Supporta il Partito del Sud
La campagna di adesione al Partito del Sud è ripresa, con il nuovo tesseramento, da gennaio.
Scopri Perchè sostenerci
Il Partito del sud per tutti i sud
I sud del mondo hanno tutti in comune il medesimo destino, sono stati conquistati, sfruttati depredati e abbandonati a loro stessi. Il partito del sud è convinto che la solidarietà e l'accoglienza siano un dovere perchè ogni essere umano ha diritto a vivere una vita dignitosa
Illuminiamo il futuro dei nostri figli
Solo 6 euro per ogni 100 di spesa restano alle imprese del sud, diamo ai nostri figli la possibilità di restare nella loro terra. Sei tu a fare la scelta. COMPRA PRODOTTI DEL SUD. Prima di acquistare un prodotto guarda etichetta, scegli aziende con sede e stabilimenti nel sud Italia
lunedì 31 ottobre 2011
BOLOGNA 29 OTTOBRE 2011 - CONVEGNO DIS - UNITA' D'ITALIA : LINO PATRUNO 2/2
http://www.youtube.com/watch?v=VcaxDWa_rAU&feature=channel_video_title
DIS - UNITA' D'ITALIA
PERCHE' UN FEDERALISMO AVVELENATO ALIMENTA IL FUOCO DEL SUD
Presentazione dei libri con dibattito
- Federalismo Avvelenato di Marco Esposito
- Fuoco del Sud di Lino Patruno
Con gli autori
Marco Esposito: Assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli, giornalista, scrittore
Lino Patruno: Giornalista, saggista, direttore per 13 anni della "Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari
sono intervenuti
Mauro Formaglini: Segretario Provinciale del Psi , Coordinatore della Lista "Laici Socialisti Riformisti per Bologna"
Carlo Germi: Presidente Onorario di "FICIESSE", Associazione " Finanzieri, Cittadini e Solidarieta'"
Fabrizio Bensai: Coordinatore Provinciale Bologna del Partito del Sud
.
http://www.youtube.com/watch?v=VcaxDWa_rAU&feature=channel_video_title
DIS - UNITA' D'ITALIA
PERCHE' UN FEDERALISMO AVVELENATO ALIMENTA IL FUOCO DEL SUD
Presentazione dei libri con dibattito
- Federalismo Avvelenato di Marco Esposito
- Fuoco del Sud di Lino Patruno
Con gli autori
Marco Esposito: Assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli, giornalista, scrittore
Lino Patruno: Giornalista, saggista, direttore per 13 anni della "Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari
sono intervenuti
Mauro Formaglini: Segretario Provinciale del Psi , Coordinatore della Lista "Laici Socialisti Riformisti per Bologna"
Carlo Germi: Presidente Onorario di "FICIESSE", Associazione " Finanzieri, Cittadini e Solidarieta'"
Fabrizio Bensai: Coordinatore Provinciale Bologna del Partito del Sud
.
BOLOGNA 29 OTTOBRE 2011 - CONVEGNO DIS - UNITA' D'ITALIA : L'INTERVENTO DI LINO PATRUNO 1/2
http://www.youtube.com/watch?v=vIlDYQwUt94&feature=channel_video_title
DIS - UNITA' D'ITALIA
PERCHE' UN FEDERALISMO AVVELENATO ALIMENTA IL FUOCO DEL SUD
Presentazione dei libri con dibattito
- Federalismo Avvelenato di Marco Esposito
- Fuoco del Sud di Lino Patruno
Con gli autori
Marco Esposito: Assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli, giornalista, scrittore
Lino Patruno: Giornalista, saggista, direttore per 13 anni della "Gazzetta del Mezzogiorno" di
Bari
sono intervenuti
Mauro Formaglini: Segretario Provinciale del Psi , Coordinatore della Lista "Laici Socialisti Riformisti per Bologna"
Carlo Germi: Presidente Onorario di "FICIESSE", Associazione " Finanzieri, Cittadini e Solidarieta'"
Fabrizio Bensai: Coordinatore Provinciale Bologna del Partito del Sud
.
http://www.youtube.com/watch?v=vIlDYQwUt94&feature=channel_video_title
DIS - UNITA' D'ITALIA
PERCHE' UN FEDERALISMO AVVELENATO ALIMENTA IL FUOCO DEL SUD
Presentazione dei libri con dibattito
- Federalismo Avvelenato di Marco Esposito
- Fuoco del Sud di Lino Patruno
Con gli autori
Marco Esposito: Assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli, giornalista, scrittore
Lino Patruno: Giornalista, saggista, direttore per 13 anni della "Gazzetta del Mezzogiorno" di
Bari
sono intervenuti
Mauro Formaglini: Segretario Provinciale del Psi , Coordinatore della Lista "Laici Socialisti Riformisti per Bologna"
Carlo Germi: Presidente Onorario di "FICIESSE", Associazione " Finanzieri, Cittadini e Solidarieta'"
Fabrizio Bensai: Coordinatore Provinciale Bologna del Partito del Sud
.
venerdì 14 ottobre 2011
PRESENTAZIONE "FUOCO DEL SUD" DI LINO PATRUNO A COSENZA
Fonte: PdSUD -Roma
.
Fonte: PdSUD -Roma
.
sabato 30 luglio 2011
I ladroni che danno lezioni al Sud di Lino Patruno
Stupendo articolo di Lino Patruno, un amico e grande giornalista meridionalista, autore di "Fuoco del Sud".
Articolo che trovo condivisibile al 100% e che riprende un tema spesso trattato dal Partito del Sud, bisogna scrollarsi di dosso la supposta "minorità meridionale", visto che dal Nord non arrivano altro che scandali ed episodi poco edificanti, questo è sicuramente il primo passo per una riscossa neo-meridionalista....
----------------------------------------------------------------------------------
da: “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 29 luglio 2011
Sobillata dalla Lega, che insiste a seminare paura e rabbia per ricavarne voti, la società “rancorosa” del Nord ricco vive solo di risentimento e di egoismo. E vorrebbe circondarsi tutta di filo spinato e fuochi per evitare che non entri neanche una mosca, dovesse essere terrona o marocchina.
Mentre riprende a parlare di una secessione che non farà mai, per non diventare il Sud di un Nord europeo.Anche perché la secessione c’è già, e quella economica che conta: il Sud continua a comprargli il 60 per cento dei prodotti. E il Sud va lasciato così, dovesse venirgli in testa di mettersi a fare la concorrenza. E di passare da consumatore a produttore. Su questo mercato sicuro e garantito il Nord si è arricchito. Sulla condizione che il Sud non venisse messo in grado di fare da sé.
Questo vollero e vogliono i poteri forti, dalle grandi industrie alle grandi banche. E per mantenere il sistema bisogna dire che i napoletani non vogliono lavorare invece di dire che vorrebbero eccome ma non ce ne sono le possibilità. E vorrebbero lavorare a casa loro, eccome. anche i professori precari meridionali che abbandonano le graduatorie locali per cercare fortuna altrove. Benedetti ancorché compatiti quando i lorsignori di lassù a fare gli insegnanti morti di fame non ci pensavano neanche, e meno male che venivano i sudisti.
E’ un’incessante fuga di cervelli dopo i bastimenti per terre assai lontane, dopo le terre al sole africane, dopo le valigie di cartone. Ora vanno con trolley e computer: Per i terroni non c’è mai stato posto, devono sempre partire per sopravvivere. Devono essere emigranti nati per mantenere in piedi un Nord ricco e un Sud povero. E, ora neanche poi tanto, visto che la crisi morde anche i ricchi, che in onore all’Italia unita vorrebbero circondare di filo spinato anche le scuole. Con la rivolta dei romani che si sentono minacciati dopo aver lasciatole sedi vacanti perché mica fessi lavorare per 1200 euro al mese. E col solito Bossi che vuole regalare punteggio in graduatoria ai suoi perché in questo Paese ci deve essere sempre più diritto per il Nord.
E poi questo Sud malavitoso, sbottano che non se ne può più. Avvilito e prosciugato, per la verità, da una criminalità neanch’essa meridionalistica: rapina qui per andare a investire al Nord. Senza che nessuno colà se ne accorgesse in vent’anni. Assistevano al vorticare di soldi in un tempo in cui non c’è una lira, ma nessuno a fiatare perché, diciamoci la verità, fanno proprio comodo. Quando poi Vendola rinfaccia che la Lombardia è la regione più mafiosa d’Italia. apriti cielo. Mafiosa anche per il comportamento verso la mafia: non vedo, non sento, non parlo.
Ma poi, facciamola finita: quando questo Sud si sarà messo in testa che deve governarsi meglio, dicono ancóra, allora vedrà che la finirà di piangere. Sanno tutti che è sottosviluppato per colpa delle sue classi dirigenti. Dovrebbe anche in questo prendere esempio dal Nord, imparate da noi. Tangentopoli è roba del Nord, e nessuno che ricordi mai che i danni li ha avuti anche il Sud, perché se devi pagare tangenti, da qualche parte ti devi rifare: aumentando la spesa per le opere pubbliche (quindi soldi anche delle tasse del Sud) o alzando il prezzo dei prodotti (acquistati in gran parte al Sud).
E poi: l’ex assessore lombardo che si dimette dopo essere stato beccato con la busta dei soldi in mano pare che se la facesse in Lombardia. E anche l’ex presidente della Provincia di Milano. Penati, cui un imprenditore avrebbe dovuto versare per anni 20-30 milioni di lire al mese, pare che operasse in Lombardia. E la Cricca che si arricchiva di soldi di tutti (anche meridionali), dal terremoto dell’Abruzzo alla Maddalena in Sardegna, non pare che fosse sudista. E il signor Bisignani presunto spione per evitare il processo ad amici ladroni, era anche cosa loro. E l’on. Milanese delle Ferrari, delle barche e dei soggiorni superlusso a Montecarlo in cambio di nomine e di appalti, anche affare loro. E Pronzato dell’Enac, ancóra tangenti loro.
Epperò cosa volete, sono episodi. Il problema vero è il Sud furbetto, malandrino e malavitoso. Impari magari a governarsi dai Milanese e dai Penati, e capirà finalmente come si campa.
Stupendo articolo di Lino Patruno, un amico e grande giornalista meridionalista, autore di "Fuoco del Sud".
Articolo che trovo condivisibile al 100% e che riprende un tema spesso trattato dal Partito del Sud, bisogna scrollarsi di dosso la supposta "minorità meridionale", visto che dal Nord non arrivano altro che scandali ed episodi poco edificanti, questo è sicuramente il primo passo per una riscossa neo-meridionalista....
----------------------------------------------------------------------------------
da: “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 29 luglio 2011
Sobillata dalla Lega, che insiste a seminare paura e rabbia per ricavarne voti, la società “rancorosa” del Nord ricco vive solo di risentimento e di egoismo. E vorrebbe circondarsi tutta di filo spinato e fuochi per evitare che non entri neanche una mosca, dovesse essere terrona o marocchina.
Mentre riprende a parlare di una secessione che non farà mai, per non diventare il Sud di un Nord europeo.Anche perché la secessione c’è già, e quella economica che conta: il Sud continua a comprargli il 60 per cento dei prodotti. E il Sud va lasciato così, dovesse venirgli in testa di mettersi a fare la concorrenza. E di passare da consumatore a produttore. Su questo mercato sicuro e garantito il Nord si è arricchito. Sulla condizione che il Sud non venisse messo in grado di fare da sé.
Questo vollero e vogliono i poteri forti, dalle grandi industrie alle grandi banche. E per mantenere il sistema bisogna dire che i napoletani non vogliono lavorare invece di dire che vorrebbero eccome ma non ce ne sono le possibilità. E vorrebbero lavorare a casa loro, eccome. anche i professori precari meridionali che abbandonano le graduatorie locali per cercare fortuna altrove. Benedetti ancorché compatiti quando i lorsignori di lassù a fare gli insegnanti morti di fame non ci pensavano neanche, e meno male che venivano i sudisti.
E’ un’incessante fuga di cervelli dopo i bastimenti per terre assai lontane, dopo le terre al sole africane, dopo le valigie di cartone. Ora vanno con trolley e computer: Per i terroni non c’è mai stato posto, devono sempre partire per sopravvivere. Devono essere emigranti nati per mantenere in piedi un Nord ricco e un Sud povero. E, ora neanche poi tanto, visto che la crisi morde anche i ricchi, che in onore all’Italia unita vorrebbero circondare di filo spinato anche le scuole. Con la rivolta dei romani che si sentono minacciati dopo aver lasciatole sedi vacanti perché mica fessi lavorare per 1200 euro al mese. E col solito Bossi che vuole regalare punteggio in graduatoria ai suoi perché in questo Paese ci deve essere sempre più diritto per il Nord.
E poi questo Sud malavitoso, sbottano che non se ne può più. Avvilito e prosciugato, per la verità, da una criminalità neanch’essa meridionalistica: rapina qui per andare a investire al Nord. Senza che nessuno colà se ne accorgesse in vent’anni. Assistevano al vorticare di soldi in un tempo in cui non c’è una lira, ma nessuno a fiatare perché, diciamoci la verità, fanno proprio comodo. Quando poi Vendola rinfaccia che la Lombardia è la regione più mafiosa d’Italia. apriti cielo. Mafiosa anche per il comportamento verso la mafia: non vedo, non sento, non parlo.
Ma poi, facciamola finita: quando questo Sud si sarà messo in testa che deve governarsi meglio, dicono ancóra, allora vedrà che la finirà di piangere. Sanno tutti che è sottosviluppato per colpa delle sue classi dirigenti. Dovrebbe anche in questo prendere esempio dal Nord, imparate da noi. Tangentopoli è roba del Nord, e nessuno che ricordi mai che i danni li ha avuti anche il Sud, perché se devi pagare tangenti, da qualche parte ti devi rifare: aumentando la spesa per le opere pubbliche (quindi soldi anche delle tasse del Sud) o alzando il prezzo dei prodotti (acquistati in gran parte al Sud).
E poi: l’ex assessore lombardo che si dimette dopo essere stato beccato con la busta dei soldi in mano pare che se la facesse in Lombardia. E anche l’ex presidente della Provincia di Milano. Penati, cui un imprenditore avrebbe dovuto versare per anni 20-30 milioni di lire al mese, pare che operasse in Lombardia. E la Cricca che si arricchiva di soldi di tutti (anche meridionali), dal terremoto dell’Abruzzo alla Maddalena in Sardegna, non pare che fosse sudista. E il signor Bisignani presunto spione per evitare il processo ad amici ladroni, era anche cosa loro. E l’on. Milanese delle Ferrari, delle barche e dei soggiorni superlusso a Montecarlo in cambio di nomine e di appalti, anche affare loro. E Pronzato dell’Enac, ancóra tangenti loro.
Epperò cosa volete, sono episodi. Il problema vero è il Sud furbetto, malandrino e malavitoso. Impari magari a governarsi dai Milanese e dai Penati, e capirà finalmente come si campa.
mercoledì 13 luglio 2011
Un’Italia di “terroni” indignati
Fonte: L'Impronta
“Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto…”E’ l’esordio drammatico di un libro-invettiva da un milione di copie. Credevamo di sapere tutto o quasi sulla storia d’Italia e della sua unità, dei sacrifici e delle problematiche che i nostri connazionali vissero, ma Pino Aprile, ex Direttore di importanti settimanali, ci fa comprendere il contrario. Dopo aver letto questo volume nessuno potrà dire “non lo sapevo”. La tesi di fondo, documentatissima, è che i sudisti sono stati vittime di un vero e proprio genocidio da parte dei nordisti: l’impoverimento del Meridione, è la tesi dell’Autore, non fu la conseguenza ma la ragione dell’Unità d’Italia. Che fare? Come ribellarsi all’oppressione dei “nordisti” che considerano i meridionali, rispetto a se medesimi, una sottocategoria umana, politica e sociale? Pino Aprile una soluzione ce l’ha: tornare soli, lavorare a una separazione tra Nord e Sud, insomma la secessione. Una soluzione ben argomentata, appassionante e molto seducente, contenuta nel libro “Terroni”, edito da Piemme e che sarà presentato domani a Ostuni, nel secondo appuntamento della XV edizione della rassegna letteraria “Un emozione chiamata libro”, alle ore 21, nel Chiostro di Palazzo San Francesco. Un libro che è stato già definito un vero e proprio Manifesto per la fondazione del Partito del Sud, perché, nel momento in cui si festeggiano i centocinquant’anni dall’unità d’Italia, il conflitto tra Nord e Sud, fomentato da forze politiche che lo utilizzano spesso come una leva per catturare voti, pare aver superato il livello di guardia. Pino Aprile, pugliese doc, interviene con grande verve polemica in un dibattito dai toni sempre più accesi, per fare il punto su una situazione che si trascina da anni, ma che di recente sembra essersi radicata in uno scontro di difficile composizione. Percorrendo la storia di quella che per alcuni è conquista, per altri liberazione, l’autore porta alla luce una serie di fatti che, nella retorica dell’unificazione, sono stati volutamente rimossi e che aprono una nuova, interessante, a volte sconvolgente finestra nella facciata del trionfalismo nazionalistico. “Terroni” è un libro sul Sud e per il Sud, la cui conclusione è che, se centocinquant’anni non sono stati sufficienti a risolvere il problema, vuol dire che non si è voluto risolverlo. come dice l’autore, le due Germanie, pur divise da una diversa visione del futuro, dalla guerra Fredda e da un muro, in vent’anni sono tornate una. Un libro in cui si dice, ci si chiede e spiega, perché da noi questo non è successo. Pugliese doc, Pino Aprile è nato a Gioia del Colle, la patria del Sergente Romano, che trasformò il brigantaggio in guerra civile e legittimista. Ha vissuto a lungo a Milano dove è stato vicedirettore Di “Oggi” e direttore di “Gente”. Ha lavorato in televisione con Sergio Zavoli nell’inchiesta a puntate “Viaggio al Sud”. Terminata l’esperienza con “Gente”, ha diretto il mensile “Fare Vela” e ha scritto anche un certo numero di libro intorno a questo argomento. E’ inoltre autore di libri tradotti ampiamente all’estero: “Elogio dell’errore” e “Elogio dell’imbecille”. Questo suo ultimo libro, è un testo che analizza il cambiamento sociopolitico di una nazione e che non teme di svelare quelle che sono le realtà scomode, tanto che persino i libri di storia le hanno da sempre taciute. Con linguaggio provocatorio e altamente professionale, Aprile sviscera in maniera concreta i vari punti di forza di questa “messa in scena”. I Meridionali sono stati definiti per decenni facenti parte di una sottospecie in diversi dibattiti e saggi pubblicati negli anni, a riprova di come il Sud fosse un luogo con un alto indice di inferiorità. E, vale la pena ricordarlo, la ribollente galassia dei Movimenti meridionali viene raccontata anche da Lino Patruno, in Fuoco del Sud, il suo nuovo libro, in libreria da qualche mese. Si tratta, anche in questo caso, di un lavoro importante per chi vuol capire cosa stia accadendo nel Mezzogiorno, nel sostanziale disinteresse (che comincia a mutarsi in stupore) del resto del Paese. L’impianto del libro è giornalistico; le ragioni del Sud sono esposte in maniera chiara, divulgativa e consequenziale, dallo stesso autore e dai protagonisti dei Movimenti: 150 anni di storia vengono rivisti, rivelando una storia negata, un’economia squilibrata a danno del Sud, la creazione, a mano armata, di un “Paese duale” che condanna una parte del territorio e della popolazione, il Sud, al ruolo di colonia interna, per sostenere lo sviluppo del resto del Paese. Il maggior pregio del libro di Patruno è proprio il suo valore giornalistico; anche i temi più ostici dell’economia sono resi chiarissimi. Per esempio, Patruno seziona le tappe della costruzione della minorità economica del SUD, calibrandole su quelle della Via Crucis: un espediente molto efficace “Fuoco del Sud” si inserisce nel filone editoriale il cui successo ha sorpreso tutti: quello che spiega la disunità d’Italia, mentre si celebrano i 150 anni dell’Unità. Gli stessi editori erano impreparati a questo fenomeno e i tanti titoli partoriti da autori diversi tocca ogni aspetto della questione. Il libro di Patruno li riassume tutti, indicando percorsi per approfondimenti, perché”se gli uomini taceranno, grideranno le pietre” (sono le ultime parole del libro).
Carlo Di Stanislao
.
Fonte: L'Impronta
“Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto…”E’ l’esordio drammatico di un libro-invettiva da un milione di copie. Credevamo di sapere tutto o quasi sulla storia d’Italia e della sua unità, dei sacrifici e delle problematiche che i nostri connazionali vissero, ma Pino Aprile, ex Direttore di importanti settimanali, ci fa comprendere il contrario. Dopo aver letto questo volume nessuno potrà dire “non lo sapevo”. La tesi di fondo, documentatissima, è che i sudisti sono stati vittime di un vero e proprio genocidio da parte dei nordisti: l’impoverimento del Meridione, è la tesi dell’Autore, non fu la conseguenza ma la ragione dell’Unità d’Italia. Che fare? Come ribellarsi all’oppressione dei “nordisti” che considerano i meridionali, rispetto a se medesimi, una sottocategoria umana, politica e sociale? Pino Aprile una soluzione ce l’ha: tornare soli, lavorare a una separazione tra Nord e Sud, insomma la secessione. Una soluzione ben argomentata, appassionante e molto seducente, contenuta nel libro “Terroni”, edito da Piemme e che sarà presentato domani a Ostuni, nel secondo appuntamento della XV edizione della rassegna letteraria “Un emozione chiamata libro”, alle ore 21, nel Chiostro di Palazzo San Francesco. Un libro che è stato già definito un vero e proprio Manifesto per la fondazione del Partito del Sud, perché, nel momento in cui si festeggiano i centocinquant’anni dall’unità d’Italia, il conflitto tra Nord e Sud, fomentato da forze politiche che lo utilizzano spesso come una leva per catturare voti, pare aver superato il livello di guardia. Pino Aprile, pugliese doc, interviene con grande verve polemica in un dibattito dai toni sempre più accesi, per fare il punto su una situazione che si trascina da anni, ma che di recente sembra essersi radicata in uno scontro di difficile composizione. Percorrendo la storia di quella che per alcuni è conquista, per altri liberazione, l’autore porta alla luce una serie di fatti che, nella retorica dell’unificazione, sono stati volutamente rimossi e che aprono una nuova, interessante, a volte sconvolgente finestra nella facciata del trionfalismo nazionalistico. “Terroni” è un libro sul Sud e per il Sud, la cui conclusione è che, se centocinquant’anni non sono stati sufficienti a risolvere il problema, vuol dire che non si è voluto risolverlo. come dice l’autore, le due Germanie, pur divise da una diversa visione del futuro, dalla guerra Fredda e da un muro, in vent’anni sono tornate una. Un libro in cui si dice, ci si chiede e spiega, perché da noi questo non è successo. Pugliese doc, Pino Aprile è nato a Gioia del Colle, la patria del Sergente Romano, che trasformò il brigantaggio in guerra civile e legittimista. Ha vissuto a lungo a Milano dove è stato vicedirettore Di “Oggi” e direttore di “Gente”. Ha lavorato in televisione con Sergio Zavoli nell’inchiesta a puntate “Viaggio al Sud”. Terminata l’esperienza con “Gente”, ha diretto il mensile “Fare Vela” e ha scritto anche un certo numero di libro intorno a questo argomento. E’ inoltre autore di libri tradotti ampiamente all’estero: “Elogio dell’errore” e “Elogio dell’imbecille”. Questo suo ultimo libro, è un testo che analizza il cambiamento sociopolitico di una nazione e che non teme di svelare quelle che sono le realtà scomode, tanto che persino i libri di storia le hanno da sempre taciute. Con linguaggio provocatorio e altamente professionale, Aprile sviscera in maniera concreta i vari punti di forza di questa “messa in scena”. I Meridionali sono stati definiti per decenni facenti parte di una sottospecie in diversi dibattiti e saggi pubblicati negli anni, a riprova di come il Sud fosse un luogo con un alto indice di inferiorità. E, vale la pena ricordarlo, la ribollente galassia dei Movimenti meridionali viene raccontata anche da Lino Patruno, in Fuoco del Sud, il suo nuovo libro, in libreria da qualche mese. Si tratta, anche in questo caso, di un lavoro importante per chi vuol capire cosa stia accadendo nel Mezzogiorno, nel sostanziale disinteresse (che comincia a mutarsi in stupore) del resto del Paese. L’impianto del libro è giornalistico; le ragioni del Sud sono esposte in maniera chiara, divulgativa e consequenziale, dallo stesso autore e dai protagonisti dei Movimenti: 150 anni di storia vengono rivisti, rivelando una storia negata, un’economia squilibrata a danno del Sud, la creazione, a mano armata, di un “Paese duale” che condanna una parte del territorio e della popolazione, il Sud, al ruolo di colonia interna, per sostenere lo sviluppo del resto del Paese. Il maggior pregio del libro di Patruno è proprio il suo valore giornalistico; anche i temi più ostici dell’economia sono resi chiarissimi. Per esempio, Patruno seziona le tappe della costruzione della minorità economica del SUD, calibrandole su quelle della Via Crucis: un espediente molto efficace “Fuoco del Sud” si inserisce nel filone editoriale il cui successo ha sorpreso tutti: quello che spiega la disunità d’Italia, mentre si celebrano i 150 anni dell’Unità. Gli stessi editori erano impreparati a questo fenomeno e i tanti titoli partoriti da autori diversi tocca ogni aspetto della questione. Il libro di Patruno li riassume tutti, indicando percorsi per approfondimenti, perché”se gli uomini taceranno, grideranno le pietre” (sono le ultime parole del libro).
Carlo Di Stanislao
.
sabato 18 giugno 2011
Un marziano al Sud diventato brigante
di LINO PATRUNO
Pagheresti mai un euro per percorrere una strada fatta a pezzi? No: sono loro che devono pagare me. Ma siccome quando bisogna far male al Sud tutto è possibile, ecco il viceministro Castelli confermare che sarà imposto il pedaggio sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Chi la conosce, non se se piangere o ridere. Più che un’autostrada, è una via crucis di cantieri. Più che collegare le due regioni al resto d’Italia, le allontana. Più che velocizzare il tragitto verso Sud, lo paralizza. Più che fare uscire il Sud dall’isolamento, lo condanna a restarci.
Ma quando si parla di Sud non c’è mai limite al peggio: ecco ora il pedaggio. Marca Lega Nord, come Castelli. Il quale, più che far pagare ai meridionali dovrebbe spiegare perché non ci sono mai i soldi per completare un’autostrada che per i meridionali è più un incubo che un vantaggio.
E la cui responsabilità, ovvio, viene fatta cadere su di loro, per la solita serie: incolpare il Sud per i danni che gli si fanno, in modo che il Sud si convinca di colpe che non ha e finisca addirittura per vergognarsene. Dimostrazione: di quella sedicente autostrada si dice che sono i meridionali a non volerla completare, perché finché va così c’è lavoro. Strano che l’impresa costruttrice sia settentrionale.
Ma il Sud va tenuto diviso. In linea con i prefetti sabaudi del tempo, i quali scesero per disegnare confini che lo frammentassero consentendo di controllarlo meglio più che farlo funzionare meglio. Centocinquant’anni dopo, non c’è ancòra una ferrovia veloce fra Bari e Napoli, la statale ionica allontana più che avvicinare tre regioni, la Salerno-Reggio Calabria completa lo sporco lavoro. E ora, anche il pedaggio perché il Sud si faccia perdonare per il torto subìto.
Il problema è che nessuno dei sindaci calabresi s’è mai arrabbiato davvero, nessuno ha mai fatto lo sciopero della fame, nessuno ha mai riconsegnato la fascia tricolore, simbolo di un’Italia dalla quale il Sud è escluso come si fa per la servitù. Per questo dicono che il Sud deve fare autocritica insieme alle sue classi dirigenti. Tranne poi accusarlo (rieccoci) di non essere capace di progetti interregionali, di sprecare, di non mettersi mai insieme.
E quante volte il ministro di turno ha detto nei convegni che il Sud deve essere la “piattaforma logistica” nel Mediterraneo? Significa che, data la sua posizione geografica, il Sud dovrebbe poter essere la grande area di scambio per i prodotti che arrivano attraverso Suez e salgono verso l’Europa del Nord. Ma per ospitare la grandi navi porta-container occorre attrezzare i porti. Nell’attesa che ciò avvenga, avviene altro. Taranto è sempre a rischio di perdere parte del suo traffico perché i lavori non si fanno o si fanno quando i buoi sono già scappati dalla stalla. Come sono scappati i buoi di Gioia Tauro, dove un colosso mondiale come la Maersk ha detto ciao e se ne è andato in Egitto. Porto Said, che fra poco farà chiudere tutti i porti meridionali italiani.
Il Sud è sempre in attesa che succeda qualcosa e quel qualcosa è l’attesa. Per esempio è sempre in attesa che non continuino a diffamarlo con le bugie. Come questa storia dell’evasione fiscale. Dicendo che il Sud sfrutta le tasse che pagano le classi “operose” del Nord, hanno giustificato il federalismo fiscale. Che significa, più o meno: ciascuno si tiene il suo, basta con questo Sud parassita che vive alle nostre spalle. E giù cifre di istituti e centri di ricerca vari per dimostrare che il grosso dell’evasione fiscale è al Sud. Il quale va quindi punito.
Un marziano che non sapesse nulla di cose italiane, la prima cosa che si chiederebbe è: ma come mai il Sud evade tanto non avendo neanche i redditi adeguati per farlo? Lo scherzetto è usare le percentuali invece dei valori assoluti. Se dici che il Sud evade, mettiamo, il 18 per cento, e il Nord il 10, tutti a dire Sud incivile e da punire. Ma se aggiungi che quel 18 per cento vale 50, e quel 10 per cento vale 150, allora hai detto una cosa più vera. Dimostrando che ad evadere di più sono i signori nordici i quali lamentano che il Sud vive sfruttando il loro lavoro.
I signori nordici, insomma i poteri forti che vogliono conservare il potere, non aggiungono che essi pagano di meno per lo Stato pur guadagnando di più, e che lo Stato per ringraziarli fa da loro il grosso della sua spesa, mica al Sud (diciamo completando la Salerno-Reggio Calabria). Qui già il marziano comincerebbe a dare di matto. Meno male che non sa che le imprese settentrionali che lavorano e fanno profitti al Sud le tasse non le pagano al Sud, ma al Nord dove hanno la sede legale.
Ultime notizie sul Sud. L’assicurazione auto rincara del 6 per cento, ma del triplo al Sud. La Lega Nord vuole regalare punteggio agli insegnanti settentrionali per evitare che quei posti vadano ai meridionali più bravi. A questo punto il marziano è già diventato un brigante.
di LINO PATRUNO
Pagheresti mai un euro per percorrere una strada fatta a pezzi? No: sono loro che devono pagare me. Ma siccome quando bisogna far male al Sud tutto è possibile, ecco il viceministro Castelli confermare che sarà imposto il pedaggio sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Chi la conosce, non se se piangere o ridere. Più che un’autostrada, è una via crucis di cantieri. Più che collegare le due regioni al resto d’Italia, le allontana. Più che velocizzare il tragitto verso Sud, lo paralizza. Più che fare uscire il Sud dall’isolamento, lo condanna a restarci.
Ma quando si parla di Sud non c’è mai limite al peggio: ecco ora il pedaggio. Marca Lega Nord, come Castelli. Il quale, più che far pagare ai meridionali dovrebbe spiegare perché non ci sono mai i soldi per completare un’autostrada che per i meridionali è più un incubo che un vantaggio.
E la cui responsabilità, ovvio, viene fatta cadere su di loro, per la solita serie: incolpare il Sud per i danni che gli si fanno, in modo che il Sud si convinca di colpe che non ha e finisca addirittura per vergognarsene. Dimostrazione: di quella sedicente autostrada si dice che sono i meridionali a non volerla completare, perché finché va così c’è lavoro. Strano che l’impresa costruttrice sia settentrionale.
Ma il Sud va tenuto diviso. In linea con i prefetti sabaudi del tempo, i quali scesero per disegnare confini che lo frammentassero consentendo di controllarlo meglio più che farlo funzionare meglio. Centocinquant’anni dopo, non c’è ancòra una ferrovia veloce fra Bari e Napoli, la statale ionica allontana più che avvicinare tre regioni, la Salerno-Reggio Calabria completa lo sporco lavoro. E ora, anche il pedaggio perché il Sud si faccia perdonare per il torto subìto.
Il problema è che nessuno dei sindaci calabresi s’è mai arrabbiato davvero, nessuno ha mai fatto lo sciopero della fame, nessuno ha mai riconsegnato la fascia tricolore, simbolo di un’Italia dalla quale il Sud è escluso come si fa per la servitù. Per questo dicono che il Sud deve fare autocritica insieme alle sue classi dirigenti. Tranne poi accusarlo (rieccoci) di non essere capace di progetti interregionali, di sprecare, di non mettersi mai insieme.
E quante volte il ministro di turno ha detto nei convegni che il Sud deve essere la “piattaforma logistica” nel Mediterraneo? Significa che, data la sua posizione geografica, il Sud dovrebbe poter essere la grande area di scambio per i prodotti che arrivano attraverso Suez e salgono verso l’Europa del Nord. Ma per ospitare la grandi navi porta-container occorre attrezzare i porti. Nell’attesa che ciò avvenga, avviene altro. Taranto è sempre a rischio di perdere parte del suo traffico perché i lavori non si fanno o si fanno quando i buoi sono già scappati dalla stalla. Come sono scappati i buoi di Gioia Tauro, dove un colosso mondiale come la Maersk ha detto ciao e se ne è andato in Egitto. Porto Said, che fra poco farà chiudere tutti i porti meridionali italiani.
Il Sud è sempre in attesa che succeda qualcosa e quel qualcosa è l’attesa. Per esempio è sempre in attesa che non continuino a diffamarlo con le bugie. Come questa storia dell’evasione fiscale. Dicendo che il Sud sfrutta le tasse che pagano le classi “operose” del Nord, hanno giustificato il federalismo fiscale. Che significa, più o meno: ciascuno si tiene il suo, basta con questo Sud parassita che vive alle nostre spalle. E giù cifre di istituti e centri di ricerca vari per dimostrare che il grosso dell’evasione fiscale è al Sud. Il quale va quindi punito.
Un marziano che non sapesse nulla di cose italiane, la prima cosa che si chiederebbe è: ma come mai il Sud evade tanto non avendo neanche i redditi adeguati per farlo? Lo scherzetto è usare le percentuali invece dei valori assoluti. Se dici che il Sud evade, mettiamo, il 18 per cento, e il Nord il 10, tutti a dire Sud incivile e da punire. Ma se aggiungi che quel 18 per cento vale 50, e quel 10 per cento vale 150, allora hai detto una cosa più vera. Dimostrando che ad evadere di più sono i signori nordici i quali lamentano che il Sud vive sfruttando il loro lavoro.
I signori nordici, insomma i poteri forti che vogliono conservare il potere, non aggiungono che essi pagano di meno per lo Stato pur guadagnando di più, e che lo Stato per ringraziarli fa da loro il grosso della sua spesa, mica al Sud (diciamo completando la Salerno-Reggio Calabria). Qui già il marziano comincerebbe a dare di matto. Meno male che non sa che le imprese settentrionali che lavorano e fanno profitti al Sud le tasse non le pagano al Sud, ma al Nord dove hanno la sede legale.
Ultime notizie sul Sud. L’assicurazione auto rincara del 6 per cento, ma del triplo al Sud. La Lega Nord vuole regalare punteggio agli insegnanti settentrionali per evitare che quei posti vadano ai meridionali più bravi. A questo punto il marziano è già diventato un brigante.
mercoledì 15 giugno 2011
MERCOLEDI' 15 GIUGNO ORE 18 ....PRESENTAZIONE DEL NUOVO LIBRO DI PATRUNO ALLA FERTINELLI CORSO TRIESTE CASERTA!!!

LINO PATRUNO
Presentazione del libro
Il Fuoco del Sud
di Lino Patruno
Rubbettino
“C'è un "Fuoco del Sud" che arde sotterraneo e che potrebbe irrompere proprio mentre si celebrano i 150 anni dell'Unità d'Italia. Si alimenta di centinaia di movimenti, associazioni, comitati, gruppi, intellettuali che un secolo e mezzo dopo chiedono ancora rispetto per il sacrificio imposto al Sud nella nascita della nazione, che si battono per liberare il Sud dalla sudditanza subita sull'altare del patriottismo e della retorica. Sono i "nuovi briganti" della comunicazione e dell'indignazione di cui il Sud ha bisogno.
Con l’autore intervengono
Carlo De Michele Carta48
Francesco Martucci Centro studi Arpa
Bruno Schettini Seconda Università di Napoli
Modera Nadia Verdile giornalista.

LINO PATRUNO
Presentazione del libro
Il Fuoco del Sud
di Lino Patruno
Rubbettino
“C'è un "Fuoco del Sud" che arde sotterraneo e che potrebbe irrompere proprio mentre si celebrano i 150 anni dell'Unità d'Italia. Si alimenta di centinaia di movimenti, associazioni, comitati, gruppi, intellettuali che un secolo e mezzo dopo chiedono ancora rispetto per il sacrificio imposto al Sud nella nascita della nazione, che si battono per liberare il Sud dalla sudditanza subita sull'altare del patriottismo e della retorica. Sono i "nuovi briganti" della comunicazione e dell'indignazione di cui il Sud ha bisogno.
Con l’autore intervengono
Carlo De Michele Carta48
Francesco Martucci Centro studi Arpa
Bruno Schettini Seconda Università di Napoli
Modera Nadia Verdile giornalista.
mercoledì 4 maggio 2011
Napoli 2 maggio: Tributo a Nicola Zitara
c/o l'Hotel Majestic Largo Vasto a Chiaia - Napoli la Presentazione/Dibattito
dell'ultimo libro di Nicola Zitara
"L'invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria"
Edizioni Jaca Book
con la presenza di :
Pino Aprile Giornalista/scrittore, autore del best seller "Terroni"
Beppe De Santis Presidente Nazionale e Segretario del Partito del Sud
Lino Patruno Giornalista/scrittore. autore di "Fuoco del Sud"
Marco Esposito Giornalista, autore di "Federalismo avvelenato"
Mino Errico (gestore del sito www.eleaml.org di Nicola Zitara)
c/o l'Hotel Majestic Largo Vasto a Chiaia - Napoli la Presentazione/Dibattito
dell'ultimo libro di Nicola Zitara
"L'invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria"
Edizioni Jaca Book
con la presenza di :
Pino Aprile Giornalista/scrittore, autore del best seller "Terroni"
Beppe De Santis Presidente Nazionale e Segretario del Partito del Sud
Lino Patruno Giornalista/scrittore. autore di "Fuoco del Sud"
Marco Esposito Giornalista, autore di "Federalismo avvelenato"
Mino Errico (gestore del sito www.eleaml.org di Nicola Zitara)
sabato 16 aprile 2011
La domanda del Sud
di Lino Patruno
Si, ma ora cosa facciamo? È la domanda puntuale dopo aver raccontato l’Unità d’Italia vista da Sud. E come il Risorgimento tradito abbia lasciato in eredità un divario col resto del Paese senza pari nel mondo occidentale.Perché la scena, piaccia o non piaccia ai puri e duri, è sempre la stessa. Inno nazionale mano al petto. A volte coccarde. Qualche altra invenzione tricolore, dagli addobbi alla torta. Fervore e allegria_ Ma poi i presenti subito desiderosi di sentirsi dire il contrario di ciò che le premesse promettevano, come in un agguato alla festa. E cioè perché il Sud è stato sottomesso e violentato.
Con una tensione, uno sconcerto e battimani inaspettati per chi credeva al consueto fatalismo meridionale del «cosi deve andare», del tanto non cambia mai niente».
Cosi il Sud ha vissuto questi 150 anni con una doppia anima. Nessun altro ha festeggiato tanto. Ma nessuno ha tanto festeggiato con l’aria del processo. Una sorta di liberazione senza mai mettere in discussione l’Unità, ma mettendo in discussione le verità ufficiali e i libri scolastici reticenti e immutabili. Aperto però il dibattito, l’inesorabile domanda finale: si, ma ora cosa facciamo? Come a riprecipitare il Sud nella vecchia schizofrenia della ribellione o della assuefazione, del mi conviene e del non mi conviene. Il vecchio Sud dei briganti o emigranti, combattere o abbandonare.
Un Sud reduce dalla festa vuole soprattutto che qualcuno gliela vada a dire, che alzi la voce a sua difesa. Ma è lo stesso Sud che poi va allineato e coperto a votare come sempre, o al massimo non ci va, in mancanza di alternativa. E ogni famiglia un figlio o una figlia che cerca lavoro e non lo trova, se non sono già partiti e amen. E ciascuno a dire, ma come mai qui un cantiere pubblico lascia le strade piene di buche e al Nord no? E come mai qui devo aspettare tre mesi per una endoscopia mentre se vado su in due giorni me la fanno? Sono beffe al Sud, non sue colpe. E c’è una risposta per ciascuna. Ma intanto il figlio o la figlia se ne sono andati, la strada continua a essere piena di buche, l’endoscopia si va a fare altrove.
E quanto ai partiti, consueto rituale. Piani di «strategie», «piani», o nella misura in cui», ma nessuno che si occupi del latte dei bambini. E tanti <
Certo per il conferenziere e difficile rispondere alla domanda: si, ma ora che abbiamo saputo, cosa facciamo? Come se sotto sottodicessero: va bene, ci hai raccontato come ci hanno ridotto in queste condizioni, hai acceso il nostro fuoco, hai preso gli applausi, ma non possiamo ritirarci come se nulla fosse. Anzi possiamo, proprio come se nulla avessimo saputo, è stata una bella serata e tutto come prima. Allora il conferenziere deve provare una risposta, si attendono molto da lui perche ha parlato come uno di loro, non è stato il solito comizio e via.
Allora il conferenziere dice: anzitutto è importante aver conosciuto la storia matrigna e le decisioni che hanno affossato il Sud in 150 anni. Conoscere significa prendere coscienza, nel senso che ora ciascuno può capire al volo chi racconta chiacchiere e rispondere a Bassi che dice che il Sud è parassita e che se sta cosi è perché non si da da fare. Questo e già un passo in avanti. Cioè ribellarsi perlomeno alle bugie. O ribellarsi davvero. Ciò che attizza un supplemento di domanda: si, ma come?
Embè, la politica. Ma lei lo sa, quelli sono tutti uguali e pensano solo ai fatti loro. Giudizio troppo drastico, ma cosi la gente la pensa. Allora conferenziere dirotta, non c’è solo la politica. Ci si può mettere insieme, persone, associazioni, comitati che intervengano anzitutto sui problemi delle città, un Paese che cambi può partire dalla riparazione dei marciapiedi. Con la frase ad effetto: bisogna riempire di partecipazione i vuoti delle città del Sud. Non ancora sufficiente, ecco la domanda finale: e un Partito del Sud?
Rispondi che un Partito del Sud può spaccare l’Italia come vuole la Lega, che l’incompleto sviluppo del Sud e un
problema nazionale e quindi devono risolverlo i partiti nazionali eccetera eccetera. Ma per l’insistenza e lo scetticismo della sala c’è l’estrema soluzione: un partito si può anche fare, l’essenziale e che sia autonomo, non intruppato a destra o sinistra, altrimenti rischia di fare il gioco di chi finora il Sud se lo è dimenticato. Magari si può minacciarlo. A questo punto la serata finisce. E l’ora del buffet.
Sembra una serata qualsiasi. Ma dovrebbe tenerne conto chi volesse davvero fare qualcosa per il Mezzogiorno. In questa serata c’è tutto il suo ventre e il suo cuore e il suo scontento.
da: La Gazzetta del Mezzogiorno del 15 aprile 2011
Fonte:OndadelSud
.
di Lino Patruno
Si, ma ora cosa facciamo? È la domanda puntuale dopo aver raccontato l’Unità d’Italia vista da Sud. E come il Risorgimento tradito abbia lasciato in eredità un divario col resto del Paese senza pari nel mondo occidentale.Perché la scena, piaccia o non piaccia ai puri e duri, è sempre la stessa. Inno nazionale mano al petto. A volte coccarde. Qualche altra invenzione tricolore, dagli addobbi alla torta. Fervore e allegria_ Ma poi i presenti subito desiderosi di sentirsi dire il contrario di ciò che le premesse promettevano, come in un agguato alla festa. E cioè perché il Sud è stato sottomesso e violentato.
Con una tensione, uno sconcerto e battimani inaspettati per chi credeva al consueto fatalismo meridionale del «cosi deve andare», del tanto non cambia mai niente».
Cosi il Sud ha vissuto questi 150 anni con una doppia anima. Nessun altro ha festeggiato tanto. Ma nessuno ha tanto festeggiato con l’aria del processo. Una sorta di liberazione senza mai mettere in discussione l’Unità, ma mettendo in discussione le verità ufficiali e i libri scolastici reticenti e immutabili. Aperto però il dibattito, l’inesorabile domanda finale: si, ma ora cosa facciamo? Come a riprecipitare il Sud nella vecchia schizofrenia della ribellione o della assuefazione, del mi conviene e del non mi conviene. Il vecchio Sud dei briganti o emigranti, combattere o abbandonare.
Un Sud reduce dalla festa vuole soprattutto che qualcuno gliela vada a dire, che alzi la voce a sua difesa. Ma è lo stesso Sud che poi va allineato e coperto a votare come sempre, o al massimo non ci va, in mancanza di alternativa. E ogni famiglia un figlio o una figlia che cerca lavoro e non lo trova, se non sono già partiti e amen. E ciascuno a dire, ma come mai qui un cantiere pubblico lascia le strade piene di buche e al Nord no? E come mai qui devo aspettare tre mesi per una endoscopia mentre se vado su in due giorni me la fanno? Sono beffe al Sud, non sue colpe. E c’è una risposta per ciascuna. Ma intanto il figlio o la figlia se ne sono andati, la strada continua a essere piena di buche, l’endoscopia si va a fare altrove.
E quanto ai partiti, consueto rituale. Piani di «strategie», «piani», o nella misura in cui», ma nessuno che si occupi del latte dei bambini. E tanti <
Certo per il conferenziere e difficile rispondere alla domanda: si, ma ora che abbiamo saputo, cosa facciamo? Come se sotto sottodicessero: va bene, ci hai raccontato come ci hanno ridotto in queste condizioni, hai acceso il nostro fuoco, hai preso gli applausi, ma non possiamo ritirarci come se nulla fosse. Anzi possiamo, proprio come se nulla avessimo saputo, è stata una bella serata e tutto come prima. Allora il conferenziere deve provare una risposta, si attendono molto da lui perche ha parlato come uno di loro, non è stato il solito comizio e via.
Allora il conferenziere dice: anzitutto è importante aver conosciuto la storia matrigna e le decisioni che hanno affossato il Sud in 150 anni. Conoscere significa prendere coscienza, nel senso che ora ciascuno può capire al volo chi racconta chiacchiere e rispondere a Bassi che dice che il Sud è parassita e che se sta cosi è perché non si da da fare. Questo e già un passo in avanti. Cioè ribellarsi perlomeno alle bugie. O ribellarsi davvero. Ciò che attizza un supplemento di domanda: si, ma come?
Embè, la politica. Ma lei lo sa, quelli sono tutti uguali e pensano solo ai fatti loro. Giudizio troppo drastico, ma cosi la gente la pensa. Allora conferenziere dirotta, non c’è solo la politica. Ci si può mettere insieme, persone, associazioni, comitati che intervengano anzitutto sui problemi delle città, un Paese che cambi può partire dalla riparazione dei marciapiedi. Con la frase ad effetto: bisogna riempire di partecipazione i vuoti delle città del Sud. Non ancora sufficiente, ecco la domanda finale: e un Partito del Sud?
Rispondi che un Partito del Sud può spaccare l’Italia come vuole la Lega, che l’incompleto sviluppo del Sud e un
problema nazionale e quindi devono risolverlo i partiti nazionali eccetera eccetera. Ma per l’insistenza e lo scetticismo della sala c’è l’estrema soluzione: un partito si può anche fare, l’essenziale e che sia autonomo, non intruppato a destra o sinistra, altrimenti rischia di fare il gioco di chi finora il Sud se lo è dimenticato. Magari si può minacciarlo. A questo punto la serata finisce. E l’ora del buffet.
Sembra una serata qualsiasi. Ma dovrebbe tenerne conto chi volesse davvero fare qualcosa per il Mezzogiorno. In questa serata c’è tutto il suo ventre e il suo cuore e il suo scontento.
da: La Gazzetta del Mezzogiorno del 15 aprile 2011
Fonte:OndadelSud
.
lunedì 4 aprile 2011
Il Fuoco del Sud ci salverà
L’Italia disunita. In un libro di Lino Patruno l’impietosa analisi di un paese dilaniato da forti spinte centrifughe
Scriveva Giustino Fortunato: “Amico mio, adoperiamoci finché l’Italia vivi e perduri, perché soltanto due o tre secoli di unità possono, forse, redimere il Mezzogiorno”. In effetti 150 anni non sono bastati.
Per il Sud, anzi, scarnificato dall’Unità, sedotto e abbandonato, è stato un continuum di fallimenti. Al Nord un’area ricca e competitiva come la Baviera, al Sud l’area più depressa d’Europa che espelle giovani: a Milano nel 2009 sono giunti 15mila giovani siciliani e calabresi. Impietosa la Svimez: in undici anni, dal 1998 al 2008, 700mila persone sono emigrate dal Sud al Centro-Nord. Due Italie mai così lontane.
Mi immergo nel “Fuoco del Sud”, lo sferzante libro di Lino Patruno (Rubbettino editore) prendendo in prestito la cautela suggerita da un meridionalista unitarista come Fortunato. E sì, perché qualora sulle valutazioni razionali che inducono ad apprezzare – nonostante tutto – il valore dell’Unità, consapevoli che la storia non si fa con i se e che il Sud ha anche tanto da farsi perdonare (dal referendum istituzionale del ’46 quanto votò per la monarchia, alla scelta di classi dirigenti miopi o ‘ascare’) prevalessero le ragioni del cuore e ci lasciassimo
avvincere dalla travolgente prosa di Patruno, saggista ed editorialista della Gazzetta del Mezzogiorno dopo averla diretta per tredici anni, rischieremmo di canticchiare a nostra insaputa qualche strofa di quella scoppiettante canzone di Eugenio Bennato: “Ommo se nasce, brigante se more/ma fino all’ultimo avimma spara’/ e se murimmo menate nu fiore/ e na bestemmia pe sta libertà”. Ed è fatta!
La Lega dei “duri e puri”, pur sedendo negli scranni di Roma ladrona ormai da un ventennio, non aspetta altro. Che, insomma, anche dal Sud finalmente tracimino i veleni mai evaporati contro l’annessione piemontese che lo mise a ferro e a fuoco. E inizi, anche il Sud, simmetricamente e con uguale intensità di cannoneggiamento, a professare la secessione, in vista di un addio all’Italia perennemente molesta nei suoi riguardi. E quindi a sfilare la tela dell’Unità che il grande preludio della rivoluzione giacobina del 1799, che issò la Repubblica napoletana poi capitolata nel sangue, ed i successivi moti insurrezionali, consegnarono all’Occidente dopo lo sbarco a Marsala. Ammonisce il ministro Brunetta: “Chi crede che liberarsi di un pezzo d’Italia sia utile a prendere velocità illude se stesso, o non sa far di conto”. Bene, ma ai poteri forti che muovono la Lega (industria, finanza, banche, giornali, associazioni di categoria, sindacati, partiti e università) in questa congiuntura critica, finita la Grande Abbuffata, fa comodo enfatizzare un Sud perduto, tutto “monnezza, spreco e criminalità”.
Il nuovo lavoro di Patruno ( l’ultimo è “Alla riscossa terroni”) che giunge non casualmente dopo l’euforia del 17 marzo, in effetti ha l’aria di essere, piuttosto che l’ennesimo pamphlet sui torti subiti dal Sud con corredo di citazioni e sussidi bibliografici, l’agile “libretto rosso” messo a disposizione della galassia di sigle, in verità solo in parte inneggianti al trono e all’altare. Associazioni, intellettuali e fondazioni, case editrici, periodici e siti web appollaiati sul Mezzogiorno stanco e in procinto di lanciare un piano di riscossa che dovrebbe inquietare le autorità costituite. Benché tuttora, e neppure dopo il prezioso ed inedito scavo di Patruno nella miniera “neoborbonica”, aldilà delle arcinote recriminazioni segnalate persino da Bolton King e Thomas Okey nel 1904 in un libro intitolato “L’Italia d’oggi” prefato da Benedetto Croce (“Il Mezzogiorno può provare che dall’Unità ha tratto più profitto il Settentrione sia finanziariamente sia economicamente; che è gravato al di sopra della proporzione della sua ricchezza; che lo Stato spende lire 50 per ogni
abitante nel Piemonte, nella Liguria e nel Lazio, mentre spende meno di lire 15 negli Abbruzzi, nella Basilicata e nelle Calabrie; che la gran massa della moneta pubblica, erogate in ferrovie, porti ed irrigazioni, ha preso la via del Settentrione e del Centro”) sia dato capire qual è, se c’è, il disegno.
Va bene l’indignazione, ma dopo? Nel denso capitolo “Alla caccia del che fare” i suggerimenti traboccano. Di tutto e di più. Si va da chi asserisce che “il Nord ha esaurito la sua spinta propulsiva e costruire sul costruito gli causa solo forti inefficienze economiche che si scaricano sul resto del Paese sotto forma di aumento incontrollato di spesa pubblica” a chi ritiene che “Investire nel Sud è l’unica possibilità di salvare il sistema dal fallimento generale”; c’è chi è dell’avviso che “Il Sud deve arrabbiarsi di più” e chi auspica che “Il Sud esca dalla gabbia liberale”; c’è chi è convinto che “il blocco sociale su cui puntare è la nostra grande emigrazione” e chi asserisce che “bisogna cancellare la questione meridionale con una riforma costituzionale”; altri credono che “bisogna costituirsi in maxiregione autonoma o in Stato indipendente federato con gli stessi confini del Regno delle Due Sicilie” e che “Serve una rivoluzione dal basso, una nuova classe dirigente capace di traghettare il Sud dall’era nell’era post industriale”; c’è chi lo vuole “identitario” il Meridionalismo e chi rilancia le teoria economiche di Nicola Zitara per il Sud “Stato indipendente”: servono banche, impegno contro la mafia e libertà di amministrare le proprie risorse. Resta, però, il fatto che le diverse sigle non riescono mai a parlare con una voce sola. Stanno nelle retrovie. Impotenti. Non incidono in alcun modo nelle decisioni politiche. I tentativi di aggregarsi, tanti negli ultimi vent’anni, sono andati a vuoto. Senza dire del ghigno che offrono a chi fonda partiti per il Sud dall’alto (Lombardo, Poli Bortone), perché coriaceo è il sospetto sia per la forma partito che per “le sirene partitocratiche”.
Genericità e frammentazione, da un lato. Ma dall’altro, scrive Patruno, i movimenti sono “impegnati a lavorare sul futuro, battendosi per liberare il Sud dalla sudditanza subita” e, confidando sulla “Rete”, per divulgare, come mai era accaduto, “il ritrovato orgoglio meridionale e il rifiuto di un Sud di nuovo allo stremo”.
E’ la parte più intrigante del libro, quella che porta in superficie nomi e volti dei nostri giorni di tutte le regioni meridionali, le cui opinioni spesso liquidate dalla pubblicistica con l’aggettivo sprezzante di neoborbonico, sembrano voci nel deserto. Opinioni che non hanno mai smesso di contrastare le “logiche colonizzatrici”; di chiedere perché Napoli, la più grande metropoli d’Italia prima dell’Unità, “la terza in Europa dopo Londra e Parigi con oltre 400mila abitanti”, sia stata di punto in bianco “ridotta a prefettura sabauda”; perché – lo documenta l’economista Vittorio Daniele, docente all’Università Magna Grecia di Catanzaro – il divario Nord/Sud inesistente durante il Regno delle Due Sicilie, cresce a dismisura con l’avvio della modernizzazione del Paese; perché il Sud fu espropriato delle sue banche (Banco di Napoli e di Sicilia) e vennero smantellate la più grande industria metalmeccanica del momento a Pietrarsa, dove lavoravano 1050 operai (l’Ansaldo di Genova occupava 480 operai), e il complesso siderurgico di Mongiana che diede il ferro per la realizzazione del primo ponte sospeso di 76 metri sul Garigliano; perché fu introdotta una fiscalità feroce che con la tariffa doganale piemontese e la tassa sul macinato svuotarono il Sud e aprirono le porte alla soluzione finale: la grande emigrazione meridionale, che vide scappare dal Sud tra il 1887 ed il 1914 sei milioni di persone.
Gettano fasci di luce le opinioni di questi “nuovi briganti” su tante bugie risorgimentali sparse a pieni mani nel dibattito pubblico. Commenta Patruno: “Al Sud servirebbero di nuovo i briganti, agguerrite bande a mano armata di megafono e non di moschetto, dell’ardimento della parola più che della proditorietà del gesto, briganti della comunicazione che stimolino le coscienze, suscitino la ripulsa soprattutto in un’Italia unita mai così disunita”. Oltre le pubblicazioni e la convegnistica, dinanzi alle sempre più laceranti emergenze sociali, Patruno intuisce che nella pancia del Sud c’è un sommovimento che non ha udienza nelle Istituzioni e cova rivalse, anche se non minacciano rivoluzioni né progettano tumulti. Non ha cittadinanza nei media nazionali torturati dalla cronaca politica ed è a questa galassia che si rivolge. Spiega: “Il ‘Fuoco del Sud’ sempre ignorato, macina con la inquietudine sotterranea di un vulcano mai spento, un’energia soffocata, la rabbia repressa di un torto subito. E proprio la convinzione dell’ingiustizia di una storia dell’Unità scritta ancora una volta dalla parte dei vincitori e mai dei vinti è la scintilla che attraversa un Sud sommerso e ribollente per quanto a lungo silente, frustrato, diviso, scoraggiato”. Il libro mira, in apparenza almeno, a inserirsi nel lungo filone del recupero della memoria, ma è chiaro che è frutto, anch’esso, delle recriminazioni in cui s’immerge e su cui getta benzina. Fin dal titolo, infatti, “Fuoco del Sud”, amplifica le doglianze, violenze patite, gli eccidi, stupri e le rapine di ieri. E con il contributo di economisti ribalta luoghi comuni che oggi vorrebbero il Sud parassita e immobile. Offre, mentre s’imbatte nella rabbia espressa nel web di un movimento che ha radici nel Sud e in quell’altro Sud che è il Nord zeppo di meridionali, parole d’ordine e chiavi di lettura a chi l’animosità verso l’annessione non l’ha mai deposta. Il libro tende a diventare il vademecum di un movimento che, dal 1861 fino ai nostri giorni, non ha mai smesso di ricordare la pagina vergognosa del primo genocidio e della prima pulizia etnica della nostra storia comune (Nino Bixio sosteneva che “al Sud i nemici non basta ucciderli, bisogna straziarli, bruciarli vivi a fuoco lento. E’ un paese che bisogna distruggere o almeno spopolare, mandarli in Africa a farsi civili”) con l’uccisione di migliaia e migliaia di contadini definiti briganti, e che oggi denuncia non l’acrimonia tra centrodestra e centrosinistra, ma la guerra ininterrotta tra Nord e Sud. Quel Nord che ha fatto del Sud “un paradiso abitato da diavoli”.
Occorre però stare attenti, se si vuol evitare di sfondare l’Italia repubblicana figlia di più vicende, di due guerre mondiali, della resistenza, della Costituzione e del “sogno europeo” che nel mondo disorientato è un punto da cui ricominciare. Non dobbiamo dimenticare che 150 anni sono pochi, per permettere ad un Paese di fronteggiare spinte centrifughe di tale asprezza. Specie se all’irruenza politicamente potente della Lega si sommasse il “Fuoco del Sud”. E’ vero che anche la Francia (separatismo corso), la Spagna ( l’Eta e il separatismo della Catalogna) e l’Inghilterra (Ulster) hanno problemi interni, “ma – spiega Romano Bracalini nel suo “Brandelli d’Italia” edito anch’esso da Rubbettino – i tre Stati possono vantare una storia unitaria quasi millenaria e nessuno minaccia la loro stabilità. Mentre l’Italia, non avendo risolto i problemi che mettono tuttora a repentaglio la sua unità nazionale, è più simile alla Cecoslovacchia e al Belgio”. E sappiamo cos’è successo da quelle parti.
da Il Quotidiano – domenica 3 aprile
Fonte:Onda del Sud
.
L’Italia disunita. In un libro di Lino Patruno l’impietosa analisi di un paese dilaniato da forti spinte centrifughe
Scriveva Giustino Fortunato: “Amico mio, adoperiamoci finché l’Italia vivi e perduri, perché soltanto due o tre secoli di unità possono, forse, redimere il Mezzogiorno”. In effetti 150 anni non sono bastati.
Per il Sud, anzi, scarnificato dall’Unità, sedotto e abbandonato, è stato un continuum di fallimenti. Al Nord un’area ricca e competitiva come la Baviera, al Sud l’area più depressa d’Europa che espelle giovani: a Milano nel 2009 sono giunti 15mila giovani siciliani e calabresi. Impietosa la Svimez: in undici anni, dal 1998 al 2008, 700mila persone sono emigrate dal Sud al Centro-Nord. Due Italie mai così lontane.
Mi immergo nel “Fuoco del Sud”, lo sferzante libro di Lino Patruno (Rubbettino editore) prendendo in prestito la cautela suggerita da un meridionalista unitarista come Fortunato. E sì, perché qualora sulle valutazioni razionali che inducono ad apprezzare – nonostante tutto – il valore dell’Unità, consapevoli che la storia non si fa con i se e che il Sud ha anche tanto da farsi perdonare (dal referendum istituzionale del ’46 quanto votò per la monarchia, alla scelta di classi dirigenti miopi o ‘ascare’) prevalessero le ragioni del cuore e ci lasciassimo
avvincere dalla travolgente prosa di Patruno, saggista ed editorialista della Gazzetta del Mezzogiorno dopo averla diretta per tredici anni, rischieremmo di canticchiare a nostra insaputa qualche strofa di quella scoppiettante canzone di Eugenio Bennato: “Ommo se nasce, brigante se more/ma fino all’ultimo avimma spara’/ e se murimmo menate nu fiore/ e na bestemmia pe sta libertà”. Ed è fatta!
La Lega dei “duri e puri”, pur sedendo negli scranni di Roma ladrona ormai da un ventennio, non aspetta altro. Che, insomma, anche dal Sud finalmente tracimino i veleni mai evaporati contro l’annessione piemontese che lo mise a ferro e a fuoco. E inizi, anche il Sud, simmetricamente e con uguale intensità di cannoneggiamento, a professare la secessione, in vista di un addio all’Italia perennemente molesta nei suoi riguardi. E quindi a sfilare la tela dell’Unità che il grande preludio della rivoluzione giacobina del 1799, che issò la Repubblica napoletana poi capitolata nel sangue, ed i successivi moti insurrezionali, consegnarono all’Occidente dopo lo sbarco a Marsala. Ammonisce il ministro Brunetta: “Chi crede che liberarsi di un pezzo d’Italia sia utile a prendere velocità illude se stesso, o non sa far di conto”. Bene, ma ai poteri forti che muovono la Lega (industria, finanza, banche, giornali, associazioni di categoria, sindacati, partiti e università) in questa congiuntura critica, finita la Grande Abbuffata, fa comodo enfatizzare un Sud perduto, tutto “monnezza, spreco e criminalità”.
Il nuovo lavoro di Patruno ( l’ultimo è “Alla riscossa terroni”) che giunge non casualmente dopo l’euforia del 17 marzo, in effetti ha l’aria di essere, piuttosto che l’ennesimo pamphlet sui torti subiti dal Sud con corredo di citazioni e sussidi bibliografici, l’agile “libretto rosso” messo a disposizione della galassia di sigle, in verità solo in parte inneggianti al trono e all’altare. Associazioni, intellettuali e fondazioni, case editrici, periodici e siti web appollaiati sul Mezzogiorno stanco e in procinto di lanciare un piano di riscossa che dovrebbe inquietare le autorità costituite. Benché tuttora, e neppure dopo il prezioso ed inedito scavo di Patruno nella miniera “neoborbonica”, aldilà delle arcinote recriminazioni segnalate persino da Bolton King e Thomas Okey nel 1904 in un libro intitolato “L’Italia d’oggi” prefato da Benedetto Croce (“Il Mezzogiorno può provare che dall’Unità ha tratto più profitto il Settentrione sia finanziariamente sia economicamente; che è gravato al di sopra della proporzione della sua ricchezza; che lo Stato spende lire 50 per ogni
abitante nel Piemonte, nella Liguria e nel Lazio, mentre spende meno di lire 15 negli Abbruzzi, nella Basilicata e nelle Calabrie; che la gran massa della moneta pubblica, erogate in ferrovie, porti ed irrigazioni, ha preso la via del Settentrione e del Centro”) sia dato capire qual è, se c’è, il disegno.
Va bene l’indignazione, ma dopo? Nel denso capitolo “Alla caccia del che fare” i suggerimenti traboccano. Di tutto e di più. Si va da chi asserisce che “il Nord ha esaurito la sua spinta propulsiva e costruire sul costruito gli causa solo forti inefficienze economiche che si scaricano sul resto del Paese sotto forma di aumento incontrollato di spesa pubblica” a chi ritiene che “Investire nel Sud è l’unica possibilità di salvare il sistema dal fallimento generale”; c’è chi è dell’avviso che “Il Sud deve arrabbiarsi di più” e chi auspica che “Il Sud esca dalla gabbia liberale”; c’è chi è convinto che “il blocco sociale su cui puntare è la nostra grande emigrazione” e chi asserisce che “bisogna cancellare la questione meridionale con una riforma costituzionale”; altri credono che “bisogna costituirsi in maxiregione autonoma o in Stato indipendente federato con gli stessi confini del Regno delle Due Sicilie” e che “Serve una rivoluzione dal basso, una nuova classe dirigente capace di traghettare il Sud dall’era nell’era post industriale”; c’è chi lo vuole “identitario” il Meridionalismo e chi rilancia le teoria economiche di Nicola Zitara per il Sud “Stato indipendente”: servono banche, impegno contro la mafia e libertà di amministrare le proprie risorse. Resta, però, il fatto che le diverse sigle non riescono mai a parlare con una voce sola. Stanno nelle retrovie. Impotenti. Non incidono in alcun modo nelle decisioni politiche. I tentativi di aggregarsi, tanti negli ultimi vent’anni, sono andati a vuoto. Senza dire del ghigno che offrono a chi fonda partiti per il Sud dall’alto (Lombardo, Poli Bortone), perché coriaceo è il sospetto sia per la forma partito che per “le sirene partitocratiche”.
Genericità e frammentazione, da un lato. Ma dall’altro, scrive Patruno, i movimenti sono “impegnati a lavorare sul futuro, battendosi per liberare il Sud dalla sudditanza subita” e, confidando sulla “Rete”, per divulgare, come mai era accaduto, “il ritrovato orgoglio meridionale e il rifiuto di un Sud di nuovo allo stremo”.
E’ la parte più intrigante del libro, quella che porta in superficie nomi e volti dei nostri giorni di tutte le regioni meridionali, le cui opinioni spesso liquidate dalla pubblicistica con l’aggettivo sprezzante di neoborbonico, sembrano voci nel deserto. Opinioni che non hanno mai smesso di contrastare le “logiche colonizzatrici”; di chiedere perché Napoli, la più grande metropoli d’Italia prima dell’Unità, “la terza in Europa dopo Londra e Parigi con oltre 400mila abitanti”, sia stata di punto in bianco “ridotta a prefettura sabauda”; perché – lo documenta l’economista Vittorio Daniele, docente all’Università Magna Grecia di Catanzaro – il divario Nord/Sud inesistente durante il Regno delle Due Sicilie, cresce a dismisura con l’avvio della modernizzazione del Paese; perché il Sud fu espropriato delle sue banche (Banco di Napoli e di Sicilia) e vennero smantellate la più grande industria metalmeccanica del momento a Pietrarsa, dove lavoravano 1050 operai (l’Ansaldo di Genova occupava 480 operai), e il complesso siderurgico di Mongiana che diede il ferro per la realizzazione del primo ponte sospeso di 76 metri sul Garigliano; perché fu introdotta una fiscalità feroce che con la tariffa doganale piemontese e la tassa sul macinato svuotarono il Sud e aprirono le porte alla soluzione finale: la grande emigrazione meridionale, che vide scappare dal Sud tra il 1887 ed il 1914 sei milioni di persone.
Gettano fasci di luce le opinioni di questi “nuovi briganti” su tante bugie risorgimentali sparse a pieni mani nel dibattito pubblico. Commenta Patruno: “Al Sud servirebbero di nuovo i briganti, agguerrite bande a mano armata di megafono e non di moschetto, dell’ardimento della parola più che della proditorietà del gesto, briganti della comunicazione che stimolino le coscienze, suscitino la ripulsa soprattutto in un’Italia unita mai così disunita”. Oltre le pubblicazioni e la convegnistica, dinanzi alle sempre più laceranti emergenze sociali, Patruno intuisce che nella pancia del Sud c’è un sommovimento che non ha udienza nelle Istituzioni e cova rivalse, anche se non minacciano rivoluzioni né progettano tumulti. Non ha cittadinanza nei media nazionali torturati dalla cronaca politica ed è a questa galassia che si rivolge. Spiega: “Il ‘Fuoco del Sud’ sempre ignorato, macina con la inquietudine sotterranea di un vulcano mai spento, un’energia soffocata, la rabbia repressa di un torto subito. E proprio la convinzione dell’ingiustizia di una storia dell’Unità scritta ancora una volta dalla parte dei vincitori e mai dei vinti è la scintilla che attraversa un Sud sommerso e ribollente per quanto a lungo silente, frustrato, diviso, scoraggiato”. Il libro mira, in apparenza almeno, a inserirsi nel lungo filone del recupero della memoria, ma è chiaro che è frutto, anch’esso, delle recriminazioni in cui s’immerge e su cui getta benzina. Fin dal titolo, infatti, “Fuoco del Sud”, amplifica le doglianze, violenze patite, gli eccidi, stupri e le rapine di ieri. E con il contributo di economisti ribalta luoghi comuni che oggi vorrebbero il Sud parassita e immobile. Offre, mentre s’imbatte nella rabbia espressa nel web di un movimento che ha radici nel Sud e in quell’altro Sud che è il Nord zeppo di meridionali, parole d’ordine e chiavi di lettura a chi l’animosità verso l’annessione non l’ha mai deposta. Il libro tende a diventare il vademecum di un movimento che, dal 1861 fino ai nostri giorni, non ha mai smesso di ricordare la pagina vergognosa del primo genocidio e della prima pulizia etnica della nostra storia comune (Nino Bixio sosteneva che “al Sud i nemici non basta ucciderli, bisogna straziarli, bruciarli vivi a fuoco lento. E’ un paese che bisogna distruggere o almeno spopolare, mandarli in Africa a farsi civili”) con l’uccisione di migliaia e migliaia di contadini definiti briganti, e che oggi denuncia non l’acrimonia tra centrodestra e centrosinistra, ma la guerra ininterrotta tra Nord e Sud. Quel Nord che ha fatto del Sud “un paradiso abitato da diavoli”.
Occorre però stare attenti, se si vuol evitare di sfondare l’Italia repubblicana figlia di più vicende, di due guerre mondiali, della resistenza, della Costituzione e del “sogno europeo” che nel mondo disorientato è un punto da cui ricominciare. Non dobbiamo dimenticare che 150 anni sono pochi, per permettere ad un Paese di fronteggiare spinte centrifughe di tale asprezza. Specie se all’irruenza politicamente potente della Lega si sommasse il “Fuoco del Sud”. E’ vero che anche la Francia (separatismo corso), la Spagna ( l’Eta e il separatismo della Catalogna) e l’Inghilterra (Ulster) hanno problemi interni, “ma – spiega Romano Bracalini nel suo “Brandelli d’Italia” edito anch’esso da Rubbettino – i tre Stati possono vantare una storia unitaria quasi millenaria e nessuno minaccia la loro stabilità. Mentre l’Italia, non avendo risolto i problemi che mettono tuttora a repentaglio la sua unità nazionale, è più simile alla Cecoslovacchia e al Belgio”. E sappiamo cos’è successo da quelle parti.
da Il Quotidiano – domenica 3 aprile
Fonte:Onda del Sud
.