giovedì 14 gennaio 2010

Inizio del Brigantaggio

Leggi tutto »

lunedì 4 gennaio 2010

Nicola Zitara, citadella di Messina - Patriottismo me-ri-dio-na-le, si-ci-lia-no!



La trascrizione del discorso di Nicola Zitara a Messina, in sottofondo, l'inno Nazionale delle Due Sicilie.
Leggi tutto »


La trascrizione del discorso di Nicola Zitara a Messina, in sottofondo, l'inno Nazionale delle Due Sicilie.

mercoledì 30 dicembre 2009

Il capitalismo si sta giocando i giovani meridionali

Di Nicola Zitara


E' dal 1750 che in Europa la popolazione contadina diminuisce a favore dell'Industria e dei Servizi. A questo movimento ha contribuito il progresso tecnologico, che ha determinato il passaggio dalla organizzazione feudale, noncurante rispetto al tema della produttività del lavoro, al sistema della proprietà borghese caratterizzata da una forte esosità verso il contadino.

Sul finire del regno borbonico, a distanza di cento anni, cioè verso il 1860, le statistiche registravano una componente contadina del 48 per cento sulla popolazione attiva. Ottanta anni dopo, al tempo del fascismo, i contadini erano circa il 40 per cento degli italiani. La 'grande trasformazione' si ebbe negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo XX, con lo sviluppo del settore Industria, della Scuola di massa e del Sistema sanitario. Sette milioni (e forse più) di contadini meridionali presero il treno per cerare un lavoro in Germania, in Svizzera, nel Norditalia. L'emigrazione ebbe la funzione di una valvola di sfogo delle tensioni sociali, salvando il sistema capitalistico mediante un sostegno al reddito familiare. E dove l'emigrazione non apparve bastevole, s'intervenne con l'assistenzialismo, il clientelismo, la dilatazione del Pubblico Impiego, ingolfando così i servizi fino a renderli scarsamente 'servizievoli' (Scuola, Sanità, Comuni, Regioni etc.). Ovviamente le eccedenze di popolazione attiva non si sono formate più in campagna, ma in città, dove si è nato un nuovo esercito di riserva del lavoro salariato e impiegatizio che, nel Suditalia, raggiunge tra il 30 e il 40 per cento di ben due generazioni, quelle dei nati negli anni '60/'70 e quella dei nati negli anni '80/'90.

Appassita l'agricoltura, bloccata l'industria fordista della catena di montaggio, ridimensionata la spesa pubblica a favore dello Stato Sociale, tramontato l'artigianato dei servizi, favorita una specie di corporazione illiberista, o il monopolio di stampo quasi mafioso, nei servizi di aggiustaggio, i giovani meridionali si sono riversati nelle università, in tal modo allungando gli anni della formazione. Oggi questi giovani sono una marea montante, ma manca la risacca di un intervento statale. I giovani che mi vedo attorno sono un mare di speranze frustrate, di speranze inquinate dalla coscienza dell'inutile attesa. Gli anni passano, ma non si leva un solo filo di vento a muovere le onde. La stessa identità personale vacilla, si corrode, crolla in molti casi. Il mondo (e non il sistema) diventa un nemico. Ma l'Italia politica, la greppia politico-parlamentare romana, locale provinciale, il grande padronato bancario e industriale restano sordi al grido disperato, muto, indifferente alla disperazione giovanile che incalza per le vie delle grandi città, dei paesi, dei borghi. Il capitalismo ha le sue regole: impiega gli uomini che gli servono: gli individui e i gruppi nazionali più pieghevoli, più malleabili, quelli disposti ad accettare paghe basse , al lavoro senza orario, le persone costrette ad avere disprezzo per la propria salute, quelle che hanno preventivamente rinunciato a rivendicazioni politiche e sindacali, gli extracomunitari che sono preferiti e accolti. Quel che i capitalisti invocano dai governi è l'abbassamento della curva dei salari attraverso la presenza di morti di fame.

Nell'industria norditaliana la componente extracomunitaria è rilevante. Siamo oltre i due milioni di persone, quanto sarebbe stato sufficiente a dare un'alternativa alla disoccupazione meridionale. Si è preferito dare spazio alla componente più debole dell'esercito industriale di riserva, e non certo in omaggio a un principio di umanità, come ben evidenziano le condizioni disumane in cui vivono gli extracomunitari non ingaggiati al lavoro, ma per ottenere bassi salari e innalzare il grado di sfruttamento del lavoro dipendente. Due milioni di salvataggi non incidono il problema della fame e della disperazione del Sud del mondo, che riguarda tre o quattro miliardi di esseri umani. Più generoso sarebbe stato aprire la frontiere ai prodotti agricoli e dell'allevamento africani e latino americani.

Comunque, extracomunitari o meno, c'è uno Stato italiano, e questo Stato deve affrontare i problemi del Mezzogiorno, illusoriamente posto nel grembo di una società nazionale su cui lo Stato esercita la sua sovranità. Le famiglie hanno investito e investono enormi risorse su questi loro figli, estromessi dalla vita sociale. Si tratta di cifre da capogiro, che vanno dai 150 mila euro ai 400 mila euro pro capite. Moltiplicando per due o tre milioni di disoccupati si arriva alle migliaia di miliardi che il Sud butta nel cesso nazionale a ogni generazione. Ma le cifre sono un'escogitazione statistica. Quel che conta è l'esistenza morale di questi giovani. O il sistema affronta il problema, o crolla..

Fonte:Eleaml

.
.
Leggi tutto »
Di Nicola Zitara


E' dal 1750 che in Europa la popolazione contadina diminuisce a favore dell'Industria e dei Servizi. A questo movimento ha contribuito il progresso tecnologico, che ha determinato il passaggio dalla organizzazione feudale, noncurante rispetto al tema della produttività del lavoro, al sistema della proprietà borghese caratterizzata da una forte esosità verso il contadino.

Sul finire del regno borbonico, a distanza di cento anni, cioè verso il 1860, le statistiche registravano una componente contadina del 48 per cento sulla popolazione attiva. Ottanta anni dopo, al tempo del fascismo, i contadini erano circa il 40 per cento degli italiani. La 'grande trasformazione' si ebbe negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo XX, con lo sviluppo del settore Industria, della Scuola di massa e del Sistema sanitario. Sette milioni (e forse più) di contadini meridionali presero il treno per cerare un lavoro in Germania, in Svizzera, nel Norditalia. L'emigrazione ebbe la funzione di una valvola di sfogo delle tensioni sociali, salvando il sistema capitalistico mediante un sostegno al reddito familiare. E dove l'emigrazione non apparve bastevole, s'intervenne con l'assistenzialismo, il clientelismo, la dilatazione del Pubblico Impiego, ingolfando così i servizi fino a renderli scarsamente 'servizievoli' (Scuola, Sanità, Comuni, Regioni etc.). Ovviamente le eccedenze di popolazione attiva non si sono formate più in campagna, ma in città, dove si è nato un nuovo esercito di riserva del lavoro salariato e impiegatizio che, nel Suditalia, raggiunge tra il 30 e il 40 per cento di ben due generazioni, quelle dei nati negli anni '60/'70 e quella dei nati negli anni '80/'90.

Appassita l'agricoltura, bloccata l'industria fordista della catena di montaggio, ridimensionata la spesa pubblica a favore dello Stato Sociale, tramontato l'artigianato dei servizi, favorita una specie di corporazione illiberista, o il monopolio di stampo quasi mafioso, nei servizi di aggiustaggio, i giovani meridionali si sono riversati nelle università, in tal modo allungando gli anni della formazione. Oggi questi giovani sono una marea montante, ma manca la risacca di un intervento statale. I giovani che mi vedo attorno sono un mare di speranze frustrate, di speranze inquinate dalla coscienza dell'inutile attesa. Gli anni passano, ma non si leva un solo filo di vento a muovere le onde. La stessa identità personale vacilla, si corrode, crolla in molti casi. Il mondo (e non il sistema) diventa un nemico. Ma l'Italia politica, la greppia politico-parlamentare romana, locale provinciale, il grande padronato bancario e industriale restano sordi al grido disperato, muto, indifferente alla disperazione giovanile che incalza per le vie delle grandi città, dei paesi, dei borghi. Il capitalismo ha le sue regole: impiega gli uomini che gli servono: gli individui e i gruppi nazionali più pieghevoli, più malleabili, quelli disposti ad accettare paghe basse , al lavoro senza orario, le persone costrette ad avere disprezzo per la propria salute, quelle che hanno preventivamente rinunciato a rivendicazioni politiche e sindacali, gli extracomunitari che sono preferiti e accolti. Quel che i capitalisti invocano dai governi è l'abbassamento della curva dei salari attraverso la presenza di morti di fame.

Nell'industria norditaliana la componente extracomunitaria è rilevante. Siamo oltre i due milioni di persone, quanto sarebbe stato sufficiente a dare un'alternativa alla disoccupazione meridionale. Si è preferito dare spazio alla componente più debole dell'esercito industriale di riserva, e non certo in omaggio a un principio di umanità, come ben evidenziano le condizioni disumane in cui vivono gli extracomunitari non ingaggiati al lavoro, ma per ottenere bassi salari e innalzare il grado di sfruttamento del lavoro dipendente. Due milioni di salvataggi non incidono il problema della fame e della disperazione del Sud del mondo, che riguarda tre o quattro miliardi di esseri umani. Più generoso sarebbe stato aprire la frontiere ai prodotti agricoli e dell'allevamento africani e latino americani.

Comunque, extracomunitari o meno, c'è uno Stato italiano, e questo Stato deve affrontare i problemi del Mezzogiorno, illusoriamente posto nel grembo di una società nazionale su cui lo Stato esercita la sua sovranità. Le famiglie hanno investito e investono enormi risorse su questi loro figli, estromessi dalla vita sociale. Si tratta di cifre da capogiro, che vanno dai 150 mila euro ai 400 mila euro pro capite. Moltiplicando per due o tre milioni di disoccupati si arriva alle migliaia di miliardi che il Sud butta nel cesso nazionale a ogni generazione. Ma le cifre sono un'escogitazione statistica. Quel che conta è l'esistenza morale di questi giovani. O il sistema affronta il problema, o crolla..

Fonte:Eleaml

.
.

giovedì 10 dicembre 2009

Sud indipendente: le risorse per il decollo ci sono



Di Nicola Zitara

Le formazioni sociali evolvono in forza del progresso tecnico. Questo si muove, di regola, in forma lineare, ma è capitato anche che lo facesse in modo rivoluzionario, sia in avanti sia all’indietro (Medio Evo). Il balzo avanti più vicino a noi è dato dalla Rivoluzione industriale, la quale ebbe inizio sul finire del 1700 ed è ancora in fase di svolgimento. L’Asia continentale solo da una quarantina d’anni a questa parte l’ha raggiunta; ora la sta raggiungendo l’America latina e ancora la deve raggiungere parte del Continente africano.

L’Italia meridionale ha registrato, in questo campo, un modesto avvio e poi è stata bloccata per il venir meno del capitale di partenza accumulato dallo Stato borbonico.

Il capitale di partenza, o accumulazione primitiva, o accumulazione originaria, o accumulazione selvaggia – a seconda delle visioni dei trattatisti – in Inghilterra e in Francia è stato, almeno in parte, formato dal commercio mondiale e dai saccheggi coloniali. I paesi che hanno seguito l’esempio inglese e francese hanno invece dovuto fare ricorso ad altre forme di accumulazione. La Germania e il Giappone hanno beneficiato del patriottismo e della razionalità del grande padronato fondiario, l’Italia e gli Stati Uniti, invece, hanno potuto formare una loro accumulazione originaria creando una colonia interna attraverso, nel primo caso una guerra di unificazione, e nel secondo caso una guerra di secessione.

In entrambi i paesi sono state le Banche d’emissione e l’emissione di banconote a creare dei mezzi cartacei di pagamento in sostituzione dell’oro e dell’argento, spogliando così gli agricoltori e specialmente i contadini.

In verità, un forte processo di accumulazione capitalistica attraverso la carta bancaria si ebbe nel Regno Borbonico a partire dal 1818. le Fedi di credito erano un’antica istituzione dei Banchi napoletani, consistente in un foglietto di credito rilasciato in cambio di un deposito. Questi crediti circolavano con estrema facilità nel Regno meridionale, consentendo ai Banchi di trattenere come riserva l’argento monetato e di emettere anche biglietti allo scoperto.

Nel 1818 il Cavaliere de’Medici, ministro del tesoro di Ferdinando I, unificati i Banchi nell’unico Banco delle Due Sicilie, collegò questo al ministero del tesoro, mettendo così a disposizione dello stesso circa la metà dei depositi che affluivano alle casse del Banco, mentre l’altra metà rimaneva come riserva di cassa. Questo modello ebbe un gran successo e nel corso di quaranta anni circa, tra il 1818 e il 1861, i depositi salirono da 20 milioni a circa 250 milioni di ducati (pari all’incirca a un miliardo di franchi francesi e piemontesi). Corrispondentemente salì la facoltà di spesa dello Stato Borbonico, il quale, specialmente per iniziativa di Ferdinando II, investì ingenti somme nell’attrezzatura dei porti, nella creazione di una grande marina mercantile e di industrie siderurgiche e meccaniche statali e private.

L’Italia fu unificata nel 1861 e già nel 1866 il governo nazionale provvide a sottomettere alla Banca Nazionale di Torino tutte le altre banche, facendo di essa una vera banca centrale di emissione. Venne infatti decretato il corso forzoso dei suoi biglietti. Un anno dopo l’altro l’oro e l’argento scomparvero dalla circolazione. Le monete metalliche in oro e in argento non erano proprietà dello stato e neppure della Banca Centrale, ma proprietà dei cittadini. Con il corso forzoso dei biglietti della Banca Nazionale, la ricchezza circolante venne requisita e amministrata dalla stessa. La Banca Nazionale, in forza delle riserve e dei privilegi rubati, poté emettere circa dieci miliardi di lire in banconote, che vennero distribuite a pioggia alle Casse di Risparmio, alle Banche Cooperative e alle banche private sorte a centinaia nel Centrosettentrione. L’accumulazione primitiva del sistema capitalistico padano fu realizzata attraverso questa procedura.

Il Meridione che volesse progettare l’accumulazione primitiva in uno stato indipendente, non può approfittare del modello di sviluppo delle Tigri Asiatiche, della Cina e dell’India, perché non ha più un retroterra agricolo e contadino a cui far pagare il prezzo dell’accumulazione di partenza. Tuttavia come nel passato borbonico, la circolazione monetaria esistente (in euro), se disciplinata da un’unica banca centrale, è ampiamente sufficiente a sostenere investimenti di medio e lungo periodo. In sostanza, il problema di un futuro del Sud italiano non è economico, ma politico

Fonte:
Eleaml
Leggi tutto »


Di Nicola Zitara

Le formazioni sociali evolvono in forza del progresso tecnico. Questo si muove, di regola, in forma lineare, ma è capitato anche che lo facesse in modo rivoluzionario, sia in avanti sia all’indietro (Medio Evo). Il balzo avanti più vicino a noi è dato dalla Rivoluzione industriale, la quale ebbe inizio sul finire del 1700 ed è ancora in fase di svolgimento. L’Asia continentale solo da una quarantina d’anni a questa parte l’ha raggiunta; ora la sta raggiungendo l’America latina e ancora la deve raggiungere parte del Continente africano.

L’Italia meridionale ha registrato, in questo campo, un modesto avvio e poi è stata bloccata per il venir meno del capitale di partenza accumulato dallo Stato borbonico.

Il capitale di partenza, o accumulazione primitiva, o accumulazione originaria, o accumulazione selvaggia – a seconda delle visioni dei trattatisti – in Inghilterra e in Francia è stato, almeno in parte, formato dal commercio mondiale e dai saccheggi coloniali. I paesi che hanno seguito l’esempio inglese e francese hanno invece dovuto fare ricorso ad altre forme di accumulazione. La Germania e il Giappone hanno beneficiato del patriottismo e della razionalità del grande padronato fondiario, l’Italia e gli Stati Uniti, invece, hanno potuto formare una loro accumulazione originaria creando una colonia interna attraverso, nel primo caso una guerra di unificazione, e nel secondo caso una guerra di secessione.

In entrambi i paesi sono state le Banche d’emissione e l’emissione di banconote a creare dei mezzi cartacei di pagamento in sostituzione dell’oro e dell’argento, spogliando così gli agricoltori e specialmente i contadini.

In verità, un forte processo di accumulazione capitalistica attraverso la carta bancaria si ebbe nel Regno Borbonico a partire dal 1818. le Fedi di credito erano un’antica istituzione dei Banchi napoletani, consistente in un foglietto di credito rilasciato in cambio di un deposito. Questi crediti circolavano con estrema facilità nel Regno meridionale, consentendo ai Banchi di trattenere come riserva l’argento monetato e di emettere anche biglietti allo scoperto.

Nel 1818 il Cavaliere de’Medici, ministro del tesoro di Ferdinando I, unificati i Banchi nell’unico Banco delle Due Sicilie, collegò questo al ministero del tesoro, mettendo così a disposizione dello stesso circa la metà dei depositi che affluivano alle casse del Banco, mentre l’altra metà rimaneva come riserva di cassa. Questo modello ebbe un gran successo e nel corso di quaranta anni circa, tra il 1818 e il 1861, i depositi salirono da 20 milioni a circa 250 milioni di ducati (pari all’incirca a un miliardo di franchi francesi e piemontesi). Corrispondentemente salì la facoltà di spesa dello Stato Borbonico, il quale, specialmente per iniziativa di Ferdinando II, investì ingenti somme nell’attrezzatura dei porti, nella creazione di una grande marina mercantile e di industrie siderurgiche e meccaniche statali e private.

L’Italia fu unificata nel 1861 e già nel 1866 il governo nazionale provvide a sottomettere alla Banca Nazionale di Torino tutte le altre banche, facendo di essa una vera banca centrale di emissione. Venne infatti decretato il corso forzoso dei suoi biglietti. Un anno dopo l’altro l’oro e l’argento scomparvero dalla circolazione. Le monete metalliche in oro e in argento non erano proprietà dello stato e neppure della Banca Centrale, ma proprietà dei cittadini. Con il corso forzoso dei biglietti della Banca Nazionale, la ricchezza circolante venne requisita e amministrata dalla stessa. La Banca Nazionale, in forza delle riserve e dei privilegi rubati, poté emettere circa dieci miliardi di lire in banconote, che vennero distribuite a pioggia alle Casse di Risparmio, alle Banche Cooperative e alle banche private sorte a centinaia nel Centrosettentrione. L’accumulazione primitiva del sistema capitalistico padano fu realizzata attraverso questa procedura.

Il Meridione che volesse progettare l’accumulazione primitiva in uno stato indipendente, non può approfittare del modello di sviluppo delle Tigri Asiatiche, della Cina e dell’India, perché non ha più un retroterra agricolo e contadino a cui far pagare il prezzo dell’accumulazione di partenza. Tuttavia come nel passato borbonico, la circolazione monetaria esistente (in euro), se disciplinata da un’unica banca centrale, è ampiamente sufficiente a sostenere investimenti di medio e lungo periodo. In sostanza, il problema di un futuro del Sud italiano non è economico, ma politico

Fonte:
Eleaml

venerdì 4 dicembre 2009

L’irrinunciabilità e l’urgenza di uno stato meridionale indipendente



Di Nicola Zitara

L’Italia è una società che sta andando in pezzi. Reagiscono soltanto gli stronzobossisti che, come i corvi de “La peste”, si lanciano a satollarsi sulla carogna in putrefazione. Lo stesso sindacato è un reale nemico del Sud perché si allea effettivamente con la parte egemone del territorio italiano, dove garantisce la Cassa Integrazione Guadagni, mentre malignamente dimentica la disoccupazione meridionale.

Il Mezzogiorno paga duramente la crisi per l’assenza di un suo stato indipendente. Ma cos’è lo stato? Qual è la funzione nella nazione di appartenenza (o eventualmente in un mondo con un solo stato)? La funzione dello stato cambia al cambiamento dei rapporti giuridici di produzione. Stato è una parola astratta che si concretizza, secondo i dettami dei giuristi, in un territorio, in un popolo e nella sovranità su entrambi. I primi due elementi sono intuitivi, il terzo elemento è alquanto complesso e mutevole nel tempo. La sovranità non è infatti riducibile al potere militare né a quello di esercitare la giustizia penale e civile. Neanche possiamo restringere gli aspetti economici della sovranità al fatto fiscale e alla spesa pubblica. Lo stato, o meglio il potere umano che lo dirige, invade settori vastissimi della economia privata e familiare.

La Grecia antica e Roma fondavano colonie per offrire terreni coltivabili alla popolazione in soprannumero. Altri esempi: a Roma repubblicana e imperiale vigevano calmieri per ogni derrata alimentare. L’Annona distribuiva pane, olive e olio ai proletari. Nel Regno di Napoli, e credo dovunque, il prezzo del grano era fissato per decreto reale. Si tratta di esemplificazioni, relative al passato, ma basta avere un’idea del contenuto di un codice civile di qualunque nazione moderna per convincersi che lo stato disciplina ogni aspetto dei rapporti di produzione e di scambio. Per un diverso aspetto, attraverso la spesa pubblica interviene direttamente nella vita economica e nelle attività capitalistiche della nazione. E’ questo potere che sta alla base dello storico divario tra Nord e Sud dello stato italiano. Fu infatti il governo unitario ad evirare il Banco delle Due Sicilie e a permettere alla Banca Nazionale di Genova e di Torino di moltiplicare per cento la sua circolazione fiduciaria; furono i governi nazionali a stroncare la rivoluzione agraria in atto nel Meridione al tempo della guerra doganale con la Francia. Più vicino a noi è il caso della Ricostruzione postbellica a partire dal 1946-1947 allorché il Sud fu sacrificato sull’altare del rilancio del triangolo industriale Genova-Torino-Milano e delle cooperative emiliane. Del tutto attuale è la clamorosa beffa del dirottamento delle risorse comunitarie, destinate al Sud, a favore delle industrie centrosettentrionali in crisi.

Oggi in Italia più del 50% delle risorse prodotte nazionalmente sono incassate e ridistribuite dallo stato. La cifra può spaventare ma bisogna riflettere anche che i servizi pubblici e la spesa per investimenti migliorano l’esistenza attuale e quella futura. Diversamente che nelle società contadine i sistemi tributari moderni non affamano i produttori-consumatori ma si limitano ad incidere il surplus prodotto da ciascun membro della società.

Popolazione e territorio sottoposti ad una sovranità non sono uniformi. Esiste un clichè dell’italiano o del francese ma si tratta di clichè fasulli. Ci sono i ricchi, i poveri, i meridionali, e i settentrionali, i capitalisti e i proletari, le zone di alta occupazione e le zone di disoccupazione. Spesse volte queste ultime sono create deliberatamente da chi governa. Si sostiene che alla partenza una o più regioni di un Paese nel momento dell’avvio del suo decollo industriale esprimessero dei gruppi dirigenti più agguerriti; che disponessero di vantaggi geofisici, ad esempio: fiumi navigabili, miniere di ferro o di carbone. In Italia questo tipo di vantaggi fu legato alle cascate alpine al tempo della prima industrializzazione. Logicamente tali richiami servono a farci dimenticare la politica di emissioni cartacee bancarie fortemente favorevole alle regioni del triangolo Liguria-Lombardia-Piemonte. Nella stessa Napoli borbonica l’interland napoletano, che era il più avanzato industrialmente a livello italiano, fu fortemente favorito dalle emissioni di carta bancaria da parte del Banco delle Due Sicilie. Fatta l’unità d’Italia, la Nazione Napoletana e la Nazione siciliana (Siculi e Jtalòi ) perdettero ogni difesa militare e quindi bancaria. La difesa militare si trasferì ai confini della Padana col risultato di mettere il Sud nelle mani di un esercito nemico. La secolare attrazione centripeta di Milano su tutta l’area padana e sulle sue città ex capitali partorì una capitale d’Italia diversa da Roma nella pratica, anche se non nella forma. Roma divenne un emissario politico degli interessi specifici delle classi capitalistiche emergenti in Padana. Questa è storia nota più o meno a tutti.

Il problema che qui si vuole evidenziare è che la degradazione di Napoli da capitale di uno stato a capoluogo di provincia coinvolse i settori capitalistici emergenti al tempo di Ferdinando II. Questi non ebbero la forza politica, sebbene disponessero di risorse sufficienti, di mettersi alla pari con la classe dirigente padana e di pretendere, ed imporre , che l’intero Mezzogiorno sostenesse se stesso e non lo sviluppo padano.

Il ritorno all’indipendenza è necessario e urgente per sopperire allo squilibrio che dura da 150 anni. Oggi il Sud gravita economicamente sulla sua efficienza coloniale, la quale ha due aspetti fondamentali. Il primo è la distribuzione dei prodotti industriali, agricoli e del terziario padano, dalla quale ottiene il cosiddetto ricarico commerciale, il valore aggiunto che va al terziario locale. L’altra fonte di sussistenza è la corruzione clientelare. La Regione Lombardia ha 4000 addetti, la Regione Sicilia, un po meno popolosa, ne ha 23000. Ovviamente si tratta di assistenza carpita all’intera nazione, ma ad essere corrotti non sono solo i politici siciliani. La politica nazionale, non volendo affrontare i problemi siciliani ha creato una classe “cuscinetto” a favore dell’unità politica. Discorso consimile si può fare per tutte le mafie meridionali, le quali si adoperano a calmierare le possibili ripercussioni sociali e politiche della disoccupazione con un drenaggio di profitti realizzati nelle altre parti del Paese e, pare, in tutto il mondo.

Il punto nevralgico del discorso è proprio l’inoccupazione meridionale. Statisticamente nel Nord italiano sono attive 67 persone (su 100 in età di lavoro), mentre il Sud ne ha meno del 50 %. La differenza di 17 punti percentuali suggerisce che l’inoccupazione colpisce 3.500.000 lavoratori su un totale di 20.000.000 di abitanti. Uscire da questa trappola non è, a rigor di logica, impossibile, basterebbe produrre le sedie su cui ci sediamo, i chiodi, i profilati ferro, le lampadine, i libri scolastici e non scolastici, i computer, i televisori, le biciclette, i palloni di cuoio e le palle di gomma, e molte altre cose ancora tutt’altro che appartenenti all’empireo della modernità. Ma dove troveremo le risorse per fare tutto questo? Faremo come fece Ferdinando IV restaurato e come fece l’Italia unita: fonderemo lo sviluppo sulla moneta creditizia e sulla accumulazione primitiva bancaria.

Fonte:Eleaml

.

Leggi tutto »


Di Nicola Zitara

L’Italia è una società che sta andando in pezzi. Reagiscono soltanto gli stronzobossisti che, come i corvi de “La peste”, si lanciano a satollarsi sulla carogna in putrefazione. Lo stesso sindacato è un reale nemico del Sud perché si allea effettivamente con la parte egemone del territorio italiano, dove garantisce la Cassa Integrazione Guadagni, mentre malignamente dimentica la disoccupazione meridionale.

Il Mezzogiorno paga duramente la crisi per l’assenza di un suo stato indipendente. Ma cos’è lo stato? Qual è la funzione nella nazione di appartenenza (o eventualmente in un mondo con un solo stato)? La funzione dello stato cambia al cambiamento dei rapporti giuridici di produzione. Stato è una parola astratta che si concretizza, secondo i dettami dei giuristi, in un territorio, in un popolo e nella sovranità su entrambi. I primi due elementi sono intuitivi, il terzo elemento è alquanto complesso e mutevole nel tempo. La sovranità non è infatti riducibile al potere militare né a quello di esercitare la giustizia penale e civile. Neanche possiamo restringere gli aspetti economici della sovranità al fatto fiscale e alla spesa pubblica. Lo stato, o meglio il potere umano che lo dirige, invade settori vastissimi della economia privata e familiare.

La Grecia antica e Roma fondavano colonie per offrire terreni coltivabili alla popolazione in soprannumero. Altri esempi: a Roma repubblicana e imperiale vigevano calmieri per ogni derrata alimentare. L’Annona distribuiva pane, olive e olio ai proletari. Nel Regno di Napoli, e credo dovunque, il prezzo del grano era fissato per decreto reale. Si tratta di esemplificazioni, relative al passato, ma basta avere un’idea del contenuto di un codice civile di qualunque nazione moderna per convincersi che lo stato disciplina ogni aspetto dei rapporti di produzione e di scambio. Per un diverso aspetto, attraverso la spesa pubblica interviene direttamente nella vita economica e nelle attività capitalistiche della nazione. E’ questo potere che sta alla base dello storico divario tra Nord e Sud dello stato italiano. Fu infatti il governo unitario ad evirare il Banco delle Due Sicilie e a permettere alla Banca Nazionale di Genova e di Torino di moltiplicare per cento la sua circolazione fiduciaria; furono i governi nazionali a stroncare la rivoluzione agraria in atto nel Meridione al tempo della guerra doganale con la Francia. Più vicino a noi è il caso della Ricostruzione postbellica a partire dal 1946-1947 allorché il Sud fu sacrificato sull’altare del rilancio del triangolo industriale Genova-Torino-Milano e delle cooperative emiliane. Del tutto attuale è la clamorosa beffa del dirottamento delle risorse comunitarie, destinate al Sud, a favore delle industrie centrosettentrionali in crisi.

Oggi in Italia più del 50% delle risorse prodotte nazionalmente sono incassate e ridistribuite dallo stato. La cifra può spaventare ma bisogna riflettere anche che i servizi pubblici e la spesa per investimenti migliorano l’esistenza attuale e quella futura. Diversamente che nelle società contadine i sistemi tributari moderni non affamano i produttori-consumatori ma si limitano ad incidere il surplus prodotto da ciascun membro della società.

Popolazione e territorio sottoposti ad una sovranità non sono uniformi. Esiste un clichè dell’italiano o del francese ma si tratta di clichè fasulli. Ci sono i ricchi, i poveri, i meridionali, e i settentrionali, i capitalisti e i proletari, le zone di alta occupazione e le zone di disoccupazione. Spesse volte queste ultime sono create deliberatamente da chi governa. Si sostiene che alla partenza una o più regioni di un Paese nel momento dell’avvio del suo decollo industriale esprimessero dei gruppi dirigenti più agguerriti; che disponessero di vantaggi geofisici, ad esempio: fiumi navigabili, miniere di ferro o di carbone. In Italia questo tipo di vantaggi fu legato alle cascate alpine al tempo della prima industrializzazione. Logicamente tali richiami servono a farci dimenticare la politica di emissioni cartacee bancarie fortemente favorevole alle regioni del triangolo Liguria-Lombardia-Piemonte. Nella stessa Napoli borbonica l’interland napoletano, che era il più avanzato industrialmente a livello italiano, fu fortemente favorito dalle emissioni di carta bancaria da parte del Banco delle Due Sicilie. Fatta l’unità d’Italia, la Nazione Napoletana e la Nazione siciliana (Siculi e Jtalòi ) perdettero ogni difesa militare e quindi bancaria. La difesa militare si trasferì ai confini della Padana col risultato di mettere il Sud nelle mani di un esercito nemico. La secolare attrazione centripeta di Milano su tutta l’area padana e sulle sue città ex capitali partorì una capitale d’Italia diversa da Roma nella pratica, anche se non nella forma. Roma divenne un emissario politico degli interessi specifici delle classi capitalistiche emergenti in Padana. Questa è storia nota più o meno a tutti.

Il problema che qui si vuole evidenziare è che la degradazione di Napoli da capitale di uno stato a capoluogo di provincia coinvolse i settori capitalistici emergenti al tempo di Ferdinando II. Questi non ebbero la forza politica, sebbene disponessero di risorse sufficienti, di mettersi alla pari con la classe dirigente padana e di pretendere, ed imporre , che l’intero Mezzogiorno sostenesse se stesso e non lo sviluppo padano.

Il ritorno all’indipendenza è necessario e urgente per sopperire allo squilibrio che dura da 150 anni. Oggi il Sud gravita economicamente sulla sua efficienza coloniale, la quale ha due aspetti fondamentali. Il primo è la distribuzione dei prodotti industriali, agricoli e del terziario padano, dalla quale ottiene il cosiddetto ricarico commerciale, il valore aggiunto che va al terziario locale. L’altra fonte di sussistenza è la corruzione clientelare. La Regione Lombardia ha 4000 addetti, la Regione Sicilia, un po meno popolosa, ne ha 23000. Ovviamente si tratta di assistenza carpita all’intera nazione, ma ad essere corrotti non sono solo i politici siciliani. La politica nazionale, non volendo affrontare i problemi siciliani ha creato una classe “cuscinetto” a favore dell’unità politica. Discorso consimile si può fare per tutte le mafie meridionali, le quali si adoperano a calmierare le possibili ripercussioni sociali e politiche della disoccupazione con un drenaggio di profitti realizzati nelle altre parti del Paese e, pare, in tutto il mondo.

Il punto nevralgico del discorso è proprio l’inoccupazione meridionale. Statisticamente nel Nord italiano sono attive 67 persone (su 100 in età di lavoro), mentre il Sud ne ha meno del 50 %. La differenza di 17 punti percentuali suggerisce che l’inoccupazione colpisce 3.500.000 lavoratori su un totale di 20.000.000 di abitanti. Uscire da questa trappola non è, a rigor di logica, impossibile, basterebbe produrre le sedie su cui ci sediamo, i chiodi, i profilati ferro, le lampadine, i libri scolastici e non scolastici, i computer, i televisori, le biciclette, i palloni di cuoio e le palle di gomma, e molte altre cose ancora tutt’altro che appartenenti all’empireo della modernità. Ma dove troveremo le risorse per fare tutto questo? Faremo come fece Ferdinando IV restaurato e come fece l’Italia unita: fonderemo lo sviluppo sulla moneta creditizia e sulla accumulazione primitiva bancaria.

Fonte:Eleaml

.

lunedì 30 novembre 2009

sabato 28 novembre 2009

Zitara sul Brigantaggio



Zitara commenta il filmato, proietttato a Reggio, Uomini e Briganti a cura di Vinceti.
Leggi tutto »


Zitara commenta il filmato, proietttato a Reggio, Uomini e Briganti a cura di Vinceti.

martedì 11 agosto 2009

Zitara in "Uomini d'Onore" part. 4



Scene del documentario "Uomini d'Onore"
Leggi tutto »


Scene del documentario "Uomini d'Onore"

Zitara in "Uomini d'Onore" part. 3



Scene del documentario "Uomini d'Onore"
Leggi tutto »


Scene del documentario "Uomini d'Onore"

lunedì 10 agosto 2009

Zitara in "Uomini d'Onore" part 2



Scene del documentario "Uomini d'Onore"
Leggi tutto »


Scene del documentario "Uomini d'Onore"

Zitara in "Uomini d'Onore" part 1



Scene del documentario "Uomini d'Onore"
Leggi tutto »


Scene del documentario "Uomini d'Onore"

sabato 25 aprile 2009

La retorica del 25 aprile


Di Nicola Zitara


Il pane che mangiamo non ci viene dalla Toscopadana, ma è frutto del nostro lavoro, del lavoro dei nostri padri e madri, e in termini politici della nostra schiavitù. Non è nostro, invece, il 25 aprile, il giorno in cui i tedeschi, che occupavano la Padana, chiesero la resa alle forze angloamericane che li avevano sconfitti.


Fra i combattenti antinazisti c’erano anche i partigiani toscopadani, fra cui qualche meridionale che, tagliato fuori dal suo paese, a causa del fronte di Cassino, si era dato alla macchia per sottrarsi alla deportazione in Germania.

Ma ciò non basta a fare nostro il 25 aprile.
Solo il servilismo e un’insulsa retorica può farcelo celebrare come nostro.

Certo servilismo. Infatti, soltanto questo può spiegare come la stessa cosa fatta dalle popolazioni meridionali contro gli invasori e saccheggiatori francesi, prima, e poi contro gli invasori e saccheggiatori sabaudi, debba chiamarsi brigantaggio, e perché Frabrizio Ruffo, uno degli uomini migliori e dei più abili condottieri che il Sud abbia mai prodotto non debba avere i riconoscimenti che ottiene un bullo resistenziale del tipo Giorgio Bocca..


C’era una data, il 4 novembre, che gli italiani e gli italici celebravano assieme giustamente, perché il sangue dei meridionali e dei toscopadani si era mescolato per gli stessi rivoli di morte sulle giogaie alpine, per difendere Milano e Venezia da un ritorno del tallone tedesco e riportare alla Padana le terre trentine e giuliane, e le belle città di Trento e Trieste.

Era il giorno che celebrava il dono che i contadini meridionali avevano fatto alla patria, da cui speravano un riconoscimento egualitario.

Ma la celebrazione è stata retrocessa nel calendario delle festività nazionali in posizione secondaria. I marmorei monumenti ai caduti, obolo dei superstiti al ricordo dell’immane carneficina, troneggiano ancora su ogni piazza d’Italia a simboleggiare un passato senza ricordo.
Prima o poi un qualche ministro bossista li farà rimuovere, in quanto non appartenenti al comune sentire.
E a ragione.

Infatti il sogno mazziniano di fare l’Italia-una, con Roma capitale a saldare i due tronconi, se vitalità aveva avuto nell’olocausto delle plebi in grigioverde, si spense nel 1943, allorché gli angloamericani furono bloccati nella loro avanzata un centinaio di chilometri a nord di Napoli.
Il Sud ebbe la sua liberazione due anni prima, mentre la Toscopadana pativa mille sofferenze umane e familiari.
Fu la dura esperienza della guerra civile che portò i padani a ripudiare le basi ideologiche dello stato sabaudo su cui avevano organizzato lo stato nazionale e con cui aveva assoggettato il Sud nel 1860, e le stesse basi ideologiche del fascismo, con cui avevano rinsaldato il sistema padanista dopo il Biennio rosso. Repubblica, Democrazia, Resistenza, Bella ciao.

Il 25 aprile del 1945 inaugura la nuova dittatura di Milano sul paese.
Riccardo Lombardi, un socialista catanese che è il prefetto politico di Milano, fa e disfà i governi romani del Comitato di Liberazione Nazionale. Neanche la favolosa rimonta democristiana, due anni dopo, porta al riequilibrio il paese diviso e scompaginato. Il ministro del tesoro, Einaudi, spinge ogni briciola delle risorse nazionali verso la Padana da ricostruire.
Gli operai di Milano e di Torino hanno nuovamente il loro lavoro, quelli di Napoli cantano alla luna.

Lo stato finanzia i mezzadri rossi dell’Emilia e della Romagna, mentre le regioni che restano fuori del giro resistenziale, partendo dal Triveneto e scendendo attraverso le Marche e il Lazio fino al Sud, spalancano i confini alla fuga di una parte considerevole della loro popolazione.
Un dualismo nazionale di tale portata è possibile soltanto se la retorica è disseminata in ogni ganglio della società civile. La nefasta opera dei maestri elementari, già sperimentata con Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele e Mussolini, viene rimessa in opera a favore della Resistenza. La Toscopadana torna a trionfare, mentre il Sud, una botta dopo l’altra, cade in ginocchio e sputa sangue dalla bocca.


Ormai, a sua difesa non ha più neppure l’umile lavoro del contadino, la sua fame, e meno che mai il prodigioso monopolio mondiale delle produzioni agrumarie.
Certo il Sud serve tuttora alla Padana come massa di consumatori, come fruitore e finanziatore di valuta estera fift fift con il banchiere, che sfrutta la sua miracolosa capacità di narcotrafficare, nonché come produttore di truppa di pronto impiego, di carabinieri, di giudici e commissari di polizia. E se qualche volta il paese vacilla perché ha subodorato l’inganno resistenziale, la presa per i fondelli si affina e arriva qualcuno a sventolare il tricolore e a intonare l’inno di Mameli. Non sono un moralista, ma soltanto un uomo di questa terra che, essendo vissuto a lungo, ha visto inganni e dolori. Tutte le nazioni antiche e moderne – dall’Egitto dei faraoni agli odierni Stati Uniti d’America - hanno sofferto e soffrono dei mali di cui ho fatto soltanto un breve elenco emozionale.

Però non è scritto da nessuna parte che gli uomini elevati a cittadini debbano essere dei “coglioni”, secondo l’efficace definizione di un milanese che non traligna dalla migliore antropologia ambrosiana. Bossi no, in verità.
Fa, infatti, leghe e leghisti a Catania e periferia calabrese.

La lotta politica prevede i ribelli, gli scontenti, i delusi, gli avversari; la lotta per la libertà contempla la rivolta, l’insurrezione, la rivoluzione.

Da nessuna parte è scritto che le popolazioni meridionali, casomai volessero una o l’altra di dette cose, debbano chiedere la benedizione del cardinale di Milano, l’assenso del segretario della CGIL e dell’acrobatico incassatore di beffe berlusconiane, D’Alema, nonché il parere di Eugenio Scalfari e il placet di Alberto, Filippo, Carlo, Luca Maria Cordero di Monteprezzemolo.

Se il simpatico Bertinotti s’impappina in contorsioni riformistiche e si avvinghia in danze tarantolate per farsi accettare dai manager al servizio della famiglia Agnelli, dovremmo pur poter ridacchiare - e non perché la cosa è un inestetismo, ma perché le non celestiali parabole del riformismo padano sono ammirevolmente divertenti.


Il Meridione emunto è un paese che rappresenta ancora un terzo della popolazione dello stato. In detto emunto paese, un terzo della popolazione non ha mai visto un lavoro. Cosa mai ci può importare se la Fiat chiude o resta aperta, quando, nonostante il dato relativo alla nostra disoccupazione, il governo si adopera a stuzzicare gli extracomunitari ad approdare sulle nostre amate sponde?
E ancora: la domenica di Pasqua, due illustri giornalisti e commentari di ‘la Repubblica’, Alberto Statera e Ilvo Diamanti, hanno spiegato a Prodi e a tutta la sinistra che le più illustri regioni padane, le più nobili terre d’Italia, hanno votato a maggioranza Berlusconi perché lì la gente ha temuto che la sinistra al governo potesse tassare le case e le rendite finanziarie (Bot e depositi bancari).

I due, con il fazzoletto in mano, hanno invitato Prodi e il suo futuro governo a non dare un simile dispiacere alla parte più moderna e produttiva del paese.
Ovviamente l’interfaccia nascosta del discorso dice che a pagare saranno sempre i sudici Ciccio e Cola, magari attraverso un consistente aumento dell’IVA che, come imposta, quanto si è più ricchi tanto meno incide. La patria è in pericolo.
Ma questa volta non ci chiede di mandare contadini in grigioverde a difendere le Alpi.
Bastano le tasse.


Fonte: Elealm Siderno, 23 aprile 2006


Leggi tutto »

Di Nicola Zitara


Il pane che mangiamo non ci viene dalla Toscopadana, ma è frutto del nostro lavoro, del lavoro dei nostri padri e madri, e in termini politici della nostra schiavitù. Non è nostro, invece, il 25 aprile, il giorno in cui i tedeschi, che occupavano la Padana, chiesero la resa alle forze angloamericane che li avevano sconfitti.


Fra i combattenti antinazisti c’erano anche i partigiani toscopadani, fra cui qualche meridionale che, tagliato fuori dal suo paese, a causa del fronte di Cassino, si era dato alla macchia per sottrarsi alla deportazione in Germania.

Ma ciò non basta a fare nostro il 25 aprile.
Solo il servilismo e un’insulsa retorica può farcelo celebrare come nostro.

Certo servilismo. Infatti, soltanto questo può spiegare come la stessa cosa fatta dalle popolazioni meridionali contro gli invasori e saccheggiatori francesi, prima, e poi contro gli invasori e saccheggiatori sabaudi, debba chiamarsi brigantaggio, e perché Frabrizio Ruffo, uno degli uomini migliori e dei più abili condottieri che il Sud abbia mai prodotto non debba avere i riconoscimenti che ottiene un bullo resistenziale del tipo Giorgio Bocca..


C’era una data, il 4 novembre, che gli italiani e gli italici celebravano assieme giustamente, perché il sangue dei meridionali e dei toscopadani si era mescolato per gli stessi rivoli di morte sulle giogaie alpine, per difendere Milano e Venezia da un ritorno del tallone tedesco e riportare alla Padana le terre trentine e giuliane, e le belle città di Trento e Trieste.

Era il giorno che celebrava il dono che i contadini meridionali avevano fatto alla patria, da cui speravano un riconoscimento egualitario.

Ma la celebrazione è stata retrocessa nel calendario delle festività nazionali in posizione secondaria. I marmorei monumenti ai caduti, obolo dei superstiti al ricordo dell’immane carneficina, troneggiano ancora su ogni piazza d’Italia a simboleggiare un passato senza ricordo.
Prima o poi un qualche ministro bossista li farà rimuovere, in quanto non appartenenti al comune sentire.
E a ragione.

Infatti il sogno mazziniano di fare l’Italia-una, con Roma capitale a saldare i due tronconi, se vitalità aveva avuto nell’olocausto delle plebi in grigioverde, si spense nel 1943, allorché gli angloamericani furono bloccati nella loro avanzata un centinaio di chilometri a nord di Napoli.
Il Sud ebbe la sua liberazione due anni prima, mentre la Toscopadana pativa mille sofferenze umane e familiari.
Fu la dura esperienza della guerra civile che portò i padani a ripudiare le basi ideologiche dello stato sabaudo su cui avevano organizzato lo stato nazionale e con cui aveva assoggettato il Sud nel 1860, e le stesse basi ideologiche del fascismo, con cui avevano rinsaldato il sistema padanista dopo il Biennio rosso. Repubblica, Democrazia, Resistenza, Bella ciao.

Il 25 aprile del 1945 inaugura la nuova dittatura di Milano sul paese.
Riccardo Lombardi, un socialista catanese che è il prefetto politico di Milano, fa e disfà i governi romani del Comitato di Liberazione Nazionale. Neanche la favolosa rimonta democristiana, due anni dopo, porta al riequilibrio il paese diviso e scompaginato. Il ministro del tesoro, Einaudi, spinge ogni briciola delle risorse nazionali verso la Padana da ricostruire.
Gli operai di Milano e di Torino hanno nuovamente il loro lavoro, quelli di Napoli cantano alla luna.

Lo stato finanzia i mezzadri rossi dell’Emilia e della Romagna, mentre le regioni che restano fuori del giro resistenziale, partendo dal Triveneto e scendendo attraverso le Marche e il Lazio fino al Sud, spalancano i confini alla fuga di una parte considerevole della loro popolazione.
Un dualismo nazionale di tale portata è possibile soltanto se la retorica è disseminata in ogni ganglio della società civile. La nefasta opera dei maestri elementari, già sperimentata con Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele e Mussolini, viene rimessa in opera a favore della Resistenza. La Toscopadana torna a trionfare, mentre il Sud, una botta dopo l’altra, cade in ginocchio e sputa sangue dalla bocca.


Ormai, a sua difesa non ha più neppure l’umile lavoro del contadino, la sua fame, e meno che mai il prodigioso monopolio mondiale delle produzioni agrumarie.
Certo il Sud serve tuttora alla Padana come massa di consumatori, come fruitore e finanziatore di valuta estera fift fift con il banchiere, che sfrutta la sua miracolosa capacità di narcotrafficare, nonché come produttore di truppa di pronto impiego, di carabinieri, di giudici e commissari di polizia. E se qualche volta il paese vacilla perché ha subodorato l’inganno resistenziale, la presa per i fondelli si affina e arriva qualcuno a sventolare il tricolore e a intonare l’inno di Mameli. Non sono un moralista, ma soltanto un uomo di questa terra che, essendo vissuto a lungo, ha visto inganni e dolori. Tutte le nazioni antiche e moderne – dall’Egitto dei faraoni agli odierni Stati Uniti d’America - hanno sofferto e soffrono dei mali di cui ho fatto soltanto un breve elenco emozionale.

Però non è scritto da nessuna parte che gli uomini elevati a cittadini debbano essere dei “coglioni”, secondo l’efficace definizione di un milanese che non traligna dalla migliore antropologia ambrosiana. Bossi no, in verità.
Fa, infatti, leghe e leghisti a Catania e periferia calabrese.

La lotta politica prevede i ribelli, gli scontenti, i delusi, gli avversari; la lotta per la libertà contempla la rivolta, l’insurrezione, la rivoluzione.

Da nessuna parte è scritto che le popolazioni meridionali, casomai volessero una o l’altra di dette cose, debbano chiedere la benedizione del cardinale di Milano, l’assenso del segretario della CGIL e dell’acrobatico incassatore di beffe berlusconiane, D’Alema, nonché il parere di Eugenio Scalfari e il placet di Alberto, Filippo, Carlo, Luca Maria Cordero di Monteprezzemolo.

Se il simpatico Bertinotti s’impappina in contorsioni riformistiche e si avvinghia in danze tarantolate per farsi accettare dai manager al servizio della famiglia Agnelli, dovremmo pur poter ridacchiare - e non perché la cosa è un inestetismo, ma perché le non celestiali parabole del riformismo padano sono ammirevolmente divertenti.


Il Meridione emunto è un paese che rappresenta ancora un terzo della popolazione dello stato. In detto emunto paese, un terzo della popolazione non ha mai visto un lavoro. Cosa mai ci può importare se la Fiat chiude o resta aperta, quando, nonostante il dato relativo alla nostra disoccupazione, il governo si adopera a stuzzicare gli extracomunitari ad approdare sulle nostre amate sponde?
E ancora: la domenica di Pasqua, due illustri giornalisti e commentari di ‘la Repubblica’, Alberto Statera e Ilvo Diamanti, hanno spiegato a Prodi e a tutta la sinistra che le più illustri regioni padane, le più nobili terre d’Italia, hanno votato a maggioranza Berlusconi perché lì la gente ha temuto che la sinistra al governo potesse tassare le case e le rendite finanziarie (Bot e depositi bancari).

I due, con il fazzoletto in mano, hanno invitato Prodi e il suo futuro governo a non dare un simile dispiacere alla parte più moderna e produttiva del paese.
Ovviamente l’interfaccia nascosta del discorso dice che a pagare saranno sempre i sudici Ciccio e Cola, magari attraverso un consistente aumento dell’IVA che, come imposta, quanto si è più ricchi tanto meno incide. La patria è in pericolo.
Ma questa volta non ci chiede di mandare contadini in grigioverde a difendere le Alpi.
Bastano le tasse.


Fonte: Elealm Siderno, 23 aprile 2006


martedì 9 dicembre 2008

Gli esorcismi di Napolitano


Di Nicola Zitara


Nascere in un posto o in un altro è una condizione determinante della personalità.

Sul fanciullo che cresce si riversa l'intera storia del suo popolo.

Ogni uomo o donna è figlio di una madre e di un padre, ma anche della storia della nazione in cui avviene la sua crescita. I costumi, la religione, la lingua sopravvivono per decine e decine di generazioni.

Vincenzo Cuoco ha rilevato nel dialetto napoletano l'uso di parole coniate non meno di quattromila anni fa.

Decisiva per la vita di relazione è anche l'appartenenza a una o a un'altra area economica nazionale o regionale. L'esistenza di un meridionale è diversa da quella di un settentrionale, in quanto, come tutti sappiamo, Sud e Nord costituiscono, oltre che due aree nazionali con una storia particolare, anche due diverse formazioni economico-sociali da poco incluse (loro malgrado) nello stesso Stato sovrano.


Nei giorni scorsi, il presidente della Repubblica è stato indubbiamente sincero allorché ha esternato una cocente preoccupazione per la sua Napoli e per tutto il Meridione, in una fase della storia unitaria nella quale i rapporti fra le due formazioni sociali appaiono logorati e in evoluzione negativa.

Napolitano, che è una persona colta ed esperta in politica, sa bene che il nocciolo duro del dualismo non sta nella buona volontà del Nord padano e neppure nel degrado civile e morale del Sud, ma nel meccanismo che presiede agli investimenti economici, o per dirla in termini marxisti nei meccanismi attraverso cui opera l'accumulazione capitalistica.


Stando così le cose, l'alternativa razionale sarebbe questa: o l'Italia padana abbandona il sistema dell'iniziativa privata (quantomeno a livello di grandi imprese) o il Sud si separa dallo Stato cosiddetto italiano. Tuttavia nessun accadimento politico, che non sia una rivoluzione, potrebbe far deflettere i capitalisti padani dall'essere capitalisti.

Se in generale, neppure la questione ambientale - la minaccia alla vita del pianeta - ha fatto deflettere chi guida il sistema mondiale dalla logica del profitto, è illusorio immaginare che il sistema padano possa rinunziare a un meccanismo pagante soltanto per usare una cortesia ai meridionali.


Infatti, se razionalmente il problema è da terza elementare, dal punto di vista sociale e pratico la situazione presenta un groviglio d'interessi di classe difficile da dipanare.

Il sistema capitalistico padano non ha mai negato e non nega al Meridione l'ipotetico sviluppo della produzione e del lavoro a causa di sue idee razziste o per odio nazionale.


Al contrario le regole della sua crescita - in quanto crescita dell'accumulazione capitalistica - sono fissate dalla concorrenza di mercato, la quale comporta l'ininterrotta crescita della dimensione delle singole imprese. Per un'impresa che abbassa il costo di produzione ne cadono altre incapaci di abbassare il proprio.

Il correttivo corrente a questo competitivo crescere e declinare è rappresentato dall'allargamento degli sbocchi, cioè dalla dilatazione della platea dei consumatori tanto nella propria area politica quanto in aree esterne.

In corrispondenza con l'espansione degli sbocchi esterni emergono forme esplicite o dissimulate di colonialismo (anche interno, regionale) supportate da settori di tipo collaborazionista. (E non sempre i collaborazionisti sono consapevoli d'essere i traditori di sé stessi.)


Come in tutte le formazioni sociali a carattere coloniale, anche nel Meridione il più importante settore collaborazionista è stato il pubblico impiego, seguito dai dipendenti di imprese padane (ferrovieri, bancari, dell'elettricità etc).

Senza questa base di massa - che si è formata nel dopoguerra in sostituzione della rendita fondiaria, come derivato particolarmente favorito dal voto di scambio - il collaborazionismo del ceto politico meridionale sarebbe stato campato in aria.


Il sistema Italia affida a questo ceto la spesa pubblica, che al Sud è la fonte suprema del profitto privato.

Ma l'Italia padana ha stretto i freni, non spesa più il Welfare favoritistico.

La combinazione tra mercato unico europeo e lavoro extracontinentale mal pagato ha convinto l'establishment padano a cambiare cavallo, ad abbandonare al federalismo fiscale la massa impiegatizia meridionale (e quindi la spesa pubblica obbligatoria) e ad adottare come mezzo di trasporto del consenso una biga trainata dalla grande e media distribuzione e dagli apparati mafiosi.


Attraverso accordi di oligopolio, la distribuzione ha ottenuto che il prezzo delle merci sia costantemente crescente, e la mafia ha avuto la libertà di essere capitalismo a mano armata, con licenza di trasformare la violenza in profitto. La minutaglia segue.

Mal pagato, l'esercito del lavoro meridionale di riserva o mangia questa minestra o si butta dalla finestra.


L'avvertimento di Napolitano alla vecchia classe politica, da cui lui stesso viene, è stata una predica al vento. Sono lontani i tempi di Togliatti e Di Vittorio, dei cortei dietro la bandiera rossa. Oggi la classe politica ottiene soltanto il consenso che può pagare. Però le chiavi della cassaforte sono in mano a Tremonti e a Bossi, i quali preferiscono avere come referenti la distribuzione e la mafia.

Inserisci link


Fonte: Eleaml


.

Leggi tutto »

Di Nicola Zitara


Nascere in un posto o in un altro è una condizione determinante della personalità.

Sul fanciullo che cresce si riversa l'intera storia del suo popolo.

Ogni uomo o donna è figlio di una madre e di un padre, ma anche della storia della nazione in cui avviene la sua crescita. I costumi, la religione, la lingua sopravvivono per decine e decine di generazioni.

Vincenzo Cuoco ha rilevato nel dialetto napoletano l'uso di parole coniate non meno di quattromila anni fa.

Decisiva per la vita di relazione è anche l'appartenenza a una o a un'altra area economica nazionale o regionale. L'esistenza di un meridionale è diversa da quella di un settentrionale, in quanto, come tutti sappiamo, Sud e Nord costituiscono, oltre che due aree nazionali con una storia particolare, anche due diverse formazioni economico-sociali da poco incluse (loro malgrado) nello stesso Stato sovrano.


Nei giorni scorsi, il presidente della Repubblica è stato indubbiamente sincero allorché ha esternato una cocente preoccupazione per la sua Napoli e per tutto il Meridione, in una fase della storia unitaria nella quale i rapporti fra le due formazioni sociali appaiono logorati e in evoluzione negativa.

Napolitano, che è una persona colta ed esperta in politica, sa bene che il nocciolo duro del dualismo non sta nella buona volontà del Nord padano e neppure nel degrado civile e morale del Sud, ma nel meccanismo che presiede agli investimenti economici, o per dirla in termini marxisti nei meccanismi attraverso cui opera l'accumulazione capitalistica.


Stando così le cose, l'alternativa razionale sarebbe questa: o l'Italia padana abbandona il sistema dell'iniziativa privata (quantomeno a livello di grandi imprese) o il Sud si separa dallo Stato cosiddetto italiano. Tuttavia nessun accadimento politico, che non sia una rivoluzione, potrebbe far deflettere i capitalisti padani dall'essere capitalisti.

Se in generale, neppure la questione ambientale - la minaccia alla vita del pianeta - ha fatto deflettere chi guida il sistema mondiale dalla logica del profitto, è illusorio immaginare che il sistema padano possa rinunziare a un meccanismo pagante soltanto per usare una cortesia ai meridionali.


Infatti, se razionalmente il problema è da terza elementare, dal punto di vista sociale e pratico la situazione presenta un groviglio d'interessi di classe difficile da dipanare.

Il sistema capitalistico padano non ha mai negato e non nega al Meridione l'ipotetico sviluppo della produzione e del lavoro a causa di sue idee razziste o per odio nazionale.


Al contrario le regole della sua crescita - in quanto crescita dell'accumulazione capitalistica - sono fissate dalla concorrenza di mercato, la quale comporta l'ininterrotta crescita della dimensione delle singole imprese. Per un'impresa che abbassa il costo di produzione ne cadono altre incapaci di abbassare il proprio.

Il correttivo corrente a questo competitivo crescere e declinare è rappresentato dall'allargamento degli sbocchi, cioè dalla dilatazione della platea dei consumatori tanto nella propria area politica quanto in aree esterne.

In corrispondenza con l'espansione degli sbocchi esterni emergono forme esplicite o dissimulate di colonialismo (anche interno, regionale) supportate da settori di tipo collaborazionista. (E non sempre i collaborazionisti sono consapevoli d'essere i traditori di sé stessi.)


Come in tutte le formazioni sociali a carattere coloniale, anche nel Meridione il più importante settore collaborazionista è stato il pubblico impiego, seguito dai dipendenti di imprese padane (ferrovieri, bancari, dell'elettricità etc).

Senza questa base di massa - che si è formata nel dopoguerra in sostituzione della rendita fondiaria, come derivato particolarmente favorito dal voto di scambio - il collaborazionismo del ceto politico meridionale sarebbe stato campato in aria.


Il sistema Italia affida a questo ceto la spesa pubblica, che al Sud è la fonte suprema del profitto privato.

Ma l'Italia padana ha stretto i freni, non spesa più il Welfare favoritistico.

La combinazione tra mercato unico europeo e lavoro extracontinentale mal pagato ha convinto l'establishment padano a cambiare cavallo, ad abbandonare al federalismo fiscale la massa impiegatizia meridionale (e quindi la spesa pubblica obbligatoria) e ad adottare come mezzo di trasporto del consenso una biga trainata dalla grande e media distribuzione e dagli apparati mafiosi.


Attraverso accordi di oligopolio, la distribuzione ha ottenuto che il prezzo delle merci sia costantemente crescente, e la mafia ha avuto la libertà di essere capitalismo a mano armata, con licenza di trasformare la violenza in profitto. La minutaglia segue.

Mal pagato, l'esercito del lavoro meridionale di riserva o mangia questa minestra o si butta dalla finestra.


L'avvertimento di Napolitano alla vecchia classe politica, da cui lui stesso viene, è stata una predica al vento. Sono lontani i tempi di Togliatti e Di Vittorio, dei cortei dietro la bandiera rossa. Oggi la classe politica ottiene soltanto il consenso che può pagare. Però le chiavi della cassaforte sono in mano a Tremonti e a Bossi, i quali preferiscono avere come referenti la distribuzione e la mafia.

Inserisci link


Fonte: Eleaml


.

mercoledì 3 dicembre 2008

Soreste


Di Nicola Zitara


Il nostro primo incontro fu uno scontro. A quel tempo la selezione scolastica era durissima, le bocciature decimavano le classi. Partendo per esempio da dieci prime si avevano sette seconde, cinque terze, quattro quarte e tre quinte.

E sì, perché lo scoglio da superare era il passaggio dalla terza alla quarta. Tuttavia il numero degli alunni per classe era costantemente elevato, perché da due classi decimate veniva fuori una sola classe successiva. Di edifici scolastici, neppure a pensarci. Le classi erano disperse in magazzini privati, che il Comune prendeva in affitto.

La prima e la seconda le feci con la signorina Montalo (la zia dell'avvocato Marone, che molti ricorderanno), in un magazzino accanto alla fabbrica del ghiaccio Jannopollo, la terza e la quarta con il maestro Velonà, in via Tasso, in un magazzino sotto l'abitazione di don Davide Guzzi.
Facevamo la Terza o facevamo la Quarta?

Non lo ricordo più. Comunque quella classe era il frutto della fusione di due precedenti classi, decimate. Gli scolari eravamo 53 o 54.

Soreste era uno dei più alti, cosicché fu posto a capo di una squadra comprendente una metà della classe. Andavamo a marciare e a simulare qualche esercizio ginnico nel vasto spazio erboso, tra il Municipio e le Case Popolari, che alla domenica diveniva il Campo sportivo; uno spazio delimitato ma non ancora recintato e disseminato di fossi e buche, come qualunque terreno agricolo abbandonato.
Il maestro Velonà era un grande invalido di guerra. Sebbene non credo avesse più di quarantaquattro o quarantacinque anni, era alquanto acciaccato, emaciato, terreo in volto, un tic tra naso e bocca, un'altro alla gamba. Così non ci seguiva al Campo. Qualche volta mandava il figlio diciotto/ventenne a sorvegliarci, il più delle volte eravamo affidati al nostro timore di Dio.

I due capisquadra vennero a diverbio, un conflitto puramente verbale, ma alla mia follia puerile parve che la cosa dovesse risolversi per via di fatto, cosicché piazzai due violenti pugni sul ventre d'Oreste, che era una ventina di centimetri più alto, e siccome lui ancora non aveva dato ancora mano alla costruzione dell'Ospedale, finì con l'essere trasportato a casa semisvenuto.

Superfluo raccontare la paura di donna Cesira e il severo intervento di don Oreste Badolato, lo zio presso le autorità e quel che più conta presso mia madre e mio padre.
Non ero alla prima esperienza. Ne avevo già combinato altre due, anche peggiori. Ero un vero delinquentello. Mia madre diceva: 'stu mirtarotu', mio padre parlava di casa di correzione e di collegi militari.

Ma non ero cattivo, solo che partecipava alla vita del vicolo, alle faccende dei ragazzini da Ruga i Portusarvu, faccende che vedevano in prima linea lo scontro con quelli della Stazione, una banda che si muoveva con la stessa determinazione delle SS e che non concedeva mercé al vinto caduto. Sassaiole, solide mazze di legno, corpo a corpo fino a farsi male, ceffoni, calci.

Il naso, le orecchie, i capelli, le braccia articoli prediletti. Pugni non tanto, vennero in uso soltanto in momento successivo.
I temperini sempre al loro posto, era una regola dell'onore tribale.

E poi, nessun rancore. Un attimo dopo le botte, amici come prima.

Infatti Soreste mi perdonò subito e in segno di benevolenza mi condusse a casa sua (allora abitava nel vecchio palazzo Badolato, sulla via Marina), perché la madre potesse conoscermi. Il padre no, era nella Marina militare e a Siderno appariva raramente.


Le scuole elementari di 75 anni fa erano una cosa assolutamente diversa da quelle attuali. Vigeva un nozionismo severo e costruttivo. Già in seconda elementare il maestro ti somministrava una mortificante vergata se non sapevi dire quanto fa 8 x 9, o se scrivevi, come capitò a Carlo Adornato, l'aradio invece che la radio. Personalmente in quarta elementare subii la punizione più severa di restare in ginocchio sui sassolini sbrecciati perché non riuscivo a farmi entrare nella capoccia l'uso del futuro anteriore. "Se non ti sbrighi, arriverai in stazione quando il treno sarà partito". Affrontavamo problemi aritmetici che comportavano dalle dieci alle quindici operazioni.

Sapevamo stabilire senza eccessive difficoltà quanto tempo era necessario perché l'acqua riempisse una vasca. Di più, quanti catini di mosto occorrevano per riempire una botte. Il genio matematico della classe era Gino Costa, il miglior calligrafo Ciccio Tedesco, il temista più brillante Vincenzino Di Bianco, l'enciclopedico più affidabile Dino Misuraca.

La storia veniva studiata in modo plutarchesco, per singoli eroi: gli Orazi e i Curiazi, Scipione, Carlo Magno, Le crociate, il Conte Biancamano, Dante, Michelangelo, Napoleone, Garibaldi, Antonio Sciesa, Enrico Toti e naturalmente il fabbro Alessando e Rosa Maltoni, il padre e la madre del Duce.

E impossibile da interpretare era quel Quarez che mio padre bofonchiava tutte le volte che si pronunziava il nome Benito. Quel metodo d'insegnare la storia dava ottimi risultati: il processo storico lo penetravi meglio che attraverso lo studio della vicenda politica e militare nel suo moto anonimo e non eroico. Con il senno di poi, mi è facile affermare anche che fra tutti questi illustri personaggi c'erano soltanto tre meridionali: Archimede, Carlo Pisacane e Agesilao Milano, l'attentatore del vile Borbone.
La bella copia del tema si faceva su un foglio strappato dal quaderno a righe.

Il compito d'italiano veniva consegnato al 'professore' per la correzione. E Oreste cadde proprio su questo punto. Infatti il nome e il cognome venivano indicati sull'ultimo foglio. Era facoltativo indicare il nome con la lettera iniziale.

Ma per un offuscamento nozionistico il nostro scrisse: S.Oreste, da cui Soreste.


Finita la quarta ci perdemmo di vista. Avevo un anno più di lui, e potei fare "il salto", come altri; cioè potei presentarmi agli esami di ammissione al Ginnasio.

Ci rincontrammo per merito della salutare evoluzione dalla Ruga alle partite di calcio del sabato pomeriggio. La Colonia marina (dove attualmente c'è l'Ymca) era stata bombardata, comunque non funzionava più. Giocavamo dove oggi ci sono i due campetti noti a tutti. Allorché la guerra qui fu finita, benché alla pace generale non si fosse ancora arrivati, Soreste s'impadronì di me, mi soggiogò e mi ridusse in schiavitù socialista.

Lui pensava e io facevo. Lui era un sidernaro a tutto titolo, io un sidernaro apprendista. In effetti la famiglia di mia madre veniva dalla Sicilia, mio padre era arrivato in Calabria a ventun anni, io, le estati della mia infanzia le avevo trascorse a Maiori con i nonni. Non andavo, con le idee, al di là della mia ruga, e in appresso del Ginnasio locrese.

Invece per Oreste il socialismo veniva da lontano, da prima del fascismo, era l'eredità dello zio Badolato. Si trattava (e in qualche modo credo si tratti ancora) di centinaia di opuscoli socialisti, stampati male e con la copertina di un rosso violaceo, che sembrava quella di peperone rosso fin troppo maturo. Ma dire opuscoli è solo una questione che riguarda il numero delle pagine, del peso in grammi; quanto agli autori le cose stavano ben diverse, diciamo Fourier, Saint-Simon, Proudhon, Owen. Se vi pare poco, è l'intero repertorio del socialismo utopistico e umanitario.
I miei genitori, immigrati di prima generazione, erano debolmente legati al passato del paese, non appartenevano a fazioni locali e non privilegiavano schieramenti politici. ??????? Il mio mentore in materia di sidernesità fu Oreste, o meglio Soreste. Invece in materia politica avevo già un'infarinatura, o forse qualcosa di più. Su questo versante il Galeotto era stato Franci Mammoliti, un ex ferroviere antifascista che, per campare portava il pesce fresco di casa in casa. Era il fornitore preferito da mio padre. Era un uomo dolce e mi voleva bene.


Da quando mi aveva fatto leggere della disgraziata avventura di Sacco e Vanzetti avevo preso ad amarlo anch'io. M'incava la moglie sarta, quieta, serena, sempre a lavorare nel vano della porta, per avere più luce. Tutte le volte che passavo lì dinanzi, mi tornava in mente Lucrezia, la favoleggiata madre dei Gracchi.
Sì, perché associavo Franci agli unici rivoluzionari di cui avevo informazione, e lei, materna e orgogliosa di quel marito per il quale lavorava, alla loro madre Lucrezia. Sacco e Vanzetti avevano rivelato a me stesso una (mia) passione incoercibile, di cui non sapevo. Ma l'Umanità Nuova, stampata in America e arrivata clandestinamente a Siderno, che Franci mi faceva leggere, previo impegno a restituirla, mi avevano sufficientemente informato, sin dal primo anno di guerra, che Lenin e Stalin erano due emerite carogne.
Oreste tesseva la tela di ragno con i suoi opuscoli fascinosi. Io sospettavo che dietro ci fosse Stalin e i suoi massacri disumani. Ero cresciuto.

Ero diventato civile. Non alzavo più le mani. Ne parlai con Franci, restaurato ferroviere appena caduto il fascismo, e lui mi dette l'imprimatur. "E che ti pare, che siamo in Spagna? Di Ercoli (Togliatti) non ti devi fidare, ma di Nenni e di Saragat sì. Se vuoi andare con i socialisti, vai pure. E' giusto."


Nel dicembre 1944, la guerra ormai lontana da noi, fondammo la sezione del MoGiS, Movimento Giovanile Socialista. Io stavo all'ultima classe di liceo, lui alla penultima. Sin dal primo momento la sezione giovanile fu come la carta moschicida. Acchiappavamo tutti. Non iscriversi divenne una pubblica colpa. Divenimmo come Castore e Polluce, o meglio come Oreste e Pilade. Oreste diceva e io facevo. Più io facevo, più Oreste ne pensava un'altra delle sue, dieci altre.

Lo studio passò in terzo o quart'ordine. Tutto per il partito. Bene o male la maturità sarebbe egualmente arrivata.
Ma cos'era quel socialismo verso il quale Soreste ci guidava?

Era la gente del paese, quel che Peppe, Ciccio, 'Ntoni, Pascali pativano per esser nati diseredati, era il nemico delle fame, delle disoccupazione, del sopruso signorile, proprietario, capitalistico. Era la rivoluzione del pane e del companatico, del medico e delle medicine per tutti, della maglia di lana per l'inverno, delle case popolari, delle scuole superiori per tutti; era la rivoluzione dell'intellettuale organico che progetta per le masse, e si badi nessuno di noi sapeva di un certo Gramsci e dei suoi pensieri lasciati in eredità ai posteri di buona volontà, a uomini forniti di schiena dritta, di coraggio e di mente onesta.
Andammo avanti assieme su questa strada per anni e anni.


Alla fine divorziammo. Divenimmo ingombranti l'uno all'altro. Lui andò avanti per la strada che aveva una meta visibile, corporale, umana, percepibile, possibile, compatibile con l'esistente. Certo bisognava pagare un prezzo, ma meglio l'uovo oggi che la gallina domani. Quando ottenne l'ospedale a Siderno fui il solo a sollevare obiezioni. Ce n'era già uno a Locri, perché farne un altro?

Niente di personale, ovviamente, solo una visione diversa circa la strada da fare. Ero andato via dal partito dieci anni prima. Ero andato via anche dal paese. Trent'anni, un piede qua e un piede là. La nostalgia e il fiume che corre. Il giorno che Oreste morì mi resi conto che lui somigliava a Caio Gracco e io a quell'incantato seguace della cometa natalizia, che pare sia all'origine del paese.

Oggi il mondo è vuoto di Oresti e pieno di predicatori del Giovedì grasso.

Parlano di turismo per fottere soldi all'Unione Europea; dei pagliacci vestiti da prete si aggirano per i nostri paesi onde lucrare moneta sulle disgrazie di quei disgraziati che lo Stato italiano ha portato a fare ogni tipo di traffico illecito e di delitto; i cosiddetti rappresentanti politici hanno la mente più acuta di Spinoza, se si tratta non perdere la redditizia indennità. Ma forse la cometa non sta in cielo ma ormai sottoterra, pianta e ricordata, mai seguita. I morti sono morti, e sono morti anche i vivi. Aveva ragione Lamartine a parlare di un popolo di morti, almeno relativamente agli italiani di Calabria, di Sicilia, di Napoli, di Bari.

Fonte:Eleaml
.
Leggi tutto »

Di Nicola Zitara


Il nostro primo incontro fu uno scontro. A quel tempo la selezione scolastica era durissima, le bocciature decimavano le classi. Partendo per esempio da dieci prime si avevano sette seconde, cinque terze, quattro quarte e tre quinte.

E sì, perché lo scoglio da superare era il passaggio dalla terza alla quarta. Tuttavia il numero degli alunni per classe era costantemente elevato, perché da due classi decimate veniva fuori una sola classe successiva. Di edifici scolastici, neppure a pensarci. Le classi erano disperse in magazzini privati, che il Comune prendeva in affitto.

La prima e la seconda le feci con la signorina Montalo (la zia dell'avvocato Marone, che molti ricorderanno), in un magazzino accanto alla fabbrica del ghiaccio Jannopollo, la terza e la quarta con il maestro Velonà, in via Tasso, in un magazzino sotto l'abitazione di don Davide Guzzi.
Facevamo la Terza o facevamo la Quarta?

Non lo ricordo più. Comunque quella classe era il frutto della fusione di due precedenti classi, decimate. Gli scolari eravamo 53 o 54.

Soreste era uno dei più alti, cosicché fu posto a capo di una squadra comprendente una metà della classe. Andavamo a marciare e a simulare qualche esercizio ginnico nel vasto spazio erboso, tra il Municipio e le Case Popolari, che alla domenica diveniva il Campo sportivo; uno spazio delimitato ma non ancora recintato e disseminato di fossi e buche, come qualunque terreno agricolo abbandonato.
Il maestro Velonà era un grande invalido di guerra. Sebbene non credo avesse più di quarantaquattro o quarantacinque anni, era alquanto acciaccato, emaciato, terreo in volto, un tic tra naso e bocca, un'altro alla gamba. Così non ci seguiva al Campo. Qualche volta mandava il figlio diciotto/ventenne a sorvegliarci, il più delle volte eravamo affidati al nostro timore di Dio.

I due capisquadra vennero a diverbio, un conflitto puramente verbale, ma alla mia follia puerile parve che la cosa dovesse risolversi per via di fatto, cosicché piazzai due violenti pugni sul ventre d'Oreste, che era una ventina di centimetri più alto, e siccome lui ancora non aveva dato ancora mano alla costruzione dell'Ospedale, finì con l'essere trasportato a casa semisvenuto.

Superfluo raccontare la paura di donna Cesira e il severo intervento di don Oreste Badolato, lo zio presso le autorità e quel che più conta presso mia madre e mio padre.
Non ero alla prima esperienza. Ne avevo già combinato altre due, anche peggiori. Ero un vero delinquentello. Mia madre diceva: 'stu mirtarotu', mio padre parlava di casa di correzione e di collegi militari.

Ma non ero cattivo, solo che partecipava alla vita del vicolo, alle faccende dei ragazzini da Ruga i Portusarvu, faccende che vedevano in prima linea lo scontro con quelli della Stazione, una banda che si muoveva con la stessa determinazione delle SS e che non concedeva mercé al vinto caduto. Sassaiole, solide mazze di legno, corpo a corpo fino a farsi male, ceffoni, calci.

Il naso, le orecchie, i capelli, le braccia articoli prediletti. Pugni non tanto, vennero in uso soltanto in momento successivo.
I temperini sempre al loro posto, era una regola dell'onore tribale.

E poi, nessun rancore. Un attimo dopo le botte, amici come prima.

Infatti Soreste mi perdonò subito e in segno di benevolenza mi condusse a casa sua (allora abitava nel vecchio palazzo Badolato, sulla via Marina), perché la madre potesse conoscermi. Il padre no, era nella Marina militare e a Siderno appariva raramente.


Le scuole elementari di 75 anni fa erano una cosa assolutamente diversa da quelle attuali. Vigeva un nozionismo severo e costruttivo. Già in seconda elementare il maestro ti somministrava una mortificante vergata se non sapevi dire quanto fa 8 x 9, o se scrivevi, come capitò a Carlo Adornato, l'aradio invece che la radio. Personalmente in quarta elementare subii la punizione più severa di restare in ginocchio sui sassolini sbrecciati perché non riuscivo a farmi entrare nella capoccia l'uso del futuro anteriore. "Se non ti sbrighi, arriverai in stazione quando il treno sarà partito". Affrontavamo problemi aritmetici che comportavano dalle dieci alle quindici operazioni.

Sapevamo stabilire senza eccessive difficoltà quanto tempo era necessario perché l'acqua riempisse una vasca. Di più, quanti catini di mosto occorrevano per riempire una botte. Il genio matematico della classe era Gino Costa, il miglior calligrafo Ciccio Tedesco, il temista più brillante Vincenzino Di Bianco, l'enciclopedico più affidabile Dino Misuraca.

La storia veniva studiata in modo plutarchesco, per singoli eroi: gli Orazi e i Curiazi, Scipione, Carlo Magno, Le crociate, il Conte Biancamano, Dante, Michelangelo, Napoleone, Garibaldi, Antonio Sciesa, Enrico Toti e naturalmente il fabbro Alessando e Rosa Maltoni, il padre e la madre del Duce.

E impossibile da interpretare era quel Quarez che mio padre bofonchiava tutte le volte che si pronunziava il nome Benito. Quel metodo d'insegnare la storia dava ottimi risultati: il processo storico lo penetravi meglio che attraverso lo studio della vicenda politica e militare nel suo moto anonimo e non eroico. Con il senno di poi, mi è facile affermare anche che fra tutti questi illustri personaggi c'erano soltanto tre meridionali: Archimede, Carlo Pisacane e Agesilao Milano, l'attentatore del vile Borbone.
La bella copia del tema si faceva su un foglio strappato dal quaderno a righe.

Il compito d'italiano veniva consegnato al 'professore' per la correzione. E Oreste cadde proprio su questo punto. Infatti il nome e il cognome venivano indicati sull'ultimo foglio. Era facoltativo indicare il nome con la lettera iniziale.

Ma per un offuscamento nozionistico il nostro scrisse: S.Oreste, da cui Soreste.


Finita la quarta ci perdemmo di vista. Avevo un anno più di lui, e potei fare "il salto", come altri; cioè potei presentarmi agli esami di ammissione al Ginnasio.

Ci rincontrammo per merito della salutare evoluzione dalla Ruga alle partite di calcio del sabato pomeriggio. La Colonia marina (dove attualmente c'è l'Ymca) era stata bombardata, comunque non funzionava più. Giocavamo dove oggi ci sono i due campetti noti a tutti. Allorché la guerra qui fu finita, benché alla pace generale non si fosse ancora arrivati, Soreste s'impadronì di me, mi soggiogò e mi ridusse in schiavitù socialista.

Lui pensava e io facevo. Lui era un sidernaro a tutto titolo, io un sidernaro apprendista. In effetti la famiglia di mia madre veniva dalla Sicilia, mio padre era arrivato in Calabria a ventun anni, io, le estati della mia infanzia le avevo trascorse a Maiori con i nonni. Non andavo, con le idee, al di là della mia ruga, e in appresso del Ginnasio locrese.

Invece per Oreste il socialismo veniva da lontano, da prima del fascismo, era l'eredità dello zio Badolato. Si trattava (e in qualche modo credo si tratti ancora) di centinaia di opuscoli socialisti, stampati male e con la copertina di un rosso violaceo, che sembrava quella di peperone rosso fin troppo maturo. Ma dire opuscoli è solo una questione che riguarda il numero delle pagine, del peso in grammi; quanto agli autori le cose stavano ben diverse, diciamo Fourier, Saint-Simon, Proudhon, Owen. Se vi pare poco, è l'intero repertorio del socialismo utopistico e umanitario.
I miei genitori, immigrati di prima generazione, erano debolmente legati al passato del paese, non appartenevano a fazioni locali e non privilegiavano schieramenti politici. ??????? Il mio mentore in materia di sidernesità fu Oreste, o meglio Soreste. Invece in materia politica avevo già un'infarinatura, o forse qualcosa di più. Su questo versante il Galeotto era stato Franci Mammoliti, un ex ferroviere antifascista che, per campare portava il pesce fresco di casa in casa. Era il fornitore preferito da mio padre. Era un uomo dolce e mi voleva bene.


Da quando mi aveva fatto leggere della disgraziata avventura di Sacco e Vanzetti avevo preso ad amarlo anch'io. M'incava la moglie sarta, quieta, serena, sempre a lavorare nel vano della porta, per avere più luce. Tutte le volte che passavo lì dinanzi, mi tornava in mente Lucrezia, la favoleggiata madre dei Gracchi.
Sì, perché associavo Franci agli unici rivoluzionari di cui avevo informazione, e lei, materna e orgogliosa di quel marito per il quale lavorava, alla loro madre Lucrezia. Sacco e Vanzetti avevano rivelato a me stesso una (mia) passione incoercibile, di cui non sapevo. Ma l'Umanità Nuova, stampata in America e arrivata clandestinamente a Siderno, che Franci mi faceva leggere, previo impegno a restituirla, mi avevano sufficientemente informato, sin dal primo anno di guerra, che Lenin e Stalin erano due emerite carogne.
Oreste tesseva la tela di ragno con i suoi opuscoli fascinosi. Io sospettavo che dietro ci fosse Stalin e i suoi massacri disumani. Ero cresciuto.

Ero diventato civile. Non alzavo più le mani. Ne parlai con Franci, restaurato ferroviere appena caduto il fascismo, e lui mi dette l'imprimatur. "E che ti pare, che siamo in Spagna? Di Ercoli (Togliatti) non ti devi fidare, ma di Nenni e di Saragat sì. Se vuoi andare con i socialisti, vai pure. E' giusto."


Nel dicembre 1944, la guerra ormai lontana da noi, fondammo la sezione del MoGiS, Movimento Giovanile Socialista. Io stavo all'ultima classe di liceo, lui alla penultima. Sin dal primo momento la sezione giovanile fu come la carta moschicida. Acchiappavamo tutti. Non iscriversi divenne una pubblica colpa. Divenimmo come Castore e Polluce, o meglio come Oreste e Pilade. Oreste diceva e io facevo. Più io facevo, più Oreste ne pensava un'altra delle sue, dieci altre.

Lo studio passò in terzo o quart'ordine. Tutto per il partito. Bene o male la maturità sarebbe egualmente arrivata.
Ma cos'era quel socialismo verso il quale Soreste ci guidava?

Era la gente del paese, quel che Peppe, Ciccio, 'Ntoni, Pascali pativano per esser nati diseredati, era il nemico delle fame, delle disoccupazione, del sopruso signorile, proprietario, capitalistico. Era la rivoluzione del pane e del companatico, del medico e delle medicine per tutti, della maglia di lana per l'inverno, delle case popolari, delle scuole superiori per tutti; era la rivoluzione dell'intellettuale organico che progetta per le masse, e si badi nessuno di noi sapeva di un certo Gramsci e dei suoi pensieri lasciati in eredità ai posteri di buona volontà, a uomini forniti di schiena dritta, di coraggio e di mente onesta.
Andammo avanti assieme su questa strada per anni e anni.


Alla fine divorziammo. Divenimmo ingombranti l'uno all'altro. Lui andò avanti per la strada che aveva una meta visibile, corporale, umana, percepibile, possibile, compatibile con l'esistente. Certo bisognava pagare un prezzo, ma meglio l'uovo oggi che la gallina domani. Quando ottenne l'ospedale a Siderno fui il solo a sollevare obiezioni. Ce n'era già uno a Locri, perché farne un altro?

Niente di personale, ovviamente, solo una visione diversa circa la strada da fare. Ero andato via dal partito dieci anni prima. Ero andato via anche dal paese. Trent'anni, un piede qua e un piede là. La nostalgia e il fiume che corre. Il giorno che Oreste morì mi resi conto che lui somigliava a Caio Gracco e io a quell'incantato seguace della cometa natalizia, che pare sia all'origine del paese.

Oggi il mondo è vuoto di Oresti e pieno di predicatori del Giovedì grasso.

Parlano di turismo per fottere soldi all'Unione Europea; dei pagliacci vestiti da prete si aggirano per i nostri paesi onde lucrare moneta sulle disgrazie di quei disgraziati che lo Stato italiano ha portato a fare ogni tipo di traffico illecito e di delitto; i cosiddetti rappresentanti politici hanno la mente più acuta di Spinoza, se si tratta non perdere la redditizia indennità. Ma forse la cometa non sta in cielo ma ormai sottoterra, pianta e ricordata, mai seguita. I morti sono morti, e sono morti anche i vivi. Aveva ragione Lamartine a parlare di un popolo di morti, almeno relativamente agli italiani di Calabria, di Sicilia, di Napoli, di Bari.

Fonte:Eleaml
.

giovedì 27 novembre 2008

Primerano




Di Nicola Zitara




Anni '50. Bovalino, andata e ritorno



Non credo che chi, in passato, avviava un'industria in Calabria fosse spinto dallo spirito del profitto. L'avarizia era connessa alla rendita, al commercio, alle libere professioni. Semmai, nelle attività industriali, il profitto era il metro che misurava il successo, mentre le perdite erano l'indicatore opposto. Prima e durante la guerra, nell'antica terra del padronato fondiario, arrivò il tempo dei pastifici e dei mulini. Fu una gara a chi ci sapeva fare, come nelle corse in bicicletta dei dilettanti. Ne sorsero dovunque. In un certo senso fu una rivolta della provincia contro Napoli e il suo hinterland, nonché la messa in discussione di Messina che, con i Molini Gazzi, esercitava una sua indiscussa egemonia sulla panificazione in Calabria. D'altra parte, a quel tempo, il porto di Messina faceva da struttura di sbarco per le merci dirette in Calabria e in partenza dalla Calabria, in particolare per le arance e i limoni che andavano in Inghilterra e nei paesi del Nord. Una rivolta contro il passato rusticano. Da vecchio sidernese, ricordo il successo che ottennero il pastificio e il molino Cataldo; da (in quegli anni) studente di stanza a Locri quello di un altro pastificio Leonardi e del Molino Fiamingo.

Queste imprese partivano con un capitale proprio. La banca (di regola il Banco di Napoli) aggiungeva come è naturale una parte o tutto il capitale d'esercizio. Siccome nuora non fa cosa che suocera non sappia, anche se non ho mai studiato l'argomento, credo di poter dire che il Banco si muoveva in forza di una direttiva del governo. La prevalenza delle imprese a capitale proprio è un indicatore negativo che rivela la modestia del capitale investito e l'involuzione del sistema meridionale rispetto all'ultima età borbonica, allorché la forma della società per azioni ebbe tale e tanta fortuna da sorprendere positivamente un'economista della statura di Ludovico Bianchini. Nel Sud unitario questo tipo d'impresa, che raccoglie i capitali presso il vasto pubblico divenne (ed è) una cosa di cui si legge sui giornali che il Nord ci manda. Comunque, più che il credito bancario, l'agevolazione a favore dell'industria molitoria proveniva da una disposizione legislativa, in base alla quale i molini, dovunque insediati, ottenevano il grano allo stesso prezzo; cosa resa possibile dall'ammasso obbligatorio del grano, con lo Stato che fissava il prezzo di conferimento e il prezzo di vendita. Traducendo la regola in termini di opportunità concrete, avveniva che i grani teneri centrosettentrionali potevano arrivare alle piccole imprese del Sud senza pagare una mediazione ai grossisti e franco magazzino (espressione del gergo commerciale per dire che il trasporto viene effettuato a carico e a rischio del fornitore)

Fino a che non ci fu la levata di scudi contro il Mezzogiorno da parte della Confindustria, del Corriere della Sera, di quel furfante di Montanelli, il quale insaporiva con l'arte della scrittura i peggiori veleni distillati nei laboratori del municipalismo padano, i nostri poveri paesi di Calabria videro un pullulare di piccole iniziative industriali. Mauro-Caffè (in appresso salita di scala), Spatolisano, Canale Costantino, Lecce, D'Alessandro, il saponificio Audino, i lanifici e i cotonifici nell'Alto Tirreno cosentino, le fabbriche di laterizi e le raffinerie delle sanse dovunque, la Calce idrata D'Agotino sono un ricordo personale e non certo un elenco esaustivo, che forse neppure la Camera di Commercio ha mai compilato.

E' probabile che la povertà generale stimolasse il sentimento patriottico e spingesse chi poteva a tentare di riparare ai guasti che la storia aveva prodotto; che fosse l' amore per il natio borgo selvaggio ad alimentare un insolito e sorprendente ardimento nel cuore del calabrese a rischiare. Perché sempre di rischio si trattava, anche se chi aveva le giuste maniglie politiche otteneva il capitale d'impianto dallo Stato. L'industrializzazione del Mezzogiorno rientrava nei progetti di governo, quantomeno in quelli della sinistra democristiana (Dossetti, Fanfani, Saraceno). Si sapeva in partenza che la spesa pubblica avrebbe favorito indirettamente i fabbricanti di macchine e impianti - inutile aggiungere - settentrionali. E quindi le città industriali, gli operai, le classi dirigenti cittadine autoproclamatesi nazionali (si pensi al fracasso che fece Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, affinché la Piaggio fosse rifinanziata dallo Stato, e non si trattava di spiccioli!), i loro giornali, anche questi a loro detta nazionali. Ma nell'ideologia municipalista della Confindustria, la Cassa per il Mezzogiorno non doveva creare un sistema industriale concorrente con i monopoli padani. Così il progetto originario venne svuotato di quei contenuti che avrebbero portato il Sud a un salto di qualità, come era previsto dalle matrici elaborate dal prof. Rostow (teoria del decollo).

Nel dopoguerra, mio padre si rese conto che non reggeva più il vecchio sistema commerciale, basato nell'attendere che il cliente arrivasse in magazzino per i suoi rifornimenti, a ciò richiamato dal buon nome della ditta. I concorrenti erano parecchi e molto agguerriti. Si adeguò. Mi insegnò qualche nozione del suo mestiere e mi affidò il compito di visitare la clientela, per ottenere le commissioni e soprattutto per incassare l'importo delle fatture. Presi a viaggiare per i paesi della Locride. Sospinto dalla spesa pubblica e dalle rimesse degli emigrati, il tenore di vita cresceva. Ma cresceva anche l'area della marginalità (contadini, artigiani, boscaioli, pastori, impiegati sempre mal pagati). Dal punto di vista del commerciante questo voleva dire che esisteva una larga fascia di gente che comprava a credito (la libretta di non spenta memoria) creando una vasta sofferenza fra i bottegai, i panificatori e persino le accorsate salumerie delle Marine. E questo défaut rimbalzava sui conti dei grossisti. Per il commercio furono tempi durissimi. Quel poco di occupazione che otteneva come manovale nei cantieri delle opera pubbliche, dissuadeva il contadino dalla terra e quel lavoro occasionale finiva con il diventare l'anticamera dell'emigrazione. Per altro l'agricoltura mediterranea stava crollando. Olio e agrumi, le grandi produzioni locali, perdevano valore di scambio un anno dopo l'altro. L'Italia, che negli Anni Cinquanta si andava costruendo a paese industriale, prese a fregarsene del Sud agricolo, che venne sfacciatamente dimenticato nei trattati commerciali con l'estero. In tale situazione, ottenere una commissione era piuttosto facile, incassare le fatture non altrettanto. Dominava un diffuso panorama di ritardi e di inadempienze nei pagamenti. Se riuscivo a piazzare cinque chili di confetti era meglio che vendere cinquanta quintali di farina. Si rischiava molto meno e si guadagnava di più. Infatti la farina si vendeva al puro costo, per fare giro, cioè per incassare subito il valore di una fattura che di regola andava pagata a 30 giorni data.

Era un continuo girare, che cominciava il lunedì e andava avanti fino a domenica mattina. Nei panni del cassiere, spesso mi sentivo come un ufficiale giudiziario che va a pignorare la mobilia di una vecchietta impoverita. Il panorama d'universale precarietà mi consentiva, però, due giorni di riposo morale, allorché, cominciando dalla Marina di Ardore, battevo i paesi di Bovalino, Benestare, Careri, Platì, Bianco. Qui potevo collocare articoli lucrosi e incassare al giro. Per esempio vendevo pasta di lusso, intere casse di provole Soresina, mortadelle, scatole di biscotti, balle di stocco e di baccalà, cartoni di liquori - almeno 50 lire di guadagno a bottiglia - vermut, birra, caramelle etc etc.

Il miracolo di quest'area era rappresentato dalla Primerano SpA, o meglio dai suoi operai e dipendenti. A quel tempo, nel paese e nei dintorni l'ng. Primerano era un mito, l'arcangelo disceso dal cielo a portare prosperità. Come in appresso lui stesso mi raccontò, più che dal cielo, il miracolo veniva dai monti. Durante la guerra la sua azienda aveva lavorato al taglio dei boschi e fatto soldi fornendo legname alla Regia Marina. Un'enorme quantità di soldi. Però non era andato a goderseli languidamente in Svizzera e o giocarseli a Montecarlo. Preso dal primitivo amore per l'azione, aveva comprato un progetto tedesco per la fabbricazione di un nuovo tipo di compensati e messo in piedi l'impianto. Il progetto ottenne un finanziamento di 800 milioni di lire (degli anni in cui un quintale di grano costava circa 4000 lire) sui fondi ERP (European Recovery Program - comunemente Piano Marshall), una cifra colossale a Sud di Firenze. Era così nata la fabbrica, di cui si vede ancora qualche manufatto.

Il mito Primerano lo vidi appena, mentre passava in macchina, su indicazione di qualcuno che esclamava additando: "L'ingegnere...l'ingegnere...". Per la precisione su macchine di fabbricazione tedesca, una Mercedes e un Maggiolino VolchsWagen, auto rarissime nella Calabria del tempo. Non feci alcunché per conoscerlo, stava troppo in alto. M'interessava di più Mario La Cava, che girava per le vie del paese solitario e pensieroso, ma quando qualcuno mi presentò non seppi dire altro che: "Piacere, Avvocato..."

Pareva che a Bovalino ci fosse il Poligrafico dello Stato. A ogni giro incassavo parecchi milioni. Per saccenteria giovanile, portavo con me, nascosto in macchina, un revolver alquanto efficiente. Ovviamente non ebbi mai occasione d'impugnarlo. Tranne una volta. Come nelle favole, era già notte, faceva un freddo cane. Era in corso una burrasca di vento e pioggia. La pioggia era così fitta e sferzante che i tergicristalli della macchina non avevano il tempo di spazzarla. Scendevo da Platì lungo la vecchia strada sterrata. Nella borsa avevo tre o quattro milioni. All'uscita di una curva, venti metri avanti e non più, due figure incappucciate. Estrassi il revolver. "Adesso mi gioco la pelle", pensai. Mi andò bene. Erano due carabinieri, i quali inzuppati fino al midollo chiedevano un passaggio. Si accorsero o no che nascondevo qualcosa? Chi può dirlo! Certamente non mi è mai più capitato d'essere così felice nel dare un passaggio in macchina. Per fortuna, da noi, le burrasche sono un'eccezione e il sole la regola. Salire a Platì nei mesi in cui, più in alto, il Monte è innevato, l'aria è tersa e la balza si cui si adagia il paese è già verde di erbe primaverili, era un godimento dello spirito per il quale un vecchio ha nostalgia dei trascorsi della sua giovinezza.

A decidere di lasciare il commercio per un diverso e meno faticoso mestiere contribuì parecchio la chiusura della Primerano e il connesso declino commerciale di Bovalino e dintorni. Intanto lo sviluppo del trasporto su gomma - i furgoni e gli autrotreni - e l'arrivo della pubblicità televisiva, a raggio nazionale, andavano riducendo il controllo del territorio, il potere di selezionare i fornitori primari, che era alla base del ruolo sociale del grossista circondariale.

Conobbi personalmente l'ing. Primerano allorché Vincenzo D'Agostino (Calcementi), credo persuaso dello stesso Primerano, si mise al centro di un'operazione finanziaria tendente a ripubblicare 'Il gazzettino del Jonio'. Tornavo, dopo la morte di mio padre, dalla Lombardia, dove avevo ottenuto un posto d'insegnante. I lombardi sono brava gente come tutti, però sono anche convinti di rappresentare un polo per il mondo, che credono giri intorno a loro. Ero partito asinescamente convinto che a lottare per la rinascita del Sud fossero gli operai di Milano e di Torino, i loro partiti e i loro sindacati. Proprio in quegli anni, il tempo libero che mi lasciava la scuola lo dedicai a leggere i saggi dei grandi meridionalisti. Mi resi conto che le cose stavano in un modo ben diverso da come sapevo. Il Meridione, più che un paese abitato da gente che non ci sapeva fare, era la vittima di un meccanismo di mercato funzionante a esclusivo vantaggio del famoso triangolo unitario, Torino-Genova-Milano. L'agricoltura, specialmente le masse contadine, avevano pagato e pagavano. Ma al Sud i sacrifici erano stati accompagnati da un autentico disastro. Per altro, in quegli anni la rivista 'Nord e Sud', i saggi di importanti economisti napoletani, come Compagna, Graziani, Pugliese, avevano sottoposto a seria critica le attività della Cassa per il Mezzogiorno. Chi ci lucrava veramente erano i produttori di ferro, di cemento, di macchine per l'edilizia, gli ingegneri progettisti e le grandi imprese di costruzioni padane. L'estrema sinistra parlamentare levava gli scudi di guerra, denunciava che sulla spesa pubblica stava fiorendo un pericoloso sistema clientelare, mettendo in pericolo lo spirito democratico che aveva ispirato la Costituzione.

Fu "Il gazzettino del Jonio" che mi permise di conoscere Primerano. Lui era un uomo di destra, io un marxista convinto. Fondata sulla stima reciproca, nacque ciononostante una solida amicizia. Porto ancora con me i suoi insegnamenti. La letteratura sulla questione meridionale, benché vasta e approfondita, nasconde una cosa: la questione creditizia e bancaria. Ispirato dalle sue precise osservazioni, sono andato avanti con la ricerca e proprio adesso sto finendo un libro sull'argomento. Mi spiace intimamente che Lui non possa leggerlo e congratularsi.


Fonte:Eleaml


.

Leggi tutto »



Di Nicola Zitara




Anni '50. Bovalino, andata e ritorno



Non credo che chi, in passato, avviava un'industria in Calabria fosse spinto dallo spirito del profitto. L'avarizia era connessa alla rendita, al commercio, alle libere professioni. Semmai, nelle attività industriali, il profitto era il metro che misurava il successo, mentre le perdite erano l'indicatore opposto. Prima e durante la guerra, nell'antica terra del padronato fondiario, arrivò il tempo dei pastifici e dei mulini. Fu una gara a chi ci sapeva fare, come nelle corse in bicicletta dei dilettanti. Ne sorsero dovunque. In un certo senso fu una rivolta della provincia contro Napoli e il suo hinterland, nonché la messa in discussione di Messina che, con i Molini Gazzi, esercitava una sua indiscussa egemonia sulla panificazione in Calabria. D'altra parte, a quel tempo, il porto di Messina faceva da struttura di sbarco per le merci dirette in Calabria e in partenza dalla Calabria, in particolare per le arance e i limoni che andavano in Inghilterra e nei paesi del Nord. Una rivolta contro il passato rusticano. Da vecchio sidernese, ricordo il successo che ottennero il pastificio e il molino Cataldo; da (in quegli anni) studente di stanza a Locri quello di un altro pastificio Leonardi e del Molino Fiamingo.

Queste imprese partivano con un capitale proprio. La banca (di regola il Banco di Napoli) aggiungeva come è naturale una parte o tutto il capitale d'esercizio. Siccome nuora non fa cosa che suocera non sappia, anche se non ho mai studiato l'argomento, credo di poter dire che il Banco si muoveva in forza di una direttiva del governo. La prevalenza delle imprese a capitale proprio è un indicatore negativo che rivela la modestia del capitale investito e l'involuzione del sistema meridionale rispetto all'ultima età borbonica, allorché la forma della società per azioni ebbe tale e tanta fortuna da sorprendere positivamente un'economista della statura di Ludovico Bianchini. Nel Sud unitario questo tipo d'impresa, che raccoglie i capitali presso il vasto pubblico divenne (ed è) una cosa di cui si legge sui giornali che il Nord ci manda. Comunque, più che il credito bancario, l'agevolazione a favore dell'industria molitoria proveniva da una disposizione legislativa, in base alla quale i molini, dovunque insediati, ottenevano il grano allo stesso prezzo; cosa resa possibile dall'ammasso obbligatorio del grano, con lo Stato che fissava il prezzo di conferimento e il prezzo di vendita. Traducendo la regola in termini di opportunità concrete, avveniva che i grani teneri centrosettentrionali potevano arrivare alle piccole imprese del Sud senza pagare una mediazione ai grossisti e franco magazzino (espressione del gergo commerciale per dire che il trasporto viene effettuato a carico e a rischio del fornitore)

Fino a che non ci fu la levata di scudi contro il Mezzogiorno da parte della Confindustria, del Corriere della Sera, di quel furfante di Montanelli, il quale insaporiva con l'arte della scrittura i peggiori veleni distillati nei laboratori del municipalismo padano, i nostri poveri paesi di Calabria videro un pullulare di piccole iniziative industriali. Mauro-Caffè (in appresso salita di scala), Spatolisano, Canale Costantino, Lecce, D'Alessandro, il saponificio Audino, i lanifici e i cotonifici nell'Alto Tirreno cosentino, le fabbriche di laterizi e le raffinerie delle sanse dovunque, la Calce idrata D'Agotino sono un ricordo personale e non certo un elenco esaustivo, che forse neppure la Camera di Commercio ha mai compilato.

E' probabile che la povertà generale stimolasse il sentimento patriottico e spingesse chi poteva a tentare di riparare ai guasti che la storia aveva prodotto; che fosse l' amore per il natio borgo selvaggio ad alimentare un insolito e sorprendente ardimento nel cuore del calabrese a rischiare. Perché sempre di rischio si trattava, anche se chi aveva le giuste maniglie politiche otteneva il capitale d'impianto dallo Stato. L'industrializzazione del Mezzogiorno rientrava nei progetti di governo, quantomeno in quelli della sinistra democristiana (Dossetti, Fanfani, Saraceno). Si sapeva in partenza che la spesa pubblica avrebbe favorito indirettamente i fabbricanti di macchine e impianti - inutile aggiungere - settentrionali. E quindi le città industriali, gli operai, le classi dirigenti cittadine autoproclamatesi nazionali (si pensi al fracasso che fece Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, affinché la Piaggio fosse rifinanziata dallo Stato, e non si trattava di spiccioli!), i loro giornali, anche questi a loro detta nazionali. Ma nell'ideologia municipalista della Confindustria, la Cassa per il Mezzogiorno non doveva creare un sistema industriale concorrente con i monopoli padani. Così il progetto originario venne svuotato di quei contenuti che avrebbero portato il Sud a un salto di qualità, come era previsto dalle matrici elaborate dal prof. Rostow (teoria del decollo).

Nel dopoguerra, mio padre si rese conto che non reggeva più il vecchio sistema commerciale, basato nell'attendere che il cliente arrivasse in magazzino per i suoi rifornimenti, a ciò richiamato dal buon nome della ditta. I concorrenti erano parecchi e molto agguerriti. Si adeguò. Mi insegnò qualche nozione del suo mestiere e mi affidò il compito di visitare la clientela, per ottenere le commissioni e soprattutto per incassare l'importo delle fatture. Presi a viaggiare per i paesi della Locride. Sospinto dalla spesa pubblica e dalle rimesse degli emigrati, il tenore di vita cresceva. Ma cresceva anche l'area della marginalità (contadini, artigiani, boscaioli, pastori, impiegati sempre mal pagati). Dal punto di vista del commerciante questo voleva dire che esisteva una larga fascia di gente che comprava a credito (la libretta di non spenta memoria) creando una vasta sofferenza fra i bottegai, i panificatori e persino le accorsate salumerie delle Marine. E questo défaut rimbalzava sui conti dei grossisti. Per il commercio furono tempi durissimi. Quel poco di occupazione che otteneva come manovale nei cantieri delle opera pubbliche, dissuadeva il contadino dalla terra e quel lavoro occasionale finiva con il diventare l'anticamera dell'emigrazione. Per altro l'agricoltura mediterranea stava crollando. Olio e agrumi, le grandi produzioni locali, perdevano valore di scambio un anno dopo l'altro. L'Italia, che negli Anni Cinquanta si andava costruendo a paese industriale, prese a fregarsene del Sud agricolo, che venne sfacciatamente dimenticato nei trattati commerciali con l'estero. In tale situazione, ottenere una commissione era piuttosto facile, incassare le fatture non altrettanto. Dominava un diffuso panorama di ritardi e di inadempienze nei pagamenti. Se riuscivo a piazzare cinque chili di confetti era meglio che vendere cinquanta quintali di farina. Si rischiava molto meno e si guadagnava di più. Infatti la farina si vendeva al puro costo, per fare giro, cioè per incassare subito il valore di una fattura che di regola andava pagata a 30 giorni data.

Era un continuo girare, che cominciava il lunedì e andava avanti fino a domenica mattina. Nei panni del cassiere, spesso mi sentivo come un ufficiale giudiziario che va a pignorare la mobilia di una vecchietta impoverita. Il panorama d'universale precarietà mi consentiva, però, due giorni di riposo morale, allorché, cominciando dalla Marina di Ardore, battevo i paesi di Bovalino, Benestare, Careri, Platì, Bianco. Qui potevo collocare articoli lucrosi e incassare al giro. Per esempio vendevo pasta di lusso, intere casse di provole Soresina, mortadelle, scatole di biscotti, balle di stocco e di baccalà, cartoni di liquori - almeno 50 lire di guadagno a bottiglia - vermut, birra, caramelle etc etc.

Il miracolo di quest'area era rappresentato dalla Primerano SpA, o meglio dai suoi operai e dipendenti. A quel tempo, nel paese e nei dintorni l'ng. Primerano era un mito, l'arcangelo disceso dal cielo a portare prosperità. Come in appresso lui stesso mi raccontò, più che dal cielo, il miracolo veniva dai monti. Durante la guerra la sua azienda aveva lavorato al taglio dei boschi e fatto soldi fornendo legname alla Regia Marina. Un'enorme quantità di soldi. Però non era andato a goderseli languidamente in Svizzera e o giocarseli a Montecarlo. Preso dal primitivo amore per l'azione, aveva comprato un progetto tedesco per la fabbricazione di un nuovo tipo di compensati e messo in piedi l'impianto. Il progetto ottenne un finanziamento di 800 milioni di lire (degli anni in cui un quintale di grano costava circa 4000 lire) sui fondi ERP (European Recovery Program - comunemente Piano Marshall), una cifra colossale a Sud di Firenze. Era così nata la fabbrica, di cui si vede ancora qualche manufatto.

Il mito Primerano lo vidi appena, mentre passava in macchina, su indicazione di qualcuno che esclamava additando: "L'ingegnere...l'ingegnere...". Per la precisione su macchine di fabbricazione tedesca, una Mercedes e un Maggiolino VolchsWagen, auto rarissime nella Calabria del tempo. Non feci alcunché per conoscerlo, stava troppo in alto. M'interessava di più Mario La Cava, che girava per le vie del paese solitario e pensieroso, ma quando qualcuno mi presentò non seppi dire altro che: "Piacere, Avvocato..."

Pareva che a Bovalino ci fosse il Poligrafico dello Stato. A ogni giro incassavo parecchi milioni. Per saccenteria giovanile, portavo con me, nascosto in macchina, un revolver alquanto efficiente. Ovviamente non ebbi mai occasione d'impugnarlo. Tranne una volta. Come nelle favole, era già notte, faceva un freddo cane. Era in corso una burrasca di vento e pioggia. La pioggia era così fitta e sferzante che i tergicristalli della macchina non avevano il tempo di spazzarla. Scendevo da Platì lungo la vecchia strada sterrata. Nella borsa avevo tre o quattro milioni. All'uscita di una curva, venti metri avanti e non più, due figure incappucciate. Estrassi il revolver. "Adesso mi gioco la pelle", pensai. Mi andò bene. Erano due carabinieri, i quali inzuppati fino al midollo chiedevano un passaggio. Si accorsero o no che nascondevo qualcosa? Chi può dirlo! Certamente non mi è mai più capitato d'essere così felice nel dare un passaggio in macchina. Per fortuna, da noi, le burrasche sono un'eccezione e il sole la regola. Salire a Platì nei mesi in cui, più in alto, il Monte è innevato, l'aria è tersa e la balza si cui si adagia il paese è già verde di erbe primaverili, era un godimento dello spirito per il quale un vecchio ha nostalgia dei trascorsi della sua giovinezza.

A decidere di lasciare il commercio per un diverso e meno faticoso mestiere contribuì parecchio la chiusura della Primerano e il connesso declino commerciale di Bovalino e dintorni. Intanto lo sviluppo del trasporto su gomma - i furgoni e gli autrotreni - e l'arrivo della pubblicità televisiva, a raggio nazionale, andavano riducendo il controllo del territorio, il potere di selezionare i fornitori primari, che era alla base del ruolo sociale del grossista circondariale.

Conobbi personalmente l'ing. Primerano allorché Vincenzo D'Agostino (Calcementi), credo persuaso dello stesso Primerano, si mise al centro di un'operazione finanziaria tendente a ripubblicare 'Il gazzettino del Jonio'. Tornavo, dopo la morte di mio padre, dalla Lombardia, dove avevo ottenuto un posto d'insegnante. I lombardi sono brava gente come tutti, però sono anche convinti di rappresentare un polo per il mondo, che credono giri intorno a loro. Ero partito asinescamente convinto che a lottare per la rinascita del Sud fossero gli operai di Milano e di Torino, i loro partiti e i loro sindacati. Proprio in quegli anni, il tempo libero che mi lasciava la scuola lo dedicai a leggere i saggi dei grandi meridionalisti. Mi resi conto che le cose stavano in un modo ben diverso da come sapevo. Il Meridione, più che un paese abitato da gente che non ci sapeva fare, era la vittima di un meccanismo di mercato funzionante a esclusivo vantaggio del famoso triangolo unitario, Torino-Genova-Milano. L'agricoltura, specialmente le masse contadine, avevano pagato e pagavano. Ma al Sud i sacrifici erano stati accompagnati da un autentico disastro. Per altro, in quegli anni la rivista 'Nord e Sud', i saggi di importanti economisti napoletani, come Compagna, Graziani, Pugliese, avevano sottoposto a seria critica le attività della Cassa per il Mezzogiorno. Chi ci lucrava veramente erano i produttori di ferro, di cemento, di macchine per l'edilizia, gli ingegneri progettisti e le grandi imprese di costruzioni padane. L'estrema sinistra parlamentare levava gli scudi di guerra, denunciava che sulla spesa pubblica stava fiorendo un pericoloso sistema clientelare, mettendo in pericolo lo spirito democratico che aveva ispirato la Costituzione.

Fu "Il gazzettino del Jonio" che mi permise di conoscere Primerano. Lui era un uomo di destra, io un marxista convinto. Fondata sulla stima reciproca, nacque ciononostante una solida amicizia. Porto ancora con me i suoi insegnamenti. La letteratura sulla questione meridionale, benché vasta e approfondita, nasconde una cosa: la questione creditizia e bancaria. Ispirato dalle sue precise osservazioni, sono andato avanti con la ricerca e proprio adesso sto finendo un libro sull'argomento. Mi spiace intimamente che Lui non possa leggerlo e congratularsi.


Fonte:Eleaml


.

1860 grande truffa per il Sud Italia ex Regno Due Sicilie

Leggi tutto »

sabato 2 agosto 2008

Per un comitato di liberazione nazionale sudista


Di Nicola Zitara

Quando un decennio fa venne fuori, quasi per gioco, il fenomeno del neoborbonismo, ne gioí anche chi, all'idea di contestare lo Stato nazionale era approdato vent'anni prima.


Peraltro, se si parte dal rifiuto politico dell'unità sabauda e della successiva unità resistenziale, è inevitabile approdare a una rivalutazione della precedente fase storica in cui il Sud era uno Stato sovrano. E quindi ai Borbone.

A partire da quella prima levata di pizza (piú che di scudi) l'area neoborbonica si è alquanto estesa, cosicché oggi, a voler enumerare i gruppi, le pubblicazioni, gli incontri, le personalità che ad esso si richiamano, ci si trova in imbarazzo.

Niente di minaccioso per il sistema italiano, però, in quanto questi punti d'aggregazione mancano di qualità militare e di qualità progettuale, essendo piú che altro una risentita risposta all'inqualificabile grettezza dei bottegai milanesi, i quali intendono continuare ad avere uno Stato in proprietà, facendone pagare il costo essenzialmente ai meridionali, come è avvenuto nel corso del secolo e piú, in cui l'Italia era un paese essenzialmente agricolo, e le esportazioni meridionali e le rimesse degli emigrati permettevano all'industria parassitaria e alle aristocrazie operaie di Torino e di Milano di vivacchiare meno peggio di chi le reggeva sul suo groppone.

Certo, il neoborbonismo si è alquanto diffuso, ma frantumato com'è tra decine di gruppetti, ognuno dei quali ha un suo capo o leader fornito di pulpito, dal quale predica la sua nostalgia per il bel tempo antico, non approda dove vorrebbe.

Non v'è dubbio che l'opera volta alla riscoperta del nostro passato è fondamentale se vogliamo dare all'identità meridionale una qualificazione diversa dal peperoncino rosso, dal Vesuvio che non fuma piú, dalla mafia, dal delitto d'onore, dalla processione dei battenti di Tarzia, dai galantuomini falsamente liberali ed effettivamente parassiti, dagli orrendi e incomprensibili dialetti che, chi parla un neolatino fortemente influenzato da eredità germaniche, sente come africani, e dalle molte altre cose su cui hanno grandemente e con successo insistito, e insistono tuttora, la letteratura, il cinema, l'etnologia, il giornalismo "nazionale", quello che nasce dalle braghe onte del grande Albertini, la satira autodenigratoria dell'avanspettacolo, in cui tuttora furoreggia un Lino Banfi, e specialmente la speculazione politica, a partire da Camillo Benzo, fino alla canagliesca e impunita arroganza di Gf. Miglio, nonché la falsificazione storiografica, opera di geniale viltà, in cui brilla la sintesi senza analisi di don Benedetto.

L'identità meridionale, che si pone alla fondazione della civiltà occidentale, è nata invece sul mare.

La parte virtuosa della storia napoletana e della storia siciliana sta sul Mare. Sicilia e Sud italiano, entrambi negati come civiltà di Mare dal terragno conquistatore romano (basta leggersi le orazioni contro Verre di Cicerone, che pure era uno dei loro), furono nuovamente negati, nel momento in cui stavano rifiorendo per opera del Mare, dal tetro incalzare del feudalesimo granario e allevatorio dei barbari europei.

E solo un cialtrone della statura di Miglio può fingere d' ignorare che Amalfi, Napoli, Salerno, Bari, Otranto, Messina, libere città-mercato, sono storicamente il momento genetico della civiltà moderna (anche della sua, se non fosse un fetente) che si fonda sull'uomo libero e sullo scambio mercantile.

Il Terzo Meridione è merito consapevole dei Borbone di Napoli.

Difatti con Carlo III arrivò a Napoli l'idea del monarca illuminato, del padrone-servitore della nazione, e con questa, anche l'indipendenza dalla Spagna e dalla Francia fameliche.

I napoletani presero a comportarsi da cittadini di uno Stato nazionale, uomini jure suo, come a quel tempo facevano gli inglesi, i francesi, gli americani, i piemontesi.

Lo stesso non si può purtroppo dire per i siciliani, che lo Stato indipendente non ebbero, e che continuarono a pensarsi come creditori dell'indipendenza nazionale (e l'incapacità dei Borbone di risolvere il problema dell'indipendenza siciliana perse loro, i napoletani e anche i siciliani).

Con i Borbone, pur tra mille difficoltà e i notevoli conflitti tra civiltà della terra e civiltà del mare, i napoletani tornano sulla costa, a navigare.
La tetra alienazione dal mare, che sotto normanni, angioini e spagnoli si spinse fino a consegnare ai genovesi il commercio marittimo napoletano, finí.
Parve per sempre.

Invece l'Italia padana e cavourriana, piagnucolosa propaggine dell'Europa granaria e allevatoria, ci ha nuovamente rinchiusi nelle morsa della terragnetà europea.

Se un giorno il Sud italiano ripartirà come Stato indipendente - di chiunque sia il merito - la sua identità di collettività politica, di nazione, si riaggancerà alla storia interrotta nel 1860.

E il periodo coloniale italiano non sarà considerato in modo dissimile da quello spagnolo.

Detto questo, si è implicitamente detto che il neoborbonismo da solo non produce politica.
Che non basta spargere incenso sull'icona dolorante di Francischiello, perché i meridionali riabbiano la libertà collettiva.

Certamente molto di piú aveva fatto il meridionalismo post-risorgimentale che, pur non spingendosi mai fino all'idea della secessione nazionale e pur rimanendo nel quadro istituzionale italiano (cosa che è stata il motivo del suo sostanziale velleitarismo), additava, spiegava, argomentava le responsabilità, i soprusi dello Stato unitario e delle classi dirigenti italiane.


Tale lavoro va ripreso, perché di fondamentale importanza.


Infatti l'indipendenza meridionale si può invocare solo partendo dalla dimostrazione che il Sud è un paese senza Stato, anzi un paese governato da uno Stato nemico.
Rispetto alla situazione attuale la "bellezza" delle Due Sicilie, non qualificata da un'appendice analitica, progettuale, operativa, non significa niente politicamente.


Il susseguirsi dei fiaschi elettorali di questo o quel produttore di giornaletti ne è la prova provata.


L'unità italiana ha fatto del Sud una macchietta, un popolo cornuto e mazziato, una realtà invivibile, un esercito pluricontinentale del lavoro di riserva, un mondo di disoccupati, di precari, di schiavi del lavoro nero e grigio, una collettività guasta, affollata di delinquenti, di cui solo la parte minore sta all'Ucciardone e a Poggioreale, e per il resto sulle cattedre, nei tribunali, negli ambulatori medici, negli ospedali, nelle botteghe, negli alberghi, nelle banche, nei municipi, negli uffici regionali e provinciali, fra le forze dell'ordine, nei consessi politici, a partire dai piú elevati e nazionali.


Non è l'Italia stronzobossista che deve fare i conti con questo mondo, ma è questo mondo che deve chiedere all'Italia, in primo luogo alle regioni stronzobossiste, cosa ha fatto di noi.


Chi fra noi possiede ancora la forza, la libertà morale, il coraggio delle antiche virtú, la dignità che ebbero i fanti di Francisciello affollatisi intorno a Gaeta, per chiedergli di poter combattere finalmente per Napoli, onde risollevare la bandiera tradita e umiliata da un'aristocrazia militare ribalda e venale, la dignità che ebbero i cosiddetti briganti di sfidare i sanguinari bersaglieri scesi da Cuneo e da Vercelli, chi ha intelligenza politica e un reale desidero di liberà (e non, per caso, il prurito di fare il consigliere comunale e il deputato europeo), allora ripieghi il particolare simbolo, sotterri il distintivo inventato per correre alle elezioni che promettono danari e buoni affari.


Riuniamoci tutti sotto un solo precetto, fondiamo un Comitato Permanente di Liberazione Nazionale, che abbia titolo per guidare l'azione comune.


Non è piú possibile far credito all'Italia e al suo sistema, ambivalente persino in termini di rappresentanza democratica.

Se il capitalismo italiano (o quello europeo) fosse capace di trasformare il Sud, l'avrebbe già fatto. Non avrebbe tenuta inutilizzata per cinquant'anni una massa di dieci milioni di produttori e bloccato nell'improduttività un terzo della nazione italiana.

Se il sistema democratico-parlamentare avesse rappresentato - anzi potuto rappresentare - il Sud, il Sud avrebbe quantomeno il lavoro che non ha, e tutti quei servizi sociali e civili che non ha. Nonostante quel che vanno scrivendo i figlioletti di don Benedetto, dallo sbarco di Marsala all'ingresso dell'Italia nell'Europa della moneta unica, il Sud italiano è stato la vittima (cornuta) di un'accumuzione selvaggia da parte del capitalismo padano, il quale ha distrutto tutto, ha risucchiato tutto, non fermandosio dinanzi a niente, neppure ai narcodollari e alla narcolire.


Non è detto che la liberazione napoletana e siciliana debbano percorrere necessariamente una via militare.

Non è detto che il problema del risarcimento dei danno di guerra e del costo dell'occupazione coloniale debba necessariamente sfociare in un conflitto armato.
Gli italiani del Sud e del Nord inclinano a risolvere le cose pacificamente.
E cosí si spera di fare.


D'altra parte il paese meridionale è ricco di lavoratori moderni, di intellettuali e tecnici preparati, tanto che ne esporta dovunque, di consistenti masse di risparmio, può persino contare sull'aiuto di due altre popolazioni meridionali che vivono fuori del suolo patrio, e se lo volesse potrebbe stracciare e buttare in faccia a Bossi, a Miglio, a Cacciari, a Formigoni, la cambiale idealmente sottoscritta da Garibaldi centoquarant'anni fa e tuttora insoluta.

Al Sud di oggi bastano la libertà di operare e tre anni di tempo per superare in termini di valore aggiunto le piú avanzate regioni centrosettentrionali.


Finiamola però con le parate simil-leghiste e con la fioritura di fiordalisi borbonici sui vessilli.
Come centoquarant'anni fa, i vessilli spiegati potrebbero nascondere il tradimento.


Chi ha vero amor di patria venga avanti con le mani aperte e nette, e dica cosa pensa e cosa è disposto a fare.Il mio nome lo conoscete tutti. Il mio indirizzo è indicato qui stesso.


Sono, fra voi, quello che ha cominciato per primo e che ha lottato piú a lungo.

Ho perciò un quasi diritto a dire: finiamola con la pazziella, qualificatevi.

Aspetto la vostra risposta.

Anche da coloro che credono di essere gli unti dei Gigli.


Leggi tutto »

Di Nicola Zitara

Quando un decennio fa venne fuori, quasi per gioco, il fenomeno del neoborbonismo, ne gioí anche chi, all'idea di contestare lo Stato nazionale era approdato vent'anni prima.


Peraltro, se si parte dal rifiuto politico dell'unità sabauda e della successiva unità resistenziale, è inevitabile approdare a una rivalutazione della precedente fase storica in cui il Sud era uno Stato sovrano. E quindi ai Borbone.

A partire da quella prima levata di pizza (piú che di scudi) l'area neoborbonica si è alquanto estesa, cosicché oggi, a voler enumerare i gruppi, le pubblicazioni, gli incontri, le personalità che ad esso si richiamano, ci si trova in imbarazzo.

Niente di minaccioso per il sistema italiano, però, in quanto questi punti d'aggregazione mancano di qualità militare e di qualità progettuale, essendo piú che altro una risentita risposta all'inqualificabile grettezza dei bottegai milanesi, i quali intendono continuare ad avere uno Stato in proprietà, facendone pagare il costo essenzialmente ai meridionali, come è avvenuto nel corso del secolo e piú, in cui l'Italia era un paese essenzialmente agricolo, e le esportazioni meridionali e le rimesse degli emigrati permettevano all'industria parassitaria e alle aristocrazie operaie di Torino e di Milano di vivacchiare meno peggio di chi le reggeva sul suo groppone.

Certo, il neoborbonismo si è alquanto diffuso, ma frantumato com'è tra decine di gruppetti, ognuno dei quali ha un suo capo o leader fornito di pulpito, dal quale predica la sua nostalgia per il bel tempo antico, non approda dove vorrebbe.

Non v'è dubbio che l'opera volta alla riscoperta del nostro passato è fondamentale se vogliamo dare all'identità meridionale una qualificazione diversa dal peperoncino rosso, dal Vesuvio che non fuma piú, dalla mafia, dal delitto d'onore, dalla processione dei battenti di Tarzia, dai galantuomini falsamente liberali ed effettivamente parassiti, dagli orrendi e incomprensibili dialetti che, chi parla un neolatino fortemente influenzato da eredità germaniche, sente come africani, e dalle molte altre cose su cui hanno grandemente e con successo insistito, e insistono tuttora, la letteratura, il cinema, l'etnologia, il giornalismo "nazionale", quello che nasce dalle braghe onte del grande Albertini, la satira autodenigratoria dell'avanspettacolo, in cui tuttora furoreggia un Lino Banfi, e specialmente la speculazione politica, a partire da Camillo Benzo, fino alla canagliesca e impunita arroganza di Gf. Miglio, nonché la falsificazione storiografica, opera di geniale viltà, in cui brilla la sintesi senza analisi di don Benedetto.

L'identità meridionale, che si pone alla fondazione della civiltà occidentale, è nata invece sul mare.

La parte virtuosa della storia napoletana e della storia siciliana sta sul Mare. Sicilia e Sud italiano, entrambi negati come civiltà di Mare dal terragno conquistatore romano (basta leggersi le orazioni contro Verre di Cicerone, che pure era uno dei loro), furono nuovamente negati, nel momento in cui stavano rifiorendo per opera del Mare, dal tetro incalzare del feudalesimo granario e allevatorio dei barbari europei.

E solo un cialtrone della statura di Miglio può fingere d' ignorare che Amalfi, Napoli, Salerno, Bari, Otranto, Messina, libere città-mercato, sono storicamente il momento genetico della civiltà moderna (anche della sua, se non fosse un fetente) che si fonda sull'uomo libero e sullo scambio mercantile.

Il Terzo Meridione è merito consapevole dei Borbone di Napoli.

Difatti con Carlo III arrivò a Napoli l'idea del monarca illuminato, del padrone-servitore della nazione, e con questa, anche l'indipendenza dalla Spagna e dalla Francia fameliche.

I napoletani presero a comportarsi da cittadini di uno Stato nazionale, uomini jure suo, come a quel tempo facevano gli inglesi, i francesi, gli americani, i piemontesi.

Lo stesso non si può purtroppo dire per i siciliani, che lo Stato indipendente non ebbero, e che continuarono a pensarsi come creditori dell'indipendenza nazionale (e l'incapacità dei Borbone di risolvere il problema dell'indipendenza siciliana perse loro, i napoletani e anche i siciliani).

Con i Borbone, pur tra mille difficoltà e i notevoli conflitti tra civiltà della terra e civiltà del mare, i napoletani tornano sulla costa, a navigare.
La tetra alienazione dal mare, che sotto normanni, angioini e spagnoli si spinse fino a consegnare ai genovesi il commercio marittimo napoletano, finí.
Parve per sempre.

Invece l'Italia padana e cavourriana, piagnucolosa propaggine dell'Europa granaria e allevatoria, ci ha nuovamente rinchiusi nelle morsa della terragnetà europea.

Se un giorno il Sud italiano ripartirà come Stato indipendente - di chiunque sia il merito - la sua identità di collettività politica, di nazione, si riaggancerà alla storia interrotta nel 1860.

E il periodo coloniale italiano non sarà considerato in modo dissimile da quello spagnolo.

Detto questo, si è implicitamente detto che il neoborbonismo da solo non produce politica.
Che non basta spargere incenso sull'icona dolorante di Francischiello, perché i meridionali riabbiano la libertà collettiva.

Certamente molto di piú aveva fatto il meridionalismo post-risorgimentale che, pur non spingendosi mai fino all'idea della secessione nazionale e pur rimanendo nel quadro istituzionale italiano (cosa che è stata il motivo del suo sostanziale velleitarismo), additava, spiegava, argomentava le responsabilità, i soprusi dello Stato unitario e delle classi dirigenti italiane.


Tale lavoro va ripreso, perché di fondamentale importanza.


Infatti l'indipendenza meridionale si può invocare solo partendo dalla dimostrazione che il Sud è un paese senza Stato, anzi un paese governato da uno Stato nemico.
Rispetto alla situazione attuale la "bellezza" delle Due Sicilie, non qualificata da un'appendice analitica, progettuale, operativa, non significa niente politicamente.


Il susseguirsi dei fiaschi elettorali di questo o quel produttore di giornaletti ne è la prova provata.


L'unità italiana ha fatto del Sud una macchietta, un popolo cornuto e mazziato, una realtà invivibile, un esercito pluricontinentale del lavoro di riserva, un mondo di disoccupati, di precari, di schiavi del lavoro nero e grigio, una collettività guasta, affollata di delinquenti, di cui solo la parte minore sta all'Ucciardone e a Poggioreale, e per il resto sulle cattedre, nei tribunali, negli ambulatori medici, negli ospedali, nelle botteghe, negli alberghi, nelle banche, nei municipi, negli uffici regionali e provinciali, fra le forze dell'ordine, nei consessi politici, a partire dai piú elevati e nazionali.


Non è l'Italia stronzobossista che deve fare i conti con questo mondo, ma è questo mondo che deve chiedere all'Italia, in primo luogo alle regioni stronzobossiste, cosa ha fatto di noi.


Chi fra noi possiede ancora la forza, la libertà morale, il coraggio delle antiche virtú, la dignità che ebbero i fanti di Francisciello affollatisi intorno a Gaeta, per chiedergli di poter combattere finalmente per Napoli, onde risollevare la bandiera tradita e umiliata da un'aristocrazia militare ribalda e venale, la dignità che ebbero i cosiddetti briganti di sfidare i sanguinari bersaglieri scesi da Cuneo e da Vercelli, chi ha intelligenza politica e un reale desidero di liberà (e non, per caso, il prurito di fare il consigliere comunale e il deputato europeo), allora ripieghi il particolare simbolo, sotterri il distintivo inventato per correre alle elezioni che promettono danari e buoni affari.


Riuniamoci tutti sotto un solo precetto, fondiamo un Comitato Permanente di Liberazione Nazionale, che abbia titolo per guidare l'azione comune.


Non è piú possibile far credito all'Italia e al suo sistema, ambivalente persino in termini di rappresentanza democratica.

Se il capitalismo italiano (o quello europeo) fosse capace di trasformare il Sud, l'avrebbe già fatto. Non avrebbe tenuta inutilizzata per cinquant'anni una massa di dieci milioni di produttori e bloccato nell'improduttività un terzo della nazione italiana.

Se il sistema democratico-parlamentare avesse rappresentato - anzi potuto rappresentare - il Sud, il Sud avrebbe quantomeno il lavoro che non ha, e tutti quei servizi sociali e civili che non ha. Nonostante quel che vanno scrivendo i figlioletti di don Benedetto, dallo sbarco di Marsala all'ingresso dell'Italia nell'Europa della moneta unica, il Sud italiano è stato la vittima (cornuta) di un'accumuzione selvaggia da parte del capitalismo padano, il quale ha distrutto tutto, ha risucchiato tutto, non fermandosio dinanzi a niente, neppure ai narcodollari e alla narcolire.


Non è detto che la liberazione napoletana e siciliana debbano percorrere necessariamente una via militare.

Non è detto che il problema del risarcimento dei danno di guerra e del costo dell'occupazione coloniale debba necessariamente sfociare in un conflitto armato.
Gli italiani del Sud e del Nord inclinano a risolvere le cose pacificamente.
E cosí si spera di fare.


D'altra parte il paese meridionale è ricco di lavoratori moderni, di intellettuali e tecnici preparati, tanto che ne esporta dovunque, di consistenti masse di risparmio, può persino contare sull'aiuto di due altre popolazioni meridionali che vivono fuori del suolo patrio, e se lo volesse potrebbe stracciare e buttare in faccia a Bossi, a Miglio, a Cacciari, a Formigoni, la cambiale idealmente sottoscritta da Garibaldi centoquarant'anni fa e tuttora insoluta.

Al Sud di oggi bastano la libertà di operare e tre anni di tempo per superare in termini di valore aggiunto le piú avanzate regioni centrosettentrionali.


Finiamola però con le parate simil-leghiste e con la fioritura di fiordalisi borbonici sui vessilli.
Come centoquarant'anni fa, i vessilli spiegati potrebbero nascondere il tradimento.


Chi ha vero amor di patria venga avanti con le mani aperte e nette, e dica cosa pensa e cosa è disposto a fare.Il mio nome lo conoscete tutti. Il mio indirizzo è indicato qui stesso.


Sono, fra voi, quello che ha cominciato per primo e che ha lottato piú a lungo.

Ho perciò un quasi diritto a dire: finiamola con la pazziella, qualificatevi.

Aspetto la vostra risposta.

Anche da coloro che credono di essere gli unti dei Gigli.


martedì 15 luglio 2008

La circolazione della crisi


Di Nicola Zitara


La crisi è in atto da tempo e secondo gli esperti s'aggraverà. Con alquanta parsimonia i telegiornali fanno seguire, ai quotidiani pettegolezzi politici, qualche notizia sulla persistente caduta dei titoli in borsa. A New York, Londra, Tokio, Hong Kong, Pechino, Francoforte, Milano si accusano perdite colossali, il 25 per cento e anche più. In totale le maggiori borse del mondo hanno avuto un abbattimento dei valori di quasi duemila miliardi di dollari (della bolla gonfiata dalla speculazione. Speculare in borsa significa far crescere con artifici vari, ma non illeciti, la domanda di un titolo azionario o obbligazionario al fine di venderlo a un prezzo maggiore del valore reale dei diritti proprietari che esso rappresenta, o viceversa, fare in modo che il valore crolli o scenda).
Dei dolori di noi plebei, abitanti dell'ultima provincia del mondo degli affari, si dice e non si dice. Il lamento si dispiega sull'aumento del costo della vita, principalmente all'aumento dei generi di prima necessità: pasta, pane, frutta, latte, e da ultimo il barile di petrolio, il cui prezzo è raddoppiato negli ultimi quattro mesi. Il cataclisma abbattutosi sulle condizioni d'esistenza dei sudichi viene esibito dai mezzibusti televisivi come se fosse opera di un dio trascendente e come se non corrispondesse a precisi comportamenti umani. O volerla dire con Marx: a comportamenti umani dettati da interessi di classe. "E' la mano divina che regge il mercato", questa è la filosofia economica che vige da più di 150 anni e che si continua a insegnare nelle facoltà di economia per rimbecillire i giovani, e che viene sottintesa nelle recitazione dei giornalisti televisivi, per ingannare la gente comune. Nella letteratura giornalistica, che è opera di esperti, girano mezze verità che hanno il fine recondito di addossare ogni colpa allo Spirito Santo. Ma se, per caso, questa mano divina, che reggerebbe l'andamento dei mercati, l'andiamo a cercare in un Dio rivelato come Gesù Cristo, è scritto che Egli i mercanti li scacciò dal tempio con la frusta.
Comunque, mano di dio o mani profane, la televisione e i giornali, dovendo fornire un alibi ai colpevoli, mettono insieme due cose ben diverse. Vediamole. L'aumento del costo della vita non ha cause trascendentali. E' stato voluto dai creatori dell'euro. Non ci sono santi che tengano, questi signori, onde avere una moneta forte, hanno fatto in modo d'abbassare i redditi popolari e d'indebolire incisivamente la spesa sociale, il cosiddetto Welfare. Lo hanno fatto sia barando sul cambio tra vecchie monete ed euro (e non solo in Italia), sia allargando la circolazione attraverso la moneta che viene creata su base fiduciaria dalle banche (solo per fare un esempio, un assegno non è moneta, ma per chi lo dà e per chi lo prende è subito valuta. L'ammontare degli assegni in circolazione si aggiunge alla circolazione monetaria). Il (relativamente) recente aumento del prezzo delle materie prime si è riversato come una colata di calce viva sulle classi popolari già sofferenti. In questo caso, per i giornali e la televisione, gli imputati sono l'India e la Cina. Ma neanche in questo caso viene raccontata la verità. La capacità di spesa di una nazione non cresce per salti, ma per progressione. Chi sapeva del fenomeno ha taciuto per favorire gli speculatori. Nel mondo occidentale i giornalisti traboccano, gli economisti anche, i centri di ricerca sono migliaia, ma gli interessi dei monopolisti mondiali sono tali da mettere il bavaglio a chi infrange la legge dell'omertà sui fatti concernenti il profitto. Ci sono poi le responsabilità del dollaro. I prezzi mondiali sono cresciuti e crescono in misura inversa al calo del valore del dollaro. E anche in questo caso la pallina degli gnomi di Francoforte, il cui recondito progetto era di arrivare a sostituire il dollaro con l'euro nelle transazioni internazionali, è finita in buca, in quanto il Giappone, e la Cina e l'India emergenti guardano agli USA come clienti, o maggiori clienti, e non all'Europa. I sapientoni di Francoforte hanno fatto male il loro mestiere. Volendo indebolire il dollaro hanno messo in crisi l'Europa. E nessuno ancora li ha cacciati dal Tempio come si racconta nei Vangeli fece Cristo.
La crisi sociale dovuta alla caduta dei redditi popolari è un fenomeno che precede la crisi delle borse e della finanza bancaria. Anzi, i padroni della banche hanno scialato abbondantemente sulla crisi popolare. I titoli hanno scalato i listini per molti anni in modo ingiustificato. Infatti i guadagni in borsa non sempre derivano dall'incremento effettivo dei profitti, ma più spesso da valutazioni di comodo e anche da imbrogli contabili. Gli Dei o il Caso sono innocenti dell'attuale crisi e del suo aggravarsi. I responsabili sono esseri umani, se tali vogliamo considerare la signora Thatcher e il defunto presidente USA, Reagan, che hanno liberalizzato il movimento dei capitali. Volendola esemplificare, la decisione ha consentito e consente alla banca A, italiana, che si prospetta dei buoni affari diciamo con il prestito al consumo, di prendere in prestito dalla banca B, americana, una certa quantità di milioni, rilasciando un titolo di credito (grossolanamente una cambiale). La banca B non considera questo titolo un credito, a fronte del quale deve accantonare un suo capitale, come farebbe un comune mortale, ma esso stesso un capitale di riserva, e ne impiega il controvalore in altro credito. Succede così che se gli affamati clienti della banca A non pagano, il titolo incassato dalla banca B non corrisponde a un valore ma a puro fumo. Se neanche i successivi debitori di A pagano, il buco viene alla luce del sole. In questo caso la banca centrale stampa altra carta e la presta agli imbroglioni, addossando al pubblico il prezzo dell'imbroglio attraverso l'inflazione. Nella speculazione non c'è solo il danno, c'è anche la beffa. Infatti la contabilità nazionale mette all'attivo i palloni gonfiati, come se fossero ricchezza reale. A tempo di mio nonno si diceva: "Chiacchiere e tabacchere 'e legno, 'o banco non impegna".
Ciò premesso, veniamo a noi plebei, gente marginale ed emarginata del mondo opulento. Cosa accadrà a noi che non possediamo titoli in borsa, non abbiamo euro depositati in banca e abbiamo il portafoglio più spesso vuoto che pieno? Per prima cosa i banchieri cercheranno di recuperare i crediti che hanno verso di noi, per pagare i loro. Infieriranno? Questo è il meno. L'inefficienza della magistratura costituisce una difesa per i debitori. Il guaio sarà che chi manda avanti un'impresa avrà difficoltà a trovare credito. Di conseguenza ridurrà le spese in contanti, in primo luogo il numero dei dipendenti. Crescerà, di conseguenza, la già infernale disoccupazione e i salari arretreranno ulteriormente. La recessione nel settore delle costruzioni è già in atto. Anche lo stato, i comuni e gli altri enti pubblici spenderanno di meno, perché la Banca europea, insistendo nella sua politica di stabilità monetaria, stringerà i cordoni del credito. Intanto ENI, Enel, assicurazione auto, i grandi mulini, i grandi pastifici etc. continueranno a succhiare plusvalore dai consumatori meridionali Fra tante cose che già vanno male, di positivo ci potrebbe essere uno stimolo a tornare ai campi e all'agricoltura. Forse accadrà, forse no. Personalmente non ci credo molto, perché il Sud è precipitato in mano a una classe politica vanitosa, ingorda e inetta. A dirla fuori dei denti e senza la rituale ipocrisia, resteranno in giro i soldi della mafia. La quale continuerà a fare i suoi affari, anche se lo stato e l'Europa restringeranno il rubinetto dei lavori pubblici, portando al Sud danaro che ha prodotto. Ma il danaro della mafia non figlia. La mafia non è un corpo economico progettuale, quantomeno qui dove esercita il dominio sul territorio. Qui alleva i suoi quadri, adotta quindi una cultura da caserma, di retroguardia, chiusa in difesa dell'arretratezza.
Le crisi cicliche sono state sempre innescate dalla mancanza d'intelligenza con cui il capitalismo governa il mondo, ma sono sempre ricadute sulla gente più povera. Sono uno dei pochi a ricordare il 1931, 1932, 1933, e poi le guerre d'Africa e di Spagna, quando i contadini andavano a morire per 25 lire al giorno. Oggi in Africa si muore per meno. Chi crede in Dio, è giusto che preghi.

Leggi tutto »

Di Nicola Zitara


La crisi è in atto da tempo e secondo gli esperti s'aggraverà. Con alquanta parsimonia i telegiornali fanno seguire, ai quotidiani pettegolezzi politici, qualche notizia sulla persistente caduta dei titoli in borsa. A New York, Londra, Tokio, Hong Kong, Pechino, Francoforte, Milano si accusano perdite colossali, il 25 per cento e anche più. In totale le maggiori borse del mondo hanno avuto un abbattimento dei valori di quasi duemila miliardi di dollari (della bolla gonfiata dalla speculazione. Speculare in borsa significa far crescere con artifici vari, ma non illeciti, la domanda di un titolo azionario o obbligazionario al fine di venderlo a un prezzo maggiore del valore reale dei diritti proprietari che esso rappresenta, o viceversa, fare in modo che il valore crolli o scenda).
Dei dolori di noi plebei, abitanti dell'ultima provincia del mondo degli affari, si dice e non si dice. Il lamento si dispiega sull'aumento del costo della vita, principalmente all'aumento dei generi di prima necessità: pasta, pane, frutta, latte, e da ultimo il barile di petrolio, il cui prezzo è raddoppiato negli ultimi quattro mesi. Il cataclisma abbattutosi sulle condizioni d'esistenza dei sudichi viene esibito dai mezzibusti televisivi come se fosse opera di un dio trascendente e come se non corrispondesse a precisi comportamenti umani. O volerla dire con Marx: a comportamenti umani dettati da interessi di classe. "E' la mano divina che regge il mercato", questa è la filosofia economica che vige da più di 150 anni e che si continua a insegnare nelle facoltà di economia per rimbecillire i giovani, e che viene sottintesa nelle recitazione dei giornalisti televisivi, per ingannare la gente comune. Nella letteratura giornalistica, che è opera di esperti, girano mezze verità che hanno il fine recondito di addossare ogni colpa allo Spirito Santo. Ma se, per caso, questa mano divina, che reggerebbe l'andamento dei mercati, l'andiamo a cercare in un Dio rivelato come Gesù Cristo, è scritto che Egli i mercanti li scacciò dal tempio con la frusta.
Comunque, mano di dio o mani profane, la televisione e i giornali, dovendo fornire un alibi ai colpevoli, mettono insieme due cose ben diverse. Vediamole. L'aumento del costo della vita non ha cause trascendentali. E' stato voluto dai creatori dell'euro. Non ci sono santi che tengano, questi signori, onde avere una moneta forte, hanno fatto in modo d'abbassare i redditi popolari e d'indebolire incisivamente la spesa sociale, il cosiddetto Welfare. Lo hanno fatto sia barando sul cambio tra vecchie monete ed euro (e non solo in Italia), sia allargando la circolazione attraverso la moneta che viene creata su base fiduciaria dalle banche (solo per fare un esempio, un assegno non è moneta, ma per chi lo dà e per chi lo prende è subito valuta. L'ammontare degli assegni in circolazione si aggiunge alla circolazione monetaria). Il (relativamente) recente aumento del prezzo delle materie prime si è riversato come una colata di calce viva sulle classi popolari già sofferenti. In questo caso, per i giornali e la televisione, gli imputati sono l'India e la Cina. Ma neanche in questo caso viene raccontata la verità. La capacità di spesa di una nazione non cresce per salti, ma per progressione. Chi sapeva del fenomeno ha taciuto per favorire gli speculatori. Nel mondo occidentale i giornalisti traboccano, gli economisti anche, i centri di ricerca sono migliaia, ma gli interessi dei monopolisti mondiali sono tali da mettere il bavaglio a chi infrange la legge dell'omertà sui fatti concernenti il profitto. Ci sono poi le responsabilità del dollaro. I prezzi mondiali sono cresciuti e crescono in misura inversa al calo del valore del dollaro. E anche in questo caso la pallina degli gnomi di Francoforte, il cui recondito progetto era di arrivare a sostituire il dollaro con l'euro nelle transazioni internazionali, è finita in buca, in quanto il Giappone, e la Cina e l'India emergenti guardano agli USA come clienti, o maggiori clienti, e non all'Europa. I sapientoni di Francoforte hanno fatto male il loro mestiere. Volendo indebolire il dollaro hanno messo in crisi l'Europa. E nessuno ancora li ha cacciati dal Tempio come si racconta nei Vangeli fece Cristo.
La crisi sociale dovuta alla caduta dei redditi popolari è un fenomeno che precede la crisi delle borse e della finanza bancaria. Anzi, i padroni della banche hanno scialato abbondantemente sulla crisi popolare. I titoli hanno scalato i listini per molti anni in modo ingiustificato. Infatti i guadagni in borsa non sempre derivano dall'incremento effettivo dei profitti, ma più spesso da valutazioni di comodo e anche da imbrogli contabili. Gli Dei o il Caso sono innocenti dell'attuale crisi e del suo aggravarsi. I responsabili sono esseri umani, se tali vogliamo considerare la signora Thatcher e il defunto presidente USA, Reagan, che hanno liberalizzato il movimento dei capitali. Volendola esemplificare, la decisione ha consentito e consente alla banca A, italiana, che si prospetta dei buoni affari diciamo con il prestito al consumo, di prendere in prestito dalla banca B, americana, una certa quantità di milioni, rilasciando un titolo di credito (grossolanamente una cambiale). La banca B non considera questo titolo un credito, a fronte del quale deve accantonare un suo capitale, come farebbe un comune mortale, ma esso stesso un capitale di riserva, e ne impiega il controvalore in altro credito. Succede così che se gli affamati clienti della banca A non pagano, il titolo incassato dalla banca B non corrisponde a un valore ma a puro fumo. Se neanche i successivi debitori di A pagano, il buco viene alla luce del sole. In questo caso la banca centrale stampa altra carta e la presta agli imbroglioni, addossando al pubblico il prezzo dell'imbroglio attraverso l'inflazione. Nella speculazione non c'è solo il danno, c'è anche la beffa. Infatti la contabilità nazionale mette all'attivo i palloni gonfiati, come se fossero ricchezza reale. A tempo di mio nonno si diceva: "Chiacchiere e tabacchere 'e legno, 'o banco non impegna".
Ciò premesso, veniamo a noi plebei, gente marginale ed emarginata del mondo opulento. Cosa accadrà a noi che non possediamo titoli in borsa, non abbiamo euro depositati in banca e abbiamo il portafoglio più spesso vuoto che pieno? Per prima cosa i banchieri cercheranno di recuperare i crediti che hanno verso di noi, per pagare i loro. Infieriranno? Questo è il meno. L'inefficienza della magistratura costituisce una difesa per i debitori. Il guaio sarà che chi manda avanti un'impresa avrà difficoltà a trovare credito. Di conseguenza ridurrà le spese in contanti, in primo luogo il numero dei dipendenti. Crescerà, di conseguenza, la già infernale disoccupazione e i salari arretreranno ulteriormente. La recessione nel settore delle costruzioni è già in atto. Anche lo stato, i comuni e gli altri enti pubblici spenderanno di meno, perché la Banca europea, insistendo nella sua politica di stabilità monetaria, stringerà i cordoni del credito. Intanto ENI, Enel, assicurazione auto, i grandi mulini, i grandi pastifici etc. continueranno a succhiare plusvalore dai consumatori meridionali Fra tante cose che già vanno male, di positivo ci potrebbe essere uno stimolo a tornare ai campi e all'agricoltura. Forse accadrà, forse no. Personalmente non ci credo molto, perché il Sud è precipitato in mano a una classe politica vanitosa, ingorda e inetta. A dirla fuori dei denti e senza la rituale ipocrisia, resteranno in giro i soldi della mafia. La quale continuerà a fare i suoi affari, anche se lo stato e l'Europa restringeranno il rubinetto dei lavori pubblici, portando al Sud danaro che ha prodotto. Ma il danaro della mafia non figlia. La mafia non è un corpo economico progettuale, quantomeno qui dove esercita il dominio sul territorio. Qui alleva i suoi quadri, adotta quindi una cultura da caserma, di retroguardia, chiusa in difesa dell'arretratezza.
Le crisi cicliche sono state sempre innescate dalla mancanza d'intelligenza con cui il capitalismo governa il mondo, ma sono sempre ricadute sulla gente più povera. Sono uno dei pochi a ricordare il 1931, 1932, 1933, e poi le guerre d'Africa e di Spagna, quando i contadini andavano a morire per 25 lire al giorno. Oggi in Africa si muore per meno. Chi crede in Dio, è giusto che preghi.

 
[Privacy]
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India