martedì 15 settembre 2009

Presa Diretta di Riccardo Iacona:"Terremoto" (1/12)



Terremoto
In onda domenica 13 settembre 2009 alle 21.00

Come mai allAquila si è costruito un quartiere intero con trentamila abitanti su una faglia attiva? Perché tutti gli studi di vulnerabilità sismica degli edifici pubblici, scuole comprese, non sono mai stati presi in considerazione dagli amministratori locali? E infine come è stato possibile che dopo 4 mesi di scosse continue, sempre più frequenti, sempre più forti non si è fatto nulla per allertare la popolazione?

Quante vite umane, quanti feriti e quante distruzioni in meno avremmo avuto se solo si fosse dato retta a quegli studi e alle grida di allarme dei geologi delluniversità dellAquila.

In questa puntata: Riccardo Iacona ha ripercorso il rapporto Barberi del 2001 sullo stato di vulnerabilità degli edifici pubblici: i danni erano stati tutti previsti.

Lisa Iotti è andata nel quartiere dellAquila costruito nei decenni passati ignorando le perizie dei geologi e ha raccolto le voci dei parenti dei ragazzi morti alla casa dello studente dellAquila.

Domenico Iannacone in Calabria ha verificato il rispetto delle norme anti-sismiche per le nuove costruzioni.

GUARDA L'INTERA INCHIESTA
.

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Terremoto
In onda domenica 13 settembre 2009 alle 21.00

Come mai allAquila si è costruito un quartiere intero con trentamila abitanti su una faglia attiva? Perché tutti gli studi di vulnerabilità sismica degli edifici pubblici, scuole comprese, non sono mai stati presi in considerazione dagli amministratori locali? E infine come è stato possibile che dopo 4 mesi di scosse continue, sempre più frequenti, sempre più forti non si è fatto nulla per allertare la popolazione?

Quante vite umane, quanti feriti e quante distruzioni in meno avremmo avuto se solo si fosse dato retta a quegli studi e alle grida di allarme dei geologi delluniversità dellAquila.

In questa puntata: Riccardo Iacona ha ripercorso il rapporto Barberi del 2001 sullo stato di vulnerabilità degli edifici pubblici: i danni erano stati tutti previsti.

Lisa Iotti è andata nel quartiere dellAquila costruito nei decenni passati ignorando le perizie dei geologi e ha raccolto le voci dei parenti dei ragazzi morti alla casa dello studente dellAquila.

Domenico Iannacone in Calabria ha verificato il rispetto delle norme anti-sismiche per le nuove costruzioni.

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mercoledì 9 settembre 2009

Abruzzo, non c'è pace tra i terremotati. Si smontano le tende ma senza alternative pronte


Non c'è pace per gli sfollati colpiti dal terremoto abruzzese, almeno a giudicare da quanto sta avvenendo nelle tendopoli che progressivamente nei prossimi giorni dovranno chiudere. Numerosi, infatti, i malumori degli sfollati, le paure, le voci che si susseguono da tenda a tenda.

«La Protezione civile è partita con il piede sbagliato - racconta Luca, uno sfollato della tendopoli di San Sisto - perchè l'idea di tirare su le tendopoli non solo si è dimostrata essere stata una scelta molto costosa ma soprattutto inutile perchè adesso ci ritrovaniamo di nuovo con la gente negli alberghi o nella Scuola della Guardia di Finanza, senza quell'autonomia che forse si sarebbe potuta avere se si fossero messe a disposizone altri ricoveri». Lo sfollato ha poi puntato il dito contro le mancate requisizioni degli alloggi non occupati, gli affitti arrivati alle stelle con i proprietari che non ne vogliono sapere di aderire alla convenzione con la Protezione civile ma anche sul problema ancora irrisolto su quale fine faranno i single o le coppie.

«Abbiamo saputo - ha continuato Luca - che è prevista la realizzazione di altri venti blocchi, in ognuna delle quali si calcola si possano costruire 500 bilocali che dovrebbero ospitare un migliaio di persone per una spesa di 40 milioni. Le nuove costruzioni, se si faranno, si aggiungono a quelle che sono in corso di edificazione in 19 siti della città con le quali si vuole dare un tetto a 15mila persone ripartite in 4500 alloggi. Tutto perfetto - ha concluso lo sfollato - tutto sicuro ed efficace, ma non ancora pronto, allora perchè cominciare a smantellare le tendopoli se le case non sono ancora pronte?

Non sarà uno smantellamento drastico certo ma per delle persone che hanno sofferto già abbastanza rappresenta un altro colpo duro da mandar giù, quello di essere portati via da quelle tende che la gente cominciava già a chiamare casa». Intanto è iniziato
da ieri l'esodo dalla tendopoli di Piazza d'Armi (la più grande presente all'Aquila) e già circa 100 sfollati hanno preso possesso negli alloggi della Scuola della Guardia di Finanza di Coppito, altri invece hanno fatto ingresso in diversi alberghi della città, alla fine di una giornata in cui non sono mancati soprattutto i disappunti di coloro che sono stati costretti ad andare in alberghi ubicati nella provincia.

Pochi invece i soddisfatti della scelta della Protezione civile, di coloro che hanno abbandonato le tende per trovare riparo alla Scuola delle Fiamme gialle in cui saranno ospitati 400 sfollati della tendopoli di Piazza D'Armi. Da segnalare, infine, che nella scuola della Finanza - dove sono stati ospitati i Grandi del G8 - si sta allestendo uno spazio per gli animali visto che oltre ai cani, talvolta anche di grandi dimensioni, le gente si è portata dietro anche gatti e uccelli di ogni tipo: dai pappagalli ai canarini.

Fonte:
L'Unità
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Non c'è pace per gli sfollati colpiti dal terremoto abruzzese, almeno a giudicare da quanto sta avvenendo nelle tendopoli che progressivamente nei prossimi giorni dovranno chiudere. Numerosi, infatti, i malumori degli sfollati, le paure, le voci che si susseguono da tenda a tenda.

«La Protezione civile è partita con il piede sbagliato - racconta Luca, uno sfollato della tendopoli di San Sisto - perchè l'idea di tirare su le tendopoli non solo si è dimostrata essere stata una scelta molto costosa ma soprattutto inutile perchè adesso ci ritrovaniamo di nuovo con la gente negli alberghi o nella Scuola della Guardia di Finanza, senza quell'autonomia che forse si sarebbe potuta avere se si fossero messe a disposizone altri ricoveri». Lo sfollato ha poi puntato il dito contro le mancate requisizioni degli alloggi non occupati, gli affitti arrivati alle stelle con i proprietari che non ne vogliono sapere di aderire alla convenzione con la Protezione civile ma anche sul problema ancora irrisolto su quale fine faranno i single o le coppie.

«Abbiamo saputo - ha continuato Luca - che è prevista la realizzazione di altri venti blocchi, in ognuna delle quali si calcola si possano costruire 500 bilocali che dovrebbero ospitare un migliaio di persone per una spesa di 40 milioni. Le nuove costruzioni, se si faranno, si aggiungono a quelle che sono in corso di edificazione in 19 siti della città con le quali si vuole dare un tetto a 15mila persone ripartite in 4500 alloggi. Tutto perfetto - ha concluso lo sfollato - tutto sicuro ed efficace, ma non ancora pronto, allora perchè cominciare a smantellare le tendopoli se le case non sono ancora pronte?

Non sarà uno smantellamento drastico certo ma per delle persone che hanno sofferto già abbastanza rappresenta un altro colpo duro da mandar giù, quello di essere portati via da quelle tende che la gente cominciava già a chiamare casa». Intanto è iniziato
da ieri l'esodo dalla tendopoli di Piazza d'Armi (la più grande presente all'Aquila) e già circa 100 sfollati hanno preso possesso negli alloggi della Scuola della Guardia di Finanza di Coppito, altri invece hanno fatto ingresso in diversi alberghi della città, alla fine di una giornata in cui non sono mancati soprattutto i disappunti di coloro che sono stati costretti ad andare in alberghi ubicati nella provincia.

Pochi invece i soddisfatti della scelta della Protezione civile, di coloro che hanno abbandonato le tende per trovare riparo alla Scuola delle Fiamme gialle in cui saranno ospitati 400 sfollati della tendopoli di Piazza D'Armi. Da segnalare, infine, che nella scuola della Finanza - dove sono stati ospitati i Grandi del G8 - si sta allestendo uno spazio per gli animali visto che oltre ai cani, talvolta anche di grandi dimensioni, le gente si è portata dietro anche gatti e uccelli di ogni tipo: dai pappagalli ai canarini.

Fonte:
L'Unità

sabato 29 agosto 2009

Abruzzo: dopo il danno del terremoto, la beffa della ricostruzione commissariata


Molte critiche sta sollevando l’intervento del governo per la ricostruzione delle aree abruzzesi colpite dal terremoto. Fin dall’inizio, il modo in cui il premier ha afferrato l’occasione del terremoto per farsi propaganda ha riempito d’indignazione.



di Edoardo Salzano

Siamo ormai abituati ai gesti istrionici per esserne troppo stupiti; ma frasi come quelle pecorecce espresse nei confronti della signora sotto la tenda, o l’invito a farsi una vacanza al mare, o la promessa di assegnare agli sfrattati una delle sue numerose case, hanno urtato particolarmente perché pronunciate al cospetto di una tragedia ancora viva, di fronte alle stesse dolenti persone che ancora ne portavano i segni.

Ha colpito ed è stato criticato il divario tra la sicumera delle promesse sui tempi e sull’ampiezza della ricostruzione e i tempi e le deficienze quantitative delle realizzazioni. Hanno preoccupato le voci delle infiltrazioni mafiose negli “affari” della ricostruzione, più facili grazie alla logica discrezionale dell’emergenza straordinaria e del ricorso al commissariamento che è stata adottata (e criticata).

Altrettanto giustamente sono state criticate le condizioni di vita nelle improvvisate tendopoli: una vita più simile a quella di un campo di concentramento che al riparo provvisorio d’una comunità di cittadini, cacciati dalle loro case da un disastroso ma prevedibile evento. Le critiche e preoccupazioni su questi aspetti sono giuste.

Ma la vera tragedia del modo berlusconiano di procedere alla ricostruzione risiede in due scelte, tra loro strettamente collegate, che avrebbero meritato un’attenzione più ampia: la scelta dell’affidamento della responsabilità esclusiva al commissario del premier, e la scelta della ricostruzione “altrove” delle case distrutte.

Con la prima scelta si è colpita la democrazia, e quindi la dimensione stessa della politica. I poteri locali sono stati emarginati fin dal primo giorno, e il loro allontanamento dal luogo delle decisioni ha proseguito e si è rafforzato nel tempo. Invece di allargare l’area della partecipazione popolare (una necessità che l’emergenza rendeva particolarmente stringente) la si è annullata mortificando le istituzioni che la rappresentano.

Con la seconda scelta si è colpita direttamente la società. Città e società sono due aspetti d’una medesima realtà: l’una non vive senza l’altra. Una città svuotata della società che l’ha costruita e trasformata nei secoli e negli anni, che l’abita e la vive, non è una città più di quanto lo siano le splendide rovine d’una Leptis Magna disseppellita dalle sabbie o d’una Pompei liberata dai lapilli.

E una società i cui membri siano dispersi sul territorio e trasferiti in siti costruiti ex novo (per di più senza la loro partecipazione) privati dei loro luoghi, degli scenari della vita quotidiana e degli eventi comuni, delle loro istituzioni, è ridotta un insieme di individui dispersi.

Questa è la direzione di marcia dell’attuale maggioranza, debolmente e inefficacemente contrastata dall’opposizione. L’impiego del ricorso al commissario per qualsiasi opera o azione che si vuol fare calpestando ogni possibile obiezione o dissenso: l’apoteosi della governabilità del monarca contrapposta alla democrazia di tutti. La costruzione di nuove città invece di recuperare, riusare, riqualificare, rendere vivibili per tutti le città che già esistono, che hanno una storia, che sono abitate da una società viva.

Non ha promesso Berlusconi una “new city” per ogni capoluogo di provincia? A me, francamente, che questo modo di governare sia volto all’arricchimento di qualche clan interessa meno del fatto che questo modo uccide la città e la società. Rende vera e attuale nel nostro Abruzzo la frase di Noemi Klein: “Le grandi catastrofi sgretolano il tessuto sociale non solo le case”.

Fonte:
Tiscali notizie
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Molte critiche sta sollevando l’intervento del governo per la ricostruzione delle aree abruzzesi colpite dal terremoto. Fin dall’inizio, il modo in cui il premier ha afferrato l’occasione del terremoto per farsi propaganda ha riempito d’indignazione.



di Edoardo Salzano

Siamo ormai abituati ai gesti istrionici per esserne troppo stupiti; ma frasi come quelle pecorecce espresse nei confronti della signora sotto la tenda, o l’invito a farsi una vacanza al mare, o la promessa di assegnare agli sfrattati una delle sue numerose case, hanno urtato particolarmente perché pronunciate al cospetto di una tragedia ancora viva, di fronte alle stesse dolenti persone che ancora ne portavano i segni.

Ha colpito ed è stato criticato il divario tra la sicumera delle promesse sui tempi e sull’ampiezza della ricostruzione e i tempi e le deficienze quantitative delle realizzazioni. Hanno preoccupato le voci delle infiltrazioni mafiose negli “affari” della ricostruzione, più facili grazie alla logica discrezionale dell’emergenza straordinaria e del ricorso al commissariamento che è stata adottata (e criticata).

Altrettanto giustamente sono state criticate le condizioni di vita nelle improvvisate tendopoli: una vita più simile a quella di un campo di concentramento che al riparo provvisorio d’una comunità di cittadini, cacciati dalle loro case da un disastroso ma prevedibile evento. Le critiche e preoccupazioni su questi aspetti sono giuste.

Ma la vera tragedia del modo berlusconiano di procedere alla ricostruzione risiede in due scelte, tra loro strettamente collegate, che avrebbero meritato un’attenzione più ampia: la scelta dell’affidamento della responsabilità esclusiva al commissario del premier, e la scelta della ricostruzione “altrove” delle case distrutte.

Con la prima scelta si è colpita la democrazia, e quindi la dimensione stessa della politica. I poteri locali sono stati emarginati fin dal primo giorno, e il loro allontanamento dal luogo delle decisioni ha proseguito e si è rafforzato nel tempo. Invece di allargare l’area della partecipazione popolare (una necessità che l’emergenza rendeva particolarmente stringente) la si è annullata mortificando le istituzioni che la rappresentano.

Con la seconda scelta si è colpita direttamente la società. Città e società sono due aspetti d’una medesima realtà: l’una non vive senza l’altra. Una città svuotata della società che l’ha costruita e trasformata nei secoli e negli anni, che l’abita e la vive, non è una città più di quanto lo siano le splendide rovine d’una Leptis Magna disseppellita dalle sabbie o d’una Pompei liberata dai lapilli.

E una società i cui membri siano dispersi sul territorio e trasferiti in siti costruiti ex novo (per di più senza la loro partecipazione) privati dei loro luoghi, degli scenari della vita quotidiana e degli eventi comuni, delle loro istituzioni, è ridotta un insieme di individui dispersi.

Questa è la direzione di marcia dell’attuale maggioranza, debolmente e inefficacemente contrastata dall’opposizione. L’impiego del ricorso al commissario per qualsiasi opera o azione che si vuol fare calpestando ogni possibile obiezione o dissenso: l’apoteosi della governabilità del monarca contrapposta alla democrazia di tutti. La costruzione di nuove città invece di recuperare, riusare, riqualificare, rendere vivibili per tutti le città che già esistono, che hanno una storia, che sono abitate da una società viva.

Non ha promesso Berlusconi una “new city” per ogni capoluogo di provincia? A me, francamente, che questo modo di governare sia volto all’arricchimento di qualche clan interessa meno del fatto che questo modo uccide la città e la società. Rende vera e attuale nel nostro Abruzzo la frase di Noemi Klein: “Le grandi catastrofi sgretolano il tessuto sociale non solo le case”.

Fonte:
Tiscali notizie

mercoledì 26 agosto 2009

Terremoto Abruzzo: denunciata la "Commissione nazionale grandi rischi"



Denunciata la "Commissione nazionale grandi rischi" e indagati "gli esperti di terremoti" per "rassicurazioni fatali".

Fonte: http://www.abruzzo24ore.tv/news/Denunciata-la-Commissione-grandi-rischi-rassicurazioni-fatali/12331.htm



Il 30 marzo a L'Aquila, a poche ore di distanza da quella scossa di magnitudo 4 che aveva creato il panico fra la popolazione, la Commissione nazionale grandi rischi si era riunita assieme ai rappresentanti di Comune e Regione, al sottosegretario Franco Barberi, al vice capo della Protezione civile Bernardo De Bernardinis e ai massimi esperti italiani in materia di terremoti. In quel convegno tutti furono concordi nello sbugiardare lo studioso aquilano Giampaolo Giuliani (denunciato per procurato allarme, perchè ha telefonato al sindaco di Sulmona, per avvertirlo che era in arrivo un forte terremoto) e nell'affermare che lo sciame sismico che perdurava da mesi era un fenomeno geologico del tutto naturale, e comunque non tale da da far prevedere forti scosse. Al contrario, fu definito come un lento rilascio di energia, che non è assolutamente il preludio ad eventi sismici "parossistici".

Parole drammaticamente smentite dai fatti una settimana più tardi.
Una denuncia penale contro la Commissione è stata presentata nei giorni scorsi dal noto avvocato aquilano Antonio Valentini alla Procura della Repubblica, che sarebbe già in possesso del verbale di quella riunione di tecnici ed esperti di terremoti arrivati da tutta Italia.
L'avvocato sostiene ci siano già una serie di persone pronte a testimoniare, primi fra tutti i genitori degli otto studenti morti alla casa dello studente, ma anche altri aquilani fortunatamente scampati alla tragedia ma che hanno avuto familiari rimasti vittime del sisma perchè tranquillizzati dalla campagna di rassicurazioni messa in piedi da Protezione civile ed esperti.
Il lavoro della Procura prosegue comunque incessante anche sul fronte dei crolli degli edifici, primo fra tutti quello della casa dello studente, dove ulteriori accertamenti sono stati eseguiti in questi giorni, ma anche in altri palazzi venuti giù intorno via XX Settembre, come quelli di via Sant'Andrea e via Campo di Fossa. Sopralluoghi di consulenti della Procura che consentiranno di dare una svolta alle indagini ed individuare eventuali responsabilità umane.
Novità anche sul fronte dei beni culturali. Sono 20 i milioni stanziati nell'ordinanza firmata a Ferragosto dal presidente Silvio Berlusconi per il recupero dell'inestimabile patrimonio del capoluogo duramente compromesso dal sisma.
Mentre è praticamente ultimata la messa in sicurezza della cupola delle Anime Sante di piazza Duomo e sono iniziati gli interventi anche sulla basilica di Collemaggio con la Porta Santa, che nonostante tutto sarà aperta in occasione della Perdonanza Celestiniana venerdì 28 agosto.

Marco Signori
AL TRIBUNALE I PRIMI SOSPETTI
I militari del Gruppo Investigativo Criminalita' Organizzata (Gico) della Guardia di Finanza dell'Aquila stanno svolgendo indagini sui lavori di realizzazione del parcheggio sotterraneo del Tribunale di via XX Settembre all'Aquila che ne avrebbero in qualche modo indebolito la struttura. L'edificio a seguito del terremoto aveva riportato gravi danni soprattutto nei piani superiori dove si trovano anche gli uffici della Procura della Repubblica. Nell'ambito della stessa attivita' i finanzieri hanno ascoltato alcuni avvocati che avrebbero sollevato perplessita' sui lavori che hanno interessato il Palazzo di Giustizia prima dell'evento sismico. Secondo i tecnici i danni sarebbero riparabili ed e' stata allontanata l'ipotesi del possibile abbattimento del vecchio tribunale. Il recupero dell'edifico, secondo gli esperti, potrebbe realizzarsi attraverso l'alleggerimento del tetto e l'abbassamento di un piano, passando cioe' dagli attuali tre, a due piani.
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Denunciata la "Commissione nazionale grandi rischi" e indagati "gli esperti di terremoti" per "rassicurazioni fatali".

Fonte: http://www.abruzzo24ore.tv/news/Denunciata-la-Commissione-grandi-rischi-rassicurazioni-fatali/12331.htm



Il 30 marzo a L'Aquila, a poche ore di distanza da quella scossa di magnitudo 4 che aveva creato il panico fra la popolazione, la Commissione nazionale grandi rischi si era riunita assieme ai rappresentanti di Comune e Regione, al sottosegretario Franco Barberi, al vice capo della Protezione civile Bernardo De Bernardinis e ai massimi esperti italiani in materia di terremoti. In quel convegno tutti furono concordi nello sbugiardare lo studioso aquilano Giampaolo Giuliani (denunciato per procurato allarme, perchè ha telefonato al sindaco di Sulmona, per avvertirlo che era in arrivo un forte terremoto) e nell'affermare che lo sciame sismico che perdurava da mesi era un fenomeno geologico del tutto naturale, e comunque non tale da da far prevedere forti scosse. Al contrario, fu definito come un lento rilascio di energia, che non è assolutamente il preludio ad eventi sismici "parossistici".

Parole drammaticamente smentite dai fatti una settimana più tardi.
Una denuncia penale contro la Commissione è stata presentata nei giorni scorsi dal noto avvocato aquilano Antonio Valentini alla Procura della Repubblica, che sarebbe già in possesso del verbale di quella riunione di tecnici ed esperti di terremoti arrivati da tutta Italia.
L'avvocato sostiene ci siano già una serie di persone pronte a testimoniare, primi fra tutti i genitori degli otto studenti morti alla casa dello studente, ma anche altri aquilani fortunatamente scampati alla tragedia ma che hanno avuto familiari rimasti vittime del sisma perchè tranquillizzati dalla campagna di rassicurazioni messa in piedi da Protezione civile ed esperti.
Il lavoro della Procura prosegue comunque incessante anche sul fronte dei crolli degli edifici, primo fra tutti quello della casa dello studente, dove ulteriori accertamenti sono stati eseguiti in questi giorni, ma anche in altri palazzi venuti giù intorno via XX Settembre, come quelli di via Sant'Andrea e via Campo di Fossa. Sopralluoghi di consulenti della Procura che consentiranno di dare una svolta alle indagini ed individuare eventuali responsabilità umane.
Novità anche sul fronte dei beni culturali. Sono 20 i milioni stanziati nell'ordinanza firmata a Ferragosto dal presidente Silvio Berlusconi per il recupero dell'inestimabile patrimonio del capoluogo duramente compromesso dal sisma.
Mentre è praticamente ultimata la messa in sicurezza della cupola delle Anime Sante di piazza Duomo e sono iniziati gli interventi anche sulla basilica di Collemaggio con la Porta Santa, che nonostante tutto sarà aperta in occasione della Perdonanza Celestiniana venerdì 28 agosto.

Marco Signori
AL TRIBUNALE I PRIMI SOSPETTI
I militari del Gruppo Investigativo Criminalita' Organizzata (Gico) della Guardia di Finanza dell'Aquila stanno svolgendo indagini sui lavori di realizzazione del parcheggio sotterraneo del Tribunale di via XX Settembre all'Aquila che ne avrebbero in qualche modo indebolito la struttura. L'edificio a seguito del terremoto aveva riportato gravi danni soprattutto nei piani superiori dove si trovano anche gli uffici della Procura della Repubblica. Nell'ambito della stessa attivita' i finanzieri hanno ascoltato alcuni avvocati che avrebbero sollevato perplessita' sui lavori che hanno interessato il Palazzo di Giustizia prima dell'evento sismico. Secondo i tecnici i danni sarebbero riparabili ed e' stata allontanata l'ipotesi del possibile abbattimento del vecchio tribunale. Il recupero dell'edifico, secondo gli esperti, potrebbe realizzarsi attraverso l'alleggerimento del tetto e l'abbassamento di un piano, passando cioe' dagli attuali tre, a due piani.

lunedì 17 agosto 2009

Benigni a Onna: urlate se le promesse non saranno mantenute


L'Aquila, 16-08-2009

Con un applauditissimo spettacolo nell'auditorium della scuola della Guardia di finanza di Coppito, si e' appena chiusa la giornata di Roberto Benigni all'Aquila.
Accolto da piu' di mille persone, mentre altre ottocento lo seguivano su un maxischermo nella palestra adiacente, il premio Oscar e' entrato in sala da par suo, saltellando sulle poltrone della prima fila e lanciando fiori al pubblico: "Mi verrebbe voglia di saltarvi addosso - ha esordito -, di prendere il primo che capita e baciarlo sulla bocca. Anche le pietre di questa citta' bacerei".
Poi l'immancabile battuta sul premier Berlusconi: "E' come l'Italia: giusto o no che sia, e' il mio Paese. Sbagliato o sbagliato che sia, e' il mio presidente.
Ma non vi preoccupate, perche' manterra' le promesse: io e Bertolaso siamo andati a trovarlo, vestiti di nero e con poco trucco, come piace a lui, e glielo abbiamo raccomandato".
Per chiudere, Benigni ha recitato il monologo di Ulisse dal canto XXVI dell'Inferno della Divina Commedia: "Spero di tornare quando la ricostruzione sara' avvenuta, per gioire con voi e andare tutti insieme a riveder le stelle", ha concluso l'attore, citando l'ultimo verso del Purgatorio di Dante, quello che prelude al Paradiso.

Ma quella di Benigni è stata una lunga giornata con gli abitanti dell'Abruzzo colpiti dal terremoto, farcita di battute su Berlusconi e di inviti alla speranza.

"Ieri e' venuto Berlusconi, ma non mi hanno avvertito. Se venivo anch'io, c'era un altro terremoto, si verificavano delle scosse veramente... avremmo fatto Verdone, Berlusconi e Benigni: i tre piu' grandi comici italiani all'Aquila".

Era l'ora di pranzo quando Roberto Benigni è arrivato al campo tre di Paganica, sotto il tendone allestito dalla Protezione civile di Trento per accogliere una parte degli sfollati colpiti dal terremoto dello scorso 6 aprile in Abruzzo.
Appena arrivato, il premio Oscar si e' messo a scherzare con la gente: la prima battuta, un riferimento alla sua visita, il giorno dopo il ventesimo sopralluogo del premier e la visita dell'attore e regista Carlo Verdone.

Accolto con affetto dai terremotati, Benigni - che ha accettato l'invito del capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, e del capo di gabinetto del ministero dei Beni culturali, Salvo Nastasi - ha pranzato nella tendopoli: prima, pero', e' sgusciato sotto i banchi delle cucine per provare a prendere in braccio la corpulenta cuoca Valeria e servire lui stesso alcuni pasti.
"Dovrei pagare io voi per la soddisfazione di essere qui", ha detto Benigni, giunto in tarda mattinata in Abruzzo con la sua auto privata.

Prima di fare tappa a Paganica ha fatto un breve giro nel centro storico dell'Aquila; poi a Onna, cittadina simbolo del sisma, e infine nella scuola della Guardia di finanza di Coppito.
"Controlleremo che le promesse vengano mantenute: se le cose non accadono, urlate e chiedete, non vi zittate mai": e' il messaggio di impegno e di speranza che Roberto Benigni ha portato nella tendopoli di Onna, che con i suoi 40 morti e' forse il paese simbolo del terremoto che ha colpito l'Abruzzo il 6 aprile.
Accompagnato dal capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, e dal capo di Gabinetto del ministero dei Beni Culturali, Salvo Nastasi, Benigni ha visitato i resti del paese martoriato dal sisma, ma anche i cantieri delle nuove costruzioni e i primi prefabbricati gia' allestiti.
Ad accoglierlo, con la moglie, Giustino Parisse, il vice caporedattore del Centro che nel terremoto ha perso due figli e il padre. Con Parisse, Benigni ha fatto una breve sosta davanti all"albero della memoria', il possente acero sotto il quale sono stati depositati i corpi delle quaranta vittime di Onna. Visibilmente provato, l'attore e' poi arrivato nella tendopoli, dove ha trovato la forza di scherzare: "Sono qui, con Nastasi e Bertolaso, che ci proteggono dalle calamita'.
Ci devono proteggere anche dallo straripamento di Berlusconi. Bertolaso, proteggici! Berlusconi sta straripando, e' in piena". Poi piu' serio, rivolto ai terremotati, ha detto:
"I comici devono far ridere, i politici devono fare i fatti. A loro i fatti e a noi le parole, ma talvolta una parola aiuta piu' di mille cose vere". E ancora: "Dante insegna che per andare in paradiso e' necessario passare dall'inferno. Voi avete vissuto l'inferno. Grazie per la gioia che mi avete dato e per la possibilita' di passare attraverso questa morsa di dolore. La scoperta piu' grande della vita e' capire che il dolore puo' essere trasformato in gioia: dobbiamo riuscire a portare il dolore sulle spalle con gioia".
Fonte:Rainews24
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L'Aquila, 16-08-2009

Con un applauditissimo spettacolo nell'auditorium della scuola della Guardia di finanza di Coppito, si e' appena chiusa la giornata di Roberto Benigni all'Aquila.
Accolto da piu' di mille persone, mentre altre ottocento lo seguivano su un maxischermo nella palestra adiacente, il premio Oscar e' entrato in sala da par suo, saltellando sulle poltrone della prima fila e lanciando fiori al pubblico: "Mi verrebbe voglia di saltarvi addosso - ha esordito -, di prendere il primo che capita e baciarlo sulla bocca. Anche le pietre di questa citta' bacerei".
Poi l'immancabile battuta sul premier Berlusconi: "E' come l'Italia: giusto o no che sia, e' il mio Paese. Sbagliato o sbagliato che sia, e' il mio presidente.
Ma non vi preoccupate, perche' manterra' le promesse: io e Bertolaso siamo andati a trovarlo, vestiti di nero e con poco trucco, come piace a lui, e glielo abbiamo raccomandato".
Per chiudere, Benigni ha recitato il monologo di Ulisse dal canto XXVI dell'Inferno della Divina Commedia: "Spero di tornare quando la ricostruzione sara' avvenuta, per gioire con voi e andare tutti insieme a riveder le stelle", ha concluso l'attore, citando l'ultimo verso del Purgatorio di Dante, quello che prelude al Paradiso.

Ma quella di Benigni è stata una lunga giornata con gli abitanti dell'Abruzzo colpiti dal terremoto, farcita di battute su Berlusconi e di inviti alla speranza.

"Ieri e' venuto Berlusconi, ma non mi hanno avvertito. Se venivo anch'io, c'era un altro terremoto, si verificavano delle scosse veramente... avremmo fatto Verdone, Berlusconi e Benigni: i tre piu' grandi comici italiani all'Aquila".

Era l'ora di pranzo quando Roberto Benigni è arrivato al campo tre di Paganica, sotto il tendone allestito dalla Protezione civile di Trento per accogliere una parte degli sfollati colpiti dal terremoto dello scorso 6 aprile in Abruzzo.
Appena arrivato, il premio Oscar si e' messo a scherzare con la gente: la prima battuta, un riferimento alla sua visita, il giorno dopo il ventesimo sopralluogo del premier e la visita dell'attore e regista Carlo Verdone.

Accolto con affetto dai terremotati, Benigni - che ha accettato l'invito del capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, e del capo di gabinetto del ministero dei Beni culturali, Salvo Nastasi - ha pranzato nella tendopoli: prima, pero', e' sgusciato sotto i banchi delle cucine per provare a prendere in braccio la corpulenta cuoca Valeria e servire lui stesso alcuni pasti.
"Dovrei pagare io voi per la soddisfazione di essere qui", ha detto Benigni, giunto in tarda mattinata in Abruzzo con la sua auto privata.

Prima di fare tappa a Paganica ha fatto un breve giro nel centro storico dell'Aquila; poi a Onna, cittadina simbolo del sisma, e infine nella scuola della Guardia di finanza di Coppito.
"Controlleremo che le promesse vengano mantenute: se le cose non accadono, urlate e chiedete, non vi zittate mai": e' il messaggio di impegno e di speranza che Roberto Benigni ha portato nella tendopoli di Onna, che con i suoi 40 morti e' forse il paese simbolo del terremoto che ha colpito l'Abruzzo il 6 aprile.
Accompagnato dal capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, e dal capo di Gabinetto del ministero dei Beni Culturali, Salvo Nastasi, Benigni ha visitato i resti del paese martoriato dal sisma, ma anche i cantieri delle nuove costruzioni e i primi prefabbricati gia' allestiti.
Ad accoglierlo, con la moglie, Giustino Parisse, il vice caporedattore del Centro che nel terremoto ha perso due figli e il padre. Con Parisse, Benigni ha fatto una breve sosta davanti all"albero della memoria', il possente acero sotto il quale sono stati depositati i corpi delle quaranta vittime di Onna. Visibilmente provato, l'attore e' poi arrivato nella tendopoli, dove ha trovato la forza di scherzare: "Sono qui, con Nastasi e Bertolaso, che ci proteggono dalle calamita'.
Ci devono proteggere anche dallo straripamento di Berlusconi. Bertolaso, proteggici! Berlusconi sta straripando, e' in piena". Poi piu' serio, rivolto ai terremotati, ha detto:
"I comici devono far ridere, i politici devono fare i fatti. A loro i fatti e a noi le parole, ma talvolta una parola aiuta piu' di mille cose vere". E ancora: "Dante insegna che per andare in paradiso e' necessario passare dall'inferno. Voi avete vissuto l'inferno. Grazie per la gioia che mi avete dato e per la possibilita' di passare attraverso questa morsa di dolore. La scoperta piu' grande della vita e' capire che il dolore puo' essere trasformato in gioia: dobbiamo riuscire a portare il dolore sulle spalle con gioia".
Fonte:Rainews24

mercoledì 29 luglio 2009

Abruzzo: le case raccontano


Di Marco Sebastiani




Ricostruire una città devastata da un terremoto ai tempi di Berlusconi non è cosa facile



Ricostruire una città devastata da un terremoto ai tempi di Berlusconi non è cosa facile, come non è facile far capire agli italiani cosa stia realmente accadendo in questo territorio terremotato. Il quadro che tutti fuori dall’Aquila si sono fatti di questo evento e della ricostruzione avviata è tanto chiaro quanto sconcertante: “c’è stata tanta solidarietà da parte di tutti, non potete lamentarvi” – si sente dire dai non aquilani - “le tendopoli sono campeggi a cinque stelle”, “il presidente del Consiglio ci tiene a voi, è sempre all’Aquila”, “ho visto i disegni del piano case, sono palazzine bellissime e poi in alcuni paesini si stanno facendo già villette di legno” e il più bello di tutti “siamo in crisi, non ci sono i soldi per rifare tutto come prima, dovete accontentarvi”.



È da questo che devi partire quando vuoi spiegare la vita che ti sei ritrovato a condurre dopo che per 40 secondi eri tu l’unica cosa ferma in un mondo che ti ballava intorno. A volte l’impressione è che gli altri conoscano meglio di te quello che tu stai vivendo. Poi invece parli con chi ha vissuto quel momento guardandolo negli occhi, vedi le case e i monumenti sventrati, senti la terra che ancora trema proprio quando avevi abbassato un attimo la guardia e capisci che fare qualcosa per la tua gente, per la tua terra, è l’unico modo che hai per sentirti ancora vivo e parte di qualcosa. Urlare le ingiustizie che tutti gli aquilani stanno subendo è l’unica via che hai per sperare di avere un futuro in un territorio che rischia di avere per sempre solo un passato.

La battaglia che i comitati cittadini hanno deciso di combattere non è una battaglia politica, tesa a screditare il Governo e magari gettare fango sul suo operato, ma è una lotta per difendere il territorio da una speculazione già iniziata, un tentativo di evitare quell’invivibile sensazione di non sentirti più figlio della tua terra e delle sue montagne; è una battaglia di diritti.

La ricostruzione dell’Aquila infatti è una faccenda puramente aquilana, nel senso che solo chi vive un territorio sa qual è l’investimento migliore che su quello stesso territorio si può realizzare. È un concetto questo che va al di là delle competenze necessarie, anche se la speranza è che vengano riconosciute quelle locali.

Questo è il motivo per cui i comitati cittadini nati dopo il sisma chiedono la partecipazione di tutti i cittadini aquilani per ogni singola decisione che viene presa sulla loro pelle. Gli aquilani invece, si ritrovano davanti a scelte già prese dall’alto: cemento armato dove prima era campagna, tasse da pagare a soli 6 mesi dal terremoto, il dover decidere, per chi aveva più di una casa quale riparare o la seria possibilità di restare senza un tetto per chi prima viveva in affitto. Finora le uniche cose che agli aquilani era concesso fare era dire che “va bene così”, “che non c’era altra via” oppure rientrare nella propria tenda a bestemmiare contro il mondo, a chiedersi perchè questo terremoto abbia colpito proprio loro e non qualcun altro, inteso in altro tempo o in altro luogo.

Quello che i cittadini non aquilani devono fare, è riconoscere il diritto che tutti gli italiani hanno ad una abitazione dignitosa, al lavoro e all’autodeterminazione della propria vita; in altre parole il diritto che tutti hanno a condurre una vita felice. È verso queste considerazioni che bisogna spostare l’attenzione se non si vuole cadere nel gioco politico della propaganda e della contestazione. Solo così viene alla luce che le palazzine che si stanno realizzando secondo il piano C.A.S.E., che sembrano così necessarie quando l’unica alternativa che ci hanno proposto è quella di passare il gelido inverno aquilano nelle tende, è solo un espediente per far ripartire l’industria del cemento armato delle aziende del nord Italia e cercare così di uscire dalla crisi economica. Una scelta che porterà alla creazione di nuove periferie, molto lontane dalla città, senza servizi e senza legame con il territorio, con il serio rischio della perdita di identità per i cittadini, una volta aquilani, deportati chissà dove in una provincia fatta di piccoli mondi chiusi piuttosto che di paesi.

Non si sono spenti i riflettori sulla città dopo il G8, come temevano le istituzioni locali, e non si spegneranno a lungo, anche se la luce che mandano illumina un esempio di efficienza e non la gigantesca speculazione edilizia che sta devastando l’aquilano.

Spesso ho sentito dire “ah se questa casa potesse parlare ne avrebbe di cose da raccontare...”, beh vi dico una cosa, adesso le case dell’Aquila e dei paesi tutt’intorno parlano, ma quello che raccontano non è affatto una bella storia.
Fonte:Agoravox
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Di Marco Sebastiani




Ricostruire una città devastata da un terremoto ai tempi di Berlusconi non è cosa facile



Ricostruire una città devastata da un terremoto ai tempi di Berlusconi non è cosa facile, come non è facile far capire agli italiani cosa stia realmente accadendo in questo territorio terremotato. Il quadro che tutti fuori dall’Aquila si sono fatti di questo evento e della ricostruzione avviata è tanto chiaro quanto sconcertante: “c’è stata tanta solidarietà da parte di tutti, non potete lamentarvi” – si sente dire dai non aquilani - “le tendopoli sono campeggi a cinque stelle”, “il presidente del Consiglio ci tiene a voi, è sempre all’Aquila”, “ho visto i disegni del piano case, sono palazzine bellissime e poi in alcuni paesini si stanno facendo già villette di legno” e il più bello di tutti “siamo in crisi, non ci sono i soldi per rifare tutto come prima, dovete accontentarvi”.



È da questo che devi partire quando vuoi spiegare la vita che ti sei ritrovato a condurre dopo che per 40 secondi eri tu l’unica cosa ferma in un mondo che ti ballava intorno. A volte l’impressione è che gli altri conoscano meglio di te quello che tu stai vivendo. Poi invece parli con chi ha vissuto quel momento guardandolo negli occhi, vedi le case e i monumenti sventrati, senti la terra che ancora trema proprio quando avevi abbassato un attimo la guardia e capisci che fare qualcosa per la tua gente, per la tua terra, è l’unico modo che hai per sentirti ancora vivo e parte di qualcosa. Urlare le ingiustizie che tutti gli aquilani stanno subendo è l’unica via che hai per sperare di avere un futuro in un territorio che rischia di avere per sempre solo un passato.

La battaglia che i comitati cittadini hanno deciso di combattere non è una battaglia politica, tesa a screditare il Governo e magari gettare fango sul suo operato, ma è una lotta per difendere il territorio da una speculazione già iniziata, un tentativo di evitare quell’invivibile sensazione di non sentirti più figlio della tua terra e delle sue montagne; è una battaglia di diritti.

La ricostruzione dell’Aquila infatti è una faccenda puramente aquilana, nel senso che solo chi vive un territorio sa qual è l’investimento migliore che su quello stesso territorio si può realizzare. È un concetto questo che va al di là delle competenze necessarie, anche se la speranza è che vengano riconosciute quelle locali.

Questo è il motivo per cui i comitati cittadini nati dopo il sisma chiedono la partecipazione di tutti i cittadini aquilani per ogni singola decisione che viene presa sulla loro pelle. Gli aquilani invece, si ritrovano davanti a scelte già prese dall’alto: cemento armato dove prima era campagna, tasse da pagare a soli 6 mesi dal terremoto, il dover decidere, per chi aveva più di una casa quale riparare o la seria possibilità di restare senza un tetto per chi prima viveva in affitto. Finora le uniche cose che agli aquilani era concesso fare era dire che “va bene così”, “che non c’era altra via” oppure rientrare nella propria tenda a bestemmiare contro il mondo, a chiedersi perchè questo terremoto abbia colpito proprio loro e non qualcun altro, inteso in altro tempo o in altro luogo.

Quello che i cittadini non aquilani devono fare, è riconoscere il diritto che tutti gli italiani hanno ad una abitazione dignitosa, al lavoro e all’autodeterminazione della propria vita; in altre parole il diritto che tutti hanno a condurre una vita felice. È verso queste considerazioni che bisogna spostare l’attenzione se non si vuole cadere nel gioco politico della propaganda e della contestazione. Solo così viene alla luce che le palazzine che si stanno realizzando secondo il piano C.A.S.E., che sembrano così necessarie quando l’unica alternativa che ci hanno proposto è quella di passare il gelido inverno aquilano nelle tende, è solo un espediente per far ripartire l’industria del cemento armato delle aziende del nord Italia e cercare così di uscire dalla crisi economica. Una scelta che porterà alla creazione di nuove periferie, molto lontane dalla città, senza servizi e senza legame con il territorio, con il serio rischio della perdita di identità per i cittadini, una volta aquilani, deportati chissà dove in una provincia fatta di piccoli mondi chiusi piuttosto che di paesi.

Non si sono spenti i riflettori sulla città dopo il G8, come temevano le istituzioni locali, e non si spegneranno a lungo, anche se la luce che mandano illumina un esempio di efficienza e non la gigantesca speculazione edilizia che sta devastando l’aquilano.

Spesso ho sentito dire “ah se questa casa potesse parlare ne avrebbe di cose da raccontare...”, beh vi dico una cosa, adesso le case dell’Aquila e dei paesi tutt’intorno parlano, ma quello che raccontano non è affatto una bella storia.
Fonte:Agoravox

giovedì 9 luglio 2009

G8, 'Yes We Camp' parte la protesta degli abruzzesi


'Yes we camp!' Questa la grande scritta di protesta, con lettere di plastica, che alcuni comitati cittadini hanno sistemato sulla collina di Roio che domina l'autostrada A24 dell'Aquila e il parcheggio di scambio utilizzato dai giornalisti che seguono i lavori del G8.

Se ne accorgerà anche Barack Obama. Perché la protesta degli abruzzesi fa il verso proprio alla famosa frase del presidente americano. La protesta dei comitati è per riportare l'attenzione sulla popolazione sfollata dopo il terremoto.


"La gente pensa che la ricostruzione sta procedendo liscia, che gli aquilani sono già tornati nelle loro case e invece 'Yes we camp', siamo tutti accampati, a tre mesi dal sisma", dice Mattia Lolli, del Comitato 3e32.

I manifestanti, alcune decine di giovani, sottolineano che non ce l'hanno con il G8, ma che la loro "battaglia" è finalizzata esclusivamente a informare l'opinione pubblica "che le cose all'Aquila non vanno come dicono, perché la ricostruzione non è mai partita, e, sotto le tende, le persone più anziane stanno morendo". "Vogliamo soltanto dire la nostra - spiega Lolli - su un processo di ricostruzione che invece ci viene imposto dall'alto.


Quello che è mancato finora è l'ascolto: vogliono far vedere che va tutto bene, procede tutto a tempo di record, mentre finora non è successo letteralmente niente. Le nostre case stanno come stavano la notte del 6 aprile dopo il sisma, sono cioé distrutte, e gli unici lavori che abbiamo visto procedere spediti sono quelli per l'organizzazione del G8".

I rappresentanti dei vari comitati cittadini che stanno animando l'iniziativa sulla collina di Roio sottolineano però che "il nostro è un problema molto più grande del G8: qui c'é in ballo il nostro futuro, il futuro della nostra città".

I manifestanti chiedono anche che le loro istanze non vengano considerate "di parte. Non vogliamo essere strumentalizzati e, in questi casi, il rischio è dietro l'angolo". Anche per questo, dicono, non parteciperanno alla manifestazione nazionale prevista per il 10 luglio, giorno di chiusura del vertice. I comitati cittadini, che oggi hanno distribuito volantini in inglese alla stampa internazionale, hanno in programma anche altre iniziative: tra queste la requisizione simbolica di alcune delle circa "5000 case sfitte che non vengono assegnate agli sfollati".






IL TESTO DEL VOLANTINO DISTRIBUITO AI GIORNALISTI


Yes, We Camp! è il grido di denuncia della gestione scellerata dell’emergenza post-sisma.
Per la prima volta nella storia recente dei terremoti dopo tre mesi la popolazione è ancora sotto le tende e ci dovrà stare, secondo i piani del Governo, ancora per molto.


Yes, We Camp! per smascherare le mancate promesse del presidente del consiglio. Dopo tante parole nessun fatto. I provvedimenti sono del tutto insufficienti, i soldi stanziati troppo pochi.


Yes, We Camp! per urlare tutti fuori dalle tende, ora! Si requisiscano le case sfitte o invendute, si installino container, roulotte, casette di legno.


Yes, We Camp! per affermare che tutti gli aquilani debbono tornare all’Aquila. Non si pensi a settembre di sistemare un solo abitante fuori dal proprio comune, in alberghi della regione. Ci opporremo a questa deportazione con ogni mezzo necessario.


Yes, We Camp! per constatare che si sono persi inutilmente tre mesi: nessuna opera di ricostruzione, solo lavori per il G8.


Yes, We Camp! per denunciare il processo di devastazione ambientale e sociale del nostro territorio perpetrato mediante la localizzazione del piano C.A.S.E. Non vogliamo una grande new town diffusa!


Yes, We Camp! per informare tutto il mondo del processo di militarizzazione e confisca degli elementari diritti costituzionali nei campi: di informazione, di riunione, di espressione.


Yes, We Camp! vuol dire 100% ricostruzione, trasparenza, partecipazione. Non accettiamo decisioni prese dall’alto che non hanno a cuore al bene del territorio ma vanno a beneficio delle solite clientele e speculazioni.


Yes, We Camp! è la nostra ironia per dire a tutti che siamo vivi e determinati a difendere e far rinascere la nostra Terra.
La targa all’ingresso del Castello dell’Aquila è ancora intatta.
La apposero i dominatori spagnoli nel cinquecento e recita: “ad reprimendam audaciam aquilanorum”

Neanche stavolta l'audacia degli aquilani sarà repressa!!!

Ad maiora!

Fonte:
Politicacritica
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'Yes we camp!' Questa la grande scritta di protesta, con lettere di plastica, che alcuni comitati cittadini hanno sistemato sulla collina di Roio che domina l'autostrada A24 dell'Aquila e il parcheggio di scambio utilizzato dai giornalisti che seguono i lavori del G8.

Se ne accorgerà anche Barack Obama. Perché la protesta degli abruzzesi fa il verso proprio alla famosa frase del presidente americano. La protesta dei comitati è per riportare l'attenzione sulla popolazione sfollata dopo il terremoto.


"La gente pensa che la ricostruzione sta procedendo liscia, che gli aquilani sono già tornati nelle loro case e invece 'Yes we camp', siamo tutti accampati, a tre mesi dal sisma", dice Mattia Lolli, del Comitato 3e32.

I manifestanti, alcune decine di giovani, sottolineano che non ce l'hanno con il G8, ma che la loro "battaglia" è finalizzata esclusivamente a informare l'opinione pubblica "che le cose all'Aquila non vanno come dicono, perché la ricostruzione non è mai partita, e, sotto le tende, le persone più anziane stanno morendo". "Vogliamo soltanto dire la nostra - spiega Lolli - su un processo di ricostruzione che invece ci viene imposto dall'alto.


Quello che è mancato finora è l'ascolto: vogliono far vedere che va tutto bene, procede tutto a tempo di record, mentre finora non è successo letteralmente niente. Le nostre case stanno come stavano la notte del 6 aprile dopo il sisma, sono cioé distrutte, e gli unici lavori che abbiamo visto procedere spediti sono quelli per l'organizzazione del G8".

I rappresentanti dei vari comitati cittadini che stanno animando l'iniziativa sulla collina di Roio sottolineano però che "il nostro è un problema molto più grande del G8: qui c'é in ballo il nostro futuro, il futuro della nostra città".

I manifestanti chiedono anche che le loro istanze non vengano considerate "di parte. Non vogliamo essere strumentalizzati e, in questi casi, il rischio è dietro l'angolo". Anche per questo, dicono, non parteciperanno alla manifestazione nazionale prevista per il 10 luglio, giorno di chiusura del vertice. I comitati cittadini, che oggi hanno distribuito volantini in inglese alla stampa internazionale, hanno in programma anche altre iniziative: tra queste la requisizione simbolica di alcune delle circa "5000 case sfitte che non vengono assegnate agli sfollati".






IL TESTO DEL VOLANTINO DISTRIBUITO AI GIORNALISTI


Yes, We Camp! è il grido di denuncia della gestione scellerata dell’emergenza post-sisma.
Per la prima volta nella storia recente dei terremoti dopo tre mesi la popolazione è ancora sotto le tende e ci dovrà stare, secondo i piani del Governo, ancora per molto.


Yes, We Camp! per smascherare le mancate promesse del presidente del consiglio. Dopo tante parole nessun fatto. I provvedimenti sono del tutto insufficienti, i soldi stanziati troppo pochi.


Yes, We Camp! per urlare tutti fuori dalle tende, ora! Si requisiscano le case sfitte o invendute, si installino container, roulotte, casette di legno.


Yes, We Camp! per affermare che tutti gli aquilani debbono tornare all’Aquila. Non si pensi a settembre di sistemare un solo abitante fuori dal proprio comune, in alberghi della regione. Ci opporremo a questa deportazione con ogni mezzo necessario.


Yes, We Camp! per constatare che si sono persi inutilmente tre mesi: nessuna opera di ricostruzione, solo lavori per il G8.


Yes, We Camp! per denunciare il processo di devastazione ambientale e sociale del nostro territorio perpetrato mediante la localizzazione del piano C.A.S.E. Non vogliamo una grande new town diffusa!


Yes, We Camp! per informare tutto il mondo del processo di militarizzazione e confisca degli elementari diritti costituzionali nei campi: di informazione, di riunione, di espressione.


Yes, We Camp! vuol dire 100% ricostruzione, trasparenza, partecipazione. Non accettiamo decisioni prese dall’alto che non hanno a cuore al bene del territorio ma vanno a beneficio delle solite clientele e speculazioni.


Yes, We Camp! è la nostra ironia per dire a tutti che siamo vivi e determinati a difendere e far rinascere la nostra Terra.
La targa all’ingresso del Castello dell’Aquila è ancora intatta.
La apposero i dominatori spagnoli nel cinquecento e recita: “ad reprimendam audaciam aquilanorum”

Neanche stavolta l'audacia degli aquilani sarà repressa!!!

Ad maiora!

Fonte:
Politicacritica

da Pandora Tv – Modello friulano e infiltrazioni mafiose all’Aquila

1

Mentre il governo allestisce il set per il G8 gli abitanti dell’ Aquila e Provincia manifestano contro il progetto C.A.S.E.

2


Partecipare alla ricostruzione della propria città e decidere del proprio futuro, queste le linee guida del post territorio in Friuli, dove trentatrè anni fa il sisma fece più di mille morti e lasciò una regione in ginocchio. Oggi in Abruzzo la linea è una ed una sola, imposta dall’alto e attuata in fretta tra polemiche inascoltate.
Nascosta dietro questo muro di gomma intanto si muove la macchina della ricostruzione, degli appalti, dei soldi e del potere.
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1

Mentre il governo allestisce il set per il G8 gli abitanti dell’ Aquila e Provincia manifestano contro il progetto C.A.S.E.

2


Partecipare alla ricostruzione della propria città e decidere del proprio futuro, queste le linee guida del post territorio in Friuli, dove trentatrè anni fa il sisma fece più di mille morti e lasciò una regione in ginocchio. Oggi in Abruzzo la linea è una ed una sola, imposta dall’alto e attuata in fretta tra polemiche inascoltate.
Nascosta dietro questo muro di gomma intanto si muove la macchina della ricostruzione, degli appalti, dei soldi e del potere.

mercoledì 1 luglio 2009

Anche la Coop abbandona i terremotati, 90 dipendenti in mobilità - Chiudono i 3 punti vendita dell'Aquila


La Coop Centro Italia lascerà' L'Aquila.
L'azienda, presente da 11 anni in citta' con tre punti vendita, a Pettino, a Campo di Pile e al Torrione, ha deciso di aprire la procedura di mobilita' per 90 dipendenti. Secondo quanto comunicato ufficialmente ieri alle Rappresentanze sindacali unitarie dai vertici della Coop "la societa' e' intenzionata a non riaprire i punti vendita aquilani a causa dell'esproprio, da parte del Comune e della Protezione civile, del terreno in localita' Sant'Antonio, dove era prevista la realizzazione di un Ipermercato Coop, che avrebbe dato lavoro ad altri 200 dipendenti".
"Una decisione sconcertante e inammissibile' - afferma il segretario provinciale della Cisl, Gianfranco Giorgi - che fara' perdere alla nostra citta' altri posti di lavoro, in un momento di enorme crisi e di difficolta' per il territorio dopo il sisma del 6 aprile.
Non e' giustificabile l'atteggiamento assunto dalla Coop Centro Italia che, in risposta all'esproprio dell'area di Sant'Antonio, ha deciso di "tagliare' con un solo colpo quasi cento posti di lavoro". Le Rsu sono state informate dell'avvio della procedura di mobilita' tramite raccomandata.
E' previsto per il 2 luglio, alle 10, all'Ipercoop di Avezzano, un incontro chiarificatore con i sindacati, pronti a mobilitarsi per scongiurare la chiusura di ben tre supermercati. "Oltre al problema occupazionale - prosegue Giorgi - si pone un problema sociale: L'Aquila continua a perdere pezzi e, in tale situazione, sara' davvero difficile ripartire. L'eticita', la cooperazione e la solidarieta', che per anni hanno rappresentato la bandiera della Coop, non si identificano affatto in quella che appare come una penalizzazione ai danni non tanto del Comune dell'Aquila, quanto dei cittadini.
Dove sono finiti - si chiede Giorgi - gli ideali che hanno ispirato la nascita della Coop?'
Intanto, le Rsu e la Cisl sono pronti a dare battaglia, con il supporto dei 25mila soci della Coop. Tanti sono, infatti, gli aquilani che hanno acquistato nel tempo la carta socio. Scenderemo in piazza per contestare tale decisione, evidenziano i lavoratori, "stiamo organizzando una manifestazione di protesta che segnera' l'inizio della mobilitazione generale. Rivolgiamo un appello agli aquilani affinche' la nostra non rimanga una battaglia isolata".
Tra le iniziative lo sciopero ad oltranza per bloccare l'attivita' nell'unico punto vendita aperto, quello del Torrione.

Fonte:
Abruzzo 24 0re
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La Coop Centro Italia lascerà' L'Aquila.
L'azienda, presente da 11 anni in citta' con tre punti vendita, a Pettino, a Campo di Pile e al Torrione, ha deciso di aprire la procedura di mobilita' per 90 dipendenti. Secondo quanto comunicato ufficialmente ieri alle Rappresentanze sindacali unitarie dai vertici della Coop "la societa' e' intenzionata a non riaprire i punti vendita aquilani a causa dell'esproprio, da parte del Comune e della Protezione civile, del terreno in localita' Sant'Antonio, dove era prevista la realizzazione di un Ipermercato Coop, che avrebbe dato lavoro ad altri 200 dipendenti".
"Una decisione sconcertante e inammissibile' - afferma il segretario provinciale della Cisl, Gianfranco Giorgi - che fara' perdere alla nostra citta' altri posti di lavoro, in un momento di enorme crisi e di difficolta' per il territorio dopo il sisma del 6 aprile.
Non e' giustificabile l'atteggiamento assunto dalla Coop Centro Italia che, in risposta all'esproprio dell'area di Sant'Antonio, ha deciso di "tagliare' con un solo colpo quasi cento posti di lavoro". Le Rsu sono state informate dell'avvio della procedura di mobilita' tramite raccomandata.
E' previsto per il 2 luglio, alle 10, all'Ipercoop di Avezzano, un incontro chiarificatore con i sindacati, pronti a mobilitarsi per scongiurare la chiusura di ben tre supermercati. "Oltre al problema occupazionale - prosegue Giorgi - si pone un problema sociale: L'Aquila continua a perdere pezzi e, in tale situazione, sara' davvero difficile ripartire. L'eticita', la cooperazione e la solidarieta', che per anni hanno rappresentato la bandiera della Coop, non si identificano affatto in quella che appare come una penalizzazione ai danni non tanto del Comune dell'Aquila, quanto dei cittadini.
Dove sono finiti - si chiede Giorgi - gli ideali che hanno ispirato la nascita della Coop?'
Intanto, le Rsu e la Cisl sono pronti a dare battaglia, con il supporto dei 25mila soci della Coop. Tanti sono, infatti, gli aquilani che hanno acquistato nel tempo la carta socio. Scenderemo in piazza per contestare tale decisione, evidenziano i lavoratori, "stiamo organizzando una manifestazione di protesta che segnera' l'inizio della mobilitazione generale. Rivolgiamo un appello agli aquilani affinche' la nostra non rimanga una battaglia isolata".
Tra le iniziative lo sciopero ad oltranza per bloccare l'attivita' nell'unico punto vendita aperto, quello del Torrione.

Fonte:
Abruzzo 24 0re

lunedì 29 giugno 2009

Quelle ditte sospette al lavoro sul piano Case


Già nel primo cantiere appaiono forti dubbi su una delle aziende coinvolte nella ricostruzione. Le domande sono: chi controlla chi? E l’autocertificazione può bastare?



di Angelo Venti su Terra

Aperti i cantieri per la realizzazione delle new town sbandierate da Berlusconi e temute dagli aquilani.
Nei pressi di Bazzano e Sant’Elia, lungo la statale 17 che da L’Aquila porta a Onna, la frazione che è diventata il simbolo del terremoto del 6 aprile, si lavora giorno e notte per poter dimostrare ai grandi, che durante il G8 percorreranno questa strada, che la ricostruzione è finalmente partita.
Ma è proprio il cartello per i “Lavori relativi agli scavi e ai movimenti di terra lotto TS”, esposto in bella mostra all’ingresso del cantiere, che fa sorgere i primi dubbi sui controlli di trasparenza da parte della Protezione civile nell’assegnazione degli appalti e sui rischi che possono derivare dalla fretta e dall’emergenza.
Questo appalto è stato aggiudicato a diverse imprese marsicane riunite in Ati. La capogruppo è la P.R.S. produzione e servizi srl di Avezzano, mentre le imprese mandanti sono la Idio Ridolfi e figli srl di Avezzano (che lavora anche all’adeguamento dell’Aeroporto di Preturo per il G8); la Codisab srl di Carsoli; la Ing. Emilio e Paolo Salsiccia srl di Tagliacozzo e infine la Impresa di Marco srl con sede a Carsoli, via Tiburtina km. 70,00.
Ed è proprio quest’ultima società che fa tornare alla mente l’operazione “Alba d’oro” di Tagliacozzo – che gli inquirenti hanno definito come il primo «caso conclamato di presenza mafiosa in Abruzzo». Proprio qui, il 16 marzo scorso, i Gico della Guardia di finanza hanno arrestato tre imprenditori del luogo con l’accusa di aver reinvestito, attraverso la società “Alba d’oro”, capitali provenienti dal cosiddetto “tesoro di Vito Ciancimino”.
Precisiamo subito che sia l’impresa Di Marco che i suoi soci non risultano coinvolti in nessun processo relativo alle infiltrazioni criminali in Abruzzo, ma alcuni particolari meritano di essere ricordati e approfonditi, perché testimoniano delle strategie di penetrazione in Abruzzo da parte del gruppo riconducibile a Lapis e Ciancimino. Costituita nel lontano 1993, l’Impresa di Marco srl conta circa 20 dipendenti, ha un capitale sociale di 130mila euro, l’amministratore unico è Dante di Marco, mentre i soci sono Gennarino ed Eleana di Marco e Dante di Marco.
Quest’ultimo risulta anche come socio fondatore della Marsica plastica srl, (con sede a Carsoli, insieme a Giuseppe Italiano, Tommaso Vergopia, Achille Ricci, Roberto Mangano, Dante di Marco, Wolfgang Scholl, Marilena Lo Curto ed Ermelinda di Stefano. Alcune precisazioni: Italiano figura anche in uno dei pizzini di Provenzano, Di Stefano è la moglie di Gianni Lapis, Mangano è uno degli avvocati di Ciancimino al processo di Palermo mentre Achille Ricci è uno degli imprenditori tagliacozzani arrestati, insieme a Nino Zangari e Augusto Ricci, nell’operazione “Alba d’oro” del marzo scorso.

La Marsica plastica srl fu costituita presso uno studio notarile di Avezzano nel 2006, insieme alla Ecologica abruzzi srl. Entrambe le società dovevano operare nel settore della produzione di energia e dei rifiuti e, insieme alla Ricci e Zangari srl, avevano costituito il Consorzio A.R.S., sempre con sede a Carsoli allo stesso indirizzo.

Fonte:
Pietro Orsatti
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Già nel primo cantiere appaiono forti dubbi su una delle aziende coinvolte nella ricostruzione. Le domande sono: chi controlla chi? E l’autocertificazione può bastare?



di Angelo Venti su Terra

Aperti i cantieri per la realizzazione delle new town sbandierate da Berlusconi e temute dagli aquilani.
Nei pressi di Bazzano e Sant’Elia, lungo la statale 17 che da L’Aquila porta a Onna, la frazione che è diventata il simbolo del terremoto del 6 aprile, si lavora giorno e notte per poter dimostrare ai grandi, che durante il G8 percorreranno questa strada, che la ricostruzione è finalmente partita.
Ma è proprio il cartello per i “Lavori relativi agli scavi e ai movimenti di terra lotto TS”, esposto in bella mostra all’ingresso del cantiere, che fa sorgere i primi dubbi sui controlli di trasparenza da parte della Protezione civile nell’assegnazione degli appalti e sui rischi che possono derivare dalla fretta e dall’emergenza.
Questo appalto è stato aggiudicato a diverse imprese marsicane riunite in Ati. La capogruppo è la P.R.S. produzione e servizi srl di Avezzano, mentre le imprese mandanti sono la Idio Ridolfi e figli srl di Avezzano (che lavora anche all’adeguamento dell’Aeroporto di Preturo per il G8); la Codisab srl di Carsoli; la Ing. Emilio e Paolo Salsiccia srl di Tagliacozzo e infine la Impresa di Marco srl con sede a Carsoli, via Tiburtina km. 70,00.
Ed è proprio quest’ultima società che fa tornare alla mente l’operazione “Alba d’oro” di Tagliacozzo – che gli inquirenti hanno definito come il primo «caso conclamato di presenza mafiosa in Abruzzo». Proprio qui, il 16 marzo scorso, i Gico della Guardia di finanza hanno arrestato tre imprenditori del luogo con l’accusa di aver reinvestito, attraverso la società “Alba d’oro”, capitali provenienti dal cosiddetto “tesoro di Vito Ciancimino”.
Precisiamo subito che sia l’impresa Di Marco che i suoi soci non risultano coinvolti in nessun processo relativo alle infiltrazioni criminali in Abruzzo, ma alcuni particolari meritano di essere ricordati e approfonditi, perché testimoniano delle strategie di penetrazione in Abruzzo da parte del gruppo riconducibile a Lapis e Ciancimino. Costituita nel lontano 1993, l’Impresa di Marco srl conta circa 20 dipendenti, ha un capitale sociale di 130mila euro, l’amministratore unico è Dante di Marco, mentre i soci sono Gennarino ed Eleana di Marco e Dante di Marco.
Quest’ultimo risulta anche come socio fondatore della Marsica plastica srl, (con sede a Carsoli, insieme a Giuseppe Italiano, Tommaso Vergopia, Achille Ricci, Roberto Mangano, Dante di Marco, Wolfgang Scholl, Marilena Lo Curto ed Ermelinda di Stefano. Alcune precisazioni: Italiano figura anche in uno dei pizzini di Provenzano, Di Stefano è la moglie di Gianni Lapis, Mangano è uno degli avvocati di Ciancimino al processo di Palermo mentre Achille Ricci è uno degli imprenditori tagliacozzani arrestati, insieme a Nino Zangari e Augusto Ricci, nell’operazione “Alba d’oro” del marzo scorso.

La Marsica plastica srl fu costituita presso uno studio notarile di Avezzano nel 2006, insieme alla Ecologica abruzzi srl. Entrambe le società dovevano operare nel settore della produzione di energia e dei rifiuti e, insieme alla Ricci e Zangari srl, avevano costituito il Consorzio A.R.S., sempre con sede a Carsoli allo stesso indirizzo.

Fonte:
Pietro Orsatti

Berlusconi contestato a L'Aquila 27-06-2009



Ancora contestazioni da parte dei cittadini aquilani. E dopo tanto tempo riappare l'effige di Berlusconi con il naso di Pinocchio
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Ancora contestazioni da parte dei cittadini aquilani. E dopo tanto tempo riappare l'effige di Berlusconi con il naso di Pinocchio

L'Aquila: manifestazione "100% ricostruzione"



di Djefar

L'Aquila manifestazione 100% ricostruzione, condivisione, trasparenza... istruzione
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di Djefar

L'Aquila manifestazione 100% ricostruzione, condivisione, trasparenza... istruzione

sabato 27 giugno 2009

L'Aquila tradita


Di Riccardo Bocca


Da un lato lo spiegamento di forze e l'efficienza per il G8. Dall'altro la disperazione nelle tendopoli. Tra disagi, spaccio di droga e violenze. Mentre la terra non smette di tremare



Sono le sette di mattina del 19 giugno, quando una Punto bianca si ferma sul ciglio della statale 17 che attraversa L'Aquila. Al volante c'è un uomo in giacca e cravatta che spegne il motore, abbassa i finestrini e sfoglia il giornale appena acquistato. Vita quotidiana, niente di strano. Eppure all'improvviso il clima cambia, diventa teso. Dalla corsia opposta, spunta una berlina metallizzata che fa inversione inchiodando davanti alla Punto. Scende un giovane alto, palestrato, in jeans slavati e maglietta attillata. Si affianca al conducente e chiede i documenti senza qualificarsi. "Ma cosa sta succedendo? E lei chi è?", replica allarmato il conducente. "Attenda", risponde lo sconosciuto. Annota la targa della Punto, si attacca al cellulare, e infine torna con un sorriso finto: "A posto, può andare...".

L'assedio, lo chiamano gli aquilani. La soffocante militarizzazione che sta stressando il territorio in vista del G8. Migliaia di soldati, poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti e paracadutisti calati in città nelle ultime settimane. Forze operative giorno e notte. Per le strade, sulle colline. Ovunque. Tutti ossessionati dalla sicurezza dei 23 capi di Stato e di governo che, dall'8 al 10 luglio, si confronteranno con le loro delegazioni nella caserma della Guardia di finanza ?Vincenzo Giudice?. "Prevenzione indispensabile", è definita dalla Protezione civile. Ma anche una presenza che esaspera gli sfollati del post terremoto, inchiodati a tutt'altre priorità. A quasi tre mesi dall'apocalisse del 6 aprile, la terra continua a tremare. Tre punto due, tre punto tre, fino a quattro punto cinque come lunedì 22 giugno. Numeri che sulla carta dicono poco, ma da queste parti sono muri che vibrano, angoscia che non passa, riflesso a correre in strada. "Abbiamo sempre in testa l'odore delle macerie, le urla dei feriti e lo strazio dei 300 cadaveri", dice Rinaldo Tordera, direttore generale della Cassa di risparmio della provincia dell'Aquila. Lui per primo, racconta, si è faticosamente imposto di non mollare, di "annodare la cravatta e tirare avanti". Ma la volontà non basta.


Gli ostacoli sono tanti, in questo Abruzzo triste: a partire dal crollo economico. "Per la prima volta in vent'anni", informa l'Istat, "la regione segna un tasso di disoccupazione (9,7 per cento) superiore a quello italiano (7,9)". Dal 2008 al 2009 sono scomparsi 26 mila posti di lavoro. E a leggere questi dati, gli artigiani, gli operai, ma anche i manager e i professionisti ospitati dalle tendopoli tremano, sovrastati dal -14 della produzione industriale.

"Superata la prima emergenza, dovrebbe essere questa la principale preoccupazione ", dice il presidente della Provincia Stefania Pezzopane (Pd). "Dovremmo concentrarci sulle necessità pratiche e psicologiche delle 25 mila persone ancora accampate, senza dimenticare le 35 mila esiliate sulla costa adriatica". Invece non è così. Capita qualcosa di grottesco, e crudele, davanti agli occhi dei terremotati: "La città si sta spaccando in due", spiega Marco Morante del Collettivo 99 (composto da una cinquantina di giovani ingegneri, architetti e geologi aquilani). "In primo piano, sotto i riflettori, c'è l'efficentismo sfrenato per adeguare la città al G8. E intanto in penombra, trascurata della politica, cresce la frustrazione della gente comune, vittima di una quotidianità invivibile e di una ricostruzione avventata".

Parole che trovano continui riscontri, girando per l'Aquila. Basta raggiungere la caserma della Guardia di finanza, in zona Coppito, e chiedere alle imprese associate I platani e Todima come hanno realizzato la strada che collegherà la sede del G8 all'aeroporto di Preturo. "In soli 24 giorni abbiamo allargato e sistemato un percorso di due chilometri e 800 metri", dicono i titolari. Il tutto con un impiego massiccio di mezzi: "60 tra ruspe e scavatori", attivi sette giorni su sette, grazie ai quali "abbiamo costruito anche tre rotatorie e un piccolo ponte sul fiume Aterno". Il massimo, con i 3 milioni 200 mila euro stanziati dal Provveditorato alle opere pubbliche. E altrettanto apprezzabile è il rifacimento dell'aeroporto, fino a ieri snobbato per mancanza di strumentazioni, e oggi "dotato di ottimi sistemi radar e illuminazione della pista", assicura un tecnico dell'aeronautica.

Insomma: basta pronunciare la parola G8 e tutto scorre, tutto funziona. "Sobrietà con efficienza", aveva promesso il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Ed è stato di parola. Ha affidato il coordinamento a Marcello Fiori, l'uomo che ha gestito i funerali di papa Wojtyla, puntando su due fronti: "Il primo", spiega un ufficiale della Guardia di finanza, "riguarda la caserma dove alloggeranno i capi di Stato, presentata ai mass media come ideale per il G8, ma in realtà bisognosa di forti interventi ". Altro che rinfrescata generale o aggiunta di mobili: il piano di adeguamento, riassunto in un documento del ministero delle Infrastrutture, mostra ben cinque ditte abruzzesi (Iannini, Edilfrair costruzioni generali, Mancini, Di Vincenzo Dino & C. e Iciet Engineering) all'opera per reinventare le palazzine alloggi "B1, B2, D, E, E1, F4, F5, F6, H, M, P1 e P2". Quanto al secondo fronte, quello della sicurezza fuori dalla caserma, è tutto indicato in una mappa riservata e titolata "Sistema delle misure interdittive ". Una cartina da cui si vede che nei giorni cruciali sarà proibita la "circolazione veicolare, pedonale e di sosta"in tre strade essenziali (la statale 80, viale Fiamme Gialle e la provinciale 33), mentre in altre zone sarà impossibile "il transito di mezzi pesanti" o si accederà a piedi.

"Complessivamente un'ottima organizzazione ", commenta un alto grado dell'esercito. "Ma anche un cumulo di spese che offende gli sfollati". Il riferimento, esplicito, è "alla disperazione che regna in certe tendopoli ". Qualcosa di impossibile da immaginare, per chi abita altrove, ma che diventa realtà allucinante entrando nel campo di piazza d'Armi, gestito dalla Protezione civile e vietato alla stampa. All'interno, un migliaio di senzatetto sopravvivono in tende che bruciano quando c'è il sole (fino a 48 gradi) e si allagano appena piove. "E c'è di peggio", testimonia un'anziana: "Le tende hanno otto brande, e le famiglie vengono mischiate con i balordi". Sere fa, racconta, è esploso uno scontro tra slavi con coltelli e botte. Quanto alla droga, c'è l'imbarazzo della scelta tra leggera e pesante. Così le retate aumentano (il 19 giugno sono finiti in manette un invalido e un minorenne, che spacciavano nelle tendopoli 3 chili di hashish) e gli sfollati si rassegnano. Gli uomini, quelli senza lavoro, avviliti, camminano avanti e indietro nell'afa come animali in gabbia. Le mogli, mentre i bambini giocano, si arrangiano con gli stendibiancheria, infilati tra tende appiccicate una all'altra. E persino i poliziotti, dopo mesi di superlavoro, hanno di che lamentarsi: "Una collega, sfollata nel centro di piazza d'Armi, è costretta ad alloggiare davanti alla tenda di un delinquente ai domiciliari. Possibile? Torna a fine turno, appoggia la pistola sulla branda, e sa che qualcuno può rubargliela...".

Problemi che pochi conoscono, e ancora meno considerano. Nel caos endemico del dopo terremoto, le sofferenze private non trovano ascolto. Spariscono coperte dalle urgenze pubbliche, dal timore di nuove scosse devastanti. Tanta è la confusione, in queste settimane, che passano sotto silenzio anche questioni gravissime, come i tentati stupri avvenuti nelle tendopoli. Fatti confermati dalle forze dell'ordine, ma che non arrivano all'opinione pubblica. La parola d'ordine è chiara, sia a livello politico che di Protezione civile: costruire l'ottimismo. Puntare sul fascino del G8. Sul futuro vincente dell'Abruzzo testardo. Che sarà anche una scelta cinica, ma funziona: "Domenica scorsa, c'è stata la riapertura di un minuscolo pezzo del centro storico", dice l'avvocato Luisa Leopardi, dell'associazione ?Un centro storico da salvare?. "La notizia è finita sui quotidiani nazionali, si è spiegato all'Italia intera che era un segnale importante, tornare a bere il caffè in piazza Duomo nel bar di Ninetto Nurzia. Si è scritto, anche, che gli aquilani erano entusiasti, di passeggiare in centro per qualche centinaio di metri (a gruppi di massimo 60 persone, dalle 11 alle 22, ndr)". Ma non è vero, testimonia Leopardi. "Siamo stanchi di questi colpi d'immagine. Il nostro centro è ancora macerie, infinite macerie, e sofferenza viva. Tant'è che il sottosegretario Gianni Letta, presente alla riapertura, è stato sonoramente fischiato".

Piuttosto, concordano i comitati cittadini, quello che gli abruzzesi vorrebbero al più presto è una ricostruzione ragionevole. Condivisa. Lungimirante. Ne parlano di continuo, gli sfollati, ai margini della zona rossa dove giacciono cumuli di mattoni e ferraglia. Ripensano alle promesse del premier Berlusconi e masticano amaro: "Dove sono le ville che dovevano ospitarci?", urla un avvocato rimasto senza casa e studio. "E le crociere che ci doveva pagare?", scuote la testa Rita, 23 anni, sulla sedia a rotelle a causa del 6 aprile. In compenso, si potrebbe ribattere, sono iniziati a L'Aquila i lavori per costruire 150 palazzine antisismiche, finanziate con 700 milioni di euro, destinate a circa 13 mila persone e sparse su venti siti periferici. "Ma anche qui non c'è da gioire", dice l'architetto Marco Morante. "Quello che resterà, alla fine di questa storia, è un mostruoso stravolgimento urbanistico; un intervento che massacra i piccoli centri limitrofi, sopraffatti dalla nuova edilizia, senza restituire un'identità cittadina". Ragionamenti che i comitati popolari stanno girando ai politici, assieme a progetti alternativi e meno invasivi. Ma ad accoglierli ci sono disinteresse e sarcasmo. L'onorevole pidiellino Giorgio Straquadanio, ad esempio, per giustificare questa ricostruzione discutibile, ha replicato che "quando si allaga una casa bisogna togliere l'acqua, non salvare i quadri...". E se qualcuno non è d'accordo, ha aggiunto, pazienza: deve prendere atto che "siamo in democrazia, e che il Pdl alle europee ha ottenuto la maggioranza aquilana" (verissimo, anche se a votare è stato un misero 27,9 per cento, figlio proprio della rivolta antipolitica). "Il pericolo", dice il presidente della Provincia Pezzopane, "è che gli italiani credano alla campagna d'immagine lanciata dal governo Berlusconi. Che si convincano che tutto procede, che siamo tranquilli, e ci lascino soli". Un rischio probabile. Basti pensare al flusso di notizie fantasiose uscite in questi mesi sulle scuole aquilane. Dopo il sisma, un quotidiano nazionale ha titolato entusiasta ?Il miracolo di palazzo Quinzi?. "Eppure questa struttura, che ospita il mio liceo classico, è a pezzi", s'indigna il preside Angelo Mancini, "sono crollate le volte a crociera e si trovano danni ovunque, dalle scale alle aule agli uffici". Poi è toccato al sottosegretario all'Ambiente, Roberto Menia, dichiarare che "l'80 per cento delle scuole è già praticabile". ("Anche se l'unico istituto superiore completamente agibile", documenta Mancini, "è l'Accademia di belle arti, mentre tra materne, elementari e medie le scuole pronte sono 14 su 49"). Fino al paradosso di sabato 28 giugno, quando un quotidiano abruzzese ha inserito nella tabella ?Scuole agibili? 15 istituti classificati in fascia B: ossia "temporaneamente inagibili, totalmentete o parzialmente ", per citare l'ordinanza 3.779 del presidente del Consiglio.

Cambierà la situazione? Tornerà un barlume di vita normale? Finiranno le polemiche attorno al decreto casa, assicurando a tutti un sostegno sicuro? Finirà lo strazio degli appartamenti sventrati, dei negozi chiusi, degli anziani sacrificati in camper, dell'ospedale improvvisato nelle tende accanto a quello inagibile di San Salvatore, dove la gente attende stremata, in fila sotto il sole, per l'accettazione?"Ci vorranno anni", rispondono a registratore spento le istituzioni. Non certo i pochi giorni "bastati per smontare a La Maddalena un ottimo ospedale da campo (40 posti letto e due sale operatorie) e trasferirlo a L'Aquila per il G8". Ma si sa: tutto è possibile, in onore dei 23 leader mondiali. Anche che Berlusconi sfoderi, nel bel mezzo della tre giorni internazionale, la sua sorpresa più ambiziosa: un lavoro preparato ad hoc dal ministero dei Beni culturali, dalla Protezione civile e dalla Direzione regionale per i beni culturali abruzzesi. "Fotografie e schede", informa una nota riservata, con i monumenti danneggiati "adottabili dai Paesi esteri".

Il colpo di teatro per un premier traballante. Ma anche l'estrema speranza per una terra in ginocchio.

Fonte:
L'Espresso 24 giugno 2009
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Di Riccardo Bocca


Da un lato lo spiegamento di forze e l'efficienza per il G8. Dall'altro la disperazione nelle tendopoli. Tra disagi, spaccio di droga e violenze. Mentre la terra non smette di tremare



Sono le sette di mattina del 19 giugno, quando una Punto bianca si ferma sul ciglio della statale 17 che attraversa L'Aquila. Al volante c'è un uomo in giacca e cravatta che spegne il motore, abbassa i finestrini e sfoglia il giornale appena acquistato. Vita quotidiana, niente di strano. Eppure all'improvviso il clima cambia, diventa teso. Dalla corsia opposta, spunta una berlina metallizzata che fa inversione inchiodando davanti alla Punto. Scende un giovane alto, palestrato, in jeans slavati e maglietta attillata. Si affianca al conducente e chiede i documenti senza qualificarsi. "Ma cosa sta succedendo? E lei chi è?", replica allarmato il conducente. "Attenda", risponde lo sconosciuto. Annota la targa della Punto, si attacca al cellulare, e infine torna con un sorriso finto: "A posto, può andare...".

L'assedio, lo chiamano gli aquilani. La soffocante militarizzazione che sta stressando il territorio in vista del G8. Migliaia di soldati, poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti e paracadutisti calati in città nelle ultime settimane. Forze operative giorno e notte. Per le strade, sulle colline. Ovunque. Tutti ossessionati dalla sicurezza dei 23 capi di Stato e di governo che, dall'8 al 10 luglio, si confronteranno con le loro delegazioni nella caserma della Guardia di finanza ?Vincenzo Giudice?. "Prevenzione indispensabile", è definita dalla Protezione civile. Ma anche una presenza che esaspera gli sfollati del post terremoto, inchiodati a tutt'altre priorità. A quasi tre mesi dall'apocalisse del 6 aprile, la terra continua a tremare. Tre punto due, tre punto tre, fino a quattro punto cinque come lunedì 22 giugno. Numeri che sulla carta dicono poco, ma da queste parti sono muri che vibrano, angoscia che non passa, riflesso a correre in strada. "Abbiamo sempre in testa l'odore delle macerie, le urla dei feriti e lo strazio dei 300 cadaveri", dice Rinaldo Tordera, direttore generale della Cassa di risparmio della provincia dell'Aquila. Lui per primo, racconta, si è faticosamente imposto di non mollare, di "annodare la cravatta e tirare avanti". Ma la volontà non basta.


Gli ostacoli sono tanti, in questo Abruzzo triste: a partire dal crollo economico. "Per la prima volta in vent'anni", informa l'Istat, "la regione segna un tasso di disoccupazione (9,7 per cento) superiore a quello italiano (7,9)". Dal 2008 al 2009 sono scomparsi 26 mila posti di lavoro. E a leggere questi dati, gli artigiani, gli operai, ma anche i manager e i professionisti ospitati dalle tendopoli tremano, sovrastati dal -14 della produzione industriale.

"Superata la prima emergenza, dovrebbe essere questa la principale preoccupazione ", dice il presidente della Provincia Stefania Pezzopane (Pd). "Dovremmo concentrarci sulle necessità pratiche e psicologiche delle 25 mila persone ancora accampate, senza dimenticare le 35 mila esiliate sulla costa adriatica". Invece non è così. Capita qualcosa di grottesco, e crudele, davanti agli occhi dei terremotati: "La città si sta spaccando in due", spiega Marco Morante del Collettivo 99 (composto da una cinquantina di giovani ingegneri, architetti e geologi aquilani). "In primo piano, sotto i riflettori, c'è l'efficentismo sfrenato per adeguare la città al G8. E intanto in penombra, trascurata della politica, cresce la frustrazione della gente comune, vittima di una quotidianità invivibile e di una ricostruzione avventata".

Parole che trovano continui riscontri, girando per l'Aquila. Basta raggiungere la caserma della Guardia di finanza, in zona Coppito, e chiedere alle imprese associate I platani e Todima come hanno realizzato la strada che collegherà la sede del G8 all'aeroporto di Preturo. "In soli 24 giorni abbiamo allargato e sistemato un percorso di due chilometri e 800 metri", dicono i titolari. Il tutto con un impiego massiccio di mezzi: "60 tra ruspe e scavatori", attivi sette giorni su sette, grazie ai quali "abbiamo costruito anche tre rotatorie e un piccolo ponte sul fiume Aterno". Il massimo, con i 3 milioni 200 mila euro stanziati dal Provveditorato alle opere pubbliche. E altrettanto apprezzabile è il rifacimento dell'aeroporto, fino a ieri snobbato per mancanza di strumentazioni, e oggi "dotato di ottimi sistemi radar e illuminazione della pista", assicura un tecnico dell'aeronautica.

Insomma: basta pronunciare la parola G8 e tutto scorre, tutto funziona. "Sobrietà con efficienza", aveva promesso il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Ed è stato di parola. Ha affidato il coordinamento a Marcello Fiori, l'uomo che ha gestito i funerali di papa Wojtyla, puntando su due fronti: "Il primo", spiega un ufficiale della Guardia di finanza, "riguarda la caserma dove alloggeranno i capi di Stato, presentata ai mass media come ideale per il G8, ma in realtà bisognosa di forti interventi ". Altro che rinfrescata generale o aggiunta di mobili: il piano di adeguamento, riassunto in un documento del ministero delle Infrastrutture, mostra ben cinque ditte abruzzesi (Iannini, Edilfrair costruzioni generali, Mancini, Di Vincenzo Dino & C. e Iciet Engineering) all'opera per reinventare le palazzine alloggi "B1, B2, D, E, E1, F4, F5, F6, H, M, P1 e P2". Quanto al secondo fronte, quello della sicurezza fuori dalla caserma, è tutto indicato in una mappa riservata e titolata "Sistema delle misure interdittive ". Una cartina da cui si vede che nei giorni cruciali sarà proibita la "circolazione veicolare, pedonale e di sosta"in tre strade essenziali (la statale 80, viale Fiamme Gialle e la provinciale 33), mentre in altre zone sarà impossibile "il transito di mezzi pesanti" o si accederà a piedi.

"Complessivamente un'ottima organizzazione ", commenta un alto grado dell'esercito. "Ma anche un cumulo di spese che offende gli sfollati". Il riferimento, esplicito, è "alla disperazione che regna in certe tendopoli ". Qualcosa di impossibile da immaginare, per chi abita altrove, ma che diventa realtà allucinante entrando nel campo di piazza d'Armi, gestito dalla Protezione civile e vietato alla stampa. All'interno, un migliaio di senzatetto sopravvivono in tende che bruciano quando c'è il sole (fino a 48 gradi) e si allagano appena piove. "E c'è di peggio", testimonia un'anziana: "Le tende hanno otto brande, e le famiglie vengono mischiate con i balordi". Sere fa, racconta, è esploso uno scontro tra slavi con coltelli e botte. Quanto alla droga, c'è l'imbarazzo della scelta tra leggera e pesante. Così le retate aumentano (il 19 giugno sono finiti in manette un invalido e un minorenne, che spacciavano nelle tendopoli 3 chili di hashish) e gli sfollati si rassegnano. Gli uomini, quelli senza lavoro, avviliti, camminano avanti e indietro nell'afa come animali in gabbia. Le mogli, mentre i bambini giocano, si arrangiano con gli stendibiancheria, infilati tra tende appiccicate una all'altra. E persino i poliziotti, dopo mesi di superlavoro, hanno di che lamentarsi: "Una collega, sfollata nel centro di piazza d'Armi, è costretta ad alloggiare davanti alla tenda di un delinquente ai domiciliari. Possibile? Torna a fine turno, appoggia la pistola sulla branda, e sa che qualcuno può rubargliela...".

Problemi che pochi conoscono, e ancora meno considerano. Nel caos endemico del dopo terremoto, le sofferenze private non trovano ascolto. Spariscono coperte dalle urgenze pubbliche, dal timore di nuove scosse devastanti. Tanta è la confusione, in queste settimane, che passano sotto silenzio anche questioni gravissime, come i tentati stupri avvenuti nelle tendopoli. Fatti confermati dalle forze dell'ordine, ma che non arrivano all'opinione pubblica. La parola d'ordine è chiara, sia a livello politico che di Protezione civile: costruire l'ottimismo. Puntare sul fascino del G8. Sul futuro vincente dell'Abruzzo testardo. Che sarà anche una scelta cinica, ma funziona: "Domenica scorsa, c'è stata la riapertura di un minuscolo pezzo del centro storico", dice l'avvocato Luisa Leopardi, dell'associazione ?Un centro storico da salvare?. "La notizia è finita sui quotidiani nazionali, si è spiegato all'Italia intera che era un segnale importante, tornare a bere il caffè in piazza Duomo nel bar di Ninetto Nurzia. Si è scritto, anche, che gli aquilani erano entusiasti, di passeggiare in centro per qualche centinaio di metri (a gruppi di massimo 60 persone, dalle 11 alle 22, ndr)". Ma non è vero, testimonia Leopardi. "Siamo stanchi di questi colpi d'immagine. Il nostro centro è ancora macerie, infinite macerie, e sofferenza viva. Tant'è che il sottosegretario Gianni Letta, presente alla riapertura, è stato sonoramente fischiato".

Piuttosto, concordano i comitati cittadini, quello che gli abruzzesi vorrebbero al più presto è una ricostruzione ragionevole. Condivisa. Lungimirante. Ne parlano di continuo, gli sfollati, ai margini della zona rossa dove giacciono cumuli di mattoni e ferraglia. Ripensano alle promesse del premier Berlusconi e masticano amaro: "Dove sono le ville che dovevano ospitarci?", urla un avvocato rimasto senza casa e studio. "E le crociere che ci doveva pagare?", scuote la testa Rita, 23 anni, sulla sedia a rotelle a causa del 6 aprile. In compenso, si potrebbe ribattere, sono iniziati a L'Aquila i lavori per costruire 150 palazzine antisismiche, finanziate con 700 milioni di euro, destinate a circa 13 mila persone e sparse su venti siti periferici. "Ma anche qui non c'è da gioire", dice l'architetto Marco Morante. "Quello che resterà, alla fine di questa storia, è un mostruoso stravolgimento urbanistico; un intervento che massacra i piccoli centri limitrofi, sopraffatti dalla nuova edilizia, senza restituire un'identità cittadina". Ragionamenti che i comitati popolari stanno girando ai politici, assieme a progetti alternativi e meno invasivi. Ma ad accoglierli ci sono disinteresse e sarcasmo. L'onorevole pidiellino Giorgio Straquadanio, ad esempio, per giustificare questa ricostruzione discutibile, ha replicato che "quando si allaga una casa bisogna togliere l'acqua, non salvare i quadri...". E se qualcuno non è d'accordo, ha aggiunto, pazienza: deve prendere atto che "siamo in democrazia, e che il Pdl alle europee ha ottenuto la maggioranza aquilana" (verissimo, anche se a votare è stato un misero 27,9 per cento, figlio proprio della rivolta antipolitica). "Il pericolo", dice il presidente della Provincia Pezzopane, "è che gli italiani credano alla campagna d'immagine lanciata dal governo Berlusconi. Che si convincano che tutto procede, che siamo tranquilli, e ci lascino soli". Un rischio probabile. Basti pensare al flusso di notizie fantasiose uscite in questi mesi sulle scuole aquilane. Dopo il sisma, un quotidiano nazionale ha titolato entusiasta ?Il miracolo di palazzo Quinzi?. "Eppure questa struttura, che ospita il mio liceo classico, è a pezzi", s'indigna il preside Angelo Mancini, "sono crollate le volte a crociera e si trovano danni ovunque, dalle scale alle aule agli uffici". Poi è toccato al sottosegretario all'Ambiente, Roberto Menia, dichiarare che "l'80 per cento delle scuole è già praticabile". ("Anche se l'unico istituto superiore completamente agibile", documenta Mancini, "è l'Accademia di belle arti, mentre tra materne, elementari e medie le scuole pronte sono 14 su 49"). Fino al paradosso di sabato 28 giugno, quando un quotidiano abruzzese ha inserito nella tabella ?Scuole agibili? 15 istituti classificati in fascia B: ossia "temporaneamente inagibili, totalmentete o parzialmente ", per citare l'ordinanza 3.779 del presidente del Consiglio.

Cambierà la situazione? Tornerà un barlume di vita normale? Finiranno le polemiche attorno al decreto casa, assicurando a tutti un sostegno sicuro? Finirà lo strazio degli appartamenti sventrati, dei negozi chiusi, degli anziani sacrificati in camper, dell'ospedale improvvisato nelle tende accanto a quello inagibile di San Salvatore, dove la gente attende stremata, in fila sotto il sole, per l'accettazione?"Ci vorranno anni", rispondono a registratore spento le istituzioni. Non certo i pochi giorni "bastati per smontare a La Maddalena un ottimo ospedale da campo (40 posti letto e due sale operatorie) e trasferirlo a L'Aquila per il G8". Ma si sa: tutto è possibile, in onore dei 23 leader mondiali. Anche che Berlusconi sfoderi, nel bel mezzo della tre giorni internazionale, la sua sorpresa più ambiziosa: un lavoro preparato ad hoc dal ministero dei Beni culturali, dalla Protezione civile e dalla Direzione regionale per i beni culturali abruzzesi. "Fotografie e schede", informa una nota riservata, con i monumenti danneggiati "adottabili dai Paesi esteri".

Il colpo di teatro per un premier traballante. Ma anche l'estrema speranza per una terra in ginocchio.

Fonte:
L'Espresso 24 giugno 2009

venerdì 19 giugno 2009

Inseguito dalla protesta Mr. B mette in riga i suoi


Di Pietro Orsatti


RICOSTRUZIONE — Finito il tempo dei bagni di folla e delle dentiere promesse alle vecchine il premier comincia a temere gli effetti delle troppe promesse fatte e non mantenute. —
Berlusconi è stato ieri a L’Aquila per un sopralluogo per i lavori del G8 e per vedere le prime tracce di costruzione delle casette del Piano case. Ma nessuno lo ha visto, sebbene in molti lo abbiano inseguito. Manifestazioni spontanee di comitati e cittadini si sono formate durante tutto il pomeriggio di ieri nei luoghi dove il premier con ogni probabilità si sarebbe dovuto recare per esercitare il suo ruolo di “supervisore”.

Aeroporto, Bazzano (dove sono stati posizionati i primi pilastri delle famigerate casette provvisorie, ma fino a un certo punto), Coppito (sede del G8). Oltre a un gran movimento di elicotteri il premier onnipresente fino a poche settimane fa, stavolta non ha cercato il contatto con “il suo popolo”.

Di ritorno da Washington qualcuno gli deve aver comunicato della grande manifestazione di sfollati di martedì davanti a Montecitorio durante la discussione del decreto Abruzzo. E il Cav. deve aver pensato che era meglio non cascare nella trappola di qualche reporter “comunista” pronto a ingigantire qualche marginale contestazione. «I terremotati dell’Abruzzo sono stati usati come degli spot - ha dichiarato ieri Massimo D’Alema -.

Quando Berlusconi è andato in Abruzzo per fare delle promesse ha sempre trovato le telecamere; quando gli abitanti di quelle zone hanno manifestato per le promesse non mantenute c’è stato l’oscuramento del Tg1». Ma anche se il Tg1 ha cercato di mascherare le dimensioni della protesta, la notizia (e i dubbi che questa suscita) secondo la quale la situazione in Abruzzo sia tutt’altro che risolta e che anzi la popolazione si sta mobilitando sia contro la ricostruzione sia contro la gestione del dopo emergenza, ha fatto il giro del mondo.

E quindi meglio evitare di farsi vedere dagli “amati abruzzesi” e limitarsi a un incontro super protetto con gli imprenditori che hanno vinto la gara per la costruzione delle casette che ospiteranno circa 10mila sfollati a fine novembre, su un numero complessivo di più di 60mila. Il programma ha poi previsto un incontro con gli eletti abruzzesi del Pdl che si sono radunati nella palazzina della Gdf a Coppito.

Eletti di cui alcuni si sono schierati anche apertamente con la protesta montata nelle ultime settimane. Non invitato, ovviamente, il sindaco di centrosinistra de L’Aquila. Massimo Cialente, che con la presidente della Provincia Stefania Pezzopane ha guidato la rivolta delle amministrazioni locali colpite dal sisma.

«Ci sentiamo abbindolati e abbandonati da tutti - ha dichiarato Cialente, mentre Berlusconi incontrava e cercava di riportare all’ordine i suoi -. È la prima volta che si affronta una calamità senza prevedere una tassa di scopo. Nel 1994, per l’alluvione di Alessandria, il governo Berlusconi mise una tassa, e si raccolsero 9.000 miliardi di vecchie lire».

E le dimensioni del cataclisma erano ben differenti. Come era diverso lo stile. «A novembre a L’Aquila ci sono le elezioni comunali e provinciali. Ciò determina la fibrillazione del centrosinistra che agita la folla». A fare questa dichiarazione degna quasi del miglior Ghedini, il governatore Chiodi.

Che non sia ripartita, se non in maniera minimale la ricostruzione, che non ci sia copertura finanziaria per un decreto passato solo con la minaccia di porre la fiducia, che ormai si parli di emergenza sanitaria per gli anziani, per Chiodi è colpa solo della sinistra. La scuola si vede.

Fonte:Terra
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Di Pietro Orsatti


RICOSTRUZIONE — Finito il tempo dei bagni di folla e delle dentiere promesse alle vecchine il premier comincia a temere gli effetti delle troppe promesse fatte e non mantenute. —
Berlusconi è stato ieri a L’Aquila per un sopralluogo per i lavori del G8 e per vedere le prime tracce di costruzione delle casette del Piano case. Ma nessuno lo ha visto, sebbene in molti lo abbiano inseguito. Manifestazioni spontanee di comitati e cittadini si sono formate durante tutto il pomeriggio di ieri nei luoghi dove il premier con ogni probabilità si sarebbe dovuto recare per esercitare il suo ruolo di “supervisore”.

Aeroporto, Bazzano (dove sono stati posizionati i primi pilastri delle famigerate casette provvisorie, ma fino a un certo punto), Coppito (sede del G8). Oltre a un gran movimento di elicotteri il premier onnipresente fino a poche settimane fa, stavolta non ha cercato il contatto con “il suo popolo”.

Di ritorno da Washington qualcuno gli deve aver comunicato della grande manifestazione di sfollati di martedì davanti a Montecitorio durante la discussione del decreto Abruzzo. E il Cav. deve aver pensato che era meglio non cascare nella trappola di qualche reporter “comunista” pronto a ingigantire qualche marginale contestazione. «I terremotati dell’Abruzzo sono stati usati come degli spot - ha dichiarato ieri Massimo D’Alema -.

Quando Berlusconi è andato in Abruzzo per fare delle promesse ha sempre trovato le telecamere; quando gli abitanti di quelle zone hanno manifestato per le promesse non mantenute c’è stato l’oscuramento del Tg1». Ma anche se il Tg1 ha cercato di mascherare le dimensioni della protesta, la notizia (e i dubbi che questa suscita) secondo la quale la situazione in Abruzzo sia tutt’altro che risolta e che anzi la popolazione si sta mobilitando sia contro la ricostruzione sia contro la gestione del dopo emergenza, ha fatto il giro del mondo.

E quindi meglio evitare di farsi vedere dagli “amati abruzzesi” e limitarsi a un incontro super protetto con gli imprenditori che hanno vinto la gara per la costruzione delle casette che ospiteranno circa 10mila sfollati a fine novembre, su un numero complessivo di più di 60mila. Il programma ha poi previsto un incontro con gli eletti abruzzesi del Pdl che si sono radunati nella palazzina della Gdf a Coppito.

Eletti di cui alcuni si sono schierati anche apertamente con la protesta montata nelle ultime settimane. Non invitato, ovviamente, il sindaco di centrosinistra de L’Aquila. Massimo Cialente, che con la presidente della Provincia Stefania Pezzopane ha guidato la rivolta delle amministrazioni locali colpite dal sisma.

«Ci sentiamo abbindolati e abbandonati da tutti - ha dichiarato Cialente, mentre Berlusconi incontrava e cercava di riportare all’ordine i suoi -. È la prima volta che si affronta una calamità senza prevedere una tassa di scopo. Nel 1994, per l’alluvione di Alessandria, il governo Berlusconi mise una tassa, e si raccolsero 9.000 miliardi di vecchie lire».

E le dimensioni del cataclisma erano ben differenti. Come era diverso lo stile. «A novembre a L’Aquila ci sono le elezioni comunali e provinciali. Ciò determina la fibrillazione del centrosinistra che agita la folla». A fare questa dichiarazione degna quasi del miglior Ghedini, il governatore Chiodi.

Che non sia ripartita, se non in maniera minimale la ricostruzione, che non ci sia copertura finanziaria per un decreto passato solo con la minaccia di porre la fiducia, che ormai si parli di emergenza sanitaria per gli anziani, per Chiodi è colpa solo della sinistra. La scuola si vede.

Fonte:Terra

lunedì 15 giugno 2009

Protesta per il sisma, domani sfollati a Roma "Ma volantinaggio vietato nelle tendopoli"


Di Giuseppe Caporale



L'AQUILA - Nelle tendopoli dei terremotati ora anche il volantinaggio è severamente vietato. Nelle centottanta strutture d'accoglienza gestite dalla Protezione Civile e situate intorno alla città dell'Aquila, giorno dopo giorno aumentano divieti e restrizioni. Appena due settimane fa, con una circolare firmata dal vice capo del dipartimento ministeriale, Bernardo De Bernardinis, era stata abolita la somministrazione di caffé, cioccolata e vino. Poco prima, anche le manifestazioni interne ai campi, promosse dalla popolazione, erano state bandite. "Occorre non turbare la quiete degli ospiti" era stato spiegato dagli uffici della Dicomac (il centro operativo della Protezione Civile).

Dell'impossibilità di diffondere volantini, invece, si sono accorti, ieri, i nove comitati che curano l'organizzazione della manifestazione di protesta contro il decreto per la ricostruzione voluto dal governo. Un decreto che domani sarà in discussione alla Camera. E proprio lì, a Roma, i comitati "senza colore politico e senza bandiere" vogliono far sentire la loro voce. "Per questo stavamo girando le tendopoli: per diffondere un volantino che invitava la popolazione a partecipare alla manifestazione di protesta martedì davanti Montecitorio" racconta Gianfranco De Felice, 27 anni, grafico pubblicitario, sfollato e attivista del comitato "3e32". "La distribuzione del materiale però ci è stata impedita ovunque. Abbiamo solo potuto lasciare un volantino al responsabile di ogni singolo campo, chiedendo la garanzia che almeno venisse affisso in bacheca" racconta ancora. E aggiunge: "Un volontario della tendopoli di Sant'Elia poi, mi ha mostrato una circolare interna, firmata dalla direzione della Protezione Civile, dove era scritto che il volantinaggio in tutti i campi è severamente vietato. Ho chiesto di fotografarla o di averne copia, ma mi è stato impedito".

Intanto, ieri a Roseto, oltre seicento sfollati si sono radunati in assemblea per organizzare la manifestazione di Roma, e i toni si sono fatti molti aspri. In platea solo comitati spontanei, nessun sindaco o amministratore pubblico. "Siamo stanchi di essere presi in giro sia dal governo nazionale (di centrodestra), che dai rappresentanti delle istituzioni locali (di centrosinistra) che non hanno la forza di opporsi" ha detto Mattia Lolli del Comitato 3&32 "era chiaro da subito che non si possono far rimanere 30 mila persone otto mesi nelle tende. Siamo pronti a mobilitarci per bloccare i lavori del Piano C. A. S. E. (con i 13 mila appartamenti voluti dal governo). Pronti a stenderci davanti alla gru".


Fonte:La Repubblica (15 giugno 2009)
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Di Giuseppe Caporale



L'AQUILA - Nelle tendopoli dei terremotati ora anche il volantinaggio è severamente vietato. Nelle centottanta strutture d'accoglienza gestite dalla Protezione Civile e situate intorno alla città dell'Aquila, giorno dopo giorno aumentano divieti e restrizioni. Appena due settimane fa, con una circolare firmata dal vice capo del dipartimento ministeriale, Bernardo De Bernardinis, era stata abolita la somministrazione di caffé, cioccolata e vino. Poco prima, anche le manifestazioni interne ai campi, promosse dalla popolazione, erano state bandite. "Occorre non turbare la quiete degli ospiti" era stato spiegato dagli uffici della Dicomac (il centro operativo della Protezione Civile).

Dell'impossibilità di diffondere volantini, invece, si sono accorti, ieri, i nove comitati che curano l'organizzazione della manifestazione di protesta contro il decreto per la ricostruzione voluto dal governo. Un decreto che domani sarà in discussione alla Camera. E proprio lì, a Roma, i comitati "senza colore politico e senza bandiere" vogliono far sentire la loro voce. "Per questo stavamo girando le tendopoli: per diffondere un volantino che invitava la popolazione a partecipare alla manifestazione di protesta martedì davanti Montecitorio" racconta Gianfranco De Felice, 27 anni, grafico pubblicitario, sfollato e attivista del comitato "3e32". "La distribuzione del materiale però ci è stata impedita ovunque. Abbiamo solo potuto lasciare un volantino al responsabile di ogni singolo campo, chiedendo la garanzia che almeno venisse affisso in bacheca" racconta ancora. E aggiunge: "Un volontario della tendopoli di Sant'Elia poi, mi ha mostrato una circolare interna, firmata dalla direzione della Protezione Civile, dove era scritto che il volantinaggio in tutti i campi è severamente vietato. Ho chiesto di fotografarla o di averne copia, ma mi è stato impedito".

Intanto, ieri a Roseto, oltre seicento sfollati si sono radunati in assemblea per organizzare la manifestazione di Roma, e i toni si sono fatti molti aspri. In platea solo comitati spontanei, nessun sindaco o amministratore pubblico. "Siamo stanchi di essere presi in giro sia dal governo nazionale (di centrodestra), che dai rappresentanti delle istituzioni locali (di centrosinistra) che non hanno la forza di opporsi" ha detto Mattia Lolli del Comitato 3&32 "era chiaro da subito che non si possono far rimanere 30 mila persone otto mesi nelle tende. Siamo pronti a mobilitarci per bloccare i lavori del Piano C. A. S. E. (con i 13 mila appartamenti voluti dal governo). Pronti a stenderci davanti alla gru".


Fonte:La Repubblica (15 giugno 2009)

Abruzzo: pronte le suites presidenziali mentre la "Gleba" assiste dalle tende


Di Emilia Urso Anfuso



Da diversi giorni in Abruzzo, e più esattamente all’Aquila, c’è un particolare fermento. Centinaia di persone, stanno lavorando alacremente per far si che la zona in breve, possa garantire la totale sicurezza agli ospiti del prossimo G8, che inizierà l’8 Luglio prossimo

Da diversi giorni in Abruzzo, e più esattamente a L’Aquila, c’è un particolare fermento. Centinaia di persone, stanno lavorando alacremente per far si che la zona in breve, possa garantire la totale sicurezza agli ospiti del prossimo G8, che inizierà l’8 Luglio prossimo. Squadroni di tecnici a verificare la sicurezza delle strutture che verranno utilizzate per l’occasione. Operai operosissimi, che sotto l’occhio controllore di tecnici ed esperti della sicurezza, mettono nelle loro mani la vita di Presidenti di Nazioni che si incontreranno, per decisione del nostro Governo, in una città ancora agonizzante per un disastro forse annunciato, molto sfruttato ed ora, un pò vilipeso.

Il Governo - voci di corridoio poi dichiarate apertamente – si fregia del fatto, di aver attinto ai migliori mobilieri italiani, per creare l’incanto di 30 appartamenti per alloggiare le membra del Potere internazionale. Questi alloggi a cinque stelle Superior, hanno catalizzato l’attenzione della ricostruzione gettando nell’oblio le necessità del Popolo.

Nessuno può accedere alle zone preposte al G8: in testa i giornalisti. I siti sono sbarrati da personale dei servizi di sicurezza. Non si può accedere. Ma neanche parlare di ciò che sta avvenendo. Top secret. L’alibi è quello di dover consentire la massima operatività ed in tempi relativamente brevi, al fine da poter accogliere in lussuose suites presidenziali, i potenti del Mondo.

Telecamere quindi smorzate. Fotografi orfani di immagini. Cittadinanza sfollata e relegata negli alloggi “propri” alla Massa: tendopoli ora fredde ora roventi. Acquitrinose in caso di pioggia. Invivibili persino per una settimana di vacanza di avventura. Coabitazione coatta fra eredi di disperazione in attesa di indirizzo.

Una volta in più, cala la cortina che sfoggia una luce diversa ad illuminare il percorso di vita, a seconda che si nasca fortunati o figli della propria terra e basta. Questo G8 e tutto il fremere che gli ruota intorno, mettono milioni di anni luce in più, fra il divario che esiste fra il Potere ed il Popolo.

Lassù, gli Illuminati. Giù in basso, la Gente. Senza mai riflettere sul fatto che, in assenza di Massa Umana, gli Illuminati esisterebbero solo per veder la propria immagine riflessa dentro uno specchio.

Il Potere non teme le critiche. Semmai, teme di dover soggiornare scomodamente. Di dover alloggiare in ambienti che poco si accostano al prestigio. Di dover argomentare le sorti del mondo davanti ad un tavolaccio, piuttosto che ad un fratino del ‘400.

Quanto stia costando la preparazione del G8 in questione, non è dato sapere. Si è parlato solo di quanto si sarebbe risparmiato, spostandolo dalla Maddalena all’Aquila. Dimenticando che, già da più di un anno, la Sardegna era in fervore di preparativi – persino di nuove strutture edili – per accogliere un evento di tale risonanza. Nemmeno di quei soldi buttati per nulla, si fa menzione. Peccato. Informazioni che avrebbero dato una misura più precisa e logica di dove e come vengono spostati i finanziamenti che generiamo da cittadini d’Italia.

Ora, tutta l’attenzione è rivolta al grande palcoscenico. Non c’è tempo per analizzare. Ne per argomentare le esigenze della Gente comune. La priorità va data all’ennesimo G. Che se non ve ne foste accorti, sta divenendo un evento quotidiano nei nostri giorni. Un G al giorno, forse, toglie la polemica di torno... o la attizza. Vedremo.

Nel frattempo, cala l’attenzione dei media nazionali – non possono far altro a quanto pare – su fatti e cose che realisticamente sarebbero più interessanti per tutta la Comunità Italiana. Ad esempio: a che punto sono le indagini che dovrebbero proseguire per individuare i colpevoli di edifici realizzati con materiali di terz’ordine e senza alcuna normativa antisismica? Cosa ne è della Impregilo s.p.a. Impresa di Stato che è fra l’altro, la penosa realizzatrice dell’Ospedale S. Salvatore dell’Aquila, crollato rovinosamente a causa di appalti di convenienza?

E che notizie si hanno sulle cifre raggranellate dagli italiani nella gara di solidarietà che continua quotidianamente a vederli protagonisti, per dare una mano ai terremotati ed alla ricostruzione? Per non parlare del decreto N° 39 sulla ricostruzione in Abruzzo, che scredita totalmente le dichiarazioni del mondo Politico sia per quanto riguarda le cifre dichiarate all’inizio – 8 miliardi che all’atto pratico, leggendo bene il Decreto, sono circa 5,5mld – sia per ciò che riguarda gli articoli relativi alla ricostruzione – che non è presa in considerazione – degli appartamenti di proprietà dei non residenti.

I finanziamenti, ricordo peraltro, saranno “diluiti” di qui al 2032: c’è da morire di attese. Ed una parte del Decreto in questione, propone ed approva la creazione di nuove lotterie atte a raggranellare circa 500 Mln di euro da mettere nel novero degli stanziamenti per la ricostruzione. Un bel gioco delle tre carte.

Poco rassicura peraltro, il fatto che si sia deciso – una volta in più – di attingere circa due miliardi di euro dai FAS – Fondi per le Aree Sottosviluppate – quel “salvadanaio” che sarebbe dedicato da sempre allo sviluppo del Mezzogiorno, ma dal quale si attinge sempre come fosse quella che in alcune regioni del Sud d’Italia si chiama “Ammucciagghia”, cioè, denaro sottratto alla gestione familiare quotidiana, ma messo da parte per i momenti di bisogno...

Le televisioni tacciono. I giornali parlano d’altro. I terremotati non hanno voce. Non perché non si stiano ribellando ad un Sistema di cose che li vede in realtà protagonisti di un grande scempio: nessuno li fa parlare. Nessuno li intervista. E persino quelle rarissime volte in cui qualche rete decide di mandare in onda qualche testimonianza dal “terreno”, si nota come si scelgano le persone più moderate, tranquille.

Eppure da giorni e giorni, c’è gente che si lamenta a gran voce. Un po’ per tutto. A partire dai Sindaci che si sono visti negare ad oggi, la revisione del Decreto N° 39, per arrivare ai malumori degli sfollati che stanno vedendo coi loro occhi, come la ricostruzione - parlando di quella “provvisoria” - presumibilmente, non avverrà in tempi brevi, come promesso. E di come probabilmente, non otterranno giustizia sui colpevoli di una infamia chiamata “edilizia facile e corrotta” che ha troppi protagonisti di “spessore” per lasciare nelle mani di chi ha subito, la loro carne da macellare.

Ancora una volta, si palesa una divisione: fra vincitori e vinti. Ed accadrà finché, ci saranno troppe brave persone ad accettare che possa esistere un divario imbarazzante fra gli esseri umani anche – e sopratutto – nel momento del bisogno.
Fonte:Agoravox
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Di Emilia Urso Anfuso



Da diversi giorni in Abruzzo, e più esattamente all’Aquila, c’è un particolare fermento. Centinaia di persone, stanno lavorando alacremente per far si che la zona in breve, possa garantire la totale sicurezza agli ospiti del prossimo G8, che inizierà l’8 Luglio prossimo

Da diversi giorni in Abruzzo, e più esattamente a L’Aquila, c’è un particolare fermento. Centinaia di persone, stanno lavorando alacremente per far si che la zona in breve, possa garantire la totale sicurezza agli ospiti del prossimo G8, che inizierà l’8 Luglio prossimo. Squadroni di tecnici a verificare la sicurezza delle strutture che verranno utilizzate per l’occasione. Operai operosissimi, che sotto l’occhio controllore di tecnici ed esperti della sicurezza, mettono nelle loro mani la vita di Presidenti di Nazioni che si incontreranno, per decisione del nostro Governo, in una città ancora agonizzante per un disastro forse annunciato, molto sfruttato ed ora, un pò vilipeso.

Il Governo - voci di corridoio poi dichiarate apertamente – si fregia del fatto, di aver attinto ai migliori mobilieri italiani, per creare l’incanto di 30 appartamenti per alloggiare le membra del Potere internazionale. Questi alloggi a cinque stelle Superior, hanno catalizzato l’attenzione della ricostruzione gettando nell’oblio le necessità del Popolo.

Nessuno può accedere alle zone preposte al G8: in testa i giornalisti. I siti sono sbarrati da personale dei servizi di sicurezza. Non si può accedere. Ma neanche parlare di ciò che sta avvenendo. Top secret. L’alibi è quello di dover consentire la massima operatività ed in tempi relativamente brevi, al fine da poter accogliere in lussuose suites presidenziali, i potenti del Mondo.

Telecamere quindi smorzate. Fotografi orfani di immagini. Cittadinanza sfollata e relegata negli alloggi “propri” alla Massa: tendopoli ora fredde ora roventi. Acquitrinose in caso di pioggia. Invivibili persino per una settimana di vacanza di avventura. Coabitazione coatta fra eredi di disperazione in attesa di indirizzo.

Una volta in più, cala la cortina che sfoggia una luce diversa ad illuminare il percorso di vita, a seconda che si nasca fortunati o figli della propria terra e basta. Questo G8 e tutto il fremere che gli ruota intorno, mettono milioni di anni luce in più, fra il divario che esiste fra il Potere ed il Popolo.

Lassù, gli Illuminati. Giù in basso, la Gente. Senza mai riflettere sul fatto che, in assenza di Massa Umana, gli Illuminati esisterebbero solo per veder la propria immagine riflessa dentro uno specchio.

Il Potere non teme le critiche. Semmai, teme di dover soggiornare scomodamente. Di dover alloggiare in ambienti che poco si accostano al prestigio. Di dover argomentare le sorti del mondo davanti ad un tavolaccio, piuttosto che ad un fratino del ‘400.

Quanto stia costando la preparazione del G8 in questione, non è dato sapere. Si è parlato solo di quanto si sarebbe risparmiato, spostandolo dalla Maddalena all’Aquila. Dimenticando che, già da più di un anno, la Sardegna era in fervore di preparativi – persino di nuove strutture edili – per accogliere un evento di tale risonanza. Nemmeno di quei soldi buttati per nulla, si fa menzione. Peccato. Informazioni che avrebbero dato una misura più precisa e logica di dove e come vengono spostati i finanziamenti che generiamo da cittadini d’Italia.

Ora, tutta l’attenzione è rivolta al grande palcoscenico. Non c’è tempo per analizzare. Ne per argomentare le esigenze della Gente comune. La priorità va data all’ennesimo G. Che se non ve ne foste accorti, sta divenendo un evento quotidiano nei nostri giorni. Un G al giorno, forse, toglie la polemica di torno... o la attizza. Vedremo.

Nel frattempo, cala l’attenzione dei media nazionali – non possono far altro a quanto pare – su fatti e cose che realisticamente sarebbero più interessanti per tutta la Comunità Italiana. Ad esempio: a che punto sono le indagini che dovrebbero proseguire per individuare i colpevoli di edifici realizzati con materiali di terz’ordine e senza alcuna normativa antisismica? Cosa ne è della Impregilo s.p.a. Impresa di Stato che è fra l’altro, la penosa realizzatrice dell’Ospedale S. Salvatore dell’Aquila, crollato rovinosamente a causa di appalti di convenienza?

E che notizie si hanno sulle cifre raggranellate dagli italiani nella gara di solidarietà che continua quotidianamente a vederli protagonisti, per dare una mano ai terremotati ed alla ricostruzione? Per non parlare del decreto N° 39 sulla ricostruzione in Abruzzo, che scredita totalmente le dichiarazioni del mondo Politico sia per quanto riguarda le cifre dichiarate all’inizio – 8 miliardi che all’atto pratico, leggendo bene il Decreto, sono circa 5,5mld – sia per ciò che riguarda gli articoli relativi alla ricostruzione – che non è presa in considerazione – degli appartamenti di proprietà dei non residenti.

I finanziamenti, ricordo peraltro, saranno “diluiti” di qui al 2032: c’è da morire di attese. Ed una parte del Decreto in questione, propone ed approva la creazione di nuove lotterie atte a raggranellare circa 500 Mln di euro da mettere nel novero degli stanziamenti per la ricostruzione. Un bel gioco delle tre carte.

Poco rassicura peraltro, il fatto che si sia deciso – una volta in più – di attingere circa due miliardi di euro dai FAS – Fondi per le Aree Sottosviluppate – quel “salvadanaio” che sarebbe dedicato da sempre allo sviluppo del Mezzogiorno, ma dal quale si attinge sempre come fosse quella che in alcune regioni del Sud d’Italia si chiama “Ammucciagghia”, cioè, denaro sottratto alla gestione familiare quotidiana, ma messo da parte per i momenti di bisogno...

Le televisioni tacciono. I giornali parlano d’altro. I terremotati non hanno voce. Non perché non si stiano ribellando ad un Sistema di cose che li vede in realtà protagonisti di un grande scempio: nessuno li fa parlare. Nessuno li intervista. E persino quelle rarissime volte in cui qualche rete decide di mandare in onda qualche testimonianza dal “terreno”, si nota come si scelgano le persone più moderate, tranquille.

Eppure da giorni e giorni, c’è gente che si lamenta a gran voce. Un po’ per tutto. A partire dai Sindaci che si sono visti negare ad oggi, la revisione del Decreto N° 39, per arrivare ai malumori degli sfollati che stanno vedendo coi loro occhi, come la ricostruzione - parlando di quella “provvisoria” - presumibilmente, non avverrà in tempi brevi, come promesso. E di come probabilmente, non otterranno giustizia sui colpevoli di una infamia chiamata “edilizia facile e corrotta” che ha troppi protagonisti di “spessore” per lasciare nelle mani di chi ha subito, la loro carne da macellare.

Ancora una volta, si palesa una divisione: fra vincitori e vinti. Ed accadrà finché, ci saranno troppe brave persone ad accettare che possa esistere un divario imbarazzante fra gli esseri umani anche – e sopratutto – nel momento del bisogno.
Fonte:Agoravox

domenica 14 giugno 2009

Terremoto, L'Aquila città militarizzata: esplode la protesta dei cittadini


Di Antonio Di Muzio


L’AQUILA (14 giugno) - La città ormai può dirsi militarizzata. Anche per compiere i più normali e innocui gesti quotidiani ci serve un permesso, un pass, un’autorizzazione. La gente, sia della costa che delle tendopoli, è stufa. Siamo arrivati al punto che è impossibile anche avvicinarsi per guardare soltanto la propria abitazione. La gente si chiede: un eccesso di zelo a tutela dell’incolumità delle persone oppure si vuole celare alla vista dei cittadini le condizioni del capoluogo? Siamo certi che stiamo parlando di eccesso di zelo da parte di coloro che sono autorizzati alla “guardia”. Ma tant’è. Girando per L’Aquila si avverte un senso di fastidio, quasi una mancanza di libertà di movimento. E la proteste aumentano per questa “ghettizzazione” che non fa altro che far lievitare i disagi causati dal terremoto.

Per iniziativa di un gruppo di cittadini è stato attivato un “numero di telefono amico” a disposizione di tutte le persone che abitano nelle 160 tendopoli del “cratere”. Il numero (327-1672466) sarà messo a disposizione di chiunque voglia segnalare disfunzioni, problemi di comunicazione, difficoltà a interagire con i responsabili dei vari campi. «Abbiamo ricevuto numerose segnalazioni - spiega Marco Valeri, tra gli ideatori di questa iniziativa - di difficoltà relative principalmente a disagi nelle tende dovuti al freddo prima, al caldo poi, alla pioggia o al rischio epidemiologico».

Molte, soprattutto fra i più giovani, sono però le segnalazioni relative a disagi sociali. «Il problema degli accessi ai campi è noto a tutti - aggiunge Valeri, specificando che l’iniziativa non è legata a comitati - Specie nelle tendopoli più grandi, dove per visitare un amico o un parente c’è bisogno di un pass provvisorio. In alcuni campi è persino difficile agli stessi residenti rientrare dopo una certa ora, perché i responsabili chiudono le porte d’accesso. Dal punto di vista sociale, talvolta abbiamo sperimentato le difficoltà di organizzare una riunione con più di dieci persone».

Il deputato Udc Pierluigi Mantini, intanto, ha detto ieri che interromperà lo sciopero della fame solo «quando ci sarà la legge». Secondo l’esponente dell’Udc i cittadini del terremoto «si sentono traditi, sono disperati. Noi vogliamo evitare un’escalation di protesta che potrebbe degenerare, ma interromperemo il digiuno solo se martedì ci saranno, nella legge, le promesse fatte da Berlusconi e le misure essenziali sugli indennizzi per le case del centro storico, gli immobili produttivi, le risorse per i comuni colpiti, la zona franca».

La protesta, di Mantini e di un gruppo di cittadini e amministratori, era cominciata mercoledì sera. Mantini parla anche di Bertolaso: «Non potremo mai accettare la tesi di Bertolaso, che ha sostenuto in Parlamento che con le ordinanze può modificare a suo piacimento la legge. Non è vero, e non siamo un popolo di mendicanti. Abbiamo fiducia nelle istituzioni democratiche e nella collaborazione tra tutte le forze dinanzi a una calamità nazionale così grave. Rivolgo un appello speciale a Gianni Letta, che da abruzzese e da uomo delle istituzioni conosce bene i problemi e il valore del rispetto degli impegni assunti al massimo livello».

Fonte:Il Messaggero
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Di Antonio Di Muzio


L’AQUILA (14 giugno) - La città ormai può dirsi militarizzata. Anche per compiere i più normali e innocui gesti quotidiani ci serve un permesso, un pass, un’autorizzazione. La gente, sia della costa che delle tendopoli, è stufa. Siamo arrivati al punto che è impossibile anche avvicinarsi per guardare soltanto la propria abitazione. La gente si chiede: un eccesso di zelo a tutela dell’incolumità delle persone oppure si vuole celare alla vista dei cittadini le condizioni del capoluogo? Siamo certi che stiamo parlando di eccesso di zelo da parte di coloro che sono autorizzati alla “guardia”. Ma tant’è. Girando per L’Aquila si avverte un senso di fastidio, quasi una mancanza di libertà di movimento. E la proteste aumentano per questa “ghettizzazione” che non fa altro che far lievitare i disagi causati dal terremoto.

Per iniziativa di un gruppo di cittadini è stato attivato un “numero di telefono amico” a disposizione di tutte le persone che abitano nelle 160 tendopoli del “cratere”. Il numero (327-1672466) sarà messo a disposizione di chiunque voglia segnalare disfunzioni, problemi di comunicazione, difficoltà a interagire con i responsabili dei vari campi. «Abbiamo ricevuto numerose segnalazioni - spiega Marco Valeri, tra gli ideatori di questa iniziativa - di difficoltà relative principalmente a disagi nelle tende dovuti al freddo prima, al caldo poi, alla pioggia o al rischio epidemiologico».

Molte, soprattutto fra i più giovani, sono però le segnalazioni relative a disagi sociali. «Il problema degli accessi ai campi è noto a tutti - aggiunge Valeri, specificando che l’iniziativa non è legata a comitati - Specie nelle tendopoli più grandi, dove per visitare un amico o un parente c’è bisogno di un pass provvisorio. In alcuni campi è persino difficile agli stessi residenti rientrare dopo una certa ora, perché i responsabili chiudono le porte d’accesso. Dal punto di vista sociale, talvolta abbiamo sperimentato le difficoltà di organizzare una riunione con più di dieci persone».

Il deputato Udc Pierluigi Mantini, intanto, ha detto ieri che interromperà lo sciopero della fame solo «quando ci sarà la legge». Secondo l’esponente dell’Udc i cittadini del terremoto «si sentono traditi, sono disperati. Noi vogliamo evitare un’escalation di protesta che potrebbe degenerare, ma interromperemo il digiuno solo se martedì ci saranno, nella legge, le promesse fatte da Berlusconi e le misure essenziali sugli indennizzi per le case del centro storico, gli immobili produttivi, le risorse per i comuni colpiti, la zona franca».

La protesta, di Mantini e di un gruppo di cittadini e amministratori, era cominciata mercoledì sera. Mantini parla anche di Bertolaso: «Non potremo mai accettare la tesi di Bertolaso, che ha sostenuto in Parlamento che con le ordinanze può modificare a suo piacimento la legge. Non è vero, e non siamo un popolo di mendicanti. Abbiamo fiducia nelle istituzioni democratiche e nella collaborazione tra tutte le forze dinanzi a una calamità nazionale così grave. Rivolgo un appello speciale a Gianni Letta, che da abruzzese e da uomo delle istituzioni conosce bene i problemi e il valore del rispetto degli impegni assunti al massimo livello».

Fonte:Il Messaggero

martedì 9 giugno 2009

Speciale Terremoto - A due mesi dal terremoto e' allarme per la legalita'


di Pietro Orsatti su Terra - 8 giugno 2009


Nasce a L’Aquila il presidio di Libera. L’isola felice Abruzzo obiettivo dei clan e degli speculatori. Il primo allarme era scattato attorno a Pasqua con la rimozione e distruzione, affrettata e poi bloccata, delle macerie nei siti più “discussi” dei crolli avvenuti con la scossa del 6 aprile. Poi la creazione del pool di magistrati della Direzione nazionale antimafia.


E ancora gli allarmi delle strane effrazioni negli uffici della Procura e in particolare del tentativo di scasso della cassaforte del Procuratore capo de L’Aquila Rossini. E ancora, le segnalazioni negli anni e nei mesi precedenti al terremoto di infiltrazioni e inquinamenti mafiosi nel tessuto economico e sociale abruzzese, partendo dall’ormai famosissimo caso di Tagliacozzo con gli investimenti illeciti di Ciancimino jr, per poi arrivare fino alla costa con i dati, ben oltre la media nazionale, sull’usura e gli inquietanti intrecci emersi lo scorso anno in traffici di auto, armi, droga sempre nel pescarese. Da alcuni anni “l’isola felice” Abruzzo è stata penetrata da infiltrazioni di camorra, ‘ndrangheta, dei Casamonica e di operazioni di “riciclaggio e investimento” da parte delle famiglie di Cosa nostra. Oggi l’allarme diventa quasi ossessivo. Per ovvie ragioni.

L’emergenza ha fatto circolare molti soldi e in deroga a molte norme di controllo verso ditte locali. Poi, ora, il grande business della ricostruzione, con migliaia di case da rifare, di appalti, di strade e infrastrutture da mettere in piedi. Da alcune segnalazioni perfino i lavori dei preparativi per il G8 di luglio non sarebbero stati esentati dall’interessamento di alcuni settori economici non esattamente “affidabili”, favoriti da finanziamenti erogati attraverso trattative private e, soprattutto, sottoposte al segreto di Stato e quindi fuori da ogni controllo preventivo o immediato. Poi il caso dei bagni chimici nei campi, un affare di qualche milione di euro, che in parte sarebbe caduto in mano a gruppi e soggetti riconducibili ad alcuni settori non trasparenti, anche qui, campani. Esisterebbero segnalazioni sia di irregolarità nella gestione dei reflui sia nelle fatturazioni e nella stesura delle bolle di accompagnamento. Dopo alcune segnalazioni sarebbero in corso indagini.
Non si tratterebbe però dell’appalto principale di fornitura e di tutto l’insieme delle forniture di bagni, ma di specifici gruppi che però si sono ritrovati a operare sin dalle ore subito successive la scossa del 6 aprile. Per monitorare questo scenario e la ricostruzione è nato a L’Aquila un presidio sulla legalità dell’associazione Libera e di Liberainformazione, l’agenzia diretta da Roberto Morrione. Presentati venerdì sia i dati del dossier Abruzzo, già in elaborazione prima del terremoto, sia i punti di probabile crisi in questa fase ancora di emergenza e poi in quella più lunga e pericolosa della ricostruzione. Intanto circa 1.500 persone, di undici campi, sarebbero rientrate a casa.

Ma si tratta di campi in Comuni colpiti solo marginalmente (pochi danni, gran parte delle case agibili da subito) e comunque sui bordi esterni del cratere del sisma. Tempi prolungati di permanenza in tenda, invece, per le decine di miglia di sfollati dell’area più duramente colpita, L’Aquila compresa.

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di Pietro Orsatti su Terra - 8 giugno 2009


Nasce a L’Aquila il presidio di Libera. L’isola felice Abruzzo obiettivo dei clan e degli speculatori. Il primo allarme era scattato attorno a Pasqua con la rimozione e distruzione, affrettata e poi bloccata, delle macerie nei siti più “discussi” dei crolli avvenuti con la scossa del 6 aprile. Poi la creazione del pool di magistrati della Direzione nazionale antimafia.


E ancora gli allarmi delle strane effrazioni negli uffici della Procura e in particolare del tentativo di scasso della cassaforte del Procuratore capo de L’Aquila Rossini. E ancora, le segnalazioni negli anni e nei mesi precedenti al terremoto di infiltrazioni e inquinamenti mafiosi nel tessuto economico e sociale abruzzese, partendo dall’ormai famosissimo caso di Tagliacozzo con gli investimenti illeciti di Ciancimino jr, per poi arrivare fino alla costa con i dati, ben oltre la media nazionale, sull’usura e gli inquietanti intrecci emersi lo scorso anno in traffici di auto, armi, droga sempre nel pescarese. Da alcuni anni “l’isola felice” Abruzzo è stata penetrata da infiltrazioni di camorra, ‘ndrangheta, dei Casamonica e di operazioni di “riciclaggio e investimento” da parte delle famiglie di Cosa nostra. Oggi l’allarme diventa quasi ossessivo. Per ovvie ragioni.

L’emergenza ha fatto circolare molti soldi e in deroga a molte norme di controllo verso ditte locali. Poi, ora, il grande business della ricostruzione, con migliaia di case da rifare, di appalti, di strade e infrastrutture da mettere in piedi. Da alcune segnalazioni perfino i lavori dei preparativi per il G8 di luglio non sarebbero stati esentati dall’interessamento di alcuni settori economici non esattamente “affidabili”, favoriti da finanziamenti erogati attraverso trattative private e, soprattutto, sottoposte al segreto di Stato e quindi fuori da ogni controllo preventivo o immediato. Poi il caso dei bagni chimici nei campi, un affare di qualche milione di euro, che in parte sarebbe caduto in mano a gruppi e soggetti riconducibili ad alcuni settori non trasparenti, anche qui, campani. Esisterebbero segnalazioni sia di irregolarità nella gestione dei reflui sia nelle fatturazioni e nella stesura delle bolle di accompagnamento. Dopo alcune segnalazioni sarebbero in corso indagini.
Non si tratterebbe però dell’appalto principale di fornitura e di tutto l’insieme delle forniture di bagni, ma di specifici gruppi che però si sono ritrovati a operare sin dalle ore subito successive la scossa del 6 aprile. Per monitorare questo scenario e la ricostruzione è nato a L’Aquila un presidio sulla legalità dell’associazione Libera e di Liberainformazione, l’agenzia diretta da Roberto Morrione. Presentati venerdì sia i dati del dossier Abruzzo, già in elaborazione prima del terremoto, sia i punti di probabile crisi in questa fase ancora di emergenza e poi in quella più lunga e pericolosa della ricostruzione. Intanto circa 1.500 persone, di undici campi, sarebbero rientrate a casa.

Ma si tratta di campi in Comuni colpiti solo marginalmente (pochi danni, gran parte delle case agibili da subito) e comunque sui bordi esterni del cratere del sisma. Tempi prolungati di permanenza in tenda, invece, per le decine di miglia di sfollati dell’area più duramente colpita, L’Aquila compresa.

venerdì 5 giugno 2009

Terremoto, primi appalti: Abruzzesi già fuori gara - Imprese del Nord si aggiudicano le 150 piattaforme antisismiche da 28 milioni di euro


L'AQUILA. Ore 15 di venerdì scorso: un commissario della Protezione Civile apre all'Aquila le buste del primo appalto della ricostruzione. In ballo ci sono 15 milioni di euro. L'offerta economica più vantaggiosa è di un'impresa abruzzese, ma vince una ditta del Nord. Il giorno dopo, sabato, viene assegnato il secondo appalto da 13 milioni. L'offerta economica migliore per lo Stato è abruzzese. Ma per la seconda volta, in appena 24 ore, vince ancora un'impresa del Nord. Gli abruzzesi sono fuori gara.

CHI HA VINTO. Gli appalti delle piattaforme antisismiche, quelle speciali basi di cemento armato, pilastri d'acciaio e solai basculanti, capaci di neutralizzare le frustate ondulatorie e sussultorie del terremoto, vanno alla Gruppo Bison in associazione temporanea d'impresa con la Gdm costruzioni di Milano e alla Zoppoli e Pulcher spa del Nord Est. Hanno 80 giorni di tempo per realizzare 150 piattaforme, ciascuna lunga 50 metri, larga 21 e alta 50 centimetri sui venti siti della ricostruzione. Piattaforme su cui è possibile poggiare case di legno, moduli o abitazioni vere.

Ma la Bison-Gdm, nell'offerta tecnica, ha dichiarato che riuscirà a costruire le prime 65 basi in settanta giorni. E le sono bastate questi dieci giorni in meno per aggiudicarsi la gara, nonostante un ribasso dell'11,6 per cento contro il 21 dell'unica abruzzese in corsa, la Imar, oppure il 19 della Saicam. La Protezione Civile, quindi, ha preferito spendere circa due milioni di euro in più, applicando semplicemente il criterio di un punteggio più basso per l'offerta economica e doppio per l'offerta tecnica sui tempi di realizzazione. Ma l'impresa milanese dovrà portare in Abruzzo 400 operai propri, per i quali sarà necessario realizzare alloggi di cantiere, serviti di acqua e di luce.

Occorrerà quindi più tempo e per di più non ci sarà spazio per gli operai abruzzesi che la mattina sarebbero venuti all'Aquila in auto senza che ci fosse la neccessità di occupare altri spazi per baracche di cantiere.

Abbiamo contattato gli uffici della Imar Costruzioni. «No comment» è stata la risposta. Dalla base operativa della Protezione Civile di Coppito, però, esce un documento che sintetizza le due gare, da 15 e 13,6 milioni di euro, vinte da imprese del Nord.

NESSUNA PUBBLICITA'. Passati sotto traccia. Se non avessimo avuto il documento dei due appalti, nessuno avrebbe saputo nulla, perché nessuno ha pubblicizzato l'esito. Alla prima gara hanno partecipato in sei, l'ha vinta la Bison-Gdm con 81 punti (26 per il ribasso e 55 per la relazione tecnica), seconda la Zoppoli e Pulcher spa (punti 26 e 47), terza la Saicam (29 e 39), poi l'abruzzese Imar (30 e 36), quindi la Cogeis spa-Ivies spa (25 e 33) e infine la Domus dei fratelli Gizzi in Ati con Icor e Zeppieri (24 e 30).

L'ALTRO LOTTO. Alla seconda gara, per i restanti 59 moduli, hanno preso parte solo in quattro, per l'esclusione della Bison-Gdm, perché già risultata vincitrice del primo lotto denominato «1G» e il ritiro della Domus-Icor-Zeppieri.

Come è finita? Ha vinto la Zoppoli e Pulcher (con un ribasso di soli 9,8%) che ha «soffiato» l'appalto ancora all'abruzzese Imar (ribasso alto del 28%) per un solo punto: 66 a 65.

Ma c'è una curiosità: la Imar ha presentato due relazioni tecniche per i due lotti. La prima è stata valutata 36 punti, la seconda 35. Ma sarebbero relazioni identiche

Fonte:
Il Centro del 04 giugno 2009
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L'AQUILA. Ore 15 di venerdì scorso: un commissario della Protezione Civile apre all'Aquila le buste del primo appalto della ricostruzione. In ballo ci sono 15 milioni di euro. L'offerta economica più vantaggiosa è di un'impresa abruzzese, ma vince una ditta del Nord. Il giorno dopo, sabato, viene assegnato il secondo appalto da 13 milioni. L'offerta economica migliore per lo Stato è abruzzese. Ma per la seconda volta, in appena 24 ore, vince ancora un'impresa del Nord. Gli abruzzesi sono fuori gara.

CHI HA VINTO. Gli appalti delle piattaforme antisismiche, quelle speciali basi di cemento armato, pilastri d'acciaio e solai basculanti, capaci di neutralizzare le frustate ondulatorie e sussultorie del terremoto, vanno alla Gruppo Bison in associazione temporanea d'impresa con la Gdm costruzioni di Milano e alla Zoppoli e Pulcher spa del Nord Est. Hanno 80 giorni di tempo per realizzare 150 piattaforme, ciascuna lunga 50 metri, larga 21 e alta 50 centimetri sui venti siti della ricostruzione. Piattaforme su cui è possibile poggiare case di legno, moduli o abitazioni vere.

Ma la Bison-Gdm, nell'offerta tecnica, ha dichiarato che riuscirà a costruire le prime 65 basi in settanta giorni. E le sono bastate questi dieci giorni in meno per aggiudicarsi la gara, nonostante un ribasso dell'11,6 per cento contro il 21 dell'unica abruzzese in corsa, la Imar, oppure il 19 della Saicam. La Protezione Civile, quindi, ha preferito spendere circa due milioni di euro in più, applicando semplicemente il criterio di un punteggio più basso per l'offerta economica e doppio per l'offerta tecnica sui tempi di realizzazione. Ma l'impresa milanese dovrà portare in Abruzzo 400 operai propri, per i quali sarà necessario realizzare alloggi di cantiere, serviti di acqua e di luce.

Occorrerà quindi più tempo e per di più non ci sarà spazio per gli operai abruzzesi che la mattina sarebbero venuti all'Aquila in auto senza che ci fosse la neccessità di occupare altri spazi per baracche di cantiere.

Abbiamo contattato gli uffici della Imar Costruzioni. «No comment» è stata la risposta. Dalla base operativa della Protezione Civile di Coppito, però, esce un documento che sintetizza le due gare, da 15 e 13,6 milioni di euro, vinte da imprese del Nord.

NESSUNA PUBBLICITA'. Passati sotto traccia. Se non avessimo avuto il documento dei due appalti, nessuno avrebbe saputo nulla, perché nessuno ha pubblicizzato l'esito. Alla prima gara hanno partecipato in sei, l'ha vinta la Bison-Gdm con 81 punti (26 per il ribasso e 55 per la relazione tecnica), seconda la Zoppoli e Pulcher spa (punti 26 e 47), terza la Saicam (29 e 39), poi l'abruzzese Imar (30 e 36), quindi la Cogeis spa-Ivies spa (25 e 33) e infine la Domus dei fratelli Gizzi in Ati con Icor e Zeppieri (24 e 30).

L'ALTRO LOTTO. Alla seconda gara, per i restanti 59 moduli, hanno preso parte solo in quattro, per l'esclusione della Bison-Gdm, perché già risultata vincitrice del primo lotto denominato «1G» e il ritiro della Domus-Icor-Zeppieri.

Come è finita? Ha vinto la Zoppoli e Pulcher (con un ribasso di soli 9,8%) che ha «soffiato» l'appalto ancora all'abruzzese Imar (ribasso alto del 28%) per un solo punto: 66 a 65.

Ma c'è una curiosità: la Imar ha presentato due relazioni tecniche per i due lotti. La prima è stata valutata 36 punti, la seconda 35. Ma sarebbero relazioni identiche

Fonte:
Il Centro del 04 giugno 2009

sabato 30 maggio 2009

Berlusconi diserta la contestata consegna lauree ad honorem a L' Aquila



Un fuori programma inatteso, nella visita a L'Aquila del presidente del consiglio Sivio Berlusconi. All'ultimo momento, infatti contrariamente a quanto comunicato da Palazzo Chigi, il premier non ha preso parte alla cerimonia di consegna delle lauree in ingegneria e architettura alla memoria per i 24 studenti deceduti nel terremoto de L'Aquila, e che frequentavano la Facoltà di Roio, anch'essa fortemente danneggiata dal sisma.
"Il presidente del Consiglio arrivera' piu' tardi perche' e' stato trattenuto a Roma da impegni improvvisi". Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, ha spiegato cosi' l'assenza di Silvio Berlusconi ad una cerimonia contestata da una parte dei genitori delle vittime, che coerentemente hanno rifiutato la laura homnoris causa, la cui consegna è poi avvenuta a porte chiuse e con un certo imbarazzo, nell'Auditorium della Guardia di Finanza di Coppito.

I genitori così argomentano la loro calomorosa decisione: "Va ricordato che durante l’attività sismica che andava avanti da circa sei mesi - affermano - nessuno si è preoccupato di sospendere la normale attività didattica nelle facoltà. Alla facoltà di Ingegneria ad esempio- precisano - erano in programma lezioni ed esami nei giorni di lunedì, martedì e mercoledì della settimana di Pasqua. La prevenzione è stranamente scattata solo dopo i catastrofici eventi sismici del 6 aprile, visto che molte facoltà sono state trasferite in alcune città abruzzesi. Basta solo questo per ribadire che noi rifiutiamo l’assegnazione del titolo di laurea"
Non vogliono cerimonie consolatorie, nè pergamene alla memoria ma solo giustizia, anche i genitori delle otto vittime della casa dello studente, uno dei presunti palazzi trappola al centro dell'inchesta del procratore della Repubblica Rossini.

Il comitato vittime della casa delo studente torna poi a chiedere le dimissioni dell'ex-presidente del'Adsu Luca D'Inocenza, anche dalla carica di assessre comunale con delega,. e chioedono le dimissioni di uttin i vertici dell'dsu, lente che gerstiva la casa casa dello Studente di via XX settembre. "I nostri figli ribadiscono sono morti perchè nessuno si è assunto la responsabilità di evacuare l'edificio, nonsante le continue segbnazioni di crepe e pilasti pericolosi, nonostatne uno studio di Collabora Engeneering che attestava la pericolosità strutturale dello stabile, poi diventato una bara di cemento e ferro"


Fonte:
Abruzzo 24 ore
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Un fuori programma inatteso, nella visita a L'Aquila del presidente del consiglio Sivio Berlusconi. All'ultimo momento, infatti contrariamente a quanto comunicato da Palazzo Chigi, il premier non ha preso parte alla cerimonia di consegna delle lauree in ingegneria e architettura alla memoria per i 24 studenti deceduti nel terremoto de L'Aquila, e che frequentavano la Facoltà di Roio, anch'essa fortemente danneggiata dal sisma.
"Il presidente del Consiglio arrivera' piu' tardi perche' e' stato trattenuto a Roma da impegni improvvisi". Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, ha spiegato cosi' l'assenza di Silvio Berlusconi ad una cerimonia contestata da una parte dei genitori delle vittime, che coerentemente hanno rifiutato la laura homnoris causa, la cui consegna è poi avvenuta a porte chiuse e con un certo imbarazzo, nell'Auditorium della Guardia di Finanza di Coppito.

I genitori così argomentano la loro calomorosa decisione: "Va ricordato che durante l’attività sismica che andava avanti da circa sei mesi - affermano - nessuno si è preoccupato di sospendere la normale attività didattica nelle facoltà. Alla facoltà di Ingegneria ad esempio- precisano - erano in programma lezioni ed esami nei giorni di lunedì, martedì e mercoledì della settimana di Pasqua. La prevenzione è stranamente scattata solo dopo i catastrofici eventi sismici del 6 aprile, visto che molte facoltà sono state trasferite in alcune città abruzzesi. Basta solo questo per ribadire che noi rifiutiamo l’assegnazione del titolo di laurea"
Non vogliono cerimonie consolatorie, nè pergamene alla memoria ma solo giustizia, anche i genitori delle otto vittime della casa dello studente, uno dei presunti palazzi trappola al centro dell'inchesta del procratore della Repubblica Rossini.

Il comitato vittime della casa delo studente torna poi a chiedere le dimissioni dell'ex-presidente del'Adsu Luca D'Inocenza, anche dalla carica di assessre comunale con delega,. e chioedono le dimissioni di uttin i vertici dell'dsu, lente che gerstiva la casa casa dello Studente di via XX settembre. "I nostri figli ribadiscono sono morti perchè nessuno si è assunto la responsabilità di evacuare l'edificio, nonsante le continue segbnazioni di crepe e pilasti pericolosi, nonostatne uno studio di Collabora Engeneering che attestava la pericolosità strutturale dello stabile, poi diventato una bara di cemento e ferro"


Fonte:
Abruzzo 24 ore

 
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