giovedì 31 marzo 2011

Disabili, centinaia di sentenze condannano i tagli della Gelmini


I casi di La Spezia e Foggia portano alla luce sentenze in tutte Italia che accolgono le denunce delle famiglie e impongono di ripristinare le ore di sostegno. E scoppia il caso Milano: il prossimo anno le elementari rischiano di avere classi con disabili sovraffollate


di SALVO INTRAVAIA


Alunni disabili privati del sostegno per mesi, classi che ne ospitano "troppi" e, come se non bastasse, sovraffollate. Per far quadrare i conti nella scuola pubblica, il governo Berlusconi ha di fatto tagliato il sostegno agli allievi più deboli: i portatori di handicap. E le associazioni che difendono i diritti dei disabili denunciano "tagli indiscriminati alla spesa per l'istruzione statale, con conseguente sovraffollamento delle classi", e preoccupanti "forme di concentrazione di soli alunni con disabilità in totale violazione della normativa apparentemente integra sull'inclusione scolastica".

Dopo l'articolo pubblicato da Repubblica.it 1, il vaso di Pandora dei "tagli" al sostegno operato dalla coppia Tremonti-Gelmini è stato scoperchiato. E a poco valgono i numeri citati dalla ministra sull'incremento dei posti in organico di sostegno, perché i tribunali certificano che il taglio c'è stato. Secondo il dossier sui tagli agli organici pubblicato qualche giorno fa dalla Cisl scuola, "il tetto dei 90 mila posti in organico di sostegno "è stato superato di circa 4 mila unità posti nell'anno scolastico 2010/11 per effetto della sentenza 80/2010 della Corte Costituzionale".

In appena 7 mesi di scuola, sono state 4 mila le sentenze di condanna emesse dai Tar di tutta Italia a favore degli alunni disabili. Cui occorre aggiungere 4 milioni di spese legali sostenute dall'amministrazione. L'ultima notizia arriva dalla Puglia: appena tre settimane fa, il Tar locale ha condannato l'amministrazione scolastica pugliese 2 ad integrare le ore di sostegno a ben 60 alunni disabili di tutti gli ordini di scuola. Altre 88 sentenze sfavorevoli al ministero sono state pronunciate dal Tar di Napoli. E la direzione scolastica regionale della Sicilia è stata condannata ad un maxi pagamento delle spese legali.

Nonostante la sentenza della Corte costituzionale del febbraio scorso, che giudica illegittimo il tetto agli organici di sostegno imposto dal precedente esecutivo, per oltre metà dell'anno scolastico genitori e figli dei 60 alunni vincitori del magaricorso pugliese si sono dovuti accontentare, di quel che passava il convento. "Nei confronti di ognuno dei minori - recita la sentenza dello scorso 3 marzo della sezione di Bari - con apposita diagnosi funzionale, l'Unità multifunzionale medica della A. S. L. ha richiesto la presenza in classe di insegnante di sostegno per un numero determinato di ore", ma "con gli impugnati provvedimenti dirigenziali gli istituti scolastici presso i quali gli alunni sono iscritti per l'anno scolastico 2010/2011 hanno ridotto le ore di presenza dell'insegnante di sostegno".

Quella di Bari è solo una delle tantissime sentenze che condannano il ministero a restituire il maltolto agli alunni disabili incappati nelle cesoie del governo. "Nel solo mese di gennaio - denuncia Giusppe Adernò, preside dell'istituto Parini di Catania - il Tar di Palermo ha emesso 35 sentenze a favore di altrettante richieste dei genitori che reclamavano il diritto di avere assegnato il docente di sostegno" per i propri figli. Il Tar ha inoltre condannato "la Direzione scolastica regionale e gli Uffici scolastici provinciali a provvedere alla nomina dei 35 docenti e a pagare le spese connesse al procedimento: circa tremila euro per ogni sentenza".

Tra ottobre e dicembre, i giudici amministrativi siciliani hanno emesso altre 34 sentenze analoghe, per un totale complessivo di circa 200 mila euro di spese legali a carico dell'amministrazione. Qualche esempio concreto? Al piccolo N. P., che frequenta la scuola elementare Giovanni XXIII di Palermo, sono state assegnate quest'anno soltanto 15 ore settimanali di sostegno, mentre ha diritto a 24 ore alla settimana. Mentre a due ragazzi con disabilità grave che frequentano l'istituto tecnico commerciale Sciascia di Agrigento sono state assegnate 9 ore settimanali, in luogo delle 18 a cui hanno diritto.

Ma non solo: due giorni fa a Milano è scoppiato il caso delle classi prime elementari con disabili che il prossimo anno sforeranno il tetto massimo di 20 alunni, potendo senza limite arrivare a 27 alunni. A chiederlo è stato l'Ufficio scolastico regionale della Lombardia con una apposita circolare. "Classi da 27 bambini sono già una follia - tuona Giovanni Del Bene, preside del comprensivo Cadorna - ma i disabili non possono stare in ambienti così affollati". "L'anno prossimo - spiega - in una mia prima ci sarà un alunno autistico molto grave: solo il rumore lo mette in difficoltà. Come faccio a metterlo in una classe con altri 26 alunni?".

Ma cosa prevede la normativa? In presenza di disabili, specialmente se gravi, è prevista la riduzione del numero di alunni a 20. E va da sé che in una classe non bisognerebbe inserirne più di uno. Ma la realtà è un'altra. Quest'anno, le classi con oltre due alunni H, da tre in su, sono migliaia. E in alcuni casi si arriva anche a quattro. Per questa ragione la mozione dell'ultimo congresso Fish (la Federazione italiana superamento handicap) parla di "tagli indiscriminati alla spesa per l'istruzione statale con conseguente sovraffollamento delle classi" che "stanno determinando forme di concentrazione di soli alunni con disabilità in totale violazione della normativa apparentemente integra sull'inclusione scolastica".

E "chiede a tutti i Parlamentari di far propria una proposta di legge della Fish che riprenda i temi trattati nella relazione al fine di assicurare una effettiva attuazione della Convenzione Onu sui Diritti delle Persone con Disabilità" e "rinnova e sollecita l'incontro di confronto e chiarimento con il ministro dell'Istruzione avanzata insieme da Fish e Fand (Federazione nazionale tra le Associazioni delle Persone con Disabilità).

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Atenei, così la Gelmini smarrisce i 6 miliardi stanziati dall'Europa

A fronte dei tagli, il Ministero sta per lasciare non spesi fondi Ue pari al costo dell'intera Università. Scadranno tra poco più di un anno. PArticolarmente colpito il Sud. E Bruxelles ha bocciato anche le modalità di gestione di CORRADO ZUNINO

Atenei, così la Gelmini smarrisce i 6 miliardi stanziati dall'Europa

ROMA - Il ministero dei tagli, la Pubblica istruzione che con l'ultima riforma ha portato via 400 milioni all'università italiana, non sa spendere 6,2 miliardi che l'Europa ci offre chiedendoci di investirli nel futuro. Sono i fondi Pon (Programma operativo nazionale) sulla Ricerca e competitività, i più grandi tra i fondi strutturali Ue, previsti per l'arco temporale 2007-2013. Siamo nel 2011 inoltrato e sembriamo avviati a ripetere l'exploit del 2000-2006: missione di spesa europea fallita.

Accade che nel solco degli obiettivi di Lisbona, la grande assise europea del Duemila che avrebbe voluto trasformare in dieci anni l'Europa "nella più competitiva e dinamica economia della conoscenza", l'Unione europea abbia messo nella disponibilità del ministero delle Finanze (Tremonti) e operativamente del Miur (Gelmini) 6,2 miliardi da destinare alla ricerca e sviluppo in quattro regioni a reddito basso: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. I luoghi attraverso i quali questi denari avrebbero dovuto essere impegnati sono individuati innanzitutto nelle università, leve, sostiene l'Europa, di buona produttività, presidi di un'economia fondata sulla ricerca.

Questa somma, 6,2 miliardi (che sale a 8,6 miliardi se si considerano le tranche gestite direttamente dalle quattro Regioni), è pari al costo annuale dell'intera università italiana ed è quattro volte maggiore dell'assegno messo a disposizione dalla Commissione europea per tutte le altre 16 regioni italiane. Già, il Pil in ricerca e sviluppo dell'Italia meridionale, se questi denari fossero davvero investiti, passerebbe dallo 0,78% attuale all'1,22% superando i valori del Nord. Il problema è che gli impegni di spesa sono partiti con tre anni di ritardo, nel 2009, e le percentuali dei fondi fin qui utilizzate sono davvero basse, residuali. Secondo le stime della società Vision, basate sui dati della Ragioneria di Stato, allo scorso febbraio i fondi impegnati erano stati il 19,88% (1,62 miliardi) e i pagamenti il 10,37% (644,6 milioni). Un risultato peggiore di quello realizzato dai governi succedutisi tra il 2000 e il 2006.

Il sottosegretario all'Istruzione, il lucano Guido Viceconte, alla Camera ha confermato "una serie di slittamenti del programma e il suo significativo ritardo" e ha rilevato: "L'assorbimento delle risorse nelle regioni della convergenza rappresenta un problema di notevole rilevanza". Tutto dipende, sostiene Viceconte, dal fatto che sulla stessa questione agiscono due ministeri diversi: per dare un'accelerazione alle pratiche, ha spiegato, alcuni dirigenti del programma Pon sono stati cambiati. Il sottosegretario ha parlato di 1873 progetti finanziati in quattro aree tematiche per 915 milioni di euro totali. Cifre in linea con quelle offerte da "Vision". Il deputato Pd Sandro Gozi, autore sul tema di un'interrogazione parlamentare, incalza: "Non ci sono soldi pubblici e sui fondi europei per la ricerca il governo riesce a impegnare, dico impegnare non spendere, una cifra che oscilla tra il 14 e il 20 per cento a seconda delle voci che consideriamo. Mi sembra una scandalo la cui gravità viene sottovalutata".

La macroscopica opportunità sprecata diventa ancora più stridente se si pensa che, oggi, ogni anno, 24 mila studenti meridionali decidono di iscriversi in un'università al Nord e 15 mila laureati del Sud ogni stagione si trasferiscono alla conclusione degli studi. Nonostante il livello di risorse distribuite, nessuna delle università meridionali si classifica tra le prime venti nelle graduatorie nazionali. Fonti della Commissione europea hanno ricordato, infine, come per cinque volte - cinque - la Ue abbia bocciato il sistema di "governo, controllo e monitoraggio del Pon" perché non dava sufficienti garanzie di efficienza e legittimità degli interventi. Bruxelles ha accusato i nostri ministeri di aver organizzato bandi che coinvolgevano solo banche italiane e ha bloccato pezzi di finanziamento.


Fonte : La Repubblica

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I casi di La Spezia e Foggia portano alla luce sentenze in tutte Italia che accolgono le denunce delle famiglie e impongono di ripristinare le ore di sostegno. E scoppia il caso Milano: il prossimo anno le elementari rischiano di avere classi con disabili sovraffollate


di SALVO INTRAVAIA


Alunni disabili privati del sostegno per mesi, classi che ne ospitano "troppi" e, come se non bastasse, sovraffollate. Per far quadrare i conti nella scuola pubblica, il governo Berlusconi ha di fatto tagliato il sostegno agli allievi più deboli: i portatori di handicap. E le associazioni che difendono i diritti dei disabili denunciano "tagli indiscriminati alla spesa per l'istruzione statale, con conseguente sovraffollamento delle classi", e preoccupanti "forme di concentrazione di soli alunni con disabilità in totale violazione della normativa apparentemente integra sull'inclusione scolastica".

Dopo l'articolo pubblicato da Repubblica.it 1, il vaso di Pandora dei "tagli" al sostegno operato dalla coppia Tremonti-Gelmini è stato scoperchiato. E a poco valgono i numeri citati dalla ministra sull'incremento dei posti in organico di sostegno, perché i tribunali certificano che il taglio c'è stato. Secondo il dossier sui tagli agli organici pubblicato qualche giorno fa dalla Cisl scuola, "il tetto dei 90 mila posti in organico di sostegno "è stato superato di circa 4 mila unità posti nell'anno scolastico 2010/11 per effetto della sentenza 80/2010 della Corte Costituzionale".

In appena 7 mesi di scuola, sono state 4 mila le sentenze di condanna emesse dai Tar di tutta Italia a favore degli alunni disabili. Cui occorre aggiungere 4 milioni di spese legali sostenute dall'amministrazione. L'ultima notizia arriva dalla Puglia: appena tre settimane fa, il Tar locale ha condannato l'amministrazione scolastica pugliese 2 ad integrare le ore di sostegno a ben 60 alunni disabili di tutti gli ordini di scuola. Altre 88 sentenze sfavorevoli al ministero sono state pronunciate dal Tar di Napoli. E la direzione scolastica regionale della Sicilia è stata condannata ad un maxi pagamento delle spese legali.

Nonostante la sentenza della Corte costituzionale del febbraio scorso, che giudica illegittimo il tetto agli organici di sostegno imposto dal precedente esecutivo, per oltre metà dell'anno scolastico genitori e figli dei 60 alunni vincitori del magaricorso pugliese si sono dovuti accontentare, di quel che passava il convento. "Nei confronti di ognuno dei minori - recita la sentenza dello scorso 3 marzo della sezione di Bari - con apposita diagnosi funzionale, l'Unità multifunzionale medica della A. S. L. ha richiesto la presenza in classe di insegnante di sostegno per un numero determinato di ore", ma "con gli impugnati provvedimenti dirigenziali gli istituti scolastici presso i quali gli alunni sono iscritti per l'anno scolastico 2010/2011 hanno ridotto le ore di presenza dell'insegnante di sostegno".

Quella di Bari è solo una delle tantissime sentenze che condannano il ministero a restituire il maltolto agli alunni disabili incappati nelle cesoie del governo. "Nel solo mese di gennaio - denuncia Giusppe Adernò, preside dell'istituto Parini di Catania - il Tar di Palermo ha emesso 35 sentenze a favore di altrettante richieste dei genitori che reclamavano il diritto di avere assegnato il docente di sostegno" per i propri figli. Il Tar ha inoltre condannato "la Direzione scolastica regionale e gli Uffici scolastici provinciali a provvedere alla nomina dei 35 docenti e a pagare le spese connesse al procedimento: circa tremila euro per ogni sentenza".

Tra ottobre e dicembre, i giudici amministrativi siciliani hanno emesso altre 34 sentenze analoghe, per un totale complessivo di circa 200 mila euro di spese legali a carico dell'amministrazione. Qualche esempio concreto? Al piccolo N. P., che frequenta la scuola elementare Giovanni XXIII di Palermo, sono state assegnate quest'anno soltanto 15 ore settimanali di sostegno, mentre ha diritto a 24 ore alla settimana. Mentre a due ragazzi con disabilità grave che frequentano l'istituto tecnico commerciale Sciascia di Agrigento sono state assegnate 9 ore settimanali, in luogo delle 18 a cui hanno diritto.

Ma non solo: due giorni fa a Milano è scoppiato il caso delle classi prime elementari con disabili che il prossimo anno sforeranno il tetto massimo di 20 alunni, potendo senza limite arrivare a 27 alunni. A chiederlo è stato l'Ufficio scolastico regionale della Lombardia con una apposita circolare. "Classi da 27 bambini sono già una follia - tuona Giovanni Del Bene, preside del comprensivo Cadorna - ma i disabili non possono stare in ambienti così affollati". "L'anno prossimo - spiega - in una mia prima ci sarà un alunno autistico molto grave: solo il rumore lo mette in difficoltà. Come faccio a metterlo in una classe con altri 26 alunni?".

Ma cosa prevede la normativa? In presenza di disabili, specialmente se gravi, è prevista la riduzione del numero di alunni a 20. E va da sé che in una classe non bisognerebbe inserirne più di uno. Ma la realtà è un'altra. Quest'anno, le classi con oltre due alunni H, da tre in su, sono migliaia. E in alcuni casi si arriva anche a quattro. Per questa ragione la mozione dell'ultimo congresso Fish (la Federazione italiana superamento handicap) parla di "tagli indiscriminati alla spesa per l'istruzione statale con conseguente sovraffollamento delle classi" che "stanno determinando forme di concentrazione di soli alunni con disabilità in totale violazione della normativa apparentemente integra sull'inclusione scolastica".

E "chiede a tutti i Parlamentari di far propria una proposta di legge della Fish che riprenda i temi trattati nella relazione al fine di assicurare una effettiva attuazione della Convenzione Onu sui Diritti delle Persone con Disabilità" e "rinnova e sollecita l'incontro di confronto e chiarimento con il ministro dell'Istruzione avanzata insieme da Fish e Fand (Federazione nazionale tra le Associazioni delle Persone con Disabilità).

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Atenei, così la Gelmini smarrisce i 6 miliardi stanziati dall'Europa

A fronte dei tagli, il Ministero sta per lasciare non spesi fondi Ue pari al costo dell'intera Università. Scadranno tra poco più di un anno. PArticolarmente colpito il Sud. E Bruxelles ha bocciato anche le modalità di gestione di CORRADO ZUNINO

Atenei, così la Gelmini smarrisce i 6 miliardi stanziati dall'Europa

ROMA - Il ministero dei tagli, la Pubblica istruzione che con l'ultima riforma ha portato via 400 milioni all'università italiana, non sa spendere 6,2 miliardi che l'Europa ci offre chiedendoci di investirli nel futuro. Sono i fondi Pon (Programma operativo nazionale) sulla Ricerca e competitività, i più grandi tra i fondi strutturali Ue, previsti per l'arco temporale 2007-2013. Siamo nel 2011 inoltrato e sembriamo avviati a ripetere l'exploit del 2000-2006: missione di spesa europea fallita.

Accade che nel solco degli obiettivi di Lisbona, la grande assise europea del Duemila che avrebbe voluto trasformare in dieci anni l'Europa "nella più competitiva e dinamica economia della conoscenza", l'Unione europea abbia messo nella disponibilità del ministero delle Finanze (Tremonti) e operativamente del Miur (Gelmini) 6,2 miliardi da destinare alla ricerca e sviluppo in quattro regioni a reddito basso: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. I luoghi attraverso i quali questi denari avrebbero dovuto essere impegnati sono individuati innanzitutto nelle università, leve, sostiene l'Europa, di buona produttività, presidi di un'economia fondata sulla ricerca.

Questa somma, 6,2 miliardi (che sale a 8,6 miliardi se si considerano le tranche gestite direttamente dalle quattro Regioni), è pari al costo annuale dell'intera università italiana ed è quattro volte maggiore dell'assegno messo a disposizione dalla Commissione europea per tutte le altre 16 regioni italiane. Già, il Pil in ricerca e sviluppo dell'Italia meridionale, se questi denari fossero davvero investiti, passerebbe dallo 0,78% attuale all'1,22% superando i valori del Nord. Il problema è che gli impegni di spesa sono partiti con tre anni di ritardo, nel 2009, e le percentuali dei fondi fin qui utilizzate sono davvero basse, residuali. Secondo le stime della società Vision, basate sui dati della Ragioneria di Stato, allo scorso febbraio i fondi impegnati erano stati il 19,88% (1,62 miliardi) e i pagamenti il 10,37% (644,6 milioni). Un risultato peggiore di quello realizzato dai governi succedutisi tra il 2000 e il 2006.

Il sottosegretario all'Istruzione, il lucano Guido Viceconte, alla Camera ha confermato "una serie di slittamenti del programma e il suo significativo ritardo" e ha rilevato: "L'assorbimento delle risorse nelle regioni della convergenza rappresenta un problema di notevole rilevanza". Tutto dipende, sostiene Viceconte, dal fatto che sulla stessa questione agiscono due ministeri diversi: per dare un'accelerazione alle pratiche, ha spiegato, alcuni dirigenti del programma Pon sono stati cambiati. Il sottosegretario ha parlato di 1873 progetti finanziati in quattro aree tematiche per 915 milioni di euro totali. Cifre in linea con quelle offerte da "Vision". Il deputato Pd Sandro Gozi, autore sul tema di un'interrogazione parlamentare, incalza: "Non ci sono soldi pubblici e sui fondi europei per la ricerca il governo riesce a impegnare, dico impegnare non spendere, una cifra che oscilla tra il 14 e il 20 per cento a seconda delle voci che consideriamo. Mi sembra una scandalo la cui gravità viene sottovalutata".

La macroscopica opportunità sprecata diventa ancora più stridente se si pensa che, oggi, ogni anno, 24 mila studenti meridionali decidono di iscriversi in un'università al Nord e 15 mila laureati del Sud ogni stagione si trasferiscono alla conclusione degli studi. Nonostante il livello di risorse distribuite, nessuna delle università meridionali si classifica tra le prime venti nelle graduatorie nazionali. Fonti della Commissione europea hanno ricordato, infine, come per cinque volte - cinque - la Ue abbia bocciato il sistema di "governo, controllo e monitoraggio del Pon" perché non dava sufficienti garanzie di efficienza e legittimità degli interventi. Bruxelles ha accusato i nostri ministeri di aver organizzato bandi che coinvolgevano solo banche italiane e ha bloccato pezzi di finanziamento.


Fonte : La Repubblica

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domenica 6 marzo 2011

Lo sfacelo della scuola


Ricevo e posto:


La scuola pubblica è ormai priva di risorse umane, intellettuali, finanziarie. I soldi sono dirottati ai privati. La scuola è un ambiente abbandonato a se stesso, in cui si recita un desolante teatrino che prepara i giovani alla futura commedia borghese di cui scriveva Sartre. Ma senza la scuola il destino dei giovani potrebbe essere peggiore. Si pensi al sistema statunitense, dove decenni di neoliberismo hanno scardinato ogni diritto. Quella statunitense è una società in cui pochi godono di un sistema scolastico eccellente, mentre i ceti popolari sono costretti a mandare i figli nelle scuole rottamate. E’ un modello miserabile e classista che il duo Tremonti/Gelmini vuole applicare nel nostro Paese: non più comunità educante e democratica, ma una scuola-parcheggio dove i docenti addestrano gli studenti per aiutarli a superare i quiz a risposta multipla.

E’ innegabile l’importanza della scuola nella formazione del carattere, delle attitudini e delle aspirazioni dei soggetti in età evolutiva. Credo che un rinnovamento sociale passi anzitutto attraverso un rinnovamento culturale e morale, per cui è decisivo rilanciare la funzione della scuola. Il principale problema della scuola italiana è costituito dalla svalutazione della professionalità degli insegnanti, dallo stato di insoddisfazione e avvilimento che li attanaglia. Il potere d’acquisto degli stipendi è crollato vertiginosamente, pertanto occorre rivalutare la posizione economica degli insegnanti italiani, che sono i più sottopagati d’Europa. Solo così si potrà attivare un processo di riqualificazione della scuola, rendendo più appetibile la professione docente. Il recupero del potere d’acquisto condurrà ad un aumento del prestigio sociale e favorirà il rendimento dei docenti. A beneficiarne saranno anzitutto gli studenti. Questo è il circolo virtuoso che occorre innescare prima di ogni altra cosa per resuscitare la scuola.

Nella scuola odierna è possibile, oltre che necessario, rilanciare un metodo di gestione realmente partecipativo. In questa prospettiva conta più il metodo che la finalità di un progetto, in quanto è più importante il modo in cui si ottiene uno scopo, cioè il come, anziché il cosa. Nel nostro caso il metodo da recuperare si chiama “democrazia partecipativa”. In tempi di transizione la democrazia è un organismo fragile in quanto le inquietudini derivanti dalla crisi economica mettono a repentaglio le libertà individuali.

L’attuale situazione economica e politica evidenzia tali rischi: infatti sono in pericolo i diritti e le libertà personali. In fasi storiche segnate da una profonda crisi sociale ed economica l’unica democrazia possibile non è quella rappresentativa. Oggi l’unica democrazia possibile è la democrazia diretta. Nella scuola tale formula è incarnata dalla democrazia collegiale. Non ci sono altre modalità. L’alternativa sarebbe l’assenza di una reale condivisione e trasparenza democratica, la deriva verso il paternalismo e il dirigismo.

Pertanto, occorre riscoprire un metodo di gestione basato sulla più ampia condivisione possibile, un sistema collegiale da mettere in atto sin dalla fase di elaborazione iniziale di ogni iniziativa o progetto che riguardi l’educazione dei giovani. A proposito di progetti, in molte scuole anche quest'anno si è rinnovato il "miracolo" della moltiplicazione e della spartizione dei PON. I "progettifici scolastici" sono deprecabili non a priori, ma per ragioni pratiche. Nulla impedirebbe di appoggiare il finanziamento di progetti di qualità, purché siano discussi e realizzati seriamente. I "progettifici scolastici" si caratterizzano negativamente per una mancanza di trasparenza e rispondenza ai reali bisogni degli studenti, mentre obbediscono solo ad una logica affaristica. Non a caso i "progettifici" sono così chiamati proprio perché sono "fabbriche di progetti che premiano la quantità "industriale" a discapito della qualità.

Lucio Garofalo


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Ricevo e posto:


La scuola pubblica è ormai priva di risorse umane, intellettuali, finanziarie. I soldi sono dirottati ai privati. La scuola è un ambiente abbandonato a se stesso, in cui si recita un desolante teatrino che prepara i giovani alla futura commedia borghese di cui scriveva Sartre. Ma senza la scuola il destino dei giovani potrebbe essere peggiore. Si pensi al sistema statunitense, dove decenni di neoliberismo hanno scardinato ogni diritto. Quella statunitense è una società in cui pochi godono di un sistema scolastico eccellente, mentre i ceti popolari sono costretti a mandare i figli nelle scuole rottamate. E’ un modello miserabile e classista che il duo Tremonti/Gelmini vuole applicare nel nostro Paese: non più comunità educante e democratica, ma una scuola-parcheggio dove i docenti addestrano gli studenti per aiutarli a superare i quiz a risposta multipla.

E’ innegabile l’importanza della scuola nella formazione del carattere, delle attitudini e delle aspirazioni dei soggetti in età evolutiva. Credo che un rinnovamento sociale passi anzitutto attraverso un rinnovamento culturale e morale, per cui è decisivo rilanciare la funzione della scuola. Il principale problema della scuola italiana è costituito dalla svalutazione della professionalità degli insegnanti, dallo stato di insoddisfazione e avvilimento che li attanaglia. Il potere d’acquisto degli stipendi è crollato vertiginosamente, pertanto occorre rivalutare la posizione economica degli insegnanti italiani, che sono i più sottopagati d’Europa. Solo così si potrà attivare un processo di riqualificazione della scuola, rendendo più appetibile la professione docente. Il recupero del potere d’acquisto condurrà ad un aumento del prestigio sociale e favorirà il rendimento dei docenti. A beneficiarne saranno anzitutto gli studenti. Questo è il circolo virtuoso che occorre innescare prima di ogni altra cosa per resuscitare la scuola.

Nella scuola odierna è possibile, oltre che necessario, rilanciare un metodo di gestione realmente partecipativo. In questa prospettiva conta più il metodo che la finalità di un progetto, in quanto è più importante il modo in cui si ottiene uno scopo, cioè il come, anziché il cosa. Nel nostro caso il metodo da recuperare si chiama “democrazia partecipativa”. In tempi di transizione la democrazia è un organismo fragile in quanto le inquietudini derivanti dalla crisi economica mettono a repentaglio le libertà individuali.

L’attuale situazione economica e politica evidenzia tali rischi: infatti sono in pericolo i diritti e le libertà personali. In fasi storiche segnate da una profonda crisi sociale ed economica l’unica democrazia possibile non è quella rappresentativa. Oggi l’unica democrazia possibile è la democrazia diretta. Nella scuola tale formula è incarnata dalla democrazia collegiale. Non ci sono altre modalità. L’alternativa sarebbe l’assenza di una reale condivisione e trasparenza democratica, la deriva verso il paternalismo e il dirigismo.

Pertanto, occorre riscoprire un metodo di gestione basato sulla più ampia condivisione possibile, un sistema collegiale da mettere in atto sin dalla fase di elaborazione iniziale di ogni iniziativa o progetto che riguardi l’educazione dei giovani. A proposito di progetti, in molte scuole anche quest'anno si è rinnovato il "miracolo" della moltiplicazione e della spartizione dei PON. I "progettifici scolastici" sono deprecabili non a priori, ma per ragioni pratiche. Nulla impedirebbe di appoggiare il finanziamento di progetti di qualità, purché siano discussi e realizzati seriamente. I "progettifici scolastici" si caratterizzano negativamente per una mancanza di trasparenza e rispondenza ai reali bisogni degli studenti, mentre obbediscono solo ad una logica affaristica. Non a caso i "progettifici" sono così chiamati proprio perché sono "fabbriche di progetti che premiano la quantità "industriale" a discapito della qualità.

Lucio Garofalo


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mercoledì 23 febbraio 2011

La supplente rispedita in Sicilia - Così ha voluto la Lega Nord


Una leggina toglie a molti insegnanti la cattedra nelle scuole delle regioni settentrionali. La norma voluta da un senatore del partito di Bossi è nascosta nel decreto "Milleproroghe"


di SALVO INTRAVAIA

La Lega rispedisce a casa Adriana e i suoi colleghi "terroni". Dal prossimo anno scolastico, moltissimi supplenti siciliani non potranno più lavorare nelle scuole del Nord: una leggina li costringerà a rifare le valigie e a tornare a casa. Un dramma che investe, tra mille altri, anche Adriana, insegnante palermitana in servizio in un piccolo centro della Toscana. "Ormai la mia vita è qui - racconta - Nonostante i disagi di un clima difficile, mi piace molto lavorare nella mia scuola in mezzo al bosco". Dopo anni alla ricerca di una sistemazione, a 45 anni decide di fare le valigie per andare al Nord. In Sicilia non era stata certo con le mani in mano. Una decina d'anni fa aveva messo su una ditta di commercio all'ingrosso di supporti informatici, computer e materiale di cancelleria. "All'inizio le cose andavano bene. Fino a quando la grande distribuzione e la crisi non ci hanno messo in ginocchio, costringendoci a chiudere". Lei però non si scoraggia. Ricorda di avere l'abilitazione all'insegnamento e nella primavera del 2009 fa domanda di inserimento in graduatoria: a Palermo per quella "a esaurimento" e in provincia di Massa Carrara per le "code" e le graduatorie d'istituto. Passano pochi mesi e arriva la prima telefonata. "L'anno scorso ho lavorato da dicembre a giugno in una pluriclasse di scuola elementare - racconta - Quest'anno mi hanno nominato a settembre su sostegno e lavorerò fino a fine anno". In Lunigiana si trova bene. "Mettere su casa in un paesino di duecento abitanti - racconta - è stato naturale. Mi trovo bene con tutti: bambini, colleghe e gente del posto". Di siciliani, nelle scuole del Nord, ce ne sono tanti. "Non sono andata via da Palermo perché la mia terra non mi piace, ma solo per trovare il lavoro. Ed essere costretta a tornare da una norma discriminatoria mi sembra una follia". Dopo diversi anni, Adriana pensava di avere finalmente trovato un equilibrio. "Ho potuto fare questo colpo di testa - spiega - perché non sono sposata e non ho figli, ma non è stato facile lasciare a 45 anni gli affetti e le amicizie. Ma cos'altro potevo fare?". E adesso? "Preferisco non pensarci: mi si prospetta il baratro". Il meccanismo che la riporterà probabilmente a casa è complesso. Nel 2009 il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, riapre le graduatorie provinciali dei supplenti, ma solo per l'aggiornamento del punteggio: non è possibile spostarsi da una provincia all'altra. L'unica chance è di inserirsi, oltre che nella propria graduatoria, anche in altre tre province, ma solo "in coda" e non "a pettine", cioè col proprio punteggio. Per le graduatorie d'istituto, utilizzate per le supplenze brevi, c'è invece libertà di movimento su tutto il territorio nazionale. Per queste ultime, Adriana sceglie la Toscana e le va bene. Ma pochi giorni fa la Consulta dichiara illegittime le "code" perché violano il principio di uguaglianza tra i cittadini. Il governo non sa che pesci prendere, ma al Senato nel frattempo è in discussione il decreto "Milleproroghe". E un senatore della Lega, Mario Pittoni, non si fa sfuggire l'occasione. Propone un emendamento, approvato a Palazzo Madama con il voto di fiducia e ora in discussione alla Camera, che prevede il congelamento delle attuali graduatorie "a esaurimento" fino al 31 agosto 2012 e l'inserimento "a decorrere dall'anno scolastico 2011-2012" nelle graduatorie di dieci-venti istituti, ma solo nella stessa provincia in cui ci si trova inseriti nelle liste "ad esaurimento". Un combinato micidiale, che per Adriana e per migliaia di supplenti "emigrati" significa ritorno a casa e fine di tutti i sogni legati a un lavoro duraturo.


Fonte:La Repubblica Palermo


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Una leggina toglie a molti insegnanti la cattedra nelle scuole delle regioni settentrionali. La norma voluta da un senatore del partito di Bossi è nascosta nel decreto "Milleproroghe"


di SALVO INTRAVAIA

La Lega rispedisce a casa Adriana e i suoi colleghi "terroni". Dal prossimo anno scolastico, moltissimi supplenti siciliani non potranno più lavorare nelle scuole del Nord: una leggina li costringerà a rifare le valigie e a tornare a casa. Un dramma che investe, tra mille altri, anche Adriana, insegnante palermitana in servizio in un piccolo centro della Toscana. "Ormai la mia vita è qui - racconta - Nonostante i disagi di un clima difficile, mi piace molto lavorare nella mia scuola in mezzo al bosco". Dopo anni alla ricerca di una sistemazione, a 45 anni decide di fare le valigie per andare al Nord. In Sicilia non era stata certo con le mani in mano. Una decina d'anni fa aveva messo su una ditta di commercio all'ingrosso di supporti informatici, computer e materiale di cancelleria. "All'inizio le cose andavano bene. Fino a quando la grande distribuzione e la crisi non ci hanno messo in ginocchio, costringendoci a chiudere". Lei però non si scoraggia. Ricorda di avere l'abilitazione all'insegnamento e nella primavera del 2009 fa domanda di inserimento in graduatoria: a Palermo per quella "a esaurimento" e in provincia di Massa Carrara per le "code" e le graduatorie d'istituto. Passano pochi mesi e arriva la prima telefonata. "L'anno scorso ho lavorato da dicembre a giugno in una pluriclasse di scuola elementare - racconta - Quest'anno mi hanno nominato a settembre su sostegno e lavorerò fino a fine anno". In Lunigiana si trova bene. "Mettere su casa in un paesino di duecento abitanti - racconta - è stato naturale. Mi trovo bene con tutti: bambini, colleghe e gente del posto". Di siciliani, nelle scuole del Nord, ce ne sono tanti. "Non sono andata via da Palermo perché la mia terra non mi piace, ma solo per trovare il lavoro. Ed essere costretta a tornare da una norma discriminatoria mi sembra una follia". Dopo diversi anni, Adriana pensava di avere finalmente trovato un equilibrio. "Ho potuto fare questo colpo di testa - spiega - perché non sono sposata e non ho figli, ma non è stato facile lasciare a 45 anni gli affetti e le amicizie. Ma cos'altro potevo fare?". E adesso? "Preferisco non pensarci: mi si prospetta il baratro". Il meccanismo che la riporterà probabilmente a casa è complesso. Nel 2009 il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, riapre le graduatorie provinciali dei supplenti, ma solo per l'aggiornamento del punteggio: non è possibile spostarsi da una provincia all'altra. L'unica chance è di inserirsi, oltre che nella propria graduatoria, anche in altre tre province, ma solo "in coda" e non "a pettine", cioè col proprio punteggio. Per le graduatorie d'istituto, utilizzate per le supplenze brevi, c'è invece libertà di movimento su tutto il territorio nazionale. Per queste ultime, Adriana sceglie la Toscana e le va bene. Ma pochi giorni fa la Consulta dichiara illegittime le "code" perché violano il principio di uguaglianza tra i cittadini. Il governo non sa che pesci prendere, ma al Senato nel frattempo è in discussione il decreto "Milleproroghe". E un senatore della Lega, Mario Pittoni, non si fa sfuggire l'occasione. Propone un emendamento, approvato a Palazzo Madama con il voto di fiducia e ora in discussione alla Camera, che prevede il congelamento delle attuali graduatorie "a esaurimento" fino al 31 agosto 2012 e l'inserimento "a decorrere dall'anno scolastico 2011-2012" nelle graduatorie di dieci-venti istituti, ma solo nella stessa provincia in cui ci si trova inseriti nelle liste "ad esaurimento". Un combinato micidiale, che per Adriana e per migliaia di supplenti "emigrati" significa ritorno a casa e fine di tutti i sogni legati a un lavoro duraturo.


Fonte:La Repubblica Palermo


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martedì 25 gennaio 2011

Niente storia, italiano e solo Nord ecco l'università della Gelmini


Solo scienziati e università settentrionali nell'agenzia che valuta gli atenei e che deciderà sugli stanziamenti. La protesta di filosofi, storici, studiosi di letteratura e dei docenti del Mezzogiorno. "Una parte importante della ricerca rischia di vedersi ridurre i finanziamenti"di SIMONETTA FIORI

Le discipline umanistiche? Non esistono per il governo italiano. Non esiste la storia. Non esiste l'italianistica. Non esiste lo studio dell'arte e dell'archeologia. Non esistono la filosofia né l'estetica. Non esiste, in sostanza, quella tradizione di saperi che conserva il patrimonio e la memoria di un paese. Dal consiglio direttivo dell'Anvur (l'agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), nominato dal Consiglio dei ministri, sono stati esclusi gli studiosi delle scienze umanistiche. Ed è stato escluso l'intero Mezzogiorno, nel senso che non vi figura nessun rappresentante delle facoltà collocate a Sud di Roma.

All'agenzia spetta un compito fondamentale: giudicare la qualità degli atenei e degli enti di ricerca. Dalle valutazioni discendono i finanziamenti che premiano i risultati migliori. Per questa ragione l'esclusione dell'area umanistica solleva allarme e preoccupazione nella comunità intellettuale. E diventa anche un caso politico. "Ora che finalmente l'Agenzia viene attivata", ha dichiarato Luigi Zanda, vicepresidente del gruppo del Partito Democratico a Palazzo Madama, "il governo ricade nella cattiva abitudine di dividere la cultura tra discipline buone e discipline cattive, e le Università tra quelle del Nord e quelle del Sud". Uno squilibrio che non ha turbato i sonni di Giulio Tremonti, secondo alcuni preoccupato solo di analizzare il colore politico dei consiglieri: ma la sua "furibonda" telefonata alla Gelmini è stata smentita dal Miur. Mentre Paola Binetti mugugna per la nomina dell'illustre genetista, del quale non gradisce il genere di ricerche. "Sono uno scienziato, non un agitatore politico", è la replica di Giuseppe Novelli.

Centrale rimane la questione dell'esclusione delle scienze umane e del Mezzogiorno. "Sbalordito" e "deluso" si dice Salvatore Settis, che fa parte del comitato che aveva proposto una rosa di quindici candidature al ministro Gelmini, la quale poi ha selezionato sette nomi rappresentativi delle varie aree disciplinari, ma non delle scienze umane. "Non riesco a comprendere le ragioni dell'esclusione", interviene lo studioso. "Abbiamo lavorato con serietà e rigore, mettendo in gioco la nostra esperienza internazionale e le nostre competenze. E ora vediamo che sono state tagliate fuori le scienze umane e l'intero Mezzogiorno". Nella rosa dei sette nomi approvati, compaiono due economisti (Fiorella Kostoris e Andrea Bonaccorsi), una sociologa (Luisa Ribolzi), un genetista (Novelli), un veterinario (Massimo Castagnaro), un fisico (Stefano Fantoni) e un ingegnere (Sergio Benedetto): in sostanza le scienze sociali (in larga rappresentanza), le scienze biomediche e le scienze fisiche. "È evidente la sproporzione", continua Settis, che nel suo comitato era l'unico rappresentante delle discipline escluse. In una lettera alla Gelmini ha chiesto che al più presto sia posto rimedio allo squilibrio.

Identiche perplessità provengono da Enrico Decleva, storico dell'età contemporanea e presidente della Conferenza dei Rettori. "Colpisce l'assenza delle discipline umanistiche. E colpisce anche la mancanza delle università del Mezzogiorno. Ma confido nel fatto che il governo provveda ad ampliare il consiglio direttivo".

In fermento è la comunità degli studiosi che operano nelle Facoltà di Lettere e Filosofia, le più penalizzare dalla scelta del ministro. "Il rischio è che alle nostre discipline vengano trasferiti parametri di valutazione che hanno senso solo in campo scientifico", interviene Amedeo Quondam, presidente degli italianisti. In un documento firmato dalle diverse associazioni - oltre gli italianisti, gli slavisti, i latinisti, gli storici dell'arte, i filosofi, gli studiosi di estetica, gli anglisti, gli storici dell'età medievale, moderna e contemporanea, la conferenza dei presidi di Lettere e Filosofia - si chiede che nel consiglio direttivo dell'Anvur "ci sia una rappresentanza qualificata dell'area umanistica" tenendo conto del fatto "che questo ampio settore ha da tempo elaborato una condivisa cultura della valutazione, in grado di tenere conto con equilibrio di quanto lo rende omogeneo a tutti gli altri settori e di quanto invece lo distingue". Valutarlo secondo criteri sbagliati, in sostanza, porterebbe danno alla memoria e al patrimonio di un paese già in forte crisi di identità.


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Solo scienziati e università settentrionali nell'agenzia che valuta gli atenei e che deciderà sugli stanziamenti. La protesta di filosofi, storici, studiosi di letteratura e dei docenti del Mezzogiorno. "Una parte importante della ricerca rischia di vedersi ridurre i finanziamenti"di SIMONETTA FIORI

Le discipline umanistiche? Non esistono per il governo italiano. Non esiste la storia. Non esiste l'italianistica. Non esiste lo studio dell'arte e dell'archeologia. Non esistono la filosofia né l'estetica. Non esiste, in sostanza, quella tradizione di saperi che conserva il patrimonio e la memoria di un paese. Dal consiglio direttivo dell'Anvur (l'agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), nominato dal Consiglio dei ministri, sono stati esclusi gli studiosi delle scienze umanistiche. Ed è stato escluso l'intero Mezzogiorno, nel senso che non vi figura nessun rappresentante delle facoltà collocate a Sud di Roma.

All'agenzia spetta un compito fondamentale: giudicare la qualità degli atenei e degli enti di ricerca. Dalle valutazioni discendono i finanziamenti che premiano i risultati migliori. Per questa ragione l'esclusione dell'area umanistica solleva allarme e preoccupazione nella comunità intellettuale. E diventa anche un caso politico. "Ora che finalmente l'Agenzia viene attivata", ha dichiarato Luigi Zanda, vicepresidente del gruppo del Partito Democratico a Palazzo Madama, "il governo ricade nella cattiva abitudine di dividere la cultura tra discipline buone e discipline cattive, e le Università tra quelle del Nord e quelle del Sud". Uno squilibrio che non ha turbato i sonni di Giulio Tremonti, secondo alcuni preoccupato solo di analizzare il colore politico dei consiglieri: ma la sua "furibonda" telefonata alla Gelmini è stata smentita dal Miur. Mentre Paola Binetti mugugna per la nomina dell'illustre genetista, del quale non gradisce il genere di ricerche. "Sono uno scienziato, non un agitatore politico", è la replica di Giuseppe Novelli.

Centrale rimane la questione dell'esclusione delle scienze umane e del Mezzogiorno. "Sbalordito" e "deluso" si dice Salvatore Settis, che fa parte del comitato che aveva proposto una rosa di quindici candidature al ministro Gelmini, la quale poi ha selezionato sette nomi rappresentativi delle varie aree disciplinari, ma non delle scienze umane. "Non riesco a comprendere le ragioni dell'esclusione", interviene lo studioso. "Abbiamo lavorato con serietà e rigore, mettendo in gioco la nostra esperienza internazionale e le nostre competenze. E ora vediamo che sono state tagliate fuori le scienze umane e l'intero Mezzogiorno". Nella rosa dei sette nomi approvati, compaiono due economisti (Fiorella Kostoris e Andrea Bonaccorsi), una sociologa (Luisa Ribolzi), un genetista (Novelli), un veterinario (Massimo Castagnaro), un fisico (Stefano Fantoni) e un ingegnere (Sergio Benedetto): in sostanza le scienze sociali (in larga rappresentanza), le scienze biomediche e le scienze fisiche. "È evidente la sproporzione", continua Settis, che nel suo comitato era l'unico rappresentante delle discipline escluse. In una lettera alla Gelmini ha chiesto che al più presto sia posto rimedio allo squilibrio.

Identiche perplessità provengono da Enrico Decleva, storico dell'età contemporanea e presidente della Conferenza dei Rettori. "Colpisce l'assenza delle discipline umanistiche. E colpisce anche la mancanza delle università del Mezzogiorno. Ma confido nel fatto che il governo provveda ad ampliare il consiglio direttivo".

In fermento è la comunità degli studiosi che operano nelle Facoltà di Lettere e Filosofia, le più penalizzare dalla scelta del ministro. "Il rischio è che alle nostre discipline vengano trasferiti parametri di valutazione che hanno senso solo in campo scientifico", interviene Amedeo Quondam, presidente degli italianisti. In un documento firmato dalle diverse associazioni - oltre gli italianisti, gli slavisti, i latinisti, gli storici dell'arte, i filosofi, gli studiosi di estetica, gli anglisti, gli storici dell'età medievale, moderna e contemporanea, la conferenza dei presidi di Lettere e Filosofia - si chiede che nel consiglio direttivo dell'Anvur "ci sia una rappresentanza qualificata dell'area umanistica" tenendo conto del fatto "che questo ampio settore ha da tempo elaborato una condivisa cultura della valutazione, in grado di tenere conto con equilibrio di quanto lo rende omogeneo a tutti gli altri settori e di quanto invece lo distingue". Valutarlo secondo criteri sbagliati, in sostanza, porterebbe danno alla memoria e al patrimonio di un paese già in forte crisi di identità.


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martedì 14 dicembre 2010

Rivolta degli studenti a Roma, c'era anche Ciano

Anche l'assessore gaetano, con una delegazione al Partito del Sud, nel mezzo degli scontri contro la riforma Gelmini.
letture: 814
ciano
ciano
Gaeta: Un assessore di Gaeta nel mezzo dei tafferugli e degli scontri di piazza degli universitari. Nel giorno dell'approvazione alla Camera della riforma dell'università del ministro Gelmini, migliaia di studenti hanno manifestato in tutta Italia. E nella Capitale, dove più forte è stata la protesta, tra i giovani manifestanti c'era anche Antonio Ciano, assessore al Demanio del Comune di Gaeta oltre che presidente del suo Partito del Sud.
Ciano era a Roma proprio con una delegazione del suo partito, in appoggio agli studenti e ai ricercatori in rivolta contro la riforma del governo. Nel mezzo, dunque, degli scontri nel centro di Roma.

È stato, infatti, un corteo ad alta tensione quello di ieri nel giorno del voto in Parlamento del ddl Gelmini, dal lancio di fumogeni e uova contro gli agenti fino al tentativo di ribaltare i blindati che sbarravano l'accesso a piazza Montecitorio, zona off-limits e bersaglio della protesta. Poi la carica a pochi metri dal Parlamento, mentre alcuni urlavano: "È come Genova, violeremo la zona rossa". La marcia degli studenti ha paralizzato la Capitale. Strade chiuse, traffico in tilt e Montecitorio circondato dalle forze dell'ordine. Molti anche i cortei e le iniziative degli studenti delle superiori. E a peggiorare la situazione anche il maltempo e lo sciopero dei mezzi pubblici. Sul suo canale Youtube Ciano sta pubblicando i video della sua giornata romana.

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VIDEO/ Antonio Ciano in piazza a Roma con gli studenti






Fonte:Telefree
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Anche l'assessore gaetano, con una delegazione al Partito del Sud, nel mezzo degli scontri contro la riforma Gelmini.
letture: 814
ciano
ciano
Gaeta: Un assessore di Gaeta nel mezzo dei tafferugli e degli scontri di piazza degli universitari. Nel giorno dell'approvazione alla Camera della riforma dell'università del ministro Gelmini, migliaia di studenti hanno manifestato in tutta Italia. E nella Capitale, dove più forte è stata la protesta, tra i giovani manifestanti c'era anche Antonio Ciano, assessore al Demanio del Comune di Gaeta oltre che presidente del suo Partito del Sud.
Ciano era a Roma proprio con una delegazione del suo partito, in appoggio agli studenti e ai ricercatori in rivolta contro la riforma del governo. Nel mezzo, dunque, degli scontri nel centro di Roma.

È stato, infatti, un corteo ad alta tensione quello di ieri nel giorno del voto in Parlamento del ddl Gelmini, dal lancio di fumogeni e uova contro gli agenti fino al tentativo di ribaltare i blindati che sbarravano l'accesso a piazza Montecitorio, zona off-limits e bersaglio della protesta. Poi la carica a pochi metri dal Parlamento, mentre alcuni urlavano: "È come Genova, violeremo la zona rossa". La marcia degli studenti ha paralizzato la Capitale. Strade chiuse, traffico in tilt e Montecitorio circondato dalle forze dell'ordine. Molti anche i cortei e le iniziative degli studenti delle superiori. E a peggiorare la situazione anche il maltempo e lo sciopero dei mezzi pubblici. Sul suo canale Youtube Ciano sta pubblicando i video della sua giornata romana.

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VIDEO/ Antonio Ciano in piazza a Roma con gli studenti






Fonte:Telefree
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giovedì 2 dicembre 2010

L’Università degli intoccabili

Di Marco Unia

In Italia esiste da tempo una questione generazionale. I "padri" e i "nonni" hanno sviluppato una società economicamente e politcamente non sostenibile per le giovani generazioni. Anche la riforma Gelmini dell’università è la dimostrazione evidente del privilegio dei "vecchi" contro i giovani". Una casta di intoccabili che vuole fare pagare il proprio (salato) conto alla giovani studenti e lavoratori. Senza fare nessuna forma di un’autocritica

E’ tutto sbagliato e hanno sbagliato tutti. Labattaglia politica sull’Università condotta da maggioranza e opposizioni fuori e dentro il parlamento si regge, infatti, su un colossale fraintendimento. Si basa, anzi, su un errore di prospettiva, per cui si guarda (e si parla) al futuro, quando invece la questione, il tempo decisivo, è il passato. C’è infatti un’enorme vuoto di memoria storica che grava su questo dibattito e che lo condiziona rendendolo furioso e cieco. Si dimentica che quanto accadrà domani è comunque figlio, legittimo o illegittimo che dire si voglia, degli errori del passato e delle scelte compiute dalle generazioni precedenti. Generazione di docenti e ricercatori universitari che hanno contribuito in modo decisivo allo sfascio dell’Università o che, nei casi migliori, hanno assistito con indifferenza alla sua rovina. Generazioni che hanno utilizzato (o consentito che si usassero) metodi di selezione ingiusti e scriteriati della classe docente, con concorsi palesemente falsati o finti, che hanno consegnato gli incarichi di docenza quasi elusivamente ad amici, parenti, conoscenti, compagni di partito, soci di intessi. Generazioni di baroni che hanno usufruito di stipendi elevati non correlati in alcun modo a valutazioni sul merito e sull’efficienza e generazioni di ricercatori che hanno guardato al posto fisso come all’occasione per sistemarsi per tutta la vita senza dovere più rendere conto a niente e nessuno. Sono questi gli stessi professori che hanno sfruttato consapevolmente le speranze di valenti studenti utilizzandoli gratuitamente per incarichi di docenza e d’amministrazione, facendo balenare a questi disperati la possibilità di incarichi futuri. Sono questi gli stessi docenti che hanno visto trasformare in poveri e precari gli aspiranti professori e che invece che denunciare la situazione, promuovere una riforma o rendersi disponibili a qualche rinuncia hanno agito come la più conservatrice delle caste, impuntandosi su privilegi che hanno osato impunemente battezzare come diritti, irridendo chi, semplicemente per questioni di gioventù anagrafica, questi diritti non ha potuto né mai potrà goderli. Sono questi stessi professori che hanno contribuito a “snervare” la forza morale dell’Università, perché hanno insegnato che il servilismo e la capacità di sopportare umiliazioni sono i migliori e forse unici criteri per sperare in una carriera da docente.

Ma il decreto Gelmini e le controproposte avanzate dalle opposizioni non hanno il coraggio di sfidare questa casta di intoccabili. Nessuno dice che incarichi e remunerazioni dei docenti attuali vanno ridiscusse, rinegoziate, rivalutate. Nessuno dice che andrebbe introdotto un sistema di valutazione individuale dell’attività di ricerca e dell’attività didattica, che possa portare anche alla rimozione definitiva dall’incarico di un professore inefficiente o inadeguato. Non si parla della possibilità di correlare lo stipendio degli attuali cattedratici con i risultati del loro lavoro. Non si chiede loro un maggior numero di ore di presenza per la didattica e la ricerca. Non si chiede neppure di smetterla con i doppi e tripli incarichi (e con i relativi doppi tripli stipendi) per cui un professore è contemporaneamente un libero professionista, un medico e, perché no, anche un consulente. Non si osa neppure adombrare una eventuale diminuzione dei loro stipendi, per finanziare borse di studio, nuovi ricercatori, assegni di ricerca: e questo nonostante la spesa di personale raggiunga spessa quasi l’80% dei costi sostenuti dalle Università. Nulla di tutto questo avviene: il merito, l’efficienza, la flessibilità, l’aumento delle ore di lavoro sono infatti richieste che si debbono imporre solo ad operai e impiegati, alla povera massa, inutile e ignorante. Oppure sono doveri da assegnare alle generazioni future, che devono scontare la colpa ancestrale della loro stessa gioventù.

La riforma Gelmini e le reazioni politiche (e sociali) alla sua proposta di legge segnalano la mentalità conservatrice che pervade il nostro paese. Indicano l’esistenza nell’Università (ma anche nella società) di una “gerontocrazia” dominante, che premia e conserva i privilegi di chi può esibire titoli di anzianità. Le scelte compiute sul sistema formativo superiore dimostrano pertanto l’esistenza di un tabù, che è quello dei diritti acquisiti, che non può essere messo in discussione: e questo nonostante tali diritti siano stati conquistati spesso in modo poco trasparente, poco meritevole, senza averne appunto realmente diritto. Le reazioni politiche alle proteste dimostrano inoltre l’irresponsabilità delle generazioni precedenti, che hanno avvallato un sistema universitario economicamente (e moralmente) non sostenibile, e che si dimostrano indifferenti alle ricadute sulle generazioni future, a cui hanno consegnato il problema e la necessità della sua soluzione. L’insieme delle riforme approvate o che si intende approvare in questo paese - ad esempio quelle sulla scuola primaria e secondaria e quelle sul mercato del lavoro - rendono evidente la trasformazione culturale e semantica della parola “diritto” che ammanta di nobiltà “privilegi” diventati insostenibili e che alimentano la formazione di una società disuguale, che punisce sempre di più i giovani.

L’Italia si è ormai trasformata in una nazione che a tutti i livelli - politici, sociali, culturali - dimostra una palese mancanza di solidarietà tra generazioni, perché i “vecchi” non sono disponibili a rinegoziare la loro situazione con i giovani, non sono interessati a sedersi allo stesso tavolo di confronto senza pontificare da una cattedra, senza porre come preambolo di ogni discorso l’intangibilità di ciò che si è acquisito nel passato.

Il problema italiano è quindi, in modo ricorrente, un problema di memoria, di articolata indagine storica e di capacità di sviluppare una seria autocritica. Occorrerebbe infatti una seria valutazione di ciò che è avvenuto nel recente passato per formulare proposte di riforma della società che producano giustizia e uguaglianza sociale. E’ troppo facile (e ingiusto) risolvere i problemi ricorrendo al motto “scurdammoce o’ passato” e voltando pagina. Si devono stabilire le responsabilità storiche, fare ammenda dei propri errori, rendersi disponibili a correggere le ingiustizie che si sono prodotte e su questa base costruire una proposta di futuro, che diversamente è un salto nel vuoto e un buco nero dove lanciare le nuove generazioni. Agli “anziani” italiani si dovrebbe insegnare la responsabilità. Responsabilità che non significa solo avere dei privilegi, ma assumersi degli oneri per permettere alle giovani generazioni di avere un futuro migliore. Nel nostro strambo paese invece ai giovani si chiedono sacrifici e responsabilità, ai loro padri e nonni si danno ricchezze e privilegi.

Fonte:Agoravox

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Di Marco Unia

In Italia esiste da tempo una questione generazionale. I "padri" e i "nonni" hanno sviluppato una società economicamente e politcamente non sostenibile per le giovani generazioni. Anche la riforma Gelmini dell’università è la dimostrazione evidente del privilegio dei "vecchi" contro i giovani". Una casta di intoccabili che vuole fare pagare il proprio (salato) conto alla giovani studenti e lavoratori. Senza fare nessuna forma di un’autocritica

E’ tutto sbagliato e hanno sbagliato tutti. Labattaglia politica sull’Università condotta da maggioranza e opposizioni fuori e dentro il parlamento si regge, infatti, su un colossale fraintendimento. Si basa, anzi, su un errore di prospettiva, per cui si guarda (e si parla) al futuro, quando invece la questione, il tempo decisivo, è il passato. C’è infatti un’enorme vuoto di memoria storica che grava su questo dibattito e che lo condiziona rendendolo furioso e cieco. Si dimentica che quanto accadrà domani è comunque figlio, legittimo o illegittimo che dire si voglia, degli errori del passato e delle scelte compiute dalle generazioni precedenti. Generazione di docenti e ricercatori universitari che hanno contribuito in modo decisivo allo sfascio dell’Università o che, nei casi migliori, hanno assistito con indifferenza alla sua rovina. Generazioni che hanno utilizzato (o consentito che si usassero) metodi di selezione ingiusti e scriteriati della classe docente, con concorsi palesemente falsati o finti, che hanno consegnato gli incarichi di docenza quasi elusivamente ad amici, parenti, conoscenti, compagni di partito, soci di intessi. Generazioni di baroni che hanno usufruito di stipendi elevati non correlati in alcun modo a valutazioni sul merito e sull’efficienza e generazioni di ricercatori che hanno guardato al posto fisso come all’occasione per sistemarsi per tutta la vita senza dovere più rendere conto a niente e nessuno. Sono questi gli stessi professori che hanno sfruttato consapevolmente le speranze di valenti studenti utilizzandoli gratuitamente per incarichi di docenza e d’amministrazione, facendo balenare a questi disperati la possibilità di incarichi futuri. Sono questi gli stessi docenti che hanno visto trasformare in poveri e precari gli aspiranti professori e che invece che denunciare la situazione, promuovere una riforma o rendersi disponibili a qualche rinuncia hanno agito come la più conservatrice delle caste, impuntandosi su privilegi che hanno osato impunemente battezzare come diritti, irridendo chi, semplicemente per questioni di gioventù anagrafica, questi diritti non ha potuto né mai potrà goderli. Sono questi stessi professori che hanno contribuito a “snervare” la forza morale dell’Università, perché hanno insegnato che il servilismo e la capacità di sopportare umiliazioni sono i migliori e forse unici criteri per sperare in una carriera da docente.

Ma il decreto Gelmini e le controproposte avanzate dalle opposizioni non hanno il coraggio di sfidare questa casta di intoccabili. Nessuno dice che incarichi e remunerazioni dei docenti attuali vanno ridiscusse, rinegoziate, rivalutate. Nessuno dice che andrebbe introdotto un sistema di valutazione individuale dell’attività di ricerca e dell’attività didattica, che possa portare anche alla rimozione definitiva dall’incarico di un professore inefficiente o inadeguato. Non si parla della possibilità di correlare lo stipendio degli attuali cattedratici con i risultati del loro lavoro. Non si chiede loro un maggior numero di ore di presenza per la didattica e la ricerca. Non si chiede neppure di smetterla con i doppi e tripli incarichi (e con i relativi doppi tripli stipendi) per cui un professore è contemporaneamente un libero professionista, un medico e, perché no, anche un consulente. Non si osa neppure adombrare una eventuale diminuzione dei loro stipendi, per finanziare borse di studio, nuovi ricercatori, assegni di ricerca: e questo nonostante la spesa di personale raggiunga spessa quasi l’80% dei costi sostenuti dalle Università. Nulla di tutto questo avviene: il merito, l’efficienza, la flessibilità, l’aumento delle ore di lavoro sono infatti richieste che si debbono imporre solo ad operai e impiegati, alla povera massa, inutile e ignorante. Oppure sono doveri da assegnare alle generazioni future, che devono scontare la colpa ancestrale della loro stessa gioventù.

La riforma Gelmini e le reazioni politiche (e sociali) alla sua proposta di legge segnalano la mentalità conservatrice che pervade il nostro paese. Indicano l’esistenza nell’Università (ma anche nella società) di una “gerontocrazia” dominante, che premia e conserva i privilegi di chi può esibire titoli di anzianità. Le scelte compiute sul sistema formativo superiore dimostrano pertanto l’esistenza di un tabù, che è quello dei diritti acquisiti, che non può essere messo in discussione: e questo nonostante tali diritti siano stati conquistati spesso in modo poco trasparente, poco meritevole, senza averne appunto realmente diritto. Le reazioni politiche alle proteste dimostrano inoltre l’irresponsabilità delle generazioni precedenti, che hanno avvallato un sistema universitario economicamente (e moralmente) non sostenibile, e che si dimostrano indifferenti alle ricadute sulle generazioni future, a cui hanno consegnato il problema e la necessità della sua soluzione. L’insieme delle riforme approvate o che si intende approvare in questo paese - ad esempio quelle sulla scuola primaria e secondaria e quelle sul mercato del lavoro - rendono evidente la trasformazione culturale e semantica della parola “diritto” che ammanta di nobiltà “privilegi” diventati insostenibili e che alimentano la formazione di una società disuguale, che punisce sempre di più i giovani.

L’Italia si è ormai trasformata in una nazione che a tutti i livelli - politici, sociali, culturali - dimostra una palese mancanza di solidarietà tra generazioni, perché i “vecchi” non sono disponibili a rinegoziare la loro situazione con i giovani, non sono interessati a sedersi allo stesso tavolo di confronto senza pontificare da una cattedra, senza porre come preambolo di ogni discorso l’intangibilità di ciò che si è acquisito nel passato.

Il problema italiano è quindi, in modo ricorrente, un problema di memoria, di articolata indagine storica e di capacità di sviluppare una seria autocritica. Occorrerebbe infatti una seria valutazione di ciò che è avvenuto nel recente passato per formulare proposte di riforma della società che producano giustizia e uguaglianza sociale. E’ troppo facile (e ingiusto) risolvere i problemi ricorrendo al motto “scurdammoce o’ passato” e voltando pagina. Si devono stabilire le responsabilità storiche, fare ammenda dei propri errori, rendersi disponibili a correggere le ingiustizie che si sono prodotte e su questa base costruire una proposta di futuro, che diversamente è un salto nel vuoto e un buco nero dove lanciare le nuove generazioni. Agli “anziani” italiani si dovrebbe insegnare la responsabilità. Responsabilità che non significa solo avere dei privilegi, ma assumersi degli oneri per permettere alle giovani generazioni di avere un futuro migliore. Nel nostro strambo paese invece ai giovani si chiedono sacrifici e responsabilità, ai loro padri e nonni si danno ricchezze e privilegi.

Fonte:Agoravox

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IL SUD E LA POLITICA: Se a dar lezioni è Ciriaco De Mita…

Di Gino Giammarino

STUDENTI APPASSIONATI DAGLI EROI RISORGIMENTALI

APPASSIONATI DAGLI EROI RISORGIMENTALI

Da anni andiamo denunciando l’inadeguatezza dei libri di testo usati dai nostri ragazzi negli istituti di ogni ordine e grado. Se, infatti, compito della scuola è quello di formare le classi dirigenti di domani, viene spontaneo chiedersi come mai -mentre fiorisce ormai quotidianamente una messe di libri che hanno contribuito a far luce sui misfatti della banda degli invasori piemontesi che ha operato nel 1861- si continuano ad inculcare negli studenti del Sud i falsi miti risorgimentali con posizioni e punti di vista falsati.
Falsati, certo. Penso spesso a quando, adolescente, studiando la storia, mi costringevano a leggere (sui libri delle case editrici settentrionali) delle eroiche imprese dei “patrioti garibaldini”enfaticamente descritti come figure-mito della lotta per la libertà contro il nemico. Quello che non capivo allora era il fatto che ce l’avessero con me: l’odioso nemico eravamo noi del Regno delle Due Sicilie. Ma guarda tu che cuccioli di roditrici! (trad. = “Figlie ‘e zoccole!”). Queste sono le cose che gli studenti dovrebbero contestare alla Gelmini invece delle abusate cucchiaiate sessantottine imboccate loro della CGIL.

PROPRIO LUI

PROPRIO LUI

Ma non fai in tempo a pensare a come buttare giù il muro antimeridionale che divide per un irrisolto passato questo strano paese, che il peggio ti si fa immediatamente presente. Qualche giorno fa (lunedì 25 ottobre), poco accortamente, il preside della facoltà di Scienze della comunicazione del Suor Orsola Benincasa, Lucio D’Alessandro, ha dato il via ad una serie di lectio sulla politica con una giovane promessa dell’UDC: Ciriaco De Mita(non un parente, è proprio quello lì – ndr). Quantomeno curioso che agli studenti riuniti nella Sala degli angeli si voglia insegnare la politica del futuro partendo dall’inedito mix tra paleolitico e bizantino. Non meno curiosa la sua veemente critica al bassolinismo ed al fallitorinascimento napoletano, al punto che mi è venuto un sospetto: ma vuoi vedere che Rosa Russo Iervolino quale Sindaco l’ho voluta imporre io?!

PROPRIO LORO

PROPRIO LORO


Fonte:Il Brigante

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Strepitoso: Ciriaco De Mita, il più problematico degli alleati di Antonio Bassolino, oggi impegnato a far lo stesso lavoro (quel lavorìo devastante di contrattazione di posti e poltrone che lui chiama “far politica” essendone convinto davvero) con il malcapitato Stefano Caldoro, dovrebbe insegnare a fare politica alla nostra classe dirigente di domani.
Spero che in quella sala, anche a quegli angeli che -com’è noto- non hanno sesso, non sia venuta la faccia come il culo

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Di Gino Giammarino

STUDENTI APPASSIONATI DAGLI EROI RISORGIMENTALI

APPASSIONATI DAGLI EROI RISORGIMENTALI

Da anni andiamo denunciando l’inadeguatezza dei libri di testo usati dai nostri ragazzi negli istituti di ogni ordine e grado. Se, infatti, compito della scuola è quello di formare le classi dirigenti di domani, viene spontaneo chiedersi come mai -mentre fiorisce ormai quotidianamente una messe di libri che hanno contribuito a far luce sui misfatti della banda degli invasori piemontesi che ha operato nel 1861- si continuano ad inculcare negli studenti del Sud i falsi miti risorgimentali con posizioni e punti di vista falsati.
Falsati, certo. Penso spesso a quando, adolescente, studiando la storia, mi costringevano a leggere (sui libri delle case editrici settentrionali) delle eroiche imprese dei “patrioti garibaldini”enfaticamente descritti come figure-mito della lotta per la libertà contro il nemico. Quello che non capivo allora era il fatto che ce l’avessero con me: l’odioso nemico eravamo noi del Regno delle Due Sicilie. Ma guarda tu che cuccioli di roditrici! (trad. = “Figlie ‘e zoccole!”). Queste sono le cose che gli studenti dovrebbero contestare alla Gelmini invece delle abusate cucchiaiate sessantottine imboccate loro della CGIL.

PROPRIO LUI

PROPRIO LUI

Ma non fai in tempo a pensare a come buttare giù il muro antimeridionale che divide per un irrisolto passato questo strano paese, che il peggio ti si fa immediatamente presente. Qualche giorno fa (lunedì 25 ottobre), poco accortamente, il preside della facoltà di Scienze della comunicazione del Suor Orsola Benincasa, Lucio D’Alessandro, ha dato il via ad una serie di lectio sulla politica con una giovane promessa dell’UDC: Ciriaco De Mita(non un parente, è proprio quello lì – ndr). Quantomeno curioso che agli studenti riuniti nella Sala degli angeli si voglia insegnare la politica del futuro partendo dall’inedito mix tra paleolitico e bizantino. Non meno curiosa la sua veemente critica al bassolinismo ed al fallitorinascimento napoletano, al punto che mi è venuto un sospetto: ma vuoi vedere che Rosa Russo Iervolino quale Sindaco l’ho voluta imporre io?!

PROPRIO LORO

PROPRIO LORO


Fonte:Il Brigante

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Strepitoso: Ciriaco De Mita, il più problematico degli alleati di Antonio Bassolino, oggi impegnato a far lo stesso lavoro (quel lavorìo devastante di contrattazione di posti e poltrone che lui chiama “far politica” essendone convinto davvero) con il malcapitato Stefano Caldoro, dovrebbe insegnare a fare politica alla nostra classe dirigente di domani.
Spero che in quella sala, anche a quegli angeli che -com’è noto- non hanno sesso, non sia venuta la faccia come il culo

giovedì 16 settembre 2010

Radio 24: Luca Telese VS Sindaco di Adro (La Zanzara, 13/09/2010)


http://www.youtube.com/watch?v=EokqkPGDphg&feature=related

Durante la puntata de "La Zanzara" del 13 settembre 2010, esplode una polemica al fulmicotone tra il giornalista Luca Telese e Oscar Lancini, primo cittadino leghista di Adro, già balzato agli onori delle cronache per aver negato il diritto alla mensa scolastica a quei bambini figli di genitori morosi coi pagamenti delle rette. Stavolta il sindaco del Carroccio si è distinto con un'altra trovata: sabato scorso, in presenza dell'assessore regionale Monica Rizzo e del parlamentare Davide Caparini, ha inaugurato un nuovo polo scolastico intitolato a Gianfranco Miglio, politologo e ideologo della Lega. La struttura scolastica è letteralmente invasa dal logo del "Sole delle Alpi" in tutte le salse: dalle panchine ai banchi ai cestini dei rifiuti ai cartelli che invitano a non calpestare le aiuole fino allo zerbino situato all'ingresso della scuola.
Altra curiosità: la presenza dei crocifissi fissati con il cemento nei muri.

Nel corso della trasmissione condotta da Cruciani, nasce una diatriba accesa tra il sindaco leghista e Telese, che alla fine dà del "fallocefalo" a Lancini.

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http://www.youtube.com/watch?v=EokqkPGDphg&feature=related

Durante la puntata de "La Zanzara" del 13 settembre 2010, esplode una polemica al fulmicotone tra il giornalista Luca Telese e Oscar Lancini, primo cittadino leghista di Adro, già balzato agli onori delle cronache per aver negato il diritto alla mensa scolastica a quei bambini figli di genitori morosi coi pagamenti delle rette. Stavolta il sindaco del Carroccio si è distinto con un'altra trovata: sabato scorso, in presenza dell'assessore regionale Monica Rizzo e del parlamentare Davide Caparini, ha inaugurato un nuovo polo scolastico intitolato a Gianfranco Miglio, politologo e ideologo della Lega. La struttura scolastica è letteralmente invasa dal logo del "Sole delle Alpi" in tutte le salse: dalle panchine ai banchi ai cestini dei rifiuti ai cartelli che invitano a non calpestare le aiuole fino allo zerbino situato all'ingresso della scuola.
Altra curiosità: la presenza dei crocifissi fissati con il cemento nei muri.

Nel corso della trasmissione condotta da Cruciani, nasce una diatriba accesa tra il sindaco leghista e Telese, che alla fine dà del "fallocefalo" a Lancini.

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mercoledì 8 settembre 2010

TUTTI I NUMERI DEL MINISTRO GELMINI

“Sono più di 50mila i profili tecnici richiesti dalle imprese che la scuola non riesce a formare”
“Con l’ultima finanziaria abbiamo recuperato 10mila nuovi posti di lavoro per gli
insegnanti, 6.500 nuovi posti di lavoro per personale tecnico-amministrativo e anche un nuovo concorso per presidi per 3.000 nuovi posti”.
Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca - conferenza stampa di inaugurazione dell'anno scolastico, 2/9/2010.

“Sono più di 50mila i profili tecnici richiesti dalle imprese che la scuola non riesce a formare”

Nella conferenza stampa del 2 settembre tenuta dal Ministro Gelmini in occasione dell’apertura del nuovo anno scolastico, sono riportate alcune informazioni di cui non ci è stato possibile trovare riscontro.
Nel rapporto pubblicato nel sito del Ministero dell’Istruzione relativo all’anno 2008-9 (La scuola statale: sintesi dei dati - a.s. 2008/2009) si riporta che vi sono 77.990 alunni frequentanti le classi V degli istituti professionali, 8955 alunni frequentanti le classi V degli istituti d’arte e 145650 alunni frequentanti le classi V degli istituti tecnici. Immaginando che un 10 per cento di essi non consegua la maturità in quanto non ammesso agli esami o direttamente bocciati all’esame stesso, ci attenderemmo 209.335 diplomati tecnici o professionali a giugno 2009. Contemporaneamente il rapporto Excelsior per il 2009 realizzato da Unioncamere sulle previsioni di assunzione per il 2009 segnala che le imprese avrebbero programmato l’assunzione di 222mila persone in possesso del titolo di studio secondario e post-secondario. Lo scostamento tra domanda potenziale ed offerta sarebbe quindi pari a 13mila diplomati e non ai 50mila che dichiara il ministro. Forse vuole incoraggiare le istruzioni verso la filiera professionale…

“Nel biennio 2009-2011 l’incremento del tempo pieno è stato due volte e mezzo di quello registrato nel biennio precedente con 877 classi in più di tempo pieno solo quest’anno”

Gli ultimi dati disponibili per il pubblico sono contenuti nel grafico 2.3.2. de “La scuola in cifre 2008” e si riferiscono all’anno scolastico 2007/2008:

Secondo questi dati la quota di alunni con orario superiore alle 30 ore, con o senza mensa, sarebbe in Italia il45.2 per cento degli alunni della primaria. Se quanto ha dichiarato il Ministro è vero, ci aspetteremmo che la quota degli stessi alunni nell’anno che inizia si avvicini al 50 per cento (visto che per altro la dimensione media delle classi è aumentata). Attendiamo con ansia la pubblicazione di dati più recenti nel sito del Ministero per poter verificare questa affermazioni, cui non sembrerebbe corrispondere la percezione dei genitori di cui si legge nei giornali.

“…A fronte di una cifra, 43 miliardi di euro che noi da sempre investiamo in istruzione”.

Dalla stessa pubblicazione citata sopra, alla tabella 1.1.2 “Spesa pubblica per l’istruzione scolastica per fonte di finanziamento si legge che nel 2008 (ultimo dato disponibile) la spesa pubblica complessiva è pari a 54.86 miliardi, di cui 45.96 a carico del Miur, e il resto a carico di regioni ed enti locali. Vi è quindi una differenza, a sfavore di quanto dichiarato dal Ministro stesso, di 3 miliardi di euro. Un 7 per cento di errore per un ministro che dichiara che “i numeri sono numeri” quando vuole conseguire un taglio del 20 per cento dei propri fondi non è un dettaglio da sottovalutare.

“Con l’ultima finanziaria abbiamo recuperato 10mila nuovi posti di lavoro per gli insegnanti, 6.500 nuovi posti di lavoro per personale tecnico-amministrativo e anche un nuovo concorso per presidi per 3.000 nuovi posti”.

Il Ministro si vanta cioè di aver creato 10.000 nuovi posti di lavoro per gli insegnanti nella scuola.
Tuttavia se andiamo la Tavola A della “La scuola statale: sintesi dei dati - Anno scolastico 2009/2010” sempre pubblicato nel sito del ministero, notiamo che i docenti a tempo indeterminato e determinato attuale sono calati di 23.630 (escludendo gli insegnanti della scuola dell’infanzia, che restano pressochè costanti) nel passaggio di un anno (dal 2008-9 al 2009-10). Se prendiamo per buono il dato dichiarato dal Ministro, ne dobbiamo presumere che ci siano stati 33.630 pensionamenti, di cui solo 10.000 vengano rimpiazzati e 23.630 distrutti. Altro che nuovi posti di lavoro! Se le imprese adottassero la setta logica del ministro, avremmo 4 milioni di nuovi posti di lavoro ogni anno …

*A cura di Davide Baldi e Ludovico Poggi su segnalazione della nostra lettrice Bianca Maria Canal che ringraziamo.



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“Sono più di 50mila i profili tecnici richiesti dalle imprese che la scuola non riesce a formare”
“Con l’ultima finanziaria abbiamo recuperato 10mila nuovi posti di lavoro per gli
insegnanti, 6.500 nuovi posti di lavoro per personale tecnico-amministrativo e anche un nuovo concorso per presidi per 3.000 nuovi posti”.
Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca - conferenza stampa di inaugurazione dell'anno scolastico, 2/9/2010.

“Sono più di 50mila i profili tecnici richiesti dalle imprese che la scuola non riesce a formare”

Nella conferenza stampa del 2 settembre tenuta dal Ministro Gelmini in occasione dell’apertura del nuovo anno scolastico, sono riportate alcune informazioni di cui non ci è stato possibile trovare riscontro.
Nel rapporto pubblicato nel sito del Ministero dell’Istruzione relativo all’anno 2008-9 (La scuola statale: sintesi dei dati - a.s. 2008/2009) si riporta che vi sono 77.990 alunni frequentanti le classi V degli istituti professionali, 8955 alunni frequentanti le classi V degli istituti d’arte e 145650 alunni frequentanti le classi V degli istituti tecnici. Immaginando che un 10 per cento di essi non consegua la maturità in quanto non ammesso agli esami o direttamente bocciati all’esame stesso, ci attenderemmo 209.335 diplomati tecnici o professionali a giugno 2009. Contemporaneamente il rapporto Excelsior per il 2009 realizzato da Unioncamere sulle previsioni di assunzione per il 2009 segnala che le imprese avrebbero programmato l’assunzione di 222mila persone in possesso del titolo di studio secondario e post-secondario. Lo scostamento tra domanda potenziale ed offerta sarebbe quindi pari a 13mila diplomati e non ai 50mila che dichiara il ministro. Forse vuole incoraggiare le istruzioni verso la filiera professionale…

“Nel biennio 2009-2011 l’incremento del tempo pieno è stato due volte e mezzo di quello registrato nel biennio precedente con 877 classi in più di tempo pieno solo quest’anno”

Gli ultimi dati disponibili per il pubblico sono contenuti nel grafico 2.3.2. de “La scuola in cifre 2008” e si riferiscono all’anno scolastico 2007/2008:

Secondo questi dati la quota di alunni con orario superiore alle 30 ore, con o senza mensa, sarebbe in Italia il45.2 per cento degli alunni della primaria. Se quanto ha dichiarato il Ministro è vero, ci aspetteremmo che la quota degli stessi alunni nell’anno che inizia si avvicini al 50 per cento (visto che per altro la dimensione media delle classi è aumentata). Attendiamo con ansia la pubblicazione di dati più recenti nel sito del Ministero per poter verificare questa affermazioni, cui non sembrerebbe corrispondere la percezione dei genitori di cui si legge nei giornali.

“…A fronte di una cifra, 43 miliardi di euro che noi da sempre investiamo in istruzione”.

Dalla stessa pubblicazione citata sopra, alla tabella 1.1.2 “Spesa pubblica per l’istruzione scolastica per fonte di finanziamento si legge che nel 2008 (ultimo dato disponibile) la spesa pubblica complessiva è pari a 54.86 miliardi, di cui 45.96 a carico del Miur, e il resto a carico di regioni ed enti locali. Vi è quindi una differenza, a sfavore di quanto dichiarato dal Ministro stesso, di 3 miliardi di euro. Un 7 per cento di errore per un ministro che dichiara che “i numeri sono numeri” quando vuole conseguire un taglio del 20 per cento dei propri fondi non è un dettaglio da sottovalutare.

“Con l’ultima finanziaria abbiamo recuperato 10mila nuovi posti di lavoro per gli insegnanti, 6.500 nuovi posti di lavoro per personale tecnico-amministrativo e anche un nuovo concorso per presidi per 3.000 nuovi posti”.

Il Ministro si vanta cioè di aver creato 10.000 nuovi posti di lavoro per gli insegnanti nella scuola.
Tuttavia se andiamo la Tavola A della “La scuola statale: sintesi dei dati - Anno scolastico 2009/2010” sempre pubblicato nel sito del ministero, notiamo che i docenti a tempo indeterminato e determinato attuale sono calati di 23.630 (escludendo gli insegnanti della scuola dell’infanzia, che restano pressochè costanti) nel passaggio di un anno (dal 2008-9 al 2009-10). Se prendiamo per buono il dato dichiarato dal Ministro, ne dobbiamo presumere che ci siano stati 33.630 pensionamenti, di cui solo 10.000 vengano rimpiazzati e 23.630 distrutti. Altro che nuovi posti di lavoro! Se le imprese adottassero la setta logica del ministro, avremmo 4 milioni di nuovi posti di lavoro ogni anno …

*A cura di Davide Baldi e Ludovico Poggi su segnalazione della nostra lettrice Bianca Maria Canal che ringraziamo.



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lunedì 6 settembre 2010

Insulti razzisti: "Vattene a lavorare, terrona, a zappare la terra!"

150 anni di offese, sfruttamento ed umiliazioni.

NOI NON FESTEGGIAMO !!!!
( PdSUD)


Di Valerio Rizzo

Insulti razzisti:

MANIAGO (PN) – Non sembra vero, ma l’episodio accaduto in Friuli durante il weekend ci fa tornare indietro di qualche secolo.
A Maniago, in provincia di Pordenone, una docente precaria palermitana, Maria Carmela Salvo, sta facendo da cinque giorni lo sciopero della fame contro i tagli della Gelmini.

Seduta all’interno della sua auto, nella centralissima piazza Italia, ormai con il fisico debilitato, sopportando il freddo e soprattutto la fame, la donna non si aspettava di ricevere, anziché comprensione, insulti razzisti del tipo: “vattene a lavorare, terrona, a zappare la terra”!

Forse sarebbe stata meglio una “manganellata” di un celerino e non un’offesa così brutale e gratuita.

Tutto è successo venerdì sera, quando all’auto della donna si sono avvicinati alcuni abitanti di Maniago e, dopo aver bussato ai vetri appannati della Toyota, hanno rivolto le pesanti accuse razziste.

Maria Carmela, con tutta la sua dignità, non si è smossa ed ha semplicemente risposto: “se avessi la terra lo farei . Sono emigrata da Palermo per trovare lavoro”.
Immediata è arrivata la solidarietà dei colleghi, da Palermo fino al Friuli, e anche dei sindacalisti della Gilda di Treviso che, appresa la notizia, si sono immediatamente precipitati in piazza Italia per offrire il loro appoggio.
Intanto Maria Carmela, 55 anni, con alle spalle più di 25 come precaria, continua la sua protesta e le sue condizioni di salute sono sempre più instabili, tanto che ieri è intervenuta un’ambulanza che ha portato la donna all’ospedale Spilinbergo per monitorare i suoi parametri vitali.
Ma lei non si è per nulla allarmata e ha affermato: “«Non mollerò fino a quando il fisico regge! Non mi muoverò, finché il ministro dell’Istruzione non mi convocherà a Roma».
Dunque non basta la territorialità dei confini per fare l’Italia, mancano ancora, dopo 150 anni, gli italiani!

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150 anni di offese, sfruttamento ed umiliazioni.

NOI NON FESTEGGIAMO !!!!
( PdSUD)


Di Valerio Rizzo

Insulti razzisti:

MANIAGO (PN) – Non sembra vero, ma l’episodio accaduto in Friuli durante il weekend ci fa tornare indietro di qualche secolo.
A Maniago, in provincia di Pordenone, una docente precaria palermitana, Maria Carmela Salvo, sta facendo da cinque giorni lo sciopero della fame contro i tagli della Gelmini.

Seduta all’interno della sua auto, nella centralissima piazza Italia, ormai con il fisico debilitato, sopportando il freddo e soprattutto la fame, la donna non si aspettava di ricevere, anziché comprensione, insulti razzisti del tipo: “vattene a lavorare, terrona, a zappare la terra”!

Forse sarebbe stata meglio una “manganellata” di un celerino e non un’offesa così brutale e gratuita.

Tutto è successo venerdì sera, quando all’auto della donna si sono avvicinati alcuni abitanti di Maniago e, dopo aver bussato ai vetri appannati della Toyota, hanno rivolto le pesanti accuse razziste.

Maria Carmela, con tutta la sua dignità, non si è smossa ed ha semplicemente risposto: “se avessi la terra lo farei . Sono emigrata da Palermo per trovare lavoro”.
Immediata è arrivata la solidarietà dei colleghi, da Palermo fino al Friuli, e anche dei sindacalisti della Gilda di Treviso che, appresa la notizia, si sono immediatamente precipitati in piazza Italia per offrire il loro appoggio.
Intanto Maria Carmela, 55 anni, con alle spalle più di 25 come precaria, continua la sua protesta e le sue condizioni di salute sono sempre più instabili, tanto che ieri è intervenuta un’ambulanza che ha portato la donna all’ospedale Spilinbergo per monitorare i suoi parametri vitali.
Ma lei non si è per nulla allarmata e ha affermato: “«Non mollerò fino a quando il fisico regge! Non mi muoverò, finché il ministro dell’Istruzione non mi convocherà a Roma».
Dunque non basta la territorialità dei confini per fare l’Italia, mancano ancora, dopo 150 anni, gli italiani!

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martedì 31 agosto 2010

LE UNIVERSITA' DEL SUD ITALIA TRA LE MIGLIORI AL MONDO


http://www.youtube.com/watch?v=5rzdjEazXbw

Università della Calabria - dipartimento d'informatica tra i migliori al mondo.
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http://www.youtube.com/watch?v=5rzdjEazXbw

Università della Calabria - dipartimento d'informatica tra i migliori al mondo.

mercoledì 11 agosto 2010

L’amianto nelle scuole e quei sospetti sui tremila tumori “non catalogati”


Di Nino Cirillo

ROMA (10 agosto) – C’è un dato che fa rabbrividire ancor più di quello dei 2.400 edifici scolastici italiani con accertata «presenza di amianto». Un dato offerto dal Renam, il Registro Nazionale dei Mesoteliomi, cioè dei tumori della pleura causati proprio dall’amianto. Il Renam dice che tra il 1993 e il 2004 sono stati registrati in Italia oltre novemila casi di questi tumori «con un’esposizione che in circa il 70 per cento dei casi è stata professionale».

«Professionale» vuol dire che si tratta di operai, gente che ha trascorso la propria vita nei tanti stabilimenti industriali realizzati con l’amianto, «70 per cento» vuol dire che ci sono altri tremila casi non catalogati. E che fra questi tremila tumori potrebbero esserci tanti, tantissimi bambini italiani. Una tragedia senza fine, che non ha diritto neppure a cifre certe, anche perché il mesotelioma può avere una “latenza” di trenta-quaranta anni, può manifestarsi, cioè, in un ex alunno ormai adulto, ormai andato a vivere chissà dove e che quindi sfugge a ogni pur volenterosa opera di monitoraggio.

Una strage silenziosa, insomma, che silenziosa sarebbe rimasta se non fosse venuto fuori un dossier riservato del ministero della Pubblica istruzione a confermare tutti gli allarmi di queti ultimi anni, ma anche a condannarci all’ennesima beffa: i 358 milioni di euro sbloccati dal Cipe in maggio, che sarebbero dovuti servire anche a rimuovere l’amianto in quelle 2.400 scuole, non ci sono più, svaniti fra le pieghe dell’ultima manovra finanziaria.

E’ una storia da raccontare anche questa perché i 358 milioni ci sono e non ci sono, nel senso che stanno lì ma non possono essere spesi, e chissà quando mai potranno essere spesi. Perché i Comuni che avrebbero dovuto riceverli avevano chiesto, per poterli utilizzare, una speciale deroga al Patto di stabilità al quale debbono strettamente attenersi, e la deroga non è stata loro concessa. Niente deroga, niente soldi, tenetevi l’amianto.

Che poi se questi 358 milioni fossero stati davvero concessi -in attesa di una seconda tranche di 420, ma ovviamente oggi non se ne parla più- chissà quante polemiche avrebbero scatenato. Arrivando quei soldi dai Fas, dai Fondi per le aree sottosviluppate, i deputati del Sud avrebbero voluto che il 90 per cento della quota andasse alle loro regioni e il resto al Centro e al Nord.

Invece i ministri Gelmini e Matteoli, sperando di poterli utilizzare davvero, studiarono una ripartizione che premiava soprattutto il Nord, con la Lombardia in testa che da sola avrebbe ricevuto 49,7 milioni. E penalizzarono non solo il Sud ma anche Roma, non prevedendo neppure un intervento nelle oltre duecento scuole secondarie superiori dipendenti dalla Provincia. E limitandosi a concedere solo 17 interventi nelle scuole di competenza comunale in altrettanti municipi della Provincia di Roma che ne conta in tutto 126.

C’è un altro aspetto, in questa tragedia dell’amianto nelle scuole, da non sottovalutare. La presenza del minerale killer, da sola, non costituisce una priorità assoluta di intervento, non c’è nessuna norma, nessuna circolare ministeriale che lo stabilisca. Spesso si preferisce dare la precedenza al “consodalimento” di certi edifici -che certo, ce n’è un gran bisogno- in attesa che l’amianto si riveli da solo, che si apra una crepa, che si spacchi un intonaco, che si rovini un tetto.

E tutti pregano perché l’amianto, a cominciare da quello delle scuole, resti nascosto il più a lungo possibile: non ci sarebbero in Italia, dicono i tecnici, luoghi di smaltimento sufficienti e sufficientemente attrezzati per eliminarlo davvero tutto. Siamo nel pieno marasma, questa è la verità.

E se proprio dovessimo dirla tutta, dovremmo aggiungere che la spaventosa cifra delle 2.400 scuole “infette” potrebbe rivelarsi addirittura una stima per difetto. Perché è un dato fornito ancora in assenza di un’Anagrafe dell’edilizia scolastica Italiana, un’anagrafe che il Paese aspetta da 14 anni e più, da quando venne formalmente istituita con la legge dell’11 gennaio 1996, dall’allora sottosegretario Masini, e che non è stata mai realizzata.

E’ uno scandalo nello scandalo, ci sono dentro non uno ma diversi governi, c’è dentro tutto il malessere della scuola italiana. E c’è dentro anche un mare di soldi perché, come ha rivelato una recente indagine della Corte dei conti, in questi 14 anni, alla fine, sono state create non una ma ben tre anagrafi dell’edilizia scolastica, senza che nessuna vedesse la luce.

La prima fu una banca dati creata all’indomani della legge e gestita dal ministero, per la quale vennero spesi più di venti miliardi delle lire di allora. Poi, nel 2003, subentrò una societa privata, ma solo per due anni: nel 2005 l’anagrafe tornò nelle mani della Pubblica istruzione. La raccolta dei dati dovrebbe essere stata completata davvero nel marzo scorso, ma da allora non se ne sa più nulla.
Ecco, il timore è questo. Che questi dati, se verranno mai elaborati, possano rivelarci che l’amianto è molto di più, che le scuole contaminate sono più di 2.400, che tante, troppe campanelle ogni giorno vogliano annunciare solo un messaggio: il tempo è scaduto.

Fonte: Ilmessaggero.it

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Di Nino Cirillo

ROMA (10 agosto) – C’è un dato che fa rabbrividire ancor più di quello dei 2.400 edifici scolastici italiani con accertata «presenza di amianto». Un dato offerto dal Renam, il Registro Nazionale dei Mesoteliomi, cioè dei tumori della pleura causati proprio dall’amianto. Il Renam dice che tra il 1993 e il 2004 sono stati registrati in Italia oltre novemila casi di questi tumori «con un’esposizione che in circa il 70 per cento dei casi è stata professionale».

«Professionale» vuol dire che si tratta di operai, gente che ha trascorso la propria vita nei tanti stabilimenti industriali realizzati con l’amianto, «70 per cento» vuol dire che ci sono altri tremila casi non catalogati. E che fra questi tremila tumori potrebbero esserci tanti, tantissimi bambini italiani. Una tragedia senza fine, che non ha diritto neppure a cifre certe, anche perché il mesotelioma può avere una “latenza” di trenta-quaranta anni, può manifestarsi, cioè, in un ex alunno ormai adulto, ormai andato a vivere chissà dove e che quindi sfugge a ogni pur volenterosa opera di monitoraggio.

Una strage silenziosa, insomma, che silenziosa sarebbe rimasta se non fosse venuto fuori un dossier riservato del ministero della Pubblica istruzione a confermare tutti gli allarmi di queti ultimi anni, ma anche a condannarci all’ennesima beffa: i 358 milioni di euro sbloccati dal Cipe in maggio, che sarebbero dovuti servire anche a rimuovere l’amianto in quelle 2.400 scuole, non ci sono più, svaniti fra le pieghe dell’ultima manovra finanziaria.

E’ una storia da raccontare anche questa perché i 358 milioni ci sono e non ci sono, nel senso che stanno lì ma non possono essere spesi, e chissà quando mai potranno essere spesi. Perché i Comuni che avrebbero dovuto riceverli avevano chiesto, per poterli utilizzare, una speciale deroga al Patto di stabilità al quale debbono strettamente attenersi, e la deroga non è stata loro concessa. Niente deroga, niente soldi, tenetevi l’amianto.

Che poi se questi 358 milioni fossero stati davvero concessi -in attesa di una seconda tranche di 420, ma ovviamente oggi non se ne parla più- chissà quante polemiche avrebbero scatenato. Arrivando quei soldi dai Fas, dai Fondi per le aree sottosviluppate, i deputati del Sud avrebbero voluto che il 90 per cento della quota andasse alle loro regioni e il resto al Centro e al Nord.

Invece i ministri Gelmini e Matteoli, sperando di poterli utilizzare davvero, studiarono una ripartizione che premiava soprattutto il Nord, con la Lombardia in testa che da sola avrebbe ricevuto 49,7 milioni. E penalizzarono non solo il Sud ma anche Roma, non prevedendo neppure un intervento nelle oltre duecento scuole secondarie superiori dipendenti dalla Provincia. E limitandosi a concedere solo 17 interventi nelle scuole di competenza comunale in altrettanti municipi della Provincia di Roma che ne conta in tutto 126.

C’è un altro aspetto, in questa tragedia dell’amianto nelle scuole, da non sottovalutare. La presenza del minerale killer, da sola, non costituisce una priorità assoluta di intervento, non c’è nessuna norma, nessuna circolare ministeriale che lo stabilisca. Spesso si preferisce dare la precedenza al “consodalimento” di certi edifici -che certo, ce n’è un gran bisogno- in attesa che l’amianto si riveli da solo, che si apra una crepa, che si spacchi un intonaco, che si rovini un tetto.

E tutti pregano perché l’amianto, a cominciare da quello delle scuole, resti nascosto il più a lungo possibile: non ci sarebbero in Italia, dicono i tecnici, luoghi di smaltimento sufficienti e sufficientemente attrezzati per eliminarlo davvero tutto. Siamo nel pieno marasma, questa è la verità.

E se proprio dovessimo dirla tutta, dovremmo aggiungere che la spaventosa cifra delle 2.400 scuole “infette” potrebbe rivelarsi addirittura una stima per difetto. Perché è un dato fornito ancora in assenza di un’Anagrafe dell’edilizia scolastica Italiana, un’anagrafe che il Paese aspetta da 14 anni e più, da quando venne formalmente istituita con la legge dell’11 gennaio 1996, dall’allora sottosegretario Masini, e che non è stata mai realizzata.

E’ uno scandalo nello scandalo, ci sono dentro non uno ma diversi governi, c’è dentro tutto il malessere della scuola italiana. E c’è dentro anche un mare di soldi perché, come ha rivelato una recente indagine della Corte dei conti, in questi 14 anni, alla fine, sono state create non una ma ben tre anagrafi dell’edilizia scolastica, senza che nessuna vedesse la luce.

La prima fu una banca dati creata all’indomani della legge e gestita dal ministero, per la quale vennero spesi più di venti miliardi delle lire di allora. Poi, nel 2003, subentrò una societa privata, ma solo per due anni: nel 2005 l’anagrafe tornò nelle mani della Pubblica istruzione. La raccolta dei dati dovrebbe essere stata completata davvero nel marzo scorso, ma da allora non se ne sa più nulla.
Ecco, il timore è questo. Che questi dati, se verranno mai elaborati, possano rivelarci che l’amianto è molto di più, che le scuole contaminate sono più di 2.400, che tante, troppe campanelle ogni giorno vogliano annunciare solo un messaggio: il tempo è scaduto.

Fonte: Ilmessaggero.it

lunedì 21 giugno 2010

Prove INVALSI: test troppo difficili e poco tempo per le risposte

Ieri si sono svolte le prove INVALSI per gli esami di terza media, prove che hanno messo sotto pressione gli studenti interessati, una vera e propria mini-maturità: i risultati dei test fanno media con le prove di italiano, matematica e lingua straniera (o lingue straniere per le sezioni con bilinguismo) e l’orale (il colloquio che si tiene quasi dappertutto la settimana prossima) per determinare il voto e la valutazione definitiva dello studente.

STUDENTI IN PANICO

Il cosiddetto quizzone ha mandato in panico molti studenti. Il motivo? I test erano troppo difficili per la maggioranza degli studenti (abbiamo proposto i test e le soluzioni: provare per credere!), lo hanno fatto notare anche molti professore, e soprattutto c’era poco tempo, troppo poco tempo per dare le risposte.
In più gli studenti per rispondere alle domande hanno avuto appena un’ora per test, un’ora in italiano e una in matematica, con una piccola pausa tra uno e l’altro.

Le risposte tra cui scegliere potevano trarre in inganno, ad esempio sui testi da commentare c’erano domande che non si riferivano al testo, e secondo alcuni docenti le domande qualche volta forzavano i confini del programma scolastico affrontato, senza contare il fatto che gli stessi libri di testo non si sono ancora adeguati alla giusta preparazione (anche della forma mentis) per il ‘metodo INVALSI‘.

Il fattore tempo ha generato parecchio stress, qualche volta degli attacchi d’ansia, comunque dei blocchi che hanno mandato in palla anche i ragazzi che avevano degli ottimi voti.

IL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE

Da parte sua il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini sulla prova INVALSI - i test sono preparati dall’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione e Formazione su mandato del ministro - ha detto: «Si tratta di una prova oggettiva, realizzata secondo criteri internazionali per stabilire la preparazione reale dei ragazzi. La prova contribuisce così a modernizzare il sistema su basi internazionali ed a garantire agli studenti una preparazione più seria e rigorosa».

LEZIONI PRIVATE: CHI LE PAGA?

Un caso lo ha creato il fatto che per la preparazione dei ragazzi ai test INVALSI molte famiglie hanno dovuto mandare i figli a lezioni private (dove sono state fatte anche delle simulazioni dei test) per provare a dare loro una preparazione che non comprometta il voto finale degli esami prorpio a causa della prova INVALSI.

Questo ha comportato una spesa rilevante per le famiglie, una spesa che in definitiva è dipesa dal fatto che la scuola non riesce a preparare gli studenti adeguatamente per affrontare le prove (esami) che gli farà fare, un paradosso su cui riflettere.

UN NOSTRO PARERE

In definitiva ci sentiamo di dire che se queste prove devono essere svolte sicuramente devono essere preparate dall’inizio della scuola media, gli studenti devono arrivarci con una preparazione e una forma mentis adeguata e non trovarsi ad affrontare una prova così impegnativa mandati allo sbaraglio.

Fonte:Bambini.info

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Ieri si sono svolte le prove INVALSI per gli esami di terza media, prove che hanno messo sotto pressione gli studenti interessati, una vera e propria mini-maturità: i risultati dei test fanno media con le prove di italiano, matematica e lingua straniera (o lingue straniere per le sezioni con bilinguismo) e l’orale (il colloquio che si tiene quasi dappertutto la settimana prossima) per determinare il voto e la valutazione definitiva dello studente.

STUDENTI IN PANICO

Il cosiddetto quizzone ha mandato in panico molti studenti. Il motivo? I test erano troppo difficili per la maggioranza degli studenti (abbiamo proposto i test e le soluzioni: provare per credere!), lo hanno fatto notare anche molti professore, e soprattutto c’era poco tempo, troppo poco tempo per dare le risposte.
In più gli studenti per rispondere alle domande hanno avuto appena un’ora per test, un’ora in italiano e una in matematica, con una piccola pausa tra uno e l’altro.

Le risposte tra cui scegliere potevano trarre in inganno, ad esempio sui testi da commentare c’erano domande che non si riferivano al testo, e secondo alcuni docenti le domande qualche volta forzavano i confini del programma scolastico affrontato, senza contare il fatto che gli stessi libri di testo non si sono ancora adeguati alla giusta preparazione (anche della forma mentis) per il ‘metodo INVALSI‘.

Il fattore tempo ha generato parecchio stress, qualche volta degli attacchi d’ansia, comunque dei blocchi che hanno mandato in palla anche i ragazzi che avevano degli ottimi voti.

IL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE

Da parte sua il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini sulla prova INVALSI - i test sono preparati dall’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione e Formazione su mandato del ministro - ha detto: «Si tratta di una prova oggettiva, realizzata secondo criteri internazionali per stabilire la preparazione reale dei ragazzi. La prova contribuisce così a modernizzare il sistema su basi internazionali ed a garantire agli studenti una preparazione più seria e rigorosa».

LEZIONI PRIVATE: CHI LE PAGA?

Un caso lo ha creato il fatto che per la preparazione dei ragazzi ai test INVALSI molte famiglie hanno dovuto mandare i figli a lezioni private (dove sono state fatte anche delle simulazioni dei test) per provare a dare loro una preparazione che non comprometta il voto finale degli esami prorpio a causa della prova INVALSI.

Questo ha comportato una spesa rilevante per le famiglie, una spesa che in definitiva è dipesa dal fatto che la scuola non riesce a preparare gli studenti adeguatamente per affrontare le prove (esami) che gli farà fare, un paradosso su cui riflettere.

UN NOSTRO PARERE

In definitiva ci sentiamo di dire che se queste prove devono essere svolte sicuramente devono essere preparate dall’inizio della scuola media, gli studenti devono arrivarci con una preparazione e una forma mentis adeguata e non trovarsi ad affrontare una prova così impegnativa mandati allo sbaraglio.

Fonte:Bambini.info

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