sabato 6 febbraio 2016

Pietrarsa, dal silenzio sulla strage, al giusto riconoscimento per chi morì per il lavoro

Napoli – La relazione presentata alla Commissione Toponomastica del Comune di Napoli, porta la data del 13.05.2013 un mese prima della sua deliberazione con la quale si chiedeva giustizia. Dopo accurata presentazione dei fatti accaduti, dietro gli alti e neri cancelli dell’opificio di Pietrarsa, il giorno 6, del mese di agosto, nell’anno del 1863, dove avvenne l’eccidio di operai di quello straordinario luogo di magistrale competenza nella meccanica e di esemplare produzione industriale, unica per quei tempi, ebbene, venne sancito il danno, l’offesa, giustizia alle vittime.
La relazione ebbe il pervaso convincimento della Commissione che approvò. abbiamo atteso, abbiamo visto larghi e viottoli che valevolmente hanno voluto ricordare quegli innocenti e ricordati dalla pronta iniziativa del Partito del Sud ( appena entrati in commissione per incarico conferito al nostro Andrea Balia ) confortato dallo identico “CREDO” espresso dal sindaco Luigi de Magistris.
Tutti saremo felice, tutti dovranno gioire che venga formalmente sancito nella citta di Napoli, Capitale del Sud, (per la cocciuta risolutezza dei nostri delegati), la sottrazione di diritti e l’umana pietas per i martiri dimenticati volutamente dalla storia dei depredanti Chiedemmo dunque: “che vengano celebrati i martiri dimenticati dall’Italia e dalla sua città perché non sapeva, quelli di Pietrarsa con l’apposizione di lapide o istallazione stradale in sito urbano.
BATTEMMO IL REPROBO SILENZIO VOLUTO PER CHIARA SOTTOMISSIONE.
di Bruno Pappalardo


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Napoli – La relazione presentata alla Commissione Toponomastica del Comune di Napoli, porta la data del 13.05.2013 un mese prima della sua deliberazione con la quale si chiedeva giustizia. Dopo accurata presentazione dei fatti accaduti, dietro gli alti e neri cancelli dell’opificio di Pietrarsa, il giorno 6, del mese di agosto, nell’anno del 1863, dove avvenne l’eccidio di operai di quello straordinario luogo di magistrale competenza nella meccanica e di esemplare produzione industriale, unica per quei tempi, ebbene, venne sancito il danno, l’offesa, giustizia alle vittime.
La relazione ebbe il pervaso convincimento della Commissione che approvò. abbiamo atteso, abbiamo visto larghi e viottoli che valevolmente hanno voluto ricordare quegli innocenti e ricordati dalla pronta iniziativa del Partito del Sud ( appena entrati in commissione per incarico conferito al nostro Andrea Balia ) confortato dallo identico “CREDO” espresso dal sindaco Luigi de Magistris.
Tutti saremo felice, tutti dovranno gioire che venga formalmente sancito nella citta di Napoli, Capitale del Sud, (per la cocciuta risolutezza dei nostri delegati), la sottrazione di diritti e l’umana pietas per i martiri dimenticati volutamente dalla storia dei depredanti Chiedemmo dunque: “che vengano celebrati i martiri dimenticati dall’Italia e dalla sua città perché non sapeva, quelli di Pietrarsa con l’apposizione di lapide o istallazione stradale in sito urbano.
BATTEMMO IL REPROBO SILENZIO VOLUTO PER CHIARA SOTTOMISSIONE.
di Bruno Pappalardo


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giovedì 12 novembre 2015

C'è Genocidio & genocidio




Di Antonio Rosato

La storia di tutti i giorni ci insegna che la morte non è uguale per tutti. Ci sono morti di serie A come i Casamonica a Roma che bloccano la città, strade e spazi aerei con elicotteri che lanciano petali di rose, e morti di serie B come le migliaia di persone senza nome annegate senza ordine di età, sesso ed etnia nel canale di Sicilia. 
Sono esempi estremizzati ma che sintetizzano il concetto chiaramente. Personalmente non ho ancora ben chiaro se per questi morti nel canale di Sicilia “genocidio” sia il termine corretto da usare. Ma ad ogni modo è qualcosa di molto simile, poiché scappano da guerre e miseria profonda provocata da uomini. E torture e stupri ed esecuzioni sommarie vengono perpetrate fin quando non si tocca terra europea. 

Ma quando si legge la parola genocidio subito la memoria corre veloce fino a quei campi di sterminio, o mattatoi veri e propri,  dove tanti Ebrei sono stati sterminati. Come se questa parola, genocidio, sia una loro esclusiva. Cose orrende sono state fatte dai nazisti, questo è oramai acclarato dalla storia,  e tanto se ne è giustamente parlato e scritto e tanto fa discutere ancora. La parola genocidio e la parola Shoah viaggiano quindi unite. Forse perché il massacro degli ebrei è stato uno dei pochi genocidi riconosciuti da tutti e che giustamente si studiano anche sui libri di scuola. 

Scuola che invece nasconde altre terrificanti crudeltà commesse dall’uomo. E noi meridionali lo sappiamo bene, sulla nostra pelle, e mi riferisco a come è stata unita l’Italia e quanto il sud ha pagato cara questa unità che ha unito, di fatto, più gli istituti bancari che gli italiani. 

Conosciamo quanto ha scritto il nostro Presidente onorario Antonio Ciano in merito, e che per il solo parlarne ha dovuto affrontare la giustizia italiana in lungo e in largo solo per aver tirato fuori un argomento ancora scomodo dopo un secolo e mezzo. 
Anche noi meridionali dovremmo trovare un giorno per commemorare il nostro genocidio e fermare le attività e scendere dalle macchine in autostrada come fanno giustamente in Israele quando suonano le  sirene per ricordare i tanti innocenti caduti nei campi di sterminio. 

Nessuna traccia però o quasi per i nostri defunti sui libri di storia. Un genocidio che ancora si tiene volutamente nascosto, che fa vergognare taluni, che si contesta, che ancora viene temuto e negato ignobilmente. 

Fortunatamente per merito di scrittori ed appassionati ricercatori molto è stato scritto e molto si scopre ogni giorno su quel triste periodo chiamato risorgimento. Proprio in questi giorni abbiamo partecipato ad un "Processo alla Storia" sul Gen. Enrico Cialdini in Emilia Romagna, e su sue frasi come “Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra”. O frasi come quelle di Luigi Carlo Farini, inviato nel Mezzogiorno da Cavour, scriveva a quest'ultimo: "Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e la Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa e' Africa: i beduini a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtu' civile".

Non sono poi molto diverse invece frasi o scritti, guarda caso partoriti più o meno nello stesso periodo storico, ma dall’altra parte dell’oceano Atlantico. “i pellerossa sono come i lupi, feroci ma vigliacchi. Annientarli sarà una passeggiata (Col. William Harney, 1855).
Oppure “ la soluzione del problema indiano è ammazzare tutti gli indiani “ Gen. William Sherman,1868.  


Tra America centrale e America del nord si parla addirittura di 140 milioni di morti , un etnocidio molti lo definiscono. Pensare che stime fatte nel 1890 parlavano di soli 250.000 nativi ancora in vita nel Nord America. Un vero olocausto che per numeri fa impallidire la Shoah. 

Non solo per numeri, e vediamo perché. 

Mentre nel nostro meridione i massacri di massa e la caccia ai Briganti finirono, cosi come l’entrata dei Russi ad Auschwitz hanno di fatto messo una pietra su una pagina dolorosa della storia dell’umanità, cosi come la chiusura dei gulag hanno di fatto messo fine ad altre barbarie, per i nativi d’America non è stato mai cosi. 

Prima ho parlato di etnocidio e non a caso. Si perché il programma dell’estinzione della razza nativa non è mai terminata. Disarmati e costretti alla resa, i nativi Americani furono accantonati in Riserve. Ma pur resi innocui e disarmati il programma di etnocidio continuò in silenzio. Nel 1907 l’Indiana, uno degli stati USA, approvò un programma di sterilizzazione forzata di massa. Pratica poi fu adottata dalla Virginia e da altri 29 stati fino al 1979. Tra parentesi in questa pratica incapparono anche alcuni nostri connazionali che esodati in massa con la valigia di cartone in cerca di fortuna negli States, si trovarono spesso tra le persone “socialmente inadeguate” che erano quelle previste nel programma di sterilizzazione forzata. 

Parti cesari non necessari e morti di neonati inspiegabili vengono fuori solo negli anni 80 del secolo scorso dopo alcune denunce. Ma anche queste, le denunce, sono motivo di ritorsioni politiche che rendono la vita impossibile alle comunità native. 
Alcolismo e suicidi sono tutt’oggi primati che appartengono ai pellerossa. 

Tra poco sarà Natale, ma subito dopo si inizierà a parlare della giusta ricorrenza della Shoah, alla quale non mancherà certo la nostra vicinanza e solidarietà. Ma ricordiamo anche gli altri genocidi, non è possibile che milioni di persone sterminate senza motivo vengano ancora dimenticate. Iniziamo, come meridionali e come italiani, a pensare ad un giorno dedicato alla nostra Shoah, quella terminata ben oltre l’assedio di Gaeta. Commemoriamo i nostri innocenti uomini, donne, bambini, massacrati in nome di una superiorità lombrosiana "nazifascista" che non ci stancheremo mai di condannare ovunque essa si propone. 
Non possono esistere genocidi di serie A e genocidi di serie B. La lega nord con Salvini è una fabbrica di slogan che basa la sua forza elettorale sull'attacco agli ultimi, i più vulnerabili, i più indifesi che spesso sono i miracolati da quei massacri che possiamo scorgere dalla nostra finestra di casa che si affaccia nel Mediterraneo. Spesso scampati ad uno dei tanti genocidi che si tace, che si tiene nascosto, che si censura, forse perché molti occidentali hanno le coscienze più nere della notte. 
Noi siamo diversi e pensiamo che anche gli ultimi degli ultimi possono essere una risorsa, e che abbiano il diritto di vivere liberamente e che non possono essere lasciati al loro destino. 

Il Dalai Lama ha detto una volta"Ci sono due giorni all'anno in cui non puoi fare niente: uno si chiama ieri, l'altro si chiama domani", perciò oggi è il giorno giusto (aggiungo io)  per non fare distinzioni di razza, cultura, religione e differenze tra immani tragedie. 

Poi non si possono dimenticare i curdi e gli armeni. Non si può dimenticare cosa è stato fatto in Cambogia. Non si può chiudere la pagina del Ruanda come quella della vicina Bosnia o del Darfour. Non si può ignorare cosa è successo a Timor Est e il costo in vite umane. I due milioni di nigeriani massacrati per il petrolio a fine anni 60 del secolo scorso. 

Il 27 gennaio non dovrebbe essere quindi un giorno dedicato solo alla Shoah. Ricordiamo anche gli altri genocidi, tutti. Ad iniziare dai nostri contadini massacrati 150 anni fa. Non possono esistere Genocidi di serie A e genocidi di serie B. 

Vanno tutti commemorati allo stesso modo. 


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Di Antonio Rosato

La storia di tutti i giorni ci insegna che la morte non è uguale per tutti. Ci sono morti di serie A come i Casamonica a Roma che bloccano la città, strade e spazi aerei con elicotteri che lanciano petali di rose, e morti di serie B come le migliaia di persone senza nome annegate senza ordine di età, sesso ed etnia nel canale di Sicilia. 
Sono esempi estremizzati ma che sintetizzano il concetto chiaramente. Personalmente non ho ancora ben chiaro se per questi morti nel canale di Sicilia “genocidio” sia il termine corretto da usare. Ma ad ogni modo è qualcosa di molto simile, poiché scappano da guerre e miseria profonda provocata da uomini. E torture e stupri ed esecuzioni sommarie vengono perpetrate fin quando non si tocca terra europea. 

Ma quando si legge la parola genocidio subito la memoria corre veloce fino a quei campi di sterminio, o mattatoi veri e propri,  dove tanti Ebrei sono stati sterminati. Come se questa parola, genocidio, sia una loro esclusiva. Cose orrende sono state fatte dai nazisti, questo è oramai acclarato dalla storia,  e tanto se ne è giustamente parlato e scritto e tanto fa discutere ancora. La parola genocidio e la parola Shoah viaggiano quindi unite. Forse perché il massacro degli ebrei è stato uno dei pochi genocidi riconosciuti da tutti e che giustamente si studiano anche sui libri di scuola. 

Scuola che invece nasconde altre terrificanti crudeltà commesse dall’uomo. E noi meridionali lo sappiamo bene, sulla nostra pelle, e mi riferisco a come è stata unita l’Italia e quanto il sud ha pagato cara questa unità che ha unito, di fatto, più gli istituti bancari che gli italiani. 

Conosciamo quanto ha scritto il nostro Presidente onorario Antonio Ciano in merito, e che per il solo parlarne ha dovuto affrontare la giustizia italiana in lungo e in largo solo per aver tirato fuori un argomento ancora scomodo dopo un secolo e mezzo. 
Anche noi meridionali dovremmo trovare un giorno per commemorare il nostro genocidio e fermare le attività e scendere dalle macchine in autostrada come fanno giustamente in Israele quando suonano le  sirene per ricordare i tanti innocenti caduti nei campi di sterminio. 

Nessuna traccia però o quasi per i nostri defunti sui libri di storia. Un genocidio che ancora si tiene volutamente nascosto, che fa vergognare taluni, che si contesta, che ancora viene temuto e negato ignobilmente. 

Fortunatamente per merito di scrittori ed appassionati ricercatori molto è stato scritto e molto si scopre ogni giorno su quel triste periodo chiamato risorgimento. Proprio in questi giorni abbiamo partecipato ad un "Processo alla Storia" sul Gen. Enrico Cialdini in Emilia Romagna, e su sue frasi come “Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra”. O frasi come quelle di Luigi Carlo Farini, inviato nel Mezzogiorno da Cavour, scriveva a quest'ultimo: "Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e la Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa e' Africa: i beduini a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtu' civile".

Non sono poi molto diverse invece frasi o scritti, guarda caso partoriti più o meno nello stesso periodo storico, ma dall’altra parte dell’oceano Atlantico. “i pellerossa sono come i lupi, feroci ma vigliacchi. Annientarli sarà una passeggiata (Col. William Harney, 1855).
Oppure “ la soluzione del problema indiano è ammazzare tutti gli indiani “ Gen. William Sherman,1868.  


Tra America centrale e America del nord si parla addirittura di 140 milioni di morti , un etnocidio molti lo definiscono. Pensare che stime fatte nel 1890 parlavano di soli 250.000 nativi ancora in vita nel Nord America. Un vero olocausto che per numeri fa impallidire la Shoah. 

Non solo per numeri, e vediamo perché. 

Mentre nel nostro meridione i massacri di massa e la caccia ai Briganti finirono, cosi come l’entrata dei Russi ad Auschwitz hanno di fatto messo una pietra su una pagina dolorosa della storia dell’umanità, cosi come la chiusura dei gulag hanno di fatto messo fine ad altre barbarie, per i nativi d’America non è stato mai cosi. 

Prima ho parlato di etnocidio e non a caso. Si perché il programma dell’estinzione della razza nativa non è mai terminata. Disarmati e costretti alla resa, i nativi Americani furono accantonati in Riserve. Ma pur resi innocui e disarmati il programma di etnocidio continuò in silenzio. Nel 1907 l’Indiana, uno degli stati USA, approvò un programma di sterilizzazione forzata di massa. Pratica poi fu adottata dalla Virginia e da altri 29 stati fino al 1979. Tra parentesi in questa pratica incapparono anche alcuni nostri connazionali che esodati in massa con la valigia di cartone in cerca di fortuna negli States, si trovarono spesso tra le persone “socialmente inadeguate” che erano quelle previste nel programma di sterilizzazione forzata. 

Parti cesari non necessari e morti di neonati inspiegabili vengono fuori solo negli anni 80 del secolo scorso dopo alcune denunce. Ma anche queste, le denunce, sono motivo di ritorsioni politiche che rendono la vita impossibile alle comunità native. 
Alcolismo e suicidi sono tutt’oggi primati che appartengono ai pellerossa. 

Tra poco sarà Natale, ma subito dopo si inizierà a parlare della giusta ricorrenza della Shoah, alla quale non mancherà certo la nostra vicinanza e solidarietà. Ma ricordiamo anche gli altri genocidi, non è possibile che milioni di persone sterminate senza motivo vengano ancora dimenticate. Iniziamo, come meridionali e come italiani, a pensare ad un giorno dedicato alla nostra Shoah, quella terminata ben oltre l’assedio di Gaeta. Commemoriamo i nostri innocenti uomini, donne, bambini, massacrati in nome di una superiorità lombrosiana "nazifascista" che non ci stancheremo mai di condannare ovunque essa si propone. 
Non possono esistere genocidi di serie A e genocidi di serie B. La lega nord con Salvini è una fabbrica di slogan che basa la sua forza elettorale sull'attacco agli ultimi, i più vulnerabili, i più indifesi che spesso sono i miracolati da quei massacri che possiamo scorgere dalla nostra finestra di casa che si affaccia nel Mediterraneo. Spesso scampati ad uno dei tanti genocidi che si tace, che si tiene nascosto, che si censura, forse perché molti occidentali hanno le coscienze più nere della notte. 
Noi siamo diversi e pensiamo che anche gli ultimi degli ultimi possono essere una risorsa, e che abbiano il diritto di vivere liberamente e che non possono essere lasciati al loro destino. 

Il Dalai Lama ha detto una volta"Ci sono due giorni all'anno in cui non puoi fare niente: uno si chiama ieri, l'altro si chiama domani", perciò oggi è il giorno giusto (aggiungo io)  per non fare distinzioni di razza, cultura, religione e differenze tra immani tragedie. 

Poi non si possono dimenticare i curdi e gli armeni. Non si può dimenticare cosa è stato fatto in Cambogia. Non si può chiudere la pagina del Ruanda come quella della vicina Bosnia o del Darfour. Non si può ignorare cosa è successo a Timor Est e il costo in vite umane. I due milioni di nigeriani massacrati per il petrolio a fine anni 60 del secolo scorso. 

Il 27 gennaio non dovrebbe essere quindi un giorno dedicato solo alla Shoah. Ricordiamo anche gli altri genocidi, tutti. Ad iniziare dai nostri contadini massacrati 150 anni fa. Non possono esistere Genocidi di serie A e genocidi di serie B. 

Vanno tutti commemorati allo stesso modo. 


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sabato 7 novembre 2015

Il Presidente del PdelSUD Natale Cuccurese sostiene il ruolo dell'accusa al "processo" a Cialdini domenica 8 Novembre 2015 a Vignola.

Natale Cuccurese : 
"Mi è stato chiesto di sostenere il ruolo dell'accusa nel processo al generale Enrico Cialdini che si terrà domenica 8 Novembre 2015 a Vignola ( Modena), in occasione del terzo appuntamento del ciclo "I processi alla storia". Ho accettato con piacere. 
Già nell' ottobre del 2011 partecipai al Convegno "Il Generale Cialdini eroe o carnefice? " tenutosi a Villa Cialdini a Castelvetro di Modena, con una relazione su " Cialdini e l'Assedio di Gaeta", grazie anche al tanto materialebibliografico e di ricerca d'archivio inviatomi da Antonio Ciano. Chiusi il mio intervento condividendo l'affermazione contenuta nella lettera inviata ai partecipanti al Convegno dal Sindaco di Pontelandolfo Cosimo Testa, ove affermava che Cialdini "dovrebbe essere definito CRIMINALE DI GUERRA. E tutte le onorificenze e le medaglie generosamente conferitegli, rimosse."
Sto preparando i capi d'accusa, chiunque voglia partecipare mio tramite, mandando suggerimenti, notizie o spunti su fatti e azioni compiute dal Cialdini può inviarmeli in pvt, ovviamente citando sempre le fonti bibliografiche, sarà mio piacere esporli al processo.
L'appuntamento è per domenica 8 Novembre alle
ore 16,30 a Palazzo Barozzi, p.zza dei Contrari 3, Vignola"

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Natale Cuccurese : 
"Mi è stato chiesto di sostenere il ruolo dell'accusa nel processo al generale Enrico Cialdini che si terrà domenica 8 Novembre 2015 a Vignola ( Modena), in occasione del terzo appuntamento del ciclo "I processi alla storia". Ho accettato con piacere. 
Già nell' ottobre del 2011 partecipai al Convegno "Il Generale Cialdini eroe o carnefice? " tenutosi a Villa Cialdini a Castelvetro di Modena, con una relazione su " Cialdini e l'Assedio di Gaeta", grazie anche al tanto materialebibliografico e di ricerca d'archivio inviatomi da Antonio Ciano. Chiusi il mio intervento condividendo l'affermazione contenuta nella lettera inviata ai partecipanti al Convegno dal Sindaco di Pontelandolfo Cosimo Testa, ove affermava che Cialdini "dovrebbe essere definito CRIMINALE DI GUERRA. E tutte le onorificenze e le medaglie generosamente conferitegli, rimosse."
Sto preparando i capi d'accusa, chiunque voglia partecipare mio tramite, mandando suggerimenti, notizie o spunti su fatti e azioni compiute dal Cialdini può inviarmeli in pvt, ovviamente citando sempre le fonti bibliografiche, sarà mio piacere esporli al processo.
L'appuntamento è per domenica 8 Novembre alle
ore 16,30 a Palazzo Barozzi, p.zza dei Contrari 3, Vignola"

giovedì 6 agosto 2015

6 Agosto...PIETRARSA...una data e un luogo da non dimenticare!


COMUNICATO

6 Agosto 2015




PIETRARSA  NEL  CUORE  DEL  SUD

Il PARTITO DEL SUD invita al ricordo in omaggio alla memoria degli operai (ufficialmente 4, ma probabilmente circa una decina) fucilati a Pietrarsa , vicino Napoli, fuori la gloriosa fabbrica di locomotive vanto dell’ex Regno delle Due Sicilie e leader in Europa. La fabbrica fu smantellata per favorire la crescita dell’Ansaldo di Genova. L’opera iniziò riducendo le maestranze, inasprendo l’orario lavorativo e tagliando parte della retribuzione. Vi fu la prima rivolta operaia d’Italia, repressa il 6 Agosto 1863 con la fucilazione di alcuni operai, prime vittime dell’industria del neonato Regno d’Italia.

Il PARTITO DEL SUD, come da comunicato del 13 Giugno 2013 u.s., a fronte della nomina, come delegato del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris, di Andrea Balìa nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli per nomina diretta, ha ottenuto l’ importante risultato nella prima seduta del 12 Giugno 2013 su relative proposte dello stesso partito :

    - la titolazione di strada ai “Martiri di Pietrarsa”.

   La strada, in zona Pietrarsa, dopo studi di ricerca del tecnico incaricato del Comune in commissione dott. Sirigatti, è stata individuata ma attualmente soggetta a lavori. Terminati i quali verrà calendarizzata la cerimonia di titolazione con ufficializzazione relativa targa.

Il PARTITO DEL SUD ritiene che il pensiero di tale triste evento debba essere ben presente nella memoria d’ogni meridionale e vada omaggiato in modo concreto come da nostro impegno ad ottenere la titolazione d’una strada che renda costante e tangibile il segno dell’omaggio in memoria del sacrificio dei nostri fratelli. 

PARTITO DEL SUD


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COMUNICATO

6 Agosto 2015




PIETRARSA  NEL  CUORE  DEL  SUD

Il PARTITO DEL SUD invita al ricordo in omaggio alla memoria degli operai (ufficialmente 4, ma probabilmente circa una decina) fucilati a Pietrarsa , vicino Napoli, fuori la gloriosa fabbrica di locomotive vanto dell’ex Regno delle Due Sicilie e leader in Europa. La fabbrica fu smantellata per favorire la crescita dell’Ansaldo di Genova. L’opera iniziò riducendo le maestranze, inasprendo l’orario lavorativo e tagliando parte della retribuzione. Vi fu la prima rivolta operaia d’Italia, repressa il 6 Agosto 1863 con la fucilazione di alcuni operai, prime vittime dell’industria del neonato Regno d’Italia.

Il PARTITO DEL SUD, come da comunicato del 13 Giugno 2013 u.s., a fronte della nomina, come delegato del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris, di Andrea Balìa nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli per nomina diretta, ha ottenuto l’ importante risultato nella prima seduta del 12 Giugno 2013 su relative proposte dello stesso partito :

    - la titolazione di strada ai “Martiri di Pietrarsa”.

   La strada, in zona Pietrarsa, dopo studi di ricerca del tecnico incaricato del Comune in commissione dott. Sirigatti, è stata individuata ma attualmente soggetta a lavori. Terminati i quali verrà calendarizzata la cerimonia di titolazione con ufficializzazione relativa targa.

Il PARTITO DEL SUD ritiene che il pensiero di tale triste evento debba essere ben presente nella memoria d’ogni meridionale e vada omaggiato in modo concreto come da nostro impegno ad ottenere la titolazione d’una strada che renda costante e tangibile il segno dell’omaggio in memoria del sacrificio dei nostri fratelli. 

PARTITO DEL SUD


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martedì 27 gennaio 2015

GIORNATA DELLA MEMORIA. AFFINCHE' QUEL CHE ACCADDE NON SI RIPETA MAI PIU'.


Di Natale Cuccurese

Oggi giornata della memoria. Si ricordano le vittime dell'Olocausto, delle leggi razziali, le minoranze discriminate e deportate, coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati, nonché tutti i deportati militari e politici nella Germania nazista. In altre parole si ricordano oltre agli ebrei anche le altre minoranze perseguitate, rom, neri e altre "razze inferiori", disabili fisici e mentali, perseguitati politici, testimoni di Geova, omosessuali, disertori, obiettori di coscienza... tutti indistintamente vittime dell'Olocausto. 
La celebrazione si svolge oggi in ricordo della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta il 27 gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche dell'Armata Rossa.

Fra le vittime molti italiani, anche meridionali. Uno fra tutti il piccolo Sergio de Simone ( nella foto) un bambino napoletano ebreo , massacrato insieme ad altre creature innocenti come lui nel campo di Auschwitz dal dottor Mengele, di cui come PdelSUD abbiamo sostenuto in Commissione Toponomastica, tramite il nostro rappresentante, su proposta del Sindaco Luigi de Magistris la delibera, poi approvata, per la titolazione di un toponimo a Napoli.

Basta ricordare questi nomi vedere in fotografia questi volti, per capire quanto questa giornata sia opportuna per una doverosa ed adeguata riflessione affinchè queste mostruosità non si ripetano, in un periodo in cui si vedono tornare alla luce in Italia, in Europa e nel Mondo pulsioni razziste e xenofobe verso altri popoli, altre etnie, altre razze, altre religioni, altre minoranze.

 Credo poi sia utile ricordare l'olocausto anche per richiamare l'assurdità evidente che quel re che firmò le leggi razziali in Italia nel 1938, e che permise pertanto la deportazione verso il genocidio degli ebrei italiani e non solo, è quel Vittorio Emanuele III che ancora oggi ha vergognosamente intitolate in Italia vie, piazze, monumenti. Una contraddizione atroce che segnala l'urgenza di procedere rapidamente ad una rapida cancellazione di queste titolazioni, e noi del PdelSUD ce ne stiamo facendo carico a partire da Napoli grazie ad Andrea Balia, nostro rappresentante in Commissione Toponomastica, per richiamare ad un minimo di coerenza una classe politica che oggi commemora, ma che in realtà in larga parte non solo non ha fatto i conti con la storia, o addirittura la ignora, ma fa il percorso del gambero, se solo pensiamo all'omaggio alle tombe di casa savoia fatto da Napolitano al Pantheon il 17 marzo 2011. 

Quando però si arriva a questa data c'è sempre qualcuno, nel mondo sudista e non solo, che tira fuori il "si, però ci sono stati altri massacri e genocidi nella storia". E' purtroppo vero, ma non c'è contrapposizione alcuna, qualsiasi genocidio è un crimine verso l'umanità che non prevede alcun tipo di giustificazione, anzi la memoria va tenuta ben viva affinchè queste mostruosità non si ripetano a danno di nessuno. Nel 2009 infatti il Partito del Sud propose a tal fine, per ricordare i lutti e i massacri subiti dal popolo meridionale, la giornata del 13 febbraio, caduta della fortezza di Gaeta nell'assedio del 1860/61, per una nostra giornata della memoria. Oggi intanto però ricordiamo doverosamente tutte le vittime dell'Olocausto perpetrato dai nazifascisti nel corso della seconda guerra mondiale. 

Ben venga pertanto questa giornata della memoria, nell'auspicio che possa servire non solo a far riflettere e ricordare, come doveroso, ma anche a favorire una rilettura storica che faccia ben comprendere alle nuove generazioni chi sono i falsi eroi, alcuni ancora come detto oscenamente celebrati in Italia, e chi i martiri, affinchè la guardia resti alta contro ogni rigurgito razzista perchè quel che accadde non si ripeta mai più.


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Di Natale Cuccurese

Oggi giornata della memoria. Si ricordano le vittime dell'Olocausto, delle leggi razziali, le minoranze discriminate e deportate, coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati, nonché tutti i deportati militari e politici nella Germania nazista. In altre parole si ricordano oltre agli ebrei anche le altre minoranze perseguitate, rom, neri e altre "razze inferiori", disabili fisici e mentali, perseguitati politici, testimoni di Geova, omosessuali, disertori, obiettori di coscienza... tutti indistintamente vittime dell'Olocausto. 
La celebrazione si svolge oggi in ricordo della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta il 27 gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche dell'Armata Rossa.

Fra le vittime molti italiani, anche meridionali. Uno fra tutti il piccolo Sergio de Simone ( nella foto) un bambino napoletano ebreo , massacrato insieme ad altre creature innocenti come lui nel campo di Auschwitz dal dottor Mengele, di cui come PdelSUD abbiamo sostenuto in Commissione Toponomastica, tramite il nostro rappresentante, su proposta del Sindaco Luigi de Magistris la delibera, poi approvata, per la titolazione di un toponimo a Napoli.

Basta ricordare questi nomi vedere in fotografia questi volti, per capire quanto questa giornata sia opportuna per una doverosa ed adeguata riflessione affinchè queste mostruosità non si ripetano, in un periodo in cui si vedono tornare alla luce in Italia, in Europa e nel Mondo pulsioni razziste e xenofobe verso altri popoli, altre etnie, altre razze, altre religioni, altre minoranze.

 Credo poi sia utile ricordare l'olocausto anche per richiamare l'assurdità evidente che quel re che firmò le leggi razziali in Italia nel 1938, e che permise pertanto la deportazione verso il genocidio degli ebrei italiani e non solo, è quel Vittorio Emanuele III che ancora oggi ha vergognosamente intitolate in Italia vie, piazze, monumenti. Una contraddizione atroce che segnala l'urgenza di procedere rapidamente ad una rapida cancellazione di queste titolazioni, e noi del PdelSUD ce ne stiamo facendo carico a partire da Napoli grazie ad Andrea Balia, nostro rappresentante in Commissione Toponomastica, per richiamare ad un minimo di coerenza una classe politica che oggi commemora, ma che in realtà in larga parte non solo non ha fatto i conti con la storia, o addirittura la ignora, ma fa il percorso del gambero, se solo pensiamo all'omaggio alle tombe di casa savoia fatto da Napolitano al Pantheon il 17 marzo 2011. 

Quando però si arriva a questa data c'è sempre qualcuno, nel mondo sudista e non solo, che tira fuori il "si, però ci sono stati altri massacri e genocidi nella storia". E' purtroppo vero, ma non c'è contrapposizione alcuna, qualsiasi genocidio è un crimine verso l'umanità che non prevede alcun tipo di giustificazione, anzi la memoria va tenuta ben viva affinchè queste mostruosità non si ripetano a danno di nessuno. Nel 2009 infatti il Partito del Sud propose a tal fine, per ricordare i lutti e i massacri subiti dal popolo meridionale, la giornata del 13 febbraio, caduta della fortezza di Gaeta nell'assedio del 1860/61, per una nostra giornata della memoria. Oggi intanto però ricordiamo doverosamente tutte le vittime dell'Olocausto perpetrato dai nazifascisti nel corso della seconda guerra mondiale. 

Ben venga pertanto questa giornata della memoria, nell'auspicio che possa servire non solo a far riflettere e ricordare, come doveroso, ma anche a favorire una rilettura storica che faccia ben comprendere alle nuove generazioni chi sono i falsi eroi, alcuni ancora come detto oscenamente celebrati in Italia, e chi i martiri, affinchè la guardia resti alta contro ogni rigurgito razzista perchè quel che accadde non si ripeta mai più.


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domenica 30 novembre 2014

A Gaeta il Pantheon degli eroi borbonici dell'assedio del 1861. Ieri l'inaugurazione nella Cattedrale della città.

Antonio Ciano
Ieri 29 novembre, 154 anni dopo il sanguinoso assedio della Fortezza di Gaeta,è stato inaugurato il Sacrario dei Soldati Borbonici. Diventerà il nostro Pantheon.


I Sindaci di Gaeta e di Caserta rendono omaggio al Pantheon dei Borbone https://www.youtube.com/watch?v=VotgwYmtNL0&feature=youtu.be


 L'Arcivescovo di Gaeta, Don Fabio Bernardo D'Onorio e il Pantheon dei Borbone https://www.youtube.com/watch?v=LElnWGz7sJM&feature=youtu.be

Il 13 febbraio del 1861 finì l'Indipendenza dell'Italia Meridionale. La resistenza dei soldati borbonici fu eroica.I savoiardi scagliarono sulla città ben 160 mila bombe, la rasero al suolo. Distrussero 109 palazzi, ospedali, chiese. Morirono 826 soldati e tantissimi civili. Re Francesco a la Regina Sofia dimostrarono al mondo coraggio e abnegazione. La Capitolazione fu firmata a Mola di Gaeta. Le vittime gridano ancora vendetta.




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Antonio Ciano
Ieri 29 novembre, 154 anni dopo il sanguinoso assedio della Fortezza di Gaeta,è stato inaugurato il Sacrario dei Soldati Borbonici. Diventerà il nostro Pantheon.


I Sindaci di Gaeta e di Caserta rendono omaggio al Pantheon dei Borbone https://www.youtube.com/watch?v=VotgwYmtNL0&feature=youtu.be


 L'Arcivescovo di Gaeta, Don Fabio Bernardo D'Onorio e il Pantheon dei Borbone https://www.youtube.com/watch?v=LElnWGz7sJM&feature=youtu.be

Il 13 febbraio del 1861 finì l'Indipendenza dell'Italia Meridionale. La resistenza dei soldati borbonici fu eroica.I savoiardi scagliarono sulla città ben 160 mila bombe, la rasero al suolo. Distrussero 109 palazzi, ospedali, chiese. Morirono 826 soldati e tantissimi civili. Re Francesco a la Regina Sofia dimostrarono al mondo coraggio e abnegazione. La Capitolazione fu firmata a Mola di Gaeta. Le vittime gridano ancora vendetta.




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domenica 16 novembre 2014

Al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, Palazzo Chigi, Roma.

Al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, Palazzo Chigi, Roma.

Sig. Presidente,
Gaeta, città antica e dalle grandi tradizioni storiche, ha rappresentato per secoli una posizione strategico militare di importante rilievo, tanto è vero che tutt’oggi sono presenti sul territorio diverse caserme ed ex officine militari. Nonostante ciò, dal dopoguerra ad oggi diversi siti sono stati dismessi e completamente abbandonati da parte delle autorità militari. All’incuria del tempo si sono aggiunti gli atti sconsiderati da parte di coloro che hanno ulteriormente saccheggiato e deturpato il patrimonio storico ,presente in quelle proprietà demaniali, le quali interdette per molto tempo alla collettività, non hanno potuto ricevere quella cura e quella attenzione che le avrebbe potuto preservare e salvaguardare dalla rovina. Gaeta, oggi città a forte vocazione turistica, necessita di spazi vitali per l’espansione di attività produttive e per la realizzazione di nuove e più moderne strutture ricettive, attende di ricevere dallo Stato tutti questi beni, ora di proprietà del Demanio Civile.

Potrebbero rappresentare una spinta propulsiva all’economia del basso Lazio. Pertanto, chiediamo che vengano assegnate alla città di Gaeta tutte quelle proprietà demaniali ormai in stato di decadenza e di abbandono che il Ministero della Difesa ha lasciato senza destinazione da diversi decenni. I beni demaniali di Gaeta sono moltissimi, alcuni, ancora oggi nelle mani di Enti militari come la Marina Militare che ospita la Base Nato e la nave ammiraglia della Sesta Flotta nel Mediterraneo; come il deposito combustibili che serve alle attività della Marina Militare, come la Scuola Nautica della GDF che occupa il Castello Aragonese, sede della Caserma Mazzini, la caserma Cavour e la Caserma Bausan sita nei pressi di Punta Stendardo, sull’ultimo bastione borbonico della città; come la sede della Capitaneria di Porto di Gaeta. I beni più importanti, oltre ai bastioni del Fronte di terra in parte ristrutturati in questi ultimi anni, sono:

1) Caserma S. Angelo Basso.
2) Chiesa di San Michele Arcangelo
3) Vecchia tipografia.
4) Forte Emilio Savio.
5) Casa Tosti.
6) Cortile retrostante Casa Tosti.
7) Torrione francese.
8) Caserma Cialdini.
9) Ex caserma “V. Emanuele II (annessa chiesa di S. Domenico)
10) Casina rossa dell’ex villa Reale-villa della caserma S.Angelo
11) Gran Guardia borbonica
12) Caserma Gattola.

Nella maggior parte, si tratta di proprietà che vennero requisite dallo Stato Piemontese all’indomani della presa di Gaeta, nel febbraio del 1861e di conseguenza con la costruzione dello stato unitario, rientrarono sotto la giurisdizione del Ministero della Guerra. Da ricordare che il Regno delle Due Sicilie era uno stato pacifico e prospero, dove la disoccupazione non esisteva e da dove nessuno era mai emigrato.
Fu attaccato da casa Savoia, senza dichiarazione di Guerra, perciò quei beni appartengono alla città, come tutti i beni demaniali del Sud. Da allora in poi, quello che era patrimonio della città di Gaeta, divenne un peso ed un aggravio per l’intera cittadina tirrenica che ha dovuto assistere alla sua requisizione, ed infine, alla trasformazione di alcuni di essi in carcere militare (come la caserma Sant’Angelo e il castello Angioino). Il detto “Ti mando a Gaeta” è stato per oltre un secolo, sinonimo di carcerazione inumana dando alla città la nomea di luogo tenebroso. Tra i beni demaniali menzionati vi sono numerosi monumenti risalenti al medioevo come la caserma Sant’Angelo ( due ettari di fabbricato) e l’annessa chiesa di San Michele, con un pavimento in marmo policromo, appartenenti ad un unico complesso monastico che fu soppresso nel 1788 e destinato a scuola per sottufficiali dell’esercito borbonico.

Conquistata Gaeta, i piemontesi lo adibirono a carcere inumano e terribile. All’interno vi fu costruita anche una tipografia militare.
Oggi tutto è in abbandono, compresa la tipografia, e la falegnameria. Della stessa categoria fanno parte “Casa Tosti” e il “ cortile retrostante” beni che appartenevano ad una famiglia nobile della città poi passati al comune e successivamente anch’essi incamerati dal demanio militare. Tuttora versano in uno stato di completo deterioramento.
Tra l’altro, anche la Casina della “Villa Reale” così come la villa della Caserma Sant’Angelo erano beni donati dalla monarchia borbonica alla città e costituirono , per breve tempo, “una pubblica Villa per comodo e diletto degli abitanti di Gaeta”.

A seguire l’edificio della “Gran Guardia” costruito nel 1786 dall’Arch. Ferrari, ed adibito dopo l’unificazione nazionale, fino alla metà degli anni ottanta del 900 a “Circolo Ufficiali dell’Esercito”, nel centro della città antica, oggi in completo abbandono. Nello specifico, la restante parte dei beni demaniali in questione, pensati e realizzati esclusivamente come opere militari di difesa, ed in particolare il “Torrione francese”, la Caserma “Cialdini”, la Caserma “Gattola” ed il “Forte Emilio Savio”.
In riferimento a quanto espresso, l’amministrazione Raimondi, stabilì una progettualità in relazione alle esigenze di ogni singolo bene ed in stretta connessione con quelle della città. Tuttavia, dal momento che per il recupero e la sistemazione di gran parte dei suddetti beni ,l’Amministrazione Comunale si troverebbe a dover far fronte alla necessità di trovare i fondi attraverso non solo i canali istituzionali, ossia gli Enti Centrali e Locali dello Stato, con una burocrazia infernale, ma anche attraverso forme di finanziamento europeo e privato.
 A motivo di ciò, la passata amministrazione comunale, aveva già allacciato stretti contatti con l’Ater di Latina per quanto riguardala realizzazione di diversi alloggi di “Edilizia convenzionata” in diverse strutture presenti sul territorio. Infatti l’Ater si è dimostrata disponibilissima alla ristrutturazione di diversi stabili fatiscenti che darebbero la possibilità a molti cittadini di avere finalmente una casa a fitti agevolati nella propria città. Oggi, almeno seimila gaetani sono stati costretti ad emigrare nei paesi vicini per mancanza di case.
Pertanto, al fine di ottenere una utilizzazione più razionale ed efficiente delle suddette strutture e, per dimezzare nettamente i tempi, sarebbe opportuno affidare la gestione di alcune di esse a Cooperative di giovani o a privati, in quanto , alcuni di questi beni verranno destinati alla realizzazione di strutture ricettive per sopperire alla mancanza di punti di accoglienza, e quindi a posti letto nella città. Altri beni verranno adibiti a Musei di fatti che determinarono la barbara repressione savoiarda nel sud Italia, al Carcere di Gaeta, alla resistenza dei nostri patrioti chiamati Briganti dalla casta piemontese. Tutto ciò a sicuro vantaggio e sostegno dell’intera economia turistica delle città del Golfo di Gaeta( Gaeta-Formia-Minturno-Itri).
Altri beni demaniali , invece, verrebbero destinati all’apertura di strutture culturali a disposizione dei cittadini. Verrebbe realizzata una “Casa delle Associazioni” per far fronte alle esigenze del mondo dell’associazionismo culturale. Infine, altre proprietà demaniali verrebbero destinate a parcheggi ed infrastrutture per i quartieri interessati, ed in particolare , per il centro storico di Gaeta S.E., dove gran parte dei beni sono situati.

Vogliamo ricordare che al Piemonte sono stati regalati dal governo Prodi circa mille miliardi di lire per la ristrutturazione dei beni savoiardi>; che il governo Berlusconi ha regalato a Palmanova tutti i beni demaniali siti in quella città. Gaeta, nel 1860-61 è stata teatro di un assedio tremendo da parte della monarchia sabauda. La città fu rasa al suolo, i morti ammontarono a 4.000 tra civili e militari. La sua economia distrutta e il suo popolo diasporato in tutto il mondo. Sig. Presidente,

Il suo Governo ha regalato a Firenze tutti i beni demaniali siti in quella città, come ha regalato al Roma, a Torino e Milano beni e caserme vuote per farne case popolari, aree commerciali e artigianali.
Gaeta è la città che più di tutte ha subito il risorgimento e la sua barbarie. Ha subito un assedio tremendo da parte del macellaio Cialdini, per conto dei Savoia e del loro primo Ministro Cavour. La città fu attaccata senza dichiarazione di guerra. Fu massacrata e rasa al suolo da 160 mila bombe scaraventate dai piemontesi.
I morti, tra militari e civili ammontarono a 4.000. La città fu divisa in tre zone militari, togliendole possibilità economiche da sviluppare e soprattutto, regalarono ad uno Stato straniero, il Piemonte massonico ed anti cattolico, le nostre strutture militari, le chiese i conventi. I danni di guerra non sono stati pagati dalla banda di criminali piemontesi.
Oggi aspettiamo che il Suo governo dia alla città martire del Risorgimento quello che i criminali piemontesi accorparono al Regno di Sardegna.

 Antonio Ciano
Ex Assessore al Demanio della città e Presidente Onorario del Partito del Sud






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Al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, Palazzo Chigi, Roma.

Sig. Presidente,
Gaeta, città antica e dalle grandi tradizioni storiche, ha rappresentato per secoli una posizione strategico militare di importante rilievo, tanto è vero che tutt’oggi sono presenti sul territorio diverse caserme ed ex officine militari. Nonostante ciò, dal dopoguerra ad oggi diversi siti sono stati dismessi e completamente abbandonati da parte delle autorità militari. All’incuria del tempo si sono aggiunti gli atti sconsiderati da parte di coloro che hanno ulteriormente saccheggiato e deturpato il patrimonio storico ,presente in quelle proprietà demaniali, le quali interdette per molto tempo alla collettività, non hanno potuto ricevere quella cura e quella attenzione che le avrebbe potuto preservare e salvaguardare dalla rovina. Gaeta, oggi città a forte vocazione turistica, necessita di spazi vitali per l’espansione di attività produttive e per la realizzazione di nuove e più moderne strutture ricettive, attende di ricevere dallo Stato tutti questi beni, ora di proprietà del Demanio Civile.

Potrebbero rappresentare una spinta propulsiva all’economia del basso Lazio. Pertanto, chiediamo che vengano assegnate alla città di Gaeta tutte quelle proprietà demaniali ormai in stato di decadenza e di abbandono che il Ministero della Difesa ha lasciato senza destinazione da diversi decenni. I beni demaniali di Gaeta sono moltissimi, alcuni, ancora oggi nelle mani di Enti militari come la Marina Militare che ospita la Base Nato e la nave ammiraglia della Sesta Flotta nel Mediterraneo; come il deposito combustibili che serve alle attività della Marina Militare, come la Scuola Nautica della GDF che occupa il Castello Aragonese, sede della Caserma Mazzini, la caserma Cavour e la Caserma Bausan sita nei pressi di Punta Stendardo, sull’ultimo bastione borbonico della città; come la sede della Capitaneria di Porto di Gaeta. I beni più importanti, oltre ai bastioni del Fronte di terra in parte ristrutturati in questi ultimi anni, sono:

1) Caserma S. Angelo Basso.
2) Chiesa di San Michele Arcangelo
3) Vecchia tipografia.
4) Forte Emilio Savio.
5) Casa Tosti.
6) Cortile retrostante Casa Tosti.
7) Torrione francese.
8) Caserma Cialdini.
9) Ex caserma “V. Emanuele II (annessa chiesa di S. Domenico)
10) Casina rossa dell’ex villa Reale-villa della caserma S.Angelo
11) Gran Guardia borbonica
12) Caserma Gattola.

Nella maggior parte, si tratta di proprietà che vennero requisite dallo Stato Piemontese all’indomani della presa di Gaeta, nel febbraio del 1861e di conseguenza con la costruzione dello stato unitario, rientrarono sotto la giurisdizione del Ministero della Guerra. Da ricordare che il Regno delle Due Sicilie era uno stato pacifico e prospero, dove la disoccupazione non esisteva e da dove nessuno era mai emigrato.
Fu attaccato da casa Savoia, senza dichiarazione di Guerra, perciò quei beni appartengono alla città, come tutti i beni demaniali del Sud. Da allora in poi, quello che era patrimonio della città di Gaeta, divenne un peso ed un aggravio per l’intera cittadina tirrenica che ha dovuto assistere alla sua requisizione, ed infine, alla trasformazione di alcuni di essi in carcere militare (come la caserma Sant’Angelo e il castello Angioino). Il detto “Ti mando a Gaeta” è stato per oltre un secolo, sinonimo di carcerazione inumana dando alla città la nomea di luogo tenebroso. Tra i beni demaniali menzionati vi sono numerosi monumenti risalenti al medioevo come la caserma Sant’Angelo ( due ettari di fabbricato) e l’annessa chiesa di San Michele, con un pavimento in marmo policromo, appartenenti ad un unico complesso monastico che fu soppresso nel 1788 e destinato a scuola per sottufficiali dell’esercito borbonico.

Conquistata Gaeta, i piemontesi lo adibirono a carcere inumano e terribile. All’interno vi fu costruita anche una tipografia militare.
Oggi tutto è in abbandono, compresa la tipografia, e la falegnameria. Della stessa categoria fanno parte “Casa Tosti” e il “ cortile retrostante” beni che appartenevano ad una famiglia nobile della città poi passati al comune e successivamente anch’essi incamerati dal demanio militare. Tuttora versano in uno stato di completo deterioramento.
Tra l’altro, anche la Casina della “Villa Reale” così come la villa della Caserma Sant’Angelo erano beni donati dalla monarchia borbonica alla città e costituirono , per breve tempo, “una pubblica Villa per comodo e diletto degli abitanti di Gaeta”.

A seguire l’edificio della “Gran Guardia” costruito nel 1786 dall’Arch. Ferrari, ed adibito dopo l’unificazione nazionale, fino alla metà degli anni ottanta del 900 a “Circolo Ufficiali dell’Esercito”, nel centro della città antica, oggi in completo abbandono. Nello specifico, la restante parte dei beni demaniali in questione, pensati e realizzati esclusivamente come opere militari di difesa, ed in particolare il “Torrione francese”, la Caserma “Cialdini”, la Caserma “Gattola” ed il “Forte Emilio Savio”.
In riferimento a quanto espresso, l’amministrazione Raimondi, stabilì una progettualità in relazione alle esigenze di ogni singolo bene ed in stretta connessione con quelle della città. Tuttavia, dal momento che per il recupero e la sistemazione di gran parte dei suddetti beni ,l’Amministrazione Comunale si troverebbe a dover far fronte alla necessità di trovare i fondi attraverso non solo i canali istituzionali, ossia gli Enti Centrali e Locali dello Stato, con una burocrazia infernale, ma anche attraverso forme di finanziamento europeo e privato.
 A motivo di ciò, la passata amministrazione comunale, aveva già allacciato stretti contatti con l’Ater di Latina per quanto riguardala realizzazione di diversi alloggi di “Edilizia convenzionata” in diverse strutture presenti sul territorio. Infatti l’Ater si è dimostrata disponibilissima alla ristrutturazione di diversi stabili fatiscenti che darebbero la possibilità a molti cittadini di avere finalmente una casa a fitti agevolati nella propria città. Oggi, almeno seimila gaetani sono stati costretti ad emigrare nei paesi vicini per mancanza di case.
Pertanto, al fine di ottenere una utilizzazione più razionale ed efficiente delle suddette strutture e, per dimezzare nettamente i tempi, sarebbe opportuno affidare la gestione di alcune di esse a Cooperative di giovani o a privati, in quanto , alcuni di questi beni verranno destinati alla realizzazione di strutture ricettive per sopperire alla mancanza di punti di accoglienza, e quindi a posti letto nella città. Altri beni verranno adibiti a Musei di fatti che determinarono la barbara repressione savoiarda nel sud Italia, al Carcere di Gaeta, alla resistenza dei nostri patrioti chiamati Briganti dalla casta piemontese. Tutto ciò a sicuro vantaggio e sostegno dell’intera economia turistica delle città del Golfo di Gaeta( Gaeta-Formia-Minturno-Itri).
Altri beni demaniali , invece, verrebbero destinati all’apertura di strutture culturali a disposizione dei cittadini. Verrebbe realizzata una “Casa delle Associazioni” per far fronte alle esigenze del mondo dell’associazionismo culturale. Infine, altre proprietà demaniali verrebbero destinate a parcheggi ed infrastrutture per i quartieri interessati, ed in particolare , per il centro storico di Gaeta S.E., dove gran parte dei beni sono situati.

Vogliamo ricordare che al Piemonte sono stati regalati dal governo Prodi circa mille miliardi di lire per la ristrutturazione dei beni savoiardi>; che il governo Berlusconi ha regalato a Palmanova tutti i beni demaniali siti in quella città. Gaeta, nel 1860-61 è stata teatro di un assedio tremendo da parte della monarchia sabauda. La città fu rasa al suolo, i morti ammontarono a 4.000 tra civili e militari. La sua economia distrutta e il suo popolo diasporato in tutto il mondo. Sig. Presidente,

Il suo Governo ha regalato a Firenze tutti i beni demaniali siti in quella città, come ha regalato al Roma, a Torino e Milano beni e caserme vuote per farne case popolari, aree commerciali e artigianali.
Gaeta è la città che più di tutte ha subito il risorgimento e la sua barbarie. Ha subito un assedio tremendo da parte del macellaio Cialdini, per conto dei Savoia e del loro primo Ministro Cavour. La città fu attaccata senza dichiarazione di guerra. Fu massacrata e rasa al suolo da 160 mila bombe scaraventate dai piemontesi.
I morti, tra militari e civili ammontarono a 4.000. La città fu divisa in tre zone militari, togliendole possibilità economiche da sviluppare e soprattutto, regalarono ad uno Stato straniero, il Piemonte massonico ed anti cattolico, le nostre strutture militari, le chiese i conventi. I danni di guerra non sono stati pagati dalla banda di criminali piemontesi.
Oggi aspettiamo che il Suo governo dia alla città martire del Risorgimento quello che i criminali piemontesi accorparono al Regno di Sardegna.

 Antonio Ciano
Ex Assessore al Demanio della città e Presidente Onorario del Partito del Sud






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giovedì 14 agosto 2014

PONTELANDOLFO 14 agosto 1861

Antonio Ciano, nel 1996 pubblicò “I Savoia e il massacro del sud”. Fu subito best seller. 
Per la prima volta,dopo Il De Sivo e Alianello, si parlava dell’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni; questa volta,però,  Ciano ne ha descritto dettagliatamentre e, in modo cronologico, gli avvenimenti che portarono i savoiardi a massacrare le due città sannite. 
Da allora tanti giornalisti e scrittori hanno attinto alla cronaca degli avvenimenti fatta da Ciano.Lo scrittore gaetano ha dato dignità al Sud, ha chiamato criminali di guerra i piemontesi,ha chiamato  partigiani i contadini chiamati briganti dagli invasori. Difendevano la loro Patria di allora: il Regno delle Due Sicilie e le loro donne, spesso violentate dalla truppa.
PONTELANDOLFO  14 agosto 1861
«Fenesta ca lucive e mò nun luce!»
Erano le 03,30del 14agosto e Rosina, la donna di Martummé,
s’era alzata presto per lavare la biancheria. Mentre lavava i panni
ele lenzuola, cantava sottovoce la bella aria napoletana attribuita
aVincenzo Bellini. A quell’ora dormivano quasi tutti, solo qualche contadino era in piedi per pulire la stalla.
Rosina era felice, amava  Martummé e pensava che l’antico ordine stava per ristabilirsi. Finalmente avrebbe potuto rifarsi una
vita sposando il suo amato.
A Pontelandolfo come in quasi tutti i paesi del Molise, degli
Abruzzi, della Ciociaria, del Matese, del Chietino, degli Ausoni,
la bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Tutto un popolo era insorto contro il Piemonte, contro Vittorio Emanuele II.
Solo pochi volevano essere servi di uno Stato ritenuto il più retrivo e reazionario d’Europa. Qualcuno propendeva per la repubblica che Mazzini sognava, ma tutto il popolo contadino stava dalla
parte dei Borbone. La libertà, la gente del Sud, l’ha sempre conquistata col sangue.
Su ordine del generale Cialdini il 13agosto partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti. La colonna era
comandata dal generale Maurizio De Sonnaz, detto Requiescant
per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi
preti e l’attacco ad abbazie e chiese. Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Costoro avevano fucilato e violentato
migliaia di Meridionali, avevano saccheggiato chiese e casolari.
I piemontesi, barbari cisalpini e feroci assassini, usarono sistematicamente la violenza per avere il controllo del territorio; usarono la fucilazione come arma di democrazia liberale. Saranno maledetti per sempre da Dio e dagli uomini.
Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con al suo fianco il
garibaldino del luogo De Marco e due liberali pure del posto a far
da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna
infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Era l’alba del
14 agosto. A tutto si poteva pensare fuorché a un eccidio, che, a
memoria d’uomo, da quelle parti, nessuno ricordava.
Alla stessa ora un’altra colonna, sozza quanto la prima, stava
dirigendosi verso Casalduni. Era composta da quattrocento uomini
e aveva per guida il liberal massone Jacobelli, traditore del popolo e servo dei piemontesi; a comandarla era il maggiore Melegari.
Entrambe le colonne erano coordinate dal De Sonnaz.
Gli ordini di Cialdini erano precisi: distruggere i due paesi e
dare una lezione esemplare ai cafoni; dovevano pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.
L’intera popolazione di Pontelandolfo doveva pagare per la
fucilazione dei soldati del tenente Bracci. De Sonnaz era lì per
questo.
La banda di Cosimo Giordano bivaccava a un chilometro da
Pontelandolfo, nella selva, tra i monti che dominavano la città sannita. I partigiani avvertiti dai pastori e dal loro servizio di informazione capillare, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta, e Martummé era tra essi. Erano
tutti armati di fucili e provvisti di cavalli freschi e veloci, pronti
alunghe cavalcate per scoscesi sentieri. Martummé, avvistata la
colonna piemontese, si rivolse al suo capo: Mimi, so no parecchi,
forse seicento, non possiamo sostenere uno scontra frontale con
quei porci bastardi.
Giordano: «Martummé, non dobbiamo sostenere scontri diretti, useremo la tattica usuale, quella del tuo paesano Frà Diavolo,
guerriglia! Spariamo e fuggiamo! Se sono uomini con le palle i
piemontesi ci inseguiranno: e se lo faranno, moriranno tutti. Quei
bastardi sono abituati a combattere contro vecchi e bambini, non
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za cercava di slegarsi, usava tutte le sue forze, cercava di liberarsi
dalla fune che lo teneva inchiodato al palo, e nello sforzo il sangue
usciva dalla sua pelle. A dare fine al suo tormento e alla sua pena
pensarono i bersaglieri con una scarica micidiale. Le pallottole ruppero perfino la fune e Nicola Biondi cadde carponi nei pressi della
diletta figlia Concettina.
Nella casa accanto abitava Santopietro; con il figlio in braccio,
stava per scappare, ma fu intercettato dai soldati savoiardi, che gli
strapparono il bambino dalle mani e lo freddarono senza misericordia. Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, era il più
esagitato; dava ordini, gridava come un ossesso, sembrava ubriaco,
forse lo era, sembrava un vampiro. Era assetato di sangue e con la
sciabola infilzava i fuggitivi mentre i suoi sottoposti non erano da
meno, sparavano, sparavano, sparavano.
Icadaveri erano tanti, ma per il colonnello Negri non bastanti per la vendetta e allora ancora a snidare i pontelandolfesi dalle
loro case. A un certo punto Negri gridò: «Questo paese ha seimila
abitanti, li voglio tutti morti! Sono tutti contadini, perciò briganti equindi  nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, nemici dei
bersaglieri, nemici del mondo. Essere nemici della nostra patria
è peccato mortale. Morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di
puttana, andateli a scovare nelle loro tane, nei loro nascondigli,
nei pozzi, nelle cisterne. Ammazzateli tutti, senza pietà, uomini,
donne, vecchi e bambini, non voglio testimoni, diremo che sono
stati i briganti.»
Angiolo De Witt, del 36°fanteria bersaglieri così ha descritto
quell’episodio:
Il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo
sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare
dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando
dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di
soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro.
Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, e i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il
castigo fu tremendo.
Non sappiamo se il maggiore Rossi, il colonnello Negri e il
generale De Sonnaz ebbero una medaglia al valore per quell’azione ardimentosa, ma una cosa è certa: questi assassini, questi criminali di guerra sono stati fatti passare per eroi dalla storiografia
ufficiale sabaudo risorgimentale, molte strade e molte piazze sono
ancora oggi a loro intitolate:
via Rossi, maggiore ed eroe di Pontelandolfo;
via Gaetano Negri, sindaco di Milano ed eroe di Pontelandolfo;
via De Sonnaz, conte e generale piemontese, eroe di Casamari,
Perugia e Pontelandolfo;
via Cialdini, eroe di Gaeta, di Pontelandolfo, Casalduni, Venosa, Montefalcione, Auletta, ecc., ecc.
Ecco come il grande Piemonte portava i segni della civiltà cisalpina nella culla della barbarie; ecco come i Savoia intendevano
l’unità d’Italia!
Il generale Cialdini aveva sempre una coccarda azzurra al petto e dava ordini dalla sua luogotenenza di Napoli al generale De
Sonnaz, altro azzurro con coccarda. Il De Sonnaz a sua volta trasmetteva gli ordini assassini al colonnello Negri, anche lui incoccardato con grande stoffa di seta azzurra, che a sua volta illuminava di disposizioni il maggiore Rossi, che amava incendiare interi
paesi e sparare su donne e bambini col suo revolver, anche lui incorniciato dalla coccarda azzurra, come incoccardati erano tutti i bersaglieri, compreso il De Witt. Ebbene, questi delinquenti di
guerra, questi bastardi del risorgimento italiano stavano portando a compimento l’ennesimo truculento eccidio con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia, fiera di essere italiana, fiera della sua religione, fiera di battersi per l’Altare e per il trono del suo Re. Quando mai gli austriaci
nel Lombardo-Veneto usarono simili metodi? Gli austriaci erano
162
(59) Angiolo De Witt, Storia politico-militare del brigantaggio nelleprovince meridionali d’Italia,
161
tedeschi, cattolici e soprattutto erano soldati e si battevano contro
soldati, erano un popolo civile e fiero. I piemontesi, che i romani
avevano accomunati all’Italia, come Caino, stavano assassinando e
massacrando i loro fratelli napoletani.
L’eccidio cominciò alle quattro di mattina. I partigiani, che
erano accampati sulle Campetelle, dopo aver ammazzato venticinque piemontesi, diedero l’allarme. Uno di essi riuscì ad andare dal
sagrestano, prese la chiave del portone del campanile e cominciò a
suonare a stormo le campane…
Il paese venne dato alle fiamme, la prima casa che bruciò fu
quella dell’arciprete Epifanio De Gregorio.
Un solo guerrigliero fu ucciso (presumibilmente il partigiano
che era andato a suonare l’allarme sul campanile). Dopo i soldati
si abbandonarono al saccheggio e ad atti di lascivia…
Alle ore sei metà paese era già in fiamme, i bersaglieri continuarono la mattanza.
Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano
fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti.
Molti bersaglieri, avendo finito le munizioni in dotazione, per non
tornare a rifornirsi al campo base situato fuori il paese, usavano la
baionetta in canna al fucile e passavano all’arma bianca i poveri
disgraziati di Pontelandolfo. Dopo aver ammazzato i proprietari
delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, soldi, catenine,
bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.
Pochi di quegli eroi conoscevano la lingua italiana, e la maggior parte dei soldati piemontesi, analfabeti e ignoranti, qualche
parola l’avevano imparata al di qua del Tronto, comunque una parola sapevano pronunciare: «Piastre! Piastre!», dicevano entrando di prepotenza nelle case dei pontelandolfesi: «Dove avete le piastre, piastre o morte.» I barbari non si accontentavano delle piastre d’argento borboniche, bruciavano anche le case e ammazzavano senza pietà i loro occupanti.
La morte, a volte, valeva una, due, tre piastre. Intanto il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima a essere
saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti: persino le statue dei santi furono trafugate! Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14agosto 1861.
Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani
E avvenenti, venivano violentate e poi uccise.
Due dei giovani, che erano stati salvati dal De Marco in quanto liberali, nel vedere tanta barbarie e tanto accanimento contro i
Loro concittadini e contro la loro città, dopo essersi consultati col
proprio padre, si diressero verso il colonnello Negri. Non avrebbero dovuto!
Idue giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali a Napoli, sognavano un’Italia Una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. La loro adesione al liberalismo fu
vanificata da quelle scene di terrore e di orrore; di colpo s’accorsero che il re sabaudo era un macellaio e che il vero liberale era il
Re Borbone.
Il più giovane dei due aveva finito da poco gli studi all’università di Napoli e stava per cimentarsi nella libera professione
dell’avvocatura; il più grande era un buon commerciante a Pontelandolfo.
I due benpensanti liberali pontelandolfesi furono accompagnati al cospetto del colonnello Negri dal garibaldino De Marco.
L’avvocato si rivolse verso l’ufficiale piemontese, quasi a rimproverarlo: «Signor colonnello, siamo venuti qui da liberali, da unitari
E nazionali quali siamo sempre stati a fare pubblica rimostranza
per quello che sta accadendo nel paese.»
Negri: «Cosa sta accadendo?»
Rinaldi, così si chiamava l’avvocato: «I bersaglieri stanno incendiando tutte le case di Pontelandolfo e stanno uccidendo tutti.
In nome di Dio, li fermi!»
Negri: «Quei luridi reazionari hanno massacrato quaranta soldati piemontesi, quaranta eroi; per ogni soldato moriranno cento cafoni, capito?»
Rinaldi: «Signor colonnello, ciò che lei dice è contro le più
elementari leggi, è immorale, devono essere presi i responsabili e
giudicati da un tribunale.»
Negri: «Da un tribunale? Io conosco un solo tribunale, quello
che stai vedendo. La vendetta militare.»
Rinaldi: «Ma lì non ci sono militari, vi è solo gente indifesa.»
Negri: «Quella gente ha massacrato quaranta piemontesi e pagheranno con la morte.»
Rinaldi: «Signor colonnello, questo è un eccidio, passerete alla
storia come un criminale di guerra, un assassino!»
Negri: «Guardie, guardieee! Prendete questi due e fucilateli,
sono come gli altri, sono terroni, liberali o non liberali, fucilateli!
Iveri liberali stanno a Torino.»
Dieci bersaglieri presero i Rinaldi, li svuotarono dei soldi che
avevano nelle tasche e li portarono nei pressi della chiesa di San
Donato. I due fratelli chiesero un prete per l’ultima confessione;
gli fu negato.
Istantaneamente furono bendati e fucilati. Morirono gridando
ai piemontesi: «Assassini maledetti!», furono raggiunti dai pallettoni mentre sputavano verso il plotone d’esecuzione.
L’avvocato morì subito mentre il fratello, nonostante fosse stato
colpito da nove pallottole era ancora vivo. Il colonnello Negri si
avvicinò e lo finì con un colpo di baionetta.
La strage continuò: ogni casa veniva rovistata, saccheggiata,
incendiata. I morti venivano accatastati l’un sull’altro, e fra quei
corpi vi era anche qualcuno ancora vivo, che per il dolore mordeva
il corpo del cadavere sottostante. Chi non riusciva a morire subito
doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato
sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani
sotto la minaccia delle baionette.
Il colonnello Gaetano Negri, il generale De Sonnaz, il generale
Cialdini, il maggiore Rossi erano orgogliosi di portare la coccarda
azzurra come segno di fedeltà a Casa Savoia. Tutti appartenevano
alla casta militare piemontese, tutti di fede massonica.
Pontelandolfo stava bruciando; i saccheggi continuava o senza
sosta come pure gli assassinii.
Moltissime donne furono violentate e poi ammazzate; alcune
che s’erano rifugiate nelle chiese furono trucidate dopo essere state
denudate davanti all’altare. Una, oltre a opporre resistenza, graffiò
a sangue il viso di un piemontese; le vennero mozzate entrambe le
mani e poi finita a fucilate. Furono uccisi uomini, donne e bambini. Tutte le chiese furono profanate e spogliate dei doni centenari.
Le ostie sante furono gettate, le pissidi, i voti d’argento, i calici, le
statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati.
165ue di quei soldati, di fede cattolica, rubarono il mantello
della Madonna e la corona inghirlandata che cingeva la sua testa.
Poiché per un cattolico è peccato mortale profanare i luoghi sacri
idue eroi piemontesi, credendo crollasse la chiesa dopo tale misfatto, fuggirono impauriti. Due settimane dopo, uno di essi tornò
davanti alla Madonna spogliata e sfregiata, piangendo e implorando il perdono, in quanto il compagno che aveva rubato e profanato
con lui la chiesa era morto inspiegabilmente. Dopo ore di stragi,
di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz fece suonare l’adunata e il ritiro della colonna infame.
I bersaglieri erano stanchi di assassinare, stanchi di correre,
madidi di sudore dovuto al caldo afoso di quel giorno d’agosto e
al fuoco che divampava nelle case. A molti sanguinavano le dita e
le mani per aver sparato troppo. I loro zaini erano pieni di refurtiva e le loro tasche piene di piastre d’argento.
Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati e sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz e del colonnello Negri
ascoltarono quest’ultimo: «Soldati, oggi avete scritto una pagina
memorabile per la storia d’Italia. Vi siete comportati da eroi, da
veri soldati. Tutto il ricavato del saccheggio è vostro e vi sarà concessa pure una breve licenza premio. Forza Italia! Viva l’Italia! E
ora in marcia verso Benevento, siamo a secco di munizioni e se arrivano i briganti non potremo difenderci, avanti march!»
La colonna degli eroi infami si diresse verso Fragneto e poi a
Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, i piemontesi mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato; e per questo
motivo dai beneventani, fu chiamata Caserma del Gesù.
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LE PREFAZIONI ALLE DUE EDIZIONI DEL LIBRO " I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD", DI PINO APRILE, ULTIMA EDIZIONE E DI LUCIO BARONE, LA PRIMA EDIZIONE

 PREFAZIONE

di Pino Aprile

Questo libro fu pubblicato, la prima volta, quindici anni fa. È il risultato della riflessione, della dignità e dell’indignazione di un uomo che ha riscoperto, nella sua carne, una ferita antica e mai chiusa: il martirio della sua città, Gaeta, per favorire la nascita del- l’Italia unita, rivelatasi matrigna e persino ancora nemica di chi, a quella costruzione storica, ha pagato, per tutti, il prezzo più alto, in risorse e sangue. Antonio Ciano è un uomo perbene, mosso da quella passione civile che spinge alla ricerca della verità, alla denuncia delle storture, e soprattutto all’azione, magari in totale solitudine, o in assoluta minoranza; per l’incapacità di tradire il primo comandamento degli onesti: fa’ quel che devi!

Perché ne parlo così? Perché lo conosco.

Sono l’autore di Terroni, la rilettura, da Sud, di 150 anni di storia d’Italia, dal Risorgimento a oggi, con il racconto dell’invasione, le stragi, il saccheggio del Sud, gli stupri, le torture, le rappresaglie, le leggi per drenare danaro nel Meridione e spenderlo al Nord, allora come oggi (è solo un degno continuatore di una delinquenziale e consolidata pratica il ministro Giulio Tremonti che sottrae decine di miliardi di euro dai Fondi per le aree sottoutilizzare (cui erano destinati per legge!) e li dilapida all’ombra della sue Alpi, per esempio per pagare le multe europee per le truffe degli degli allevatori padani). È stato detto che Terroni ha risvegliato l’orgoglio del Sud e lo ha indotto a cercare strumenti politici per pretendere il rispetto di quel diritto all’equità, da parte dello Stato, che sin qui è stato negato ai meridionali (si era pensato di sostituirlo con l’insulto…).

Altrimenti, non si spiegherebbe il sorprendente successo del libro, che ha polverizzato ogni più rosea previsione editoriale, sino a divenire un fenomeno non solo letterario, ma sociale, politico. La verità è un’altra: Terroni ha incontratoun’onda insospettatamente alta, che era montata negli anni, senza che nessuno si fosse accorto di quanto potente e vasta fosse; nemmeno io che, pure, a questi temi ho dedicato studio e scritti.

Quella sollevazione di tanto popolo si deve ad altri: alla reazione dei meridionali per la quantità e vomitevole qualità di offese, discriminazioni, attacchi razzisti firmati dalla Lega e benedetti da buona parte dei reazionari del Nord, sostenuti da reazionari del Sud, ignorati da progressisti del Nord e del Sud: dallo sciaguratoaccordo Pagliarini-Van Miert (il primo, leghista, allora purtroppo per l’Italia e per il Sud, ministro; il secondo rappresentante dell’Unione Europea), che tolse, solo al nostro Mezzogiorno, gli sgravi fiscali concessi alle aree depresse del continente, e costò 100mila posti di lavoro nelle regioni italiane già a più alta disoccupazione;alle manovre leghiste per togliere a Napoli la paternità della pizza e della dieta mediterranea!

Ma quella sollevazione di tanto popolo si deve anche alla conoscenza diffusa da tanti autori, prima di Terroni, sulle vere vicende del Risorgimento e la diseguale, ferocemente diseguale, distribuzione delle risorse: nessuna industria ha reso tanto al Nord, quanto la fabbrica della sottrazione delle risorse destinate al Sud (persinol’Ici sulle case di lusso fu abolita in tutt’Italia, grazie al solito manolesta Tremonti, con i 3,5 miliardi di euro stanziati per riassestare strade e porti di Calabria e Sicilia).

Uno dei primi e più attivi di quella nuova leva di meridionalisti che produssero il riemergere di una sopita e rassegnata sensibilità è Antonio Ciano.

PREFAZIONE

di Lucio Barone

Antonio Ciano nasce contadino ma, come gran parte dei suoi
concittadini che si fanno onore su tutti i mari in un lavoro duro,
stressante, lontano dagli affetti più cari, si fa marinaio dopo aver
completato gli studi nautici. E forse è proprio rincorrendo i suoi
ricordi nelle lunghe notti stellate dei mari sudamericani, ricordando i racconti del nonno Pasquale, le scorribande nei vicoli della
città vecchia squassata dalle cannonate piemontesi e piena di sgarrupi, rivedendo a lampi il macabro rituale dello spiazzo di Montesecco dove con gli altri scugnizzi, ragazzino, in attesa di festeggiare il centenario di una unità che oggi è in discussione, assiste
ignaro al disseppellimento di mille e più cadaveri ammassati alla
rinfusa: divise azzurre, ciocie, bottoni d’argento strappati non più
luccicanti, ma anneriti dal tempo. Visione agghiacciante di uomini
edonne massacrati da una calcolata guerra di conquista condotta
in nome di un ideale condiviso da pochi ma combattuto dai più.
Lì i fratelli uccisero i fratelli. Lì l’odio prese il sopravvento e creò
le premesse per uno scadimento sociale ed economico che ancora
oggi mostra i segni e crea divisioni, ancora oggi fa riaffiorare il
verme del razzismo e dell’egoismo.
ECiano torna dopo anni alla sua terra, ai suoi ulivi famosi nel
mondo, al suo tormento di sempre, deciso a innalzare con la penna
un monumento che possa trovare nei tempi attuali più attento
riscontro assieme ai pochi illustri predecessori. Raccoglie testimonianze difficili ma non impossibili, riscontri alle figure romanzate
di tanti briganti condannati a esseretali dai vincitori e da tutta
una storiografia risorgimentale di parte, che esalta i pochi vincitori e distrugge, annienta e cancella i più.

Leggi tutto »
Antonio Ciano, nel 1996 pubblicò “I Savoia e il massacro del sud”. Fu subito best seller. 
Per la prima volta,dopo Il De Sivo e Alianello, si parlava dell’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni; questa volta,però,  Ciano ne ha descritto dettagliatamentre e, in modo cronologico, gli avvenimenti che portarono i savoiardi a massacrare le due città sannite. 
Da allora tanti giornalisti e scrittori hanno attinto alla cronaca degli avvenimenti fatta da Ciano.Lo scrittore gaetano ha dato dignità al Sud, ha chiamato criminali di guerra i piemontesi,ha chiamato  partigiani i contadini chiamati briganti dagli invasori. Difendevano la loro Patria di allora: il Regno delle Due Sicilie e le loro donne, spesso violentate dalla truppa.
PONTELANDOLFO  14 agosto 1861
«Fenesta ca lucive e mò nun luce!»
Erano le 03,30del 14agosto e Rosina, la donna di Martummé,
s’era alzata presto per lavare la biancheria. Mentre lavava i panni
ele lenzuola, cantava sottovoce la bella aria napoletana attribuita
aVincenzo Bellini. A quell’ora dormivano quasi tutti, solo qualche contadino era in piedi per pulire la stalla.
Rosina era felice, amava  Martummé e pensava che l’antico ordine stava per ristabilirsi. Finalmente avrebbe potuto rifarsi una
vita sposando il suo amato.
A Pontelandolfo come in quasi tutti i paesi del Molise, degli
Abruzzi, della Ciociaria, del Matese, del Chietino, degli Ausoni,
la bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Tutto un popolo era insorto contro il Piemonte, contro Vittorio Emanuele II.
Solo pochi volevano essere servi di uno Stato ritenuto il più retrivo e reazionario d’Europa. Qualcuno propendeva per la repubblica che Mazzini sognava, ma tutto il popolo contadino stava dalla
parte dei Borbone. La libertà, la gente del Sud, l’ha sempre conquistata col sangue.
Su ordine del generale Cialdini il 13agosto partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti. La colonna era
comandata dal generale Maurizio De Sonnaz, detto Requiescant
per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi
preti e l’attacco ad abbazie e chiese. Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Costoro avevano fucilato e violentato
migliaia di Meridionali, avevano saccheggiato chiese e casolari.
I piemontesi, barbari cisalpini e feroci assassini, usarono sistematicamente la violenza per avere il controllo del territorio; usarono la fucilazione come arma di democrazia liberale. Saranno maledetti per sempre da Dio e dagli uomini.
Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con al suo fianco il
garibaldino del luogo De Marco e due liberali pure del posto a far
da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna
infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Era l’alba del
14 agosto. A tutto si poteva pensare fuorché a un eccidio, che, a
memoria d’uomo, da quelle parti, nessuno ricordava.
Alla stessa ora un’altra colonna, sozza quanto la prima, stava
dirigendosi verso Casalduni. Era composta da quattrocento uomini
e aveva per guida il liberal massone Jacobelli, traditore del popolo e servo dei piemontesi; a comandarla era il maggiore Melegari.
Entrambe le colonne erano coordinate dal De Sonnaz.
Gli ordini di Cialdini erano precisi: distruggere i due paesi e
dare una lezione esemplare ai cafoni; dovevano pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.
L’intera popolazione di Pontelandolfo doveva pagare per la
fucilazione dei soldati del tenente Bracci. De Sonnaz era lì per
questo.
La banda di Cosimo Giordano bivaccava a un chilometro da
Pontelandolfo, nella selva, tra i monti che dominavano la città sannita. I partigiani avvertiti dai pastori e dal loro servizio di informazione capillare, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta, e Martummé era tra essi. Erano
tutti armati di fucili e provvisti di cavalli freschi e veloci, pronti
alunghe cavalcate per scoscesi sentieri. Martummé, avvistata la
colonna piemontese, si rivolse al suo capo: Mimi, so no parecchi,
forse seicento, non possiamo sostenere uno scontra frontale con
quei porci bastardi.
Giordano: «Martummé, non dobbiamo sostenere scontri diretti, useremo la tattica usuale, quella del tuo paesano Frà Diavolo,
guerriglia! Spariamo e fuggiamo! Se sono uomini con le palle i
piemontesi ci inseguiranno: e se lo faranno, moriranno tutti. Quei
bastardi sono abituati a combattere contro vecchi e bambini, non
158
za cercava di slegarsi, usava tutte le sue forze, cercava di liberarsi
dalla fune che lo teneva inchiodato al palo, e nello sforzo il sangue
usciva dalla sua pelle. A dare fine al suo tormento e alla sua pena
pensarono i bersaglieri con una scarica micidiale. Le pallottole ruppero perfino la fune e Nicola Biondi cadde carponi nei pressi della
diletta figlia Concettina.
Nella casa accanto abitava Santopietro; con il figlio in braccio,
stava per scappare, ma fu intercettato dai soldati savoiardi, che gli
strapparono il bambino dalle mani e lo freddarono senza misericordia. Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, era il più
esagitato; dava ordini, gridava come un ossesso, sembrava ubriaco,
forse lo era, sembrava un vampiro. Era assetato di sangue e con la
sciabola infilzava i fuggitivi mentre i suoi sottoposti non erano da
meno, sparavano, sparavano, sparavano.
Icadaveri erano tanti, ma per il colonnello Negri non bastanti per la vendetta e allora ancora a snidare i pontelandolfesi dalle
loro case. A un certo punto Negri gridò: «Questo paese ha seimila
abitanti, li voglio tutti morti! Sono tutti contadini, perciò briganti equindi  nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, nemici dei
bersaglieri, nemici del mondo. Essere nemici della nostra patria
è peccato mortale. Morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di
puttana, andateli a scovare nelle loro tane, nei loro nascondigli,
nei pozzi, nelle cisterne. Ammazzateli tutti, senza pietà, uomini,
donne, vecchi e bambini, non voglio testimoni, diremo che sono
stati i briganti.»
Angiolo De Witt, del 36°fanteria bersaglieri così ha descritto
quell’episodio:
Il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo
sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare
dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando
dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di
soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro.
Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, e i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il
castigo fu tremendo.
Non sappiamo se il maggiore Rossi, il colonnello Negri e il
generale De Sonnaz ebbero una medaglia al valore per quell’azione ardimentosa, ma una cosa è certa: questi assassini, questi criminali di guerra sono stati fatti passare per eroi dalla storiografia
ufficiale sabaudo risorgimentale, molte strade e molte piazze sono
ancora oggi a loro intitolate:
via Rossi, maggiore ed eroe di Pontelandolfo;
via Gaetano Negri, sindaco di Milano ed eroe di Pontelandolfo;
via De Sonnaz, conte e generale piemontese, eroe di Casamari,
Perugia e Pontelandolfo;
via Cialdini, eroe di Gaeta, di Pontelandolfo, Casalduni, Venosa, Montefalcione, Auletta, ecc., ecc.
Ecco come il grande Piemonte portava i segni della civiltà cisalpina nella culla della barbarie; ecco come i Savoia intendevano
l’unità d’Italia!
Il generale Cialdini aveva sempre una coccarda azzurra al petto e dava ordini dalla sua luogotenenza di Napoli al generale De
Sonnaz, altro azzurro con coccarda. Il De Sonnaz a sua volta trasmetteva gli ordini assassini al colonnello Negri, anche lui incoccardato con grande stoffa di seta azzurra, che a sua volta illuminava di disposizioni il maggiore Rossi, che amava incendiare interi
paesi e sparare su donne e bambini col suo revolver, anche lui incorniciato dalla coccarda azzurra, come incoccardati erano tutti i bersaglieri, compreso il De Witt. Ebbene, questi delinquenti di
guerra, questi bastardi del risorgimento italiano stavano portando a compimento l’ennesimo truculento eccidio con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia, fiera di essere italiana, fiera della sua religione, fiera di battersi per l’Altare e per il trono del suo Re. Quando mai gli austriaci
nel Lombardo-Veneto usarono simili metodi? Gli austriaci erano
162
(59) Angiolo De Witt, Storia politico-militare del brigantaggio nelleprovince meridionali d’Italia,
161
tedeschi, cattolici e soprattutto erano soldati e si battevano contro
soldati, erano un popolo civile e fiero. I piemontesi, che i romani
avevano accomunati all’Italia, come Caino, stavano assassinando e
massacrando i loro fratelli napoletani.
L’eccidio cominciò alle quattro di mattina. I partigiani, che
erano accampati sulle Campetelle, dopo aver ammazzato venticinque piemontesi, diedero l’allarme. Uno di essi riuscì ad andare dal
sagrestano, prese la chiave del portone del campanile e cominciò a
suonare a stormo le campane…
Il paese venne dato alle fiamme, la prima casa che bruciò fu
quella dell’arciprete Epifanio De Gregorio.
Un solo guerrigliero fu ucciso (presumibilmente il partigiano
che era andato a suonare l’allarme sul campanile). Dopo i soldati
si abbandonarono al saccheggio e ad atti di lascivia…
Alle ore sei metà paese era già in fiamme, i bersaglieri continuarono la mattanza.
Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano
fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti.
Molti bersaglieri, avendo finito le munizioni in dotazione, per non
tornare a rifornirsi al campo base situato fuori il paese, usavano la
baionetta in canna al fucile e passavano all’arma bianca i poveri
disgraziati di Pontelandolfo. Dopo aver ammazzato i proprietari
delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, soldi, catenine,
bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.
Pochi di quegli eroi conoscevano la lingua italiana, e la maggior parte dei soldati piemontesi, analfabeti e ignoranti, qualche
parola l’avevano imparata al di qua del Tronto, comunque una parola sapevano pronunciare: «Piastre! Piastre!», dicevano entrando di prepotenza nelle case dei pontelandolfesi: «Dove avete le piastre, piastre o morte.» I barbari non si accontentavano delle piastre d’argento borboniche, bruciavano anche le case e ammazzavano senza pietà i loro occupanti.
La morte, a volte, valeva una, due, tre piastre. Intanto il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima a essere
saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti: persino le statue dei santi furono trafugate! Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14agosto 1861.
Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani
E avvenenti, venivano violentate e poi uccise.
Due dei giovani, che erano stati salvati dal De Marco in quanto liberali, nel vedere tanta barbarie e tanto accanimento contro i
Loro concittadini e contro la loro città, dopo essersi consultati col
proprio padre, si diressero verso il colonnello Negri. Non avrebbero dovuto!
Idue giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali a Napoli, sognavano un’Italia Una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. La loro adesione al liberalismo fu
vanificata da quelle scene di terrore e di orrore; di colpo s’accorsero che il re sabaudo era un macellaio e che il vero liberale era il
Re Borbone.
Il più giovane dei due aveva finito da poco gli studi all’università di Napoli e stava per cimentarsi nella libera professione
dell’avvocatura; il più grande era un buon commerciante a Pontelandolfo.
I due benpensanti liberali pontelandolfesi furono accompagnati al cospetto del colonnello Negri dal garibaldino De Marco.
L’avvocato si rivolse verso l’ufficiale piemontese, quasi a rimproverarlo: «Signor colonnello, siamo venuti qui da liberali, da unitari
E nazionali quali siamo sempre stati a fare pubblica rimostranza
per quello che sta accadendo nel paese.»
Negri: «Cosa sta accadendo?»
Rinaldi, così si chiamava l’avvocato: «I bersaglieri stanno incendiando tutte le case di Pontelandolfo e stanno uccidendo tutti.
In nome di Dio, li fermi!»
Negri: «Quei luridi reazionari hanno massacrato quaranta soldati piemontesi, quaranta eroi; per ogni soldato moriranno cento cafoni, capito?»
Rinaldi: «Signor colonnello, ciò che lei dice è contro le più
elementari leggi, è immorale, devono essere presi i responsabili e
giudicati da un tribunale.»
Negri: «Da un tribunale? Io conosco un solo tribunale, quello
che stai vedendo. La vendetta militare.»
Rinaldi: «Ma lì non ci sono militari, vi è solo gente indifesa.»
Negri: «Quella gente ha massacrato quaranta piemontesi e pagheranno con la morte.»
Rinaldi: «Signor colonnello, questo è un eccidio, passerete alla
storia come un criminale di guerra, un assassino!»
Negri: «Guardie, guardieee! Prendete questi due e fucilateli,
sono come gli altri, sono terroni, liberali o non liberali, fucilateli!
Iveri liberali stanno a Torino.»
Dieci bersaglieri presero i Rinaldi, li svuotarono dei soldi che
avevano nelle tasche e li portarono nei pressi della chiesa di San
Donato. I due fratelli chiesero un prete per l’ultima confessione;
gli fu negato.
Istantaneamente furono bendati e fucilati. Morirono gridando
ai piemontesi: «Assassini maledetti!», furono raggiunti dai pallettoni mentre sputavano verso il plotone d’esecuzione.
L’avvocato morì subito mentre il fratello, nonostante fosse stato
colpito da nove pallottole era ancora vivo. Il colonnello Negri si
avvicinò e lo finì con un colpo di baionetta.
La strage continuò: ogni casa veniva rovistata, saccheggiata,
incendiata. I morti venivano accatastati l’un sull’altro, e fra quei
corpi vi era anche qualcuno ancora vivo, che per il dolore mordeva
il corpo del cadavere sottostante. Chi non riusciva a morire subito
doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato
sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani
sotto la minaccia delle baionette.
Il colonnello Gaetano Negri, il generale De Sonnaz, il generale
Cialdini, il maggiore Rossi erano orgogliosi di portare la coccarda
azzurra come segno di fedeltà a Casa Savoia. Tutti appartenevano
alla casta militare piemontese, tutti di fede massonica.
Pontelandolfo stava bruciando; i saccheggi continuava o senza
sosta come pure gli assassinii.
Moltissime donne furono violentate e poi ammazzate; alcune
che s’erano rifugiate nelle chiese furono trucidate dopo essere state
denudate davanti all’altare. Una, oltre a opporre resistenza, graffiò
a sangue il viso di un piemontese; le vennero mozzate entrambe le
mani e poi finita a fucilate. Furono uccisi uomini, donne e bambini. Tutte le chiese furono profanate e spogliate dei doni centenari.
Le ostie sante furono gettate, le pissidi, i voti d’argento, i calici, le
statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati.
165ue di quei soldati, di fede cattolica, rubarono il mantello
della Madonna e la corona inghirlandata che cingeva la sua testa.
Poiché per un cattolico è peccato mortale profanare i luoghi sacri
idue eroi piemontesi, credendo crollasse la chiesa dopo tale misfatto, fuggirono impauriti. Due settimane dopo, uno di essi tornò
davanti alla Madonna spogliata e sfregiata, piangendo e implorando il perdono, in quanto il compagno che aveva rubato e profanato
con lui la chiesa era morto inspiegabilmente. Dopo ore di stragi,
di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz fece suonare l’adunata e il ritiro della colonna infame.
I bersaglieri erano stanchi di assassinare, stanchi di correre,
madidi di sudore dovuto al caldo afoso di quel giorno d’agosto e
al fuoco che divampava nelle case. A molti sanguinavano le dita e
le mani per aver sparato troppo. I loro zaini erano pieni di refurtiva e le loro tasche piene di piastre d’argento.
Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati e sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz e del colonnello Negri
ascoltarono quest’ultimo: «Soldati, oggi avete scritto una pagina
memorabile per la storia d’Italia. Vi siete comportati da eroi, da
veri soldati. Tutto il ricavato del saccheggio è vostro e vi sarà concessa pure una breve licenza premio. Forza Italia! Viva l’Italia! E
ora in marcia verso Benevento, siamo a secco di munizioni e se arrivano i briganti non potremo difenderci, avanti march!»
La colonna degli eroi infami si diresse verso Fragneto e poi a
Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, i piemontesi mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato; e per questo
motivo dai beneventani, fu chiamata Caserma del Gesù.
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LE PREFAZIONI ALLE DUE EDIZIONI DEL LIBRO " I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD", DI PINO APRILE, ULTIMA EDIZIONE E DI LUCIO BARONE, LA PRIMA EDIZIONE

 PREFAZIONE

di Pino Aprile

Questo libro fu pubblicato, la prima volta, quindici anni fa. È il risultato della riflessione, della dignità e dell’indignazione di un uomo che ha riscoperto, nella sua carne, una ferita antica e mai chiusa: il martirio della sua città, Gaeta, per favorire la nascita del- l’Italia unita, rivelatasi matrigna e persino ancora nemica di chi, a quella costruzione storica, ha pagato, per tutti, il prezzo più alto, in risorse e sangue. Antonio Ciano è un uomo perbene, mosso da quella passione civile che spinge alla ricerca della verità, alla denuncia delle storture, e soprattutto all’azione, magari in totale solitudine, o in assoluta minoranza; per l’incapacità di tradire il primo comandamento degli onesti: fa’ quel che devi!

Perché ne parlo così? Perché lo conosco.

Sono l’autore di Terroni, la rilettura, da Sud, di 150 anni di storia d’Italia, dal Risorgimento a oggi, con il racconto dell’invasione, le stragi, il saccheggio del Sud, gli stupri, le torture, le rappresaglie, le leggi per drenare danaro nel Meridione e spenderlo al Nord, allora come oggi (è solo un degno continuatore di una delinquenziale e consolidata pratica il ministro Giulio Tremonti che sottrae decine di miliardi di euro dai Fondi per le aree sottoutilizzare (cui erano destinati per legge!) e li dilapida all’ombra della sue Alpi, per esempio per pagare le multe europee per le truffe degli degli allevatori padani). È stato detto che Terroni ha risvegliato l’orgoglio del Sud e lo ha indotto a cercare strumenti politici per pretendere il rispetto di quel diritto all’equità, da parte dello Stato, che sin qui è stato negato ai meridionali (si era pensato di sostituirlo con l’insulto…).

Altrimenti, non si spiegherebbe il sorprendente successo del libro, che ha polverizzato ogni più rosea previsione editoriale, sino a divenire un fenomeno non solo letterario, ma sociale, politico. La verità è un’altra: Terroni ha incontratoun’onda insospettatamente alta, che era montata negli anni, senza che nessuno si fosse accorto di quanto potente e vasta fosse; nemmeno io che, pure, a questi temi ho dedicato studio e scritti.

Quella sollevazione di tanto popolo si deve ad altri: alla reazione dei meridionali per la quantità e vomitevole qualità di offese, discriminazioni, attacchi razzisti firmati dalla Lega e benedetti da buona parte dei reazionari del Nord, sostenuti da reazionari del Sud, ignorati da progressisti del Nord e del Sud: dallo sciaguratoaccordo Pagliarini-Van Miert (il primo, leghista, allora purtroppo per l’Italia e per il Sud, ministro; il secondo rappresentante dell’Unione Europea), che tolse, solo al nostro Mezzogiorno, gli sgravi fiscali concessi alle aree depresse del continente, e costò 100mila posti di lavoro nelle regioni italiane già a più alta disoccupazione;alle manovre leghiste per togliere a Napoli la paternità della pizza e della dieta mediterranea!

Ma quella sollevazione di tanto popolo si deve anche alla conoscenza diffusa da tanti autori, prima di Terroni, sulle vere vicende del Risorgimento e la diseguale, ferocemente diseguale, distribuzione delle risorse: nessuna industria ha reso tanto al Nord, quanto la fabbrica della sottrazione delle risorse destinate al Sud (persinol’Ici sulle case di lusso fu abolita in tutt’Italia, grazie al solito manolesta Tremonti, con i 3,5 miliardi di euro stanziati per riassestare strade e porti di Calabria e Sicilia).

Uno dei primi e più attivi di quella nuova leva di meridionalisti che produssero il riemergere di una sopita e rassegnata sensibilità è Antonio Ciano.

PREFAZIONE

di Lucio Barone

Antonio Ciano nasce contadino ma, come gran parte dei suoi
concittadini che si fanno onore su tutti i mari in un lavoro duro,
stressante, lontano dagli affetti più cari, si fa marinaio dopo aver
completato gli studi nautici. E forse è proprio rincorrendo i suoi
ricordi nelle lunghe notti stellate dei mari sudamericani, ricordando i racconti del nonno Pasquale, le scorribande nei vicoli della
città vecchia squassata dalle cannonate piemontesi e piena di sgarrupi, rivedendo a lampi il macabro rituale dello spiazzo di Montesecco dove con gli altri scugnizzi, ragazzino, in attesa di festeggiare il centenario di una unità che oggi è in discussione, assiste
ignaro al disseppellimento di mille e più cadaveri ammassati alla
rinfusa: divise azzurre, ciocie, bottoni d’argento strappati non più
luccicanti, ma anneriti dal tempo. Visione agghiacciante di uomini
edonne massacrati da una calcolata guerra di conquista condotta
in nome di un ideale condiviso da pochi ma combattuto dai più.
Lì i fratelli uccisero i fratelli. Lì l’odio prese il sopravvento e creò
le premesse per uno scadimento sociale ed economico che ancora
oggi mostra i segni e crea divisioni, ancora oggi fa riaffiorare il
verme del razzismo e dell’egoismo.
ECiano torna dopo anni alla sua terra, ai suoi ulivi famosi nel
mondo, al suo tormento di sempre, deciso a innalzare con la penna
un monumento che possa trovare nei tempi attuali più attento
riscontro assieme ai pochi illustri predecessori. Raccoglie testimonianze difficili ma non impossibili, riscontri alle figure romanzate
di tanti briganti condannati a esseretali dai vincitori e da tutta
una storiografia risorgimentale di parte, che esalta i pochi vincitori e distrugge, annienta e cancella i più.

 
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