mercoledì 1 dicembre 2010

SPECIALE DUE GIORNI PER RICORDARE I 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA


Il Comune di Piano di Sorrento

Il circolo Endas ASSOCINEMA onlus

Il Gran Caffè Marianiello



INVITANO

le SSVV


alla manifestazione

SPECIALE DUE GIORNI PER RICORDARE I 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA

che avrà il seguente svolgimento



PRIMA GIORNATA



Mercoledì

1°Dicembre







CENTRO CULTURALE COMUNALE

Ingresso libero



Ore 10.30

Replica

Ore 19.00





150 anni dall’Unità d’Italia



Storia & Controstoria del Risorgimento



Incontro con

Gigi Di Fiore

“Gli ultimi giorni di Gaeta. L’assedio che condannò l’Italia all’Unità”



Chi è Gigi di Fiore?

Già redattore al “Giornale” di Montanelli, è oggi inviato del Mattino di Napoli.Nel 2001 ha vinto il premio Saint-Vincent per il giornalismo.

Tre volte premio speciale cronista; Premio Marcello Torre nel 2004 e storico.

Per la sua attività giornalistica, si occupa spesso di criminalità organizzata e camorra, su cui ha pubblicato i saggi “Il Palazzo dei misteri(92); “Potere camorrista”(1993),”Io Pasquale Galasso”(1995) e “L’impero.Traffici, storia e segreti dell’occulta e potente mafia dei casalesi”(2008). Studioso di storia delle Due Sicilie e del brigantaggio,ha pubblicato “1861 Pontelandolfo e Casalduni: un massacro dimenticato(1998), “I vinti del risorgimento”(2004), “Controstoria dell’unità d’italia.Fatti e misfatti del risorgimento”(Premio letterario città di Melfi 2009 per la saggistica);

il suo ultimo libro è “Gli ultimi giorni di Gaeta.L’assedio che condannò l’Italia all’unità”(2010)





FU lo scontro finale tra due eserciti italiani: quello piemontese del nord e quello delle Due Sicilie nel sud;

La caduta di Gaeta, nel febbraio del 1861, è uno dei simboli dell'unità d'Italia. Di Fiore racconta - senza fare sconti - l'assedio brutale che fu l'ultima battaglia di due eserciti italiani in guerra tra loro.



FU il micidiale banco di prova dei potenti cannoni Cavalli a lunga gittata sperimentati dei piemontesi anche su una popolazione civile inerme;

FU l'atto finale, quasi del tutto ignorato dai libri di testo scolastici, dell'annessione del sud Italia al resto della penisola;

FU l'epilogo della dinastia Borbone in Italia dopo 134 anni di regno;

FU l'inizio dei problemi di un'unificazione che, da quel febbraio, sarà macchiata da una rivolta nel sud repressa con cannoni e fucili;

FU la fine delle difficoltà diplomatiche del governo piemontese che, dopo la formale resa del re Borbone, fu finalmente in condizione di convocare il Parlamento per la dichiarazione dell'unità d'Italia;

FU una pagina oscura di cinismo militare con bombardamenti anche su obiettivi civili, prolungati anche a tre ore dalla firma della capitolazione, che costarono centinaia di morti e danni enormi alla città di Gaeta;

FU l'emblema del meglio e del peggio degli italiani: 100 giorni che restano il vero simbolo del processo risorgimentale, forse più illuminante, perchè meno noto, dell'ultra-celebreta epopea garibaldina;

FU infine una pagina che, nei libri di testo scolastici, viene relegata a poche righe, nonostante sia durata tre mesi e sia costata, soprattutto tra i soldati meridionali, oltre mille morti e non meno di 300 vittime tra i civili.





A seguire proiezione film…”’O re”di Luigi Magni





Scheda film in programmazione mercoledì



“ ‘O re”





(Ita,1988)

di Luigi Magni



con Giancarlo Giannini

Ornella Muti



Durata:95’



Il Re Francesco II di Borbone, soprannominato Franceschiello per la sua inettitudine, e la sua bella moglie Maria Sofia, insieme al fedele servitore Rafele, si trovano in esilio a Roma. Qui la ex regina cerca di organizzare un esercito, con a capo il Generale Coviello, per riconquistare il trono. L'ex Re è sfiduciato e in preda a mania religiosa, mentre Maria Sofia è ossessionata dal desiderio di avere un erede, che garantisca la successione; ma il matrimonio fra lei e lo sposo non è ancora stato consumato, perchè Francesco, che non ha mai desiderato regnare, non vuole ora mettere al mondo un altro spostato. Questo argomento è causa di continui e aspri contrasti fra i coniugi. I sovrani esiliati sono protetti dal commissario Macchi, che però sembra al re uno jettatore. Intanto giunge dal Sud un affascinante avventuriero spagnolo, Don Josè, che si innamora della regina e si offre di comandare un esercito per riconquistarle il trono. Coviello, nel frattempo, è passato all'esercito italiano. Durante una festa, Franceschiello viene leggermente ferito da una pugnalata di Lucina, una ragazza che vuole vendicare il padre, e, mentre egli si trova a letto e delira, la moglie riesce a fargli consumare finalmente il matrimonio. Don Josè viene fatto fucilare da Coviello, e intanto Franceschiello, saputo che Maria Sofia è incinta, crede che il figlio sia dello spagnolo, ma una lettera di addio di quest'ultimo alla sovrana gli prova che il sospetto è ingiusto, ed egli si convince d'essere il padre del nascituro. Coviello chiede poi un colloquio alla regina, con lo scopo di farla prigioniera, ma, quando durante l'incontro le spara, il commissario Macchi muore facendole scudo col suo corpo, e la salva. Coviello viene impiccato. Invece del sospirato erede, Maria Sofia dà alla luce una bambina, che muore dopo tre mesi

La serata di mercoledì si chiude con la

Cena d’autore al Gran Caffè Marianiello ...con una strizzatina alla storia...



Menu

Tempura di pescato e verdure

Orecchiette calabre con salsiccia e broccoli

Zuppa inglese





SECONDA GIORNATA



Giovedì

2 Dicembre







CENTRO CULTURALE COMUNALE

Ingresso libero



Ore 10.30

Replica

Ore 19.00





Proiezione film

“Li chiamarono… briganti!”



(Ita,1999)

di Pasquale Squitieri



con Claudia Cardinale,

Enrico Lo Verso



Durata:129’



Il film, incentrato sulle vicende del brigante lucano Carmine Crocco e della sua banda, parla della resistenza degli uomini e delle donne del sud Italia contro i Savoia, alcune scene sono molto forti: carabinieri che stuprano, accordi non rispettati, e sono tutte cose documentate presso l’Archivio di Stato, nel film ci sono tutte le premesse della situazione italiana odierna

Siamo nell'Italia del 1861. Gli schieramenti politici e militari, disgregato il Regno delle Due Sicilie, si contendono il Mezzogiorno: terra di "cafoni", abitata da un popolo "barbaro e violento".Una terra da invadere e colonizzare, una terra dove dominano i briganti, Fra' Diavolo, Crocco e tanti altri. Una terra spartita tra più di ottanta bande composte da 7000 uomini

Squitieri rilegge, con la sua consueta grinta, la nascita convulsa di una nazione, schierandosi dalla parte della cultura contadina e di quegli eroi mancati che si chiamano briganti. Idealismo, utopie, ribellismo, delinquenza ed eversione rivoluzionaria coesistono e si confondono nell'avventura di queste pedine di un gioco più grande di loro.





Non è prevista la cena

.
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Il Comune di Piano di Sorrento

Il circolo Endas ASSOCINEMA onlus

Il Gran Caffè Marianiello



INVITANO

le SSVV


alla manifestazione

SPECIALE DUE GIORNI PER RICORDARE I 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA

che avrà il seguente svolgimento



PRIMA GIORNATA



Mercoledì

1°Dicembre







CENTRO CULTURALE COMUNALE

Ingresso libero



Ore 10.30

Replica

Ore 19.00





150 anni dall’Unità d’Italia



Storia & Controstoria del Risorgimento



Incontro con

Gigi Di Fiore

“Gli ultimi giorni di Gaeta. L’assedio che condannò l’Italia all’Unità”



Chi è Gigi di Fiore?

Già redattore al “Giornale” di Montanelli, è oggi inviato del Mattino di Napoli.Nel 2001 ha vinto il premio Saint-Vincent per il giornalismo.

Tre volte premio speciale cronista; Premio Marcello Torre nel 2004 e storico.

Per la sua attività giornalistica, si occupa spesso di criminalità organizzata e camorra, su cui ha pubblicato i saggi “Il Palazzo dei misteri(92); “Potere camorrista”(1993),”Io Pasquale Galasso”(1995) e “L’impero.Traffici, storia e segreti dell’occulta e potente mafia dei casalesi”(2008). Studioso di storia delle Due Sicilie e del brigantaggio,ha pubblicato “1861 Pontelandolfo e Casalduni: un massacro dimenticato(1998), “I vinti del risorgimento”(2004), “Controstoria dell’unità d’italia.Fatti e misfatti del risorgimento”(Premio letterario città di Melfi 2009 per la saggistica);

il suo ultimo libro è “Gli ultimi giorni di Gaeta.L’assedio che condannò l’Italia all’unità”(2010)





FU lo scontro finale tra due eserciti italiani: quello piemontese del nord e quello delle Due Sicilie nel sud;

La caduta di Gaeta, nel febbraio del 1861, è uno dei simboli dell'unità d'Italia. Di Fiore racconta - senza fare sconti - l'assedio brutale che fu l'ultima battaglia di due eserciti italiani in guerra tra loro.



FU il micidiale banco di prova dei potenti cannoni Cavalli a lunga gittata sperimentati dei piemontesi anche su una popolazione civile inerme;

FU l'atto finale, quasi del tutto ignorato dai libri di testo scolastici, dell'annessione del sud Italia al resto della penisola;

FU l'epilogo della dinastia Borbone in Italia dopo 134 anni di regno;

FU l'inizio dei problemi di un'unificazione che, da quel febbraio, sarà macchiata da una rivolta nel sud repressa con cannoni e fucili;

FU la fine delle difficoltà diplomatiche del governo piemontese che, dopo la formale resa del re Borbone, fu finalmente in condizione di convocare il Parlamento per la dichiarazione dell'unità d'Italia;

FU una pagina oscura di cinismo militare con bombardamenti anche su obiettivi civili, prolungati anche a tre ore dalla firma della capitolazione, che costarono centinaia di morti e danni enormi alla città di Gaeta;

FU l'emblema del meglio e del peggio degli italiani: 100 giorni che restano il vero simbolo del processo risorgimentale, forse più illuminante, perchè meno noto, dell'ultra-celebreta epopea garibaldina;

FU infine una pagina che, nei libri di testo scolastici, viene relegata a poche righe, nonostante sia durata tre mesi e sia costata, soprattutto tra i soldati meridionali, oltre mille morti e non meno di 300 vittime tra i civili.





A seguire proiezione film…”’O re”di Luigi Magni





Scheda film in programmazione mercoledì



“ ‘O re”





(Ita,1988)

di Luigi Magni



con Giancarlo Giannini

Ornella Muti



Durata:95’



Il Re Francesco II di Borbone, soprannominato Franceschiello per la sua inettitudine, e la sua bella moglie Maria Sofia, insieme al fedele servitore Rafele, si trovano in esilio a Roma. Qui la ex regina cerca di organizzare un esercito, con a capo il Generale Coviello, per riconquistare il trono. L'ex Re è sfiduciato e in preda a mania religiosa, mentre Maria Sofia è ossessionata dal desiderio di avere un erede, che garantisca la successione; ma il matrimonio fra lei e lo sposo non è ancora stato consumato, perchè Francesco, che non ha mai desiderato regnare, non vuole ora mettere al mondo un altro spostato. Questo argomento è causa di continui e aspri contrasti fra i coniugi. I sovrani esiliati sono protetti dal commissario Macchi, che però sembra al re uno jettatore. Intanto giunge dal Sud un affascinante avventuriero spagnolo, Don Josè, che si innamora della regina e si offre di comandare un esercito per riconquistarle il trono. Coviello, nel frattempo, è passato all'esercito italiano. Durante una festa, Franceschiello viene leggermente ferito da una pugnalata di Lucina, una ragazza che vuole vendicare il padre, e, mentre egli si trova a letto e delira, la moglie riesce a fargli consumare finalmente il matrimonio. Don Josè viene fatto fucilare da Coviello, e intanto Franceschiello, saputo che Maria Sofia è incinta, crede che il figlio sia dello spagnolo, ma una lettera di addio di quest'ultimo alla sovrana gli prova che il sospetto è ingiusto, ed egli si convince d'essere il padre del nascituro. Coviello chiede poi un colloquio alla regina, con lo scopo di farla prigioniera, ma, quando durante l'incontro le spara, il commissario Macchi muore facendole scudo col suo corpo, e la salva. Coviello viene impiccato. Invece del sospirato erede, Maria Sofia dà alla luce una bambina, che muore dopo tre mesi

La serata di mercoledì si chiude con la

Cena d’autore al Gran Caffè Marianiello ...con una strizzatina alla storia...



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Orecchiette calabre con salsiccia e broccoli

Zuppa inglese





SECONDA GIORNATA



Giovedì

2 Dicembre







CENTRO CULTURALE COMUNALE

Ingresso libero



Ore 10.30

Replica

Ore 19.00





Proiezione film

“Li chiamarono… briganti!”



(Ita,1999)

di Pasquale Squitieri



con Claudia Cardinale,

Enrico Lo Verso



Durata:129’



Il film, incentrato sulle vicende del brigante lucano Carmine Crocco e della sua banda, parla della resistenza degli uomini e delle donne del sud Italia contro i Savoia, alcune scene sono molto forti: carabinieri che stuprano, accordi non rispettati, e sono tutte cose documentate presso l’Archivio di Stato, nel film ci sono tutte le premesse della situazione italiana odierna

Siamo nell'Italia del 1861. Gli schieramenti politici e militari, disgregato il Regno delle Due Sicilie, si contendono il Mezzogiorno: terra di "cafoni", abitata da un popolo "barbaro e violento".Una terra da invadere e colonizzare, una terra dove dominano i briganti, Fra' Diavolo, Crocco e tanti altri. Una terra spartita tra più di ottanta bande composte da 7000 uomini

Squitieri rilegge, con la sua consueta grinta, la nascita convulsa di una nazione, schierandosi dalla parte della cultura contadina e di quegli eroi mancati che si chiamano briganti. Idealismo, utopie, ribellismo, delinquenza ed eversione rivoluzionaria coesistono e si confondono nell'avventura di queste pedine di un gioco più grande di loro.





Non è prevista la cena

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venerdì 17 settembre 2010

SQUITIERI, FILM DI MARTONE E' UN FALSO STORICO


(AGI) - Venezia, 10 set. - "Il film di Martone, 'Noi credevamo' e' un falso storico. La falsita' ideologica continua a prevalere sull'obiettivita' della storia, che viene fatta a pezzi: in questo modo si distrugge l'identita'". Lo ha detto all'Agi il regista Pasquale Squitieri, prima della proiezione del film/work in progress di Giuseppe Tornatore 'L'ultimo gattopardo' in sala grande. "Il problema che in questo Paese si continua a vivere sui falsi storici. Subito dopo l'unita', per 'reprimere il brigantaggio' nel Sud furono massacrate decine di migliaia di persone. Parlo per esempio delle strade di Casalduni e di Pontelandolfo, in Basilicata e nel Cilento. Il film di Martone non ci racconta praticamente nulla di tutto questo, dimentica come del resto fanno libri di storia, dai testi delle medie a quelli delle universita', la Brigata ungherese. Martone la vede 'da sinistra' ma io ricordo che Lenin disse che 'I fatti sono testardi': e i fatti sono le stragi, la distruzione dell'industria, delle campagne, la colonizzazione del Mezzogiorno". Per il regista che nel 1999 firmo' 'Gli ultimi briganti', "il problema non fu tanto Garibaldi ma la massoneria: e' della massoneria il progetto dell'unita' d'Italia, cosi' come quello della rivoluzione francese. Il progetto della massoneria e' al centro della storia europea".


.
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(AGI) - Venezia, 10 set. - "Il film di Martone, 'Noi credevamo' e' un falso storico. La falsita' ideologica continua a prevalere sull'obiettivita' della storia, che viene fatta a pezzi: in questo modo si distrugge l'identita'". Lo ha detto all'Agi il regista Pasquale Squitieri, prima della proiezione del film/work in progress di Giuseppe Tornatore 'L'ultimo gattopardo' in sala grande. "Il problema che in questo Paese si continua a vivere sui falsi storici. Subito dopo l'unita', per 'reprimere il brigantaggio' nel Sud furono massacrate decine di migliaia di persone. Parlo per esempio delle strade di Casalduni e di Pontelandolfo, in Basilicata e nel Cilento. Il film di Martone non ci racconta praticamente nulla di tutto questo, dimentica come del resto fanno libri di storia, dai testi delle medie a quelli delle universita', la Brigata ungherese. Martone la vede 'da sinistra' ma io ricordo che Lenin disse che 'I fatti sono testardi': e i fatti sono le stragi, la distruzione dell'industria, delle campagne, la colonizzazione del Mezzogiorno". Per il regista che nel 1999 firmo' 'Gli ultimi briganti', "il problema non fu tanto Garibaldi ma la massoneria: e' della massoneria il progetto dell'unita' d'Italia, cosi' come quello della rivoluzione francese. Il progetto della massoneria e' al centro della storia europea".


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venerdì 3 settembre 2010

Il brigantaggio e la distruzione dell’economia meridionale

Com’è noto, la conquista del Sud, operata dal Regno di Sardegna nel 1860, fu seguita da circa dieci anni d’insanguinata guerriglia, tra le truppe regolari d’occupazione e la popolazione meridionale riunita in gruppi di resistenti armati: quest’ultimi definiti, appunto, briganti.
Oggi è assai frequente che si tenda a distinguere tra brigantaggio comune e politico, ma questa distinzione potrebbe essere messa seriamente in discussione, da una più completa conoscenza della storia, nonché della stessa lingua italiana.

Pare, infatti, che lo stesso termine “brigante” entrò comunemente a far parte della lingua italiana, solo con le discese del generale (prima) e Imperatore (dopo) Napoleone Bonaparte.

Con tale termine, infatti, si indicavano usualmente – non solo in Italia, ma in tutta l’Europa - i resistenti antigiacobini, e non i semplici banditi.

D’altronde, è noto che proprio briganti furono chiamati, dalla Convenzione (cioè dall’allora governo rivoluzionario), già i primi reazionari controrivoluzionari del 1793, cioè gli stessi francesi, insorti a seguito della decapitazione del loro legittimo sovrano.

In questa sede, però, non si vuole ripercorrere la storia del brigantaggio meridionale. Né quella dei suoi iniziali incredibili successi; e neppure quella, ancor più drammatica, relativa all’implacabile repressione che ne seguì (la quale coinvolse, purtroppo, gran parte della popolazione civile, rea, nell’ottica del governo unitario, di collaborazionismo con i briganti). Proseguendo, piuttosto, nella già intrapresa opera di ricerca delle cause dei fenomeni, bisogna sottolineare che il brigantaggio meridionale non ebbe esclusivamente cause “ideologiche” – non si trattò cioè, di un movimento motivato solo dalla difesa dell’altare o del trono -, ma anche economiche. La conquista del Sud, infatti, segnò la distruzione della florida (beninteso: per i livelli protocapitalistici dell’epoca) economia meridionale.

Uno dei provvedimenti più svantaggiosi, perché colpì le zone geografiche e gli strati più poveri del Reame, fu la sistematica annessione al proprio patrimonio – da parte del nuovo Stato unitario - delle vastissime terre del precedente demanio del Re che, sotto il dominio dei Borbone, non appartenendo ad alcun singolo feudatario, erano date in uso gratuito alle famiglie di contadini, le quali, qualora avessero coltivato un terreno per dieci anni, non potevano più esserne allontanate, sebbene la proprietà rimanesse formalmente al sovrano.

Ma lo stesso può dirsi per l’annessione, sempre a favore dello Stato unitario, dei beni dell’asse ecclesiastico che, fino a quel momento, erano serviti come ammortizzatore sociale, consentendo alla Chiesa di sostenere i bisognosi, specie nei periodi di carestia.

Tutte le terre meridionali, così divenute di proprietà del Regno d’Italia, furono rivendute agli stessi meridionali che, conseguentemente, si impoverirono enormemente, pur di ricomprare, dai “fratelli d’Italia”, la loro stessa terra.

Questi acquisti, purtroppo, rappresentarono per molti un’attrattiva troppo forte, per poter riuscire a rinunciarvi. La proprietà della terra, infatti, costituiva un vero e proprio status symbol dell’epoca (almeno al Sud), e la smania di emancipazione sociale non fece riflettere molti contadini sulla circostanza che, su quelle stesse terre, avrebbero dovuto pagare le onerose tasse stabilite dal governo unitario, nonché sul fatto che, per poter trasferire il terreno in eredità ai propri figli, quest’ultimi sarebbero dovuti essere in grado di pagare le tasse di successione (prima sconosciute al meridione, ma introdotte dai nuovi governanti), altrimenti il fondo sarebbe stato sequestrato e venduto.

Inoltre, la conquista del Sud implicò anche la suddivisione del pesantissimo debito pubblico dello Stato sardo-piemontese, tra tutti i cittadini del Regno, ivi compresi i meridionali che, tuttavia, diversamente dai piemontesi, da quell’enorme debito non avevano tratto alcun beneficio economico.

E, a tal proposito, non si potrebbero trovare oggi parole più chiare, di quelle coraggiosamente scritte, pur all’epoca del Regno d’Italia, da Francesco Saverio Nitti: “Ciò che è certo è che il regno di Napoli era nel 1859 non solo il più reputato in Italia per la sua solidità finanziaria – e ne fan prova i corsi della rendita – ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito; le imposte non gravose e bene armonizzate; semplicità grande in tutti i servizi fiscali e nella tesoreria dello Stato.

Era proprio il contrario del Regno di Sardegna ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi; dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni continue fatte in gran parte senza criterio; con un debito pubblico enorme, e a cui pendeva sul capo lo spettro del fallimento. Senza togliere nessuno dei grandi meriti che il Piemonte ebbe di fronte all’unità italiana, che è stata in grandissima parte opera sua, bisogna del pari riconoscere che, senza l’unificazione dei vari Stati, il Regno di Sardegna per l’abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento.

La depressione finanziaria, anteriore al 1848, aggravata fra il ’49 e il ’59 da una enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, avea determinato una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro Stato più grande”.
Ma forse il peggiore danno subito dal meridione d’Italia, a seguito dell’invasione piemontese, fu costituito dalla completa vanificazione dell’opera di industrializzazione iniziata dai Borbone.

Infatti, è innegabile che già l’applicazione del sistema dei dazi doganali tarati sull’esigenze del Regno di Sardegna, a tutto il territorio del nuovo Regno d’Italia - e specificatamente (in data 24 settembre 1860) al meridione, che invece, per proteggere la propria industria nascente, aveva bisogno di dazi “contrari” - diede un primo duro colpo all’emergente industria meridionale che, di lì a poco, sarebbe stata definitivamente sfavorita – specie con riferimento a quella metallurgica e siderurgica – dalla circostanza, di cui il lettore non mancherà di apprezzare l’importanza decisiva, consistente nel fatto che le commesse statali del novello Regno d’Italia furono affidate solo ad imprese settentrionali.

E non deve meravigliare che si riferisca di sviluppo industriale siderurgico nel Regno delle Due Sicilie, perché – per quanto si tratti di una realtà ignota ai più -, dopo la creazione della prima fabbrica d’armi di Torre Annunziata, il processo di industrializzazione del Sud si intensificò, anche con riferimento alla c.d. industria pesante, persino in Calabria – forse la regione meridionale oggi più industrialmente arretrata -, dove furono fondati gli stabilimenti di Mongiana (1770) e Ferdinandea (1789), il cui altoforno maggiore era capace di produrre oltre 10 tonnellate di ghisa al giorno: un traguardo per l’epoca.

A questo specifico proposito, è interessante notare come lo stesso Gioacchino Murat - nonostante fosse animato dalla medesima contrapposizione ideologica con il popolo meridionale, che avrebbe poi caratterizzato il successivo governo liberale unitario - ebbe il buon senso di accrescere la produttività dei predetti stabilimenti calabri, che poi fu ulteriormente aumentata con l’avvento al potere di Ferdinando II, fino a raggiungere le 1.000 tonnellate all’anno di ferro prodotto (che richiedevano l’impiego di circa 1.500 addetti, tra minatori, carbonai, fonditori, ecc.) –, mentre la politica economica, portata avanti dallo Stato italiano dell’epoca, non si dimostrò altrettanto efficiente, tanto che le industrie meridionali incominciarono a chiudere ad una ad una.

Dalla già citata fabbrica d’armi di Torre Annunziata, al complesso industriale di Pietrarsa (si badi: il più grande e produttivo d’Italia, dove era stato armato il primo moderno battello a vapore del mediterraneo), dall’industria tessile di S. Leucio, fino alla Zino & Henri - che costruì, assieme alla Bayard, la Napoli-Portici, ovvero la prima ferrovia d’Italia, che il Re Borbone non ebbe poi il tempo di estendere -, ecc.

Questa differenza tra la politica economica del Murat, e quella del governo unitario, fu dovuta essenzialmente al fatto che il primo era pur sempre il Re di Napoli, e doveva stare ben attento ad evitare che il territorio del suo Stato si impoverisse oltre misura, mentre il governo unitario aveva a sua disposizione un territorio assai più vasto, e poteva permettersi di decidere – come parrebbe quasi sia stato deciso “a tavolino” - che una parte di tale territorio fosse destinata allo svolgimento esclusivo dell’attività agricola.

D’altronde, forse non è solo un caso che l’arretratezza socio economica del Sud avrebbe poi potuto costituire (come in effetti costituì) una comoda giustificazione, per spiegare l’indole reazionaria dei meridionali, mentre l’immagine di un Sud d’Italia ricco e prospero (così come era, per i livelli dell’epoca, prima dell’unificazione), ma tuttavia reazionario, avrebbe certamente nuociuto alla causa della progressione


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Com’è noto, la conquista del Sud, operata dal Regno di Sardegna nel 1860, fu seguita da circa dieci anni d’insanguinata guerriglia, tra le truppe regolari d’occupazione e la popolazione meridionale riunita in gruppi di resistenti armati: quest’ultimi definiti, appunto, briganti.
Oggi è assai frequente che si tenda a distinguere tra brigantaggio comune e politico, ma questa distinzione potrebbe essere messa seriamente in discussione, da una più completa conoscenza della storia, nonché della stessa lingua italiana.

Pare, infatti, che lo stesso termine “brigante” entrò comunemente a far parte della lingua italiana, solo con le discese del generale (prima) e Imperatore (dopo) Napoleone Bonaparte.

Con tale termine, infatti, si indicavano usualmente – non solo in Italia, ma in tutta l’Europa - i resistenti antigiacobini, e non i semplici banditi.

D’altronde, è noto che proprio briganti furono chiamati, dalla Convenzione (cioè dall’allora governo rivoluzionario), già i primi reazionari controrivoluzionari del 1793, cioè gli stessi francesi, insorti a seguito della decapitazione del loro legittimo sovrano.

In questa sede, però, non si vuole ripercorrere la storia del brigantaggio meridionale. Né quella dei suoi iniziali incredibili successi; e neppure quella, ancor più drammatica, relativa all’implacabile repressione che ne seguì (la quale coinvolse, purtroppo, gran parte della popolazione civile, rea, nell’ottica del governo unitario, di collaborazionismo con i briganti). Proseguendo, piuttosto, nella già intrapresa opera di ricerca delle cause dei fenomeni, bisogna sottolineare che il brigantaggio meridionale non ebbe esclusivamente cause “ideologiche” – non si trattò cioè, di un movimento motivato solo dalla difesa dell’altare o del trono -, ma anche economiche. La conquista del Sud, infatti, segnò la distruzione della florida (beninteso: per i livelli protocapitalistici dell’epoca) economia meridionale.

Uno dei provvedimenti più svantaggiosi, perché colpì le zone geografiche e gli strati più poveri del Reame, fu la sistematica annessione al proprio patrimonio – da parte del nuovo Stato unitario - delle vastissime terre del precedente demanio del Re che, sotto il dominio dei Borbone, non appartenendo ad alcun singolo feudatario, erano date in uso gratuito alle famiglie di contadini, le quali, qualora avessero coltivato un terreno per dieci anni, non potevano più esserne allontanate, sebbene la proprietà rimanesse formalmente al sovrano.

Ma lo stesso può dirsi per l’annessione, sempre a favore dello Stato unitario, dei beni dell’asse ecclesiastico che, fino a quel momento, erano serviti come ammortizzatore sociale, consentendo alla Chiesa di sostenere i bisognosi, specie nei periodi di carestia.

Tutte le terre meridionali, così divenute di proprietà del Regno d’Italia, furono rivendute agli stessi meridionali che, conseguentemente, si impoverirono enormemente, pur di ricomprare, dai “fratelli d’Italia”, la loro stessa terra.

Questi acquisti, purtroppo, rappresentarono per molti un’attrattiva troppo forte, per poter riuscire a rinunciarvi. La proprietà della terra, infatti, costituiva un vero e proprio status symbol dell’epoca (almeno al Sud), e la smania di emancipazione sociale non fece riflettere molti contadini sulla circostanza che, su quelle stesse terre, avrebbero dovuto pagare le onerose tasse stabilite dal governo unitario, nonché sul fatto che, per poter trasferire il terreno in eredità ai propri figli, quest’ultimi sarebbero dovuti essere in grado di pagare le tasse di successione (prima sconosciute al meridione, ma introdotte dai nuovi governanti), altrimenti il fondo sarebbe stato sequestrato e venduto.

Inoltre, la conquista del Sud implicò anche la suddivisione del pesantissimo debito pubblico dello Stato sardo-piemontese, tra tutti i cittadini del Regno, ivi compresi i meridionali che, tuttavia, diversamente dai piemontesi, da quell’enorme debito non avevano tratto alcun beneficio economico.

E, a tal proposito, non si potrebbero trovare oggi parole più chiare, di quelle coraggiosamente scritte, pur all’epoca del Regno d’Italia, da Francesco Saverio Nitti: “Ciò che è certo è che il regno di Napoli era nel 1859 non solo il più reputato in Italia per la sua solidità finanziaria – e ne fan prova i corsi della rendita – ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito; le imposte non gravose e bene armonizzate; semplicità grande in tutti i servizi fiscali e nella tesoreria dello Stato.

Era proprio il contrario del Regno di Sardegna ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi; dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni continue fatte in gran parte senza criterio; con un debito pubblico enorme, e a cui pendeva sul capo lo spettro del fallimento. Senza togliere nessuno dei grandi meriti che il Piemonte ebbe di fronte all’unità italiana, che è stata in grandissima parte opera sua, bisogna del pari riconoscere che, senza l’unificazione dei vari Stati, il Regno di Sardegna per l’abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento.

La depressione finanziaria, anteriore al 1848, aggravata fra il ’49 e il ’59 da una enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, avea determinato una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro Stato più grande”.
Ma forse il peggiore danno subito dal meridione d’Italia, a seguito dell’invasione piemontese, fu costituito dalla completa vanificazione dell’opera di industrializzazione iniziata dai Borbone.

Infatti, è innegabile che già l’applicazione del sistema dei dazi doganali tarati sull’esigenze del Regno di Sardegna, a tutto il territorio del nuovo Regno d’Italia - e specificatamente (in data 24 settembre 1860) al meridione, che invece, per proteggere la propria industria nascente, aveva bisogno di dazi “contrari” - diede un primo duro colpo all’emergente industria meridionale che, di lì a poco, sarebbe stata definitivamente sfavorita – specie con riferimento a quella metallurgica e siderurgica – dalla circostanza, di cui il lettore non mancherà di apprezzare l’importanza decisiva, consistente nel fatto che le commesse statali del novello Regno d’Italia furono affidate solo ad imprese settentrionali.

E non deve meravigliare che si riferisca di sviluppo industriale siderurgico nel Regno delle Due Sicilie, perché – per quanto si tratti di una realtà ignota ai più -, dopo la creazione della prima fabbrica d’armi di Torre Annunziata, il processo di industrializzazione del Sud si intensificò, anche con riferimento alla c.d. industria pesante, persino in Calabria – forse la regione meridionale oggi più industrialmente arretrata -, dove furono fondati gli stabilimenti di Mongiana (1770) e Ferdinandea (1789), il cui altoforno maggiore era capace di produrre oltre 10 tonnellate di ghisa al giorno: un traguardo per l’epoca.

A questo specifico proposito, è interessante notare come lo stesso Gioacchino Murat - nonostante fosse animato dalla medesima contrapposizione ideologica con il popolo meridionale, che avrebbe poi caratterizzato il successivo governo liberale unitario - ebbe il buon senso di accrescere la produttività dei predetti stabilimenti calabri, che poi fu ulteriormente aumentata con l’avvento al potere di Ferdinando II, fino a raggiungere le 1.000 tonnellate all’anno di ferro prodotto (che richiedevano l’impiego di circa 1.500 addetti, tra minatori, carbonai, fonditori, ecc.) –, mentre la politica economica, portata avanti dallo Stato italiano dell’epoca, non si dimostrò altrettanto efficiente, tanto che le industrie meridionali incominciarono a chiudere ad una ad una.

Dalla già citata fabbrica d’armi di Torre Annunziata, al complesso industriale di Pietrarsa (si badi: il più grande e produttivo d’Italia, dove era stato armato il primo moderno battello a vapore del mediterraneo), dall’industria tessile di S. Leucio, fino alla Zino & Henri - che costruì, assieme alla Bayard, la Napoli-Portici, ovvero la prima ferrovia d’Italia, che il Re Borbone non ebbe poi il tempo di estendere -, ecc.

Questa differenza tra la politica economica del Murat, e quella del governo unitario, fu dovuta essenzialmente al fatto che il primo era pur sempre il Re di Napoli, e doveva stare ben attento ad evitare che il territorio del suo Stato si impoverisse oltre misura, mentre il governo unitario aveva a sua disposizione un territorio assai più vasto, e poteva permettersi di decidere – come parrebbe quasi sia stato deciso “a tavolino” - che una parte di tale territorio fosse destinata allo svolgimento esclusivo dell’attività agricola.

D’altronde, forse non è solo un caso che l’arretratezza socio economica del Sud avrebbe poi potuto costituire (come in effetti costituì) una comoda giustificazione, per spiegare l’indole reazionaria dei meridionali, mentre l’immagine di un Sud d’Italia ricco e prospero (così come era, per i livelli dell’epoca, prima dell’unificazione), ma tuttavia reazionario, avrebbe certamente nuociuto alla causa della progressione


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mercoledì 3 marzo 2010

Il brigantaggio come forma di resistenza


Il brigantaggio è nato come forma di resistenza.
Resistenza ad un invasore, perchè tale fu il governo sabaudo nei confronti del Regno delle due Sicilie. Non esisteva un sentimento di unità nazionale, non esisteva un'esigenza contingente avvertita sia dal nord che dal sud, non esisteva un sentire comune che giustificasse la cosiddetta "liberazione" di un territorio che nel momento stesso in cui vide affacciarsi i piemontesi avvertì lo stesso senso di invasione che fino ad allora aveva caratterizzato la storia meridionale.
Sbaglia chi sostiene che esisteva un sentimento comune, sbaglia perchè la Sicilia era la sola regione a combattere una guerra contro Napoli e fu proprio sulla spinta della leva siciliana che si trovò la strada per minare il Regno delle due Sicilie nel chiaro intento di attingere alle riserve auree.
La storia dell'unità d'Italia è fortemente macchiata del sangue di quanti non vollero piegarsi ad una logica di sfruttamento, di invasione e di sopruso. La dominazione dei Borbone non si poteva definire una condizione di vita ideale, ma non poteva e non doveva essere il trampolino per un'unificazione dei territori che ebbe il solo pretesto di trasferire le ingenti ricchezze meridionali nel nord del paese.
Se da un lato il nord viveva una disperata crisi finanziaria, dall'altro lato il sud vantava riserve auree per un totale di circa 443 milioni di lire (che rapportati al numero degli abitanti corrispondeva a più del doppio degli stati europei).
La crisi finanziaria del nord fu dovuta ad una politica dissennata per cui venne contratto un debito per coprire un altro debito (finanziato dal banchiere J.Rothschild).
Anche la politica estera del governo piemontese incise profondamente sulle casse dello stato e lo fece a tal punto che il debito per la spedizione di Crimea fu estinto solo 50 anni più tardi.
Con l'annessione il Regno di Sardegna riversò nelle casse della neonata Italia solo i suoi debiti, mentre le riserve auree del Regno delle due Sicilie servirono a dare nuova linfa vitale all'economia del nord del paese.
L'economia del sud del paese fu invece definitivamente messa in ginocchio con i terreni espropriati, con la leva obbligatoria e con le tasse che in soli 3 anni dall'unità raddoppiarono. Una serie di concause che spinsero migliaia di meridionali ad emigrare in cerca di quelle condizioni di vita che ormai il sud non poteva più offrire.

TRATTO DA: Giuseppe Ressa, Il Sud e l'unità d'Italia, Napoli 2003
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Il brigantaggio è nato come forma di resistenza.
Resistenza ad un invasore, perchè tale fu il governo sabaudo nei confronti del Regno delle due Sicilie. Non esisteva un sentimento di unità nazionale, non esisteva un'esigenza contingente avvertita sia dal nord che dal sud, non esisteva un sentire comune che giustificasse la cosiddetta "liberazione" di un territorio che nel momento stesso in cui vide affacciarsi i piemontesi avvertì lo stesso senso di invasione che fino ad allora aveva caratterizzato la storia meridionale.
Sbaglia chi sostiene che esisteva un sentimento comune, sbaglia perchè la Sicilia era la sola regione a combattere una guerra contro Napoli e fu proprio sulla spinta della leva siciliana che si trovò la strada per minare il Regno delle due Sicilie nel chiaro intento di attingere alle riserve auree.
La storia dell'unità d'Italia è fortemente macchiata del sangue di quanti non vollero piegarsi ad una logica di sfruttamento, di invasione e di sopruso. La dominazione dei Borbone non si poteva definire una condizione di vita ideale, ma non poteva e non doveva essere il trampolino per un'unificazione dei territori che ebbe il solo pretesto di trasferire le ingenti ricchezze meridionali nel nord del paese.
Se da un lato il nord viveva una disperata crisi finanziaria, dall'altro lato il sud vantava riserve auree per un totale di circa 443 milioni di lire (che rapportati al numero degli abitanti corrispondeva a più del doppio degli stati europei).
La crisi finanziaria del nord fu dovuta ad una politica dissennata per cui venne contratto un debito per coprire un altro debito (finanziato dal banchiere J.Rothschild).
Anche la politica estera del governo piemontese incise profondamente sulle casse dello stato e lo fece a tal punto che il debito per la spedizione di Crimea fu estinto solo 50 anni più tardi.
Con l'annessione il Regno di Sardegna riversò nelle casse della neonata Italia solo i suoi debiti, mentre le riserve auree del Regno delle due Sicilie servirono a dare nuova linfa vitale all'economia del nord del paese.
L'economia del sud del paese fu invece definitivamente messa in ginocchio con i terreni espropriati, con la leva obbligatoria e con le tasse che in soli 3 anni dall'unità raddoppiarono. Una serie di concause che spinsero migliaia di meridionali ad emigrare in cerca di quelle condizioni di vita che ormai il sud non poteva più offrire.

TRATTO DA: Giuseppe Ressa, Il Sud e l'unità d'Italia, Napoli 2003
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mercoledì 29 luglio 2009

Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Tredicesima Parte

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Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Decima Parte

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Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Dodicesima Parte

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Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Undicesima Parte

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lunedì 20 luglio 2009

Li chiamarono... briganti! (1999 -Pasquale Squitieri) Prima Parte



Il film, che ha come protagonista il brigante lucano Carmine Crocco, è dichiaratamente "anti-risorgimentale", volto a mostrare quella che è stata l'altra faccia della dominazione sabauda, in special modo nel sud Italia.

Il film, girato ad Artena, è stato realizzato con pochi mezzi e con una regia un po' esasperata, non ha ottenuto un grande riscontro né dalla critica, né al botteghino. È stato immediatamente ritirato dalle sale cinematografiche perché considerato "politicamente scorretto" e non è più reperibile in nessun supporto, che sia VHS o DVD (tuttavia è possibile reperirne copia utilizzando alcuni programmi di file sharing, come eMule). I sostenitori affermano che ciò è dovuto alle verità raccontate, che non farebbero comodo a chi ha sempre affermato che l'annessione è stata "indolore" per il Meridione d'Italia. È stato etichettato come un film "revisionista". Il film, seppur criticato e di difficile reperibilità, riscuote un grande successo nelle università e nei convegni, dove trova estimatori che vanno aldilà del buonismo politico.
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Il film, che ha come protagonista il brigante lucano Carmine Crocco, è dichiaratamente "anti-risorgimentale", volto a mostrare quella che è stata l'altra faccia della dominazione sabauda, in special modo nel sud Italia.

Il film, girato ad Artena, è stato realizzato con pochi mezzi e con una regia un po' esasperata, non ha ottenuto un grande riscontro né dalla critica, né al botteghino. È stato immediatamente ritirato dalle sale cinematografiche perché considerato "politicamente scorretto" e non è più reperibile in nessun supporto, che sia VHS o DVD (tuttavia è possibile reperirne copia utilizzando alcuni programmi di file sharing, come eMule). I sostenitori affermano che ciò è dovuto alle verità raccontate, che non farebbero comodo a chi ha sempre affermato che l'annessione è stata "indolore" per il Meridione d'Italia. È stato etichettato come un film "revisionista". Il film, seppur criticato e di difficile reperibilità, riscuote un grande successo nelle università e nei convegni, dove trova estimatori che vanno aldilà del buonismo politico.

 
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