lunedì 2 maggio 2011

Napoli 2 maggio 2011: Presentazione/Dibattito dell'ultimo libro di Nicola Zitara



Il Partito del Sud

organizza a Napoli Lunedì 02 Maggio ore 18,30


c/o l'Hotel Majestic

Largo Vasto a Chiaia - Napoli


la Presentazione/Dibattito


dell'ultimo libro di Nicola Zitara

"L'invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria"
Edizioni Jaca Book




con la presenza di :


Pino Aprile Giornalista/scrittore, autore del best seller "Terroni"

Beppe De Santis Presidente Nazionale e Segretario del Partito del Sud

Lino Patruno Giornalista/scrittore. autore di "Fuoco del Sud"

Marco Esposito Giornalista, autore di "Federalismo avvelenato"


interverranno :


Antonia Zitara (vedova di Nicola Zitara)

Mino Errico (gestore del sito www.eleaml.org di Nicola Zitara)


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Il Partito del Sud

organizza a Napoli Lunedì 02 Maggio ore 18,30


c/o l'Hotel Majestic

Largo Vasto a Chiaia - Napoli


la Presentazione/Dibattito


dell'ultimo libro di Nicola Zitara

"L'invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria"
Edizioni Jaca Book




con la presenza di :


Pino Aprile Giornalista/scrittore, autore del best seller "Terroni"

Beppe De Santis Presidente Nazionale e Segretario del Partito del Sud

Lino Patruno Giornalista/scrittore. autore di "Fuoco del Sud"

Marco Esposito Giornalista, autore di "Federalismo avvelenato"


interverranno :


Antonia Zitara (vedova di Nicola Zitara)

Mino Errico (gestore del sito www.eleaml.org di Nicola Zitara)


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domenica 1 maggio 2011

Napoli 2 maggio 2011: Presentazione/Dibattito dell'ultimo libro di Nicola Zitara


Il Partito del Sud

organizza a Napoli Lunedì 02 Maggio ore 18,30


c/o l'Hotel Majestic

Largo Vasto a Chiaia - Napoli


la Presentazione/Dibattito


dell'ultimo libro di Nicola Zitara

"L'invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria"
Edizioni Jaca Book




con la presenza di :


Pino Aprile Giornalista/scrittore, autore del best seller "Terroni"

Beppe De Santis Presidente Nazionale e Segretario del Partito del Sud

Lino Patruno Giornalista/scrittore. autore di "Fuoco del Sud"

Marco Esposito Giornalista, autore di "Federalismo avvelenato"


interverranno :


Antonia Zitara (vedova di Nicola Zitara)

Mino Errico (gestore del sito www.eleaml.org di Nicola Zitara)

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Il Partito del Sud

organizza a Napoli Lunedì 02 Maggio ore 18,30


c/o l'Hotel Majestic

Largo Vasto a Chiaia - Napoli


la Presentazione/Dibattito


dell'ultimo libro di Nicola Zitara

"L'invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria"
Edizioni Jaca Book




con la presenza di :


Pino Aprile Giornalista/scrittore, autore del best seller "Terroni"

Beppe De Santis Presidente Nazionale e Segretario del Partito del Sud

Lino Patruno Giornalista/scrittore. autore di "Fuoco del Sud"

Marco Esposito Giornalista, autore di "Federalismo avvelenato"


interverranno :


Antonia Zitara (vedova di Nicola Zitara)

Mino Errico (gestore del sito www.eleaml.org di Nicola Zitara)

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martedì 29 marzo 2011

Nicola Zitara L'INVENZIONE DEL MEZZOGIORNO una storia finanziaria [Due Sicilie]


http://www.youtube.com/watch?v=oLoUoo74Mgg&feature=feedu


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http://www.youtube.com/watch?v=oLoUoo74Mgg&feature=feedu


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lunedì 28 marzo 2011

L'Invenzione del Mezzogiorno Mizar rai2 Tassone su Zitara


http://www.youtube.com/watch?v=Yu4EBZb6YNE


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http://www.youtube.com/watch?v=Yu4EBZb6YNE


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giovedì 24 marzo 2011

COME IL MERIDIONE DIVENNE UNA COLONIA - CONVEGNO DEL 26 MARZO A LOCRI


ASSOCIAZIONE DUE SICILIE “NICOLA ZITARA”

www.duesicilie.info - Fax n. 1782284791

LOCRI, SABATO 26 MARZO 2011

IL BILANCIO DI 150 ANNI: COME IL MERIDIONE DIVENNE UNA COLONIA

Sabato 26 marzo 2011 alle ore 17.00, presso il Palazzo della Cultura di Locri (RC), a cura dell'Associazione Due Sicilie “Nicola Zitara” e del Comune di Locri, in collaborazione con le Associazioni “Terronia Città dell’Uomo”, “Quaderni Calabresi - Quaderni del Sud”, si terrà il convegno


Il bilancio di 150 anni: come il Meridione divenne una colonia

La distruzione del sistema produttivo meridionale


L’esame verrà condotto con l'ausilio dei libri: “L'unita' d'Italia - Nascita di una colonia” di Nicola Zitara e “Dagli Appennini alle Ande” di Luciano Vasapollo.


"Perché ci portiamo dietro la cosiddetta "questione meridionale"? Perché né governi, né opposizioni, né riforme sono riusciti a venire a capo di un continuo deterioramento insieme sociale, economico e culturale. Senza cogliere le origini della contraddizione storica insita nell'evento unitario, nessuna "cura" è possibile. Il Mezzogiorno è stato conquistato e "civilizzato" come colonia o, se vogliamo, semicolonia interna. Un inizio di capitalismo, persino precoce rispetto a quello del Nord, e lo sviluppo di un tessuto creditizio vengono nel Sud bloccati con la forza delle armi. Nel frattempo il mondo contadino si sfalda e passa dalla povertà alla miseria sotto lo sguardo di una nuova "borghesia agraria" faziosamente sostenitrice del processo unitario. Il Mezzogiorno è stato così utilizzato come riserva di forza lavoro, come luogo per speculazioni finanziarie e industriali devastanti…” (dalla quarta di copertina del volume “L’unità d’Italia – Nascita di una colonia”).


Il convegno verrà introdotto e moderato dal giornalista RAI Pietro MELÌA; vi saranno gli interventi di Francesco MACRI’ (Sindaco di Locri), Francesco COMMISSO (Assessore alla Cultura) e Antonia CAPRIA ZITARA (Presidente dell’Associazione Due Sicilie); seguiranno le relazioni di Carlo BENEDUCI (docente e giornalista) e Francesco TASSONE (editore e giornalista), infine, il dibattito con interventi del pubblico.

SEGRETERIA DELL'ASSOCIAZIONE DUE SICILIE “NICOLA ZITARA”


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ASSOCIAZIONE DUE SICILIE “NICOLA ZITARA”

www.duesicilie.info - Fax n. 1782284791

LOCRI, SABATO 26 MARZO 2011

IL BILANCIO DI 150 ANNI: COME IL MERIDIONE DIVENNE UNA COLONIA

Sabato 26 marzo 2011 alle ore 17.00, presso il Palazzo della Cultura di Locri (RC), a cura dell'Associazione Due Sicilie “Nicola Zitara” e del Comune di Locri, in collaborazione con le Associazioni “Terronia Città dell’Uomo”, “Quaderni Calabresi - Quaderni del Sud”, si terrà il convegno


Il bilancio di 150 anni: come il Meridione divenne una colonia

La distruzione del sistema produttivo meridionale


L’esame verrà condotto con l'ausilio dei libri: “L'unita' d'Italia - Nascita di una colonia” di Nicola Zitara e “Dagli Appennini alle Ande” di Luciano Vasapollo.


"Perché ci portiamo dietro la cosiddetta "questione meridionale"? Perché né governi, né opposizioni, né riforme sono riusciti a venire a capo di un continuo deterioramento insieme sociale, economico e culturale. Senza cogliere le origini della contraddizione storica insita nell'evento unitario, nessuna "cura" è possibile. Il Mezzogiorno è stato conquistato e "civilizzato" come colonia o, se vogliamo, semicolonia interna. Un inizio di capitalismo, persino precoce rispetto a quello del Nord, e lo sviluppo di un tessuto creditizio vengono nel Sud bloccati con la forza delle armi. Nel frattempo il mondo contadino si sfalda e passa dalla povertà alla miseria sotto lo sguardo di una nuova "borghesia agraria" faziosamente sostenitrice del processo unitario. Il Mezzogiorno è stato così utilizzato come riserva di forza lavoro, come luogo per speculazioni finanziarie e industriali devastanti…” (dalla quarta di copertina del volume “L’unità d’Italia – Nascita di una colonia”).


Il convegno verrà introdotto e moderato dal giornalista RAI Pietro MELÌA; vi saranno gli interventi di Francesco MACRI’ (Sindaco di Locri), Francesco COMMISSO (Assessore alla Cultura) e Antonia CAPRIA ZITARA (Presidente dell’Associazione Due Sicilie); seguiranno le relazioni di Carlo BENEDUCI (docente e giornalista) e Francesco TASSONE (editore e giornalista), infine, il dibattito con interventi del pubblico.

SEGRETERIA DELL'ASSOCIAZIONE DUE SICILIE “NICOLA ZITARA”


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lunedì 21 febbraio 2011

Quel Sud conquistato e mai unito

Per Nicola Zitara l’Italia è una "non nazione" nata da una guerra di conquista. In libreria "L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria".

Un alfiere del Regno delle Due Sicilie Uno dei contributi più seri, meno demagogici, alle celebrazioni dell’Unità d’Italia è forse la pubblicazione dell’ultimo, monumentale lavoro di quel grande, ma purtroppo misconosciuto, meridionalista anti-unitario che fu Nicola Zitara. Il libro («L'invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria») è un volumone di circa cinquecento pagine pieno di documenti e tabelle. Zitara (che si è spento nell'ottobre scorso, a 83 anni, nella natia Siderno, in provincia di Reggio Calabria) ne aveva rivisto le bozze proprio pochi giorni prima di morire. Presso lo stesso editore, fra il 1971 e il 1972, aveva già pubblicato due saggi fondamentali – «L'unità d'Italia: nascita di una colonia» e «Il proletariato esterno» – nei quali aveva gettato le basi della sua analisi degli effetti perniciosi che l'impresa risorgimentale ebbe a suo avviso sul nostro Mezzogiorno. Ma la sua opera capitale è proprio questo suo ponderoso libro postumo. Quale insolito, eccentrico tipo di «meridionalista» fu Zitara! Dopo aver militato a lungo, dalla prima giovinezza fino alla maturità, nel partito socialista, diventò pian piano uno dei principali esponenti di quella singolare famiglia di intellettuali che oggi ritiene che soltanto la rinascita di uno Stato meridionale indipendente, corrispondente geograficamente al Regno delle Due Sicilie, potrà assicurare la risoluzione dei problemi del Sud. Questa conclusione, ovviamente, non poteva non portarlo ad avvicinarsi al movimento neo-borbonico. Ma a spingerlo in questa direzione contribuì non poco, paradossalmente, la sua fedeltà ad alcuni aspetti del marxismo.


Di Marx egli infatti accettò fino all'ultimo l'analisi del processo della famosa «accumulazione primitiva» del capitalismo, in cui volle vedere la chiave per analizzare le cause dello sviluppo contraddittorio del capitalismo italiano nel corso del nostro Ottocento pre- e post-unitario. Riassumere il suo pensiero sull'argomento non è certo semplice. Ma negli innumerevoli scritti (saggi, articoli, discorsi, lettere) in cui espose per anni le conclusioni politiche delle sue analisi storiche, non cessò mai di sostenere che un elemento fondamentale del programma di Cavour fu l'intento, consapevole e deliberato, di liquidare il Sud economicamente e asservirlo culturalmente al Nord. Concepito e messo in opera da lui stesso, il progetto fu portato a una prima conclusione dalla Destra Storica, proseguito poi da Depretis, Cairoli, Crispi e Giolitti, quindi ancora da Mussolini, De Gasperi ed Einaudi. Ammetteva che forse Fanfani e Nenni avrebbero voluto cambiare rotta, ma la Confindustria e i sindacati – avallati dal Pci, La Malfa e De Martino – li bloccarono. Ne consegue – diceva inoltre – che siamo ancora una non-nazione. Il Sud, da quando il Nord lo ha conquistato, è stato squalificato sia nell'immagine che nella capacità produttiva. I padani, per svilupparsi, volevano un popolo di iloti, e lo hanno avuto. Hanno regalato ai ricchi le terre della Chiesa e il Demanio pubblico, hanno prezzolato i politicanti, hanno scatenato il clientelismo, hanno inaugurato il notabilato, hanno escogitato l'assistenzialismo, hanno governato simultaneamente coi carabinieri e con la mafia. E coi partiti e i sindacati nazionali hanno falsificato lo scontro politico Il Meridione – spiegava ancora – è oggi un paese che si identifica solo per negazione. I meridionali sono italiani negati dalla stessa Italia.


L'obiettivo, tuttavia, non è – concludeva – la rivalutazione dei Borbone. Il problema è un altro: far sapere finalmente a tutti, e in primo luogo agli stessi meridionali, sui frutti di quali saccheggi e razzie piemontesi e nordiste è stata edificata l'Italia. Su quali costi vivi, a carico del popolo meridionale, essa va avanti prosperosamente. A spese di chi si europeizza e si eurizza.

Fonte:Il Tempo del 19/02/2011


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Per Nicola Zitara l’Italia è una "non nazione" nata da una guerra di conquista. In libreria "L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria".

Un alfiere del Regno delle Due Sicilie Uno dei contributi più seri, meno demagogici, alle celebrazioni dell’Unità d’Italia è forse la pubblicazione dell’ultimo, monumentale lavoro di quel grande, ma purtroppo misconosciuto, meridionalista anti-unitario che fu Nicola Zitara. Il libro («L'invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria») è un volumone di circa cinquecento pagine pieno di documenti e tabelle. Zitara (che si è spento nell'ottobre scorso, a 83 anni, nella natia Siderno, in provincia di Reggio Calabria) ne aveva rivisto le bozze proprio pochi giorni prima di morire. Presso lo stesso editore, fra il 1971 e il 1972, aveva già pubblicato due saggi fondamentali – «L'unità d'Italia: nascita di una colonia» e «Il proletariato esterno» – nei quali aveva gettato le basi della sua analisi degli effetti perniciosi che l'impresa risorgimentale ebbe a suo avviso sul nostro Mezzogiorno. Ma la sua opera capitale è proprio questo suo ponderoso libro postumo. Quale insolito, eccentrico tipo di «meridionalista» fu Zitara! Dopo aver militato a lungo, dalla prima giovinezza fino alla maturità, nel partito socialista, diventò pian piano uno dei principali esponenti di quella singolare famiglia di intellettuali che oggi ritiene che soltanto la rinascita di uno Stato meridionale indipendente, corrispondente geograficamente al Regno delle Due Sicilie, potrà assicurare la risoluzione dei problemi del Sud. Questa conclusione, ovviamente, non poteva non portarlo ad avvicinarsi al movimento neo-borbonico. Ma a spingerlo in questa direzione contribuì non poco, paradossalmente, la sua fedeltà ad alcuni aspetti del marxismo.


Di Marx egli infatti accettò fino all'ultimo l'analisi del processo della famosa «accumulazione primitiva» del capitalismo, in cui volle vedere la chiave per analizzare le cause dello sviluppo contraddittorio del capitalismo italiano nel corso del nostro Ottocento pre- e post-unitario. Riassumere il suo pensiero sull'argomento non è certo semplice. Ma negli innumerevoli scritti (saggi, articoli, discorsi, lettere) in cui espose per anni le conclusioni politiche delle sue analisi storiche, non cessò mai di sostenere che un elemento fondamentale del programma di Cavour fu l'intento, consapevole e deliberato, di liquidare il Sud economicamente e asservirlo culturalmente al Nord. Concepito e messo in opera da lui stesso, il progetto fu portato a una prima conclusione dalla Destra Storica, proseguito poi da Depretis, Cairoli, Crispi e Giolitti, quindi ancora da Mussolini, De Gasperi ed Einaudi. Ammetteva che forse Fanfani e Nenni avrebbero voluto cambiare rotta, ma la Confindustria e i sindacati – avallati dal Pci, La Malfa e De Martino – li bloccarono. Ne consegue – diceva inoltre – che siamo ancora una non-nazione. Il Sud, da quando il Nord lo ha conquistato, è stato squalificato sia nell'immagine che nella capacità produttiva. I padani, per svilupparsi, volevano un popolo di iloti, e lo hanno avuto. Hanno regalato ai ricchi le terre della Chiesa e il Demanio pubblico, hanno prezzolato i politicanti, hanno scatenato il clientelismo, hanno inaugurato il notabilato, hanno escogitato l'assistenzialismo, hanno governato simultaneamente coi carabinieri e con la mafia. E coi partiti e i sindacati nazionali hanno falsificato lo scontro politico Il Meridione – spiegava ancora – è oggi un paese che si identifica solo per negazione. I meridionali sono italiani negati dalla stessa Italia.


L'obiettivo, tuttavia, non è – concludeva – la rivalutazione dei Borbone. Il problema è un altro: far sapere finalmente a tutti, e in primo luogo agli stessi meridionali, sui frutti di quali saccheggi e razzie piemontesi e nordiste è stata edificata l'Italia. Su quali costi vivi, a carico del popolo meridionale, essa va avanti prosperosamente. A spese di chi si europeizza e si eurizza.

Fonte:Il Tempo del 19/02/2011


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venerdì 11 febbraio 2011

E' ARRIVATA NELLE LIBRERIE L'ULTIMA OPERA DI NICOLA ZITARA! - L'INVENZIONE DEL MEZZOGIORNO

Una storia finanziaria
Nicola Zitara
Editore - Jaca Book
Collana - Di fronte e attraverso. Storia
Data uscita - 09/02/2011
Pagine - 496
Lingua -Italiano
EAN -9788816409590

L'invenzione del mezzogiorno Una storia finanziaria Zitara Nicola

Dalla quarta di copertina:

“L'invenzione del mezzogiorno” è la descrizione di come, “manu militari”, il capitale, gli affaristi e le banche tosco-piemontesi abbiano espropriato il Sud delle sue banche, che non erano delle verginelle, ma erano lo scheletro creditizio dell'economia meridionale e, tra l'altro, del primo capitalismo italiano che vide in Napoli l'unica metropoli a cavallo tra Settecento e Ottocento nella Penisola. Colonialismo perciò non in terre . selvagge, ma di conquista su terre competitive col Nord; un Nord dove spesso la condizione contadina era peggiore. Non accumulazione primitiva tramite la tratta degli Africani o su Indios immiseriti, ma su una popolazione impoverita radicalmente da una conquista militare e dal furto dei propri strumenti di credito e delle terre. È questo un discredito al farsi dell'Italia? No, qui non si discute il farsi l'Italia, si discute la creazione di una colonia strumentale allo sviluppo del Centro-Nord. I lavori di Zitara sono imprescindibili per guardare al formarsi del Paese: proseguire con il negazionismo non permette la progettualità per l'oggi e per il domani. L'obiezione che ci fu il plauso per quanto operato sul piano politico- militare da parte di una fascia della borghesia meridionale non è un'obiezione, ma la conferma della lettura di Zitara. Ogni colonia basa il suo perdurare sull'esistenza di una borghesia «compradora» in loco, che enfatizza ruolo svolto dalla stessa borghesia agraria. Se questo volume è una storia finanziaria, a volte molto dettagliata, è però un importante strumento alla storia generale; per questo l'invito a rileggere i veloci saggi “L'unità d’Italia: nascita di una colonia” e “Il proletariato esterno”, due classici di Zitara, resta caloroso per il lettore che cercasse un'introduzione al tema.




Fonte:Eleaml

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Una storia finanziaria
Nicola Zitara
Editore - Jaca Book
Collana - Di fronte e attraverso. Storia
Data uscita - 09/02/2011
Pagine - 496
Lingua -Italiano
EAN -9788816409590

L'invenzione del mezzogiorno Una storia finanziaria Zitara Nicola

Dalla quarta di copertina:

“L'invenzione del mezzogiorno” è la descrizione di come, “manu militari”, il capitale, gli affaristi e le banche tosco-piemontesi abbiano espropriato il Sud delle sue banche, che non erano delle verginelle, ma erano lo scheletro creditizio dell'economia meridionale e, tra l'altro, del primo capitalismo italiano che vide in Napoli l'unica metropoli a cavallo tra Settecento e Ottocento nella Penisola. Colonialismo perciò non in terre . selvagge, ma di conquista su terre competitive col Nord; un Nord dove spesso la condizione contadina era peggiore. Non accumulazione primitiva tramite la tratta degli Africani o su Indios immiseriti, ma su una popolazione impoverita radicalmente da una conquista militare e dal furto dei propri strumenti di credito e delle terre. È questo un discredito al farsi dell'Italia? No, qui non si discute il farsi l'Italia, si discute la creazione di una colonia strumentale allo sviluppo del Centro-Nord. I lavori di Zitara sono imprescindibili per guardare al formarsi del Paese: proseguire con il negazionismo non permette la progettualità per l'oggi e per il domani. L'obiezione che ci fu il plauso per quanto operato sul piano politico- militare da parte di una fascia della borghesia meridionale non è un'obiezione, ma la conferma della lettura di Zitara. Ogni colonia basa il suo perdurare sull'esistenza di una borghesia «compradora» in loco, che enfatizza ruolo svolto dalla stessa borghesia agraria. Se questo volume è una storia finanziaria, a volte molto dettagliata, è però un importante strumento alla storia generale; per questo l'invito a rileggere i veloci saggi “L'unità d’Italia: nascita di una colonia” e “Il proletariato esterno”, due classici di Zitara, resta caloroso per il lettore che cercasse un'introduzione al tema.




Fonte:Eleaml

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lunedì 11 ottobre 2010

Nicola Zitara profeta e paladino del Meridione d'Italia


http://www.youtube.com/watch?v=v_cfALtshQE

Omaggio di Mizar al grande Nicola Zitara


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http://www.youtube.com/watch?v=v_cfALtshQE

Omaggio di Mizar al grande Nicola Zitara


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giovedì 7 ottobre 2010

Rai 2 - Mizar: Sabato notte - OMAGGIO A NICOLA ZITARA


Sabato notte a Tg2 Mizar , andrà in onda un omaggio a Nicola Zitara, il grande intellettuale meridionalista scomparso venerdì scorso.
Mizar, rubrica culturale del Tg2, proporrà una parte inedita dell’intervista rilasciata un anno e mezzo fa.
La messa in onda del programma è prevista intorno all'una di notte.


Intervista a Nicola Zitara trasmessa da Rai 2,


nel programma Mizar, il 18 aprile 2009.

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Sabato notte a Tg2 Mizar , andrà in onda un omaggio a Nicola Zitara, il grande intellettuale meridionalista scomparso venerdì scorso.
Mizar, rubrica culturale del Tg2, proporrà una parte inedita dell’intervista rilasciata un anno e mezzo fa.
La messa in onda del programma è prevista intorno all'una di notte.


Intervista a Nicola Zitara trasmessa da Rai 2,


nel programma Mizar, il 18 aprile 2009.

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lunedì 4 ottobre 2010

CIAO, NICOLA






Di Gino Giammarino

Con la scomparsa di Nicola Zitara il Sud perde una delle menti più lucide ed il meridionalismo diventa orfano della direttiva separatista da sempre portata avanti dall’eminente professore di Siderno in provincia di Reggio Calabria.
Nell’esprimere il nostro più vivo cordoglio, ripubblichiamo l’ultima intervista realizzata nel settembre del 2004 dal nostro direttore con lui a Mongiana convinti come siamo che le idee mantengono in vita gli uomini illustri.

Vogliamo cercare di fare il punto attuale della situazione del Sud e dei meridionali?
Secondo me, siamo nella terza crisi occupazionale che il Sud soffre dal momento dell’unità. Le altre due ebbero come esito l’emigrazione, un vero e proprio spopolamento dei nostri territori. Quest’ultima crisi, invece, non lascia intravedere dove potranno andare i meridionali, cosa potranno fare… e tutto nel più totale disinteresse dello Stato italiano che si preoccupa di ben altri problemi che saranno pure vitali, ma certamente non per il Meridione.

A questo punto credo che i meridionali debbano prendere atto che lo Stato italiano, così come si è configurato, non affronta neanche alla lontana i problemi del Sud: se lo trascina dietro, si fa servire cercando di trarne le utilità che può ricavarne e, per il resto, si abbandona all’esito degli avvenimenti.

A seguito di questa crisi il nostro Sud subirà dei pesanti contraccolpi interni, ma questa forma di democrazia effimera, di effimero rispetto dei diritti delle persone e questo effimero carattere di Stato evoluto crolleranno piuttosto rapidamente, immagino, per dar luogo ad una forma di sopraffazione magari ovattata, ma non meno violenta, delle classi che sono collegate al sistema italiano.
Prima di tutto la mafia, la quale rende allo Stato italiano il servizio di tenere il Sud quieto e, in secondo luogo, l’importazione di notevoli capitali, che adesso è difficile da quantificare poiché non se ne parla più: le fonti titolate dell’informazione tacciono…

Quale tipo di ricetta o soluzione crede possa essere percorribile?
La mia proposta è radicale: il Meridione deve uscire dallo Stato Italiano. Naturalmente in modo pacifico, civile, ma uscire decisamente, interrompendo ogni contatto, per valorizzare le enormi forze che possiede. Abbiamo coltivato un tipo di cultura ipocrita che è quella risorgimentale, dei valori settentrionali, delle città d’arte, una cultura secondo la quale i settentrionali sanno fare tutto e noi non sappiamo fare niente, la cultura dei vicini alla negritudine, agli arabi, “Hic sunt leones” e cose di questo genere. Insomma, separandoci dall’Italia questo mito perdente scomparirebbe e il Meridione rivivrebbe!

Invece, adesso, la parte migliore della cultura meridionale va ad inserirsi nei quadri di quella settentrionale, la serve nel modo migliore, si sposta fisicamente verso Roma e le altre città non meridionali lasciando qui l’ipocrisia, la finzione, la repressione, la nozione di regole e valori di vita che non ci appartengono e che, nel momento in cui li valorizziamo, reprimiamo i nostri.

Abbiamo parlato degli abusi e delle colpe dei fratelli dell’alt(r)a Italia ai danni del Sud: vogliamo analizzare, con l’occhio del meridionalista attento che da tanti anni segue le vicende del nostro territorio, qualche colpa degli stessi meridionali?
Le colpe dei meridionali sono notevolissime. Però, non va sottovalutata la funzione ipocrita, sviante e corruttrice dello Stato italiano impostata sin dal primo giorno dell’unità quando, cioè, i meridionali adottarono valori politici e di organizzazione sociale che non venivano dal profondo della loro società, ma erano d’importazione.

Innanzitutto, il primo valore importato fu quello della proprietà borghese della terra, che aleggiava in tutta l’Europa ma di cui si fece grande vessillifero lo Stato piemontese con il Cavour.

Ora, una volta importato questo valore, non solo come speranza di una classe di proprietari meridionali che è quella di appropriarsi delle chiese demaniali, ecclesiastiche e comunali, ma anche d’ingrandirsi ai danni dei contadini, lo Stato italiano non da nessuna collaborazione, anzi riesce ad assorbire tutto il risparmio che i meridionali hanno accumulato di modo che, acquistata la terra, non c’era possibilità d’investimenti su di essa, per cui rimaniamo con un’agricoltura ferma al 1880, il momento più avanzato dell’agricoltura meridionale, che viene poi stroncato da un processo di conflitto doganale con la Francia, la grande esportazione verso l’Europa di vino, olio e agrumi.

La responsabilità dei meridionali di non investire le proprie risorse sulla propria terra è provocata ed alimentata dall’ideologia unitaria di un primato del Nord nell’economia nazionale e dell’inconsistenza di esigenze meridionali nel quadro nazionale.

Parliamo di federalismo: come lo vede e cosa pensa della battuta d’arresto e dei ripensamenti che ne stanno ritardando l’attuazione?
In linea teorica, decentrare le forme di gestione del potere e le entrate della spesa pubblica ha un senso. In pratica no, perché il controllo sui cittadini, che dovrebbe crescere, qui nel Sud si attenua. Nel Sud la spesa pubblica è un atto di clientelismo, se non di corruzione. Aumentare i centri di spesa per gestire lo stesso totale non credo che sia molto educativo e che lavori per stimolare la produzione. E’ una forma che funziona in altre zone, ma qui è destinato ad un totale fallimento, innanzitutto perché non ci sono centri di controllo, controllo che non è possibile in quanto il Paese è sbilanciato, anche dal punto di vista della stampa: la stampa del Sud non c’è, è inconsistente e, quel poco che c’è è servile.

L’opinione pubblica è amministrata dai grandi partiti nazionali e reagisce nella misura in cui reagiscono i grandi partiti nazionali: chi detiene il potere sa di averne uno enorme rispetto ad una società che ha bisogno dello Stato in quanto non ha altre colonne portanti, se non quella di uno Stato dei servizi che, però, è modellato sulla realtà settentrionale. La situazione, purtroppo, è quella di un potere creato e controllato dall’alto ed esternamente alla società, e non può essere gestito diversamente. Al cittadino meridionale altro non rimane se non adattarsi a tutto accontentandosi di qualche piccolo favore personale, qualche facilitazione, un po’ di carriera e cose di questo genere…

Abbiamo parlato di un Sud autonomo, ma come dovrebbe rapportarsi questo soggetto con quell’Europa nella quale, ormai, siamo entrati e di cui facciamo parte?
Rispetto all’Europa il Sud è una realtà marginale, una realtà di confine. Dell’ultimo confine, quello che si allunga verso quel Sud degli orti e degli alberi che per l’Europa delle grandi terre arabili, degli allevamenti e dei granai ha rappresentato un fenomeno quasi “esotico”. Un’Europa nella quale non siamo stati mai troppo comodi, in verità, a cominciare dal momento in cui l’impero romano, con la sua invasione e colonizzazione riduce il ruolo centrale del Mediterraneo e quello della Magna Grecia.

Oggi possiamo tranquillamente fare in proprio, siamo al centro del Mediterraneo, non dobbiamo far altro che riacquistare la nostra personalità, toglierci quella maschera che ci nasconde e svolgere il nostro ruolo nel mondo anche come potenza mediterranea collegandoci ad altre realtà come il mondo arabo e gli Stati Uniti. L’Europa, eccezion fatta per il petrolio, non ha grossi interessi nel Mediterraneo, ma non credo che rinuncerà cos“ a cuor leggero alle sue colonie.

L’Europa attuale, più che nel parlamento di Bruxelles, ha il suo nodo politico nella Banca Centrale Europea: lei che ha posizioni anche giustamente critiche verso il modus operandi degli istituti di credito, come giudica le politiche di sviluppo adottate dalla BCE?
Apro una parentesi: per la mia formazione ed il mio passato, non credo moltissimo nello sviluppo capitalistico. Penso che siamo arrivati ad un livello di produzione anche notevole, si tratta di redistribuirla meglio tra i vari paesi in modo che non si verifichino fenomeni di pesante disoccupazione come accade nel Meridione.

Non credo che i capitalisti di oggi abbiano più un grosso ruolo in una realtà in cui ci sono delle imprese che organizzano delle vere e proprie avventure finanziate dal sistema bancario, realizzando dei profitti per i partecipanti senza rischiare più di tanto.

Per cui, quando dico sviluppo più che altro parlo di una migliore distribuzione della produzione e del lavoro sull’intero pianeta.

Quanto alla BCE si è presentata con un biglietto da visita fortissimo, quello della moneta che non si svaluta e che resiste nella sua capacità d’acquisto nel tempo. Adesso ci accorgiamo che si trattava di un’operazione mistificatoria, il primo risultato è una svalutazione fenomenale, i prezzi sono più che raddoppiati e certamente la moneta non è stata indifferente a questo fenomeno.

Probabilmente, anche questa volta la svalutazione serve a ripianare il debito pubblico degli stati e di quest’atto la Banca Europea si è resa protagonista. Pensavano di poter acquistare il petrolio in euro, ma il dollaro ha fatto la sua politica e, ribassando il prezzo relativo, ha messo in seria difficoltà l’euro e costretto gli europei a ridurre la produzione di quel tanto che esportavano ricevendo pagamenti in dollari, in quanto agli acquirenti che hanno dollari non conviene acquistare in euro. La storia certamente definirà meglio il problema, ma tutto ciò ha generato una crisi incredibile, figlia della politica sconsiderata attuata dai banchieri europei i quali si sono, peraltro, arricchiti in questo spostamento di valore dei rapporti di scambio tra moneta e merci senza risultati positivi sul piano della produzione e della impostazione di idee nuove nello sviluppo e nel lavoro.

Quindi, un’esperienza fin qui tremendamente negativa, che modifica i rapporti sociali principalmente all’interno della società meridionale.

Per concludere, se lei la intravede, qual è la via d’uscita dallo stato di soggezione economica che attanaglia il Sud in questo momento?
E’ un disastro! Il Sud finirà come nel periodo del trasformismo di De Pretis e come in quella situazione ancora più disgraziata che si realizzò nel periodo di Giolitti, cioè, sarà politicamente un territorio del notabilato il quale si spartirà la spesa pubblica, la nomina di personale che passa alle dipendenze dell’organizzazione pubblica e metterà il proletariato non aggancialo con il sistema in condizioni difficilissime: la prima volta abbiamo avuto un’emigrazione di sette o otto milioni di persone, dopo la seconda guerra mondiale ne abbiamo avuto un’altra di pari o forse maggiore consistenza.

Il Sud ha fuori dei suoi confini non meno di ventitrè o ventiquattro milioni di ex-meridionali, famiglie e figli che si sono ambientati altrove, a causa di un governo negativo dello Stato italiano. Punitivo, direi, nei confronti del Sud.

Fonte:Il Brigante


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Di Gino Giammarino

Con la scomparsa di Nicola Zitara il Sud perde una delle menti più lucide ed il meridionalismo diventa orfano della direttiva separatista da sempre portata avanti dall’eminente professore di Siderno in provincia di Reggio Calabria.
Nell’esprimere il nostro più vivo cordoglio, ripubblichiamo l’ultima intervista realizzata nel settembre del 2004 dal nostro direttore con lui a Mongiana convinti come siamo che le idee mantengono in vita gli uomini illustri.

Vogliamo cercare di fare il punto attuale della situazione del Sud e dei meridionali?
Secondo me, siamo nella terza crisi occupazionale che il Sud soffre dal momento dell’unità. Le altre due ebbero come esito l’emigrazione, un vero e proprio spopolamento dei nostri territori. Quest’ultima crisi, invece, non lascia intravedere dove potranno andare i meridionali, cosa potranno fare… e tutto nel più totale disinteresse dello Stato italiano che si preoccupa di ben altri problemi che saranno pure vitali, ma certamente non per il Meridione.

A questo punto credo che i meridionali debbano prendere atto che lo Stato italiano, così come si è configurato, non affronta neanche alla lontana i problemi del Sud: se lo trascina dietro, si fa servire cercando di trarne le utilità che può ricavarne e, per il resto, si abbandona all’esito degli avvenimenti.

A seguito di questa crisi il nostro Sud subirà dei pesanti contraccolpi interni, ma questa forma di democrazia effimera, di effimero rispetto dei diritti delle persone e questo effimero carattere di Stato evoluto crolleranno piuttosto rapidamente, immagino, per dar luogo ad una forma di sopraffazione magari ovattata, ma non meno violenta, delle classi che sono collegate al sistema italiano.
Prima di tutto la mafia, la quale rende allo Stato italiano il servizio di tenere il Sud quieto e, in secondo luogo, l’importazione di notevoli capitali, che adesso è difficile da quantificare poiché non se ne parla più: le fonti titolate dell’informazione tacciono…

Quale tipo di ricetta o soluzione crede possa essere percorribile?
La mia proposta è radicale: il Meridione deve uscire dallo Stato Italiano. Naturalmente in modo pacifico, civile, ma uscire decisamente, interrompendo ogni contatto, per valorizzare le enormi forze che possiede. Abbiamo coltivato un tipo di cultura ipocrita che è quella risorgimentale, dei valori settentrionali, delle città d’arte, una cultura secondo la quale i settentrionali sanno fare tutto e noi non sappiamo fare niente, la cultura dei vicini alla negritudine, agli arabi, “Hic sunt leones” e cose di questo genere. Insomma, separandoci dall’Italia questo mito perdente scomparirebbe e il Meridione rivivrebbe!

Invece, adesso, la parte migliore della cultura meridionale va ad inserirsi nei quadri di quella settentrionale, la serve nel modo migliore, si sposta fisicamente verso Roma e le altre città non meridionali lasciando qui l’ipocrisia, la finzione, la repressione, la nozione di regole e valori di vita che non ci appartengono e che, nel momento in cui li valorizziamo, reprimiamo i nostri.

Abbiamo parlato degli abusi e delle colpe dei fratelli dell’alt(r)a Italia ai danni del Sud: vogliamo analizzare, con l’occhio del meridionalista attento che da tanti anni segue le vicende del nostro territorio, qualche colpa degli stessi meridionali?
Le colpe dei meridionali sono notevolissime. Però, non va sottovalutata la funzione ipocrita, sviante e corruttrice dello Stato italiano impostata sin dal primo giorno dell’unità quando, cioè, i meridionali adottarono valori politici e di organizzazione sociale che non venivano dal profondo della loro società, ma erano d’importazione.

Innanzitutto, il primo valore importato fu quello della proprietà borghese della terra, che aleggiava in tutta l’Europa ma di cui si fece grande vessillifero lo Stato piemontese con il Cavour.

Ora, una volta importato questo valore, non solo come speranza di una classe di proprietari meridionali che è quella di appropriarsi delle chiese demaniali, ecclesiastiche e comunali, ma anche d’ingrandirsi ai danni dei contadini, lo Stato italiano non da nessuna collaborazione, anzi riesce ad assorbire tutto il risparmio che i meridionali hanno accumulato di modo che, acquistata la terra, non c’era possibilità d’investimenti su di essa, per cui rimaniamo con un’agricoltura ferma al 1880, il momento più avanzato dell’agricoltura meridionale, che viene poi stroncato da un processo di conflitto doganale con la Francia, la grande esportazione verso l’Europa di vino, olio e agrumi.

La responsabilità dei meridionali di non investire le proprie risorse sulla propria terra è provocata ed alimentata dall’ideologia unitaria di un primato del Nord nell’economia nazionale e dell’inconsistenza di esigenze meridionali nel quadro nazionale.

Parliamo di federalismo: come lo vede e cosa pensa della battuta d’arresto e dei ripensamenti che ne stanno ritardando l’attuazione?
In linea teorica, decentrare le forme di gestione del potere e le entrate della spesa pubblica ha un senso. In pratica no, perché il controllo sui cittadini, che dovrebbe crescere, qui nel Sud si attenua. Nel Sud la spesa pubblica è un atto di clientelismo, se non di corruzione. Aumentare i centri di spesa per gestire lo stesso totale non credo che sia molto educativo e che lavori per stimolare la produzione. E’ una forma che funziona in altre zone, ma qui è destinato ad un totale fallimento, innanzitutto perché non ci sono centri di controllo, controllo che non è possibile in quanto il Paese è sbilanciato, anche dal punto di vista della stampa: la stampa del Sud non c’è, è inconsistente e, quel poco che c’è è servile.

L’opinione pubblica è amministrata dai grandi partiti nazionali e reagisce nella misura in cui reagiscono i grandi partiti nazionali: chi detiene il potere sa di averne uno enorme rispetto ad una società che ha bisogno dello Stato in quanto non ha altre colonne portanti, se non quella di uno Stato dei servizi che, però, è modellato sulla realtà settentrionale. La situazione, purtroppo, è quella di un potere creato e controllato dall’alto ed esternamente alla società, e non può essere gestito diversamente. Al cittadino meridionale altro non rimane se non adattarsi a tutto accontentandosi di qualche piccolo favore personale, qualche facilitazione, un po’ di carriera e cose di questo genere…

Abbiamo parlato di un Sud autonomo, ma come dovrebbe rapportarsi questo soggetto con quell’Europa nella quale, ormai, siamo entrati e di cui facciamo parte?
Rispetto all’Europa il Sud è una realtà marginale, una realtà di confine. Dell’ultimo confine, quello che si allunga verso quel Sud degli orti e degli alberi che per l’Europa delle grandi terre arabili, degli allevamenti e dei granai ha rappresentato un fenomeno quasi “esotico”. Un’Europa nella quale non siamo stati mai troppo comodi, in verità, a cominciare dal momento in cui l’impero romano, con la sua invasione e colonizzazione riduce il ruolo centrale del Mediterraneo e quello della Magna Grecia.

Oggi possiamo tranquillamente fare in proprio, siamo al centro del Mediterraneo, non dobbiamo far altro che riacquistare la nostra personalità, toglierci quella maschera che ci nasconde e svolgere il nostro ruolo nel mondo anche come potenza mediterranea collegandoci ad altre realtà come il mondo arabo e gli Stati Uniti. L’Europa, eccezion fatta per il petrolio, non ha grossi interessi nel Mediterraneo, ma non credo che rinuncerà cos“ a cuor leggero alle sue colonie.

L’Europa attuale, più che nel parlamento di Bruxelles, ha il suo nodo politico nella Banca Centrale Europea: lei che ha posizioni anche giustamente critiche verso il modus operandi degli istituti di credito, come giudica le politiche di sviluppo adottate dalla BCE?
Apro una parentesi: per la mia formazione ed il mio passato, non credo moltissimo nello sviluppo capitalistico. Penso che siamo arrivati ad un livello di produzione anche notevole, si tratta di redistribuirla meglio tra i vari paesi in modo che non si verifichino fenomeni di pesante disoccupazione come accade nel Meridione.

Non credo che i capitalisti di oggi abbiano più un grosso ruolo in una realtà in cui ci sono delle imprese che organizzano delle vere e proprie avventure finanziate dal sistema bancario, realizzando dei profitti per i partecipanti senza rischiare più di tanto.

Per cui, quando dico sviluppo più che altro parlo di una migliore distribuzione della produzione e del lavoro sull’intero pianeta.

Quanto alla BCE si è presentata con un biglietto da visita fortissimo, quello della moneta che non si svaluta e che resiste nella sua capacità d’acquisto nel tempo. Adesso ci accorgiamo che si trattava di un’operazione mistificatoria, il primo risultato è una svalutazione fenomenale, i prezzi sono più che raddoppiati e certamente la moneta non è stata indifferente a questo fenomeno.

Probabilmente, anche questa volta la svalutazione serve a ripianare il debito pubblico degli stati e di quest’atto la Banca Europea si è resa protagonista. Pensavano di poter acquistare il petrolio in euro, ma il dollaro ha fatto la sua politica e, ribassando il prezzo relativo, ha messo in seria difficoltà l’euro e costretto gli europei a ridurre la produzione di quel tanto che esportavano ricevendo pagamenti in dollari, in quanto agli acquirenti che hanno dollari non conviene acquistare in euro. La storia certamente definirà meglio il problema, ma tutto ciò ha generato una crisi incredibile, figlia della politica sconsiderata attuata dai banchieri europei i quali si sono, peraltro, arricchiti in questo spostamento di valore dei rapporti di scambio tra moneta e merci senza risultati positivi sul piano della produzione e della impostazione di idee nuove nello sviluppo e nel lavoro.

Quindi, un’esperienza fin qui tremendamente negativa, che modifica i rapporti sociali principalmente all’interno della società meridionale.

Per concludere, se lei la intravede, qual è la via d’uscita dallo stato di soggezione economica che attanaglia il Sud in questo momento?
E’ un disastro! Il Sud finirà come nel periodo del trasformismo di De Pretis e come in quella situazione ancora più disgraziata che si realizzò nel periodo di Giolitti, cioè, sarà politicamente un territorio del notabilato il quale si spartirà la spesa pubblica, la nomina di personale che passa alle dipendenze dell’organizzazione pubblica e metterà il proletariato non aggancialo con il sistema in condizioni difficilissime: la prima volta abbiamo avuto un’emigrazione di sette o otto milioni di persone, dopo la seconda guerra mondiale ne abbiamo avuto un’altra di pari o forse maggiore consistenza.

Il Sud ha fuori dei suoi confini non meno di ventitrè o ventiquattro milioni di ex-meridionali, famiglie e figli che si sono ambientati altrove, a causa di un governo negativo dello Stato italiano. Punitivo, direi, nei confronti del Sud.

Fonte:Il Brigante


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sabato 2 ottobre 2010

L'ultima intervista a Nicola Zitara - 2 Giugno 2010






By Meridionalismo

Il 2 Giugno 2010, Luciano Lo Passo, spinto da suo figlio Stefano e dagli altri ragazzi dell’associazione giovanile Insieme per la Rinascita, ha affrontato un lungo viaggio da Napoli a Siderno per incontrare il Padre del Meridionalismo Nicola Zitara e fargli un’intervista. Zitara rispose a 37 domande parlando per circa un’ora e mezza; vi proponiamo la parte finale nella quale fa un invito alle nuove generazioni che si affacciano allo studio della questione meridionale




http://www.youtube.com/watch?v=-WEjbfnDMwk&feature

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By Meridionalismo

Il 2 Giugno 2010, Luciano Lo Passo, spinto da suo figlio Stefano e dagli altri ragazzi dell’associazione giovanile Insieme per la Rinascita, ha affrontato un lungo viaggio da Napoli a Siderno per incontrare il Padre del Meridionalismo Nicola Zitara e fargli un’intervista. Zitara rispose a 37 domande parlando per circa un’ora e mezza; vi proponiamo la parte finale nella quale fa un invito alle nuove generazioni che si affacciano allo studio della questione meridionale




http://www.youtube.com/watch?v=-WEjbfnDMwk&feature

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La Scomparsa del Prof. Nicola Zitara - Il ricordo di Antonio Ciano





Oggi è morto il piu' grande meridionalista moderno, il grande Nicola Zitara.
A lui e alla famiglia le condoglianze piu' sentite del Partito del Sud.
Ci guiderà dall'alto dei cieli. Grazie Nicola.

Un maestro non muore mai. Il suo insegnamento farà cadere a pezzi quella Unità che ci ha desertificato anche la gioia di vivere.

Nicola, grazie a te, grazie a Manna, a Barone, a Ciaramaglia, a Gramsci, a Dorso, a Salvemini, a Nitti, possiamo insegnare ai giovani ciò che è accaduto in Italia dal 1860 ad oggi.

Antonio Ciano

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Oggi è morto il piu' grande meridionalista moderno, il grande Nicola Zitara.
A lui e alla famiglia le condoglianze piu' sentite del Partito del Sud.
Ci guiderà dall'alto dei cieli. Grazie Nicola.

Un maestro non muore mai. Il suo insegnamento farà cadere a pezzi quella Unità che ci ha desertificato anche la gioia di vivere.

Nicola, grazie a te, grazie a Manna, a Barone, a Ciaramaglia, a Gramsci, a Dorso, a Salvemini, a Nitti, possiamo insegnare ai giovani ciò che è accaduto in Italia dal 1860 ad oggi.

Antonio Ciano

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La Scomparsa del Prof. Nicola Zitara - Il ricordo di Andrea Balìa




ieri, Venerdì 01/10/2010

ci ha lasciato
un signore, un maestro, uno studioso, uno scrittore,
ma innanzitutto un vero e grande meridionalista d.o.c.,
sicuramente tra i più importanti dagli anni 60/70 ad oggi

nei fatti è ancora qui
ci restano i suoi scritti, le sue lucide analisi, le sue riflessioni,
i suoi libri e le sue straordinarie frasi,
senza cui
molti di noi (almeno quelli della non ultim'ora)
non ci saremmo.
Così come la nostra passione, gli ideali, la conoscenza della verità storica, la voglia e il sogno d'un Sud redento non sarebbero gli stessi.

Qualche anno fa m'inviò una lettera personale, dove, in considerazione di personaggi che si ritrovano nel nostro mondo mi scriveva :
"Caro Balìa, con chi ci tocca avere a che fare per dover portare avanti le nostre idee.."
Noi del Partito del Sud, alcuni mesi fa abbiamo sentito l'esigenza di testimoniargli la nostra riconoscenza, avendo l'onore di consegnargli la tessera onoraria del partito.
Le nostre bandiere sono listate a lutto.

Caro maestro,
sarà sempre con noi, nelle nostre menti e nei nostri cuori,
e se noi o i nostri figli avremo la possibilità di vedere l'alba del riscatto del nostro Sud, Lei sarà sempre accanto a noi,
al posto d'onore che Le spetta!

Giù il cappello, signori
onore a un mito.

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ieri, Venerdì 01/10/2010

ci ha lasciato
un signore, un maestro, uno studioso, uno scrittore,
ma innanzitutto un vero e grande meridionalista d.o.c.,
sicuramente tra i più importanti dagli anni 60/70 ad oggi

nei fatti è ancora qui
ci restano i suoi scritti, le sue lucide analisi, le sue riflessioni,
i suoi libri e le sue straordinarie frasi,
senza cui
molti di noi (almeno quelli della non ultim'ora)
non ci saremmo.
Così come la nostra passione, gli ideali, la conoscenza della verità storica, la voglia e il sogno d'un Sud redento non sarebbero gli stessi.

Qualche anno fa m'inviò una lettera personale, dove, in considerazione di personaggi che si ritrovano nel nostro mondo mi scriveva :
"Caro Balìa, con chi ci tocca avere a che fare per dover portare avanti le nostre idee.."
Noi del Partito del Sud, alcuni mesi fa abbiamo sentito l'esigenza di testimoniargli la nostra riconoscenza, avendo l'onore di consegnargli la tessera onoraria del partito.
Le nostre bandiere sono listate a lutto.

Caro maestro,
sarà sempre con noi, nelle nostre menti e nei nostri cuori,
e se noi o i nostri figli avremo la possibilità di vedere l'alba del riscatto del nostro Sud, Lei sarà sempre accanto a noi,
al posto d'onore che Le spetta!

Giù il cappello, signori
onore a un mito.

mercoledì 7 luglio 2010

Alzare le vele della separazione


Di Nicola Zitara

Siderno, 30 Giugno 2010


Il Sud sta vivendo una situazione non sostenibile più a lungo. In effetti la demarcazione tra le due parti del paese italiano si fa sempre più pronunziata. Il reddito meridionale (quello effettivo, più di quello statistico) si è afflosciato al punto da far dire che il costo della vita al Sud è inferiore del 15% rispetto al Nord. Andando al reddito pro capite un lavoratore (eccezionalmente) occupato non riesce a realizzare più di ottocento euro al mese, il salario di una colf locale è appena sopra la metà del guadagno di un extracomunitario. Nonostante questa situazione permangono tariffe e prezzi pubblici settentrionali. Deve il mercato non opera le tariffe e i prezzi pubblici non si adeguano alla situazione meridionale. Un certificato del medico di base costa venticinque euro come a Milano, cioè un trentesimo di un salario mensile, mentre a Milano sarà pari a un sessantesimo. Guai poi ad imbattersi nella contravvenzione per un divieto di sosta o per un sorpasso irregolare. Se ne va la metà del reddito mensile. Le forniture di acqua, di elettricità, di gas subiscono tariffe più gravose di quelle comunemente correnti al Nord. La tassa sulla spazzatura toglie il fiato.

A fronte di questa situazione il vecchio personale politico sta in bilico se accettare o rifiutare la separazione in due Stati. Meglio sarebbe che si prodigasse a studiare le situazioni concrete per modificare l’unitarismo tariffario, portando la modificazione a livello di comuni, province, regioni e Stato. In altri tempi la Lombardia ottenne un trattamento tributario diverso da quello nazionale asserendo i maggiori costi di un diverso assetto agricolo. La stessa cosa bisogna fare oggi visto che leggi di quel tempo non sono state cambiate, ma rafforzate.

Il discorso che si fa ai politici di caratura nazionale va fatto alla crescente quantità di persone che oggi vorrebbero impegnarsi per la separazione. Queste persone è bene che abbiano chiaro che la separazione sarà probabilmente la riunione di un consiglio di amministrazione nazionale avente per oggetto le obbligazioni e i dividendi e non certo lo scontro di due eserciti in armi. Su questo fatto bisogna cominciare a riflettere seriamente e rivedere per esempio “a chi va il gettito dell’IVA", se all’area di produzione ((Settentrione) o all’area di consumo (Meridione) perché questa particolare imposta è tale e quale un dazio di consumo. E si sa che il dazio di consumo è spettato sempre ai comuni e alle realtà locali in cui esso si verifica.

Quanto sopra è un’esemplificazione della preparazione mentale alla separazione in due Stati che autoregolano il loro rapporto corrente. Giuristi, economisti, statistici, amministrativisti debbono prepararsi a questa ginnastica mentale delle previsioni e dei conteggi, altrimenti la separazione si rivelerà per il Sud più un danno che un vantaggio.

Fonte:Eleaml


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Di Nicola Zitara

Siderno, 30 Giugno 2010


Il Sud sta vivendo una situazione non sostenibile più a lungo. In effetti la demarcazione tra le due parti del paese italiano si fa sempre più pronunziata. Il reddito meridionale (quello effettivo, più di quello statistico) si è afflosciato al punto da far dire che il costo della vita al Sud è inferiore del 15% rispetto al Nord. Andando al reddito pro capite un lavoratore (eccezionalmente) occupato non riesce a realizzare più di ottocento euro al mese, il salario di una colf locale è appena sopra la metà del guadagno di un extracomunitario. Nonostante questa situazione permangono tariffe e prezzi pubblici settentrionali. Deve il mercato non opera le tariffe e i prezzi pubblici non si adeguano alla situazione meridionale. Un certificato del medico di base costa venticinque euro come a Milano, cioè un trentesimo di un salario mensile, mentre a Milano sarà pari a un sessantesimo. Guai poi ad imbattersi nella contravvenzione per un divieto di sosta o per un sorpasso irregolare. Se ne va la metà del reddito mensile. Le forniture di acqua, di elettricità, di gas subiscono tariffe più gravose di quelle comunemente correnti al Nord. La tassa sulla spazzatura toglie il fiato.

A fronte di questa situazione il vecchio personale politico sta in bilico se accettare o rifiutare la separazione in due Stati. Meglio sarebbe che si prodigasse a studiare le situazioni concrete per modificare l’unitarismo tariffario, portando la modificazione a livello di comuni, province, regioni e Stato. In altri tempi la Lombardia ottenne un trattamento tributario diverso da quello nazionale asserendo i maggiori costi di un diverso assetto agricolo. La stessa cosa bisogna fare oggi visto che leggi di quel tempo non sono state cambiate, ma rafforzate.

Il discorso che si fa ai politici di caratura nazionale va fatto alla crescente quantità di persone che oggi vorrebbero impegnarsi per la separazione. Queste persone è bene che abbiano chiaro che la separazione sarà probabilmente la riunione di un consiglio di amministrazione nazionale avente per oggetto le obbligazioni e i dividendi e non certo lo scontro di due eserciti in armi. Su questo fatto bisogna cominciare a riflettere seriamente e rivedere per esempio “a chi va il gettito dell’IVA", se all’area di produzione ((Settentrione) o all’area di consumo (Meridione) perché questa particolare imposta è tale e quale un dazio di consumo. E si sa che il dazio di consumo è spettato sempre ai comuni e alle realtà locali in cui esso si verifica.

Quanto sopra è un’esemplificazione della preparazione mentale alla separazione in due Stati che autoregolano il loro rapporto corrente. Giuristi, economisti, statistici, amministrativisti debbono prepararsi a questa ginnastica mentale delle previsioni e dei conteggi, altrimenti la separazione si rivelerà per il Sud più un danno che un vantaggio.

Fonte:Eleaml


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mercoledì 9 giugno 2010

Le cause della crisi



Di Nicola Zitara


Quale fu la causa della caduta dell'Impero Romano? Gli storici ne enumerano molte, e non potrebbe essere altrimenti, per esempio il venir meno di manovalanza fatta di schiavi, la pressione dei barbari sulle frontiere, il diffondersi del Cristianesimo e dell'idea di un dio trascendente, la nascita del latifondo, etc. Insomma, non ci fu un'unica causa. Così adesso. La crisi attuale ha veramente come causa unica le malefatte delle banche? E' poco credibile.

Anche se la domanda è molto più ponderosa dell'informazione e dell'intelligenza di chi scrive, non è difficile intravedere una serie di altre cause. Una di esse è costituita sicuramente dal diverso grado di sviluppo delle nazioni. Tra la condizione d'esistenza di un tedesco e quella di un somalo c'è un salto temporale pari a 2500 anni di storia - se prendiamo come termometro la Calabria, da prima della Magna Grecia ai giorni nostri. Ancora 30 anni fa un somalo ricavava il recipiente con cui trasportava l'acqua dalla pelle di una capra morta, mentre un tedesco attingeva l'acqua dal rubinetto già da 80 anni; un tedesco ascoltava a teatro una sinfonia di Beethoven, mentre un somalo si esibiva in una danza tribale al suono di un tamburo fabbricato con il solito otre di capra. Differenze abissali, ben lontane a tutt'oggi dall'essere colmate per quanto riguarda la Somalia! - colmate invece in altri paesi, per esempio la Cina. Ma solo in apparenza. La Cina ha raggiunto uno standard industriale invidiato dall'Occidente, però un tedesco ha un reddito di quarantamila euro l'anno, mentre in Cina la media pro capite sta verosimilmente sotto i quattromila. Questo salto, in un mondo globalizzato in cui quasi tutti gli indumenti che ho addosso sono made in Cina, è una gravissima fonte di crisi. Crisi per la Cina e crisi per l'Italia! Quanti anni, quanti decenni occorreranno per saldare il differenziale? I cinesi avranno la pazienza d'aspettare? E aspetteranno gli italiani di Toscana che prima confezionavano le camicie e i calzoni per me?

Le borse mondiali comunicano fra loro in tempo reale. Un trilione di dollari, che prima stava di casa a Londra, un minuto secondo dopo ha preso residenza a Mosca. Un trilione è un capitale finanziario capace di comandare lavoro a un milione di persone - in Italia pari a un quindicesimo di tutta la classe operaia. Con un solo gesto della mano, con un solo segno sul video si può piegare una nazione, distruggerne il capitale storico e annientarne l'avvenire. C'è al mondo una forza, una legione di carabinieri autorizzata a intervenire e capace di farlo? Non esiste. Non esiste uno Stato globale, uno Stato della Nazione Umanità. E se qualcuno si mettesse in testa di farlo, quante e quali guerre scatenerebbe? I costi umani pagati dagli Italici e dalle popolazioni circostanti per edificare l'Impero Romano, al confronto, si possono leggere con indulgenza.

Esistono al mondo capitali più che sufficienti a dare lavoro ai sette miliardi di viventi che popolano il Pianeta, ma non esistono sette miliardi di persone che possano comprare un'automobile, con la duplice conseguenza che una parte notevole dell'Umanità non ha lavoro e che una parte notevole del capitale finanziario non trova modo di fruttare onestamente. Il lavoro è moderno, ma l'organizzazione del lavoro è antica almeno quanto il negozio romano Locatio operarum, il contratto di lavoro salariato. Un mio concittadino, che lavora per la Confindustria, mi ha fatto avere uno studio secondo il quale in Occidente la settimana lavorativa potrebbe essere ridotta a venti ore senza danno alcuno per il Pil totale. Ciononostante abbiamo una massa incredibile di disoccupati e un flusso inarrestabile di poveri verso i paesi industrializzati, che aggiungono sovrappopolazione a sovrappopolazione. Li accogliamo in quanto abbiamo leggi civili, ma più razionale sarebbe il riorganizzare l'economia mondiale in modo che coloro che fuggono abbiano un lavoro a casa propria.

Fra gli altri mali, l'assenza di un impegno personale per tanta parte dei giovani fomenta l'uso di droghe. La droga, che muove capitali su scala mondiale, fa sì che il capitale pulito si mescoli con i capitali sporchi, sporcando quel poco di nobile che il sistema capitalistico ha nel quadro del sistema sociale occidentale. La droga come surrogato del welfare state, un beneficio accessibile ai pochi e inaccessibile alle moltitudini? Anche questo è un male dei tempi di crisi, di tempi in cui l'umanità, civilizzata dal benessere, si gode lo scempio di se stessa. L'inquinamento petrolifero del Golfo del Messico tocca i ricchi e i poveri, oltre che degradare l'ambiente per tempi secolari. Scialo automobilistico e distruzione dell'habitat! Anche questo è un male dei tempi di crisi, questa volta della crisi morale indotta dal privatismo, dal particolarismo insito nel sistema capitalistico in disfacimento. Questo stesso privatismo che orienta il mondo occidentale comporta che la nazione meridionale non sia in condizione di dare un serio contributo alla ripresa del Pil italiano. L'Italia unita ha fatto del Sud una colonia di consumo, dacché era un aggregato notevolmente produttivo. Il Sud è una nazione senza un suo Stato che governi le risorse attuali e potenziali, e ciò è causa di disoccupazione e d'improduttività. A livello globale e a livello locale, occorre una nuova filosofia sociale, adeguata ai tempi. Da dove verrà?

Fonte:Eleaml

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Di Nicola Zitara


Quale fu la causa della caduta dell'Impero Romano? Gli storici ne enumerano molte, e non potrebbe essere altrimenti, per esempio il venir meno di manovalanza fatta di schiavi, la pressione dei barbari sulle frontiere, il diffondersi del Cristianesimo e dell'idea di un dio trascendente, la nascita del latifondo, etc. Insomma, non ci fu un'unica causa. Così adesso. La crisi attuale ha veramente come causa unica le malefatte delle banche? E' poco credibile.

Anche se la domanda è molto più ponderosa dell'informazione e dell'intelligenza di chi scrive, non è difficile intravedere una serie di altre cause. Una di esse è costituita sicuramente dal diverso grado di sviluppo delle nazioni. Tra la condizione d'esistenza di un tedesco e quella di un somalo c'è un salto temporale pari a 2500 anni di storia - se prendiamo come termometro la Calabria, da prima della Magna Grecia ai giorni nostri. Ancora 30 anni fa un somalo ricavava il recipiente con cui trasportava l'acqua dalla pelle di una capra morta, mentre un tedesco attingeva l'acqua dal rubinetto già da 80 anni; un tedesco ascoltava a teatro una sinfonia di Beethoven, mentre un somalo si esibiva in una danza tribale al suono di un tamburo fabbricato con il solito otre di capra. Differenze abissali, ben lontane a tutt'oggi dall'essere colmate per quanto riguarda la Somalia! - colmate invece in altri paesi, per esempio la Cina. Ma solo in apparenza. La Cina ha raggiunto uno standard industriale invidiato dall'Occidente, però un tedesco ha un reddito di quarantamila euro l'anno, mentre in Cina la media pro capite sta verosimilmente sotto i quattromila. Questo salto, in un mondo globalizzato in cui quasi tutti gli indumenti che ho addosso sono made in Cina, è una gravissima fonte di crisi. Crisi per la Cina e crisi per l'Italia! Quanti anni, quanti decenni occorreranno per saldare il differenziale? I cinesi avranno la pazienza d'aspettare? E aspetteranno gli italiani di Toscana che prima confezionavano le camicie e i calzoni per me?

Le borse mondiali comunicano fra loro in tempo reale. Un trilione di dollari, che prima stava di casa a Londra, un minuto secondo dopo ha preso residenza a Mosca. Un trilione è un capitale finanziario capace di comandare lavoro a un milione di persone - in Italia pari a un quindicesimo di tutta la classe operaia. Con un solo gesto della mano, con un solo segno sul video si può piegare una nazione, distruggerne il capitale storico e annientarne l'avvenire. C'è al mondo una forza, una legione di carabinieri autorizzata a intervenire e capace di farlo? Non esiste. Non esiste uno Stato globale, uno Stato della Nazione Umanità. E se qualcuno si mettesse in testa di farlo, quante e quali guerre scatenerebbe? I costi umani pagati dagli Italici e dalle popolazioni circostanti per edificare l'Impero Romano, al confronto, si possono leggere con indulgenza.

Esistono al mondo capitali più che sufficienti a dare lavoro ai sette miliardi di viventi che popolano il Pianeta, ma non esistono sette miliardi di persone che possano comprare un'automobile, con la duplice conseguenza che una parte notevole dell'Umanità non ha lavoro e che una parte notevole del capitale finanziario non trova modo di fruttare onestamente. Il lavoro è moderno, ma l'organizzazione del lavoro è antica almeno quanto il negozio romano Locatio operarum, il contratto di lavoro salariato. Un mio concittadino, che lavora per la Confindustria, mi ha fatto avere uno studio secondo il quale in Occidente la settimana lavorativa potrebbe essere ridotta a venti ore senza danno alcuno per il Pil totale. Ciononostante abbiamo una massa incredibile di disoccupati e un flusso inarrestabile di poveri verso i paesi industrializzati, che aggiungono sovrappopolazione a sovrappopolazione. Li accogliamo in quanto abbiamo leggi civili, ma più razionale sarebbe il riorganizzare l'economia mondiale in modo che coloro che fuggono abbiano un lavoro a casa propria.

Fra gli altri mali, l'assenza di un impegno personale per tanta parte dei giovani fomenta l'uso di droghe. La droga, che muove capitali su scala mondiale, fa sì che il capitale pulito si mescoli con i capitali sporchi, sporcando quel poco di nobile che il sistema capitalistico ha nel quadro del sistema sociale occidentale. La droga come surrogato del welfare state, un beneficio accessibile ai pochi e inaccessibile alle moltitudini? Anche questo è un male dei tempi di crisi, di tempi in cui l'umanità, civilizzata dal benessere, si gode lo scempio di se stessa. L'inquinamento petrolifero del Golfo del Messico tocca i ricchi e i poveri, oltre che degradare l'ambiente per tempi secolari. Scialo automobilistico e distruzione dell'habitat! Anche questo è un male dei tempi di crisi, questa volta della crisi morale indotta dal privatismo, dal particolarismo insito nel sistema capitalistico in disfacimento. Questo stesso privatismo che orienta il mondo occidentale comporta che la nazione meridionale non sia in condizione di dare un serio contributo alla ripresa del Pil italiano. L'Italia unita ha fatto del Sud una colonia di consumo, dacché era un aggregato notevolmente produttivo. Il Sud è una nazione senza un suo Stato che governi le risorse attuali e potenziali, e ciò è causa di disoccupazione e d'improduttività. A livello globale e a livello locale, occorre una nuova filosofia sociale, adeguata ai tempi. Da dove verrà?

Fonte:Eleaml

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domenica 30 maggio 2010

Le basi di massa



Di Nicola Zitara

Siderno, 28 Maggio 2010

Chi guardi anche al panorama politico del Sud anche nelle minuzie, può agevolmente notare che esistono e vanno sorgendo delle formazioni partitiche all'insegna di un forte autonomismo meridionale - come l'Mpa di Lombardo - o del tutto propugnanti il separatismo tra Sud e Paese restante. Ovviamente si tratta di una reazione 'nervosa' alla tracotanza della Lega stronzobossista e alla simmetrica propensione dei governi nazionali a piegare le ginocchia di fronte a richieste persino illecite, come quella riguardante le multe sull'eccesso di produzione lattaria.

Che la Stronzolega voglia veramente la secessione è cosa poco credibile, in quanto il sistema economico padano si alienerebbe il suo più devoto cliente, che è il Sud deserto d'industrie e anche d'agricoltura. Il Nord vuole togliere a Roma il comando sulla spesa pubblica, e il progetto sta andando avanti a vele gonfie. Il futuro resta, però, tutto da vedere. Non saranno sicuramente le formazioni politiche meridionali a incidere sugli eventi in quanto, nella sostanza, si tratta di voci fioche, di circoli - più che personali - di tipo epistolare attraverso Internet.

Il problema dell'unità d'Italia è vecchio quanto la stessa unità, in quanto il capitalismo della Liguria-Toscana-Lombardia-Piemonte usò l'unità per costruire al Sud una colonia di consumo e sovrappopolazione. Ciò nonostante il Sud costituisse, con le sue produzioni ed esportazioni agricole, la prima e più efficiente fonte della ricchezza nazionale. E' da allora che la colonia è in attesa di un moto di liberazione. Cosa che non fu il Meridionalismo nelle sue varie vesti di liberale, cattolico, socialista, dovendosi considerare questo moto piuttosto un'invocazione all'equilibrio fra la parte egemone del Paese e la parte soggiacente.

L'illusione meridionalistica sopravvive ancora in pochi. Credo anche che questi pochi la usino con poca convinzione, e solo come un ritrito argomento di dibattito con i loro avversari più convinti. Al contempo la separazione è un problema di tempo: degli anni che occorreranno per convincere le popolazioni meridionali a fondare - o meglio rifondare - uno Stato indipendente. In questo senso, i partiti sono necessari. Sarebbe assurdo dire no al proliferare di formazioni neoborboniche o indipententiste. Il problema riguarda la struttura dilatata, internettista che propendono ad assumere. Senza negare questa, bisogna pensare all'aggregazione diretta, personale, su base paesana, di quartiere, di vicolo, come fece, dopo la Liberazione, il Partito Comunista con le cellule locali.

Bisogna radicarsi sul territorio come fanno la Chiesa e gli uffici postali.

Fonte:Eleaml

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Di Nicola Zitara

Siderno, 28 Maggio 2010

Chi guardi anche al panorama politico del Sud anche nelle minuzie, può agevolmente notare che esistono e vanno sorgendo delle formazioni partitiche all'insegna di un forte autonomismo meridionale - come l'Mpa di Lombardo - o del tutto propugnanti il separatismo tra Sud e Paese restante. Ovviamente si tratta di una reazione 'nervosa' alla tracotanza della Lega stronzobossista e alla simmetrica propensione dei governi nazionali a piegare le ginocchia di fronte a richieste persino illecite, come quella riguardante le multe sull'eccesso di produzione lattaria.

Che la Stronzolega voglia veramente la secessione è cosa poco credibile, in quanto il sistema economico padano si alienerebbe il suo più devoto cliente, che è il Sud deserto d'industrie e anche d'agricoltura. Il Nord vuole togliere a Roma il comando sulla spesa pubblica, e il progetto sta andando avanti a vele gonfie. Il futuro resta, però, tutto da vedere. Non saranno sicuramente le formazioni politiche meridionali a incidere sugli eventi in quanto, nella sostanza, si tratta di voci fioche, di circoli - più che personali - di tipo epistolare attraverso Internet.

Il problema dell'unità d'Italia è vecchio quanto la stessa unità, in quanto il capitalismo della Liguria-Toscana-Lombardia-Piemonte usò l'unità per costruire al Sud una colonia di consumo e sovrappopolazione. Ciò nonostante il Sud costituisse, con le sue produzioni ed esportazioni agricole, la prima e più efficiente fonte della ricchezza nazionale. E' da allora che la colonia è in attesa di un moto di liberazione. Cosa che non fu il Meridionalismo nelle sue varie vesti di liberale, cattolico, socialista, dovendosi considerare questo moto piuttosto un'invocazione all'equilibrio fra la parte egemone del Paese e la parte soggiacente.

L'illusione meridionalistica sopravvive ancora in pochi. Credo anche che questi pochi la usino con poca convinzione, e solo come un ritrito argomento di dibattito con i loro avversari più convinti. Al contempo la separazione è un problema di tempo: degli anni che occorreranno per convincere le popolazioni meridionali a fondare - o meglio rifondare - uno Stato indipendente. In questo senso, i partiti sono necessari. Sarebbe assurdo dire no al proliferare di formazioni neoborboniche o indipententiste. Il problema riguarda la struttura dilatata, internettista che propendono ad assumere. Senza negare questa, bisogna pensare all'aggregazione diretta, personale, su base paesana, di quartiere, di vicolo, come fece, dopo la Liberazione, il Partito Comunista con le cellule locali.

Bisogna radicarsi sul territorio come fanno la Chiesa e gli uffici postali.

Fonte:Eleaml

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domenica 23 maggio 2010

Tessera onoraria del Partito del Sud a Nicola Zitara


In questi giorni il nostro Responsabile regionale della Calabria, Giampiero Tiano, ha consegnato personalmente a Nicola Zitara la tessera onoraria del Partito del Sud con lettera accompagnatoria del nostro Presidente Antonio Ciano.

Scevro da alcuna strumentalizzazione, questo gesto, su decisione del Presidente e del Consiglio Direttivo del Partito, ha l’unico, consapevole e solo scopo, di rendere un omaggio sentito e doveroso – che ci riempie di gioia ed orgoglio – a colui che riteniamo un padre fondante del meridionalismo identitario


Andrea Balìa, a nome del Presidente, del Consiglio Direttivo e dei soci tutti del Partito del Sud.


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A: Prof. Nicola Zitara

Da: Consiglio Direttivo Nazionale Partito del Sud



Oggetto: nomina di socio onorario del Partito del Sud



Caro Nicola,

speriamo che gradirai questo pensiero da parte del Partito del Sud, il cui Direttivo Nazionale, composto oggi da A. Ciano, E. Vecchio, E. Riccio, N. Cuccurese e A. Balia, ha deciso all’unanimità in data odierna di nominarti socio onorario del nostro movimento e quindi donarti la nostra tessera N° 1A per il 2010.

Ti consideriamo uno dei nostri maestri di meridionalismo, non e’ possibile dimenticare i tuoi tanti libri e i tuoi scritti che hanno forgiato noi e più generazioni di “briganti”, inoltre hanno prodotto tante lucide analisi sulla situazione coloniale della nostra terra ed il tuo sito, con l’amico Mino, è stato un utilissimo strumento di confronto e di diffusione delle nostre idee.

Siamo sicuri di averti al nostro fianco nelle prossime battaglie per la liberazione e per il riscatto del Sud,

Saluti Napolitani,


F.to

Il Presidente Nazionale

Antonio Ciano


Il Segr. Org. Nazionale

Enzo Riccio


Roma, 30/04/2010

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In questi giorni il nostro Responsabile regionale della Calabria, Giampiero Tiano, ha consegnato personalmente a Nicola Zitara la tessera onoraria del Partito del Sud con lettera accompagnatoria del nostro Presidente Antonio Ciano.

Scevro da alcuna strumentalizzazione, questo gesto, su decisione del Presidente e del Consiglio Direttivo del Partito, ha l’unico, consapevole e solo scopo, di rendere un omaggio sentito e doveroso – che ci riempie di gioia ed orgoglio – a colui che riteniamo un padre fondante del meridionalismo identitario


Andrea Balìa, a nome del Presidente, del Consiglio Direttivo e dei soci tutti del Partito del Sud.


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A: Prof. Nicola Zitara

Da: Consiglio Direttivo Nazionale Partito del Sud



Oggetto: nomina di socio onorario del Partito del Sud



Caro Nicola,

speriamo che gradirai questo pensiero da parte del Partito del Sud, il cui Direttivo Nazionale, composto oggi da A. Ciano, E. Vecchio, E. Riccio, N. Cuccurese e A. Balia, ha deciso all’unanimità in data odierna di nominarti socio onorario del nostro movimento e quindi donarti la nostra tessera N° 1A per il 2010.

Ti consideriamo uno dei nostri maestri di meridionalismo, non e’ possibile dimenticare i tuoi tanti libri e i tuoi scritti che hanno forgiato noi e più generazioni di “briganti”, inoltre hanno prodotto tante lucide analisi sulla situazione coloniale della nostra terra ed il tuo sito, con l’amico Mino, è stato un utilissimo strumento di confronto e di diffusione delle nostre idee.

Siamo sicuri di averti al nostro fianco nelle prossime battaglie per la liberazione e per il riscatto del Sud,

Saluti Napolitani,


F.to

Il Presidente Nazionale

Antonio Ciano


Il Segr. Org. Nazionale

Enzo Riccio


Roma, 30/04/2010

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mercoledì 20 gennaio 2010

Il sistema di potere in meridione



Di Nicola Zitara


Il presente saggetto è il fedele rifacimento (o piuttosto riordino) di uno scritto risalente a qualche anno prima delle elezioni regionali del 1985, forse al 1982 o 1983, il quale ebbe il singolare destino di non trovare spazio sui Quaderni calabresi. Non fu questo, tuttavia, il solo motivo per cui è rimasto per tanto tempo nel cassetto. Per chi pretende di scrivere storia del Sud italiano, relativamente all’infelicissima fase unitaria, che non sia la solita "Storia della questione meridionale", la difficoltà maggiore sta non tanto nell’organizzare i materiali per una Controstoria, quanto nel cogliere con onestà intellettuale le cose che potevano essere -in un paese veramente appartenente allo Stato italiano- e che invece non sono state, a causa della pesante colonizzazione toscopadana. Certamente la questione della borghesia meridionale appartiene a tale tipo, quasi impossibile, di storiografia. Da qui una forte resistenza personale a ricalarsi come storico nel tema. Il quale, tuttavia, veniva affrontato a livello di scontro politico locale (e quindi nel suo aspetto attuale), attraverso il Volantino (quattro pagine ciclostilate). La tematica de il Volantino anticipò di sei o sette anni Tangentopoli. La contestazione morale ebbe una forte risonanza locale, ma non superò tale perimetro, tranne che per gli aspetti giudiziari. Si ebbe, infatti, un processo, ma solo per diffamazione a mezzo stampa, tenutosi parecchi anni dopo -ma sempre parecchio tempo prima che esplodesse Tangentopoli- davanti al Tribunale di Monza, il quale ribadì il diritto (anzi il dovere) di critica al costume politico. Adesso la riformazione delle cosche ridà attualità al tema, così che il risultato della riflessione di allora viene offerto a un pubblico si spera più vasto.

IL SISTEMA DI POTERE IN MERIDIONE - DAI GALANTUOMINI ALLA CLASSE INFAME

Baroni e galantuomini
Pur essendo una figura tipica dell’Italia unita, in quanto strettamente collegata con il sistema elettoral-accosciato, con l’ascarismo unitario, il galantuomo meridionale nasce prima che Garibaldi e Cavour depistino la storia del Sud. Indubbiamente nasce dalla terra. Anche la fatua gentry inglese nasce dalla terra, ma non per questo riesce a rovinare la Gran Bretagna. Il problema pertanto non sta in essa (quantomeno alle origini), ma nel modo in cui si formano le sue entrate. Nella storia del Sud, la svolta modernizzante è il frutto di due concause: da una parte, la crescita della domanda mondiale di zolfo e di olio, in connessione con l’ultima fase -una fase fortemente espansiva- della manifattura e con la prima Rivoluzione industriale; dall’altra, la fine della dominazione spagnola e l’avvento nelle terre napoletane e in Sicilia di uno stato indipendente, sia pure sotto la guida di una dinastia proveniente da fuori e pensosa di sé stessa, prima che della nazione.
Come ha insegnato Kula, anche un’economia chiusa -non più che un’economia di villaggio- può ben convivere con il commercio mondiale. Ora se il monopolio dello zolfo rese ben poco alla Sicilia e il commercio lecito o illecito dei grani non vi ebbe quel peso sociologico che la saggistica posteriore ha creduto d’intravedere, la parte continentale del Regno ebbe consistenti benefici dagli scambi continentali. Infatti, quando la dinastia borbonica chiuse il suo bilancio, il paese napoletano si trovava con l’aristocrazia debellata, con abbondante risparmio, con le attività commerciali interne, alle quali si dedicava una potentissima flotta di dodicimila navi piccole e grandi, ben sviluppate. Era inoltre il beneficiario del quasi-monopolio mondiale della produzione d’olio, una merce richiesta dai maggiori paesi industriali come alimento, per l’illuminazione, come lubrificante dei motori e materia di lavorazione del cotone. Non suoni strano, ma nei fatti la rinascita commerciale aveva aiutato il baronaggio ad affermarsi.
Il feudalesimo è una condizione giuridica, propriamente di diritto pubblico, mentre il baronaggio del XVIII, XIX e XX secolo è una condizione dello spirito, oltre che un modo di rapportarsi alla società. Nonostante assuma atteggiamenti neofeudali, il barone è giuridicamente pari a qualunque proprietario secondo il restaurato diritto civile romano (cioè con la piena facoltà di godere e disporre della cosa). Già nel secolo dei lumi, l’aristocrazia napoletana è un nome senza gran sostanza. Lo stato ha carattere patrimoniale e gli aggregati urbani hanno egemonizzato le terre circostanti. Il circuito intercorrente tra castello, palazzo nella capitale e sperpero delle rendite si è fortemente indebolito e subisce la mediazione del borgo. L’altro circuito, non meno pesante, quello delle esternazioni, che va dal villaggio rurale alla corte spagnola, è fortunatamente chiuso. Il lavoro evolve verso una nuova forma di produzione e la città si va separando dalla campagna. Il più solido momento di congiunzione resta il proprietario inurbato -principalmente lui, il barone1, il primo proprietario del luogo, che domina la campagna e spadroneggia in città. In campagna, la miseria e l’ignoranza delle masse contadine gli offrono il destro di pretendere e d’ottenere, pur senza averne titolo, un rispetto del tipo feudale; in città, per quanto possa essere arcaica la sua azienda agricola, il solo fatto che essa sia la principale sede locale di produzione, porta chi la dirige in contatto con il lavoro urbano e con i civili attivi, fino a dominare l’uno e gli altri con autorevolezza, appunto, baronale.
Mentre la rendita feudale si decompone in forza dei processi che il mercato innesca, è proprio la vivacità mercantile dell’olivicoltura che rafforza la posizione aristocraticante del nostro parvenu. Beati monoculi in terra caecorum. Il proprietario d’oliveti non ha pari in altri settori, cosicché il grande produttore d’olio, il barone, nella sua albagìa e nella sua ignoranza, può credere che il flusso di benessere proprietario che l’esportazione gli porta, quasi un grazioso dono di Dio, non si esaurirà mai. A questa idea contribuì sicuramente la mano leggera, in materia fiscale, con cui i Borbone trattarono sempre i settori vocati all’esportazione, tanto più che si potevano facilmente rifare con il consumatore straniero, gravando l’olio d’un dazio all’uscita. Ancor più fortemente dovette contribuire il basso costo d’impianto. L’ulivo è una pianta divina che non richiede cure, ma solo dei tempi d’attesa e una certa vigilanza nei confronti dei pastori, delle greggi e delle mandrie. Basta sistemare una piantina nel terreno perché cresca da sola. Dove le terre sono appoderate -cioè quasi sempre- il contadino può continuare, nell’interfilare, le sue tradizionali coltivazioni di cereali, ortaggi, legumi. Tuttavia non è la posizione di agricoltore il tavolo anatomico su cui sezionare la figura baronale, ma quella sociale e politica. Il barone è barone in quanto ha una regolare entrata in ducati, la quale viene prevalentemente dalla produzione dell’olio. Questi non ha una cultura sufficiente per immaginare che l’espandersi del mercato farà crescere i suoi bisogni e che un bel giorno le sue entrate si riveleranno insufficienti. Quindi arriva molto tardi a reinvestire le sue consistenti rendite. Non sente il bisogno di crescere, non ha appetiti animaleschi, ma, per altro verso, non vuole perdere niente, così non ama dividere con fratelli e sorelle, e finché può, si aggrappa alla legge del maggiorasco. Ma, con il declinare del feudalesimo e delle rendite ecclesiastiche, i fratelli minori trovano una collocazione sempre più difficile. Nasce, così, una questione, che, se parlassimo la lingua occitana, chiameremmo dei cadetti. Non che qui mancasse qualcuno da sbudellare, ma i Borbone andavano cauti con le spese di corte, e quanto ai moschettieri preferivano importarli d’oltralpe. Così che i nostrani cadetti restavano in casa a consumare la verginità delle serve.
Barone il fratello ricco, barone il povero fratello, o se più vi piace, il fratello povero. I fratelli baroni si amano come tutti i fratelli, e tranne che la terra e le rendite (che fanno la baronia), il barone ricco darebbe tutto al barone povero. E infatti gli cede parte della sua ignoranza, una quota della sua arroganza, e gli lascia intero lo spirito di rivalsa. Infatti il cadetto meridionale partecipò entusiasticamente alla rivoluzione del 1799, nella speranza che questa moltiplicasse le terre appropriabili, togliendole agli aristocratici più testardi, ai comuni e alla Chiesa, cosa che i Borbone mai vollero fare.
Il galantuomo nasce nel sottoscala proprietario e baronale del paese e della città meridionale, nella fosca alba di un giorno che per il Sud sarà più tetro della buia notte. È un cadetto della famiglia con scarse rendite, o è lo stesso barone decaduto, o il figlio del massaro che ha fatto la salita finché il padre lo ha sospinto, ma che, morto il padre, non sa salire da sé. Non è il proprietario arricchitosi che un giorno potrebbe diventare barone e che già si comporta quasi come se lo fosse. No, il galantuomo con la ricchezza ha chiuso, dopo non avere mai aperto. Se per caso ha qualche terra, non ne ha a sufficienza per vivere da barone. Insomma il cadetto sudico è un barone disarcionato, il quale non incontra nella sua parabola sociale un re guerriero che lo innalzi a cadetto di Guascogna, né una Chiesa in espansione che ne faccia un pingue abate, né un ricco mondo mercantile che gli prometta un altro tipo di corona.
Con i Borbone, i galantuomini sarebbero periti socialmente, come in tutti gli stati moderni, confusi nella piccola borghesia impiegatizia, dei commerci e dei servizi. Sopraggiunti i Savoia, i galantuomini ebbero invece il modo di intossicare la società meridionale. I fatti stanno a dimostrare che il vero disegno unitario non consisteva nel dare un governo moderno al Napoletano e alla Sicilia, secondo l’aspirazione risorgimentale, ma nel mungerne l’agricoltura per salvare dalla bancarotta la corona sabauda, che ora ammorba con puzzo di cadaveri e di stallatico l’intera Italia. Per qualche spicciolo e qualche medagliere, i galantuomini si prostrarono, offrirono il fondo del dorso, furono gli ascari della colonizzazione.
Fatta l’Italia, bisognava fare chi la mantenesse. Nel generale lutto per il crollo del prezzo della seta, nasce la modernizzazione nordista. I De Ferraris, sedicenti Galliera, i Bastogi, i Balduino, i grandi profittatori e intrallazzisti della cerchia cavourriana, fondano la patria finanza e il capitalismo italiano (padano) violentando la vergine Italia ancor prima che fosse condotta al fonte battesimale. Non sono dei ladri puri, tipo Grisby ma propriamente dei capitalisti che imparano il mestiere di truffare lo stato da coloro che intorno a Napoleone il Piccolo stanno facendo una grande cuccagna con i franchi del contribuente transalpino. Non rubano i nostri fondatori, ma spingono lo stato sabaudo, cavourriano e liberale a questa o quella attività, che loro, e solo loro, avranno il privilegio d’intermediare, lucrandoci lautamente sopra (sui titoli del tesoro, che spesso comprano con i soldi dello stesso tesoro, arrivano a lucrare 79 lire su 100).
Ovviamente le operazioni sono più facili nei territori a loro noti, così che si comincia da Genova e da Torino, poi si passa a Firenze e in appresso si scende a Roma. Nel frattempo Milano, Bologna, Padova, Ferrara, ecc. pretendono di non restare fuori. Anche Napoli, alcuni decenni dopo, chiede e ottiene qualche intervento lucratorio. Anche Palermo chiede, ma per ottenere quasi niente. A Napoli manca un capitalismo di buon appetito, sostiene la storiografia sabauda con il plauso dei sedicenti storici gramsciani. Il fatto che vi operi persino uno dei tre fratelli Rothschild, i veri padroni d’Europa, non conta niente per i nostri rapsodi. A fare il confronto con il piccolo regno sardo, quel che in realtà manca non sono gli impianti industriali portanti della futura nazione industriale; la cosa che a Napoli manca è lo sfacciato intrallazzo cavourriano e postcavourriano che, a partire dal 1853 e fino a quando Giolitti non chiuderà la bocca ai più impertinenti, con l’aiuto dei soliti prefetti e corrompendo con la sua generosità i socialisti dell’Emilia rossa, riempirà decine di volumi degli Atti Parlamentari. Nonostante il passaggio epocale, il Regno borbonico vive una condizione di tranquillità e di serena fiducia. Nel campo economico è reputato e si ritiene una potenza di rango. Anche sul lato industriale è limitativo metterlo a confronto con gli altri stati della penisola. Il Regno ha un’autonomia che gli altri, a cominciare dal Piemonte sabaudo, sono ben lontani dal possedere. Nei settori strategici dell’industria, vale a dire la siderurgia, la meccanica e la cantieristica, essi hanno bruciato i tempi naturali di maturazione economica, facendo in proprio. E se cadono sotto i colpi di Garibaldi e dei generali sabaudi, è perché non intendono sistemare i parassiti sociali.
Possiedono le risorse per avviare l’industrializzazione privata, dopo avere fondato quella pubblica, e pertanto non allettano intrallazzisti. E ciò sarà fatale per il futuro del Sud, che fino alla Cassa per il Mezzogiorno non avrà il personale idoneo, la cultura, per partecipare in grande alle patrie dissipazioni. Invece che grandi ladri, o dei ladri in grande del tipo Bastogi, Balduino, Breda, SME, Fiat, il Sud avrà dei ladri di polli. Anzi qualcosa di meno, perché i contadini dispongono, tutt’al più, di una minestra di broccoli. Che i galantuomini non si vergognano di arraffare.
In sostanza, il Sud contribuisce all’intrallazzo nazionale dal lato delle uscite, ma non ricava niente dal lato delle entrate. È terra infidelium per gli intrallazzisti toscopadani. Che il Sud non sarebbe mai divenuto una vera parte del paese, ma un mero mungitoio cavourriano e sabaudo, lo si era visto già prima che cominciasse, non appena il plenipotenziario cavourrista Farini arrivò a Palermo. A Torino le idee erano chiare. L’assenso delle classi proprietarie sudiche ce lo procuriamo difendendo la proprietà; quello delle classi medie, lottizzando a buon prezzo i beni ecclesiastici, di cui per altro (noi torinesi) incasseremo il valore; quello dei proletari, offrendo una speranza di lottizzazione sui demaniali comunali. Ma i contadini avevano una fame antica. Raggirati sulla questione della terra, scatenarono il brigantaggio politico costringendo il governo liberale a rinsaldare la sua alleanza con i galantuomini -ironia degli aggettivi- anch’essi liberali. Se i piemontesi fossero arrivati dall’Alaska sarebbero stati meno stranieri a questo popolo.

Mungere i sassi
La Rivoluzione industriale ha inciso così profondamente sugli assetti tradizionali da mettere il mondo su nuove gambe, purtroppo storte fin dal primo momento. Guidata da logiche irrazionali, l’economia mondiale ha due volti: quello di un mondo che progredisce e quello di un mondo che regredisce. In Italia, la contropartita più devastante si ebbe proprio nelle campagne del Sud, dove alla restaurazione del concetto romano di proprietà, che aveva decretato la fine dei diritti promiscui, si aggiunsero forme moderne di conduzione, del tipo risparmia-lavoro. Per l’ancestrale colono fu la fine. I contadini vennero scacciati a milioni dalle campagne. D’altra parte la regolarità del salario li attraeva lontano dai campi, in un lavoro sentito sì come alienante, ma anche come fonte di un pane sicuro. Ma non fu solo questo. Dove l’industria non nacque (come nel Meridione), i prodotti industriali arrivarono comunque, spazzando via l’antica industria domiciliare dei contadini. L’arrivo delle merci industriali prodotte altrove, sottraendo ai contadini l’antico lavoro manifatturiero, fece sì che l’unica fonte da cui ricavare un guadagno rimanesse la terra. Si deve aggiungere che, a partire dal 1650 circa, la popolazione d’Europa prese a crescere a un ritmo senza precedenti, raddoppiando nel corso dei duecento anni successivi e facendo il doppio tra il 1850 e il 1930. Nelle aree non industriali, la bassa capacità d’acquisto sommandosi alla pressione demografica portò le masse contadine a rivivere una condizione vicina all’economia di sussistenza.
Tutta la grande narrativa meridionale è confezionata con il dolore di quell’epoca infelice. Dopo essere stati consumatori soltanto dei propri prodotti, una volta divenuti consumatori di lavoro altrui, i contadini presero a mungere la terra nella vana speranza di cavarci il danaro per vivere. In regioni come la Puglia e la Calabria si misero a cultura persino le pietraie, nella vana illusione di mungere dai sassi quello che i sassi non danno.
Mentre l’Europa industriale arricchisce, il Meridione -ormai spoglio di risparmio privato e privo di uno stato che lo guidi- vede spegnersi le sue manifatture e la grande industria statale borbonica. L’occupazione nel settore manifatturiero cala, in venti ani, da oltre il 18% a poco più del 12% delle persone in età lavorativa2. Si dice la stella d’Italia. Ma solo del Nord. Nonostante la crisi da cui è investito, la particolare condizione climatica e la positiva eredità borbonica aiutano il Sud a compiere l’ultimo miracolo -un miracolo, ovviamente, tornato interamente a favore del paese settentrionale. Stava mettendosi male per i Savoia e per la cosca piemontese. Crollata la seta e crollate le speranze riposte dai conquistatori piemontesi sulle regioni seriche, l’olio diviene il primo sostegno della bilancia commerciale unitaria. Ma subito dopo, accanto all’olio si allineano altri prodotti tipici, quali il vino e gli agrumi. Diversamente dall’ulivo, questi impianti richiedono un investimento di capitali. Ma, in appena qualche anno, il Piemonte ha interamente incassato e dissipato l’accumulazione storica napoletana. In più si cucca ogni forma di surplus che si formi al Sud. I proprietari, vessati dal drenaggio fiscale, non hanno risorse adeguate. E tuttavia il miracolo si compie egualmente, frutto del sudore e dell’intelligenza contadina. Olio, arance, vino, fichi secchi -povere cose di un mondo al passato- sono tutto quello di cui dispone l’Itaglia. Ma lo stato di Sella e di Minghetti le fa bastare. Così è il Sud che paga praticamente da solo la tripla speculazione ferroviaria: quella delle concessioni, quella della prima nazionalizzazione e quella della successiva privatizzazione. Paga inoltre alla Francia il debito estero ereditato dal Regno di Sardegna e quello alimentato dall’allegra gestione della Destra -severa solo con i contribuenti- salvando in tal modo due volte lo stato nazionale dalla bancarotta.
Certamente nel mondo attuale nessuna produzione agricola risulta vincente alla lunga distanza, in quanto l’offerta degli agricoltori cresce più della domanda dei consumatori, deprimendo il prezzo. Nello stesso tempo, i prezzi delle merci industriali, che si strutturano indipendentemente dalle vecchie leggi di mercato, incorporano di regola elementi di monopolio, che con l’andar del tempo si faranno sempre più consistenti. Si realizza così un particolare squilibrio delle ragioni di scambio che, nei grandi aggregati economici tipo CEE, oggi viene sanato soltanto attraverso costose forme di protezionismo doganale.
Comunque nel Sud italiano non fu il mercato a mandare a gambe all’aria la rivoluzione agricola in corso, ma lo stesso stato, cosiddetto italiano, attraverso un ribaltamento della precedente politica filofrancese e liberista con un’incredibile alleanza austrotedesca e l’adozione di un autolesionistico protezionismo doganale; cosa pretesa -e ottenuta con la corruzione- dalla Banca Commerciale, dai suoi finanziatori tedeschi e dai neo-intrallazzisti milanesi che, atteggiatisi a industriali nazionali, continueranno per ben settant’anni a corrompere i governi nazionali per aver mano libera con i consumatori nazionali. A disdoro di Lor Signori Cuccatori e dei paladini del Corriere e delle case editrici nazionali, ben remunerati assertori del "Sud che non produce", è il caso di ricordare che, nonostante le loro albagìe, i salotti buoni e altre immonde incensature, gli agrumi resteranno la voce più importante del commercio internazionale italiano fino al 1955 circa.
Mentre l’erario nordista impone la feroce formazione di surplus da astinenza che poi drena immancabilmente verso l’intrallazzismo toscopadano e ora anche capitolino, ogni speranza muore nel cuore dei generosi e degli intrepidi. L’Italia colonialista, che, al Sud, emargina gli onesti e i patrioti3, può trovare un sentito sostegno soltanto in una classe infame, del tipo Quisling e quinta colonna: la classe dei galantuomini -classe italiana per eccellenza, che tenne il potere fino al 1943 e rinacque a partire da De Gasperi con stile e tono ben diverso.

L’epoca dei galantuomini
Dovunque è nata l’industria, l’aristocrazia di origine agraria ha perduto la direzione della società di appartenenza. Dove l’industria invece non nacque, le classi superiori e proprietarie si sono arroccate intorno alla proprietà terriera4. Dove anche l’agricoltura è stata cancellata, la borghesia dovrebbe essere alla testa di un moto di rinascita.
Il sistema italiano ha sempre saputo evitare tale insidia. Infatti, nell’assenza di remuneratività in altre attività, il nostro sistema ha incanalato la competizione fra borghesi del Sud nell’ambito dell’attività pubblica: sia quella politica in passato onoraria, sia propriamente burocratica e remunerata. Anzi tra l’una e l’altra si generò un sistema osmotico, per cui il politico onorario di grado elevato (ministro, sottosegretario, deputato) fu sostenuto da un gruppo di aderenti (consorteria), i quali sarebbero stati ricompensati con impieghi e prebende -una forma di sistemazione pseudo borghese, imitativa cioè del prestigio e della condizione sociale della borghesia danarosa. L’impiego divenne l’"occasione" per eccellenza, l’unico modo per evitare la totale caduta sociale, una completa proletarizzazione. Ma l’accesso all’impiego non dovette essere facile. La ricerca storica dovrebbe proprio chiarire tale punto. Comunque possiamo dire che intorno al "posto" si accese in passato, come si accende nel presente, l’unica reale competizione infraborghese a cui si assista nel Meridione. La consorteria, nata dal basso, fu l’SOS di una classe sociale vinta ai suoi esponenti più fortunati e potenti5.
Collocando il Meridione dell’epoca -cioè la parte del paese che accumula senza ottenere altra spesa pubblica se non quella del danaro della corruzione- nel quadro delle cose che potevano essere e non sono state, lo spaccato che se ne ricava non è "la questione meridionale" oppure "il ritardo storico". L’eredità spagnola e il mancato coinvolgimento nella rivoluzione comunale c’entrano ben poco. Il nodo è tutto economico ed è tutt’interno al mondo industriale, cioè dell’epoca nostra. Il tema giusto è l’accumulazione originaria dell’industria padana6, che ha avuto bisogno, per compiersi, di un vasto popolo di contribuenti e di un intero secolo: dal 1860 al 1960. Rispetto a detto tema, i galantuomini furono, a volte inconsapevolmente, gli agenti nazionali dell’accumulazione primaria padana, realizzata per una quota preponderante e forse superiore all’80% ai danni dei contadini meridionali e degli emigrati meridionali.
L’intramontabile epoca dei galantuomini fu contrassegnata non solo dal progressivo, ulteriore impoverimento delle classi agrarie (che ha il suo finale travolgente nel protezionismo fazioso della CEE), ma soprattutto dall’apertura dei ranghi del pubblico impiego alla borghesia, spesso ignorante, del Sud. In origine, i beneficiari appartenevano ad una classe bloccata, imbalsamata nella staticità di rapporti economicamente regredienti, anche a causa della crescita numerica dei componenti, a sua volta frutto della generale crescita demografica. Ridotti in miseria dallo stato che essi stessi avevano adottato, battuti dagli scambi diseguali con le società industriali, impossibilitati ad aprirsi nuove strade, quando potevano si rifacevano sui contadini, che erano il loro antagonista sociale interno e peraltro vincibile soltanto con l’aiuto delle piumate milizie padane. Ma il soccorso più consistente gli arrivava da una certa libertà a truffare lo stato, specialmente in sede di amministrazione comunale. Gaetano Salvemini ci ha lasciato un impareggiabile ritratto politico della loro storia più antica. Luigi Pirandello -pur puntando ad altra tematica letteraria e filosofica- ne descrisse con vigore insolito, specialmente nelle "Novelle per un anno", i loro drammi, la loro meschinità, la loro fragilità, la loro miseria materiale.
Il progresso -anche quello esterno soltanto- provoca forte mobilità sociale, e l’epoca dei galantuomini fu di nuova e notevole mobilità sociale. Ad un certo punto, già prima della Grande Guerra, ma anche dopo, specialmente sotto il fascismo, i galantuomini ebbero un sostenuto rinforzo con l’iniezione di dottori e diplomati saliti dalle classi proletarie. Ma nulla cambiò, la classe indegna sopravvisse attraverso l’elargizione del "posto" che lo stato creava ambiguamente: sia perché si perfezionava come stato centralizzato e burocratico, sia perché inventava surrettiziamente "posti" in soprannumero per tenere in piedi il sistema. In effetti il Ministero della malavita di salveminiana memoria governò le elezioni dei deputati meridionali con i prefetti e fece ingoiare al Meridione la corrispondente soperchieria perché il sistema ebbe sempre nuovi posti da distribuire.
Da un punto di vista politico nazionale, l’identità sociale -il particolare status- del galantuomo è quello di mantenuto e contemporaneamente di sostegno del sistema nazionale. All’interno di tale settore sociale si sviluppò una forte competizione che vide la formazione di gruppi fra loro contendenti, aggregati dalla solidanza dell’imbroglio amministrativo, dallo scrocco nella gestione pubblica, nella feroce negazione di uguali opportunità al gruppo contrario. Da questa negazione prende avvio e si sviluppa la degenerazione dell’intera società meridionale, la sua corruzione ormai interiorizzata, il disvalore dell’onestà pubblica, appena compensato, qualche volta, dall’onestà privata, l’ambiguità, peraltro non più attuale, tra "spirito di servizio" e assurda e completa inefficienza, la cedevolezza sui grandi principi e la rigidità formalistica, più spesso opposta ai deboli e alle fazioni contrarie che all’interno della consorteria.

Fascismo e consorteria
Il destino della "consorteria" sotto il fascismo non credo sia stato spiegato con la doverosa onestà. Il regime portò nella statica società meridionale una contestazione a destra e una a sinistra. Da quest’ultimo lato, esso operò in difesa della proprietà agraria spingendo le prefetture e le forze di pubblica sicurezza a stroncare energicamente i moti dei reduci per la terra, secondo quanto era stato loro promesso dopo Caporetto. Anche se a volte pagate con il sangue, si trattò di iniziative, mancanti com’erano di un vero progetto e di una seria direzione. A destra, il regime combatté la massoneria e i gruppi consortili che egemonizzavano la scena meridionale. Gli esiti di una siffatta politica furono incerti e confusi. Che io sappia, mancano studi esaustivi sull’argomento. Solo incasellando avvenimenti minori e slegati tra loro si può arrivare ad abbozzare un quadro meno incerto e sfumato. Certamente la consorteria fu battuta proprio sul terreno sociale -che era poi il suo modo di esprimersi politicamente- e cioè nell’organizzazione del clientelismo e nell’erogazione del "posto". Ciò consente di affermare che al Sud il fascismo si presentò e fu in effetti una forza moralizzatrice della vita pubblica. Probabilmente fu la stessa piccola borghesia, costretta ad accapigliarsi per uno stipendio, a trovare nell’organizzazione fascista del potere e della burocrazia una specie di rinnovamento, nel senso che quantomeno i meriti formali prevalsero e le raccomandazioni, certamente sopravvissute alla consorteria, ebbero un punto di riferimento stabile.
In sostanza si trasformò la posizione del pater. Prima era incerto, o perlomeno diffuso fra una pluralità di cosche in lotta fra loro, poi divenne solo, anzi unico come il partito. Ciò trasformò anche l’aspirante o cliente, in quanto non gli fu richiesta come contropartita un’azione sub-clientelare, ma soltanto un’adesione politica, che poi fu pigra e qualche volta la copertura di ben diversa posizione politica. Ma il fascio raramente negò la tessera a qualcuno, a meno che del suo spirito critico nei confronti del regime non facesse una millanteria.
Almeno in Calabria, il vertice visibile del potere non fu espresso soltanto dal gruppo dei maggiori redditieri, ma vi si inserì molta gente nuova, salita al rango borghese attraverso il diploma e la laurea. Tuttavia il fascismo consolidò (o non intaccò) il potere delle classi agrarie, le quali dietro le quinte conservarono la sostanza del potere, che non venendo più dall’elettore, non doveva più essere acquistato. Dopo di che tutto quello che quelle classi avevano perso sul terreno elettoralistico e clientelare, lo recuperarono sul terreno della tranquillità politica, mostrandosi il sistema fermo e stabile; e lo recuperarono anche sul terreno dei rapporti colonici, poiché la riruralizzazione fascista inchiodò i contadini in una gabbia dalla quale la fuga era difficile. I proprietari divennero tranquilli come mai lo erano stati negli ultimi due secoli, perché difesi da uno stato forte e attento in materia di controllo sociale: niente più briganti, niente camere del lavoro, niente fasci operai e mutue bracciantili o altre associazioni contestatrici. Pagarono logicamente un prezzo al sistema, a causa della più coerente e pesante imposizione fiscale e verso la fine del periodo soffrirono per una certa efficiente gestione degli uffici di collocamento.
Nei grossi centri, i galantuomini di maggior rango si configuravano come un gruppo privilegiato e protetto negli averi, ma generalmente separato dal regime e guardato a vista per il sospetto che all’interno vi covasse l’opposizione liberale, o che vi fosse propensione alla comunella con preti e socialisti.
E tuttavia anche i fascisti venivano dalla classe infame dei galantuomini. Erano galantuomini truccati, ma non redenti, in qualche modo resi inoffensivi, quantomeno in occasione delle tresche più plateali. Carlo Levi registra e presenta con irraggiungibile efficacia rappresentativa il caso dell’inglobamento nel regime degli antichi rancori tipici delle consorterie avverse, in un paesino dell’entroterra lucano. Nel retroterra jonico calabrese, il racconto dei più anziani si rifà a situazioni sostanzialmente simili. Nei paesi più poveri di borghesia professionista e di burocrazia addottorata e acculturata, il fascismo e l’antifascismo furono certamente usati anche nel senso tradizionale della consorteria, ma con molta più cautela che in passato.
Per quel che avvenne poi, dopo la caduta del fascismo, è di somma importanza ricordare che durante il ventennio si inaugurò, sotto la spinta della crescita secolare dei redditi, una mobilità sociale assolutamente ignota in precedenza. Anche se non di grandi proporzioni, il fatto nuovo incise sulla natura sociale dei ceti medio-superiori. Gli studi fino al diploma o alla laurea, in precedenza, erano stati aperti oltre che ai figli dei proprietari, anche ai figli dei massari e dei piccoli proprietari. Ma, nell’età dei galantuomini, le classi subalterne erano rimaste tagliate fuori persino dalla velleità di un simile sbocco. Solo qualche ragazzo più dotato arrivava al sacerdozio. Durante il ventennio, invece, non solo la popolazione scolastica crebbe, ma -ed è questo il dato significativo- riuscirono ad accedere agli studi anche giovani provenienti dalla minuta borghesia, da famiglie di operai e di artigiani, persino il figlio di qualche contadino meno affamato e rozzo. Gli esiti di siffatta mobilità ascendente si videro a partire dal 1943. Senza quei professorini e avvocaticchi di modestissima estrazione sociale, tutto il fiorire di sezioni socialiste e comuniste, che si ebbe nel Sud dopo la guerra, sarebbe stato impensabile.

La fine
Sulle trincee del Carso i galantuomini morirono a fianco dei contadini. Ciò forse avrebbe democratizzato la scena meridionale, ma subito dopo la guerra, il leninismo e il fascismo sospinsero il Sud completamente fuori scena.
L’antifascismo, che al Sud non fu un moto popolare, ma il chiacchiericcio serotino di una sorta di fratrie alquanto assortite di vecchi notabili e di meno vecchi peroratori del comunismo o del popolarismo cattolico, ridette fiato alla cosca. Nei paesi e nelle città -nelle spire coinvolgenti dell’antifascismo e nel conseguente clima di reciproca tolleranza (delle opposte e, in teoria, a volte inconciliabili etichette) si andarono formando dei gruppi notabiliari assolutamente inediti rispetto al trasformismo giolittiano e prefascista. Certamente in ogni luogo non mancarono gli idealisti (gli ingenui, si diceva) e quindi i contrasti e le avversioni anche vivaci, ma l’opposizione al fascismo finì per prevalere, così che i litigi vennero sempre superati.
Caduto il fascismo e perduta la seconda guerra mondiale, man mano che le truppe occupanti risalivano la parte meridionale della Penisola, gli attori che per primi si presentarono sul proscenio della restaurata democrazia furono coloro che si erano forgiati nei circoli riservati, nei salotti dell’antifascismo come in una loggia interclassista. Gli occupanti angloamericani, che mostrarono di essere ben informati sulle situazioni locali, si mossero, sin dall’estate 1943, con l’idea di restaurare il galantomismo. Affidarono il potere locale nelle mani dei cospiratori inoffensivi e fra loro solidali dei salotti antifascisti, e collocarono alla direzione dei comuni gente politicamente o personalmente affidabile. Più che la Chiesa, la loro eminenza grigia fu la grande massoneria. La quale, dove c’era, prese al suo servizio la mafia quale responsabile dell’ordine pubblico.
Durante i due anni circa, tra il ‘43 e le elezioni del ‘46, la gestione locale coinvolse però gli esponenti di tutte le bandiere politiche, poiché i Comitati di Liberazione Nazionale, che ebbero il riconoscimento di partner da parte degli angloamericani, provvidero a lottizzare le posizioni di potere fra i sei partiti che ne facevano parte (Liberali, Democrazia del Lavoro, Azionisti, Democristiani, Socialisti, Comunisti). Tuttavia, per il classico gioco delle tre carte, al potere andarono sempre dei conservatori o dei moderati, anche se a volte con il papillon rosso.
Lontani Mussolini, i tedeschi e la guerra, l’unico disturbatore della quieta unità antifascista fu il popolo, affamato di pane, di fabbriche, di terra e di uguaglianza. Negli anni dell’immediato dopoguerra, la parola democrazia ebbe una forte caratura popolare ed eversiva, quantomeno ebbe a significato che il popolo basso aveva raggiunto un sufficiente riconoscimento politico, e che, come corpo collettivo, poteva trattare da pari a pari con le classi proprietarie e signorili. Le classi subalterne vennero identificate nelle loro richieste sociali e di rappresentanza politica. In effetti, dopo il crollo degli apparati statali e la perdita del controllo che questi avevano sul territorio, il popolo poté credere che bastasse il numero per ribaltare l’assetto sociale. Esemplare in questo senso furono l’insurrezione e la Repubblica di Caulonia. L’attesa e la fiducia crebbero nei due anni seguenti, raggiungendo l’apice della parabola nel 1946. Successivamente, l’apparato dirigente locale del PCI o fu sostituito, o intese -e con esso le masse popolari- che il processo rivoluzionario si sarebbe dovuto dispiegare in un arco di tempo lungo, e che comunque non era quello il momento propizio per uno scontro frontale, come mostravano i fatti di Grecia.
L’atteggiamento popolare sospinse gli antifascisti che militavano nel partito comunista, e i molti improvvisati comunisti, tuffatisi nel PCI perché folgorati dall’idea socialista, o per opportunismo, o per qualche riposta ambizione, tennero con fermezza la loro posizione nell’ambito del nuovo quadro politico locale, contendendo all’avversario il dominio assoluto della società meridionale e contrattando i compromessi; ciò fino a quando, intorno al 1955, l’emigrazione falciò l’azione popolare e spense le speranze di un Sud che contasse in Italia.
Ma già prima il PCI aveva incanalato tale esigenza fondamentale della società meridionale verso l’aspetto minore dell’azione contadina per il possesso della terra. Per la verità la strategia del PCI non osò mai spingersi fino ad un’alternativa così secca. Certamente le lotte per la terra continuarono a tenere banco a sinistra, fino al 1951, ma ben inserite in un riformismo proprietario di corto respiro e di ambito rurale, mentre era chiaro che al centro dello scontro stava la città e il vero tema dello scontro era l’occupazione. Dove questo emerse spontaneamente, come nell’hinterland napoletano, nell’area tarantina, in quella barese, nel Crotonese, non trovò grandi solidarietà. Poi il momento rinnovatore ricadde e si appiattì in un partitismo locale senza respiro, poiché, al di là delle lotte proletarie, il Meridione era politicamente vuoto. Era (ed è) politicamente vuoto, perché era (ed è) politicamente dipendente. Perché era (ed è) soltanto la somma di orientamenti scollati e senza programmi, che si riducono a una cifra elettorale utile solo per i calcoli parlamentari su maggioranza e minoranza.
Nonostante la fase politica frontista, i comunisti non sempre ebbero l’appoggio degli esponenti socialisti. A quel tempo la tipologia del dirigente era quella di un essere con due anime e un corpo. Il corpo apparteneva di solito a un medico o a un avvocato, solo qualche volta a un artigiano acculturato nelle tematiche sociali (uno splendido ceto, politicamente e culturalmente ormai spento, l’ultima leva del quale è stata regalata senza contropartite al sistema padano). L’anima sensitiva si estraniava dal corpo: era per la democrazia e per il riconoscimento umano -dell’appartenenza, cioè, alla specie umana anche dei contadini, dei braccianti e delle frange sparse di proletariato senza mestiere delle aree urbane (in genere facchini a salario giornaliero, pescatori che dividevano con i capibarca il frutto della pesca, e consimili); un riconoscimento comiziale, concionatorio, demagogico che restava senza fiato quando si doveva passare ai fatti; l’anima razionale era quella colpevole di chi comprende la direzione del movimento storico e non può o non vuole opporsi, trattenuto com’è dal corpo piccolo borghese, benestante, addottorato. Le viscere piccolo borghesi soffocavano l’animo socialista, e quindi il socialista si barcamenava tra il cambiamento e la conservazione, tra le idee e la pratica, tra le classi padronali e il popolo, tra i moderati e i comunisti.
Per il fisico venir meno delle generazioni più intraprendenti del popolo, quel tentativo di democrazia meridionale si esaurì (ma non tanto inavvertitamente come parrebbe, se ci si limita ad un esame della cronaca giornalistica dell’epoca, già guidata da rigidi paraocchi romani e pertanto milanesi, o alla storiografia paludata che affronta con sussiego partitocratico il discorso su quell’epoca). Nel breve volgere di due o tre anni il moto era sconfitto, e già nel 1958, quando a sinistra cominciò a farsi luce il mancinismo, era completamente tramontato. Rimase tuttavia il nome di democrazia, il quale fu riempito posticciamente.
Con l’8 settembre, il mondo dei galantuomini si può dire definitivamente tramontato nelle braccia larghe dei Comitati di Liberazione Nazionale, tanto più ridicoli a causa della loro estrazione pantofolaia, della loro legittimazione offerta da un esercito straniero, spesso della modestia dei personaggi e per la loro mal riposta arroganza.
È tramontato e non si riproduce, perché in quel passaggio il mondo contadino taglia il filo spinato che lo separava dal mondo urbano, usando come forbice il mercato nero delle derrate agricole. I contadini escono dal neofeudalesimo sabaudo e fascista e s’insediano nel mercato, rivoluzionando il proprio modo di produrre, i propri consumi, il proprio rapporto con il resto del mondo. Quando arriverà l’Ape (la Vespa con cassonetto, della Piaggio) e l’asino sarà archiviato, se non ci fosse stata l’Italia padana a placcarlo, quel mondo nuovo sarebbe arrivato fino al suo giusto orizzonte.

Il secondo dopoguerra
Nel 1946, quando si ebbero le prime elezioni amministrative comunali, non tutti i raggruppamenti politici possedevano le stesse chance di successo. Comunisti, socialisti e democristiani, nel Sud, si erano già formati una base di massa; partivano quindi favoriti nel confronto con etichette oggi quasi tutte scomparse, ma a quel tempo ritenute importanti.
Nei comuni molto piccoli i proprietari pesavano ancora parecchio, ma sin dall’inizio furono costretti a mettere un distintivo all’occhiello. Generale e grande fu invece il peso delle parrocchie. Sin dal 1946 esse assunsero il carattere di una notevole forza clientelare e paternalistica, accanto a quello tradizionale di collettore del voto cattolico. Per cinque o sei legislature, la Chiesa ebbe la meglio su ogn’altro suasore politico. Se si prescinde dalle allocuzioni comiziali e dai bei battibecchi da marciapiede, anche gli altri partiti incorporavano una forte dose di vuoto politico, e solo l’eccitazione del momento portava a credere che le parole fossero sostanza. Freddamente esaminate le loro posizioni, esse si presentarono come entità fortemente sfumate e in certa misura intercambiabili.
L’inglese Tarrow ha scritto un libro molto interessante sull’arcobaleno dei colori politici che presenta il Meridione in sede di potere locale7. Il comune A è democristiano, il comune B, contiguo, è comunista; il paese C, che sta dall’altro lato, è a prevalenza socialista. Il tutto si mostra senza senso e senza alcuna logica politica. Zone economicamente omogenee, per cui un diverso orientamento comunale non sarebbe giustificato, contengono invece coloriture partitiche diverse, spesso una per municipio. La spiegazione è che ad A si è formato un gruppo di potere democristiano intorno a due medici e due avvocati democristiani; che a B un professore e un avvocato hanno fatto da volano a un’espansione comunista; che a C tre avvocati e un professore socialisti si sono mostrati i più idonei a guidare il paese.
La spiegazione storica risiede nel fatto che nel Meridione, nonostante il fervore di quegli anni, la politica è impolitica; che gli interessi di fondo restano nascosti e che l’azione politica dei partiti nazionali non li scalfisce neppure. Storicamente, infatti, dopo cento e più anni di dominazione padana, gli interessi del Sud sono complessivi, nazionali (nel senso di propri, di regionali) e travalicano le classi. Il Sud, inteso come paese, necessita di uno sviluppo che nessuno dei partiti nazionali intende seriamente propugnare; il suo interesse generale è quello di contrapposi al Settentrione. D’altra parte nessuno dei partiti nazionali fa emergere la contrapposizione interna al Sud (propriamente sua e non italiana) tra conservazione e rivoluzione.
Solo nell’immediato dopoguerra e in luoghi delimitati, si sviluppò, sotto la guida del partito comunista, un’azione consistente rivolta alla conquista delle terre incolte o mal coltivate e contro il latifondo. È solo in queste zone che si ebbe un reale scontro politico. Altrove, sicuramente in centinaia di comuni grandi e medi, con tradizioni industriali, le forze del lavoro si compattarono sulla borghesia attiva -e dov’erano più forti, come al mio paese, si allearono con essa- nella mal riposta speranza di una politica del lavoro e dello sviluppo. Ma più in generale, le situazioni locali furono determinate da figure paesane, sia nella veste dell’uomo dotato di "amicizie in alto loco", quindi capace di trovare un "posto" agli amici, sia nella veste del leader carismatico, sia ancora sotto la forma di gruppo dirigente affidabile e meglio preparato del gruppo o dei gruppi avversari, sia infine le tre cose interconnesse fra loro.
A partire dalle prime elezioni, i gruppi vincenti tesero a riprodurre la consorteria. Dal lato opposto si formarono gruppi consortili di diversa etichetta, ma senza un reale colore politico, che si candidarono per il ricambio. In realtà, essendo il Meridione bloccato (o per usare un azzeccato termine sportivo, placcato) al suo destino di periferia non decidente, la lotta che si sviluppò al suo interno fu soltanto elettoral-partitica e quasi mai autenticamente politica. Favorito dalla preferenza al voto di lista, l’elettoralismo sostituì il notabilato e se le consorterie non si presentarono più come appartenenti all’onorevole Caio a Marefreddo e all’onorevole Tizio a Solecaldo, ma apparvero come socialiste, comuniste, democristiane, ciascuna alimentata dall’animosità per la propria fazione, ciò fu mera apparenza. Dietro la facciata non c’era il partito ma, come vedremo, la cosca.
Gradatamente poi, nel corso di quegli anni, i proprietari persero peso economico e politico (salvo riacquistarlo quindici anni dopo, intorno al ‘68/’70, come venditori di suoli edificatori). Con il declino economico della rendita, i proprietari persero anche la connotazione di classe a sé stante e a volte fortemente staccata nel contesto sociale, confluendo nell’enorme calderone dei ceti medi alimentati da uno stipendio o da entrate professionali. A questo riguardo è una vera e propria falsificazione politica quella che collega il mutamento delle relazioni in agricoltura alle nuove leggi, e principalmente a quella di Riforma Agraria, che colpì i latifondisti. Nuove relazioni di lavoro, magari introdotte dall’alto, diventano operative solo se matura un nuovo equilibrio (regionale) tra offerta e domanda di lavoro, altrimenti restano carta stampata. In realtà i salari agricoli lievitarono soltanto perché le campagne si spopolarono in seguito alla domanda europea e padana. Ciò mise in ginocchio i proprietari, le cui rendite, si dice, derivino dalla terra, ma che in effetti derivavano soltanto dalla fame e dal superlavoro del contadino.
Al Sud, il partito di massa, salvo i luoghi dove la lotta per la terra ebbe un carattere effettivo, fu ed è di massa solo per gli elettori, che vengono attratti per lo più dalle relazioni extrapolitiche descritte da Tarrow, mentre fu di élite per i gruppi dirigenti. Rifacendomi a quanto sostenuto sopra, bisogna dire che la stessa situazione oggettiva spingeva verso la riformazione della consorteria. Infatti i partiti di massa si scontravano sul terreno di interessi ristretti, che se non erano familiari, non volavano tuttavia più alto del natìo borgo selvaggio, relegando la cosiddetta "questione meridionale" in frasi enfatiche ed insensate, collocate in fondo alle loro dichiarazioni programmatiche.
I pochi tentativi che i gruppi dirigenti locali fecero per inserire i problemi dei rispettivi luoghi in un contesto più ampio caddero nel vuoto e nella sordità non appena arrivati a livello di dirigenze provinciali e nazionali. È quindi alquanto naturale e logico che la vita politica ripiegasse su se stessa e che le vocazioni al comparaggio consortile avessero il sopravvento sulla vera politica. Il soffocamento delle istanze locali appare più marcato nel PCI proprio perché questo partito contestava il sistema e si era profuso con generosità nella lotta contadina. Ma alla prova dei fatti, il PCI si è dimostrato il più nordista dei tre grandi partiti di massa. Ciò merita una spiegazione, sia pure rapida.
In Italia, il PCI leninista si è comportato nei fatti -sin dal 1944- come un qualunque partito socialdemocratico europeo. Come tale non ha rifiutato le rivendicazioni economiche provenienti dal basso, tranne che in Meridione. Qui, tra il 1945 e il 1985, la grande rivendicazione fu il lavoro, ma su tale tema il PCI e la CGIL disquisirono parecchio senza mai scendere a un serio scontro con il sistema. Si pensi alla rassegnazione preventiva -alla supinità- con cui andarono incontro alla perdita delle roccaforti rosse nel Sud; alla resa, senza l’onore delle armi, di Castellammare, di Torre Annunziata, di Barletta, di Taranto, di Crotone, per citare soltanto i luoghi di cui chi scrive ha memoria. Certamente il PCI non fu in malafede. La spiegazione è un’altra: nessun partito può servire due altari, quello dello sviluppo e quello del sottosviluppo; non può cantare contemporaneamente il Te Deum laudamus e il Dies Irae.

La cosca politico-intrallazzistica
La presenza di cause materiali ed esterne non significa che la rinascita della consorteria, sotto forma di cosca elettoral-trafficona, non sia stata un male oggettivo per la vita politica meridionale. La sua evoluzione in superpartito corrisponde all’aggravarsi della malattia contratta nel 1860. Il gruppo politico locale, che andò identificandosi come gruppo di testa nelle istanze di partito, si trasformò in cosca proprio per la sua sterilità a fare vera politica. In pratica i più onesti, i più capaci si autoemarginano o vengono emarginati, lasciando ai meno onesti e capaci la guida del partito. Cosca vuol significare un nucleo alquanto ristretto di persone legate fra loro dal patto esplicito o tacito di sostenersi reciprocamente all’interno del partito e di trafficare all’esterno illecitamente assieme. In ordine di tempo il primo fatto illecito o ai limiti del lecito -comunque non encomiabile- risiede nel blocco delle preferenze, nel fare in modo che la cosca esca promossa elettoralmente, sia che si tratti di partito di governo sia che si tratti di partito d’opposizione. La lotta per la poltrona, che è dovunque uno degli aspetti deteriori della democrazia elettorale, qui al Sud è qualcosa di più e di peggio. Si dice da noi "u cumandari esti megghiu du futtiri" (comandare è meglio che fare all’amore).
Nell’ambito della borghesia laureata, qui, le scelte sono prefissate: coloro che hanno capacità e prospettive di successo restano nella città dove hanno preso la laurea, gli altri tornano a casa, a marcire. Una volta qui, la poltrona invade i loro sogni e carezza le loro natiche. Sanno di essere degli sconfitti, che rimarranno in serie B, che fino alla fine saranno dei subalterni, ma vogliono quantomeno essere i primi degli ultimi, avere un riconoscimento sociale.
La cosca mira al successo elettorale, ma non avendo progetti politici ripiega sulla formazione di una larga clientela impolitica, la quale si aspetta aiuti concreti, come posti e carriere, e ancor più trasgressioni amministrative in funzione persino dei più piccoli interessi, come costruire dove non è edificabile, bloccare i contatori dell’acqua e della luce (in attesa dell’apertura dei contatori del metanodotto algerino), irrigare gli orti con l’acqua che gli abitanti del centro centellinano e via dicendo, per una casistica che solo un compilatore del Digesto potrebbe elencare.
Da tempo, nel Sud, essere un militante di base significa soltanto tirare la volata elettorale alla cosca, persino senza saperlo. In tale situazione viene meno la voglia di partecipare, non solo, ma decade anche la coscienza individuale e collettiva, che degrada nella truffaldineria, nell’imbroglio, nell’intrallazzo. Si tratta comunque di cose ben note, sulle quali sarebbe superfluo insistere. Vorrei annotare soltanto che i missini da una parte e i comunisti dall’altra seguono percorsi diversi nei casi frequenti in cui non sono maggioranza locale. I missini hanno affidato il loro successo o all’ideologia immaginata come fascista, ma solo patriottarda, moraleggiante, fondata sulla identificazione tra democrazia e corruzione, ovvero al leaderismo di un qualche loro esponente migliore. I comunisti, sempre che non siano partito di maggioranza, hanno un’area di consenso ideologico, ma la disperdono amministrandola secondo le ambizioni degli esponenti, i quali litigano preventivamente su chi dovrà essere eletto; sempre più raramente spingendo alla ribalta i più meritevoli, cosa a cui preferiscono una selezione in base alla fedele ripetizione della linea della direzione nazionale.

I danari dell’intrallazzo politico
A partire dal primo intervento straordinario si aprì, per le popolazioni meridionali, una strana condizione, di cui allora non si riusciva ad intravedere la linea di fuga.
Oltre ai profondi sussulti che si avevano nel mondo contadino, sui quali si è scritto parecchio8, il Sud vide il precipitoso declino della rendita e anche il proliferare di servizi, come la scuola, fino a quel tempo molto ristretta, e quindi il moltiplicarsi degli alunni, dei maestri e dei professori; vide l’avvio all’impiego delle donne della piccola e media borghesia; vide l’arrivo di una proluvie di merci nuove e la maggiore accessibilità dei prezzi industriali. Fu un momento di estrema contraddittorietà, in quanto tutto quel che era vecchio e autoctono moriva, mentre chi si metteva al servizio del capitale nordista ci ricavava una fetta di moderno plusvalore. L’economia meridionale peggiorava, ma si ebbe l’impressione che migliorasse, tanto è vero che fu larga la partecipazione di coloro che si buttarono a capofitto in nuove iniziative imprenditoriali, con il risultato (certo gradito a Milano) di inaugurare un "cimitero d’industrie".
Comunque crebbe l’occupazione extragricola e crebbe il livello dei salari e degli stipendi; le condizioni più generali di esistenza cambiarono positivamente. Non so se per questo o per un certo fervore di vita nuova legato alla società politica, certo è che il vecchio contesto sociale si spezzò. La stratificazione rigida del passato, con il barone ancora al centro e gli altri redditieri intorno, assieme al medico di successo, e tutto il resto sotto, evaporò senza lasciare né ricordi né profumi. Il nuovo assetto spostò l’asse delle entrate dalla terra all’impiego, anche per gli stessi proprietari. Per i braccianti invece il nuovo asse divenne il lavoro extragricolo dell’edilizia9. I rapporti sociali si ammorbidirono. Il voto, i partiti, lo stesso clientelismo, il bisogno che i pesci grossi della politica paesana avevano dei piccoli pesci elettorali, tutta una serie di fattori che non saprei elencare e definire contribuirono a creare un clima di democraticità, o apparente democraticità sociale. La rigidità delle relazioni si sciolse e perfino gli aristocratici proprietari uscirono dai palazzi e accettarono relazioni con altri gruppi sociali, mostrando peraltro una correttezza nuova e quasi rispettosa verso gli appartenenti ai gruppi censitari bassi.
In questo clima nuovo e dai profili incerti, la grossa novità per tutta al società meridionale fu la nuova figura dello stato (Welfare) come erogatore oltre che degli impieghi anche di provvidenze, sussidi, agevolazioni, contributi e più in generale la notevole espansione dello stato imprenditore, sotto lo pseudonimo di Cassa per il Mezzogiorno (cosa che tra parentesi può dare l’idea di quanto grandi fossero stati i benefici tratti per oltre un secolo e quelli attualmente ricavati dal Centrosettentrione, per effetto di una spesa pubblica migliaia di volte superiore e del protezionismo doganale).
Il solletico che sempre e dovunque aveva dato la sedia in curia, la poltrona imbottita di sindaco, la medaglietta di deputato, ora comincia a essere accompagnato da un diverso tipo di solletico, pur esso antico, quello delle dracme, vulgo lire, da intascare sia come provvidenza o sussidio o contributo, sia come bustarella, tangente, partecipazione fraudolenta. Oggi si parla tanto di tangenti mafiose, ma in verità la strada del passamano era stata inaugurata da Cavour e pare che lo stesso Vittorio Emanuele II, detto pure padre della patria, non fosse insensibile all’odore delle monete, e persino delle monetine, proprio quelle di rame.
Sul finire degli Anni Cinquanta si arriva a un primo allargamento della cosca, nel senso che essa comincia a incorporare ingegneri del genio civile, funzionari della Cassa e della riforma fondiaria, grandi studi romani, progettisti di opere pubbliche e via dicendo. All’odore delle dracme, il gusto per la politica si diffonde. L’ingegnere che ambisce d’ottenere una progettazione, il medico che aspira allo stipendio sicuro della Mutua, l’avvocato che gradisce di tanto in tanto una buona consulenza, prendono la tessera, e con loro, appaltatori e commercianti. Chi ha resistenze circa la tessera, promette un certo numero di voti. Per farla breve, nasce un clientelismo corrotto e la deviazione politica con fini fraudolenti fa agio sulle virtù pubbliche.

La dipendenza politica
Prima novità: l’emigrazione. Seconda novità: per la prima volta dopo un secolo d’unità la spesa pubblica, sotto il nome sonante di Cassa per il Mezzogiorno. Terza novità: la pensione ai contadini e poi la pensione sociale. Sembrerà poco a chi vive di molto, ma per il povero cafone del Sud è stata una grande conquista. In assenza di meglio, l’assistenzialismo è già qualcosa, anche se i contadini e gli altri vecchi lavoratori non sono ripagati nella stessa misura degli operai per il contributo da essi dato, lungo una vita di fatiche e due guerre all’economia nazionale. Non c’è che da ringraziare la DC per questa inversione di rotta dell’italico colonialismo, inversione certamente ispirata a logiche keynesiane e tuttavia proficua a un popolo di lavoratori, che ha dato al paese molto più di quanto gli sarà mai restituito. Ovviamente la DC non va più oltre. Il suo meridionalismo è tutto qui. Contro i diktat della Confindustria, il cui pensiero è chiaramente enunciato in un famoso testo dell’economista Vera Lutz (che come i giocatori della Juventus venne pagata con i nostri soldi), sarebbe pericoloso andare, persino per coloro che attraversano spesso il Tevere.
Ma la pensione serve a risolvere il problema del pane oggi, ma non quello del pane di domani, che forse è più importante persino per gli stessi vecchietti. Inoltre, erogando i diritti come favori, la DC ha contribuito notevolmente a rendere democratica la corruzione politica, che alla fin fine era un fatto delle élite -in grande stile a Milano, sotto forma di sussistenze familiari al Sud.
All’avvio del Centrosinistra, il PSI ebbe una proposta onesta: la programmazione nazionale e il riequilibrio territoriale; onesta ma irrealistica, perché sottovalutava il gioco degli interessi settentrionali e il blocco d’interessi tra finanza, industria e sindacato, i quali non gradivano che l’occupazione e i profitti settentrionali subissero insidie. Posizione che l’ipocrisia degli economisti dichiarava miope, salvo a consigliarla nel segreto delle ovattate direzioni padronali. I monopoli di fatto sono la vera historia dell’industria padana. Di ciò i socialisti non seppero tener conto e furono sconfitti già prima di cominciare. Una volta sconfitti, e purtuttavia aggregati al governo, si sono messi a fare concorrenza alla DC sul terreno clientelare. Quest’ultima parte del discorso riguarda anche il PSDI e i repubblicani, a proposito dei quali non bisogna sottacere l’incredibile abilità di apparire il "partito morale" a Milano e di trafficare con la mafia, oggi più e meglio della DC, in Sicilia e Calabria.
Il PCI non può scegliere: il suo elettorato più consistente è il lavoratore garantito. Servendo lo sviluppo in concreto e tuonando sull’immoralismo degli avversari, riesce ad avere un certo seguito al Sud. Nelle amministrazioni locali, però, non potendo e volendo concludere niente di positivo, si affloscia alla prima prova di governo e gli elettori lo spazzano via, salvo che non abbia già imboccato la strada del superpartito.

Il superpartito
Finché funzionò la triade emigrazione, lavori pubblici, assistenza, la cosca si sorresse da sé. Sindaci e assessori ottenevano da Roma lavori pubblici -utili e meno utili. Coi lavori pubblici ingrassavano ingegneri, progettisti, appaltatori, subappaltatori, ecc. Questi, a loro volta, portavano preferenze e pagavano altre mazzette. La mafia, che entrò nel giro degli appalti, fece il resto. Ogni parvenza di legalità se ne andò a ramengo. Segretari di prefettura, membri delle Giunte provinciali amministrative, impiegati del Genio Civile e del Demanio pubblico e chi ne ha più ne metta, furono risucchiati nella cosca.
Ora, solo chi ha anche un quadro approssimativo di come funziona "Cosa nostra" o la mafia in Sicilia, può agevolmente capire che la lotta tra le cosche mafiose non è pagante. Serve solo a farsi del male e a distruggersi reciprocamente. Allo stesso modo in politica. La cosca politica imparò a non sputtanare la cosca avversa perché, se e quando fosse toccato a lei amministrare, ci sarebbe stata una ritorsione. Il sistema si configurò nel tempo. Infatti la cosca vincente ebbe la convenienza di cedere qualcosa alla cosca perdente, oltre al resto, compromettendola, in modo che lo sporco restasse dentro al sistema di potere. A questo punto le cosche cominciarono a studiare accordi preventivi non sulla spartizione, ma sulla confezione della torta. Tanto va all’Impresa per il lavoro, tanto va alle Imprese del subappalto, tanto all’Onorevole Caio, tanto al Partito A, tanto al Partito B, il resto al Sindaco e al Presidente della Corte. Tutti finanziati, tutti compromessi e tutti felici. Così che l’intero operare amministrativo finì con l’essere sotterraneamente diretto e deviato verso logiche intrallazziste.
È stato questo il primo filo, quello intuibile dall’esterno, del superpartito. Un altro riguarda precipuamente i posti e le carriere. Ai tempi della consorteria, un gruppo escludeva l’altro, e così in appresso, al tempo della cosca semplice. Oggi, con il trionfo del superpartito, non è più così. L’assessore di cosca socialista deve dare il posto al figlio dell’appaltatore di cosca democristiana. Il bidello di cosca comunista deve essere promosso applicato di segreteria dal provveditore democristiano. Al ragioniere della USL di cosca democristiana il CO.RE.CO. (Comitato Regionale di Controllo, ndr) deve riconoscere il grado di dirigente e gli arretrati. E così via. I deve che ho messo in neretto non sono enfatici, casuali, semplici impressioni; sono la nuova legge non scritta, ma osservata rigorosamente all’interno del superpartito. Tuttavia il superpartito non va inteso come la cosca centrale, come la rapsodia delle cosche che non si sono sciolte e tuttora vivono e prosperano, ma qualcosa di più sottile e al tempo stesso di più corposo.
Il primo bozzolo del superpartito è stata ed è la Massoneria, o quantomeno un certo modo degradato di vivere la fede massonica. Qui il discorso potrebbe farsi molto ampio, perché in Meridione è chiara la tendenza a fare della massoneria, come pure di club visibili, come il Rotary, i Lyons, delle mere associazioni di interessi. Comunque l’appartenenza in Massoneria non ha, al Sud, lo stesso significato che si legge nei libri. Certo ci saranno anche qui dei massoni veri, ma la maggior parte dei massoni meridionali sono squalificati e degradati. In Meridione, la Loggia ha svolto e svolge prevalentemente la funzione di mettere in contatto intrallazzisti delle varie cosche. Anzi credo di non sbagliare affermando che il primo contatto tra coscanti di gruppo diverso si sia realizzato nelle Logge. I Lyons e i Rotary, nonostante la loro apparenza decorativa e classista, credo abbiano avuto ed abbiano, fra le loro nobili istanze, anche una funzione del genere.
Volendo tentare di definire il superpartito, si potrebbe dire che è un’entità nebulosa, un riferimento tra l’amicale e l’intrallazzistico, un’associazione informale che si serve della cosa pubblica per far lucrare agli adepti profitti sostanzialmente e spesso anche formalmente illeciti, ma che ci siamo assuefatti a considerare un aspetto positivo dell’agire sociale personale, anche se poi, qualche volta, ce ne lamentiamo come di un fatto pubblico non limpido. Ma per quanto nebuloso nella forma, il superpartito è tuttavia una realtà operativa che incombe sulla vita materiale del cittadino meridionale. Credo che nella ricostruzione delle zone irpine e lucane colpite dal terremoto, a proposito delle quali tanto si parla di camorra, si trovi -a voler indagare- la chiave di lettura della mostruosità crescente del superpartito nel Meridione. È stupido dire "la camorra ci ha messo le mani". Le mani ce le hanno messe e ce le stanno mettendo tutti: dai sindaci agli assessori comunali, dai progettisti agli appaltatori, da persone colpite dal terremoto ai dirigenti superiori dei ministeri, dai parroci agli allevatori di maiali, dai vigili del fuoco ai dipendenti locali dell’Enel, dai generosi soccorritori ai produttori di ferro e di cemento, dai democristiani ai socialisti, ai comunisti, ai repubblicani, ai socialdemocratici, dalla stampa napoletana ai corrispondenti e inviati dei grandi quotidiani milanesi. E si farebbe un errore a scambiare la cosa per un fenomeno di generale corruzione. Questa c’è senz’altro, e si vede, ma i luoghi di decisione e di controllo operano secondo la regola dell’illegalità sostanziale coperta in genere dalla legalità formale; gli scontri politici -che pur ci sono- riguardano tutto, meno che la bestia con la quale nessuno intende misurarsi e che è comunque ritenuta così potente e vendicativa da scoraggiare anche i più onesti e coraggiosi ad aprire il capitolo.
Altro esempio clamoroso di gioco politico dentro le regole del superpartito si è visto in Calabria dopo le ultime elezioni amministrative. Per comporre il mosaico dell’assegnazione di presidenze, assessorati, poltrone di sindaco, presidenze provinciali, ci son voluti quasi sei mesi. In tali casi, i responsabili usano la parola organigramma, che sa tanto di bilancetta dell’orefice. I giornali hanno detto solo quello che i superpartitici desideravano; la gente della strada ha chiacchierato, ma in fondo se n’è fregata (nulla cambia, ha detto). Ma a guardar bene non è una novità della vita politica, né tantomeno la sua transustanziazione in affare personale, in poltrona; anche questo, ma è stato soprattutto gioco sottile e feroce, o intercosca nascosto dalle cosche, tutte ossequianti alle regole del superpartito. E si badi ancora, il gioco non ha riguardato le poltrone di questo o di quello, ma la ridistribuzione dei pesi all’interno del superpartito, fatto non per governare ma per intrallazzare. Dietro la poltrona di Tizio c’erano infatti tutti gli ammanigliamenti sottostanti e i collegamenti laterali. Non è stata una disputa di squallidi politicanti, ma il gioco bizantino di abilissimi e consumatissimi diplomatici, i quali quando pronunziano la parola sindaco non si riferiscono soltanto a chi dirige un comune, ma a chi dovrà, e a come dovranno lucrarsi gli utili sommersi di quel comune, e a come andranno rifatte le carriere e assegnati i nuovi posti.
In Meridione la politica è un agone senza opposizioni reali e veritiere. La facciata nasconde la farsa. Dietro la facciata c’è l’arrembaggio alla cosa pubblica, dal quale maggioranze e opposizioni traggono lucro. Fino a dieci anni fa, ciò dipendeva dal vuoto esistente nei partiti nazionali, per quanto concerneva le relazioni in Meridione; oggi, persistendo il vuoto, il superpartito ha sciolto i partiti e governa al loro posto. Siamo insomma al partito unico.
I governi cosiddetti democratici hanno salvato la piccola e media borghesia meridionale e l’hanno allargata, con l’evidente intento di realizzare un sostegno alla loro politica nordista e anche per dare un sostituto alla classe dei galantuomini. Nella misura in cui a Torino, a Genova, a Trieste, a Milano nascevano fabbriche, che sarebbe stato giusto e opportuno ubicare a Napoli o a Palermo, nel Sud sorgevano scuole e ospedali, non perché si insegnasse qualcosa o per curare gli ammalati, ma per produrre infermieri, bidelli, applicati di segreteria, professori, comitati di gestione, medici ospedalieri, e via dicendo. Adesso la cuccagna è finita. Niente operai, niente infermieri. I soldi servono ad Agnelli per ristrutturare e competere -almeno così dice lui, e tutti gli danno corda.
In ogni caso è chiaro ormai a tutti che la belle époque neocapitalistica e weberiana è finita. Il mangime da ingrasso comincia a scarseggiare. Gli stipendi comprano appena lo stesso, o qualcosa di meno, poiché il loro livello in termini reali non cresce più di mese in mese. Di ciò la gente si rende conto anche se non legge i giornali. Ha pure capito che la strada imboccata dal sistema non è destinata a cambiare nella prospettiva di breve e medio termine. Logicamente chi è sferzato si contorce, e così i componenti della piccola e media borghesia, le quali riempiono di sé il quadro sociale meridionale. Cercano di salvarsi, chi ad ordine sparso e per proprio conto, chi stringendosi di più alla cosca. Ma salvarsi è cosa tutt’altro che facile. I fessi si son messi a coltivare un orticello, in modo da crearsi una sussistenza; quelli ammanigliati armeggiano con il TAR ed il CO.RE.CO. per ottenere riconoscimenti di carriera, integrazioni di stipendio, promozioni; coloro che comandano la baracca hanno rotto le fila e vanno all’arrembaggio di gettoni di presenza, straordinari, trasferte che non fanno, forniture agli enti pubblici attraverso ditte intestate alla suocera. Magistrati ordinari e amministrativi, dirigenti e autorità amministrative danno una mano agli amici e la negano agli altri. Già questa sensazione di frustrazione spacca i pubblici dipendenti in tutelati ed esposti. Ma una sensazione di insicurezza è ancora più diffusa tra le popolazioni non stipendiate, perché è venuta meno la fiducia collettiva, la speranza diffusa che lo stato Provvidenza un giorno o l’altro avrebbe finito con il baciare anche loro.
Siccome, i posti nuovi diventano sempre più scarsi, si è scatenata la gara a chi fa prima a sistemare i figli. In tali gare, i meriti, i titoli sono spesso inventati di sana pianta. A favore degli amici, e per gli amici gli esami di concorso sono solo un gioco da prestigiatore. Intorno all’esame per un posto di maestra elementare non si muovono più le tradizionali raccomandazioni, ma si mette un moto tutta una macchina di sorteggi sballati, di malattie inesistenti, di sostenitori organizzati allo stesso modo dei picchiatori nei campi sportivi. Il presidente di una di queste commissioni un giorno mi disse: "Vedi, me ne sto al caffè a leggere il giornale perché, altrimenti, dovrei denunziare tutti, perfino i bidelli. E se li denunzio, mi gioco sicuramente la tranquillità familiare e forse anche la pelle". Intorno a un progetto, si muove la direzione centrale del partito e un tal numero di amici che, se ognuno di loro portasse un blocco di pietra, si costituirebbe una piramide. Per il figliolo, per il cugino, per il compariello, il cognato, il nipote di uno che conta, si sviluppa un coinvolgimento diffuso, non a catena ma a raggiera, a passo di plotone, che scavalca i partiti, le burocrazie, le leggi, la correttezza, la civiltà, l’urbanità. L’intero sodalizio procede accerchiando, raggirando, stravolgendo, pigiando, nel disprezzo più completo degli altri cittadini (cosa non nuova) e degli altri esseri umani (cosa nuova).
Quando, poi, a far parte della parrocchia sono tutti i concorrenti, allora comincia un gioco a scacchi di tipo scientifico. Nessuno deve essere scontentato, cosicché, se muovo la Torre in A5, contemporaneamente l’Alfiere va in H4, il Cavallo in C3, la Regina in F6, il Re in D8, tre pedoni vengono avanti e quattro tornano indietro. Caso eclatante, le recenti nomine, subnomine, pseudonomine, criptonomine in un istituto bancario meridionale (in effetti lombardo-piemontese). Per un presidente promosso ad alto incarico, tutta la scacchiera venne sconvolta: i Cavalli diventarono Torri, gli Alfieri Regine, i Re persero la corona e due-tre pezzi di scarto furono mangiati senza complimenti. Il tutto con la benedizione del Ministro Goria, di De Mita, Craxi, Longo, Spadolini e dei loro propretori locali, e con gaudio dell’onorevole Puijia e mortificazione, s’intende parziale, dell’onorevole Mancini. Personaggi senza nome e senza volto, come Carmelino Puijia, ma che si tirano dietro un gregge di due, tremila amici di tutti i colori, possono far ingoiare rospi grossi come uno scoglio anche a gente che da trent’anni è un mezzo padreterno.
Ho affermato che i partiti sono politicamente disciolti; che l’unica funzione che è loro rimasta è quella di supporto nominale della cosca. Infatti, a questo punto, anche la vecchia conta delle percentuali politiche non ha più valore. L’unica cosa che adesso conta è che il circuito sia ben oleato. Per fare un esempio: se il posto di presidente della Regione e quello di usciere della pretura spettano, secondo questa entità, a Caio e Sempronio, i due avranno il loro posto, siano essi democristiani, socialisti, comunisti e via dicendo. Ma se il posto di usciere fallisce, anche quello di presidente va ridiscusso.
Non avendo neanche i numeri un peso specifico, ma contando solo le persone come capifila, o come quinti, o novantesimi della fila, anche la cosca appare superata. Al suo posto è comparso un sodalizio senza colore che imbroglia le leggi, i pesi e le misure. Qualcuno ha chiamato tale entità "mafia bianca". E di mafia si tratta, ben più pericolosa della mafia tradizionale. La gente che sta dentro siffatta mostruosa associazione ha una forte coscienza mafiosa e una debole, o forse fievole, o forse nessuna consapevolezza di operare sopra le leggi e a dispetto di esse. La cosa diventa del tutto d’una eleganza impareggiabile quando intrallazzo toscopadano e mafia bianca del Sud s’intrecciano10.
La mafia bianca è un organismo di natura borghese e di carattere superpartitico, rivolto: 1) a sostenere persone determinate affinché non siano coinvolte nel generale cedimento economico dei ceti impiegatizi; 2) a difendere o migliorare la posizione economica propria e degli amici; 3) ad assicurare ai figli una sistemazione, e magari una buona sistemazione; 4) a lucrare utili consistenti ritagliati dalla spesa pubblica. Tutto ciò non solo usando come sempre il bizantinismo amministrativo, ma procedendo oltre, e cioè vincolando i controllori a non esercitare il dovuto controllo. Non è lassismo sociale, né uno scambio di favori, è una norma munita di sanzioni come sopra elencate. Chiunque viva ed operi nel Meridione, stia dentro o fuori del gruppo, deve rispettare il losco codice della mafia bianca, altrimenti paga sulla sua persona, con le proprie sostanze, sulle persone dei congiunti, tale e quale le regole della mafia tradizionale.
La presenza della mafia bianca spacca il mondo meridionale con un fendente in due sezioni precise ed opposte: gli inclusi e gli esclusi. Gli uni hanno superdiritti, superdifese, gli altri debbono pagare per godere dei propri diritti e quando necessita sono lasciati alla deriva. Dove questa spaccatura porti è un’incognita. Intanto qualcosa di nuovo già si profila all’orizzonte: la lotta tra mafia tradizionale e mafia bianca, la quale, facendo parte del sistema più che la mafia tradizionale, oggi riceve l’appoggio delle forze dominanti. Sembrerà questa un’assurdità, eppure è semplice: la torta è più piccola di prima e la borghesia non vuole perdere la sua quota. Esplora strade nuove per salvarsi e fra queste c’è anche: "Muoia pure la mafia. I voti ce li troveremo da soli".
La società meridionale è tuttora "una grande disgregazione sociale" non solo per chi ha nelle orecchie il paradigma tracciato da Gramsci e sotto gli occhi una tipologia sociale che lo rispetta e lo ripete, ma per chiunque, in quanto, ad ogni soffio di vento, il gallo in cima al comignolo cambia direzione. Il fatto che oggi il pane non manchi più, e che ci sia anche il companatico, non significa progresso. Il Meridione è decaduto e continua a decadere come realtà produttiva; è bloccato nella sua condizione di improduttività gestita dal sistema metropolitano. Finché questa gestione esterna, fino a quando questa abdicazione alla sovranità che ogni popolo dovrebbe avere sulle sue naturali risorse continuerà, persisterà anche il decadimento delle coscienze, l’arrembaggio, il sottogoverno, la tramutazione dei diritti in favori, il misconoscimento dei meriti e l’esaltazione dei demeriti. Solo in tale habitat può fiorire una cosa mostruosa come la mafia bianca.


1 La nozione che qui si dà è diversa da quella crociana. Storia del Regno di Napoli, Laterza, 1924. Croce parla del signore, titolare ancora di un feudo in provincia, il quale, al tempo del Viceregno spagnolo, di regola vive a Napoli, oziando. Qui invece ci riferiamo a un’epoca diversa, il secolo XVIII e i due seguenti, e a persone altrettanto oziose, e tuttavia i veri detentori di ricchezza nella società regnicola.

2 Nicola Zitara, L’unità d’Italia: nascita di una colonia, oggi Vª edizione, Siderno, 1996.

3 Non si fa alcuna lacerazione alla patria storiografia se qui si ricorda che l’autoemarginazione dalla vita politica è un fenomeno di grave peso nella vita del Sud italiano. Meriterebbe invece un attento esame la vasta adesione patriottica a guerra già scoppiata, a partire dal 1915, e ancor di più la vasta attenzione che il neofascismo ha esercitato per cinquant’anni nel Sud.

4 Gli storici di tutte le correnti culturali e politiche bollano la borghesia meridionale post-unitaria di limitatezza di idee, di pochezza tecnica, di mancanza di iniziativa. La causa preferita della cosiddetta "questione meridionale" è l’inettitudine e la povertà culturale degli "agrari". Ma quanto è vera l’affermazione? In verità nessuno li ha messi alla prova, in quanto le consistenti ricchezze meridionali furono risucchiate dallo Stato nel corso dei primi quindici anni di vita unitaria.
Con quali mezzi dunque l’iniziativa privata meridionale avrebbe avviato quel sistema industriale che il Triangolo Genova-Milano-Torino creò solo con l’ausilio di consistenti aiuti pubblici diretti e indiretti, e dopo essersi impadronito politicamente dello Stato stesso e dopo aver corrotto la classe politica? Poi, una volta stabilito il vantaggio, un successivo inserimento è divenuto praticamente impossibile perché solo una forza superiore (cioè uno Stato separatista e protezionista) può recuperare il ritardo e sostenere le nuove, inesperte imprese nella lotta per la sopravvivenza che si svolge in un mercato già formato. D’altra parte la borghesia meridionale, sacrificata e repressa, ha ormai interiorizzato un complesso dell’impotenza, che è divenuto un aspetto saliente dell’intera società meridionale. Per giunta il vituperio civile ed economico che furono e sono, sin dal 1860, la sua connotazione particolare dentro la nazione italiana, l’inchioda all’impotenza.
Essa che non era tutta redditiera, tornò esclusivamente agricola e criptofeudale. Fondò il suo essere sociale sul possesso, che fu non sempre, ma spesso, possesso damnosus, fatto cioè di aride sterpaglie, di dirupi, di argille arse dal sole estivo e dilavate dalle piogge autunno-invernali. Comunque la prova del nove che la cosiddetta "questione meridionale" non dipendesse dalle classi dirigenti agrarie si è avuta quando, nonostante la loro scomparsa, i problemi del Sud sono rimasti nelle forme anteriori di sovrappopolazione e di quasi sterilità economica. Nel Meridione, una volta abrogato il maggiorasco (cioè la trasmissione di tutti i beni al figlio maggiore), la proprietà prese a frantumarsi. In passato, i cadetti ripiegavano sul sacerdozio, sul servizio militare, sulle attività di toga (avvocatura, magistratura). Con l’impoverimento delle rendite e la loro suddivisione, le entrate decaddero e i rampolli delle famiglie nobili e borghesi furono indotti a crearsi nuove entrate. Non avendo capitali a disposizione (sul problema del drenaggio dei capitali si vedano Nitti, "Nord e Sud", e Capecelatro e Carlo, "Contro la questione meridionale"), ripiegarono sulle professioni libere e sull’impiego. Relativamente a quest’ultima attività, la creazione di uno Stato a direzione centralizzata e con numerosa burocrazia periferica si deve dire che fu, a partire dal principio del secolo, la valvola di sfogo per tenere i ceti superiori del Meridione dentro il sistema italiano e per stroncare vocazioni separatiste e neoborboniche.

5 La storiografia di orientamento gramsciano sostiene che, attraverso l’alleanza tra gruppi industriali del Nord e grandi proprietà produttive di grano del Sud si realizzò il blocco conservatore, anzi reazionario che guidò l’Italia fino all’avvento del fascismo. C’è da osservare che Gramsci salta a piè pari circa quarant’anni di storia, perché il blocco di cui parla si realizzò in Parlamento soltanto nel 1887, quando il Meridione nel suo complesso era già stato sconfitto sul piano finanziario e geopolitico. Quanto all’età giolittiana in cui visse, Gramsci capì perfettamente che l’industrialismo "spontaneo" era già stato preparato politicamente con il protezionismo e finanziariamente con la concentrazione in poche mani delle risorse finanziarie. Capì anche che la proprietà fondiaria meridionale, sin dal principio, si era votata a Vittorio Emanuele per difendersi da una rivoluzione i cui prodromi erano nel brigantaggio sociale, e che fu proprio l’Unità ad impedirla, perché i Savoia avevano alle spalle forze moderate settentrionali a proteggerli nell’azione di repressione contadina aggiungiamo noi: cosa che invece i Borbone avrebbero avuta. Fu poi nei primi trent’anni di Unità che nacque il razzismo settentrionale che tanto peso avrebbe avuto nelle epoche successive e che rimane una delle questioni fondamentali della vita nazionale, oramai superabile soltanto con il superamento del sottosviluppo.

6 Zitara, L’unità d’Italia, op. cit.

7 Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno, Einaudi, 1973.

8 INSOR (Istituto Nazionale di Sociologia Rurale), La riforma fondiaria: trent’anni dopo. Appendice statistica e bibliografica, Franco Angeli, 1979.

9 Ferrari Bravo e Serafini, Operai e stato, Feltrinelli, 1977.

10 Mi spiego con un esempio. Io ho il diploma di direttore d’orchestra e sono anche deputato, ma non trovo il mestiere di deputato adeguato alle mie ambizioni. Se nella cosca conto tanto da poter porre il veto a chiunque, in relazione alla carica di ministro degli Interni, posso facilmente ottenere la direzione del traffico aereo nazionale, che dà un cachet di un miliarduccio l’anno. Se poi mi capita anche d’avere un buon contatto con la Fabbrica Italiana di Locomotive, non ci penso due volte, e attrezzo l’aviazione di binari ed elettrotreni.
Quanto sopra (mafia bianca) è assai diverso dal caso (clientelismo volgare) di un mio collega che, stufatosi di ripetere ogni anno le stesse nozioni ai suoi alunni, un bel giorno mi annunziò: "Me ne vado a Roma, all’università". E io dico: "Ma non ti sembra un po’ tardi per un’altra laurea?". E lui a me: "Oh pezzo di fesso, vado ad insegnare, non a fare lo studente". Ero esterrefatto, credevo a uno scherzo. "Oh pezzo di fesso, è più facile di quanto credi, basta sapere quello che vuoi".
Un preside socialista, che chiede una supplenza per la figlia insegnante di tessera democristiana, si rivolge all’amico giusto del provveditorato che è comunista (caso del superpartito). Questi imbroglia un po’ le carte, scombussola un po’ i numeri e alla fine porta al provveditore una nomina già compilata per la firma. La giovane insegnante ha la supplenza. I ricorsi di coloro che sono rimasti fuori vengono insabbiati da un terzo amico repubblicano. Qualche tempo dopo, l’amico comunista ottiene dal provveditore cinque giorni di trasferta per ispezionare un distretto. Quattro li trascorre a casa. Il quinto giorno si reca alla sede stabilita. Intanto il preside socialista ha già preparato una breve relazione. L’amico arriva, distribuisce in mezz’ora cinquanta firme, si becca la relazione e torna dalla missione in provveditorato.

Fonte:Rivistaindipendenza
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Di Nicola Zitara


Il presente saggetto è il fedele rifacimento (o piuttosto riordino) di uno scritto risalente a qualche anno prima delle elezioni regionali del 1985, forse al 1982 o 1983, il quale ebbe il singolare destino di non trovare spazio sui Quaderni calabresi. Non fu questo, tuttavia, il solo motivo per cui è rimasto per tanto tempo nel cassetto. Per chi pretende di scrivere storia del Sud italiano, relativamente all’infelicissima fase unitaria, che non sia la solita "Storia della questione meridionale", la difficoltà maggiore sta non tanto nell’organizzare i materiali per una Controstoria, quanto nel cogliere con onestà intellettuale le cose che potevano essere -in un paese veramente appartenente allo Stato italiano- e che invece non sono state, a causa della pesante colonizzazione toscopadana. Certamente la questione della borghesia meridionale appartiene a tale tipo, quasi impossibile, di storiografia. Da qui una forte resistenza personale a ricalarsi come storico nel tema. Il quale, tuttavia, veniva affrontato a livello di scontro politico locale (e quindi nel suo aspetto attuale), attraverso il Volantino (quattro pagine ciclostilate). La tematica de il Volantino anticipò di sei o sette anni Tangentopoli. La contestazione morale ebbe una forte risonanza locale, ma non superò tale perimetro, tranne che per gli aspetti giudiziari. Si ebbe, infatti, un processo, ma solo per diffamazione a mezzo stampa, tenutosi parecchi anni dopo -ma sempre parecchio tempo prima che esplodesse Tangentopoli- davanti al Tribunale di Monza, il quale ribadì il diritto (anzi il dovere) di critica al costume politico. Adesso la riformazione delle cosche ridà attualità al tema, così che il risultato della riflessione di allora viene offerto a un pubblico si spera più vasto.

IL SISTEMA DI POTERE IN MERIDIONE - DAI GALANTUOMINI ALLA CLASSE INFAME

Baroni e galantuomini
Pur essendo una figura tipica dell’Italia unita, in quanto strettamente collegata con il sistema elettoral-accosciato, con l’ascarismo unitario, il galantuomo meridionale nasce prima che Garibaldi e Cavour depistino la storia del Sud. Indubbiamente nasce dalla terra. Anche la fatua gentry inglese nasce dalla terra, ma non per questo riesce a rovinare la Gran Bretagna. Il problema pertanto non sta in essa (quantomeno alle origini), ma nel modo in cui si formano le sue entrate. Nella storia del Sud, la svolta modernizzante è il frutto di due concause: da una parte, la crescita della domanda mondiale di zolfo e di olio, in connessione con l’ultima fase -una fase fortemente espansiva- della manifattura e con la prima Rivoluzione industriale; dall’altra, la fine della dominazione spagnola e l’avvento nelle terre napoletane e in Sicilia di uno stato indipendente, sia pure sotto la guida di una dinastia proveniente da fuori e pensosa di sé stessa, prima che della nazione.
Come ha insegnato Kula, anche un’economia chiusa -non più che un’economia di villaggio- può ben convivere con il commercio mondiale. Ora se il monopolio dello zolfo rese ben poco alla Sicilia e il commercio lecito o illecito dei grani non vi ebbe quel peso sociologico che la saggistica posteriore ha creduto d’intravedere, la parte continentale del Regno ebbe consistenti benefici dagli scambi continentali. Infatti, quando la dinastia borbonica chiuse il suo bilancio, il paese napoletano si trovava con l’aristocrazia debellata, con abbondante risparmio, con le attività commerciali interne, alle quali si dedicava una potentissima flotta di dodicimila navi piccole e grandi, ben sviluppate. Era inoltre il beneficiario del quasi-monopolio mondiale della produzione d’olio, una merce richiesta dai maggiori paesi industriali come alimento, per l’illuminazione, come lubrificante dei motori e materia di lavorazione del cotone. Non suoni strano, ma nei fatti la rinascita commerciale aveva aiutato il baronaggio ad affermarsi.
Il feudalesimo è una condizione giuridica, propriamente di diritto pubblico, mentre il baronaggio del XVIII, XIX e XX secolo è una condizione dello spirito, oltre che un modo di rapportarsi alla società. Nonostante assuma atteggiamenti neofeudali, il barone è giuridicamente pari a qualunque proprietario secondo il restaurato diritto civile romano (cioè con la piena facoltà di godere e disporre della cosa). Già nel secolo dei lumi, l’aristocrazia napoletana è un nome senza gran sostanza. Lo stato ha carattere patrimoniale e gli aggregati urbani hanno egemonizzato le terre circostanti. Il circuito intercorrente tra castello, palazzo nella capitale e sperpero delle rendite si è fortemente indebolito e subisce la mediazione del borgo. L’altro circuito, non meno pesante, quello delle esternazioni, che va dal villaggio rurale alla corte spagnola, è fortunatamente chiuso. Il lavoro evolve verso una nuova forma di produzione e la città si va separando dalla campagna. Il più solido momento di congiunzione resta il proprietario inurbato -principalmente lui, il barone1, il primo proprietario del luogo, che domina la campagna e spadroneggia in città. In campagna, la miseria e l’ignoranza delle masse contadine gli offrono il destro di pretendere e d’ottenere, pur senza averne titolo, un rispetto del tipo feudale; in città, per quanto possa essere arcaica la sua azienda agricola, il solo fatto che essa sia la principale sede locale di produzione, porta chi la dirige in contatto con il lavoro urbano e con i civili attivi, fino a dominare l’uno e gli altri con autorevolezza, appunto, baronale.
Mentre la rendita feudale si decompone in forza dei processi che il mercato innesca, è proprio la vivacità mercantile dell’olivicoltura che rafforza la posizione aristocraticante del nostro parvenu. Beati monoculi in terra caecorum. Il proprietario d’oliveti non ha pari in altri settori, cosicché il grande produttore d’olio, il barone, nella sua albagìa e nella sua ignoranza, può credere che il flusso di benessere proprietario che l’esportazione gli porta, quasi un grazioso dono di Dio, non si esaurirà mai. A questa idea contribuì sicuramente la mano leggera, in materia fiscale, con cui i Borbone trattarono sempre i settori vocati all’esportazione, tanto più che si potevano facilmente rifare con il consumatore straniero, gravando l’olio d’un dazio all’uscita. Ancor più fortemente dovette contribuire il basso costo d’impianto. L’ulivo è una pianta divina che non richiede cure, ma solo dei tempi d’attesa e una certa vigilanza nei confronti dei pastori, delle greggi e delle mandrie. Basta sistemare una piantina nel terreno perché cresca da sola. Dove le terre sono appoderate -cioè quasi sempre- il contadino può continuare, nell’interfilare, le sue tradizionali coltivazioni di cereali, ortaggi, legumi. Tuttavia non è la posizione di agricoltore il tavolo anatomico su cui sezionare la figura baronale, ma quella sociale e politica. Il barone è barone in quanto ha una regolare entrata in ducati, la quale viene prevalentemente dalla produzione dell’olio. Questi non ha una cultura sufficiente per immaginare che l’espandersi del mercato farà crescere i suoi bisogni e che un bel giorno le sue entrate si riveleranno insufficienti. Quindi arriva molto tardi a reinvestire le sue consistenti rendite. Non sente il bisogno di crescere, non ha appetiti animaleschi, ma, per altro verso, non vuole perdere niente, così non ama dividere con fratelli e sorelle, e finché può, si aggrappa alla legge del maggiorasco. Ma, con il declinare del feudalesimo e delle rendite ecclesiastiche, i fratelli minori trovano una collocazione sempre più difficile. Nasce, così, una questione, che, se parlassimo la lingua occitana, chiameremmo dei cadetti. Non che qui mancasse qualcuno da sbudellare, ma i Borbone andavano cauti con le spese di corte, e quanto ai moschettieri preferivano importarli d’oltralpe. Così che i nostrani cadetti restavano in casa a consumare la verginità delle serve.
Barone il fratello ricco, barone il povero fratello, o se più vi piace, il fratello povero. I fratelli baroni si amano come tutti i fratelli, e tranne che la terra e le rendite (che fanno la baronia), il barone ricco darebbe tutto al barone povero. E infatti gli cede parte della sua ignoranza, una quota della sua arroganza, e gli lascia intero lo spirito di rivalsa. Infatti il cadetto meridionale partecipò entusiasticamente alla rivoluzione del 1799, nella speranza che questa moltiplicasse le terre appropriabili, togliendole agli aristocratici più testardi, ai comuni e alla Chiesa, cosa che i Borbone mai vollero fare.
Il galantuomo nasce nel sottoscala proprietario e baronale del paese e della città meridionale, nella fosca alba di un giorno che per il Sud sarà più tetro della buia notte. È un cadetto della famiglia con scarse rendite, o è lo stesso barone decaduto, o il figlio del massaro che ha fatto la salita finché il padre lo ha sospinto, ma che, morto il padre, non sa salire da sé. Non è il proprietario arricchitosi che un giorno potrebbe diventare barone e che già si comporta quasi come se lo fosse. No, il galantuomo con la ricchezza ha chiuso, dopo non avere mai aperto. Se per caso ha qualche terra, non ne ha a sufficienza per vivere da barone. Insomma il cadetto sudico è un barone disarcionato, il quale non incontra nella sua parabola sociale un re guerriero che lo innalzi a cadetto di Guascogna, né una Chiesa in espansione che ne faccia un pingue abate, né un ricco mondo mercantile che gli prometta un altro tipo di corona.
Con i Borbone, i galantuomini sarebbero periti socialmente, come in tutti gli stati moderni, confusi nella piccola borghesia impiegatizia, dei commerci e dei servizi. Sopraggiunti i Savoia, i galantuomini ebbero invece il modo di intossicare la società meridionale. I fatti stanno a dimostrare che il vero disegno unitario non consisteva nel dare un governo moderno al Napoletano e alla Sicilia, secondo l’aspirazione risorgimentale, ma nel mungerne l’agricoltura per salvare dalla bancarotta la corona sabauda, che ora ammorba con puzzo di cadaveri e di stallatico l’intera Italia. Per qualche spicciolo e qualche medagliere, i galantuomini si prostrarono, offrirono il fondo del dorso, furono gli ascari della colonizzazione.
Fatta l’Italia, bisognava fare chi la mantenesse. Nel generale lutto per il crollo del prezzo della seta, nasce la modernizzazione nordista. I De Ferraris, sedicenti Galliera, i Bastogi, i Balduino, i grandi profittatori e intrallazzisti della cerchia cavourriana, fondano la patria finanza e il capitalismo italiano (padano) violentando la vergine Italia ancor prima che fosse condotta al fonte battesimale. Non sono dei ladri puri, tipo Grisby ma propriamente dei capitalisti che imparano il mestiere di truffare lo stato da coloro che intorno a Napoleone il Piccolo stanno facendo una grande cuccagna con i franchi del contribuente transalpino. Non rubano i nostri fondatori, ma spingono lo stato sabaudo, cavourriano e liberale a questa o quella attività, che loro, e solo loro, avranno il privilegio d’intermediare, lucrandoci lautamente sopra (sui titoli del tesoro, che spesso comprano con i soldi dello stesso tesoro, arrivano a lucrare 79 lire su 100).
Ovviamente le operazioni sono più facili nei territori a loro noti, così che si comincia da Genova e da Torino, poi si passa a Firenze e in appresso si scende a Roma. Nel frattempo Milano, Bologna, Padova, Ferrara, ecc. pretendono di non restare fuori. Anche Napoli, alcuni decenni dopo, chiede e ottiene qualche intervento lucratorio. Anche Palermo chiede, ma per ottenere quasi niente. A Napoli manca un capitalismo di buon appetito, sostiene la storiografia sabauda con il plauso dei sedicenti storici gramsciani. Il fatto che vi operi persino uno dei tre fratelli Rothschild, i veri padroni d’Europa, non conta niente per i nostri rapsodi. A fare il confronto con il piccolo regno sardo, quel che in realtà manca non sono gli impianti industriali portanti della futura nazione industriale; la cosa che a Napoli manca è lo sfacciato intrallazzo cavourriano e postcavourriano che, a partire dal 1853 e fino a quando Giolitti non chiuderà la bocca ai più impertinenti, con l’aiuto dei soliti prefetti e corrompendo con la sua generosità i socialisti dell’Emilia rossa, riempirà decine di volumi degli Atti Parlamentari. Nonostante il passaggio epocale, il Regno borbonico vive una condizione di tranquillità e di serena fiducia. Nel campo economico è reputato e si ritiene una potenza di rango. Anche sul lato industriale è limitativo metterlo a confronto con gli altri stati della penisola. Il Regno ha un’autonomia che gli altri, a cominciare dal Piemonte sabaudo, sono ben lontani dal possedere. Nei settori strategici dell’industria, vale a dire la siderurgia, la meccanica e la cantieristica, essi hanno bruciato i tempi naturali di maturazione economica, facendo in proprio. E se cadono sotto i colpi di Garibaldi e dei generali sabaudi, è perché non intendono sistemare i parassiti sociali.
Possiedono le risorse per avviare l’industrializzazione privata, dopo avere fondato quella pubblica, e pertanto non allettano intrallazzisti. E ciò sarà fatale per il futuro del Sud, che fino alla Cassa per il Mezzogiorno non avrà il personale idoneo, la cultura, per partecipare in grande alle patrie dissipazioni. Invece che grandi ladri, o dei ladri in grande del tipo Bastogi, Balduino, Breda, SME, Fiat, il Sud avrà dei ladri di polli. Anzi qualcosa di meno, perché i contadini dispongono, tutt’al più, di una minestra di broccoli. Che i galantuomini non si vergognano di arraffare.
In sostanza, il Sud contribuisce all’intrallazzo nazionale dal lato delle uscite, ma non ricava niente dal lato delle entrate. È terra infidelium per gli intrallazzisti toscopadani. Che il Sud non sarebbe mai divenuto una vera parte del paese, ma un mero mungitoio cavourriano e sabaudo, lo si era visto già prima che cominciasse, non appena il plenipotenziario cavourrista Farini arrivò a Palermo. A Torino le idee erano chiare. L’assenso delle classi proprietarie sudiche ce lo procuriamo difendendo la proprietà; quello delle classi medie, lottizzando a buon prezzo i beni ecclesiastici, di cui per altro (noi torinesi) incasseremo il valore; quello dei proletari, offrendo una speranza di lottizzazione sui demaniali comunali. Ma i contadini avevano una fame antica. Raggirati sulla questione della terra, scatenarono il brigantaggio politico costringendo il governo liberale a rinsaldare la sua alleanza con i galantuomini -ironia degli aggettivi- anch’essi liberali. Se i piemontesi fossero arrivati dall’Alaska sarebbero stati meno stranieri a questo popolo.

Mungere i sassi
La Rivoluzione industriale ha inciso così profondamente sugli assetti tradizionali da mettere il mondo su nuove gambe, purtroppo storte fin dal primo momento. Guidata da logiche irrazionali, l’economia mondiale ha due volti: quello di un mondo che progredisce e quello di un mondo che regredisce. In Italia, la contropartita più devastante si ebbe proprio nelle campagne del Sud, dove alla restaurazione del concetto romano di proprietà, che aveva decretato la fine dei diritti promiscui, si aggiunsero forme moderne di conduzione, del tipo risparmia-lavoro. Per l’ancestrale colono fu la fine. I contadini vennero scacciati a milioni dalle campagne. D’altra parte la regolarità del salario li attraeva lontano dai campi, in un lavoro sentito sì come alienante, ma anche come fonte di un pane sicuro. Ma non fu solo questo. Dove l’industria non nacque (come nel Meridione), i prodotti industriali arrivarono comunque, spazzando via l’antica industria domiciliare dei contadini. L’arrivo delle merci industriali prodotte altrove, sottraendo ai contadini l’antico lavoro manifatturiero, fece sì che l’unica fonte da cui ricavare un guadagno rimanesse la terra. Si deve aggiungere che, a partire dal 1650 circa, la popolazione d’Europa prese a crescere a un ritmo senza precedenti, raddoppiando nel corso dei duecento anni successivi e facendo il doppio tra il 1850 e il 1930. Nelle aree non industriali, la bassa capacità d’acquisto sommandosi alla pressione demografica portò le masse contadine a rivivere una condizione vicina all’economia di sussistenza.
Tutta la grande narrativa meridionale è confezionata con il dolore di quell’epoca infelice. Dopo essere stati consumatori soltanto dei propri prodotti, una volta divenuti consumatori di lavoro altrui, i contadini presero a mungere la terra nella vana speranza di cavarci il danaro per vivere. In regioni come la Puglia e la Calabria si misero a cultura persino le pietraie, nella vana illusione di mungere dai sassi quello che i sassi non danno.
Mentre l’Europa industriale arricchisce, il Meridione -ormai spoglio di risparmio privato e privo di uno stato che lo guidi- vede spegnersi le sue manifatture e la grande industria statale borbonica. L’occupazione nel settore manifatturiero cala, in venti ani, da oltre il 18% a poco più del 12% delle persone in età lavorativa2. Si dice la stella d’Italia. Ma solo del Nord. Nonostante la crisi da cui è investito, la particolare condizione climatica e la positiva eredità borbonica aiutano il Sud a compiere l’ultimo miracolo -un miracolo, ovviamente, tornato interamente a favore del paese settentrionale. Stava mettendosi male per i Savoia e per la cosca piemontese. Crollata la seta e crollate le speranze riposte dai conquistatori piemontesi sulle regioni seriche, l’olio diviene il primo sostegno della bilancia commerciale unitaria. Ma subito dopo, accanto all’olio si allineano altri prodotti tipici, quali il vino e gli agrumi. Diversamente dall’ulivo, questi impianti richiedono un investimento di capitali. Ma, in appena qualche anno, il Piemonte ha interamente incassato e dissipato l’accumulazione storica napoletana. In più si cucca ogni forma di surplus che si formi al Sud. I proprietari, vessati dal drenaggio fiscale, non hanno risorse adeguate. E tuttavia il miracolo si compie egualmente, frutto del sudore e dell’intelligenza contadina. Olio, arance, vino, fichi secchi -povere cose di un mondo al passato- sono tutto quello di cui dispone l’Itaglia. Ma lo stato di Sella e di Minghetti le fa bastare. Così è il Sud che paga praticamente da solo la tripla speculazione ferroviaria: quella delle concessioni, quella della prima nazionalizzazione e quella della successiva privatizzazione. Paga inoltre alla Francia il debito estero ereditato dal Regno di Sardegna e quello alimentato dall’allegra gestione della Destra -severa solo con i contribuenti- salvando in tal modo due volte lo stato nazionale dalla bancarotta.
Certamente nel mondo attuale nessuna produzione agricola risulta vincente alla lunga distanza, in quanto l’offerta degli agricoltori cresce più della domanda dei consumatori, deprimendo il prezzo. Nello stesso tempo, i prezzi delle merci industriali, che si strutturano indipendentemente dalle vecchie leggi di mercato, incorporano di regola elementi di monopolio, che con l’andar del tempo si faranno sempre più consistenti. Si realizza così un particolare squilibrio delle ragioni di scambio che, nei grandi aggregati economici tipo CEE, oggi viene sanato soltanto attraverso costose forme di protezionismo doganale.
Comunque nel Sud italiano non fu il mercato a mandare a gambe all’aria la rivoluzione agricola in corso, ma lo stesso stato, cosiddetto italiano, attraverso un ribaltamento della precedente politica filofrancese e liberista con un’incredibile alleanza austrotedesca e l’adozione di un autolesionistico protezionismo doganale; cosa pretesa -e ottenuta con la corruzione- dalla Banca Commerciale, dai suoi finanziatori tedeschi e dai neo-intrallazzisti milanesi che, atteggiatisi a industriali nazionali, continueranno per ben settant’anni a corrompere i governi nazionali per aver mano libera con i consumatori nazionali. A disdoro di Lor Signori Cuccatori e dei paladini del Corriere e delle case editrici nazionali, ben remunerati assertori del "Sud che non produce", è il caso di ricordare che, nonostante le loro albagìe, i salotti buoni e altre immonde incensature, gli agrumi resteranno la voce più importante del commercio internazionale italiano fino al 1955 circa.
Mentre l’erario nordista impone la feroce formazione di surplus da astinenza che poi drena immancabilmente verso l’intrallazzismo toscopadano e ora anche capitolino, ogni speranza muore nel cuore dei generosi e degli intrepidi. L’Italia colonialista, che, al Sud, emargina gli onesti e i patrioti3, può trovare un sentito sostegno soltanto in una classe infame, del tipo Quisling e quinta colonna: la classe dei galantuomini -classe italiana per eccellenza, che tenne il potere fino al 1943 e rinacque a partire da De Gasperi con stile e tono ben diverso.

L’epoca dei galantuomini
Dovunque è nata l’industria, l’aristocrazia di origine agraria ha perduto la direzione della società di appartenenza. Dove l’industria invece non nacque, le classi superiori e proprietarie si sono arroccate intorno alla proprietà terriera4. Dove anche l’agricoltura è stata cancellata, la borghesia dovrebbe essere alla testa di un moto di rinascita.
Il sistema italiano ha sempre saputo evitare tale insidia. Infatti, nell’assenza di remuneratività in altre attività, il nostro sistema ha incanalato la competizione fra borghesi del Sud nell’ambito dell’attività pubblica: sia quella politica in passato onoraria, sia propriamente burocratica e remunerata. Anzi tra l’una e l’altra si generò un sistema osmotico, per cui il politico onorario di grado elevato (ministro, sottosegretario, deputato) fu sostenuto da un gruppo di aderenti (consorteria), i quali sarebbero stati ricompensati con impieghi e prebende -una forma di sistemazione pseudo borghese, imitativa cioè del prestigio e della condizione sociale della borghesia danarosa. L’impiego divenne l’"occasione" per eccellenza, l’unico modo per evitare la totale caduta sociale, una completa proletarizzazione. Ma l’accesso all’impiego non dovette essere facile. La ricerca storica dovrebbe proprio chiarire tale punto. Comunque possiamo dire che intorno al "posto" si accese in passato, come si accende nel presente, l’unica reale competizione infraborghese a cui si assista nel Meridione. La consorteria, nata dal basso, fu l’SOS di una classe sociale vinta ai suoi esponenti più fortunati e potenti5.
Collocando il Meridione dell’epoca -cioè la parte del paese che accumula senza ottenere altra spesa pubblica se non quella del danaro della corruzione- nel quadro delle cose che potevano essere e non sono state, lo spaccato che se ne ricava non è "la questione meridionale" oppure "il ritardo storico". L’eredità spagnola e il mancato coinvolgimento nella rivoluzione comunale c’entrano ben poco. Il nodo è tutto economico ed è tutt’interno al mondo industriale, cioè dell’epoca nostra. Il tema giusto è l’accumulazione originaria dell’industria padana6, che ha avuto bisogno, per compiersi, di un vasto popolo di contribuenti e di un intero secolo: dal 1860 al 1960. Rispetto a detto tema, i galantuomini furono, a volte inconsapevolmente, gli agenti nazionali dell’accumulazione primaria padana, realizzata per una quota preponderante e forse superiore all’80% ai danni dei contadini meridionali e degli emigrati meridionali.
L’intramontabile epoca dei galantuomini fu contrassegnata non solo dal progressivo, ulteriore impoverimento delle classi agrarie (che ha il suo finale travolgente nel protezionismo fazioso della CEE), ma soprattutto dall’apertura dei ranghi del pubblico impiego alla borghesia, spesso ignorante, del Sud. In origine, i beneficiari appartenevano ad una classe bloccata, imbalsamata nella staticità di rapporti economicamente regredienti, anche a causa della crescita numerica dei componenti, a sua volta frutto della generale crescita demografica. Ridotti in miseria dallo stato che essi stessi avevano adottato, battuti dagli scambi diseguali con le società industriali, impossibilitati ad aprirsi nuove strade, quando potevano si rifacevano sui contadini, che erano il loro antagonista sociale interno e peraltro vincibile soltanto con l’aiuto delle piumate milizie padane. Ma il soccorso più consistente gli arrivava da una certa libertà a truffare lo stato, specialmente in sede di amministrazione comunale. Gaetano Salvemini ci ha lasciato un impareggiabile ritratto politico della loro storia più antica. Luigi Pirandello -pur puntando ad altra tematica letteraria e filosofica- ne descrisse con vigore insolito, specialmente nelle "Novelle per un anno", i loro drammi, la loro meschinità, la loro fragilità, la loro miseria materiale.
Il progresso -anche quello esterno soltanto- provoca forte mobilità sociale, e l’epoca dei galantuomini fu di nuova e notevole mobilità sociale. Ad un certo punto, già prima della Grande Guerra, ma anche dopo, specialmente sotto il fascismo, i galantuomini ebbero un sostenuto rinforzo con l’iniezione di dottori e diplomati saliti dalle classi proletarie. Ma nulla cambiò, la classe indegna sopravvisse attraverso l’elargizione del "posto" che lo stato creava ambiguamente: sia perché si perfezionava come stato centralizzato e burocratico, sia perché inventava surrettiziamente "posti" in soprannumero per tenere in piedi il sistema. In effetti il Ministero della malavita di salveminiana memoria governò le elezioni dei deputati meridionali con i prefetti e fece ingoiare al Meridione la corrispondente soperchieria perché il sistema ebbe sempre nuovi posti da distribuire.
Da un punto di vista politico nazionale, l’identità sociale -il particolare status- del galantuomo è quello di mantenuto e contemporaneamente di sostegno del sistema nazionale. All’interno di tale settore sociale si sviluppò una forte competizione che vide la formazione di gruppi fra loro contendenti, aggregati dalla solidanza dell’imbroglio amministrativo, dallo scrocco nella gestione pubblica, nella feroce negazione di uguali opportunità al gruppo contrario. Da questa negazione prende avvio e si sviluppa la degenerazione dell’intera società meridionale, la sua corruzione ormai interiorizzata, il disvalore dell’onestà pubblica, appena compensato, qualche volta, dall’onestà privata, l’ambiguità, peraltro non più attuale, tra "spirito di servizio" e assurda e completa inefficienza, la cedevolezza sui grandi principi e la rigidità formalistica, più spesso opposta ai deboli e alle fazioni contrarie che all’interno della consorteria.

Fascismo e consorteria
Il destino della "consorteria" sotto il fascismo non credo sia stato spiegato con la doverosa onestà. Il regime portò nella statica società meridionale una contestazione a destra e una a sinistra. Da quest’ultimo lato, esso operò in difesa della proprietà agraria spingendo le prefetture e le forze di pubblica sicurezza a stroncare energicamente i moti dei reduci per la terra, secondo quanto era stato loro promesso dopo Caporetto. Anche se a volte pagate con il sangue, si trattò di iniziative, mancanti com’erano di un vero progetto e di una seria direzione. A destra, il regime combatté la massoneria e i gruppi consortili che egemonizzavano la scena meridionale. Gli esiti di una siffatta politica furono incerti e confusi. Che io sappia, mancano studi esaustivi sull’argomento. Solo incasellando avvenimenti minori e slegati tra loro si può arrivare ad abbozzare un quadro meno incerto e sfumato. Certamente la consorteria fu battuta proprio sul terreno sociale -che era poi il suo modo di esprimersi politicamente- e cioè nell’organizzazione del clientelismo e nell’erogazione del "posto". Ciò consente di affermare che al Sud il fascismo si presentò e fu in effetti una forza moralizzatrice della vita pubblica. Probabilmente fu la stessa piccola borghesia, costretta ad accapigliarsi per uno stipendio, a trovare nell’organizzazione fascista del potere e della burocrazia una specie di rinnovamento, nel senso che quantomeno i meriti formali prevalsero e le raccomandazioni, certamente sopravvissute alla consorteria, ebbero un punto di riferimento stabile.
In sostanza si trasformò la posizione del pater. Prima era incerto, o perlomeno diffuso fra una pluralità di cosche in lotta fra loro, poi divenne solo, anzi unico come il partito. Ciò trasformò anche l’aspirante o cliente, in quanto non gli fu richiesta come contropartita un’azione sub-clientelare, ma soltanto un’adesione politica, che poi fu pigra e qualche volta la copertura di ben diversa posizione politica. Ma il fascio raramente negò la tessera a qualcuno, a meno che del suo spirito critico nei confronti del regime non facesse una millanteria.
Almeno in Calabria, il vertice visibile del potere non fu espresso soltanto dal gruppo dei maggiori redditieri, ma vi si inserì molta gente nuova, salita al rango borghese attraverso il diploma e la laurea. Tuttavia il fascismo consolidò (o non intaccò) il potere delle classi agrarie, le quali dietro le quinte conservarono la sostanza del potere, che non venendo più dall’elettore, non doveva più essere acquistato. Dopo di che tutto quello che quelle classi avevano perso sul terreno elettoralistico e clientelare, lo recuperarono sul terreno della tranquillità politica, mostrandosi il sistema fermo e stabile; e lo recuperarono anche sul terreno dei rapporti colonici, poiché la riruralizzazione fascista inchiodò i contadini in una gabbia dalla quale la fuga era difficile. I proprietari divennero tranquilli come mai lo erano stati negli ultimi due secoli, perché difesi da uno stato forte e attento in materia di controllo sociale: niente più briganti, niente camere del lavoro, niente fasci operai e mutue bracciantili o altre associazioni contestatrici. Pagarono logicamente un prezzo al sistema, a causa della più coerente e pesante imposizione fiscale e verso la fine del periodo soffrirono per una certa efficiente gestione degli uffici di collocamento.
Nei grossi centri, i galantuomini di maggior rango si configuravano come un gruppo privilegiato e protetto negli averi, ma generalmente separato dal regime e guardato a vista per il sospetto che all’interno vi covasse l’opposizione liberale, o che vi fosse propensione alla comunella con preti e socialisti.
E tuttavia anche i fascisti venivano dalla classe infame dei galantuomini. Erano galantuomini truccati, ma non redenti, in qualche modo resi inoffensivi, quantomeno in occasione delle tresche più plateali. Carlo Levi registra e presenta con irraggiungibile efficacia rappresentativa il caso dell’inglobamento nel regime degli antichi rancori tipici delle consorterie avverse, in un paesino dell’entroterra lucano. Nel retroterra jonico calabrese, il racconto dei più anziani si rifà a situazioni sostanzialmente simili. Nei paesi più poveri di borghesia professionista e di burocrazia addottorata e acculturata, il fascismo e l’antifascismo furono certamente usati anche nel senso tradizionale della consorteria, ma con molta più cautela che in passato.
Per quel che avvenne poi, dopo la caduta del fascismo, è di somma importanza ricordare che durante il ventennio si inaugurò, sotto la spinta della crescita secolare dei redditi, una mobilità sociale assolutamente ignota in precedenza. Anche se non di grandi proporzioni, il fatto nuovo incise sulla natura sociale dei ceti medio-superiori. Gli studi fino al diploma o alla laurea, in precedenza, erano stati aperti oltre che ai figli dei proprietari, anche ai figli dei massari e dei piccoli proprietari. Ma, nell’età dei galantuomini, le classi subalterne erano rimaste tagliate fuori persino dalla velleità di un simile sbocco. Solo qualche ragazzo più dotato arrivava al sacerdozio. Durante il ventennio, invece, non solo la popolazione scolastica crebbe, ma -ed è questo il dato significativo- riuscirono ad accedere agli studi anche giovani provenienti dalla minuta borghesia, da famiglie di operai e di artigiani, persino il figlio di qualche contadino meno affamato e rozzo. Gli esiti di siffatta mobilità ascendente si videro a partire dal 1943. Senza quei professorini e avvocaticchi di modestissima estrazione sociale, tutto il fiorire di sezioni socialiste e comuniste, che si ebbe nel Sud dopo la guerra, sarebbe stato impensabile.

La fine
Sulle trincee del Carso i galantuomini morirono a fianco dei contadini. Ciò forse avrebbe democratizzato la scena meridionale, ma subito dopo la guerra, il leninismo e il fascismo sospinsero il Sud completamente fuori scena.
L’antifascismo, che al Sud non fu un moto popolare, ma il chiacchiericcio serotino di una sorta di fratrie alquanto assortite di vecchi notabili e di meno vecchi peroratori del comunismo o del popolarismo cattolico, ridette fiato alla cosca. Nei paesi e nelle città -nelle spire coinvolgenti dell’antifascismo e nel conseguente clima di reciproca tolleranza (delle opposte e, in teoria, a volte inconciliabili etichette) si andarono formando dei gruppi notabiliari assolutamente inediti rispetto al trasformismo giolittiano e prefascista. Certamente in ogni luogo non mancarono gli idealisti (gli ingenui, si diceva) e quindi i contrasti e le avversioni anche vivaci, ma l’opposizione al fascismo finì per prevalere, così che i litigi vennero sempre superati.
Caduto il fascismo e perduta la seconda guerra mondiale, man mano che le truppe occupanti risalivano la parte meridionale della Penisola, gli attori che per primi si presentarono sul proscenio della restaurata democrazia furono coloro che si erano forgiati nei circoli riservati, nei salotti dell’antifascismo come in una loggia interclassista. Gli occupanti angloamericani, che mostrarono di essere ben informati sulle situazioni locali, si mossero, sin dall’estate 1943, con l’idea di restaurare il galantomismo. Affidarono il potere locale nelle mani dei cospiratori inoffensivi e fra loro solidali dei salotti antifascisti, e collocarono alla direzione dei comuni gente politicamente o personalmente affidabile. Più che la Chiesa, la loro eminenza grigia fu la grande massoneria. La quale, dove c’era, prese al suo servizio la mafia quale responsabile dell’ordine pubblico.
Durante i due anni circa, tra il ‘43 e le elezioni del ‘46, la gestione locale coinvolse però gli esponenti di tutte le bandiere politiche, poiché i Comitati di Liberazione Nazionale, che ebbero il riconoscimento di partner da parte degli angloamericani, provvidero a lottizzare le posizioni di potere fra i sei partiti che ne facevano parte (Liberali, Democrazia del Lavoro, Azionisti, Democristiani, Socialisti, Comunisti). Tuttavia, per il classico gioco delle tre carte, al potere andarono sempre dei conservatori o dei moderati, anche se a volte con il papillon rosso.
Lontani Mussolini, i tedeschi e la guerra, l’unico disturbatore della quieta unità antifascista fu il popolo, affamato di pane, di fabbriche, di terra e di uguaglianza. Negli anni dell’immediato dopoguerra, la parola democrazia ebbe una forte caratura popolare ed eversiva, quantomeno ebbe a significato che il popolo basso aveva raggiunto un sufficiente riconoscimento politico, e che, come corpo collettivo, poteva trattare da pari a pari con le classi proprietarie e signorili. Le classi subalterne vennero identificate nelle loro richieste sociali e di rappresentanza politica. In effetti, dopo il crollo degli apparati statali e la perdita del controllo che questi avevano sul territorio, il popolo poté credere che bastasse il numero per ribaltare l’assetto sociale. Esemplare in questo senso furono l’insurrezione e la Repubblica di Caulonia. L’attesa e la fiducia crebbero nei due anni seguenti, raggiungendo l’apice della parabola nel 1946. Successivamente, l’apparato dirigente locale del PCI o fu sostituito, o intese -e con esso le masse popolari- che il processo rivoluzionario si sarebbe dovuto dispiegare in un arco di tempo lungo, e che comunque non era quello il momento propizio per uno scontro frontale, come mostravano i fatti di Grecia.
L’atteggiamento popolare sospinse gli antifascisti che militavano nel partito comunista, e i molti improvvisati comunisti, tuffatisi nel PCI perché folgorati dall’idea socialista, o per opportunismo, o per qualche riposta ambizione, tennero con fermezza la loro posizione nell’ambito del nuovo quadro politico locale, contendendo all’avversario il dominio assoluto della società meridionale e contrattando i compromessi; ciò fino a quando, intorno al 1955, l’emigrazione falciò l’azione popolare e spense le speranze di un Sud che contasse in Italia.
Ma già prima il PCI aveva incanalato tale esigenza fondamentale della società meridionale verso l’aspetto minore dell’azione contadina per il possesso della terra. Per la verità la strategia del PCI non osò mai spingersi fino ad un’alternativa così secca. Certamente le lotte per la terra continuarono a tenere banco a sinistra, fino al 1951, ma ben inserite in un riformismo proprietario di corto respiro e di ambito rurale, mentre era chiaro che al centro dello scontro stava la città e il vero tema dello scontro era l’occupazione. Dove questo emerse spontaneamente, come nell’hinterland napoletano, nell’area tarantina, in quella barese, nel Crotonese, non trovò grandi solidarietà. Poi il momento rinnovatore ricadde e si appiattì in un partitismo locale senza respiro, poiché, al di là delle lotte proletarie, il Meridione era politicamente vuoto. Era (ed è) politicamente vuoto, perché era (ed è) politicamente dipendente. Perché era (ed è) soltanto la somma di orientamenti scollati e senza programmi, che si riducono a una cifra elettorale utile solo per i calcoli parlamentari su maggioranza e minoranza.
Nonostante la fase politica frontista, i comunisti non sempre ebbero l’appoggio degli esponenti socialisti. A quel tempo la tipologia del dirigente era quella di un essere con due anime e un corpo. Il corpo apparteneva di solito a un medico o a un avvocato, solo qualche volta a un artigiano acculturato nelle tematiche sociali (uno splendido ceto, politicamente e culturalmente ormai spento, l’ultima leva del quale è stata regalata senza contropartite al sistema padano). L’anima sensitiva si estraniava dal corpo: era per la democrazia e per il riconoscimento umano -dell’appartenenza, cioè, alla specie umana anche dei contadini, dei braccianti e delle frange sparse di proletariato senza mestiere delle aree urbane (in genere facchini a salario giornaliero, pescatori che dividevano con i capibarca il frutto della pesca, e consimili); un riconoscimento comiziale, concionatorio, demagogico che restava senza fiato quando si doveva passare ai fatti; l’anima razionale era quella colpevole di chi comprende la direzione del movimento storico e non può o non vuole opporsi, trattenuto com’è dal corpo piccolo borghese, benestante, addottorato. Le viscere piccolo borghesi soffocavano l’animo socialista, e quindi il socialista si barcamenava tra il cambiamento e la conservazione, tra le idee e la pratica, tra le classi padronali e il popolo, tra i moderati e i comunisti.
Per il fisico venir meno delle generazioni più intraprendenti del popolo, quel tentativo di democrazia meridionale si esaurì (ma non tanto inavvertitamente come parrebbe, se ci si limita ad un esame della cronaca giornalistica dell’epoca, già guidata da rigidi paraocchi romani e pertanto milanesi, o alla storiografia paludata che affronta con sussiego partitocratico il discorso su quell’epoca). Nel breve volgere di due o tre anni il moto era sconfitto, e già nel 1958, quando a sinistra cominciò a farsi luce il mancinismo, era completamente tramontato. Rimase tuttavia il nome di democrazia, il quale fu riempito posticciamente.
Con l’8 settembre, il mondo dei galantuomini si può dire definitivamente tramontato nelle braccia larghe dei Comitati di Liberazione Nazionale, tanto più ridicoli a causa della loro estrazione pantofolaia, della loro legittimazione offerta da un esercito straniero, spesso della modestia dei personaggi e per la loro mal riposta arroganza.
È tramontato e non si riproduce, perché in quel passaggio il mondo contadino taglia il filo spinato che lo separava dal mondo urbano, usando come forbice il mercato nero delle derrate agricole. I contadini escono dal neofeudalesimo sabaudo e fascista e s’insediano nel mercato, rivoluzionando il proprio modo di produrre, i propri consumi, il proprio rapporto con il resto del mondo. Quando arriverà l’Ape (la Vespa con cassonetto, della Piaggio) e l’asino sarà archiviato, se non ci fosse stata l’Italia padana a placcarlo, quel mondo nuovo sarebbe arrivato fino al suo giusto orizzonte.

Il secondo dopoguerra
Nel 1946, quando si ebbero le prime elezioni amministrative comunali, non tutti i raggruppamenti politici possedevano le stesse chance di successo. Comunisti, socialisti e democristiani, nel Sud, si erano già formati una base di massa; partivano quindi favoriti nel confronto con etichette oggi quasi tutte scomparse, ma a quel tempo ritenute importanti.
Nei comuni molto piccoli i proprietari pesavano ancora parecchio, ma sin dall’inizio furono costretti a mettere un distintivo all’occhiello. Generale e grande fu invece il peso delle parrocchie. Sin dal 1946 esse assunsero il carattere di una notevole forza clientelare e paternalistica, accanto a quello tradizionale di collettore del voto cattolico. Per cinque o sei legislature, la Chiesa ebbe la meglio su ogn’altro suasore politico. Se si prescinde dalle allocuzioni comiziali e dai bei battibecchi da marciapiede, anche gli altri partiti incorporavano una forte dose di vuoto politico, e solo l’eccitazione del momento portava a credere che le parole fossero sostanza. Freddamente esaminate le loro posizioni, esse si presentarono come entità fortemente sfumate e in certa misura intercambiabili.
L’inglese Tarrow ha scritto un libro molto interessante sull’arcobaleno dei colori politici che presenta il Meridione in sede di potere locale7. Il comune A è democristiano, il comune B, contiguo, è comunista; il paese C, che sta dall’altro lato, è a prevalenza socialista. Il tutto si mostra senza senso e senza alcuna logica politica. Zone economicamente omogenee, per cui un diverso orientamento comunale non sarebbe giustificato, contengono invece coloriture partitiche diverse, spesso una per municipio. La spiegazione è che ad A si è formato un gruppo di potere democristiano intorno a due medici e due avvocati democristiani; che a B un professore e un avvocato hanno fatto da volano a un’espansione comunista; che a C tre avvocati e un professore socialisti si sono mostrati i più idonei a guidare il paese.
La spiegazione storica risiede nel fatto che nel Meridione, nonostante il fervore di quegli anni, la politica è impolitica; che gli interessi di fondo restano nascosti e che l’azione politica dei partiti nazionali non li scalfisce neppure. Storicamente, infatti, dopo cento e più anni di dominazione padana, gli interessi del Sud sono complessivi, nazionali (nel senso di propri, di regionali) e travalicano le classi. Il Sud, inteso come paese, necessita di uno sviluppo che nessuno dei partiti nazionali intende seriamente propugnare; il suo interesse generale è quello di contrapposi al Settentrione. D’altra parte nessuno dei partiti nazionali fa emergere la contrapposizione interna al Sud (propriamente sua e non italiana) tra conservazione e rivoluzione.
Solo nell’immediato dopoguerra e in luoghi delimitati, si sviluppò, sotto la guida del partito comunista, un’azione consistente rivolta alla conquista delle terre incolte o mal coltivate e contro il latifondo. È solo in queste zone che si ebbe un reale scontro politico. Altrove, sicuramente in centinaia di comuni grandi e medi, con tradizioni industriali, le forze del lavoro si compattarono sulla borghesia attiva -e dov’erano più forti, come al mio paese, si allearono con essa- nella mal riposta speranza di una politica del lavoro e dello sviluppo. Ma più in generale, le situazioni locali furono determinate da figure paesane, sia nella veste dell’uomo dotato di "amicizie in alto loco", quindi capace di trovare un "posto" agli amici, sia nella veste del leader carismatico, sia ancora sotto la forma di gruppo dirigente affidabile e meglio preparato del gruppo o dei gruppi avversari, sia infine le tre cose interconnesse fra loro.
A partire dalle prime elezioni, i gruppi vincenti tesero a riprodurre la consorteria. Dal lato opposto si formarono gruppi consortili di diversa etichetta, ma senza un reale colore politico, che si candidarono per il ricambio. In realtà, essendo il Meridione bloccato (o per usare un azzeccato termine sportivo, placcato) al suo destino di periferia non decidente, la lotta che si sviluppò al suo interno fu soltanto elettoral-partitica e quasi mai autenticamente politica. Favorito dalla preferenza al voto di lista, l’elettoralismo sostituì il notabilato e se le consorterie non si presentarono più come appartenenti all’onorevole Caio a Marefreddo e all’onorevole Tizio a Solecaldo, ma apparvero come socialiste, comuniste, democristiane, ciascuna alimentata dall’animosità per la propria fazione, ciò fu mera apparenza. Dietro la facciata non c’era il partito ma, come vedremo, la cosca.
Gradatamente poi, nel corso di quegli anni, i proprietari persero peso economico e politico (salvo riacquistarlo quindici anni dopo, intorno al ‘68/’70, come venditori di suoli edificatori). Con il declino economico della rendita, i proprietari persero anche la connotazione di classe a sé stante e a volte fortemente staccata nel contesto sociale, confluendo nell’enorme calderone dei ceti medi alimentati da uno stipendio o da entrate professionali. A questo riguardo è una vera e propria falsificazione politica quella che collega il mutamento delle relazioni in agricoltura alle nuove leggi, e principalmente a quella di Riforma Agraria, che colpì i latifondisti. Nuove relazioni di lavoro, magari introdotte dall’alto, diventano operative solo se matura un nuovo equilibrio (regionale) tra offerta e domanda di lavoro, altrimenti restano carta stampata. In realtà i salari agricoli lievitarono soltanto perché le campagne si spopolarono in seguito alla domanda europea e padana. Ciò mise in ginocchio i proprietari, le cui rendite, si dice, derivino dalla terra, ma che in effetti derivavano soltanto dalla fame e dal superlavoro del contadino.
Al Sud, il partito di massa, salvo i luoghi dove la lotta per la terra ebbe un carattere effettivo, fu ed è di massa solo per gli elettori, che vengono attratti per lo più dalle relazioni extrapolitiche descritte da Tarrow, mentre fu di élite per i gruppi dirigenti. Rifacendomi a quanto sostenuto sopra, bisogna dire che la stessa situazione oggettiva spingeva verso la riformazione della consorteria. Infatti i partiti di massa si scontravano sul terreno di interessi ristretti, che se non erano familiari, non volavano tuttavia più alto del natìo borgo selvaggio, relegando la cosiddetta "questione meridionale" in frasi enfatiche ed insensate, collocate in fondo alle loro dichiarazioni programmatiche.
I pochi tentativi che i gruppi dirigenti locali fecero per inserire i problemi dei rispettivi luoghi in un contesto più ampio caddero nel vuoto e nella sordità non appena arrivati a livello di dirigenze provinciali e nazionali. È quindi alquanto naturale e logico che la vita politica ripiegasse su se stessa e che le vocazioni al comparaggio consortile avessero il sopravvento sulla vera politica. Il soffocamento delle istanze locali appare più marcato nel PCI proprio perché questo partito contestava il sistema e si era profuso con generosità nella lotta contadina. Ma alla prova dei fatti, il PCI si è dimostrato il più nordista dei tre grandi partiti di massa. Ciò merita una spiegazione, sia pure rapida.
In Italia, il PCI leninista si è comportato nei fatti -sin dal 1944- come un qualunque partito socialdemocratico europeo. Come tale non ha rifiutato le rivendicazioni economiche provenienti dal basso, tranne che in Meridione. Qui, tra il 1945 e il 1985, la grande rivendicazione fu il lavoro, ma su tale tema il PCI e la CGIL disquisirono parecchio senza mai scendere a un serio scontro con il sistema. Si pensi alla rassegnazione preventiva -alla supinità- con cui andarono incontro alla perdita delle roccaforti rosse nel Sud; alla resa, senza l’onore delle armi, di Castellammare, di Torre Annunziata, di Barletta, di Taranto, di Crotone, per citare soltanto i luoghi di cui chi scrive ha memoria. Certamente il PCI non fu in malafede. La spiegazione è un’altra: nessun partito può servire due altari, quello dello sviluppo e quello del sottosviluppo; non può cantare contemporaneamente il Te Deum laudamus e il Dies Irae.

La cosca politico-intrallazzistica
La presenza di cause materiali ed esterne non significa che la rinascita della consorteria, sotto forma di cosca elettoral-trafficona, non sia stata un male oggettivo per la vita politica meridionale. La sua evoluzione in superpartito corrisponde all’aggravarsi della malattia contratta nel 1860. Il gruppo politico locale, che andò identificandosi come gruppo di testa nelle istanze di partito, si trasformò in cosca proprio per la sua sterilità a fare vera politica. In pratica i più onesti, i più capaci si autoemarginano o vengono emarginati, lasciando ai meno onesti e capaci la guida del partito. Cosca vuol significare un nucleo alquanto ristretto di persone legate fra loro dal patto esplicito o tacito di sostenersi reciprocamente all’interno del partito e di trafficare all’esterno illecitamente assieme. In ordine di tempo il primo fatto illecito o ai limiti del lecito -comunque non encomiabile- risiede nel blocco delle preferenze, nel fare in modo che la cosca esca promossa elettoralmente, sia che si tratti di partito di governo sia che si tratti di partito d’opposizione. La lotta per la poltrona, che è dovunque uno degli aspetti deteriori della democrazia elettorale, qui al Sud è qualcosa di più e di peggio. Si dice da noi "u cumandari esti megghiu du futtiri" (comandare è meglio che fare all’amore).
Nell’ambito della borghesia laureata, qui, le scelte sono prefissate: coloro che hanno capacità e prospettive di successo restano nella città dove hanno preso la laurea, gli altri tornano a casa, a marcire. Una volta qui, la poltrona invade i loro sogni e carezza le loro natiche. Sanno di essere degli sconfitti, che rimarranno in serie B, che fino alla fine saranno dei subalterni, ma vogliono quantomeno essere i primi degli ultimi, avere un riconoscimento sociale.
La cosca mira al successo elettorale, ma non avendo progetti politici ripiega sulla formazione di una larga clientela impolitica, la quale si aspetta aiuti concreti, come posti e carriere, e ancor più trasgressioni amministrative in funzione persino dei più piccoli interessi, come costruire dove non è edificabile, bloccare i contatori dell’acqua e della luce (in attesa dell’apertura dei contatori del metanodotto algerino), irrigare gli orti con l’acqua che gli abitanti del centro centellinano e via dicendo, per una casistica che solo un compilatore del Digesto potrebbe elencare.
Da tempo, nel Sud, essere un militante di base significa soltanto tirare la volata elettorale alla cosca, persino senza saperlo. In tale situazione viene meno la voglia di partecipare, non solo, ma decade anche la coscienza individuale e collettiva, che degrada nella truffaldineria, nell’imbroglio, nell’intrallazzo. Si tratta comunque di cose ben note, sulle quali sarebbe superfluo insistere. Vorrei annotare soltanto che i missini da una parte e i comunisti dall’altra seguono percorsi diversi nei casi frequenti in cui non sono maggioranza locale. I missini hanno affidato il loro successo o all’ideologia immaginata come fascista, ma solo patriottarda, moraleggiante, fondata sulla identificazione tra democrazia e corruzione, ovvero al leaderismo di un qualche loro esponente migliore. I comunisti, sempre che non siano partito di maggioranza, hanno un’area di consenso ideologico, ma la disperdono amministrandola secondo le ambizioni degli esponenti, i quali litigano preventivamente su chi dovrà essere eletto; sempre più raramente spingendo alla ribalta i più meritevoli, cosa a cui preferiscono una selezione in base alla fedele ripetizione della linea della direzione nazionale.

I danari dell’intrallazzo politico
A partire dal primo intervento straordinario si aprì, per le popolazioni meridionali, una strana condizione, di cui allora non si riusciva ad intravedere la linea di fuga.
Oltre ai profondi sussulti che si avevano nel mondo contadino, sui quali si è scritto parecchio8, il Sud vide il precipitoso declino della rendita e anche il proliferare di servizi, come la scuola, fino a quel tempo molto ristretta, e quindi il moltiplicarsi degli alunni, dei maestri e dei professori; vide l’avvio all’impiego delle donne della piccola e media borghesia; vide l’arrivo di una proluvie di merci nuove e la maggiore accessibilità dei prezzi industriali. Fu un momento di estrema contraddittorietà, in quanto tutto quel che era vecchio e autoctono moriva, mentre chi si metteva al servizio del capitale nordista ci ricavava una fetta di moderno plusvalore. L’economia meridionale peggiorava, ma si ebbe l’impressione che migliorasse, tanto è vero che fu larga la partecipazione di coloro che si buttarono a capofitto in nuove iniziative imprenditoriali, con il risultato (certo gradito a Milano) di inaugurare un "cimitero d’industrie".
Comunque crebbe l’occupazione extragricola e crebbe il livello dei salari e degli stipendi; le condizioni più generali di esistenza cambiarono positivamente. Non so se per questo o per un certo fervore di vita nuova legato alla società politica, certo è che il vecchio contesto sociale si spezzò. La stratificazione rigida del passato, con il barone ancora al centro e gli altri redditieri intorno, assieme al medico di successo, e tutto il resto sotto, evaporò senza lasciare né ricordi né profumi. Il nuovo assetto spostò l’asse delle entrate dalla terra all’impiego, anche per gli stessi proprietari. Per i braccianti invece il nuovo asse divenne il lavoro extragricolo dell’edilizia9. I rapporti sociali si ammorbidirono. Il voto, i partiti, lo stesso clientelismo, il bisogno che i pesci grossi della politica paesana avevano dei piccoli pesci elettorali, tutta una serie di fattori che non saprei elencare e definire contribuirono a creare un clima di democraticità, o apparente democraticità sociale. La rigidità delle relazioni si sciolse e perfino gli aristocratici proprietari uscirono dai palazzi e accettarono relazioni con altri gruppi sociali, mostrando peraltro una correttezza nuova e quasi rispettosa verso gli appartenenti ai gruppi censitari bassi.
In questo clima nuovo e dai profili incerti, la grossa novità per tutta al società meridionale fu la nuova figura dello stato (Welfare) come erogatore oltre che degli impieghi anche di provvidenze, sussidi, agevolazioni, contributi e più in generale la notevole espansione dello stato imprenditore, sotto lo pseudonimo di Cassa per il Mezzogiorno (cosa che tra parentesi può dare l’idea di quanto grandi fossero stati i benefici tratti per oltre un secolo e quelli attualmente ricavati dal Centrosettentrione, per effetto di una spesa pubblica migliaia di volte superiore e del protezionismo doganale).
Il solletico che sempre e dovunque aveva dato la sedia in curia, la poltrona imbottita di sindaco, la medaglietta di deputato, ora comincia a essere accompagnato da un diverso tipo di solletico, pur esso antico, quello delle dracme, vulgo lire, da intascare sia come provvidenza o sussidio o contributo, sia come bustarella, tangente, partecipazione fraudolenta. Oggi si parla tanto di tangenti mafiose, ma in verità la strada del passamano era stata inaugurata da Cavour e pare che lo stesso Vittorio Emanuele II, detto pure padre della patria, non fosse insensibile all’odore delle monete, e persino delle monetine, proprio quelle di rame.
Sul finire degli Anni Cinquanta si arriva a un primo allargamento della cosca, nel senso che essa comincia a incorporare ingegneri del genio civile, funzionari della Cassa e della riforma fondiaria, grandi studi romani, progettisti di opere pubbliche e via dicendo. All’odore delle dracme, il gusto per la politica si diffonde. L’ingegnere che ambisce d’ottenere una progettazione, il medico che aspira allo stipendio sicuro della Mutua, l’avvocato che gradisce di tanto in tanto una buona consulenza, prendono la tessera, e con loro, appaltatori e commercianti. Chi ha resistenze circa la tessera, promette un certo numero di voti. Per farla breve, nasce un clientelismo corrotto e la deviazione politica con fini fraudolenti fa agio sulle virtù pubbliche.

La dipendenza politica
Prima novità: l’emigrazione. Seconda novità: per la prima volta dopo un secolo d’unità la spesa pubblica, sotto il nome sonante di Cassa per il Mezzogiorno. Terza novità: la pensione ai contadini e poi la pensione sociale. Sembrerà poco a chi vive di molto, ma per il povero cafone del Sud è stata una grande conquista. In assenza di meglio, l’assistenzialismo è già qualcosa, anche se i contadini e gli altri vecchi lavoratori non sono ripagati nella stessa misura degli operai per il contributo da essi dato, lungo una vita di fatiche e due guerre all’economia nazionale. Non c’è che da ringraziare la DC per questa inversione di rotta dell’italico colonialismo, inversione certamente ispirata a logiche keynesiane e tuttavia proficua a un popolo di lavoratori, che ha dato al paese molto più di quanto gli sarà mai restituito. Ovviamente la DC non va più oltre. Il suo meridionalismo è tutto qui. Contro i diktat della Confindustria, il cui pensiero è chiaramente enunciato in un famoso testo dell’economista Vera Lutz (che come i giocatori della Juventus venne pagata con i nostri soldi), sarebbe pericoloso andare, persino per coloro che attraversano spesso il Tevere.
Ma la pensione serve a risolvere il problema del pane oggi, ma non quello del pane di domani, che forse è più importante persino per gli stessi vecchietti. Inoltre, erogando i diritti come favori, la DC ha contribuito notevolmente a rendere democratica la corruzione politica, che alla fin fine era un fatto delle élite -in grande stile a Milano, sotto forma di sussistenze familiari al Sud.
All’avvio del Centrosinistra, il PSI ebbe una proposta onesta: la programmazione nazionale e il riequilibrio territoriale; onesta ma irrealistica, perché sottovalutava il gioco degli interessi settentrionali e il blocco d’interessi tra finanza, industria e sindacato, i quali non gradivano che l’occupazione e i profitti settentrionali subissero insidie. Posizione che l’ipocrisia degli economisti dichiarava miope, salvo a consigliarla nel segreto delle ovattate direzioni padronali. I monopoli di fatto sono la vera historia dell’industria padana. Di ciò i socialisti non seppero tener conto e furono sconfitti già prima di cominciare. Una volta sconfitti, e purtuttavia aggregati al governo, si sono messi a fare concorrenza alla DC sul terreno clientelare. Quest’ultima parte del discorso riguarda anche il PSDI e i repubblicani, a proposito dei quali non bisogna sottacere l’incredibile abilità di apparire il "partito morale" a Milano e di trafficare con la mafia, oggi più e meglio della DC, in Sicilia e Calabria.
Il PCI non può scegliere: il suo elettorato più consistente è il lavoratore garantito. Servendo lo sviluppo in concreto e tuonando sull’immoralismo degli avversari, riesce ad avere un certo seguito al Sud. Nelle amministrazioni locali, però, non potendo e volendo concludere niente di positivo, si affloscia alla prima prova di governo e gli elettori lo spazzano via, salvo che non abbia già imboccato la strada del superpartito.

Il superpartito
Finché funzionò la triade emigrazione, lavori pubblici, assistenza, la cosca si sorresse da sé. Sindaci e assessori ottenevano da Roma lavori pubblici -utili e meno utili. Coi lavori pubblici ingrassavano ingegneri, progettisti, appaltatori, subappaltatori, ecc. Questi, a loro volta, portavano preferenze e pagavano altre mazzette. La mafia, che entrò nel giro degli appalti, fece il resto. Ogni parvenza di legalità se ne andò a ramengo. Segretari di prefettura, membri delle Giunte provinciali amministrative, impiegati del Genio Civile e del Demanio pubblico e chi ne ha più ne metta, furono risucchiati nella cosca.
Ora, solo chi ha anche un quadro approssimativo di come funziona "Cosa nostra" o la mafia in Sicilia, può agevolmente capire che la lotta tra le cosche mafiose non è pagante. Serve solo a farsi del male e a distruggersi reciprocamente. Allo stesso modo in politica. La cosca politica imparò a non sputtanare la cosca avversa perché, se e quando fosse toccato a lei amministrare, ci sarebbe stata una ritorsione. Il sistema si configurò nel tempo. Infatti la cosca vincente ebbe la convenienza di cedere qualcosa alla cosca perdente, oltre al resto, compromettendola, in modo che lo sporco restasse dentro al sistema di potere. A questo punto le cosche cominciarono a studiare accordi preventivi non sulla spartizione, ma sulla confezione della torta. Tanto va all’Impresa per il lavoro, tanto va alle Imprese del subappalto, tanto all’Onorevole Caio, tanto al Partito A, tanto al Partito B, il resto al Sindaco e al Presidente della Corte. Tutti finanziati, tutti compromessi e tutti felici. Così che l’intero operare amministrativo finì con l’essere sotterraneamente diretto e deviato verso logiche intrallazziste.
È stato questo il primo filo, quello intuibile dall’esterno, del superpartito. Un altro riguarda precipuamente i posti e le carriere. Ai tempi della consorteria, un gruppo escludeva l’altro, e così in appresso, al tempo della cosca semplice. Oggi, con il trionfo del superpartito, non è più così. L’assessore di cosca socialista deve dare il posto al figlio dell’appaltatore di cosca democristiana. Il bidello di cosca comunista deve essere promosso applicato di segreteria dal provveditore democristiano. Al ragioniere della USL di cosca democristiana il CO.RE.CO. (Comitato Regionale di Controllo, ndr) deve riconoscere il grado di dirigente e gli arretrati. E così via. I deve che ho messo in neretto non sono enfatici, casuali, semplici impressioni; sono la nuova legge non scritta, ma osservata rigorosamente all’interno del superpartito. Tuttavia il superpartito non va inteso come la cosca centrale, come la rapsodia delle cosche che non si sono sciolte e tuttora vivono e prosperano, ma qualcosa di più sottile e al tempo stesso di più corposo.
Il primo bozzolo del superpartito è stata ed è la Massoneria, o quantomeno un certo modo degradato di vivere la fede massonica. Qui il discorso potrebbe farsi molto ampio, perché in Meridione è chiara la tendenza a fare della massoneria, come pure di club visibili, come il Rotary, i Lyons, delle mere associazioni di interessi. Comunque l’appartenenza in Massoneria non ha, al Sud, lo stesso significato che si legge nei libri. Certo ci saranno anche qui dei massoni veri, ma la maggior parte dei massoni meridionali sono squalificati e degradati. In Meridione, la Loggia ha svolto e svolge prevalentemente la funzione di mettere in contatto intrallazzisti delle varie cosche. Anzi credo di non sbagliare affermando che il primo contatto tra coscanti di gruppo diverso si sia realizzato nelle Logge. I Lyons e i Rotary, nonostante la loro apparenza decorativa e classista, credo abbiano avuto ed abbiano, fra le loro nobili istanze, anche una funzione del genere.
Volendo tentare di definire il superpartito, si potrebbe dire che è un’entità nebulosa, un riferimento tra l’amicale e l’intrallazzistico, un’associazione informale che si serve della cosa pubblica per far lucrare agli adepti profitti sostanzialmente e spesso anche formalmente illeciti, ma che ci siamo assuefatti a considerare un aspetto positivo dell’agire sociale personale, anche se poi, qualche volta, ce ne lamentiamo come di un fatto pubblico non limpido. Ma per quanto nebuloso nella forma, il superpartito è tuttavia una realtà operativa che incombe sulla vita materiale del cittadino meridionale. Credo che nella ricostruzione delle zone irpine e lucane colpite dal terremoto, a proposito delle quali tanto si parla di camorra, si trovi -a voler indagare- la chiave di lettura della mostruosità crescente del superpartito nel Meridione. È stupido dire "la camorra ci ha messo le mani". Le mani ce le hanno messe e ce le stanno mettendo tutti: dai sindaci agli assessori comunali, dai progettisti agli appaltatori, da persone colpite dal terremoto ai dirigenti superiori dei ministeri, dai parroci agli allevatori di maiali, dai vigili del fuoco ai dipendenti locali dell’Enel, dai generosi soccorritori ai produttori di ferro e di cemento, dai democristiani ai socialisti, ai comunisti, ai repubblicani, ai socialdemocratici, dalla stampa napoletana ai corrispondenti e inviati dei grandi quotidiani milanesi. E si farebbe un errore a scambiare la cosa per un fenomeno di generale corruzione. Questa c’è senz’altro, e si vede, ma i luoghi di decisione e di controllo operano secondo la regola dell’illegalità sostanziale coperta in genere dalla legalità formale; gli scontri politici -che pur ci sono- riguardano tutto, meno che la bestia con la quale nessuno intende misurarsi e che è comunque ritenuta così potente e vendicativa da scoraggiare anche i più onesti e coraggiosi ad aprire il capitolo.
Altro esempio clamoroso di gioco politico dentro le regole del superpartito si è visto in Calabria dopo le ultime elezioni amministrative. Per comporre il mosaico dell’assegnazione di presidenze, assessorati, poltrone di sindaco, presidenze provinciali, ci son voluti quasi sei mesi. In tali casi, i responsabili usano la parola organigramma, che sa tanto di bilancetta dell’orefice. I giornali hanno detto solo quello che i superpartitici desideravano; la gente della strada ha chiacchierato, ma in fondo se n’è fregata (nulla cambia, ha detto). Ma a guardar bene non è una novità della vita politica, né tantomeno la sua transustanziazione in affare personale, in poltrona; anche questo, ma è stato soprattutto gioco sottile e feroce, o intercosca nascosto dalle cosche, tutte ossequianti alle regole del superpartito. E si badi ancora, il gioco non ha riguardato le poltrone di questo o di quello, ma la ridistribuzione dei pesi all’interno del superpartito, fatto non per governare ma per intrallazzare. Dietro la poltrona di Tizio c’erano infatti tutti gli ammanigliamenti sottostanti e i collegamenti laterali. Non è stata una disputa di squallidi politicanti, ma il gioco bizantino di abilissimi e consumatissimi diplomatici, i quali quando pronunziano la parola sindaco non si riferiscono soltanto a chi dirige un comune, ma a chi dovrà, e a come dovranno lucrarsi gli utili sommersi di quel comune, e a come andranno rifatte le carriere e assegnati i nuovi posti.
In Meridione la politica è un agone senza opposizioni reali e veritiere. La facciata nasconde la farsa. Dietro la facciata c’è l’arrembaggio alla cosa pubblica, dal quale maggioranze e opposizioni traggono lucro. Fino a dieci anni fa, ciò dipendeva dal vuoto esistente nei partiti nazionali, per quanto concerneva le relazioni in Meridione; oggi, persistendo il vuoto, il superpartito ha sciolto i partiti e governa al loro posto. Siamo insomma al partito unico.
I governi cosiddetti democratici hanno salvato la piccola e media borghesia meridionale e l’hanno allargata, con l’evidente intento di realizzare un sostegno alla loro politica nordista e anche per dare un sostituto alla classe dei galantuomini. Nella misura in cui a Torino, a Genova, a Trieste, a Milano nascevano fabbriche, che sarebbe stato giusto e opportuno ubicare a Napoli o a Palermo, nel Sud sorgevano scuole e ospedali, non perché si insegnasse qualcosa o per curare gli ammalati, ma per produrre infermieri, bidelli, applicati di segreteria, professori, comitati di gestione, medici ospedalieri, e via dicendo. Adesso la cuccagna è finita. Niente operai, niente infermieri. I soldi servono ad Agnelli per ristrutturare e competere -almeno così dice lui, e tutti gli danno corda.
In ogni caso è chiaro ormai a tutti che la belle époque neocapitalistica e weberiana è finita. Il mangime da ingrasso comincia a scarseggiare. Gli stipendi comprano appena lo stesso, o qualcosa di meno, poiché il loro livello in termini reali non cresce più di mese in mese. Di ciò la gente si rende conto anche se non legge i giornali. Ha pure capito che la strada imboccata dal sistema non è destinata a cambiare nella prospettiva di breve e medio termine. Logicamente chi è sferzato si contorce, e così i componenti della piccola e media borghesia, le quali riempiono di sé il quadro sociale meridionale. Cercano di salvarsi, chi ad ordine sparso e per proprio conto, chi stringendosi di più alla cosca. Ma salvarsi è cosa tutt’altro che facile. I fessi si son messi a coltivare un orticello, in modo da crearsi una sussistenza; quelli ammanigliati armeggiano con il TAR ed il CO.RE.CO. per ottenere riconoscimenti di carriera, integrazioni di stipendio, promozioni; coloro che comandano la baracca hanno rotto le fila e vanno all’arrembaggio di gettoni di presenza, straordinari, trasferte che non fanno, forniture agli enti pubblici attraverso ditte intestate alla suocera. Magistrati ordinari e amministrativi, dirigenti e autorità amministrative danno una mano agli amici e la negano agli altri. Già questa sensazione di frustrazione spacca i pubblici dipendenti in tutelati ed esposti. Ma una sensazione di insicurezza è ancora più diffusa tra le popolazioni non stipendiate, perché è venuta meno la fiducia collettiva, la speranza diffusa che lo stato Provvidenza un giorno o l’altro avrebbe finito con il baciare anche loro.
Siccome, i posti nuovi diventano sempre più scarsi, si è scatenata la gara a chi fa prima a sistemare i figli. In tali gare, i meriti, i titoli sono spesso inventati di sana pianta. A favore degli amici, e per gli amici gli esami di concorso sono solo un gioco da prestigiatore. Intorno all’esame per un posto di maestra elementare non si muovono più le tradizionali raccomandazioni, ma si mette un moto tutta una macchina di sorteggi sballati, di malattie inesistenti, di sostenitori organizzati allo stesso modo dei picchiatori nei campi sportivi. Il presidente di una di queste commissioni un giorno mi disse: "Vedi, me ne sto al caffè a leggere il giornale perché, altrimenti, dovrei denunziare tutti, perfino i bidelli. E se li denunzio, mi gioco sicuramente la tranquillità familiare e forse anche la pelle". Intorno a un progetto, si muove la direzione centrale del partito e un tal numero di amici che, se ognuno di loro portasse un blocco di pietra, si costituirebbe una piramide. Per il figliolo, per il cugino, per il compariello, il cognato, il nipote di uno che conta, si sviluppa un coinvolgimento diffuso, non a catena ma a raggiera, a passo di plotone, che scavalca i partiti, le burocrazie, le leggi, la correttezza, la civiltà, l’urbanità. L’intero sodalizio procede accerchiando, raggirando, stravolgendo, pigiando, nel disprezzo più completo degli altri cittadini (cosa non nuova) e degli altri esseri umani (cosa nuova).
Quando, poi, a far parte della parrocchia sono tutti i concorrenti, allora comincia un gioco a scacchi di tipo scientifico. Nessuno deve essere scontentato, cosicché, se muovo la Torre in A5, contemporaneamente l’Alfiere va in H4, il Cavallo in C3, la Regina in F6, il Re in D8, tre pedoni vengono avanti e quattro tornano indietro. Caso eclatante, le recenti nomine, subnomine, pseudonomine, criptonomine in un istituto bancario meridionale (in effetti lombardo-piemontese). Per un presidente promosso ad alto incarico, tutta la scacchiera venne sconvolta: i Cavalli diventarono Torri, gli Alfieri Regine, i Re persero la corona e due-tre pezzi di scarto furono mangiati senza complimenti. Il tutto con la benedizione del Ministro Goria, di De Mita, Craxi, Longo, Spadolini e dei loro propretori locali, e con gaudio dell’onorevole Puijia e mortificazione, s’intende parziale, dell’onorevole Mancini. Personaggi senza nome e senza volto, come Carmelino Puijia, ma che si tirano dietro un gregge di due, tremila amici di tutti i colori, possono far ingoiare rospi grossi come uno scoglio anche a gente che da trent’anni è un mezzo padreterno.
Ho affermato che i partiti sono politicamente disciolti; che l’unica funzione che è loro rimasta è quella di supporto nominale della cosca. Infatti, a questo punto, anche la vecchia conta delle percentuali politiche non ha più valore. L’unica cosa che adesso conta è che il circuito sia ben oleato. Per fare un esempio: se il posto di presidente della Regione e quello di usciere della pretura spettano, secondo questa entità, a Caio e Sempronio, i due avranno il loro posto, siano essi democristiani, socialisti, comunisti e via dicendo. Ma se il posto di usciere fallisce, anche quello di presidente va ridiscusso.
Non avendo neanche i numeri un peso specifico, ma contando solo le persone come capifila, o come quinti, o novantesimi della fila, anche la cosca appare superata. Al suo posto è comparso un sodalizio senza colore che imbroglia le leggi, i pesi e le misure. Qualcuno ha chiamato tale entità "mafia bianca". E di mafia si tratta, ben più pericolosa della mafia tradizionale. La gente che sta dentro siffatta mostruosa associazione ha una forte coscienza mafiosa e una debole, o forse fievole, o forse nessuna consapevolezza di operare sopra le leggi e a dispetto di esse. La cosa diventa del tutto d’una eleganza impareggiabile quando intrallazzo toscopadano e mafia bianca del Sud s’intrecciano10.
La mafia bianca è un organismo di natura borghese e di carattere superpartitico, rivolto: 1) a sostenere persone determinate affinché non siano coinvolte nel generale cedimento economico dei ceti impiegatizi; 2) a difendere o migliorare la posizione economica propria e degli amici; 3) ad assicurare ai figli una sistemazione, e magari una buona sistemazione; 4) a lucrare utili consistenti ritagliati dalla spesa pubblica. Tutto ciò non solo usando come sempre il bizantinismo amministrativo, ma procedendo oltre, e cioè vincolando i controllori a non esercitare il dovuto controllo. Non è lassismo sociale, né uno scambio di favori, è una norma munita di sanzioni come sopra elencate. Chiunque viva ed operi nel Meridione, stia dentro o fuori del gruppo, deve rispettare il losco codice della mafia bianca, altrimenti paga sulla sua persona, con le proprie sostanze, sulle persone dei congiunti, tale e quale le regole della mafia tradizionale.
La presenza della mafia bianca spacca il mondo meridionale con un fendente in due sezioni precise ed opposte: gli inclusi e gli esclusi. Gli uni hanno superdiritti, superdifese, gli altri debbono pagare per godere dei propri diritti e quando necessita sono lasciati alla deriva. Dove questa spaccatura porti è un’incognita. Intanto qualcosa di nuovo già si profila all’orizzonte: la lotta tra mafia tradizionale e mafia bianca, la quale, facendo parte del sistema più che la mafia tradizionale, oggi riceve l’appoggio delle forze dominanti. Sembrerà questa un’assurdità, eppure è semplice: la torta è più piccola di prima e la borghesia non vuole perdere la sua quota. Esplora strade nuove per salvarsi e fra queste c’è anche: "Muoia pure la mafia. I voti ce li troveremo da soli".
La società meridionale è tuttora "una grande disgregazione sociale" non solo per chi ha nelle orecchie il paradigma tracciato da Gramsci e sotto gli occhi una tipologia sociale che lo rispetta e lo ripete, ma per chiunque, in quanto, ad ogni soffio di vento, il gallo in cima al comignolo cambia direzione. Il fatto che oggi il pane non manchi più, e che ci sia anche il companatico, non significa progresso. Il Meridione è decaduto e continua a decadere come realtà produttiva; è bloccato nella sua condizione di improduttività gestita dal sistema metropolitano. Finché questa gestione esterna, fino a quando questa abdicazione alla sovranità che ogni popolo dovrebbe avere sulle sue naturali risorse continuerà, persisterà anche il decadimento delle coscienze, l’arrembaggio, il sottogoverno, la tramutazione dei diritti in favori, il misconoscimento dei meriti e l’esaltazione dei demeriti. Solo in tale habitat può fiorire una cosa mostruosa come la mafia bianca.


1 La nozione che qui si dà è diversa da quella crociana. Storia del Regno di Napoli, Laterza, 1924. Croce parla del signore, titolare ancora di un feudo in provincia, il quale, al tempo del Viceregno spagnolo, di regola vive a Napoli, oziando. Qui invece ci riferiamo a un’epoca diversa, il secolo XVIII e i due seguenti, e a persone altrettanto oziose, e tuttavia i veri detentori di ricchezza nella società regnicola.

2 Nicola Zitara, L’unità d’Italia: nascita di una colonia, oggi Vª edizione, Siderno, 1996.

3 Non si fa alcuna lacerazione alla patria storiografia se qui si ricorda che l’autoemarginazione dalla vita politica è un fenomeno di grave peso nella vita del Sud italiano. Meriterebbe invece un attento esame la vasta adesione patriottica a guerra già scoppiata, a partire dal 1915, e ancor di più la vasta attenzione che il neofascismo ha esercitato per cinquant’anni nel Sud.

4 Gli storici di tutte le correnti culturali e politiche bollano la borghesia meridionale post-unitaria di limitatezza di idee, di pochezza tecnica, di mancanza di iniziativa. La causa preferita della cosiddetta "questione meridionale" è l’inettitudine e la povertà culturale degli "agrari". Ma quanto è vera l’affermazione? In verità nessuno li ha messi alla prova, in quanto le consistenti ricchezze meridionali furono risucchiate dallo Stato nel corso dei primi quindici anni di vita unitaria.
Con quali mezzi dunque l’iniziativa privata meridionale avrebbe avviato quel sistema industriale che il Triangolo Genova-Milano-Torino creò solo con l’ausilio di consistenti aiuti pubblici diretti e indiretti, e dopo essersi impadronito politicamente dello Stato stesso e dopo aver corrotto la classe politica? Poi, una volta stabilito il vantaggio, un successivo inserimento è divenuto praticamente impossibile perché solo una forza superiore (cioè uno Stato separatista e protezionista) può recuperare il ritardo e sostenere le nuove, inesperte imprese nella lotta per la sopravvivenza che si svolge in un mercato già formato. D’altra parte la borghesia meridionale, sacrificata e repressa, ha ormai interiorizzato un complesso dell’impotenza, che è divenuto un aspetto saliente dell’intera società meridionale. Per giunta il vituperio civile ed economico che furono e sono, sin dal 1860, la sua connotazione particolare dentro la nazione italiana, l’inchioda all’impotenza.
Essa che non era tutta redditiera, tornò esclusivamente agricola e criptofeudale. Fondò il suo essere sociale sul possesso, che fu non sempre, ma spesso, possesso damnosus, fatto cioè di aride sterpaglie, di dirupi, di argille arse dal sole estivo e dilavate dalle piogge autunno-invernali. Comunque la prova del nove che la cosiddetta "questione meridionale" non dipendesse dalle classi dirigenti agrarie si è avuta quando, nonostante la loro scomparsa, i problemi del Sud sono rimasti nelle forme anteriori di sovrappopolazione e di quasi sterilità economica. Nel Meridione, una volta abrogato il maggiorasco (cioè la trasmissione di tutti i beni al figlio maggiore), la proprietà prese a frantumarsi. In passato, i cadetti ripiegavano sul sacerdozio, sul servizio militare, sulle attività di toga (avvocatura, magistratura). Con l’impoverimento delle rendite e la loro suddivisione, le entrate decaddero e i rampolli delle famiglie nobili e borghesi furono indotti a crearsi nuove entrate. Non avendo capitali a disposizione (sul problema del drenaggio dei capitali si vedano Nitti, "Nord e Sud", e Capecelatro e Carlo, "Contro la questione meridionale"), ripiegarono sulle professioni libere e sull’impiego. Relativamente a quest’ultima attività, la creazione di uno Stato a direzione centralizzata e con numerosa burocrazia periferica si deve dire che fu, a partire dal principio del secolo, la valvola di sfogo per tenere i ceti superiori del Meridione dentro il sistema italiano e per stroncare vocazioni separatiste e neoborboniche.

5 La storiografia di orientamento gramsciano sostiene che, attraverso l’alleanza tra gruppi industriali del Nord e grandi proprietà produttive di grano del Sud si realizzò il blocco conservatore, anzi reazionario che guidò l’Italia fino all’avvento del fascismo. C’è da osservare che Gramsci salta a piè pari circa quarant’anni di storia, perché il blocco di cui parla si realizzò in Parlamento soltanto nel 1887, quando il Meridione nel suo complesso era già stato sconfitto sul piano finanziario e geopolitico. Quanto all’età giolittiana in cui visse, Gramsci capì perfettamente che l’industrialismo "spontaneo" era già stato preparato politicamente con il protezionismo e finanziariamente con la concentrazione in poche mani delle risorse finanziarie. Capì anche che la proprietà fondiaria meridionale, sin dal principio, si era votata a Vittorio Emanuele per difendersi da una rivoluzione i cui prodromi erano nel brigantaggio sociale, e che fu proprio l’Unità ad impedirla, perché i Savoia avevano alle spalle forze moderate settentrionali a proteggerli nell’azione di repressione contadina aggiungiamo noi: cosa che invece i Borbone avrebbero avuta. Fu poi nei primi trent’anni di Unità che nacque il razzismo settentrionale che tanto peso avrebbe avuto nelle epoche successive e che rimane una delle questioni fondamentali della vita nazionale, oramai superabile soltanto con il superamento del sottosviluppo.

6 Zitara, L’unità d’Italia, op. cit.

7 Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno, Einaudi, 1973.

8 INSOR (Istituto Nazionale di Sociologia Rurale), La riforma fondiaria: trent’anni dopo. Appendice statistica e bibliografica, Franco Angeli, 1979.

9 Ferrari Bravo e Serafini, Operai e stato, Feltrinelli, 1977.

10 Mi spiego con un esempio. Io ho il diploma di direttore d’orchestra e sono anche deputato, ma non trovo il mestiere di deputato adeguato alle mie ambizioni. Se nella cosca conto tanto da poter porre il veto a chiunque, in relazione alla carica di ministro degli Interni, posso facilmente ottenere la direzione del traffico aereo nazionale, che dà un cachet di un miliarduccio l’anno. Se poi mi capita anche d’avere un buon contatto con la Fabbrica Italiana di Locomotive, non ci penso due volte, e attrezzo l’aviazione di binari ed elettrotreni.
Quanto sopra (mafia bianca) è assai diverso dal caso (clientelismo volgare) di un mio collega che, stufatosi di ripetere ogni anno le stesse nozioni ai suoi alunni, un bel giorno mi annunziò: "Me ne vado a Roma, all’università". E io dico: "Ma non ti sembra un po’ tardi per un’altra laurea?". E lui a me: "Oh pezzo di fesso, vado ad insegnare, non a fare lo studente". Ero esterrefatto, credevo a uno scherzo. "Oh pezzo di fesso, è più facile di quanto credi, basta sapere quello che vuoi".
Un preside socialista, che chiede una supplenza per la figlia insegnante di tessera democristiana, si rivolge all’amico giusto del provveditorato che è comunista (caso del superpartito). Questi imbroglia un po’ le carte, scombussola un po’ i numeri e alla fine porta al provveditore una nomina già compilata per la firma. La giovane insegnante ha la supplenza. I ricorsi di coloro che sono rimasti fuori vengono insabbiati da un terzo amico repubblicano. Qualche tempo dopo, l’amico comunista ottiene dal provveditore cinque giorni di trasferta per ispezionare un distretto. Quattro li trascorre a casa. Il quinto giorno si reca alla sede stabilita. Intanto il preside socialista ha già preparato una breve relazione. L’amico arriva, distribuisce in mezz’ora cinquanta firme, si becca la relazione e torna dalla missione in provveditorato.

Fonte:Rivistaindipendenza
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