6 Agosto 2014
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Il Partito del sud per tutti i sud
I sud del mondo hanno tutti in comune il medesimo destino, sono stati conquistati, sfruttati depredati e abbandonati a loro stessi. Il partito del sud è convinto che la solidarietà e l'accoglienza siano un dovere perchè ogni essere umano ha diritto a vivere una vita dignitosa
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mercoledì 6 agosto 2014
6 Agosto...PIETRARSA...una data e un luogo da non dimenticare!
COMUNICATO
6 Agosto 2014
PIETRARSA NEL CUORE DEL SUD
Il PARTITO DEL SUD invita al ricordo in omaggio alla memoria degli operai (ufficialmente 4, ma probabilmente circa una decina) fucilati a Pietrarsa , vicino Napoli, fuori la gloriosa fabbrica di locomotive vanto dell’ex Regno delle Due Sicilie e leader in Europa. La fabbrica fu smantellata per favorire la crescita dell’Ansaldo di Genova. L’opera iniziò riducendo le maestranze, inasprendo l’orario lavorativo e tagliando parte della retribuzione. Vi fu la prima rivolta operaia d’Italia, repressa il 6 Agosto 1863 con la fucilazione di alcuni operai, prime vittime dell’industria del neonato Regno d’Italia.
Il PARTITO DEL SUD, come da comunicato del 13 Giugno 2013 u.s., a fronte della nomina, come delegato del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris, di Andrea Balìa nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli per nomina diretta, ha ottenuto l’ importante risultato nella prima seduta del 12 Giugno 2013 su relative proposte dello stesso partito :
- la titolazione di strada/piazza ai “Martiri di Pietrarsa”.
La strada, in zona Pietrarsa, dopo studi di ricerca del tecnico incaricato del Comune in commissione dott. Sirigatti, è stata individuata ma attualmente soggetta a lavori. Terminati i quali verrà calendarizzata la cerimonia di titolazione con ufficializzazione relativa targa.
Tra i commissari incaricati e votanti della Commissione Toponomastica anche il prof. Vincenzo Caratazzolo (docente universitario in 3 Atenei, ex alto dirigente Alitalia, esperto di trasporti e in merito a ciò membro di relative commissioni parlamentarie ) , che ha chiesto – con nostra grande soddisfazione - d’iscriversi come Socio Sostenitore al Partito del Sud. Sez. Guido Dorso di Napoli.
Di conseguenza i rappresentanti del Partito del Sud nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli sono 2 su 9!
Il PARTITO DEL SUD ritiene che il pensiero di tale triste evento debba essere ben presente nella memoria d’ogni meridionale e vada omaggiato in modo concreto come da nostro impegno ad ottenere la titolazione d’una strada che renda costante e tangibile il segno dell’omaggio in memoria del sacrificio dei nostri fratelli. Condivisibile ogni cerimonia in merito, pur ritenendo il Partito del Sud più fattivi e concreti contributi reali come quello ottenuto dal lavoro di cui si fa carico il partito a fronte d’un impegno costante e al riconoscimento che riceve da nomine e collaborazioni politiche che ne permettono l’attuazione.
PARTITO DEL SUD
COMUNICATO
6 Agosto 2014
PIETRARSA NEL CUORE DEL SUD
Il PARTITO DEL SUD invita al ricordo in omaggio alla memoria degli operai (ufficialmente 4, ma probabilmente circa una decina) fucilati a Pietrarsa , vicino Napoli, fuori la gloriosa fabbrica di locomotive vanto dell’ex Regno delle Due Sicilie e leader in Europa. La fabbrica fu smantellata per favorire la crescita dell’Ansaldo di Genova. L’opera iniziò riducendo le maestranze, inasprendo l’orario lavorativo e tagliando parte della retribuzione. Vi fu la prima rivolta operaia d’Italia, repressa il 6 Agosto 1863 con la fucilazione di alcuni operai, prime vittime dell’industria del neonato Regno d’Italia.
Il PARTITO DEL SUD, come da comunicato del 13 Giugno 2013 u.s., a fronte della nomina, come delegato del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris, di Andrea Balìa nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli per nomina diretta, ha ottenuto l’ importante risultato nella prima seduta del 12 Giugno 2013 su relative proposte dello stesso partito :
- la titolazione di strada/piazza ai “Martiri di Pietrarsa”.
La strada, in zona Pietrarsa, dopo studi di ricerca del tecnico incaricato del Comune in commissione dott. Sirigatti, è stata individuata ma attualmente soggetta a lavori. Terminati i quali verrà calendarizzata la cerimonia di titolazione con ufficializzazione relativa targa.
Tra i commissari incaricati e votanti della Commissione Toponomastica anche il prof. Vincenzo Caratazzolo (docente universitario in 3 Atenei, ex alto dirigente Alitalia, esperto di trasporti e in merito a ciò membro di relative commissioni parlamentarie ) , che ha chiesto – con nostra grande soddisfazione - d’iscriversi come Socio Sostenitore al Partito del Sud. Sez. Guido Dorso di Napoli.
Di conseguenza i rappresentanti del Partito del Sud nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli sono 2 su 9!
Il PARTITO DEL SUD ritiene che il pensiero di tale triste evento debba essere ben presente nella memoria d’ogni meridionale e vada omaggiato in modo concreto come da nostro impegno ad ottenere la titolazione d’una strada che renda costante e tangibile il segno dell’omaggio in memoria del sacrificio dei nostri fratelli. Condivisibile ogni cerimonia in merito, pur ritenendo il Partito del Sud più fattivi e concreti contributi reali come quello ottenuto dal lavoro di cui si fa carico il partito a fronte d’un impegno costante e al riconoscimento che riceve da nomine e collaborazioni politiche che ne permettono l’attuazione.
PARTITO DEL SUD
giovedì 22 maggio 2014
Premio letterario Giuseppe Villella: consegnato il premio
Giovedì, 22 Maggio 2014
Il premio rientra in un progetto culturale volto alla rivalutazione del territorio, inteso come comunione spirituale di un popolo, legato da un percorso storico ben preciso.
Questi eventi culturali, rappresentano un innovazione dal punto di visto didattico e non si escludono ulteriori iniziative analoghe da organizzarsi nel prossimo futuro.
La conoscenza del territorio si coniuga così alla reale conoscenza del proprio passato, facendo in modo che le generazioni future possano essere consapevoli del proprio cammino.
Domenico Romeo
Fonte: Lameziainstrada
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Giovedì, 22 Maggio 2014
Il premio rientra in un progetto culturale volto alla rivalutazione del territorio, inteso come comunione spirituale di un popolo, legato da un percorso storico ben preciso.
Questi eventi culturali, rappresentano un innovazione dal punto di visto didattico e non si escludono ulteriori iniziative analoghe da organizzarsi nel prossimo futuro.
La conoscenza del territorio si coniuga così alla reale conoscenza del proprio passato, facendo in modo che le generazioni future possano essere consapevoli del proprio cammino.
Domenico Romeo
Fonte: Lameziainstrada
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mercoledì 21 maggio 2014
Lamezia Terme: Consegnato il "Premio Speciale di Partecipazione" alla prima edizione del Premio Letterario "Giuseppe Villella" bandito dalla stessa sezione "Michelina De Cesare"
Lamezia Terme 19/05/14 - Sezione "Michelina De Cesare" del Partito del Sud di Lamezia Terme.
Consegnato alla studentessa Giada Vatalaro il "Premio Speciale di Partecipazione" alla prima edizione del Premio Letterario "Giuseppe Villella" bandito dalla stessa sezione "Michelina De Cesare".
Il premio è stato consegnato dal coordinatore della sezione Francesco Antonio Cefalì alla presenza di numerosi tesserati del partito e del coordinatore provinciale PdelSud Franco Gallo.
Forte emozione ha suscitato nei presenti l'accorata lettura del suo componimento da parte della Sig.na Giada Vatalaro che dimostra come i giovani comincino ad accostarsi con maggior consapevolezza alla conoscenza del passato della propria terra e della propria gente.
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Consegnato alla studentessa Giada Vatalaro il "Premio Speciale di Partecipazione" alla prima edizione del Premio Letterario "Giuseppe Villella" bandito dalla stessa sezione "Michelina De Cesare".
Il premio è stato consegnato dal coordinatore della sezione Francesco Antonio Cefalì alla presenza di numerosi tesserati del partito e del coordinatore provinciale PdelSud Franco Gallo.
Forte emozione ha suscitato nei presenti l'accorata lettura del suo componimento da parte della Sig.na Giada Vatalaro che dimostra come i giovani comincino ad accostarsi con maggior consapevolezza alla conoscenza del passato della propria terra e della propria gente.
Lamezia Terme 19/05/14 - Sezione "Michelina De Cesare" del Partito del Sud di Lamezia Terme.
Consegnato alla studentessa Giada Vatalaro il "Premio Speciale di Partecipazione" alla prima edizione del Premio Letterario "Giuseppe Villella" bandito dalla stessa sezione "Michelina De Cesare".
Il premio è stato consegnato dal coordinatore della sezione Francesco Antonio Cefalì alla presenza di numerosi tesserati del partito e del coordinatore provinciale PdelSud Franco Gallo.
Forte emozione ha suscitato nei presenti l'accorata lettura del suo componimento da parte della Sig.na Giada Vatalaro che dimostra come i giovani comincino ad accostarsi con maggior consapevolezza alla conoscenza del passato della propria terra e della propria gente.
Consegnato alla studentessa Giada Vatalaro il "Premio Speciale di Partecipazione" alla prima edizione del Premio Letterario "Giuseppe Villella" bandito dalla stessa sezione "Michelina De Cesare".
Il premio è stato consegnato dal coordinatore della sezione Francesco Antonio Cefalì alla presenza di numerosi tesserati del partito e del coordinatore provinciale PdelSud Franco Gallo.
Forte emozione ha suscitato nei presenti l'accorata lettura del suo componimento da parte della Sig.na Giada Vatalaro che dimostra come i giovani comincino ad accostarsi con maggior consapevolezza alla conoscenza del passato della propria terra e della propria gente.
mercoledì 14 maggio 2014
domenica 27 aprile 2014
PERCHE' BRIGANTI? di Domenico Iannantuoni e Francesco Cefalì
https://www.youtube.com/watch?v=uKo-PVShJ3o
Motta Santa Lucia - 12 Aprile 2014 Presentazione di: PERCHE' BRIGANTI - La vera storia del "brigante" Giuseppe Villella di Motta S. Lucia (di Domenico Iannantuoni e Francesco Cefalì) LOMBROSO E IL BRIGANTE - Storia di un cranio conteso (di Maria Teresa Milicia)
Un contributo verso la vera storia del Risorgimento italiano (il libro si può leggere su ebook a soli euro 3,50: www.inmondadori.it) per averlo in forma cartacea contattare "Arte Grafica di Gigliotti Franco" Via XX Settembre Lamezia Terme
LOMBROSO, il negazionismo e il diritto criminale
Di Domenico RomeoFonte:Lameziainstrada
Sono scorie di veleno quelle che scendono nel campo della scienza forense e nel campo della ricerca storica.
Veleno che scende a fiume, arsenico che trasuda e si getta in un mare di curaro che lascia in eredità un alone implacabile.
E’ Lombroso a scatenare queste discussioni, è il presunto padre dell’antropologia criminale a creare fazioni, scuole di pensiero, tesi più o meno uguali e difformi.
Procediamo con ordine in quel che sarà, con tale pezzo, una disamina investigativa che non ha intenzione di offendere reputazioni di alcun soggetto che verrà citato, ma solo fornire un‘analisi attenta ed un confronto culturale fra le parti chiamate in causa.
Venerdì 28 Marzo usciva un articolo su Repubblica, a firma del giornalista Massimo Novelli, che riportava una notizia inedita e da prime pagine: una studiosa, autrice di un libro su Lombroso, avrebbe subito minacce in seguito alla stesura del proprio libro in cui elogia la figura di Lombroso.
La notizia, come detto, sollevava un polverone perché citava soggetti, personaggi, enti, istituzioni varie.
L’autrice di questo libro, Prof.ssa Maria Teresa Milicia, è una stimata docente calabrese che insegna all’ Università di Padova ed in questo libro descrive la correlazione avuta fra Lombroso con il "brigate" Villella, il successivo analisi del suo cranio. La docente arriva ad una conclusione: le teorie lombrosiane non sono accusabili di razzismo scientifico. Per doverosa comunicazione ad eventuali ignari della materia, il cranio di Villella analizzato da Lombroso, rappresenta il feticcio dell’antropologia criminale su cui Lombroso ha ricavato la teoria del delinquente per natura (teoria astrusa, inventata, debellata dalla scienza).
Per doverosa informazione è necessario fare un’ulteriore correlazione fra il testo, la casa editrice (Salerno) e la sua gestione culturale.
Questo libro, difatti, esce in una collana diretta e seguita dal Prof. Alessandro Barbero, noto negazionista dell’olocausto dei Savoia verso i meridionali, risaputo negatore dell’istituzione del lager di Fenestrelle.
Si aggancia, dunque, la figura di questo accademico, come collante ideologico in ciò che sarà il messaggio definitivo del libro, ed è sul Prof. Barbero che adesso si spenderanno due righe.
Il negazionismo di quest’uomo su ciò che è stato l’ultimo crimine di fine Ottocento, il massacro del popolo del Meridione, appare non solo imbarazzante, a fronte della comprovata, acclarata, inconfutabile documentazione storica che lo accerta, ma diviene lucida dissertazione quando tali tesi vengono spiattellate in trasmissioni Rai, senza un contradditorio. Disinformazione che scorre come verità certa.
Dal profiling emerge l’uso della parola "frottola" al crimine etnico perpetrato, stessa tipologia di parola utilizzata dal negazionista della Shoah Faurisson, in sede di negazione di tale eccidio (“le camere a gas sono state una frottola di guerra, causa impossibilità tecnica di fuoriuscita”).
Altro particolare che porta ad attenzionare subito la psicologia del negazionista in genere, è l’utilizzo continuo del termine "revisionista". "Sei un revisionista"… "basta con questo revisionismo"…sono aspetti mentali di chi tende ad imporre una realtà costruita, spesso, artificiosamente e tramandata per verità storica sicura.
Pansa, giornalista autore di numerosi libri sul dopo il 25 Aprile in Italia, fu accusato violentemente, da specifici schieramenti politici, di "revisionismo", soltanto per avere detto il vero, ossia che il movimento partigiano italiano non era uniforme sugli intenti della post liberazione: alcuni partigiani optavano per una Nazione con Costituzione democratica, o Repubblicana, altri partigiani filo-sovietici optavano per una Nazione comunista (e, documenti alla mano, considerata tradita la Resistenza, iniziarono a porre inizio ad eccidi). Tutti i partigiani erano antifascisti, ma non tutti i partigiani erano liberali.
La parola di accusa "revisionista", nella psiche negazionista, indica un fastidio generato dalla volontà di chi sta di fronte, di dimostrare non solo accadimenti storici diversi nelle tesi, ma esposti in forma che indurrebbero al negazionista la perdita della sua credibilità e carisma sociale.
In realtà, non solo chi accusa di revisionismo è immerso in un pantano di negazionismo/oscurantismo, ma è evidente che vi è un linkage psicologico fra coloro i quali negano crimini accaduti, pur essendo soggetti di diversa nazionalità, contestualità storica, epoca.
In tale trasmissione lo show del negazionista, è proseguito, attribuendo il fenomeno del brigantaggio ad una mera lotta di ricchi contro poveri, collocando Pontelandolfo in Lucania (Professore, con rispetto parlando, la invitiamo non solo a riguardare la storia, ma anche la geografia in considerazione del fatto che tale località si trova in Campania).
Davanti agli schermi Rai, il nostro insigne luminare, dapprima nega l’ olocausto savoiardo, poi si contraddice confermando la discesa agli inferi dei liberatori piemontesi. Egregio Prof, ci ha un pò confusi, ci scusi, ricominciamo, repetita iuvant. Insomma, chiediamo scusa e sempre con rispetto parlando: sono scesi o non sono scesi al Mezzogiorno questi benedetti Savoia? Vuoi vedere che quell’esercito, con Lombroso al seguito, era sceso al Sud per trovare moglie meridionale tutta casa e chiesa?
Oltre alla negazione di massacri, eccidi, deportazioni, è bene sapere che il Prof. Barbero ha curato la prefazione del libro "Le catene dei Savoia" (scritto da altri autori), dove non solo si nega l’olocausto sabaudo, ma l’ accademico arriva ad una tesi, incredibilmente e lucidamente disarmante: ai meridionali deportati a Fenestrelle, era giusto destinare loro la sorte di essere sciolti nella calce viva, perché considerate le usanze dei tempi, si doveva fare ciò "per motivi di igiene".
Tesi che potrebbe essere interpretata come la solita, viscida, infame, reietta ratio sottesa che porta a fare indurre un messaggio chiaro e preciso: i meridionali puzzavano, puzzano e puzzeranno sempre. Rassegnatevi, sporchi terroni, è la vostra condizione naturale.
I Savoia, come da storia documentata, possono essere additati come i primi, veri, traditori della Patria, nonché traditori di quell’idea risorgimentale che aspirava di assegnare, ad un’unica Nazione, il concetto di autodeterminazione di un popolo e l’idea di Patria come casa comune.
“I Savoia hanno, nel dna della razza, l’assassino di Stato, le stragi innocenti, l’odio contro le masse lavoratrici”. Questa è stata la descrizione su quella dinastia reale prodotta dallo storico Gerlando Lentini, e nulla è più vero.
Una gloriosa carriera criminale, quella sabauda, iniziata con la corruzione, le devastazioni, la pulizia etnica del Sud, proseguita con la firma delle leggi razziali e conclusa in forma dignitosa con la fuga vigliacca di notte al porto di Pescara, approfittando di una nazione sotto le macerie del Secondo conflitto mondiale.
Vigliacchi e ladri, assassini impuniti.
Ma sia chiaro che, quando in questa disamina, si utilizzano detti riferimenti al casato Savoia, si specifica che i riferimenti vanno solo ed esclusivamente "a quei Savoia", quei signori che dal 1861 al 1943 erano presenti nel territorio nazionale a compiere le peggiori gesta criminali. E’ opportuno e doveroso indicare che tali riferimenti escludono gli eredi, i congiunti e gli affini dei fuggiaschi sabaudi, cittadini al di fuori di ogni colpa, meritevoli del consueto rispetto umano e che, rientrando in Italia dopo l’approvazione di legge, hanno accettato le norme sancite dalla Costituzione divenendo cittadini uguali agli altri nei diritti e nei doveri.
Avendo posto chiarezza sulla collana che gestisce il saggio della Prof. Milicia, dopo avere decritto, seppur in forma lieve, le assonanze psicologiche dei negazionisti, è bene spiegare a questo punto, che cos’è il negazionismo, l’oscurantismo e chi sono i negazionisti.
In termini sia scientifici che nell’ottica dell’investigazione psicologica, la differenza è sostanzialmente questa: l’oscurantismo è il nascondimento di crimini ideologici prodotto a monte, ossia da governi che, detenendo il potere, cercano di nascondere crimini ideologici commessi; il negazionismo è quella forma di negazione di un crimine ideologico, non sempre commesso da governi, ma da ambiti sociali o ideologici, che protendono a negare (anche pacchianamente) o a sminuire crimini efferati commessi in nome di una qualsiasi idea.
Il negazionista è colui che, innanzi all’evidenza, nega un crimine profanando la verità, o per un proprio delirio ideologico proteso all’avversione verso una razza, etnia, ecc., o in forma "guidata" al servizio di un Governo. In ultima analisi, può anche essere un folle più o meno dichiarato.
E così, nell’ universo dei negazionisti, troviamo una vasta gamma di coloro che negano con tutte le loro forze: la Shoah ebraica, l’eccidio degli indiani, le Foibe, il massacro del Sud da parte dei Savoia, la mafia, la Nakba e …. persino la nascita di Gesù Cristo (si può non credere alla figura messanica di Yousha Ben Joseph, ma la sua esistenza vissuta è realtà storica, desumibile sia in ambito teologico che dalla storia romana).
Basta solo pensare che la Turchia fatica, ad oggi, a trovare un serio riconoscimento per l’ingresso all’interno della Comunità Europea, in virtù di una presenza molto forte (anche in sede governativa), di negatori del massacro degli armeni, il primo eccidio del secolo novecento.
A questo, si aggiunge un particolare. In Italia, è rimasta in sospeso una legge che cataloga "il negazionismo" come reato. Dovesse passare questa legge, negare ogni genocidio accaduto, è reato, così’ come è reato diffondere tesi, diffamatorie, oscurantiste, propendenti alla negazione del genocidio in questione.
Bene, in considerazione che i massacri avvenuti in fase post-unitaria a Pontelandolfo e Casalduni ed in tutto il meridione dello Stivale (le predette località si trovano in Campania, Professore Barbero, non in Lucania, repetita iuvant semper), sono stati riconosciuti dal Governo italiano come genocidio (tempo fa l’ On. Amato si è recato in quei luoghi al fine di rendere onore alla stele dei martiri), dovesse passare la legge, negare tale pulizia etnica diverrà reato.
Torniamo all’origine del tema e pensiamo a ciò che è stato spunto di riflessione per molti. Come fa un’autrice calabrese ad essere promossa editorialmente da una collana negazionista ?
Per molti versi, non ce ne voglia nessuno, è come se un autore, o un’autrice, di chiare origine ebraiche, scrivesse un testo sul negazionismo della Shoah, facendosi sponsorizzare da una collana editoriale guidata da Faurisson.
Si ritiene che all’opinione pubblica tale notizia potrebbe provocare sconcerto e disgusto.
Se l’intento della Dott.ssa Milicia era quello di fare pubblicità al libro o di sponsorizzarlo mediante una fine campagna mediatica, allora possiamo dire che l’ operazione è perfettamente riuscita.
Ad ogni modo, la risposta la si individua nel vuoto normativo ad oggi esistente riguardante la legge sul ‘negazionismo’ rimasta immobile in sede di legiferazione ed è riconducibile ad una differenza sostanziale che c’è fra ciò che è immorale e ciò che è illegale.
In Italia, i negazionisti non rispondono penalmente, ma subiscono solo la pubblica esecrazione della scienza, dalla storia, dall’opinione pubblica. Ma non vanno in galera, purtroppo. Almeno per adesso. Le loro idee di profanazione sui crimini riconosciuti come genocidi, vengono fatte passare come scusante della libertà di pensiero, di opinione, di conduzione della ricerca storica.
All’estero, invece, in Paesi come l’ Austria, la moda del negazionismo come dirupo della scienza deviata, è quasi debellato in virtù di numerosi arresti condotti a criminali del pensiero o grazie numerosi internamenti in manicomi a soggetti che giuravano di avere parlato con testimoni della Shoah e testimoniavano l’assenza dei lager nazisti.
E’, pertanto, fuor di dubbio il fatto che coloro i quali, in Italia, negano il genocidio al popolo meridionale, non solo un giorno avranno buone possibilità di riempire le patrie galere, una volta passata la legge, ma andranno in galera coloro i quali diffonderanno libri, pseudo tesi, scritti, che recheranno nocumento alla dignità del dolore derivante dalle pulizie etniche. E le persone che si affiancheranno ideologicamente, culturalmente, intellettualmente, come da testo di legge, risponderanno di un ulteriore reato altrettanto : il concorso morale, forse più grave, perché recepito dall’esterno.
Questa impunità presente in Italia, fa scaturire un pericoloso diritto occulto, invisibile, che non è un diritto scritto, né tacito, ma una presa di posizione che nasce dall’automatismo delle tesi infami portate come certe: il diritto criminale.
Questo diritto si consolida con la volontà piena di volere, quindi con la volontà di ‘sentirsi in diritto’, di calpestare il crimine oggetto di attenzione, di essere ancora nel ‘diritto’ di alterare, mistificare la realtà a proprio piacimento. Il diritto criminale è quella sorta di moda culturale che intellettualoidi in odore di spirito di negazione, rendono ad adepti, incapaci al momento della volontà di discernimento fra verità e faziosità. Il diritto criminale, nasce quando la negazione e/o l’atteggiamento criminale preso in riferimento, diviene legalizzato spiritualmente, psicologicamente e/o di fatto. Si configura questa singolare forma di diritto, attraverso una volontà che porta a rimarcare , anche, o la liceità del crimine effettuato dall’offender, il quale ha agito per necessità storica o morale, e/o per evitare conseguenze peggiori verso la vittima, che in tale contesto dovrebbe essere grata al suo carnefice e che lo porta ad una forma di dipendenza/riconoscenza per lunghi tratti della vita.
Il diritto criminale trova la sua applicazione, altresì, quando, in particolari Stati teocratici di oggi, viene preteso dalla massa che in virtù di severe tradizioni e codici sociali, legifera il crimine verso un soggetto, come espiazione di un male irredimibile e gravemente offensivo. Capita, pertanto, che numerose donne vengono lapidate perché presunte adultere, capita che chi professa una religione ‘non ufficiale’, venga sgozzato. E’ crimine, ma è legge, quindi crimine non è.
E’ ossatura Costituzionale, parimenti a come consideriamo sacri i nostri dettati di legge ( seppur diversi, ovviamente, nell’esplicazione tipica di una Democrazia occidentale).
Il diritto criminale è, quindi, un’applicazione psicologica che prima di fondarsi sulla pratica storica, agisce con aggressiva profondità come ‘mindhunters’ verso il genere umano.
Dispiace per la prolissità dell’incipit, si è fatta questa premessa doverosa, fondamentale per tracciare un profilo prodromico , del tutto oggettivo, su quanto sarà in disamina.
Tornando all’articolo si riportano alcuni stralci di fondamentale importanza.
Scrive il giornalista Massimo Novelli che la presentazione della Prof. Milicia, da farsi nella patria di Giuseppe Villella, Motta S. Lucia, non si è svolta perché ‘ si temevano contestazioni da parte di esponenti di quei movimenti neoborbonici e antiunitari che da tempo, mediante uno stravolgimento e manipolazione della storia d’ Italia e del Risorgimento, impazzano sul web, attaccando ed insultando chi non la pensi come loro’
Questa notizia riportata è falsa
La falsità, si tramuta in diffamazione, stortura della verità, quando, successivamente nell’articolo, si cita il Comitato No Lombroso, associandolo sottesamente ad un movimento di natura quasi anarco- insurrezionalista. Disinformazione gratuita, messa in moto senza conoscere gli intenti di questo Comitato scientifico. Quest’ultimo, applica una finalità, come da atto costitutivo, di condurre un’ opera di abbattimento alle teorie eugenetiche condotte dal capostipite dell’Antropologia Criminale, promuovendo un disegno di legge per la messa al bando della memoria di uomini colpevoli direttamente e indirettamente di delitti connessi con crimini di guerra e razzismo.
Un fine nobile di tale Comitato Scientifico, rigorosamente apolitico, apartitico composto da uomini e donne di diversa levatura intellettuale, che combattono per una causa comune: i diritti umani. Attaccare il Comitato Scientifico significa attaccare i diritti umani, né più, né meno. Attaccare i diritti umani, diventa, un’ azione disdicevole da qualsivoglia persona la metta in pratica.
La causa perorata dal Comitato Scientifico, è sì quella legata al cranio di Villella, ma anche quella legata alla restituzione di ogni resto umano esposto in maniera barbara ed indecente, senza alcun motivo né fondamento scientifico, all’interno del Museo Lombroso di Torino. Quei resti appartengono ad essere umani fatti passare artificiosamente per delinquenti , in una nazione che tutela il diritto al decoro dell’essere umano, in vita e dopo, in un sistema internazionale tutelato dalla Carta di Nizza.
Con il coinvolgimento di artisti, enti, personalità di spicco nei vari campi della Nazione, il Comitato Scientifico viene vissuto dagli appartenenti come una dimensione umana preponderante, figlia di un senso di appartenenza comunitario e spirituale, slegato da oltranzismi religiosi, politici, personali.
Fatta chiarezza su questo, si potrebbe intendere l’attacco ad un Comitato Scientifico che lotta per la salvaguardia dei diritti umani, come una manovra artificiosa di spostare il baricentro della verità in canali di disinformazione per creare denigrazione gratuita.
Passare dall’attività scientifica, dai diritti umani, al nostalgismo neoborbonico…certo che ce ne vuole !
A tal uopo, si precisa che dopo simili notizie giornalistiche, il Presidente del prefato Comitato, Dott. Domenico Iannantuoni, ha avuto un incontro telefonico con il Sig. Novelli, il quale ha mostrato sincera costernazione nell’apprendere le attività reali del ‘ No Lombroso’ e , pertanto, si dirà: chi ha dettato l’inquietante testo all’ignaro giornalista ? A quest’ultimo, non si vuole ascrivere nessuna colpa, se non la leggerezza di avere riportato notizie che ha ritenuto, erroneamente, fondate dalla fonte. E questa fonte, chi sarebbe ? Peccato, ancora, che all’invito estesogli di fare dovute integrazioni doverose all’articolo, ad oggi, tale invito è rimasto disatteso.
Il pezzo di Repubblica continua ad affondare in forma diffamatoria sugli abitanti del paese di Villella, affermando che un’Informativa dei Carabinieri aveva intimato al Sindaco, Dott. Amedeo Colacino, di evitare questa presentazione per motivazioni legate all’ordine pubblico.
Non solo non è mai esistita alcuna Informativa, ma il Sindaco del paese chiamato in causa ha sporto querela verso tale giornalista, perché i fatti descritti non rispondono al vero.
Per la cronaca, il libro non solo è stato presentato in data successiva, ma in contradditorio con un altro libro ( ‘Perché Briganti?’ ) dei Dott. ri Domenico Iannantuoni e Francesco Cefalì.
Ma il bello deve ancora venire, concentriamoci su quanto asserito dalla Dott. ssa Milicia in tale articolo.
Da come riportato, la ricercatrice asserisce che Villella viene considerato un patriota dai suoi concittadini, quando in realtà era un ladruncolo: scoperta che ha lasciato in molti perplessi.
Per la semplice ragione che fra le motivazioni racchiuse nella richiesta da parte del Comune, assolutamente legittima, di riavere indietro il teschio, è correlata una inconfutabile descrizione storica sull’identità e sul profilo soggettivo del soggetto in questione, sottoposto a fermo, all’epoca, per avere fatto da palo ad un furto. Non un brigate, dunque, ma un poveraccio che per fame, ha fatto da palo. Fin qui, dunque, niente di nuovo, vecchie verità già accertate.
Motivazione che amplifica le ragioni di coloro che invocano la degna sepoltura, perché avvalorano ulteriormente l’aberrazione su Lombroso e nei riguardi della sua criminale tesi dell’atavismo.
Ma è altro che lascia sconcertati in molti, ossia quando si legge che la Prof.ssa Milicia asserisce che : “ Se non ci fosse stato di mezzo Lombroso, il cranio del povero Villella sarebbe stato sepolto in una fossa comune…”
Fermiamoci un attimo e ragioniamo.
Con tutto il rispetto per la docente calabrese, se la chiave di lettura di questa frase è intesa come senso della salvaguardia della pietas dei defunti, a questo punto si avvalora ulteriormente la domanda che cosa ci possa fare un cranio ‘salvato’ ed esposto musealmente, nonostante sia privo di ogni particolare scientifico.
Se la chiave di lettura, è intesa come forma di privilegio, perché il suo feticcio è reso immortale da un folle tagliatore di teste, non ce ne voglia la Dott.ssa Milicia, ma, a parere di molti, siamo al dileggio dell’essere umano nei valori più sacri ( sicuramente involontario da parte della docente, che intende prediligere l’aspetto museale ). Tutt’al più dovrebbe essere Lombroso, l’offender, il massacratore, l’assassino seriale parafiliaco e dovere ringraziare la sua vittima per averlo reso immortale. Solo l’ Italia ha potuto dare retta ad un folle simile, precursore ideologico del nazismo, in considerazione del fatto che all’estero ridono e sbeffeggiano su tali teorie lombrosiane.
Se così fosse, ci si può ricondurre alla teoria che giustifica il male ponendolo come legge, come Ius imperii per definizione naturale: il diritto criminale, che in questo caso, in forma ovvia, si tramuta in diritto criminale di eugenetica.
Senza offesa per nessuno, sono disamine forti, oggettive, che si ritiene possano mettere d’accordo mondo cristiano e mondo ateo con valori etici.
A parere di molti, appaiono altrettanto lacunose e che potrebbero provocare sincero imbarazzo fra gli addetti ai lavori, le ulteriori dichiarazioni della Prof. Milicia, rilasciate al sito Approdonew, quando sostiene che il Lombroso non aveva catalogato i calabresi come criminali o delinquenti per natura, in virtù degli scritti contenuti nel saggio ‘ In Calabria’.
A comprova ulteriore della sua particolare attenzione morbosa nei riguardi della conformazione cranica dei calabresi, al fine di ricavare i lineamenti de ‘ L’uomo Delinquente’, vi è la sua ‘missione di pace’ come Ufficiale medico dell’esercito savoiardo, in cui lo psicopatico millantatore, da buon mercenario al servizio dei criminali sabaudi, ha avuto tutto il tempo per misurare crani, squartare teste consegnate dopo la macelleria degli antesignani dei nazisti. La terra di conquista delle razze inferiori semitiche, non ha scampo.
Si rispetta il diritto di opinione della docente, ma in tutta franchezza, probabilmente nell’ambito dell’ analisi del testo, a parere di molti, sembra le sia sfuggito il capitolo in cui lo stesso Lombroso descriveva in forma chiara, la conformazione cranica dei calabresi, facendo confluire la logica del proprio discorso, in un contesto di soggetti arretrati ed inferiori su scala umana e sociale, stereotipati per via razziale.
E’ anche, riguardo al Museo che l’autrice del libro, utilizza parole di apprezzamento e che lo esclude dall’essere un Museo razzista.
Per molti , non solo è razzista, ma è di più: è sottilmente veteronazista, attraverso messaggi a volte diretti o indiretti, alle volte sottesi, alle volte subliminali, che evocano all’ignaro visitatore, l’elenco di razze inferiori, superiori.
I passaggi diabolici verso il visitatore si possono riscontrare attraverso descrizioni apposte sui resti umani : ‘omo quadrumàno” delle specie inferiori’, rimarcando nella guida del Museo a pagina 75 che: “L'indagine lombrosiana tesa a scoprire quale grande monstrum si celi dietro il ladruncolo o il brigante. Derivando una propensione innata a delinquere dalla struttura anatomica dell'individuo o più semplicemente dall'appartenere a una determinata razza si profila la nuova figura del delinquente nato “.
A questi deliri, il Direttore del Museo ha risposto che l’ente, comunque, informa il visitatore dell’infondatezza scientifica di tali teorie ed a questo punto la domanda è sempre quella: attestata l’infondatezza, che motivo c’e’ di esibire resti umani, cavie da laboratorio ?
E’ come se, ad oggi, in Germania si istituisse un Museo che rielaborerebbe le nefandezze del Dott. Mengele ed esposti i poveri cadaveri dei lager nazisti.
In un’ Europa che è uscita con le ossa rotta da due Guerre Mondiali, siamo all’assurdo, alla profanazione dei valori più sacri ed inviolabili, all’apologia del protonazismo.
Il nazismo, di fatti, non è da considerarsi come l’inventore dell’antisemitismo, ma l’organizzatore perfetto di quelle pratiche, convogliate nel famoso diritto criminale, che hanno portato alla deportazione ed esibizione di uomini perché classificati come esseri inferiori, sulla base della pretesa della massa, in sinergia con l’ideologia: una simbiosi inscindibile.
E queste idee, morte il nazismo, si sono svestite della croce uncinata, ma si sono riciclate nei Governi del mondo, nella scienza, nella medicina deviata, nella biologia mistificata, nelle ideologie segregazioniste di cui Mandela fu un alfiere combattente.
L’ultima frontiera, in Italia, è rappresentata da questa ignobile esposizione di crani, teschi, e quant’altro. Che Dio ci perdoni.
La vicenda Lombroso-Villella, in un ottica di osservazione sociale, è divenuta anche una moda da parte di molti, di blaterare di criminologia, di scrivere di argomenti pertinenti alla scienza criminologica, senza che molti degli interessati abbiano una carta che attesti una minima competenza in questa materia.
Questa moda del Lombroso , non è altro che una prosecuzione della moda lanciata dai telefilm Criminal Mind, da cui molti traggono spunti ‘romanzati’ e lontani dalla scienza investigativa reale, in cui tutti diventano criminologi, tutti trovano l’assassino, tutti sanno andare sulla crime scene.
Qualcosa che rimanda ad un fantastico articolo prodotto dal Prof. Marco Strano ( criminologo di rango internazionale), denominato ‘ I criminologi e il circo mediatico’. Si raccomanda assolutamente la lettura.
Per connessione automatica a questa vicenda, si richiama al gusto del buon senso da parte di molti: non basta leggere la corrispondenza fra Lombroso e Villella, non basta leggere gli scritti di Lombroso, tantomeno recarsi in vacanza nei Comuni calabresi per esaminare atti, per essere conoscitori reali delle origini dell’antropologia criminale. E’ ciò che si legge in alcuni scritti in generale, è di un sincero imbarazzo da non riuscire nemmeno a controbattere.
E’ vero anche che vi sono persone che, al di fuori del mondo criminologico, essendo storici di primo taglio nel panorama nazionale, sono ottimi conoscitori dei contenuti di Lombroso ( come il Dott. Iannantuoni e Dott. Cefalì, tanto di cappello), ma l’appello che si rivolge non a loro, ma a terze, eventuali persone è quello di non sentirsi padroni della materia in forma compiuta, non solo senza avere certificazioni di competenza criminologiche, ma senza avere fatto affondi in ambito investigativo, su: fisiognomica, identificazione preventiva e segnalamento fotodattiloscopico, frenologia, criminologia clinica ed applicata, e tutto quello che riguarda la concettualizzazione dell’antropologia criminale.
Per fare un esempio assolutamente fuori da riferimenti a cose e/o persone, un conto è essere degli ottimi docenti di storia, letteratura, psicologia, matematica, antropologia, altro è avere certificazioni di competenza sull’antropologia criminale, quindi di autentica criminologia; un conto è sapere parlare bene di calcio ed intendersi sugli schemi a zona, altro è fare l’allenatore o il calciatore; un conto è sapere distinguere le varie tipologie d’uccelli, altro è saper volare. Qui libet in arte sua perito est credendum, sostenevano i latini.
Siamo figli di una Costituzione democratica, repubblicana, nata dal bagno di sangue versato dai nostri nonni per liberarci dall’oppressore e dall’oppressione del pregiudizio scientifico e morale.
Non abbiamo bisogno di re, regine o stemmi di casati fasulli.
Abbiamo bisogno del giusto buon senso che faccia rinsavire gli italiani tutti di questa nazione, facendoli sentire legati dal sentimento di nazione e di civiltà dell’etica morale.
Ma affinché arrivi questo, appare necessario svegliare le coscienze ed ergerci a portatori e difensori della civiltà della scienza ed avere il coraggio di abbattere qualsiasi contaminazione o servilismo intellettuale.
Domenico Romeo
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https://www.youtube.com/watch?v=uKo-PVShJ3o
Motta Santa Lucia - 12 Aprile 2014 Presentazione di: PERCHE' BRIGANTI - La vera storia del "brigante" Giuseppe Villella di Motta S. Lucia (di Domenico Iannantuoni e Francesco Cefalì) LOMBROSO E IL BRIGANTE - Storia di un cranio conteso (di Maria Teresa Milicia)
Un contributo verso la vera storia del Risorgimento italiano (il libro si può leggere su ebook a soli euro 3,50: www.inmondadori.it) per averlo in forma cartacea contattare "Arte Grafica di Gigliotti Franco" Via XX Settembre Lamezia Terme
LOMBROSO, il negazionismo e il diritto criminale
Di Domenico RomeoFonte:Lameziainstrada
Sono scorie di veleno quelle che scendono nel campo della scienza forense e nel campo della ricerca storica.
Veleno che scende a fiume, arsenico che trasuda e si getta in un mare di curaro che lascia in eredità un alone implacabile.
E’ Lombroso a scatenare queste discussioni, è il presunto padre dell’antropologia criminale a creare fazioni, scuole di pensiero, tesi più o meno uguali e difformi.
Procediamo con ordine in quel che sarà, con tale pezzo, una disamina investigativa che non ha intenzione di offendere reputazioni di alcun soggetto che verrà citato, ma solo fornire un‘analisi attenta ed un confronto culturale fra le parti chiamate in causa.
Venerdì 28 Marzo usciva un articolo su Repubblica, a firma del giornalista Massimo Novelli, che riportava una notizia inedita e da prime pagine: una studiosa, autrice di un libro su Lombroso, avrebbe subito minacce in seguito alla stesura del proprio libro in cui elogia la figura di Lombroso.
La notizia, come detto, sollevava un polverone perché citava soggetti, personaggi, enti, istituzioni varie.
L’autrice di questo libro, Prof.ssa Maria Teresa Milicia, è una stimata docente calabrese che insegna all’ Università di Padova ed in questo libro descrive la correlazione avuta fra Lombroso con il "brigate" Villella, il successivo analisi del suo cranio. La docente arriva ad una conclusione: le teorie lombrosiane non sono accusabili di razzismo scientifico. Per doverosa comunicazione ad eventuali ignari della materia, il cranio di Villella analizzato da Lombroso, rappresenta il feticcio dell’antropologia criminale su cui Lombroso ha ricavato la teoria del delinquente per natura (teoria astrusa, inventata, debellata dalla scienza).
Per doverosa informazione è necessario fare un’ulteriore correlazione fra il testo, la casa editrice (Salerno) e la sua gestione culturale.
Questo libro, difatti, esce in una collana diretta e seguita dal Prof. Alessandro Barbero, noto negazionista dell’olocausto dei Savoia verso i meridionali, risaputo negatore dell’istituzione del lager di Fenestrelle.
Si aggancia, dunque, la figura di questo accademico, come collante ideologico in ciò che sarà il messaggio definitivo del libro, ed è sul Prof. Barbero che adesso si spenderanno due righe.
Il negazionismo di quest’uomo su ciò che è stato l’ultimo crimine di fine Ottocento, il massacro del popolo del Meridione, appare non solo imbarazzante, a fronte della comprovata, acclarata, inconfutabile documentazione storica che lo accerta, ma diviene lucida dissertazione quando tali tesi vengono spiattellate in trasmissioni Rai, senza un contradditorio. Disinformazione che scorre come verità certa.
Dal profiling emerge l’uso della parola "frottola" al crimine etnico perpetrato, stessa tipologia di parola utilizzata dal negazionista della Shoah Faurisson, in sede di negazione di tale eccidio (“le camere a gas sono state una frottola di guerra, causa impossibilità tecnica di fuoriuscita”).
Altro particolare che porta ad attenzionare subito la psicologia del negazionista in genere, è l’utilizzo continuo del termine "revisionista". "Sei un revisionista"… "basta con questo revisionismo"…sono aspetti mentali di chi tende ad imporre una realtà costruita, spesso, artificiosamente e tramandata per verità storica sicura.
Pansa, giornalista autore di numerosi libri sul dopo il 25 Aprile in Italia, fu accusato violentemente, da specifici schieramenti politici, di "revisionismo", soltanto per avere detto il vero, ossia che il movimento partigiano italiano non era uniforme sugli intenti della post liberazione: alcuni partigiani optavano per una Nazione con Costituzione democratica, o Repubblicana, altri partigiani filo-sovietici optavano per una Nazione comunista (e, documenti alla mano, considerata tradita la Resistenza, iniziarono a porre inizio ad eccidi). Tutti i partigiani erano antifascisti, ma non tutti i partigiani erano liberali.
La parola di accusa "revisionista", nella psiche negazionista, indica un fastidio generato dalla volontà di chi sta di fronte, di dimostrare non solo accadimenti storici diversi nelle tesi, ma esposti in forma che indurrebbero al negazionista la perdita della sua credibilità e carisma sociale.
In realtà, non solo chi accusa di revisionismo è immerso in un pantano di negazionismo/oscurantismo, ma è evidente che vi è un linkage psicologico fra coloro i quali negano crimini accaduti, pur essendo soggetti di diversa nazionalità, contestualità storica, epoca.
In tale trasmissione lo show del negazionista, è proseguito, attribuendo il fenomeno del brigantaggio ad una mera lotta di ricchi contro poveri, collocando Pontelandolfo in Lucania (Professore, con rispetto parlando, la invitiamo non solo a riguardare la storia, ma anche la geografia in considerazione del fatto che tale località si trova in Campania).
Davanti agli schermi Rai, il nostro insigne luminare, dapprima nega l’ olocausto savoiardo, poi si contraddice confermando la discesa agli inferi dei liberatori piemontesi. Egregio Prof, ci ha un pò confusi, ci scusi, ricominciamo, repetita iuvant. Insomma, chiediamo scusa e sempre con rispetto parlando: sono scesi o non sono scesi al Mezzogiorno questi benedetti Savoia? Vuoi vedere che quell’esercito, con Lombroso al seguito, era sceso al Sud per trovare moglie meridionale tutta casa e chiesa?
Oltre alla negazione di massacri, eccidi, deportazioni, è bene sapere che il Prof. Barbero ha curato la prefazione del libro "Le catene dei Savoia" (scritto da altri autori), dove non solo si nega l’olocausto sabaudo, ma l’ accademico arriva ad una tesi, incredibilmente e lucidamente disarmante: ai meridionali deportati a Fenestrelle, era giusto destinare loro la sorte di essere sciolti nella calce viva, perché considerate le usanze dei tempi, si doveva fare ciò "per motivi di igiene".
Tesi che potrebbe essere interpretata come la solita, viscida, infame, reietta ratio sottesa che porta a fare indurre un messaggio chiaro e preciso: i meridionali puzzavano, puzzano e puzzeranno sempre. Rassegnatevi, sporchi terroni, è la vostra condizione naturale.
I Savoia, come da storia documentata, possono essere additati come i primi, veri, traditori della Patria, nonché traditori di quell’idea risorgimentale che aspirava di assegnare, ad un’unica Nazione, il concetto di autodeterminazione di un popolo e l’idea di Patria come casa comune.
“I Savoia hanno, nel dna della razza, l’assassino di Stato, le stragi innocenti, l’odio contro le masse lavoratrici”. Questa è stata la descrizione su quella dinastia reale prodotta dallo storico Gerlando Lentini, e nulla è più vero.
Una gloriosa carriera criminale, quella sabauda, iniziata con la corruzione, le devastazioni, la pulizia etnica del Sud, proseguita con la firma delle leggi razziali e conclusa in forma dignitosa con la fuga vigliacca di notte al porto di Pescara, approfittando di una nazione sotto le macerie del Secondo conflitto mondiale.
Vigliacchi e ladri, assassini impuniti.
Ma sia chiaro che, quando in questa disamina, si utilizzano detti riferimenti al casato Savoia, si specifica che i riferimenti vanno solo ed esclusivamente "a quei Savoia", quei signori che dal 1861 al 1943 erano presenti nel territorio nazionale a compiere le peggiori gesta criminali. E’ opportuno e doveroso indicare che tali riferimenti escludono gli eredi, i congiunti e gli affini dei fuggiaschi sabaudi, cittadini al di fuori di ogni colpa, meritevoli del consueto rispetto umano e che, rientrando in Italia dopo l’approvazione di legge, hanno accettato le norme sancite dalla Costituzione divenendo cittadini uguali agli altri nei diritti e nei doveri.
Avendo posto chiarezza sulla collana che gestisce il saggio della Prof. Milicia, dopo avere decritto, seppur in forma lieve, le assonanze psicologiche dei negazionisti, è bene spiegare a questo punto, che cos’è il negazionismo, l’oscurantismo e chi sono i negazionisti.
In termini sia scientifici che nell’ottica dell’investigazione psicologica, la differenza è sostanzialmente questa: l’oscurantismo è il nascondimento di crimini ideologici prodotto a monte, ossia da governi che, detenendo il potere, cercano di nascondere crimini ideologici commessi; il negazionismo è quella forma di negazione di un crimine ideologico, non sempre commesso da governi, ma da ambiti sociali o ideologici, che protendono a negare (anche pacchianamente) o a sminuire crimini efferati commessi in nome di una qualsiasi idea.
Il negazionista è colui che, innanzi all’evidenza, nega un crimine profanando la verità, o per un proprio delirio ideologico proteso all’avversione verso una razza, etnia, ecc., o in forma "guidata" al servizio di un Governo. In ultima analisi, può anche essere un folle più o meno dichiarato.
E così, nell’ universo dei negazionisti, troviamo una vasta gamma di coloro che negano con tutte le loro forze: la Shoah ebraica, l’eccidio degli indiani, le Foibe, il massacro del Sud da parte dei Savoia, la mafia, la Nakba e …. persino la nascita di Gesù Cristo (si può non credere alla figura messanica di Yousha Ben Joseph, ma la sua esistenza vissuta è realtà storica, desumibile sia in ambito teologico che dalla storia romana).
Basta solo pensare che la Turchia fatica, ad oggi, a trovare un serio riconoscimento per l’ingresso all’interno della Comunità Europea, in virtù di una presenza molto forte (anche in sede governativa), di negatori del massacro degli armeni, il primo eccidio del secolo novecento.
A questo, si aggiunge un particolare. In Italia, è rimasta in sospeso una legge che cataloga "il negazionismo" come reato. Dovesse passare questa legge, negare ogni genocidio accaduto, è reato, così’ come è reato diffondere tesi, diffamatorie, oscurantiste, propendenti alla negazione del genocidio in questione.
Bene, in considerazione che i massacri avvenuti in fase post-unitaria a Pontelandolfo e Casalduni ed in tutto il meridione dello Stivale (le predette località si trovano in Campania, Professore Barbero, non in Lucania, repetita iuvant semper), sono stati riconosciuti dal Governo italiano come genocidio (tempo fa l’ On. Amato si è recato in quei luoghi al fine di rendere onore alla stele dei martiri), dovesse passare la legge, negare tale pulizia etnica diverrà reato.
Torniamo all’origine del tema e pensiamo a ciò che è stato spunto di riflessione per molti. Come fa un’autrice calabrese ad essere promossa editorialmente da una collana negazionista ?
Per molti versi, non ce ne voglia nessuno, è come se un autore, o un’autrice, di chiare origine ebraiche, scrivesse un testo sul negazionismo della Shoah, facendosi sponsorizzare da una collana editoriale guidata da Faurisson.
Si ritiene che all’opinione pubblica tale notizia potrebbe provocare sconcerto e disgusto.
Se l’intento della Dott.ssa Milicia era quello di fare pubblicità al libro o di sponsorizzarlo mediante una fine campagna mediatica, allora possiamo dire che l’ operazione è perfettamente riuscita.
Ad ogni modo, la risposta la si individua nel vuoto normativo ad oggi esistente riguardante la legge sul ‘negazionismo’ rimasta immobile in sede di legiferazione ed è riconducibile ad una differenza sostanziale che c’è fra ciò che è immorale e ciò che è illegale.
In Italia, i negazionisti non rispondono penalmente, ma subiscono solo la pubblica esecrazione della scienza, dalla storia, dall’opinione pubblica. Ma non vanno in galera, purtroppo. Almeno per adesso. Le loro idee di profanazione sui crimini riconosciuti come genocidi, vengono fatte passare come scusante della libertà di pensiero, di opinione, di conduzione della ricerca storica.
All’estero, invece, in Paesi come l’ Austria, la moda del negazionismo come dirupo della scienza deviata, è quasi debellato in virtù di numerosi arresti condotti a criminali del pensiero o grazie numerosi internamenti in manicomi a soggetti che giuravano di avere parlato con testimoni della Shoah e testimoniavano l’assenza dei lager nazisti.
E’, pertanto, fuor di dubbio il fatto che coloro i quali, in Italia, negano il genocidio al popolo meridionale, non solo un giorno avranno buone possibilità di riempire le patrie galere, una volta passata la legge, ma andranno in galera coloro i quali diffonderanno libri, pseudo tesi, scritti, che recheranno nocumento alla dignità del dolore derivante dalle pulizie etniche. E le persone che si affiancheranno ideologicamente, culturalmente, intellettualmente, come da testo di legge, risponderanno di un ulteriore reato altrettanto : il concorso morale, forse più grave, perché recepito dall’esterno.
Questa impunità presente in Italia, fa scaturire un pericoloso diritto occulto, invisibile, che non è un diritto scritto, né tacito, ma una presa di posizione che nasce dall’automatismo delle tesi infami portate come certe: il diritto criminale.
Questo diritto si consolida con la volontà piena di volere, quindi con la volontà di ‘sentirsi in diritto’, di calpestare il crimine oggetto di attenzione, di essere ancora nel ‘diritto’ di alterare, mistificare la realtà a proprio piacimento. Il diritto criminale è quella sorta di moda culturale che intellettualoidi in odore di spirito di negazione, rendono ad adepti, incapaci al momento della volontà di discernimento fra verità e faziosità. Il diritto criminale, nasce quando la negazione e/o l’atteggiamento criminale preso in riferimento, diviene legalizzato spiritualmente, psicologicamente e/o di fatto. Si configura questa singolare forma di diritto, attraverso una volontà che porta a rimarcare , anche, o la liceità del crimine effettuato dall’offender, il quale ha agito per necessità storica o morale, e/o per evitare conseguenze peggiori verso la vittima, che in tale contesto dovrebbe essere grata al suo carnefice e che lo porta ad una forma di dipendenza/riconoscenza per lunghi tratti della vita.
Il diritto criminale trova la sua applicazione, altresì, quando, in particolari Stati teocratici di oggi, viene preteso dalla massa che in virtù di severe tradizioni e codici sociali, legifera il crimine verso un soggetto, come espiazione di un male irredimibile e gravemente offensivo. Capita, pertanto, che numerose donne vengono lapidate perché presunte adultere, capita che chi professa una religione ‘non ufficiale’, venga sgozzato. E’ crimine, ma è legge, quindi crimine non è.
E’ ossatura Costituzionale, parimenti a come consideriamo sacri i nostri dettati di legge ( seppur diversi, ovviamente, nell’esplicazione tipica di una Democrazia occidentale).
Il diritto criminale è, quindi, un’applicazione psicologica che prima di fondarsi sulla pratica storica, agisce con aggressiva profondità come ‘mindhunters’ verso il genere umano.
Dispiace per la prolissità dell’incipit, si è fatta questa premessa doverosa, fondamentale per tracciare un profilo prodromico , del tutto oggettivo, su quanto sarà in disamina.
Tornando all’articolo si riportano alcuni stralci di fondamentale importanza.
Scrive il giornalista Massimo Novelli che la presentazione della Prof. Milicia, da farsi nella patria di Giuseppe Villella, Motta S. Lucia, non si è svolta perché ‘ si temevano contestazioni da parte di esponenti di quei movimenti neoborbonici e antiunitari che da tempo, mediante uno stravolgimento e manipolazione della storia d’ Italia e del Risorgimento, impazzano sul web, attaccando ed insultando chi non la pensi come loro’
Questa notizia riportata è falsa
La falsità, si tramuta in diffamazione, stortura della verità, quando, successivamente nell’articolo, si cita il Comitato No Lombroso, associandolo sottesamente ad un movimento di natura quasi anarco- insurrezionalista. Disinformazione gratuita, messa in moto senza conoscere gli intenti di questo Comitato scientifico. Quest’ultimo, applica una finalità, come da atto costitutivo, di condurre un’ opera di abbattimento alle teorie eugenetiche condotte dal capostipite dell’Antropologia Criminale, promuovendo un disegno di legge per la messa al bando della memoria di uomini colpevoli direttamente e indirettamente di delitti connessi con crimini di guerra e razzismo.
Un fine nobile di tale Comitato Scientifico, rigorosamente apolitico, apartitico composto da uomini e donne di diversa levatura intellettuale, che combattono per una causa comune: i diritti umani. Attaccare il Comitato Scientifico significa attaccare i diritti umani, né più, né meno. Attaccare i diritti umani, diventa, un’ azione disdicevole da qualsivoglia persona la metta in pratica.
La causa perorata dal Comitato Scientifico, è sì quella legata al cranio di Villella, ma anche quella legata alla restituzione di ogni resto umano esposto in maniera barbara ed indecente, senza alcun motivo né fondamento scientifico, all’interno del Museo Lombroso di Torino. Quei resti appartengono ad essere umani fatti passare artificiosamente per delinquenti , in una nazione che tutela il diritto al decoro dell’essere umano, in vita e dopo, in un sistema internazionale tutelato dalla Carta di Nizza.
Con il coinvolgimento di artisti, enti, personalità di spicco nei vari campi della Nazione, il Comitato Scientifico viene vissuto dagli appartenenti come una dimensione umana preponderante, figlia di un senso di appartenenza comunitario e spirituale, slegato da oltranzismi religiosi, politici, personali.
Fatta chiarezza su questo, si potrebbe intendere l’attacco ad un Comitato Scientifico che lotta per la salvaguardia dei diritti umani, come una manovra artificiosa di spostare il baricentro della verità in canali di disinformazione per creare denigrazione gratuita.
Passare dall’attività scientifica, dai diritti umani, al nostalgismo neoborbonico…certo che ce ne vuole !
A tal uopo, si precisa che dopo simili notizie giornalistiche, il Presidente del prefato Comitato, Dott. Domenico Iannantuoni, ha avuto un incontro telefonico con il Sig. Novelli, il quale ha mostrato sincera costernazione nell’apprendere le attività reali del ‘ No Lombroso’ e , pertanto, si dirà: chi ha dettato l’inquietante testo all’ignaro giornalista ? A quest’ultimo, non si vuole ascrivere nessuna colpa, se non la leggerezza di avere riportato notizie che ha ritenuto, erroneamente, fondate dalla fonte. E questa fonte, chi sarebbe ? Peccato, ancora, che all’invito estesogli di fare dovute integrazioni doverose all’articolo, ad oggi, tale invito è rimasto disatteso.
Il pezzo di Repubblica continua ad affondare in forma diffamatoria sugli abitanti del paese di Villella, affermando che un’Informativa dei Carabinieri aveva intimato al Sindaco, Dott. Amedeo Colacino, di evitare questa presentazione per motivazioni legate all’ordine pubblico.
Non solo non è mai esistita alcuna Informativa, ma il Sindaco del paese chiamato in causa ha sporto querela verso tale giornalista, perché i fatti descritti non rispondono al vero.
Per la cronaca, il libro non solo è stato presentato in data successiva, ma in contradditorio con un altro libro ( ‘Perché Briganti?’ ) dei Dott. ri Domenico Iannantuoni e Francesco Cefalì.
Ma il bello deve ancora venire, concentriamoci su quanto asserito dalla Dott. ssa Milicia in tale articolo.
Da come riportato, la ricercatrice asserisce che Villella viene considerato un patriota dai suoi concittadini, quando in realtà era un ladruncolo: scoperta che ha lasciato in molti perplessi.
Per la semplice ragione che fra le motivazioni racchiuse nella richiesta da parte del Comune, assolutamente legittima, di riavere indietro il teschio, è correlata una inconfutabile descrizione storica sull’identità e sul profilo soggettivo del soggetto in questione, sottoposto a fermo, all’epoca, per avere fatto da palo ad un furto. Non un brigate, dunque, ma un poveraccio che per fame, ha fatto da palo. Fin qui, dunque, niente di nuovo, vecchie verità già accertate.
Motivazione che amplifica le ragioni di coloro che invocano la degna sepoltura, perché avvalorano ulteriormente l’aberrazione su Lombroso e nei riguardi della sua criminale tesi dell’atavismo.
Ma è altro che lascia sconcertati in molti, ossia quando si legge che la Prof.ssa Milicia asserisce che : “ Se non ci fosse stato di mezzo Lombroso, il cranio del povero Villella sarebbe stato sepolto in una fossa comune…”
Fermiamoci un attimo e ragioniamo.
Con tutto il rispetto per la docente calabrese, se la chiave di lettura di questa frase è intesa come senso della salvaguardia della pietas dei defunti, a questo punto si avvalora ulteriormente la domanda che cosa ci possa fare un cranio ‘salvato’ ed esposto musealmente, nonostante sia privo di ogni particolare scientifico.
Se la chiave di lettura, è intesa come forma di privilegio, perché il suo feticcio è reso immortale da un folle tagliatore di teste, non ce ne voglia la Dott.ssa Milicia, ma, a parere di molti, siamo al dileggio dell’essere umano nei valori più sacri ( sicuramente involontario da parte della docente, che intende prediligere l’aspetto museale ). Tutt’al più dovrebbe essere Lombroso, l’offender, il massacratore, l’assassino seriale parafiliaco e dovere ringraziare la sua vittima per averlo reso immortale. Solo l’ Italia ha potuto dare retta ad un folle simile, precursore ideologico del nazismo, in considerazione del fatto che all’estero ridono e sbeffeggiano su tali teorie lombrosiane.
Se così fosse, ci si può ricondurre alla teoria che giustifica il male ponendolo come legge, come Ius imperii per definizione naturale: il diritto criminale, che in questo caso, in forma ovvia, si tramuta in diritto criminale di eugenetica.
Senza offesa per nessuno, sono disamine forti, oggettive, che si ritiene possano mettere d’accordo mondo cristiano e mondo ateo con valori etici.
A parere di molti, appaiono altrettanto lacunose e che potrebbero provocare sincero imbarazzo fra gli addetti ai lavori, le ulteriori dichiarazioni della Prof. Milicia, rilasciate al sito Approdonew, quando sostiene che il Lombroso non aveva catalogato i calabresi come criminali o delinquenti per natura, in virtù degli scritti contenuti nel saggio ‘ In Calabria’.
A comprova ulteriore della sua particolare attenzione morbosa nei riguardi della conformazione cranica dei calabresi, al fine di ricavare i lineamenti de ‘ L’uomo Delinquente’, vi è la sua ‘missione di pace’ come Ufficiale medico dell’esercito savoiardo, in cui lo psicopatico millantatore, da buon mercenario al servizio dei criminali sabaudi, ha avuto tutto il tempo per misurare crani, squartare teste consegnate dopo la macelleria degli antesignani dei nazisti. La terra di conquista delle razze inferiori semitiche, non ha scampo.
Si rispetta il diritto di opinione della docente, ma in tutta franchezza, probabilmente nell’ambito dell’ analisi del testo, a parere di molti, sembra le sia sfuggito il capitolo in cui lo stesso Lombroso descriveva in forma chiara, la conformazione cranica dei calabresi, facendo confluire la logica del proprio discorso, in un contesto di soggetti arretrati ed inferiori su scala umana e sociale, stereotipati per via razziale.
E’ anche, riguardo al Museo che l’autrice del libro, utilizza parole di apprezzamento e che lo esclude dall’essere un Museo razzista.
Per molti , non solo è razzista, ma è di più: è sottilmente veteronazista, attraverso messaggi a volte diretti o indiretti, alle volte sottesi, alle volte subliminali, che evocano all’ignaro visitatore, l’elenco di razze inferiori, superiori.
I passaggi diabolici verso il visitatore si possono riscontrare attraverso descrizioni apposte sui resti umani : ‘omo quadrumàno” delle specie inferiori’, rimarcando nella guida del Museo a pagina 75 che: “L'indagine lombrosiana tesa a scoprire quale grande monstrum si celi dietro il ladruncolo o il brigante. Derivando una propensione innata a delinquere dalla struttura anatomica dell'individuo o più semplicemente dall'appartenere a una determinata razza si profila la nuova figura del delinquente nato “.
A questi deliri, il Direttore del Museo ha risposto che l’ente, comunque, informa il visitatore dell’infondatezza scientifica di tali teorie ed a questo punto la domanda è sempre quella: attestata l’infondatezza, che motivo c’e’ di esibire resti umani, cavie da laboratorio ?
E’ come se, ad oggi, in Germania si istituisse un Museo che rielaborerebbe le nefandezze del Dott. Mengele ed esposti i poveri cadaveri dei lager nazisti.
In un’ Europa che è uscita con le ossa rotta da due Guerre Mondiali, siamo all’assurdo, alla profanazione dei valori più sacri ed inviolabili, all’apologia del protonazismo.
Il nazismo, di fatti, non è da considerarsi come l’inventore dell’antisemitismo, ma l’organizzatore perfetto di quelle pratiche, convogliate nel famoso diritto criminale, che hanno portato alla deportazione ed esibizione di uomini perché classificati come esseri inferiori, sulla base della pretesa della massa, in sinergia con l’ideologia: una simbiosi inscindibile.
E queste idee, morte il nazismo, si sono svestite della croce uncinata, ma si sono riciclate nei Governi del mondo, nella scienza, nella medicina deviata, nella biologia mistificata, nelle ideologie segregazioniste di cui Mandela fu un alfiere combattente.
L’ultima frontiera, in Italia, è rappresentata da questa ignobile esposizione di crani, teschi, e quant’altro. Che Dio ci perdoni.
La vicenda Lombroso-Villella, in un ottica di osservazione sociale, è divenuta anche una moda da parte di molti, di blaterare di criminologia, di scrivere di argomenti pertinenti alla scienza criminologica, senza che molti degli interessati abbiano una carta che attesti una minima competenza in questa materia.
Questa moda del Lombroso , non è altro che una prosecuzione della moda lanciata dai telefilm Criminal Mind, da cui molti traggono spunti ‘romanzati’ e lontani dalla scienza investigativa reale, in cui tutti diventano criminologi, tutti trovano l’assassino, tutti sanno andare sulla crime scene.
Qualcosa che rimanda ad un fantastico articolo prodotto dal Prof. Marco Strano ( criminologo di rango internazionale), denominato ‘ I criminologi e il circo mediatico’. Si raccomanda assolutamente la lettura.
Per connessione automatica a questa vicenda, si richiama al gusto del buon senso da parte di molti: non basta leggere la corrispondenza fra Lombroso e Villella, non basta leggere gli scritti di Lombroso, tantomeno recarsi in vacanza nei Comuni calabresi per esaminare atti, per essere conoscitori reali delle origini dell’antropologia criminale. E’ ciò che si legge in alcuni scritti in generale, è di un sincero imbarazzo da non riuscire nemmeno a controbattere.
E’ vero anche che vi sono persone che, al di fuori del mondo criminologico, essendo storici di primo taglio nel panorama nazionale, sono ottimi conoscitori dei contenuti di Lombroso ( come il Dott. Iannantuoni e Dott. Cefalì, tanto di cappello), ma l’appello che si rivolge non a loro, ma a terze, eventuali persone è quello di non sentirsi padroni della materia in forma compiuta, non solo senza avere certificazioni di competenza criminologiche, ma senza avere fatto affondi in ambito investigativo, su: fisiognomica, identificazione preventiva e segnalamento fotodattiloscopico, frenologia, criminologia clinica ed applicata, e tutto quello che riguarda la concettualizzazione dell’antropologia criminale.
Per fare un esempio assolutamente fuori da riferimenti a cose e/o persone, un conto è essere degli ottimi docenti di storia, letteratura, psicologia, matematica, antropologia, altro è avere certificazioni di competenza sull’antropologia criminale, quindi di autentica criminologia; un conto è sapere parlare bene di calcio ed intendersi sugli schemi a zona, altro è fare l’allenatore o il calciatore; un conto è sapere distinguere le varie tipologie d’uccelli, altro è saper volare. Qui libet in arte sua perito est credendum, sostenevano i latini.
Siamo figli di una Costituzione democratica, repubblicana, nata dal bagno di sangue versato dai nostri nonni per liberarci dall’oppressore e dall’oppressione del pregiudizio scientifico e morale.
Non abbiamo bisogno di re, regine o stemmi di casati fasulli.
Abbiamo bisogno del giusto buon senso che faccia rinsavire gli italiani tutti di questa nazione, facendoli sentire legati dal sentimento di nazione e di civiltà dell’etica morale.
Ma affinché arrivi questo, appare necessario svegliare le coscienze ed ergerci a portatori e difensori della civiltà della scienza ed avere il coraggio di abbattere qualsiasi contaminazione o servilismo intellettuale.
Domenico Romeo
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venerdì 25 aprile 2014
LIBERAZIONE; raggiunta la civiltà in Italia è divenuta costante mentre la popolazione è in aumento
Questa nota è solo una personale e coraggiosa valutazione degli eventi che portarono alla vera Liberazione.
“ Dopo Napoli la parola d'ordine dell'insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana “ Luigi Longo. Ed. Riuniti, Roma1974 , pag.102
LIBERAZIONE; raggiunta la civiltà in Italia è divenuta costante mentre la popolazione è in aumento.
Di Bruno Pappalardo
Son felice come una pasqua; oggi si celebra il 69° anniversario della liberazione dell’Italia dall’aggressione, ferocia dei saccheggi e rastrellamenti, dalla crudeltà di spietate esecuzioni pubbliche e della scelleratezza ineffabile dell’esercito tedesco in Italia.
Son radioso dunque per chi fu testimone e s’afflisse sulle macerie, per chi perse i figli e i padri, per chi soffrì e morì di fame, per chi si salvò ma restò per sempre colpito.
Son certo pago e di questo e ringrazio come dice Renzi “i ribelli di allora” ma anche lostorico Marco Revelli che sottolinea che "I ribelli di allora sono gli stessi di oggi, che si ribellano a chi vuole manomettere la loro Costituzione in senso autoritario”.
Il 25 aprile, significa, allora, “difendere la Costituzione nata dalla Resistenza".
Ricordo ancora le parole di Giorgio Bocca, il partigiano giornalista, che durante una intervista di qualche anno fa, sottolineava la spontaneità della ribellione napoletana ai soli negozi alimentari controllati dalle forze germaniche della città. Stia sempre bene il nostro Giorgio e spero sia in pace con se stesso!
In vero non fu affatto così!
Fu ribellione vera e propria; fu la prima città europea a insorgere contro i nazisti. Il primo colpo di fucile fu sparato da un terrazzo di Santa Teresa degli Scalzi e immediatamente dopo dal Vomero come anche l’ultimo dallo stesso quartiere.
Avemmo atti di eroismo incommensurabili. Bambini, donne e uomini, anche quelli nascosti nelle intercapedini murarie delle vecchie case o dietro i fondali si armadi e nicchie, scesero in strada mentre tra Sorrento e capri si stavano ammassando molte navi alleate ma immobilizzate dal un mare infestato da mine. In città 20.000 tedeschi a fronte di soli 8.000 ribelli in tutta la Campania.
Ci ricordiamo di Schettini ma non del generale Del Tetto che fuggì con panni da civile proprio da Napoli di cui ebbe affidata la responsabilità militare e non prima di aver consegnato la città, con la redazione di un manifesto che invitava la popolazione a desistere, oppure autorizzava i militi a sparare sui napoletani in caso di disubbidienza. Morì nel carcere di Procida per una gastrite.
Anche il generale Riccardo Pentimalli ebbe le stesse responsabilità e condannato a 20 anni di carcere dalla Cassazione ma poi, … dunque, non fu l’unico caso dell’Alta Corte, con un cavillo legale, gli venne ridata la libertà.
Napoli riuscì a liberarsi completamente aprendo le porte della città agli alleati che la trovarono totalmente libera.
Ma, allora, i conti non tornano!? Tutto questo accadeva dal 27 al 30 di Settembre del 1943! Ben due anni prima di quella che oggi festeggiamo! Perché festeggiamo adesso? Perché se già tutta l’Italia era ormai libera (nel ’44 Roma raggiunse la stessa condizione di Napoli, liberata e aperta) si festeggia questo giorno?
Non vorrei si credesse che si ha voglia cercar stupidi primati anche in questa bella ma triste ricorrenza? Tuttavia è giusto ricordare la Storia spesso dimentica la realtà dei fatti.
S’attese infatti che anche il Nord mostrasse lo stesso ardore e nonostante fossero sui monti, in clandestinità da tantissimo nulla precipitava.
Si dice che una vita è già tale nell’atto del concepimento. Quando si tratta di memoria e di onore non vale.
Si festeggia oggi perché mancava appunto quel pezzettino di Nord che solo nel ’45 si mosse, prendendo la gestione dell’intera resistenza accompagnandola con strabocchevoli proclami radiofonici mentre a via Caracciolo da tanto e già allora avevamo già liberato il litorale.
Insomma forse son troppe le chiacchiere, …importante è che la “LIBERTA’” giungeva e che una straordinaria imparagonabile Costituzione italiana nasceva per tutti noi.
AIUTIAMO I DIFENSORI DELLA COSTITUZIONE A DIFENDERLA e, qualora fosse necessario, con oculatezza e senso della memoria e della civiltà, venga pure ritoccata MA NON RESA STORPIA NELLA NATURA DELLA SUA ORIGINARIA FORZA RIVOLUZIONARIA.

Questa nota è solo una personale e coraggiosa valutazione degli eventi che portarono alla vera Liberazione.
“ Dopo Napoli la parola d'ordine dell'insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana “ Luigi Longo. Ed. Riuniti, Roma1974 , pag.102
LIBERAZIONE; raggiunta la civiltà in Italia è divenuta costante mentre la popolazione è in aumento.
Di Bruno Pappalardo
Son felice come una pasqua; oggi si celebra il 69° anniversario della liberazione dell’Italia dall’aggressione, ferocia dei saccheggi e rastrellamenti, dalla crudeltà di spietate esecuzioni pubbliche e della scelleratezza ineffabile dell’esercito tedesco in Italia.
Son radioso dunque per chi fu testimone e s’afflisse sulle macerie, per chi perse i figli e i padri, per chi soffrì e morì di fame, per chi si salvò ma restò per sempre colpito.
Son certo pago e di questo e ringrazio come dice Renzi “i ribelli di allora” ma anche lostorico Marco Revelli che sottolinea che "I ribelli di allora sono gli stessi di oggi, che si ribellano a chi vuole manomettere la loro Costituzione in senso autoritario”.
Il 25 aprile, significa, allora, “difendere la Costituzione nata dalla Resistenza".
Ricordo ancora le parole di Giorgio Bocca, il partigiano giornalista, che durante una intervista di qualche anno fa, sottolineava la spontaneità della ribellione napoletana ai soli negozi alimentari controllati dalle forze germaniche della città. Stia sempre bene il nostro Giorgio e spero sia in pace con se stesso!
In vero non fu affatto così!
Fu ribellione vera e propria; fu la prima città europea a insorgere contro i nazisti. Il primo colpo di fucile fu sparato da un terrazzo di Santa Teresa degli Scalzi e immediatamente dopo dal Vomero come anche l’ultimo dallo stesso quartiere.
Avemmo atti di eroismo incommensurabili. Bambini, donne e uomini, anche quelli nascosti nelle intercapedini murarie delle vecchie case o dietro i fondali si armadi e nicchie, scesero in strada mentre tra Sorrento e capri si stavano ammassando molte navi alleate ma immobilizzate dal un mare infestato da mine. In città 20.000 tedeschi a fronte di soli 8.000 ribelli in tutta la Campania.
Ci ricordiamo di Schettini ma non del generale Del Tetto che fuggì con panni da civile proprio da Napoli di cui ebbe affidata la responsabilità militare e non prima di aver consegnato la città, con la redazione di un manifesto che invitava la popolazione a desistere, oppure autorizzava i militi a sparare sui napoletani in caso di disubbidienza. Morì nel carcere di Procida per una gastrite.
Anche il generale Riccardo Pentimalli ebbe le stesse responsabilità e condannato a 20 anni di carcere dalla Cassazione ma poi, … dunque, non fu l’unico caso dell’Alta Corte, con un cavillo legale, gli venne ridata la libertà.
Napoli riuscì a liberarsi completamente aprendo le porte della città agli alleati che la trovarono totalmente libera.
Ma, allora, i conti non tornano!? Tutto questo accadeva dal 27 al 30 di Settembre del 1943! Ben due anni prima di quella che oggi festeggiamo! Perché festeggiamo adesso? Perché se già tutta l’Italia era ormai libera (nel ’44 Roma raggiunse la stessa condizione di Napoli, liberata e aperta) si festeggia questo giorno?
Non vorrei si credesse che si ha voglia cercar stupidi primati anche in questa bella ma triste ricorrenza? Tuttavia è giusto ricordare la Storia spesso dimentica la realtà dei fatti.
S’attese infatti che anche il Nord mostrasse lo stesso ardore e nonostante fossero sui monti, in clandestinità da tantissimo nulla precipitava.
Si dice che una vita è già tale nell’atto del concepimento. Quando si tratta di memoria e di onore non vale.
Si festeggia oggi perché mancava appunto quel pezzettino di Nord che solo nel ’45 si mosse, prendendo la gestione dell’intera resistenza accompagnandola con strabocchevoli proclami radiofonici mentre a via Caracciolo da tanto e già allora avevamo già liberato il litorale.
Insomma forse son troppe le chiacchiere, …importante è che la “LIBERTA’” giungeva e che una straordinaria imparagonabile Costituzione italiana nasceva per tutti noi.
AIUTIAMO I DIFENSORI DELLA COSTITUZIONE A DIFENDERLA e, qualora fosse necessario, con oculatezza e senso della memoria e della civiltà, venga pure ritoccata MA NON RESA STORPIA NELLA NATURA DELLA SUA ORIGINARIA FORZA RIVOLUZIONARIA.

L’esilio dei Savoia
Di Antonio Ciano
Abbiamo assistito in questi ultimi anni alle reiterate richieste del signor Vittorio Savoia e a quelle di suo figlio Emanuele Filiberto di poter ritornare in Italia. Radio, televisioni, quotidiani, settimanali, mensili, quasi tutti a cantar messe di mezzanotte, quasi tutti a favore di quei “poverini” in esilio e quasi tutti col dire:” Chiudiamo i conti col passato, che c’entrano i figli e i nipoti col l’infamia dei loro nonni e bisnonni?”.
Il caso è finito persino al Parlamento europeo e sia la destra che la sinistra sembrano aver scordato la storia. Noi no.
La rivendicazione degli ebrei all’ottenimento del rispetto universale parte dai terrificanti numeri dei deportati e dei morti dell’olocausto. Terrificanti e raccapriccianti per l’entità. Qui si parla di milioni; non di bruscolini ma di esseri umani. E tutto l’occidente, riconoscendo la bontà delle rivendicazioni ebraiche, si schiera dalla loro parte e cerca di tributare, nei limiti del consentito, i risarcimenti possibili ( oltre alla caccia agli ultimi carnefici sopravvissuti).
Per quanto riguarda la “ questione Savoia” il ragionamento dovrebbe essere analogo, a condizione che si potessero conoscere i numeri riguardanti:
1) I morti procurati al Sud con l’invasione barbarica del 1860, quella piemontese appunto; i deportati, i torturati, i fucilati o fatti morire di fame, di freddo e di stenti nei dieci anni e passa di repressione sanguinaria fatta chiamare dai sabaudi “ repressione del brigantaggio”.
2) I beni depredati al Sud e trasportati nel Piemonte: ricchezze finanziarie, culturali, sociali, sottratte con la forza dai vincitori. Il solo Vittorio Emanuele II, secondo Silvio Bertoldi nel suo libro Il re che fece l’Italia, racconta delle ricchezze personali accumulate dal sovrano e tenute in cassaforte, qualcosa come 250 mila miliardi attuali. ( Liberazione, giornale comunista, intervista a Lorenzo del Boca, anno 2002, martedì 24 dicembre, pag 21 )
3) Gli emigranti diasporati in tutto il mondo per sfuggire alla fame, alla miseria e all’oppressione delle orde piemontesi; ossia milioni di persone disperse in tutte le latitudini.
4) miliardi incalcolabili di dollari, sterline, pesos, bolivar, escudos, marchi, franchi, procurati ai boiardi liberali, capitalisti e massoni del Nord, nell’arco di un secolo ed oltre. Le rimesse degli emigranti, sicuramente più voluminose del Vesuvio, dell’Etna e dello Stromboli messe assieme, sono finite tutte nelle tasche dei predoni padani, totali detentori dei mezzi di produzione. Il Sud, privilegiato bacino di mercato dei magnaccia del Nord liberale, liberista, libertario e piduista, condannato alla miseria dopo quella barbara invasione, ma, soprattutto alla disacculturazione più feroce, sta leccandosi ancora le ferite inferte dalla bestialità savoiarda.
5) I morti delle guerre coloniali; i morti di operai e contadini nelle varie repressioni a favore del capitalismo ( cattolici, socialisti, comunisti uccisi dai vari Bava Beccaris), quelli provocati dalle cannonate sulla Sicilia del 1866, quelli procurati dalla bestiale legge Pica e quelli della tassa sul macinato, quelli della prima e seconda guerra mondiale. Se proprio certuni vogliono dare i numeri, dovrebbero riuscire a dare quelli su richiamati. E se ci riuscissero ( impresa sempre fallita da chi ha tentato di farlo, poiché si splafona nelle miriadi) farebbero un buon servizio al popolo Meridionale e scoprirebbero che le cifre vanno oltre quelle, maledette, dell’olocausto.
Nessuna persona di media intelligenza sarebbe disposta, in età moderna, a condividere la tesi secondo la quale le colpe dei padri debbano ricadere sui figli; ma tutti sarebbero d’accordo nel sostenere che i figli devono pagare i debiti o i risarcimenti dovuti per le colpe dei padri, dal momento che ne accettano l’eredità. Accettazione di eredità significa accettazione di onori ed oneri dei genitori. O no? Figlio di gatto prende topo.
In merito a questo olocausto del Sud, chi paga? Chi risarcisce? Quando si è trattato di prendere, lo han fatto tutti i barbari del Nord; ora che la mucca è munta, i Bossi e i Berlusconi tentano la fuga con le secessioni o le devoluzioni di maniera. L’annessione dell’Italia della civiltà ( quella di Parmenide, di Archimede, di Zenone), operata dalle orde barbariche delle ex province di Roma, secondo alcuni ha dato vita all’unità. L’unità fatta dai Galli. Dabbenaggine o incultura? L’Italia di Pitagora, quella dei numeri, è stata cancellata dalle menti e dai cuori di certi meridionali felloni. Ne hanno fatto uso i Crucchi e i Longobardi che sanno fare bene i loro conti, pagati dal Sud.
C’è sempre chi crede alle favole, come certo Benito Mussolini, stampella dei Savoia, che avendo chiamato i veri italici a difendere la patria, nell’ora della pugna, se li vide arrivare in Sicilia, a Salerno e ad Anzio. Tutti figli di meridionali diasporati in America dai Savoia. Arrivarono ( eccome!) gli italici, e Sciaboletta fuggì, come si conviene ad un re Savoia.
I conti non tornano, e se non tornano i conti perché dovrebbero tornare i re? I diritti umani valgono solo per Sua Maestà? Quei diritti non valevano anche per i Borbone fatti morire all’estero? Mai i Savoia permisero il rientro in Italia di Francesco II.
Come vediamo si tratta sempre di numeri: milioni di ebrei morti nell’olocausto, milioni di morti a causa dei Savoia per costruire artatamente la loro Italietta, migliaia di contadini ed operai cattolici scannati nella lotta partigiana chiamata “Brigantaggio” da quei felloni, delinquenti e criminali di guerra; migliaia di partigiani comunisti nella lotta di liberazione dal regime savoiardo e fascista nel 1943-45; milioni di emigranti, miliardi di rimesse.
Allora ci chiediamo: chi si è schierato per il rientro dei Savoia è a conoscenza di dette cifre?
Ci dispiace, ma, con tutta la stima che portiamo a certi estensori di articoli e a certi telecronisti che si sono schierati, certamente per ordine del Grande Vecchio , a favore del rientro dei Savoia, non possiamo non bocciarli, non in Storia, che forse conoscono molto bene, ma in matematica, ce lo impone la nostra cultura italica: quella di Pitagora.
È solo questione di numeri. Rientrati in Italia chiedono un risarcimento di 260 milioni di euro. Noi di Gaeta chiediamo alle teste "coronate" i danni dell'assedio del 1860-61.
La città fu rasa al suolo da 160 mila bombe; i morti ammontarono a 4000 tra civili e militari. Fiaccaronio l'economia ricchissima del Sud, Massacrarono un milione di contadini e li chiamarono briganti; fecero emigrare 30 milioni di meridionali.
Chi paga??
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Abbiamo assistito in questi ultimi anni alle reiterate richieste del signor Vittorio Savoia e a quelle di suo figlio Emanuele Filiberto di poter ritornare in Italia. Radio, televisioni, quotidiani, settimanali, mensili, quasi tutti a cantar messe di mezzanotte, quasi tutti a favore di quei “poverini” in esilio e quasi tutti col dire:” Chiudiamo i conti col passato, che c’entrano i figli e i nipoti col l’infamia dei loro nonni e bisnonni?”.
Il caso è finito persino al Parlamento europeo e sia la destra che la sinistra sembrano aver scordato la storia. Noi no.
La rivendicazione degli ebrei all’ottenimento del rispetto universale parte dai terrificanti numeri dei deportati e dei morti dell’olocausto. Terrificanti e raccapriccianti per l’entità. Qui si parla di milioni; non di bruscolini ma di esseri umani. E tutto l’occidente, riconoscendo la bontà delle rivendicazioni ebraiche, si schiera dalla loro parte e cerca di tributare, nei limiti del consentito, i risarcimenti possibili ( oltre alla caccia agli ultimi carnefici sopravvissuti).
Per quanto riguarda la “ questione Savoia” il ragionamento dovrebbe essere analogo, a condizione che si potessero conoscere i numeri riguardanti:
1) I morti procurati al Sud con l’invasione barbarica del 1860, quella piemontese appunto; i deportati, i torturati, i fucilati o fatti morire di fame, di freddo e di stenti nei dieci anni e passa di repressione sanguinaria fatta chiamare dai sabaudi “ repressione del brigantaggio”.
2) I beni depredati al Sud e trasportati nel Piemonte: ricchezze finanziarie, culturali, sociali, sottratte con la forza dai vincitori. Il solo Vittorio Emanuele II, secondo Silvio Bertoldi nel suo libro Il re che fece l’Italia, racconta delle ricchezze personali accumulate dal sovrano e tenute in cassaforte, qualcosa come 250 mila miliardi attuali. ( Liberazione, giornale comunista, intervista a Lorenzo del Boca, anno 2002, martedì 24 dicembre, pag 21 )
3) Gli emigranti diasporati in tutto il mondo per sfuggire alla fame, alla miseria e all’oppressione delle orde piemontesi; ossia milioni di persone disperse in tutte le latitudini.
4) miliardi incalcolabili di dollari, sterline, pesos, bolivar, escudos, marchi, franchi, procurati ai boiardi liberali, capitalisti e massoni del Nord, nell’arco di un secolo ed oltre. Le rimesse degli emigranti, sicuramente più voluminose del Vesuvio, dell’Etna e dello Stromboli messe assieme, sono finite tutte nelle tasche dei predoni padani, totali detentori dei mezzi di produzione. Il Sud, privilegiato bacino di mercato dei magnaccia del Nord liberale, liberista, libertario e piduista, condannato alla miseria dopo quella barbara invasione, ma, soprattutto alla disacculturazione più feroce, sta leccandosi ancora le ferite inferte dalla bestialità savoiarda.
5) I morti delle guerre coloniali; i morti di operai e contadini nelle varie repressioni a favore del capitalismo ( cattolici, socialisti, comunisti uccisi dai vari Bava Beccaris), quelli provocati dalle cannonate sulla Sicilia del 1866, quelli procurati dalla bestiale legge Pica e quelli della tassa sul macinato, quelli della prima e seconda guerra mondiale. Se proprio certuni vogliono dare i numeri, dovrebbero riuscire a dare quelli su richiamati. E se ci riuscissero ( impresa sempre fallita da chi ha tentato di farlo, poiché si splafona nelle miriadi) farebbero un buon servizio al popolo Meridionale e scoprirebbero che le cifre vanno oltre quelle, maledette, dell’olocausto.
Nessuna persona di media intelligenza sarebbe disposta, in età moderna, a condividere la tesi secondo la quale le colpe dei padri debbano ricadere sui figli; ma tutti sarebbero d’accordo nel sostenere che i figli devono pagare i debiti o i risarcimenti dovuti per le colpe dei padri, dal momento che ne accettano l’eredità. Accettazione di eredità significa accettazione di onori ed oneri dei genitori. O no? Figlio di gatto prende topo.
In merito a questo olocausto del Sud, chi paga? Chi risarcisce? Quando si è trattato di prendere, lo han fatto tutti i barbari del Nord; ora che la mucca è munta, i Bossi e i Berlusconi tentano la fuga con le secessioni o le devoluzioni di maniera. L’annessione dell’Italia della civiltà ( quella di Parmenide, di Archimede, di Zenone), operata dalle orde barbariche delle ex province di Roma, secondo alcuni ha dato vita all’unità. L’unità fatta dai Galli. Dabbenaggine o incultura? L’Italia di Pitagora, quella dei numeri, è stata cancellata dalle menti e dai cuori di certi meridionali felloni. Ne hanno fatto uso i Crucchi e i Longobardi che sanno fare bene i loro conti, pagati dal Sud.
C’è sempre chi crede alle favole, come certo Benito Mussolini, stampella dei Savoia, che avendo chiamato i veri italici a difendere la patria, nell’ora della pugna, se li vide arrivare in Sicilia, a Salerno e ad Anzio. Tutti figli di meridionali diasporati in America dai Savoia. Arrivarono ( eccome!) gli italici, e Sciaboletta fuggì, come si conviene ad un re Savoia.
I conti non tornano, e se non tornano i conti perché dovrebbero tornare i re? I diritti umani valgono solo per Sua Maestà? Quei diritti non valevano anche per i Borbone fatti morire all’estero? Mai i Savoia permisero il rientro in Italia di Francesco II.
Come vediamo si tratta sempre di numeri: milioni di ebrei morti nell’olocausto, milioni di morti a causa dei Savoia per costruire artatamente la loro Italietta, migliaia di contadini ed operai cattolici scannati nella lotta partigiana chiamata “Brigantaggio” da quei felloni, delinquenti e criminali di guerra; migliaia di partigiani comunisti nella lotta di liberazione dal regime savoiardo e fascista nel 1943-45; milioni di emigranti, miliardi di rimesse.
Allora ci chiediamo: chi si è schierato per il rientro dei Savoia è a conoscenza di dette cifre?
Ci dispiace, ma, con tutta la stima che portiamo a certi estensori di articoli e a certi telecronisti che si sono schierati, certamente per ordine del Grande Vecchio , a favore del rientro dei Savoia, non possiamo non bocciarli, non in Storia, che forse conoscono molto bene, ma in matematica, ce lo impone la nostra cultura italica: quella di Pitagora.
È solo questione di numeri. Rientrati in Italia chiedono un risarcimento di 260 milioni di euro. Noi di Gaeta chiediamo alle teste "coronate" i danni dell'assedio del 1860-61.
La città fu rasa al suolo da 160 mila bombe; i morti ammontarono a 4000 tra civili e militari. Fiaccaronio l'economia ricchissima del Sud, Massacrarono un milione di contadini e li chiamarono briganti; fecero emigrare 30 milioni di meridionali.
Chi paga??
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Di Antonio Ciano
Abbiamo assistito in questi ultimi anni alle reiterate richieste del signor Vittorio Savoia e a quelle di suo figlio Emanuele Filiberto di poter ritornare in Italia. Radio, televisioni, quotidiani, settimanali, mensili, quasi tutti a cantar messe di mezzanotte, quasi tutti a favore di quei “poverini” in esilio e quasi tutti col dire:” Chiudiamo i conti col passato, che c’entrano i figli e i nipoti col l’infamia dei loro nonni e bisnonni?”.
Il caso è finito persino al Parlamento europeo e sia la destra che la sinistra sembrano aver scordato la storia. Noi no.
La rivendicazione degli ebrei all’ottenimento del rispetto universale parte dai terrificanti numeri dei deportati e dei morti dell’olocausto. Terrificanti e raccapriccianti per l’entità. Qui si parla di milioni; non di bruscolini ma di esseri umani. E tutto l’occidente, riconoscendo la bontà delle rivendicazioni ebraiche, si schiera dalla loro parte e cerca di tributare, nei limiti del consentito, i risarcimenti possibili ( oltre alla caccia agli ultimi carnefici sopravvissuti).
Per quanto riguarda la “ questione Savoia” il ragionamento dovrebbe essere analogo, a condizione che si potessero conoscere i numeri riguardanti:
1) I morti procurati al Sud con l’invasione barbarica del 1860, quella piemontese appunto; i deportati, i torturati, i fucilati o fatti morire di fame, di freddo e di stenti nei dieci anni e passa di repressione sanguinaria fatta chiamare dai sabaudi “ repressione del brigantaggio”.
2) I beni depredati al Sud e trasportati nel Piemonte: ricchezze finanziarie, culturali, sociali, sottratte con la forza dai vincitori. Il solo Vittorio Emanuele II, secondo Silvio Bertoldi nel suo libro Il re che fece l’Italia, racconta delle ricchezze personali accumulate dal sovrano e tenute in cassaforte, qualcosa come 250 mila miliardi attuali. ( Liberazione, giornale comunista, intervista a Lorenzo del Boca, anno 2002, martedì 24 dicembre, pag 21 )
3) Gli emigranti diasporati in tutto il mondo per sfuggire alla fame, alla miseria e all’oppressione delle orde piemontesi; ossia milioni di persone disperse in tutte le latitudini.
4) miliardi incalcolabili di dollari, sterline, pesos, bolivar, escudos, marchi, franchi, procurati ai boiardi liberali, capitalisti e massoni del Nord, nell’arco di un secolo ed oltre. Le rimesse degli emigranti, sicuramente più voluminose del Vesuvio, dell’Etna e dello Stromboli messe assieme, sono finite tutte nelle tasche dei predoni padani, totali detentori dei mezzi di produzione. Il Sud, privilegiato bacino di mercato dei magnaccia del Nord liberale, liberista, libertario e piduista, condannato alla miseria dopo quella barbara invasione, ma, soprattutto alla disacculturazione più feroce, sta leccandosi ancora le ferite inferte dalla bestialità savoiarda.
5) I morti delle guerre coloniali; i morti di operai e contadini nelle varie repressioni a favore del capitalismo ( cattolici, socialisti, comunisti uccisi dai vari Bava Beccaris), quelli provocati dalle cannonate sulla Sicilia del 1866, quelli procurati dalla bestiale legge Pica e quelli della tassa sul macinato, quelli della prima e seconda guerra mondiale. Se proprio certuni vogliono dare i numeri, dovrebbero riuscire a dare quelli su richiamati. E se ci riuscissero ( impresa sempre fallita da chi ha tentato di farlo, poiché si splafona nelle miriadi) farebbero un buon servizio al popolo Meridionale e scoprirebbero che le cifre vanno oltre quelle, maledette, dell’olocausto.
Nessuna persona di media intelligenza sarebbe disposta, in età moderna, a condividere la tesi secondo la quale le colpe dei padri debbano ricadere sui figli; ma tutti sarebbero d’accordo nel sostenere che i figli devono pagare i debiti o i risarcimenti dovuti per le colpe dei padri, dal momento che ne accettano l’eredità. Accettazione di eredità significa accettazione di onori ed oneri dei genitori. O no? Figlio di gatto prende topo.
In merito a questo olocausto del Sud, chi paga? Chi risarcisce? Quando si è trattato di prendere, lo han fatto tutti i barbari del Nord; ora che la mucca è munta, i Bossi e i Berlusconi tentano la fuga con le secessioni o le devoluzioni di maniera. L’annessione dell’Italia della civiltà ( quella di Parmenide, di Archimede, di Zenone), operata dalle orde barbariche delle ex province di Roma, secondo alcuni ha dato vita all’unità. L’unità fatta dai Galli. Dabbenaggine o incultura? L’Italia di Pitagora, quella dei numeri, è stata cancellata dalle menti e dai cuori di certi meridionali felloni. Ne hanno fatto uso i Crucchi e i Longobardi che sanno fare bene i loro conti, pagati dal Sud.
C’è sempre chi crede alle favole, come certo Benito Mussolini, stampella dei Savoia, che avendo chiamato i veri italici a difendere la patria, nell’ora della pugna, se li vide arrivare in Sicilia, a Salerno e ad Anzio. Tutti figli di meridionali diasporati in America dai Savoia. Arrivarono ( eccome!) gli italici, e Sciaboletta fuggì, come si conviene ad un re Savoia.
I conti non tornano, e se non tornano i conti perché dovrebbero tornare i re? I diritti umani valgono solo per Sua Maestà? Quei diritti non valevano anche per i Borbone fatti morire all’estero? Mai i Savoia permisero il rientro in Italia di Francesco II.
Come vediamo si tratta sempre di numeri: milioni di ebrei morti nell’olocausto, milioni di morti a causa dei Savoia per costruire artatamente la loro Italietta, migliaia di contadini ed operai cattolici scannati nella lotta partigiana chiamata “Brigantaggio” da quei felloni, delinquenti e criminali di guerra; migliaia di partigiani comunisti nella lotta di liberazione dal regime savoiardo e fascista nel 1943-45; milioni di emigranti, miliardi di rimesse.
Allora ci chiediamo: chi si è schierato per il rientro dei Savoia è a conoscenza di dette cifre?
Ci dispiace, ma, con tutta la stima che portiamo a certi estensori di articoli e a certi telecronisti che si sono schierati, certamente per ordine del Grande Vecchio , a favore del rientro dei Savoia, non possiamo non bocciarli, non in Storia, che forse conoscono molto bene, ma in matematica, ce lo impone la nostra cultura italica: quella di Pitagora.
È solo questione di numeri. Rientrati in Italia chiedono un risarcimento di 260 milioni di euro. Noi di Gaeta chiediamo alle teste "coronate" i danni dell'assedio del 1860-61.
La città fu rasa al suolo da 160 mila bombe; i morti ammontarono a 4000 tra civili e militari. Fiaccaronio l'economia ricchissima del Sud, Massacrarono un milione di contadini e li chiamarono briganti; fecero emigrare 30 milioni di meridionali.
Chi paga??
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Abbiamo assistito in questi ultimi anni alle reiterate richieste del signor Vittorio Savoia e a quelle di suo figlio Emanuele Filiberto di poter ritornare in Italia. Radio, televisioni, quotidiani, settimanali, mensili, quasi tutti a cantar messe di mezzanotte, quasi tutti a favore di quei “poverini” in esilio e quasi tutti col dire:” Chiudiamo i conti col passato, che c’entrano i figli e i nipoti col l’infamia dei loro nonni e bisnonni?”.
Il caso è finito persino al Parlamento europeo e sia la destra che la sinistra sembrano aver scordato la storia. Noi no.
La rivendicazione degli ebrei all’ottenimento del rispetto universale parte dai terrificanti numeri dei deportati e dei morti dell’olocausto. Terrificanti e raccapriccianti per l’entità. Qui si parla di milioni; non di bruscolini ma di esseri umani. E tutto l’occidente, riconoscendo la bontà delle rivendicazioni ebraiche, si schiera dalla loro parte e cerca di tributare, nei limiti del consentito, i risarcimenti possibili ( oltre alla caccia agli ultimi carnefici sopravvissuti).
Per quanto riguarda la “ questione Savoia” il ragionamento dovrebbe essere analogo, a condizione che si potessero conoscere i numeri riguardanti:
1) I morti procurati al Sud con l’invasione barbarica del 1860, quella piemontese appunto; i deportati, i torturati, i fucilati o fatti morire di fame, di freddo e di stenti nei dieci anni e passa di repressione sanguinaria fatta chiamare dai sabaudi “ repressione del brigantaggio”.
2) I beni depredati al Sud e trasportati nel Piemonte: ricchezze finanziarie, culturali, sociali, sottratte con la forza dai vincitori. Il solo Vittorio Emanuele II, secondo Silvio Bertoldi nel suo libro Il re che fece l’Italia, racconta delle ricchezze personali accumulate dal sovrano e tenute in cassaforte, qualcosa come 250 mila miliardi attuali. ( Liberazione, giornale comunista, intervista a Lorenzo del Boca, anno 2002, martedì 24 dicembre, pag 21 )
3) Gli emigranti diasporati in tutto il mondo per sfuggire alla fame, alla miseria e all’oppressione delle orde piemontesi; ossia milioni di persone disperse in tutte le latitudini.
4) miliardi incalcolabili di dollari, sterline, pesos, bolivar, escudos, marchi, franchi, procurati ai boiardi liberali, capitalisti e massoni del Nord, nell’arco di un secolo ed oltre. Le rimesse degli emigranti, sicuramente più voluminose del Vesuvio, dell’Etna e dello Stromboli messe assieme, sono finite tutte nelle tasche dei predoni padani, totali detentori dei mezzi di produzione. Il Sud, privilegiato bacino di mercato dei magnaccia del Nord liberale, liberista, libertario e piduista, condannato alla miseria dopo quella barbara invasione, ma, soprattutto alla disacculturazione più feroce, sta leccandosi ancora le ferite inferte dalla bestialità savoiarda.
5) I morti delle guerre coloniali; i morti di operai e contadini nelle varie repressioni a favore del capitalismo ( cattolici, socialisti, comunisti uccisi dai vari Bava Beccaris), quelli provocati dalle cannonate sulla Sicilia del 1866, quelli procurati dalla bestiale legge Pica e quelli della tassa sul macinato, quelli della prima e seconda guerra mondiale. Se proprio certuni vogliono dare i numeri, dovrebbero riuscire a dare quelli su richiamati. E se ci riuscissero ( impresa sempre fallita da chi ha tentato di farlo, poiché si splafona nelle miriadi) farebbero un buon servizio al popolo Meridionale e scoprirebbero che le cifre vanno oltre quelle, maledette, dell’olocausto.
Nessuna persona di media intelligenza sarebbe disposta, in età moderna, a condividere la tesi secondo la quale le colpe dei padri debbano ricadere sui figli; ma tutti sarebbero d’accordo nel sostenere che i figli devono pagare i debiti o i risarcimenti dovuti per le colpe dei padri, dal momento che ne accettano l’eredità. Accettazione di eredità significa accettazione di onori ed oneri dei genitori. O no? Figlio di gatto prende topo.
In merito a questo olocausto del Sud, chi paga? Chi risarcisce? Quando si è trattato di prendere, lo han fatto tutti i barbari del Nord; ora che la mucca è munta, i Bossi e i Berlusconi tentano la fuga con le secessioni o le devoluzioni di maniera. L’annessione dell’Italia della civiltà ( quella di Parmenide, di Archimede, di Zenone), operata dalle orde barbariche delle ex province di Roma, secondo alcuni ha dato vita all’unità. L’unità fatta dai Galli. Dabbenaggine o incultura? L’Italia di Pitagora, quella dei numeri, è stata cancellata dalle menti e dai cuori di certi meridionali felloni. Ne hanno fatto uso i Crucchi e i Longobardi che sanno fare bene i loro conti, pagati dal Sud.
C’è sempre chi crede alle favole, come certo Benito Mussolini, stampella dei Savoia, che avendo chiamato i veri italici a difendere la patria, nell’ora della pugna, se li vide arrivare in Sicilia, a Salerno e ad Anzio. Tutti figli di meridionali diasporati in America dai Savoia. Arrivarono ( eccome!) gli italici, e Sciaboletta fuggì, come si conviene ad un re Savoia.
I conti non tornano, e se non tornano i conti perché dovrebbero tornare i re? I diritti umani valgono solo per Sua Maestà? Quei diritti non valevano anche per i Borbone fatti morire all’estero? Mai i Savoia permisero il rientro in Italia di Francesco II.
Come vediamo si tratta sempre di numeri: milioni di ebrei morti nell’olocausto, milioni di morti a causa dei Savoia per costruire artatamente la loro Italietta, migliaia di contadini ed operai cattolici scannati nella lotta partigiana chiamata “Brigantaggio” da quei felloni, delinquenti e criminali di guerra; migliaia di partigiani comunisti nella lotta di liberazione dal regime savoiardo e fascista nel 1943-45; milioni di emigranti, miliardi di rimesse.
Allora ci chiediamo: chi si è schierato per il rientro dei Savoia è a conoscenza di dette cifre?
Ci dispiace, ma, con tutta la stima che portiamo a certi estensori di articoli e a certi telecronisti che si sono schierati, certamente per ordine del Grande Vecchio , a favore del rientro dei Savoia, non possiamo non bocciarli, non in Storia, che forse conoscono molto bene, ma in matematica, ce lo impone la nostra cultura italica: quella di Pitagora.
È solo questione di numeri. Rientrati in Italia chiedono un risarcimento di 260 milioni di euro. Noi di Gaeta chiediamo alle teste "coronate" i danni dell'assedio del 1860-61.
La città fu rasa al suolo da 160 mila bombe; i morti ammontarono a 4000 tra civili e militari. Fiaccaronio l'economia ricchissima del Sud, Massacrarono un milione di contadini e li chiamarono briganti; fecero emigrare 30 milioni di meridionali.
Chi paga??
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25 Aprile, una data da non dimenticare.
Di Natale Cuccurese
Il 25 aprile è una data storica ricca di significato che segna la riconquistata libertà per tutti gli italiani, dopo una guerra civile dai contorni crudeli, contro la barbarie nazifascista. Negli ultimi anni, come spesso accade in questo paese dalla memoria corta, alcuni cercano di dare un significato, una interpretazione, a questa ricorrenza in base al proprio credo ideologico, ammantandola di eroismo o di viltà a seconda del campo in cui si milita, confidando sulla distrazione o ignoranza storica.
Il 25 aprile ricorda la seconda guerra civile italiana della storia contemporanea, una guerra fratricida e feroce che non risparmiò le popolazioni da sud a nord e che provocò immani danni fisici e morali.
La prima guerra civile risale al 1860, quando il Regno delle Due Sicilie fu invaso dalle truppe piemontesi; ne seguirono 10 anni di resistenza delle popolazioni meridionali che infine furono soggiogate con le armi.
In quel caso i partigiani meridionali, avendo perso, furono definiti "Briganti" e condannati, come sempre accade ai vinti, alla damnatio memoriae da scrittori salariati al soldo dei vincitori.
I “Banditen” del secondo conflitto mondiale per fortuna, loro e nostra, invece vinsero e ancor oggi vengono definiti, giustamente, Partigiani.
Sarebbe quindi il caso di ricordare e riscoprire, per la prima guerra civile, verità storiche e pagine non degne del processo unitario e restituire onore e giustizia a migliaia di vittime innocenti, per analizzare con onestà e serenità il complesso svolgimento del processo di unificazione del Paese, cercando di riconoscerne gli errori e i limiti che hanno comportato gravi sofferenze per molti degli italiani stessi, nella convinzione che la verità, e non la rimozione, sia la terapia migliore per lenire le lacerazioni del passato per superarle nei valori della modernità democratica consolidata dalla Costituzione Repubblicana del 1948. Mai come in questo caso è necessario ribadire che la verità rafforza l’unità, così come il superamento di discriminazioni, odi e rancori che dopo tanti anni è bene superare.
Sarebbe anche il caso, per dare un significato preciso al ricordo della Resistenza e al ritorno alla libertà e all’unità del paese che questa produsse, affinchè questa unità sia reale e non pomposo, ma vuoto esercizio retorico, riscoprire alcuni dei molti valori della Resistenza, ricordare che alla Resistenza parteciparono attivamente e valorosamente tanti meridionali, anche in formazioni partigiane del nord, e che la prima città a liberarsi grazie ad un moto spontaneo di popolo fu Napoli durante le 4 giornate, così come riscoprire e finalmente applicare gli articoli della Costituzione che dalla Resistenza trascende; articoli che se fossero stati applicati non avrebbero permesso l’attuale rovinoso stato economico e politico del Sud, e quindi dell’intero paese, e nemmeno la pericolosa deriva economica e sociale che viviamo e che si esplicita, da sempre, nella diseguaglianza di investimenti sui territori e quindi di opportunità fra i cittadini ed aziende del nord e del sud all’interno dello stesso stato, diseguaglianze che vanno al più presto rimosse, foriere di pericoli per la tenuta democratica del paese e quindi per la libertà di tutti.
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Di Natale Cuccurese
Il 25 aprile è una data storica ricca di significato che segna la riconquistata libertà per tutti gli italiani, dopo una guerra civile dai contorni crudeli, contro la barbarie nazifascista. Negli ultimi anni, come spesso accade in questo paese dalla memoria corta, alcuni cercano di dare un significato, una interpretazione, a questa ricorrenza in base al proprio credo ideologico, ammantandola di eroismo o di viltà a seconda del campo in cui si milita, confidando sulla distrazione o ignoranza storica.
Il 25 aprile ricorda la seconda guerra civile italiana della storia contemporanea, una guerra fratricida e feroce che non risparmiò le popolazioni da sud a nord e che provocò immani danni fisici e morali.
La prima guerra civile risale al 1860, quando il Regno delle Due Sicilie fu invaso dalle truppe piemontesi; ne seguirono 10 anni di resistenza delle popolazioni meridionali che infine furono soggiogate con le armi.
In quel caso i partigiani meridionali, avendo perso, furono definiti "Briganti" e condannati, come sempre accade ai vinti, alla damnatio memoriae da scrittori salariati al soldo dei vincitori.
I “Banditen” del secondo conflitto mondiale per fortuna, loro e nostra, invece vinsero e ancor oggi vengono definiti, giustamente, Partigiani.
Sarebbe quindi il caso di ricordare e riscoprire, per la prima guerra civile, verità storiche e pagine non degne del processo unitario e restituire onore e giustizia a migliaia di vittime innocenti, per analizzare con onestà e serenità il complesso svolgimento del processo di unificazione del Paese, cercando di riconoscerne gli errori e i limiti che hanno comportato gravi sofferenze per molti degli italiani stessi, nella convinzione che la verità, e non la rimozione, sia la terapia migliore per lenire le lacerazioni del passato per superarle nei valori della modernità democratica consolidata dalla Costituzione Repubblicana del 1948. Mai come in questo caso è necessario ribadire che la verità rafforza l’unità, così come il superamento di discriminazioni, odi e rancori che dopo tanti anni è bene superare.
Sarebbe anche il caso, per dare un significato preciso al ricordo della Resistenza e al ritorno alla libertà e all’unità del paese che questa produsse, affinchè questa unità sia reale e non pomposo, ma vuoto esercizio retorico, riscoprire alcuni dei molti valori della Resistenza, ricordare che alla Resistenza parteciparono attivamente e valorosamente tanti meridionali, anche in formazioni partigiane del nord, e che la prima città a liberarsi grazie ad un moto spontaneo di popolo fu Napoli durante le 4 giornate, così come riscoprire e finalmente applicare gli articoli della Costituzione che dalla Resistenza trascende; articoli che se fossero stati applicati non avrebbero permesso l’attuale rovinoso stato economico e politico del Sud, e quindi dell’intero paese, e nemmeno la pericolosa deriva economica e sociale che viviamo e che si esplicita, da sempre, nella diseguaglianza di investimenti sui territori e quindi di opportunità fra i cittadini ed aziende del nord e del sud all’interno dello stesso stato, diseguaglianze che vanno al più presto rimosse, foriere di pericoli per la tenuta democratica del paese e quindi per la libertà di tutti.
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giovedì 24 aprile 2014
Petizione su Change.org: Rimuoviamo il busto del Generale Enrico Cialdini dall’ingresso del Comune di Reggio Emilia
Sosteniamo con una firma questa importante petizione lanciata oggi dal nostro Partito, affinchè il busto di Enrico Cialdini venga al più presto rimosso, nell’augurio che presto in tutta Italia ogni busto, statua, via e titolazioni a quello che fu un vero e proprio criminale di guerra, feroce e sanguinario, vengano al più presto rimosse o cancellate.
Si può firmare la petizione su CHANGE.ORG al seguente link: https://www.change.org/it/petizioni/al-sindaco-di-reggio-emilia-rimuoviamo-il-busto-del-generale-enrico-cialdini-dall-ingresso-del-comune-di-reggio-emilia
Lanciata da Antonio Ciano e Natale Cuccurese
Al Sindaco di Reggio Emilia
Le celebrazioni per l'Unità d'Italia, avvenute nel 2011, sono state un momento importante anche per ricordare verità storiche e pagine non degne del processo unitario e restituire onore e giustizia a miglia di vittime innocenti.
Si è iniziato a cogliere finalmente l'occasione per analizzare con onestà e serenità il complesso svolgimento del processo di unificazione del Paese, cercando di riconoscerne gli errori e i limiti che hanno comportato gravi sofferenze per molti degli italiani stessi.
Seppur in ritardo, è necessario, per poter dire che l’unità sia pienamente realizzata, affrontare questa e altre ferite aperte, nella convinzione che la verità, e non la rimozione, sia la terapia migliore per lenire le lacerazioni del passato per superarle nei valori della modernità democratica consolidata dalla Costituzione Repubblicana del 1948. Mai come in questo caso è necessario ribadire che la verità rafforza l’unità, come affermato in cerimonie diverse anche dai Sindaci di Gaeta, Vicenza e Reggio Emilia durante la consegna del primo tricolore alla città di Pontelandolfo.
In questo quadro, per noi meridionalisti progressisti del Partito del Sud, ma direi per tutti i cittadini liberi di questo paese, è stato particolarmente significativo il gesto compiuto dal Sindaco di Vicenza, Achille Variati, che si è recato il 15 agosto 2011 a Pontelandolfo, una delle città martiri del sud, a chiedere scusa per il massacro colà perpetrato nel 1861 da una colonna piemontese al comando di un colonnello originario della città labronica, impegnandosi pubblicamente ad intitolare, come tangibile segno di riconciliazione, una via di Vicenza alla città di Pontelandolfo.
Altrettanto significativo il discorso del Sindaco di Reggio Emilia Graziano Del Rio che,come riportato dalle cronache locali, “mercoledì 3 agosto 2011, nella Sala del Tricolore di Reggio Emilia, ha consegnato una copia del Primo Tricolore alla città di Pontelandolfo (Benevento), teatro di un eccidio il 14 agosto 1861 da parte dell'esercito sabaudo. Alla cerimonia ha partecipato il vicesindaco del Comune campano Donato Addona.
Nell'anno delle celebrazioni per l'Unità d'Italia, il sindaco di Reggio Emilia aveva invitato il sindaco di Pontelandolfo a ricevere il Primo Tricolore, affermando "se giustizia non può essere fatta, perché i tempi sono troppo lontani, si può dire che centocinquanta anni sono sufficienti per chiedere scusa per l'enorme lutto che fu arrecato ingiustamente".
"Le celebrazioni per l'Unità d'Italia - ha detto il sindaco Delrio, rivolgendosi al vicesindaco Addona - sono un momento importante anche per ricordare verità storiche e pagine non degne del processo unitario e restituire onore e giustizia a vittime innocenti.
Proprio in quanto Città del Tricolore, Reggio Emilia ha svolto un ruolo di primo piano nel 2011, anno di commemorazione del 150° anniversario dell'Unità, ospitando l'apertura delle celebrazioni da parte del Presidente della Repubblica.
"È una grande emozione ricevere il Primo Tricolore in questa sala, che testimonia come l'Italia sia una sola - ha detto il vicesindaco Addona - Questo è un importante riconoscimento per la storia di Pontelandolfo, come lo sarà la partecipazione del Comitato dei garanti per le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unita' d'Italia Giuliano Amato, delegato dal presidente della Repubblica, a una cerimonia in ricordo delle vittime dell'eccidio del 1861, che avverrà il prossimo 14 agosto nella nostra città. Non vogliamo che Pontelandolfo sia ricordato come un covo di briganti, perché così non è." Dopo aver ricevuto il Primo Tricolore, Addona ha tra l'altro donato al sindaco Delrio un volume che ricostruisce i fatti del 1861.
Pontelandolfo attende da decenni che venga riconosciuto il massacro del 14 agosto 1861.”
( da un articolo della Gazzetta di Reggio del 4 Agosto 2011)
L'eccidio di Pontelandolfo, compiuto da una colonna di 400 bersaglieri il 14 agosto del 1861, è tra le pagine più oscure del Risorgimento. La vicenda si inquadra nell'anno più caldo del cosiddetto brigantaggio post-unitario.
L'11 agosto 1861, 41 dei 44 soldati al comando furono uccisi da uomini della banda Giordano nei pressi di Pontelandolfo, una zona dove da giorni erano in corso azioni di resistenza ad opera di bande di ex soldati borbonici.
Dopo la morte dei 41 soldati, fu comandata un'azione di rappresaglia militare a Pontelandolfo e Casalduni. Il luogotenente Enrico Cialdini, comandò che di Pontelandolfo non doveva rimanere più pietra su pietra. L'azione militare fu spietata, la colonna di soldati distrusse l'intero paese radendolo al suolo, uccidendo un migliaio di persone innocenti, fra cui donne, bambini, anziani. E’da quel lontano giorno del 1861 che Pontelandolfo attendeva che venisse riconosciuto il massacro.
Facendo pertanto seguito alle condivisibili dichiarazioni del Sindaco Del Rio chiediamo che alle parole seguano i fatti e si proceda pertanto alla rimozione del busto in marmo del Gen. Cialdini, che ordinò la strage di Pontelandolfo poi eseguita dal Colonnello Pier Eleonoro Negri di Vicenza, busto posto nell’androne d’ingresso del Comune di Reggio Emilia.
Il busto di Cialdini, esposto proprio di fianco alla lapide posta a ricordo dei 500 Partigiani reggiani caduti per liberare il paese dal giogo nazifascista stride ancora di più, se ricordiamo che gli eccidi compiuti al sud dalle truppe da lui comandate, Pontelandolfo è solo un caso fra altri, nulla hanno da invidiare per numero di vittime e ferocia a stragi quali quella di Marzabotto, basti come sempio pensare anche a quanto accadde a Gaeta, con più di 4.000 morti fra civili e militari e l'intera città rasa al suolo dai continui bombardamenti, inoltre la presenza del busto è in contrasto con le peculiarità e tradizioni degli abitanti della città di Reggio Emilia, famosi proprio per lo spirito d’accoglienza e solidarietà verso ogni popolo dimostrata da sempre dai suoi cittadini in ogni frangente, anche il più drammatico.
Richiediamo pertanto la rimozione del busto marmoreo in questione affinchè non siamo omaggiati personaggi che con la loro opera diretta , ben al di là del dovere e zelo militare, hanno prodotto tante luttuose sofferenze nel popolo meridionale.
Invitiamo a tal fine tutti i cittadini a firmare la petizione affinchè questo busto venga rimosso, nell’augurio che presto in tutta Italia ogni busto, statua, via e titolazioni a quello che fu un vero e proprio criminale di guerra, feroce e sanguinario, vengano al più presto rimosse o cancellate. Invitiamo inoltre le forze politiche progressiste, in vista delle prossime elezioni comunali, a prendere impegno da subito sulla rimozione del busto marmoreo in oggetto.
Dalla lettera del Sindaco di Pontelandolfo Dott. Cosimo Testa ai partecipanti del Convegno tenutosi a Villa Cialdini, Castelvetro di Modena, il 1° Ottobre 2011:
“ Un militare che nel suo curriculum si vanta di aver fatto fucilare 8968 nemici, tra cui 64 preti e 22 frati, di aver causato 10.604 feriti, di aver fatto 7112 prigionieri, di aver fatto bruciare 918 case, di aver ordinato di radere interamente al suolo e bruciare 6 paesi, a mio avviso, dovrebbe essere definito: CRIMINALE DI GUERRA.
E tutte le onorificenze e le medaglie conferitegli, rimosse.”
Antonio Ciano - Presidente Onorario del Partito del Sud
Natale Cuccurese - Presidente Nazionale del Partito del Sud
Sosteniamo con una firma questa importante petizione lanciata oggi dal nostro Partito, affinchè il busto di Enrico Cialdini venga al più presto rimosso, nell’augurio che presto in tutta Italia ogni busto, statua, via e titolazioni a quello che fu un vero e proprio criminale di guerra, feroce e sanguinario, vengano al più presto rimosse o cancellate.
Si può firmare la petizione su CHANGE.ORG al seguente link: https://www.change.org/it/petizioni/al-sindaco-di-reggio-emilia-rimuoviamo-il-busto-del-generale-enrico-cialdini-dall-ingresso-del-comune-di-reggio-emilia
Lanciata da Antonio Ciano e Natale Cuccurese
Al Sindaco di Reggio Emilia
Le celebrazioni per l'Unità d'Italia, avvenute nel 2011, sono state un momento importante anche per ricordare verità storiche e pagine non degne del processo unitario e restituire onore e giustizia a miglia di vittime innocenti.
Si è iniziato a cogliere finalmente l'occasione per analizzare con onestà e serenità il complesso svolgimento del processo di unificazione del Paese, cercando di riconoscerne gli errori e i limiti che hanno comportato gravi sofferenze per molti degli italiani stessi.
Seppur in ritardo, è necessario, per poter dire che l’unità sia pienamente realizzata, affrontare questa e altre ferite aperte, nella convinzione che la verità, e non la rimozione, sia la terapia migliore per lenire le lacerazioni del passato per superarle nei valori della modernità democratica consolidata dalla Costituzione Repubblicana del 1948. Mai come in questo caso è necessario ribadire che la verità rafforza l’unità, come affermato in cerimonie diverse anche dai Sindaci di Gaeta, Vicenza e Reggio Emilia durante la consegna del primo tricolore alla città di Pontelandolfo.
In questo quadro, per noi meridionalisti progressisti del Partito del Sud, ma direi per tutti i cittadini liberi di questo paese, è stato particolarmente significativo il gesto compiuto dal Sindaco di Vicenza, Achille Variati, che si è recato il 15 agosto 2011 a Pontelandolfo, una delle città martiri del sud, a chiedere scusa per il massacro colà perpetrato nel 1861 da una colonna piemontese al comando di un colonnello originario della città labronica, impegnandosi pubblicamente ad intitolare, come tangibile segno di riconciliazione, una via di Vicenza alla città di Pontelandolfo.
Altrettanto significativo il discorso del Sindaco di Reggio Emilia Graziano Del Rio che,come riportato dalle cronache locali, “mercoledì 3 agosto 2011, nella Sala del Tricolore di Reggio Emilia, ha consegnato una copia del Primo Tricolore alla città di Pontelandolfo (Benevento), teatro di un eccidio il 14 agosto 1861 da parte dell'esercito sabaudo. Alla cerimonia ha partecipato il vicesindaco del Comune campano Donato Addona.
Nell'anno delle celebrazioni per l'Unità d'Italia, il sindaco di Reggio Emilia aveva invitato il sindaco di Pontelandolfo a ricevere il Primo Tricolore, affermando "se giustizia non può essere fatta, perché i tempi sono troppo lontani, si può dire che centocinquanta anni sono sufficienti per chiedere scusa per l'enorme lutto che fu arrecato ingiustamente".
"Le celebrazioni per l'Unità d'Italia - ha detto il sindaco Delrio, rivolgendosi al vicesindaco Addona - sono un momento importante anche per ricordare verità storiche e pagine non degne del processo unitario e restituire onore e giustizia a vittime innocenti.
Proprio in quanto Città del Tricolore, Reggio Emilia ha svolto un ruolo di primo piano nel 2011, anno di commemorazione del 150° anniversario dell'Unità, ospitando l'apertura delle celebrazioni da parte del Presidente della Repubblica.
"È una grande emozione ricevere il Primo Tricolore in questa sala, che testimonia come l'Italia sia una sola - ha detto il vicesindaco Addona - Questo è un importante riconoscimento per la storia di Pontelandolfo, come lo sarà la partecipazione del Comitato dei garanti per le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unita' d'Italia Giuliano Amato, delegato dal presidente della Repubblica, a una cerimonia in ricordo delle vittime dell'eccidio del 1861, che avverrà il prossimo 14 agosto nella nostra città. Non vogliamo che Pontelandolfo sia ricordato come un covo di briganti, perché così non è." Dopo aver ricevuto il Primo Tricolore, Addona ha tra l'altro donato al sindaco Delrio un volume che ricostruisce i fatti del 1861.
Pontelandolfo attende da decenni che venga riconosciuto il massacro del 14 agosto 1861.”
( da un articolo della Gazzetta di Reggio del 4 Agosto 2011)
L'eccidio di Pontelandolfo, compiuto da una colonna di 400 bersaglieri il 14 agosto del 1861, è tra le pagine più oscure del Risorgimento. La vicenda si inquadra nell'anno più caldo del cosiddetto brigantaggio post-unitario.
L'11 agosto 1861, 41 dei 44 soldati al comando furono uccisi da uomini della banda Giordano nei pressi di Pontelandolfo, una zona dove da giorni erano in corso azioni di resistenza ad opera di bande di ex soldati borbonici.
Dopo la morte dei 41 soldati, fu comandata un'azione di rappresaglia militare a Pontelandolfo e Casalduni. Il luogotenente Enrico Cialdini, comandò che di Pontelandolfo non doveva rimanere più pietra su pietra. L'azione militare fu spietata, la colonna di soldati distrusse l'intero paese radendolo al suolo, uccidendo un migliaio di persone innocenti, fra cui donne, bambini, anziani. E’da quel lontano giorno del 1861 che Pontelandolfo attendeva che venisse riconosciuto il massacro.
Facendo pertanto seguito alle condivisibili dichiarazioni del Sindaco Del Rio chiediamo che alle parole seguano i fatti e si proceda pertanto alla rimozione del busto in marmo del Gen. Cialdini, che ordinò la strage di Pontelandolfo poi eseguita dal Colonnello Pier Eleonoro Negri di Vicenza, busto posto nell’androne d’ingresso del Comune di Reggio Emilia.
Il busto di Cialdini, esposto proprio di fianco alla lapide posta a ricordo dei 500 Partigiani reggiani caduti per liberare il paese dal giogo nazifascista stride ancora di più, se ricordiamo che gli eccidi compiuti al sud dalle truppe da lui comandate, Pontelandolfo è solo un caso fra altri, nulla hanno da invidiare per numero di vittime e ferocia a stragi quali quella di Marzabotto, basti come sempio pensare anche a quanto accadde a Gaeta, con più di 4.000 morti fra civili e militari e l'intera città rasa al suolo dai continui bombardamenti, inoltre la presenza del busto è in contrasto con le peculiarità e tradizioni degli abitanti della città di Reggio Emilia, famosi proprio per lo spirito d’accoglienza e solidarietà verso ogni popolo dimostrata da sempre dai suoi cittadini in ogni frangente, anche il più drammatico.
Richiediamo pertanto la rimozione del busto marmoreo in questione affinchè non siamo omaggiati personaggi che con la loro opera diretta , ben al di là del dovere e zelo militare, hanno prodotto tante luttuose sofferenze nel popolo meridionale.
Invitiamo a tal fine tutti i cittadini a firmare la petizione affinchè questo busto venga rimosso, nell’augurio che presto in tutta Italia ogni busto, statua, via e titolazioni a quello che fu un vero e proprio criminale di guerra, feroce e sanguinario, vengano al più presto rimosse o cancellate. Invitiamo inoltre le forze politiche progressiste, in vista delle prossime elezioni comunali, a prendere impegno da subito sulla rimozione del busto marmoreo in oggetto.
Dalla lettera del Sindaco di Pontelandolfo Dott. Cosimo Testa ai partecipanti del Convegno tenutosi a Villa Cialdini, Castelvetro di Modena, il 1° Ottobre 2011:
“ Un militare che nel suo curriculum si vanta di aver fatto fucilare 8968 nemici, tra cui 64 preti e 22 frati, di aver causato 10.604 feriti, di aver fatto 7112 prigionieri, di aver fatto bruciare 918 case, di aver ordinato di radere interamente al suolo e bruciare 6 paesi, a mio avviso, dovrebbe essere definito: CRIMINALE DI GUERRA.
E tutte le onorificenze e le medaglie conferitegli, rimosse.”
Antonio Ciano - Presidente Onorario del Partito del Sud
Natale Cuccurese - Presidente Nazionale del Partito del Sud
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