giovedì 15 luglio 2010

"TRAGIC ITALY" - Abruzzo Earthquake survivors' protest gets charged by police


http://www.youtube.com/watch?v=dnDDxkgCwtA

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http://www.youtube.com/watch?v=dnDDxkgCwtA

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giovedì 8 luglio 2010

SOLO L’INIZIO

Difficile non sentirsi in un day-after stamattina. Il giorno dopo, sì.

Ma dopo cosa?

Dopo le manganellate, questo è certo. Ma non era questo lo scopo che perseguivamo; masochisti sì, al punto di pagarci 15€ per un passaggio in autobus e riversarci nel torrido caldo romano per un’intera giornata di protesta. Ma non abbastanza per farci spaccare le teste dalla celere comandata da Manganelli. Un nome un programma.

Bastonate ai terremotati, non serve altro.

Racconteranno che fantomatici “centri sociali” erano lì ad aizzare la celere. Lo stanno già dicendo. Voi sappiate che non è vero. Ero lì, in seconda fila, a due metri da quelli picchiati selvaggiamente, ed erano aquilani come me. gente normale, civile, inerme ed indifesa.

Nessuno di noi ha mai fatto guerriglia urbana, e lo abbiamo dimostrato nostro malgrado: c’hanno picchiato come hanno voluto e creduto, e da noi nulla. Manco uno sputo in faccia, che comunque si sarebbero abbondantemente meritati.

E ve lo dice uno che le sue prime manifestazioni se l’è fatte da dopo il terremoto. Non certo una testa calda.

Questo dovete farlo sapere a tutti. Ho visto indignarsi anziani che conosco per essere gente posata, e i nostri gonfaloni correre per mettersi davanti a ripararci. Invano credevano che le nostre insegne, almeno quelle le avrebbero rispettate. Hanno menato pure a quelli.

Dobbiamo poter ribattere all’infamia con cui cercano di giustificarsi delle loro azioni. Alla scuola Diaz pure, dovevano esserci pericolosi delinquenti, e ricordiamo tutti le immagini donne, ragazzi e adulti che hanno macchiato col sangue le stanze di una scuola divenuta mattatoio.

Sono i fascisti di sempre. Squadracce.

Oggi, allora, è il giorno dopo.

Il giorno dopo le offese di Giovanardi, che invita il Sindaco dell’Aquila (che le ha pure prese ieri, in un raro momento di “attivismo al fianco della popolazione” ) a, letteralmente, "tornarsene a casa a lavorare anziché protestare"

Il giorno dopo le dichiarazioni di tale Stracquadanio, deputato PDL alla camera che ha avuto l’ardire di sostenere che "dovrebbero essere loro (la maggioranza) a venire a protestare da noi a L’Aquila, e non il contrario"

Intervento applaudito dai beoti che ci governano.

Il giorno dopo.

Dopo una promessa, l’ennesima, che ci stringe ulteriormente lo spazio di manovra.

Chiedevamo 10 anni per la restituzione delle tasse non pagate, e nella misura del 40% del dovuto.

Come tutti gli altri terremoti, e comunque chiedendo meno di quanto dato per l’alluvione di Alessandria. Loro pagarono il 10% in dieci anni. Ma la Padania è storia a parte. Siamo cafoni, e da cafoni siamo trattati.

Sarà ancora più difficile far capire che non ci basta. Che ci spetta, il 40%.

E che vogliamo soprattutto una legge speciale per il terremoto, organica, nella quale sia spiegato tutto, per filo e per segno, su ricostruzione, occupazione, sostegno all’economia, riconversione sostenibile degli edifici, con direttive chiare e di lungo termine. Non si va avanti con ordinanze pasticciate di sei mesi in sei mesi.

Un lavoro complesso, che noi abbiamo già fatto portando a Roma una piattaforma sottoscritta da tutti:

Comune dell’Aquila e tutti i 59 comuni del “cratere”, Provincia (centro-dx), Regione (anch’essa centro-dx)

Ci lavoriamo da un anno ormai. E’ stato difficile, e portavamo quelle carte nelle nostre mani.

Dall’altra parte nelle mani avevano manganelli. E li hanno usati.

Ecco, oggi è il giorno dopo tutto questo.

Fatelo sapere, loro non lo diranno. E fate sapere anche che questo è solo l’inizio. Non diranno nemmeno questo.


Fonte: Stazione Mir


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Difficile non sentirsi in un day-after stamattina. Il giorno dopo, sì.

Ma dopo cosa?

Dopo le manganellate, questo è certo. Ma non era questo lo scopo che perseguivamo; masochisti sì, al punto di pagarci 15€ per un passaggio in autobus e riversarci nel torrido caldo romano per un’intera giornata di protesta. Ma non abbastanza per farci spaccare le teste dalla celere comandata da Manganelli. Un nome un programma.

Bastonate ai terremotati, non serve altro.

Racconteranno che fantomatici “centri sociali” erano lì ad aizzare la celere. Lo stanno già dicendo. Voi sappiate che non è vero. Ero lì, in seconda fila, a due metri da quelli picchiati selvaggiamente, ed erano aquilani come me. gente normale, civile, inerme ed indifesa.

Nessuno di noi ha mai fatto guerriglia urbana, e lo abbiamo dimostrato nostro malgrado: c’hanno picchiato come hanno voluto e creduto, e da noi nulla. Manco uno sputo in faccia, che comunque si sarebbero abbondantemente meritati.

E ve lo dice uno che le sue prime manifestazioni se l’è fatte da dopo il terremoto. Non certo una testa calda.

Questo dovete farlo sapere a tutti. Ho visto indignarsi anziani che conosco per essere gente posata, e i nostri gonfaloni correre per mettersi davanti a ripararci. Invano credevano che le nostre insegne, almeno quelle le avrebbero rispettate. Hanno menato pure a quelli.

Dobbiamo poter ribattere all’infamia con cui cercano di giustificarsi delle loro azioni. Alla scuola Diaz pure, dovevano esserci pericolosi delinquenti, e ricordiamo tutti le immagini donne, ragazzi e adulti che hanno macchiato col sangue le stanze di una scuola divenuta mattatoio.

Sono i fascisti di sempre. Squadracce.

Oggi, allora, è il giorno dopo.

Il giorno dopo le offese di Giovanardi, che invita il Sindaco dell’Aquila (che le ha pure prese ieri, in un raro momento di “attivismo al fianco della popolazione” ) a, letteralmente, "tornarsene a casa a lavorare anziché protestare"

Il giorno dopo le dichiarazioni di tale Stracquadanio, deputato PDL alla camera che ha avuto l’ardire di sostenere che "dovrebbero essere loro (la maggioranza) a venire a protestare da noi a L’Aquila, e non il contrario"

Intervento applaudito dai beoti che ci governano.

Il giorno dopo.

Dopo una promessa, l’ennesima, che ci stringe ulteriormente lo spazio di manovra.

Chiedevamo 10 anni per la restituzione delle tasse non pagate, e nella misura del 40% del dovuto.

Come tutti gli altri terremoti, e comunque chiedendo meno di quanto dato per l’alluvione di Alessandria. Loro pagarono il 10% in dieci anni. Ma la Padania è storia a parte. Siamo cafoni, e da cafoni siamo trattati.

Sarà ancora più difficile far capire che non ci basta. Che ci spetta, il 40%.

E che vogliamo soprattutto una legge speciale per il terremoto, organica, nella quale sia spiegato tutto, per filo e per segno, su ricostruzione, occupazione, sostegno all’economia, riconversione sostenibile degli edifici, con direttive chiare e di lungo termine. Non si va avanti con ordinanze pasticciate di sei mesi in sei mesi.

Un lavoro complesso, che noi abbiamo già fatto portando a Roma una piattaforma sottoscritta da tutti:

Comune dell’Aquila e tutti i 59 comuni del “cratere”, Provincia (centro-dx), Regione (anch’essa centro-dx)

Ci lavoriamo da un anno ormai. E’ stato difficile, e portavamo quelle carte nelle nostre mani.

Dall’altra parte nelle mani avevano manganelli. E li hanno usati.

Ecco, oggi è il giorno dopo tutto questo.

Fatelo sapere, loro non lo diranno. E fate sapere anche che questo è solo l’inizio. Non diranno nemmeno questo.


Fonte: Stazione Mir


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7 luglio: vergogna e briciole dal governo



Di Patrizio Trapasso

7 luglio: vergogna e briciole dal governo

Simboli e disperazione dall’Aquila. Come spesso capita da alcuni mesi, L’Aquila ritorna in prima pagina nelle cronache dei giornali, e molti italiani ancora poco consapevoli iniziano a domandarsi su quale pianeta si trovi la città, fino ad oggi mediaticamente convinti di un nuovo miracolo italiano. Come fino a poco tempo fa convinti che non ci fosse alcuna crisi, salvo vederne oggi le conseguenze.

Cambiano gli argomenti, non la strategia mediatica.Colpevoli sono tanti: il governo e chi ne è a capo, la stampa servile e quella poco attenta o abituata soltanto a riportare le notizie così come sono confezionate dall’alto. Le forze di opposizione, incapaci di capire, sopraffatti dall’egemonia mediatica di Berlusconi & C. Che solo oggi vedono le giuste richieste degli aquilani, e forse solo per sfruttarli mediaticamente a loro vantaggio.

Attenti, voi tutti, siamo sempre più forti, sempre più incazzati, e sempre più consapevoli dei giochetti politici cui siete abituati. Vi guardiamo, tutti.

Simboli: una bandiera nero-verde che sventola per alcuni secondi al Senato. E’ il nostro simbolo, dell’Aquila vera, che non dimentica i morti e che guarda al futuro. Guardatelo bene, memorizzatelo, lo rivedrete e potreste iniziare a temerlo. E’ un simbolo che va oltre i partiti, oltre le ideologie, oltre lo sport. Un simbolo che ci unisce, sempre di più.

Disperazione: è quella che porta 5.000 persone dall’Aquila a Roma. Uomini, donne, ragazzi, di ogni età e ceto sociale. Ho visto aquilani che non vedevo da anni e che non immaginavo venissero mai a Roma, per ore e temperature da sfiancare il turista più allenato. Tutti per chiedere risposte concrete al governo ed al parlamento, per la Ricostruzione della città.

Vergogna: la prima risposta del governo, che a queste persone, pacifiche prima ancora che terremotati, oppone uno stato di polizia, in tenuta antisommossa, pronti a dare manganellate con estrema facilità. Cercavano lo scontro, ed in parte lo hanno ottenuto, salvo rendersi conto alla fine che avevano di fronte persone disperate e non facinorosi. Vergogna! E’ la risposta da dare al governo, a chi ha diretto le operazioni, e a quei carabinieri che non hanno esitato a colpire. Anche se con precisi ordini ricevuti, la loro reazione spropositata è direttamente proporzionale all’ignoranza su chi avessero di fronte, compresi alcuni loro colleghi.

Vergognatevi! E iniziate a domandarvi chi stavate difendendo, e da chi?

Briciole: sono le ennesime sventolate mediaticamente dal governo. Completamente sordo alle richieste degli aquilani. Ripagare le tasse in 10 anni invece che 5 non cambia niente. Le nostre richieste sono chiare, e proverò a riassumerle brevemente per chi, ancora oggi, aquilano o meno, non le conosce ancora.

1. Una legge ad hoc. In cui siano descritti i finanziamenti disponibili per la Ricostruzione, certi ed in tempi decenti. Dove li volete prendere è un compito vostro, ma se proprio non avete idea ve ne do qualcuna: evasione fiscale, Ponte sullo Stretto, tassa di scopo.
2. Sostegni all’economia ed occupazione: sulla zona franca urbana sono 15 mesi che aspettiamo e sono ancora chiacchiere e promesse. Le tasse, per le quali chiediamo gli stessi diritti di altri terremotati, servono anche a questo: rimborso del 40%, in 10 anni, dopo almeno 5 anni dalla sospensione (il resto sono briciole)
3. Snellimento delle procedure burocratiche: che stanno minando alla base la Ricostruzione. E smettetela di prenderci in giro, sappiamo benissimo che tutte le varie ordinanze, piene di contraddizioni, lacci, lacciuoli, compresa l’attuale struttura tecnica di missione, hanno l’unico obiettivo di rallentare la Ricostruzione. Voi sapete, noi sappiamo, quindi vediamo come snellirle. Anche qui, se non avete idee contattateci.

L’Aquila c’è, per il momento. E tanti aquilani continueranno a lottare per vederla Ricostruita.

Ed anche se qualcuno continuerà a dire il contrario: "Abbiamo le idee, abbiamo i progetti, abbiamo le capacità per Ricostruire la città. Dov’era, meglio di com’era, perché sulla sicurezza non accettiamo più compromessi". Chiediamo risposte serie per la Ricostruzione. Basta promesse o passerelle mediatiche.

Fonte:Agoravox


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Di Patrizio Trapasso

7 luglio: vergogna e briciole dal governo

Simboli e disperazione dall’Aquila. Come spesso capita da alcuni mesi, L’Aquila ritorna in prima pagina nelle cronache dei giornali, e molti italiani ancora poco consapevoli iniziano a domandarsi su quale pianeta si trovi la città, fino ad oggi mediaticamente convinti di un nuovo miracolo italiano. Come fino a poco tempo fa convinti che non ci fosse alcuna crisi, salvo vederne oggi le conseguenze.

Cambiano gli argomenti, non la strategia mediatica.Colpevoli sono tanti: il governo e chi ne è a capo, la stampa servile e quella poco attenta o abituata soltanto a riportare le notizie così come sono confezionate dall’alto. Le forze di opposizione, incapaci di capire, sopraffatti dall’egemonia mediatica di Berlusconi & C. Che solo oggi vedono le giuste richieste degli aquilani, e forse solo per sfruttarli mediaticamente a loro vantaggio.

Attenti, voi tutti, siamo sempre più forti, sempre più incazzati, e sempre più consapevoli dei giochetti politici cui siete abituati. Vi guardiamo, tutti.

Simboli: una bandiera nero-verde che sventola per alcuni secondi al Senato. E’ il nostro simbolo, dell’Aquila vera, che non dimentica i morti e che guarda al futuro. Guardatelo bene, memorizzatelo, lo rivedrete e potreste iniziare a temerlo. E’ un simbolo che va oltre i partiti, oltre le ideologie, oltre lo sport. Un simbolo che ci unisce, sempre di più.

Disperazione: è quella che porta 5.000 persone dall’Aquila a Roma. Uomini, donne, ragazzi, di ogni età e ceto sociale. Ho visto aquilani che non vedevo da anni e che non immaginavo venissero mai a Roma, per ore e temperature da sfiancare il turista più allenato. Tutti per chiedere risposte concrete al governo ed al parlamento, per la Ricostruzione della città.

Vergogna: la prima risposta del governo, che a queste persone, pacifiche prima ancora che terremotati, oppone uno stato di polizia, in tenuta antisommossa, pronti a dare manganellate con estrema facilità. Cercavano lo scontro, ed in parte lo hanno ottenuto, salvo rendersi conto alla fine che avevano di fronte persone disperate e non facinorosi. Vergogna! E’ la risposta da dare al governo, a chi ha diretto le operazioni, e a quei carabinieri che non hanno esitato a colpire. Anche se con precisi ordini ricevuti, la loro reazione spropositata è direttamente proporzionale all’ignoranza su chi avessero di fronte, compresi alcuni loro colleghi.

Vergognatevi! E iniziate a domandarvi chi stavate difendendo, e da chi?

Briciole: sono le ennesime sventolate mediaticamente dal governo. Completamente sordo alle richieste degli aquilani. Ripagare le tasse in 10 anni invece che 5 non cambia niente. Le nostre richieste sono chiare, e proverò a riassumerle brevemente per chi, ancora oggi, aquilano o meno, non le conosce ancora.

1. Una legge ad hoc. In cui siano descritti i finanziamenti disponibili per la Ricostruzione, certi ed in tempi decenti. Dove li volete prendere è un compito vostro, ma se proprio non avete idea ve ne do qualcuna: evasione fiscale, Ponte sullo Stretto, tassa di scopo.
2. Sostegni all’economia ed occupazione: sulla zona franca urbana sono 15 mesi che aspettiamo e sono ancora chiacchiere e promesse. Le tasse, per le quali chiediamo gli stessi diritti di altri terremotati, servono anche a questo: rimborso del 40%, in 10 anni, dopo almeno 5 anni dalla sospensione (il resto sono briciole)
3. Snellimento delle procedure burocratiche: che stanno minando alla base la Ricostruzione. E smettetela di prenderci in giro, sappiamo benissimo che tutte le varie ordinanze, piene di contraddizioni, lacci, lacciuoli, compresa l’attuale struttura tecnica di missione, hanno l’unico obiettivo di rallentare la Ricostruzione. Voi sapete, noi sappiamo, quindi vediamo come snellirle. Anche qui, se non avete idee contattateci.

L’Aquila c’è, per il momento. E tanti aquilani continueranno a lottare per vederla Ricostruita.

Ed anche se qualcuno continuerà a dire il contrario: "Abbiamo le idee, abbiamo i progetti, abbiamo le capacità per Ricostruire la città. Dov’era, meglio di com’era, perché sulla sicurezza non accettiamo più compromessi". Chiediamo risposte serie per la Ricostruzione. Basta promesse o passerelle mediatiche.

Fonte:Agoravox


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mercoledì 7 luglio 2010

Scontri al corteo dei terremotati


http://www.youtube.com/watch?v=2O54I_YHV2M



http://www.youtube.com/watch?v=SVfF_O9luVI


http://www.youtube.com/watch?v=n0BDrwaCGiI
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http://www.youtube.com/watch?v=2O54I_YHV2M



http://www.youtube.com/watch?v=SVfF_O9luVI


http://www.youtube.com/watch?v=n0BDrwaCGiI
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I terremotati aquilani manganellati per un mistero tutto italiano: Palazzo Chigi red zone.


All'arrivo dei terremotati aquilani in Piazza Venezia, giunti stamane in cinquemila a Roma per protestare contro i ritardi nella ricostruzione, la polizia sbarra tutte le vie per impedire di muoversi in corteo.
Il sindaco e la
e la deputazione aquilana contattano Palazzo Chigi per chiedergli di poter manifestare pacificamente sotto il parlamento.
Ma da ormai diversi anni hanno deciso le alte sfere del Ministero degli Interni, che in Italia è vietato tassativamente manifestare fuori Palazzo Chigi..... la sede del governo!!!!!
In tutto il mondo i raduni di protesta si svolgono fuori la Casa Bianca negli Usa, Dowing Street in Inghilterra, da noi questo è impossibile.
Ma non basta solo questo.
Non si può nemmeno passare davanti Palazzo Chigi per andare a manifestare da qualche altra parte, ad esempio il parlamento, che è in pratica il palazzo adiaciente la sede del governo.
E così non solo l'espressione del dissenso è confinata in un angolo ristretto della piazza a qualche centinaia di metri dalla camera dei deputati, ma il problema è che questa piazza è raggiungibile solo passando davanti palazzo Chigi o in alternativa girovagando per vicoli e vicoletti del centro storico di Roma.
A questo si aggiunga che l'estrema esiguità degli spazi rende impossibile lo svolgimento di più manifestazione e così, in questi periodi caldi come quello dell'approvazione della finanziaria da 24 miliardi, c'è letteralmente la fila. Oggi c'erano i disabili nella piazza e i terremotati dovevano sopraggiungere dopo!
Le cariche sono partite perchè i manifestanti si sono semplicemente rifiutati di "disperdersi", come è naturale che avvenga una volta incamminatisi all'interno di un dedalo di vicoli tortuosi, per raggiungere il luogo concordato con la polizia (dinanzi al parlamento").
Le teste rotte ai terremotati oggi, così come questo restringimento anche materialmente "fisico" dei corpi e delle voci della protesta, dimostrano non solo la debolezza del potere, la paura che una comparsa imprevista di un "attore di sfondo" (come i terremotati aquilani) possa prender parola nello scenario pubblico e demolire in pochi istanti i castelli di retorica e falsità costruiti in mesi e mesi di duro lavoro di immagine del premier Berlusconi , ma quelle teste rotte sono anche il sintomo della debolezza della democrazia nel nostro paese.


Ragazzo col volto insanguinato durante scontri
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All'arrivo dei terremotati aquilani in Piazza Venezia, giunti stamane in cinquemila a Roma per protestare contro i ritardi nella ricostruzione, la polizia sbarra tutte le vie per impedire di muoversi in corteo.
Il sindaco e la
e la deputazione aquilana contattano Palazzo Chigi per chiedergli di poter manifestare pacificamente sotto il parlamento.
Ma da ormai diversi anni hanno deciso le alte sfere del Ministero degli Interni, che in Italia è vietato tassativamente manifestare fuori Palazzo Chigi..... la sede del governo!!!!!
In tutto il mondo i raduni di protesta si svolgono fuori la Casa Bianca negli Usa, Dowing Street in Inghilterra, da noi questo è impossibile.
Ma non basta solo questo.
Non si può nemmeno passare davanti Palazzo Chigi per andare a manifestare da qualche altra parte, ad esempio il parlamento, che è in pratica il palazzo adiaciente la sede del governo.
E così non solo l'espressione del dissenso è confinata in un angolo ristretto della piazza a qualche centinaia di metri dalla camera dei deputati, ma il problema è che questa piazza è raggiungibile solo passando davanti palazzo Chigi o in alternativa girovagando per vicoli e vicoletti del centro storico di Roma.
A questo si aggiunga che l'estrema esiguità degli spazi rende impossibile lo svolgimento di più manifestazione e così, in questi periodi caldi come quello dell'approvazione della finanziaria da 24 miliardi, c'è letteralmente la fila. Oggi c'erano i disabili nella piazza e i terremotati dovevano sopraggiungere dopo!
Le cariche sono partite perchè i manifestanti si sono semplicemente rifiutati di "disperdersi", come è naturale che avvenga una volta incamminatisi all'interno di un dedalo di vicoli tortuosi, per raggiungere il luogo concordato con la polizia (dinanzi al parlamento").
Le teste rotte ai terremotati oggi, così come questo restringimento anche materialmente "fisico" dei corpi e delle voci della protesta, dimostrano non solo la debolezza del potere, la paura che una comparsa imprevista di un "attore di sfondo" (come i terremotati aquilani) possa prender parola nello scenario pubblico e demolire in pochi istanti i castelli di retorica e falsità costruiti in mesi e mesi di duro lavoro di immagine del premier Berlusconi , ma quelle teste rotte sono anche il sintomo della debolezza della democrazia nel nostro paese.


Ragazzo col volto insanguinato durante scontri

Proteste degli abruzzesi a Roma: ci sono anche i feriti


Lo stato della "democrazia" italiota...proprio oggi ricorre l'anniversario del 7 luglio 1960....poco è cambiato in 50 anni....Destra e Sinistra....??..Indicazioni stradali !!



Di Donato de Sena


“Dopo le case, abbandonati!”, gridano i manifestanti che, dopo essere entrati in contatto con le forze di polizia, sono riusciti ad ottenere il passaggio, in un primo momento negato, per via del Corso. Verso nuovi blocchi. Usati i manganelli. Due i colpiti

Ci avete scortato dall'Aquila fino a Roma e ci impedite di passare per via del Corso?“. I cittadini aquilani, alcune migliaia, che stanno manifestando a Roma in piazza Venezia riescono a superare con la forza il blocco di polizia e carabinieri che voleva impedire loro di accedere alla via che porta ai palazzi che contano.

VERSO LA CAMERA E IL SENATO – Poco fa, al grido l’Aquila, l’Aquila” i manifestanti avevano continuato a spingere per dirigersi verso via del Corso, respinti dalle forze dell’ordine. I manifestanti ora si avviano verso la sede della Camera e successivamente quella del Senato per protestare contro l’abbandono dell’Aquila dopo il terremoto e per chiedere soprattutto una legge organica per la ricostruzione, oltre alla protesta per il pagamento delle tasse che da dicembre i cittadini dovrebbero ricominciare a pagare al cento per cento.

SPUNTA IL MANGANELLO – Prima di palazzo Chigi incontreranno un nuovo blocco. E scontri. Si vede qualche manganello. Colpiti due ragazzi, uno dei due medicato – racconta Sky - in un bar della zona.

SERRANDE ABBASSATE – I leader della protesta verso la mediazione con le forze dell’ordine e prova a spiegare le proprie ragioni: “Ci hanno dato le case e poi ci hanno abbandonato“. Intanto moltinegozianti chiudono momentaneamente per proteggersi da eventuali pesanti scontri.

IN UN ANNO DA UN CAMPER – Il ragazzo ferito dice di essere stato preso a manganellate. Pare siano due i manifestanti dal volto insanguinato. “Non bastava il sangue di 300 abruzzesi. Ci voleva anche questo“, dice uno di loro. E chiede: “Qual è la mia colpa? Quella di vivere in un camper da un anno?“.

IL PROGRAMMA – Secondo i piani la protesta dovrebbe essere mossa in mattinata a Piazza Montecitorio, nel pomeriggio a Palazzo Madama. “Mancano i soldi, manca il lavoro“, fa sapere il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente. “E’ una manifestazione pacifica“, sottolineano gli aquilani.

Fonte:Giornalettismo

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Lo stato della "democrazia" italiota...proprio oggi ricorre l'anniversario del 7 luglio 1960....poco è cambiato in 50 anni....Destra e Sinistra....??..Indicazioni stradali !!



Di Donato de Sena


“Dopo le case, abbandonati!”, gridano i manifestanti che, dopo essere entrati in contatto con le forze di polizia, sono riusciti ad ottenere il passaggio, in un primo momento negato, per via del Corso. Verso nuovi blocchi. Usati i manganelli. Due i colpiti

Ci avete scortato dall'Aquila fino a Roma e ci impedite di passare per via del Corso?“. I cittadini aquilani, alcune migliaia, che stanno manifestando a Roma in piazza Venezia riescono a superare con la forza il blocco di polizia e carabinieri che voleva impedire loro di accedere alla via che porta ai palazzi che contano.

VERSO LA CAMERA E IL SENATO – Poco fa, al grido l’Aquila, l’Aquila” i manifestanti avevano continuato a spingere per dirigersi verso via del Corso, respinti dalle forze dell’ordine. I manifestanti ora si avviano verso la sede della Camera e successivamente quella del Senato per protestare contro l’abbandono dell’Aquila dopo il terremoto e per chiedere soprattutto una legge organica per la ricostruzione, oltre alla protesta per il pagamento delle tasse che da dicembre i cittadini dovrebbero ricominciare a pagare al cento per cento.

SPUNTA IL MANGANELLO – Prima di palazzo Chigi incontreranno un nuovo blocco. E scontri. Si vede qualche manganello. Colpiti due ragazzi, uno dei due medicato – racconta Sky - in un bar della zona.

SERRANDE ABBASSATE – I leader della protesta verso la mediazione con le forze dell’ordine e prova a spiegare le proprie ragioni: “Ci hanno dato le case e poi ci hanno abbandonato“. Intanto moltinegozianti chiudono momentaneamente per proteggersi da eventuali pesanti scontri.

IN UN ANNO DA UN CAMPER – Il ragazzo ferito dice di essere stato preso a manganellate. Pare siano due i manifestanti dal volto insanguinato. “Non bastava il sangue di 300 abruzzesi. Ci voleva anche questo“, dice uno di loro. E chiede: “Qual è la mia colpa? Quella di vivere in un camper da un anno?“.

IL PROGRAMMA – Secondo i piani la protesta dovrebbe essere mossa in mattinata a Piazza Montecitorio, nel pomeriggio a Palazzo Madama. “Mancano i soldi, manca il lavoro“, fa sapere il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente. “E’ una manifestazione pacifica“, sottolineano gli aquilani.

Fonte:Giornalettismo

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sabato 26 giugno 2010

Gianna Nannini "imbavagliata" a Matrix: parlava della censura dei Tg sulla protesta aquilana


http://www.youtube.com/watch?v=wir0d0p4-xE

Nello speciale di Matrix del 21 giugno 2010 che celebrava l'iniziativa "Amiche per l'Abruzzo", Gianna Nannini ha tentato di far notare l'oscuramento da parte dei media della manifestazione di protesta di ventimila aquilani e il loro urlo disperato per richiamare l'attenzione su una città in agonia che è stata sepolta dall'indifferenza mediatica, ora che non serve più a passerelle di sciacalli e spot elettorali.
Il messaggio non doveva passare e non è passato, infatti il conduttore Alessio Vinci ha prontamente imbavagliato la Nannini con la scusa di un collegamento urgente con un portavoce della Protezione Civile.
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http://www.youtube.com/watch?v=wir0d0p4-xE

Nello speciale di Matrix del 21 giugno 2010 che celebrava l'iniziativa "Amiche per l'Abruzzo", Gianna Nannini ha tentato di far notare l'oscuramento da parte dei media della manifestazione di protesta di ventimila aquilani e il loro urlo disperato per richiamare l'attenzione su una città in agonia che è stata sepolta dall'indifferenza mediatica, ora che non serve più a passerelle di sciacalli e spot elettorali.
Il messaggio non doveva passare e non è passato, infatti il conduttore Alessio Vinci ha prontamente imbavagliato la Nannini con la scusa di un collegamento urgente con un portavoce della Protezione Civile.
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giovedì 24 giugno 2010

E i giornalisti scoprirono le macerie dell’Aquila


di Giovanni Maria Bellu

Noi de l’Unità già conoscevamo quell’emozione per averla provata all’inizio di aprile quando venimmo qua, all’Aquila, con la nostra redazione-mobile, in occasione del primo anniversario del terremoto. Ieri l’hanno provata tanti altri colleghi che hanno visto per la prima volta la “zona rossa” e le sue macerie. Un’emozione rara per un giornalista: la sorpresa. Ancor più rara, e ancor più strana, se si considera che il terremoto dell’Aquila ha avuto, specie nei primi mesi, una copertura mediatica straordinaria: migliaia di articoli, centinaia di ore di televisione. Con una tale mole di informazioni chiunque, e a maggior ragione un professionista dell’informazione, avrebbe dovuto avere un’idea molto precisa dello “stato dei luoghi”. E dunque, nel visitarli, non avrebbe dovuto sorprendersi.

Magari restarne colpito, sì, perché vedere è un’altra cosa. Ma non sorprendersi. A meno di non scoprire una realtà nuova e, per alcuni suoi aspetti essenziali, sconosciuta. Il sindaco Massimo Cialente stava per avviare il tour dei giornalisti tra la macerie, quando le agenzie di stampa hanno diffuso il testo di una lettera di Guido Bertolaso il quale suggeriva ai giornalisti di non limitarsi a guardare le macerie e li esortava a soffermarsi anche sulle grandi cose che sono state già fatte. In definitiva, chiedeva ai giornalisti di fare quanto il principale telegiornale pubblico e il principale telegiornale privato (non a caso le loro telecamere ieri erano assenti) hanno fatto in questi quattordici mesi: nascondere la realtà e assecondare l’uso propagandistico del terremoto. Chissà se il sottosegretario alla protezione civile, mentre scriveva quell’incredibile appello alla stampa, era consapevole di rendere una pubblica confessione. O se invece, obnubilato egli stesso dalla disinformazione televisiva, davvero crede che le cosiddette “grandi cose” realizzate coi fiumi di denaro della gestione emergenziale possano nascondere il dramma degli aquilani: decine di migliaia di persone che cominciano seriamente a temere che la loro città sia entrata in un coma irreversibile. Destinata, come ha detto Cialente, a diventare una moderna Pompei. L’impresa della ricostruzione dell’Aquila è enorme. I costi, già altissimi, possono apparire inarrivabili in una fase di così grave crisi economica. Ma a tutto questo si aggiunge il peso dell’uso irresponsabile del terremoto.

Col presidente del Consiglio che, un anno fa, nel pieno dello scandalo delle escort, tentava di rifarsi una faccia e una credibilità guidando tra le macerie i grandi della terra. E con le sue televisioni, pubbliche e private, che oggi - smantellato il palcoscenico - nascondono la realtà e accreditano, nell’opinione pubblica nazionale l’idea che gli aquilani siano degli incontentabili e lamentosi rompiscatole. Ci vuole molta pazienza e molta saggezza per sopportare tutto questo. E anche per sopportare un governo che (altro passaggio della missiva di Bertolaso) candidamente dice che sono state le comunità locali e chiedere di avere la gestione della “ricostruzione pesante” (che poi è, semplicemente, la ricostruzione). In parole povere: l’emergenza - con adeguate risorse economiche - è stata gestita dal governo sotto i riflettori. La ricostruzione - senza risorse - spetta al comune. E i riflettori o devono restare spenti o, nel caso in cui proprio sia necessario accenderli, vanno puntati sulle “grandi cose” realizzate dal governo. Fino al punto - è quanto è successo ieri - di costringere un sindaco a improvvisarsi cicerone tra le macerie della sua città per tentare di ristabilire, almeno parzialmente, la realtà dei fatti. Ma Bertolaso sa cosa è la vergogna?

Fonte: L'Unità

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di Giovanni Maria Bellu

Noi de l’Unità già conoscevamo quell’emozione per averla provata all’inizio di aprile quando venimmo qua, all’Aquila, con la nostra redazione-mobile, in occasione del primo anniversario del terremoto. Ieri l’hanno provata tanti altri colleghi che hanno visto per la prima volta la “zona rossa” e le sue macerie. Un’emozione rara per un giornalista: la sorpresa. Ancor più rara, e ancor più strana, se si considera che il terremoto dell’Aquila ha avuto, specie nei primi mesi, una copertura mediatica straordinaria: migliaia di articoli, centinaia di ore di televisione. Con una tale mole di informazioni chiunque, e a maggior ragione un professionista dell’informazione, avrebbe dovuto avere un’idea molto precisa dello “stato dei luoghi”. E dunque, nel visitarli, non avrebbe dovuto sorprendersi.

Magari restarne colpito, sì, perché vedere è un’altra cosa. Ma non sorprendersi. A meno di non scoprire una realtà nuova e, per alcuni suoi aspetti essenziali, sconosciuta. Il sindaco Massimo Cialente stava per avviare il tour dei giornalisti tra la macerie, quando le agenzie di stampa hanno diffuso il testo di una lettera di Guido Bertolaso il quale suggeriva ai giornalisti di non limitarsi a guardare le macerie e li esortava a soffermarsi anche sulle grandi cose che sono state già fatte. In definitiva, chiedeva ai giornalisti di fare quanto il principale telegiornale pubblico e il principale telegiornale privato (non a caso le loro telecamere ieri erano assenti) hanno fatto in questi quattordici mesi: nascondere la realtà e assecondare l’uso propagandistico del terremoto. Chissà se il sottosegretario alla protezione civile, mentre scriveva quell’incredibile appello alla stampa, era consapevole di rendere una pubblica confessione. O se invece, obnubilato egli stesso dalla disinformazione televisiva, davvero crede che le cosiddette “grandi cose” realizzate coi fiumi di denaro della gestione emergenziale possano nascondere il dramma degli aquilani: decine di migliaia di persone che cominciano seriamente a temere che la loro città sia entrata in un coma irreversibile. Destinata, come ha detto Cialente, a diventare una moderna Pompei. L’impresa della ricostruzione dell’Aquila è enorme. I costi, già altissimi, possono apparire inarrivabili in una fase di così grave crisi economica. Ma a tutto questo si aggiunge il peso dell’uso irresponsabile del terremoto.

Col presidente del Consiglio che, un anno fa, nel pieno dello scandalo delle escort, tentava di rifarsi una faccia e una credibilità guidando tra le macerie i grandi della terra. E con le sue televisioni, pubbliche e private, che oggi - smantellato il palcoscenico - nascondono la realtà e accreditano, nell’opinione pubblica nazionale l’idea che gli aquilani siano degli incontentabili e lamentosi rompiscatole. Ci vuole molta pazienza e molta saggezza per sopportare tutto questo. E anche per sopportare un governo che (altro passaggio della missiva di Bertolaso) candidamente dice che sono state le comunità locali e chiedere di avere la gestione della “ricostruzione pesante” (che poi è, semplicemente, la ricostruzione). In parole povere: l’emergenza - con adeguate risorse economiche - è stata gestita dal governo sotto i riflettori. La ricostruzione - senza risorse - spetta al comune. E i riflettori o devono restare spenti o, nel caso in cui proprio sia necessario accenderli, vanno puntati sulle “grandi cose” realizzate dal governo. Fino al punto - è quanto è successo ieri - di costringere un sindaco a improvvisarsi cicerone tra le macerie della sua città per tentare di ristabilire, almeno parzialmente, la realtà dei fatti. Ma Bertolaso sa cosa è la vergogna?

Fonte: L'Unità

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mercoledì 23 giugno 2010

I big dei giornali all'Aquila "I riflettori non si spegneranno" Contestati Tg1, Tg2 e Mediaset

Direttori e vicedirettori di testate nazionali e locali tra le macerie della città devastata. Gli aquilani: "Continuate a raccontare il nostro dramma". Slogan contro il Tg1, Tg2 e reti Mediaset, assenti all'iniziativa del sindaco Cialente

di Enrico Nardecchia



L'AQUILA. "La città non deve essere abbandonata". Bianca Berlinguer (Tg3), Corradino Mineo (Rainews24), Gregorio Botta (la Repubblica), Giovanni Maria Bellu (L'Unità), Luigi Vicinanza (il Centro), Paolo Corallo (Ansa), Alessandro Barbano (Il Messaggero). Direttori e vicedirettori di testate nazionali e locali visitano il centro storico della città devastata. Quattordici mesi dopo il terremoto operai ancora al lavoro sui puntellamenti, ma macerie ferme al palo dopo i crolli del sisma.

Ai Quattro Cantoni contestazione da parte di un gruppo di cittadini all'indirizzo del Tg1, Tg2 e reti Mediaset, accusate di aver oscurato il corteo dei 20mila per l'Sos per L'Aquila. I cittadini hanno chiesto ai giornalisti di continuare a raccontare la realtà di una ricostruzione che non parte e alle istituzioni di accelerare le procedure per rientrare nelle abitazioni e per progettare la ricostruzione del centro storico. Il sindaco Massimo Cialente scorta le troupe nelle principali strade della zona rossa.

La delegazione ha raggiunto anche la cattedrale di San Massimo, ancora piena di macerie. Poi un passaggio in piazza della Prefettura, piazza San Pietro, piazza dei Gesuiti. I big dei giornali hanno anche risposto all'invito del capo della Protezione civlie Guido Bertolaso, che li ha invitati a "non visitare solo il centro storico, ma anche le opere fatte", e hanno vistato l'insediaento del progetto C.A.S.E. di Sant'Antonio.

Insieme alla delegazione un folto gruppo di cittadini accompagna i giornalisti e ciascuno sollecita un interessamento per i temi che stanno più a cuore alla gente: tasse, ricostruzione e sostegno alle attività economiche paralizzate dal terremoto.

I direttori assicurano che i riflettori non si spegneranno.

Fonte: http://ilcentro.gelocal.it/pescara/cronaca/2010/06/22/news/i-big-dei-giornali-all-aquila-i-riflettori-non-si-spegneranno-contestati-tg1-tg2-e-mediaset-2109166
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Direttori e vicedirettori di testate nazionali e locali tra le macerie della città devastata. Gli aquilani: "Continuate a raccontare il nostro dramma". Slogan contro il Tg1, Tg2 e reti Mediaset, assenti all'iniziativa del sindaco Cialente

di Enrico Nardecchia



L'AQUILA. "La città non deve essere abbandonata". Bianca Berlinguer (Tg3), Corradino Mineo (Rainews24), Gregorio Botta (la Repubblica), Giovanni Maria Bellu (L'Unità), Luigi Vicinanza (il Centro), Paolo Corallo (Ansa), Alessandro Barbano (Il Messaggero). Direttori e vicedirettori di testate nazionali e locali visitano il centro storico della città devastata. Quattordici mesi dopo il terremoto operai ancora al lavoro sui puntellamenti, ma macerie ferme al palo dopo i crolli del sisma.

Ai Quattro Cantoni contestazione da parte di un gruppo di cittadini all'indirizzo del Tg1, Tg2 e reti Mediaset, accusate di aver oscurato il corteo dei 20mila per l'Sos per L'Aquila. I cittadini hanno chiesto ai giornalisti di continuare a raccontare la realtà di una ricostruzione che non parte e alle istituzioni di accelerare le procedure per rientrare nelle abitazioni e per progettare la ricostruzione del centro storico. Il sindaco Massimo Cialente scorta le troupe nelle principali strade della zona rossa.

La delegazione ha raggiunto anche la cattedrale di San Massimo, ancora piena di macerie. Poi un passaggio in piazza della Prefettura, piazza San Pietro, piazza dei Gesuiti. I big dei giornali hanno anche risposto all'invito del capo della Protezione civlie Guido Bertolaso, che li ha invitati a "non visitare solo il centro storico, ma anche le opere fatte", e hanno vistato l'insediaento del progetto C.A.S.E. di Sant'Antonio.

Insieme alla delegazione un folto gruppo di cittadini accompagna i giornalisti e ciascuno sollecita un interessamento per i temi che stanno più a cuore alla gente: tasse, ricostruzione e sostegno alle attività economiche paralizzate dal terremoto.

I direttori assicurano che i riflettori non si spegneranno.

Fonte: http://ilcentro.gelocal.it/pescara/cronaca/2010/06/22/news/i-big-dei-giornali-all-aquila-i-riflettori-non-si-spegneranno-contestati-tg1-tg2-e-mediaset-2109166
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mercoledì 7 aprile 2010

L’Aquila un anno dopo: macerie e autocelebrazione del governo



Di Stefano Spillare

I morti accertati furono più di 308, i feriti oltre 1500, decine di migliaia gli sfollati. A L’Aquila ci sono ancora 2455 persone negli alberghi, 622 negli appartamenti realizzati per il G8 nella caserma della Guardia di Finanza a Coppito e altri 146 accolti nella caserma Campomizzi. La “zona rossa“, quella più vecchia, il cuore pulsante e storico della città, è ancora off-limits, rapporti parentali, di amicizia, di vicinato, distrutti assieme alle abitazioni. I morti si piangono nella solitudine e le patologie legate all’ansia, alla disperazione, alla depressione, sono in deciso aumento.

Una tragedia nella tragedia che si potrebbe alleviare dando libero sfogo alle forme di auto-organizzazione della popolazione che con cariole e buona volontà si sono recentemente riversate nella zona rossa sfidando i divieti e vedendosi, di contro, nuovamente sfollati dalla digos perché accusati di voler fare propaganda elettorale nel periodo di silenzio pre-elettorale.

Il governo, forte della sua immagine di “risolutore”, ha monopolizzato l’intervento di riscostruzione. Una mossa, questa sì, propagandistica che poteva soddisfare le esigenze immediate di una popolazione disperata, ma che adesso, ad un anno di distanza e dopo molti scandali soffocati e molto, troppo, ancora da realizzare, rischia di divenire motivo di frustrazione per gli aquilani.

All’inizio dell’estate scorsa si sono infatti aperti i cantieri delle 19 new town volute dal governo, unità abitative del tutto nuove destinate a diventare case permanenti di coloro che hanno perso tutto. Costruite però su terreni agricoli distanti chilometri dall’abitato dell’Aquila, si sono trasformate purtroppo anche in vicoli ciechi per i tentativi di ricostruire la socialità che prima del sisma rendeva la città un luogo dell’abitare, non solo dello stare.

Come messo in luce dal noto architetto bolognese Pier Luigi Cervellati in una recente conferenza, il concetto di new town, come esprime la dicitura anglofona, nasce in Inghilterra, a Londra, all’interno di una concettualità completamente diversa dall’emergenza: si trattava di fasce abitative pensate fuori dal centro storico della città e separate da esso da ampio spazio verde, un modo per progettare lo sviluppo della metropoli verso la periferia e senza che questo intaccasse l’architettura e la vita urbana metropolitana ma anzi pensandone lo sviluppo intelligente oltre la città stessa.

Quello che è avvenuto a L’Aquila, invece, nella fretta che dominava l’emergenza, non ha nulla a che vedere con l’intelligente pianificazione della vita associativa ma solo, si teme, con la propaganda governativa, costata, tra l’altro, uno straordinario spreco (spesso a vantaggio di “sciacalli” senza scrupoli, come testimoniato dalle intercettazioni dello scandalo della Protezione Civile) sulla pelle di migliaia di persone lasciate sulla costa spesso a oltre 100 km di distanza dalla città o costretti ad arrangiarsi con i 200 euro del contributo di autonoma sistemazione, mentre la ricostruzione, quella vera, delle case rese inagibili dal sisma resta ferma (a marzo sono solo due i cantieri per le case gravemente danneggiate).

Ma, con l’occasione del triste anniversario, soprattutto in televisione, torna l’autocelebrazione del decisionismo e della politica del “fare”. Sul come “fare” o si è fatto, poco si dice e mal volentieri si parla. Di domande scomode, da parte di giornalisti preoccupati di tenersi saldo il prezioso posto di lavoro, in Rai come in Mediaset, neppure l’ombra.

Solo la doverosa inchiesta della Procura dell’Aquila per mancato allarme, omicidio colposo e lesioni gravi, costringe a portare a galla verità scomode, quando addirittura non emergano precise responsabilità, come quelle della Protezione Civile, nella figura del super protetto responsabile Guido Bertolaso, che di fronte al fatto scientificamente dimostrabile che non si potesse escludere una scossa di intensità superiore dopo i “preavvisi” che la terra già dava nei giorni precedenti, preferì tranquillizzare la popolazione invece di informarla sui pericoli e mettere in atto, eventualmente, le misure preventive del caso, come il consiglio di dormire vicino alle uscite di casa o prevedere assistenza per quanti avrebbero preferito trascorrere in auto la notte.

Fonte:confrontolibero.info

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Di Stefano Spillare

I morti accertati furono più di 308, i feriti oltre 1500, decine di migliaia gli sfollati. A L’Aquila ci sono ancora 2455 persone negli alberghi, 622 negli appartamenti realizzati per il G8 nella caserma della Guardia di Finanza a Coppito e altri 146 accolti nella caserma Campomizzi. La “zona rossa“, quella più vecchia, il cuore pulsante e storico della città, è ancora off-limits, rapporti parentali, di amicizia, di vicinato, distrutti assieme alle abitazioni. I morti si piangono nella solitudine e le patologie legate all’ansia, alla disperazione, alla depressione, sono in deciso aumento.

Una tragedia nella tragedia che si potrebbe alleviare dando libero sfogo alle forme di auto-organizzazione della popolazione che con cariole e buona volontà si sono recentemente riversate nella zona rossa sfidando i divieti e vedendosi, di contro, nuovamente sfollati dalla digos perché accusati di voler fare propaganda elettorale nel periodo di silenzio pre-elettorale.

Il governo, forte della sua immagine di “risolutore”, ha monopolizzato l’intervento di riscostruzione. Una mossa, questa sì, propagandistica che poteva soddisfare le esigenze immediate di una popolazione disperata, ma che adesso, ad un anno di distanza e dopo molti scandali soffocati e molto, troppo, ancora da realizzare, rischia di divenire motivo di frustrazione per gli aquilani.

All’inizio dell’estate scorsa si sono infatti aperti i cantieri delle 19 new town volute dal governo, unità abitative del tutto nuove destinate a diventare case permanenti di coloro che hanno perso tutto. Costruite però su terreni agricoli distanti chilometri dall’abitato dell’Aquila, si sono trasformate purtroppo anche in vicoli ciechi per i tentativi di ricostruire la socialità che prima del sisma rendeva la città un luogo dell’abitare, non solo dello stare.

Come messo in luce dal noto architetto bolognese Pier Luigi Cervellati in una recente conferenza, il concetto di new town, come esprime la dicitura anglofona, nasce in Inghilterra, a Londra, all’interno di una concettualità completamente diversa dall’emergenza: si trattava di fasce abitative pensate fuori dal centro storico della città e separate da esso da ampio spazio verde, un modo per progettare lo sviluppo della metropoli verso la periferia e senza che questo intaccasse l’architettura e la vita urbana metropolitana ma anzi pensandone lo sviluppo intelligente oltre la città stessa.

Quello che è avvenuto a L’Aquila, invece, nella fretta che dominava l’emergenza, non ha nulla a che vedere con l’intelligente pianificazione della vita associativa ma solo, si teme, con la propaganda governativa, costata, tra l’altro, uno straordinario spreco (spesso a vantaggio di “sciacalli” senza scrupoli, come testimoniato dalle intercettazioni dello scandalo della Protezione Civile) sulla pelle di migliaia di persone lasciate sulla costa spesso a oltre 100 km di distanza dalla città o costretti ad arrangiarsi con i 200 euro del contributo di autonoma sistemazione, mentre la ricostruzione, quella vera, delle case rese inagibili dal sisma resta ferma (a marzo sono solo due i cantieri per le case gravemente danneggiate).

Ma, con l’occasione del triste anniversario, soprattutto in televisione, torna l’autocelebrazione del decisionismo e della politica del “fare”. Sul come “fare” o si è fatto, poco si dice e mal volentieri si parla. Di domande scomode, da parte di giornalisti preoccupati di tenersi saldo il prezioso posto di lavoro, in Rai come in Mediaset, neppure l’ombra.

Solo la doverosa inchiesta della Procura dell’Aquila per mancato allarme, omicidio colposo e lesioni gravi, costringe a portare a galla verità scomode, quando addirittura non emergano precise responsabilità, come quelle della Protezione Civile, nella figura del super protetto responsabile Guido Bertolaso, che di fronte al fatto scientificamente dimostrabile che non si potesse escludere una scossa di intensità superiore dopo i “preavvisi” che la terra già dava nei giorni precedenti, preferì tranquillizzare la popolazione invece di informarla sui pericoli e mettere in atto, eventualmente, le misure preventive del caso, come il consiglio di dormire vicino alle uscite di casa o prevedere assistenza per quanti avrebbero preferito trascorrere in auto la notte.

Fonte:confrontolibero.info

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domenica 14 marzo 2010

Giampaolo Giuliani aveva ragione: l'INGV scopre il radon!



http://www.youtube.com/watch?v=H_GPtv7ikDc
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http://www.youtube.com/watch?v=H_GPtv7ikDc

martedì 16 febbraio 2010

L’Aquila è nostra

14 Febbraio 2010. Gli aquilani si riappropriano di un piccolo pezzo di centro storico dell’Aquila, ancora quasi totalmente zona rossa, forzando un posto di blocco militare per rivendicare la loro voglia di vivere e ricostruire quegli spazi di città che hanno avuto per più di 700 anni un significato sociale forte ed indelebile.

Di Luca Cococcetta

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14 Febbraio 2010. Gli aquilani si riappropriano di un piccolo pezzo di centro storico dell’Aquila, ancora quasi totalmente zona rossa, forzando un posto di blocco militare per rivendicare la loro voglia di vivere e ricostruire quegli spazi di città che hanno avuto per più di 700 anni un significato sociale forte ed indelebile.

Di Luca Cococcetta

venerdì 23 ottobre 2009

Abruzzo: le case nuove una “bufala”. Le vecchie tornano agibili

Case distrutte dopo il terremoto Case distrutte dopo il terremoto

Da E a A. Un cambio di vocale che, per centinaia di cittadini abruzzesi, può significare la differenza tra l’inverno sotto un tetto riscaldato o l’inverno al gelo delle tende, o peggio, nelle case a rischio. La linea sottile che divide il danno dalla beffa.

La consegna delle abitazioni, in Abruzzo, quelle che gli aquilani chiamano – potenza della televisione – «le case di », procedono tra lentezze e polemiche. E, soprattutto, imprevedibili ripensamenti. Al centro delle discussioni c’è l’attribuzione del livello di danneggiamento delle abitazioni: dopo il terremoto del 6 aprile, infatti, sono stati eseguiti tutti i rilievi del caso e ad ogni casa è stato dato un codice, tra A (agibile) e E (condizioni disastrose). Codice decisivo per la priorità nell’assegnazione delle nuove case.

Solo che, dopo qualche mese, secondo la denuncia di alcuni cittadini abruzzesi riportata dal quotidiano La Repubblica, i codici hanno iniziato a cambiare senza che, nel frattempo, siano state effettuate nuove verifiche di agibilità.

Con il risultato che chi avuto una casa nuova, il “regalo di ” rischia di doverlo restituire e tornarsene per strada, perché di ritornare nelle case che giudicano pericolose, gli abruzzesi non ne vogliono sentir parlare.

Fa riflettere, però, l’ennesimo “miracolo italiano”: le case che tornano agibili da sole, senza che siano stati effettuati i lavori previsti. Una signora che vive in uno degli appartamenti a classe di rischio modificata racconta a Repubblica: «Dopo il terremoto, come tutti gli altri abbiamo cercato un rifugio. Quasi tutti in tenda, io mi sono arrangiata comprando un camper, per ospitare mia madre che è malata. Il 20 aprile, due settimane dopo il terremoto, è stata fatta una verifica. Nel nostro palazzo e in quello di fianco, dalle prove risulta che il calcestruzzo risulta scadente».

Quindi le pratiche e l’assegnazione della nuova casa: «Mi chiedono di tutto: noi in famiglia siamo in 6, chi lavora deve presentare la busta paga, la mamma invalida deve presentare i certificati. Tutto in regola. Il 9 ottobre firmo il contratto di comodato d’uso gratuito e il giorno dopo entro. Una grande gioia». Destinata, però, a durare poco: « Poi le prime voci. A una signora del palazzo 12-13, classificato E, che aveva chiesto la “casa ” rispondono che non è possibile accontentarla perché la sua casa adesso è A. La conferma ufficiale è arrivata ieri. Nel sito del Comune il nostro palazzo adesso è A, mentre quello a fianco – nella verifica del 20 aprile si diceva che era messo male come il nostro – resta E. Ma anche quegli inquilini tremano, perché hanno paura che un altro “miracolo” renda agibili anche i loro appartamenti provocando lo sfratto dalle nuove case».

luiss_econdo

FONTI INFORMATIVE Repubblica

Fonte: Blog Ambientalista

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Case distrutte dopo il terremoto Case distrutte dopo il terremoto

Da E a A. Un cambio di vocale che, per centinaia di cittadini abruzzesi, può significare la differenza tra l’inverno sotto un tetto riscaldato o l’inverno al gelo delle tende, o peggio, nelle case a rischio. La linea sottile che divide il danno dalla beffa.

La consegna delle abitazioni, in Abruzzo, quelle che gli aquilani chiamano – potenza della televisione – «le case di », procedono tra lentezze e polemiche. E, soprattutto, imprevedibili ripensamenti. Al centro delle discussioni c’è l’attribuzione del livello di danneggiamento delle abitazioni: dopo il terremoto del 6 aprile, infatti, sono stati eseguiti tutti i rilievi del caso e ad ogni casa è stato dato un codice, tra A (agibile) e E (condizioni disastrose). Codice decisivo per la priorità nell’assegnazione delle nuove case.

Solo che, dopo qualche mese, secondo la denuncia di alcuni cittadini abruzzesi riportata dal quotidiano La Repubblica, i codici hanno iniziato a cambiare senza che, nel frattempo, siano state effettuate nuove verifiche di agibilità.

Con il risultato che chi avuto una casa nuova, il “regalo di ” rischia di doverlo restituire e tornarsene per strada, perché di ritornare nelle case che giudicano pericolose, gli abruzzesi non ne vogliono sentir parlare.

Fa riflettere, però, l’ennesimo “miracolo italiano”: le case che tornano agibili da sole, senza che siano stati effettuati i lavori previsti. Una signora che vive in uno degli appartamenti a classe di rischio modificata racconta a Repubblica: «Dopo il terremoto, come tutti gli altri abbiamo cercato un rifugio. Quasi tutti in tenda, io mi sono arrangiata comprando un camper, per ospitare mia madre che è malata. Il 20 aprile, due settimane dopo il terremoto, è stata fatta una verifica. Nel nostro palazzo e in quello di fianco, dalle prove risulta che il calcestruzzo risulta scadente».

Quindi le pratiche e l’assegnazione della nuova casa: «Mi chiedono di tutto: noi in famiglia siamo in 6, chi lavora deve presentare la busta paga, la mamma invalida deve presentare i certificati. Tutto in regola. Il 9 ottobre firmo il contratto di comodato d’uso gratuito e il giorno dopo entro. Una grande gioia». Destinata, però, a durare poco: « Poi le prime voci. A una signora del palazzo 12-13, classificato E, che aveva chiesto la “casa ” rispondono che non è possibile accontentarla perché la sua casa adesso è A. La conferma ufficiale è arrivata ieri. Nel sito del Comune il nostro palazzo adesso è A, mentre quello a fianco – nella verifica del 20 aprile si diceva che era messo male come il nostro – resta E. Ma anche quegli inquilini tremano, perché hanno paura che un altro “miracolo” renda agibili anche i loro appartamenti provocando lo sfratto dalle nuove case».

luiss_econdo

FONTI INFORMATIVE Repubblica

Fonte: Blog Ambientalista

venerdì 16 ottobre 2009

Gelo nelle tendopoli, in 6mila ancora al freddo



L'Aquila. Sui monti dell'Aquila la prima neve. E' gelo nelle tendopoli: in 6 mila sfollati ancora al freddo nei campi. Aspettando le case. Servizio di Serena Giannico Abruzzolive.tv http://www.c6.tv/archivio?task=view&a...
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L'Aquila. Sui monti dell'Aquila la prima neve. E' gelo nelle tendopoli: in 6 mila sfollati ancora al freddo nei campi. Aspettando le case. Servizio di Serena Giannico Abruzzolive.tv http://www.c6.tv/archivio?task=view&a...

mercoledì 14 ottobre 2009

Terremoto, seimila sfollati al freddo nelle tende: appello Protezione civile




Il sindaco dell'Aquila: la situazione è drammatica
Bufera di vento e neve a Campo Imperatore



L'AQUILA (13 ottobre) - L'arrivo improvviso del maltempo con pioggia e vento, ma soprattutto con temperature molto pungenti ha fatto scattare l'allarme per la condizione degli sfollati, circa seimila, che vivono ancora nelle circa 2000 tende, sistemate in 60 aree di accoglienza. Dopo la durissima notte appena trascorsa, la protezione civile nazionale sta studiando misure per accelerare il piano di chiusura, ma nell'immediato rimette in campo la campagna di sensibilizzazione rivolgendo un appello ad accettare una sistemazione provvisoria in albergo alle persone a cui è stata già assegnato un alloggio antisismico prefabbricato.

«Ci auguriamo che le persone comprendano che sta arrivando l'inverno - spiega il dirigente della protezione civile nazionale Fabrizio Curcio -. Invitiamo chi oggi ha una casa assegnata e sa quindi che nel giro di qualche settimana sarà in un alloggio, ad accettare di trasferirsi per qualche tempo in albergo anche non proprio prossimo all'Aquila. Così si eviterebbero disagi e problemi». Curcio formula questa istanza «per scongiurare il pericolo che poi con l'arrivo di temperature ancora più fredde sarebbe difficile gestire un esodo di massa all'improvviso». «Capisco che ci può essere l'orgoglio di rimanere fino alla fine nella tende - continua il dirigente della protezione civile -. Ma siccome stiamo assegnando le case nei tempi previsti, chiediamo un pò di pazienza in questa fase accettando l'offerta di sistemazione momentanea».

In un primo momento, il piano di chiusura delle 171 tendopoli si sarebbe dovuto concretizzare entro fine settembre, anche se poi il tutto è slittato per la paura scattata per la forte scossa di qualche settimana fa e per la richiesta di sindaci e cittadini di rimanere in tenda per andare direttamente nelle casette antisismiche ed evitare il passaggio intermedio in albergo. Da maggio ad oggi - secondo quanto riferito dalla protezione civile - sono state circa 110 le aree di accoglienza chiuse.

Protesta dei genitori della scuola di Pianola. Un folto gruppo di genitori della scuola elementare di Pianola ha protestato duramente stamani per il fatto che i lori figli sono costretti a fare lezione «sotto le tende con una due cappotti addosso con una temperatura di soli cinque gradi». Nelle tende della scuola elementare, situate nella tendopoli della frazione del comune dell'Aquila, ci sono cinque classi per circa 80 bambini.

I genitori puntano il dito contro la mancata attivazione dei moduli abitativi provvisori, anche queste nelle vicinanze della tendopoli. «Prima ci avevano detto che i Map sarebbero entrati in funzione oggi - protesta il gruppo di genitori che chiede di mantenere l'anonimato -, poi, ci hanno annunciato che ci vogliono tre o quattro giorni. Ma lì c'è ancora un cantiere. La nostra vita è un caos ed i bimbi sono costretti ad andare a scuola in condizioni scandalose». Il gruppo di genitori ha anche sottolineato di aver «protestato con gli insegnanti che comunque non hanno colpe e telefonato al circolo didattico dove alle 8 e un quarto non c'era nessuno, infatti rispondeva il fax».

Drammatica. Così il sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente, ha definito l'attuale situazione dei terremotati all'Aquila. «È una situazione drammatica -ha detto Cialente- stiamo cercando di convincere chi ancora si trova nelle tendopoli a lasciare, appunto, le tende ma per ragioni di organizzazione familiare e soprattutto di lavoro le persone, che da sei mesi si trovano in queste condizioni, non vogliono andare via». «Ore le temperature si sono abbassate notevolmente, è arrivato l'inverno, fa freddo e le montagne si sono innevate -ha continuato il sindaco- queste persone vogliono la certezza di una casa. Prima di lasciare la tenda queste persone vogliono l'assicurazione di poter poi avere una casa ed io spero di potergliela dare entro Natale».

Bufera di vento e neve a Campo Imperatore (L'Aquila) a circa 2.200 metri di altitudine sul Gran Sasso. In nottata la temperatura è stata di -5 gradi; alle 12 era di -3. Una decina i centimetri di neve. La strada statale per raggiungere Campo Imperatore è aperta ma sono in azione mezzi spazzaneve e spargisale. Neve, in Abruzzo, anche sui monti della Laga, sulla Maiella e sul Velino-Sirente.

Fonte:
Il Messaggero
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Il sindaco dell'Aquila: la situazione è drammatica
Bufera di vento e neve a Campo Imperatore



L'AQUILA (13 ottobre) - L'arrivo improvviso del maltempo con pioggia e vento, ma soprattutto con temperature molto pungenti ha fatto scattare l'allarme per la condizione degli sfollati, circa seimila, che vivono ancora nelle circa 2000 tende, sistemate in 60 aree di accoglienza. Dopo la durissima notte appena trascorsa, la protezione civile nazionale sta studiando misure per accelerare il piano di chiusura, ma nell'immediato rimette in campo la campagna di sensibilizzazione rivolgendo un appello ad accettare una sistemazione provvisoria in albergo alle persone a cui è stata già assegnato un alloggio antisismico prefabbricato.

«Ci auguriamo che le persone comprendano che sta arrivando l'inverno - spiega il dirigente della protezione civile nazionale Fabrizio Curcio -. Invitiamo chi oggi ha una casa assegnata e sa quindi che nel giro di qualche settimana sarà in un alloggio, ad accettare di trasferirsi per qualche tempo in albergo anche non proprio prossimo all'Aquila. Così si eviterebbero disagi e problemi». Curcio formula questa istanza «per scongiurare il pericolo che poi con l'arrivo di temperature ancora più fredde sarebbe difficile gestire un esodo di massa all'improvviso». «Capisco che ci può essere l'orgoglio di rimanere fino alla fine nella tende - continua il dirigente della protezione civile -. Ma siccome stiamo assegnando le case nei tempi previsti, chiediamo un pò di pazienza in questa fase accettando l'offerta di sistemazione momentanea».

In un primo momento, il piano di chiusura delle 171 tendopoli si sarebbe dovuto concretizzare entro fine settembre, anche se poi il tutto è slittato per la paura scattata per la forte scossa di qualche settimana fa e per la richiesta di sindaci e cittadini di rimanere in tenda per andare direttamente nelle casette antisismiche ed evitare il passaggio intermedio in albergo. Da maggio ad oggi - secondo quanto riferito dalla protezione civile - sono state circa 110 le aree di accoglienza chiuse.

Protesta dei genitori della scuola di Pianola. Un folto gruppo di genitori della scuola elementare di Pianola ha protestato duramente stamani per il fatto che i lori figli sono costretti a fare lezione «sotto le tende con una due cappotti addosso con una temperatura di soli cinque gradi». Nelle tende della scuola elementare, situate nella tendopoli della frazione del comune dell'Aquila, ci sono cinque classi per circa 80 bambini.

I genitori puntano il dito contro la mancata attivazione dei moduli abitativi provvisori, anche queste nelle vicinanze della tendopoli. «Prima ci avevano detto che i Map sarebbero entrati in funzione oggi - protesta il gruppo di genitori che chiede di mantenere l'anonimato -, poi, ci hanno annunciato che ci vogliono tre o quattro giorni. Ma lì c'è ancora un cantiere. La nostra vita è un caos ed i bimbi sono costretti ad andare a scuola in condizioni scandalose». Il gruppo di genitori ha anche sottolineato di aver «protestato con gli insegnanti che comunque non hanno colpe e telefonato al circolo didattico dove alle 8 e un quarto non c'era nessuno, infatti rispondeva il fax».

Drammatica. Così il sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente, ha definito l'attuale situazione dei terremotati all'Aquila. «È una situazione drammatica -ha detto Cialente- stiamo cercando di convincere chi ancora si trova nelle tendopoli a lasciare, appunto, le tende ma per ragioni di organizzazione familiare e soprattutto di lavoro le persone, che da sei mesi si trovano in queste condizioni, non vogliono andare via». «Ore le temperature si sono abbassate notevolmente, è arrivato l'inverno, fa freddo e le montagne si sono innevate -ha continuato il sindaco- queste persone vogliono la certezza di una casa. Prima di lasciare la tenda queste persone vogliono l'assicurazione di poter poi avere una casa ed io spero di potergliela dare entro Natale».

Bufera di vento e neve a Campo Imperatore (L'Aquila) a circa 2.200 metri di altitudine sul Gran Sasso. In nottata la temperatura è stata di -5 gradi; alle 12 era di -3. Una decina i centimetri di neve. La strada statale per raggiungere Campo Imperatore è aperta ma sono in azione mezzi spazzaneve e spargisale. Neve, in Abruzzo, anche sui monti della Laga, sulla Maiella e sul Velino-Sirente.

Fonte:
Il Messaggero

venerdì 9 ottobre 2009

A chi rimane in tendopoli portano via i bagni chimici



Di Jenner Meletti

L'AQUILA - "Il 30 settembre tutte le tendopoli saranno chiuse". Questa la promessa del premier Berlusconi all'inizio del mese scorso. Purtroppo (per chi abita ancora sotto le tende blu) la promessa non è stata mantenuta. All'Aquila ci sono ancora 73 tendopoli (all'inizio erano 171) con 7.270 sfollati. Le case antisismiche e gli altri alloggi non bastano e così altri 15.704 terremotati sono ancora negli alberghi della costa e della montagna. "Ma adesso la Protezione civile ha una gran fretta: oggi abbiamo dovuto chiamare i carabinieri per impedire che ci portassero via i gabinetti". La denuncia arriva da Amelia, la zia di Cristina e Fabiana, ancora accampata a Poggio di Roio. "Quando abbiamo visto il camioncino che portava via i bagni, ci siamo messi in mezzo alla strada. Non possono toglierci tutto, senza trovarci una collocazione".

Cristina, con le figlie Asia e Cristal e il marito Diego, ha lasciato la tendopoli di piazza d'Armi già da un mese. Anche i genitori, Rita e Claudio, hanno lasciato la tenda blu per trovare - come la figlia e la sua famiglia - ospitalità in un albergo. "Noi ci siamo arrabbiati - racconta la zia Amelia - perché quando abbiamo chiesto di potere restare in tenda altre due settimane tutti ci hanno rassicurato: "Nessuno vi manderà via, avrete un aiuto fino a quando non avrete trovato un'altra sistemazione". Le due settimane non sono state chieste a caso. Io e il mio compagno abbiamo comprato un container che ci verrà consegnato lunedì. Ci servirà ancora qualche giorno per ottenere l'allacciamento alla corrente elettrica, senza la quale non si può pensare di passare l'inverno. In questa tendopoli eravamo in trecento e siamo rimasti in cinquanta. Quasi tutti sono messi come noi. Hanno bisogno di qualche giorno per trovare un riparo in una casetta, in un container, presso un amico... La nostra è sempre stata una tendopoli molto attiva. Non siamo rimasti qua sei mesi con le mani in mano. Abbiamo organizzato i turni per apparecchiare e sparecchiare in mensa, per pulire le stoviglie, per pulire i gabinetti. Il 30 settembre non siamo andati via perché ci hanno proposto di andare troppo lontano. Noi all'Aquila lavoriamo, abbiamo un figlio che va a scuola. Tanti altri escono al mattino per andare a lavorare, chi ancora un lavoro ce l'ha. E allora ci siamo dati da fare con il container. Nuovo, costerebbe quasi 30 mila euro. Ma noi l'abbiamo comprato usato, a 9.000 euro, facendo un mutuo in banca. In attesa che sia sistemato, vogliamo restare qui".

E invece ieri mattina è arrivato il camioncino per caricare i bagni chimici. "Già nei giorni ne avevamo visti alcuni legati, altri li stavano smontando. Stamattina abbiamo detto basta. Non siamo animali costretti a fare tutto dove capita, abbiamo gridato al capo campo. Almeno le toilette dovete lasciarle. E abbiamo chiamato i carabinieri. Con il loro intervento le acque si sono calmate. I bagni, per ora, sono al loro posto. Ma la vogliano capire, quelli che gestiscono ciò che resta della tendopoli, che noi non siamo parassiti? Potevamo accettare di andare a farci servire a tavola negli hotel della costa e invece siamo rimasti sempre qui. Ormai, per l'opinione pubblica italiana, noi nemmeno esistiamo. Ci ha telefonato un amico di Roma, ci ha fatto i complimenti perché all'Aquila tutto è stato risolto. Aveva visto facce contente in televisione, con le inaugurazioni delle case, le tv, i frigoriferi pieni... Due settimane, abbiamo chiesto, e dobbiamo lottare per ottenerle. Comprando il container, potremo chiedere il contributo per "autonoma sistemazione". Si tratta di 200 euro a persona, e noi siamo in tre: fanno 600 euro al mese. Una famiglia come la nostra, in albergo, costerebbe 4.500 euro al mese. E vengono a portarci via i gabinetti chimici, dicono che sono a noleggio (80 euro al giorno, ndr) e che costano troppo. Perché debbono risparmiare sulla nostra pelle?".

Fonte:
La Repubblica 8 ottobre 2009
.
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Di Jenner Meletti

L'AQUILA - "Il 30 settembre tutte le tendopoli saranno chiuse". Questa la promessa del premier Berlusconi all'inizio del mese scorso. Purtroppo (per chi abita ancora sotto le tende blu) la promessa non è stata mantenuta. All'Aquila ci sono ancora 73 tendopoli (all'inizio erano 171) con 7.270 sfollati. Le case antisismiche e gli altri alloggi non bastano e così altri 15.704 terremotati sono ancora negli alberghi della costa e della montagna. "Ma adesso la Protezione civile ha una gran fretta: oggi abbiamo dovuto chiamare i carabinieri per impedire che ci portassero via i gabinetti". La denuncia arriva da Amelia, la zia di Cristina e Fabiana, ancora accampata a Poggio di Roio. "Quando abbiamo visto il camioncino che portava via i bagni, ci siamo messi in mezzo alla strada. Non possono toglierci tutto, senza trovarci una collocazione".

Cristina, con le figlie Asia e Cristal e il marito Diego, ha lasciato la tendopoli di piazza d'Armi già da un mese. Anche i genitori, Rita e Claudio, hanno lasciato la tenda blu per trovare - come la figlia e la sua famiglia - ospitalità in un albergo. "Noi ci siamo arrabbiati - racconta la zia Amelia - perché quando abbiamo chiesto di potere restare in tenda altre due settimane tutti ci hanno rassicurato: "Nessuno vi manderà via, avrete un aiuto fino a quando non avrete trovato un'altra sistemazione". Le due settimane non sono state chieste a caso. Io e il mio compagno abbiamo comprato un container che ci verrà consegnato lunedì. Ci servirà ancora qualche giorno per ottenere l'allacciamento alla corrente elettrica, senza la quale non si può pensare di passare l'inverno. In questa tendopoli eravamo in trecento e siamo rimasti in cinquanta. Quasi tutti sono messi come noi. Hanno bisogno di qualche giorno per trovare un riparo in una casetta, in un container, presso un amico... La nostra è sempre stata una tendopoli molto attiva. Non siamo rimasti qua sei mesi con le mani in mano. Abbiamo organizzato i turni per apparecchiare e sparecchiare in mensa, per pulire le stoviglie, per pulire i gabinetti. Il 30 settembre non siamo andati via perché ci hanno proposto di andare troppo lontano. Noi all'Aquila lavoriamo, abbiamo un figlio che va a scuola. Tanti altri escono al mattino per andare a lavorare, chi ancora un lavoro ce l'ha. E allora ci siamo dati da fare con il container. Nuovo, costerebbe quasi 30 mila euro. Ma noi l'abbiamo comprato usato, a 9.000 euro, facendo un mutuo in banca. In attesa che sia sistemato, vogliamo restare qui".

E invece ieri mattina è arrivato il camioncino per caricare i bagni chimici. "Già nei giorni ne avevamo visti alcuni legati, altri li stavano smontando. Stamattina abbiamo detto basta. Non siamo animali costretti a fare tutto dove capita, abbiamo gridato al capo campo. Almeno le toilette dovete lasciarle. E abbiamo chiamato i carabinieri. Con il loro intervento le acque si sono calmate. I bagni, per ora, sono al loro posto. Ma la vogliano capire, quelli che gestiscono ciò che resta della tendopoli, che noi non siamo parassiti? Potevamo accettare di andare a farci servire a tavola negli hotel della costa e invece siamo rimasti sempre qui. Ormai, per l'opinione pubblica italiana, noi nemmeno esistiamo. Ci ha telefonato un amico di Roma, ci ha fatto i complimenti perché all'Aquila tutto è stato risolto. Aveva visto facce contente in televisione, con le inaugurazioni delle case, le tv, i frigoriferi pieni... Due settimane, abbiamo chiesto, e dobbiamo lottare per ottenerle. Comprando il container, potremo chiedere il contributo per "autonoma sistemazione". Si tratta di 200 euro a persona, e noi siamo in tre: fanno 600 euro al mese. Una famiglia come la nostra, in albergo, costerebbe 4.500 euro al mese. E vengono a portarci via i gabinetti chimici, dicono che sono a noleggio (80 euro al giorno, ndr) e che costano troppo. Perché debbono risparmiare sulla nostra pelle?".

Fonte:
La Repubblica 8 ottobre 2009
.

venerdì 18 settembre 2009

Miracoli e Terremoti



Di Antonello Caporale

E’ un vero miracolo di efficienza quello dell’Aquila? Non sono possibili paragoni
al mondo? Si sono abbattuti i costi e i tempi di reinsediamento? E’ stata messa a frutto tutta l’esperienza accumulata in Italia nella gestione della fase della prima e della seconda emergenza?
Sono domande utili a farsi.
I dati storici e le comparazioni con gli altri eventi ci aiuteranno a stabilire
la misura e la qualità della fatica realizzata.

Un avvertimento è d’obbligo: la comparazione è naturalmente limitata alla fase attuale dell’emergenza abruzzese. In Abruzzo la ricostruzione in cemento armato non è ancora iniziata; in Irpinia e in Molise non è invece mai finita producendo uno scandaloso spreco che “Repubblica”, negli anni, non ha mai smesso di denunciare.
Quindi ci fermiamo ad oggi. E puntiamo i fari unicamente sull’emergenza.

L’emergenza ha due fasi. Una prima, nelle ore immediatamente successive al sisma, e una seconda. Nella prima sono generalmente da considerarsi gli alloggiamenti in tende. Nella seconda la predisposizione di sistemi abitativi provvisori. I cosiddetti moduli. Essi possono avere due caratteristiche: essere del tipo “leggero” (containers e roulottes) e “pesanti” (casette in legno o in prefabbricato composto). I tempi di realizzazione di questi secondi, nella media nazionale stilata secondo i dati storici (terremoti del Friuli, di Campania e Basilicata, Umbria e Marche e infine Molise), sono di 211 giorni. Una media appunto: dalle prime consegne (in 62 giorni a San Giuliano di Puglia, alle ultime, con il completamento di tutto il piano di reinsediamento abitativo (360 giorni in Irpinia). Nel mezzo la progressiva e graduale sistemazione.

Se dunque volessivo davvero stilare una classifica delle prime case assegnate (m.a.p., moduli abitativi provvisori) con caratteristiche e in numero simili a quelli celebrati ad Onna, dovremmo segnalare questo ordine d’arrivo:
1) Molise (San Giuliano di Puglia), 30 moduli a 82 giorni dal sisma
2) Umbria, 30 moduli a 98 giorni dal sisma
3) Irpinia, 30 moduli a 105 giorni dal sisma
4) Abruzzo, 30 moduli a 116 giorni dal sisma


In effetti le prime case consegnate a L’Aquila datano invece 2 luglio, realizzate dalla provincia di Trento a Coppito e destinate al personale della Guardia di Finanza. I primi senzatetto ad essere ospitati abitano invece a San Demetrio e le hanno ricevute il 21 agosto. In estate infatti sono stati consegnati trenta moduli (21 a San Demetrio e 9 in località Stiffe).

Ritorniamo per un momento alla prima emergenza. Quel che segue è un raffronto tra il punto più alto dell’efficienza organizzativa (l’Abruzzo) e il punto più basso (l’Irpinia).

A L’Aquila sono state assistite circa 73mila persone nella settimana successiva al terremoto tra alberghi e tendopoli allestite. In quelle ore i temporaneamente sfollati (che hanno ricevuto solo cibo e cure) ammontano a più di centomila.

29 anni fa in Irpinia (l’area, ad esclusione del Friuli, più lontana da Roma, 340 chilometri dall’epicentro contro i 119 dell’Aquila) ma molto più grave per entità del danno e ampiezza geografica furono assistite 300mila persone circa. Duecentomila persone in tendopoli, ottantamila persone in roulotte, 20.900 persone in 451 alberghi. I temporaneamente sfollati (assistiti con cibo e cure sanitarie) ammontavano a circa 500mila. (Pubblicazione 18 marzo 1981, depositata alla Camera dei deputati).

I tempi di allestimento. 90 mila persone hanno trovato riparo in tendopoli entro sette giorni dal sisma (30 novembre-1 dicembre 1980). Altre 50mila entro 15 giorni dal sisma (5-8 dicembre 1980). Il resto della popolazione entro il 15 dicembre 1980.

I costi di reinsediamento.

A L’Aquila si è deciso di saltare un passaggio che, nei precedenti storici, era ritenuto essenziale: la costituzione nella prima emergenza di roulottopoli e moduli abitativi in containers. La scelta ha avuto perciò un costo umano (la vita in tenda è durissima) ed economico.
L’assistenza completa per le persone ospitate soltanto in tendopoli è costata in sei mesi 114 milioni di euro. A ciò si devono aggiungere i costi in alberghi e in private abitazioni per il resto della popolazione. Proprio in questi giorni la Protezione civile sta rinegoziando con gli albergatori il prezzo del soggiorno (all inclusive) pro-capite: 50 euro a persona. Se questa cifra è esatta, per una famiglia di quattro persone si spendono circa 6mila euro al mese.

Il governo ha accettato questi costi e ha impegnato circa 700 milioni di euro per la realizzazione delle C.a.s.e., abitazioni tecnologicamente avanzate ed ecocompatibili. Il loro completamento, previsto per fine dicembre 2009, permetterà di accogliere circa 4500 famiglie. Il costo a metro quadrato dell’abitazione (sono inclusi i costi di urbanizzazione primaria e secondaria) è di 2400 euro. Si deve ritenere che l’abitazione, sebbene durevole, sia comunque provvisoria perché gli assegnatari sono titolari di un distinto contributo per la ricostruzione in cemento della propria casa distrutta.
Sono circa tredicimila le famiglie ad oggi senzatetto. E molte di esse dunque devono essere ancora per molto tempo assistite altrove.

In Irpinia, quindi nel luogo dove più bassa è stata la capacità organizzativa e realizzativa, il piano di reinsediamento aggiornato al 30 giugno 1981 – in tempi dunque analoghi a quelli previsti per L’Aquila – prevedeva la installazione di 13.500 prefabbricati pesanti (simili a quelli consegnati a Onna e che oggi vengono chiamate case) nei 36 comuni del cratere e altri 10mila nei 76 comuni dell’area extraepicentrale. Il costo al metro quadro attualizzato (al netto però delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria che incidono per il 20-30 per cento) è di mille euro.

Al 15 novembre 1981, circa un anno dopo il sisma, il piano di reinsediamento, in ritardo sul cronoprogramma di circa 45 giorni, furono completati e consegnati, su 25586 prefabbricati, 18462 alloggi monoblocco con finanziamenti pubblici. A cui si aggiunsero 2248 prefabbricati donati.
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Di Antonello Caporale

E’ un vero miracolo di efficienza quello dell’Aquila? Non sono possibili paragoni
al mondo? Si sono abbattuti i costi e i tempi di reinsediamento? E’ stata messa a frutto tutta l’esperienza accumulata in Italia nella gestione della fase della prima e della seconda emergenza?
Sono domande utili a farsi.
I dati storici e le comparazioni con gli altri eventi ci aiuteranno a stabilire
la misura e la qualità della fatica realizzata.

Un avvertimento è d’obbligo: la comparazione è naturalmente limitata alla fase attuale dell’emergenza abruzzese. In Abruzzo la ricostruzione in cemento armato non è ancora iniziata; in Irpinia e in Molise non è invece mai finita producendo uno scandaloso spreco che “Repubblica”, negli anni, non ha mai smesso di denunciare.
Quindi ci fermiamo ad oggi. E puntiamo i fari unicamente sull’emergenza.

L’emergenza ha due fasi. Una prima, nelle ore immediatamente successive al sisma, e una seconda. Nella prima sono generalmente da considerarsi gli alloggiamenti in tende. Nella seconda la predisposizione di sistemi abitativi provvisori. I cosiddetti moduli. Essi possono avere due caratteristiche: essere del tipo “leggero” (containers e roulottes) e “pesanti” (casette in legno o in prefabbricato composto). I tempi di realizzazione di questi secondi, nella media nazionale stilata secondo i dati storici (terremoti del Friuli, di Campania e Basilicata, Umbria e Marche e infine Molise), sono di 211 giorni. Una media appunto: dalle prime consegne (in 62 giorni a San Giuliano di Puglia, alle ultime, con il completamento di tutto il piano di reinsediamento abitativo (360 giorni in Irpinia). Nel mezzo la progressiva e graduale sistemazione.

Se dunque volessivo davvero stilare una classifica delle prime case assegnate (m.a.p., moduli abitativi provvisori) con caratteristiche e in numero simili a quelli celebrati ad Onna, dovremmo segnalare questo ordine d’arrivo:
1) Molise (San Giuliano di Puglia), 30 moduli a 82 giorni dal sisma
2) Umbria, 30 moduli a 98 giorni dal sisma
3) Irpinia, 30 moduli a 105 giorni dal sisma
4) Abruzzo, 30 moduli a 116 giorni dal sisma


In effetti le prime case consegnate a L’Aquila datano invece 2 luglio, realizzate dalla provincia di Trento a Coppito e destinate al personale della Guardia di Finanza. I primi senzatetto ad essere ospitati abitano invece a San Demetrio e le hanno ricevute il 21 agosto. In estate infatti sono stati consegnati trenta moduli (21 a San Demetrio e 9 in località Stiffe).

Ritorniamo per un momento alla prima emergenza. Quel che segue è un raffronto tra il punto più alto dell’efficienza organizzativa (l’Abruzzo) e il punto più basso (l’Irpinia).

A L’Aquila sono state assistite circa 73mila persone nella settimana successiva al terremoto tra alberghi e tendopoli allestite. In quelle ore i temporaneamente sfollati (che hanno ricevuto solo cibo e cure) ammontano a più di centomila.

29 anni fa in Irpinia (l’area, ad esclusione del Friuli, più lontana da Roma, 340 chilometri dall’epicentro contro i 119 dell’Aquila) ma molto più grave per entità del danno e ampiezza geografica furono assistite 300mila persone circa. Duecentomila persone in tendopoli, ottantamila persone in roulotte, 20.900 persone in 451 alberghi. I temporaneamente sfollati (assistiti con cibo e cure sanitarie) ammontavano a circa 500mila. (Pubblicazione 18 marzo 1981, depositata alla Camera dei deputati).

I tempi di allestimento. 90 mila persone hanno trovato riparo in tendopoli entro sette giorni dal sisma (30 novembre-1 dicembre 1980). Altre 50mila entro 15 giorni dal sisma (5-8 dicembre 1980). Il resto della popolazione entro il 15 dicembre 1980.

I costi di reinsediamento.

A L’Aquila si è deciso di saltare un passaggio che, nei precedenti storici, era ritenuto essenziale: la costituzione nella prima emergenza di roulottopoli e moduli abitativi in containers. La scelta ha avuto perciò un costo umano (la vita in tenda è durissima) ed economico.
L’assistenza completa per le persone ospitate soltanto in tendopoli è costata in sei mesi 114 milioni di euro. A ciò si devono aggiungere i costi in alberghi e in private abitazioni per il resto della popolazione. Proprio in questi giorni la Protezione civile sta rinegoziando con gli albergatori il prezzo del soggiorno (all inclusive) pro-capite: 50 euro a persona. Se questa cifra è esatta, per una famiglia di quattro persone si spendono circa 6mila euro al mese.

Il governo ha accettato questi costi e ha impegnato circa 700 milioni di euro per la realizzazione delle C.a.s.e., abitazioni tecnologicamente avanzate ed ecocompatibili. Il loro completamento, previsto per fine dicembre 2009, permetterà di accogliere circa 4500 famiglie. Il costo a metro quadrato dell’abitazione (sono inclusi i costi di urbanizzazione primaria e secondaria) è di 2400 euro. Si deve ritenere che l’abitazione, sebbene durevole, sia comunque provvisoria perché gli assegnatari sono titolari di un distinto contributo per la ricostruzione in cemento della propria casa distrutta.
Sono circa tredicimila le famiglie ad oggi senzatetto. E molte di esse dunque devono essere ancora per molto tempo assistite altrove.

In Irpinia, quindi nel luogo dove più bassa è stata la capacità organizzativa e realizzativa, il piano di reinsediamento aggiornato al 30 giugno 1981 – in tempi dunque analoghi a quelli previsti per L’Aquila – prevedeva la installazione di 13.500 prefabbricati pesanti (simili a quelli consegnati a Onna e che oggi vengono chiamate case) nei 36 comuni del cratere e altri 10mila nei 76 comuni dell’area extraepicentrale. Il costo al metro quadro attualizzato (al netto però delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria che incidono per il 20-30 per cento) è di mille euro.

Al 15 novembre 1981, circa un anno dopo il sisma, il piano di reinsediamento, in ritardo sul cronoprogramma di circa 45 giorni, furono completati e consegnati, su 25586 prefabbricati, 18462 alloggi monoblocco con finanziamenti pubblici. A cui si aggiunsero 2248 prefabbricati donati.

mercoledì 16 settembre 2009

Quello che la tv di Berlusconi non vi dirà mai.. L'Aquila, 15 settembre '09

L'associazione no profit PRIMIT (programma per la riforma monetaria italiana): http://www.primit.it/l'articolo di sandro pascucci "come ricostruire LAquila, a costo zero": http://www.signoraggio.com/signoraggi...dove informarsi: http://www.signoraggio.com/il nostro forum nuovo nuovo: http://forum.primit.it/

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L'associazione no profit PRIMIT (programma per la riforma monetaria italiana): http://www.primit.it/l'articolo di sandro pascucci "come ricostruire LAquila, a costo zero": http://www.signoraggio.com/signoraggi...dove informarsi: http://www.signoraggio.com/il nostro forum nuovo nuovo: http://forum.primit.it/

Terremoto, all'epoca dell'Irpinia le case furono consegnate prima



Di Antonello Caporale



"Non credo che siano possibili paragoni al mondo". Così Guido Bertolaso ieri al Tg1 delle otto. Tempi da record, meraviglia mondiale per le casette di Onna, i prefabbricati in legno costruiti dalla Provincia di Trento.
15 settembre 2009. 162 giorni trascorsi dal sisma 47 casette in legno tipo chalet consegnate. Circa 200 persone ricoverate.

25 aprile 1981. 122 giorni trascorsi dal sisma, 150 casette in legno tipo chalet (Rubner costruzioni) consegnate a Laviano, Salerno. 450 persone ricoverate.
Un paragone, almeno uno è dunque possibile. E trent'anni fa non esisteva nemmeno la Protezione civile, non esistevano strade decenti, erano crollati i ponti. Per raggiungere l'Irpinia si impiegarono giorni. Il coordinamento dei soccorsi fu affidato, diciamo cosi, al radiogiornale della Rai. Chi poteva telefonava e dava le indicazioni, urlava il luogo del disastro.

Si ascoltava la radio per capire dove ci fosse bisogno. "A Balvano, a Balvano! La chiesa è crollata, 80 fedeli sepolti, urlò il conduttore". L'autocolonna prese la direzione di Balvano, ma si scordò di Baragiano, di Ricigliano. Da lì (altri trenta seppelliti) nessuno aveva chiamato...

Solo i morti di Laviano (300 su 1500 abitanti) sono stati pari a quelli sofferti in tutto il territorio abruzzese. E, per dire del tempo e dell'organizzazione, a Laviano riuscirono a consegnare dopo quasi una settimana tutte le bare occorrenti, e le ultime furono ammassate ai lati di due tornanti di montagna. A dirigere le operazioni di soccorso da Roma fu incaricato Giuseppe Zamberletti. Da solo, quasi a mani nude.

"Eppure al mio paese le prime case in legno arrivarono già a febbraio, una ventina di alloggi con tutti i servizi - ricorda il sindaco Rocco Falivena - A marzo la metà della popolazione era al caldo, negli stessi chalet che sono sorti ad Onna. Per dire: alcuni di questi ora, anno 2009, li abbiamo trasformati in albergo. A maggio dell'81 tutti gli sfollati, nessono escluso, riuscirono ad avere il salottino, la camera da letto riscaldata, il piccolo patio con giardino. In tutta franchezza quella di Onna mi sembra una zingarata".

Per capirci. Trent'anni fa ci furono quasi tremila morti, trecentomila senzatetto e un'Italia divisa in due. Alcuni villaggi furono raggiunti e assistiti dai militari ai primi di dicembre dell'80 (il sisma ci fu il 23 novembre), gli ultimi morti furono seppelliti dopo 21 giorni. Malgrado tutto, il sistema di prefabbricazione pesante fu realizzato in trecento comuni e in tempi che, l'avesse saputo, Bertolaso avrebbe definito incredibili, stratosferici, supercosmici.



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Di Antonello Caporale



"Non credo che siano possibili paragoni al mondo". Così Guido Bertolaso ieri al Tg1 delle otto. Tempi da record, meraviglia mondiale per le casette di Onna, i prefabbricati in legno costruiti dalla Provincia di Trento.
15 settembre 2009. 162 giorni trascorsi dal sisma 47 casette in legno tipo chalet consegnate. Circa 200 persone ricoverate.

25 aprile 1981. 122 giorni trascorsi dal sisma, 150 casette in legno tipo chalet (Rubner costruzioni) consegnate a Laviano, Salerno. 450 persone ricoverate.
Un paragone, almeno uno è dunque possibile. E trent'anni fa non esisteva nemmeno la Protezione civile, non esistevano strade decenti, erano crollati i ponti. Per raggiungere l'Irpinia si impiegarono giorni. Il coordinamento dei soccorsi fu affidato, diciamo cosi, al radiogiornale della Rai. Chi poteva telefonava e dava le indicazioni, urlava il luogo del disastro.

Si ascoltava la radio per capire dove ci fosse bisogno. "A Balvano, a Balvano! La chiesa è crollata, 80 fedeli sepolti, urlò il conduttore". L'autocolonna prese la direzione di Balvano, ma si scordò di Baragiano, di Ricigliano. Da lì (altri trenta seppelliti) nessuno aveva chiamato...

Solo i morti di Laviano (300 su 1500 abitanti) sono stati pari a quelli sofferti in tutto il territorio abruzzese. E, per dire del tempo e dell'organizzazione, a Laviano riuscirono a consegnare dopo quasi una settimana tutte le bare occorrenti, e le ultime furono ammassate ai lati di due tornanti di montagna. A dirigere le operazioni di soccorso da Roma fu incaricato Giuseppe Zamberletti. Da solo, quasi a mani nude.

"Eppure al mio paese le prime case in legno arrivarono già a febbraio, una ventina di alloggi con tutti i servizi - ricorda il sindaco Rocco Falivena - A marzo la metà della popolazione era al caldo, negli stessi chalet che sono sorti ad Onna. Per dire: alcuni di questi ora, anno 2009, li abbiamo trasformati in albergo. A maggio dell'81 tutti gli sfollati, nessono escluso, riuscirono ad avere il salottino, la camera da letto riscaldata, il piccolo patio con giardino. In tutta franchezza quella di Onna mi sembra una zingarata".

Per capirci. Trent'anni fa ci furono quasi tremila morti, trecentomila senzatetto e un'Italia divisa in due. Alcuni villaggi furono raggiunti e assistiti dai militari ai primi di dicembre dell'80 (il sisma ci fu il 23 novembre), gli ultimi morti furono seppelliti dopo 21 giorni. Malgrado tutto, il sistema di prefabbricazione pesante fu realizzato in trecento comuni e in tempi che, l'avesse saputo, Bertolaso avrebbe definito incredibili, stratosferici, supercosmici.



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martedì 15 settembre 2009

IL GRANDE BLUFF DI BERLUSCONI E VESPA


E' vero, domani il governo "consegnerà" le case ai terremotati. Le consegnerà in diretta tv, solennemente, nel Vespasiano più famoso d'Italia -"Porta a Porta"- dove andrà in scena, per l'occasione, il solito bluff di Berlusconi che, così, potrà dire di aver mantenuto l'ennesimo impegno. Un grande bluff appunto, poiché, come tutti sanno e soprattutto gli aquilani, Berlusconi consegnerà case - quelle di Onna, unico comune che ha ottenuto una deroga al piano c.a.s.e. tanto sbandierato dal governo - che in realtà sono state donate dalla Provincia di Trento. Case non sue (del governo) insomma. Come non sua (del governo) è la scuola costruita con la sottoscrizione di "Porta a Porta" (che guarda caso verrà inaugurata domani) su cui si spargeranno fiumi di retorica. E come non sue (del governo) sono i prefabbricati di San Demetrio nei Vestini consegnati il 22 agosto e donati dal Trentino. Da notare che il 22 agosto, a San Demetrio nei Vestini, non era presente nessun membro del governo ma soltanto un esponente della Protezione Civile, Bernardo De Bernardinis. Sì, perché il 22 agosto gli italiani sono al mare e il ritorno mediatico della messinscena sarebbe stato minimo rispetto al gran fragore che gli effetti speciali sapranno garantire domani, su Rai1, a settembre inoltrato. Certo, tutto questo ha un costo e lascia tanti cadaveri lungo la strada. Come quello di Ballarò, sacrificato sull'altare della grande mistificazione, di un'operazione pianificata già all'indomani del G8 e in ogni minimo dettaglio dalle teste d'uovo di Publitalia e da Antonio Marano, vicedirettore generale, secondo cui lo spottone di domani serve a "valorizzare un momento importante per il Paese".
Che poi Floris non sia d'accordo e che consideri la cancellazione di "Ballarò "un atto immotivato" poco importa. E non importano nemmeno le rimostranze di Ruffini, direttore di RaiTre: "Mi spiace per la Rai non essere stato ascoltato". E mentre per il 19 settembre, la Federazione nazionale della Stampa, convoca tutti a Roma per manifestare a difesa della libertà di stampa, ossia dell'articolo 21 della Costituzione; e mentre piovono adesioni - oltre 300.000- a sostegno della petizione di Repubblica; e mentre la stampa internazionale denuncia giorno dopo giorno la condizione di asfissia che vive la democrazia in Italia, Berlusconi e Vespa domani daranno vita al loro gioco più sporco e pericoloso. Già, perché i rischi ci sono e gli italiani potrebbero accorgersi del grande bluff, del tentativo di giocare sulla pelle degli aquilani e, perdipiù, oltraggiando la memoria delle vittime del terremoto. Ma come si dice: lo spettacolo deve continuare.


Fonte:San Precario - 14 settembre 2009
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E' vero, domani il governo "consegnerà" le case ai terremotati. Le consegnerà in diretta tv, solennemente, nel Vespasiano più famoso d'Italia -"Porta a Porta"- dove andrà in scena, per l'occasione, il solito bluff di Berlusconi che, così, potrà dire di aver mantenuto l'ennesimo impegno. Un grande bluff appunto, poiché, come tutti sanno e soprattutto gli aquilani, Berlusconi consegnerà case - quelle di Onna, unico comune che ha ottenuto una deroga al piano c.a.s.e. tanto sbandierato dal governo - che in realtà sono state donate dalla Provincia di Trento. Case non sue (del governo) insomma. Come non sua (del governo) è la scuola costruita con la sottoscrizione di "Porta a Porta" (che guarda caso verrà inaugurata domani) su cui si spargeranno fiumi di retorica. E come non sue (del governo) sono i prefabbricati di San Demetrio nei Vestini consegnati il 22 agosto e donati dal Trentino. Da notare che il 22 agosto, a San Demetrio nei Vestini, non era presente nessun membro del governo ma soltanto un esponente della Protezione Civile, Bernardo De Bernardinis. Sì, perché il 22 agosto gli italiani sono al mare e il ritorno mediatico della messinscena sarebbe stato minimo rispetto al gran fragore che gli effetti speciali sapranno garantire domani, su Rai1, a settembre inoltrato. Certo, tutto questo ha un costo e lascia tanti cadaveri lungo la strada. Come quello di Ballarò, sacrificato sull'altare della grande mistificazione, di un'operazione pianificata già all'indomani del G8 e in ogni minimo dettaglio dalle teste d'uovo di Publitalia e da Antonio Marano, vicedirettore generale, secondo cui lo spottone di domani serve a "valorizzare un momento importante per il Paese".
Che poi Floris non sia d'accordo e che consideri la cancellazione di "Ballarò "un atto immotivato" poco importa. E non importano nemmeno le rimostranze di Ruffini, direttore di RaiTre: "Mi spiace per la Rai non essere stato ascoltato". E mentre per il 19 settembre, la Federazione nazionale della Stampa, convoca tutti a Roma per manifestare a difesa della libertà di stampa, ossia dell'articolo 21 della Costituzione; e mentre piovono adesioni - oltre 300.000- a sostegno della petizione di Repubblica; e mentre la stampa internazionale denuncia giorno dopo giorno la condizione di asfissia che vive la democrazia in Italia, Berlusconi e Vespa domani daranno vita al loro gioco più sporco e pericoloso. Già, perché i rischi ci sono e gli italiani potrebbero accorgersi del grande bluff, del tentativo di giocare sulla pelle degli aquilani e, perdipiù, oltraggiando la memoria delle vittime del terremoto. Ma come si dice: lo spettacolo deve continuare.


Fonte:San Precario - 14 settembre 2009

 
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