giovedì 1 dicembre 2011

Ugolini, ovvero la scuola privata al governo

Nominata sottosegretaria la preside di un istituto paritario di Bologna. Un conflitto di interessi?

Esiste un liceo a Bologna in cui il 100% degli allievi è promosso. Alcuni anche pervenendo alla media del 9, ma, in genere, perlomeno con voti finali sopra il 7. Forse è uno dei motivi per cui gli studenti delle scuole private bolognesi promuovono a loro volta a pieni voti gli istituti che frequentano. La retta, del resto, si aggira oltre i 4.000 euro all’anno, quindi si potrebbe pensare maliziosamente che a generosità si ricambia con altrettanta generosità. E viceversa.

La scuola è il Liceo privato paritario Malpighi, riconosciuto come istituzione educativa cattolica dalla Chiesa di Bologna. E i dati che abbiamo snocciolato non farebbero notizia se non fosse che la preside di tale istituto è stata nominata sottosegretaria all’Istruzione nel Governo Monti. Si tratta di Elena Ugolini, che ha avuto diversi incarichi presso il Ministero, a partire dal ministro Moratti. Attualmente fa parte del Comitato di indirizzo dell’Invalsi (Istituto nazionale di valutazione).

Non si era mai visto in tutta la storia repubblicana un esponente della scuola privata al governo dell’istruzione pubblica. La scuola paritaria privata dalle elementari alle superiori accoglie solo il 5,5% degli studenti italiani. Inoltre, come è noto, il ministero della Pubblica Istruzione ha, tra i propri compiti, quello di vigilare sul funzionamento delle stesse scuole paritarie private.

Come è possibile allora che a sovrintendere a questo compito sia chiamata, nel ruolo di sottosegretaria, una dirigente di una delle scuole da controllare? Non si crea un enorme conflitto di interessi? Nella nostra Costituzione è ben chiara la distinzione fra la scuola statale e quella privata. Forse migliaia di dirigenti della scuola statale, di diverso orientamento politico non potrebbero assolvere meglio e più coerentemente il compito di sottosegretario del delicato dicastero?

Rino Tripodi

Fonte:(LucidaMente, 30 novembre 2011)


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Nominata sottosegretaria la preside di un istituto paritario di Bologna. Un conflitto di interessi?

Esiste un liceo a Bologna in cui il 100% degli allievi è promosso. Alcuni anche pervenendo alla media del 9, ma, in genere, perlomeno con voti finali sopra il 7. Forse è uno dei motivi per cui gli studenti delle scuole private bolognesi promuovono a loro volta a pieni voti gli istituti che frequentano. La retta, del resto, si aggira oltre i 4.000 euro all’anno, quindi si potrebbe pensare maliziosamente che a generosità si ricambia con altrettanta generosità. E viceversa.

La scuola è il Liceo privato paritario Malpighi, riconosciuto come istituzione educativa cattolica dalla Chiesa di Bologna. E i dati che abbiamo snocciolato non farebbero notizia se non fosse che la preside di tale istituto è stata nominata sottosegretaria all’Istruzione nel Governo Monti. Si tratta di Elena Ugolini, che ha avuto diversi incarichi presso il Ministero, a partire dal ministro Moratti. Attualmente fa parte del Comitato di indirizzo dell’Invalsi (Istituto nazionale di valutazione).

Non si era mai visto in tutta la storia repubblicana un esponente della scuola privata al governo dell’istruzione pubblica. La scuola paritaria privata dalle elementari alle superiori accoglie solo il 5,5% degli studenti italiani. Inoltre, come è noto, il ministero della Pubblica Istruzione ha, tra i propri compiti, quello di vigilare sul funzionamento delle stesse scuole paritarie private.

Come è possibile allora che a sovrintendere a questo compito sia chiamata, nel ruolo di sottosegretaria, una dirigente di una delle scuole da controllare? Non si crea un enorme conflitto di interessi? Nella nostra Costituzione è ben chiara la distinzione fra la scuola statale e quella privata. Forse migliaia di dirigenti della scuola statale, di diverso orientamento politico non potrebbero assolvere meglio e più coerentemente il compito di sottosegretario del delicato dicastero?

Rino Tripodi

Fonte:(LucidaMente, 30 novembre 2011)


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giovedì 15 settembre 2011

Diversamente abili in piazza: "Il governo ci ha abbandonato"


http://www.youtube.com/watch?v=0l-gP-78iJI&feature=feedu

http://www.ilfattoquotidiano.it | A Montecitorio, davanti il Palazzo, i diversamente abili urlano tutto il sdegno. Falcidiati da 40 miliardi di tagli della cosiddetta riforma assistenziale, chiedono risorse per tirare avanti. "Mio figlio soffre della sindrome di down con tratti autistici - protesta un signora - ha iniziato l'anno scolastico senza nemmeno un insegnante di sostegno". "Siamo abbandonati a noi stessi", rincara un'altra mamma di un ragazzo disabile. "Senza un sostegno per i nostri i figli, la scuola diventa solo un parcheggio".
Servizio di Paolo Dimalio

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http://www.youtube.com/watch?v=0l-gP-78iJI&feature=feedu

http://www.ilfattoquotidiano.it | A Montecitorio, davanti il Palazzo, i diversamente abili urlano tutto il sdegno. Falcidiati da 40 miliardi di tagli della cosiddetta riforma assistenziale, chiedono risorse per tirare avanti. "Mio figlio soffre della sindrome di down con tratti autistici - protesta un signora - ha iniziato l'anno scolastico senza nemmeno un insegnante di sostegno". "Siamo abbandonati a noi stessi", rincara un'altra mamma di un ragazzo disabile. "Senza un sostegno per i nostri i figli, la scuola diventa solo un parcheggio".
Servizio di Paolo Dimalio

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mercoledì 14 settembre 2011

SCUOLA. SINDACO: COMUNE SOSTIENE SIT IN DI “TUTTI A SCUOLA”

Partito del Sud Napoli: Riceviamo dall'ufficio comunicazione di de Magistris e postiamo :


“Il Comune di Napoli sostiene la mobilitazione promossa dall'associazione “Tutti a scuola” che domani, in piazza Montecitorio, organizzerà un sit-in di protesta contro la diminuzione del numero degli insegnanti di sostegno, il taglio alle ore di supporto e l'aumento delle classi sovraffollate. In Italia mancano 65mila docenti di sostegno, fattore che rende impossibile il rispetto della sentenza della Corte Costituzionale, la quale nel febbraio scorso ha stabilito chiaramente il diritto dello studente più debole di essere affiancato da un insegnante specializzato, anche a tempo pieno. La manovra finanziaria, che come una scure si abbatte sul welfare e quindi anche sulla mondo della scuola, penalizza in particolare i ragazzi diversamente abili, aggravando una situazione già critica visto l'azzeramento, previsto lo scorso anno, del fondo per i non autosufficienti e la riduzione di quello per le politiche sociali. Il diritto alla formazione e all'istruzione di tutti è la cartina di tornasole di una democrazia che voglia essere compiuta e moderna, oltre ad essere il fondamento del futuro di ogni paese. Nonostante la manovra economica e per quel che ci compete come Comune, stiamo lavorando col massimo impegno per garantire questo diritto: sei nuovi asili nido (due già in apertura, quattro pronti per le iscrizioni e attivi a fine ottobre); apertura già in ottobre (non più a febbraio) delle sezioni primavera; progressivi lavori di adeguamento alle norme di sicurezza degli edifici scolastici (in attesa dei fondi Miur assegnati e dei fondi Fas); pagamento delle cedole librarie per la quota a noi spettante; programmazione di iniziative educativo-culturali come La città ecologica (sensibilizzazione degli studenti alla differenziata), incontri del sindaco con gli studenti per discutere di Costituzione ed un ciclo di appuntamenti con le scuole, che vedrà protagonisti gli assessori e il sindaco, in occasione della Quattro giornate di Napoli a fine settembre. Perchè la scuola non sia, come ammoniva Antonio Gramsci, “un'incubatrice di piccoli mostri aridamente istruiti per un mestiere, senza idee generali, senza cultura generale, senza anima”. Perchè la scuola sia di tutti e soprattutto per tutti”.


Fonte : comunicazione.demagistris.it
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Partito del Sud Napoli: Riceviamo dall'ufficio comunicazione di de Magistris e postiamo :


“Il Comune di Napoli sostiene la mobilitazione promossa dall'associazione “Tutti a scuola” che domani, in piazza Montecitorio, organizzerà un sit-in di protesta contro la diminuzione del numero degli insegnanti di sostegno, il taglio alle ore di supporto e l'aumento delle classi sovraffollate. In Italia mancano 65mila docenti di sostegno, fattore che rende impossibile il rispetto della sentenza della Corte Costituzionale, la quale nel febbraio scorso ha stabilito chiaramente il diritto dello studente più debole di essere affiancato da un insegnante specializzato, anche a tempo pieno. La manovra finanziaria, che come una scure si abbatte sul welfare e quindi anche sulla mondo della scuola, penalizza in particolare i ragazzi diversamente abili, aggravando una situazione già critica visto l'azzeramento, previsto lo scorso anno, del fondo per i non autosufficienti e la riduzione di quello per le politiche sociali. Il diritto alla formazione e all'istruzione di tutti è la cartina di tornasole di una democrazia che voglia essere compiuta e moderna, oltre ad essere il fondamento del futuro di ogni paese. Nonostante la manovra economica e per quel che ci compete come Comune, stiamo lavorando col massimo impegno per garantire questo diritto: sei nuovi asili nido (due già in apertura, quattro pronti per le iscrizioni e attivi a fine ottobre); apertura già in ottobre (non più a febbraio) delle sezioni primavera; progressivi lavori di adeguamento alle norme di sicurezza degli edifici scolastici (in attesa dei fondi Miur assegnati e dei fondi Fas); pagamento delle cedole librarie per la quota a noi spettante; programmazione di iniziative educativo-culturali come La città ecologica (sensibilizzazione degli studenti alla differenziata), incontri del sindaco con gli studenti per discutere di Costituzione ed un ciclo di appuntamenti con le scuole, che vedrà protagonisti gli assessori e il sindaco, in occasione della Quattro giornate di Napoli a fine settembre. Perchè la scuola non sia, come ammoniva Antonio Gramsci, “un'incubatrice di piccoli mostri aridamente istruiti per un mestiere, senza idee generali, senza cultura generale, senza anima”. Perchè la scuola sia di tutti e soprattutto per tutti”.


Fonte : comunicazione.demagistris.it

mercoledì 20 luglio 2011

Asili nido, Italia a due velocità. E' il Sud il fanalino di coda, il Nord Est batte tutti

Roma - (Labitalia) - La percentuale dei Comuni, che offrono il servizio, varia dal21,2% del Meridione al 77,3% dell'area a est del Settentrione. L'Emilia Romagna conserva il primato per la diffusione degli asili nido.

Roma, 18 lug. (Labitalia) - Italia a due velocità sul fronte asili nido, con il Meridione che arranca. Nel nostro Paese, infatti, rimangono molto ampie le differenze territoriali: i bambini che usufruiscono di asili nido comunali o finanziati dai Comuni variano dal 3,4% al Sud, fanalino di coda, al 16,4% al Nord-Est, mentre la percentuale di Comuni, che offrono il servizio, varia dal 21,2% al Sud al 77,3% al Nord-Est. A scattare la fotografia è il Rapporto Istat sui servizi socio-educativi per la prima infanzia. Il quadro dell'offerta pubblica di asili nido in Italia, sottolinea dunque l'Istat, è la risultante di situazioni regionali molto diverse fra loro. Il Nord-Est mantiene livelli superiori rispetto al resto d'Italia, con un incremento continuo dell'offerta comunale in tutte le Regioni, che porta l'indicatore di presa in carico al 16,4% nel 2009/2010. L'Emilia Romagna, in particolare, conserva il primato per la diffusione degli asili nido in termini di numerosità degli utenti (pari al 25,2% dei bambini tra zero e due anni), mentre assieme al Friuli Venezia Giulia risulta essere la regione in cui è maggiormente presente il servizio in termini di percentuale di Comuni coperti (86,8% e 86,2% dei Comuni, in cui risiede il 98,2% e il 95,7% della popolazione target rispettivamente per l'Emilia-Romagna e il Friuli-Venezia Giulia). Anche al Centro si è registrato un aumento considerevole dell'offerta, dovuto prevalentemente all'Umbria e al Lazio. Nel primo caso la crescita è significativamente elevata a partire dal 2008 in conseguenza del potenziamento dei contributi erogati dai Comuni per l'abbattimento delle rette, consentendo alla Regione di conseguire uno dei piu' alti indicatori di presa in carico (21,3%).

Il Lazio, invece, mostra un incremento graduale negli anni sotto la lente di ingrandimento dell'Istat. In termini di bambini iscritti su cento residenti fra zero e due anni, i Comuni del Centro Italia oltrepassano nell'arco di cinque anni la media del Nord-Ovest (14,1%), nonostante la Valle d'Aosta sia la terza Regione italiana per bambini presi in carico dai servizi, dopo l'Emilia-Romagna e il Friuli-Venezia Giulia. Permangono decisamente inferiori alla media nazionale i parametri riscontrati per le regioni del Sud e per le Isole, anche se si intravedono alcuni segnali di miglioramento: nell'ultimo anno la Sardegna è la regione in cui si registra un incremento maggiore della quota di bambini iscritti in rapporto ai residenti (da 6,5% a 10,9%), portandosi al livello più alto in termini di presa in carico degli utenti. Seguono l'Abruzzo (8,1%), la Basilicata (7,6%), la Sicilia (5,1%), il Molise (4,7), la Puglia (4,1%), la Calabria (3,1%) e la Campania (1,7%). Abruzzo, Molise e Basilicata, pur mantenendo numerosità relativamente contenute in termini di utenti, hanno incrementato di un quarto il numero di Comuni in cui è presente il servizio, mentre la Sardegna l'ha più che raddoppiato.

Fonte:Adnkronos

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Roma - (Labitalia) - La percentuale dei Comuni, che offrono il servizio, varia dal21,2% del Meridione al 77,3% dell'area a est del Settentrione. L'Emilia Romagna conserva il primato per la diffusione degli asili nido.

Roma, 18 lug. (Labitalia) - Italia a due velocità sul fronte asili nido, con il Meridione che arranca. Nel nostro Paese, infatti, rimangono molto ampie le differenze territoriali: i bambini che usufruiscono di asili nido comunali o finanziati dai Comuni variano dal 3,4% al Sud, fanalino di coda, al 16,4% al Nord-Est, mentre la percentuale di Comuni, che offrono il servizio, varia dal 21,2% al Sud al 77,3% al Nord-Est. A scattare la fotografia è il Rapporto Istat sui servizi socio-educativi per la prima infanzia. Il quadro dell'offerta pubblica di asili nido in Italia, sottolinea dunque l'Istat, è la risultante di situazioni regionali molto diverse fra loro. Il Nord-Est mantiene livelli superiori rispetto al resto d'Italia, con un incremento continuo dell'offerta comunale in tutte le Regioni, che porta l'indicatore di presa in carico al 16,4% nel 2009/2010. L'Emilia Romagna, in particolare, conserva il primato per la diffusione degli asili nido in termini di numerosità degli utenti (pari al 25,2% dei bambini tra zero e due anni), mentre assieme al Friuli Venezia Giulia risulta essere la regione in cui è maggiormente presente il servizio in termini di percentuale di Comuni coperti (86,8% e 86,2% dei Comuni, in cui risiede il 98,2% e il 95,7% della popolazione target rispettivamente per l'Emilia-Romagna e il Friuli-Venezia Giulia). Anche al Centro si è registrato un aumento considerevole dell'offerta, dovuto prevalentemente all'Umbria e al Lazio. Nel primo caso la crescita è significativamente elevata a partire dal 2008 in conseguenza del potenziamento dei contributi erogati dai Comuni per l'abbattimento delle rette, consentendo alla Regione di conseguire uno dei piu' alti indicatori di presa in carico (21,3%).

Il Lazio, invece, mostra un incremento graduale negli anni sotto la lente di ingrandimento dell'Istat. In termini di bambini iscritti su cento residenti fra zero e due anni, i Comuni del Centro Italia oltrepassano nell'arco di cinque anni la media del Nord-Ovest (14,1%), nonostante la Valle d'Aosta sia la terza Regione italiana per bambini presi in carico dai servizi, dopo l'Emilia-Romagna e il Friuli-Venezia Giulia. Permangono decisamente inferiori alla media nazionale i parametri riscontrati per le regioni del Sud e per le Isole, anche se si intravedono alcuni segnali di miglioramento: nell'ultimo anno la Sardegna è la regione in cui si registra un incremento maggiore della quota di bambini iscritti in rapporto ai residenti (da 6,5% a 10,9%), portandosi al livello più alto in termini di presa in carico degli utenti. Seguono l'Abruzzo (8,1%), la Basilicata (7,6%), la Sicilia (5,1%), il Molise (4,7), la Puglia (4,1%), la Calabria (3,1%) e la Campania (1,7%). Abruzzo, Molise e Basilicata, pur mantenendo numerosità relativamente contenute in termini di utenti, hanno incrementato di un quarto il numero di Comuni in cui è presente il servizio, mentre la Sardegna l'ha più che raddoppiato.

Fonte:Adnkronos

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sabato 2 luglio 2011

L'asilo nido di Gaeta, tra i migliori d'Italia


http://www.youtube.com/watch?v=WtU4GTnkaNw&feature=related
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venerdì 27 maggio 2011

La storia d’Italia (mal)raccontata agli italiani

di Roberto Roveda e Chiara Villa
I testi scolastici sono il solo strumento per riportare le vicende nostrane al grande pubblico. Ma risentono di scarsa tradizione storiografica, pesanti ingerenze politiche, poco peso didattico e faziosità ideologica. Il Risorgimento è spiegato con gli occhi di oggi.

Vai al sommario di Limes 2/2011 "L'Italia dopo l'Italia"

Nell'anno in cui ricorre il 150° anniversario dell’Unità d’Italia è abbastanza naturale che si registri un aumento dell’interesse generale per le vicende che hanno portato all’unificazione nazionale e si tenda a fare un bilancio di questi ultimi anni di storia patria, ritrovandosi quindi a riflettere attorno a un tema fondamentale: quale cultura storica hanno gli italiani? E ancora: quanto conoscono la loro storia nazionale?

Notoriamente in Italia si legge poco, ancor meno si legge di storia: secondo i dati di Arianna Informazioni Editoriali elaborati da iBuk la percentuale di saggistica storica venduta in Italia nel corso del 2010 sarebbe di poco superiore al 2,2%. Naturale, quindi, che il veicolo privilegiato per far conoscere le vicende storiche del nostro paese siano i manuali scolastici e che la scuola rimanga, per la maggior parte degli italiani, il luogo dove la storia viene approcciata per la prima e spesso unica volta. I testi di storia per le scuole assolvono quindi a un ruolo fondamentale e vale la pena di provare ad analizzare come al loro interno vengono raccontati e interpretati - la storia, infatti, non è mai mera cronaca, ma comunque scelta, interpretazione e divulgazione - i fatti d’Italia, dall’unione ai nostri giorni.
Prima di entrare nel merito dei manuali scolastici è importante, però, fare alcune premesse.

Innanzitutto, è importante sottolineare come la storia non sia mai stata un campo di eccellenza per la cultura italiana. Ci sono stati e ci sono tutt’ora grandi storici italiani, manca però una tradizione e una scuola di pensiero nazionale che pareggi l’impatto e l’influenza globale delle correnti nate - e fiorenti - in Germania, Francia e mondo anglosassone. Di fatto la storia nel nostro paese, anche a livello accademico, ha sempre rivestito il ruolo di sorella minore rispetto agli studi letterari e filosofici. Prova di quanto stiamo affermando è che solo di recente si sono diffuse a livello universitario le lauree in storia e scienze storiche. All’Università degli Studi di Milano, per fare l’esempio di un grande ateneo, i primi laureati in storia si sono avuti solo nei primi anni Novanta del Novecento. Precedentemente chi voleva specializzarsi in materie storiche si laureava in filosofia o lettere scegliendo poi, all’interno del percorso di studi, un indirizzo di tipo storico; ancora oggi le facoltà di tipo umanistico vengono definite di Lettere e Filosofia comprendendo al proprio interno anche la disciplina storica.

Altro elemento da tenere ben presente - che però non riguarda solo il campo della ricerca storica, ma in generale l’erudizione in Italia - è che spesso gli storici rappresentano un circolo chiuso, autoreferenziale, più portato al saggio iperspecialistico che all’opera di divulgazione: considerata a livello accademico una banalizzazione di argomenti per pochi iniziati. Così, in ambito universitario, chi si concede al largo pubblico viene guardato con un sospetto che spesso nasconde invidia, oppure sottilmente si tende a sottovalutare quei testi che tendono a rendere più digeribili argomenti magari ostici.

Non è un caso che sia più facile trovare nelle librerie opere di divulgazione storica di autori anglosassoni e francesi - i quali, viceversa, mostrano molta più attenzione al largo pubblico e conoscono l’importanza della comunicazione allargata - piuttosto che di autori italiani. Questa disabitudine alla comunicazione al di fuori di ciò che si considera un proprio terreno di eccellenza ha come prima conseguenza una tendenza a snobbare la compilazione di manuali scolastici, considerati - a torto - opere minori, e una conseguente scarsa disponibilità a impegnarsi nella loro preparazione. In secondo luogo, porta quegli storici che comunque scelgono di preparare un testo diretto alle scuole a scontrarsi con ovvie difficoltà di linguaggio dovute alla scarsa dimestichezza del nostro mondo accademico con la scrittura semplice, lineare e chiara - pur nella problematicità dei temi trattati - che un manuale richiede.

Un’ultima cosa da premettere e che ha forti legami con quanto detto finora è come la storia viene recepita dagli studenti e dagli stessi membri dello corpo docente: le scienze storiche sono vissute come materia secondaria rispetto alla letteratura italiana e alla filosofia. Non a caso, storia viene insegnata nel biennio delle scuole secondarie superiori dallo stesso docente che insegna italiano e che il più delle volte in questa materia è specializzato. Nel secondo biennio e al quinto anno la storia viene accoppiata alla filosofia, anche qui venendo insegnata da docenti più spesso versati sul fronte filosofico che storico. Alla storia, poi, sono dedicate poche ore settimanali, solitamente un paio, che facilmente vengono sacrificate per far posto all’italiano, materia comunque sentita come più importante sia dagli studenti sia dai docenti. Nessuno fa drammi per un’insufficienza in storia, nessuno prende ripetizioni private di storia, mentre si corre subito ai ripari per italiano, matematica e anche latino. Quanto detto ci aiuta a capire come possa essere difficile per uno studente cogliere il valore dell’insegnamento storico e avvicinarsi alla materia se non vi è già un interesse di tipo personale.

Queste debite premesse ci fanno comprendere appieno quanto sia importante il manuale scolastico di storia, strumento pressoché unico per avvicinare gli studenti alla vicenda storica. La questione della cultura storica, in particolare quella che riguarda gli ultimi 150 anni di storia italiana, deve prendere spunto dall’analisi delle indicazioni e degli strumenti di cui dispongono gli insegnanti per assolvere al loro ruolo pedagogico-culturale. Con le varie riforme ministeriali dell’ultimo quindicennio, i programmi hanno via via spostato l’attenzione verso il Novecento: oggi chi si presenta alla maturità deve conoscere il XX secolo dall’inizio alla fine, con particolare attenzione agli eventi degli ultimi decenni: la stagione del terrorismo, la caduta del Muro, l’epoca di Tangentopoli fino ai fatti di inizio XXI secolo. Questa attenzione per il Novecento ha comportato alcuni cambiamenti nella preparazione dei manuali scolastici e nell’insegnamento della storia nelle scuole.
Prima di tutto si è avuta una riperiodizzazione dei testi scolastici che ha mutato il peso dato ai diversi periodi storici. Prima del 1997 i manuali scolastici destinati al triennio delle scuole superiori coprivano un arco temporale che andava dal 476 d.C. (fine dell’impero romano d’Occidente) alla seconda guerra mondiale, con solo un breve excursus finale sugli eventi del secondo dopoguerra. In particolare, il primo volume copriva l’epoca medievale (fino alla scoperta dell’A merica), il secondo la storia moderna (fino alla rivoluzione francese e Napoleone), il terzo era dedicato all’Ottocento e al Novecento (con i limiti detti precedentemente per il XX secolo).

Tale suddivisione comportava che buona parte dell’ultimo anno delle scuole superiori fosse dedicato all’Ottocento, al Risorgimento e all’Unità italiana, nonché alla sue vicende iniziali; raramente gli insegnanti riuscivano a spingersi nello studio al di là dei prodromi della seconda guerra mondiale. Risorgimento, lotte per l’indipendenza e per l’unificazione, Destra storica, Sinistra, Crispi e Giolitti rappresentavano la base dell’apprendimento storico dell’anno della maturità.
Le recenti riforme ministeriali hanno mutato questa situazione. Oggi l’Ottocento va a costituire la parte finale del secondo volume del corso di storia del triennio, volume che comprende anche il Seicento e il Settecento. Il peso degli eventi risorgimentali e post-unitari, anche semplicemente dal punto di vista quantitativo (cioè di pagine dedicate all’argomento), è certamente diminuito: l’Ottocento ha perso di centralità a scapito del Novecento, secolo cui viene dedicato un intero volume, con conseguenze che vedremo tra poco.

Questa evoluzione va a legarsi con un altro mutamento in atto nei manuali scolastici: la perdita di centralità della storia italiana a favore di una visione più ampia del discorso storico, allargata all’Europa e, per quanto possibile, al mondo. Il Risorgimento italiano e l’unità d’Italia non sono più presentati come eventi pressoché distinti rispetto a quanto accade nel resto del continente, ma divengono argomenti da trattare non diversamente da quelli che concernono gli eventi coevi a livello europeo e mondiale. Si è passati, quindi, da manuali tradizionali prettamente italocentrici, a manuali policentrici. Va da sé che non esista più un 1848 italiano cui fanno da appendice le rivoluzioni negli altri Stati europei, ma piuttosto i moti rivoluzionari del 1848 cui la penisola italiana partecipa non diversamente da altri Stati europei.
Certamente il cambio di prospettiva non è indolore, soprattutto perché va a toccare una tradizione radicata da decenni nella manualistica scolastica. Risulta facile notare nei testi una mancanza di amalgama dei diversi argomenti, una difficoltà nell’inserire in maniera adeguata gli eventi della storia nazionale nel più vasto vasto contesto europeo e mondiale. La difficoltà si avverte maggiormente nel racconto degli eventi del secondo dopoguerra, dove l’Italia viene trattata costantemente a parte rispetto agli altri paesi e i due racconti storici appaiono slegati.

Arriviamo quindi al discorso sulla storia del Novecento e sugli esiti della scelta di dedicare al XX secolo l’intero terzo volume del triennio. Da un lato, questa scelta va sicuramente a colmare una grossa lacuna, perché prima delle recenti riforme l’ultimo secolo veniva trattato solo parzialmente e veniva demandata solo all’impegno e alla buona volontà degli studenti e degli insegnanti la conoscenza dei fatti più significativi della storia più recente. D’altro lato, la stessa scelta espone lo storico che si appresta alla realizzazione di un manuale scolastico a confrontarsi con fatti ed eventi per i quali la ricerca storiografica è ancora molto lacunosa e che si trovano al confine tra storia e cronaca.
Il risultato sono manuali di storia che affrontano il Novecento, e in particolare la storia italiana, in maniera quasi annalistica, con un’analisi storica piuttosto limitata anche perché sulle vicende più recenti riguardanti il nostro paese è molto facile per editori e autori essere esposti a critiche e attacchi da parte dei media oppure dello stesso ministero dell’Istruzione. Nell’Italia contrapposta di oggi è più facile fare un discorso storico di carattere problematico su Muzio Scevola che su Gramsci, per non parlare di Craxi o personaggi ancora più vicini a noi nel tempo.

Le indicazioni ministeriali, per quanto riguarda la storia, non si limitano alla prescrizione dei periodi da trattare, ma entrano in merito anche alle rilevanze storiche, esprimono quindi una sorta di giudizio di merito e danno indicazioni su quali siano le priorità da seguire. Talvolta pesantemente. Scriveva Curzio Maltese in un articolo sulla Repubblica nel novembre del 2000: «Sulla storia patria si è abbattuto un revisionismo all’italiana, alimentato piuttosto da polemiche giornalistiche che da rigorose ricerche storiografiche, gonfiato di passioni e risentimenti piuttosto che sostenuto da documenti, sotto l’influsso di sbornie ideologiche uguali e contrarie a quelle della sinistra anni Settanta, che sovente hanno colto gli stessi, prima comunisti e ora ferocemente anti, ma sempre dove tira il vento».

L’episodio cui faceva riferimento l’articolo era quello che aveva visto il consiglio regionale del Lazio approvare una mozione, nel novembre del 2000, in cui si impegnava il presidente della Regione Francesco Storace e gli assessori competenti a «istituire una commissione di esperti che svolga un’analisi attenta dei testi scolastici evidenziandone carenze o ricostruzioni arbitrarie [...] con lo scopo di radicare una specifica conoscenza e un conseguente senso di appartenenza». L’iniziativa prendeva spunto dalla denuncia da parte di Azione studentesca delle «falsità» raccontate da molti autori di manuali di storia, la cui pericolosa «faziosità» «alimentava in modo artificiale uno scontro generazionale che durava ormai da troppi anni impedendo la ricostruzione di un’identità nazionale comune a tutti i cittadini italiani e l’affermarsi di un sentimento di autentica pacificazione nazionale». Le denunce si estendevano dai giudizi riportati nei manuali scolastici su Togliatti e il ruolo del Pci (troppo benevoli) a quelli sul primo governo Berlusconi (troppo faziosi), dal silenzio sulle foibe alla scarsa applicazione della «categoria decisiva del secolo: il totalitarismo». Ultimamente è capitato che nella riforma Gelmini la parola Resistenza finisse per un attimo sospesa tra una redazione e l’altra del documento: pare infatti che nella prima versione non se ne facesse cenno.

Risulta dunque significativo il fatto che tutti i momenti di svolta della storia nazionale (il Risorgimento, la grande guerra, il fascismo, la Resistenza e la guerra civile, la Repubblica) diventino oggetto di attenzioni particolari nelle indicazioni ministeriali (indicazioni, ricordiamolo, che determinano fortemente la struttura dei manuali), ciò a conferma del peso decisivo dei progetti di costruzione o di ricostruzione dell’identità nazionale, nei quali prevalgono i sospetti di faziosità e non vi sono spesso le condizioni per un discorso storico aperto, sereno e distaccato al punto giusto. A conferma anche di una sorta di sospetto che pare separare burocrazia scolastica e mondo della politica dal mondo della scuola, comprendendo in questa definizione docenti, ma anche case editrici e autori che si dedicano alla stesura dei manuali.

Esempio lampante di quanto detto è la ricostruzione delle vicende storiche risorgimentali. Il dibattito e la contesa sulla memoria del Risorgimento è riconoscibile come un dato costitutivo del confronto politico nelle varie stagioni dell’Italia unita. Al ricordo e al racconto del Risorgimento ci si è affidati per lungo tempo come veicolo privilegiato di una vasta opera di nazionalizzazione e di pedagogia civica e patriottica. Per decenni è prevalsa spesso una storia basata sull’aneddotica e sull’esaltazione di eroi ed eroismi quasi a senso unico. L’Osservatorio dei manuali scolastici è esemplare da questo punto di vista: nei libri scola- stici, da 150 anni si sono letti, a proposito del Risorgimento nel Sud, solo fatti e vittorie gloriose da parte dei garibaldini senza mai approfondire nulla delle crisi e delle sofferenze della popolazione che, inerme, spesso divenne vittima di feroci rappresaglie. Oggi questa visione gloriosa è un po’ tramontata, ma rimane la suddivisione manichea operata dai testi scolastici in buoni (pro Savoia) e cattivi (anti-Savoia) con ciò confermando l’annullamento della storia come processo, o rielaborazione di complesse logiche tra i fatti, e riducendola a strumentale collage di giudizi etico-politici. Buoni furono Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi, d’Azeglio e altri, cattivi Ferdinando II, Pio IX e così via.

Secondo il manuale di Camera-Fabietti nel periodo storico in questione «lo Stato pontificio e il regno borbonico si erano retti sull’arbitrio e sull’illegalità, su un’agricoltura estremamente arretrata e su redditi individuali molto miseri» (1).
Secondo Perugi-Bellucci «le condizioni dello Stato [pontificio] rimasero [...] pesanti, con una legislazione arretrata, una pubblica amministrazione inefficiente e corrotta in mano al clero e un diffuso malcontento che si esprimeva nella recrudescenza di quel male antico che era il brigantaggio» (2).

Secondo Giardina-Sabbatucci-Vidotto, Pio IX, dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848-1849 e l’abbandono dell’iniziale apertura liberale, avrebbe condotto una politica reazionaria e liberticida e avrebbe «riorganizzato [lo Stato] secondo il vecchio modello teocratico-assolutistico» (3). La Chiesa cattolica, guidata da Pio IX, avrebbe dunque ostacolato ingiustamente la politica di riforme condotta dallo Stato sabaudo e in particolare da Cavour. Lo stesso statista viene presentato come il paladino del liberalismo, che intende eliminare i privilegi ecclesiastici per rendere effettiva la libertà dello Stato e della Chiesa. Pur non essendo cattolico, sarebbe stato infatti interessato alla missione spirituale della Chiesa, la quale, grazie alla perdita del potere temporale, avrebbe potuto dedicarsi con maggiore libertà al suo apostolato. In generale, quindi, sul Risorgimento e sull’unità nazionale sembrano pesare soprattutto le categorie dell’oggi più che un’attenta analisi dei fatti storici. Sembrano pesare fortemente le difficoltà che il nostro paese sta vivendo in questi anni anche dal punto di vista dell’identità nazionale, difficoltà che si riflettono anche a livello di manualistica scolastica con un racconto che diviene spesso incerto, privo di punti di riferimento largamente condivisi e libero da battaglie di tipo ideologico o da barricate innalzate aprioristicamente da una parte e dall’altra.


Per arrivare alla conclusione del nostro discorso vale la pena richiamare un tema di carattere forse meno storico e più tecnico, ma comunque non secondario: quello del manuale come tipico esempio di prodotto redazionale, piuttosto che di opera d’autore. Il livello sempre più sofisticato degli apparati (immagini, box informativi, supporti didattici e via discorrendo) e la necessità di continui aggiornamenti (spesso affidati dalle case editrici a redattori interni o collaboratori occasionali, piuttosto che agli autori stessi) indica che il manuale è spesso il risultato del lavoro di un autore collettivo, controllato in molti casi più dai direttori editoriali che dalle firme di copertina. Anche questa è una conseguenza del discorso fatto in fase di premesse, cioè della mancanza di un legame forte tra storici ufficiali e manualistica scolastica. Spesso l’autore fatica, infatti, a trovare un coinvolgimento nel progetto e non conosce i meccanismi di produzione e realizzazione del manuale, lasciati di buon grado e totalmente alla cucina redazionale.


Si hanno così autori che faticano a pensare a un prodotto direzionato a un pubblico di studenti e come tale caratterizzato anche da prospettive non solo di narrazione e analisi storica, ma anche di comprensione didattica. E si perde così anche la possibilità di avere manuali più fortemente caratterizzati, magari più innovativi e originali, realmente differenti e non omologati. Di fronte a scritti che in molti casi sono solo nominalmente opera d’autore il testo ministeriale risulta ancora più significativo e riesce dunque difficile siglare giudizi sul nesso autori/ contenuti.


1. A. CAMERA, R. FABIETTI, Storia per gli Istituti Tecnici, Bologna 1967, Zanichelli.
2. G. PERUGI, M. BELLUCCI, Corso di storia, Bologna 1998, Zanichelli.
3. A. GIARDINA, G. SABBATUCCI, V. VIDOTTO, Manuale di storia. L’età contemporanea, Bari 1998, Laterza.


Fonte:Limes

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di Roberto Roveda e Chiara Villa
I testi scolastici sono il solo strumento per riportare le vicende nostrane al grande pubblico. Ma risentono di scarsa tradizione storiografica, pesanti ingerenze politiche, poco peso didattico e faziosità ideologica. Il Risorgimento è spiegato con gli occhi di oggi.

Vai al sommario di Limes 2/2011 "L'Italia dopo l'Italia"

Nell'anno in cui ricorre il 150° anniversario dell’Unità d’Italia è abbastanza naturale che si registri un aumento dell’interesse generale per le vicende che hanno portato all’unificazione nazionale e si tenda a fare un bilancio di questi ultimi anni di storia patria, ritrovandosi quindi a riflettere attorno a un tema fondamentale: quale cultura storica hanno gli italiani? E ancora: quanto conoscono la loro storia nazionale?

Notoriamente in Italia si legge poco, ancor meno si legge di storia: secondo i dati di Arianna Informazioni Editoriali elaborati da iBuk la percentuale di saggistica storica venduta in Italia nel corso del 2010 sarebbe di poco superiore al 2,2%. Naturale, quindi, che il veicolo privilegiato per far conoscere le vicende storiche del nostro paese siano i manuali scolastici e che la scuola rimanga, per la maggior parte degli italiani, il luogo dove la storia viene approcciata per la prima e spesso unica volta. I testi di storia per le scuole assolvono quindi a un ruolo fondamentale e vale la pena di provare ad analizzare come al loro interno vengono raccontati e interpretati - la storia, infatti, non è mai mera cronaca, ma comunque scelta, interpretazione e divulgazione - i fatti d’Italia, dall’unione ai nostri giorni.
Prima di entrare nel merito dei manuali scolastici è importante, però, fare alcune premesse.

Innanzitutto, è importante sottolineare come la storia non sia mai stata un campo di eccellenza per la cultura italiana. Ci sono stati e ci sono tutt’ora grandi storici italiani, manca però una tradizione e una scuola di pensiero nazionale che pareggi l’impatto e l’influenza globale delle correnti nate - e fiorenti - in Germania, Francia e mondo anglosassone. Di fatto la storia nel nostro paese, anche a livello accademico, ha sempre rivestito il ruolo di sorella minore rispetto agli studi letterari e filosofici. Prova di quanto stiamo affermando è che solo di recente si sono diffuse a livello universitario le lauree in storia e scienze storiche. All’Università degli Studi di Milano, per fare l’esempio di un grande ateneo, i primi laureati in storia si sono avuti solo nei primi anni Novanta del Novecento. Precedentemente chi voleva specializzarsi in materie storiche si laureava in filosofia o lettere scegliendo poi, all’interno del percorso di studi, un indirizzo di tipo storico; ancora oggi le facoltà di tipo umanistico vengono definite di Lettere e Filosofia comprendendo al proprio interno anche la disciplina storica.

Altro elemento da tenere ben presente - che però non riguarda solo il campo della ricerca storica, ma in generale l’erudizione in Italia - è che spesso gli storici rappresentano un circolo chiuso, autoreferenziale, più portato al saggio iperspecialistico che all’opera di divulgazione: considerata a livello accademico una banalizzazione di argomenti per pochi iniziati. Così, in ambito universitario, chi si concede al largo pubblico viene guardato con un sospetto che spesso nasconde invidia, oppure sottilmente si tende a sottovalutare quei testi che tendono a rendere più digeribili argomenti magari ostici.

Non è un caso che sia più facile trovare nelle librerie opere di divulgazione storica di autori anglosassoni e francesi - i quali, viceversa, mostrano molta più attenzione al largo pubblico e conoscono l’importanza della comunicazione allargata - piuttosto che di autori italiani. Questa disabitudine alla comunicazione al di fuori di ciò che si considera un proprio terreno di eccellenza ha come prima conseguenza una tendenza a snobbare la compilazione di manuali scolastici, considerati - a torto - opere minori, e una conseguente scarsa disponibilità a impegnarsi nella loro preparazione. In secondo luogo, porta quegli storici che comunque scelgono di preparare un testo diretto alle scuole a scontrarsi con ovvie difficoltà di linguaggio dovute alla scarsa dimestichezza del nostro mondo accademico con la scrittura semplice, lineare e chiara - pur nella problematicità dei temi trattati - che un manuale richiede.

Un’ultima cosa da premettere e che ha forti legami con quanto detto finora è come la storia viene recepita dagli studenti e dagli stessi membri dello corpo docente: le scienze storiche sono vissute come materia secondaria rispetto alla letteratura italiana e alla filosofia. Non a caso, storia viene insegnata nel biennio delle scuole secondarie superiori dallo stesso docente che insegna italiano e che il più delle volte in questa materia è specializzato. Nel secondo biennio e al quinto anno la storia viene accoppiata alla filosofia, anche qui venendo insegnata da docenti più spesso versati sul fronte filosofico che storico. Alla storia, poi, sono dedicate poche ore settimanali, solitamente un paio, che facilmente vengono sacrificate per far posto all’italiano, materia comunque sentita come più importante sia dagli studenti sia dai docenti. Nessuno fa drammi per un’insufficienza in storia, nessuno prende ripetizioni private di storia, mentre si corre subito ai ripari per italiano, matematica e anche latino. Quanto detto ci aiuta a capire come possa essere difficile per uno studente cogliere il valore dell’insegnamento storico e avvicinarsi alla materia se non vi è già un interesse di tipo personale.

Queste debite premesse ci fanno comprendere appieno quanto sia importante il manuale scolastico di storia, strumento pressoché unico per avvicinare gli studenti alla vicenda storica. La questione della cultura storica, in particolare quella che riguarda gli ultimi 150 anni di storia italiana, deve prendere spunto dall’analisi delle indicazioni e degli strumenti di cui dispongono gli insegnanti per assolvere al loro ruolo pedagogico-culturale. Con le varie riforme ministeriali dell’ultimo quindicennio, i programmi hanno via via spostato l’attenzione verso il Novecento: oggi chi si presenta alla maturità deve conoscere il XX secolo dall’inizio alla fine, con particolare attenzione agli eventi degli ultimi decenni: la stagione del terrorismo, la caduta del Muro, l’epoca di Tangentopoli fino ai fatti di inizio XXI secolo. Questa attenzione per il Novecento ha comportato alcuni cambiamenti nella preparazione dei manuali scolastici e nell’insegnamento della storia nelle scuole.
Prima di tutto si è avuta una riperiodizzazione dei testi scolastici che ha mutato il peso dato ai diversi periodi storici. Prima del 1997 i manuali scolastici destinati al triennio delle scuole superiori coprivano un arco temporale che andava dal 476 d.C. (fine dell’impero romano d’Occidente) alla seconda guerra mondiale, con solo un breve excursus finale sugli eventi del secondo dopoguerra. In particolare, il primo volume copriva l’epoca medievale (fino alla scoperta dell’A merica), il secondo la storia moderna (fino alla rivoluzione francese e Napoleone), il terzo era dedicato all’Ottocento e al Novecento (con i limiti detti precedentemente per il XX secolo).

Tale suddivisione comportava che buona parte dell’ultimo anno delle scuole superiori fosse dedicato all’Ottocento, al Risorgimento e all’Unità italiana, nonché alla sue vicende iniziali; raramente gli insegnanti riuscivano a spingersi nello studio al di là dei prodromi della seconda guerra mondiale. Risorgimento, lotte per l’indipendenza e per l’unificazione, Destra storica, Sinistra, Crispi e Giolitti rappresentavano la base dell’apprendimento storico dell’anno della maturità.
Le recenti riforme ministeriali hanno mutato questa situazione. Oggi l’Ottocento va a costituire la parte finale del secondo volume del corso di storia del triennio, volume che comprende anche il Seicento e il Settecento. Il peso degli eventi risorgimentali e post-unitari, anche semplicemente dal punto di vista quantitativo (cioè di pagine dedicate all’argomento), è certamente diminuito: l’Ottocento ha perso di centralità a scapito del Novecento, secolo cui viene dedicato un intero volume, con conseguenze che vedremo tra poco.

Questa evoluzione va a legarsi con un altro mutamento in atto nei manuali scolastici: la perdita di centralità della storia italiana a favore di una visione più ampia del discorso storico, allargata all’Europa e, per quanto possibile, al mondo. Il Risorgimento italiano e l’unità d’Italia non sono più presentati come eventi pressoché distinti rispetto a quanto accade nel resto del continente, ma divengono argomenti da trattare non diversamente da quelli che concernono gli eventi coevi a livello europeo e mondiale. Si è passati, quindi, da manuali tradizionali prettamente italocentrici, a manuali policentrici. Va da sé che non esista più un 1848 italiano cui fanno da appendice le rivoluzioni negli altri Stati europei, ma piuttosto i moti rivoluzionari del 1848 cui la penisola italiana partecipa non diversamente da altri Stati europei.
Certamente il cambio di prospettiva non è indolore, soprattutto perché va a toccare una tradizione radicata da decenni nella manualistica scolastica. Risulta facile notare nei testi una mancanza di amalgama dei diversi argomenti, una difficoltà nell’inserire in maniera adeguata gli eventi della storia nazionale nel più vasto vasto contesto europeo e mondiale. La difficoltà si avverte maggiormente nel racconto degli eventi del secondo dopoguerra, dove l’Italia viene trattata costantemente a parte rispetto agli altri paesi e i due racconti storici appaiono slegati.

Arriviamo quindi al discorso sulla storia del Novecento e sugli esiti della scelta di dedicare al XX secolo l’intero terzo volume del triennio. Da un lato, questa scelta va sicuramente a colmare una grossa lacuna, perché prima delle recenti riforme l’ultimo secolo veniva trattato solo parzialmente e veniva demandata solo all’impegno e alla buona volontà degli studenti e degli insegnanti la conoscenza dei fatti più significativi della storia più recente. D’altro lato, la stessa scelta espone lo storico che si appresta alla realizzazione di un manuale scolastico a confrontarsi con fatti ed eventi per i quali la ricerca storiografica è ancora molto lacunosa e che si trovano al confine tra storia e cronaca.
Il risultato sono manuali di storia che affrontano il Novecento, e in particolare la storia italiana, in maniera quasi annalistica, con un’analisi storica piuttosto limitata anche perché sulle vicende più recenti riguardanti il nostro paese è molto facile per editori e autori essere esposti a critiche e attacchi da parte dei media oppure dello stesso ministero dell’Istruzione. Nell’Italia contrapposta di oggi è più facile fare un discorso storico di carattere problematico su Muzio Scevola che su Gramsci, per non parlare di Craxi o personaggi ancora più vicini a noi nel tempo.

Le indicazioni ministeriali, per quanto riguarda la storia, non si limitano alla prescrizione dei periodi da trattare, ma entrano in merito anche alle rilevanze storiche, esprimono quindi una sorta di giudizio di merito e danno indicazioni su quali siano le priorità da seguire. Talvolta pesantemente. Scriveva Curzio Maltese in un articolo sulla Repubblica nel novembre del 2000: «Sulla storia patria si è abbattuto un revisionismo all’italiana, alimentato piuttosto da polemiche giornalistiche che da rigorose ricerche storiografiche, gonfiato di passioni e risentimenti piuttosto che sostenuto da documenti, sotto l’influsso di sbornie ideologiche uguali e contrarie a quelle della sinistra anni Settanta, che sovente hanno colto gli stessi, prima comunisti e ora ferocemente anti, ma sempre dove tira il vento».

L’episodio cui faceva riferimento l’articolo era quello che aveva visto il consiglio regionale del Lazio approvare una mozione, nel novembre del 2000, in cui si impegnava il presidente della Regione Francesco Storace e gli assessori competenti a «istituire una commissione di esperti che svolga un’analisi attenta dei testi scolastici evidenziandone carenze o ricostruzioni arbitrarie [...] con lo scopo di radicare una specifica conoscenza e un conseguente senso di appartenenza». L’iniziativa prendeva spunto dalla denuncia da parte di Azione studentesca delle «falsità» raccontate da molti autori di manuali di storia, la cui pericolosa «faziosità» «alimentava in modo artificiale uno scontro generazionale che durava ormai da troppi anni impedendo la ricostruzione di un’identità nazionale comune a tutti i cittadini italiani e l’affermarsi di un sentimento di autentica pacificazione nazionale». Le denunce si estendevano dai giudizi riportati nei manuali scolastici su Togliatti e il ruolo del Pci (troppo benevoli) a quelli sul primo governo Berlusconi (troppo faziosi), dal silenzio sulle foibe alla scarsa applicazione della «categoria decisiva del secolo: il totalitarismo». Ultimamente è capitato che nella riforma Gelmini la parola Resistenza finisse per un attimo sospesa tra una redazione e l’altra del documento: pare infatti che nella prima versione non se ne facesse cenno.

Risulta dunque significativo il fatto che tutti i momenti di svolta della storia nazionale (il Risorgimento, la grande guerra, il fascismo, la Resistenza e la guerra civile, la Repubblica) diventino oggetto di attenzioni particolari nelle indicazioni ministeriali (indicazioni, ricordiamolo, che determinano fortemente la struttura dei manuali), ciò a conferma del peso decisivo dei progetti di costruzione o di ricostruzione dell’identità nazionale, nei quali prevalgono i sospetti di faziosità e non vi sono spesso le condizioni per un discorso storico aperto, sereno e distaccato al punto giusto. A conferma anche di una sorta di sospetto che pare separare burocrazia scolastica e mondo della politica dal mondo della scuola, comprendendo in questa definizione docenti, ma anche case editrici e autori che si dedicano alla stesura dei manuali.

Esempio lampante di quanto detto è la ricostruzione delle vicende storiche risorgimentali. Il dibattito e la contesa sulla memoria del Risorgimento è riconoscibile come un dato costitutivo del confronto politico nelle varie stagioni dell’Italia unita. Al ricordo e al racconto del Risorgimento ci si è affidati per lungo tempo come veicolo privilegiato di una vasta opera di nazionalizzazione e di pedagogia civica e patriottica. Per decenni è prevalsa spesso una storia basata sull’aneddotica e sull’esaltazione di eroi ed eroismi quasi a senso unico. L’Osservatorio dei manuali scolastici è esemplare da questo punto di vista: nei libri scola- stici, da 150 anni si sono letti, a proposito del Risorgimento nel Sud, solo fatti e vittorie gloriose da parte dei garibaldini senza mai approfondire nulla delle crisi e delle sofferenze della popolazione che, inerme, spesso divenne vittima di feroci rappresaglie. Oggi questa visione gloriosa è un po’ tramontata, ma rimane la suddivisione manichea operata dai testi scolastici in buoni (pro Savoia) e cattivi (anti-Savoia) con ciò confermando l’annullamento della storia come processo, o rielaborazione di complesse logiche tra i fatti, e riducendola a strumentale collage di giudizi etico-politici. Buoni furono Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi, d’Azeglio e altri, cattivi Ferdinando II, Pio IX e così via.

Secondo il manuale di Camera-Fabietti nel periodo storico in questione «lo Stato pontificio e il regno borbonico si erano retti sull’arbitrio e sull’illegalità, su un’agricoltura estremamente arretrata e su redditi individuali molto miseri» (1).
Secondo Perugi-Bellucci «le condizioni dello Stato [pontificio] rimasero [...] pesanti, con una legislazione arretrata, una pubblica amministrazione inefficiente e corrotta in mano al clero e un diffuso malcontento che si esprimeva nella recrudescenza di quel male antico che era il brigantaggio» (2).

Secondo Giardina-Sabbatucci-Vidotto, Pio IX, dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848-1849 e l’abbandono dell’iniziale apertura liberale, avrebbe condotto una politica reazionaria e liberticida e avrebbe «riorganizzato [lo Stato] secondo il vecchio modello teocratico-assolutistico» (3). La Chiesa cattolica, guidata da Pio IX, avrebbe dunque ostacolato ingiustamente la politica di riforme condotta dallo Stato sabaudo e in particolare da Cavour. Lo stesso statista viene presentato come il paladino del liberalismo, che intende eliminare i privilegi ecclesiastici per rendere effettiva la libertà dello Stato e della Chiesa. Pur non essendo cattolico, sarebbe stato infatti interessato alla missione spirituale della Chiesa, la quale, grazie alla perdita del potere temporale, avrebbe potuto dedicarsi con maggiore libertà al suo apostolato. In generale, quindi, sul Risorgimento e sull’unità nazionale sembrano pesare soprattutto le categorie dell’oggi più che un’attenta analisi dei fatti storici. Sembrano pesare fortemente le difficoltà che il nostro paese sta vivendo in questi anni anche dal punto di vista dell’identità nazionale, difficoltà che si riflettono anche a livello di manualistica scolastica con un racconto che diviene spesso incerto, privo di punti di riferimento largamente condivisi e libero da battaglie di tipo ideologico o da barricate innalzate aprioristicamente da una parte e dall’altra.


Per arrivare alla conclusione del nostro discorso vale la pena richiamare un tema di carattere forse meno storico e più tecnico, ma comunque non secondario: quello del manuale come tipico esempio di prodotto redazionale, piuttosto che di opera d’autore. Il livello sempre più sofisticato degli apparati (immagini, box informativi, supporti didattici e via discorrendo) e la necessità di continui aggiornamenti (spesso affidati dalle case editrici a redattori interni o collaboratori occasionali, piuttosto che agli autori stessi) indica che il manuale è spesso il risultato del lavoro di un autore collettivo, controllato in molti casi più dai direttori editoriali che dalle firme di copertina. Anche questa è una conseguenza del discorso fatto in fase di premesse, cioè della mancanza di un legame forte tra storici ufficiali e manualistica scolastica. Spesso l’autore fatica, infatti, a trovare un coinvolgimento nel progetto e non conosce i meccanismi di produzione e realizzazione del manuale, lasciati di buon grado e totalmente alla cucina redazionale.


Si hanno così autori che faticano a pensare a un prodotto direzionato a un pubblico di studenti e come tale caratterizzato anche da prospettive non solo di narrazione e analisi storica, ma anche di comprensione didattica. E si perde così anche la possibilità di avere manuali più fortemente caratterizzati, magari più innovativi e originali, realmente differenti e non omologati. Di fronte a scritti che in molti casi sono solo nominalmente opera d’autore il testo ministeriale risulta ancora più significativo e riesce dunque difficile siglare giudizi sul nesso autori/ contenuti.


1. A. CAMERA, R. FABIETTI, Storia per gli Istituti Tecnici, Bologna 1967, Zanichelli.
2. G. PERUGI, M. BELLUCCI, Corso di storia, Bologna 1998, Zanichelli.
3. A. GIARDINA, G. SABBATUCCI, V. VIDOTTO, Manuale di storia. L’età contemporanea, Bari 1998, Laterza.


Fonte:Limes

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giovedì 26 maggio 2011

Blitz Pdl: "Diamo ai privati il sostegno ai disabili"


Scontro sul disegno di legge: pagheranno le famiglie. I senatori che hanno presentato la proposta: così taglieremo le spese. Insorgono gli insegnanti: servizio già carente
di SALVO INTRAVAIA

Docenti di sostegno gestiti da privati? È quello che potrebbe accadere tra qualche anno nella scuola italiana se passasse il disegno di legge proposto da due senatori del Pdl e discusso qualche giorno fa in commissione Cultura al Senato. La proposta avanzata da Francesco Bevilacqua e Antonio Gentile apre ai privati il delicato mondo dei disabili a scuola. "I dirigenti degli istituti scolastici e delle scuole di ogni ordine e grado sono autorizzati - si legge nell'unico articolo che compone il disegno di legge - a definire progetti, con la collaborazione di privati, per il sostegno di alunni con disabilità". I motivi della proposta dei due parlamentari sono illustrati nella relazione che accompagna il testo. "L'inclusione degli alunni con disabilità - spiegano i due senatori - deve ormai collocarsi nella nuova logica dell'autonomia scolastica. In tale ottica, per superare le carenze e le disfunzioni dovute al difficile coordinamento dei diversi servizi di enti locali e Asl, che debbono sostenere gli interventi scolastici, va facendosi strada l'idea che siano le istituzioni scolastiche autonome a dover coordinare l'insieme dei diversi servizi".

Una proposta che il Pd non esita a bollare come "assurda". "Mentre il governo taglia indiscriminatamente gli insegnanti di sostegno - si chiede Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria del Partito democratico - si vuole forse appaltare all'esterno il sostegno ai ragazzi con disabilità?". "E dove dovrebbero mai trovare le risorse le scuole, che non hanno più un euro in cassa, per tali collaborazioni? Il sostegno sarà a carico dei familiari o di improbabili sponsor? Nella scuola italiana, uno dei pochi paesi europei che dal 1977 integra anche i disabili nelle classi, gli insegnanti di sostegno vengono reclutati dallo stato, mentre tutti gli altri servizi (assistenza igienico-sanitaria, trasporto disabili, orientamento, assistenza alla comunicazione) sono di pertinenza degli enti locali. Ma spesso, questi ultimi non hanno le risorse per garantire adeguati servizi alle scuole e anche sugli insegnanti di sostegno lo stato cerca di risparmiare. La lamentela dei genitori è sempre la stessa: "poche ore di sostegno in classe" e pochi servizi a scuola. Così, se la scuola si dovesse trovare in difficoltà, secondo i due senatori, potrebbe rivolgendosi ai privati. Un discorso che varrebbe anche per gli assistenti igienico-sanitari, il trasporto scolastico e gli interpreti della lingua dei segni, di cui dovrebbero farsi carico comuni e province. E per quelle figure necessarie all'inclusione degli alunni affetti da disturbi specifici di apprendimento: dislalia, disgrafia e discalculia.

La proposta di legge ammette che le istituzioni non riescono a coprire tutte le esigenze degli alunni portatori di handicap. "Nel rispetto del principio di sussidiarietà e, senza pregiudicare l'obbligo delle istituzioni scolastiche di provvedere d'ufficio per i casi alla loro attenzione", Bevilacqua e Gentile propongono "una disposizione volta a favorire l'inserimento ottimale degli alunni diversamente abili, per migliorare la qualità dell'integrazione degli stessi e di tutti gli allievi con bisogni educativi speciali, favorendo una più "concreta" diffusione della cultura dell'integrazione, tra le componenti che si occupano dei soggetti in formazione". Resta da capire chi pagherà, visto che l'applicazione della norma "non deve comportare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica". E se le scuole, come è già avvenuto per il tempo pieno in una scuola elementare di Milano, presentassero il conto ai genitori?


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Scontro sul disegno di legge: pagheranno le famiglie. I senatori che hanno presentato la proposta: così taglieremo le spese. Insorgono gli insegnanti: servizio già carente
di SALVO INTRAVAIA

Docenti di sostegno gestiti da privati? È quello che potrebbe accadere tra qualche anno nella scuola italiana se passasse il disegno di legge proposto da due senatori del Pdl e discusso qualche giorno fa in commissione Cultura al Senato. La proposta avanzata da Francesco Bevilacqua e Antonio Gentile apre ai privati il delicato mondo dei disabili a scuola. "I dirigenti degli istituti scolastici e delle scuole di ogni ordine e grado sono autorizzati - si legge nell'unico articolo che compone il disegno di legge - a definire progetti, con la collaborazione di privati, per il sostegno di alunni con disabilità". I motivi della proposta dei due parlamentari sono illustrati nella relazione che accompagna il testo. "L'inclusione degli alunni con disabilità - spiegano i due senatori - deve ormai collocarsi nella nuova logica dell'autonomia scolastica. In tale ottica, per superare le carenze e le disfunzioni dovute al difficile coordinamento dei diversi servizi di enti locali e Asl, che debbono sostenere gli interventi scolastici, va facendosi strada l'idea che siano le istituzioni scolastiche autonome a dover coordinare l'insieme dei diversi servizi".

Una proposta che il Pd non esita a bollare come "assurda". "Mentre il governo taglia indiscriminatamente gli insegnanti di sostegno - si chiede Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria del Partito democratico - si vuole forse appaltare all'esterno il sostegno ai ragazzi con disabilità?". "E dove dovrebbero mai trovare le risorse le scuole, che non hanno più un euro in cassa, per tali collaborazioni? Il sostegno sarà a carico dei familiari o di improbabili sponsor? Nella scuola italiana, uno dei pochi paesi europei che dal 1977 integra anche i disabili nelle classi, gli insegnanti di sostegno vengono reclutati dallo stato, mentre tutti gli altri servizi (assistenza igienico-sanitaria, trasporto disabili, orientamento, assistenza alla comunicazione) sono di pertinenza degli enti locali. Ma spesso, questi ultimi non hanno le risorse per garantire adeguati servizi alle scuole e anche sugli insegnanti di sostegno lo stato cerca di risparmiare. La lamentela dei genitori è sempre la stessa: "poche ore di sostegno in classe" e pochi servizi a scuola. Così, se la scuola si dovesse trovare in difficoltà, secondo i due senatori, potrebbe rivolgendosi ai privati. Un discorso che varrebbe anche per gli assistenti igienico-sanitari, il trasporto scolastico e gli interpreti della lingua dei segni, di cui dovrebbero farsi carico comuni e province. E per quelle figure necessarie all'inclusione degli alunni affetti da disturbi specifici di apprendimento: dislalia, disgrafia e discalculia.

La proposta di legge ammette che le istituzioni non riescono a coprire tutte le esigenze degli alunni portatori di handicap. "Nel rispetto del principio di sussidiarietà e, senza pregiudicare l'obbligo delle istituzioni scolastiche di provvedere d'ufficio per i casi alla loro attenzione", Bevilacqua e Gentile propongono "una disposizione volta a favorire l'inserimento ottimale degli alunni diversamente abili, per migliorare la qualità dell'integrazione degli stessi e di tutti gli allievi con bisogni educativi speciali, favorendo una più "concreta" diffusione della cultura dell'integrazione, tra le componenti che si occupano dei soggetti in formazione". Resta da capire chi pagherà, visto che l'applicazione della norma "non deve comportare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica". E se le scuole, come è già avvenuto per il tempo pieno in una scuola elementare di Milano, presentassero il conto ai genitori?


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venerdì 22 aprile 2011

Bagarre a Ballarò: la Gelmini non conosce i conti del suo Ministero (19/04/'11)


https://www.youtube.com/watch?v=GorDkR0V0yA&feature=feedbul

Leggi i dettagli qui:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/20/tagli-alla-scuola-e-la-gelmini-non...

Scontro rovente durante la puntata di Ballarò del 19 aprile: Enrico Letta (PD) legge in studio una tabella che computa i nuovi tagli previsti da Tremonti. Secondo tali dati, alla scuola verranno tolti 4 miliardi e mezzo l'anno per tre anni. Il ministro Gelmini, non conoscendo palesemente quei numeri, impallidisce, tenta di negare, si dimena per smentire, si fa aiutare dal prode Mario Sechi (il quale in serata ha coniato una nuova definizione del divo Silvio: "front runner"), ma il soccorso salvifico sopraggiunge finalmente nelle retrovie. Il fido suggeritore del Ministro la imbecca ("Si tratta di 'minori spese', previsioni di spesa! Di minori spese, non sono nuovi, come mi dicono qua dietro!", ammette urlando la Gelmini) ma ormai è troppo tardi: il clima nello studio è diventato troppo incandescente e incontrollabile, al punto che Floris è costretto a sollecitare nervosamente la regia per mandare in onda un nuovo servizio.
Lo scempio dialettico prosegue con gli interventi di Cota (Lega Nord) e della stessa Gelmini, che alla fine scomodano come cause delle esose spese i 200.000 bidelli (più numerosi dei carabinieri, a dire di Cota) e delle spese di pulizia tramite appalti.

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https://www.youtube.com/watch?v=GorDkR0V0yA&feature=feedbul

Leggi i dettagli qui:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/20/tagli-alla-scuola-e-la-gelmini-non...

Scontro rovente durante la puntata di Ballarò del 19 aprile: Enrico Letta (PD) legge in studio una tabella che computa i nuovi tagli previsti da Tremonti. Secondo tali dati, alla scuola verranno tolti 4 miliardi e mezzo l'anno per tre anni. Il ministro Gelmini, non conoscendo palesemente quei numeri, impallidisce, tenta di negare, si dimena per smentire, si fa aiutare dal prode Mario Sechi (il quale in serata ha coniato una nuova definizione del divo Silvio: "front runner"), ma il soccorso salvifico sopraggiunge finalmente nelle retrovie. Il fido suggeritore del Ministro la imbecca ("Si tratta di 'minori spese', previsioni di spesa! Di minori spese, non sono nuovi, come mi dicono qua dietro!", ammette urlando la Gelmini) ma ormai è troppo tardi: il clima nello studio è diventato troppo incandescente e incontrollabile, al punto che Floris è costretto a sollecitare nervosamente la regia per mandare in onda un nuovo servizio.
Lo scempio dialettico prosegue con gli interventi di Cota (Lega Nord) e della stessa Gelmini, che alla fine scomodano come cause delle esose spese i 200.000 bidelli (più numerosi dei carabinieri, a dire di Cota) e delle spese di pulizia tramite appalti.

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mercoledì 13 aprile 2011

Precari, il ministero si arrende al Tar. Vittoria per tremila supplenti del sud


di SALVO INTRAVAIA


VITTORIA di 3 mila precari della scuola, patrocinati dall'Anief. Dopo quasi due anni di contenzioso, il ministero dell'Istruzione ha deciso di inserire 3 mila supplenti, quasi tutti meridionali, a "pettine" nelle graduatorie provinciali dove prima si trovavano "in coda". Per ottenere quello che Marcello Pacifico, presidente dell'Anief, ha definito "una vittoria dello stato di diritto" è stata necessaria una strigliata del commissario ad acta, nominato dal Tar Lazio nel 2009 per eseguire le sentenze sull'inserimento a pettine pronunciate dai giudici amministrativi della Capitale. E adesso, quasi mille di questi precari vittoriosi potrebbero ottenere addirittura l'immissione in ruolo, sfuggita soltanto perché inseriti nella lista di serie B, inventata dalla Gelmini.

Tutto inizia due anni fa, quando si aggiornano le graduatorie dei precari della scuola. Le liste provinciali "di merito" vengono congelate - non è possibile spostarsi di provincia - ma, oltre all'aggiornamento del punteggio nella propria provincia, viene data la possibilità a tutti di scegliere altre tre graduatorie, dove essere inseriti "in coda". Centinaia di precari meridionali, quelli con i punteggi più alti, decidono di rivolgersi al Tar, che a giugno del 2009 dà loro ragione. E a ottobre dello stesso anno arriva anche il pronunciamento del Consiglio di stato: le graduatorie suddivise in fasce sono incostituzionali. Ma il governo nicchia e pochi giorni dopo il Tar Lazio commissaria il

ministero dell'Istruzione, nominando un dirigente del ministero della Funzione pubblica, Luciano Cannerozzi De Grazia, per l'esecuzione della precedente sentenza.

Sulla vicenda, che tocca da vicino gli interessi della Lega al nord, si scatena la bagarre e il governo pensa ad una soluzione legislativa. Che arriva a fine novembre col decreto salva-precari: una norma di interpretazione autentica della precedente legge del 2006, che trasforma le graduatorie permanenti in graduatorie ad esaurimento. Ma i giudici amministrativi non ci stanno e sollevano l'eccezione di incostituzionalità della legge. A questo punto, in attesa del pronunciamento dei giudici della Consulta, il commissario ad acta si ferma. E passa più di un anno.

A febbraio del 2011 arriva la sentenza della Corte costituzionale che dichiara illegittime le graduatorie di coda. Ma il 21 marzo, il direttore generale del ministero Luciano Chiappetta scrive ai provveditori agli studi (ora dirigenti degli ambiti territoriali provinciali) spiegando loro che "con riferimento ad eventuali richieste del commissario ad acta relative all'esecuzione delle ordinanze cautelari del Tar Lazio di cui al contenzioso in oggetto, si ritiene di non doversi procedere ai richiesti inserimenti in graduatoria".

E lo scorso 4 aprile Cannerozzi De Grazia invia una missiva di fuoco ai provveditori agli studi ricordando loro che, essendo "venute meno le motivazioni per cui lo scrivente aveva sospeso la propria esecuzione del giudicato", occorre procedere come indicato dalla sentenza del Tar. Anche perché l'ulteriore inerzia potrebbe configurare "responsabilità di natura penale, amministrativa e contabile per l'avvenuta omissione di atti d'ufficio e per danno erariale da parte di tutti i responsabili". Così, cinque giorni fa Chiappetta fa marcia indietro: "Facendo seguito alla nota di questa direzione del 21 marzo 2011, alla luce della nota di risposta del Commissario ad acta datata 4 aprile 2011, si ritiene doversi procedere alle modifiche delle graduatorie nei termini previsti

dalla medesima"

"In Italia vige ancora lo stato di diritto - dichiara Pacifico - E' stato dato corso finalmente alla giustizia e merito ad un sindacato che ha sempre difeso i principi della nostra Costituzione. Ora chiediamo la stabilizzazione di tutti i precari sui posti vacanti e disponibili e lo sblocco degli scatti d'anzianità per il personale di ruolo".

Ma la partita delle graduatorie non è chiusa. Il ministero non ha ancora comunicato come intenderà applicare la sentenza della Consulta al prossimo aggiornamento. Sicuramente, le graduatorie di coda verranno cancellate e, secondo i rumors ministeriali, dovrebbe restare anche l'impossibilità di trasferimento di provincia: solo aggiornamento del punteggio.

E su questo punto, la palla passa alla politica. Alcuni giorni fa, sessanta deputati di tutti gli schieramenti e quasi tutti meridionali hanno chiesto al ministro Gelmini di investire della questione il Parlamento. In gioco ci sono gli interessi di migliaia di supplenti originari del sud Italia, che con il loro punteggio possono lavorare soltanto al nord, e gli interessi elettorali dei parlamentari locali, sollecitati dal proprio elettorato. Uno di loro, durante un dibattito pubblico, si è spinto a dire che su questa questione "potrebbe cadere il governo". In affetti i 60 deputati firmatari della richiesta potrebbero fare da ago della bilancia, vista la risicata maggioranza del governo alla Camera.

Ma il ministro Gelmini deve fare anche i conti con le pressioni della Lega, che con il suo capogruppo in commissione Cultura alla camera, Mario Pittoni, sta per proporre una revisione complessiva del meccanismo di attribuzione delle supplenze basato su graduatorie regionali suddivise in due blocchi: A e B. Nel primo andranno di diritto tutti gli iscritti nelle attuali graduatorie provinciali ad esaurimento della regione interessata. Nel secondo si inseriranno coloro che usciranno con le nuove regole per la formazione iniziale dei docenti, partite qualche settimana fa, ma anche tutti coloro che, dalle altre regioni, "vorranno mettersi in gioco", spiega Pittoni. In sostanza, i precari meridionali che aspirassero ad una cattedra al Nord, dovranno sottoporsi ad un nuovo esame per essere ammessi ad insegnare in Padania.

1 aprile 2011


Fonte.http://www.repubblica.it/scuola/2011/04/12/news/precari_il_ministero_si_arrende_al_tar-14843007/?ref=HREC1-5


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di SALVO INTRAVAIA


VITTORIA di 3 mila precari della scuola, patrocinati dall'Anief. Dopo quasi due anni di contenzioso, il ministero dell'Istruzione ha deciso di inserire 3 mila supplenti, quasi tutti meridionali, a "pettine" nelle graduatorie provinciali dove prima si trovavano "in coda". Per ottenere quello che Marcello Pacifico, presidente dell'Anief, ha definito "una vittoria dello stato di diritto" è stata necessaria una strigliata del commissario ad acta, nominato dal Tar Lazio nel 2009 per eseguire le sentenze sull'inserimento a pettine pronunciate dai giudici amministrativi della Capitale. E adesso, quasi mille di questi precari vittoriosi potrebbero ottenere addirittura l'immissione in ruolo, sfuggita soltanto perché inseriti nella lista di serie B, inventata dalla Gelmini.

Tutto inizia due anni fa, quando si aggiornano le graduatorie dei precari della scuola. Le liste provinciali "di merito" vengono congelate - non è possibile spostarsi di provincia - ma, oltre all'aggiornamento del punteggio nella propria provincia, viene data la possibilità a tutti di scegliere altre tre graduatorie, dove essere inseriti "in coda". Centinaia di precari meridionali, quelli con i punteggi più alti, decidono di rivolgersi al Tar, che a giugno del 2009 dà loro ragione. E a ottobre dello stesso anno arriva anche il pronunciamento del Consiglio di stato: le graduatorie suddivise in fasce sono incostituzionali. Ma il governo nicchia e pochi giorni dopo il Tar Lazio commissaria il

ministero dell'Istruzione, nominando un dirigente del ministero della Funzione pubblica, Luciano Cannerozzi De Grazia, per l'esecuzione della precedente sentenza.

Sulla vicenda, che tocca da vicino gli interessi della Lega al nord, si scatena la bagarre e il governo pensa ad una soluzione legislativa. Che arriva a fine novembre col decreto salva-precari: una norma di interpretazione autentica della precedente legge del 2006, che trasforma le graduatorie permanenti in graduatorie ad esaurimento. Ma i giudici amministrativi non ci stanno e sollevano l'eccezione di incostituzionalità della legge. A questo punto, in attesa del pronunciamento dei giudici della Consulta, il commissario ad acta si ferma. E passa più di un anno.

A febbraio del 2011 arriva la sentenza della Corte costituzionale che dichiara illegittime le graduatorie di coda. Ma il 21 marzo, il direttore generale del ministero Luciano Chiappetta scrive ai provveditori agli studi (ora dirigenti degli ambiti territoriali provinciali) spiegando loro che "con riferimento ad eventuali richieste del commissario ad acta relative all'esecuzione delle ordinanze cautelari del Tar Lazio di cui al contenzioso in oggetto, si ritiene di non doversi procedere ai richiesti inserimenti in graduatoria".

E lo scorso 4 aprile Cannerozzi De Grazia invia una missiva di fuoco ai provveditori agli studi ricordando loro che, essendo "venute meno le motivazioni per cui lo scrivente aveva sospeso la propria esecuzione del giudicato", occorre procedere come indicato dalla sentenza del Tar. Anche perché l'ulteriore inerzia potrebbe configurare "responsabilità di natura penale, amministrativa e contabile per l'avvenuta omissione di atti d'ufficio e per danno erariale da parte di tutti i responsabili". Così, cinque giorni fa Chiappetta fa marcia indietro: "Facendo seguito alla nota di questa direzione del 21 marzo 2011, alla luce della nota di risposta del Commissario ad acta datata 4 aprile 2011, si ritiene doversi procedere alle modifiche delle graduatorie nei termini previsti

dalla medesima"

"In Italia vige ancora lo stato di diritto - dichiara Pacifico - E' stato dato corso finalmente alla giustizia e merito ad un sindacato che ha sempre difeso i principi della nostra Costituzione. Ora chiediamo la stabilizzazione di tutti i precari sui posti vacanti e disponibili e lo sblocco degli scatti d'anzianità per il personale di ruolo".

Ma la partita delle graduatorie non è chiusa. Il ministero non ha ancora comunicato come intenderà applicare la sentenza della Consulta al prossimo aggiornamento. Sicuramente, le graduatorie di coda verranno cancellate e, secondo i rumors ministeriali, dovrebbe restare anche l'impossibilità di trasferimento di provincia: solo aggiornamento del punteggio.

E su questo punto, la palla passa alla politica. Alcuni giorni fa, sessanta deputati di tutti gli schieramenti e quasi tutti meridionali hanno chiesto al ministro Gelmini di investire della questione il Parlamento. In gioco ci sono gli interessi di migliaia di supplenti originari del sud Italia, che con il loro punteggio possono lavorare soltanto al nord, e gli interessi elettorali dei parlamentari locali, sollecitati dal proprio elettorato. Uno di loro, durante un dibattito pubblico, si è spinto a dire che su questa questione "potrebbe cadere il governo". In affetti i 60 deputati firmatari della richiesta potrebbero fare da ago della bilancia, vista la risicata maggioranza del governo alla Camera.

Ma il ministro Gelmini deve fare anche i conti con le pressioni della Lega, che con il suo capogruppo in commissione Cultura alla camera, Mario Pittoni, sta per proporre una revisione complessiva del meccanismo di attribuzione delle supplenze basato su graduatorie regionali suddivise in due blocchi: A e B. Nel primo andranno di diritto tutti gli iscritti nelle attuali graduatorie provinciali ad esaurimento della regione interessata. Nel secondo si inseriranno coloro che usciranno con le nuove regole per la formazione iniziale dei docenti, partite qualche settimana fa, ma anche tutti coloro che, dalle altre regioni, "vorranno mettersi in gioco", spiega Pittoni. In sostanza, i precari meridionali che aspirassero ad una cattedra al Nord, dovranno sottoporsi ad un nuovo esame per essere ammessi ad insegnare in Padania.

1 aprile 2011


Fonte.http://www.repubblica.it/scuola/2011/04/12/news/precari_il_ministero_si_arrende_al_tar-14843007/?ref=HREC1-5


martedì 5 aprile 2011

Lo sfacelo della scuola tra PON e progetti vari


Di Lucio Garofalo

La scuola pubblica è ormai privata dei beni più preziosi: risorse umane, intellettuali e finanziarie. I fondi economici sono reperibili, ma sono sottratti alle scuole statali e dirottati per sovvenzionare gli istituti privati, depauperando le strutture pubbliche. La scuola è un ambiente esanime, senza vita né cultura, un luogo alienante in cui il piacere della lettura, la passione per l’arte, l’amore per il sapere e il libero pensiero, per la convivenza e la partecipazione democratica, sono diritti negati. La scuola, sostiene qualcuno, sarebbe un covo di “fannulloni”, “pelandroni”, “assenteisti” e “disertori”.

La scuola è un’istituzione abbandonata a se stessa, in cui si recita una desolante commedia corale, un teatro permanente in cui si segue un tirocinio che prepara i giovani alla futura commedia sociale della vita piccolo-borghese di cui scriveva Sartre. Ma senza la scuola il destino dei giovani potrebbe essere anche peggiore. Si pensi al sistema statunitense, dove decenni di neoliberismo hanno scardinato ogni elementare diritto.

Quella statunitense è una società in cui pochi godono di un sistema scolastico e sanitario eccellente, mentre i ceti popolari sono costretti a mandare i figli nelle scuole pubbliche rottamate, a curarsi negli ospedali pubblici depauperati (si veda il film-documentario “Sicko” di Michael Moore sull’assistenza sanitaria nordamericana). E’ un modello miserabile e classista che il duo Tremonti/Gelmini vuole applicare nel nostro Paese: non più una comunità educante e democratica, ma una scuola-parcheggio per “bulli” dove i docenti addestrano gli studenti per aiutarli a superare i quiz a risposta multipla per gli standard internazionali. Una scuola-supermercato che offre saperi-merci “usa e getta”.

E’ dunque ora di congedare i vandali che hanno occupato il governo della nazione, sciupando le risorse migliori, i beni culturali, lo stato sociale, il patrimonio di civiltà e legalità democratica del nostro Paese. Costoro hanno scambiato lo Stato per un’impresa privata e l’hanno smembrato e oltraggiato. Più di tutti la Gelmini, un flagello della cultura, ha rovinato la Scuola Pubblica, un’istituzione che era il vanto della nazione, in particolare la scuola materna e la scuola elementare erano considerate tra le migliori realtà pedagogiche del mondo, persino da parte degli esperti nordamericani, tanto cari ai fautori della “riforma”. Evidentemente gli “ideologi” del centro-destra sanno bene che la Scuola svolge un ruolo eversivo in quanto forgia personalità libere e ribelli.

E’ innegabile l’importanza della scuola nella formazione della mentalità, del carattere, delle attitudini e delle aspirazioni ideali delle persone, in particolare dei soggetti in età evolutiva. Credo che un rinnovamento sociale e politico passi anzitutto attraverso un rinnovamento culturale e morale, per cui è decisivo rilanciare la funzione della scuola.

Il principale problema della scuola italiana è costituito dal corpo docente, dalla svalutazione della professionalità degli insegnanti, dallo stato di insoddisfazione, demotivazione e avvilimento che li attanaglia. Occorre rivalutare in modo concreto la professionalità didattica. Il potere d’acquisto degli stipendi è crollato vertiginosamente, come è in caduta verticale il sistema scolastico che vede nei docenti il perno centrale da ricostruire con iniziative tese a stimolare ed accrescere la loro professionalità.

Pertanto occorre rivalutare la posizione economica degli insegnanti italiani, che risultano i più sottopagati d’Europa. Solo così si potrà innescare un meccanismo virtuoso, attivando un processo di riqualificazione della scuola e rendendo più appetibile la professione dell’insegnamento, in tal modo si creeranno le condizioni per indurre le persone più ambiziose e preparate ad aspirare ad un lavoro meglio remunerato ed apprezzato rispetto al presente. Il recupero del potere d’acquisto condurrà ad un incremento proporzionale del prestigio sociale e, di conseguenza, favorirà un crescente impegno e rendimento dei docenti. Naturalmente, a beneficiarne saranno anzitutto gli studenti. Questo è il circolo virtuoso che occorre innescare prima di ogni altra cosa per resuscitare la scuola. Di certo la Gelmini, come altri ministri che l’hanno preceduta, ha arrecato danni quasi irreparabili alla scuola pubblica, in particolare al ruolo dei docenti.

E’ ormai un’impresa ardua insegnare. Infatti, sono aumentati i fattori che ostacolano l’esercizio della professione docente. Ad esempio, il carico di lavoro burocratico è cresciuto a dismisura. Come pure prevalgono gli incarichi aggiuntivi “funzionali all’insegnamento”, in realtà funzionali ad un assetto che pare una caricatura del modello capitalista. Tali adempimenti sottraggono tempo utile all’insegnamento e al rapporto con gli allievi. Inoltre, gli insegnanti sono sempre più umiliati dalle angherie e dai soprusi, dalle intimidazioni e dai ricatti esercitati da dirigenti arroganti che scambiano la scuola per un’azienda e l’autonomia scolastica per una tirannia personale.

L’esperienza di lavoro nella scuola mi ha insegnato, attraverso circostanze negative, che non c’è più alcun margine, né spazio di agibilità democratica e sindacale, e tantomeno politica, nella vita dei cosiddetti “organi collegiali”. Come si è verificato in molte occasioni, persino le proposte da apprezzare in virtù di finalità favorevoli agli alunni, inevitabilmente finiscono per suscitare reazioni di sdegno e dissenso rispetto alle modalità impiegate, che non sono un aspetto marginale o formale, in quanto le procedure e le regole costituiscono la base su cui poggia un’autentica democrazia collegiale. Tale deficit di trasparenza democratica si avverte sia in fase di elaborazione progettuale, discussione ed approvazione, sia in fase di esecuzione pratica ed operativa.

Nella scuola odierna è possibile, oltre che necessario, rilanciare un metodo di gestione realmente corale e partecipativo. In questa prospettiva conta più il metodo che la finalità d’un progetto, in quanto è più importante il modo in cui si ottiene uno scopo, ovvero il come, anziché il cosa. Nel nostro caso, il metodo da recuperare si chiama “democrazia partecipativa”: è la democrazia dell’autonomia personale, il massimo possibile di democrazia in una società come la nostra e in una scuola come la nostra.

In tempi di trapasso come quelli che viviamo, la democrazia è un organismo fragile e precario, nella misura in cui le inquietudini derivanti dalla grave recessione economica mettono a repentaglio le libertà individuali. L’attuale situazione economica e politica nazionale ed internazionale evidenzia simili rischi: infatti, sono in serio pericolo i diritti e le libertà personali. In simili fasi di transizione storica, segnate da una profonda crisi sociale, economica e politica, l’unica democrazia possibile non è quella rappresentativa borghese, basata sulla rappresentanza liberale, ossia la democrazia della delega elettorale, su cui poggia il sistema politico-istituzionale vigente. Oggi l’unica democrazia davvero possibile e praticabile, è esattamente la democrazia a partecipazione diretta.

Nella scuola questa formula è incarnata dalla democrazia collegiale, l’unico esempio di democrazia davvero possibile. Non ci sono altre modalità organizzative. L’alternativa sarebbe l’assenza di una reale condivisione e trasparenza democratica, la deriva autoritaria verso il paternalismo e il dirigismo, la censura e la manipolazione delle idee e delle persone. Pertanto, occorre riscoprire un metodo di gestione politica basato sulla più ampia partecipazione e condivisione possibile, un metodo di organizzazione e direzione collegiale da mettere in pratica sin dalla fase di elaborazione iniziale di ogni iniziativa scolastica che investa l’istruzione e la formazione delle giovani generazioni.

A riguardo conviene stendere un velo pietoso in quanto le scuole sono ormai ridotte ad essere progettifici senza qualità. A proposito di progettifici scolastici, anche quest'anno si è rinnovato il "miracolo" della moltiplicazione e della spartizione dei PON e si è consumato l'ennesimo “mercato delle vacche”, senza offesa per le vacche, con la differenza che un mercato delle vacche è senza dubbio più degno e più serio. I progettifici scolastici sono avvilenti e deprecabili non per una presa di posizione aprioristica o per ragioni ideologiche astratte, ma per motivi di ordine pratico che si comprendono con l’esperienza. Nulla impedirebbe di avallare i progetti di qualità, purché siano discussi e realizzati seriamente. Invece, i progettifici scolastici si caratterizzano negativamente anzitutto per l'assenza di creatività e di trasparenza, per una mancata rispondenza ai bisogni formativi e culturali degli studenti, mentre obbediscono solo a logiche affaristiche. Non a caso si chiamano progettifici esattamente perché si configurano come fabbriche di progetti che sacrificano la qualità e premiano la quantità industriale.

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Di Lucio Garofalo

La scuola pubblica è ormai privata dei beni più preziosi: risorse umane, intellettuali e finanziarie. I fondi economici sono reperibili, ma sono sottratti alle scuole statali e dirottati per sovvenzionare gli istituti privati, depauperando le strutture pubbliche. La scuola è un ambiente esanime, senza vita né cultura, un luogo alienante in cui il piacere della lettura, la passione per l’arte, l’amore per il sapere e il libero pensiero, per la convivenza e la partecipazione democratica, sono diritti negati. La scuola, sostiene qualcuno, sarebbe un covo di “fannulloni”, “pelandroni”, “assenteisti” e “disertori”.

La scuola è un’istituzione abbandonata a se stessa, in cui si recita una desolante commedia corale, un teatro permanente in cui si segue un tirocinio che prepara i giovani alla futura commedia sociale della vita piccolo-borghese di cui scriveva Sartre. Ma senza la scuola il destino dei giovani potrebbe essere anche peggiore. Si pensi al sistema statunitense, dove decenni di neoliberismo hanno scardinato ogni elementare diritto.

Quella statunitense è una società in cui pochi godono di un sistema scolastico e sanitario eccellente, mentre i ceti popolari sono costretti a mandare i figli nelle scuole pubbliche rottamate, a curarsi negli ospedali pubblici depauperati (si veda il film-documentario “Sicko” di Michael Moore sull’assistenza sanitaria nordamericana). E’ un modello miserabile e classista che il duo Tremonti/Gelmini vuole applicare nel nostro Paese: non più una comunità educante e democratica, ma una scuola-parcheggio per “bulli” dove i docenti addestrano gli studenti per aiutarli a superare i quiz a risposta multipla per gli standard internazionali. Una scuola-supermercato che offre saperi-merci “usa e getta”.

E’ dunque ora di congedare i vandali che hanno occupato il governo della nazione, sciupando le risorse migliori, i beni culturali, lo stato sociale, il patrimonio di civiltà e legalità democratica del nostro Paese. Costoro hanno scambiato lo Stato per un’impresa privata e l’hanno smembrato e oltraggiato. Più di tutti la Gelmini, un flagello della cultura, ha rovinato la Scuola Pubblica, un’istituzione che era il vanto della nazione, in particolare la scuola materna e la scuola elementare erano considerate tra le migliori realtà pedagogiche del mondo, persino da parte degli esperti nordamericani, tanto cari ai fautori della “riforma”. Evidentemente gli “ideologi” del centro-destra sanno bene che la Scuola svolge un ruolo eversivo in quanto forgia personalità libere e ribelli.

E’ innegabile l’importanza della scuola nella formazione della mentalità, del carattere, delle attitudini e delle aspirazioni ideali delle persone, in particolare dei soggetti in età evolutiva. Credo che un rinnovamento sociale e politico passi anzitutto attraverso un rinnovamento culturale e morale, per cui è decisivo rilanciare la funzione della scuola.

Il principale problema della scuola italiana è costituito dal corpo docente, dalla svalutazione della professionalità degli insegnanti, dallo stato di insoddisfazione, demotivazione e avvilimento che li attanaglia. Occorre rivalutare in modo concreto la professionalità didattica. Il potere d’acquisto degli stipendi è crollato vertiginosamente, come è in caduta verticale il sistema scolastico che vede nei docenti il perno centrale da ricostruire con iniziative tese a stimolare ed accrescere la loro professionalità.

Pertanto occorre rivalutare la posizione economica degli insegnanti italiani, che risultano i più sottopagati d’Europa. Solo così si potrà innescare un meccanismo virtuoso, attivando un processo di riqualificazione della scuola e rendendo più appetibile la professione dell’insegnamento, in tal modo si creeranno le condizioni per indurre le persone più ambiziose e preparate ad aspirare ad un lavoro meglio remunerato ed apprezzato rispetto al presente. Il recupero del potere d’acquisto condurrà ad un incremento proporzionale del prestigio sociale e, di conseguenza, favorirà un crescente impegno e rendimento dei docenti. Naturalmente, a beneficiarne saranno anzitutto gli studenti. Questo è il circolo virtuoso che occorre innescare prima di ogni altra cosa per resuscitare la scuola. Di certo la Gelmini, come altri ministri che l’hanno preceduta, ha arrecato danni quasi irreparabili alla scuola pubblica, in particolare al ruolo dei docenti.

E’ ormai un’impresa ardua insegnare. Infatti, sono aumentati i fattori che ostacolano l’esercizio della professione docente. Ad esempio, il carico di lavoro burocratico è cresciuto a dismisura. Come pure prevalgono gli incarichi aggiuntivi “funzionali all’insegnamento”, in realtà funzionali ad un assetto che pare una caricatura del modello capitalista. Tali adempimenti sottraggono tempo utile all’insegnamento e al rapporto con gli allievi. Inoltre, gli insegnanti sono sempre più umiliati dalle angherie e dai soprusi, dalle intimidazioni e dai ricatti esercitati da dirigenti arroganti che scambiano la scuola per un’azienda e l’autonomia scolastica per una tirannia personale.

L’esperienza di lavoro nella scuola mi ha insegnato, attraverso circostanze negative, che non c’è più alcun margine, né spazio di agibilità democratica e sindacale, e tantomeno politica, nella vita dei cosiddetti “organi collegiali”. Come si è verificato in molte occasioni, persino le proposte da apprezzare in virtù di finalità favorevoli agli alunni, inevitabilmente finiscono per suscitare reazioni di sdegno e dissenso rispetto alle modalità impiegate, che non sono un aspetto marginale o formale, in quanto le procedure e le regole costituiscono la base su cui poggia un’autentica democrazia collegiale. Tale deficit di trasparenza democratica si avverte sia in fase di elaborazione progettuale, discussione ed approvazione, sia in fase di esecuzione pratica ed operativa.

Nella scuola odierna è possibile, oltre che necessario, rilanciare un metodo di gestione realmente corale e partecipativo. In questa prospettiva conta più il metodo che la finalità d’un progetto, in quanto è più importante il modo in cui si ottiene uno scopo, ovvero il come, anziché il cosa. Nel nostro caso, il metodo da recuperare si chiama “democrazia partecipativa”: è la democrazia dell’autonomia personale, il massimo possibile di democrazia in una società come la nostra e in una scuola come la nostra.

In tempi di trapasso come quelli che viviamo, la democrazia è un organismo fragile e precario, nella misura in cui le inquietudini derivanti dalla grave recessione economica mettono a repentaglio le libertà individuali. L’attuale situazione economica e politica nazionale ed internazionale evidenzia simili rischi: infatti, sono in serio pericolo i diritti e le libertà personali. In simili fasi di transizione storica, segnate da una profonda crisi sociale, economica e politica, l’unica democrazia possibile non è quella rappresentativa borghese, basata sulla rappresentanza liberale, ossia la democrazia della delega elettorale, su cui poggia il sistema politico-istituzionale vigente. Oggi l’unica democrazia davvero possibile e praticabile, è esattamente la democrazia a partecipazione diretta.

Nella scuola questa formula è incarnata dalla democrazia collegiale, l’unico esempio di democrazia davvero possibile. Non ci sono altre modalità organizzative. L’alternativa sarebbe l’assenza di una reale condivisione e trasparenza democratica, la deriva autoritaria verso il paternalismo e il dirigismo, la censura e la manipolazione delle idee e delle persone. Pertanto, occorre riscoprire un metodo di gestione politica basato sulla più ampia partecipazione e condivisione possibile, un metodo di organizzazione e direzione collegiale da mettere in pratica sin dalla fase di elaborazione iniziale di ogni iniziativa scolastica che investa l’istruzione e la formazione delle giovani generazioni.

A riguardo conviene stendere un velo pietoso in quanto le scuole sono ormai ridotte ad essere progettifici senza qualità. A proposito di progettifici scolastici, anche quest'anno si è rinnovato il "miracolo" della moltiplicazione e della spartizione dei PON e si è consumato l'ennesimo “mercato delle vacche”, senza offesa per le vacche, con la differenza che un mercato delle vacche è senza dubbio più degno e più serio. I progettifici scolastici sono avvilenti e deprecabili non per una presa di posizione aprioristica o per ragioni ideologiche astratte, ma per motivi di ordine pratico che si comprendono con l’esperienza. Nulla impedirebbe di avallare i progetti di qualità, purché siano discussi e realizzati seriamente. Invece, i progettifici scolastici si caratterizzano negativamente anzitutto per l'assenza di creatività e di trasparenza, per una mancata rispondenza ai bisogni formativi e culturali degli studenti, mentre obbediscono solo a logiche affaristiche. Non a caso si chiamano progettifici esattamente perché si configurano come fabbriche di progetti che sacrificano la qualità e premiano la quantità industriale.

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giovedì 31 marzo 2011

Prof precari, da Gelmini nuovo blocco, e parte la più grande class-action


Per tamponare la sentenza della Consulta prevista una modifica alle norme sulle graduatorie che di fatto impedisce ogni movimento da una regione all'altra: solo al sud riguarderà 20mila persone. E il Codacons apre il capitolo risarcimenti


di SALVO INTRAVAIA
Ancora pochi mesi di lavoro al Nord e poi migliaia di supplenti meridionali saranno costretti a tornarsene nelle regioni di origine. E sulla scia del megarisarcimento accordato dal Giudice del lavoro di Genova a 15 precari della scuola liguri, parte la più grande class-action mai avviata contro la pubblica amministrazione. A presentarla è il Codacons e ad avvantaggiarsene saranno 40 mila i precari di scuola e università. Nel corso dell'incontro con i sindacati, i tecnici di viale Trastevere hanno comunicato che, per applicare la sentenza della Corte costituzionale - che a febbraio ha dichiarato illegittime le graduatorie "di coda" - emanerà un decreto che darà la possibilità ai supplenti di aggiornare soltanto il punteggio nella graduatoria di merito in cui si trovano inseriti attualmente.

Le liste di "serie B", quelle "di coda", istituite dalla Gelmini saranno cancellate e per i prossimi due anni non sarà possibile spostarsi da una provincia all'altra, come i precari delle regioni meridionali speravano. La notizia non mancherà di avere strascichi polemici. "Il ministero dell'Istruzione ha prospettato l'intenzione di aggiornare per il prossimo biennio, come previsto dalla legge istitutiva delle graduatorie 'a esaurimento', i punteggi dei docenti nella provincia in cui sono inclusi e per cui costoro avevano dato l'opzione. Tale ipotesi è subordinata unicamente alla risposta dell'Avvocatura generale dello stato cui è stata inoltrata la richiesta di parere a riguardo", dichiara il segretario dello Snals, Marco Paolo Nigi.

Così, quella che sembrava una sentenza a favore dei precari della scuola sta per trasformarsi in un gigantesco boomerang, perché sbarrerà la strada verso la supplenza in una regione settentrionale a migliaia di supplenti del Sud. Nel 2007, con l'intento di eliminare il precariato della scuola, l'allora ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni trasformò le graduatorie "permanenti" in graduatorie "ad esaurimento", bloccando i trasferimenti di provincia e, al contempo, varando un megapiano di 150 mila assunzioni in tre anni. Quando a Palazzo della Minerva arrivò la Gelmini e in via XX settembre Tremonti, il piano di stabilizzazione dei precari venne cancellato, mentre il blocco dei trasferimenti di provincia restò in vigore.

Per addolcire la pillola alle migliaia di precari meridionali alla disperata ricerca di una cattedra e uno stipendio, la ministra di Leno inventò le graduatorie "di coda": una specie di lista secondaria, che seguiva la cosiddetta graduatoria di merito. Due anni fa i precari della scuola ebbero la possibilità di aggiornare il punteggio - per il biennio 2009/2010 e 2010/2011 - nella provincia in cui si trovavano inseriti ai tempi di Fioroni e, in più, poterono scegliere altre tre province in cui inserirsi in "coda". La trovata consentì a migliaia di insegnanti delle regioni del Sud di lavorare al Nord. Ma il mese scorso i giudici della Consulta hanno dichiarato illegittime "le code".

Sono almeno 20 mila i precari meridionali iscritti "in coda" al Nord. Parecchi di loro, nonostante vengano chiamati dopo l'ultimo della graduatoria di merito, a prescindere dal punteggio, riescono a lavorare perché al Nord molte graduatorie sono esaurite. "La via prospettata", ha dichiarato Nigi, "è condivisibile come soluzione tampone". Secondo Francesco Scrima, segretario generale della Cisl scuola, "la via maestra da seguire per dare risposte alle attese dei precari è quella di assumere a tempo indeterminato su tutti i posti vacanti e disponibili: non è pensabile che siano i ricorsi e le sentenze a decidere chi e quando ha diritto di entrare in ruolo".

"Come avevamo da subito rilevato - prosegue Scrima - il quadro normativo che consegue alla sentenza della Corte costituzionale si rivela complesso e controverso: per quanto ci riguarda, riteniamo che la natura delle graduatorie, specie dopo la loro trasformazione in "graduatorie ad esaurimento", imponga di salvaguardare quanto più possibile le aspettative di chi vi è incluso, senza continui e periodici stravolgimenti delle posizioni occupate". "La Uil scuola, nel corso dell'incontro che si è svolto stamattina al Miur, ha riproposto l'apertura di una trattativa per dare soluzioni strutturali al problema precariato", dichiara Massimo Di Menna.

Molto critico, invece, Mimmo Pantaleo, segretario della Flc Cgil. "L'incontro di oggi è stato del tutto inutile, perché non ha affrontato i tantissimi nodi che riguardano il destino dei precari della scuola". "Il Governo ha l'obbligo - aggiunge Pantaleo - di assumere una posizione chiara rispetto all'applicazione della sentenza 41/2011, relativa alla incostituzionalità dell'inserimento in coda nelle graduatorie provinciali, e ai ripetuti pronunciamenti della magistratura ordinaria che ha riconosciuto diritti fondamentali per i lavoratori precari". Mentre il Codacons sguinzaglia 40 mila precari di scuola e università, che chiedono la stabilizzazione e 30 mila euro di risarcimento, contro i ministeri dell'Istruzione e della Pubblica amministrazione.


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Per tamponare la sentenza della Consulta prevista una modifica alle norme sulle graduatorie che di fatto impedisce ogni movimento da una regione all'altra: solo al sud riguarderà 20mila persone. E il Codacons apre il capitolo risarcimenti


di SALVO INTRAVAIA
Ancora pochi mesi di lavoro al Nord e poi migliaia di supplenti meridionali saranno costretti a tornarsene nelle regioni di origine. E sulla scia del megarisarcimento accordato dal Giudice del lavoro di Genova a 15 precari della scuola liguri, parte la più grande class-action mai avviata contro la pubblica amministrazione. A presentarla è il Codacons e ad avvantaggiarsene saranno 40 mila i precari di scuola e università. Nel corso dell'incontro con i sindacati, i tecnici di viale Trastevere hanno comunicato che, per applicare la sentenza della Corte costituzionale - che a febbraio ha dichiarato illegittime le graduatorie "di coda" - emanerà un decreto che darà la possibilità ai supplenti di aggiornare soltanto il punteggio nella graduatoria di merito in cui si trovano inseriti attualmente.

Le liste di "serie B", quelle "di coda", istituite dalla Gelmini saranno cancellate e per i prossimi due anni non sarà possibile spostarsi da una provincia all'altra, come i precari delle regioni meridionali speravano. La notizia non mancherà di avere strascichi polemici. "Il ministero dell'Istruzione ha prospettato l'intenzione di aggiornare per il prossimo biennio, come previsto dalla legge istitutiva delle graduatorie 'a esaurimento', i punteggi dei docenti nella provincia in cui sono inclusi e per cui costoro avevano dato l'opzione. Tale ipotesi è subordinata unicamente alla risposta dell'Avvocatura generale dello stato cui è stata inoltrata la richiesta di parere a riguardo", dichiara il segretario dello Snals, Marco Paolo Nigi.

Così, quella che sembrava una sentenza a favore dei precari della scuola sta per trasformarsi in un gigantesco boomerang, perché sbarrerà la strada verso la supplenza in una regione settentrionale a migliaia di supplenti del Sud. Nel 2007, con l'intento di eliminare il precariato della scuola, l'allora ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni trasformò le graduatorie "permanenti" in graduatorie "ad esaurimento", bloccando i trasferimenti di provincia e, al contempo, varando un megapiano di 150 mila assunzioni in tre anni. Quando a Palazzo della Minerva arrivò la Gelmini e in via XX settembre Tremonti, il piano di stabilizzazione dei precari venne cancellato, mentre il blocco dei trasferimenti di provincia restò in vigore.

Per addolcire la pillola alle migliaia di precari meridionali alla disperata ricerca di una cattedra e uno stipendio, la ministra di Leno inventò le graduatorie "di coda": una specie di lista secondaria, che seguiva la cosiddetta graduatoria di merito. Due anni fa i precari della scuola ebbero la possibilità di aggiornare il punteggio - per il biennio 2009/2010 e 2010/2011 - nella provincia in cui si trovavano inseriti ai tempi di Fioroni e, in più, poterono scegliere altre tre province in cui inserirsi in "coda". La trovata consentì a migliaia di insegnanti delle regioni del Sud di lavorare al Nord. Ma il mese scorso i giudici della Consulta hanno dichiarato illegittime "le code".

Sono almeno 20 mila i precari meridionali iscritti "in coda" al Nord. Parecchi di loro, nonostante vengano chiamati dopo l'ultimo della graduatoria di merito, a prescindere dal punteggio, riescono a lavorare perché al Nord molte graduatorie sono esaurite. "La via prospettata", ha dichiarato Nigi, "è condivisibile come soluzione tampone". Secondo Francesco Scrima, segretario generale della Cisl scuola, "la via maestra da seguire per dare risposte alle attese dei precari è quella di assumere a tempo indeterminato su tutti i posti vacanti e disponibili: non è pensabile che siano i ricorsi e le sentenze a decidere chi e quando ha diritto di entrare in ruolo".

"Come avevamo da subito rilevato - prosegue Scrima - il quadro normativo che consegue alla sentenza della Corte costituzionale si rivela complesso e controverso: per quanto ci riguarda, riteniamo che la natura delle graduatorie, specie dopo la loro trasformazione in "graduatorie ad esaurimento", imponga di salvaguardare quanto più possibile le aspettative di chi vi è incluso, senza continui e periodici stravolgimenti delle posizioni occupate". "La Uil scuola, nel corso dell'incontro che si è svolto stamattina al Miur, ha riproposto l'apertura di una trattativa per dare soluzioni strutturali al problema precariato", dichiara Massimo Di Menna.

Molto critico, invece, Mimmo Pantaleo, segretario della Flc Cgil. "L'incontro di oggi è stato del tutto inutile, perché non ha affrontato i tantissimi nodi che riguardano il destino dei precari della scuola". "Il Governo ha l'obbligo - aggiunge Pantaleo - di assumere una posizione chiara rispetto all'applicazione della sentenza 41/2011, relativa alla incostituzionalità dell'inserimento in coda nelle graduatorie provinciali, e ai ripetuti pronunciamenti della magistratura ordinaria che ha riconosciuto diritti fondamentali per i lavoratori precari". Mentre il Codacons sguinzaglia 40 mila precari di scuola e università, che chiedono la stabilizzazione e 30 mila euro di risarcimento, contro i ministeri dell'Istruzione e della Pubblica amministrazione.


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