venerdì 16 marzo 2012

Il Muro che non fa passare il Sud


di LINO PATRUNO
L’inviato del giornale del Nord scrive per il suo pubblico: e il suo pubblico forse non vuol sentire nulla di buono sul Sud. Magari neanche per specularci, anzitutto per non essere disturbato nelle sue convinzioni. Detto e fatto: l’inviato scende nelle tre principali città del Sud e la missione è compiuta. Napoli, Palermo e Bari come le descriviamo? Con lo stesso meccanismo col quale si dice, per esempio, che il freddo al Nord è secco e al Sud è umido, che quaggiù la “o” è chiusa e lassù aperta, che i sudisti sanno divertirsi e loro no (perché, ovvio, hanno da lavorare). Certezze, ci vogliono.

Allora Napoli. La città dell’impiego pubblico ha più dipendenti dell’Unione Europea.

Vero, ma serve a poco senza aggiungere le responsabilità degli sciagurati politici locali ma anche di una politica nazionale che ha voluto creare, in cambio di voti, più posti pubblici che posti per farci le fabbriche. Al Cardarelli c’è un reparto di barelle: vero, ma serve a poco senza dire che i Pronto soccorso sono più o meno una sciagura ovunque (vedi Roma) e che a Milano ci sono stati un paio di cosine come il San Raffaele e la clinica dove amputavano i sani. L’assistenza sociale è data in appalto alla malavita: vero, ma serve a nulla senza dire che altrove (guarda guarda, Lombardia) c’è una malavita dei colletti bianchi che ci fa un Paese fra i più corrotti del mondo. E poi, di notte sulla “volante” della polizia, l’ora in cui, come si diceva un tempo, lavorano solo prostitute e giornalisti: più facile che ci trovi malavita organizzata che buonavita organizzata.

Così Palermo. I siciliani stessi lamentano che in parte è ciò che il Sud non dovrebbe mai essere: ed è bene che l’inviato lo dica. Forse dovrebbe dire anche che le regioni a statuto speciale un po’ si somigliano in tutt’Italia. E’ bene che l’inviato ricordi la mafia, anche perché scrive giustamente che i turisti per primi vanno per viverne il brivido strisciando lungo i muri. Ed è bene che la città sia descritta di commovente bellezza, senza citare però alcun barbaglio di commovente futuro tranne i “forconi” che paiono purtroppo commovente passato.

Infine Bari. Ci vuole fortuna nella vita, perché dopo la discesa dell’inviato è esploso l’affaraccio del Petruzzelli, come dire la bandiera non solo locale. Una indegnità. (Poi è esplosa anche una storia di tangenti, ma qui Milano è appunto maestra). Continuare però a ripetere “Bari degli scandali”, della “cocaina”, delle “notti brave” in discoteca non sembra un approfondimento (come l’articolo si presenta) su una città che in materia ha già ampiamente dato alla patria. Schifo, non ci sono dubbi. Senza dire della lentezza esasperante della giustizia e dei caporioni difesi dal sistema. Come uno schifo che la squadra della città abbia avuto nel seno tipini tanto schiappe e super pagati quanto propensi a vendersi le partite come respiravano. E anche qui, giro finale sulla “volante” nelle tenebre: qualche malamente è inevitabile che lo trovi.

Ora, parliamoci chiaro, l’inviato potrebbe obiettare: ecco il solito “benaltrismo”, non parlate di noi perché c’è “ben altro”. D’accordo. E poi si sa che i giornalisti lavorano sulle eccezioni, quindi è ovvio che ci sia la tradizionale “parte sana” del Sud che è la grande maggioranza e non appare eccetera eccetera. E la verità è anche che non si dovrebbe lasciare in appalto ad altri i propri mali, benché la stampa del Sud non si faccia certo pregare a spiattellare il florilegio quotidiano dei panni sporchi domestici. Né infine discutere con chi esprime altre opinioni sul Sud dovrebbe significare essere automaticamente intruppati in qualche fantomatica Lega Sud, che non esiste per la semplice ragione che anche a fare una Lega è più bravo (per sfortuna loro) il Nord.

Conclusione. E’ una vita che, di fronte a ciò che scrivono al Nord, il Sud si divide. Chi plaude, meno male che le cose le vengono a dire loro. Chi si ribella, vengono a descriverci sempre come munnezza, ladri, sprechi. Però sarebbe ora che anzitutto il Sud se ne rendesse conto: al di là della sua voglia delegata di sfogarsi, c’è un Muro peggio di quello di Berlino che gli impedisce di passare al di là con una immagine diversa da quella che fa comodo. Legata al peggio. E immagine negativa legata purtroppo anche alle intenzioni nascoste di una politica nazionale che verso il Sud è indifferente e ostile quanto la politica locale è troppo spesso incapace e impresentabile.

Poi, l’unica cosa chiara è che senza il Sud, ovviamente quello che meno che mai appare sui giornali del Nord, l’Italia non starebbe fra i dieci Paesi più ricchi del mondo. Come è chiaro che, se un Dio (forse terrone) deve dare una mano al Sud, l’altra mano il Sud se la deve dare inesorabilmente da solo.

Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

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di LINO PATRUNO
L’inviato del giornale del Nord scrive per il suo pubblico: e il suo pubblico forse non vuol sentire nulla di buono sul Sud. Magari neanche per specularci, anzitutto per non essere disturbato nelle sue convinzioni. Detto e fatto: l’inviato scende nelle tre principali città del Sud e la missione è compiuta. Napoli, Palermo e Bari come le descriviamo? Con lo stesso meccanismo col quale si dice, per esempio, che il freddo al Nord è secco e al Sud è umido, che quaggiù la “o” è chiusa e lassù aperta, che i sudisti sanno divertirsi e loro no (perché, ovvio, hanno da lavorare). Certezze, ci vogliono.

Allora Napoli. La città dell’impiego pubblico ha più dipendenti dell’Unione Europea.

Vero, ma serve a poco senza aggiungere le responsabilità degli sciagurati politici locali ma anche di una politica nazionale che ha voluto creare, in cambio di voti, più posti pubblici che posti per farci le fabbriche. Al Cardarelli c’è un reparto di barelle: vero, ma serve a poco senza dire che i Pronto soccorso sono più o meno una sciagura ovunque (vedi Roma) e che a Milano ci sono stati un paio di cosine come il San Raffaele e la clinica dove amputavano i sani. L’assistenza sociale è data in appalto alla malavita: vero, ma serve a nulla senza dire che altrove (guarda guarda, Lombardia) c’è una malavita dei colletti bianchi che ci fa un Paese fra i più corrotti del mondo. E poi, di notte sulla “volante” della polizia, l’ora in cui, come si diceva un tempo, lavorano solo prostitute e giornalisti: più facile che ci trovi malavita organizzata che buonavita organizzata.

Così Palermo. I siciliani stessi lamentano che in parte è ciò che il Sud non dovrebbe mai essere: ed è bene che l’inviato lo dica. Forse dovrebbe dire anche che le regioni a statuto speciale un po’ si somigliano in tutt’Italia. E’ bene che l’inviato ricordi la mafia, anche perché scrive giustamente che i turisti per primi vanno per viverne il brivido strisciando lungo i muri. Ed è bene che la città sia descritta di commovente bellezza, senza citare però alcun barbaglio di commovente futuro tranne i “forconi” che paiono purtroppo commovente passato.

Infine Bari. Ci vuole fortuna nella vita, perché dopo la discesa dell’inviato è esploso l’affaraccio del Petruzzelli, come dire la bandiera non solo locale. Una indegnità. (Poi è esplosa anche una storia di tangenti, ma qui Milano è appunto maestra). Continuare però a ripetere “Bari degli scandali”, della “cocaina”, delle “notti brave” in discoteca non sembra un approfondimento (come l’articolo si presenta) su una città che in materia ha già ampiamente dato alla patria. Schifo, non ci sono dubbi. Senza dire della lentezza esasperante della giustizia e dei caporioni difesi dal sistema. Come uno schifo che la squadra della città abbia avuto nel seno tipini tanto schiappe e super pagati quanto propensi a vendersi le partite come respiravano. E anche qui, giro finale sulla “volante” nelle tenebre: qualche malamente è inevitabile che lo trovi.

Ora, parliamoci chiaro, l’inviato potrebbe obiettare: ecco il solito “benaltrismo”, non parlate di noi perché c’è “ben altro”. D’accordo. E poi si sa che i giornalisti lavorano sulle eccezioni, quindi è ovvio che ci sia la tradizionale “parte sana” del Sud che è la grande maggioranza e non appare eccetera eccetera. E la verità è anche che non si dovrebbe lasciare in appalto ad altri i propri mali, benché la stampa del Sud non si faccia certo pregare a spiattellare il florilegio quotidiano dei panni sporchi domestici. Né infine discutere con chi esprime altre opinioni sul Sud dovrebbe significare essere automaticamente intruppati in qualche fantomatica Lega Sud, che non esiste per la semplice ragione che anche a fare una Lega è più bravo (per sfortuna loro) il Nord.

Conclusione. E’ una vita che, di fronte a ciò che scrivono al Nord, il Sud si divide. Chi plaude, meno male che le cose le vengono a dire loro. Chi si ribella, vengono a descriverci sempre come munnezza, ladri, sprechi. Però sarebbe ora che anzitutto il Sud se ne rendesse conto: al di là della sua voglia delegata di sfogarsi, c’è un Muro peggio di quello di Berlino che gli impedisce di passare al di là con una immagine diversa da quella che fa comodo. Legata al peggio. E immagine negativa legata purtroppo anche alle intenzioni nascoste di una politica nazionale che verso il Sud è indifferente e ostile quanto la politica locale è troppo spesso incapace e impresentabile.

Poi, l’unica cosa chiara è che senza il Sud, ovviamente quello che meno che mai appare sui giornali del Nord, l’Italia non starebbe fra i dieci Paesi più ricchi del mondo. Come è chiaro che, se un Dio (forse terrone) deve dare una mano al Sud, l’altra mano il Sud se la deve dare inesorabilmente da solo.

Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

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venerdì 9 marzo 2012

MA GUARDA DA QUALE NORD ARRIVA LA PREDICA

di LINO PATRUNO

Ovviamente, gli arrestati e gli indagati sono alla Regione Lombardia ma la vera corruzione è al Sud. Ultimo episodio: il presidente del Consiglio regionale lombardo, Boni (Lega Nord), indagato per una mazzetta di un milione. Non meraviglia che a dirottarla sul solito Sud sia stato il presidente (anch’egli leghista) della Provincia di Varese. Galli. Meraviglia che vi si sia accodato un galantuomo come l’ex ministro Bondi.

Ma si sa, quando si tratta del Sud, una botta ci sta sempre bene. Per tenerlo sotto pressione. Anzi, dopo averle sputato addosso per una vita, Galli ha aggiunto che la magistratura lombarda è superiore a quella del Sud.
Invece le cifre dicono che, a vent’anni da Tangentopoli, tutti i maggiori scandali politico-finanziari d’Italia sono avvenuti al Nord. Diciamo Centro Nord perché un posto d’onore spetta a Roma.

Si può dire che è naturale, visto che lì ci sono i soldi. Si può dire che è strano, visto che se ci sono i soldi non dovrebbero cercarne altri.

Il fatto è che ora la corruzione ha avuto una evoluzione (o involuzione) della specie: non sistema dei partiti, ma roba da manovalanza dei partiti, singoli componenti che sempre più spesso, più che a finanziare il partito, pensano a comprarsi la villa al mare. Caso più clamoroso, il tesoriere dell’ex Margherita, Lusi: fa sparire 13 milioni (trattasi di 26 miliardi di lire) perché, dice, mi servivano e me li sono presi. Alé.

Chiedere a qualcuno di dimettersi, significa fare giustizialismo. Per ora e come sempre tutti si affannano a pontificare che ci vuole una legge anticorruzione, dopo aver avuto vent’anni per farla.

Anzi dopo che l’ultimo governo l’aveva preparata lasciandola però in un cassetto. Un errore, dice onestamente qualche suo componente di spicco. Un orrore che ci voglia una legge (ancòra eventuale) per impedire che si rubi, anche se non potrà impedire che troppo spesso ci si dia alla politica proprio per rubare. Insomma è tremendo dover affidare una etica nazionale alle (ancòra eventuali) sanzioni.

Così si hanno i sondaggi in base ai quali solo l’8 per cento della popolazione ha fiducia nella politica. Diciamolo senza santificare questa mitica società civile tutta piena di buoni sentimenti. E tutta pronta a dire che il problema in Italia è appunto questa classe politica, come se chi la esprime e chi la vota e chi molte volte la difende provenisse da Marte. I delinquenti non sono isolati, sono solo sfortunati in attesa di riciclaggio, questa la verità. Magari non in parlamento, ma un posto in un consiglio di amministrazione con gettone è sempre pronto. La condanna è sempre “quasi”, mai netta. A cominciare da quella morale.

Ora non facciamo i verginelli: la corruzione c’è in tutto il mondo. Che l’Italia sia fra i primi al mondo, è che siamo sempre i migliori di tutti. C’è soprattutto nei Paesi in cui le regole e le leggi sono più blande, diciamo tutte le repubbliche delle banane di questa Terra. E c’è dove, all’opposto, ci sono regimi autoritari, con la corruzione che si annida indisturbata sotto la dittatura che spadroneggia. Ma non c’è bisogno della dittatura. E’ sufficiente che ci sia Stato dappertutto.

Significa diverse cose. Uno: significa una pubblica amministrazione inefficiente e debordante che, invece di facilitare, impedisce. E più passaggi sono necessari per far andare avanti una pratica, più è probabile che i passaggi debbano essere oliati con qualche bustarella.

Due: significa un peso inaccettabile dell’economia nello Stato, come in Italia. Perché, per dirne una, servizi come i bus o la nettezza urbana devono essere gestiti da politici che poi vanno a caccia di soldi anche per farsi rivotare? O politici che abusano del potere per assumere il nipote, perché corruzione vuol dire anche clientelismo della raccomandazione più che giustizia del merito.

Tre: significa soldi pubblici a pioggia, e qui c’entra il Sud. Con inefficienza e sottosviluppo che permangono. il politico dice: votami e io faccio arrivare i soldi. E se poi i soldi non li fa arrivare (e non assume questa volta tuo nipote) o è incapace o è poco potente o inadempiente, quindi da non rieleggere. Purtroppo questo è stato quasi sempre il meccanismo di selezione della classe politica al Sud. Non i più bravi (o magari i più onesti) ma i più traffichini, nel senso di bravi a destreggiarsi nel traffico dei denari. Non sorprende che il Sud sia dov’è.

Vedremo ora l’evoluzione del caso Boni. Abbiamo fiducia nella magistratura, dicono tutti. Ma sfortunato il Paese che invece di decidere da sé di non peccare si affida al prete o alla magistratura. E poi, perché la politica non fa piazza pulita da sola invece di far fare alla magistratura gridando poi magari alla persecuzione giudiziaria? Perché un Paese al tramonto si vede anche da questo.

Da: La Gazzetta del Mezzogiorno” del 9 marzo 2012

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di LINO PATRUNO

Ovviamente, gli arrestati e gli indagati sono alla Regione Lombardia ma la vera corruzione è al Sud. Ultimo episodio: il presidente del Consiglio regionale lombardo, Boni (Lega Nord), indagato per una mazzetta di un milione. Non meraviglia che a dirottarla sul solito Sud sia stato il presidente (anch’egli leghista) della Provincia di Varese. Galli. Meraviglia che vi si sia accodato un galantuomo come l’ex ministro Bondi.

Ma si sa, quando si tratta del Sud, una botta ci sta sempre bene. Per tenerlo sotto pressione. Anzi, dopo averle sputato addosso per una vita, Galli ha aggiunto che la magistratura lombarda è superiore a quella del Sud.
Invece le cifre dicono che, a vent’anni da Tangentopoli, tutti i maggiori scandali politico-finanziari d’Italia sono avvenuti al Nord. Diciamo Centro Nord perché un posto d’onore spetta a Roma.

Si può dire che è naturale, visto che lì ci sono i soldi. Si può dire che è strano, visto che se ci sono i soldi non dovrebbero cercarne altri.

Il fatto è che ora la corruzione ha avuto una evoluzione (o involuzione) della specie: non sistema dei partiti, ma roba da manovalanza dei partiti, singoli componenti che sempre più spesso, più che a finanziare il partito, pensano a comprarsi la villa al mare. Caso più clamoroso, il tesoriere dell’ex Margherita, Lusi: fa sparire 13 milioni (trattasi di 26 miliardi di lire) perché, dice, mi servivano e me li sono presi. Alé.

Chiedere a qualcuno di dimettersi, significa fare giustizialismo. Per ora e come sempre tutti si affannano a pontificare che ci vuole una legge anticorruzione, dopo aver avuto vent’anni per farla.

Anzi dopo che l’ultimo governo l’aveva preparata lasciandola però in un cassetto. Un errore, dice onestamente qualche suo componente di spicco. Un orrore che ci voglia una legge (ancòra eventuale) per impedire che si rubi, anche se non potrà impedire che troppo spesso ci si dia alla politica proprio per rubare. Insomma è tremendo dover affidare una etica nazionale alle (ancòra eventuali) sanzioni.

Così si hanno i sondaggi in base ai quali solo l’8 per cento della popolazione ha fiducia nella politica. Diciamolo senza santificare questa mitica società civile tutta piena di buoni sentimenti. E tutta pronta a dire che il problema in Italia è appunto questa classe politica, come se chi la esprime e chi la vota e chi molte volte la difende provenisse da Marte. I delinquenti non sono isolati, sono solo sfortunati in attesa di riciclaggio, questa la verità. Magari non in parlamento, ma un posto in un consiglio di amministrazione con gettone è sempre pronto. La condanna è sempre “quasi”, mai netta. A cominciare da quella morale.

Ora non facciamo i verginelli: la corruzione c’è in tutto il mondo. Che l’Italia sia fra i primi al mondo, è che siamo sempre i migliori di tutti. C’è soprattutto nei Paesi in cui le regole e le leggi sono più blande, diciamo tutte le repubbliche delle banane di questa Terra. E c’è dove, all’opposto, ci sono regimi autoritari, con la corruzione che si annida indisturbata sotto la dittatura che spadroneggia. Ma non c’è bisogno della dittatura. E’ sufficiente che ci sia Stato dappertutto.

Significa diverse cose. Uno: significa una pubblica amministrazione inefficiente e debordante che, invece di facilitare, impedisce. E più passaggi sono necessari per far andare avanti una pratica, più è probabile che i passaggi debbano essere oliati con qualche bustarella.

Due: significa un peso inaccettabile dell’economia nello Stato, come in Italia. Perché, per dirne una, servizi come i bus o la nettezza urbana devono essere gestiti da politici che poi vanno a caccia di soldi anche per farsi rivotare? O politici che abusano del potere per assumere il nipote, perché corruzione vuol dire anche clientelismo della raccomandazione più che giustizia del merito.

Tre: significa soldi pubblici a pioggia, e qui c’entra il Sud. Con inefficienza e sottosviluppo che permangono. il politico dice: votami e io faccio arrivare i soldi. E se poi i soldi non li fa arrivare (e non assume questa volta tuo nipote) o è incapace o è poco potente o inadempiente, quindi da non rieleggere. Purtroppo questo è stato quasi sempre il meccanismo di selezione della classe politica al Sud. Non i più bravi (o magari i più onesti) ma i più traffichini, nel senso di bravi a destreggiarsi nel traffico dei denari. Non sorprende che il Sud sia dov’è.

Vedremo ora l’evoluzione del caso Boni. Abbiamo fiducia nella magistratura, dicono tutti. Ma sfortunato il Paese che invece di decidere da sé di non peccare si affida al prete o alla magistratura. E poi, perché la politica non fa piazza pulita da sola invece di far fare alla magistratura gridando poi magari alla persecuzione giudiziaria? Perché un Paese al tramonto si vede anche da questo.

Da: La Gazzetta del Mezzogiorno” del 9 marzo 2012

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sabato 3 marzo 2012

CARO SUD ME NE VADO PER FARTI PENTIRE


di Lino Patruno

E’ vero che gli esseri umani non hanno radici: le radici le hanno le piante. Gli esseri umani hanno piedi, e i piedi sono fatti per andare. Quindi, che i giovani del Sud vadano via, non è uno scandalo. Qualcuno disse che hanno «piedi leggeri», volano. Non è uno scandalo specie se l’alternativa alla fuga è lo spreco dei talenti. Allora sarebbe più onesto invogliarli ad andar via che farli marcire.

Un recente libro (di Piercamillo Falasca, Rubbettino editore) li ha definiti «Terroni 2.0», cioè terroni tecnologici. I quali sarebbero capaci (di cambiare il Sud vivendo altrove. Adottando il linguaggio tecnologico si potrebbe dire «in remoto».

Come, cambiare il Sud vivendo altrove? Sì, tanto per cominciare, dicono, sbattendo in faccia al Sud i suoi vizi antichi.

Caro Sud, invece di stare tutta una vita in attesa del tuo «posto», invece di aspettare che qualcuno mi conceda come «favore» ciò che mi spetta di diritto, invece di dover chiedere il «permesso» per fare qualsiasi cosa, invece di dover pagare un prezzo continuo alla piccola e grande illegalità, ti dico ciao e me ne vado. Così ti aiuto anche se non te ne accorgi. Ti aiuto a essere diverso.

MONITO-Poi, caro Sud, ti aiuto con una nuova forma di «rimessa», quella che un tempo gli emigranti mandavano a casa (ma adesso è da casa che la mandano ai figli emigrati). Ti mando da lontano il monito (e il tuo rimorso) che se continui a premiare non il merito ma la raccomandazione, non la bravura ma l’amicizia, non l’indipendenza ma l’appartenenza, prima o poi ti resteranno solo i vecchi e i bambini (e neanche, visto che non ne fai più perché diventano, e si capisce, un peso).

Sarà una forma di arroganza, o una forma di sopravvivenza, si vedrà. Essi parlano di «resistenza culturale», di dichiarazione di indipendenza, di libero governo in esilio. Si definiscono rivoluzionari non disertori. Perché non è vero che se ne vanno sbattendo la porta, che appena un po’ più in là si faranno un altro accento, tornando solo per matrimoni e funerali. Se ne vanno, assicurano (o assicura l’autore del libro) con l’impegno di lavorare alla loro terra da lontano, di partecipare alla vita pubblica a distanza. Esempio: due salentini che insegnano alla Bocconi e che hanno calcolato il beneficio che la mitica «Notte della taranta» porta al territorio (molto). Anzi uno dei due la taranta la suona con altri conterroni in un gruppo al Nord.

Sarebbero alla lontana quelli che Marcello Veneziani ha definito «terroni globali», che ti trovi in tutte le parti del mondo, ma che per loro significa più esattamente capaci di andare per tutte le vie del mondo. Aiutati, in questo, da Internet, da Skype, da Ryanair, cioè da tutti quei mezzi «low cost», a basso costo, che le vie del mondo le stanno accorciando. Anzi che, grazie anche ai mascalzoni della finanza planetaria, stanno imponendo un nuovo benvenuto stile di vita al mondo.

Certo, oggi Internet ti consente di essere «in nessun posto» e «in ogni posto», un lavoro su Internet lo puoi fare da Spinazzola o da Caracas, non importa. Quindi questi nuovi terroni potrebbero lavorare per il Sud anche standogli accuratamente alla larga. A parte che ciascuno è padrone del suo destino. E se il Sud, mettiamo, perde un giovane medico che se ne va (come perde ingegneri, architetti, economisti, scienziati), quel giovane medico prestissimo potrà operare un paziente del Sud con un robot a distanza. Sarà gelido e spettrale, ma sarà.

Non ci sono dubbi che questi terroni siano un po’ didattici nei confronti di chi, avviene, vuole andarsene e non può. E non ci sono dubbi che il loro sia un modo individuale di voler risolvere un problema collettivo, cambiare appunto il Sud «parastatale» che lasciano. Non per niente sprizzano concezioni liberali a cento miglia, penso a me così pensando a tutti. Col grosso sospetto più di egoismo che di filantropia.

Dovrebbero fare quello che lo stesso Veneziani si augura, una nuova discesa dei Mille al Sud. Ma non quelli di Garibaldi bensì Mille giovani meridionali di talento che se ne sono andati e che appunto tornano a trasmettere più un’aria di mondo che un mondo di arie. Diversamente anche dall’ex ministro Brunetta che i nuovi Mille al Sud li vede come grandi dirigenti di importazione che mettano un po’ di cose a posto.

MENTALITA'-Lavori in corso, come si vede. Chissà che non si possano fare, diciamo, via Facebook le battaglie non solo per far cambiare mentalità al Sud ma anche per fare cambiare mentalità nei confronti del Sud. La battaglia, chessò, per un treno eliminato o per un’autostrada in costruzione da cinquant’anni. E chissà che non si possano avere sindaci o amministratori qualsiasi, la famosa classe dirigente, che decide da lontano via messaggini telefonici. È la classe dirigente che soprattutto manca. Ma è quella, ahinoi, che ha bisogno dell’appello ogni mattina, ed è quella che non si può formare per corrispondenza. O no, terroni 2.0?

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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di Lino Patruno

E’ vero che gli esseri umani non hanno radici: le radici le hanno le piante. Gli esseri umani hanno piedi, e i piedi sono fatti per andare. Quindi, che i giovani del Sud vadano via, non è uno scandalo. Qualcuno disse che hanno «piedi leggeri», volano. Non è uno scandalo specie se l’alternativa alla fuga è lo spreco dei talenti. Allora sarebbe più onesto invogliarli ad andar via che farli marcire.

Un recente libro (di Piercamillo Falasca, Rubbettino editore) li ha definiti «Terroni 2.0», cioè terroni tecnologici. I quali sarebbero capaci (di cambiare il Sud vivendo altrove. Adottando il linguaggio tecnologico si potrebbe dire «in remoto».

Come, cambiare il Sud vivendo altrove? Sì, tanto per cominciare, dicono, sbattendo in faccia al Sud i suoi vizi antichi.

Caro Sud, invece di stare tutta una vita in attesa del tuo «posto», invece di aspettare che qualcuno mi conceda come «favore» ciò che mi spetta di diritto, invece di dover chiedere il «permesso» per fare qualsiasi cosa, invece di dover pagare un prezzo continuo alla piccola e grande illegalità, ti dico ciao e me ne vado. Così ti aiuto anche se non te ne accorgi. Ti aiuto a essere diverso.

MONITO-Poi, caro Sud, ti aiuto con una nuova forma di «rimessa», quella che un tempo gli emigranti mandavano a casa (ma adesso è da casa che la mandano ai figli emigrati). Ti mando da lontano il monito (e il tuo rimorso) che se continui a premiare non il merito ma la raccomandazione, non la bravura ma l’amicizia, non l’indipendenza ma l’appartenenza, prima o poi ti resteranno solo i vecchi e i bambini (e neanche, visto che non ne fai più perché diventano, e si capisce, un peso).

Sarà una forma di arroganza, o una forma di sopravvivenza, si vedrà. Essi parlano di «resistenza culturale», di dichiarazione di indipendenza, di libero governo in esilio. Si definiscono rivoluzionari non disertori. Perché non è vero che se ne vanno sbattendo la porta, che appena un po’ più in là si faranno un altro accento, tornando solo per matrimoni e funerali. Se ne vanno, assicurano (o assicura l’autore del libro) con l’impegno di lavorare alla loro terra da lontano, di partecipare alla vita pubblica a distanza. Esempio: due salentini che insegnano alla Bocconi e che hanno calcolato il beneficio che la mitica «Notte della taranta» porta al territorio (molto). Anzi uno dei due la taranta la suona con altri conterroni in un gruppo al Nord.

Sarebbero alla lontana quelli che Marcello Veneziani ha definito «terroni globali», che ti trovi in tutte le parti del mondo, ma che per loro significa più esattamente capaci di andare per tutte le vie del mondo. Aiutati, in questo, da Internet, da Skype, da Ryanair, cioè da tutti quei mezzi «low cost», a basso costo, che le vie del mondo le stanno accorciando. Anzi che, grazie anche ai mascalzoni della finanza planetaria, stanno imponendo un nuovo benvenuto stile di vita al mondo.

Certo, oggi Internet ti consente di essere «in nessun posto» e «in ogni posto», un lavoro su Internet lo puoi fare da Spinazzola o da Caracas, non importa. Quindi questi nuovi terroni potrebbero lavorare per il Sud anche standogli accuratamente alla larga. A parte che ciascuno è padrone del suo destino. E se il Sud, mettiamo, perde un giovane medico che se ne va (come perde ingegneri, architetti, economisti, scienziati), quel giovane medico prestissimo potrà operare un paziente del Sud con un robot a distanza. Sarà gelido e spettrale, ma sarà.

Non ci sono dubbi che questi terroni siano un po’ didattici nei confronti di chi, avviene, vuole andarsene e non può. E non ci sono dubbi che il loro sia un modo individuale di voler risolvere un problema collettivo, cambiare appunto il Sud «parastatale» che lasciano. Non per niente sprizzano concezioni liberali a cento miglia, penso a me così pensando a tutti. Col grosso sospetto più di egoismo che di filantropia.

Dovrebbero fare quello che lo stesso Veneziani si augura, una nuova discesa dei Mille al Sud. Ma non quelli di Garibaldi bensì Mille giovani meridionali di talento che se ne sono andati e che appunto tornano a trasmettere più un’aria di mondo che un mondo di arie. Diversamente anche dall’ex ministro Brunetta che i nuovi Mille al Sud li vede come grandi dirigenti di importazione che mettano un po’ di cose a posto.

MENTALITA'-Lavori in corso, come si vede. Chissà che non si possano fare, diciamo, via Facebook le battaglie non solo per far cambiare mentalità al Sud ma anche per fare cambiare mentalità nei confronti del Sud. La battaglia, chessò, per un treno eliminato o per un’autostrada in costruzione da cinquant’anni. E chissà che non si possano avere sindaci o amministratori qualsiasi, la famosa classe dirigente, che decide da lontano via messaggini telefonici. È la classe dirigente che soprattutto manca. Ma è quella, ahinoi, che ha bisogno dell’appello ogni mattina, ed è quella che non si può formare per corrispondenza. O no, terroni 2.0?

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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venerdì 24 febbraio 2012

Lo sviluppo del Sud non è roba da scimmie


di Lino Patruno

Il ministro del Sud, Barca, è venuto in Puglia e ha detto che occorre raddoppiare il numero delle industrie. Già è una notizia. C’è chi continua a sognare un Sud tutto sole e mare, più un buon piatto e un buon vino: fate turismo perché è la vostra vocazione. Non si è mai vista al mondo una economia che si sia sviluppata saltando l’anello dell’industria. Sarebbe come noi umani che, senza l’ultimo anello dell’evoluzione, saremmo ancòra scimmie. E c’è chi continua a farneticare di una Taranto senza l’Ilva, 26 mila famiglie che aprono B&B, un letto e una prima colazione.

Il ministro ha anche detto che per creare industrie è sbagliato invocare, come in passato, incentivi alle imprese. Si danno e poi non si sa che fine facciano. Ha ragione. Meglio migliorare le condizioni di accesso, cioè creare l’ambiente adatto.

Il che vuol dire infrastrutture: materiali (esempio strade), immateriali (esempio banche), sociali (esempio scuole). Barca è venuto in Puglia in aereo. Avesse scelto il treno, lo avremmo trovato imbufalito.

Come si fa ad avere condizioni di accesso se al Sud tagliano appunto i treni? E’ possibile che le Ferrovie non rispondano a nessuno e che continuino a pensare ai profitti infischiandosene della funzione sociale che svolgono? E’ possibile che Bari e Napoli siano lontane come la Luna fra loro, così come 150 anni fa? Allora si decise di lasciarle appunto lontane, nel caso si fossero messe in testa di creare un Sud unito e capace di difendersi dall’abbandono.

Ma condizioni di accesso significa anche altro, come il ministro per primo sa. Significa, ad esempio, giustizia civile meno lenta. Il primo motivo che tiene lontani gli investimenti stranieri dal Sud è proprio il tempo che ci si metterebbe a farsi pagare una cambiale in protesto o a risolvere una vertenza di lavoro: non si può stare cinque anni. E però questo è il Paese in cui, per stessa ammissione di Barca, una delibera Cipe (che riguarda, mettiamo, un’opera pubblica) ci mette otto mesi e 14 passaggi burocratici prima di cominciare a funzionare.

Ma è solo l’inizio della Via Crucis. Poi ci sono i tempi degli appalti e dei maledetti e puntuali ricorsi al Tar. Poi il progetto: preliminare, definitivo, esecutivo (quando non è necessario uno studio di fattibilità prima). Poi il cantiere, che cinque volte su dieci si ferma perché l’impresa non ce la fa (dopo aver fatto la furbata di assicurare un ribasso del 40 per cento sul costo base). Per una media opera, ci vogliono dieci anni. Con i cantieri aperti e mai chiusi, anzi dopo un po’ arrugginiti. Del resto, per aprire una pizzeria ci vogliono una trentina di autorizzazioni.

Insomma, tutto c’è tranne il disco verde o la corsia preferenziale. Ora si assicura un giorno per aprire un cantiere: visti i precedenti, non esageriamo. Perché è vero che, se Steve Job fosse stato da queste parti, al massimo avrebbe fatto l’elettricista. Incredibile Steve: nasce nella contea di Santa Clara, California. Per finanziare, insieme a un amico, l’idea della Apple Computer, lui vende un suo pulmino, l’amico una calcolatrice. La prima sede è un garage dei genitori. Vendono i primi computer sulla carta, solo in base all’idea. L’idea finisce a un industriale il quale, annusata aria di genio, gli dà subito 250 mila dollari. In poco tempo le prime vendite toccano il milione di dollari. In Italia li avrebbero sfrattati dal garage per violazione della licenza edilizia.

Per non parlare, scusate, del mitico articolo 18, quello che impedisce alle imprese con più di quindici dipendenti di licenziare se non c’è giusta causa. E sul quale il Belpaese si sta aggrovigliando da settimane. Senza che nessuno dica che riguarda solo il cinque per cento delle imprese. Senza che nessuno dica che si possono contare le imprese per le quali quell’articolo è un problema. Senza che nessuno dica che se un’impresa vuol crescere, si divide in due (evitando di superare i quindici dipendenti) e il problema è risolto all’italiana. Senza che nessuno dica che in rarissimi casi il licenziato è riassunto anche dopo la sentenza del giudice, perché passa tanto di quel tempo che il licenziato fa altro e l’impresa lo risarcisce. Senza che nessuno dica che l’art. 18 sarebbe il primo caso al mondo in cui per creare lavoro (come si sostiene) si licenzia.

Ma tant’è. La cosa più esaltante è che Barca è venuto in Puglia (diciamo in generale al Sud) e, nonostante tutto, è stato in tre aziende che gli avranno aperto il cuore. Una esporta nel mondo le sue scarpe da lavoro. La seconda disegna per tutto il mondo le mappe ricavate dai satelliti. La terza è di due trentenni che hanno inventato l’aereo superleggero più veloce del mondo: in fibra di carbonio (prima dell’aereo, avevano pensato di usarla per farne palazzi. Come, palazzi in fibra di carbonio? Sì, non lo sapevate?).

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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di Lino Patruno

Il ministro del Sud, Barca, è venuto in Puglia e ha detto che occorre raddoppiare il numero delle industrie. Già è una notizia. C’è chi continua a sognare un Sud tutto sole e mare, più un buon piatto e un buon vino: fate turismo perché è la vostra vocazione. Non si è mai vista al mondo una economia che si sia sviluppata saltando l’anello dell’industria. Sarebbe come noi umani che, senza l’ultimo anello dell’evoluzione, saremmo ancòra scimmie. E c’è chi continua a farneticare di una Taranto senza l’Ilva, 26 mila famiglie che aprono B&B, un letto e una prima colazione.

Il ministro ha anche detto che per creare industrie è sbagliato invocare, come in passato, incentivi alle imprese. Si danno e poi non si sa che fine facciano. Ha ragione. Meglio migliorare le condizioni di accesso, cioè creare l’ambiente adatto.

Il che vuol dire infrastrutture: materiali (esempio strade), immateriali (esempio banche), sociali (esempio scuole). Barca è venuto in Puglia in aereo. Avesse scelto il treno, lo avremmo trovato imbufalito.

Come si fa ad avere condizioni di accesso se al Sud tagliano appunto i treni? E’ possibile che le Ferrovie non rispondano a nessuno e che continuino a pensare ai profitti infischiandosene della funzione sociale che svolgono? E’ possibile che Bari e Napoli siano lontane come la Luna fra loro, così come 150 anni fa? Allora si decise di lasciarle appunto lontane, nel caso si fossero messe in testa di creare un Sud unito e capace di difendersi dall’abbandono.

Ma condizioni di accesso significa anche altro, come il ministro per primo sa. Significa, ad esempio, giustizia civile meno lenta. Il primo motivo che tiene lontani gli investimenti stranieri dal Sud è proprio il tempo che ci si metterebbe a farsi pagare una cambiale in protesto o a risolvere una vertenza di lavoro: non si può stare cinque anni. E però questo è il Paese in cui, per stessa ammissione di Barca, una delibera Cipe (che riguarda, mettiamo, un’opera pubblica) ci mette otto mesi e 14 passaggi burocratici prima di cominciare a funzionare.

Ma è solo l’inizio della Via Crucis. Poi ci sono i tempi degli appalti e dei maledetti e puntuali ricorsi al Tar. Poi il progetto: preliminare, definitivo, esecutivo (quando non è necessario uno studio di fattibilità prima). Poi il cantiere, che cinque volte su dieci si ferma perché l’impresa non ce la fa (dopo aver fatto la furbata di assicurare un ribasso del 40 per cento sul costo base). Per una media opera, ci vogliono dieci anni. Con i cantieri aperti e mai chiusi, anzi dopo un po’ arrugginiti. Del resto, per aprire una pizzeria ci vogliono una trentina di autorizzazioni.

Insomma, tutto c’è tranne il disco verde o la corsia preferenziale. Ora si assicura un giorno per aprire un cantiere: visti i precedenti, non esageriamo. Perché è vero che, se Steve Job fosse stato da queste parti, al massimo avrebbe fatto l’elettricista. Incredibile Steve: nasce nella contea di Santa Clara, California. Per finanziare, insieme a un amico, l’idea della Apple Computer, lui vende un suo pulmino, l’amico una calcolatrice. La prima sede è un garage dei genitori. Vendono i primi computer sulla carta, solo in base all’idea. L’idea finisce a un industriale il quale, annusata aria di genio, gli dà subito 250 mila dollari. In poco tempo le prime vendite toccano il milione di dollari. In Italia li avrebbero sfrattati dal garage per violazione della licenza edilizia.

Per non parlare, scusate, del mitico articolo 18, quello che impedisce alle imprese con più di quindici dipendenti di licenziare se non c’è giusta causa. E sul quale il Belpaese si sta aggrovigliando da settimane. Senza che nessuno dica che riguarda solo il cinque per cento delle imprese. Senza che nessuno dica che si possono contare le imprese per le quali quell’articolo è un problema. Senza che nessuno dica che se un’impresa vuol crescere, si divide in due (evitando di superare i quindici dipendenti) e il problema è risolto all’italiana. Senza che nessuno dica che in rarissimi casi il licenziato è riassunto anche dopo la sentenza del giudice, perché passa tanto di quel tempo che il licenziato fa altro e l’impresa lo risarcisce. Senza che nessuno dica che l’art. 18 sarebbe il primo caso al mondo in cui per creare lavoro (come si sostiene) si licenzia.

Ma tant’è. La cosa più esaltante è che Barca è venuto in Puglia (diciamo in generale al Sud) e, nonostante tutto, è stato in tre aziende che gli avranno aperto il cuore. Una esporta nel mondo le sue scarpe da lavoro. La seconda disegna per tutto il mondo le mappe ricavate dai satelliti. La terza è di due trentenni che hanno inventato l’aereo superleggero più veloce del mondo: in fibra di carbonio (prima dell’aereo, avevano pensato di usarla per farne palazzi. Come, palazzi in fibra di carbonio? Sì, non lo sapevate?).

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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domenica 19 febbraio 2012

"La rete di giovani che farà il nuovo Sud" di Lino Patruno


Tutti a ridacchiare col film “Benvenuti al Nord”, dopo aver ridacchiato col precedente “Benvenuti al Sud”. Storie di pregiudizi fra terroni e polentoni in verità molto più vicini fra loro, a cominciare dai difetti. Ma pochi a conoscere il “Bentornati al Sud”, gruppo costituitosi in Internet e partendo da Lecce. Sono giovani meridionali andati via come altri per studiare fuori o a caccia di un lavoro, e tornati al Sud. E tornati per scelta, non nella disperazione di una sconfitta per un lavoro non trovato neanche lì. La scelta di inventarselo al Sud un lavoro, di non tradire se stessi e la loro terra, di poter dire che anche qui si può, e di dimostrarlo.

Sono finora una quarantina i componenti del gruppo, e in tutto il Mezzogiorno.

E così ecco nascere cooperative, e studi professionali, e piccolissime aziende, e partite Iva. Tutti sostenuti dal sacro fuoco della lotta e della scommessa. Magari ad arrancare e a faticare. Ma tutti con la ferma determinazione che indietro non si torna.

Ma c’è anche chi la propria terra non ha mai voluto lasciarla, e dichiarandolo, e organizzandosi insieme per riuscirci. Così ecco il “Noi restiamo in Calabria”, giovani e meno giovani che avevano tutti i motivi per abbandonare come tanti la regione più difficile d’Italia e hanno cercato di darsi altrettanti motivi per non farlo. E anche qui un fiorire spesso inaspettato di iniziative, molte legate all’antico rapporto meridionale fra l’uomo e la natura, l’ambiente come tesoro unico e irripetibile. Ma iniziative, sia chiaro, cui nessuno dà una mano, nella maledizione di burocrazie che ostacolano invece di favorire. E, purtroppo, nella maledizione dell’incendio doloso notturno, cui seguono solidarietà tanto untuose da sembrare altri incendi dolosi. Perché, per restare, si deve pagare anche un pedaggio.

Chi torna, chi resta. E chi continua ad andare. Gli ottantamila laureati o diplomati all’anno, quelli che il Sud paga col suo sangue per formare e istruire. E del cui talento, della cui cultura, del cui entusiasmo, della cui tenacia beneficia non il Sud che ne avrebbe più bisogno. Centomila euro ciascuno, è stato calcolato costare il loro famoso titolo di studio, altre risorse impiegate e perse dal Sud in un viaggio in grande maggioranza di sola andata verso altri lidi. E tutt’altro che candidati al posto fisso, che solo loro devono togliersi dalla testa nel Paese in cui è tutto fisso, dai politici ai privilegi. E un Paese in cui l’”ascensore sociale” consiste ancòra nel far diventare notaio e medico il figlio del notaio e del medico, non il figlio dell’operaio.

C’è chi parla di “tsunami sociale”, il Sud che non sarà più un Paese per giovani, sempre più da loro abbandonato, anzi già ora con meno figli che altrove. Ma c’è chi non considera solo un dramma i “piedi leggeri” dei giovani. Non un dramma nel tempo in cui si nasce col trolley alla mano. Nel tempo in cui con qualche decina di euro si va e viene da Milano. Nel tempo in cui il viaggio è il sistema circolatorio del pianeta. Nel tempo in cui la metà dei commerci internazionali si svolge via computer. Nel tempo in cui la rete di Internet ti fa stare al centro dell’universo pur restando a casa tua. Nel tempo dell’informazione globale che mette tutto a portata di tutti. E nel tempo in cui c’è chi va via per scelta, i “Terroni 2.0” per il quali la casa è il mondo.

E’ un tempo in cui le radici non sono solo legate al filo d’erba, ma alla conservazione del modo di essergli figli, del proprio senso della vita nel dialogo e nel confronto con altri. Apertura come arricchimento non come pericolo. Altrimenti nuovi muri si alzano. Perciò forse i “nuovi meridionali” saranno il futuro del Sud e dell’Italia. Se viaggiano, non sono solo emigrazione. Certo, la maggior parte sono perduti, dobbiamo vederli mettere tailleur o cravatta altrove e tornare nei loro paesi di vecchi solo a Natale e a Ferragosto. Ma pur nell’esodo come dolorosa emorragia, sono sempre più quelli che restano, cominciano a contare quelli che tornano, sono un possibile appuntamento di domani quelli andati via perché si va.

Hanno tutti la capacità di sofferenza di chi ha sempre dovuto superare più difficoltà di altri. E poi quelli che sono fuori, e sempre più spesso sentiamo dei loro successi: domani potrebbero mettersi tutti in rete con chi è restato e con chi è tornato, inventare una grande comunità non solo virtuale che inonda il Sud del loro talento ovunque sia. Perciò sono una buona notizia i “Bentornati al Sud”. Perciò sono una buona notizia gli “Io resto in Calabria”. Ma perciò non sono solo una cattiva notizia gli ottantamila all’anno col trolley. Perciò non sono affatto una cattiva notizia i “Terroni 2.0”. Chissà che per il Sud qualcosa non stia nascendo senza accorgesene.

FONTE: La Gazzetta del Mezzogiorno
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Tutti a ridacchiare col film “Benvenuti al Nord”, dopo aver ridacchiato col precedente “Benvenuti al Sud”. Storie di pregiudizi fra terroni e polentoni in verità molto più vicini fra loro, a cominciare dai difetti. Ma pochi a conoscere il “Bentornati al Sud”, gruppo costituitosi in Internet e partendo da Lecce. Sono giovani meridionali andati via come altri per studiare fuori o a caccia di un lavoro, e tornati al Sud. E tornati per scelta, non nella disperazione di una sconfitta per un lavoro non trovato neanche lì. La scelta di inventarselo al Sud un lavoro, di non tradire se stessi e la loro terra, di poter dire che anche qui si può, e di dimostrarlo.

Sono finora una quarantina i componenti del gruppo, e in tutto il Mezzogiorno.

E così ecco nascere cooperative, e studi professionali, e piccolissime aziende, e partite Iva. Tutti sostenuti dal sacro fuoco della lotta e della scommessa. Magari ad arrancare e a faticare. Ma tutti con la ferma determinazione che indietro non si torna.

Ma c’è anche chi la propria terra non ha mai voluto lasciarla, e dichiarandolo, e organizzandosi insieme per riuscirci. Così ecco il “Noi restiamo in Calabria”, giovani e meno giovani che avevano tutti i motivi per abbandonare come tanti la regione più difficile d’Italia e hanno cercato di darsi altrettanti motivi per non farlo. E anche qui un fiorire spesso inaspettato di iniziative, molte legate all’antico rapporto meridionale fra l’uomo e la natura, l’ambiente come tesoro unico e irripetibile. Ma iniziative, sia chiaro, cui nessuno dà una mano, nella maledizione di burocrazie che ostacolano invece di favorire. E, purtroppo, nella maledizione dell’incendio doloso notturno, cui seguono solidarietà tanto untuose da sembrare altri incendi dolosi. Perché, per restare, si deve pagare anche un pedaggio.

Chi torna, chi resta. E chi continua ad andare. Gli ottantamila laureati o diplomati all’anno, quelli che il Sud paga col suo sangue per formare e istruire. E del cui talento, della cui cultura, del cui entusiasmo, della cui tenacia beneficia non il Sud che ne avrebbe più bisogno. Centomila euro ciascuno, è stato calcolato costare il loro famoso titolo di studio, altre risorse impiegate e perse dal Sud in un viaggio in grande maggioranza di sola andata verso altri lidi. E tutt’altro che candidati al posto fisso, che solo loro devono togliersi dalla testa nel Paese in cui è tutto fisso, dai politici ai privilegi. E un Paese in cui l’”ascensore sociale” consiste ancòra nel far diventare notaio e medico il figlio del notaio e del medico, non il figlio dell’operaio.

C’è chi parla di “tsunami sociale”, il Sud che non sarà più un Paese per giovani, sempre più da loro abbandonato, anzi già ora con meno figli che altrove. Ma c’è chi non considera solo un dramma i “piedi leggeri” dei giovani. Non un dramma nel tempo in cui si nasce col trolley alla mano. Nel tempo in cui con qualche decina di euro si va e viene da Milano. Nel tempo in cui il viaggio è il sistema circolatorio del pianeta. Nel tempo in cui la metà dei commerci internazionali si svolge via computer. Nel tempo in cui la rete di Internet ti fa stare al centro dell’universo pur restando a casa tua. Nel tempo dell’informazione globale che mette tutto a portata di tutti. E nel tempo in cui c’è chi va via per scelta, i “Terroni 2.0” per il quali la casa è il mondo.

E’ un tempo in cui le radici non sono solo legate al filo d’erba, ma alla conservazione del modo di essergli figli, del proprio senso della vita nel dialogo e nel confronto con altri. Apertura come arricchimento non come pericolo. Altrimenti nuovi muri si alzano. Perciò forse i “nuovi meridionali” saranno il futuro del Sud e dell’Italia. Se viaggiano, non sono solo emigrazione. Certo, la maggior parte sono perduti, dobbiamo vederli mettere tailleur o cravatta altrove e tornare nei loro paesi di vecchi solo a Natale e a Ferragosto. Ma pur nell’esodo come dolorosa emorragia, sono sempre più quelli che restano, cominciano a contare quelli che tornano, sono un possibile appuntamento di domani quelli andati via perché si va.

Hanno tutti la capacità di sofferenza di chi ha sempre dovuto superare più difficoltà di altri. E poi quelli che sono fuori, e sempre più spesso sentiamo dei loro successi: domani potrebbero mettersi tutti in rete con chi è restato e con chi è tornato, inventare una grande comunità non solo virtuale che inonda il Sud del loro talento ovunque sia. Perciò sono una buona notizia i “Bentornati al Sud”. Perciò sono una buona notizia gli “Io resto in Calabria”. Ma perciò non sono solo una cattiva notizia gli ottantamila all’anno col trolley. Perciò non sono affatto una cattiva notizia i “Terroni 2.0”. Chissà che per il Sud qualcosa non stia nascendo senza accorgesene.

FONTE: La Gazzetta del Mezzogiorno

domenica 12 febbraio 2012

I NOSTRI GIOVANI BEFFATI E BASTONATI di Lino Patruno


di LINO PATRUNO
Uno su tre dei nostri giovani è disoccupato. Anzi inoccupato, nel senso che un lavoro non l’ha mai avuto. Al Sud due su tre. Questi giovani sanno che è dura e che pagheranno una crisi provocata non da loro, ma dai loro padri. Però non hanno mai fatto uno sciopero, perché non hanno un sindacato. Qualche corteo lo fanno di tanto in tanto, ma soprattutto per i tagli alla scuola o all’università. Bisognerebbe lodarli perché vogliono studiare. E un po’ di buriana, nel senso di qualche dimostrazione in piazza, c’è stata contro il debito, e se a Roma è finita a ferro e fuoco, certo non è stata colpa loro. Dicono che perlomeno il debito che avete fatto voi (sempre i padri) cercate di non farlo pagare a noi. Non che gli Stati non debbano pagarlo, ma che non ricadano su di loro le conseguenze. Tipo: no sacrifici senza sviluppo.
Per il resto questi giovani non hanno tempo. Perché, o sono sui libri senza sapere che fine faranno. 0 mezza fine che faranno lo sanno già, perché stanno lì a mandare curriculum senza che nessuno gli risponda. Quelli del Sud sono impegnati a preparare il trolley per emigrare. Insomma, se tutte le categorie fossero come loro, la Camusso (Cgil), Bonanni (Cisl). Angeletti (Uil) potrebbero cambiare mestiere. I giovani si sono messi sulle spalle il fardello della società che gli hanno fatto trovare, magari pensano (col poeta) nessuno venga a dirci che i vent’anni sono l’età più bella della vita. E quelli che lavoricchiano, oggi lavoricchiano, domani no in attesa di un altro lavoricchio. Cioè non sono fissi ma soffrono in silenzio.
Ma il silenzio non è sufficiente per non essere sfottuti continuamente. Lasciamo stare i “bamboccioni” dello scomparso ministro Padoa Schioppa. Ma il belloccio (e privilegiatissimo) viceministro Martone gli dice che sono “sfigati” se a 28 anni non sono laureati, e non lo sono perché devono appunto lavoricchiare per pagarsene le spese. La ministra Cancellieri gli dice che non devono essere “mammoni”, nel senso che devono darsi da fare e non stare attaccati alla gonna di mamma. La ministra Fornero, tra una lacrima e l’altra, gli dice che devono imparare a rischiare. Il presidente del Consiglio, un tempo di poche parole, e ora di molte a spiovere, gli dice che il posto fisso è monotono e che se lo devono sognare.
Se i giovani avessero un sindacato o tempo per stare a rispondere, dovrebbero rispondere: ma scusate, qualcuno vi ha mai detto niente? Perché state sempre a insultarci senza che nessuno vi abbia mai pregato? C’è mai stato qualcuno di noi che sia venuto sotto uno dei vostri Palazzi a gridare, dateci il posto fisso? Più che un lavoro fisso, noi vogliamo un lavoro. E voi chiamatelo come vi pare, flessibile, interinale, cococo, cocopro, l’essenziale è che un lavoro sia. E di sicuro meno fisso di quello di tanti politici a vita.
Ma neanche gli ex riescono a tenere un po’ la lingua a posto. Come l’ex ministro Brunetta, il quale fa questo ragionamento. Siccome da una quindicina d’anni in Italia non si produce un posto di lavoro, cosa significa? Significa che non funziona il mercato del lavoro, quindi occorre riformarlo. Occorre riformarlo soprattutto con la libertà di licenziamento. Cioè, per rimediare ai posti di lavoro che non si creano, licenziamo, così si perdono anche quelli che ci sono. Non sfiora I’ex ministro, che pure è fior di economista, l’idea che i posti di lavoro non si creano perché non c’è crescita, non perché non funziona il mercato del lavoro. E sulla crescita che non c’è, egli coi suoi governi (non meno degli altri) dovrebbe dare spiegazioni.
Insomma la sensazione penosa è che si voglia criminalizzare una generazione già a rischio di essere cancellata dalla vita, di non poter mai diventare grande. E di questo tormentone dell’articolo 18, ne vogliamo parlare? E’ quello che consente il reintegro di che è licenziato non per giusta causa nelle aziende con più di quindici dipendenti. Allora il medesimo Monti dice: nessuno investe in Italia sapendo che c’è. Ma qualcuno crede davvero che un’azienda non cresca per non correre il rischio di non poter licenziare? E che uno non venga in Italia per lo stesso motivo? E la burocrazia che blocca, la corruzione che ruba, la giustizia civile che non decide, la criminalità che taglieggia, la politica che litiga dove li mettiamo? No, l’articolo 18.
Si licenzi solo in caso di crisi aziendale, come pare che anche i sindacati vogliano proporre. E se si vuole proteggere, come si dice, il lavoratore e non il lavoro (cioè non il suo posto fisso), gli si consenta di sopravvivere e di essere addestrato per un altro posto quando il lavoro lo perde. Ma la si finisca di far finta. La si finisca di parlare e di esasperare. La si finisca di ingannare i giovani. I quali non solo si sono trovati una situazione senza allegria, ma si sono trovati anche padri senza decenza.


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di LINO PATRUNO
Uno su tre dei nostri giovani è disoccupato. Anzi inoccupato, nel senso che un lavoro non l’ha mai avuto. Al Sud due su tre. Questi giovani sanno che è dura e che pagheranno una crisi provocata non da loro, ma dai loro padri. Però non hanno mai fatto uno sciopero, perché non hanno un sindacato. Qualche corteo lo fanno di tanto in tanto, ma soprattutto per i tagli alla scuola o all’università. Bisognerebbe lodarli perché vogliono studiare. E un po’ di buriana, nel senso di qualche dimostrazione in piazza, c’è stata contro il debito, e se a Roma è finita a ferro e fuoco, certo non è stata colpa loro. Dicono che perlomeno il debito che avete fatto voi (sempre i padri) cercate di non farlo pagare a noi. Non che gli Stati non debbano pagarlo, ma che non ricadano su di loro le conseguenze. Tipo: no sacrifici senza sviluppo.
Per il resto questi giovani non hanno tempo. Perché, o sono sui libri senza sapere che fine faranno. 0 mezza fine che faranno lo sanno già, perché stanno lì a mandare curriculum senza che nessuno gli risponda. Quelli del Sud sono impegnati a preparare il trolley per emigrare. Insomma, se tutte le categorie fossero come loro, la Camusso (Cgil), Bonanni (Cisl). Angeletti (Uil) potrebbero cambiare mestiere. I giovani si sono messi sulle spalle il fardello della società che gli hanno fatto trovare, magari pensano (col poeta) nessuno venga a dirci che i vent’anni sono l’età più bella della vita. E quelli che lavoricchiano, oggi lavoricchiano, domani no in attesa di un altro lavoricchio. Cioè non sono fissi ma soffrono in silenzio.
Ma il silenzio non è sufficiente per non essere sfottuti continuamente. Lasciamo stare i “bamboccioni” dello scomparso ministro Padoa Schioppa. Ma il belloccio (e privilegiatissimo) viceministro Martone gli dice che sono “sfigati” se a 28 anni non sono laureati, e non lo sono perché devono appunto lavoricchiare per pagarsene le spese. La ministra Cancellieri gli dice che non devono essere “mammoni”, nel senso che devono darsi da fare e non stare attaccati alla gonna di mamma. La ministra Fornero, tra una lacrima e l’altra, gli dice che devono imparare a rischiare. Il presidente del Consiglio, un tempo di poche parole, e ora di molte a spiovere, gli dice che il posto fisso è monotono e che se lo devono sognare.
Se i giovani avessero un sindacato o tempo per stare a rispondere, dovrebbero rispondere: ma scusate, qualcuno vi ha mai detto niente? Perché state sempre a insultarci senza che nessuno vi abbia mai pregato? C’è mai stato qualcuno di noi che sia venuto sotto uno dei vostri Palazzi a gridare, dateci il posto fisso? Più che un lavoro fisso, noi vogliamo un lavoro. E voi chiamatelo come vi pare, flessibile, interinale, cococo, cocopro, l’essenziale è che un lavoro sia. E di sicuro meno fisso di quello di tanti politici a vita.
Ma neanche gli ex riescono a tenere un po’ la lingua a posto. Come l’ex ministro Brunetta, il quale fa questo ragionamento. Siccome da una quindicina d’anni in Italia non si produce un posto di lavoro, cosa significa? Significa che non funziona il mercato del lavoro, quindi occorre riformarlo. Occorre riformarlo soprattutto con la libertà di licenziamento. Cioè, per rimediare ai posti di lavoro che non si creano, licenziamo, così si perdono anche quelli che ci sono. Non sfiora I’ex ministro, che pure è fior di economista, l’idea che i posti di lavoro non si creano perché non c’è crescita, non perché non funziona il mercato del lavoro. E sulla crescita che non c’è, egli coi suoi governi (non meno degli altri) dovrebbe dare spiegazioni.
Insomma la sensazione penosa è che si voglia criminalizzare una generazione già a rischio di essere cancellata dalla vita, di non poter mai diventare grande. E di questo tormentone dell’articolo 18, ne vogliamo parlare? E’ quello che consente il reintegro di che è licenziato non per giusta causa nelle aziende con più di quindici dipendenti. Allora il medesimo Monti dice: nessuno investe in Italia sapendo che c’è. Ma qualcuno crede davvero che un’azienda non cresca per non correre il rischio di non poter licenziare? E che uno non venga in Italia per lo stesso motivo? E la burocrazia che blocca, la corruzione che ruba, la giustizia civile che non decide, la criminalità che taglieggia, la politica che litiga dove li mettiamo? No, l’articolo 18.
Si licenzi solo in caso di crisi aziendale, come pare che anche i sindacati vogliano proporre. E se si vuole proteggere, come si dice, il lavoratore e non il lavoro (cioè non il suo posto fisso), gli si consenta di sopravvivere e di essere addestrato per un altro posto quando il lavoro lo perde. Ma la si finisca di far finta. La si finisca di parlare e di esasperare. La si finisca di ingannare i giovani. I quali non solo si sono trovati una situazione senza allegria, ma si sono trovati anche padri senza decenza.


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domenica 5 febbraio 2012

Giustizia a rettori e studenti del Sud


di Lino Patruno

Dunque, il Politecnico di Bari è primo in Italia per il livello scientifico della sua ricerca, ma può capitare che finisca sotto le luci della ribalta solo perché un interruttore in un’aula è fuori posto. E all’Università di Bari si svolgono studi fondamentali contro la degenerazione dell’Alzheimer, ma può capitare che le luci della ribalta si accendano solo se qualche bagno non funziona. Ci sono tesori del Sud che il Sud dovrebbe coccolare di più. E’ vero che bisognerebbe evitare che all’Università di Bari ci sia un alto dirigente con una mezza dozzina di parenti assunti lì stesso. Però il Sud, come dice papale papale il rettore Petrocelli, non deve piangersi addosso, ma sputarsi addosso sì?

E non è solo un problema di università. Dove giri e giri in Terronia ci sono eccellenze misconosciute e soverchiate dal pregiudizio opposto.

Ma è lo stesso per i meridionali, tanto sottovalutati che quando un meridionale funziona come normalmente avviene al Nord, gli dicono, ah tu non sembri meridionale. Il fatto è che non ci si dovrebbero mettere anche i meridionali a farsi del male, stroncare le cialtronerie è sacrosanto ma santificare i meriti altrettanto.

Le università, allora. Non per fare spot sul Politecnico, ma così, spulciando di qua e di là. Lo studio di un suo giovane docente di “intelligenza artificiale” è stato finanziato da un colosso americano dell’informatica: consentirà di scoprire le qualità umane nascoste in un’azienda (magari, visto che ci siamo, lo si faccia per tutto il Sud). Grazie a un altro studio (Politecnico, Università di Foggia e un’azienda barese), presto sarà possibile, avvicinando uno smartphone a un prodotto o a un’opera d’arte, ottenere immediatamente tutto ciò che tra foto, internet, video, pubblicità è stato diffuso su quel prodotto o su quella opera d’arte: lo smartphone che racconta quello che c’è ma al momento non vedi. Si potrà infine, conseguenza di un altro studio, “misurare” la bellezza, cioè carpire con una scansione le caratteristiche da una miss, soprattutto del volto, e utilizzarle in ambito medico, chirurgia plastica o ricostruttiva.

Ma anche l’Università di Bari. Il suo dipartimento di fisica è il migliore d’Italia. I suoi biologi sono stati terzi in Italia. Una sua docente è stata la prima italiana e la prima donna ad ottenere il più prestigioso premio internazionale per le scienze analitiche. E sui suoi ricercatori di farmacia si appunta l’attenzione dell’industria del settore che, senti senti, ha in Puglia uno fra i maggiori poli di produzione italiana. Se andiamo a informarci su Lecce, Foggia o Potenza, ne troveremo delle altre.

Occorre saperlo e farlo sapere perché anche il silenzio sui meriti concorre a stilare le classifiche dei demeriti. E sparare sui demeriti del Sud è il principale sport nazionale. E non è solo questione di vanagloria, ma di finanziamenti, cioè di vita o di morte. Come hanno denunciato nella recente lettera al ministro i rettori di Puglia, Basilicata e Molise (che sono federati, sembrerà incredibile ma è vero). Insomma c’è un meccanismo di attribuzione di fondi che privilegia sempre chi più ha avuto in passato: cioè, manco a dirlo, le università del Nord, dato il basso gradimento spesso meritato ma molto più spesso immeritato che accompagna ogni cosa del Sud.

Il meccanismo è micidiale. Chi più ha avuto, fino a poco tempo fa lo ha avuto al di là dei meriti. Ma chi ha più avuto ha potuto non solo diventare più virtuoso nei bilanci, ma acquisire meriti scientifici grazie ai finanziamenti. Se continuerà ad avere sempre, mettiamo, cento euro in base al criterio storico, più il compenso ai meriti grazie a quei cento euro acquisiti (e agli aggiornamenti annui), sarà irraggiungibile dagli altri, anche se sfornano premi Nobel. E questi altri sono le università del Sud. Senza parlare delle ricche fondazioni bancarie che si prodigano in finanziamenti e sono tutte al Nord (anche con gli utili fatti dalle banche al Sud). E dei Comuni e delle Regioni più ricchi al Nord e altrettanto finanziatori. E infine, l’università del Sud che ha meno, deve aumentare le tasse, allontanando gli studenti e diventando sempre meno virtuosa.

E’ lo scenario ideale per arrivare alla soluzione finale prospettata da Gianfranco Viesti l’altro ieri su queste pagine. Poche grandi (e super finanziate) università al Nord. E quelle del Sud svuotate, sempre più ridotte, sempre più locali. E’ il meccanismo automatico non dello sviluppo, ma del sottosviluppo che da sempre condanna il Sud molto al di là delle sue evidenti colpe. Più ti svuoto le università, meno te le finanzio perché si abbassa il loro livello. Come avviene con i treni: ti tolgo i notturni perché ci sono pochi passeggeri, ma ci sono pochi passeggeri perché finora mi hai dato carrozze con le pulci. Dobbiamo continuare a giocare così?

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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di Lino Patruno

Dunque, il Politecnico di Bari è primo in Italia per il livello scientifico della sua ricerca, ma può capitare che finisca sotto le luci della ribalta solo perché un interruttore in un’aula è fuori posto. E all’Università di Bari si svolgono studi fondamentali contro la degenerazione dell’Alzheimer, ma può capitare che le luci della ribalta si accendano solo se qualche bagno non funziona. Ci sono tesori del Sud che il Sud dovrebbe coccolare di più. E’ vero che bisognerebbe evitare che all’Università di Bari ci sia un alto dirigente con una mezza dozzina di parenti assunti lì stesso. Però il Sud, come dice papale papale il rettore Petrocelli, non deve piangersi addosso, ma sputarsi addosso sì?

E non è solo un problema di università. Dove giri e giri in Terronia ci sono eccellenze misconosciute e soverchiate dal pregiudizio opposto.

Ma è lo stesso per i meridionali, tanto sottovalutati che quando un meridionale funziona come normalmente avviene al Nord, gli dicono, ah tu non sembri meridionale. Il fatto è che non ci si dovrebbero mettere anche i meridionali a farsi del male, stroncare le cialtronerie è sacrosanto ma santificare i meriti altrettanto.

Le università, allora. Non per fare spot sul Politecnico, ma così, spulciando di qua e di là. Lo studio di un suo giovane docente di “intelligenza artificiale” è stato finanziato da un colosso americano dell’informatica: consentirà di scoprire le qualità umane nascoste in un’azienda (magari, visto che ci siamo, lo si faccia per tutto il Sud). Grazie a un altro studio (Politecnico, Università di Foggia e un’azienda barese), presto sarà possibile, avvicinando uno smartphone a un prodotto o a un’opera d’arte, ottenere immediatamente tutto ciò che tra foto, internet, video, pubblicità è stato diffuso su quel prodotto o su quella opera d’arte: lo smartphone che racconta quello che c’è ma al momento non vedi. Si potrà infine, conseguenza di un altro studio, “misurare” la bellezza, cioè carpire con una scansione le caratteristiche da una miss, soprattutto del volto, e utilizzarle in ambito medico, chirurgia plastica o ricostruttiva.

Ma anche l’Università di Bari. Il suo dipartimento di fisica è il migliore d’Italia. I suoi biologi sono stati terzi in Italia. Una sua docente è stata la prima italiana e la prima donna ad ottenere il più prestigioso premio internazionale per le scienze analitiche. E sui suoi ricercatori di farmacia si appunta l’attenzione dell’industria del settore che, senti senti, ha in Puglia uno fra i maggiori poli di produzione italiana. Se andiamo a informarci su Lecce, Foggia o Potenza, ne troveremo delle altre.

Occorre saperlo e farlo sapere perché anche il silenzio sui meriti concorre a stilare le classifiche dei demeriti. E sparare sui demeriti del Sud è il principale sport nazionale. E non è solo questione di vanagloria, ma di finanziamenti, cioè di vita o di morte. Come hanno denunciato nella recente lettera al ministro i rettori di Puglia, Basilicata e Molise (che sono federati, sembrerà incredibile ma è vero). Insomma c’è un meccanismo di attribuzione di fondi che privilegia sempre chi più ha avuto in passato: cioè, manco a dirlo, le università del Nord, dato il basso gradimento spesso meritato ma molto più spesso immeritato che accompagna ogni cosa del Sud.

Il meccanismo è micidiale. Chi più ha avuto, fino a poco tempo fa lo ha avuto al di là dei meriti. Ma chi ha più avuto ha potuto non solo diventare più virtuoso nei bilanci, ma acquisire meriti scientifici grazie ai finanziamenti. Se continuerà ad avere sempre, mettiamo, cento euro in base al criterio storico, più il compenso ai meriti grazie a quei cento euro acquisiti (e agli aggiornamenti annui), sarà irraggiungibile dagli altri, anche se sfornano premi Nobel. E questi altri sono le università del Sud. Senza parlare delle ricche fondazioni bancarie che si prodigano in finanziamenti e sono tutte al Nord (anche con gli utili fatti dalle banche al Sud). E dei Comuni e delle Regioni più ricchi al Nord e altrettanto finanziatori. E infine, l’università del Sud che ha meno, deve aumentare le tasse, allontanando gli studenti e diventando sempre meno virtuosa.

E’ lo scenario ideale per arrivare alla soluzione finale prospettata da Gianfranco Viesti l’altro ieri su queste pagine. Poche grandi (e super finanziate) università al Nord. E quelle del Sud svuotate, sempre più ridotte, sempre più locali. E’ il meccanismo automatico non dello sviluppo, ma del sottosviluppo che da sempre condanna il Sud molto al di là delle sue evidenti colpe. Più ti svuoto le università, meno te le finanzio perché si abbassa il loro livello. Come avviene con i treni: ti tolgo i notturni perché ci sono pochi passeggeri, ma ci sono pochi passeggeri perché finora mi hai dato carrozze con le pulci. Dobbiamo continuare a giocare così?

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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venerdì 27 gennaio 2012

Mezzogiorno di fuoco tra forconi e furboni

di Lino Patruno

Eh sì, secca un po’ che il Sud si svegli così. E’ vero che è sempre meglio essere un popolo col forcone che un popolo caprone. Ma sarebbe stato meglio se il risveglio fosse avvenuto con un computer che parlasse di futuro più che con una rivolta di piazza che parla di passato. E con camion fermi che hanno fatto salire il prezzo della zucchina a 6 euro al chilo. Aggiungendoci il rischio che una giusta rabbia terrona finisca in una marmellata in cui si sono buttati tutti: il Sud si trova inopinatamente alleati, chessò, farmacisti e notai, che finora non se lo sono mai filato.

Momento e modo sbagliato per una causa niente affatto sbagliata. Come se fossero le liberalizzazioni di Monti ad aver messo in ginocchio la Sicilia e il Mezzogiorno.

Èvero che gli intoccabili petrolieri sono stati ancòra una volta solo sfiorati e che gasolio e benzina hanno ormai prezzi da gioielleria, anzi più diminuisce il prezzo del petrolio più aumentano gasolio e benzina. E’ vero che se un Tir deve pagare 150 euro per attraversare lo Stretto ci ha perso rispetto alla concorrenza già prima di partire. Ed è vero che la Sicilia delle raffinerie fornisce il 40 per cento delle pompe nazionali senza che nessuno si sia mai sognato di lasciarle di tanto in tanto un litro in omaggio. Del resto, chiudiamo il discorso se pensiamo alla Basilicata che produce tutto l’oro nero nazionale ed è ricompensata con una mancia buona solo a riparare qualche marciapiede.

Ma è anche vero che la sciagurata scelta di fare dell’Italia un Paese di autostrade e non di treni non c’entra nulla con i professori al governo. Anzi, non tutta l’Italia, non potendosi definire autostrada la Salerno-Reggio Calabria in costruzione (o distruzione) da 50 anni: unico esempio di autostrada al mondo a una corsia e senza l’emergenza, unico esempio di autostrada al mondo che invece di avvicinare un territorio lo allontana. E non c’entrano nulla coi professori treni che ci mettono (più o meno) cinque ore da Catania a Palermo e altrettante (più o meno) da Napoli a Bari. Anzi, no, i professori c’entrano: mandino in vacanza premio l’amministratore delegato delle Ferrovie, Moretti, quello che bilancia l’alta velocità al Nord con la bassa velocità al Sud. E ogni nuova linea al Nord con l’abolizione di una linea al Sud. Insomma attento alle pari opportunità.

Discutibile anche chiedere, come ha fatto qualche leader degli spaccatissimi Forconi, che l’Unione Europea chiuda un occhio e faccia arrivare in Sicilia soldi sulla fiducia. Non è vero che al Sud siano arrivati finora troppi soldi: per quanti ne arrivavano da Bruxelles, tanti ne sottraeva Roma. Ma è vero che con quei soldi troppo spesso si è preferita la gallina delle assunzioni oggi all’uovo delle opere pubbliche domani. E che troppi politici hanno provveduto più a distribuirli pensando alle prossime elezioni che a utilizzarli pensando alle prossime generazioni. Tuttavia se nelle stanze del potere meridionale spesso ci sono stati nani, non è che altrove si siano viste troppe aquile. Altrimenti l’Italia sta come sta per demerito dello Spirito santo.

Ma disegnato questo ennesimo stato dell’arte del Sud, e battuto il petto, stiano alla larga tutti quelli che si sono riparati sotto l’ombrello dei Forconi terroni. Tipo sedicente Padania e dintorni, che applaudono e sobillano. Perché allora, come si dice, delle due l’una: o i problemi del Sud e del Nord sono in fondo uguali, e quindi non si capisce perché il Sud sia sempre trattato da parassita sprecone delinquente. Ma se così non è, anche se un po’ lo è, allora alla larga dai Forconi. I quali da vagamente impresentabili presentano il conto di un Sud fin troppo paziente.

E’ il Sud con i treni come tradotte e le autostrade come tratturi. Con i porti di Taranto e Gioia Tauro tanto più ignorati quanto più si parla pomposamente di Mezzogiorno “piattaforma logistica del Mediterraneo”. Con la criminalità troppo spesso affrontata più con benvenute catture-spot dei latitanti che col presidio dello Stato a fianco della gente. Con la pubblica amministrazione che ritarda tutto per contare di più e forse condizionare di più. Con la giustizia civile dai ritardi tanto incivili da tenere lontana ogni anima buona di possibile investitore. E il cui contraltare, per non far finta di niente, è stata in gran maggioranza una politica convinta che distribuire fosse meglio che costruire, che rimandare fosse meglio che affrontare, che favorire gli amici fosse più giusto che scegliere i migliori.

Tutto questo significano i Forconi. Non fa mai male un Sud che si desta. E se la coscienza chiede se è giusto, allora è giusto.


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di Lino Patruno

Eh sì, secca un po’ che il Sud si svegli così. E’ vero che è sempre meglio essere un popolo col forcone che un popolo caprone. Ma sarebbe stato meglio se il risveglio fosse avvenuto con un computer che parlasse di futuro più che con una rivolta di piazza che parla di passato. E con camion fermi che hanno fatto salire il prezzo della zucchina a 6 euro al chilo. Aggiungendoci il rischio che una giusta rabbia terrona finisca in una marmellata in cui si sono buttati tutti: il Sud si trova inopinatamente alleati, chessò, farmacisti e notai, che finora non se lo sono mai filato.

Momento e modo sbagliato per una causa niente affatto sbagliata. Come se fossero le liberalizzazioni di Monti ad aver messo in ginocchio la Sicilia e il Mezzogiorno.

Èvero che gli intoccabili petrolieri sono stati ancòra una volta solo sfiorati e che gasolio e benzina hanno ormai prezzi da gioielleria, anzi più diminuisce il prezzo del petrolio più aumentano gasolio e benzina. E’ vero che se un Tir deve pagare 150 euro per attraversare lo Stretto ci ha perso rispetto alla concorrenza già prima di partire. Ed è vero che la Sicilia delle raffinerie fornisce il 40 per cento delle pompe nazionali senza che nessuno si sia mai sognato di lasciarle di tanto in tanto un litro in omaggio. Del resto, chiudiamo il discorso se pensiamo alla Basilicata che produce tutto l’oro nero nazionale ed è ricompensata con una mancia buona solo a riparare qualche marciapiede.

Ma è anche vero che la sciagurata scelta di fare dell’Italia un Paese di autostrade e non di treni non c’entra nulla con i professori al governo. Anzi, non tutta l’Italia, non potendosi definire autostrada la Salerno-Reggio Calabria in costruzione (o distruzione) da 50 anni: unico esempio di autostrada al mondo a una corsia e senza l’emergenza, unico esempio di autostrada al mondo che invece di avvicinare un territorio lo allontana. E non c’entrano nulla coi professori treni che ci mettono (più o meno) cinque ore da Catania a Palermo e altrettante (più o meno) da Napoli a Bari. Anzi, no, i professori c’entrano: mandino in vacanza premio l’amministratore delegato delle Ferrovie, Moretti, quello che bilancia l’alta velocità al Nord con la bassa velocità al Sud. E ogni nuova linea al Nord con l’abolizione di una linea al Sud. Insomma attento alle pari opportunità.

Discutibile anche chiedere, come ha fatto qualche leader degli spaccatissimi Forconi, che l’Unione Europea chiuda un occhio e faccia arrivare in Sicilia soldi sulla fiducia. Non è vero che al Sud siano arrivati finora troppi soldi: per quanti ne arrivavano da Bruxelles, tanti ne sottraeva Roma. Ma è vero che con quei soldi troppo spesso si è preferita la gallina delle assunzioni oggi all’uovo delle opere pubbliche domani. E che troppi politici hanno provveduto più a distribuirli pensando alle prossime elezioni che a utilizzarli pensando alle prossime generazioni. Tuttavia se nelle stanze del potere meridionale spesso ci sono stati nani, non è che altrove si siano viste troppe aquile. Altrimenti l’Italia sta come sta per demerito dello Spirito santo.

Ma disegnato questo ennesimo stato dell’arte del Sud, e battuto il petto, stiano alla larga tutti quelli che si sono riparati sotto l’ombrello dei Forconi terroni. Tipo sedicente Padania e dintorni, che applaudono e sobillano. Perché allora, come si dice, delle due l’una: o i problemi del Sud e del Nord sono in fondo uguali, e quindi non si capisce perché il Sud sia sempre trattato da parassita sprecone delinquente. Ma se così non è, anche se un po’ lo è, allora alla larga dai Forconi. I quali da vagamente impresentabili presentano il conto di un Sud fin troppo paziente.

E’ il Sud con i treni come tradotte e le autostrade come tratturi. Con i porti di Taranto e Gioia Tauro tanto più ignorati quanto più si parla pomposamente di Mezzogiorno “piattaforma logistica del Mediterraneo”. Con la criminalità troppo spesso affrontata più con benvenute catture-spot dei latitanti che col presidio dello Stato a fianco della gente. Con la pubblica amministrazione che ritarda tutto per contare di più e forse condizionare di più. Con la giustizia civile dai ritardi tanto incivili da tenere lontana ogni anima buona di possibile investitore. E il cui contraltare, per non far finta di niente, è stata in gran maggioranza una politica convinta che distribuire fosse meglio che costruire, che rimandare fosse meglio che affrontare, che favorire gli amici fosse più giusto che scegliere i migliori.

Tutto questo significano i Forconi. Non fa mai male un Sud che si desta. E se la coscienza chiede se è giusto, allora è giusto.


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domenica 22 gennaio 2012

Lino Patruno attacca: «Il Fuoco del Sud sta esplodendo»

“Come era naturale e inevitabile, il Fuoco del Sud sta esplodendo.


Lo dicevo nel mio libro così intitolato per l’editore Rubbettino e uscito nel marzo scorso: c’è un fuoco tanto sofferto quanto ignorato, si annuncia una insurrezione non soltanto delle coscienze”.

E’ quanto afferma Lino Patruno, autore del fortunato libro Fuoco del Sud. La ribollente galassia dei Movimenti meridionali (Rubbettino editore).


Il libro è un viaggio giornalistico pieno di sorprese in questo "Fuoco del Sud" che annuncia una insurrezione non soltanto delle coscienze. Un racconto ribollente tra una serie di "non è vero", tutte le stazioni della "Via Crucis" del Sud e finalmente risposte alla domanda: che fare?

Meno di un anno dopo, il Movimento dei Forconi infiamma la Sicilia.

“Dopo i camionisti, gli agricoltori, i pescatori – continua Patruno - scendono in piazza le scuole, i centri sociali, alcuni sacerdoti. Si bruciano i tricolori. E su Facebook, la rivolta trova adepti, al momento solo in rete, in Calabria, Campania, Puglia.
Ovvio che si tema la strumentalizzazione politica, ovvio che ci si interroghi sulla presenza dell’estrema destra dietro la rivolta, ovvio che si lanci l’allarme su infiltrazioni della mafia, ovvio che incomba il vecchio “Boia chi molla”. Avviene ogni volta che il Sud alza la testa. Ma le ragioni del grido che si leva dalla Sicilia non risiedono né nei Vespri né nei Fasci né nella riottosità di un’isola sempre insofferente. Le ragioni sono tutte nelle condizioni di chi sia pure metaforicamente i forconi li impugna. Anche se i forconi non possono piacere a nessuno.

Il Sud non ce la fa più, e da tempo. Tradito da una politica che non ne ha mai rappresentato la sofferenza. Tradito da un’economia che gli ha sempre assegnato un ruolo di colonizzato. Col triplo della disoccupazione rispetto al resto del Paese, il quadruplo della disoccupazione giovanile, il doppio delle famiglie povere, decine di migliaia di giovani che ogni anno continuano a emigrare. E con le sue potenzialità di sviluppo sempre soffocate e ignorate da uno statalismo senza Stato. Sud sempre tacciato di voler essere assistito. Ma mai assecondato, nella sua voglia di fare da solo, da infrastrutture che non siano un’autostrada come la Salerno-Reggio Calabria in costruzione da cinquant’anni, o ferrovie che non siano ancora più lente di vent’anni fa.

Aggiungevo nel libro Fuoco del Sud che sarebbe bastata una scintilla. Forconi, per ora"


Fonte: Tempostretto

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“Come era naturale e inevitabile, il Fuoco del Sud sta esplodendo.


Lo dicevo nel mio libro così intitolato per l’editore Rubbettino e uscito nel marzo scorso: c’è un fuoco tanto sofferto quanto ignorato, si annuncia una insurrezione non soltanto delle coscienze”.

E’ quanto afferma Lino Patruno, autore del fortunato libro Fuoco del Sud. La ribollente galassia dei Movimenti meridionali (Rubbettino editore).


Il libro è un viaggio giornalistico pieno di sorprese in questo "Fuoco del Sud" che annuncia una insurrezione non soltanto delle coscienze. Un racconto ribollente tra una serie di "non è vero", tutte le stazioni della "Via Crucis" del Sud e finalmente risposte alla domanda: che fare?

Meno di un anno dopo, il Movimento dei Forconi infiamma la Sicilia.

“Dopo i camionisti, gli agricoltori, i pescatori – continua Patruno - scendono in piazza le scuole, i centri sociali, alcuni sacerdoti. Si bruciano i tricolori. E su Facebook, la rivolta trova adepti, al momento solo in rete, in Calabria, Campania, Puglia.
Ovvio che si tema la strumentalizzazione politica, ovvio che ci si interroghi sulla presenza dell’estrema destra dietro la rivolta, ovvio che si lanci l’allarme su infiltrazioni della mafia, ovvio che incomba il vecchio “Boia chi molla”. Avviene ogni volta che il Sud alza la testa. Ma le ragioni del grido che si leva dalla Sicilia non risiedono né nei Vespri né nei Fasci né nella riottosità di un’isola sempre insofferente. Le ragioni sono tutte nelle condizioni di chi sia pure metaforicamente i forconi li impugna. Anche se i forconi non possono piacere a nessuno.

Il Sud non ce la fa più, e da tempo. Tradito da una politica che non ne ha mai rappresentato la sofferenza. Tradito da un’economia che gli ha sempre assegnato un ruolo di colonizzato. Col triplo della disoccupazione rispetto al resto del Paese, il quadruplo della disoccupazione giovanile, il doppio delle famiglie povere, decine di migliaia di giovani che ogni anno continuano a emigrare. E con le sue potenzialità di sviluppo sempre soffocate e ignorate da uno statalismo senza Stato. Sud sempre tacciato di voler essere assistito. Ma mai assecondato, nella sua voglia di fare da solo, da infrastrutture che non siano un’autostrada come la Salerno-Reggio Calabria in costruzione da cinquant’anni, o ferrovie che non siano ancora più lente di vent’anni fa.

Aggiungevo nel libro Fuoco del Sud che sarebbe bastata una scintilla. Forconi, per ora"


Fonte: Tempostretto

venerdì 13 gennaio 2012

Un altro foglio bianco minaccia il Mezzogiorno

di LINO PATRUNO
Già in due occasioni l’Italia si è trovata un foglio di carta bianco davanti. Un foglio bianco sul quale disegnare il Pae­se futuro. La prima nel 1861, quan­do si doveva fare l’Italia unita do­po quasi 14 secoli. La seconda nel 1945, subito dopo la guerra mon­diale, quando bisognava ricostrui­re tutto. La storia ci ha detto che in tutte due le occasioni è venuta fuo­ri un’Italia in cui il Sud non ha avuto pari dignità, in cui il Sud è stato condannato alla serie B.

Adesso per la terza volta l’Italia ha il foglio di carta bianco davanti. Di fronte alla più grave crisi eco­nomica degli ultimi settant’anni, il Paese va ridisegnato per soprav­vivere e superarla. E visto come è andata prima, bisognerebbe stare in guardia per evitare che ne ven­gano fuori di nuovo una serie A e una serie B, insomma che ancóra una volta il Sud sia il vagone ap­presso di una locomotiva da ri­mettere in moto solo al Nord.
L’allarme è drammatico, date le premesse. Non una sola volta la parola Sud è stata pronunciata dal capo del governo, Monti, nella conferenza-stampa di fine anno. E di tempo non è che non ne abbia avuto, oltre due ore. E nonostante la presenza, in prima fila, quindi sott’occhio, del ministro Barca, in pratica del ministro del Mezzo­giorno, che magari gli faceva gesti disperati.

E’ già cambiato tutto per le pensioni. Si annunciano liberalizzazioni che, più che liberalizzazioni, sarebbero una rivoluzione in un Paese in cui ciascuno fa il suo comodo a danno (e a spese) degli altri, dai taxi alla benzina. Si proclama una lotta senza pietà all’evasione fiscale più alta d’Europa, col Nord che continua a mentire dicendo che è più alta al Sud e strillando per l’incursione a Cortina. Si avanza una riforma del lavoro le cui avvisaglie stanno già facendo temere una sollevazione sociale. Si attendono dosi massicce di Viagra per una crescita che manca ormai da quasi dieci anni. Tutto dovrebbe cambiare. E forse stavolta non per lasciare le cose come stanno, perché c’è l’Europa, giusto o no che sia, pronta a spazzare i possibili gattopardi.

Se il fine di tutto sono i conti in ordine ma soprattutto la famosa crescita, senza la quale non potremo essere all’infinito dissanguati di tasse, si capisce ancóra di più quanto sia già una mezza condanna il silenzio sul Sud. Perché l’Italia potrà crescere soltanto al Sud, se non vuole che fra i capannoni e le fabbrichette del Nord ci si pesti i piedi. E se non vuole riparare la solita locomotiva sfiatata invece di metterne in campo una nuova che non abbia il Sud sempre e solo come vagone di scorta.
Per ora il noto amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, quindi dell’intero Paese, ha provveduto a tagliare tutti i trenipossibili al Sud. E il Sud, tranne denunce sia pur iratissime delle singole regioni, non ha occupato nessun binario, non si è mosso tutto insieme per far cessare l’infamia abituale del signor Mauro Moretti. Il quale isola sempre di più un Sud che andrebbe ricucito al resto della lunga penisola, non lasciato appeso e defraudato non solo dei treni ma della dignità.

Ecco perché è una buona novella l’iniziativa di tutte le regioni meridionali, giustamente istigata dal principale giornale di Napoli, di chiedere un incontro urgente al presidente Monti fresco di amnesia. Si terrà il 17 prossimo. Tranne defezioni strada facendo, avverrà ciò che a memoria d’uomo non era mai avvenuto: il Sud marcerà appunto tutto insieme. Guarendo, chissà per quanto, dalla maledizione della divisione, pagata sempre con la sottomissione.
E’ il Sud che non solo deve pretendere i treni, ma deve pretenderne l’alta velocità. Deve pretendere che la Salerno-Reggio Calabria non continui a essere l’unica autostrada del mondo a una corsia. Deve pretendere che il porto di Taranto non debba ancóra perdere container perché sempre si promettono spudoratamente fondali più profondi e mai si fanno. Deve pretendere che la Basilicata non sia risarcita con l’elemosina del sette per cento sui profitti del petrolio che si mettono in tasca altri. Il Sud deve pretendere che quanto a sé destinato non sia speso per i traghettatori del lago di Garda.

Il Sud deve pretendere tutto quanto gli ha finora impedito di produrre, tutto quanto lo ha fattoaccusare di non voler produrre, tutto quanto gli ha fatto rinfacciare di preferire l’assistenza dello Stato. Perché anche un Sud malissimo rappresentato dalle sue classi dirigenti ha ormai capito che quei soldi dello Stato, quand’anche ci siano, sono ed erano come la neve che scende senza attecchire. Come attecchisce senza l’atmosfera adatta?
Se il Sud non avrà successo, resteranno solo le tasse. Ma che si sappia: di fronte al terzo foglio bianco dei suoi gloriosi 150 anni, l’Italia ancóra una volta avrà deciso di condannarsi alla crisi e di essere un povero e ingiusto Paese.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno del 13 gennaio 2012

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di LINO PATRUNO
Già in due occasioni l’Italia si è trovata un foglio di carta bianco davanti. Un foglio bianco sul quale disegnare il Pae­se futuro. La prima nel 1861, quan­do si doveva fare l’Italia unita do­po quasi 14 secoli. La seconda nel 1945, subito dopo la guerra mon­diale, quando bisognava ricostrui­re tutto. La storia ci ha detto che in tutte due le occasioni è venuta fuo­ri un’Italia in cui il Sud non ha avuto pari dignità, in cui il Sud è stato condannato alla serie B.

Adesso per la terza volta l’Italia ha il foglio di carta bianco davanti. Di fronte alla più grave crisi eco­nomica degli ultimi settant’anni, il Paese va ridisegnato per soprav­vivere e superarla. E visto come è andata prima, bisognerebbe stare in guardia per evitare che ne ven­gano fuori di nuovo una serie A e una serie B, insomma che ancóra una volta il Sud sia il vagone ap­presso di una locomotiva da ri­mettere in moto solo al Nord.
L’allarme è drammatico, date le premesse. Non una sola volta la parola Sud è stata pronunciata dal capo del governo, Monti, nella conferenza-stampa di fine anno. E di tempo non è che non ne abbia avuto, oltre due ore. E nonostante la presenza, in prima fila, quindi sott’occhio, del ministro Barca, in pratica del ministro del Mezzo­giorno, che magari gli faceva gesti disperati.

E’ già cambiato tutto per le pensioni. Si annunciano liberalizzazioni che, più che liberalizzazioni, sarebbero una rivoluzione in un Paese in cui ciascuno fa il suo comodo a danno (e a spese) degli altri, dai taxi alla benzina. Si proclama una lotta senza pietà all’evasione fiscale più alta d’Europa, col Nord che continua a mentire dicendo che è più alta al Sud e strillando per l’incursione a Cortina. Si avanza una riforma del lavoro le cui avvisaglie stanno già facendo temere una sollevazione sociale. Si attendono dosi massicce di Viagra per una crescita che manca ormai da quasi dieci anni. Tutto dovrebbe cambiare. E forse stavolta non per lasciare le cose come stanno, perché c’è l’Europa, giusto o no che sia, pronta a spazzare i possibili gattopardi.

Se il fine di tutto sono i conti in ordine ma soprattutto la famosa crescita, senza la quale non potremo essere all’infinito dissanguati di tasse, si capisce ancóra di più quanto sia già una mezza condanna il silenzio sul Sud. Perché l’Italia potrà crescere soltanto al Sud, se non vuole che fra i capannoni e le fabbrichette del Nord ci si pesti i piedi. E se non vuole riparare la solita locomotiva sfiatata invece di metterne in campo una nuova che non abbia il Sud sempre e solo come vagone di scorta.
Per ora il noto amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, quindi dell’intero Paese, ha provveduto a tagliare tutti i trenipossibili al Sud. E il Sud, tranne denunce sia pur iratissime delle singole regioni, non ha occupato nessun binario, non si è mosso tutto insieme per far cessare l’infamia abituale del signor Mauro Moretti. Il quale isola sempre di più un Sud che andrebbe ricucito al resto della lunga penisola, non lasciato appeso e defraudato non solo dei treni ma della dignità.

Ecco perché è una buona novella l’iniziativa di tutte le regioni meridionali, giustamente istigata dal principale giornale di Napoli, di chiedere un incontro urgente al presidente Monti fresco di amnesia. Si terrà il 17 prossimo. Tranne defezioni strada facendo, avverrà ciò che a memoria d’uomo non era mai avvenuto: il Sud marcerà appunto tutto insieme. Guarendo, chissà per quanto, dalla maledizione della divisione, pagata sempre con la sottomissione.
E’ il Sud che non solo deve pretendere i treni, ma deve pretenderne l’alta velocità. Deve pretendere che la Salerno-Reggio Calabria non continui a essere l’unica autostrada del mondo a una corsia. Deve pretendere che il porto di Taranto non debba ancóra perdere container perché sempre si promettono spudoratamente fondali più profondi e mai si fanno. Deve pretendere che la Basilicata non sia risarcita con l’elemosina del sette per cento sui profitti del petrolio che si mettono in tasca altri. Il Sud deve pretendere che quanto a sé destinato non sia speso per i traghettatori del lago di Garda.

Il Sud deve pretendere tutto quanto gli ha finora impedito di produrre, tutto quanto lo ha fattoaccusare di non voler produrre, tutto quanto gli ha fatto rinfacciare di preferire l’assistenza dello Stato. Perché anche un Sud malissimo rappresentato dalle sue classi dirigenti ha ormai capito che quei soldi dello Stato, quand’anche ci siano, sono ed erano come la neve che scende senza attecchire. Come attecchisce senza l’atmosfera adatta?
Se il Sud non avrà successo, resteranno solo le tasse. Ma che si sappia: di fronte al terzo foglio bianco dei suoi gloriosi 150 anni, l’Italia ancóra una volta avrà deciso di condannarsi alla crisi e di essere un povero e ingiusto Paese.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno del 13 gennaio 2012

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domenica 8 gennaio 2012

Gira gira la colpa non è degli altri

di LINO PATRUNO
Non è per stare a parlare ancòra di Giorgio Bocca. Ma la sua scomparsa ha rinfocolato la polemica su quanto antimeridionale potè essere. Soprattutto su quanto antimeridionalismo possa esserci oggi in giro. Molto. Del resto il giornalista ex partigiano piemontese non andò per il sottile definendo “Inferno” il Sud in un suo libro famoso anche per una serie di errori di nomi, tempi, luoghi: tanto da far sospettare che non fosse troppo informato.

Ma tant’è. Oltre però che non sbagliare il “chi, come, quando, dove”, un giornalista dovrebbe anche rispondere al “perché” di ciò di cui parla. Cioè non basta dire “Napoli città decomposta da migliaia di anni” (con Napoli emblema del Sud intero: al momento dell’Unità d’Italia, i sabaudi compaesani di Bocca definivano “napo” tutti i meridionali).

Non basta dire “napoletani plebe che vive di magia”. E per completare, non basta dire, come Bocca nell’ultima intervista, che al Sud vive “gente repellente” che all’improvviso sbuca dagli angoli. Madonna.

Obiezione: il giornalista fotografa la realtà, spetta ad altri indagarne le cause. Ma allora, bisogna fotografare tutto, per esempio il popolo di formiche che ogni giorno si spezza la schiena come il resto del Paese. E poi un libro non è un articolo di giornale. Altrimenti si finisce a un comico decotto come Villaggio il quale, dopo l’alluvione della sua Genova, dice di essere “vaghissimamente indignato perché i liguri hanno la presunzione di essere una cultura anglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica che è forse la piaga di tutta l’Italia”. Insomma se piove è colpa di Napoli.

Gli scampoli del pensiero di Bocca interessano perché del tutto simili al più o meno generale (pre)giudizio sul Sud. In sintesi: occorre abbandonare le vecchie abitudini “clientelari, assistenziali, parassitarie del malcostume meridionale”. Questo (mal)costume meridionale è “estraneo e nocivo a un Paese industrialmente avanzato”. Detto in stile Villaggio, non è da Genova. Conclusione: Sud palla al piede del Paese.

Prima di procedere, necessita un “avviso ai naviganti” per i più feroci antimeridionalisti in circolazione: gli intellettuali meridionali. Quelli che “non dobbiamo sempre dare la colpa agli altri”, quelli che “a furia di giustificarci con la storia non si fa un passo in avanti”, quelli che “facciamoci un esame di coscienza”. Diciamo quelli per i quali è faticoso uscire dalla casta dei benpensanti. Soprattutto è faticoso mettersi contro la casta dominante: poi chi me lo pubblica il libro, chi mi invita in tv? La casta della quale Bocca era il più sboccato.

Il colpo di scena è che Bocca ha ragione. E anche il rancido Villaggio. Le abitudini “clientelari, assistenziali, parassitarie” sono un malcostume, e fanno danno al Sud e a tutto il Paese. Quanto alla “cultura sudista borbonica”, quand’anche ci fosse stata, è strano che abbia contaminato il resto d’Italia perché i Borbone nel 1861 persero. E quanto all’”abietta” burocrazia borbonica, dal 18 marzo 1861 la burocrazia fu ovunque sabauda.

E’ vero anche che decine di migliaia di ragazzi ogni anno lasciano il Sud non solo (e soprattutto) per mancanza di lavoro, ma anche perché non disposti a subìre il clientelismo della raccomandazione, la mortificazione dell’assistenza, lo spettacolo del parassitismo. Ma allora: o i meridionali nascono razza inferiore, o bisogna appunto capire i “perché” di tutto ciò. Premettendo che i primi colpevoli sono i meridionali medesimi. Per aver accettato senza ribellarsi ciò che le loro impavide o complici classi politiche (anzi dirigenti) hanno a loro volta accettato o provocato.

All’indomani dell’Unità, il Sud è stato rappresentato da un due per cento della popolazione di proprietari terrieri schierato contro il restante 98 per cento. Due per cento a difesa dei suoi privilegi. E cieco di fronte al disegno del nuovo Paese con l’iniziale sviluppo dirottato nel Nord accentratore, più vicino all’Europa, in fondo vincitore. Anche grazie a quelle classi dirigenti, l’effetto è stato un Sud condannato nel tempo all’intervento dello Stato per supplire ai suoi ritardi. Con una invasione di economia pubblica che è tutto il contrario dell’efficienza e della competitività. Uno statalismo nel quale, per capirci, per lavorare bisogna conoscere l’onorevole, non essere bravo.

Questa classe dirigente è stata specialista anzitutto nel far arrivare soldi. E nel farli arrivare dove serviva per avere in cambio i voti, non dove servivano per la crescita. Malcostume. Però oggi la mano corrotta dello Stato è presente in oltre la metà dell’economia non sudista ma nazionale: più dell’Unione Sovietica del tempo. E quanto alla competitività, l’Italia (non il Sud) è agli ultimi posti del mondo, dietro anche al Botswana, con tutto il rispetto. Italia meridionalizzata? O Italia tutta malata con un Sud abbastanza di più? Bocca non può rispondere, ma ci pensi.


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di LINO PATRUNO
Non è per stare a parlare ancòra di Giorgio Bocca. Ma la sua scomparsa ha rinfocolato la polemica su quanto antimeridionale potè essere. Soprattutto su quanto antimeridionalismo possa esserci oggi in giro. Molto. Del resto il giornalista ex partigiano piemontese non andò per il sottile definendo “Inferno” il Sud in un suo libro famoso anche per una serie di errori di nomi, tempi, luoghi: tanto da far sospettare che non fosse troppo informato.

Ma tant’è. Oltre però che non sbagliare il “chi, come, quando, dove”, un giornalista dovrebbe anche rispondere al “perché” di ciò di cui parla. Cioè non basta dire “Napoli città decomposta da migliaia di anni” (con Napoli emblema del Sud intero: al momento dell’Unità d’Italia, i sabaudi compaesani di Bocca definivano “napo” tutti i meridionali).

Non basta dire “napoletani plebe che vive di magia”. E per completare, non basta dire, come Bocca nell’ultima intervista, che al Sud vive “gente repellente” che all’improvviso sbuca dagli angoli. Madonna.

Obiezione: il giornalista fotografa la realtà, spetta ad altri indagarne le cause. Ma allora, bisogna fotografare tutto, per esempio il popolo di formiche che ogni giorno si spezza la schiena come il resto del Paese. E poi un libro non è un articolo di giornale. Altrimenti si finisce a un comico decotto come Villaggio il quale, dopo l’alluvione della sua Genova, dice di essere “vaghissimamente indignato perché i liguri hanno la presunzione di essere una cultura anglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica che è forse la piaga di tutta l’Italia”. Insomma se piove è colpa di Napoli.

Gli scampoli del pensiero di Bocca interessano perché del tutto simili al più o meno generale (pre)giudizio sul Sud. In sintesi: occorre abbandonare le vecchie abitudini “clientelari, assistenziali, parassitarie del malcostume meridionale”. Questo (mal)costume meridionale è “estraneo e nocivo a un Paese industrialmente avanzato”. Detto in stile Villaggio, non è da Genova. Conclusione: Sud palla al piede del Paese.

Prima di procedere, necessita un “avviso ai naviganti” per i più feroci antimeridionalisti in circolazione: gli intellettuali meridionali. Quelli che “non dobbiamo sempre dare la colpa agli altri”, quelli che “a furia di giustificarci con la storia non si fa un passo in avanti”, quelli che “facciamoci un esame di coscienza”. Diciamo quelli per i quali è faticoso uscire dalla casta dei benpensanti. Soprattutto è faticoso mettersi contro la casta dominante: poi chi me lo pubblica il libro, chi mi invita in tv? La casta della quale Bocca era il più sboccato.

Il colpo di scena è che Bocca ha ragione. E anche il rancido Villaggio. Le abitudini “clientelari, assistenziali, parassitarie” sono un malcostume, e fanno danno al Sud e a tutto il Paese. Quanto alla “cultura sudista borbonica”, quand’anche ci fosse stata, è strano che abbia contaminato il resto d’Italia perché i Borbone nel 1861 persero. E quanto all’”abietta” burocrazia borbonica, dal 18 marzo 1861 la burocrazia fu ovunque sabauda.

E’ vero anche che decine di migliaia di ragazzi ogni anno lasciano il Sud non solo (e soprattutto) per mancanza di lavoro, ma anche perché non disposti a subìre il clientelismo della raccomandazione, la mortificazione dell’assistenza, lo spettacolo del parassitismo. Ma allora: o i meridionali nascono razza inferiore, o bisogna appunto capire i “perché” di tutto ciò. Premettendo che i primi colpevoli sono i meridionali medesimi. Per aver accettato senza ribellarsi ciò che le loro impavide o complici classi politiche (anzi dirigenti) hanno a loro volta accettato o provocato.

All’indomani dell’Unità, il Sud è stato rappresentato da un due per cento della popolazione di proprietari terrieri schierato contro il restante 98 per cento. Due per cento a difesa dei suoi privilegi. E cieco di fronte al disegno del nuovo Paese con l’iniziale sviluppo dirottato nel Nord accentratore, più vicino all’Europa, in fondo vincitore. Anche grazie a quelle classi dirigenti, l’effetto è stato un Sud condannato nel tempo all’intervento dello Stato per supplire ai suoi ritardi. Con una invasione di economia pubblica che è tutto il contrario dell’efficienza e della competitività. Uno statalismo nel quale, per capirci, per lavorare bisogna conoscere l’onorevole, non essere bravo.

Questa classe dirigente è stata specialista anzitutto nel far arrivare soldi. E nel farli arrivare dove serviva per avere in cambio i voti, non dove servivano per la crescita. Malcostume. Però oggi la mano corrotta dello Stato è presente in oltre la metà dell’economia non sudista ma nazionale: più dell’Unione Sovietica del tempo. E quanto alla competitività, l’Italia (non il Sud) è agli ultimi posti del mondo, dietro anche al Botswana, con tutto il rispetto. Italia meridionalizzata? O Italia tutta malata con un Sud abbastanza di più? Bocca non può rispondere, ma ci pensi.


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mercoledì 21 dicembre 2011

Premio Provincia di Bari per il Progresso e la Cultura 2011 al giornalista Lino Patruno

Immagine articolo - Il sito d'Italia

Il Partito del Sud si complimenta con Lino Patruno per l'importante riconoscimento ricevuto per l' impegno culturale legato ai temi della pace, dello sviluppo sostenibile e dell’affermazione dei diritti universali, sociali e civili.


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Giovedì 22 dicembre 2011 alle ore 17.00 presso la Sala Consiliare della Provincia di Bari si svolgerà la III^ edizione del Premio Provincia di Bari per il Progresso e la Cultura 2011 che, quest’anno, vede come vincitore, Lino Patruno, giornalista e saggista pugliese, già direttore de “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Alla cerimonia di premiazione interverrà il Presidente della Provincia, Francesco Schittulli.

Le due precedenti edizioni del Premio, riservato ad autori di alto profilo nazionale distintisi per un impegno culturale legato ai temi della pace, dello sviluppo sostenibile e dell’affermazione dei diritti universali, sociali e civili, sono state vinte dall’oncologo di fama internazionale, Umberto Veronesi e dal giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, Aldo Forbice.

Per l’edizione 2011 la commissione di valutazione all’unanimità ha designato quale vincitore, Lino Patruno per il suo impegno a difesa del Mezzogiorno espresso in articoli, interventi pubblici, libri. In particolare è stato rilevato il valore divulgativo del suo ultimo lavoro editoriale “Fuoco del Sud” (Rubbettino editore).


Fonte: Il Sito di Bari


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Immagine articolo - Il sito d'Italia

Il Partito del Sud si complimenta con Lino Patruno per l'importante riconoscimento ricevuto per l' impegno culturale legato ai temi della pace, dello sviluppo sostenibile e dell’affermazione dei diritti universali, sociali e civili.


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Giovedì 22 dicembre 2011 alle ore 17.00 presso la Sala Consiliare della Provincia di Bari si svolgerà la III^ edizione del Premio Provincia di Bari per il Progresso e la Cultura 2011 che, quest’anno, vede come vincitore, Lino Patruno, giornalista e saggista pugliese, già direttore de “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Alla cerimonia di premiazione interverrà il Presidente della Provincia, Francesco Schittulli.

Le due precedenti edizioni del Premio, riservato ad autori di alto profilo nazionale distintisi per un impegno culturale legato ai temi della pace, dello sviluppo sostenibile e dell’affermazione dei diritti universali, sociali e civili, sono state vinte dall’oncologo di fama internazionale, Umberto Veronesi e dal giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, Aldo Forbice.

Per l’edizione 2011 la commissione di valutazione all’unanimità ha designato quale vincitore, Lino Patruno per il suo impegno a difesa del Mezzogiorno espresso in articoli, interventi pubblici, libri. In particolare è stato rilevato il valore divulgativo del suo ultimo lavoro editoriale “Fuoco del Sud” (Rubbettino editore).


Fonte: Il Sito di Bari


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venerdì 9 dicembre 2011

Il teatrino antitaliano dei «signor secessione»

di Lino Patruno

Allora, quelli della Lega Nord hanno ripreso a dire che se ne andranno. Secessione, secessione. Solo nell’incredibile Italia poteva avvenire che, invece di essere processati come sovversivi, fossero accolti al governo dello stesso Paese che vogliono distruggere. E con tutti gli onori: bastava che Bossi biascicasse qualcosa, ché tutti a tremare. E pur stando al governo dell’intero Paese, parlavano solo della loro “gente”. Senza che nessuno della famosa classe dirigente meridionale osasse mai obiettare qualcosa.

Ovvio che ora vogliano cinicamente trasformare lo scontento in voti. E sperano nel crollo dell’euro e dell’Italia. Ovvio anche che la medesima famosa classe dirigente meridionale non abbia obiettato nulla neanche vedendo quanto poco Sud ci sia nelle manovra anticrisi.

Sud pur unica fonte di crescita per tutti. Ma Monti deve andare avanti. Soprattutto con nuove tasse, tanto per cambiare. Soprattutto sui presunti ricchi, quelli da mille euro in su, mentre i veri ricchi si sfregano ancòra una volta le mani. Sono quel 10 per cento che detiene il 40 per cento del patrimonio nazionale. Sono quelli che hanno portato i capitali all’estero. E, dopo aver pagato un vergognoso 5 per cento continuando a tenere i capitali all’estero, ora con un altro uno e mezzo se la sbrigano per sempre (tutta “gente” del Nord, vero Bossi?).

Ma Monti deve andare avanti, e del resto non è stato lui a pregarci. Non bisogna arrivare all’emergenza se non si vuole poi che l’emergenza sia ingiusta. Ma questa Lega che fa il suo comodo mentre il resto del Paese soffre, la dice lunga. E’ la conferma che i politicanti pensano alle elezioni mentre gli statisti pensano alle nuove generazioni.

Lasciamo stare gli scandali che da Tangentopoli in poi sono avvenuti tutti al Nord: ogni giorno una tangente soprattutto nella Milano capitale morale del Paese. Ma nessuno nega che ci sia una Questione Settentrionale, anzitutto fisco e burocrazia soffocanti su piccole e medie imprese investite dalla feroce concorrenza internazionale. E si può anche capire il cittadino medio del Nord convinto da un lavaggio del cervello che le sue tasse vengano sprecate altrove.

E’ il famoso “Sacco del Nord” del quale ha parlato il sociologo Luca Ricolfi in un suo libro poi diventato famigerato. Perché non si possono sparare cifre a vanvera solo per vendere un libro. Specie quando diventano una Bibbia distruttiva nelle mani di chi vuole solo specularci. Come continuano a fare i Salvini e i Calderoli, tutt’altro che al servizio di una pacificazione nazionale. Perché non è vero che i 50 miliardi l’anno, il frutto di quel “saccheggio”, finisce solo al Sud. Può finire, per dire, anche da una zona lombarda più ricca a una meno ricca.

E poi, quand’anche finisse tutto al Sud, si vorrebbe capire come il Nord ritiene che i meridionali possano continuare ad acquistare ancòra il 60 per cento dei prodotti settentrionali, cioè a far tornare indietro (e con gli interessi) il presunto malloppo rapinato. Per non dire degli 80 mila giovani meridionali che il Sud continua a regalare chiavi in mano ogni anno al Nord dopo averci speso il sangue per farli diplomare o laureare. E le fondazioni che incassano al Nord gli utili che le banche settentrionali fanno al Sud. Mentre le imprese settentrionali che operano al Sud pagano le tasse al Nord dove hanno la sede legale.

Insomma, sia pure nella sperequazione, questo Paese è molto più innervato da Nord a Sud di quanto i Salvini e i Calderoli vogliano far credere. Se ne vanno? Addio. La Questione Settentrionale e la Questione Meridionale sono un’unica Questione Nazionale. Il Nord e il Sud soffrono insieme (sì, insieme) della maledizione della decennale mancata crescita. Resta il divario, anzitutto di infrastrutture: dove non c’è una strada, non arriva né parte il camion dell’economia. Si dia la leva delle infrastrutture al Sud. Così isolando quei meridionali che continuano a chiedere soldi pubblici di assistenza fonte troppo spesso di malapolitica e malaffare.

Un’ultima parola per la signora Merkel. La cancelliera tedesca ha detto che la Germania non può aiutare un’Italia il cui Sud ha un numero sproporzionato di dipendenti pubblici. D’accordo sul numero, cara “signora No”. Ma quei dipendenti pubblici avrebbero voluto essere dipendenti privati, e magari avere anche la fabbrichetta. Come avviene in Lombardia, dove ce ne sarebbero la metà rispetto al Sud. Non bisogna scambiare la causa con l’effetto. Se il divario non fa sviluppare un’economia di mercato, il posto pubblico è un ammortizzatore sociale contro la disoccupazione di massa, purtroppo.

(Tutto questo del resto la signora Merkel dovrebbe saperlo, in una Germania che ha unificato Ovest ed Est. Riunificazione ancòra a metà. Solo che in Germania si è speso 50 volte quanto tutta la Cassa per il Mezzogiorno. E si continua a dare addosso al nostro Sud)


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di Lino Patruno

Allora, quelli della Lega Nord hanno ripreso a dire che se ne andranno. Secessione, secessione. Solo nell’incredibile Italia poteva avvenire che, invece di essere processati come sovversivi, fossero accolti al governo dello stesso Paese che vogliono distruggere. E con tutti gli onori: bastava che Bossi biascicasse qualcosa, ché tutti a tremare. E pur stando al governo dell’intero Paese, parlavano solo della loro “gente”. Senza che nessuno della famosa classe dirigente meridionale osasse mai obiettare qualcosa.

Ovvio che ora vogliano cinicamente trasformare lo scontento in voti. E sperano nel crollo dell’euro e dell’Italia. Ovvio anche che la medesima famosa classe dirigente meridionale non abbia obiettato nulla neanche vedendo quanto poco Sud ci sia nelle manovra anticrisi.

Sud pur unica fonte di crescita per tutti. Ma Monti deve andare avanti. Soprattutto con nuove tasse, tanto per cambiare. Soprattutto sui presunti ricchi, quelli da mille euro in su, mentre i veri ricchi si sfregano ancòra una volta le mani. Sono quel 10 per cento che detiene il 40 per cento del patrimonio nazionale. Sono quelli che hanno portato i capitali all’estero. E, dopo aver pagato un vergognoso 5 per cento continuando a tenere i capitali all’estero, ora con un altro uno e mezzo se la sbrigano per sempre (tutta “gente” del Nord, vero Bossi?).

Ma Monti deve andare avanti, e del resto non è stato lui a pregarci. Non bisogna arrivare all’emergenza se non si vuole poi che l’emergenza sia ingiusta. Ma questa Lega che fa il suo comodo mentre il resto del Paese soffre, la dice lunga. E’ la conferma che i politicanti pensano alle elezioni mentre gli statisti pensano alle nuove generazioni.

Lasciamo stare gli scandali che da Tangentopoli in poi sono avvenuti tutti al Nord: ogni giorno una tangente soprattutto nella Milano capitale morale del Paese. Ma nessuno nega che ci sia una Questione Settentrionale, anzitutto fisco e burocrazia soffocanti su piccole e medie imprese investite dalla feroce concorrenza internazionale. E si può anche capire il cittadino medio del Nord convinto da un lavaggio del cervello che le sue tasse vengano sprecate altrove.

E’ il famoso “Sacco del Nord” del quale ha parlato il sociologo Luca Ricolfi in un suo libro poi diventato famigerato. Perché non si possono sparare cifre a vanvera solo per vendere un libro. Specie quando diventano una Bibbia distruttiva nelle mani di chi vuole solo specularci. Come continuano a fare i Salvini e i Calderoli, tutt’altro che al servizio di una pacificazione nazionale. Perché non è vero che i 50 miliardi l’anno, il frutto di quel “saccheggio”, finisce solo al Sud. Può finire, per dire, anche da una zona lombarda più ricca a una meno ricca.

E poi, quand’anche finisse tutto al Sud, si vorrebbe capire come il Nord ritiene che i meridionali possano continuare ad acquistare ancòra il 60 per cento dei prodotti settentrionali, cioè a far tornare indietro (e con gli interessi) il presunto malloppo rapinato. Per non dire degli 80 mila giovani meridionali che il Sud continua a regalare chiavi in mano ogni anno al Nord dopo averci speso il sangue per farli diplomare o laureare. E le fondazioni che incassano al Nord gli utili che le banche settentrionali fanno al Sud. Mentre le imprese settentrionali che operano al Sud pagano le tasse al Nord dove hanno la sede legale.

Insomma, sia pure nella sperequazione, questo Paese è molto più innervato da Nord a Sud di quanto i Salvini e i Calderoli vogliano far credere. Se ne vanno? Addio. La Questione Settentrionale e la Questione Meridionale sono un’unica Questione Nazionale. Il Nord e il Sud soffrono insieme (sì, insieme) della maledizione della decennale mancata crescita. Resta il divario, anzitutto di infrastrutture: dove non c’è una strada, non arriva né parte il camion dell’economia. Si dia la leva delle infrastrutture al Sud. Così isolando quei meridionali che continuano a chiedere soldi pubblici di assistenza fonte troppo spesso di malapolitica e malaffare.

Un’ultima parola per la signora Merkel. La cancelliera tedesca ha detto che la Germania non può aiutare un’Italia il cui Sud ha un numero sproporzionato di dipendenti pubblici. D’accordo sul numero, cara “signora No”. Ma quei dipendenti pubblici avrebbero voluto essere dipendenti privati, e magari avere anche la fabbrichetta. Come avviene in Lombardia, dove ce ne sarebbero la metà rispetto al Sud. Non bisogna scambiare la causa con l’effetto. Se il divario non fa sviluppare un’economia di mercato, il posto pubblico è un ammortizzatore sociale contro la disoccupazione di massa, purtroppo.

(Tutto questo del resto la signora Merkel dovrebbe saperlo, in una Germania che ha unificato Ovest ed Est. Riunificazione ancòra a metà. Solo che in Germania si è speso 50 volte quanto tutta la Cassa per il Mezzogiorno. E si continua a dare addosso al nostro Sud)


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venerdì 18 novembre 2011

Fra Nord e Sud la verità sul debito

di Lino Patruno


Occorre rassicurare Monti che il Sud non ha alcuna intenzione di chiedere di più. Può bastare che gli venga dato quanto gli è attribuito. E che quanto gli è attribuito non sia ancòra un bancomat dal quale prelevare per qualsiasi necessità, dalle multe ai lattai settentrionali ai contributi ai traghettatori del Lago di Garda. E’ giusto che il presidente abbia ricordato le note dolenti della Questione meridionale: infrastrutture, disoccupazione, innovazione, rispetto della legalità. Problemi da affrontare, giusto anche questo, utilizzando meglio i soldi a disposizione. E non fa una piega il richiamo anche a una Questione Settentrionale: costo della vita, delocalizzazione, nuove povertà, bassa natalità (benché ora siano le mamme terrone a non azzardarsi più a fare figli).

È vero anche che la crescita è stata deludente a Nord come a Sud. E però nessuno quanto un economista alla Monti sa che sarà tanto più deludente quanto meno crescerà il Sud. Oggi vi lavora il 20 per cento in meno che al Nord: un giacimento di potenziale sviluppo al servizio di tutti. Dove però non si va a scavare lasciando inutilizzata una ricchezza possibile. Né ci sono le condizioni perché il Sud possa fare da solo come vuole, a cominciare appunto dalle infrastrutture. Per dire: se si fa l’alta velocità ferroviaria al Nord, la si faccia anche al Sud. Solo un piccolo esempio di ripartenza nel modo giusto.

Una ritrovata coesione sociale e territoriale, ha prospettato il presidente. Per mettere a tacere chi al Sud continua ad aspettarsi solo soldi e assistenza. Ma anche chi continua a vaneggiare di Nord depredato e che non ne può più. Come fa la Lega passata da “Roma ladrona” a “Roma poltrona” e ora tornata a “Roma ladrona”.

Mentre il Paese dovrebbe stringersi “a coorte”, costoro convocano il Parlamento della Padania. E ricominciano a parlare di rendita di posizione al Sud senza guardare mai alle loro pensioni di invalidità. Né alle Province che non hanno voluto abolire. Né al loro Ponzellini indagato per associazione a delinquere e che volevano presidente della Banca del Mezzogiorno.

Polpetta avvelenata - Per fortuna dicono di averci sempre pensato loro al Sud: con la polpetta avvelenata del federalismo fiscale. Che parte da una grande menzogna sull’attuale debito pubblico. Correvano gli anni ‘70 quando, in un distratto Ferragosto, gli Stati Uniti annunciarono: il dollaro non è più convertibile in oro. Con la sola guerra del Vietnam ne avevano perse 90 mila tonnellate. Si passava dai cambi fissi fra le monete ai cambi variabili: dalla stabilità alla instabilità. Qualche anno dopo, il secondo conflitto Israele-Arabi portò alla guerra del petrolio: domeniche a piedi e città a luci spente. Ne fu distrutta l’industria pesante che avevano appioppato al Sud, dalla siderurgia alla chimica alla raffinazione. Fu anche la rapina delle banche del Sud dichiarate sommariamente fallite.
Occorreva però sostenere la piccola e media industria del Nord. Ecco la “svalutazione competitiva” della lira. Si teneva basso il valore della lira per far costare meno i prodotti che il Nord esportava. Grande inflazione, stampa continua di carta moneta dal valore sempre minore. Quattro le conseguenze, cui nessuno allora fece caso.

Uno: l’impoverimento ulteriore del Sud, perché valore basso della lira e inflazione significavano colpire soprattutto i consumatori meno abbienti, i meridionali (come ora con l’aumento dell’Iva).

Due: se con la lira svalutata il Nord esportava di più, l’Italia si indebitava sempre di più, anzitutto per pagare il petrolio sempre più caro.

Tre: tra caro-petrolio e inflazione, per coprire i buchi di bilancio occorreva chiedere sempre più prestiti (anche allora ai famosi “mercati”). Ecco crescere quel debito pubblico che ci ritroviamo. Con una aggravante, ah signora Merkel: per riunificarsi, la Germania Ovest non dette assistenza all’Est (come si era scelto di fare col nostro Sud), ma attirò i capitali esteri pagando interessi sempre più alti. Su quegli stessi mercati cui anche l’Italia dovette pagare questi interessi crescenti.

Quattro: il protezionismo a favore del Nord non solo inguaiò il resto del Paese (leggi Sud). Ma per anni consentì alle imprese del Nord di non pensare a quel minimo di innovazione e produttività che sarebbero stati utili quando sarebbe arrivata la concorrenza senza ombrello (la globalizzazione). Per questo oggi nelle classifiche della produttività l’Italia è sotto anche allo Zimbawe. Per questo abbiamo i salari più bassi d’Europa ma il costo industriale più alto.

Privilegio al nord - Quando il carnevale finì, e grazie al privilegio concesso al Nord tutta l’Italia dovette pagare più tasse, allora la Lega lanciò la rivolta fiscale contro “Roma ladrona”: non volevano pagare le tasse che essi stessi avevano determinato per tutti. E fu allora che inventarono il federalismo fiscale. Ciascuno si tiene i suoi soldi. Non vogliamo dare soldi al Sud. Quel Sud al quale non solo non avevano mai dato soldi, ma che avevano ancor più impoverito con l’inflazione per i loro comodi.
Anche questo il Sud deve ricordare a chi lo accusa mentre esordisce Monti. La coesione nazionale si poggia anzitutto sulla verità. Anche se potrà indispettire il signor Bossi che Monti sia uno di Milano, cioè delle sue parti.


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di Lino Patruno


Occorre rassicurare Monti che il Sud non ha alcuna intenzione di chiedere di più. Può bastare che gli venga dato quanto gli è attribuito. E che quanto gli è attribuito non sia ancòra un bancomat dal quale prelevare per qualsiasi necessità, dalle multe ai lattai settentrionali ai contributi ai traghettatori del Lago di Garda. E’ giusto che il presidente abbia ricordato le note dolenti della Questione meridionale: infrastrutture, disoccupazione, innovazione, rispetto della legalità. Problemi da affrontare, giusto anche questo, utilizzando meglio i soldi a disposizione. E non fa una piega il richiamo anche a una Questione Settentrionale: costo della vita, delocalizzazione, nuove povertà, bassa natalità (benché ora siano le mamme terrone a non azzardarsi più a fare figli).

È vero anche che la crescita è stata deludente a Nord come a Sud. E però nessuno quanto un economista alla Monti sa che sarà tanto più deludente quanto meno crescerà il Sud. Oggi vi lavora il 20 per cento in meno che al Nord: un giacimento di potenziale sviluppo al servizio di tutti. Dove però non si va a scavare lasciando inutilizzata una ricchezza possibile. Né ci sono le condizioni perché il Sud possa fare da solo come vuole, a cominciare appunto dalle infrastrutture. Per dire: se si fa l’alta velocità ferroviaria al Nord, la si faccia anche al Sud. Solo un piccolo esempio di ripartenza nel modo giusto.

Una ritrovata coesione sociale e territoriale, ha prospettato il presidente. Per mettere a tacere chi al Sud continua ad aspettarsi solo soldi e assistenza. Ma anche chi continua a vaneggiare di Nord depredato e che non ne può più. Come fa la Lega passata da “Roma ladrona” a “Roma poltrona” e ora tornata a “Roma ladrona”.

Mentre il Paese dovrebbe stringersi “a coorte”, costoro convocano il Parlamento della Padania. E ricominciano a parlare di rendita di posizione al Sud senza guardare mai alle loro pensioni di invalidità. Né alle Province che non hanno voluto abolire. Né al loro Ponzellini indagato per associazione a delinquere e che volevano presidente della Banca del Mezzogiorno.

Polpetta avvelenata - Per fortuna dicono di averci sempre pensato loro al Sud: con la polpetta avvelenata del federalismo fiscale. Che parte da una grande menzogna sull’attuale debito pubblico. Correvano gli anni ‘70 quando, in un distratto Ferragosto, gli Stati Uniti annunciarono: il dollaro non è più convertibile in oro. Con la sola guerra del Vietnam ne avevano perse 90 mila tonnellate. Si passava dai cambi fissi fra le monete ai cambi variabili: dalla stabilità alla instabilità. Qualche anno dopo, il secondo conflitto Israele-Arabi portò alla guerra del petrolio: domeniche a piedi e città a luci spente. Ne fu distrutta l’industria pesante che avevano appioppato al Sud, dalla siderurgia alla chimica alla raffinazione. Fu anche la rapina delle banche del Sud dichiarate sommariamente fallite.
Occorreva però sostenere la piccola e media industria del Nord. Ecco la “svalutazione competitiva” della lira. Si teneva basso il valore della lira per far costare meno i prodotti che il Nord esportava. Grande inflazione, stampa continua di carta moneta dal valore sempre minore. Quattro le conseguenze, cui nessuno allora fece caso.

Uno: l’impoverimento ulteriore del Sud, perché valore basso della lira e inflazione significavano colpire soprattutto i consumatori meno abbienti, i meridionali (come ora con l’aumento dell’Iva).

Due: se con la lira svalutata il Nord esportava di più, l’Italia si indebitava sempre di più, anzitutto per pagare il petrolio sempre più caro.

Tre: tra caro-petrolio e inflazione, per coprire i buchi di bilancio occorreva chiedere sempre più prestiti (anche allora ai famosi “mercati”). Ecco crescere quel debito pubblico che ci ritroviamo. Con una aggravante, ah signora Merkel: per riunificarsi, la Germania Ovest non dette assistenza all’Est (come si era scelto di fare col nostro Sud), ma attirò i capitali esteri pagando interessi sempre più alti. Su quegli stessi mercati cui anche l’Italia dovette pagare questi interessi crescenti.

Quattro: il protezionismo a favore del Nord non solo inguaiò il resto del Paese (leggi Sud). Ma per anni consentì alle imprese del Nord di non pensare a quel minimo di innovazione e produttività che sarebbero stati utili quando sarebbe arrivata la concorrenza senza ombrello (la globalizzazione). Per questo oggi nelle classifiche della produttività l’Italia è sotto anche allo Zimbawe. Per questo abbiamo i salari più bassi d’Europa ma il costo industriale più alto.

Privilegio al nord - Quando il carnevale finì, e grazie al privilegio concesso al Nord tutta l’Italia dovette pagare più tasse, allora la Lega lanciò la rivolta fiscale contro “Roma ladrona”: non volevano pagare le tasse che essi stessi avevano determinato per tutti. E fu allora che inventarono il federalismo fiscale. Ciascuno si tiene i suoi soldi. Non vogliamo dare soldi al Sud. Quel Sud al quale non solo non avevano mai dato soldi, ma che avevano ancor più impoverito con l’inflazione per i loro comodi.
Anche questo il Sud deve ricordare a chi lo accusa mentre esordisce Monti. La coesione nazionale si poggia anzitutto sulla verità. Anche se potrà indispettire il signor Bossi che Monti sia uno di Milano, cioè delle sue parti.


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sabato 5 novembre 2011

Se mi fai il patrigno non posso rispettarti



Di Lino Patruno

Poi dice che uno vuole sempre stare a difendere il Sud, mentre l’Italia affonda. Ma per esempio, questa storia dei dipendenti pubblici meridionali che, per non fare affondare l’Italia, dovrebbero guadagnare meno di quelli del Nord perché lì la vita costa di più.Gabbie salariali, rieccole. Strano, perché si riteneva che uno stesso stipendio compensasse la stessa quantità di lavoro a Bari come a Milano. Una legge di civiltà. E che non è compito dello Stato andare a vedere se a Bari si possa comprare un chilo di pane e a Milano 750 grammi. E se uno non è consumatore nel senso che vive d’aria o qualcuno lo sfama, quindi destina ciò che prende al risparmio, deve essere lo Stato a spiare in casa sua e decidere per lui?

Lasciamo stare i criteri per stabilire il costo della vita: magari a Bari si beve acqua di rubinetto, a Milano bevono minerale e dicono che l’acqua costa di più a Milano. E se il barese ha famiglia numerosa, e il milanese è solo, chi deve guadagnare di più? E se il barese ha un figlio che non lavora, mentre il figlio del collega di Milano lavora ed è autonomo, chi deve guadagnare di più? E se il barese per fare una Tac deve andare dal privato perché per quella pubblica servono sei mesi, mentre il collega di Milano paga solo il ticket perché tutto funziona, chi deve guadagnare di più? E il bus? E gli asili? Più che il costo della vita, bisognerebbe conteggiare il costo dell’esistenza.

Tutto questo senza dire che il collega di Milano, se il lavoro pubblico non gli conviene, può trovarne un altro con molta minore difficoltà (a parte il fatto che nessuno l’ha obbligato a fare lo statale). Anche per questo ci sono più dipendenti pubblici al Sud che al Nord: perché il lavoro pubblico è un ammortizzatore sociale rispetto a condizioni che non consentono di creare agevolmente altro lavoro. Bisognerebbe dirlo a tutti i leghisti alla Salvini che fanno i guappi in tv pontificando sempre sul Sud, parassiti qua parassiti là.

E poi. Il collega di Milano vive in una città (e in una zona del Paese) in cui la maggiore ricchezza del Comune gli consente addirittura di avere servizi pubblici migliori pagando meno tasse. E mentre si propone di far guadagnare a lui più del barese, Tremonti taglia invece fondi al Comune di Bari nello stesso modo in cui li taglia a Milano. Tagli lineari, uguali per tutti. Senza tener conto che già il Comune di Bari è meno ricco di uno del Nord perché, essendo meno ricchi i cittadini, ricava meno dalle tasse. E che proprio questo Comune avrebbe bisogno di maggiori fondi per far funzionare bus e asili come a Milano. Come dire: tra stipendi e fondi ai Comuni, figli e figliastri sempre a danno di chi?

Altrettanto scontato che nessun politico difenda il Sud, quasi se ne vergognano. Come nessuno difende il Sud dal taglio dei treni. Ora via due dalla linea adriatica, quando proprio il Sud ne avrebbe più bisogno essendo peggio collegato dagli aerei che nel bilancio di un meridionale pesano più che in quello di un settentrionale. Ma dicono che sono rami secchi, come viene considerato un po’ tutto il Sud. Innescando il meccanismo automatico non dello sviluppo ma del sottosviluppo. Non si mettono i treni perché non ci sarebbe traffico. Ma se non ci sono i treni non può esserci traffico. Come l’uovo e la gallina. Ignorando che c’è un diritto costituzionale ad avere allo stesso modo i treni prima di stabilire che non servono. E perché l’alta velocità c’è solo al Nord? Forse che il Sud gode ad andare più lento?

Ovvio che al Sud nessuno investa, deve essere uno che vuol farsi del male. Nessuno verrebbe a investire dove uno stesso meridionale vuole scappare. Ma ora l’autocritica meridionale dovrebbe farsi più sofisticata. Essendo sempre più i censori i quali sollecitano il Sud a cercare in se stesso il suo sviluppo più che attenderlo sempre da fuori. Insomma il divario sarebbe più sociale che economico. Il Sud dovrebbe avere più capacità di cooperazione che individualismo, più responsabilità e meno disprezzo per la legalità, più cura per i beni pubblici che per i propri interessi. Dovrebbe avere un senso della comunità che fa osservare le regole nell’interesse di tutti. Civismo.

Ma un meridionale, che è civilissimo al Nord, lo è meno al Sud. Dove butta la carta per terra e passa col rosso in spregio allo Stato che non dimostra di aver cura di lui. Uno rispetta le regole dello Stato se lo Stato gli dà rispetto non facendolo vivere in condizioni economiche indegne. Uno rispetta le regole dello Stato (e in fondo le sue) se lo Stato non gli toglie i treni, se gli dà le strade, se non affama il suo Comune, se combatte efficacemente la criminalità. Il meridionale è un buon figlio se lo Stato non gli fa il patrigno.

Ecco tornare al solito interrogativo sul Sud: è nato prima l’uovo o la gallina?

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno del 4 novembre 2011

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Di Lino Patruno

Poi dice che uno vuole sempre stare a difendere il Sud, mentre l’Italia affonda. Ma per esempio, questa storia dei dipendenti pubblici meridionali che, per non fare affondare l’Italia, dovrebbero guadagnare meno di quelli del Nord perché lì la vita costa di più.Gabbie salariali, rieccole. Strano, perché si riteneva che uno stesso stipendio compensasse la stessa quantità di lavoro a Bari come a Milano. Una legge di civiltà. E che non è compito dello Stato andare a vedere se a Bari si possa comprare un chilo di pane e a Milano 750 grammi. E se uno non è consumatore nel senso che vive d’aria o qualcuno lo sfama, quindi destina ciò che prende al risparmio, deve essere lo Stato a spiare in casa sua e decidere per lui?

Lasciamo stare i criteri per stabilire il costo della vita: magari a Bari si beve acqua di rubinetto, a Milano bevono minerale e dicono che l’acqua costa di più a Milano. E se il barese ha famiglia numerosa, e il milanese è solo, chi deve guadagnare di più? E se il barese ha un figlio che non lavora, mentre il figlio del collega di Milano lavora ed è autonomo, chi deve guadagnare di più? E se il barese per fare una Tac deve andare dal privato perché per quella pubblica servono sei mesi, mentre il collega di Milano paga solo il ticket perché tutto funziona, chi deve guadagnare di più? E il bus? E gli asili? Più che il costo della vita, bisognerebbe conteggiare il costo dell’esistenza.

Tutto questo senza dire che il collega di Milano, se il lavoro pubblico non gli conviene, può trovarne un altro con molta minore difficoltà (a parte il fatto che nessuno l’ha obbligato a fare lo statale). Anche per questo ci sono più dipendenti pubblici al Sud che al Nord: perché il lavoro pubblico è un ammortizzatore sociale rispetto a condizioni che non consentono di creare agevolmente altro lavoro. Bisognerebbe dirlo a tutti i leghisti alla Salvini che fanno i guappi in tv pontificando sempre sul Sud, parassiti qua parassiti là.

E poi. Il collega di Milano vive in una città (e in una zona del Paese) in cui la maggiore ricchezza del Comune gli consente addirittura di avere servizi pubblici migliori pagando meno tasse. E mentre si propone di far guadagnare a lui più del barese, Tremonti taglia invece fondi al Comune di Bari nello stesso modo in cui li taglia a Milano. Tagli lineari, uguali per tutti. Senza tener conto che già il Comune di Bari è meno ricco di uno del Nord perché, essendo meno ricchi i cittadini, ricava meno dalle tasse. E che proprio questo Comune avrebbe bisogno di maggiori fondi per far funzionare bus e asili come a Milano. Come dire: tra stipendi e fondi ai Comuni, figli e figliastri sempre a danno di chi?

Altrettanto scontato che nessun politico difenda il Sud, quasi se ne vergognano. Come nessuno difende il Sud dal taglio dei treni. Ora via due dalla linea adriatica, quando proprio il Sud ne avrebbe più bisogno essendo peggio collegato dagli aerei che nel bilancio di un meridionale pesano più che in quello di un settentrionale. Ma dicono che sono rami secchi, come viene considerato un po’ tutto il Sud. Innescando il meccanismo automatico non dello sviluppo ma del sottosviluppo. Non si mettono i treni perché non ci sarebbe traffico. Ma se non ci sono i treni non può esserci traffico. Come l’uovo e la gallina. Ignorando che c’è un diritto costituzionale ad avere allo stesso modo i treni prima di stabilire che non servono. E perché l’alta velocità c’è solo al Nord? Forse che il Sud gode ad andare più lento?

Ovvio che al Sud nessuno investa, deve essere uno che vuol farsi del male. Nessuno verrebbe a investire dove uno stesso meridionale vuole scappare. Ma ora l’autocritica meridionale dovrebbe farsi più sofisticata. Essendo sempre più i censori i quali sollecitano il Sud a cercare in se stesso il suo sviluppo più che attenderlo sempre da fuori. Insomma il divario sarebbe più sociale che economico. Il Sud dovrebbe avere più capacità di cooperazione che individualismo, più responsabilità e meno disprezzo per la legalità, più cura per i beni pubblici che per i propri interessi. Dovrebbe avere un senso della comunità che fa osservare le regole nell’interesse di tutti. Civismo.

Ma un meridionale, che è civilissimo al Nord, lo è meno al Sud. Dove butta la carta per terra e passa col rosso in spregio allo Stato che non dimostra di aver cura di lui. Uno rispetta le regole dello Stato se lo Stato gli dà rispetto non facendolo vivere in condizioni economiche indegne. Uno rispetta le regole dello Stato (e in fondo le sue) se lo Stato non gli toglie i treni, se gli dà le strade, se non affama il suo Comune, se combatte efficacemente la criminalità. Il meridionale è un buon figlio se lo Stato non gli fa il patrigno.

Ecco tornare al solito interrogativo sul Sud: è nato prima l’uovo o la gallina?

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno del 4 novembre 2011

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venerdì 4 novembre 2011

La legge è più uguale al Nord che al Sud

Di Lino Patruno

Poi dice che il Sud sta sempre a lamentarsi. Per esempio l’Alenia in Campania. Il nuovo piano industriale di Finmeccanica (ma guarda) prevede lo spostamento della sede legale della società aeronautica da Pomigliano a Venegono in provincia di Varese. Motivo dichiarato: l’incorporazione di Alenia Aermacchi in Alenia Aeronautica, con la creazione di una nuova società.
In genere la sede legale rimane a chi incorpora non a chi viene incorporato. Ma questa volta no. Sospetto: non sarà che la società incorporata è a Varese, città non solo nordista ma discretamente cara al capo della Lega, Bossi? E’ quello che voleva spostare anche tre ministeri a Monza, anzi a modo suo l’ha fatto con tanto di fanfare benché non ci siano neanche tavoli e sedie. Ed è quello che, mentre l’Italia rischia il fallimento, invece di stringersi “a coorte” per difenderla, parla di referendum per fare la Padania, illudendosi di contare più di una Slovenia o una Croazia, con tutto il rispetto.
E tuttavia il problema non è solo avere una sede, dove magari si può dare un posto di impiegato o usciere a chi già ce l’ha, togliendolo a chi non ce l’ha come il Sud. Il problema è che dove una azienda ha la sede legale, lì paga le tasse. E quel territorio arricchisce benché produca altrove. Tranne poi dire, come il medesimo Bossi fa di continuo, che i soldi devono restare dove sono prodotti. La legge non è uguale per tutti, ma è più uguale per il Nord.
E’ una aberrazione di marca feudale, come il signorotto che razzolava galline, frumento e soldi fra i contadini, consumandoli poi nel suo possedimento. Per fare un esempio, i soldi delle tasse dei lombardi dovrebbero essere spesi solo in Lombardia, e non redistribuiti dallo Stato in base a una solidarietà nazionale comune a qualsiasi democrazia e civiltà moderna. Senza tener conto che quei soldi i lombardi (o chi per loro, per carità) li fanno anche grazie a beni pubblici (diciamo infrastrutture) pagati dallo Stato, cioè anche dai meridionali. E senza tener vieppiù conto che, nonostante tutte le chiacchiere leghiste, la spesa pubblica dello Stato è ancòra maggiore al Nord che al Sud.
Ma non c’è solo Alenia a dimostrare che il Sud deve essere condannato a restare Sud. Vedi la Puglia, col porto di Taranto. Mille discorsi della domenica: il Mezzogiorno sarà la piattaforma logistica in Mediterraneo. In altre parole, una felice posizione in grado di farlo diventare il punto di approdo e di ripartenza delle merci che arrivano via mare dall’Asia. Ma mai qualche grande opera per attrezzare quei porti, per dirne una, di fondali più profondi. Mai qualche grande opera per creare il retroporto: se un container arriva a Taranto ma poi vi rimane bloccato perché non c’è collegamento ferroviario veloce per l’Europa del Nord , si perde tutto il vantaggio.
Ora Evergreen, la potente multinazionale di Taiwan, ha trasferito quattro sue linee da Taranto al Pireo, denunciando inefficienze e di fatto svuotando Taranto non solo di lavoro ma anche di prospettive. Un’altra multinazionale del trasporto marittimo, la Maersk, ha abbandonato Gioia Tauro denunciando un assenteismo del 40 per cento. Se così è, la magistratura faccia il suo lavoro senza sconti per meridionali che danneggiano non solo se stessi.
Ma mentre nel Mediterraneo sta per raddoppiare il traffico, non uno straccio di investimento serio, non una miseria di facilitazione fiscale per non perdere il ricco flusso. L’opposto del Nordafrica, ma anche di Spagna e Francia, i quali offrono incentivi e attrezzano porti che fra poco metteranno fuorigioco i nostri. Ma tanto, chi se ne importa, sono Sud. Basterà ripetere i discorsi della domenica sulla piattaforma logistica. E accusare un giorno sì un giorno no i meridionali di non rimboccarsi le maniche. Anzi accusarli di essere solo spreco, criminalità e munnezza.
A proposito della quale, non può che suscitare rabbia la sentenza che, dopo tredici anni, ha assolto tutti i 95 imputati del colossale traffico di rifiuti tossici, un milione di tonnellate, seppelliti nel Casertano e nel Napoletano in terreni di frutta, verdura e allevamento. Prescrizioni, errori di procedura, ritardi nonostante le confessioni. Vicenda raccontata nel libro “Gomorra” di Saviano e nel relativo film. E rifiuti provenienti tutti dal Nord, quaranta camion di veleni ogni settimana. Quello stesso Nord che ha rifiutato sdegnato di prendersi (a pagamento) i rifiuti non tossici napoletani rimasti in strada anche perché le discariche erano ricolme dei suoi rifiuti tossici.
Se questo significa Sud che piange sempre, allora è meglio gridare. Ultime notizie: sulla Lecce-Roma, da ottobre stop ai treni a basso costo con aumento del biglietto fino al 70 per cento. Le Ferrovie vogliono soldi dallo Stato per conservarli. E poi si continua a dire che i soldi dello Stato li vogliono sempre i soliti insopportabili meridionali.



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Di Lino Patruno

Poi dice che il Sud sta sempre a lamentarsi. Per esempio l’Alenia in Campania. Il nuovo piano industriale di Finmeccanica (ma guarda) prevede lo spostamento della sede legale della società aeronautica da Pomigliano a Venegono in provincia di Varese. Motivo dichiarato: l’incorporazione di Alenia Aermacchi in Alenia Aeronautica, con la creazione di una nuova società.
In genere la sede legale rimane a chi incorpora non a chi viene incorporato. Ma questa volta no. Sospetto: non sarà che la società incorporata è a Varese, città non solo nordista ma discretamente cara al capo della Lega, Bossi? E’ quello che voleva spostare anche tre ministeri a Monza, anzi a modo suo l’ha fatto con tanto di fanfare benché non ci siano neanche tavoli e sedie. Ed è quello che, mentre l’Italia rischia il fallimento, invece di stringersi “a coorte” per difenderla, parla di referendum per fare la Padania, illudendosi di contare più di una Slovenia o una Croazia, con tutto il rispetto.
E tuttavia il problema non è solo avere una sede, dove magari si può dare un posto di impiegato o usciere a chi già ce l’ha, togliendolo a chi non ce l’ha come il Sud. Il problema è che dove una azienda ha la sede legale, lì paga le tasse. E quel territorio arricchisce benché produca altrove. Tranne poi dire, come il medesimo Bossi fa di continuo, che i soldi devono restare dove sono prodotti. La legge non è uguale per tutti, ma è più uguale per il Nord.
E’ una aberrazione di marca feudale, come il signorotto che razzolava galline, frumento e soldi fra i contadini, consumandoli poi nel suo possedimento. Per fare un esempio, i soldi delle tasse dei lombardi dovrebbero essere spesi solo in Lombardia, e non redistribuiti dallo Stato in base a una solidarietà nazionale comune a qualsiasi democrazia e civiltà moderna. Senza tener conto che quei soldi i lombardi (o chi per loro, per carità) li fanno anche grazie a beni pubblici (diciamo infrastrutture) pagati dallo Stato, cioè anche dai meridionali. E senza tener vieppiù conto che, nonostante tutte le chiacchiere leghiste, la spesa pubblica dello Stato è ancòra maggiore al Nord che al Sud.
Ma non c’è solo Alenia a dimostrare che il Sud deve essere condannato a restare Sud. Vedi la Puglia, col porto di Taranto. Mille discorsi della domenica: il Mezzogiorno sarà la piattaforma logistica in Mediterraneo. In altre parole, una felice posizione in grado di farlo diventare il punto di approdo e di ripartenza delle merci che arrivano via mare dall’Asia. Ma mai qualche grande opera per attrezzare quei porti, per dirne una, di fondali più profondi. Mai qualche grande opera per creare il retroporto: se un container arriva a Taranto ma poi vi rimane bloccato perché non c’è collegamento ferroviario veloce per l’Europa del Nord , si perde tutto il vantaggio.
Ora Evergreen, la potente multinazionale di Taiwan, ha trasferito quattro sue linee da Taranto al Pireo, denunciando inefficienze e di fatto svuotando Taranto non solo di lavoro ma anche di prospettive. Un’altra multinazionale del trasporto marittimo, la Maersk, ha abbandonato Gioia Tauro denunciando un assenteismo del 40 per cento. Se così è, la magistratura faccia il suo lavoro senza sconti per meridionali che danneggiano non solo se stessi.
Ma mentre nel Mediterraneo sta per raddoppiare il traffico, non uno straccio di investimento serio, non una miseria di facilitazione fiscale per non perdere il ricco flusso. L’opposto del Nordafrica, ma anche di Spagna e Francia, i quali offrono incentivi e attrezzano porti che fra poco metteranno fuorigioco i nostri. Ma tanto, chi se ne importa, sono Sud. Basterà ripetere i discorsi della domenica sulla piattaforma logistica. E accusare un giorno sì un giorno no i meridionali di non rimboccarsi le maniche. Anzi accusarli di essere solo spreco, criminalità e munnezza.
A proposito della quale, non può che suscitare rabbia la sentenza che, dopo tredici anni, ha assolto tutti i 95 imputati del colossale traffico di rifiuti tossici, un milione di tonnellate, seppelliti nel Casertano e nel Napoletano in terreni di frutta, verdura e allevamento. Prescrizioni, errori di procedura, ritardi nonostante le confessioni. Vicenda raccontata nel libro “Gomorra” di Saviano e nel relativo film. E rifiuti provenienti tutti dal Nord, quaranta camion di veleni ogni settimana. Quello stesso Nord che ha rifiutato sdegnato di prendersi (a pagamento) i rifiuti non tossici napoletani rimasti in strada anche perché le discariche erano ricolme dei suoi rifiuti tossici.
Se questo significa Sud che piange sempre, allora è meglio gridare. Ultime notizie: sulla Lecce-Roma, da ottobre stop ai treni a basso costo con aumento del biglietto fino al 70 per cento. Le Ferrovie vogliono soldi dallo Stato per conservarli. E poi si continua a dire che i soldi dello Stato li vogliono sempre i soliti insopportabili meridionali.



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