro case e cosi si metterebbe fine alla guerra e al terrorismo, salvando tantissime vite umane. Questa
è la sua strategia, salvare vite umane e bambini innocenti. Non distruggere
ISIS con i bombardamenti sui terroriti.
Adesso mi faccio anche io delle domande... E se avesse ragione
mio figlio?
Di Antonio Rosato
Dopo il vile attacco terroristico di Parigi a casa mia si è assistito ad
un inusuale rituale. Tutta la famiglia, bambini inclusi, all’ora di cena stranamente compatti a tavola. Per
chi è genitore è davvero cosa straordinaria questa, e solo le mamme italiane
conoscono quante volte devono chiamare i figli che a quell’ora sono incollati
alla Play station o al computer in cameretta.
Tavola poi che spesso è solo un
punto di appoggio per il telefonino, perché la partita on line o la chat continua all'infinito o quasi...
Ma dopo Parigi qualcosa è cambiato. Lasciano il telefono e la Play station e corrono a tavola seguendo la tv per ascoltare le notizie che arrivano da Parigi
piuttosto che dalla Siria o dal Mali, piuttosto che dal Belgio o dalla Turchia.
Ho come l’impressione che siano cresciuti di colpo in poco meno di 20 giorni.
Ma
a volte proprio la loro ingenuità, la loro preoccupazione ma anche la
loro semplicità analitica del problema lascino stupiti.
Mio figlio, 9 anni, nè più intelligente, nè più scaltro di altri bambini della sua età, messe insieme
le informazioni ascoltate alla tv per giorni ha elaborato una sua idea sul
terrorismo e sulla strategia per sconfiggerlo.
Ma come accade ai grandi spesso gli mancano dei "pezzi" per completare il
puzzle o per darsi delle risposte. Mancano a politici e militari esperti ed
è normale che anche ad un bambino qualcosa non torni.
Mentre il mondo degli adulti si interroga su questioni di geopolitica, sulla
Turchia se è leale o meno, o se compra petrolio dallo stato islamico o meno, se
Putin sta facendo bene o meno etc etc , lui, mio figlio, si è posto altre
domande viste in un'ottica pratica della sua vita di tutti i giorni. Mi ha
fatto un ragionamento elementare e talmente banale a cui non ho saputo dare
risposte.
Ha capito che i terroristi vivono in gran parte di petrolio rubato dal quale
ricavano i soldi per le armi, e ha capito che c’è una sorta di embargo attorno
all’ISIS. Ma si è posto delle domande che cerco di sintetizzare e qui condividere.
La prima domanda che si è posta e che ISIS “sta” nel deserto o comunque in territori spesso aridi.
E nel deserto la cosa più banale che manca e allo stesso tempo più vitale è l’acqua.
Si è
posto il problema di come possa arrivare la bottiglia di acqua al terrorista.
Bella domanda. Come faranno a rifornirsi di acqua i terroristi nel deserto e
perché gli aerei di chi li combatte non bombardi il camion pieno di casse di acqua che rifornisce
ISIS?
Senza acqua a suo avviso il terrorista non ha scampo nel deserto. Ovviamente da un bambino di 9 anni il discorso poi si è
allargato a ogni genere di alimento, frutta, verdura, pasta e latte per la colazione, ma il concetto per
quanto infantile ed elementare non fa una piega.
Perché non bombardano i rifornimenti vitali?
Non solo. Mi ha chiesto a chi pagano la bolletta per
internet visto che i terroristi parlano alla Play station come lui, usano Twitter e
internet per veicolare quei video crudeli e di propaganda.
E mi ha chiesto se
nel deserto vendono le ricariche telefoniche per i telefonini che usano e che
si vedono sempre in mano ai cattivi in Tv.
Bella domanda anche questa se pur
banale. Chi fornisce il servizio telefonico a questa gente?
E perché non
vengono bombardati antenne e ripetitori telefonici? E le reti internet perché sono
cosi efficienti anche in pieno deserto?
Banale forse, ma proviamo noi adulti ad
immaginare un terrorista nel deserto senza acqua, senza viveri, senza telefono
e internet per comunicare. Senza queste cose lo Stato Islamico
autoproclamato sarebbe lo stesso, anche in termini di propaganda?
Io non sono stato in grado di dare delle
risposte a domande così banali e forse ingenue.
Ma anche io adesso mi pongo le
stesse domande, perché non vemgono bombardate le comunicazioni radio e
internet? Chi fa affari con le comunicazioni
nel califfato? E chi fa affari con rifornimenti di generi alimentari con i terroristi che spaventano mio figlio?
Mio figlio, che finalizza le sue
interrogazioni e le sue strategie ad un fine tanto logico e tanto ingenuo che
mai mi sarei aspettato di sentire. Una strategia la sua volta ad assetare ed affamare i terroristi nel deserto fino a tagliare loro tutte le vie di
comunicazione telefoniche e internet Se bombardano l’antenna che serve per
telefonare, ha pensato, non muoiono tanti bambini come quando invece bombardano le città.
Bambini innocenti e mamme che non c'entrano niente con questa carneficina.
I terroristi senza rifornimenti si sbanderebbero e tornerebbero alle loro case e cosi si metterebbe fine alla guerra e al terrorismo, salvando tantissime vite umane. Questa
è la sua strategia, salvare vite umane e bambini innocenti. Non distruggere
ISIS con i bombardamenti sui terroriti.
Adesso mi faccio anche io delle domande... E se avesse ragione
mio figlio?
martedì 1 dicembre 2015
Rosa Parks al "posto giusto".
Di Antonio Rosato
A tanti il nome Rosa Parks forse non dirà nulla, ma questo nome richiama subito alla mente diritti civili, razzismo e segregazione.
Rosa Luis PARK è il nome completo di una attivista statunitense nata a Detroit il 4 febbraio 1913.
Di confessione metodista, e sarta di professione divenne un’icona nazionale cambiando la storia dei diritti civili con un semplice e composto “NO”.
Accadeva il 1° dicembre 1955 a Montgomery , in Alabama, esattamente 60 anni fa tornando a casa dopo una massacrante giornata lavorativa, e con un problema ai piedi di cui soffriva, salì come tutte le sere sul solito autobus.
Faceva molto freddo quella sera del primo dicembre a Montgomery e non trovando posto nel settore riservato agli afroamericani decise di sedersi al primo posto dietro la fila per bianchi, nel settore dei posti “comuni”.
Subito dopo salì un uomo bianco che restò in piedi. Dopo qualche fermata l’autista chiese a Rosa di lasciare libero quel posto. Rosa non si scompose e rifiutò di alzarsi con dignitosa fermezza.
Per quel "no" fu arrestata e portata in carcere per condotta impropria e per non aver rispettato il divieto che obbligava i neri a cedere il proprio posto ai bianchi nei settori cosiddetti “comuni”.
Se avesse obbedito al conducente, dato che tutti i posti a sedere erano occupati, sarebbe dovuta rimanere alzata con quel problema di dolore ai piedi che l'affliggeva. Un atto coraggioso e determinato in seguito al quale si avviò una protesta storica.
Quella stessa notte, infatti, Martin Luther King, insieme ad altre decine di leader delle comunità afroamericane, pose in atto una serie di azioni di protesta. Tra queste, il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, che andò avanti per 381 giorni, affinché fosse cancellata una norma odiosa e discriminatoria.
Una protesta che assunse proporzioni inimmaginabili, coinvolgendo persino i Taxisti afroamericani che diedero massiccio sostegno alla protesta praticando tariffe uguali a quelle degli autobus.
Scontri e manifestazioni di protesta seguirono fin quando il 13 novembre 1956 la corte suprema degli Stati Uniti dichiarò fuori legge la segregazione razziale sui mezzi pubblici poichè giudicata anticostituzionale.
Da quel momento Rosa Parks è considerata “The Mother of the Civil Rights movement”. Bill CLINTON nel 1999 la onorò con una medaglia d’oro e il Presidente Obama volle farsi fotografare seduto su quella sedia di quell’autobus ancora conservata in un museo vicino Detroit.
Da quel giorno del 1955 molti progressi sono stati fatti in materia di diritti civili per gli afroamericani, come poter frequentare le università, il diritto di voto e potersi sedere sui mezzi pubblici là dove si vuole senza distinzioni di razza religione o colore.
Rosa Parks ci lasciò il 24 ottobre del 2005 all’età di 92 anni. Ma in America non tutto è stato assimilato, e spesso si ritorna in piazza dopo che qualche cittadino afroamericano è stato ucciso in circostanze sospette, anche dalla polizia, disonorando la memoria di Rosa.
Il nostro Ministero dei beni culturali, in occasione del 60° anniversario dell’arresto di Rosa Parks ha lanciato una lodevole iniziativa dal titolo “ Al posto giusto”.
Molte città italiane dal 1 dicembre al 6 dicembre saranno attraversate da autobus e tram dedicati, che sul display avranno ben visibile la scritta “60 Rosa Parks”.
Alcuni di questi ospiteranno attori, artisti e scrittori stranieri che con migranti di prima o seconda generazione ci parleranno di Rosa Parks e della discriminazione.
Fermiamoci ad ascoltarli, magari ci aiuteranno a crescere e ad evitare che qualcuno in Italia rilanci temi di vergognosa segregazione, come fatto dalla Lega con Salvini a Milano nel 2009.
Leggi tutto »
A tanti il nome Rosa Parks forse non dirà nulla, ma questo nome richiama subito alla mente diritti civili, razzismo e segregazione.
Rosa Luis PARK è il nome completo di una attivista statunitense nata a Detroit il 4 febbraio 1913.
Di confessione metodista, e sarta di professione divenne un’icona nazionale cambiando la storia dei diritti civili con un semplice e composto “NO”.
Accadeva il 1° dicembre 1955 a Montgomery , in Alabama, esattamente 60 anni fa tornando a casa dopo una massacrante giornata lavorativa, e con un problema ai piedi di cui soffriva, salì come tutte le sere sul solito autobus.
Faceva molto freddo quella sera del primo dicembre a Montgomery e non trovando posto nel settore riservato agli afroamericani decise di sedersi al primo posto dietro la fila per bianchi, nel settore dei posti “comuni”.
Subito dopo salì un uomo bianco che restò in piedi. Dopo qualche fermata l’autista chiese a Rosa di lasciare libero quel posto. Rosa non si scompose e rifiutò di alzarsi con dignitosa fermezza.
Per quel "no" fu arrestata e portata in carcere per condotta impropria e per non aver rispettato il divieto che obbligava i neri a cedere il proprio posto ai bianchi nei settori cosiddetti “comuni”.
Se avesse obbedito al conducente, dato che tutti i posti a sedere erano occupati, sarebbe dovuta rimanere alzata con quel problema di dolore ai piedi che l'affliggeva. Un atto coraggioso e determinato in seguito al quale si avviò una protesta storica.
Quella stessa notte, infatti, Martin Luther King, insieme ad altre decine di leader delle comunità afroamericane, pose in atto una serie di azioni di protesta. Tra queste, il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, che andò avanti per 381 giorni, affinché fosse cancellata una norma odiosa e discriminatoria.
Una protesta che assunse proporzioni inimmaginabili, coinvolgendo persino i Taxisti afroamericani che diedero massiccio sostegno alla protesta praticando tariffe uguali a quelle degli autobus.
Scontri e manifestazioni di protesta seguirono fin quando il 13 novembre 1956 la corte suprema degli Stati Uniti dichiarò fuori legge la segregazione razziale sui mezzi pubblici poichè giudicata anticostituzionale.
Da quel momento Rosa Parks è considerata “The Mother of the Civil Rights movement”. Bill CLINTON nel 1999 la onorò con una medaglia d’oro e il Presidente Obama volle farsi fotografare seduto su quella sedia di quell’autobus ancora conservata in un museo vicino Detroit.
Da quel giorno del 1955 molti progressi sono stati fatti in materia di diritti civili per gli afroamericani, come poter frequentare le università, il diritto di voto e potersi sedere sui mezzi pubblici là dove si vuole senza distinzioni di razza religione o colore.
Rosa Parks ci lasciò il 24 ottobre del 2005 all’età di 92 anni. Ma in America non tutto è stato assimilato, e spesso si ritorna in piazza dopo che qualche cittadino afroamericano è stato ucciso in circostanze sospette, anche dalla polizia, disonorando la memoria di Rosa.
Il nostro Ministero dei beni culturali, in occasione del 60° anniversario dell’arresto di Rosa Parks ha lanciato una lodevole iniziativa dal titolo “ Al posto giusto”.
Molte città italiane dal 1 dicembre al 6 dicembre saranno attraversate da autobus e tram dedicati, che sul display avranno ben visibile la scritta “60 Rosa Parks”.
Alcuni di questi ospiteranno attori, artisti e scrittori stranieri che con migranti di prima o seconda generazione ci parleranno di Rosa Parks e della discriminazione.
Fermiamoci ad ascoltarli, magari ci aiuteranno a crescere e ad evitare che qualcuno in Italia rilanci temi di vergognosa segregazione, come fatto dalla Lega con Salvini a Milano nel 2009.
Di Antonio Rosato
A tanti il nome Rosa Parks forse non dirà nulla, ma questo nome richiama subito alla mente diritti civili, razzismo e segregazione.
Rosa Luis PARK è il nome completo di una attivista statunitense nata a Detroit il 4 febbraio 1913.
Di confessione metodista, e sarta di professione divenne un’icona nazionale cambiando la storia dei diritti civili con un semplice e composto “NO”.
Accadeva il 1° dicembre 1955 a Montgomery , in Alabama, esattamente 60 anni fa tornando a casa dopo una massacrante giornata lavorativa, e con un problema ai piedi di cui soffriva, salì come tutte le sere sul solito autobus.
Faceva molto freddo quella sera del primo dicembre a Montgomery e non trovando posto nel settore riservato agli afroamericani decise di sedersi al primo posto dietro la fila per bianchi, nel settore dei posti “comuni”.
Subito dopo salì un uomo bianco che restò in piedi. Dopo qualche fermata l’autista chiese a Rosa di lasciare libero quel posto. Rosa non si scompose e rifiutò di alzarsi con dignitosa fermezza.
Per quel "no" fu arrestata e portata in carcere per condotta impropria e per non aver rispettato il divieto che obbligava i neri a cedere il proprio posto ai bianchi nei settori cosiddetti “comuni”.
Se avesse obbedito al conducente, dato che tutti i posti a sedere erano occupati, sarebbe dovuta rimanere alzata con quel problema di dolore ai piedi che l'affliggeva. Un atto coraggioso e determinato in seguito al quale si avviò una protesta storica.
Quella stessa notte, infatti, Martin Luther King, insieme ad altre decine di leader delle comunità afroamericane, pose in atto una serie di azioni di protesta. Tra queste, il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, che andò avanti per 381 giorni, affinché fosse cancellata una norma odiosa e discriminatoria.
Una protesta che assunse proporzioni inimmaginabili, coinvolgendo persino i Taxisti afroamericani che diedero massiccio sostegno alla protesta praticando tariffe uguali a quelle degli autobus.
Scontri e manifestazioni di protesta seguirono fin quando il 13 novembre 1956 la corte suprema degli Stati Uniti dichiarò fuori legge la segregazione razziale sui mezzi pubblici poichè giudicata anticostituzionale.
Da quel momento Rosa Parks è considerata “The Mother of the Civil Rights movement”. Bill CLINTON nel 1999 la onorò con una medaglia d’oro e il Presidente Obama volle farsi fotografare seduto su quella sedia di quell’autobus ancora conservata in un museo vicino Detroit.
Da quel giorno del 1955 molti progressi sono stati fatti in materia di diritti civili per gli afroamericani, come poter frequentare le università, il diritto di voto e potersi sedere sui mezzi pubblici là dove si vuole senza distinzioni di razza religione o colore.
Rosa Parks ci lasciò il 24 ottobre del 2005 all’età di 92 anni. Ma in America non tutto è stato assimilato, e spesso si ritorna in piazza dopo che qualche cittadino afroamericano è stato ucciso in circostanze sospette, anche dalla polizia, disonorando la memoria di Rosa.
Il nostro Ministero dei beni culturali, in occasione del 60° anniversario dell’arresto di Rosa Parks ha lanciato una lodevole iniziativa dal titolo “ Al posto giusto”.
Molte città italiane dal 1 dicembre al 6 dicembre saranno attraversate da autobus e tram dedicati, che sul display avranno ben visibile la scritta “60 Rosa Parks”.
Alcuni di questi ospiteranno attori, artisti e scrittori stranieri che con migranti di prima o seconda generazione ci parleranno di Rosa Parks e della discriminazione.
Fermiamoci ad ascoltarli, magari ci aiuteranno a crescere e ad evitare che qualcuno in Italia rilanci temi di vergognosa segregazione, come fatto dalla Lega con Salvini a Milano nel 2009.
A tanti il nome Rosa Parks forse non dirà nulla, ma questo nome richiama subito alla mente diritti civili, razzismo e segregazione.
Rosa Luis PARK è il nome completo di una attivista statunitense nata a Detroit il 4 febbraio 1913.
Di confessione metodista, e sarta di professione divenne un’icona nazionale cambiando la storia dei diritti civili con un semplice e composto “NO”.
Accadeva il 1° dicembre 1955 a Montgomery , in Alabama, esattamente 60 anni fa tornando a casa dopo una massacrante giornata lavorativa, e con un problema ai piedi di cui soffriva, salì come tutte le sere sul solito autobus.
Faceva molto freddo quella sera del primo dicembre a Montgomery e non trovando posto nel settore riservato agli afroamericani decise di sedersi al primo posto dietro la fila per bianchi, nel settore dei posti “comuni”.
Subito dopo salì un uomo bianco che restò in piedi. Dopo qualche fermata l’autista chiese a Rosa di lasciare libero quel posto. Rosa non si scompose e rifiutò di alzarsi con dignitosa fermezza.
Per quel "no" fu arrestata e portata in carcere per condotta impropria e per non aver rispettato il divieto che obbligava i neri a cedere il proprio posto ai bianchi nei settori cosiddetti “comuni”.
Se avesse obbedito al conducente, dato che tutti i posti a sedere erano occupati, sarebbe dovuta rimanere alzata con quel problema di dolore ai piedi che l'affliggeva. Un atto coraggioso e determinato in seguito al quale si avviò una protesta storica.
Quella stessa notte, infatti, Martin Luther King, insieme ad altre decine di leader delle comunità afroamericane, pose in atto una serie di azioni di protesta. Tra queste, il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, che andò avanti per 381 giorni, affinché fosse cancellata una norma odiosa e discriminatoria.
Una protesta che assunse proporzioni inimmaginabili, coinvolgendo persino i Taxisti afroamericani che diedero massiccio sostegno alla protesta praticando tariffe uguali a quelle degli autobus.
Scontri e manifestazioni di protesta seguirono fin quando il 13 novembre 1956 la corte suprema degli Stati Uniti dichiarò fuori legge la segregazione razziale sui mezzi pubblici poichè giudicata anticostituzionale.
Da quel momento Rosa Parks è considerata “The Mother of the Civil Rights movement”. Bill CLINTON nel 1999 la onorò con una medaglia d’oro e il Presidente Obama volle farsi fotografare seduto su quella sedia di quell’autobus ancora conservata in un museo vicino Detroit.
Da quel giorno del 1955 molti progressi sono stati fatti in materia di diritti civili per gli afroamericani, come poter frequentare le università, il diritto di voto e potersi sedere sui mezzi pubblici là dove si vuole senza distinzioni di razza religione o colore.
Rosa Parks ci lasciò il 24 ottobre del 2005 all’età di 92 anni. Ma in America non tutto è stato assimilato, e spesso si ritorna in piazza dopo che qualche cittadino afroamericano è stato ucciso in circostanze sospette, anche dalla polizia, disonorando la memoria di Rosa.
Il nostro Ministero dei beni culturali, in occasione del 60° anniversario dell’arresto di Rosa Parks ha lanciato una lodevole iniziativa dal titolo “ Al posto giusto”.
Molte città italiane dal 1 dicembre al 6 dicembre saranno attraversate da autobus e tram dedicati, che sul display avranno ben visibile la scritta “60 Rosa Parks”.
Alcuni di questi ospiteranno attori, artisti e scrittori stranieri che con migranti di prima o seconda generazione ci parleranno di Rosa Parks e della discriminazione.
Fermiamoci ad ascoltarli, magari ci aiuteranno a crescere e ad evitare che qualcuno in Italia rilanci temi di vergognosa segregazione, come fatto dalla Lega con Salvini a Milano nel 2009.
giovedì 3 settembre 2015
SUD CUORE IMMENSO
Di Antonio Rosato
Novembre 1943, la feroce battaglia sulla linea GUSTAV assume
aspetti che Dante avrebbe potuto descrivere solo aggiungendo un girone in più
nell’Inferno della sua divina commedia, il girone peggiore, quello più crudele
e zeppo di sofferenze inenarrabili forse.
Fortificazioni tedesche ben
congeniate e alleati dall’altra parte del Garigliano convinti di sfondare si
giocano la crudele partita a suon di assalti e bombardamenti incessanti via
mare, terra e aria. Al centro la popolazione civile, ignara e ottenebrata dagli
eventi al centro della disputa. Perlopiù vecchi donne e bambini perché gli
uomini in salute sono chi al fronte, chi prigioniero nei vari campi di lavoro o
concentramento sparsi in giro per il mondo.
Manca cibo, manca acqua potabile.
Le bestie quali requisite per soddisfare le esigenze alimentari dei tedeschi,
quali cadute sotto le bombe assieme ai loro padroni. Fame e freddo sono solo un
contorno alle sofferenze dei feriti, mutilati o morti sotto gli attacchi.
Ricoveri non ve ne sono, ne tantomeno ripari poiché il 100% delle abitazioni in
alcuni comuni come Castelforte e San Cosma e Damiano sono state abbattute dai
bombardamenti. Gli altri invece, quelle donne e bambini o anziani graziati da
quella mano invisibile che ha deviato quella scheggia o quella raffica, si
porteranno per il resto della vita fino
alla tomba danni psicologici mai sanati. Giorni e giorni senza dormire, e notti
illuminate a giorno dai traccianti o dalle granate. Lacrime non se ne versano
più, finite da tempo, e i bambini,
quando i bombardamenti erano meno fitti o si spostavano sulle montagne,
giocavano tra le macerie con la neve caduta copiosa o i resti delle granate, e
spesso anche inesplose o esplose tra piccole ed innocenti mani che hanno come unica colpa quella di
essere venuti al mondo negli anni sbagliati.
Ma dopo mesi e mesi insonni, mangiando erba destinate
solitamente alle capre, sradicata tra i muri o nei fossi in paese, perchè fuori
paese i campi minati non permettevano di andare, e rassegnati alla morte, arriva
la speranza di salvezza. Sotto i bombardamenti vengono sfilati gli abitanti per
portarli la dove la guerra non c’è. Mia nonna mi raccontava sempre di quella
notte.
Mio zio che appena camminava e mio padre di pochi giorni nato sotto i bombardamenti del 23 dicembre
del “43 legato con una sciarpa dietro le spalle, si incamminarono assieme ad
altre persone. Con gli occhi ancora pieni di terrore e sgranati come se fosse
stato ieri mi narrava di quando per non inciampare sulle mine a strappo
passavano sui morti del Rio Ravi. Senza scarpe e senza bagagli. Mettendo i
piedi uno dietro l’altro sui morti perchè il passaggio era più sicuro. Spesso,
senza toccare terra per metri e metri. Giorni di cammino, e poi i camion.
Salirono su senza neanche sapere la destinazione, senza chiedere, senza cibo
acqua e con l’unico bagaglio al seguito quello della speranza.
La guerra oramai era alle spalle anche se i fischi delle
granate e dei proiettili ancora restavano nelle orecchie. Ad essere sincero
penso che questi non siano mai andati via e sia poi invecchiata con questi
sibili nelle orecchie e nella testa,
solo che non ne parlava, ma sicuramente ci conviveva. I mezzi diretti a sud,
quel profondo sud che Lei non aveva mai ne visto nè visitato. Quel Sud
meraviglioso che ha accolto questi sfollati a braccia aperte. Lei nello
specifico fu destinata assieme ad altre famiglie in quel di CARBONE in
provincia di Potenza. Furono accolti con pane appositamente sfornato e
formaggio. Sapori oramai dimenticati da mesi. Mi racconta di compaesani che
appena messo il primo boccone in bocca hanno dato di stomaco perche vuoto da
troppi giorni e non più abituato a ricevere cibo. Ogni famiglia di Carbone, ma
cosi anche a Castrovillari, Cittanova, Maratea etc, aprirono le porte di casa a
questi profughi di guerra. Profughi definiti allora SFOLLATI.
Ridotti a poco più che ruderi umani, dove non si capiva se la
pelle era osso o ancora poteva definirsi pelle, entrarono in una casa vera dopo
mesi. Casa aperta e messa a disposizione di persone sconosciute. Cose che solo
al Sud forse possono accadere. La gara di solidarietà in paese fu commovente,
con scene da da libro “Cuore”. Latte per i bambini, uova e maccheroni fatti in
casa, cotti sul fuoco del camino. Quel fuoco che emanava non calore, ma amore.
Quell’amore meridionale che abbiamo nel sangue. Da noi l’ospite ancora oggi è
sacro. Queste persone erano sfortunate,
erano sfollati come i Siriani oggi. E si parlava con i propri figli mettendoli
al corrente che da quella sera avrebbero diviso la stanza con un bambino
bisognoso, più sfortunato di loro, per questo bisognava stringersi un
pochettino di più e condividere tutto.
Scarpe nuove e vestiti per i bambini “SFOLLATI”
e per le mamme. Un letto, cibo e il caldo di una casa. Tutto questo, pensate,
senza chiedere nulla in cambio e spessissimo senza neanche capirsi perché i
dialetti erano troppo diversi e non tutti conoscevano l’italiano imposto 60
anni prima. Sfollati, cosi si chiamavano.
Ma oggi il sud non ha perso quel
grande cuore e quell’amore che ha verso l’essere umano e per il prossimo. Anche
oggi il nostro meridione strappa dall’acqua quei migranti disperati provenienti
chi sa da dove. Sulle coste siciliane non si chiede il passaporto, quelle sono
cose per buracrati senza faccia e senza cuore. Ma si offre una coperta per
scaldarsi, o un paio di ciabatte. Non si chiede al bambino da dove viene, ma gli
si offre il cartone di latte e qualche biscotto. Non siamo come alcuni
governanti gelidi e senza cuore del nord italia e nord europa. Noi siamo il
sud. Che si chiamino sfollati, o profughi, o migranti a noi non interessa. Ho
visto in Tv donne meridionali piangere, commosse dalle condizioni e dai
racconti di quella povera gente che qualcuno invece vorrebbe affondare a mare.
Ho visto anziani portare dei panini e vestitini dismessi dei nipotini. Senza
chiedere nulla in cambio, come nel “44. E il cuore che è diverso, la
sensibilità verso il prossimo, di cui ne vado fiero, che è diversa. Mai nessuno
si sognerebbe nel nostro sud di costruire muri o barricate. Nessuno si
sognerebbe di tatuare su un braccio un numero. Nessuno si preoccuperebbe di
innalzare barriere di filo spinato o far rincorrere dai cani i migranti. Noi
siamo il sud, cosi diverso, cosi civile, cosi solidale e cosi ospitale. Non ci
importa il colore della pelle, nè il passaporto.
E mentre nei palazzi Europei
in francese o in inglese non si
prendono decisioni, da noi al sud senza capirsi , senza conoscere l’arabo o il
francese si aiutano queste persone a prescindere da ogni altra considerazione. Si
porge la mano verso il mare e si tira
fuori quell’essere spaventato e indifeso che in quel momento ha bisogno. Questo
è il nostro sud, e ne vado fiero e orgoglioso. Mentre ad altre latitudini politivi
e faccendieri si accapigliano nei palazzi facendo a gara a chi è più razzista,noi
siamo diversi da sempre. E la storia lo dice. Vorrei concludere questo mio post
con delle parole prese in prestito da un grandissimo meridionale, Totò.
Parole
che vorrei dedicare a quelli che fanno barricate o vorrebbero bombardare i
barconi. Parole però, che forse solo noi riusciamo seriamente a comprendere e
farle nostre nell’animo:
“Perciò,stamme a ssenti...nun fa''o restivo,
suppuorteme vicino-che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"
.
Di Antonio Rosato
Novembre 1943, la feroce battaglia sulla linea GUSTAV assume
aspetti che Dante avrebbe potuto descrivere solo aggiungendo un girone in più
nell’Inferno della sua divina commedia, il girone peggiore, quello più crudele
e zeppo di sofferenze inenarrabili forse.
Fortificazioni tedesche ben
congeniate e alleati dall’altra parte del Garigliano convinti di sfondare si
giocano la crudele partita a suon di assalti e bombardamenti incessanti via
mare, terra e aria. Al centro la popolazione civile, ignara e ottenebrata dagli
eventi al centro della disputa. Perlopiù vecchi donne e bambini perché gli
uomini in salute sono chi al fronte, chi prigioniero nei vari campi di lavoro o
concentramento sparsi in giro per il mondo.
Manca cibo, manca acqua potabile.
Le bestie quali requisite per soddisfare le esigenze alimentari dei tedeschi,
quali cadute sotto le bombe assieme ai loro padroni. Fame e freddo sono solo un
contorno alle sofferenze dei feriti, mutilati o morti sotto gli attacchi.
Ricoveri non ve ne sono, ne tantomeno ripari poiché il 100% delle abitazioni in
alcuni comuni come Castelforte e San Cosma e Damiano sono state abbattute dai
bombardamenti. Gli altri invece, quelle donne e bambini o anziani graziati da
quella mano invisibile che ha deviato quella scheggia o quella raffica, si
porteranno per il resto della vita fino
alla tomba danni psicologici mai sanati. Giorni e giorni senza dormire, e notti
illuminate a giorno dai traccianti o dalle granate. Lacrime non se ne versano
più, finite da tempo, e i bambini,
quando i bombardamenti erano meno fitti o si spostavano sulle montagne,
giocavano tra le macerie con la neve caduta copiosa o i resti delle granate, e
spesso anche inesplose o esplose tra piccole ed innocenti mani che hanno come unica colpa quella di
essere venuti al mondo negli anni sbagliati.
Ma dopo mesi e mesi insonni, mangiando erba destinate
solitamente alle capre, sradicata tra i muri o nei fossi in paese, perchè fuori
paese i campi minati non permettevano di andare, e rassegnati alla morte, arriva
la speranza di salvezza. Sotto i bombardamenti vengono sfilati gli abitanti per
portarli la dove la guerra non c’è. Mia nonna mi raccontava sempre di quella
notte.
Mio zio che appena camminava e mio padre di pochi giorni nato sotto i bombardamenti del 23 dicembre
del “43 legato con una sciarpa dietro le spalle, si incamminarono assieme ad
altre persone. Con gli occhi ancora pieni di terrore e sgranati come se fosse
stato ieri mi narrava di quando per non inciampare sulle mine a strappo
passavano sui morti del Rio Ravi. Senza scarpe e senza bagagli. Mettendo i
piedi uno dietro l’altro sui morti perchè il passaggio era più sicuro. Spesso,
senza toccare terra per metri e metri. Giorni di cammino, e poi i camion.
Salirono su senza neanche sapere la destinazione, senza chiedere, senza cibo
acqua e con l’unico bagaglio al seguito quello della speranza.
La guerra oramai era alle spalle anche se i fischi delle
granate e dei proiettili ancora restavano nelle orecchie. Ad essere sincero
penso che questi non siano mai andati via e sia poi invecchiata con questi
sibili nelle orecchie e nella testa,
solo che non ne parlava, ma sicuramente ci conviveva. I mezzi diretti a sud,
quel profondo sud che Lei non aveva mai ne visto nè visitato. Quel Sud
meraviglioso che ha accolto questi sfollati a braccia aperte. Lei nello
specifico fu destinata assieme ad altre famiglie in quel di CARBONE in
provincia di Potenza. Furono accolti con pane appositamente sfornato e
formaggio. Sapori oramai dimenticati da mesi. Mi racconta di compaesani che
appena messo il primo boccone in bocca hanno dato di stomaco perche vuoto da
troppi giorni e non più abituato a ricevere cibo. Ogni famiglia di Carbone, ma
cosi anche a Castrovillari, Cittanova, Maratea etc, aprirono le porte di casa a
questi profughi di guerra. Profughi definiti allora SFOLLATI.
Ridotti a poco più che ruderi umani, dove non si capiva se la
pelle era osso o ancora poteva definirsi pelle, entrarono in una casa vera dopo
mesi. Casa aperta e messa a disposizione di persone sconosciute. Cose che solo
al Sud forse possono accadere. La gara di solidarietà in paese fu commovente,
con scene da da libro “Cuore”. Latte per i bambini, uova e maccheroni fatti in
casa, cotti sul fuoco del camino. Quel fuoco che emanava non calore, ma amore.
Quell’amore meridionale che abbiamo nel sangue. Da noi l’ospite ancora oggi è
sacro. Queste persone erano sfortunate,
erano sfollati come i Siriani oggi. E si parlava con i propri figli mettendoli
al corrente che da quella sera avrebbero diviso la stanza con un bambino
bisognoso, più sfortunato di loro, per questo bisognava stringersi un
pochettino di più e condividere tutto.
Scarpe nuove e vestiti per i bambini “SFOLLATI”
e per le mamme. Un letto, cibo e il caldo di una casa. Tutto questo, pensate,
senza chiedere nulla in cambio e spessissimo senza neanche capirsi perché i
dialetti erano troppo diversi e non tutti conoscevano l’italiano imposto 60
anni prima. Sfollati, cosi si chiamavano.
Ma oggi il sud non ha perso quel
grande cuore e quell’amore che ha verso l’essere umano e per il prossimo. Anche
oggi il nostro meridione strappa dall’acqua quei migranti disperati provenienti
chi sa da dove. Sulle coste siciliane non si chiede il passaporto, quelle sono
cose per buracrati senza faccia e senza cuore. Ma si offre una coperta per
scaldarsi, o un paio di ciabatte. Non si chiede al bambino da dove viene, ma gli
si offre il cartone di latte e qualche biscotto. Non siamo come alcuni
governanti gelidi e senza cuore del nord italia e nord europa. Noi siamo il
sud. Che si chiamino sfollati, o profughi, o migranti a noi non interessa. Ho
visto in Tv donne meridionali piangere, commosse dalle condizioni e dai
racconti di quella povera gente che qualcuno invece vorrebbe affondare a mare.
Ho visto anziani portare dei panini e vestitini dismessi dei nipotini. Senza
chiedere nulla in cambio, come nel “44. E il cuore che è diverso, la
sensibilità verso il prossimo, di cui ne vado fiero, che è diversa. Mai nessuno
si sognerebbe nel nostro sud di costruire muri o barricate. Nessuno si
sognerebbe di tatuare su un braccio un numero. Nessuno si preoccuperebbe di
innalzare barriere di filo spinato o far rincorrere dai cani i migranti. Noi
siamo il sud, cosi diverso, cosi civile, cosi solidale e cosi ospitale. Non ci
importa il colore della pelle, nè il passaporto.
E mentre nei palazzi Europei
in francese o in inglese non si
prendono decisioni, da noi al sud senza capirsi , senza conoscere l’arabo o il
francese si aiutano queste persone a prescindere da ogni altra considerazione. Si
porge la mano verso il mare e si tira
fuori quell’essere spaventato e indifeso che in quel momento ha bisogno. Questo
è il nostro sud, e ne vado fiero e orgoglioso. Mentre ad altre latitudini politivi
e faccendieri si accapigliano nei palazzi facendo a gara a chi è più razzista,noi
siamo diversi da sempre. E la storia lo dice. Vorrei concludere questo mio post
con delle parole prese in prestito da un grandissimo meridionale, Totò.
Parole
che vorrei dedicare a quelli che fanno barricate o vorrebbero bombardare i
barconi. Parole però, che forse solo noi riusciamo seriamente a comprendere e
farle nostre nell’animo:
“Perciò,stamme a ssenti...nun fa''o restivo,
suppuorteme vicino-che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"
.
domenica 30 agosto 2015
IL PIAGNISTEO
Di Bruno Pappalardo,
Non c’è la faccio più!
Sono in forte astinenza. Troppo tempo è passato! Ho provato a starmene fermo per postare mie note. Eh, …beh, è molto più di una settimana! …Ammazza!
Il fatto è che ogni volta che stavo per preparare una nota, ebbene, mi pareva di vedermi dinanzi la figura del Premier che m'additava come un “piagnicolatone ” insomma un canonico meridionale è sempre e solo ,… “pronto al, lamento”. Un pregiudizio? …boh, che ne so?!?
M’ero lasciato talmente suggestionare che invece di credere di scrivere, stavo a gemere. Perché è così!
Se un meridionale parla del buon gusto di un gelato sta lamentandosi!
Se un meridionale sta per dire alla vecchietta sul marciapiede, “tranquilla v’aiuto ad attraversare”, ebbene, anche in quel caso, sotto, sotto, sta lamentandosi perché, anche se non lo dice chiaramente, sta sottolineando che non sono presenti dei sottopassaggi! Insomma è un chiara dichiarazione di “ opposizione ad oltranza alle istituzioni”. Si è così!
Vi ricordate la straordinaria scenetta del grande Petrolini, in “NERONE, imperatore romano” che non poteva aprir bocca per proferire un argomento ma veniva continuamente interrotto per ridurlo al silenzio e anche decantare ed esaltare come tutti coloro che saltano sul carro dei vincitori ??
La scena: Nerone (Petrolini) ha bruciato Roma; ora è davanti al popolo che non lo acclama tranne i propri cortigiani che gli sono Alle spalle, Poppea gli chiede di lanciarsi in uno dei suoi strabocchevoli discorsi, diciamo alla Renzi.
EGLOGE (entrando con un urlo di terrore ): Cesaretto te vonno ammazzà! Tu sei responsabile dell'incendio.
NERONE : Io responsabile dell'incendio. No! Sono assicurato con la Fondiaria.
NERONE: Sta bene, parlerò col popolo, ma non mi lasciate solo, venitemi a tergo...
Si avvia al podio, ma delle urla improvvise lo fanno retrocedere frettolosamente più di una volta. Ci ritorna ma viene accolto nuovamente dalle grida ma rimane al podio…
NERONE: Stupido... Ignobile plebaja! Così ricompensate i sacrifici fatti per voi? Ritiratevi, dimostratevi uomini e domani Roma rinascerà più bella e più superba che pria...
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE: Grazie. (rivolgendosi a Egloge e a Poppea:) “ E' piaciuta questa parola,... pria... Il popolo quando sente delle parole difficili si affeziona... Ora gliela ridico... Più bella e più superba che pria”.
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE; ( più affrettatamente cercando di sorprendere il popolo) “Più bella e più superba che pria...
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE: Più bella... grazie.
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE: ... Zie.
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE (facendo il gesto di dire la parola pria, senza però dirla.)
VOCE (d. d.): Bravo!
……...( continua)…..
ECCO IL MERIDIONALE E’ COME ETTORE PETROLINI; qualsiasi cosa dica e appena apre bocca per dire che “ IL PAPA STA A ROMA” viene colpito dalla SCOMUNICA del“LAMENTO CONTINUO”. ottimo sistema per imbavagliare un popolo. INFATTI NON E’ PER PREGIUDIZIO (sono furbi e fanno di tutto perché persista il preconcetto) ma è solo un METODO STRUMENTALE PER TACITARLO!

Di Bruno Pappalardo,
Non c’è la faccio più!
Sono in forte astinenza. Troppo tempo è passato! Ho provato a starmene fermo per postare mie note. Eh, …beh, è molto più di una settimana! …Ammazza!
Il fatto è che ogni volta che stavo per preparare una nota, ebbene, mi pareva di vedermi dinanzi la figura del Premier che m'additava come un “piagnicolatone ” insomma un canonico meridionale è sempre e solo ,… “pronto al, lamento”. Un pregiudizio? …boh, che ne so?!?
M’ero lasciato talmente suggestionare che invece di credere di scrivere, stavo a gemere. Perché è così!
Se un meridionale parla del buon gusto di un gelato sta lamentandosi!
Se un meridionale sta per dire alla vecchietta sul marciapiede, “tranquilla v’aiuto ad attraversare”, ebbene, anche in quel caso, sotto, sotto, sta lamentandosi perché, anche se non lo dice chiaramente, sta sottolineando che non sono presenti dei sottopassaggi! Insomma è un chiara dichiarazione di “ opposizione ad oltranza alle istituzioni”. Si è così!
Vi ricordate la straordinaria scenetta del grande Petrolini, in “NERONE, imperatore romano” che non poteva aprir bocca per proferire un argomento ma veniva continuamente interrotto per ridurlo al silenzio e anche decantare ed esaltare come tutti coloro che saltano sul carro dei vincitori ??
La scena: Nerone (Petrolini) ha bruciato Roma; ora è davanti al popolo che non lo acclama tranne i propri cortigiani che gli sono Alle spalle, Poppea gli chiede di lanciarsi in uno dei suoi strabocchevoli discorsi, diciamo alla Renzi.
EGLOGE (entrando con un urlo di terrore ): Cesaretto te vonno ammazzà! Tu sei responsabile dell'incendio.
NERONE : Io responsabile dell'incendio. No! Sono assicurato con la Fondiaria.
NERONE: Sta bene, parlerò col popolo, ma non mi lasciate solo, venitemi a tergo...
Si avvia al podio, ma delle urla improvvise lo fanno retrocedere frettolosamente più di una volta. Ci ritorna ma viene accolto nuovamente dalle grida ma rimane al podio…
NERONE: Stupido... Ignobile plebaja! Così ricompensate i sacrifici fatti per voi? Ritiratevi, dimostratevi uomini e domani Roma rinascerà più bella e più superba che pria...
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE: Grazie. (rivolgendosi a Egloge e a Poppea:) “ E' piaciuta questa parola,... pria... Il popolo quando sente delle parole difficili si affeziona... Ora gliela ridico... Più bella e più superba che pria”.
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE; ( più affrettatamente cercando di sorprendere il popolo) “Più bella e più superba che pria...
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE: Più bella... grazie.
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE: ... Zie.
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE (facendo il gesto di dire la parola pria, senza però dirla.)
VOCE (d. d.): Bravo!
……...( continua)…..
ECCO IL MERIDIONALE E’ COME ETTORE PETROLINI; qualsiasi cosa dica e appena apre bocca per dire che “ IL PAPA STA A ROMA” viene colpito dalla SCOMUNICA del“LAMENTO CONTINUO”. ottimo sistema per imbavagliare un popolo. INFATTI NON E’ PER PREGIUDIZIO (sono furbi e fanno di tutto perché persista il preconcetto) ma è solo un METODO STRUMENTALE PER TACITARLO!

sabato 22 agosto 2015
AL SERVIZIO DEL PADRONE
Di Antonio Rosato
Credevo che il
telegiornale mi informasse su ciò che accade in Italia e nel mondo.
Credevo che
i grassetti e le foto che leggo e vedo in edicola servissero a dare al lettore
un flash su notizie vere e libere che avrei trovato negli approfondimenti
all’interno.
Credevo che la stampa fosse la massima espressione di libertà e
democrazia per un paese civile.
Credevo di leggere nei primi posti nella
classifica annuale mondiale sulla “libertà di stampa” il nostro paese. Credevo
che ci fossero testate giornalistiche di destra e di sinistra.
Credevo che ci
fossero anche testate giornalistiche indipendenti.
Credevo che avrei trovato
sempre la verità nei quotidiani.
Credevo che l’appuntamento davanti alla tele
alle otto di sera fosse il modo più attivo e uniforme per informare il paese su
questioni economiche politiche e culturali in modo reale.
Credevo che la mia
fiducia posta nella comunicazione italiana fosse ripagata dalla correttezza e
dalla veridicità delle notizie.
Credevo che la RAI fosse nata per unire il
paese da nord a sud con l’intendo di allevare e puntare sull’accrescimento
culturale uniforme con programmi, notiziari, approfondimenti, imprese sportive
come quelle impresse nella mente di tutti di Bartali e Coppi o degli
sconosciuti fratelli campani Abbagnale che portano il tricolore sul gradino più
alto del podio sotto gli occhi di tutto il mondo, o delle mitiche imprese e i
record mondiali del brindisino Mennea.
Credevo che servisse
quotidianamente ad unire in tutte le
circostanze la nazione e non solo quando l’Italia del calcio vince i mondiali.
Credevo che nella comunicazione nazionale ci fosse spazio per tutti e non sempre per i soliti noti.
Credevo che i
reporter in giro nel mondo che ci raccontano di guerre e la politica ci
riportino la verità e non quello che i potenti vogliono che si dica.
Credevo
nella libertà di stampa, e non nella stampa corrotta al soldo dei potenti.
Credevo in un giornalismo caparbio e cocciuto che non avesse paura di
raccontare la verità, e non in un giornalismo timoroso e ricattato da
sovvenzioni pubbliche o da cambio dei vertici della testata perché scomodi.
Credevo in un garante imparziale e laborioso.
Credevo in un ordine dei
giornalisti distaccato dai poteri, autoritario vigile e indipendente.
Credevo
che i giornali vivessero con le vendite quotidiane e le pubblicità stampate a
tutta pagina.
Credevo che le tirature servissero per la vita e traguardi del giornale
e che fossero veicolo di qualità e competenza verso il cittadino.
Credevo che i
soldi pubblici servissero per fare strade nuove o riparare quelle dissestate,
mettere in sicurezza edifici scolastici, investimenti sul lavoro etc etc, e non
a sovvenzionare testate giornalistiche che mai ho trovato in edicola.
Credevo
di trovare riportato trascrizioni di intercettazioni per gravi fatti di mafia,
o intercettazioni che hanno permesso arresti importanti, e non trascrizioni di
intercettazioni del figlio di Moggi che vuole passare momenti di tenerezza con
una velina a Parigi, o ancora più grave, intercettazioni dubbie che spesso
servono a destabilizzare un politico o una politica scomoda.
Credevo che il
giornalismo fosse una sorta di caccia alla notizia e non il creare la notizia
sulla mafia piuttosto che sulla camorra in un’ufficio a Milano senza mai aver
messo neanche piede una sola volta in Sicilia o a Napoli.
Credevo che un
reporter di guerra riportasse su carta o in video quello che vede o sente sul
campo, e non riportare quello che la NATO o quei governi specifici vogliono che
si dica.
Credevo che carta stampata o TV avessero anche il compito, oltre che
l’obbligo morale, di coadiuvare alla crescita del paese, in maniera più
particolare la dove questo è più in difficoltà, e non parlare di Sud solo
quando c’è emergenza rifiuti in Campania o quando un’autobomba esplode a
Capaci.
Credevo in un giornalismo che andasse a vedere e riportare il divario
strutturale tra nord e sud, e non un giornalismo capace di trasformare L’EXPO in un grande successo o i vari scandali nordici come fossero quasi eventi
folkloristici riusciti male.
Credevo che la censura fosse una pratica di altri
tempi, di altri regimi politici.
Credevo, credevo, credevo.
Credevo questo e
tante altre cose.
Quando giri un po’ per lo stivale, quando parli con la gente,
quando il mondo oramai e più vicino a noi grazie a internet e anche ai voli a
prezzi orami talmente bassi che permettono alla persona di spostarsi all’estero
con una facilità impensabile pochi decenni fa, beh ti accorgi che la realtà e
molto diversa da quella che ti dicono in TV o che trovi scritta sui giornali.
Non posso accettare che guerre in piena Europa vengano strumentalizzate o non
raccontate.
Non posso accettare che il canone RAI serva per conoscere quante
volte il figlio di Belen ha mangiato oggi e non conosciamo del perché il
petrolio diminuisce il suo costo al barile, il cambio euro dollaro sempre più
favorevole e la benzina veste sempre un prezzo al cartellone troppo
“incomprensibile”, pur avendo tra l’altro, i pozzi continentali più grandi
d’Europa.
Mi duole pensare alle sovvenzioni pubbliche che prendono alcune
testate possano far mutare o essere la causa dell’appiattimento della notizia
che spesso e volentieri viene guidata verso la distorsione forzata.
Mi domando
quanti di vuoi hanno mai trovato in edicola “IL CAMPANILE”. Eppure questo
giornale ha ricevuto un barca di soldi pubblici.
Mi chiedo se sia giusto che il
Consiglio di Amministrazione della RAI venga cambiato e nominato dal Presidente
del Consiglio in carica al momento.
La Rai dovrebbe o no essere degli italiani?
E se viene nominato un nuovo direttore questi secondo voi può mai essere
neutrale?
Non è più la RAI degli italiani, ma è una televisione politicizzata
al servizio della politica.
Parlando di Televisione prendo a prestito da
Lubrano la mitica frase “la domanda nasce spontanea”: “e perché dovrei pagare il canone allora?” Si
ok il canone adesso è camuffato come tassa di proprietà e bla bla bla. Ma tutti
sappiamo, no? Mi duole anche digitare su google “classifica annuale sulla
libertà di stampa”.
Mi duole e mi fa vergognare trovare l’Italia dietro paesi
come la Mongolia, il Burkina Faso (con tutto il massimo rispetto per questi
paesi ovviamente) e scovare il bel paese
dozzine e dozzine di posizioni dietro molti paesi, posizionandosi nell’ultimo
quarto della classifica mondiale. Mi chiedo se questa stampa meriti o no i
nostri soldi, oppure se questi soldi sarebbe più utile destinarli ai libri
gratuiti per le scuole dell’obbligo, o a quei padri separati messi al lastrico
che dormono in macchina tanto per citarne ingenuamente un paio di esempi a caso fra tanti.
Stanno facendo
un gioco davvero sporco inculcandoci nella testa quello che vogliono, non
quello che è. Questa tortura culturale, la stiamo pagando apparenterete senza
dolore. Come una forma mediatica di eutanasia che ci toglie la vita senza farci
sentire dolore.
Noi vogliamo notizie vere, cronaca sul campo imparziale e non
strumentale. Crediamo ancora nella libertà di stampa e non vogliamo più un
giornalismo AL SERVIZIO DEL PADRONE
.
.
Di Antonio Rosato
Credevo che il
telegiornale mi informasse su ciò che accade in Italia e nel mondo.
Credevo che
i grassetti e le foto che leggo e vedo in edicola servissero a dare al lettore
un flash su notizie vere e libere che avrei trovato negli approfondimenti
all’interno.
Credevo che la stampa fosse la massima espressione di libertà e
democrazia per un paese civile.
Credevo di leggere nei primi posti nella
classifica annuale mondiale sulla “libertà di stampa” il nostro paese. Credevo
che ci fossero testate giornalistiche di destra e di sinistra.
Credevo che ci
fossero anche testate giornalistiche indipendenti.
Credevo che avrei trovato
sempre la verità nei quotidiani.
Credevo che l’appuntamento davanti alla tele
alle otto di sera fosse il modo più attivo e uniforme per informare il paese su
questioni economiche politiche e culturali in modo reale.
Credevo che la mia
fiducia posta nella comunicazione italiana fosse ripagata dalla correttezza e
dalla veridicità delle notizie.
Credevo che la RAI fosse nata per unire il
paese da nord a sud con l’intendo di allevare e puntare sull’accrescimento
culturale uniforme con programmi, notiziari, approfondimenti, imprese sportive
come quelle impresse nella mente di tutti di Bartali e Coppi o degli
sconosciuti fratelli campani Abbagnale che portano il tricolore sul gradino più
alto del podio sotto gli occhi di tutto il mondo, o delle mitiche imprese e i
record mondiali del brindisino Mennea.
Credevo che servisse
quotidianamente ad unire in tutte le
circostanze la nazione e non solo quando l’Italia del calcio vince i mondiali.
Credevo che nella comunicazione nazionale ci fosse spazio per tutti e non sempre per i soliti noti.
Credevo che i
reporter in giro nel mondo che ci raccontano di guerre e la politica ci
riportino la verità e non quello che i potenti vogliono che si dica.
Credevo
nella libertà di stampa, e non nella stampa corrotta al soldo dei potenti.
Credevo in un giornalismo caparbio e cocciuto che non avesse paura di
raccontare la verità, e non in un giornalismo timoroso e ricattato da
sovvenzioni pubbliche o da cambio dei vertici della testata perché scomodi.
Credevo in un garante imparziale e laborioso.
Credevo in un ordine dei
giornalisti distaccato dai poteri, autoritario vigile e indipendente.
Credevo
che i giornali vivessero con le vendite quotidiane e le pubblicità stampate a
tutta pagina.
Credevo che le tirature servissero per la vita e traguardi del giornale
e che fossero veicolo di qualità e competenza verso il cittadino.
Credevo che i
soldi pubblici servissero per fare strade nuove o riparare quelle dissestate,
mettere in sicurezza edifici scolastici, investimenti sul lavoro etc etc, e non
a sovvenzionare testate giornalistiche che mai ho trovato in edicola.
Credevo
di trovare riportato trascrizioni di intercettazioni per gravi fatti di mafia,
o intercettazioni che hanno permesso arresti importanti, e non trascrizioni di
intercettazioni del figlio di Moggi che vuole passare momenti di tenerezza con
una velina a Parigi, o ancora più grave, intercettazioni dubbie che spesso
servono a destabilizzare un politico o una politica scomoda.
Credevo che il
giornalismo fosse una sorta di caccia alla notizia e non il creare la notizia
sulla mafia piuttosto che sulla camorra in un’ufficio a Milano senza mai aver
messo neanche piede una sola volta in Sicilia o a Napoli.
Credevo che un
reporter di guerra riportasse su carta o in video quello che vede o sente sul
campo, e non riportare quello che la NATO o quei governi specifici vogliono che
si dica.
Credevo che carta stampata o TV avessero anche il compito, oltre che
l’obbligo morale, di coadiuvare alla crescita del paese, in maniera più
particolare la dove questo è più in difficoltà, e non parlare di Sud solo
quando c’è emergenza rifiuti in Campania o quando un’autobomba esplode a
Capaci.
Credevo in un giornalismo che andasse a vedere e riportare il divario
strutturale tra nord e sud, e non un giornalismo capace di trasformare L’EXPO in un grande successo o i vari scandali nordici come fossero quasi eventi
folkloristici riusciti male.
Credevo che la censura fosse una pratica di altri
tempi, di altri regimi politici.
Credevo, credevo, credevo.
Credevo questo e
tante altre cose.
Quando giri un po’ per lo stivale, quando parli con la gente,
quando il mondo oramai e più vicino a noi grazie a internet e anche ai voli a
prezzi orami talmente bassi che permettono alla persona di spostarsi all’estero
con una facilità impensabile pochi decenni fa, beh ti accorgi che la realtà e
molto diversa da quella che ti dicono in TV o che trovi scritta sui giornali.
Non posso accettare che guerre in piena Europa vengano strumentalizzate o non
raccontate.
Non posso accettare che il canone RAI serva per conoscere quante
volte il figlio di Belen ha mangiato oggi e non conosciamo del perché il
petrolio diminuisce il suo costo al barile, il cambio euro dollaro sempre più
favorevole e la benzina veste sempre un prezzo al cartellone troppo
“incomprensibile”, pur avendo tra l’altro, i pozzi continentali più grandi
d’Europa.
Mi duole pensare alle sovvenzioni pubbliche che prendono alcune
testate possano far mutare o essere la causa dell’appiattimento della notizia
che spesso e volentieri viene guidata verso la distorsione forzata.
Mi domando
quanti di vuoi hanno mai trovato in edicola “IL CAMPANILE”. Eppure questo
giornale ha ricevuto un barca di soldi pubblici.
Mi chiedo se sia giusto che il
Consiglio di Amministrazione della RAI venga cambiato e nominato dal Presidente
del Consiglio in carica al momento.
La Rai dovrebbe o no essere degli italiani?
E se viene nominato un nuovo direttore questi secondo voi può mai essere
neutrale?
Non è più la RAI degli italiani, ma è una televisione politicizzata
al servizio della politica.
Parlando di Televisione prendo a prestito da
Lubrano la mitica frase “la domanda nasce spontanea”: “e perché dovrei pagare il canone allora?” Si
ok il canone adesso è camuffato come tassa di proprietà e bla bla bla. Ma tutti
sappiamo, no? Mi duole anche digitare su google “classifica annuale sulla
libertà di stampa”.
Mi duole e mi fa vergognare trovare l’Italia dietro paesi
come la Mongolia, il Burkina Faso (con tutto il massimo rispetto per questi
paesi ovviamente) e scovare il bel paese
dozzine e dozzine di posizioni dietro molti paesi, posizionandosi nell’ultimo
quarto della classifica mondiale. Mi chiedo se questa stampa meriti o no i
nostri soldi, oppure se questi soldi sarebbe più utile destinarli ai libri
gratuiti per le scuole dell’obbligo, o a quei padri separati messi al lastrico
che dormono in macchina tanto per citarne ingenuamente un paio di esempi a caso fra tanti.
Stanno facendo
un gioco davvero sporco inculcandoci nella testa quello che vogliono, non
quello che è. Questa tortura culturale, la stiamo pagando apparenterete senza
dolore. Come una forma mediatica di eutanasia che ci toglie la vita senza farci
sentire dolore.
Noi vogliamo notizie vere, cronaca sul campo imparziale e non
strumentale. Crediamo ancora nella libertà di stampa e non vogliamo più un
giornalismo AL SERVIZIO DEL PADRONE
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sabato 15 agosto 2015
mercoledì 5 agosto 2015
Su indicazione del Sindaco la Comm. Toponomastica concorda e delibera...
anche questa è fatta...
da IlMattino.it di Lunedì 03 Agosto 2015
Il Comune intitola una strada a Pino Daniele e le scale di «Scusate il ritardo» a Massimo Troisi
A Massimo Troisi saranno intitolate le scale che si trovano tra Via Francesco Crispi e Piazza Roffredo Beneventano, molto note agli appassionati dei film di Troisi. Proprio su quelle scale, infatti fu girata una delle scene più note ed esilaranti di «Scusate il ritardo», con Massimo recitava Lello Arena.
Sarà intitolata, invece alla memoria di Pino Daniele l'area di circolazione che ricade nel quartiere San Giuseppe e che attualmente è individuata in Vicoletto Donnalbina, a pochi passi dalla casa natale del grande artista napoletano.
anche questa è fatta...
da IlMattino.it di Lunedì 03 Agosto 2015
Il Comune intitola una strada a Pino Daniele e le scale di «Scusate il ritardo» a Massimo Troisi
A Massimo Troisi saranno intitolate le scale che si trovano tra Via Francesco Crispi e Piazza Roffredo Beneventano, molto note agli appassionati dei film di Troisi. Proprio su quelle scale, infatti fu girata una delle scene più note ed esilaranti di «Scusate il ritardo», con Massimo recitava Lello Arena.
Sarà intitolata, invece alla memoria di Pino Daniele l'area di circolazione che ricade nel quartiere San Giuseppe e che attualmente è individuata in Vicoletto Donnalbina, a pochi passi dalla casa natale del grande artista napoletano.
domenica 2 agosto 2015
BOLOGNA, 02.08.1980, ore 10,25
dI Bruno Pappalardo
Un boato mai udito.
Maria non ebbe neppure a sentirlo.
Era seduta proprio sopra la bomba.
Nulla di Maria, giovane madre; d’Ella nulla venne ritrovato come una madonna ritornata al cielo.
Il terrorismo nero e soprattutto quello rosso diceva di lottare per i diritti dei lavoratori e del lavoro. In vero il primo per contrastare il secondo.
La Svimez , indicando la situazione del Mezzogiorno di oggi, - sfinito, indigente e infelice ma orgoglioso - ha ravvisato nel ’77 dati di disoccupazione e dissesto somiglianti e come quelli peggiori della Grecia.
Fu proprio per quello che nacquero le Brigate Rosse e le frange dell’eversione Nera.
Lotta Continua, Prima Linea da una parte e Nar , Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Terza Posizione dall’altra con le sue stragi.
Ricordo bene che fu una lenta escalation ma costante forte, incontenibile e tinta di rosso vermiglio.
Attenzione,… Bologna, questo giorno, non sia solo commemorazione, memoria di un frammento di Storia italiana, ormai lontano che va solo celebrato nella stereotipata liturgia di onorare morti innocenti da cui pari non giunga chiaro il monito: oggi , forse, si narra ancora la stessa Storia.
Maria è morta. Ma vide quel sole nuovo. Intorno già le pareti sbiancavano pel la luce. Accecata ebbe a riaprire gli occhi sui binari e dentro giunta allo scalo, come il batter delle ciglia il buio quasi di un blu intenso rasserenava in lei la gioia. Sbiancava, infatti, l’emozione di quella festosità e restò tremante e muta
Maria non ebbe neppure a sentirlo.
Era seduta proprio sopra la bomba.
Nulla di Maria, giovane madre; d’Ella nulla venne ritrovato come una madonna ritornata al cielo.
Il terrorismo nero e soprattutto quello rosso diceva di lottare per i diritti dei lavoratori e del lavoro. In vero il primo per contrastare il secondo.
La Svimez , indicando la situazione del Mezzogiorno di oggi, - sfinito, indigente e infelice ma orgoglioso - ha ravvisato nel ’77 dati di disoccupazione e dissesto somiglianti e come quelli peggiori della Grecia.
Fu proprio per quello che nacquero le Brigate Rosse e le frange dell’eversione Nera.
Lotta Continua, Prima Linea da una parte e Nar , Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Terza Posizione dall’altra con le sue stragi.
Ricordo bene che fu una lenta escalation ma costante forte, incontenibile e tinta di rosso vermiglio.
Attenzione,… Bologna, questo giorno, non sia solo commemorazione, memoria di un frammento di Storia italiana, ormai lontano che va solo celebrato nella stereotipata liturgia di onorare morti innocenti da cui pari non giunga chiaro il monito: oggi , forse, si narra ancora la stessa Storia.
Maria è morta. Ma vide quel sole nuovo. Intorno già le pareti sbiancavano pel la luce. Accecata ebbe a riaprire gli occhi sui binari e dentro giunta allo scalo, come il batter delle ciglia il buio quasi di un blu intenso rasserenava in lei la gioia. Sbiancava, infatti, l’emozione di quella festosità e restò tremante e muta
dI Bruno Pappalardo
Un boato mai udito.
Maria non ebbe neppure a sentirlo.
Era seduta proprio sopra la bomba.
Nulla di Maria, giovane madre; d’Ella nulla venne ritrovato come una madonna ritornata al cielo.
Il terrorismo nero e soprattutto quello rosso diceva di lottare per i diritti dei lavoratori e del lavoro. In vero il primo per contrastare il secondo.
La Svimez , indicando la situazione del Mezzogiorno di oggi, - sfinito, indigente e infelice ma orgoglioso - ha ravvisato nel ’77 dati di disoccupazione e dissesto somiglianti e come quelli peggiori della Grecia.
Fu proprio per quello che nacquero le Brigate Rosse e le frange dell’eversione Nera.
Lotta Continua, Prima Linea da una parte e Nar , Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Terza Posizione dall’altra con le sue stragi.
Ricordo bene che fu una lenta escalation ma costante forte, incontenibile e tinta di rosso vermiglio.
Attenzione,… Bologna, questo giorno, non sia solo commemorazione, memoria di un frammento di Storia italiana, ormai lontano che va solo celebrato nella stereotipata liturgia di onorare morti innocenti da cui pari non giunga chiaro il monito: oggi , forse, si narra ancora la stessa Storia.
Maria è morta. Ma vide quel sole nuovo. Intorno già le pareti sbiancavano pel la luce. Accecata ebbe a riaprire gli occhi sui binari e dentro giunta allo scalo, come il batter delle ciglia il buio quasi di un blu intenso rasserenava in lei la gioia. Sbiancava, infatti, l’emozione di quella festosità e restò tremante e muta
Maria non ebbe neppure a sentirlo.
Era seduta proprio sopra la bomba.
Nulla di Maria, giovane madre; d’Ella nulla venne ritrovato come una madonna ritornata al cielo.
Il terrorismo nero e soprattutto quello rosso diceva di lottare per i diritti dei lavoratori e del lavoro. In vero il primo per contrastare il secondo.
La Svimez , indicando la situazione del Mezzogiorno di oggi, - sfinito, indigente e infelice ma orgoglioso - ha ravvisato nel ’77 dati di disoccupazione e dissesto somiglianti e come quelli peggiori della Grecia.
Fu proprio per quello che nacquero le Brigate Rosse e le frange dell’eversione Nera.
Lotta Continua, Prima Linea da una parte e Nar , Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Terza Posizione dall’altra con le sue stragi.
Ricordo bene che fu una lenta escalation ma costante forte, incontenibile e tinta di rosso vermiglio.
Attenzione,… Bologna, questo giorno, non sia solo commemorazione, memoria di un frammento di Storia italiana, ormai lontano che va solo celebrato nella stereotipata liturgia di onorare morti innocenti da cui pari non giunga chiaro il monito: oggi , forse, si narra ancora la stessa Storia.
Maria è morta. Ma vide quel sole nuovo. Intorno già le pareti sbiancavano pel la luce. Accecata ebbe a riaprire gli occhi sui binari e dentro giunta allo scalo, come il batter delle ciglia il buio quasi di un blu intenso rasserenava in lei la gioia. Sbiancava, infatti, l’emozione di quella festosità e restò tremante e muta
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