sabato 20 febbraio 2016

IN RICORDO DI UMBERTO ECO



Di Giovanni Cutolo
Nel 1964, appena arrivato a San Paolo del Brasile, ebbi la fortuna di conoscere Italo Bianchi, scenografo della mitica Vera Cruz, la casa cinematografica brasiliana che aveva aperto al Brasile le strade del cinema vincendo nel 1953 un premio al Festival di Cannes con il film O cangaceiro. Dopo qualche tempo Bianchi mi mise tra le mani Opera Aperta di Umberto Eco suggerendomi di leggerlo, cosa che feci rapidamente senza capirci molto. Rimasi però folgorato dal brano seguente, che mi fece molto riflettere e mi avrebbe cambiato la vita:
Chiaro che a questo punto la categoria dell’alienazione non definisce più soltanto una forma di relazione tra individui basata su una certa struttura della società, ma tutta una serie di rapporti intrattenuti tra uomo e uomo, uomo e oggetti, uomo e istituzioni, uomo e convenzioni sociali, uomo e universo mitico, uomo e linguaggio. (...) A tale titolo allora noi, per il fatto stesso di vivere, lavorando, producendo cose ed entrando in relazione con altri, siamo nell’alienazione. (...) Noi produciamo la macchina; la macchina ci opprime con una realtà inumana e può renderci sgradevole il rapporto con essa, il rapporto che abbiamo col mondo grazie ad essa. L’industrial design sembra risolvere il problema: fonde bellezza e utilità e ci restituisce una macchina umanizzata, a misura d’uomo. Un frullino, un coltello, una macchina da scrivere che esprime le sue possibilità d’uso in una serie di rapporti gradevoli, che invita la mano a toccarla, accarezzarla, usarla; ecco una soluzione.
Questo brano, intitolato Del modo di formare come impegno sulla realtà si trova nell’ultimo saggio del libro, saggio incluso da Eco nella seconda edizione del 1963, mentre invece non appariva nella prima, apparsa nel 1962. Avevo letto da qualche parte che tradurre un testo è il modo migliore per capirlo, così decisi di tradurre il libro in brasiliano sperando in tal modo di riuscire a decriptare il testo, imparando al tempo stesso il portoghese. Effettivamente lo imparai rapidamente e, grazie ai buoni uffici di Haroldo De Campos, la mia traduzione ebbe la fortuna di essere letta e pubblicata da Jacò Guinsburg (Umberto Eco, Obra Aberta, Editora perspectiva, San Paolo, 1969). Con la sua ignara complicità Umberto Eco, mi offrì lo spunto per cominciare il mio viaggio nel design. Un viaggio che dura oramai da oltre quarant’anni.
Cinquant’anni dopo, nel febbraio del 2014 andai a trovare Umberto Eco per chiedergli di scrivere la prefazione del mio ultimo libro, il Breviario di Formazione. Qualche mese dopo, per l’esattezza il 3 di maggio, ricevetti un messaggio e-mail nel quale Eco mi diceva di come fosse infastidito dalle continue richieste di prefazioni e, conseguentemente, della sua strenua difesa contro quella che definiva come “la lebbra delle prefazioni”. Nel contempo però mi gratificava oltremisura scrivendo “il libretto mi è piaciuto e si legge bene, tanto da chiedermi perché sei così autoflagellatorio da pensare che non possa funzionare senza l’avallo di qualcun altro, come se Dante avesse avuto bisogno della prefazione di Guido Cavalcanti.” E continuava osservando che: “Se dovessimo fare un dibattito farei alcune obiezioni su un eccesso di ottimismo neo-razionalista: come si salveranno coloro che non possono comperarsi una Breuer e dormono su una panchina stile Piacentini?”. Non ho problemi a confessare che non ho saputo resistere al legittimo compiacimento procuratomi da queste parole, sicché ho deciso di non pubblicare il suo breve testo come prefazione bensì come “autoflagellazione”. Una autoflagellazione della quale sono estremamente orgoglioso.
Grazie mille Umberto e a presto!



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Di Giovanni Cutolo
Nel 1964, appena arrivato a San Paolo del Brasile, ebbi la fortuna di conoscere Italo Bianchi, scenografo della mitica Vera Cruz, la casa cinematografica brasiliana che aveva aperto al Brasile le strade del cinema vincendo nel 1953 un premio al Festival di Cannes con il film O cangaceiro. Dopo qualche tempo Bianchi mi mise tra le mani Opera Aperta di Umberto Eco suggerendomi di leggerlo, cosa che feci rapidamente senza capirci molto. Rimasi però folgorato dal brano seguente, che mi fece molto riflettere e mi avrebbe cambiato la vita:
Chiaro che a questo punto la categoria dell’alienazione non definisce più soltanto una forma di relazione tra individui basata su una certa struttura della società, ma tutta una serie di rapporti intrattenuti tra uomo e uomo, uomo e oggetti, uomo e istituzioni, uomo e convenzioni sociali, uomo e universo mitico, uomo e linguaggio. (...) A tale titolo allora noi, per il fatto stesso di vivere, lavorando, producendo cose ed entrando in relazione con altri, siamo nell’alienazione. (...) Noi produciamo la macchina; la macchina ci opprime con una realtà inumana e può renderci sgradevole il rapporto con essa, il rapporto che abbiamo col mondo grazie ad essa. L’industrial design sembra risolvere il problema: fonde bellezza e utilità e ci restituisce una macchina umanizzata, a misura d’uomo. Un frullino, un coltello, una macchina da scrivere che esprime le sue possibilità d’uso in una serie di rapporti gradevoli, che invita la mano a toccarla, accarezzarla, usarla; ecco una soluzione.
Questo brano, intitolato Del modo di formare come impegno sulla realtà si trova nell’ultimo saggio del libro, saggio incluso da Eco nella seconda edizione del 1963, mentre invece non appariva nella prima, apparsa nel 1962. Avevo letto da qualche parte che tradurre un testo è il modo migliore per capirlo, così decisi di tradurre il libro in brasiliano sperando in tal modo di riuscire a decriptare il testo, imparando al tempo stesso il portoghese. Effettivamente lo imparai rapidamente e, grazie ai buoni uffici di Haroldo De Campos, la mia traduzione ebbe la fortuna di essere letta e pubblicata da Jacò Guinsburg (Umberto Eco, Obra Aberta, Editora perspectiva, San Paolo, 1969). Con la sua ignara complicità Umberto Eco, mi offrì lo spunto per cominciare il mio viaggio nel design. Un viaggio che dura oramai da oltre quarant’anni.
Cinquant’anni dopo, nel febbraio del 2014 andai a trovare Umberto Eco per chiedergli di scrivere la prefazione del mio ultimo libro, il Breviario di Formazione. Qualche mese dopo, per l’esattezza il 3 di maggio, ricevetti un messaggio e-mail nel quale Eco mi diceva di come fosse infastidito dalle continue richieste di prefazioni e, conseguentemente, della sua strenua difesa contro quella che definiva come “la lebbra delle prefazioni”. Nel contempo però mi gratificava oltremisura scrivendo “il libretto mi è piaciuto e si legge bene, tanto da chiedermi perché sei così autoflagellatorio da pensare che non possa funzionare senza l’avallo di qualcun altro, come se Dante avesse avuto bisogno della prefazione di Guido Cavalcanti.” E continuava osservando che: “Se dovessimo fare un dibattito farei alcune obiezioni su un eccesso di ottimismo neo-razionalista: come si salveranno coloro che non possono comperarsi una Breuer e dormono su una panchina stile Piacentini?”. Non ho problemi a confessare che non ho saputo resistere al legittimo compiacimento procuratomi da queste parole, sicché ho deciso di non pubblicare il suo breve testo come prefazione bensì come “autoflagellazione”. Una autoflagellazione della quale sono estremamente orgoglioso.
Grazie mille Umberto e a presto!



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E’ MORTA LA HARPER, lo stesso giorno di ECO

Di Bruno Pappalardo
Spero di non essere frainteso. Non si paragonano i geni, i talenti,…
E’ morta nello stesso giorno di Umberto Eco, la ottantanovenne Harper Lee.
Già forse il nome a molti non dice tanto.
A me ha, fin da ragazzo, …era la fine degli anni ’60, invece racconta e ricorda molto.
Vidi, …forse avevo 16 anni, un film tratto dal suo primo romanzo. Ho sempre amato il cinema e ancora oggi; Il bianco-nero, suscita in me non solo ricordi, ma anche tanto realismo violento, turpe.
Il cinema americano, infatti, tra beoti eroi del west creava anche capolavori di crescita civile e umana e sincere forme antirazziste, pel proprio paese che oggi, mi richiama al greco meridione seviziato. Troppo?
Mi trascina al tempo vano frastornato di musiche in vinile e da ingannanti cortei di tute azzurre con trasversali bidoni al collo, furente boato di un illusione di sviluppo per il benessere e i diritti per tutti.
Già in quell’epoca, iscritto alla FIGC, giovani comunisti, si cresceva odiando l’imperialismo americano ma amavamo comunque l’America.

Vidi quel film, “ il buio oltre la siepe” (’63 ). Il titolo originale era “ To Kill a Mockingbird “ ( letteralmente, Uccidere un usignolo)
In breve racconta di un avvocato in Alabama che difende un uomo di colore accusato di aver cercato di stuprare una donna bianca e, nonostante prove schiaccianti della sua innocenza procurate da Atticus Finch, l’avvocato ( …nel film interpretato da uno straordinario Gregory Peck ) viene impiccato generando nei due figli dell’avvocato, l’improvviso trauma di una non richiesta rivelazione di un mondo sconcio e ipocrita. 

Le valse il premio Pulitzer. Ultimamente I librai britannici hanno fatto un sondaggio: quel libro che poi comprai e lessi e, poi, letto e riletto, e quel film visto e rivisto, risulta primo nella classifica dei libri da leggere esiliando al secondo posto la Bibbia. E’ stato più volte rivelato che Obama lo leggeva alle figlie,…ecco il lutto eterno, notturno, nero pece dell’America. Che intendo dire?

Ecco, Eco, uomo di stupefacente cultura, raffinata, istruita, una vera enciclopedia umana, scrittore elegante, purista del linguaggio, storico completo e autore di un altro elegante e colto libro come il magnifico “Il nome della rosa”, professore emerito, studioso di fama mondiale per la ricerca di modi di come si comunica e si significa, come si produce un soggetto simbolico. Insomma 40 lauree e commendatore e cavaliere di decine di paesi, invidiatoci da tutti e autore di decine e decine di saggi sull’etica e sull’estetica e di un’altra manciata di romanzi, ebbene, non mi ha donato tanto quanto quei cinque, sei libri della Harper . 

Do per scontato che Eco avrà detto, da agnostico irriducibile, mille volte di meglio sulla libertà dell’uomo ma non mi è pervenuto. Colpa mia…!?!!

Di transfert di simboli suoi non ne ricordo nessuno. Non ricordo essendo provvisto di una cultura universalistica, un studio sul Sud. A volte adulazioni giuste e generose. La Harper, senza Sud, mi ha raccontato del Sud. Della libertà dell’individuo come di un popolo martorizzato, quello nero, una umanità sottomessa. Non c’è traccia della sua morte il venerdì, …forse qualcuno,…chissà…
La mia è solo la libertà personale di suggestionare o stimolare una riflessione: vale più il mezzo dell’insegnare o l’insegnamento senza mezzo? Ossia, vale più un film che mi costringe a comprare un libro o un libro prezioso ma fermo su uno scaffale e attraente per di studiosi e intellettuali? Ecco!
Allora, inazzurriamo di cielo le pagine di entrambi e non cerchiamo di essere solo italiani ma globali come Eco. Giunga il pensiero colto del diritto e della giustizia da chiunque e che vengano suonate doppie campane. Si quietino gli eccelsi toni dell’uno ma rondini per entrambi per vite spese con passione pel giusto, equo amore per crescita morale dell’altro.

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Di Bruno Pappalardo
Spero di non essere frainteso. Non si paragonano i geni, i talenti,…
E’ morta nello stesso giorno di Umberto Eco, la ottantanovenne Harper Lee.
Già forse il nome a molti non dice tanto.
A me ha, fin da ragazzo, …era la fine degli anni ’60, invece racconta e ricorda molto.
Vidi, …forse avevo 16 anni, un film tratto dal suo primo romanzo. Ho sempre amato il cinema e ancora oggi; Il bianco-nero, suscita in me non solo ricordi, ma anche tanto realismo violento, turpe.
Il cinema americano, infatti, tra beoti eroi del west creava anche capolavori di crescita civile e umana e sincere forme antirazziste, pel proprio paese che oggi, mi richiama al greco meridione seviziato. Troppo?
Mi trascina al tempo vano frastornato di musiche in vinile e da ingannanti cortei di tute azzurre con trasversali bidoni al collo, furente boato di un illusione di sviluppo per il benessere e i diritti per tutti.
Già in quell’epoca, iscritto alla FIGC, giovani comunisti, si cresceva odiando l’imperialismo americano ma amavamo comunque l’America.

Vidi quel film, “ il buio oltre la siepe” (’63 ). Il titolo originale era “ To Kill a Mockingbird “ ( letteralmente, Uccidere un usignolo)
In breve racconta di un avvocato in Alabama che difende un uomo di colore accusato di aver cercato di stuprare una donna bianca e, nonostante prove schiaccianti della sua innocenza procurate da Atticus Finch, l’avvocato ( …nel film interpretato da uno straordinario Gregory Peck ) viene impiccato generando nei due figli dell’avvocato, l’improvviso trauma di una non richiesta rivelazione di un mondo sconcio e ipocrita. 

Le valse il premio Pulitzer. Ultimamente I librai britannici hanno fatto un sondaggio: quel libro che poi comprai e lessi e, poi, letto e riletto, e quel film visto e rivisto, risulta primo nella classifica dei libri da leggere esiliando al secondo posto la Bibbia. E’ stato più volte rivelato che Obama lo leggeva alle figlie,…ecco il lutto eterno, notturno, nero pece dell’America. Che intendo dire?

Ecco, Eco, uomo di stupefacente cultura, raffinata, istruita, una vera enciclopedia umana, scrittore elegante, purista del linguaggio, storico completo e autore di un altro elegante e colto libro come il magnifico “Il nome della rosa”, professore emerito, studioso di fama mondiale per la ricerca di modi di come si comunica e si significa, come si produce un soggetto simbolico. Insomma 40 lauree e commendatore e cavaliere di decine di paesi, invidiatoci da tutti e autore di decine e decine di saggi sull’etica e sull’estetica e di un’altra manciata di romanzi, ebbene, non mi ha donato tanto quanto quei cinque, sei libri della Harper . 

Do per scontato che Eco avrà detto, da agnostico irriducibile, mille volte di meglio sulla libertà dell’uomo ma non mi è pervenuto. Colpa mia…!?!!

Di transfert di simboli suoi non ne ricordo nessuno. Non ricordo essendo provvisto di una cultura universalistica, un studio sul Sud. A volte adulazioni giuste e generose. La Harper, senza Sud, mi ha raccontato del Sud. Della libertà dell’individuo come di un popolo martorizzato, quello nero, una umanità sottomessa. Non c’è traccia della sua morte il venerdì, …forse qualcuno,…chissà…
La mia è solo la libertà personale di suggestionare o stimolare una riflessione: vale più il mezzo dell’insegnare o l’insegnamento senza mezzo? Ossia, vale più un film che mi costringe a comprare un libro o un libro prezioso ma fermo su uno scaffale e attraente per di studiosi e intellettuali? Ecco!
Allora, inazzurriamo di cielo le pagine di entrambi e non cerchiamo di essere solo italiani ma globali come Eco. Giunga il pensiero colto del diritto e della giustizia da chiunque e che vengano suonate doppie campane. Si quietino gli eccelsi toni dell’uno ma rondini per entrambi per vite spese con passione pel giusto, equo amore per crescita morale dell’altro.

venerdì 19 febbraio 2016

Unioni civili ed adozioni

Di Antonio Rosato

Argomento spinoso che sembra non mettere d’accordo nessuno, ma io voglio raccontarlo come argomento visto e vissuto dalla gente, poi ogni uno tragga le conclusioni o si faccia l’idea che vuole. Non voglio ne influenzare, ne tantomeno dare un’impronta del mio pensiero sull’argomento, ma mi fermo solo a raccontare alcuni eventi che fanno parte della mia vita.

23 dicembre 1944, sulla linea Gustav violenti ed incessanti bombardamenti illuminano Castelforte a giorno pur essendo notte fonda. In questa notte nasce proprio mio padre. Mia nonna, aiutata da sorelle e qualche vicina di casa porta al termine il parto in condizioni inimmaginabili oggi. Nasce mio padre in mezzo a tante donne, perche mio nonno serviva la patria nei Balcani in armi come tutti gli uomini abili in quegl’anni terribili. Molti di questi morti, e molti, vecchi compresi, nascosti in montagna per terrore di rappresaglie tedesche. Nasce tra donne, e senza figure maschili quando ci fu lo spiraglio un mese e mezzo dopo. Partì come sfollato per una terra lontana allora, la Lucania. Viaggi interminabili e pieno di pericoli e per niente confortevole come si può immaginare. Su cassoni di camion scoperti in gennaio, e senza cibo e acqua. Cassoni pieni di sole donne e bambini per lo più, e qualche vecchio sopravissuto o malato. Arrivato in Lucania, venne ospitato, e aiutato come solo il popolo meridionale sa fare, ospitalità, cibo, vestiti e beni di prima necessità. Venuto su bene, a pane di farina, maccaroni fatti in casa, carne e olio genuino. Per di più donato da quella che fu l’altra mia nonna, quella materna questa volta, anche lei senza marito perché fatto prigioniero in Sicilia e portato  nei campi di concentramento in Algeria dove stette per lunghi periodi anche post bellico prima di ritornare a casa. 
Quindi anche li sono donne, e mamma, non toccata fortunatamente  dalla guerra, e venuta su anch’essa senza figura maschile accanto per lo stesso motivo del papà in guerra. Ma. Solo donne, mamma, zia nonne e altre compagne di sventura. Bambini cresciuti senza una figura maschile accanto. Eppure ne mio padre ne tantomeno mia madre pur crescendo tra sole donne hanno subito traumi o venute su con complessi per questo. Dopo le ostilità, a guerra finita, il ritorno a casa, o meglio dire il ritorno verso le pietre, perchè solo quelle erano rimaste al posto delle case. Mariti e padri mai tornati dalla guerra. Distruzione e lutti in ogni famiglia, e gli orfani a dozzine e dozzine. Orfani che quando fortunati adottati da qualche parente o facoltoso vicino, ma la stragrande maggioranza accuditi in orfanotrofi o istituti religiosi. E anche qui, cresciuti sempre e solo con figure educatrici femminili o maschili. A secondo dei casi se gestito da Suore o preti. 

Eppure sono venuti su con altre problematiche forse, dovute alle rigide condizioni formazione ed educazione, ma nessun complesso dovuto alla lunga permanenza tra soli uomini o sole donne. E tutt’ora molti orfanotrofi non sono per niente cambiati. Condotti ed amministrati da sole donne o soli uomini. Quanti da bambini hanno sentito la minaccia dei propri genitori, quando si combinava una marachella, “ se non fai il bravo ti porto in Collegio” . Eppure molti bambini e bambine ci sono state davvero nei Collegi. Compreso il mio collega di lavoro. Eppure le preoccupazioni non sono mai state quelle di lasciare il bambino per anni tra soli uomini o sole donne. Magari hanno subito traumi diversi, per diversi motivi, ma non sicuramente perché le educatrici sono state tutte donne o, nel caso dei maschietti di soli uomini. Ma oggi ci si pone questo problema. Un bambino che si strappa da un orfanotrofio gestito da sole suore, non può essere adottato da due donne. Almeno per qualcuno. Eppure proviene da un ambiente di sole donne, o di soli uomini. Solo tante “mamme” o tanti “papà”, ma non può andare in una vera famiglia di fatto se questa e dello stesso sesso. A voi ovviamente le proprie conclusioni.


Ma allo stesso tempo la legge, che è nata per motivi ben più ampi e che riguarda milioni di persone anche etero sessuali, è in fase di stallo per questo problema. Si svia l’argomento tirando fuori casi talmente rari, come l’utero in affitto, che poi sono meno di 200 casi in Italia, e per la maggiore di coppie eterosessuali, che mandano in crisi la governance italiana. Poco interessa del milione e mezzo di coppie tra virgolette “tradizionali” che attendono questa legge per motivi diversi. O poco importa dei tantissimi pensionati che con la misera pensione sociali cercano di dividere l’affitto di casa perché lo stato si è dimenticato di loro. Poco interessa ai media degli anziani che abbandonati a se stessi e vedovi magari si prendono cura uno dell’altro sotto lo stesso tetto. Poco interessa se uno dei due muore e l’altro viene sbattuto per strada perché il contratto di casa era intestato al coinquilino morto. A nessuno interessa,ad esempio, che lo stesso pensionato sociale, non avrà più la possibilità di pagare un affitto esoso in centro a Roma o Napoli, perchè con una sola pensione è impossibile. 
Ma qualcuno vocifera di cancellare la reversibilità, cosi questo nostro concittadino verrà destinato all’emarginazione stradale, perché quella sociale la viveva già prima. E per i tanti divorziati che non vorrebbero più un matrimonio ma comunque una relazione stabile che per legge garantisca anche determinati diritti oltre che doveri? Non interessa a nessuno questo. Forse meglio vedere padri vivere in automobile, e più civile forse che garantirgli un tetto potendo dividere le spese con un’altra persona o con il nuovo amore che cosi verrebbe praticamente ostacolato. Non ho sentito trasmissioni o politici parlare di queste categorie di persone. Eppure sono la stragrande maggioranza. Senti e leggi solo di coppie Gay che vogliono adottare un bambino. Il resto, che sarebbe la maggioranza dei casi per numero di persone e di casi che usufruirebbero della legge nessuna parola. 

Fanno paura due donne o due uomini che si amano, ma non fa paura la terra dei fuochi che ammala a morte bambini di cui si vuole bigottamente salvaguardare dall’amore di due persone dello stesso sesso. Non importa molto se rubano soldi ad ospedali pediatrici, ma importa che non venga dato in affidamento un minore ad una coppia per bene. E davvero squallido quando la politica gioca a fare i dispetti tra politicanti quando poi a pagare sulla propria pelle è la gente e i bambini diventano un’arma di ricatto. Sfortunati due volte, poveri piccoli. La legge se la stanno ancora litigando, ma verrà approvata prima o poi. Vedremo in che termini e in che modi. Ad ogni uno la propria conclusione su questa riflessione. 


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Di Antonio Rosato

Argomento spinoso che sembra non mettere d’accordo nessuno, ma io voglio raccontarlo come argomento visto e vissuto dalla gente, poi ogni uno tragga le conclusioni o si faccia l’idea che vuole. Non voglio ne influenzare, ne tantomeno dare un’impronta del mio pensiero sull’argomento, ma mi fermo solo a raccontare alcuni eventi che fanno parte della mia vita.

23 dicembre 1944, sulla linea Gustav violenti ed incessanti bombardamenti illuminano Castelforte a giorno pur essendo notte fonda. In questa notte nasce proprio mio padre. Mia nonna, aiutata da sorelle e qualche vicina di casa porta al termine il parto in condizioni inimmaginabili oggi. Nasce mio padre in mezzo a tante donne, perche mio nonno serviva la patria nei Balcani in armi come tutti gli uomini abili in quegl’anni terribili. Molti di questi morti, e molti, vecchi compresi, nascosti in montagna per terrore di rappresaglie tedesche. Nasce tra donne, e senza figure maschili quando ci fu lo spiraglio un mese e mezzo dopo. Partì come sfollato per una terra lontana allora, la Lucania. Viaggi interminabili e pieno di pericoli e per niente confortevole come si può immaginare. Su cassoni di camion scoperti in gennaio, e senza cibo e acqua. Cassoni pieni di sole donne e bambini per lo più, e qualche vecchio sopravissuto o malato. Arrivato in Lucania, venne ospitato, e aiutato come solo il popolo meridionale sa fare, ospitalità, cibo, vestiti e beni di prima necessità. Venuto su bene, a pane di farina, maccaroni fatti in casa, carne e olio genuino. Per di più donato da quella che fu l’altra mia nonna, quella materna questa volta, anche lei senza marito perché fatto prigioniero in Sicilia e portato  nei campi di concentramento in Algeria dove stette per lunghi periodi anche post bellico prima di ritornare a casa. 
Quindi anche li sono donne, e mamma, non toccata fortunatamente  dalla guerra, e venuta su anch’essa senza figura maschile accanto per lo stesso motivo del papà in guerra. Ma. Solo donne, mamma, zia nonne e altre compagne di sventura. Bambini cresciuti senza una figura maschile accanto. Eppure ne mio padre ne tantomeno mia madre pur crescendo tra sole donne hanno subito traumi o venute su con complessi per questo. Dopo le ostilità, a guerra finita, il ritorno a casa, o meglio dire il ritorno verso le pietre, perchè solo quelle erano rimaste al posto delle case. Mariti e padri mai tornati dalla guerra. Distruzione e lutti in ogni famiglia, e gli orfani a dozzine e dozzine. Orfani che quando fortunati adottati da qualche parente o facoltoso vicino, ma la stragrande maggioranza accuditi in orfanotrofi o istituti religiosi. E anche qui, cresciuti sempre e solo con figure educatrici femminili o maschili. A secondo dei casi se gestito da Suore o preti. 

Eppure sono venuti su con altre problematiche forse, dovute alle rigide condizioni formazione ed educazione, ma nessun complesso dovuto alla lunga permanenza tra soli uomini o sole donne. E tutt’ora molti orfanotrofi non sono per niente cambiati. Condotti ed amministrati da sole donne o soli uomini. Quanti da bambini hanno sentito la minaccia dei propri genitori, quando si combinava una marachella, “ se non fai il bravo ti porto in Collegio” . Eppure molti bambini e bambine ci sono state davvero nei Collegi. Compreso il mio collega di lavoro. Eppure le preoccupazioni non sono mai state quelle di lasciare il bambino per anni tra soli uomini o sole donne. Magari hanno subito traumi diversi, per diversi motivi, ma non sicuramente perché le educatrici sono state tutte donne o, nel caso dei maschietti di soli uomini. Ma oggi ci si pone questo problema. Un bambino che si strappa da un orfanotrofio gestito da sole suore, non può essere adottato da due donne. Almeno per qualcuno. Eppure proviene da un ambiente di sole donne, o di soli uomini. Solo tante “mamme” o tanti “papà”, ma non può andare in una vera famiglia di fatto se questa e dello stesso sesso. A voi ovviamente le proprie conclusioni.


Ma allo stesso tempo la legge, che è nata per motivi ben più ampi e che riguarda milioni di persone anche etero sessuali, è in fase di stallo per questo problema. Si svia l’argomento tirando fuori casi talmente rari, come l’utero in affitto, che poi sono meno di 200 casi in Italia, e per la maggiore di coppie eterosessuali, che mandano in crisi la governance italiana. Poco interessa del milione e mezzo di coppie tra virgolette “tradizionali” che attendono questa legge per motivi diversi. O poco importa dei tantissimi pensionati che con la misera pensione sociali cercano di dividere l’affitto di casa perché lo stato si è dimenticato di loro. Poco interessa ai media degli anziani che abbandonati a se stessi e vedovi magari si prendono cura uno dell’altro sotto lo stesso tetto. Poco interessa se uno dei due muore e l’altro viene sbattuto per strada perché il contratto di casa era intestato al coinquilino morto. A nessuno interessa,ad esempio, che lo stesso pensionato sociale, non avrà più la possibilità di pagare un affitto esoso in centro a Roma o Napoli, perchè con una sola pensione è impossibile. 
Ma qualcuno vocifera di cancellare la reversibilità, cosi questo nostro concittadino verrà destinato all’emarginazione stradale, perché quella sociale la viveva già prima. E per i tanti divorziati che non vorrebbero più un matrimonio ma comunque una relazione stabile che per legge garantisca anche determinati diritti oltre che doveri? Non interessa a nessuno questo. Forse meglio vedere padri vivere in automobile, e più civile forse che garantirgli un tetto potendo dividere le spese con un’altra persona o con il nuovo amore che cosi verrebbe praticamente ostacolato. Non ho sentito trasmissioni o politici parlare di queste categorie di persone. Eppure sono la stragrande maggioranza. Senti e leggi solo di coppie Gay che vogliono adottare un bambino. Il resto, che sarebbe la maggioranza dei casi per numero di persone e di casi che usufruirebbero della legge nessuna parola. 

Fanno paura due donne o due uomini che si amano, ma non fa paura la terra dei fuochi che ammala a morte bambini di cui si vuole bigottamente salvaguardare dall’amore di due persone dello stesso sesso. Non importa molto se rubano soldi ad ospedali pediatrici, ma importa che non venga dato in affidamento un minore ad una coppia per bene. E davvero squallido quando la politica gioca a fare i dispetti tra politicanti quando poi a pagare sulla propria pelle è la gente e i bambini diventano un’arma di ricatto. Sfortunati due volte, poveri piccoli. La legge se la stanno ancora litigando, ma verrà approvata prima o poi. Vedremo in che termini e in che modi. Ad ogni uno la propria conclusione su questa riflessione. 


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giovedì 10 dicembre 2015

LO GIURO!!!!!!


Di Antonio Rosato

Abbiamo già trattato questi argomenti, ma per serietà, convinzione e giustizia sociale non possiamo dimenticarli, soprattutto quando come in questo periodo festoso certi problemi assumono caratteristiche dolorose e angosciose per chi li vive in prima persona.
Chi ci segue conosce benissimo le nostre denunce su miriadi di argomenti e problematiche, urlate e anche pubblicate. Dalle battaglie sulle sulla legalità, a quelle sulla sconsiderata campagna  che ha abbattuto monumentali olivi pugliesi, l’immigrazione, la revisione storica e l’economia. Non ci siamo mai dimenticati della terra dei fuochi o dell’inquinamento petrolifero della val D’Agri o del basso adriatico. Le catastrofi naturali nel nostro meridione, gli attentati di Parigi e la guerra in Siria. 
E non ci siamo dimenticati dei lavoratori e delle categorie sociali più deboli o in difficoltà. 

Anche quelle categorie che con il loro giuramento hanno messo un macigno perpetuo su quella libertà di espressione, di sciopero e diritti lavorativi e personali, come quel comparto sicurezza/difesa che per molti, troppi anni se n’è stato in silenzio a digerire bocconi amari, ligio ai propri doveri compreso quello del silenzio. Persone e lavoratori fieri della divisa che indossano, magari nel tempo un po’ disillusi e con qualche critica in più sulla punta della lingua, ma sempre fieri e dignitosi nei loro ruoli.
Professionisti seri e preparati che mettono a rischio la loro vita per tutelare ognuno di noi. 
Spesso impegnati in compiti non proprio usuali, ma per responsabilità verso il Paese e verso quel giuramento da onorare li vediamo impegnati ad esempio in Campania a portar via tonnellate di rifiuti, li vediamo salvare in mare donne e bambini che fuggono da guerre, sempre con la valigia pronta per andare a salvare altre vite umane all’Aquila come nelle alluvioni. 

In queste festività natalizie mentre passeggiamo per le nostre città spaventate dopo i fatti di Parigi, loro sono li, silenti e attenti al compito assegnatoli di giorno e di notte, sabato e domenica, Natale e Capodanno compreso. Feste che per renderle più sicure a noi vengono sacrificate da loro. 
Loro che sacrificano gli affetti familiari per rendere questo servigio alla collettività. 
E sempre con la valigia pronta perché il dovere chiama ora qui, ora li, anche fuori confine in terre lontane e pericolose. 

Dovere che ti porta spesso a continui trasferimenti la propria Signora in giro per l’Italia senza dunque permetterle un lavoro fisso. Signora che giustamente sarà la parte economicamente più debole all’atto di una eventuale separazione, indipendentemente dalle cause, con conseguente diritto all’assegno di mantenimento mensile, che è come dire un mutuo a vita su uno stipendio spesso esiguo ed inadeguato al rischio. 

Dico questo perchè in queste categorie le separazioni e i divorzi sono 4 volte superiori ad ogni altro comparto lavorativo, situazioni che subiscono, come loro caratteristica di lavoratori, in silenzio, compromettendone spesso anche la carriera per sempre. Nessuna considerazione sul fatto che questo stress ulteriore può agire sui meccanismi neuro-endocrini sino a determinare un disordine organico con ripercussioni sull'equilibrio emotivo e psichico. 

Certo, sono situazioni che toccano anche altri uomini, altre categorie di lavoratori, uomini e donne, ma è la percentuale  e la delicatezza del comparto che spaventa. Situazioni che si cerca di risolvere con gli avvocati individualmente, perché nessuno ti aiuta. Avvocati che dicono ai clienti (uomini), che si accingono ad affrontare la separazione coniugale, di non pensare minimamente a parlare di propri diritti dinanzi al Giudice. Accuratamente glielo ricordano più volte anche qualche minuto prima di entrare in aula. I diritti, dicono, sono solo quelli dei minori e della loro mamma. Per loro, i mariti-papà, esistono solo doveri. 
In Italia, ahimè, i tribunali con le loro decisioni “chiedono” agli utenti (uomini) di accettare e sopportare la lontananza dai loro figli, di adempiere i loro doveri (somministrazione di denaro, perdita della casa etc etc), riconoscere che non hanno diritti, sottoporsi al giudizio, alle valutazioni e ad indagini di ogni tipo. Se ciò non dovesse bastare, l'utente deve anche sopportare l'intervento del Tribunale per i Minori e la sua prassi di tutela. Il tutto deve essere vissuto per molti anni con forzata serenità, stando attenti a non mostrare il minimo segno di cedimento, altrimenti si viene identificati come genitori inaffidabili ed emotivamente compromessi, col rischio di perdere i figli. Non è raro che questo grande stress porta all’autolesionismo e perfino al suicidio. Ma nessuno ne parla, come se il problema non sussista. 

E per questo mi chiedo se politici e legislatori, ognuno con la sua parte di responsabilità, si rendono conto dello scompiglio interiore cui sottopongono i cittadini quando interviene una separazione coniugale stravolgendo la vita delle persone per sempre. Come è possibile che in una lite coniugale non ci siano diritti ma solo doveri. Se chiedono se non sia loro diritto stare con i propri figli la replica immediata e perentoria chiarisce che il diritto di stare col genitore è dei bambini e non viceversa. Eppure l’attività forense dovrebbe produrre uguaglianza, parità, giustizia, stessi diritti e stessi doveri sulla stessa bilancia. Ma non è così.  Ma tutto scorre lentamente, come il letto di un grande fiume che comunque sia e malgrado le difficoltà che può trovare per strada sempre acqua a mare porterà. Pazienza se qualche volta straripa e provoca qualche danno o addirittura qualche morto. Il tempo scorre e nulla è ancora cambiato nelle aule di tribunale, ma noi non ci dimentichiamo e terremo alta la sensibilità verso questa problematica come verso le altre. 

Intanto il nostro sostegno verso questi lavoratori è incondizionato e la gratitudine, per quello che fanno ogni giorno e ogni notte Natale compreso, è incommensurabile. 
Buon Natale a voi, e l’augurio per il 2016 e che porti pace, serenità e “DIRITTI”.



.


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Di Antonio Rosato

Abbiamo già trattato questi argomenti, ma per serietà, convinzione e giustizia sociale non possiamo dimenticarli, soprattutto quando come in questo periodo festoso certi problemi assumono caratteristiche dolorose e angosciose per chi li vive in prima persona.
Chi ci segue conosce benissimo le nostre denunce su miriadi di argomenti e problematiche, urlate e anche pubblicate. Dalle battaglie sulle sulla legalità, a quelle sulla sconsiderata campagna  che ha abbattuto monumentali olivi pugliesi, l’immigrazione, la revisione storica e l’economia. Non ci siamo mai dimenticati della terra dei fuochi o dell’inquinamento petrolifero della val D’Agri o del basso adriatico. Le catastrofi naturali nel nostro meridione, gli attentati di Parigi e la guerra in Siria. 
E non ci siamo dimenticati dei lavoratori e delle categorie sociali più deboli o in difficoltà. 

Anche quelle categorie che con il loro giuramento hanno messo un macigno perpetuo su quella libertà di espressione, di sciopero e diritti lavorativi e personali, come quel comparto sicurezza/difesa che per molti, troppi anni se n’è stato in silenzio a digerire bocconi amari, ligio ai propri doveri compreso quello del silenzio. Persone e lavoratori fieri della divisa che indossano, magari nel tempo un po’ disillusi e con qualche critica in più sulla punta della lingua, ma sempre fieri e dignitosi nei loro ruoli.
Professionisti seri e preparati che mettono a rischio la loro vita per tutelare ognuno di noi. 
Spesso impegnati in compiti non proprio usuali, ma per responsabilità verso il Paese e verso quel giuramento da onorare li vediamo impegnati ad esempio in Campania a portar via tonnellate di rifiuti, li vediamo salvare in mare donne e bambini che fuggono da guerre, sempre con la valigia pronta per andare a salvare altre vite umane all’Aquila come nelle alluvioni. 

In queste festività natalizie mentre passeggiamo per le nostre città spaventate dopo i fatti di Parigi, loro sono li, silenti e attenti al compito assegnatoli di giorno e di notte, sabato e domenica, Natale e Capodanno compreso. Feste che per renderle più sicure a noi vengono sacrificate da loro. 
Loro che sacrificano gli affetti familiari per rendere questo servigio alla collettività. 
E sempre con la valigia pronta perché il dovere chiama ora qui, ora li, anche fuori confine in terre lontane e pericolose. 

Dovere che ti porta spesso a continui trasferimenti la propria Signora in giro per l’Italia senza dunque permetterle un lavoro fisso. Signora che giustamente sarà la parte economicamente più debole all’atto di una eventuale separazione, indipendentemente dalle cause, con conseguente diritto all’assegno di mantenimento mensile, che è come dire un mutuo a vita su uno stipendio spesso esiguo ed inadeguato al rischio. 

Dico questo perchè in queste categorie le separazioni e i divorzi sono 4 volte superiori ad ogni altro comparto lavorativo, situazioni che subiscono, come loro caratteristica di lavoratori, in silenzio, compromettendone spesso anche la carriera per sempre. Nessuna considerazione sul fatto che questo stress ulteriore può agire sui meccanismi neuro-endocrini sino a determinare un disordine organico con ripercussioni sull'equilibrio emotivo e psichico. 

Certo, sono situazioni che toccano anche altri uomini, altre categorie di lavoratori, uomini e donne, ma è la percentuale  e la delicatezza del comparto che spaventa. Situazioni che si cerca di risolvere con gli avvocati individualmente, perché nessuno ti aiuta. Avvocati che dicono ai clienti (uomini), che si accingono ad affrontare la separazione coniugale, di non pensare minimamente a parlare di propri diritti dinanzi al Giudice. Accuratamente glielo ricordano più volte anche qualche minuto prima di entrare in aula. I diritti, dicono, sono solo quelli dei minori e della loro mamma. Per loro, i mariti-papà, esistono solo doveri. 
In Italia, ahimè, i tribunali con le loro decisioni “chiedono” agli utenti (uomini) di accettare e sopportare la lontananza dai loro figli, di adempiere i loro doveri (somministrazione di denaro, perdita della casa etc etc), riconoscere che non hanno diritti, sottoporsi al giudizio, alle valutazioni e ad indagini di ogni tipo. Se ciò non dovesse bastare, l'utente deve anche sopportare l'intervento del Tribunale per i Minori e la sua prassi di tutela. Il tutto deve essere vissuto per molti anni con forzata serenità, stando attenti a non mostrare il minimo segno di cedimento, altrimenti si viene identificati come genitori inaffidabili ed emotivamente compromessi, col rischio di perdere i figli. Non è raro che questo grande stress porta all’autolesionismo e perfino al suicidio. Ma nessuno ne parla, come se il problema non sussista. 

E per questo mi chiedo se politici e legislatori, ognuno con la sua parte di responsabilità, si rendono conto dello scompiglio interiore cui sottopongono i cittadini quando interviene una separazione coniugale stravolgendo la vita delle persone per sempre. Come è possibile che in una lite coniugale non ci siano diritti ma solo doveri. Se chiedono se non sia loro diritto stare con i propri figli la replica immediata e perentoria chiarisce che il diritto di stare col genitore è dei bambini e non viceversa. Eppure l’attività forense dovrebbe produrre uguaglianza, parità, giustizia, stessi diritti e stessi doveri sulla stessa bilancia. Ma non è così.  Ma tutto scorre lentamente, come il letto di un grande fiume che comunque sia e malgrado le difficoltà che può trovare per strada sempre acqua a mare porterà. Pazienza se qualche volta straripa e provoca qualche danno o addirittura qualche morto. Il tempo scorre e nulla è ancora cambiato nelle aule di tribunale, ma noi non ci dimentichiamo e terremo alta la sensibilità verso questa problematica come verso le altre. 

Intanto il nostro sostegno verso questi lavoratori è incondizionato e la gratitudine, per quello che fanno ogni giorno e ogni notte Natale compreso, è incommensurabile. 
Buon Natale a voi, e l’augurio per il 2016 e che porti pace, serenità e “DIRITTI”.



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venerdì 4 dicembre 2015

L'Isis e il bambino

Di Antonio Rosato


Dopo il vile attacco terroristico di Parigi a casa mia si è assistito ad un inusuale rituale. Tutta la famiglia, bambini inclusi,  all’ora di cena stranamente compatti a tavola. Per chi è genitore è davvero cosa straordinaria questa, e solo le mamme italiane conoscono quante volte devono chiamare i figli che a quell’ora sono incollati alla Play station o al computer in cameretta. 
Tavola poi che spesso è solo un punto di appoggio per il telefonino, perché la partita on line o la chat continua all'infinito o quasi...

Ma dopo Parigi qualcosa è cambiato. Lasciano il telefono e la Play station e corrono a tavola seguendo la tv per ascoltare le notizie che arrivano da Parigi piuttosto che dalla Siria o dal Mali, piuttosto che dal Belgio o dalla Turchia. 
Ho come l’impressione che siano cresciuti di colpo in poco meno di 20 giorni. 
Ma a volte proprio la loro ingenuità, la loro preoccupazione ma anche la loro semplicità analitica del problema lascino stupiti. 

Mio figlio, 9 anni, nè più intelligente, nè più scaltro di altri bambini della sua età, messe insieme le informazioni ascoltate alla tv per giorni ha elaborato una sua idea sul terrorismo e sulla strategia per sconfiggerlo. 

Ma come accade ai grandi spesso gli mancano dei "pezzi" per completare il puzzle o per darsi delle risposte. Mancano a politici e militari esperti ed è normale che anche ad un bambino qualcosa non torni. 
Mentre il mondo degli adulti si interroga su questioni di geopolitica, sulla Turchia se è leale o meno, o se compra petrolio dallo stato islamico o meno, se Putin sta facendo bene o meno etc etc , lui, mio figlio, si è posto altre domande viste in un'ottica pratica della sua vita di tutti i giorni. Mi ha fatto un ragionamento elementare e talmente banale a cui non ho saputo dare risposte. 

Ha capito che i terroristi vivono in gran parte di petrolio rubato dal quale ricavano i soldi per le armi, e ha capito che c’è una sorta di embargo attorno all’ISIS. Ma si è posto delle domande che cerco di sintetizzare e qui condividere.


La prima domanda che si è posta e che ISIS “sta” nel deserto o comunque in territori spesso aridi. E nel deserto la cosa più banale che manca e allo stesso tempo più vitale è l’acqua. 
Si è posto il problema di come possa arrivare la bottiglia di acqua al terrorista. Bella domanda. Come faranno a rifornirsi di acqua i terroristi nel deserto e perché gli aerei di chi li combatte non bombardi il camion pieno di casse di acqua che rifornisce ISIS?
Senza acqua a suo avviso il terrorista non ha scampo nel deserto. Ovviamente da un bambino di 9 anni il discorso poi si è allargato a ogni genere di alimento, frutta, verdura, pasta e latte per la colazione, ma il concetto per quanto infantile ed elementare non fa una piega. 

Perché non bombardano i rifornimenti vitali? 
Non solo. Mi ha chiesto a chi pagano la bolletta per internet visto che i terroristi parlano alla Play station come lui, usano Twitter e internet per veicolare quei video crudeli e di propaganda. 
E mi ha chiesto se nel deserto vendono le ricariche telefoniche per i telefonini che usano e che si vedono sempre in mano ai cattivi in Tv. 
Bella domanda anche questa se pur banale. Chi fornisce il servizio telefonico a questa gente? 
E perché non vengono bombardati antenne e ripetitori telefonici? E le reti internet perché sono cosi efficienti anche in pieno deserto? 
Banale forse, ma proviamo noi adulti ad immaginare un terrorista nel deserto senza acqua, senza viveri, senza telefono e internet per comunicare. Senza queste cose lo Stato Islamico autoproclamato sarebbe lo stesso, anche in termini di propaganda? 

Io non sono stato in grado di dare delle risposte a domande così banali e forse ingenue. 
Ma anche io adesso mi pongo le stesse domande, perché non vemgono bombardate le comunicazioni radio e internet? Chi fa affari con le comunicazioni  nel califfato? E chi fa affari con rifornimenti di generi alimentari con i terroristi che spaventano mio figlio? 

Mio figlio, che finalizza le sue interrogazioni e le sue strategie ad un fine tanto logico e tanto ingenuo che mai mi sarei aspettato di sentire. Una strategia la sua volta ad assetare ed affamare i terroristi nel deserto fino a tagliare loro tutte le vie di comunicazione telefoniche e internet  Se bombardano l’antenna che serve per telefonare, ha pensato,  non muoiono tanti bambini come quando invece bombardano le città. Bambini innocenti e mamme che non c'entrano niente con questa carneficina. 

I terroristi senza rifornimenti si sbanderebbero e tornerebbero alle loro case e cosi si metterebbe fine alla guerra e al terrorismo, salvando tantissime vite umane. Questa è la sua strategia, salvare vite umane e bambini innocenti. Non distruggere ISIS con i bombardamenti sui terroriti. 
Adesso mi faccio anche io delle domande... E se avesse ragione mio figlio? 
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Di Antonio Rosato


Dopo il vile attacco terroristico di Parigi a casa mia si è assistito ad un inusuale rituale. Tutta la famiglia, bambini inclusi,  all’ora di cena stranamente compatti a tavola. Per chi è genitore è davvero cosa straordinaria questa, e solo le mamme italiane conoscono quante volte devono chiamare i figli che a quell’ora sono incollati alla Play station o al computer in cameretta. 
Tavola poi che spesso è solo un punto di appoggio per il telefonino, perché la partita on line o la chat continua all'infinito o quasi...

Ma dopo Parigi qualcosa è cambiato. Lasciano il telefono e la Play station e corrono a tavola seguendo la tv per ascoltare le notizie che arrivano da Parigi piuttosto che dalla Siria o dal Mali, piuttosto che dal Belgio o dalla Turchia. 
Ho come l’impressione che siano cresciuti di colpo in poco meno di 20 giorni. 
Ma a volte proprio la loro ingenuità, la loro preoccupazione ma anche la loro semplicità analitica del problema lascino stupiti. 

Mio figlio, 9 anni, nè più intelligente, nè più scaltro di altri bambini della sua età, messe insieme le informazioni ascoltate alla tv per giorni ha elaborato una sua idea sul terrorismo e sulla strategia per sconfiggerlo. 

Ma come accade ai grandi spesso gli mancano dei "pezzi" per completare il puzzle o per darsi delle risposte. Mancano a politici e militari esperti ed è normale che anche ad un bambino qualcosa non torni. 
Mentre il mondo degli adulti si interroga su questioni di geopolitica, sulla Turchia se è leale o meno, o se compra petrolio dallo stato islamico o meno, se Putin sta facendo bene o meno etc etc , lui, mio figlio, si è posto altre domande viste in un'ottica pratica della sua vita di tutti i giorni. Mi ha fatto un ragionamento elementare e talmente banale a cui non ho saputo dare risposte. 

Ha capito che i terroristi vivono in gran parte di petrolio rubato dal quale ricavano i soldi per le armi, e ha capito che c’è una sorta di embargo attorno all’ISIS. Ma si è posto delle domande che cerco di sintetizzare e qui condividere.


La prima domanda che si è posta e che ISIS “sta” nel deserto o comunque in territori spesso aridi. E nel deserto la cosa più banale che manca e allo stesso tempo più vitale è l’acqua. 
Si è posto il problema di come possa arrivare la bottiglia di acqua al terrorista. Bella domanda. Come faranno a rifornirsi di acqua i terroristi nel deserto e perché gli aerei di chi li combatte non bombardi il camion pieno di casse di acqua che rifornisce ISIS?
Senza acqua a suo avviso il terrorista non ha scampo nel deserto. Ovviamente da un bambino di 9 anni il discorso poi si è allargato a ogni genere di alimento, frutta, verdura, pasta e latte per la colazione, ma il concetto per quanto infantile ed elementare non fa una piega. 

Perché non bombardano i rifornimenti vitali? 
Non solo. Mi ha chiesto a chi pagano la bolletta per internet visto che i terroristi parlano alla Play station come lui, usano Twitter e internet per veicolare quei video crudeli e di propaganda. 
E mi ha chiesto se nel deserto vendono le ricariche telefoniche per i telefonini che usano e che si vedono sempre in mano ai cattivi in Tv. 
Bella domanda anche questa se pur banale. Chi fornisce il servizio telefonico a questa gente? 
E perché non vengono bombardati antenne e ripetitori telefonici? E le reti internet perché sono cosi efficienti anche in pieno deserto? 
Banale forse, ma proviamo noi adulti ad immaginare un terrorista nel deserto senza acqua, senza viveri, senza telefono e internet per comunicare. Senza queste cose lo Stato Islamico autoproclamato sarebbe lo stesso, anche in termini di propaganda? 

Io non sono stato in grado di dare delle risposte a domande così banali e forse ingenue. 
Ma anche io adesso mi pongo le stesse domande, perché non vemgono bombardate le comunicazioni radio e internet? Chi fa affari con le comunicazioni  nel califfato? E chi fa affari con rifornimenti di generi alimentari con i terroristi che spaventano mio figlio? 

Mio figlio, che finalizza le sue interrogazioni e le sue strategie ad un fine tanto logico e tanto ingenuo che mai mi sarei aspettato di sentire. Una strategia la sua volta ad assetare ed affamare i terroristi nel deserto fino a tagliare loro tutte le vie di comunicazione telefoniche e internet  Se bombardano l’antenna che serve per telefonare, ha pensato,  non muoiono tanti bambini come quando invece bombardano le città. Bambini innocenti e mamme che non c'entrano niente con questa carneficina. 

I terroristi senza rifornimenti si sbanderebbero e tornerebbero alle loro case e cosi si metterebbe fine alla guerra e al terrorismo, salvando tantissime vite umane. Questa è la sua strategia, salvare vite umane e bambini innocenti. Non distruggere ISIS con i bombardamenti sui terroriti. 
Adesso mi faccio anche io delle domande... E se avesse ragione mio figlio? 

martedì 1 dicembre 2015

Rosa Parks al "posto giusto".

Di Antonio Rosato

A tanti il nome Rosa Parks forse non dirà nulla, ma questo nome richiama subito alla mente diritti civili, razzismo e segregazione.

Rosa Luis PARK è il nome completo di una attivista statunitense nata a Detroit il 4 febbraio 1913.
Di confessione metodista, e sarta di professione divenne un’icona nazionale cambiando la storia dei diritti civili con un semplice e composto “NO”.

Accadeva il 1° dicembre 1955 a Montgomery , in Alabama, esattamente 60 anni fa tornando a casa dopo una massacrante giornata lavorativa, e con un problema ai piedi di cui soffriva, salì come tutte le sere sul solito autobus.
Faceva molto freddo quella sera del primo dicembre a Montgomery e non trovando posto nel settore riservato agli afroamericani decise di sedersi al primo posto dietro la fila per bianchi, nel settore dei posti “comuni”.
Subito dopo salì un uomo bianco che restò in piedi. Dopo qualche fermata l’autista chiese a Rosa di lasciare libero quel posto. Rosa non si scompose e rifiutò di alzarsi con dignitosa fermezza.

Per quel "no" fu arrestata e portata in carcere per condotta impropria e per non aver rispettato il divieto che obbligava i neri a cedere il proprio posto ai bianchi nei settori cosiddetti “comuni”.
Se avesse obbedito al conducente, dato che tutti i posti a sedere erano occupati, sarebbe dovuta rimanere alzata con quel problema di dolore ai piedi che l'affliggeva. Un atto coraggioso e determinato in seguito al quale si avviò una protesta storica.

Quella stessa notte, infatti, Martin Luther King, insieme ad altre decine di leader delle comunità afroamericane, pose in atto una serie di azioni di protesta. Tra queste, il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, che andò avanti per 381 giorni, affinché fosse cancellata una norma odiosa e discriminatoria.

Una protesta che assunse proporzioni inimmaginabili, coinvolgendo persino i Taxisti afroamericani che diedero massiccio sostegno alla protesta praticando tariffe uguali a quelle degli autobus.

Scontri e manifestazioni di protesta seguirono fin quando il 13 novembre 1956 la corte suprema degli Stati Uniti dichiarò fuori legge la segregazione razziale sui mezzi pubblici poichè giudicata anticostituzionale.

Da quel momento Rosa Parks è considerata “The Mother of the Civil Rights movement”. Bill CLINTON nel 1999 la onorò con una medaglia d’oro e  il Presidente Obama volle farsi fotografare seduto su quella sedia di quell’autobus ancora conservata in un museo vicino Detroit.

Da quel giorno del 1955 molti progressi sono stati fatti in materia di diritti civili per gli afroamericani, come poter frequentare le università, il diritto di voto e potersi sedere sui mezzi pubblici là dove si vuole senza distinzioni di razza religione o colore.

Rosa Parks ci lasciò il 24 ottobre del 2005 all’età di 92 anni. Ma in America non tutto è stato assimilato, e spesso si ritorna in piazza dopo che qualche cittadino afroamericano è stato ucciso in circostanze sospette, anche dalla polizia, disonorando la memoria di Rosa.

Il nostro Ministero dei beni culturali, in occasione del 60° anniversario dell’arresto di Rosa Parks ha lanciato una lodevole iniziativa dal titolo “ Al posto giusto”. 

Molte città italiane dal 1 dicembre al 6 dicembre saranno attraversate da autobus e tram dedicati, che sul display avranno ben visibile la scritta “60 Rosa Parks”. 
Alcuni di questi ospiteranno attori, artisti e scrittori stranieri che con migranti di prima o seconda generazione ci parleranno di Rosa Parks e della discriminazione.

Fermiamoci ad ascoltarli, magari ci aiuteranno a crescere e ad evitare che qualcuno in Italia rilanci temi di vergognosa segregazione, come fatto dalla Lega con Salvini a Milano nel 2009.



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Di Antonio Rosato

A tanti il nome Rosa Parks forse non dirà nulla, ma questo nome richiama subito alla mente diritti civili, razzismo e segregazione.

Rosa Luis PARK è il nome completo di una attivista statunitense nata a Detroit il 4 febbraio 1913.
Di confessione metodista, e sarta di professione divenne un’icona nazionale cambiando la storia dei diritti civili con un semplice e composto “NO”.

Accadeva il 1° dicembre 1955 a Montgomery , in Alabama, esattamente 60 anni fa tornando a casa dopo una massacrante giornata lavorativa, e con un problema ai piedi di cui soffriva, salì come tutte le sere sul solito autobus.
Faceva molto freddo quella sera del primo dicembre a Montgomery e non trovando posto nel settore riservato agli afroamericani decise di sedersi al primo posto dietro la fila per bianchi, nel settore dei posti “comuni”.
Subito dopo salì un uomo bianco che restò in piedi. Dopo qualche fermata l’autista chiese a Rosa di lasciare libero quel posto. Rosa non si scompose e rifiutò di alzarsi con dignitosa fermezza.

Per quel "no" fu arrestata e portata in carcere per condotta impropria e per non aver rispettato il divieto che obbligava i neri a cedere il proprio posto ai bianchi nei settori cosiddetti “comuni”.
Se avesse obbedito al conducente, dato che tutti i posti a sedere erano occupati, sarebbe dovuta rimanere alzata con quel problema di dolore ai piedi che l'affliggeva. Un atto coraggioso e determinato in seguito al quale si avviò una protesta storica.

Quella stessa notte, infatti, Martin Luther King, insieme ad altre decine di leader delle comunità afroamericane, pose in atto una serie di azioni di protesta. Tra queste, il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, che andò avanti per 381 giorni, affinché fosse cancellata una norma odiosa e discriminatoria.

Una protesta che assunse proporzioni inimmaginabili, coinvolgendo persino i Taxisti afroamericani che diedero massiccio sostegno alla protesta praticando tariffe uguali a quelle degli autobus.

Scontri e manifestazioni di protesta seguirono fin quando il 13 novembre 1956 la corte suprema degli Stati Uniti dichiarò fuori legge la segregazione razziale sui mezzi pubblici poichè giudicata anticostituzionale.

Da quel momento Rosa Parks è considerata “The Mother of the Civil Rights movement”. Bill CLINTON nel 1999 la onorò con una medaglia d’oro e  il Presidente Obama volle farsi fotografare seduto su quella sedia di quell’autobus ancora conservata in un museo vicino Detroit.

Da quel giorno del 1955 molti progressi sono stati fatti in materia di diritti civili per gli afroamericani, come poter frequentare le università, il diritto di voto e potersi sedere sui mezzi pubblici là dove si vuole senza distinzioni di razza religione o colore.

Rosa Parks ci lasciò il 24 ottobre del 2005 all’età di 92 anni. Ma in America non tutto è stato assimilato, e spesso si ritorna in piazza dopo che qualche cittadino afroamericano è stato ucciso in circostanze sospette, anche dalla polizia, disonorando la memoria di Rosa.

Il nostro Ministero dei beni culturali, in occasione del 60° anniversario dell’arresto di Rosa Parks ha lanciato una lodevole iniziativa dal titolo “ Al posto giusto”. 

Molte città italiane dal 1 dicembre al 6 dicembre saranno attraversate da autobus e tram dedicati, che sul display avranno ben visibile la scritta “60 Rosa Parks”. 
Alcuni di questi ospiteranno attori, artisti e scrittori stranieri che con migranti di prima o seconda generazione ci parleranno di Rosa Parks e della discriminazione.

Fermiamoci ad ascoltarli, magari ci aiuteranno a crescere e ad evitare che qualcuno in Italia rilanci temi di vergognosa segregazione, come fatto dalla Lega con Salvini a Milano nel 2009.



giovedì 3 settembre 2015

SUD CUORE IMMENSO


Di Antonio Rosato

Novembre 1943, la feroce battaglia sulla linea GUSTAV assume aspetti che Dante avrebbe potuto descrivere solo aggiungendo un girone in più nell’Inferno della sua divina commedia, il girone peggiore, quello più crudele e zeppo di sofferenze inenarrabili forse. 

Fortificazioni tedesche ben congeniate e alleati dall’altra parte del Garigliano convinti di sfondare si giocano la crudele partita a suon di assalti e bombardamenti incessanti via mare, terra e aria. Al centro la popolazione civile, ignara e ottenebrata dagli eventi al centro della disputa. Perlopiù vecchi donne e bambini perché gli uomini in salute sono chi al fronte, chi prigioniero nei vari campi di lavoro o concentramento sparsi in giro per il mondo. 

Manca cibo, manca acqua potabile. Le bestie quali requisite per soddisfare le esigenze alimentari dei tedeschi, quali cadute sotto le bombe assieme ai loro padroni. Fame e freddo sono solo un contorno alle sofferenze dei feriti, mutilati o morti sotto gli attacchi. Ricoveri non ve ne sono, ne tantomeno ripari poiché il 100% delle abitazioni in alcuni comuni come Castelforte e San Cosma e Damiano sono state abbattute dai bombardamenti. Gli altri invece, quelle donne e bambini o anziani graziati da quella mano invisibile che ha deviato quella scheggia o quella raffica, si porteranno per il resto della vita  fino alla tomba danni psicologici mai sanati. Giorni e giorni senza dormire, e notti illuminate a giorno dai traccianti o dalle granate. Lacrime non se ne versano più, finite da tempo,  e i bambini, quando i bombardamenti erano meno fitti o si spostavano sulle montagne, giocavano tra le macerie con la neve caduta copiosa o i resti delle granate, e spesso anche inesplose o esplose tra piccole ed innocenti  mani che hanno come unica colpa quella di essere venuti al mondo negli anni sbagliati.
Ma dopo mesi e mesi insonni, mangiando erba destinate solitamente alle capre, sradicata tra i muri o nei fossi in paese, perchè fuori paese i campi minati non permettevano di andare, e rassegnati alla morte, arriva la speranza di salvezza. Sotto i bombardamenti vengono sfilati gli abitanti per portarli la dove la guerra non c’è. Mia nonna mi raccontava sempre di quella notte. 

Mio zio che appena camminava e mio padre di pochi giorni  nato sotto i bombardamenti del 23 dicembre del “43 legato con una sciarpa dietro le spalle, si incamminarono assieme ad altre persone. Con gli occhi ancora pieni di terrore e sgranati come se fosse stato ieri mi narrava di quando per non inciampare sulle mine a strappo passavano sui morti del Rio Ravi. Senza scarpe e senza bagagli. Mettendo i piedi uno dietro l’altro sui morti perchè il passaggio era più sicuro. Spesso, senza toccare terra per metri e metri. Giorni di cammino, e poi i camion. Salirono su senza neanche sapere la destinazione, senza chiedere, senza cibo acqua e con l’unico bagaglio al seguito quello della speranza.

La guerra oramai era alle spalle anche se i fischi delle granate e dei proiettili ancora restavano nelle orecchie. Ad essere sincero penso che questi non siano mai andati via e sia poi invecchiata con questi sibili nelle  orecchie e nella testa, solo che non ne parlava, ma sicuramente ci conviveva. I mezzi diretti a sud, quel profondo sud che Lei non aveva mai ne visto nè visitato. Quel Sud meraviglioso che ha accolto questi sfollati a braccia aperte. Lei nello specifico fu destinata assieme ad altre famiglie in quel di CARBONE in provincia di Potenza. Furono accolti con pane appositamente sfornato e formaggio. Sapori oramai dimenticati da mesi. Mi racconta di compaesani che appena messo il primo boccone in bocca hanno dato di stomaco perche vuoto da troppi giorni e non più abituato a ricevere cibo. Ogni famiglia di Carbone, ma cosi anche a Castrovillari, Cittanova, Maratea etc, aprirono le porte di casa a questi profughi di guerra. Profughi definiti allora SFOLLATI.

Ridotti a poco più che ruderi umani, dove non si capiva se la pelle era osso o ancora poteva definirsi pelle, entrarono in una casa vera dopo mesi. Casa aperta e messa a disposizione di persone sconosciute. Cose che solo al Sud forse possono accadere. La gara di solidarietà in paese fu commovente, con scene da da libro “Cuore”. Latte per i bambini, uova e maccheroni fatti in casa, cotti sul fuoco del camino. Quel fuoco che emanava non calore, ma amore. 

Quell’amore meridionale che abbiamo nel sangue. Da noi l’ospite ancora oggi è sacro.  Queste persone erano sfortunate, erano sfollati come i Siriani oggi. E si parlava con i propri figli mettendoli al corrente che da quella sera avrebbero diviso la stanza con un bambino bisognoso, più sfortunato di loro, per questo bisognava stringersi un pochettino di più e condividere tutto. 

Scarpe nuove e vestiti per i bambini “SFOLLATI” e per le mamme. Un letto, cibo e il caldo di una casa. Tutto questo, pensate, senza chiedere nulla in cambio e spessissimo senza neanche capirsi perché i dialetti erano troppo diversi e non tutti conoscevano l’italiano imposto 60 anni prima. Sfollati, cosi si chiamavano. 

Ma oggi il sud non ha perso quel grande cuore e quell’amore che ha verso l’essere umano e per il prossimo. Anche oggi il nostro meridione strappa dall’acqua quei migranti disperati provenienti chi sa da dove. Sulle coste siciliane non si chiede il passaporto, quelle sono cose per buracrati senza faccia e senza cuore. Ma si offre una coperta per scaldarsi, o un paio di ciabatte. Non si chiede al bambino da dove viene, ma gli si offre il cartone di latte e qualche biscotto. Non siamo come alcuni governanti gelidi e senza cuore del nord italia e nord europa. Noi siamo il sud. Che si chiamino sfollati, o profughi, o migranti a noi non interessa. Ho visto in Tv donne meridionali piangere, commosse dalle condizioni e dai racconti di quella povera gente che qualcuno invece vorrebbe affondare a mare. 

Ho visto anziani portare dei panini e vestitini dismessi dei nipotini. Senza chiedere nulla in cambio, come nel “44. E il cuore che è diverso, la sensibilità verso il prossimo, di cui ne vado fiero, che è diversa. Mai nessuno si sognerebbe nel nostro sud di costruire muri o barricate. Nessuno si sognerebbe di tatuare su un braccio un numero. Nessuno si preoccuperebbe di innalzare barriere di filo spinato o far rincorrere dai cani i migranti. Noi siamo il sud, cosi diverso, cosi civile, cosi solidale e cosi ospitale. Non ci importa il colore della pelle, nè il passaporto. 

E mentre nei palazzi Europei in francese o in inglese non si prendono decisioni, da noi al sud senza capirsi , senza conoscere l’arabo o il francese si aiutano queste persone a prescindere da ogni altra considerazione. Si porge la mano verso  il mare e si tira fuori quell’essere spaventato e indifeso che in quel momento ha bisogno. Questo è il nostro sud, e ne vado fiero e orgoglioso. Mentre ad altre latitudini politivi e faccendieri si accapigliano nei palazzi facendo a gara a chi è più razzista,noi siamo diversi da sempre. E la storia lo dice. Vorrei concludere questo mio post con delle parole prese in prestito da un grandissimo meridionale, Totò. 
Parole che vorrei dedicare a quelli che fanno barricate o vorrebbero bombardare i barconi. Parole però, che forse solo noi riusciamo seriamente a comprendere e farle nostre nell’animo:


“Perciò,stamme a ssenti...nun fa''o restivo,
suppuorteme vicino-che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"



.
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Di Antonio Rosato

Novembre 1943, la feroce battaglia sulla linea GUSTAV assume aspetti che Dante avrebbe potuto descrivere solo aggiungendo un girone in più nell’Inferno della sua divina commedia, il girone peggiore, quello più crudele e zeppo di sofferenze inenarrabili forse. 

Fortificazioni tedesche ben congeniate e alleati dall’altra parte del Garigliano convinti di sfondare si giocano la crudele partita a suon di assalti e bombardamenti incessanti via mare, terra e aria. Al centro la popolazione civile, ignara e ottenebrata dagli eventi al centro della disputa. Perlopiù vecchi donne e bambini perché gli uomini in salute sono chi al fronte, chi prigioniero nei vari campi di lavoro o concentramento sparsi in giro per il mondo. 

Manca cibo, manca acqua potabile. Le bestie quali requisite per soddisfare le esigenze alimentari dei tedeschi, quali cadute sotto le bombe assieme ai loro padroni. Fame e freddo sono solo un contorno alle sofferenze dei feriti, mutilati o morti sotto gli attacchi. Ricoveri non ve ne sono, ne tantomeno ripari poiché il 100% delle abitazioni in alcuni comuni come Castelforte e San Cosma e Damiano sono state abbattute dai bombardamenti. Gli altri invece, quelle donne e bambini o anziani graziati da quella mano invisibile che ha deviato quella scheggia o quella raffica, si porteranno per il resto della vita  fino alla tomba danni psicologici mai sanati. Giorni e giorni senza dormire, e notti illuminate a giorno dai traccianti o dalle granate. Lacrime non se ne versano più, finite da tempo,  e i bambini, quando i bombardamenti erano meno fitti o si spostavano sulle montagne, giocavano tra le macerie con la neve caduta copiosa o i resti delle granate, e spesso anche inesplose o esplose tra piccole ed innocenti  mani che hanno come unica colpa quella di essere venuti al mondo negli anni sbagliati.
Ma dopo mesi e mesi insonni, mangiando erba destinate solitamente alle capre, sradicata tra i muri o nei fossi in paese, perchè fuori paese i campi minati non permettevano di andare, e rassegnati alla morte, arriva la speranza di salvezza. Sotto i bombardamenti vengono sfilati gli abitanti per portarli la dove la guerra non c’è. Mia nonna mi raccontava sempre di quella notte. 

Mio zio che appena camminava e mio padre di pochi giorni  nato sotto i bombardamenti del 23 dicembre del “43 legato con una sciarpa dietro le spalle, si incamminarono assieme ad altre persone. Con gli occhi ancora pieni di terrore e sgranati come se fosse stato ieri mi narrava di quando per non inciampare sulle mine a strappo passavano sui morti del Rio Ravi. Senza scarpe e senza bagagli. Mettendo i piedi uno dietro l’altro sui morti perchè il passaggio era più sicuro. Spesso, senza toccare terra per metri e metri. Giorni di cammino, e poi i camion. Salirono su senza neanche sapere la destinazione, senza chiedere, senza cibo acqua e con l’unico bagaglio al seguito quello della speranza.

La guerra oramai era alle spalle anche se i fischi delle granate e dei proiettili ancora restavano nelle orecchie. Ad essere sincero penso che questi non siano mai andati via e sia poi invecchiata con questi sibili nelle  orecchie e nella testa, solo che non ne parlava, ma sicuramente ci conviveva. I mezzi diretti a sud, quel profondo sud che Lei non aveva mai ne visto nè visitato. Quel Sud meraviglioso che ha accolto questi sfollati a braccia aperte. Lei nello specifico fu destinata assieme ad altre famiglie in quel di CARBONE in provincia di Potenza. Furono accolti con pane appositamente sfornato e formaggio. Sapori oramai dimenticati da mesi. Mi racconta di compaesani che appena messo il primo boccone in bocca hanno dato di stomaco perche vuoto da troppi giorni e non più abituato a ricevere cibo. Ogni famiglia di Carbone, ma cosi anche a Castrovillari, Cittanova, Maratea etc, aprirono le porte di casa a questi profughi di guerra. Profughi definiti allora SFOLLATI.

Ridotti a poco più che ruderi umani, dove non si capiva se la pelle era osso o ancora poteva definirsi pelle, entrarono in una casa vera dopo mesi. Casa aperta e messa a disposizione di persone sconosciute. Cose che solo al Sud forse possono accadere. La gara di solidarietà in paese fu commovente, con scene da da libro “Cuore”. Latte per i bambini, uova e maccheroni fatti in casa, cotti sul fuoco del camino. Quel fuoco che emanava non calore, ma amore. 

Quell’amore meridionale che abbiamo nel sangue. Da noi l’ospite ancora oggi è sacro.  Queste persone erano sfortunate, erano sfollati come i Siriani oggi. E si parlava con i propri figli mettendoli al corrente che da quella sera avrebbero diviso la stanza con un bambino bisognoso, più sfortunato di loro, per questo bisognava stringersi un pochettino di più e condividere tutto. 

Scarpe nuove e vestiti per i bambini “SFOLLATI” e per le mamme. Un letto, cibo e il caldo di una casa. Tutto questo, pensate, senza chiedere nulla in cambio e spessissimo senza neanche capirsi perché i dialetti erano troppo diversi e non tutti conoscevano l’italiano imposto 60 anni prima. Sfollati, cosi si chiamavano. 

Ma oggi il sud non ha perso quel grande cuore e quell’amore che ha verso l’essere umano e per il prossimo. Anche oggi il nostro meridione strappa dall’acqua quei migranti disperati provenienti chi sa da dove. Sulle coste siciliane non si chiede il passaporto, quelle sono cose per buracrati senza faccia e senza cuore. Ma si offre una coperta per scaldarsi, o un paio di ciabatte. Non si chiede al bambino da dove viene, ma gli si offre il cartone di latte e qualche biscotto. Non siamo come alcuni governanti gelidi e senza cuore del nord italia e nord europa. Noi siamo il sud. Che si chiamino sfollati, o profughi, o migranti a noi non interessa. Ho visto in Tv donne meridionali piangere, commosse dalle condizioni e dai racconti di quella povera gente che qualcuno invece vorrebbe affondare a mare. 

Ho visto anziani portare dei panini e vestitini dismessi dei nipotini. Senza chiedere nulla in cambio, come nel “44. E il cuore che è diverso, la sensibilità verso il prossimo, di cui ne vado fiero, che è diversa. Mai nessuno si sognerebbe nel nostro sud di costruire muri o barricate. Nessuno si sognerebbe di tatuare su un braccio un numero. Nessuno si preoccuperebbe di innalzare barriere di filo spinato o far rincorrere dai cani i migranti. Noi siamo il sud, cosi diverso, cosi civile, cosi solidale e cosi ospitale. Non ci importa il colore della pelle, nè il passaporto. 

E mentre nei palazzi Europei in francese o in inglese non si prendono decisioni, da noi al sud senza capirsi , senza conoscere l’arabo o il francese si aiutano queste persone a prescindere da ogni altra considerazione. Si porge la mano verso  il mare e si tira fuori quell’essere spaventato e indifeso che in quel momento ha bisogno. Questo è il nostro sud, e ne vado fiero e orgoglioso. Mentre ad altre latitudini politivi e faccendieri si accapigliano nei palazzi facendo a gara a chi è più razzista,noi siamo diversi da sempre. E la storia lo dice. Vorrei concludere questo mio post con delle parole prese in prestito da un grandissimo meridionale, Totò. 
Parole che vorrei dedicare a quelli che fanno barricate o vorrebbero bombardare i barconi. Parole però, che forse solo noi riusciamo seriamente a comprendere e farle nostre nell’animo:


“Perciò,stamme a ssenti...nun fa''o restivo,
suppuorteme vicino-che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"



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domenica 30 agosto 2015

IL PIAGNISTEO

Di Bruno  Pappalardo, 

Non c’è la faccio più!
Sono in forte astinenza. Troppo tempo è passato! Ho provato a starmene fermo per postare mie note.  Eh, …beh, è molto più di una settimana! …Ammazza!
Il fatto è che ogni volta che stavo per preparare una nota, ebbene, mi pareva di vedermi dinanzi la figura del Premier che m'additava come un  “piagnicolatone ” insomma un canonico meridionale è sempre e solo ,… “pronto al,  lamento”. Un pregiudizio? …boh, che ne so?!?
M’ero lasciato talmente suggestionare che invece di credere di scrivere, stavo a gemere.  Perché è così! 
Se un meridionale parla del buon gusto di un gelato sta lamentandosi!
Se un meridionale  sta per dire alla vecchietta sul marciapiede, “tranquilla v’aiuto ad attraversare”, ebbene, anche in quel caso, sotto, sotto,  sta lamentandosi perché, anche se non lo dice chiaramente, sta sottolineando che non sono presenti dei sottopassaggi!  Insomma  è un chiara dichiarazione di “ opposizione ad oltranza alle istituzioni”. Si è così!  


Vi ricordate la straordinaria scenetta del grande Petrolini, in “NERONE, imperatore romano” che non poteva aprir bocca per proferire un argomento ma veniva continuamente interrotto per ridurlo al silenzio e anche decantare ed esaltare come tutti coloro che saltano sul carro dei vincitori  ??
 La scena: Nerone (Petrolini)  ha bruciato Roma; ora è davanti al popolo che non lo acclama tranne  i propri  cortigiani che gli sono Alle spalle, Poppea  gli chiede di lanciarsi in uno dei suoi strabocchevoli discorsi, diciamo alla Renzi.
EGLOGE (entrando con un urlo di terrore ): Cesaretto te vonno ammazzà!  Tu sei responsabile dell'incendio.
NERONE  : Io responsabile dell'incendio. No! Sono assicurato con la Fondiaria.
NERONE: Sta bene, parlerò col popolo, ma non mi lasciate solo,  venitemi a tergo...
Si avvia al podio, ma delle urla improvvise lo fanno retrocedere frettolosamente più di una volta. Ci ritorna  ma viene accolto nuovamente dalle grida ma rimane al podio…  
NERONE: Stupido... Ignobile plebaja! Così ricompensate i sacrifici fatti per voi? Ritiratevi, dimostratevi uomini e domani Roma rinascerà più bella e più superba che pria...
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE: Grazie. (rivolgendosi a Egloge e a Poppea:) “ E' piaciuta questa parola,... pria... Il popolo quando sente delle parole difficili si affeziona... Ora gliela ridico... Più bella e più superba che pria”.
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE; ( più affrettatamente cercando di sorprendere il popolo) “Più bella e più superba che pria...
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE: Più bella... grazie.
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE: ... Zie.
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE (facendo il gesto di dire la parola pria, senza però dirla.)
VOCE (d. d.): Bravo!
 ……...( continua)…..
ECCO IL MERIDIONALE E’ COME  ETTORE PETROLINI;  qualsiasi cosa dica e appena apre bocca  per dire che “ IL PAPA STA A ROMA”  viene colpito dalla SCOMUNICA del“LAMENTO CONTINUO”. ottimo sistema per imbavagliare un popolo.  INFATTI NON E’ PER PREGIUDIZIO (sono furbi e fanno di tutto perché persista il preconcetto) ma  è solo un  METODO STRUMENTALE PER TACITARLO!  

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Di Bruno  Pappalardo, 

Non c’è la faccio più!
Sono in forte astinenza. Troppo tempo è passato! Ho provato a starmene fermo per postare mie note.  Eh, …beh, è molto più di una settimana! …Ammazza!
Il fatto è che ogni volta che stavo per preparare una nota, ebbene, mi pareva di vedermi dinanzi la figura del Premier che m'additava come un  “piagnicolatone ” insomma un canonico meridionale è sempre e solo ,… “pronto al,  lamento”. Un pregiudizio? …boh, che ne so?!?
M’ero lasciato talmente suggestionare che invece di credere di scrivere, stavo a gemere.  Perché è così! 
Se un meridionale parla del buon gusto di un gelato sta lamentandosi!
Se un meridionale  sta per dire alla vecchietta sul marciapiede, “tranquilla v’aiuto ad attraversare”, ebbene, anche in quel caso, sotto, sotto,  sta lamentandosi perché, anche se non lo dice chiaramente, sta sottolineando che non sono presenti dei sottopassaggi!  Insomma  è un chiara dichiarazione di “ opposizione ad oltranza alle istituzioni”. Si è così!  


Vi ricordate la straordinaria scenetta del grande Petrolini, in “NERONE, imperatore romano” che non poteva aprir bocca per proferire un argomento ma veniva continuamente interrotto per ridurlo al silenzio e anche decantare ed esaltare come tutti coloro che saltano sul carro dei vincitori  ??
 La scena: Nerone (Petrolini)  ha bruciato Roma; ora è davanti al popolo che non lo acclama tranne  i propri  cortigiani che gli sono Alle spalle, Poppea  gli chiede di lanciarsi in uno dei suoi strabocchevoli discorsi, diciamo alla Renzi.
EGLOGE (entrando con un urlo di terrore ): Cesaretto te vonno ammazzà!  Tu sei responsabile dell'incendio.
NERONE  : Io responsabile dell'incendio. No! Sono assicurato con la Fondiaria.
NERONE: Sta bene, parlerò col popolo, ma non mi lasciate solo,  venitemi a tergo...
Si avvia al podio, ma delle urla improvvise lo fanno retrocedere frettolosamente più di una volta. Ci ritorna  ma viene accolto nuovamente dalle grida ma rimane al podio…  
NERONE: Stupido... Ignobile plebaja! Così ricompensate i sacrifici fatti per voi? Ritiratevi, dimostratevi uomini e domani Roma rinascerà più bella e più superba che pria...
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE: Grazie. (rivolgendosi a Egloge e a Poppea:) “ E' piaciuta questa parola,... pria... Il popolo quando sente delle parole difficili si affeziona... Ora gliela ridico... Più bella e più superba che pria”.
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE; ( più affrettatamente cercando di sorprendere il popolo) “Più bella e più superba che pria...
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE: Più bella... grazie.
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE: ... Zie.
VOCE (d. d.): Bravo!
NERONE (facendo il gesto di dire la parola pria, senza però dirla.)
VOCE (d. d.): Bravo!
 ……...( continua)…..
ECCO IL MERIDIONALE E’ COME  ETTORE PETROLINI;  qualsiasi cosa dica e appena apre bocca  per dire che “ IL PAPA STA A ROMA”  viene colpito dalla SCOMUNICA del“LAMENTO CONTINUO”. ottimo sistema per imbavagliare un popolo.  INFATTI NON E’ PER PREGIUDIZIO (sono furbi e fanno di tutto perché persista il preconcetto) ma  è solo un  METODO STRUMENTALE PER TACITARLO!  

sabato 22 agosto 2015

AL SERVIZIO DEL PADRONE


Di Antonio Rosato

Credevo che il telegiornale mi informasse su ciò che accade in Italia e nel mondo. 
Credevo che i grassetti e le foto che leggo e vedo in edicola servissero a dare al lettore un flash su notizie vere e libere che avrei trovato negli approfondimenti all’interno. 
Credevo che la stampa fosse la massima espressione di libertà e democrazia per un paese civile. 
Credevo di leggere nei primi posti nella classifica annuale mondiale sulla “libertà di stampa” il nostro paese. Credevo che ci fossero testate giornalistiche di destra e di sinistra. 
Credevo che ci fossero anche testate giornalistiche indipendenti. 
Credevo che avrei trovato sempre la verità nei quotidiani. 
Credevo che l’appuntamento davanti alla tele alle otto di sera fosse il modo più attivo e uniforme per informare il paese su questioni economiche politiche e culturali in modo reale. 
Credevo che la mia fiducia posta nella comunicazione italiana fosse ripagata dalla correttezza e dalla veridicità delle notizie. 
Credevo che la RAI fosse nata per unire il paese da nord a sud con l’intendo di allevare e puntare sull’accrescimento culturale uniforme con programmi, notiziari, approfondimenti, imprese sportive come quelle impresse nella mente di tutti di Bartali e Coppi o degli sconosciuti fratelli campani Abbagnale che portano il tricolore sul gradino più alto del podio sotto gli occhi di tutto il mondo, o delle mitiche imprese e i record mondiali del brindisino Mennea. 
Credevo che servisse quotidianamente  ad unire in tutte le circostanze la nazione e non solo quando l’Italia del calcio vince i mondiali. 
Credevo che nella comunicazione nazionale ci fosse spazio per tutti e non  sempre per i soliti noti. 
Credevo che i reporter in giro nel mondo che ci raccontano di guerre e la politica ci riportino la verità e non quello che i potenti vogliono che si dica. 
Credevo nella libertà di stampa, e non nella stampa corrotta al soldo dei potenti. 
Credevo in un giornalismo caparbio e cocciuto che non avesse paura di raccontare la verità, e non in un giornalismo timoroso e ricattato da sovvenzioni pubbliche o da cambio dei vertici della testata perché scomodi. 
Credevo in un garante imparziale e laborioso. 
Credevo in un ordine dei giornalisti distaccato dai poteri, autoritario vigile e indipendente. 
Credevo che i giornali vivessero con le vendite quotidiane e le pubblicità stampate a tutta pagina. 
Credevo che le tirature servissero per la vita e traguardi del giornale e che fossero veicolo di qualità e competenza verso il cittadino. 
Credevo che i soldi pubblici servissero per fare strade nuove o riparare quelle dissestate, mettere in sicurezza edifici scolastici, investimenti sul lavoro etc etc, e non a sovvenzionare testate giornalistiche che mai ho trovato in edicola. 
Credevo di trovare riportato trascrizioni di intercettazioni per gravi fatti di mafia, o intercettazioni che hanno permesso arresti importanti, e non trascrizioni di intercettazioni del figlio di Moggi che vuole passare momenti di tenerezza con una velina a Parigi, o ancora più grave, intercettazioni dubbie che spesso servono a destabilizzare un politico o una politica scomoda. 
Credevo che il giornalismo fosse una sorta di caccia alla notizia e non il creare la notizia sulla mafia piuttosto che sulla camorra in un’ufficio a Milano senza mai aver messo neanche piede una sola volta in Sicilia o a Napoli. 
Credevo che un reporter di guerra riportasse su carta o in video quello che vede o sente sul campo, e non riportare quello che la NATO o quei governi specifici vogliono che si dica. 
Credevo che carta stampata o TV avessero anche il compito, oltre che l’obbligo morale, di coadiuvare alla crescita del paese, in maniera più particolare la dove questo è più in difficoltà, e non parlare di Sud solo quando c’è emergenza rifiuti in Campania o quando un’autobomba esplode a Capaci. 
Credevo in un giornalismo che andasse a vedere e riportare il divario strutturale tra nord e sud, e non un giornalismo capace di trasformare L’EXPO in un grande successo o i vari scandali nordici come fossero quasi eventi folkloristici riusciti male. 
Credevo che la censura fosse una pratica di altri tempi, di altri regimi politici. 
Credevo, credevo, credevo. 
Credevo questo e tante altre cose. 

Quando giri un po’ per lo stivale, quando parli con la gente, quando il mondo oramai e più vicino a noi grazie a internet e anche ai voli a prezzi orami talmente bassi che permettono alla persona di spostarsi all’estero con una facilità impensabile pochi decenni fa, beh ti accorgi che la realtà e molto diversa da quella che ti dicono in TV o che trovi scritta sui giornali. 
Non posso accettare che guerre in piena Europa vengano strumentalizzate o non raccontate. 
Non posso accettare che il canone RAI serva per conoscere quante volte il figlio di Belen ha mangiato oggi e non conosciamo del perché il petrolio diminuisce il suo costo al barile, il cambio euro dollaro sempre più favorevole e la benzina veste sempre un prezzo al cartellone troppo “incomprensibile”, pur avendo tra l’altro, i pozzi continentali più grandi d’Europa. 
Mi duole pensare alle sovvenzioni pubbliche che prendono alcune testate possano far mutare o essere la causa dell’appiattimento della notizia che spesso e volentieri viene guidata verso la distorsione forzata. 
Mi domando quanti di vuoi hanno mai trovato in edicola “IL CAMPANILE”. Eppure questo giornale ha ricevuto un barca di soldi pubblici. 
Mi chiedo se sia giusto che il Consiglio di Amministrazione della RAI venga cambiato e nominato dal Presidente del Consiglio in carica al momento. 
La Rai dovrebbe o no essere degli italiani? E se viene nominato un nuovo direttore questi secondo voi può mai essere neutrale? 
Non è più la RAI degli italiani, ma è una televisione politicizzata al servizio della politica. 
Parlando di Televisione prendo a prestito da Lubrano la mitica frase “la domanda nasce spontanea”:  “e perché dovrei pagare il canone allora?” Si ok il canone adesso è camuffato come tassa di proprietà e bla bla bla. Ma tutti sappiamo, no? Mi duole anche digitare su google “classifica annuale sulla libertà di stampa”. 

Mi duole e mi fa vergognare trovare l’Italia dietro paesi come la Mongolia, il Burkina Faso (con tutto il massimo rispetto per questi paesi ovviamente)  e scovare il bel paese dozzine e dozzine di posizioni dietro molti paesi, posizionandosi nell’ultimo quarto della classifica mondiale. Mi chiedo se questa stampa meriti o no i nostri soldi, oppure se questi soldi sarebbe più utile destinarli ai libri gratuiti per le scuole dell’obbligo, o a quei padri separati messi al lastrico che dormono in macchina tanto per citarne ingenuamente un paio di esempi a caso fra tanti. 

Stanno facendo un gioco davvero sporco inculcandoci nella testa quello che vogliono, non quello che è. Questa tortura culturale, la stiamo pagando apparenterete senza dolore. Come una forma mediatica di eutanasia che ci toglie la vita senza farci sentire dolore. 
Noi vogliamo notizie vere, cronaca sul campo imparziale e non strumentale. Crediamo ancora nella libertà di stampa e non vogliamo più un giornalismo AL SERVIZIO DEL PADRONE .



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Di Antonio Rosato

Credevo che il telegiornale mi informasse su ciò che accade in Italia e nel mondo. 
Credevo che i grassetti e le foto che leggo e vedo in edicola servissero a dare al lettore un flash su notizie vere e libere che avrei trovato negli approfondimenti all’interno. 
Credevo che la stampa fosse la massima espressione di libertà e democrazia per un paese civile. 
Credevo di leggere nei primi posti nella classifica annuale mondiale sulla “libertà di stampa” il nostro paese. Credevo che ci fossero testate giornalistiche di destra e di sinistra. 
Credevo che ci fossero anche testate giornalistiche indipendenti. 
Credevo che avrei trovato sempre la verità nei quotidiani. 
Credevo che l’appuntamento davanti alla tele alle otto di sera fosse il modo più attivo e uniforme per informare il paese su questioni economiche politiche e culturali in modo reale. 
Credevo che la mia fiducia posta nella comunicazione italiana fosse ripagata dalla correttezza e dalla veridicità delle notizie. 
Credevo che la RAI fosse nata per unire il paese da nord a sud con l’intendo di allevare e puntare sull’accrescimento culturale uniforme con programmi, notiziari, approfondimenti, imprese sportive come quelle impresse nella mente di tutti di Bartali e Coppi o degli sconosciuti fratelli campani Abbagnale che portano il tricolore sul gradino più alto del podio sotto gli occhi di tutto il mondo, o delle mitiche imprese e i record mondiali del brindisino Mennea. 
Credevo che servisse quotidianamente  ad unire in tutte le circostanze la nazione e non solo quando l’Italia del calcio vince i mondiali. 
Credevo che nella comunicazione nazionale ci fosse spazio per tutti e non  sempre per i soliti noti. 
Credevo che i reporter in giro nel mondo che ci raccontano di guerre e la politica ci riportino la verità e non quello che i potenti vogliono che si dica. 
Credevo nella libertà di stampa, e non nella stampa corrotta al soldo dei potenti. 
Credevo in un giornalismo caparbio e cocciuto che non avesse paura di raccontare la verità, e non in un giornalismo timoroso e ricattato da sovvenzioni pubbliche o da cambio dei vertici della testata perché scomodi. 
Credevo in un garante imparziale e laborioso. 
Credevo in un ordine dei giornalisti distaccato dai poteri, autoritario vigile e indipendente. 
Credevo che i giornali vivessero con le vendite quotidiane e le pubblicità stampate a tutta pagina. 
Credevo che le tirature servissero per la vita e traguardi del giornale e che fossero veicolo di qualità e competenza verso il cittadino. 
Credevo che i soldi pubblici servissero per fare strade nuove o riparare quelle dissestate, mettere in sicurezza edifici scolastici, investimenti sul lavoro etc etc, e non a sovvenzionare testate giornalistiche che mai ho trovato in edicola. 
Credevo di trovare riportato trascrizioni di intercettazioni per gravi fatti di mafia, o intercettazioni che hanno permesso arresti importanti, e non trascrizioni di intercettazioni del figlio di Moggi che vuole passare momenti di tenerezza con una velina a Parigi, o ancora più grave, intercettazioni dubbie che spesso servono a destabilizzare un politico o una politica scomoda. 
Credevo che il giornalismo fosse una sorta di caccia alla notizia e non il creare la notizia sulla mafia piuttosto che sulla camorra in un’ufficio a Milano senza mai aver messo neanche piede una sola volta in Sicilia o a Napoli. 
Credevo che un reporter di guerra riportasse su carta o in video quello che vede o sente sul campo, e non riportare quello che la NATO o quei governi specifici vogliono che si dica. 
Credevo che carta stampata o TV avessero anche il compito, oltre che l’obbligo morale, di coadiuvare alla crescita del paese, in maniera più particolare la dove questo è più in difficoltà, e non parlare di Sud solo quando c’è emergenza rifiuti in Campania o quando un’autobomba esplode a Capaci. 
Credevo in un giornalismo che andasse a vedere e riportare il divario strutturale tra nord e sud, e non un giornalismo capace di trasformare L’EXPO in un grande successo o i vari scandali nordici come fossero quasi eventi folkloristici riusciti male. 
Credevo che la censura fosse una pratica di altri tempi, di altri regimi politici. 
Credevo, credevo, credevo. 
Credevo questo e tante altre cose. 

Quando giri un po’ per lo stivale, quando parli con la gente, quando il mondo oramai e più vicino a noi grazie a internet e anche ai voli a prezzi orami talmente bassi che permettono alla persona di spostarsi all’estero con una facilità impensabile pochi decenni fa, beh ti accorgi che la realtà e molto diversa da quella che ti dicono in TV o che trovi scritta sui giornali. 
Non posso accettare che guerre in piena Europa vengano strumentalizzate o non raccontate. 
Non posso accettare che il canone RAI serva per conoscere quante volte il figlio di Belen ha mangiato oggi e non conosciamo del perché il petrolio diminuisce il suo costo al barile, il cambio euro dollaro sempre più favorevole e la benzina veste sempre un prezzo al cartellone troppo “incomprensibile”, pur avendo tra l’altro, i pozzi continentali più grandi d’Europa. 
Mi duole pensare alle sovvenzioni pubbliche che prendono alcune testate possano far mutare o essere la causa dell’appiattimento della notizia che spesso e volentieri viene guidata verso la distorsione forzata. 
Mi domando quanti di vuoi hanno mai trovato in edicola “IL CAMPANILE”. Eppure questo giornale ha ricevuto un barca di soldi pubblici. 
Mi chiedo se sia giusto che il Consiglio di Amministrazione della RAI venga cambiato e nominato dal Presidente del Consiglio in carica al momento. 
La Rai dovrebbe o no essere degli italiani? E se viene nominato un nuovo direttore questi secondo voi può mai essere neutrale? 
Non è più la RAI degli italiani, ma è una televisione politicizzata al servizio della politica. 
Parlando di Televisione prendo a prestito da Lubrano la mitica frase “la domanda nasce spontanea”:  “e perché dovrei pagare il canone allora?” Si ok il canone adesso è camuffato come tassa di proprietà e bla bla bla. Ma tutti sappiamo, no? Mi duole anche digitare su google “classifica annuale sulla libertà di stampa”. 

Mi duole e mi fa vergognare trovare l’Italia dietro paesi come la Mongolia, il Burkina Faso (con tutto il massimo rispetto per questi paesi ovviamente)  e scovare il bel paese dozzine e dozzine di posizioni dietro molti paesi, posizionandosi nell’ultimo quarto della classifica mondiale. Mi chiedo se questa stampa meriti o no i nostri soldi, oppure se questi soldi sarebbe più utile destinarli ai libri gratuiti per le scuole dell’obbligo, o a quei padri separati messi al lastrico che dormono in macchina tanto per citarne ingenuamente un paio di esempi a caso fra tanti. 

Stanno facendo un gioco davvero sporco inculcandoci nella testa quello che vogliono, non quello che è. Questa tortura culturale, la stiamo pagando apparenterete senza dolore. Come una forma mediatica di eutanasia che ci toglie la vita senza farci sentire dolore. 
Noi vogliamo notizie vere, cronaca sul campo imparziale e non strumentale. Crediamo ancora nella libertà di stampa e non vogliamo più un giornalismo AL SERVIZIO DEL PADRONE .



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sabato 15 agosto 2015

BUON FERRAGOSTO A TUTTI DAL PARTITO DEL SUD !!

Per le tue vacanze scegli il Sud !

Napoli
Palermo
Reggio Calabria
Bari
Matera
L'Aquila
Campobasso



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Per le tue vacanze scegli il Sud !

Napoli
Palermo
Reggio Calabria
Bari
Matera
L'Aquila
Campobasso



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mercoledì 5 agosto 2015

Su indicazione del Sindaco la Comm. Toponomastica concorda e delibera...

anche questa è fatta...

da IlMattino.it di Lunedì 03 Agosto 2015

Il Comune intitola una strada a Pino Daniele e le scale di «Scusate il ritardo» a Massimo Troisi

Le scale di piazza Beneventano

Il Comune di Napoli intitola due aree della città a Pino Daniele e Massimo Troisi. «Due artisti che hanno segnato la storia universale del cinema e della musica: ora saranno ricordati anche attraverso le targhe stradali che dopo l'estate andremo a collocare. Massimo e Pino per sempre nei cuori di tutti i napoletani», dice il sindaco Luigi de Magistris. La Giunta, su proposta del sindaco, ha approvato le relative delibere.

A Massimo Troisi saranno intitolate le scale che si trovano tra Via Francesco Crispi e Piazza Roffredo Beneventano, molto note agli appassionati dei film di Troisi. Proprio su quelle scale, infatti fu girata una delle scene più note ed esilaranti di «Scusate il ritardo», con Massimo recitava Lello Arena.

Sarà intitolata, invece alla memoria di Pino Daniele l'area di circolazione che ricade nel quartiere San Giuseppe e che attualmente è individuata in Vicoletto Donnalbina, a pochi passi dalla casa natale del grande artista napoletano.

Fonte: ww,ilmattino.it

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anche questa è fatta...

da IlMattino.it di Lunedì 03 Agosto 2015

Il Comune intitola una strada a Pino Daniele e le scale di «Scusate il ritardo» a Massimo Troisi

Le scale di piazza Beneventano

Il Comune di Napoli intitola due aree della città a Pino Daniele e Massimo Troisi. «Due artisti che hanno segnato la storia universale del cinema e della musica: ora saranno ricordati anche attraverso le targhe stradali che dopo l'estate andremo a collocare. Massimo e Pino per sempre nei cuori di tutti i napoletani», dice il sindaco Luigi de Magistris. La Giunta, su proposta del sindaco, ha approvato le relative delibere.

A Massimo Troisi saranno intitolate le scale che si trovano tra Via Francesco Crispi e Piazza Roffredo Beneventano, molto note agli appassionati dei film di Troisi. Proprio su quelle scale, infatti fu girata una delle scene più note ed esilaranti di «Scusate il ritardo», con Massimo recitava Lello Arena.

Sarà intitolata, invece alla memoria di Pino Daniele l'area di circolazione che ricade nel quartiere San Giuseppe e che attualmente è individuata in Vicoletto Donnalbina, a pochi passi dalla casa natale del grande artista napoletano.

Fonte: ww,ilmattino.it

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domenica 2 agosto 2015

BOLOGNA, 02.08.1980, ore 10,25

dI Bruno Pappalardo
Un boato mai udito.
Maria non ebbe neppure a sentirlo. 
Era seduta proprio sopra la bomba.
Nulla di Maria, giovane madre; d’Ella nulla venne ritrovato come una madonna ritornata al cielo.
Il terrorismo nero e soprattutto quello rosso diceva di lottare per i diritti dei lavoratori e del lavoro. In vero il primo per contrastare il secondo.
La Svimez , indicando la situazione del Mezzogiorno di oggi, - sfinito, indigente e infelice ma orgoglioso - ha ravvisato nel ’77 dati di disoccupazione e dissesto somiglianti e come quelli peggiori della Grecia.
Fu proprio per quello che nacquero le Brigate Rosse e le frange dell’eversione Nera.
Lotta Continua, Prima Linea da una parte e Nar , Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Terza Posizione dall’altra con le sue stragi.
Ricordo bene che fu una lenta escalation ma costante forte, incontenibile e tinta di rosso vermiglio.
Attenzione,… Bologna, questo giorno, non sia solo commemorazione, memoria di un frammento di Storia italiana, ormai lontano che va solo celebrato nella stereotipata liturgia di onorare morti innocenti da cui pari non giunga chiaro il monito: oggi , forse, si narra ancora la stessa Storia.
Maria è morta. Ma vide quel sole nuovo. Intorno già le pareti sbiancavano pel la luce. Accecata ebbe a riaprire gli occhi sui binari e dentro giunta allo scalo, come il batter delle ciglia il buio quasi di un blu intenso rasserenava in lei la gioia. Sbiancava, infatti, l’emozione di quella festosità e restò tremante e muta
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dI Bruno Pappalardo
Un boato mai udito.
Maria non ebbe neppure a sentirlo. 
Era seduta proprio sopra la bomba.
Nulla di Maria, giovane madre; d’Ella nulla venne ritrovato come una madonna ritornata al cielo.
Il terrorismo nero e soprattutto quello rosso diceva di lottare per i diritti dei lavoratori e del lavoro. In vero il primo per contrastare il secondo.
La Svimez , indicando la situazione del Mezzogiorno di oggi, - sfinito, indigente e infelice ma orgoglioso - ha ravvisato nel ’77 dati di disoccupazione e dissesto somiglianti e come quelli peggiori della Grecia.
Fu proprio per quello che nacquero le Brigate Rosse e le frange dell’eversione Nera.
Lotta Continua, Prima Linea da una parte e Nar , Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Terza Posizione dall’altra con le sue stragi.
Ricordo bene che fu una lenta escalation ma costante forte, incontenibile e tinta di rosso vermiglio.
Attenzione,… Bologna, questo giorno, non sia solo commemorazione, memoria di un frammento di Storia italiana, ormai lontano che va solo celebrato nella stereotipata liturgia di onorare morti innocenti da cui pari non giunga chiaro il monito: oggi , forse, si narra ancora la stessa Storia.
Maria è morta. Ma vide quel sole nuovo. Intorno già le pareti sbiancavano pel la luce. Accecata ebbe a riaprire gli occhi sui binari e dentro giunta allo scalo, come il batter delle ciglia il buio quasi di un blu intenso rasserenava in lei la gioia. Sbiancava, infatti, l’emozione di quella festosità e restò tremante e muta

 
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