martedì 24 luglio 2012

Ricomincio da Sud. E' qui il futuro d'Italia

Il testo che qui pubblichiamo è una sintesi del primo capitolo del nuovo libro di Lino Patruno, (Rubbettino ed., pag. 250, euro 14), che è in questi giorni in libreria (dopo l’anteprima al di Polignano). 
Il libro è un viaggio in un Sud poco conosciuto ai meridionali stessi. Un Sud considerato improduttivo ma che produce almeno 71 inaspettati tesori. Un Sud in cui Cristo si è mosso da Eboli dove si era fermato. Un Sud senza il quale neanche il Nord sarebbe Nord. Un Sud in cui c’è un sacro Graal col segreto del vero benessere. Un Sud che ha subìto un saccheggio 29 volte peggiore del Sacco del Nord. Un Sud in cui Mille meridionali sono pronti a mettersi in cammino. Ma anche un Sud non assolto dai suoi peccati neanche da un dio terrone.
Negli ultimi anni, Patruno ha pubblicato (Manni ed., 2008) e (Rubbettino, 2011). 





L’America d’Italia sarebbe oggi il Sud se tutti vi scendessero con gli occhi pronti a stupirsi e col taccuino disposto a registrare. Se vi scendessero non solo per accertare se sia più un , o più un . Se vi scendessero con lo spirito del viaggiatore che vede cose nuove se vuole vederle. Perché solo così potrebbe rendersi conto che, come l’America per il mondo di allora, il Sud è il futuro d’Italia e che l’Italia ha futuro solo a Sud. Perché come allora una vecchia Europa sfiatata rifiorì in quella luce da oltre Atlantico, così oggi una vecchia Italia non meno sfiatata potrebbe risollevarsi con la bombola d’ossigeno del Sud.
, e non ricominciando da zero ma da tre come il titolo del famoso film di Massimo Troisi. Ora è ovvio che qualcuno potrebbe dire: ci vorrebbe una centrale al plutonio per far guizzare una speranza da un posto che ha perso esso stesso ogni speranza. Un posto dal quale chi ci vive fugge e chi ci vuole andare è messo in fuga.
Tutto questo è vero se non parte una visita guidata al Sud. Una visita guidata che non si limiti ad addentrarsi nel solito lato B del Mezzogiorno ma ne percorra il lato A, che vada a vedere ciò che per pigrizia, per malafede, per partito preso, per ignoranza, per assuefazione non si vede. Una visita guidata che spezzi il monopolio di un Sud mai descritto da se stesso ma sempre pensato da altri solo come divario e sottosviluppo.
Un male che al Sud c’è. Ma la visita guidata dovrebbe rivelare anche che, se il Sud non ha sufficienti industrie, ha comunque un numero di industrie inaspettate e floride. Rivelare che, se il Sud ha un reddito inferiore al Centro Nord, ha comunque un reddito superiore a quello di buona parte del pianeta. Rivelare che, se dal Sud continua l’emigrazione, ci sono anche quelli che rimangono e, udite udite, quelli che tornano. E che se il Sud avesse potuto crescere in 150 anni come il Centro Nord, oggi tutta l’Italia sarebbe tanto ricca da superare Francia e Germania. Uno spreco di Sud. E però l’Italia è fra le prime dieci del mondo anche grazie al Sud. E del Sud non può fare a meno per rimanerci.
Se non ci fosse il Sud, l’Italia avrebbe un quarto in meno della sua ricchezza. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe quasi tutto l’acciaio per le sue auto, le sue navi, i suoi locomotori e dovrebbe mangiare con forchette di plastica. Ma se non ci fosse il Sud, non avrebbe neanche le forchette di plastica perché quasi tutta la plastica italiana si produce al Sud. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe tutti gli aerei che sforna ogni anno. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe gran parte della sua benzina e tutto il suo petrolio. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe gran parte delle sue pillole e dei suoi antibiotici. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non potrebbe far funzionare buona parte dei suoi computer e dei suoi telefonini. Se non ci fosse il Sud, l’Italia avrebbe metà della sua energia elettrica e neanche un watt della sua energia dal vento e dal sole. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe tutto il suo olio d’oliva benedetto. Se non ci fosse il Sud, l’Italia avrebbe meno della metà delle sue auto, dei suoi camion, dei suoi trattori. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe le mozzarelle per le sue pizze e la dieta mediterranea per la sua linea.
Soprattutto, se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe quel margine di potenza inespressa, quell’accelerazione in più, quei chilometri di velocità oltre i limiti che servono in situazioni estreme, la sgommata che conserva la vita. Sono i giovani, una grande possibilità di sviluppo che potrebbe sprigionarsi se solo la si mettesse in condizione di farlo, se solo non la si ignorasse. C’è bisogno di più Sud, non il contrario.
E poi, si sta spostando l’ombelico del mondo. E’ cominciato con la caduta del Muro di Berlino. Il mondo si è aperto. L’Adriatico ha finito di essere un mare che divideva più che unire ai Balcani. E se le rivoluzioni di Tunisia, Egitto, Libia non hanno portato tutta l’attesa democrazia, di certo però quei Paesi si sono rimessi in moto, sono popoli in cammino verso l’Europa. E intanto la Turchia cresce al 10 per cento l’anno e la stessa Africa intera viaggia sul 7 per cento. Il Mediterraneo ritorna centrale come unico mare su cui si affacciano tre continenti in fermento.
La nostra visita guidata al Sud servirà a capire tutto questo. Nella terra ci inoltreremo in una sorprendente prateria di cose fatte e di cose da fare. Vedremo l’orgoglio meridionale di chi sa che, se di produzione si vive, di sola produzione non si può vivere. Vedremo, come dice Guicciardini, che le difficoltà sono anche opportunità. Vedremo, come dicono i cinesi, che vuol dire anche . Vedremo, come dicono i filosofi, che dove crescono i mali fioriscono le possibilità di salvezza. Vedremo che Mezzogiorno è l’ora dalla quale ripartirà tutto





Fonte: Ricomincio da Sud. E' qui il futuro d'Italia su Facebook


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Il testo che qui pubblichiamo è una sintesi del primo capitolo del nuovo libro di Lino Patruno, (Rubbettino ed., pag. 250, euro 14), che è in questi giorni in libreria (dopo l’anteprima al di Polignano). 
Il libro è un viaggio in un Sud poco conosciuto ai meridionali stessi. Un Sud considerato improduttivo ma che produce almeno 71 inaspettati tesori. Un Sud in cui Cristo si è mosso da Eboli dove si era fermato. Un Sud senza il quale neanche il Nord sarebbe Nord. Un Sud in cui c’è un sacro Graal col segreto del vero benessere. Un Sud che ha subìto un saccheggio 29 volte peggiore del Sacco del Nord. Un Sud in cui Mille meridionali sono pronti a mettersi in cammino. Ma anche un Sud non assolto dai suoi peccati neanche da un dio terrone.
Negli ultimi anni, Patruno ha pubblicato (Manni ed., 2008) e (Rubbettino, 2011). 





L’America d’Italia sarebbe oggi il Sud se tutti vi scendessero con gli occhi pronti a stupirsi e col taccuino disposto a registrare. Se vi scendessero non solo per accertare se sia più un , o più un . Se vi scendessero con lo spirito del viaggiatore che vede cose nuove se vuole vederle. Perché solo così potrebbe rendersi conto che, come l’America per il mondo di allora, il Sud è il futuro d’Italia e che l’Italia ha futuro solo a Sud. Perché come allora una vecchia Europa sfiatata rifiorì in quella luce da oltre Atlantico, così oggi una vecchia Italia non meno sfiatata potrebbe risollevarsi con la bombola d’ossigeno del Sud.
, e non ricominciando da zero ma da tre come il titolo del famoso film di Massimo Troisi. Ora è ovvio che qualcuno potrebbe dire: ci vorrebbe una centrale al plutonio per far guizzare una speranza da un posto che ha perso esso stesso ogni speranza. Un posto dal quale chi ci vive fugge e chi ci vuole andare è messo in fuga.
Tutto questo è vero se non parte una visita guidata al Sud. Una visita guidata che non si limiti ad addentrarsi nel solito lato B del Mezzogiorno ma ne percorra il lato A, che vada a vedere ciò che per pigrizia, per malafede, per partito preso, per ignoranza, per assuefazione non si vede. Una visita guidata che spezzi il monopolio di un Sud mai descritto da se stesso ma sempre pensato da altri solo come divario e sottosviluppo.
Un male che al Sud c’è. Ma la visita guidata dovrebbe rivelare anche che, se il Sud non ha sufficienti industrie, ha comunque un numero di industrie inaspettate e floride. Rivelare che, se il Sud ha un reddito inferiore al Centro Nord, ha comunque un reddito superiore a quello di buona parte del pianeta. Rivelare che, se dal Sud continua l’emigrazione, ci sono anche quelli che rimangono e, udite udite, quelli che tornano. E che se il Sud avesse potuto crescere in 150 anni come il Centro Nord, oggi tutta l’Italia sarebbe tanto ricca da superare Francia e Germania. Uno spreco di Sud. E però l’Italia è fra le prime dieci del mondo anche grazie al Sud. E del Sud non può fare a meno per rimanerci.
Se non ci fosse il Sud, l’Italia avrebbe un quarto in meno della sua ricchezza. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe quasi tutto l’acciaio per le sue auto, le sue navi, i suoi locomotori e dovrebbe mangiare con forchette di plastica. Ma se non ci fosse il Sud, non avrebbe neanche le forchette di plastica perché quasi tutta la plastica italiana si produce al Sud. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe tutti gli aerei che sforna ogni anno. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe gran parte della sua benzina e tutto il suo petrolio. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe gran parte delle sue pillole e dei suoi antibiotici. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non potrebbe far funzionare buona parte dei suoi computer e dei suoi telefonini. Se non ci fosse il Sud, l’Italia avrebbe metà della sua energia elettrica e neanche un watt della sua energia dal vento e dal sole. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe tutto il suo olio d’oliva benedetto. Se non ci fosse il Sud, l’Italia avrebbe meno della metà delle sue auto, dei suoi camion, dei suoi trattori. Se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe le mozzarelle per le sue pizze e la dieta mediterranea per la sua linea.
Soprattutto, se non ci fosse il Sud, l’Italia non avrebbe quel margine di potenza inespressa, quell’accelerazione in più, quei chilometri di velocità oltre i limiti che servono in situazioni estreme, la sgommata che conserva la vita. Sono i giovani, una grande possibilità di sviluppo che potrebbe sprigionarsi se solo la si mettesse in condizione di farlo, se solo non la si ignorasse. C’è bisogno di più Sud, non il contrario.
E poi, si sta spostando l’ombelico del mondo. E’ cominciato con la caduta del Muro di Berlino. Il mondo si è aperto. L’Adriatico ha finito di essere un mare che divideva più che unire ai Balcani. E se le rivoluzioni di Tunisia, Egitto, Libia non hanno portato tutta l’attesa democrazia, di certo però quei Paesi si sono rimessi in moto, sono popoli in cammino verso l’Europa. E intanto la Turchia cresce al 10 per cento l’anno e la stessa Africa intera viaggia sul 7 per cento. Il Mediterraneo ritorna centrale come unico mare su cui si affacciano tre continenti in fermento.
La nostra visita guidata al Sud servirà a capire tutto questo. Nella terra ci inoltreremo in una sorprendente prateria di cose fatte e di cose da fare. Vedremo l’orgoglio meridionale di chi sa che, se di produzione si vive, di sola produzione non si può vivere. Vedremo, come dice Guicciardini, che le difficoltà sono anche opportunità. Vedremo, come dicono i cinesi, che vuol dire anche . Vedremo, come dicono i filosofi, che dove crescono i mali fioriscono le possibilità di salvezza. Vedremo che Mezzogiorno è l’ora dalla quale ripartirà tutto





Fonte: Ricomincio da Sud. E' qui il futuro d'Italia su Facebook


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lunedì 16 luglio 2012

Anche Lino Patruno sottoscrive l'appello a Pino Aprile!!!


Stanno arrivando decine di mail che sottoscrivono la lettera aperta e l'appello a Pino Aprile, presto pubblicheremo i primi nomi...nel frattempo siamo orgogliosi  di annunciare anche l'adesione del nostro amico meridionalista, giornalista, scrittore ed ex Direttore de "La Gazzetta del Mezzogiorno", Lino Patruno e del giornalista e Direttore di Caffenews, Paolo Esposito!


E' nata anche una pagina Facebook per diffondere le adesioni all'appello...ecco il link:
https://www.facebook.com/pages/Con-Pino-Aprile-verso-lunione-dei-meridionalisti/263575387091429
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Stanno arrivando decine di mail che sottoscrivono la lettera aperta e l'appello a Pino Aprile, presto pubblicheremo i primi nomi...nel frattempo siamo orgogliosi  di annunciare anche l'adesione del nostro amico meridionalista, giornalista, scrittore ed ex Direttore de "La Gazzetta del Mezzogiorno", Lino Patruno e del giornalista e Direttore di Caffenews, Paolo Esposito!


E' nata anche una pagina Facebook per diffondere le adesioni all'appello...ecco il link:
https://www.facebook.com/pages/Con-Pino-Aprile-verso-lunione-dei-meridionalisti/263575387091429

domenica 24 giugno 2012

L'aragosta e le alici fra Germania ed Europa

di LINO PATRUNO
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


Dice la Germania: se andiamo al ristorante e io mangio le alici mentre tu ti fai l’aragosta, l’aragosta non posso pagartela io. A mangiare l’aragosta in tutti questi anni sarebbe stata la Grecia, ma sotto sotto anche Portogallo e Spagna. E vogliamo dirla tutta? Pure l’Italia. Allora i tedeschi non possono dare i loro soldi a chi spreca. Perché loro lavorano eccetera eccetera. Sembra sentire il Nord verso il Sud. E messa così, è difficile ribattere. 

Ma così si può metterla nei dibattiti tv, dove conta la battuta al volo. Quando stai fra amici, e non perché te lo abbiano imposto, si può pagare, come si dice, alla romana, ciascuno per sé, ma qualche volta può capitare di dividere anche l’aragosta. Magari questa volta, la prossima no. 

L’Europa è una comunità che si è data regole comuni ma basate sulla solidarietà: nel senso che conviene a tutti starci, altrimenti non ci starebbero. Ma non può convenire solo quando ne guadagni e tirare calci proprio quando la solidarietà serve. Altrimenti la Germania leghista dice follemente, come ha detto, che la Grecia può pure fallire. E dalla Grecia ricordano alla Germania le stragi naziste nella stessa Grecia. Brutta storia, la parola nazismo. Come brutta storia è sentir dire che la Germania vuole per la terza volta distruggere l’Europa in meno di cent’anni. Le altre due volte ci è riuscita, e ora le guerre sono economiche: la solita “fame di spazi” tedesca. Dobbiamo ammassare truppe al Brennero? 

Però, che in Grecia abbiano assunto migliaia di statali prima di ogni elezione, lo sanno per primi loro. E che abbiano truccato i conti per nasconderlo, sono stati trovati con le dita nella marmellata. Così come tutti sanno che in Spagna hanno costruito all’impazzata sperando nel boom del turismo e vendendo case e alberghetti anche a chi non ha potuto più pagare. E non ne parliamo dell’Italia, spreco da ergastolo: il debito pubblico aumenta di 40 mila euro al minuto, più i furti di Stato, la corruzione, l’evasione fiscale, la politica rapace. E l’ipotesi che un’azienda pubblica come l’Amgas a Bari paghi le pedane per le feste dell’estate: ma se ne ha tanti, perché non ribassa invece le tariffe del gas? 

Ma la Germania in Europa ci ha tanto guadagnato. E continua a farlo. 

Uno: il valore minore dell’euro rispetto al marco le ha consentito di vendere le sue merci a prezzi più bassi, concorrenza non proprio leale. Due: quando ha fatto la riunificazione con l’Est, ha chiesto capitali internazionali a tassi altissimi, tassi che anche gli altri Paesi hanno subìto quando a loro volta hanno chiesto prestiti, così indebitandosi più del dovuto per colpa della Germania. Tre: oggi, più gli investitori mondiali comprano titoli di Sato tedeschi (più sicuri di tutti) senza ricevere un euro di interesse, più gli altri Paesi (Italia in testa) devono pagare interessi altissimi per piazzare i loro. Come dire: la Germania si finanzia e diventa ancòra più ricca a spese degli stessi alleati cui fa la lezione. La crisi degli altri le conviene. 

Se vogliamo ragionare come al Bar dello sport, si può aggiungere un punto quattro: la Germania non dimentichi quanto gli altri europei hanno sborsato per ricostruirla dopo una guerra che essa stessa aveva provocato. E visto che ci siamo, un punto cinque (ma del quale ci dovremmo vergognare noi, non la Germania): rispetto all’Italia, le loro imprese pagano il venti per cento in meno di tasse, pagano quattro volte in meno il credito alle banche, pagano l’energia tre volte di meno e i loro lavoratori hanno un salario doppio. Onesti: sono ricchi soprattutto per questi loro meriti, noi siamo quel che siamo perché siamo degli sciagurati. 

E allora, come sintesi, l’euro. Alle elezioni in Grecia non hanno vinto i nemici dell’Europa, ma l’attacco all’euro continua, nel senso che continua la paura: e i nostri risparmi, se crolla? La Germania dovrebbe spiegare perché, a un certo punto, la sua Banca centrale ha venduto grandi quantità di titoli italiani e greci, facendone precipitare il valore. Ma lasciamo stare. 

Il fatto è che chi ha comprato euro per investire (perché l’euro è stato fino a poco fa più forte del dollaro), cioè i famosi mercati internazionali, ora si chiede che ne sarà dell’euro. E pare chiederlo agli stessi europei: fateci capire cosa ne volete fare. Perché se non lo difendete voi, volete che non ce ne liberiamo noi che abbiamo in euro i nostri risparmi? Li vendono, facendone ancor più scendere il valore e mettendoci nei guai. 

Certo, ci sono gli speculatori che si arricchiscono, ma ci sono sempre stati, e anche da noi. Ma alla domanda del signor Catacchio, che fine fanno i miei soldi, la risposta è nelle mani degli europei. Signora Merkel in testa, se capirà che ingrassare troppo fa male alla salute soprattutto propria: se ammazzi i soci che ti fanno star bene, prima o poi al mondo ci sarà uno più grosso di te che ammazza te. 




Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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di LINO PATRUNO
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


Dice la Germania: se andiamo al ristorante e io mangio le alici mentre tu ti fai l’aragosta, l’aragosta non posso pagartela io. A mangiare l’aragosta in tutti questi anni sarebbe stata la Grecia, ma sotto sotto anche Portogallo e Spagna. E vogliamo dirla tutta? Pure l’Italia. Allora i tedeschi non possono dare i loro soldi a chi spreca. Perché loro lavorano eccetera eccetera. Sembra sentire il Nord verso il Sud. E messa così, è difficile ribattere. 

Ma così si può metterla nei dibattiti tv, dove conta la battuta al volo. Quando stai fra amici, e non perché te lo abbiano imposto, si può pagare, come si dice, alla romana, ciascuno per sé, ma qualche volta può capitare di dividere anche l’aragosta. Magari questa volta, la prossima no. 

L’Europa è una comunità che si è data regole comuni ma basate sulla solidarietà: nel senso che conviene a tutti starci, altrimenti non ci starebbero. Ma non può convenire solo quando ne guadagni e tirare calci proprio quando la solidarietà serve. Altrimenti la Germania leghista dice follemente, come ha detto, che la Grecia può pure fallire. E dalla Grecia ricordano alla Germania le stragi naziste nella stessa Grecia. Brutta storia, la parola nazismo. Come brutta storia è sentir dire che la Germania vuole per la terza volta distruggere l’Europa in meno di cent’anni. Le altre due volte ci è riuscita, e ora le guerre sono economiche: la solita “fame di spazi” tedesca. Dobbiamo ammassare truppe al Brennero? 

Però, che in Grecia abbiano assunto migliaia di statali prima di ogni elezione, lo sanno per primi loro. E che abbiano truccato i conti per nasconderlo, sono stati trovati con le dita nella marmellata. Così come tutti sanno che in Spagna hanno costruito all’impazzata sperando nel boom del turismo e vendendo case e alberghetti anche a chi non ha potuto più pagare. E non ne parliamo dell’Italia, spreco da ergastolo: il debito pubblico aumenta di 40 mila euro al minuto, più i furti di Stato, la corruzione, l’evasione fiscale, la politica rapace. E l’ipotesi che un’azienda pubblica come l’Amgas a Bari paghi le pedane per le feste dell’estate: ma se ne ha tanti, perché non ribassa invece le tariffe del gas? 

Ma la Germania in Europa ci ha tanto guadagnato. E continua a farlo. 

Uno: il valore minore dell’euro rispetto al marco le ha consentito di vendere le sue merci a prezzi più bassi, concorrenza non proprio leale. Due: quando ha fatto la riunificazione con l’Est, ha chiesto capitali internazionali a tassi altissimi, tassi che anche gli altri Paesi hanno subìto quando a loro volta hanno chiesto prestiti, così indebitandosi più del dovuto per colpa della Germania. Tre: oggi, più gli investitori mondiali comprano titoli di Sato tedeschi (più sicuri di tutti) senza ricevere un euro di interesse, più gli altri Paesi (Italia in testa) devono pagare interessi altissimi per piazzare i loro. Come dire: la Germania si finanzia e diventa ancòra più ricca a spese degli stessi alleati cui fa la lezione. La crisi degli altri le conviene. 

Se vogliamo ragionare come al Bar dello sport, si può aggiungere un punto quattro: la Germania non dimentichi quanto gli altri europei hanno sborsato per ricostruirla dopo una guerra che essa stessa aveva provocato. E visto che ci siamo, un punto cinque (ma del quale ci dovremmo vergognare noi, non la Germania): rispetto all’Italia, le loro imprese pagano il venti per cento in meno di tasse, pagano quattro volte in meno il credito alle banche, pagano l’energia tre volte di meno e i loro lavoratori hanno un salario doppio. Onesti: sono ricchi soprattutto per questi loro meriti, noi siamo quel che siamo perché siamo degli sciagurati. 

E allora, come sintesi, l’euro. Alle elezioni in Grecia non hanno vinto i nemici dell’Europa, ma l’attacco all’euro continua, nel senso che continua la paura: e i nostri risparmi, se crolla? La Germania dovrebbe spiegare perché, a un certo punto, la sua Banca centrale ha venduto grandi quantità di titoli italiani e greci, facendone precipitare il valore. Ma lasciamo stare. 

Il fatto è che chi ha comprato euro per investire (perché l’euro è stato fino a poco fa più forte del dollaro), cioè i famosi mercati internazionali, ora si chiede che ne sarà dell’euro. E pare chiederlo agli stessi europei: fateci capire cosa ne volete fare. Perché se non lo difendete voi, volete che non ce ne liberiamo noi che abbiamo in euro i nostri risparmi? Li vendono, facendone ancor più scendere il valore e mettendoci nei guai. 

Certo, ci sono gli speculatori che si arricchiscono, ma ci sono sempre stati, e anche da noi. Ma alla domanda del signor Catacchio, che fine fanno i miei soldi, la risposta è nelle mani degli europei. Signora Merkel in testa, se capirà che ingrassare troppo fa male alla salute soprattutto propria: se ammazzi i soci che ti fanno star bene, prima o poi al mondo ci sarà uno più grosso di te che ammazza te. 




Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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martedì 19 giugno 2012

Uscire dall'euro? Signora Maria legga qui

di LINO PATRUNO
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno 
Per diventare popolari in questo momento basta dire che l’Italia deve uscire dall’euro. Si aggirano per tv personaggi inquietanti non perché lo dicano, ma perché lo dicono con argomenti tipo: meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine. Comunque spavento mentre la gente vorrebbe serenità. Per la verità ci sono anche le Santanchè che, per fortuna isolate nei loro partiti, invitano a non pagare l’Imu. E invece un sindaco come il leghista Tosi di Verona ribatte: non posso scaricare la responsabilità di violare la legge sui miei cittadini, io non attivo gli uffici per il pagamento e la responsabilità me la prendo io. 

Ma l’euro. Bisognerebbe spiegare che vuol dire uscirne, invece di fare i Robespierre e buttare a mare un intero Paese. Uscirne si può, e ci sono anche piani nel caso ci si finisse. Ma la signora Maria che va al mercato deve conoscerne il prezzo. Anzitutto una svalutazione dei propri soldi fra il 50 e il 30 percento: se un euro vale circa duemila lire, tornare alla lira vuol dire non avere più duemila lire ma mille. Se ho da parte 30 mila euro, cioè circa 60 milioni, con la lira diverranno 30 milioni o poco più. 

Dice: ma ribasseranno anche i prezzi, quindi sarà più o meno lo stesso. Anzitutto nessuno ha mai visto i prezzi ribassare, e di tanto poi. Così il primo rischio è una forte inflazione, quella che appunto le regole dell’euro hanno finora evitato. E figuriamoci l’esplosione della spesa pubblica, che già con le regole dell’euro, invece di diminuire ha continuato allegramente a crescere: 40mila euro al minuto, altrimenti mica l’Italia sarebbe inguaiata com’è. Spesa pubblica, cioè anche tutto ciò per cui mezzo Paese è da galera: sprechi, abusi, privilegi, furti, scandali, auto blu, consulenze, favori, superstipendi. Con i ministeri che oggi spendono la metà dei loro fondi solo per funzionare, non per far funzionare l’Italia. Spesa che non c’entra nulla con quella sociale (sanità, istruzione, scuola, trasporti, sicurezza) che invece ci dà sempre meno ospedali, meno asili, meno scuole proprio perché i soldi che occorrerebbero sono arraffati da una famelica compagnia nazionale di farabutti. 

Ma senza l’euro si potrebbe rilanciare la crescita con investimenti (soprattutto grandi opere) finora sempre promessi e sempre rimandati in attesa di spolparci vivi di tasse. Si può e si dovrebbe fare anche adesso, sia chiaro, sia pure sotto l’occhio attento dell’Europa per non far crescere il debito. Dopo, occorrerebbe stampare moneta che, senza più l’occhio europeo, chissà che carnevale sarebbe. Mentre il debito devi continuare a pagarlo, perché i famosi mercati non sono una roba senza volto, ma, mettiamo, pensionati americani che hanno investito in buoni del tesoro italiani e non vogliono finire a dormire nei giardinetti per colpa nostra. Si può uscire dall’euro, arrivando a u n’Europa a due velocità: da una parte la Germania, dall’altra Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e quasi certamente anche Francia. Comunque un danno, perché la Banca europea (con la Germania) non ci aiuterebbe come ora a rimborsare il debito. 

E comunque, si possono capire i tedeschi quando dicono: se non rispettate le regole, non possiamo pagare noi i vostri bagordi. Ma i tedeschi devono fare un po’ meno i tedeschi. E capire anch’essi che non ci sarebbe Germania se non ci fosse l’Eu - ropa: che acquista i suoi prodotti senza poterle fare concorrenza, perché se i loro industriali hanno prestiti dalle loro banche a un tasso quattro volte inferiore a quello degli altri, non c’è partita. E la Germania dovrebbe ricordare che la sua ricostruzione dopo il nazismo l’hanno pagata anche gli altri europei. Insomma alla Germania conviene quell’Europa verso la quale agita sempre il dito minaccioso della signora Merkel. Sembra il Nord verso il Sud d’Italia: ogni anno 50 miliardi delle nostre tasse scendono al Sud, lamenta, ma mai che vada a vedere quanti ne ritornano (con abbondanti interessi) in sue merci comprate dal Sud. E del resto, cosa fu l’Europa? Papale papale, un mezzo per creare una comunità solidale che impedisse quelle guerre che per due volte era stata la Germania a provocare. Strano che la solidarietà vada a farsi benedire proprio quando servirebbe. 

E che quest’Europa smemorata, egoista e mezzacalzetta preferisca perdere mille miliardi se la Grecia uscisse dall’euro quando gliene sarebbero bastati 300 (e in prestito) se l’avesse aiutata quando gli speculatori non sentivano ancòra odore di sangue. E’ la solita Germania che di tanto in tanto si sente così forte da lanciare le sue divisioni contro tutti, non accorgendosi che la potenza che la spazzerebbe avanza dalle parti della Cina, dell’India e della Russia. Ma non scherzano nemmeno i nostri squallidi seminatori di paure che per un voto in più si giocherebbero anche la mamma.




Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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di LINO PATRUNO
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno 
Per diventare popolari in questo momento basta dire che l’Italia deve uscire dall’euro. Si aggirano per tv personaggi inquietanti non perché lo dicano, ma perché lo dicono con argomenti tipo: meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine. Comunque spavento mentre la gente vorrebbe serenità. Per la verità ci sono anche le Santanchè che, per fortuna isolate nei loro partiti, invitano a non pagare l’Imu. E invece un sindaco come il leghista Tosi di Verona ribatte: non posso scaricare la responsabilità di violare la legge sui miei cittadini, io non attivo gli uffici per il pagamento e la responsabilità me la prendo io. 

Ma l’euro. Bisognerebbe spiegare che vuol dire uscirne, invece di fare i Robespierre e buttare a mare un intero Paese. Uscirne si può, e ci sono anche piani nel caso ci si finisse. Ma la signora Maria che va al mercato deve conoscerne il prezzo. Anzitutto una svalutazione dei propri soldi fra il 50 e il 30 percento: se un euro vale circa duemila lire, tornare alla lira vuol dire non avere più duemila lire ma mille. Se ho da parte 30 mila euro, cioè circa 60 milioni, con la lira diverranno 30 milioni o poco più. 

Dice: ma ribasseranno anche i prezzi, quindi sarà più o meno lo stesso. Anzitutto nessuno ha mai visto i prezzi ribassare, e di tanto poi. Così il primo rischio è una forte inflazione, quella che appunto le regole dell’euro hanno finora evitato. E figuriamoci l’esplosione della spesa pubblica, che già con le regole dell’euro, invece di diminuire ha continuato allegramente a crescere: 40mila euro al minuto, altrimenti mica l’Italia sarebbe inguaiata com’è. Spesa pubblica, cioè anche tutto ciò per cui mezzo Paese è da galera: sprechi, abusi, privilegi, furti, scandali, auto blu, consulenze, favori, superstipendi. Con i ministeri che oggi spendono la metà dei loro fondi solo per funzionare, non per far funzionare l’Italia. Spesa che non c’entra nulla con quella sociale (sanità, istruzione, scuola, trasporti, sicurezza) che invece ci dà sempre meno ospedali, meno asili, meno scuole proprio perché i soldi che occorrerebbero sono arraffati da una famelica compagnia nazionale di farabutti. 

Ma senza l’euro si potrebbe rilanciare la crescita con investimenti (soprattutto grandi opere) finora sempre promessi e sempre rimandati in attesa di spolparci vivi di tasse. Si può e si dovrebbe fare anche adesso, sia chiaro, sia pure sotto l’occhio attento dell’Europa per non far crescere il debito. Dopo, occorrerebbe stampare moneta che, senza più l’occhio europeo, chissà che carnevale sarebbe. Mentre il debito devi continuare a pagarlo, perché i famosi mercati non sono una roba senza volto, ma, mettiamo, pensionati americani che hanno investito in buoni del tesoro italiani e non vogliono finire a dormire nei giardinetti per colpa nostra. Si può uscire dall’euro, arrivando a u n’Europa a due velocità: da una parte la Germania, dall’altra Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e quasi certamente anche Francia. Comunque un danno, perché la Banca europea (con la Germania) non ci aiuterebbe come ora a rimborsare il debito. 

E comunque, si possono capire i tedeschi quando dicono: se non rispettate le regole, non possiamo pagare noi i vostri bagordi. Ma i tedeschi devono fare un po’ meno i tedeschi. E capire anch’essi che non ci sarebbe Germania se non ci fosse l’Eu - ropa: che acquista i suoi prodotti senza poterle fare concorrenza, perché se i loro industriali hanno prestiti dalle loro banche a un tasso quattro volte inferiore a quello degli altri, non c’è partita. E la Germania dovrebbe ricordare che la sua ricostruzione dopo il nazismo l’hanno pagata anche gli altri europei. Insomma alla Germania conviene quell’Europa verso la quale agita sempre il dito minaccioso della signora Merkel. Sembra il Nord verso il Sud d’Italia: ogni anno 50 miliardi delle nostre tasse scendono al Sud, lamenta, ma mai che vada a vedere quanti ne ritornano (con abbondanti interessi) in sue merci comprate dal Sud. E del resto, cosa fu l’Europa? Papale papale, un mezzo per creare una comunità solidale che impedisse quelle guerre che per due volte era stata la Germania a provocare. Strano che la solidarietà vada a farsi benedire proprio quando servirebbe. 

E che quest’Europa smemorata, egoista e mezzacalzetta preferisca perdere mille miliardi se la Grecia uscisse dall’euro quando gliene sarebbero bastati 300 (e in prestito) se l’avesse aiutata quando gli speculatori non sentivano ancòra odore di sangue. E’ la solita Germania che di tanto in tanto si sente così forte da lanciare le sue divisioni contro tutti, non accorgendosi che la potenza che la spazzerebbe avanza dalle parti della Cina, dell’India e della Russia. Ma non scherzano nemmeno i nostri squallidi seminatori di paure che per un voto in più si giocherebbero anche la mamma.




Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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martedì 5 giugno 2012

Il sud palla al piede del nord ma..., proprio cosi non è.

http://www.youtube.com/watch?v=oI0BuYtKTaw

 Ad affermarlo è Lino Patruno editorialista della Gazzetta del Mezzagiorno e scrittore di Fuoco del sud, la ribollente galassia dei movimenti meridionali nel corso dell'evento 1861-2012 un passato che non passa tenutosi a Trani presso il museo diocesano il 06 maggio 2012.

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http://www.youtube.com/watch?v=oI0BuYtKTaw

 Ad affermarlo è Lino Patruno editorialista della Gazzetta del Mezzagiorno e scrittore di Fuoco del sud, la ribollente galassia dei movimenti meridionali nel corso dell'evento 1861-2012 un passato che non passa tenutosi a Trani presso il museo diocesano il 06 maggio 2012.

venerdì 1 giugno 2012

Ma così favorite il Sud peggiore

di Lino Patruno 

Si può anche capire il presidente Monti che va a Bergamo e dice: il Nord è penalizzato da troppi evasori fiscali che sono altrove. L’altrove è, ovviamente, il Sud. Quella di Monti si chiama geopolitica, compiacere gli ascoltatori del momento. Perché Monti non può non sapere che è soprattutto il Nord a non pagare le tasse in Italia. E che nei dati c’è il trucco: si parla in percentuale, e in percentuale è vero che si evade di più al Sud. Ma in cifra assoluta, in quantità, non c’è partita. Ne ha mille volte presentato cifre e conti la Svimez (Associazione sviluppo industriale del Mezzogiorno).

Lo ha ripetuto mille volte la stessa Agenzia delle entrate. Fa però comodo far finta di niente. Questo, è naturale, non assolve alcun evasore. Ma è meglio puntualizzare perché sui pregiudizi verso il Sud si fondano i giudizi e i danni: visto che il Nord evade di meno, diamogli di più rispetto all’incivile Sud. Come del resto già avviene. Si parla sempre del Sud idrovora della spesa pubblica. E invece vai a spulciare lo stesso ministero e scopri che la spesa pubblica corrente per abitante è maggiore al Nord, non foss’altro perché ci sono più pensioni e casse integrazioni. E al Nord è superiore anche quella in conto capitale, per investimenti: mai raggiunta la cifra del 45 per cento fissata per il Sud e confermata dagli ultimi tre quattro governi.

 Poi, per dircela proprio tutta, i dipendenti pubblici. Un giorno sì e l’altro pure il simpatico leghista Salvini, invece di preoccuparsi dello stato di avanzata decomposizione della Lega, racconta la storiella secondo cui alla Regione Lombardia sono, mettiamo, 3 mila, e nelle Regioni del Sud, mettiamo, il triplo.


Il che per alcune sciagurate Regioni sudiste è vero: lavoro pubblico visto che non c’è quello privato, ma purtroppo più dipendenti uguale peggiori servizi. Poi anche qui, vai a vedere i dati (Corte dei conti, Ragioneria dello Stato) e scopri che i dipendenti pubblici sono di più al Nord, senza cancellare la bocciatura per certi infami servizi del Sud. Che il pregiudizio ad onta della smentita delle cifre porti a far danni a questo Sud inetto e irrecuperabile, è presto dimostrato. L’assicurazione auto: il Sud è più virtuoso (udite udite) ma paga di più. Nel 2007 ha fatto un incidente il 10 per cento dei meridionali contro 11 13 dei settentrionali: sembra evidente, visto che colà sono più ricchi, circolano più auto, sono più a rischio. Però il Sud paga quasi il doppio, nel presupposto che truffi sulle denunce. Ma contro i falsi incidenti ci sono i tribunali. E poi c’è il sospetto anticostituzionale: essendo una assicurazione per legge, devi trattare tutti allo stesso modo.

 Ma in Italia essere uguali o diversi dipende da dove sei nato. Da duecento anni lo sviluppo si è concentrato nei Nord del mondo, coi Sud lontani ed emarginati. Per non tenerli fuori più di quanto le latitudini non facciano, devi collegarli bene. Quindi treni, orgogliosi simboli dell’unificazione italiana più dei Mille (come coi treni verso il West si fece l’America). Ma invece di darli, i treni al Sud con- TRENI Sud continuano a toglierli. Vedere orario estivo di Trenitalia, dopo le tante polemiche per quello invernale e le tante assicurazioni per il futuro. Come non detto: per la Puglia un treno in più e uno in meno. E’ vero che il Lecce-Milano non si fermerà più a Bologna come nelMedioevo, ma è anche vero che un’altra corsa è stata soppressa. E che Taranto, considerata una capitale industriale del Mezzogiorno, dovrà accontentarsi di un bus navetta per acchiappare da Bari il collegamento verso il Nord. Taranto alla quale con una mano si dà e con una si toglie, dovesse viziarsi. Proprio in questi giorni si firma l’accordo per lo sviluppo del suo porto, dopo averne criminosamente fatto scappare buona parte delle navi portacontainer. Forse ci torneranno, ma si ripara la stalla coi buoi già via. Nel Mediterraneo, che ridiventa il centro del mondo, una spietata concorrenza dà la caccia al grande affare delle merci in arrivo da Cina e India. E soprattutto i porti marocchini ed egiziani hanno approfittato della forzata decadenza di Taranto.

Mentre tutti i grilli parlanti che vi scendevano continuavano a cianciare di Sud come piattaforma logistica nel Mediterraneo. Si svilupperà il porto, c’è già il cantiere. Ma soprattutto si svilupperà il retro-porto per smistare sùbito le merci verso l’Europa del Nord. Come? Ma con i treni veloci, quelli fatti sparire per primi. Però visto che avrete (avrete) quanto sopra detto, per ora i passeggeri si arrangino ad andare a prenderlo, il treno, a Bari, e dite pure grazie. Ciò che fa più rabbia non è solo che così il Sud sarà sempre precario. Ma fa rabbia che questo dispregio farà ancòra una volta un favore a quei dirigenti del Sud sempre pronti a lamentarsi, a chiedere soldi, a non far nulla. Cioè al Sud peggiore dal quale il Sud anzitutto vuole liberarsi.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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di Lino Patruno 

Si può anche capire il presidente Monti che va a Bergamo e dice: il Nord è penalizzato da troppi evasori fiscali che sono altrove. L’altrove è, ovviamente, il Sud. Quella di Monti si chiama geopolitica, compiacere gli ascoltatori del momento. Perché Monti non può non sapere che è soprattutto il Nord a non pagare le tasse in Italia. E che nei dati c’è il trucco: si parla in percentuale, e in percentuale è vero che si evade di più al Sud. Ma in cifra assoluta, in quantità, non c’è partita. Ne ha mille volte presentato cifre e conti la Svimez (Associazione sviluppo industriale del Mezzogiorno).

Lo ha ripetuto mille volte la stessa Agenzia delle entrate. Fa però comodo far finta di niente. Questo, è naturale, non assolve alcun evasore. Ma è meglio puntualizzare perché sui pregiudizi verso il Sud si fondano i giudizi e i danni: visto che il Nord evade di meno, diamogli di più rispetto all’incivile Sud. Come del resto già avviene. Si parla sempre del Sud idrovora della spesa pubblica. E invece vai a spulciare lo stesso ministero e scopri che la spesa pubblica corrente per abitante è maggiore al Nord, non foss’altro perché ci sono più pensioni e casse integrazioni. E al Nord è superiore anche quella in conto capitale, per investimenti: mai raggiunta la cifra del 45 per cento fissata per il Sud e confermata dagli ultimi tre quattro governi.

 Poi, per dircela proprio tutta, i dipendenti pubblici. Un giorno sì e l’altro pure il simpatico leghista Salvini, invece di preoccuparsi dello stato di avanzata decomposizione della Lega, racconta la storiella secondo cui alla Regione Lombardia sono, mettiamo, 3 mila, e nelle Regioni del Sud, mettiamo, il triplo.


Il che per alcune sciagurate Regioni sudiste è vero: lavoro pubblico visto che non c’è quello privato, ma purtroppo più dipendenti uguale peggiori servizi. Poi anche qui, vai a vedere i dati (Corte dei conti, Ragioneria dello Stato) e scopri che i dipendenti pubblici sono di più al Nord, senza cancellare la bocciatura per certi infami servizi del Sud. Che il pregiudizio ad onta della smentita delle cifre porti a far danni a questo Sud inetto e irrecuperabile, è presto dimostrato. L’assicurazione auto: il Sud è più virtuoso (udite udite) ma paga di più. Nel 2007 ha fatto un incidente il 10 per cento dei meridionali contro 11 13 dei settentrionali: sembra evidente, visto che colà sono più ricchi, circolano più auto, sono più a rischio. Però il Sud paga quasi il doppio, nel presupposto che truffi sulle denunce. Ma contro i falsi incidenti ci sono i tribunali. E poi c’è il sospetto anticostituzionale: essendo una assicurazione per legge, devi trattare tutti allo stesso modo.

 Ma in Italia essere uguali o diversi dipende da dove sei nato. Da duecento anni lo sviluppo si è concentrato nei Nord del mondo, coi Sud lontani ed emarginati. Per non tenerli fuori più di quanto le latitudini non facciano, devi collegarli bene. Quindi treni, orgogliosi simboli dell’unificazione italiana più dei Mille (come coi treni verso il West si fece l’America). Ma invece di darli, i treni al Sud con- TRENI Sud continuano a toglierli. Vedere orario estivo di Trenitalia, dopo le tante polemiche per quello invernale e le tante assicurazioni per il futuro. Come non detto: per la Puglia un treno in più e uno in meno. E’ vero che il Lecce-Milano non si fermerà più a Bologna come nelMedioevo, ma è anche vero che un’altra corsa è stata soppressa. E che Taranto, considerata una capitale industriale del Mezzogiorno, dovrà accontentarsi di un bus navetta per acchiappare da Bari il collegamento verso il Nord. Taranto alla quale con una mano si dà e con una si toglie, dovesse viziarsi. Proprio in questi giorni si firma l’accordo per lo sviluppo del suo porto, dopo averne criminosamente fatto scappare buona parte delle navi portacontainer. Forse ci torneranno, ma si ripara la stalla coi buoi già via. Nel Mediterraneo, che ridiventa il centro del mondo, una spietata concorrenza dà la caccia al grande affare delle merci in arrivo da Cina e India. E soprattutto i porti marocchini ed egiziani hanno approfittato della forzata decadenza di Taranto.

Mentre tutti i grilli parlanti che vi scendevano continuavano a cianciare di Sud come piattaforma logistica nel Mediterraneo. Si svilupperà il porto, c’è già il cantiere. Ma soprattutto si svilupperà il retro-porto per smistare sùbito le merci verso l’Europa del Nord. Come? Ma con i treni veloci, quelli fatti sparire per primi. Però visto che avrete (avrete) quanto sopra detto, per ora i passeggeri si arrangino ad andare a prenderlo, il treno, a Bari, e dite pure grazie. Ciò che fa più rabbia non è solo che così il Sud sarà sempre precario. Ma fa rabbia che questo dispregio farà ancòra una volta un favore a quei dirigenti del Sud sempre pronti a lamentarsi, a chiedere soldi, a non far nulla. Cioè al Sud peggiore dal quale il Sud anzitutto vuole liberarsi.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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domenica 27 maggio 2012

Al Sud si può undici volte



Sabato 26 Maggio 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Di Lino Patruno
http://www.linopatruno.com/
Immaginiamo cosa si scatenerebbe in Puglia se un giorno si sapesse che si può  trovare oro. Cercatori di tutte le lingue. Romanzesche figure a setacciare pagliuzze. Rabdomanti capaci di snidare pepite. E non meno allucinati di quelli che nelle albe d’autunno spazzano funghi sulla Murgia e tu a chiederti come fai a non vederne uno. Il fatto è che in Puglia l’oro c’è davvero.
 Si potrebbe dire l’Oro del Sud come un tempo si diceva l’Oro di Napoli. E neanche metaforico, per far capire quanto ricchezza nascosta al Sud attende solo di essere più valorizzata che mortificata. E’ stato un giovane ingegnere gestionale leccese a presentarsi all’anteprima barese del Festival dell’Economia di Trento (ideato dalla casa editrice Laterza) e, voilà, a tirare fuori uno scatolino con lamine d’oro al 99 per cento. Oro, oro autentico. Ricavato dalle polveri di microchip, materiale di scarto di computer.
 L’ESEMPIO DI 11 GIOVANI Ora non è che chiunque si prende vecchi computer e si mette a sbatterli come polpi. Con i soci Luca Scala (fisico) e Antonio Gentile (tecnico informatico), Salvatore Modeo, 25 anni, ha presentato il suo piccolo sortilegio, frutto di una intuizione scientifica e di un finanziamento del programma regionale “Bollenti spiriti”. Riproponendo il trito interrogativo: ma davvero da noi non c’è nulla da fare, davvero per i nostri ragazzi non c’è alternativa all’emigrazione? No, hanno ripetuto gioiosi con gli altri protagonisti delle undici storie di successo maturate nel nostro Sud come se fosse la californiana Silicon Valley.
 Sono ragazzi non figli di magnanimi lombi, senza genitori facoltosi che ne abbiano spianato la strada del lavoro dopo quella degli studi. E ragazzi da un entusiasmo e da un ottimismo talmente contagiosi da poter essere sventolati come una bandiera dell’”anche a Sud” si può. Magari seguendo più le loro esperienze che spocchiose ricette.
 Anzitutto “alleanze positive”, cioè trovatevi compagni di scuola, amici del bar, conoscenti e mettetevi insieme per non lasciare i talenti e la voglia di fare tanto isolati da dire che non si può fare. Poi pensare in grande, dieci volte più in grande di come stai pensando ora. E pensare differente, sempre il nuovo anche se può sembrare impossibile. Velocità, muovetevi veloce e rompete gli schemi: oggi non c’è più il pesce grande che mangia il pesce piccolo, ma il pesce veloce che mangia il pesce lento. Informati, sempre più informati degli altri e prima degli altri, anche girando per vedere che mondo fa. Niente pippe se sbagliate, si progredisce sbagliando, si cade evangelicamente sette volte per rialzarsi otto (non c’è etica senza fallimento, l’etica è nel tentativo). Non limitatevi a ciò che c’è già, aggiungete nuovo valore a tutto. E passione quanto perseveranza, della serie volle e riuscì: batti un chiodo un milione di volte, più che battere una volta milioni di chiodi.
 TANTE IDEE PER UN LAVORO E’ vero, sembra roba alla “Come diventare miliardari in tre mosse”, o alla “Siate folli, siate affamati” di Steve Jobs, quello che se fosse nato in Italia invece di inventare la “Apple” avrebbe fatto al massimo l’elettricista. Ma sono tutte cose raccontate dai magnifici undici che prima di diventarlo avevano anche loro pronto il trolley per il Nord, anche loro forse erano convinti che qui non c’è che da andarsene. E se gli altri non hanno estratto oro in Puglia, c’era anche chi si è inventato qui l’aereo superleggero più veloce del mondo, chi riesce a scoprire l’Alzheimer dieci anni prima, chi ha creato un guanto per aiutare a dialogare persone cieche e sorde, chi è in grado di dire al turista anche ciò che il turista non riesce mai a sapere.
 E poi, non conta più granché la geografia, con un computer puoi fare qualsiasi cosa ovunque tu sia, anche se stai in un Sud in cui tutto è più difficile perché c’è meno di tutto. E comincia a tornare in Italia anche qualche azienda che era andata fuori per risparmiare sul lavoro, perché il costo del lavoro diventa sempre più marginale nel costo complessivo di uno spillo o di un’auto, contando sempre più l’innovazione, la ricerca, il diverso.
 Nessuno vuol prendere in giro nessuno, neanche undici storie di successo fanno primavera. Quei ragazzi si sono soprattutto conquistati la medaglia della resistenza contro ciò che non vuole mai cambiare. Ma hanno invitato a non aver paura. Coraggio, hanno aggiunto, sembra il contrario ma si può. E anche al Sud, pensa un po’.
Fonte: Lino Patruno

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Sabato 26 Maggio 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Di Lino Patruno
http://www.linopatruno.com/
Immaginiamo cosa si scatenerebbe in Puglia se un giorno si sapesse che si può  trovare oro. Cercatori di tutte le lingue. Romanzesche figure a setacciare pagliuzze. Rabdomanti capaci di snidare pepite. E non meno allucinati di quelli che nelle albe d’autunno spazzano funghi sulla Murgia e tu a chiederti come fai a non vederne uno. Il fatto è che in Puglia l’oro c’è davvero.
 Si potrebbe dire l’Oro del Sud come un tempo si diceva l’Oro di Napoli. E neanche metaforico, per far capire quanto ricchezza nascosta al Sud attende solo di essere più valorizzata che mortificata. E’ stato un giovane ingegnere gestionale leccese a presentarsi all’anteprima barese del Festival dell’Economia di Trento (ideato dalla casa editrice Laterza) e, voilà, a tirare fuori uno scatolino con lamine d’oro al 99 per cento. Oro, oro autentico. Ricavato dalle polveri di microchip, materiale di scarto di computer.
 L’ESEMPIO DI 11 GIOVANI Ora non è che chiunque si prende vecchi computer e si mette a sbatterli come polpi. Con i soci Luca Scala (fisico) e Antonio Gentile (tecnico informatico), Salvatore Modeo, 25 anni, ha presentato il suo piccolo sortilegio, frutto di una intuizione scientifica e di un finanziamento del programma regionale “Bollenti spiriti”. Riproponendo il trito interrogativo: ma davvero da noi non c’è nulla da fare, davvero per i nostri ragazzi non c’è alternativa all’emigrazione? No, hanno ripetuto gioiosi con gli altri protagonisti delle undici storie di successo maturate nel nostro Sud come se fosse la californiana Silicon Valley.
 Sono ragazzi non figli di magnanimi lombi, senza genitori facoltosi che ne abbiano spianato la strada del lavoro dopo quella degli studi. E ragazzi da un entusiasmo e da un ottimismo talmente contagiosi da poter essere sventolati come una bandiera dell’”anche a Sud” si può. Magari seguendo più le loro esperienze che spocchiose ricette.
 Anzitutto “alleanze positive”, cioè trovatevi compagni di scuola, amici del bar, conoscenti e mettetevi insieme per non lasciare i talenti e la voglia di fare tanto isolati da dire che non si può fare. Poi pensare in grande, dieci volte più in grande di come stai pensando ora. E pensare differente, sempre il nuovo anche se può sembrare impossibile. Velocità, muovetevi veloce e rompete gli schemi: oggi non c’è più il pesce grande che mangia il pesce piccolo, ma il pesce veloce che mangia il pesce lento. Informati, sempre più informati degli altri e prima degli altri, anche girando per vedere che mondo fa. Niente pippe se sbagliate, si progredisce sbagliando, si cade evangelicamente sette volte per rialzarsi otto (non c’è etica senza fallimento, l’etica è nel tentativo). Non limitatevi a ciò che c’è già, aggiungete nuovo valore a tutto. E passione quanto perseveranza, della serie volle e riuscì: batti un chiodo un milione di volte, più che battere una volta milioni di chiodi.
 TANTE IDEE PER UN LAVORO E’ vero, sembra roba alla “Come diventare miliardari in tre mosse”, o alla “Siate folli, siate affamati” di Steve Jobs, quello che se fosse nato in Italia invece di inventare la “Apple” avrebbe fatto al massimo l’elettricista. Ma sono tutte cose raccontate dai magnifici undici che prima di diventarlo avevano anche loro pronto il trolley per il Nord, anche loro forse erano convinti che qui non c’è che da andarsene. E se gli altri non hanno estratto oro in Puglia, c’era anche chi si è inventato qui l’aereo superleggero più veloce del mondo, chi riesce a scoprire l’Alzheimer dieci anni prima, chi ha creato un guanto per aiutare a dialogare persone cieche e sorde, chi è in grado di dire al turista anche ciò che il turista non riesce mai a sapere.
 E poi, non conta più granché la geografia, con un computer puoi fare qualsiasi cosa ovunque tu sia, anche se stai in un Sud in cui tutto è più difficile perché c’è meno di tutto. E comincia a tornare in Italia anche qualche azienda che era andata fuori per risparmiare sul lavoro, perché il costo del lavoro diventa sempre più marginale nel costo complessivo di uno spillo o di un’auto, contando sempre più l’innovazione, la ricerca, il diverso.
 Nessuno vuol prendere in giro nessuno, neanche undici storie di successo fanno primavera. Quei ragazzi si sono soprattutto conquistati la medaglia della resistenza contro ciò che non vuole mai cambiare. Ma hanno invitato a non aver paura. Coraggio, hanno aggiunto, sembra il contrario ma si può. E anche al Sud, pensa un po’.
Fonte: Lino Patruno

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sabato 12 maggio 2012

Non basta dire che il grillo non parla

di Lino Patruno 

 C’è chi dice che il “cinque stelle” di Grillo non abbia attecchito in Puglia perché c’è già un quattro stelle (almeno) come Vendola. Nel senso che una rottura e una novità nella politica c’era già stata, sia pure con uno già vecchia volpe del settore e che appena nato non chiese latte ma alzò il pugno chiuso.
E’ la famosa Primavera, anche se ora sembra scivolare verso l’autunno: specie da quando l’altro suo eroe, Emiliano, si è fatto ammaccare più dal suo “faccio tutto io” che dalle cozze pelose.
 Ma comunque anche in queste elezioni amministrative la Puglia si è mostrata altra cosa, dovendo però ancòra capire se sia un bene o un male. Niente liste di cosiddetta antipolitica, benché più che di antipolitica siano liste di antipolitici (altrimenti l’antipolitica è cominciata addirittura con “L’Uomo Qualunque”di Giannini sessant’anni fa e col presidente Cossiga).
Niente crollo dei votanti, con una astensione cresciuta ma inferiore alla crescita nazionale. Sconfitta del Pdl, ma col consolatorio trionfo di Perrone a Lecce. Successi del Pd. benché dilaniato dagli scontri fra candidati della stessa area, in fondo l’unica vera grillinata nella regione. Così in questi giorni fanno più clamore alcune storie di contorno, a parte il rischio dell’inferno per il Bari vittima dei suoi calciatori manigoldi che si vendevano le partite. Una scivolata il volantino antiscippo per i turisti: che bisogna avvertirli di qualche problema è vero, però lo si fa con discrezione, e soprattutto una volta venuti (sui bus pubblici di Amsterdam una voce registrata avverte che c’è il pericolo di borseggiatori, ma intanto tu ad Amsterdam già ci stai). Non è furbizia, è marketing strategico.
E ha fatto bene, altro che, la compagna Godelli a far approdare in Puglia (ben incentivati) quelli del capitalistico “Beautiful”: gli americani sono troppo semplicioni per rimanere indifferenti all’attrattiva dei trulli con contorno di Ridge mascellone e compagni. Certo, un’aria di pulizia svanita l’hanno portata gli scandali: non fa piacere essere additati come la regione dei Tarantini delle protesi e delle escort, degli Andrea Masiello e compari delle scommesse calcistiche, degli imprenditori edili più alla ribalta per le loro mazzette che per i loro cantieri. Altrove (specie al Nord) succede di peggio, ma è il Sud a essere sempre osservato speciale. E però, questa è la regione in cui si è avuto l’anno scorso il più alto incremento turistico e le previsioni per quest’anno lo confermano. E questa è la regione che ha avuto il più alto incremento nelle esportazioni, benché la crisi non faccia sconti a nessuno, tra casse integrazioni e (purtroppo) suicidi. Ma non si vede per fortuna disfacimento sociale, non si vede disperata resa, non si vede criminalità organizzata che domina territori venendo riconosciuta più dello Stato.
 E però, sia pure con la sua parziale eccezione politica, è sempre una regione “sul punto di”, pensi che ce l’abbia fatta a essere il Nord del Sud come dicono altri (ma il Sud non vuole essere affatto un nuovo Nord) però un ultimo miglio ogni volta la blocca. Pur essendo al centro del prossimo centro del mondo, quel Mediterraneo finora più argomento palloso da convegni che realtà. Ma dal Mediterraneo passa oggi il 40 per cento dei commerci internazionali. E quando passano i commerci, li seguono i capitali in cerca di investimenti, e poi i turisti. Mentre 160 milioni di giovani nella sponda mediorientale e nordafricana sono una possibile concorrenza a basso costo ma anche un immenso mercato potenziale drogato dalle nostre televisioni come avvenne con gli albanesi.
E hanno bisogno non solo di prodotti, ma di istruzione e formazione. Bisognerebbe essere pronti. E invece, come esempio, vedi il porto di Taranto che rischia sempre di perdere quei commerci perché da decenni non si dragano i fondali per accogliere le nuove gigantesche navi portacontainer. Ora finalmente si mette mano alla cosiddetta “piattaforma logistica”.
Ma nel frattempo il porto olandese di Rotterdam, fra i due o tre maggiori del mondo, lo sceglie come sua base in Mediterraneo: un prestigioso attestato di importanza, ma anche una ricchezza che, invece fare la serie A, fa la serie B al servizio di altri. E nel frattempo Trenitalia dismette il trasporto merci facendo perdere al Sud il vantaggio di far procedere verso il Nordeuropa il traffico intercettato dai porti. Anzi elimina anche treni passeggeri, con la stagione turistica alle porte. E non ci sono, coi Paesi mediterranei, linee aeree dirette, quasi una resistenza estrema per conservare la centralità settentrionale. Questi i due o tre appunti sparsi sulla Puglia del dopo-elezioni: sembra che non c’entrino nulla con la politica, ma se la politica non è visione di futuro, allora meglio Grillo. Perlomeno è più divertente.




Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
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di Lino Patruno 

 C’è chi dice che il “cinque stelle” di Grillo non abbia attecchito in Puglia perché c’è già un quattro stelle (almeno) come Vendola. Nel senso che una rottura e una novità nella politica c’era già stata, sia pure con uno già vecchia volpe del settore e che appena nato non chiese latte ma alzò il pugno chiuso.
E’ la famosa Primavera, anche se ora sembra scivolare verso l’autunno: specie da quando l’altro suo eroe, Emiliano, si è fatto ammaccare più dal suo “faccio tutto io” che dalle cozze pelose.
 Ma comunque anche in queste elezioni amministrative la Puglia si è mostrata altra cosa, dovendo però ancòra capire se sia un bene o un male. Niente liste di cosiddetta antipolitica, benché più che di antipolitica siano liste di antipolitici (altrimenti l’antipolitica è cominciata addirittura con “L’Uomo Qualunque”di Giannini sessant’anni fa e col presidente Cossiga).
Niente crollo dei votanti, con una astensione cresciuta ma inferiore alla crescita nazionale. Sconfitta del Pdl, ma col consolatorio trionfo di Perrone a Lecce. Successi del Pd. benché dilaniato dagli scontri fra candidati della stessa area, in fondo l’unica vera grillinata nella regione. Così in questi giorni fanno più clamore alcune storie di contorno, a parte il rischio dell’inferno per il Bari vittima dei suoi calciatori manigoldi che si vendevano le partite. Una scivolata il volantino antiscippo per i turisti: che bisogna avvertirli di qualche problema è vero, però lo si fa con discrezione, e soprattutto una volta venuti (sui bus pubblici di Amsterdam una voce registrata avverte che c’è il pericolo di borseggiatori, ma intanto tu ad Amsterdam già ci stai). Non è furbizia, è marketing strategico.
E ha fatto bene, altro che, la compagna Godelli a far approdare in Puglia (ben incentivati) quelli del capitalistico “Beautiful”: gli americani sono troppo semplicioni per rimanere indifferenti all’attrattiva dei trulli con contorno di Ridge mascellone e compagni. Certo, un’aria di pulizia svanita l’hanno portata gli scandali: non fa piacere essere additati come la regione dei Tarantini delle protesi e delle escort, degli Andrea Masiello e compari delle scommesse calcistiche, degli imprenditori edili più alla ribalta per le loro mazzette che per i loro cantieri. Altrove (specie al Nord) succede di peggio, ma è il Sud a essere sempre osservato speciale. E però, questa è la regione in cui si è avuto l’anno scorso il più alto incremento turistico e le previsioni per quest’anno lo confermano. E questa è la regione che ha avuto il più alto incremento nelle esportazioni, benché la crisi non faccia sconti a nessuno, tra casse integrazioni e (purtroppo) suicidi. Ma non si vede per fortuna disfacimento sociale, non si vede disperata resa, non si vede criminalità organizzata che domina territori venendo riconosciuta più dello Stato.
 E però, sia pure con la sua parziale eccezione politica, è sempre una regione “sul punto di”, pensi che ce l’abbia fatta a essere il Nord del Sud come dicono altri (ma il Sud non vuole essere affatto un nuovo Nord) però un ultimo miglio ogni volta la blocca. Pur essendo al centro del prossimo centro del mondo, quel Mediterraneo finora più argomento palloso da convegni che realtà. Ma dal Mediterraneo passa oggi il 40 per cento dei commerci internazionali. E quando passano i commerci, li seguono i capitali in cerca di investimenti, e poi i turisti. Mentre 160 milioni di giovani nella sponda mediorientale e nordafricana sono una possibile concorrenza a basso costo ma anche un immenso mercato potenziale drogato dalle nostre televisioni come avvenne con gli albanesi.
E hanno bisogno non solo di prodotti, ma di istruzione e formazione. Bisognerebbe essere pronti. E invece, come esempio, vedi il porto di Taranto che rischia sempre di perdere quei commerci perché da decenni non si dragano i fondali per accogliere le nuove gigantesche navi portacontainer. Ora finalmente si mette mano alla cosiddetta “piattaforma logistica”.
Ma nel frattempo il porto olandese di Rotterdam, fra i due o tre maggiori del mondo, lo sceglie come sua base in Mediterraneo: un prestigioso attestato di importanza, ma anche una ricchezza che, invece fare la serie A, fa la serie B al servizio di altri. E nel frattempo Trenitalia dismette il trasporto merci facendo perdere al Sud il vantaggio di far procedere verso il Nordeuropa il traffico intercettato dai porti. Anzi elimina anche treni passeggeri, con la stagione turistica alle porte. E non ci sono, coi Paesi mediterranei, linee aeree dirette, quasi una resistenza estrema per conservare la centralità settentrionale. Questi i due o tre appunti sparsi sulla Puglia del dopo-elezioni: sembra che non c’entrino nulla con la politica, ma se la politica non è visione di futuro, allora meglio Grillo. Perlomeno è più divertente.




Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

lunedì 7 maggio 2012

L’Italia libera ricomiciò da Sud eppure se lo dimenticò subito

di Lino Patruno


C’è un altro e misconosciuto periodo nero nel lungo calvario dei danni al Mezzogiorno italiano: lo sbarco in Sicilia e gli 800 giorni di occupazione anglo-americana dal 10 luglio 1943. Del tutto opportuno quindi che Gigi Di Fiore lo abbia ripercorso con la sua Controstoria della Liberazione. Le stragi e i crimini dimenticati degli Alleati nell’Italia del Sud (Rizzoli ed., pagg. 352, euro 19,00). Come un altro Risorgimento tradito, del resto per primo già ripercorso dallo scrittore e giornalista napoletano (inviato del «Mattino») con la sua fortunata Controstoria dell’Unità d’Italia. Un Paese a malapena unificato fu di nuovo spaccato non solo dall’ar mistizio dell’8 settembre fino alla pace, ma dalle sue conseguenze. Perché quella che poteva essere una resurrezione del Sud senza nazifascismo, fu anche una tragedia in più atti che segnò pure il futuro del Sud, non diversamente da ciò che avvenne dopo il 1861. 

Il primo atto furono le stragi di soldati italiani considerati tutt’altro che alleati nonostante la non belligeranza: anche peggio delle stragi e delle fucilazioni sommarie della lotta al brigantaggio. Poi i crimini contro la popolazione civile addirittura odiata e considerata non meno incivile e «affricana» (con due effe) di come la descrisse Nino Bixio dopo la risalita di Garibaldi. Poi i bombardamenti indiscriminati che distrussero il 64 per cento delle industrie. Poi un’inflazione selvaggia provocata dalla diffusione incontrollata delle Am-lire e la spaventosa miseria. Fra un atto e l’altro, una interessata collaborazione delle due potenze trasformò i boss di Cosa Nostra (a cominciare da Lucky Luciano) in galantuomini e addirittura sindaci, facendo crescere il potere della mafia come mai prima. Lo spudorato oltraggio alle donne violentate dai marocchini è rimasto una cicatrice e una vergogna mai cancellate. Il contrabbando, le malattie veneree, violenze di ogni genere martirizzarono soprattutto e ancòra una volta Napoli sempre meno ex-capitale. Altro che il mito soprattutto cinematografico degli «Hey, man» con le tavolette di cioccolata, le chewing gum e le sigarette per tutti di cui si è sempre detto che il Sud si fosse innamorato. 

Furono più conquistatori che liberatori (anche in questo ancòra una volta), padroni assoluti e arroganti, sospettosi e brutali in una torbida retrovia di bordelli e puttane prima di andare a morire a Cassino. Del resto il cinema se ne è anche occupato con lo struggente La ciociara del premio Oscar a Sophia Loren. E Napoli milionaria di Eduardo proprio partendo da quei giorni ci ha lasciato un quadro indimenticabile e universale della guerra e dei suoi orrori. Di Fiore non è autore che arrangi fonti e documenti. La sua impressionante precisione è figlia di una ricerca addirittura spasmodica, non c’è episodio in cui manchino una data e un nome. E così un periodo finora considerato solo controverso viene fuori con una luce ben più cupa. Soprattutto, è quel che conta, più cupa per il domani di un Sud che dalla guerra e dal dopoguerra uscì con le ossa molto più rotte del resto del Paese. E che pagò dopo non meno di prima. Davanti al boom della ricostruzione, nessuno tenne conto delle sue condizioni peggiori, meno che mai i governi nordisti figli della lotta partigiana al di là del Rubicone. 

Per l’ennesima volta il Sud era da rimuovere, forse colpevole di essere stato con Pescara, Brindisi e Salerno sede di un regno voltagabbana e vile. E quando gli americani, consci di ciò che avevano combinato, fecero arrivare i soldi del Piano Marshall soprattutto per il Sud, quei soldi andarono per il novanta per cento al Centro Nord. Una ennesima Questione Meridionale di cui il Sud non doveva lamentarsi. Tranne poi le pezze della Cassa per il Mezzogiorno per cercare di rimediare a ciò che era stato quasi irrimediabilmente compromesso. Di Fiore non usa toni partigiani di rivendicazione, ed è un altro dei pregi del suo racconto. Nel quale la Puglia compare non solo come vittima (vedi la vicenda oscura del generale Bellomo, la terra bruciata di Foggia, l’attacco al porto di Taranto) ma addirittura, con Bari, come faro della nuova Italia della speranza, della democrazia, della rinascita. Radio Bari, il congresso dei Comitati di Liberazione nazionale. L’Italia ricominciò da Sud, ma lo si dimenticò sùbito.


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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di Lino Patruno


C’è un altro e misconosciuto periodo nero nel lungo calvario dei danni al Mezzogiorno italiano: lo sbarco in Sicilia e gli 800 giorni di occupazione anglo-americana dal 10 luglio 1943. Del tutto opportuno quindi che Gigi Di Fiore lo abbia ripercorso con la sua Controstoria della Liberazione. Le stragi e i crimini dimenticati degli Alleati nell’Italia del Sud (Rizzoli ed., pagg. 352, euro 19,00). Come un altro Risorgimento tradito, del resto per primo già ripercorso dallo scrittore e giornalista napoletano (inviato del «Mattino») con la sua fortunata Controstoria dell’Unità d’Italia. Un Paese a malapena unificato fu di nuovo spaccato non solo dall’ar mistizio dell’8 settembre fino alla pace, ma dalle sue conseguenze. Perché quella che poteva essere una resurrezione del Sud senza nazifascismo, fu anche una tragedia in più atti che segnò pure il futuro del Sud, non diversamente da ciò che avvenne dopo il 1861. 

Il primo atto furono le stragi di soldati italiani considerati tutt’altro che alleati nonostante la non belligeranza: anche peggio delle stragi e delle fucilazioni sommarie della lotta al brigantaggio. Poi i crimini contro la popolazione civile addirittura odiata e considerata non meno incivile e «affricana» (con due effe) di come la descrisse Nino Bixio dopo la risalita di Garibaldi. Poi i bombardamenti indiscriminati che distrussero il 64 per cento delle industrie. Poi un’inflazione selvaggia provocata dalla diffusione incontrollata delle Am-lire e la spaventosa miseria. Fra un atto e l’altro, una interessata collaborazione delle due potenze trasformò i boss di Cosa Nostra (a cominciare da Lucky Luciano) in galantuomini e addirittura sindaci, facendo crescere il potere della mafia come mai prima. Lo spudorato oltraggio alle donne violentate dai marocchini è rimasto una cicatrice e una vergogna mai cancellate. Il contrabbando, le malattie veneree, violenze di ogni genere martirizzarono soprattutto e ancòra una volta Napoli sempre meno ex-capitale. Altro che il mito soprattutto cinematografico degli «Hey, man» con le tavolette di cioccolata, le chewing gum e le sigarette per tutti di cui si è sempre detto che il Sud si fosse innamorato. 

Furono più conquistatori che liberatori (anche in questo ancòra una volta), padroni assoluti e arroganti, sospettosi e brutali in una torbida retrovia di bordelli e puttane prima di andare a morire a Cassino. Del resto il cinema se ne è anche occupato con lo struggente La ciociara del premio Oscar a Sophia Loren. E Napoli milionaria di Eduardo proprio partendo da quei giorni ci ha lasciato un quadro indimenticabile e universale della guerra e dei suoi orrori. Di Fiore non è autore che arrangi fonti e documenti. La sua impressionante precisione è figlia di una ricerca addirittura spasmodica, non c’è episodio in cui manchino una data e un nome. E così un periodo finora considerato solo controverso viene fuori con una luce ben più cupa. Soprattutto, è quel che conta, più cupa per il domani di un Sud che dalla guerra e dal dopoguerra uscì con le ossa molto più rotte del resto del Paese. E che pagò dopo non meno di prima. Davanti al boom della ricostruzione, nessuno tenne conto delle sue condizioni peggiori, meno che mai i governi nordisti figli della lotta partigiana al di là del Rubicone. 

Per l’ennesima volta il Sud era da rimuovere, forse colpevole di essere stato con Pescara, Brindisi e Salerno sede di un regno voltagabbana e vile. E quando gli americani, consci di ciò che avevano combinato, fecero arrivare i soldi del Piano Marshall soprattutto per il Sud, quei soldi andarono per il novanta per cento al Centro Nord. Una ennesima Questione Meridionale di cui il Sud non doveva lamentarsi. Tranne poi le pezze della Cassa per il Mezzogiorno per cercare di rimediare a ciò che era stato quasi irrimediabilmente compromesso. Di Fiore non usa toni partigiani di rivendicazione, ed è un altro dei pregi del suo racconto. Nel quale la Puglia compare non solo come vittima (vedi la vicenda oscura del generale Bellomo, la terra bruciata di Foggia, l’attacco al porto di Taranto) ma addirittura, con Bari, come faro della nuova Italia della speranza, della democrazia, della rinascita. Radio Bari, il congresso dei Comitati di Liberazione nazionale. L’Italia ricominciò da Sud, ma lo si dimenticò sùbito.


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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sabato 5 maggio 2012

Caro Nord ma dove vai se il Sud non ce l’hai?

di LINO PATRUNO

Ricomincio da Sud. Ci sono almeno tre ragioni per cui se l’Italia vuol crescere può farlo solo a Sud. Prima lo si capisce meglio è. Come meglio è se la si smette quanto prima di considerare il Sud un danno e non una salvezza per tutti. Prima ragione. Non ci vogliono trattati di economia per capire una banalità. Resteremo nell’incubo di questa crisi se si continua ad andare avanti con un sistema (gli intellettuali dicono “modello di sviluppo”) per cui il Nord deve fare da locomotiva e il Sud, se va bene, seguirlo come bagaglio appresso. Il risultato è una crescita dello zero virgola qualcosa, anzi ora andiamo indietro. E’ come se avessi una Porsche e la facessi andare come una Panda.

Non solo è uno spreco, ma prima o poi imballi il motore. Il Nord dovrebbe crescere al 10 per cento come una Cina per far crescere in media l’Italia almeno al 3 per cento, quota minima per riprendere a creare lavoro. Ma oggi solo la Cina è Cina. E poi il Nord è al limite, saturo, sfiatato, non può crescere più di tanto: devi avere anche lo spazio per altri capannoni. Se dai a un riccone altri cento euro, non ti ringrazierà neanche, se li dai a un poveraccio gli hai cambiato la giornata. Riesce a lavorare al Sud un venti per cento in meno rispetto al Nord: se potessero spaccherebbero le pietre. Si dovrebbero cambiare le condizioni, investire al Sud quei soldi destinati al Sud ma invece utilizzati per tante altre cose, dalle multe dei vaccari bergamaschi ai traghetti del lago Maggiore. E i treni, al Sud, si dovrebbe darglieli non toglierglieli. Seconda ragione (per cui bisognerebbe ricominciare da Sud). La conferma viene proprio in questi giorni dalla Banca d’Italia, non da qualche irriducibile terrone mezzo piagnone mezzo cialtrone. Nel Paese che i signorini dalle mani sporche della Lega Nord vogliono tagliare in due, se non ci fosse il Sud che acquista non ci sarebbe il Nord che vende. Altro che secessione, altro che ce ne andiamo per conto nostro: dove vanno? 

L’integrazione fra le due Italie è tale che dovrebbe far ricredere anche il Luca Ricolfi del “Sacco” (saccheggio) del Nord. Insomma la bibbia che il Salvini sbandiera sempre come dimostrazione del Sud parassita. La Banca d’Italia dice che è vero che ogni anno 50 mila miliardi di tasse del Nord vengono spesi anche nel resto del Paese. Ma è vero pure che ritornano con gli interessi (oltre 60 miliardi) in acquisto di prodotti del Nord da parte del Sud. E aumentano ancòra se ci aggiungiamo, mettiamo, i ricoveri di meridionali al Nord (pagati dalle Regioni del Sud). E se ci aggiungiamo i giovani meridionali che vanno a lavorare al Nord ma la cui istruzione l’hanno pagata i loro genitori al Sud (a parte le tasse che versano lì). Questi conticini li aveva già fatti da tempo Paolo Savona, economista, ex ministro, banchiere. Ma chi volete che gli desse retta visto che smentiva un pregiudizio sul Sud? Piagnone anche lui. Così si scopre anche (Luca Bianchi direttore della Svimez) che un quarto della ricchezza annuale della Lombardia proviene dalle vendite al Sud. Ma invece che di Sud creditore si continua a parlare di Sud debitore. E invece che, magari, di “Sacco” del Sud, si continua a parlare di “Sacco” del Nord.
Si è meridionali anche nei sacchi. Senza dimenticare la ciliegina che, nonostante tutto, la spesa dello Stato è maggiore al Nord che sta meglio rispetto al Sud che sta peggio. Ma c’è la terza ragione (per cui bisognerebbe ricominciare da Sud). Buona parte dell’attuale crisi del Nord è dovuta al fatto che è in crisi anche il Sud che compra meno. E che se dalla crisi si esce solo col rilancio dei consumi (e quindi della produzione, del lavoro ecc. ecc.), o il Sud si muove o la barca affonda. Il Nord dipende dal Sud, una bestemmia. E’ sbagliato allora non solo il sopraddetto “modello di sviluppo” della locomotiva, ma anche quello conseguente del Nord che vende e del Sud che acquista.
Pensiamo a cosa avverrebbe se tutti i Nicola Cassano e le Carmela Palumbo del Sud decidessero un giorno il CompraSud, acquistare solo prodotti meridionali (e ce ne sono): il panico. Conclusione: nessun Paese può reggersi su un Nord e su un Sud come in Italia. Nessun Paese almeno che voglia restare fra i primi dieci al mondo. Né si può tenere inutilizzato mezzo motore senza perdere velocità, anzi bruciando la testata. E con l’aggiunta che un altro “modello di sviluppo” (rieccolo) converrebbe anche al Nord perché la crescita del Sud lo farebbe sfiatare meno. Tranne che non si voglia lasciare tutto così perché fa comodo: la chiamiamo sottomissione? Ma se occorre ricominciare da Sud, anche il Sud deve ricominciare da se stesso. C’è al Sud una prateria di cose da fare (oltre che di cose fatte). Il Sud s’arrabbi di brutto per i treni tolti, ma poi metta in campo al più presto la propria locomotiva. Il futuro è a Sud.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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di LINO PATRUNO

Ricomincio da Sud. Ci sono almeno tre ragioni per cui se l’Italia vuol crescere può farlo solo a Sud. Prima lo si capisce meglio è. Come meglio è se la si smette quanto prima di considerare il Sud un danno e non una salvezza per tutti. Prima ragione. Non ci vogliono trattati di economia per capire una banalità. Resteremo nell’incubo di questa crisi se si continua ad andare avanti con un sistema (gli intellettuali dicono “modello di sviluppo”) per cui il Nord deve fare da locomotiva e il Sud, se va bene, seguirlo come bagaglio appresso. Il risultato è una crescita dello zero virgola qualcosa, anzi ora andiamo indietro. E’ come se avessi una Porsche e la facessi andare come una Panda.

Non solo è uno spreco, ma prima o poi imballi il motore. Il Nord dovrebbe crescere al 10 per cento come una Cina per far crescere in media l’Italia almeno al 3 per cento, quota minima per riprendere a creare lavoro. Ma oggi solo la Cina è Cina. E poi il Nord è al limite, saturo, sfiatato, non può crescere più di tanto: devi avere anche lo spazio per altri capannoni. Se dai a un riccone altri cento euro, non ti ringrazierà neanche, se li dai a un poveraccio gli hai cambiato la giornata. Riesce a lavorare al Sud un venti per cento in meno rispetto al Nord: se potessero spaccherebbero le pietre. Si dovrebbero cambiare le condizioni, investire al Sud quei soldi destinati al Sud ma invece utilizzati per tante altre cose, dalle multe dei vaccari bergamaschi ai traghetti del lago Maggiore. E i treni, al Sud, si dovrebbe darglieli non toglierglieli. Seconda ragione (per cui bisognerebbe ricominciare da Sud). La conferma viene proprio in questi giorni dalla Banca d’Italia, non da qualche irriducibile terrone mezzo piagnone mezzo cialtrone. Nel Paese che i signorini dalle mani sporche della Lega Nord vogliono tagliare in due, se non ci fosse il Sud che acquista non ci sarebbe il Nord che vende. Altro che secessione, altro che ce ne andiamo per conto nostro: dove vanno? 

L’integrazione fra le due Italie è tale che dovrebbe far ricredere anche il Luca Ricolfi del “Sacco” (saccheggio) del Nord. Insomma la bibbia che il Salvini sbandiera sempre come dimostrazione del Sud parassita. La Banca d’Italia dice che è vero che ogni anno 50 mila miliardi di tasse del Nord vengono spesi anche nel resto del Paese. Ma è vero pure che ritornano con gli interessi (oltre 60 miliardi) in acquisto di prodotti del Nord da parte del Sud. E aumentano ancòra se ci aggiungiamo, mettiamo, i ricoveri di meridionali al Nord (pagati dalle Regioni del Sud). E se ci aggiungiamo i giovani meridionali che vanno a lavorare al Nord ma la cui istruzione l’hanno pagata i loro genitori al Sud (a parte le tasse che versano lì). Questi conticini li aveva già fatti da tempo Paolo Savona, economista, ex ministro, banchiere. Ma chi volete che gli desse retta visto che smentiva un pregiudizio sul Sud? Piagnone anche lui. Così si scopre anche (Luca Bianchi direttore della Svimez) che un quarto della ricchezza annuale della Lombardia proviene dalle vendite al Sud. Ma invece che di Sud creditore si continua a parlare di Sud debitore. E invece che, magari, di “Sacco” del Sud, si continua a parlare di “Sacco” del Nord.
Si è meridionali anche nei sacchi. Senza dimenticare la ciliegina che, nonostante tutto, la spesa dello Stato è maggiore al Nord che sta meglio rispetto al Sud che sta peggio. Ma c’è la terza ragione (per cui bisognerebbe ricominciare da Sud). Buona parte dell’attuale crisi del Nord è dovuta al fatto che è in crisi anche il Sud che compra meno. E che se dalla crisi si esce solo col rilancio dei consumi (e quindi della produzione, del lavoro ecc. ecc.), o il Sud si muove o la barca affonda. Il Nord dipende dal Sud, una bestemmia. E’ sbagliato allora non solo il sopraddetto “modello di sviluppo” della locomotiva, ma anche quello conseguente del Nord che vende e del Sud che acquista.
Pensiamo a cosa avverrebbe se tutti i Nicola Cassano e le Carmela Palumbo del Sud decidessero un giorno il CompraSud, acquistare solo prodotti meridionali (e ce ne sono): il panico. Conclusione: nessun Paese può reggersi su un Nord e su un Sud come in Italia. Nessun Paese almeno che voglia restare fra i primi dieci al mondo. Né si può tenere inutilizzato mezzo motore senza perdere velocità, anzi bruciando la testata. E con l’aggiunta che un altro “modello di sviluppo” (rieccolo) converrebbe anche al Nord perché la crescita del Sud lo farebbe sfiatare meno. Tranne che non si voglia lasciare tutto così perché fa comodo: la chiamiamo sottomissione? Ma se occorre ricominciare da Sud, anche il Sud deve ricominciare da se stesso. C’è al Sud una prateria di cose da fare (oltre che di cose fatte). Il Sud s’arrabbi di brutto per i treni tolti, ma poi metta in campo al più presto la propria locomotiva. Il futuro è a Sud.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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venerdì 20 aprile 2012

LA TRUFFA DEL SOLE CHE SORGEVA AL NORD


di Lino Patruno

I diamanti rubati faranno più bene alla Lega Nord di quanto non abbiano fatto finora tutte le sparate di Bossi. Perché hanno messo a nudo il re. Rivelandolo non più presentabile di altri, ridicolizzandone l’arroganza di migliore, irridendone la pretesa di fare la lezione.
Nessuno dimentica il cappio col quale gli allegri compari in cravatta verde si presentarono in Parlamento dopo Tangentopoli: dovete andare tutti alla forca. E inutile che stiano a ripetere che, loro, si sono distinti facendo immediatamente piazza pulita di chi usava il denaro pubblico per comprarsi lingotti, ville. Porsche. Non fosse intervenuta la solita magistratura, oggi il Trota figlio di Bossi continuerebbe a essere adorato come un dio Maya.

Fosse però solo questo, sarebbe un’altra dose di disgusto per tutti i mariuoli della politica.
Ma siccome con puro volto bronzeo qualcuno di loro è tornato a parlare di federalismo, allora occorre superare la cronaca nera. Lo ha fatto il presidente del Piemonte, Cota, quello che ha il padre di San Severo ma fa finta di niente per non rivelare un neo nella sua pura razza padana. Però il ritorno come un disco rotto al federalismo riporta ai gridi di battaglia di un partito che, volendo spaccare l’Italia, invece di essere messo al bando è stato messo al governo dello stesso Paese che vuole spaccare.

La Lega nacque in guerra contro “Roma ladrona” che a suo dire toglieva soldi al Nord per darli al Sud. Quindi anzitutto una battaglia fiscale: meno tasse. Poi più libertà e liberalizzazioni. Più mercato meno Stato per le imprese di fronte alla nuova selvaggia concorrenza globale di un mondo senza più frontiere né dogane. Infine rottura con una malapolitica più attenta ai suoi privilegi che al Paese. Sintesi di tutto, il federalismo. Che partì come l’arma perfetta perché ci fosse più responsabilità nella spesa locale (ovviamente del Sud), condizione per avere lo stesso livello di servizi senza sprechi (la famosa siringa che costerebbe più al Sud che al Nord).

Ci poteva pure stare. Se si fosse tenuto conto che per non accentuare il divario economico fra Nord e Sud occorreva partire alla pari, soprattutto in quei beni pubblici (le infrastrutture) fondamentali per lo sviluppo: strade, autostrade, porti, aeroporti, ospedali, università, banche, già al 40 per cento in meno al Sud. Previsto quindi un fondo di perequazione. Con un meccanismo per cui lo Stato toglieva meno soldi ma anche meno ne passava a Regioni, Comuni, Province, che dovevano provvedere molto più di prima da sé. Così i più bravi ce l’avrebbero fatta, i più spendaccioni avrebbero dovuto imporre nuove tasse e vedersi fucilare dai cittadini.
Strada facendo però questo federalismo ha preso altre direzioni. Con la nuova parola d’ordine nordista: ciascuno si tiene i suoi soldi, alla faccia di un Paese unito. Nessuno sa che fine abbia fatto il fondo di perequazione. Né l’impegno sulle infrastrutture. Soprattutto non è diminuita la tassazione dello Stato perché non è diminuita la sua spesa, anzi: e proprio mentre stava al governo la stessa Lega. Così aumentavano sia le tasse statali che quelle locali: la Lega contribuiva a violare il suo stesso primo comandamento. Né i governi a trazione leghista hanno fatto nulla per le liberalizzazioni, smentendosi per la seconda volta.

Infine l’Ici, fondamento della tassazione locale. Col governo Monti diventata Imu, e non solo per cambiarle nome: metà dell’introito va ora allo Stato. Addio sogni di tassazione locale, di autonomia, di responsabilità, di ciascuno si governa da sé. E anche questo grazie a una crisi che la stessa Lega ha contribuito ad aggravare dicendo che va tutto bene, siamo i più bravi d’Europa.
Ma il crollo delle piccole imprese del Nord, le chiusure; i fallimenti, i suicidi hanno fatto capire che i problemi del Belpaese non dipendevano dal Sud parassita. Dipendevano dalla folle spesa dello Stato, dall’evasione fiscale, dalla corruzione, da una pubblica amministrazione asfissiante. dagli egoismi delle categorie che paralizzano tanto il Nord quanto il Sud. E rispetto ai quali la Lega per prima ha tradito i suoi elettori, molto più di quanto non abbiano fatto il tesoriere Belsito e il cerchio magico di farabutti che circondava Bossi a sua insaputa, naturalmente.
Se questa è l’aria, non si capisce perché si dovrebbe votare Lega, dato anche che vi si ruba non meno che altrove. Dato il fallimento di tutto un programma. E dato che, di fronte alla crisi, il Nord non regge (purtroppo, sia chiaro) più del Sud, il quale non reggeva neanche prima. Il Nord e il Sud con gli stessi problemi, anche se il Sud di più. Non Questione Settentrionale e Questione Meridionale ma Questione Italiana. Il Paese si salva tutto insieme, anzi si salva più al Sud dove c’è tanto da fare e fame di fare. Tutto il resto è noia, o razzismo: ma allora è un’altra storia.


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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di Lino Patruno

I diamanti rubati faranno più bene alla Lega Nord di quanto non abbiano fatto finora tutte le sparate di Bossi. Perché hanno messo a nudo il re. Rivelandolo non più presentabile di altri, ridicolizzandone l’arroganza di migliore, irridendone la pretesa di fare la lezione.
Nessuno dimentica il cappio col quale gli allegri compari in cravatta verde si presentarono in Parlamento dopo Tangentopoli: dovete andare tutti alla forca. E inutile che stiano a ripetere che, loro, si sono distinti facendo immediatamente piazza pulita di chi usava il denaro pubblico per comprarsi lingotti, ville. Porsche. Non fosse intervenuta la solita magistratura, oggi il Trota figlio di Bossi continuerebbe a essere adorato come un dio Maya.

Fosse però solo questo, sarebbe un’altra dose di disgusto per tutti i mariuoli della politica.
Ma siccome con puro volto bronzeo qualcuno di loro è tornato a parlare di federalismo, allora occorre superare la cronaca nera. Lo ha fatto il presidente del Piemonte, Cota, quello che ha il padre di San Severo ma fa finta di niente per non rivelare un neo nella sua pura razza padana. Però il ritorno come un disco rotto al federalismo riporta ai gridi di battaglia di un partito che, volendo spaccare l’Italia, invece di essere messo al bando è stato messo al governo dello stesso Paese che vuole spaccare.

La Lega nacque in guerra contro “Roma ladrona” che a suo dire toglieva soldi al Nord per darli al Sud. Quindi anzitutto una battaglia fiscale: meno tasse. Poi più libertà e liberalizzazioni. Più mercato meno Stato per le imprese di fronte alla nuova selvaggia concorrenza globale di un mondo senza più frontiere né dogane. Infine rottura con una malapolitica più attenta ai suoi privilegi che al Paese. Sintesi di tutto, il federalismo. Che partì come l’arma perfetta perché ci fosse più responsabilità nella spesa locale (ovviamente del Sud), condizione per avere lo stesso livello di servizi senza sprechi (la famosa siringa che costerebbe più al Sud che al Nord).

Ci poteva pure stare. Se si fosse tenuto conto che per non accentuare il divario economico fra Nord e Sud occorreva partire alla pari, soprattutto in quei beni pubblici (le infrastrutture) fondamentali per lo sviluppo: strade, autostrade, porti, aeroporti, ospedali, università, banche, già al 40 per cento in meno al Sud. Previsto quindi un fondo di perequazione. Con un meccanismo per cui lo Stato toglieva meno soldi ma anche meno ne passava a Regioni, Comuni, Province, che dovevano provvedere molto più di prima da sé. Così i più bravi ce l’avrebbero fatta, i più spendaccioni avrebbero dovuto imporre nuove tasse e vedersi fucilare dai cittadini.
Strada facendo però questo federalismo ha preso altre direzioni. Con la nuova parola d’ordine nordista: ciascuno si tiene i suoi soldi, alla faccia di un Paese unito. Nessuno sa che fine abbia fatto il fondo di perequazione. Né l’impegno sulle infrastrutture. Soprattutto non è diminuita la tassazione dello Stato perché non è diminuita la sua spesa, anzi: e proprio mentre stava al governo la stessa Lega. Così aumentavano sia le tasse statali che quelle locali: la Lega contribuiva a violare il suo stesso primo comandamento. Né i governi a trazione leghista hanno fatto nulla per le liberalizzazioni, smentendosi per la seconda volta.

Infine l’Ici, fondamento della tassazione locale. Col governo Monti diventata Imu, e non solo per cambiarle nome: metà dell’introito va ora allo Stato. Addio sogni di tassazione locale, di autonomia, di responsabilità, di ciascuno si governa da sé. E anche questo grazie a una crisi che la stessa Lega ha contribuito ad aggravare dicendo che va tutto bene, siamo i più bravi d’Europa.
Ma il crollo delle piccole imprese del Nord, le chiusure; i fallimenti, i suicidi hanno fatto capire che i problemi del Belpaese non dipendevano dal Sud parassita. Dipendevano dalla folle spesa dello Stato, dall’evasione fiscale, dalla corruzione, da una pubblica amministrazione asfissiante. dagli egoismi delle categorie che paralizzano tanto il Nord quanto il Sud. E rispetto ai quali la Lega per prima ha tradito i suoi elettori, molto più di quanto non abbiano fatto il tesoriere Belsito e il cerchio magico di farabutti che circondava Bossi a sua insaputa, naturalmente.
Se questa è l’aria, non si capisce perché si dovrebbe votare Lega, dato anche che vi si ruba non meno che altrove. Dato il fallimento di tutto un programma. E dato che, di fronte alla crisi, il Nord non regge (purtroppo, sia chiaro) più del Sud, il quale non reggeva neanche prima. Il Nord e il Sud con gli stessi problemi, anche se il Sud di più. Non Questione Settentrionale e Questione Meridionale ma Questione Italiana. Il Paese si salva tutto insieme, anzi si salva più al Sud dove c’è tanto da fare e fame di fare. Tutto il resto è noia, o razzismo: ma allora è un’altra storia.


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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sabato 31 marzo 2012

Politica anzi assicurazione sulla vita


di Lino Patruno

Sarà un’impressione, ma Bari in questi giorni sembra più sporca. Magari un po’ di vento che fa volare cartacce. Ma più sporca di fiducia perduta, come quando da qualche parte ci sono i vetri rotti e così rimangono sempre: allora uno va e ne rompe un altro. La sensazione di eterno ritorno indietro che è la peggiore malattia del Sud. E la delusione di una città che si illudeva di una diversità di finestre aperte a un nuovo sole.

Prima l’Edilizia Sporca e l’arresto dei due fratelli Degennaro, con corredo insignificante di cozze pelose regalate al sindaco Emiliano.Poi le Fatture Sporche e l’arresto dei due fratelli Antro, con corredo molto significante di una sessantina di case sequestrate, da Cortina a Vietri sul Mare passando per un terreno in Costa Smeralda. Tengono famiglia e sono per ora accusati e non condannati. Ma a Bari almeno i politici del Comune sono vittime, per quanto disattente. Alla Provincia sono stati addirittura essi stessi a denunciare e incastrare.

Invece c’è di diverso e di peggio rispetto a Bari. Alligna tutto un Paese di pubblici amministratori a occhi chiusi e tasche rigonfie, quanto di imprenditori dalla truffa facile e dalla fame continua. Tanto da non distinguere più corruttori e corrotti. Come se stare in politica significasse automaticamente privilegio, abuso, arroganza, arricchimento. Come se fosse naturale il diritto a case di favore, a parenti e amici sistemati, a posti gratis ovunque, a gettoni di presenza, a incarichi e consulenze. E non perché debbano pensare ai figli anche loro: il regno delle tangenti è la Lombardia, la regione più ricca di tutte. Ingordigia e convinzione dell’immunità. E poi, per stare proprio al sicuro, 30 mila aziende pubbliche in Italia, pronte a sistemare anche le seconde e terze linee, non eletti ed ex vari: hanno famiglia pure loro.

E’ l’eterno scambio nazionale. Da un lato una imprenditoria troppo spesso più capace di conoscenze giuste che di produrre uno spillo. Dall’altro lato una politica troppo spesso più brava a ingrassare se stessa che a non ridurre a pelle e ossa la gente. Una politica che non ha diritto a lamentarsi di chi l’attacca finché non troverà in se stessa il rigurgito di dignità per cacciare i mercanti dal tempio prima che ci arrivino la Finanza e il pubblico ministero. Finché non sarà più il sistema rapido per sistemarsi a spese dei fessi che credono ancòra alla befana.

In questo al Nord più sporcaccioni che al Sud, essendo roba loro tutti i Grandi Furti nazionali da Tangentopoli in poi. Il Sud soffred’altro, un po’ condannato un po’ autocondannato com’è all’assistenza dello Stato. Cosicché il politico migliore, si fa per dire, è quello più capace di far arrivare più soldi. Il migliore è cioè il più traffichino. qualifica che a fatica fa rima con onestà e capacità. Né con disinteresse personale. Per spezzare il meccanismo, il Sud dovrebbe essere messo (e si dovrebbe mettere) in grado di fare da solo senza assistenza. I politici non dovrebbero, mettiamo, rimanere in carica più di due volte. E gli imprenditori che partecipano ad appalti pubblici non dovrebbero poter fare i politici per assegnarli a se stessi. Invece, la politica è un’assicurazione sulla bella vita. Anzi, nelle campagne elettorali parte l’appello a consiglieri comunali, assessori, presidenti vari a sacrificarsi per candidarsi (senza che occorra troppo pregarli per il sacrificio). La casta.

Né, a quanto pare, i giovani sono di altra razza. Stanno sempre a inventarsi movimenti e associazioni culturali (culturali, ci mancherebbe) per far sentire la loro ansia più che la loro voce: scostatevi e fateci posto. Non meraviglia allora che a Bari, nei giorni caldi delle cozze pelose, abbiano convocato una maxi riunione per battere (e battersi) il petto tutti. E non meraviglia che non si sia visto un solo cittadino: il cittadino avrebbe voluto battere loro.

Ecco perché il successo del governo cosiddetto tecnico: per l’Italia la vera Primavera, la rinascita della natura. Magari qualche decisione sempre a carico di chi paga già, magari qualche parola di troppo, magari una inutile guerra santa sull’articolo 18. Ma decisioni, vivaddio, non prese per decenni, e in gran parte giuste. E a tambur battente, mica solo inedia e risse in tv (se solo si riuscisse a tener un po’ buono il sottosegretario Polillo). A conferma che non è vero che sia difficile o addirittura inutile governare gli italiani. I quali, quando suona la campana, ci sono sempre, anche a costo di prendersi la lezione del prof. Monti. Governo politico, altro che tecnico. Addirittura pedagogico.

Tornando a Bari, non bisogna, come si dice, buttare l’acqua con tutto il bambino. Un incidente di percorso ci può stare. Anzi due. Ma si riparino al più presto quei vetri rotti. E si stia lontani dai mercanti (e dai fratelli). Sono un’allergia, e non solo di stagione.

da: La Gazzetta del Mezzogiorno del 30 marzo 2012


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Leggi tutto »

di Lino Patruno

Sarà un’impressione, ma Bari in questi giorni sembra più sporca. Magari un po’ di vento che fa volare cartacce. Ma più sporca di fiducia perduta, come quando da qualche parte ci sono i vetri rotti e così rimangono sempre: allora uno va e ne rompe un altro. La sensazione di eterno ritorno indietro che è la peggiore malattia del Sud. E la delusione di una città che si illudeva di una diversità di finestre aperte a un nuovo sole.

Prima l’Edilizia Sporca e l’arresto dei due fratelli Degennaro, con corredo insignificante di cozze pelose regalate al sindaco Emiliano.Poi le Fatture Sporche e l’arresto dei due fratelli Antro, con corredo molto significante di una sessantina di case sequestrate, da Cortina a Vietri sul Mare passando per un terreno in Costa Smeralda. Tengono famiglia e sono per ora accusati e non condannati. Ma a Bari almeno i politici del Comune sono vittime, per quanto disattente. Alla Provincia sono stati addirittura essi stessi a denunciare e incastrare.

Invece c’è di diverso e di peggio rispetto a Bari. Alligna tutto un Paese di pubblici amministratori a occhi chiusi e tasche rigonfie, quanto di imprenditori dalla truffa facile e dalla fame continua. Tanto da non distinguere più corruttori e corrotti. Come se stare in politica significasse automaticamente privilegio, abuso, arroganza, arricchimento. Come se fosse naturale il diritto a case di favore, a parenti e amici sistemati, a posti gratis ovunque, a gettoni di presenza, a incarichi e consulenze. E non perché debbano pensare ai figli anche loro: il regno delle tangenti è la Lombardia, la regione più ricca di tutte. Ingordigia e convinzione dell’immunità. E poi, per stare proprio al sicuro, 30 mila aziende pubbliche in Italia, pronte a sistemare anche le seconde e terze linee, non eletti ed ex vari: hanno famiglia pure loro.

E’ l’eterno scambio nazionale. Da un lato una imprenditoria troppo spesso più capace di conoscenze giuste che di produrre uno spillo. Dall’altro lato una politica troppo spesso più brava a ingrassare se stessa che a non ridurre a pelle e ossa la gente. Una politica che non ha diritto a lamentarsi di chi l’attacca finché non troverà in se stessa il rigurgito di dignità per cacciare i mercanti dal tempio prima che ci arrivino la Finanza e il pubblico ministero. Finché non sarà più il sistema rapido per sistemarsi a spese dei fessi che credono ancòra alla befana.

In questo al Nord più sporcaccioni che al Sud, essendo roba loro tutti i Grandi Furti nazionali da Tangentopoli in poi. Il Sud soffred’altro, un po’ condannato un po’ autocondannato com’è all’assistenza dello Stato. Cosicché il politico migliore, si fa per dire, è quello più capace di far arrivare più soldi. Il migliore è cioè il più traffichino. qualifica che a fatica fa rima con onestà e capacità. Né con disinteresse personale. Per spezzare il meccanismo, il Sud dovrebbe essere messo (e si dovrebbe mettere) in grado di fare da solo senza assistenza. I politici non dovrebbero, mettiamo, rimanere in carica più di due volte. E gli imprenditori che partecipano ad appalti pubblici non dovrebbero poter fare i politici per assegnarli a se stessi. Invece, la politica è un’assicurazione sulla bella vita. Anzi, nelle campagne elettorali parte l’appello a consiglieri comunali, assessori, presidenti vari a sacrificarsi per candidarsi (senza che occorra troppo pregarli per il sacrificio). La casta.

Né, a quanto pare, i giovani sono di altra razza. Stanno sempre a inventarsi movimenti e associazioni culturali (culturali, ci mancherebbe) per far sentire la loro ansia più che la loro voce: scostatevi e fateci posto. Non meraviglia allora che a Bari, nei giorni caldi delle cozze pelose, abbiano convocato una maxi riunione per battere (e battersi) il petto tutti. E non meraviglia che non si sia visto un solo cittadino: il cittadino avrebbe voluto battere loro.

Ecco perché il successo del governo cosiddetto tecnico: per l’Italia la vera Primavera, la rinascita della natura. Magari qualche decisione sempre a carico di chi paga già, magari qualche parola di troppo, magari una inutile guerra santa sull’articolo 18. Ma decisioni, vivaddio, non prese per decenni, e in gran parte giuste. E a tambur battente, mica solo inedia e risse in tv (se solo si riuscisse a tener un po’ buono il sottosegretario Polillo). A conferma che non è vero che sia difficile o addirittura inutile governare gli italiani. I quali, quando suona la campana, ci sono sempre, anche a costo di prendersi la lezione del prof. Monti. Governo politico, altro che tecnico. Addirittura pedagogico.

Tornando a Bari, non bisogna, come si dice, buttare l’acqua con tutto il bambino. Un incidente di percorso ci può stare. Anzi due. Ma si riparino al più presto quei vetri rotti. E si stia lontani dai mercanti (e dai fratelli). Sono un’allergia, e non solo di stagione.

da: La Gazzetta del Mezzogiorno del 30 marzo 2012


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sabato 24 marzo 2012

"Lombroso è morto ma non il razzismo" intervista a Renato Curcio di Lino Patruno

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno, propongo e pubblico quest'interessante intervista di Lino Patruno a Renato Curcio, da notare soprattutto le risposte sul razzismo antimeridionale al Nord, nato con le teorie lombrosiane nell'800 e che continua oggi con le tesi leghiste...


Fonte:http://partitodelsud-roma.blogspot.it/

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Intervista con Renato Curcio di Lino Patruno



Renato Curcio ha oggi 70 anni, vive in un casolare a Carrù (Cuneo), si è risposato, ha una figlia, è direttore editoriale della casa editrice «Sensibili alle foglie» per la quale ha pubblicato il libro "Razzismo e indifferenza" che presenta in questi giorni in Puglia. È tra i fondatori delle Brigate Rosse. Nel libro, così si definisce: «montanaro, valdese, cristiano, comunista, anarchico, cittadino, sessantottino, brigatista, carcerario». Per la sua lotta armata, ha scontato più di 20 anni di carcere. Alla domanda su cosa sia oggi, risponde: «Uno che fa il suo lavoro cercando di capire cosa succede attorno a lui e dentro di lui». E aggiunge di voler parlare solo di razzismo, cioè del libro.

Ma nel libro parla anche di un mondo del lavoro «sferzato dalla precarietà» che colpisce ciò che si ottenne con le lotte degli anní’60 e’70. Cosa pensa allora della riforma dell’art. 18?
«Penso che si stia mettendo a dura prova una conquista che ritengo essenziale per garantire diritto e dignità del lavoro».
Don Andrea Gallo, nella prefazione, parla di avanzare In Italia di «un lento e strisciante colpo di Stato» e auspica una «democrazia insorgente»: è d’accordo?
«Mah, quella di don Andrea è una metafora. Io mi limito al recupero di alcune mappe culturali che dal 1861 a oggi sono rimaste sotto pelle in Italia».
A proposito di 1861, lei (figlio di una madre di Orsara di Puglia emigrata) parla di una sottomissione del Sud e di un razzismo verso i meridionali che cominciò allora. Continua ancora oggi?
«Certo. È uno schema culturale inventato dagli studiosi alla Lombroso e utilizzato dai Savoia. Disastroso per l’Italia. E che il razzismo verso il Sud persista, lo si vede al Nord grazie alla Lega xenofoba e antimeridionale».
Il Sud ha sempre dovuto emigrare. E ancora oggi 80 mila giovani meridionali vanno via ogni anno.
«Andar via è anche una forma di resistenza e di lotta. Quando non c’è sopravvivenza e si parte, si critica il Paese che costringe a farlo, è uno stigma delle politiche finora adottate nei confronti del Sud».
Ha citato Lombroso. A Torino c’è un museo a lui dedicato che si vorrebbe far chiudere.
«Sì, so bene, una cosa orrenda. Quegli esseri umani i cui teschi sono lì dovrebbero avere una volta per tutte la degna sepoltura che gli spetta».
C’è stato l’attentato di Tolosa. Ritiene che l’antisemitismo sia un pericolo ancora grave in Europa?
«Assolutamente sì. Ovunque si riproducono logiche razzistiche, grazie anche a una crisi che crea insicurezza e paura, sulle quali c’è chi specula e fomenta».
Lei parla di «affare del razzismo». E cita chi si arricchisce sui Cie (Centri identificazione ed espulsione). Qual è questo affare?
«C’è una industria che ha vari stadi con un vero e proprio interesse affaristico, per dire, nel mantenimento dei Cie. Uno scandalo che andrebbe rivelato. Anche per questo si trattengono lì persone che non hanno commesso alcun reato e che solo la stupidità e la malvagità tratta da pericolo e non da fonte di cultura e di ricchezza».
Qual è la forma più pericolosa di razzismo oggi?
«E quella che non si vede, è la non reazione di chi fa finta di non esserci, di chi giralo sguardo».
Lei anche per questo parla di odierne «folle fredde» rispetto alle «folle calde» del passato. Come ritiene che si possa tornare alla partecipazione?
«Credo che bisogna tornare ad aver fiducia nella parola, nella narrazione, raccontare e ascoltare. Essere cittadini che incontrano gli altri cittadini, rifuggendo dal Web senza territorio né storia, nel quale ognuno va all’appuntamento portando la sua solitudine».
Lei nel libro dice che una delle tecniche del potere è dimenticare per aver mano libera. Si riferisce in Italia anche al terrorismo?
«Sicuramente. Quella stagione è stata una stagione importante per questo Paese. Ma ora è come se nulla fosse, non la si ripercorre per parlarne. Ma non per parlare solo di una parte, ma di ciò che hanno fatto tutti coloro i quali allora c’erano».
Come evitare che si ripeta?
«Bisognerebbe capire cosa avvenne. Ma il silenzio delle istituzioni lo impedisce».
Renato Curcio non si è mai pentito né dissociato. E però non cessa il sordo dolore di chi dice che, se nessuno deve toccare Caino, il carnefice, nessuno si preoccupa anche di Abele, la vittima.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno del 23 marzo 2012

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Dalla Gazzetta del Mezzogiorno, propongo e pubblico quest'interessante intervista di Lino Patruno a Renato Curcio, da notare soprattutto le risposte sul razzismo antimeridionale al Nord, nato con le teorie lombrosiane nell'800 e che continua oggi con le tesi leghiste...


Fonte:http://partitodelsud-roma.blogspot.it/

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Intervista con Renato Curcio di Lino Patruno



Renato Curcio ha oggi 70 anni, vive in un casolare a Carrù (Cuneo), si è risposato, ha una figlia, è direttore editoriale della casa editrice «Sensibili alle foglie» per la quale ha pubblicato il libro "Razzismo e indifferenza" che presenta in questi giorni in Puglia. È tra i fondatori delle Brigate Rosse. Nel libro, così si definisce: «montanaro, valdese, cristiano, comunista, anarchico, cittadino, sessantottino, brigatista, carcerario». Per la sua lotta armata, ha scontato più di 20 anni di carcere. Alla domanda su cosa sia oggi, risponde: «Uno che fa il suo lavoro cercando di capire cosa succede attorno a lui e dentro di lui». E aggiunge di voler parlare solo di razzismo, cioè del libro.

Ma nel libro parla anche di un mondo del lavoro «sferzato dalla precarietà» che colpisce ciò che si ottenne con le lotte degli anní’60 e’70. Cosa pensa allora della riforma dell’art. 18?
«Penso che si stia mettendo a dura prova una conquista che ritengo essenziale per garantire diritto e dignità del lavoro».
Don Andrea Gallo, nella prefazione, parla di avanzare In Italia di «un lento e strisciante colpo di Stato» e auspica una «democrazia insorgente»: è d’accordo?
«Mah, quella di don Andrea è una metafora. Io mi limito al recupero di alcune mappe culturali che dal 1861 a oggi sono rimaste sotto pelle in Italia».
A proposito di 1861, lei (figlio di una madre di Orsara di Puglia emigrata) parla di una sottomissione del Sud e di un razzismo verso i meridionali che cominciò allora. Continua ancora oggi?
«Certo. È uno schema culturale inventato dagli studiosi alla Lombroso e utilizzato dai Savoia. Disastroso per l’Italia. E che il razzismo verso il Sud persista, lo si vede al Nord grazie alla Lega xenofoba e antimeridionale».
Il Sud ha sempre dovuto emigrare. E ancora oggi 80 mila giovani meridionali vanno via ogni anno.
«Andar via è anche una forma di resistenza e di lotta. Quando non c’è sopravvivenza e si parte, si critica il Paese che costringe a farlo, è uno stigma delle politiche finora adottate nei confronti del Sud».
Ha citato Lombroso. A Torino c’è un museo a lui dedicato che si vorrebbe far chiudere.
«Sì, so bene, una cosa orrenda. Quegli esseri umani i cui teschi sono lì dovrebbero avere una volta per tutte la degna sepoltura che gli spetta».
C’è stato l’attentato di Tolosa. Ritiene che l’antisemitismo sia un pericolo ancora grave in Europa?
«Assolutamente sì. Ovunque si riproducono logiche razzistiche, grazie anche a una crisi che crea insicurezza e paura, sulle quali c’è chi specula e fomenta».
Lei parla di «affare del razzismo». E cita chi si arricchisce sui Cie (Centri identificazione ed espulsione). Qual è questo affare?
«C’è una industria che ha vari stadi con un vero e proprio interesse affaristico, per dire, nel mantenimento dei Cie. Uno scandalo che andrebbe rivelato. Anche per questo si trattengono lì persone che non hanno commesso alcun reato e che solo la stupidità e la malvagità tratta da pericolo e non da fonte di cultura e di ricchezza».
Qual è la forma più pericolosa di razzismo oggi?
«E quella che non si vede, è la non reazione di chi fa finta di non esserci, di chi giralo sguardo».
Lei anche per questo parla di odierne «folle fredde» rispetto alle «folle calde» del passato. Come ritiene che si possa tornare alla partecipazione?
«Credo che bisogna tornare ad aver fiducia nella parola, nella narrazione, raccontare e ascoltare. Essere cittadini che incontrano gli altri cittadini, rifuggendo dal Web senza territorio né storia, nel quale ognuno va all’appuntamento portando la sua solitudine».
Lei nel libro dice che una delle tecniche del potere è dimenticare per aver mano libera. Si riferisce in Italia anche al terrorismo?
«Sicuramente. Quella stagione è stata una stagione importante per questo Paese. Ma ora è come se nulla fosse, non la si ripercorre per parlarne. Ma non per parlare solo di una parte, ma di ciò che hanno fatto tutti coloro i quali allora c’erano».
Come evitare che si ripeta?
«Bisognerebbe capire cosa avvenne. Ma il silenzio delle istituzioni lo impedisce».
Renato Curcio non si è mai pentito né dissociato. E però non cessa il sordo dolore di chi dice che, se nessuno deve toccare Caino, il carnefice, nessuno si preoccupa anche di Abele, la vittima.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno del 23 marzo 2012

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