Negli ultimi anni, forse per reazione alla politica antimeridionalista di Bossi, forse per il grande divario economico esistente tra Nord e Sud, forse per il fatto che i Savoia volevano rientrare in Italia dall’esilio, forse perché molti scrittori stanno riscrivendo la storia risorgimentale, fatto sta che i Borbone sono ritornati nella memoria storica della gente del Sud e non solo. Nell’anno 2000 centinaia di migliaia di persone si sono recate a visitare le mostre sui Borbone patrocinate da presidenti di regioni e persino dal Capo dello Stato.
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giovedì 17 aprile 2014
Distrutte le Polis si corre verso il suicidio collettivo - di Antonio Ciano
“…L’Italia è fottuta.
Distrutte le Polis ( i Comuni e le Repubbliche Marinare), cancellate le Comunità Francescane e i Borbone, si corre verso il suicidio collettivo, voluto dall’Architetto massonico americano…”
( Cosmo Ciaramaglia, Meglio che me ne vada,( Inchiesta su Tangentopoli, dalla massoneria alle guerre di religione)
A noi il compito di abbattere questa barbarie.
I Borbone
Negli ultimi anni, forse per reazione alla politica antimeridionalista di Bossi, forse per il grande divario economico esistente tra Nord e Sud, forse per il fatto che i Savoia volevano rientrare in Italia dall’esilio, forse perché molti scrittori stanno riscrivendo la storia risorgimentale, fatto sta che i Borbone sono ritornati nella memoria storica della gente del Sud e non solo. Nell’anno 2000 centinaia di migliaia di persone si sono recate a visitare le mostre sui Borbone patrocinate da presidenti di regioni e persino dal Capo dello Stato.
Negli ultimi anni, forse per reazione alla politica antimeridionalista di Bossi, forse per il grande divario economico esistente tra Nord e Sud, forse per il fatto che i Savoia volevano rientrare in Italia dall’esilio, forse perché molti scrittori stanno riscrivendo la storia risorgimentale, fatto sta che i Borbone sono ritornati nella memoria storica della gente del Sud e non solo. Nell’anno 2000 centinaia di migliaia di persone si sono recate a visitare le mostre sui Borbone patrocinate da presidenti di regioni e persino dal Capo dello Stato.
Ma chi erano quei Borbone da sempre dipinti come tiranni ed assassini dai derelitti prezzolati di regime? Meglio di tutti risponde a questa domanda Cosmo Ciaramaglia, scrittore e filosofo:”I Borbone, per mestiere, facevano i re. Una professione che si tramandavano di padre in figlio con passione e onestà.
Giravano l’Europa alla ricerca di chi avesse bisogno della loro opera e, felicemente, erano approdati nel Regno delle Due Sicilie che ne richiedeva la presenza.
A differenza di tutti gli altri Stati europei, dove i re trovavano sudditi da governare, nel Regno delle Due Sicilie, già Magna Gracia, i Borbone trovarono un popolo fatto di individui, l’uno diverso dall’altro per via della cultura epicurea che avevano nel sangue. Gennaro Esposito poteva essere solo Gennaro Esposito, non assimilabile a Carmine Cacace e, soprattutto, non riducibile a suddito.
Vigeva, inoltre, nel Regno, la triste usanza della solidarietà nei confronti dei poveri e dei derelitti, al fine di preservarne la sopravvivenza e la conservazione della personalità. Tutti individualisti ma tutti solidali.
Non era possibile far morire di fame un povero perché, prima di tirare le cuoia, il povero si sarebbe fatto precedere nell’aldilà da quelli che, a suo giudizio, non gli avevano offerto solidarietà.
Nel Regno erano permesse: la morte per vecchiaia, quella per malattia e quella violenta; la morte per fame la si trovava solo oltre i confini del Regno. I Borbone, tra l’altro, erano affetti da una grave malattia ereditaria. Una malattia progressiva peggiore della sifilide: erano cattolici. Credevano nel Cristo dei vangeli ed erano monarchi. Bella rogna essere amministratori di uno Stato e seguaci della parola di Cristo!
A differenza di quanto può permettersi un papa ( predicare il dettame), uno statista serio è costretto a praticare, ad applicare ciò in cui crede e, quindi, a legiferare in quel senso.
Scoprirono che Cristo era anche figlio di Dio, come ognuno di noi, ed era stato inviato sulla Terra, in alternativa a un secondo diluvio universale, a portare “il messaggio” che Dio avrebbe voluto fosse scoperto dagli uomini con l’aiuto dello Spirito santo.
Ma così non fu.
Cristo, figlio prediletto del Padre, esso stesso Dio, venne nel mondo degli uomini con la “formula magica”, la lieta novella, la verità assoluta. La formula che racchiude in sé il postulato filosofico, mai acquisito dagli uomini, diceva che tutto era scritto a chiare lettere nella natura. Il postulato recita: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Nel “ te stesso” risiede la prima legge naturale cher sancisce lo spirito di conservazione, l’egoismo che interessa tutti gli elementi presenti al mondo. Nell’” ama il prossimo tuo il segreto svelato dell’interazione cosmocologica a cui tutte le cose sono soggette. L’evoluzione di ogni uomo è meccanicamente dipendente del proprio circostante. Il circostante dell’individuo, che bombarda miriadi di messaggi si di esso, si diparte dal prossimo più prossimo e, via sfumando, coinvolge tutto l’habitat universale. Niente e nessuno può essere scevro dai fenomeni e dalle azioni che gli determinano intorno.
Tutto interreagisce.
Ogni uomo è portato ad erricchirsi, a impadronirsi di novità, nell’evoluzione.
Non c’è miniera che non debba essere sfruttata a proprio uso e consumo; ciò al fine di ascendere a una Dimensione Superiore. Più Divina.
Ma se l’uomo è squisito prodotto del proprio circostante, è nella dinamizzazione e nella ottimizzazione dello stesso la sorgente della propria evoluzione. Quindi, lavorare alla crescita qualitativa del proprio circostante equivale, pari pari, a lavorare per la propria crescita. L’altruismo è la più alta forma di egoismo. Arare, seminare, far germogliare, per poter cogliere i frutti. Stimolare il benessere e l’esaltazione materiale, intellettiva, culturale e spirituale altrui, per ricevere messaggi vieppiù stimolanti. Senza nobile fatica, ha la meglio il ristagno.
Chi pratica lo zoppo impara a zoppicare, l’uomo delle caverne o lagunare si ammala di atrosi per via della forte umidità; chi scherza col fuoco si brucia.
Per via della “paposcia”, la stragrande maggioranza degli esseri umani, invece di faticare per costruire la propria casa, ha preferito occupare quella del vicino, dopo averlo fatto fuori.
L’ozio è il padre dei vizi. Chi non semina non raccoglie e, se raccoglie, lo fa nel seminato altrui.
Attraverso la sopraffazione e il consumismo, l’uomo è diventato demolitore del proprio circostante. Da cannibale, ha divorato il suo vicino; ha rubato, ha stuprato, ha ammazzato e distrutto intorno a sé e, tra le macerie di quanto consumato, raccoglie messaggi di livello infimo e scende nella dimensione delle sottospecie. Nella società moderna, le fatiche occorrenti per l’ottenimento dell’elevazione globale, vengono delegate a pochi.il religioso codino mangia, beve, fotte e prega. Il laico deve farsi carico di scoprire il vaccino antirabbico, la penicillina, l’antibiotico occorrente al religioso codino che mangia, beve, fotte e prega, quando viene morso da un cane e si ammala.
Dieci a costruire, novanta a distruggere: una lotta impari. La preghiera, praticata con la paposcia, è la scorciatoia per ottenere il massimo. Dio, che ha sancito essere la preghiera il darsi da fare a favore degli altri, nell’ambito delle leggi della natura, palesemente Divina, forse è sempre meno propenso ad ascoltare i vili mormorii dei cerebrolesi fatti nascere col forcipe delle Scritture Manomesse. L’ignoranza è l’essenza di Grazia. Chi si adopera per la conservazione o la moltiplicazione dell’ignoranza è ignorante. E senza Grazia. La Grazia di Dio è nella strabiliante varietà fenomenologica presente in natura, da cui l’uomo può attingere a piene mani per ottenere la cittadinanza cosmica a cui è destinato. Paposciari di tutto il mondo, datevi una mossa!
Se amare il prossimo come sé stessi” era il dettame dell’altissimo filosofo Cristo, non potevano i Cristiani cattolici Borbone non agire di conseguenza.
Se tutti gli esseri umani, alla pari, sono il prossimo di ognuno, tale parità andava proclamata nei fatti. Perciò, quindi occorreva recuperare nella sfera della dignità tutti i bisognosi, i miseri, i derelitti, gli acciaccati.
La divisione aprioristicamente meritocratica del liberalismo, il privilegio dovuto agli eletti di ebraica scaturigine, le rendite di posizione e quan’altro faceva a cazzotti con il postulato cristiano, dovevano essere, via via, debellati. Le pari opportunità dovevano riguardare anche Gennaro Esposito e Carmine Cacace.
Pane per tutti, istruzione per tutti, assistenza per tutti.
Dio lo vuole, Cristo lo ha detto.
E mentre l’aristocrazia mugugnava, nasceva San Leucio.
San Leucio, la “ città-utopia”, lavorava mirabilmente nel campo dei tessuti. Sete, rasi, fibre varie attraversavano i telai destramente adoperati e formavano coperte fantasmagoriche, lenzuola, tessuti ineguagliabili per fattezza. Una organizzazione industriale in una città di operai con i propri nuclei familiari, tutti forniti di una casa, di un’istruzione primaria, di un’istruzione professionale, di un salario uguale per tutti, di un’assistenza. Era il comunismo. Era il nemico acerrimo del liberalismo, fondato sulla meritocrazia che premia i migliori.
Per il liberale conta quanto prodotto. Chi solleva un quintale, avendone le capacità, viene pagato per cento chili. Chi ne solleva solo cinquanta, essendo debole, viene pagato per cinquanta e tale compenso gli servirà per curarsi l’ernia prodotta a causa dello sforzo fatto. Filippide percorre, di corsa, 42 chilometri e passa, da solo; avverte i Greci dell’arrivo dei nemici e crepa per l’immane fatica sostenuta. Viene premiato e ricordato in eterno. Se a correre fossero stati in tre: Primeide, Filippide e Panieride, e Primeide fosse giunto per primo, Primeide sarebbe stato lui ad essere osannato e, anche se morti di crepacuore, non avrebbero raccolto felicitazioni gli altri e si sarebbe persa la memoria per Filippide e Panieride.
Il comunismo di San Leucio, accettato dalla Chiesa cattolica, non si sa quanto a malincuore, e vidimato dal Padreterno, rappresentava quanto più mortale per il pensiero e il potere liberal-massonico. Ritornava sulla Terra il messia, nei fatti e, quindi, era indispensabile ricrocifiggerlo.
I rapaci masso-ebraici-anglofrancosardi, sfruttando i laicomassorisorgimentali, partirono, lancia in resta, per fare del Regno terra bruciata.
La bestemmia pronunciata con la realizzazione di San Leucio era troppo grande; quindi: “ aricrucifige”! guai se l’esempio di san Leucio si fosse propagato.
Così come gli alleati, nella seconda guerra mondiale, furono costretti sbarcare sulle coste della Normandia, dacchè si era sentito sentore che Hitler stava per realizzare la bomba atomica, i rapaci alleati liberal-massoni corsero ad invadere la Magna Grecia ribattezzata Regno delle Due Sicilie. Così. Come sostengono alcuni storici moderni, fu attivato un certo garibaldo, cacciatore per vocazione o bracconiere e arraffatore di prede e bottini in ogni sito terrestre, di qua e di là dell’oceano atlantico. Prodotto della coste liguri, come Colombo, avaro come si conviene in quelle plaghe, fu chiamato a cacciare i Borbone. Dicono, questi ultimi storici, che il famoso avido predone, aureolato dal carbonlaicismo del tempo, di ligure mazziniana fattezza, alla testa di un manipolo di pirati, banditi ed avventurieri assoldati nelle bettole litoranee del Nord e nelle miseropoli piemontesi e lombarde, sostenuto da mezzi e flotte delle Sacre Corone Unite d’Europa e dalle infide colonne liberal-ladroniche, cospicuamente presenti nel Regno da disfare, ingranò la quarta a Quarto, ubriacò le truppe a Marsala e, con le quinte colonne presenti in Sicilia, occupò l’isola, alleggerendola di migliaia e migliaia di contadini scontenti, fatti fucilare. Ciò per mettere in sesto il disegno savoiardo.
La storia, oggi, sul suo nome tentenna. Garibaldo, nato e cresciuto sulla costa, legato al mare per via del destino, odiava tutti i terragni: contadini, terroni e bifolchi, intenti ad accumulare per sopravvivere e gelosi della terra su cui nascevano, faticavano e morivano lasciando il testimone ai figli. Troppo statici agli occhi del corsaro. Ne fece fucilare tantissimi nel Regno dei Borbone depredato.
Nel nome di una druidica barbarie, aiutò i Savoia a spoliare la Magna Grecia di tutte le sue ricchezze finanziarie, materiali, sociali, spirituali ed artistiche. Tutto il trasportabile fu trasportato nel Regno dei barbari discendenti di Vercincetorige e l’Italia fu consegnata in blocco ai Galli, Cisalpini e Trans, ai Longobardi e via ordando.Garibaldo fu mandato in pensione, in mezzo al mare. Qualcuno disse che non c’era, al mondo, sito migliore di Caprera per ospitare un caprone come il generale. Altri sostennero che l’operazione doveva servire a dare il là alle famose barzellette che vedono protagonista il naufrago sull’isoletta in mezzo al mare.
Intanto la ferocia savoiarda avviava all’emigrazione di massa, alla diaspora, tutto il popolo del Sud. Si affermava così il grande progetto: “ Dio e Popolo – Pensiero e Azione”: una malazione. Quale Dio, quale Popolo e quale pensiero, sono rimasti misteriosi.
Il “Dio” degli ebrei o quello dei cristiani? Quello del diluvio universale, di Sodoma e Gomorra, dell’occhio per occhio o quello del messia e del Perdono?
Il “Popolo” degli Italici sconfitti e dispersi della Magna Grecia o quello delle orde ottocentesche, autore dell’ultimo sacco di Roma?
Il “Pensiero” che va, sulle ali dorate , a raddrizzare le torri di Sionne o il Pensiero filosofico meraviglioso che va da Talete a Cristo? Ah, saperlo!
Chiusa la miniera laica dei carbonari, i massoni rotolarono come macigni da nord-ovest, per schiacciare le speranze di una Italia umanista. Eppure, quando i venti innovatori della rivoluzione francese erano arrivati a Napoli, si erano vergognati di riconoscersi arretrati rispetto a quanto si era edificato in quell’area geografica.
Dalla vergogna alla rabbia il passo è breve, per gli spocchiosi.
Quei maledetti Borbone si erano infilati in testa l’idea di eliminare i poveri. Li censivano, poi costruivano in Napoli un chilometrico edificio per gli stessi, al fine di avviarli al reinserimento nella società, con la dignità che era dovuta loro in quanto esseri umani tra gli umani. Borbonismo sì, Borbonismo no.
Monarchi folli, da Campania Felix.
La storia scritta dai vincitori li classificò reazionari.
Dolmen, Menhir e Macigni debellarono anche i cattolici asburgici e l’unità d’Italia fu realizzata sotto il dominio delle province annesse.”.
(Cosmo Ciaramaglia)Filosofo di Gaeta, che, con Angelo Manna, Lucio Barone e Antonio Ciano, fondò il Partito del Sud nel ristorante "Masaniello" di Gaeta.
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“…L’Italia è fottuta.
Distrutte le Polis ( i Comuni e le Repubbliche Marinare), cancellate le Comunità Francescane e i Borbone, si corre verso il suicidio collettivo, voluto dall’Architetto massonico americano…”
( Cosmo Ciaramaglia, Meglio che me ne vada,( Inchiesta su Tangentopoli, dalla massoneria alle guerre di religione)
A noi il compito di abbattere questa barbarie.
I Borbone
Negli ultimi anni, forse per reazione alla politica antimeridionalista di Bossi, forse per il grande divario economico esistente tra Nord e Sud, forse per il fatto che i Savoia volevano rientrare in Italia dall’esilio, forse perché molti scrittori stanno riscrivendo la storia risorgimentale, fatto sta che i Borbone sono ritornati nella memoria storica della gente del Sud e non solo. Nell’anno 2000 centinaia di migliaia di persone si sono recate a visitare le mostre sui Borbone patrocinate da presidenti di regioni e persino dal Capo dello Stato.
Negli ultimi anni, forse per reazione alla politica antimeridionalista di Bossi, forse per il grande divario economico esistente tra Nord e Sud, forse per il fatto che i Savoia volevano rientrare in Italia dall’esilio, forse perché molti scrittori stanno riscrivendo la storia risorgimentale, fatto sta che i Borbone sono ritornati nella memoria storica della gente del Sud e non solo. Nell’anno 2000 centinaia di migliaia di persone si sono recate a visitare le mostre sui Borbone patrocinate da presidenti di regioni e persino dal Capo dello Stato.
Ma chi erano quei Borbone da sempre dipinti come tiranni ed assassini dai derelitti prezzolati di regime? Meglio di tutti risponde a questa domanda Cosmo Ciaramaglia, scrittore e filosofo:”I Borbone, per mestiere, facevano i re. Una professione che si tramandavano di padre in figlio con passione e onestà.
Giravano l’Europa alla ricerca di chi avesse bisogno della loro opera e, felicemente, erano approdati nel Regno delle Due Sicilie che ne richiedeva la presenza.
A differenza di tutti gli altri Stati europei, dove i re trovavano sudditi da governare, nel Regno delle Due Sicilie, già Magna Gracia, i Borbone trovarono un popolo fatto di individui, l’uno diverso dall’altro per via della cultura epicurea che avevano nel sangue. Gennaro Esposito poteva essere solo Gennaro Esposito, non assimilabile a Carmine Cacace e, soprattutto, non riducibile a suddito.
Vigeva, inoltre, nel Regno, la triste usanza della solidarietà nei confronti dei poveri e dei derelitti, al fine di preservarne la sopravvivenza e la conservazione della personalità. Tutti individualisti ma tutti solidali.
Non era possibile far morire di fame un povero perché, prima di tirare le cuoia, il povero si sarebbe fatto precedere nell’aldilà da quelli che, a suo giudizio, non gli avevano offerto solidarietà.
Nel Regno erano permesse: la morte per vecchiaia, quella per malattia e quella violenta; la morte per fame la si trovava solo oltre i confini del Regno. I Borbone, tra l’altro, erano affetti da una grave malattia ereditaria. Una malattia progressiva peggiore della sifilide: erano cattolici. Credevano nel Cristo dei vangeli ed erano monarchi. Bella rogna essere amministratori di uno Stato e seguaci della parola di Cristo!
A differenza di quanto può permettersi un papa ( predicare il dettame), uno statista serio è costretto a praticare, ad applicare ciò in cui crede e, quindi, a legiferare in quel senso.
Scoprirono che Cristo era anche figlio di Dio, come ognuno di noi, ed era stato inviato sulla Terra, in alternativa a un secondo diluvio universale, a portare “il messaggio” che Dio avrebbe voluto fosse scoperto dagli uomini con l’aiuto dello Spirito santo.
Ma così non fu.
Cristo, figlio prediletto del Padre, esso stesso Dio, venne nel mondo degli uomini con la “formula magica”, la lieta novella, la verità assoluta. La formula che racchiude in sé il postulato filosofico, mai acquisito dagli uomini, diceva che tutto era scritto a chiare lettere nella natura. Il postulato recita: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Nel “ te stesso” risiede la prima legge naturale cher sancisce lo spirito di conservazione, l’egoismo che interessa tutti gli elementi presenti al mondo. Nell’” ama il prossimo tuo il segreto svelato dell’interazione cosmocologica a cui tutte le cose sono soggette. L’evoluzione di ogni uomo è meccanicamente dipendente del proprio circostante. Il circostante dell’individuo, che bombarda miriadi di messaggi si di esso, si diparte dal prossimo più prossimo e, via sfumando, coinvolge tutto l’habitat universale. Niente e nessuno può essere scevro dai fenomeni e dalle azioni che gli determinano intorno.
Tutto interreagisce.
Ogni uomo è portato ad erricchirsi, a impadronirsi di novità, nell’evoluzione.
Non c’è miniera che non debba essere sfruttata a proprio uso e consumo; ciò al fine di ascendere a una Dimensione Superiore. Più Divina.
Ma se l’uomo è squisito prodotto del proprio circostante, è nella dinamizzazione e nella ottimizzazione dello stesso la sorgente della propria evoluzione. Quindi, lavorare alla crescita qualitativa del proprio circostante equivale, pari pari, a lavorare per la propria crescita. L’altruismo è la più alta forma di egoismo. Arare, seminare, far germogliare, per poter cogliere i frutti. Stimolare il benessere e l’esaltazione materiale, intellettiva, culturale e spirituale altrui, per ricevere messaggi vieppiù stimolanti. Senza nobile fatica, ha la meglio il ristagno.
Chi pratica lo zoppo impara a zoppicare, l’uomo delle caverne o lagunare si ammala di atrosi per via della forte umidità; chi scherza col fuoco si brucia.
Per via della “paposcia”, la stragrande maggioranza degli esseri umani, invece di faticare per costruire la propria casa, ha preferito occupare quella del vicino, dopo averlo fatto fuori.
L’ozio è il padre dei vizi. Chi non semina non raccoglie e, se raccoglie, lo fa nel seminato altrui.
Attraverso la sopraffazione e il consumismo, l’uomo è diventato demolitore del proprio circostante. Da cannibale, ha divorato il suo vicino; ha rubato, ha stuprato, ha ammazzato e distrutto intorno a sé e, tra le macerie di quanto consumato, raccoglie messaggi di livello infimo e scende nella dimensione delle sottospecie. Nella società moderna, le fatiche occorrenti per l’ottenimento dell’elevazione globale, vengono delegate a pochi.il religioso codino mangia, beve, fotte e prega. Il laico deve farsi carico di scoprire il vaccino antirabbico, la penicillina, l’antibiotico occorrente al religioso codino che mangia, beve, fotte e prega, quando viene morso da un cane e si ammala.
Dieci a costruire, novanta a distruggere: una lotta impari. La preghiera, praticata con la paposcia, è la scorciatoia per ottenere il massimo. Dio, che ha sancito essere la preghiera il darsi da fare a favore degli altri, nell’ambito delle leggi della natura, palesemente Divina, forse è sempre meno propenso ad ascoltare i vili mormorii dei cerebrolesi fatti nascere col forcipe delle Scritture Manomesse. L’ignoranza è l’essenza di Grazia. Chi si adopera per la conservazione o la moltiplicazione dell’ignoranza è ignorante. E senza Grazia. La Grazia di Dio è nella strabiliante varietà fenomenologica presente in natura, da cui l’uomo può attingere a piene mani per ottenere la cittadinanza cosmica a cui è destinato. Paposciari di tutto il mondo, datevi una mossa!
Se amare il prossimo come sé stessi” era il dettame dell’altissimo filosofo Cristo, non potevano i Cristiani cattolici Borbone non agire di conseguenza.
Se tutti gli esseri umani, alla pari, sono il prossimo di ognuno, tale parità andava proclamata nei fatti. Perciò, quindi occorreva recuperare nella sfera della dignità tutti i bisognosi, i miseri, i derelitti, gli acciaccati.
La divisione aprioristicamente meritocratica del liberalismo, il privilegio dovuto agli eletti di ebraica scaturigine, le rendite di posizione e quan’altro faceva a cazzotti con il postulato cristiano, dovevano essere, via via, debellati. Le pari opportunità dovevano riguardare anche Gennaro Esposito e Carmine Cacace.
Pane per tutti, istruzione per tutti, assistenza per tutti.
Dio lo vuole, Cristo lo ha detto.
E mentre l’aristocrazia mugugnava, nasceva San Leucio.
San Leucio, la “ città-utopia”, lavorava mirabilmente nel campo dei tessuti. Sete, rasi, fibre varie attraversavano i telai destramente adoperati e formavano coperte fantasmagoriche, lenzuola, tessuti ineguagliabili per fattezza. Una organizzazione industriale in una città di operai con i propri nuclei familiari, tutti forniti di una casa, di un’istruzione primaria, di un’istruzione professionale, di un salario uguale per tutti, di un’assistenza. Era il comunismo. Era il nemico acerrimo del liberalismo, fondato sulla meritocrazia che premia i migliori.
Per il liberale conta quanto prodotto. Chi solleva un quintale, avendone le capacità, viene pagato per cento chili. Chi ne solleva solo cinquanta, essendo debole, viene pagato per cinquanta e tale compenso gli servirà per curarsi l’ernia prodotta a causa dello sforzo fatto. Filippide percorre, di corsa, 42 chilometri e passa, da solo; avverte i Greci dell’arrivo dei nemici e crepa per l’immane fatica sostenuta. Viene premiato e ricordato in eterno. Se a correre fossero stati in tre: Primeide, Filippide e Panieride, e Primeide fosse giunto per primo, Primeide sarebbe stato lui ad essere osannato e, anche se morti di crepacuore, non avrebbero raccolto felicitazioni gli altri e si sarebbe persa la memoria per Filippide e Panieride.
Il comunismo di San Leucio, accettato dalla Chiesa cattolica, non si sa quanto a malincuore, e vidimato dal Padreterno, rappresentava quanto più mortale per il pensiero e il potere liberal-massonico. Ritornava sulla Terra il messia, nei fatti e, quindi, era indispensabile ricrocifiggerlo.
I rapaci masso-ebraici-anglofrancosardi, sfruttando i laicomassorisorgimentali, partirono, lancia in resta, per fare del Regno terra bruciata.
La bestemmia pronunciata con la realizzazione di San Leucio era troppo grande; quindi: “ aricrucifige”! guai se l’esempio di san Leucio si fosse propagato.
Così come gli alleati, nella seconda guerra mondiale, furono costretti sbarcare sulle coste della Normandia, dacchè si era sentito sentore che Hitler stava per realizzare la bomba atomica, i rapaci alleati liberal-massoni corsero ad invadere la Magna Grecia ribattezzata Regno delle Due Sicilie. Così. Come sostengono alcuni storici moderni, fu attivato un certo garibaldo, cacciatore per vocazione o bracconiere e arraffatore di prede e bottini in ogni sito terrestre, di qua e di là dell’oceano atlantico. Prodotto della coste liguri, come Colombo, avaro come si conviene in quelle plaghe, fu chiamato a cacciare i Borbone. Dicono, questi ultimi storici, che il famoso avido predone, aureolato dal carbonlaicismo del tempo, di ligure mazziniana fattezza, alla testa di un manipolo di pirati, banditi ed avventurieri assoldati nelle bettole litoranee del Nord e nelle miseropoli piemontesi e lombarde, sostenuto da mezzi e flotte delle Sacre Corone Unite d’Europa e dalle infide colonne liberal-ladroniche, cospicuamente presenti nel Regno da disfare, ingranò la quarta a Quarto, ubriacò le truppe a Marsala e, con le quinte colonne presenti in Sicilia, occupò l’isola, alleggerendola di migliaia e migliaia di contadini scontenti, fatti fucilare. Ciò per mettere in sesto il disegno savoiardo.
La storia, oggi, sul suo nome tentenna. Garibaldo, nato e cresciuto sulla costa, legato al mare per via del destino, odiava tutti i terragni: contadini, terroni e bifolchi, intenti ad accumulare per sopravvivere e gelosi della terra su cui nascevano, faticavano e morivano lasciando il testimone ai figli. Troppo statici agli occhi del corsaro. Ne fece fucilare tantissimi nel Regno dei Borbone depredato.
Nel nome di una druidica barbarie, aiutò i Savoia a spoliare la Magna Grecia di tutte le sue ricchezze finanziarie, materiali, sociali, spirituali ed artistiche. Tutto il trasportabile fu trasportato nel Regno dei barbari discendenti di Vercincetorige e l’Italia fu consegnata in blocco ai Galli, Cisalpini e Trans, ai Longobardi e via ordando.Garibaldo fu mandato in pensione, in mezzo al mare. Qualcuno disse che non c’era, al mondo, sito migliore di Caprera per ospitare un caprone come il generale. Altri sostennero che l’operazione doveva servire a dare il là alle famose barzellette che vedono protagonista il naufrago sull’isoletta in mezzo al mare.
Intanto la ferocia savoiarda avviava all’emigrazione di massa, alla diaspora, tutto il popolo del Sud. Si affermava così il grande progetto: “ Dio e Popolo – Pensiero e Azione”: una malazione. Quale Dio, quale Popolo e quale pensiero, sono rimasti misteriosi.
Il “Dio” degli ebrei o quello dei cristiani? Quello del diluvio universale, di Sodoma e Gomorra, dell’occhio per occhio o quello del messia e del Perdono?
Il “Popolo” degli Italici sconfitti e dispersi della Magna Grecia o quello delle orde ottocentesche, autore dell’ultimo sacco di Roma?
Il “Pensiero” che va, sulle ali dorate , a raddrizzare le torri di Sionne o il Pensiero filosofico meraviglioso che va da Talete a Cristo? Ah, saperlo!
Chiusa la miniera laica dei carbonari, i massoni rotolarono come macigni da nord-ovest, per schiacciare le speranze di una Italia umanista. Eppure, quando i venti innovatori della rivoluzione francese erano arrivati a Napoli, si erano vergognati di riconoscersi arretrati rispetto a quanto si era edificato in quell’area geografica.
Dalla vergogna alla rabbia il passo è breve, per gli spocchiosi.
Quei maledetti Borbone si erano infilati in testa l’idea di eliminare i poveri. Li censivano, poi costruivano in Napoli un chilometrico edificio per gli stessi, al fine di avviarli al reinserimento nella società, con la dignità che era dovuta loro in quanto esseri umani tra gli umani. Borbonismo sì, Borbonismo no.
Monarchi folli, da Campania Felix.
La storia scritta dai vincitori li classificò reazionari.
Dolmen, Menhir e Macigni debellarono anche i cattolici asburgici e l’unità d’Italia fu realizzata sotto il dominio delle province annesse.”.
(Cosmo Ciaramaglia)Filosofo di Gaeta, che, con Angelo Manna, Lucio Barone e Antonio Ciano, fondò il Partito del Sud nel ristorante "Masaniello" di Gaeta.
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lunedì 14 aprile 2014
40 mila miliardi dei nostri emigranti sanarono il debito pubblico nel 1910
Gli emigranti meridionali nel “primo quarto del secolo corrente, avevano mandato, a mezzo di rimesse dei Banchi di Napoli e di Sicilia, oltre ventimiliardi di lire oro, valore 1910, e altrettanti ne avevano spediti in lettere raccomandate o portato a mano”. Un’immensa ricchezza per le finanze italiane che così potevano pareggiare i conti con l’estero e a volte chiuderli in attivo, tanto che Guido Dorso ha scritto: “I dollari che gli emigranti mandano nel paesello natìo vengono pompati, drenati a favore del Nord,seguono la stessa via delle piastre d’argento borboniche e dei napoleoni d’argento e d’oro che la borghesia terriera custodiva nel 1860. Tutte le banche settentrionali che fino ad allora avevano ignorato il Mezzogiorno, si precipitano a taglieggiare il Sud, e lo Stato completa l’opera con i depositipostali e i titoli di rendita”
Oggi le banche del Sud non esistono più. Il Banco di Napoli è stato colonizzato dal San Paolo Imi di Torino e il Banco di Sicilia dall'UNICREDIT di Milano. Tutto è nelle mani del Nord Tosco padano. Il Sud non ha più economia, ma tanti soldi continuano ad arrivare nelle banche italiane. Il debito pubblico odierno ha superato i 2.000 (Duemila) miliardi di Euro. Una cifra astronomica!.Circa venti milioni di italiani hanno prestato allo Stato somme considerevoli. Il mio amico Ciaramaglia lo chiamava il "popolo dei risparmiatori". Cioè quelli che si erano risparmiati la fatica di pagare le tasse. Escluso qualcuno. Per anni. L'unico titolo obbligazionario, che erano tenuti a onorare,era quello di votare il "Sistema" o il "regime" che conservava tale andazzo. Dai grandi finanzieri ai più piccoli pensionati, si cimentarono tutti nell'accaparramento di Bot e CCT. Insomma, gli incapaci, quelli che non riuscivano a risparmiare perchè oberati dalla tasse, dovevano e devono pagare gli interessi ai risparmiatori. Con questo ingegnoso sistema, la Massoneria, ha aggirato il contenuto della Democrazia, assicurandosi il governo eterno della Nazione Italia. Per questo motivo hanno dato vita al colossale fenomeno della EVASIONE FISCALE. Escluso i lavoratori a reddito fisso e, quindi i comunisti comunardi, statali, operai, pensionati. Tutti gli altri, finanzieri, banchieri, odontoiatri, avocati, ingegneri, geometri, artigiani, liberi professionisti, dentisti, industriali,affitta-tutto, ladri, escort, mignotte, puttane, furono tutti abilitati a non pagare le tasse. A questi si aggiunge la Casta degli speculatori, dei mafiosi, dei camorristi, dei politci collusi, si aggiungano anche i concessionari mediatici, e tutti coloro che hanno soldi nelle banche svizzere, o delle Isole Caiman. Tutti a frodare lo Stato. Tutti alla mangiatoia. Mio padre, Damiano Ciano, morto da contadino a 97 anni, prima di morire mi disse: "Antò, quando ero giovane, a Gaeta e in Italia facevamo la fame, camminavamo con le pezze al culo. Producevamo di tutto.Si coltivava anche sulle montagne rocciose. Gaeta e l'Italia erano come il paradiso terrestre. Oggi non si produce più niente e tutti stanno bene, tutti hanno la macchina e il frigorifero, telefonini. A tavola bevono aranciata, coca cola, vini extralusso. Questa cosa non può durare. Succederà qualcosa." Papà, quel qualcosa è sotto gli occhi di tutti. Il Sistema massonico è saltato, vogliono salvarlo. E a pagare siamo sempre noi. Al Parlamento padano, per il momento di stanza a Roma, qualcosa sta accadendo.Molti giovani stanno "scassando" la Casta, stanno mettendo a nudo il sistema corrotto. La loro è una piccola rivoluzione.
Ne seguirà un'altra. Quella Meridionale. E sarà la fine del Sistema. Ci riapproprieremo dei nostri valori, della nostra dignità, di tutto ciò che ci hanno rubato negli ultimi 152 anni. Scompariranno i partiti portatori degli interessi padani, ce ne sarà un altro, quello dei beni comuni. Il Nostro.


Ne seguirà un'altra. Quella Meridionale. E sarà la fine del Sistema. Ci riapproprieremo dei nostri valori, della nostra dignità, di tutto ciò che ci hanno rubato negli ultimi 152 anni. Scompariranno i partiti portatori degli interessi padani, ce ne sarà un altro, quello dei beni comuni. Il Nostro.


Gli emigranti meridionali nel “primo quarto del secolo corrente, avevano mandato, a mezzo di rimesse dei Banchi di Napoli e di Sicilia, oltre ventimiliardi di lire oro, valore 1910, e altrettanti ne avevano spediti in lettere raccomandate o portato a mano”. Un’immensa ricchezza per le finanze italiane che così potevano pareggiare i conti con l’estero e a volte chiuderli in attivo, tanto che Guido Dorso ha scritto: “I dollari che gli emigranti mandano nel paesello natìo vengono pompati, drenati a favore del Nord,seguono la stessa via delle piastre d’argento borboniche e dei napoleoni d’argento e d’oro che la borghesia terriera custodiva nel 1860. Tutte le banche settentrionali che fino ad allora avevano ignorato il Mezzogiorno, si precipitano a taglieggiare il Sud, e lo Stato completa l’opera con i depositipostali e i titoli di rendita”
Oggi le banche del Sud non esistono più. Il Banco di Napoli è stato colonizzato dal San Paolo Imi di Torino e il Banco di Sicilia dall'UNICREDIT di Milano. Tutto è nelle mani del Nord Tosco padano. Il Sud non ha più economia, ma tanti soldi continuano ad arrivare nelle banche italiane. Il debito pubblico odierno ha superato i 2.000 (Duemila) miliardi di Euro. Una cifra astronomica!.Circa venti milioni di italiani hanno prestato allo Stato somme considerevoli. Il mio amico Ciaramaglia lo chiamava il "popolo dei risparmiatori". Cioè quelli che si erano risparmiati la fatica di pagare le tasse. Escluso qualcuno. Per anni. L'unico titolo obbligazionario, che erano tenuti a onorare,era quello di votare il "Sistema" o il "regime" che conservava tale andazzo. Dai grandi finanzieri ai più piccoli pensionati, si cimentarono tutti nell'accaparramento di Bot e CCT. Insomma, gli incapaci, quelli che non riuscivano a risparmiare perchè oberati dalla tasse, dovevano e devono pagare gli interessi ai risparmiatori. Con questo ingegnoso sistema, la Massoneria, ha aggirato il contenuto della Democrazia, assicurandosi il governo eterno della Nazione Italia. Per questo motivo hanno dato vita al colossale fenomeno della EVASIONE FISCALE. Escluso i lavoratori a reddito fisso e, quindi i comunisti comunardi, statali, operai, pensionati. Tutti gli altri, finanzieri, banchieri, odontoiatri, avocati, ingegneri, geometri, artigiani, liberi professionisti, dentisti, industriali,affitta-tutto, ladri, escort, mignotte, puttane, furono tutti abilitati a non pagare le tasse. A questi si aggiunge la Casta degli speculatori, dei mafiosi, dei camorristi, dei politci collusi, si aggiungano anche i concessionari mediatici, e tutti coloro che hanno soldi nelle banche svizzere, o delle Isole Caiman. Tutti a frodare lo Stato. Tutti alla mangiatoia. Mio padre, Damiano Ciano, morto da contadino a 97 anni, prima di morire mi disse: "Antò, quando ero giovane, a Gaeta e in Italia facevamo la fame, camminavamo con le pezze al culo. Producevamo di tutto.Si coltivava anche sulle montagne rocciose. Gaeta e l'Italia erano come il paradiso terrestre. Oggi non si produce più niente e tutti stanno bene, tutti hanno la macchina e il frigorifero, telefonini. A tavola bevono aranciata, coca cola, vini extralusso. Questa cosa non può durare. Succederà qualcosa." Papà, quel qualcosa è sotto gli occhi di tutti. Il Sistema massonico è saltato, vogliono salvarlo. E a pagare siamo sempre noi. Al Parlamento padano, per il momento di stanza a Roma, qualcosa sta accadendo.Molti giovani stanno "scassando" la Casta, stanno mettendo a nudo il sistema corrotto. La loro è una piccola rivoluzione.
Ne seguirà un'altra. Quella Meridionale. E sarà la fine del Sistema. Ci riapproprieremo dei nostri valori, della nostra dignità, di tutto ciò che ci hanno rubato negli ultimi 152 anni. Scompariranno i partiti portatori degli interessi padani, ce ne sarà un altro, quello dei beni comuni. Il Nostro.


Ne seguirà un'altra. Quella Meridionale. E sarà la fine del Sistema. Ci riapproprieremo dei nostri valori, della nostra dignità, di tutto ciò che ci hanno rubato negli ultimi 152 anni. Scompariranno i partiti portatori degli interessi padani, ce ne sarà un altro, quello dei beni comuni. Il Nostro.


venerdì 11 aprile 2014
Motta Santa Lucia (CZ), sabato 12 Aprile ore 16.30: Presentazione lavori letterari sulla vicenda di Giuseppe Vilella
Motta Santa Lucia , sabato 12 Aprile ore 16.30.
Con la presenza dell' Ing. Francesco Cefali'- Coord. Della Sez. PdelSUD di Lamezia Terme
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Con la presenza dell' Ing. Francesco Cefali'- Coord. Della Sez. PdelSUD di Lamezia Terme
Motta Santa Lucia , sabato 12 Aprile ore 16.30.
Con la presenza dell' Ing. Francesco Cefali'- Coord. Della Sez. PdelSUD di Lamezia Terme
Con la presenza dell' Ing. Francesco Cefali'- Coord. Della Sez. PdelSUD di Lamezia Terme
lunedì 7 aprile 2014
Gigi Di Fiore: Documenti inediti sull'eccidio di Pontelandolfo Città Martire del 14 agosto 1861, sul Mattino
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di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino
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I documenti inediti di una storia crudele: brigantaggio e diario del canonico di Venafro |
Per chi ama la storia, e soprattutto la verità, la lettura di nuovi documenti è sempre un'emozione. Scoprire vicende che non si conoscevano appaga curiosità e arricchisce il quadro di periodi storici da approfondire.
Prendete il diario, poco noto, del suddiacono Nicola Nola di Venafro, di cui sono state pubblicate (da Palladino editore a cura di Antonio D'Ambrosio) le pagine sugli anni 1860-61. E' ricco di episodi, notizie che, messe insieme a tante altre, forniscono bene l'idea di cosa accadde nel Sud in quel periodo.
Il brigantaggio, i contadini arrestati, le uccisioni a sangue freddo. Il Mezzogiorno non era terra per educande, regnava la paura, l'instabilità, l'incertezza. I militari piemontesi-italiani facevano il bello e il cattivo tempo. Il canonico racconta di una "barbara uccisione di tre abitanti di Letino". Le circostanze e i dettagli spietati ci riportano a immagini più recenti, alla guerra più vicina di 70 anni fa.
I militari rastrellavano chi faceva parte delle bande intorno ai monti del Matese. Molta gente, terrorizzata, fuggiva dai paesi. Bastava un sospetto, un indizio, una spia che indicava qualcuno come complice delle bande per essere fucilati senza processo. Anche da Letino la gente fuggiva. Scrive il canonico Nola: "Il comandante piemontese mise ogni opera per averli tra le mani; carcerò un povero vecchio in ostaggio per suo figlio che stava tra i fuggiaschi; e con lusinghe fece rivelare dove stavano".
Le pagine sono quelle del 23 luglio 1861, un episodio che colpì molto il religioso. I militari raggiunsero i fuggiaschi di Letino, li circondarono mentre dormivano, li arrestarono. I più fortunati riuscirono a scappare. Testimonia il canonico: "Avutoli nelle mani, il comandante li portò a Venafro e col telegrafo ebbe da Isernia che subito gli avesse fucilati".
Senza processo, senza precise accuse. Per evitare problemi, i militari li portarono via con l'inganno. Racconta ancora il suddiacono Nola: "Sotto pretesto di portarli nel carcere di Teano, li portarono sul luogo del supplizio. Uno dei tre, un sarto, si voltò ai piemontesi e disse se ci volete uccidere fateci prima confessare. La risposta fu una grandine di palle alla testa, alla mano. I tre rimasero stesi a terra senza vita".
Il peggio arrivò anche dopo: i soldati rovistarono nelle tasche degli uccisi, "facendo proprio quanto ritrovarono". I tre fucilati furono il giorno dopo gettati "nella fossa di San Pascale vecchio, in uno spettacolo da inorridire e un fetore d'inferno". Orrori e spietatezza di una guerra non dichiarata da migliaia di morti: la guerra civile del Sud, nei mesi dell'unità d'Italia. Pagine nuove e documenti in archivi locali ne sono illuminanti flash. Spesso, la pigrizia dei ricercatori si ferma alle carte già conosciute. Ed è un peccato.
Prendete il diario, poco noto, del suddiacono Nicola Nola di Venafro, di cui sono state pubblicate (da Palladino editore a cura di Antonio D'Ambrosio) le pagine sugli anni 1860-61. E' ricco di episodi, notizie che, messe insieme a tante altre, forniscono bene l'idea di cosa accadde nel Sud in quel periodo.
Il brigantaggio, i contadini arrestati, le uccisioni a sangue freddo. Il Mezzogiorno non era terra per educande, regnava la paura, l'instabilità, l'incertezza. I militari piemontesi-italiani facevano il bello e il cattivo tempo. Il canonico racconta di una "barbara uccisione di tre abitanti di Letino". Le circostanze e i dettagli spietati ci riportano a immagini più recenti, alla guerra più vicina di 70 anni fa.
I militari rastrellavano chi faceva parte delle bande intorno ai monti del Matese. Molta gente, terrorizzata, fuggiva dai paesi. Bastava un sospetto, un indizio, una spia che indicava qualcuno come complice delle bande per essere fucilati senza processo. Anche da Letino la gente fuggiva. Scrive il canonico Nola: "Il comandante piemontese mise ogni opera per averli tra le mani; carcerò un povero vecchio in ostaggio per suo figlio che stava tra i fuggiaschi; e con lusinghe fece rivelare dove stavano".
Le pagine sono quelle del 23 luglio 1861, un episodio che colpì molto il religioso. I militari raggiunsero i fuggiaschi di Letino, li circondarono mentre dormivano, li arrestarono. I più fortunati riuscirono a scappare. Testimonia il canonico: "Avutoli nelle mani, il comandante li portò a Venafro e col telegrafo ebbe da Isernia che subito gli avesse fucilati".
Senza processo, senza precise accuse. Per evitare problemi, i militari li portarono via con l'inganno. Racconta ancora il suddiacono Nola: "Sotto pretesto di portarli nel carcere di Teano, li portarono sul luogo del supplizio. Uno dei tre, un sarto, si voltò ai piemontesi e disse se ci volete uccidere fateci prima confessare. La risposta fu una grandine di palle alla testa, alla mano. I tre rimasero stesi a terra senza vita".
Il peggio arrivò anche dopo: i soldati rovistarono nelle tasche degli uccisi, "facendo proprio quanto ritrovarono". I tre fucilati furono il giorno dopo gettati "nella fossa di San Pascale vecchio, in uno spettacolo da inorridire e un fetore d'inferno". Orrori e spietatezza di una guerra non dichiarata da migliaia di morti: la guerra civile del Sud, nei mesi dell'unità d'Italia. Pagine nuove e documenti in archivi locali ne sono illuminanti flash. Spesso, la pigrizia dei ricercatori si ferma alle carte già conosciute. Ed è un peccato.
Nuovi documenti sull'eccidio di Pontelandolfo Città Martire del 14 agosto 1861, sul Mattino in edicola ieri
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di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino
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I documenti inediti di una storia crudele: brigantaggio e diario del canonico di Venafro |
Per chi ama la storia, e soprattutto la verità, la lettura di nuovi documenti è sempre un'emozione. Scoprire vicende che non si conoscevano appaga curiosità e arricchisce il quadro di periodi storici da approfondire.
Prendete il diario, poco noto, del suddiacono Nicola Nola di Venafro, di cui sono state pubblicate (da Palladino editore a cura di Antonio D'Ambrosio) le pagine sugli anni 1860-61. E' ricco di episodi, notizie che, messe insieme a tante altre, forniscono bene l'idea di cosa accadde nel Sud in quel periodo.
Il brigantaggio, i contadini arrestati, le uccisioni a sangue freddo. Il Mezzogiorno non era terra per educande, regnava la paura, l'instabilità, l'incertezza. I militari piemontesi-italiani facevano il bello e il cattivo tempo. Il canonico racconta di una "barbara uccisione di tre abitanti di Letino". Le circostanze e i dettagli spietati ci riportano a immagini più recenti, alla guerra più vicina di 70 anni fa.
I militari rastrellavano chi faceva parte delle bande intorno ai monti del Matese. Molta gente, terrorizzata, fuggiva dai paesi. Bastava un sospetto, un indizio, una spia che indicava qualcuno come complice delle bande per essere fucilati senza processo. Anche da Letino la gente fuggiva. Scrive il canonico Nola: "Il comandante piemontese mise ogni opera per averli tra le mani; carcerò un povero vecchio in ostaggio per suo figlio che stava tra i fuggiaschi; e con lusinghe fece rivelare dove stavano".
Le pagine sono quelle del 23 luglio 1861, un episodio che colpì molto il religioso. I militari raggiunsero i fuggiaschi di Letino, li circondarono mentre dormivano, li arrestarono. I più fortunati riuscirono a scappare. Testimonia il canonico: "Avutoli nelle mani, il comandante li portò a Venafro e col telegrafo ebbe da Isernia che subito gli avesse fucilati".
Senza processo, senza precise accuse. Per evitare problemi, i militari li portarono via con l'inganno. Racconta ancora il suddiacono Nola: "Sotto pretesto di portarli nel carcere di Teano, li portarono sul luogo del supplizio. Uno dei tre, un sarto, si voltò ai piemontesi e disse se ci volete uccidere fateci prima confessare. La risposta fu una grandine di palle alla testa, alla mano. I tre rimasero stesi a terra senza vita".
Il peggio arrivò anche dopo: i soldati rovistarono nelle tasche degli uccisi, "facendo proprio quanto ritrovarono". I tre fucilati furono il giorno dopo gettati "nella fossa di San Pascale vecchio, in uno spettacolo da inorridire e un fetore d'inferno". Orrori e spietatezza di una guerra non dichiarata da migliaia di morti: la guerra civile del Sud, nei mesi dell'unità d'Italia. Pagine nuove e documenti in archivi locali ne sono illuminanti flash. Spesso, la pigrizia dei ricercatori si ferma alle carte già conosciute. Ed è un peccato.
Prendete il diario, poco noto, del suddiacono Nicola Nola di Venafro, di cui sono state pubblicate (da Palladino editore a cura di Antonio D'Ambrosio) le pagine sugli anni 1860-61. E' ricco di episodi, notizie che, messe insieme a tante altre, forniscono bene l'idea di cosa accadde nel Sud in quel periodo.
Il brigantaggio, i contadini arrestati, le uccisioni a sangue freddo. Il Mezzogiorno non era terra per educande, regnava la paura, l'instabilità, l'incertezza. I militari piemontesi-italiani facevano il bello e il cattivo tempo. Il canonico racconta di una "barbara uccisione di tre abitanti di Letino". Le circostanze e i dettagli spietati ci riportano a immagini più recenti, alla guerra più vicina di 70 anni fa.
I militari rastrellavano chi faceva parte delle bande intorno ai monti del Matese. Molta gente, terrorizzata, fuggiva dai paesi. Bastava un sospetto, un indizio, una spia che indicava qualcuno come complice delle bande per essere fucilati senza processo. Anche da Letino la gente fuggiva. Scrive il canonico Nola: "Il comandante piemontese mise ogni opera per averli tra le mani; carcerò un povero vecchio in ostaggio per suo figlio che stava tra i fuggiaschi; e con lusinghe fece rivelare dove stavano".
Le pagine sono quelle del 23 luglio 1861, un episodio che colpì molto il religioso. I militari raggiunsero i fuggiaschi di Letino, li circondarono mentre dormivano, li arrestarono. I più fortunati riuscirono a scappare. Testimonia il canonico: "Avutoli nelle mani, il comandante li portò a Venafro e col telegrafo ebbe da Isernia che subito gli avesse fucilati".
Senza processo, senza precise accuse. Per evitare problemi, i militari li portarono via con l'inganno. Racconta ancora il suddiacono Nola: "Sotto pretesto di portarli nel carcere di Teano, li portarono sul luogo del supplizio. Uno dei tre, un sarto, si voltò ai piemontesi e disse se ci volete uccidere fateci prima confessare. La risposta fu una grandine di palle alla testa, alla mano. I tre rimasero stesi a terra senza vita".
Il peggio arrivò anche dopo: i soldati rovistarono nelle tasche degli uccisi, "facendo proprio quanto ritrovarono". I tre fucilati furono il giorno dopo gettati "nella fossa di San Pascale vecchio, in uno spettacolo da inorridire e un fetore d'inferno". Orrori e spietatezza di una guerra non dichiarata da migliaia di morti: la guerra civile del Sud, nei mesi dell'unità d'Italia. Pagine nuove e documenti in archivi locali ne sono illuminanti flash. Spesso, la pigrizia dei ricercatori si ferma alle carte già conosciute. Ed è un peccato.
Nuovi documenti sull'eccidio di Pontelandolfo Città Martire del 14 agosto 1861, sul Mattino in edicola ieri
domenica 30 marzo 2014
Il Partito del Sud risponde ai gratuiti attacchi de "La Repubblica"
FONTE: LAMEZIAINSTRADA
Ha sollevato un polverone l’articolo de "La Repubblica", ieri, a firma di un giornalista poco informato non solo sulle vicende post-unitarie, ma sui dettami forensi dell’antropologia criminale, in cui è stato attaccato con incalzante tono denigratorio e diffamatorio il Partito Del Sud ed i movimenti a tutela della dignità della storia.
Ad essere citato in tale articolo è stato proprio uno dei responsabili della sezione lametina, il Prof. Francesco Antonio Cefalì, senza che l’interessato sia stato messo a conoscenza o abbia fornito dettagli precisi, all’autore del pezzo, su argomentazioni d’interesse.
Non è stata posta offesa al Professore lametino, ma sono stati utilizzati solo i toni di discredito culturale verso il senso della dignità di chi, storicamente, è riuscito a dimostrare la deportazione dei meridionali e dei calabresi da parte dei Savoia, verso il lager di Fenestrelle.
Un attacco negazionista, al servizio del negazionismo, che utilizza ancora una volta la scusante del cranio di Villella per coprire crimini efferati del passato. Un attacco che utilizza la pseudo-scienza, fornendola al servizio di ideologie e tesi abberranti che nulla hanno a che fare con la storia, i diritti umani e la scienza stessa.
Ad essere citato in tale articolo è stato proprio uno dei responsabili della sezione lametina, il Prof. Francesco Antonio Cefalì, senza che l’interessato sia stato messo a conoscenza o abbia fornito dettagli precisi, all’autore del pezzo, su argomentazioni d’interesse.
Non è stata posta offesa al Professore lametino, ma sono stati utilizzati solo i toni di discredito culturale verso il senso della dignità di chi, storicamente, è riuscito a dimostrare la deportazione dei meridionali e dei calabresi da parte dei Savoia, verso il lager di Fenestrelle.
Un attacco negazionista, al servizio del negazionismo, che utilizza ancora una volta la scusante del cranio di Villella per coprire crimini efferati del passato. Un attacco che utilizza la pseudo-scienza, fornendola al servizio di ideologie e tesi abberranti che nulla hanno a che fare con la storia, i diritti umani e la scienza stessa.
Un attacco denigratorio che non ha risparmiato nemmeno il Comitato No Lombroso, la cui finalità di tutela verso il genere umano e rifiuto verso l’eugenetica criminale (quest’ultima attivata dal Lombroso), è stata artificiosamente sostituita e bollata come causa anti-nazionale e nostalgicamente borbonica.
Nulla di più falso.
Questa è la risposta della sezione calabrese del Partito Del Sud a firma di Francesco Antonio Cefalì (Coordinatore Sezione Michelina De Cesare Partito del Sud Lamezia Terme) e Franco Gallo (Coordinatore Provinciale Partito del Sud Catanzaro)
Nulla di più falso.
Questa è la risposta della sezione calabrese del Partito Del Sud a firma di Francesco Antonio Cefalì (Coordinatore Sezione Michelina De Cesare Partito del Sud Lamezia Terme) e Franco Gallo (Coordinatore Provinciale Partito del Sud Catanzaro)
Continuano le falsità sul popolo meridionale.
Oggi, leggendo su Repubblica l’articolo “L’ultima polemica su Lombroso, minacce alla studiosa che lo difende”, scritto da un giornalista che, a mio sommesso avviso, farebbe meglio a documentarsi prima di scrivere, ho capito che continuano le falsità sul popolo meridionale.
Come si fa a negare la realtà e dire che “esponenti di quei movimenti neo-borbonici e antiunitari che da tempo, mediante un sostanziale stravolgimento e una manipolazione della storia d’Italia e del Risorgimento, impazzano sul web, attaccando e insultando chiunque non la pensi come loro”?
Le nostre contestazioni, come Partito del Sud, sono state e sempre saranno improntate al rispetto ed alla civiltà. Anzi prendiamo fermamente le distanze da tutti coloro che eventualmente abbiano proferito insulti o minacce all’indirizzo della Dott.ssa Milicia alla quale facciamo pervenire, pur nella diversità delle idee, la nostra più sentita solidarietà umana. Tuttavia ci corre l’obbligo di sottolineare quanto segue:
Il Regno delle Due Sicilie era lo Stato pre-unitario più prospero, dove l'emigrazione era sconosciuta e la cui popolazione non aveva alcun desiderio di unirsi alla restante parte della penisola. La sua posizione strategica al centro del Mediterraneo e la sua politica di fiera indipendenza, cozzavano con gli interessi delle grandi potenze europee e dei Savoia.
Prima dell’annessione forzata, il Regno delle Due Sicilie aveva una riserva aurea di ben 443,2 in milioni di lire (Giuseppe Ressa e Alfonso Grasso, Il Sud e l'Unità d'Italia; dati ricavato da: Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze) contro gli 8,1 milioni di lire della Lombardia ed i 27,00 del Piemonte. Quindi, il Regno delle Due Sicilie aveva quasi due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola uniti assieme.
Dai dati ufficiali del primo censimento del Regno d’Italia del 1861 si evince che:
- La regione con la più alta percentuale di popolazione attiva occupata nell’industria era la Calabria (28,8%) seguita dalla Campania (23,2%) e dalla Sicilia (23,1%).
- La più alta percentuale di occupati nell’agricoltura era in Valle d’Aosta (90%), seguiva il Friuli Venezia Giulia (81,8%) e in fine Piemonte e Umbria (81,1%).
Nel 1859 il Regno di Napoli aveva un debito pubblico (Giacomo Savarese 1862) di 411.475.000 milioni contro i 1.121.430.000 milioni del Piemonte (59,03 debito pro-capite nel Regno di Napoli contro i 261,86 del Piemonte).
Fino al 1860 l’emigrazione riguardava: Veneto (17,90 %), Friuli-Venezia Giulia (16,1%) e Piemonte (13,50%), mentre era quasi sconosciuta al Sud.
Nessuno ha mai detto che Giuseppe Villella di Motta S. Lucia sia stato un eroe; tutti invece pensiamo che sia stato uno dei tanti martiri del Risorgimento.
Infatti, il “presunto brigante” Giuseppe Villella, nacque a Motta S. Lucia nel 1795, secondo quanto scrisse Cesare Lombroso nella relativa autopsia del 16 agosto 1864, riportata integralmente dal direttore del Museo Universitario Silvano Montaldo nel suo libro, scritto insieme a Paolo Tappero (pag. 5). Ebbene, consultando gli archivi dei processi, dal 1816 al 1862, svolti dalla Gran Corte Criminale di Catanzaro e da quella di Cosenza nonché i processi dei Tribunali di Nicastro e di Cosenza del 1863 e 1864, si può affermare con assoluta certezza che, il Giuseppe Villella in oggetto, non fu un brigante ma un uomo totalmente estraneo a fatti malavitosi.
E’ pure vero che un Giuseppe Villella, di Pietro, di Motta S. Lucia nato intorno al 1804, fu coinvolto in un solo processo nel 1844, per un reato talmente lieve da essere condannato solo alla relegazione “….per avere assistito e facilitato Carmine Ajello, la notte del 29 luglio 1843, ad un furto, inferiore a trenta carlini, ai danni di Nicola Gigliotti suo compaesano….”
Giuseppe Villella, di Pietro, però morì all'Ospedale S. Matteo di Pavia il 15 Novembre del 1864, in una data e per una malattia diversa da quella indicata dall’antropologo.
Voglio sottolineare, da ultimo, che la storia scritta dai vincitori non ci interessa e non ci convince più. Vogliamo la verità storica sul risorgimento. Vogliamo che i nostri giovani sappiano che si è trattato di un massacro con annessa rapina. Pontelandolfo e Casalduni, le altre stragi, le fucilazioni e gli stupri ai danni di meridionali civili inermi non sono più nascosti. Uno stato civile e progredito come l’Italia non può più nascondere la verità dietro gli scritti di “pennivendoli salariati”, anzi, per dirla con Antonio Gramsci: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti”. Domenico Romeo
Oggi, leggendo su Repubblica l’articolo “L’ultima polemica su Lombroso, minacce alla studiosa che lo difende”, scritto da un giornalista che, a mio sommesso avviso, farebbe meglio a documentarsi prima di scrivere, ho capito che continuano le falsità sul popolo meridionale.
Come si fa a negare la realtà e dire che “esponenti di quei movimenti neo-borbonici e antiunitari che da tempo, mediante un sostanziale stravolgimento e una manipolazione della storia d’Italia e del Risorgimento, impazzano sul web, attaccando e insultando chiunque non la pensi come loro”?
Le nostre contestazioni, come Partito del Sud, sono state e sempre saranno improntate al rispetto ed alla civiltà. Anzi prendiamo fermamente le distanze da tutti coloro che eventualmente abbiano proferito insulti o minacce all’indirizzo della Dott.ssa Milicia alla quale facciamo pervenire, pur nella diversità delle idee, la nostra più sentita solidarietà umana. Tuttavia ci corre l’obbligo di sottolineare quanto segue:
Il Regno delle Due Sicilie era lo Stato pre-unitario più prospero, dove l'emigrazione era sconosciuta e la cui popolazione non aveva alcun desiderio di unirsi alla restante parte della penisola. La sua posizione strategica al centro del Mediterraneo e la sua politica di fiera indipendenza, cozzavano con gli interessi delle grandi potenze europee e dei Savoia.
Prima dell’annessione forzata, il Regno delle Due Sicilie aveva una riserva aurea di ben 443,2 in milioni di lire (Giuseppe Ressa e Alfonso Grasso, Il Sud e l'Unità d'Italia; dati ricavato da: Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze) contro gli 8,1 milioni di lire della Lombardia ed i 27,00 del Piemonte. Quindi, il Regno delle Due Sicilie aveva quasi due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola uniti assieme.
Dai dati ufficiali del primo censimento del Regno d’Italia del 1861 si evince che:
- La regione con la più alta percentuale di popolazione attiva occupata nell’industria era la Calabria (28,8%) seguita dalla Campania (23,2%) e dalla Sicilia (23,1%).
- La più alta percentuale di occupati nell’agricoltura era in Valle d’Aosta (90%), seguiva il Friuli Venezia Giulia (81,8%) e in fine Piemonte e Umbria (81,1%).
Nel 1859 il Regno di Napoli aveva un debito pubblico (Giacomo Savarese 1862) di 411.475.000 milioni contro i 1.121.430.000 milioni del Piemonte (59,03 debito pro-capite nel Regno di Napoli contro i 261,86 del Piemonte).
Fino al 1860 l’emigrazione riguardava: Veneto (17,90 %), Friuli-Venezia Giulia (16,1%) e Piemonte (13,50%), mentre era quasi sconosciuta al Sud.
Nessuno ha mai detto che Giuseppe Villella di Motta S. Lucia sia stato un eroe; tutti invece pensiamo che sia stato uno dei tanti martiri del Risorgimento.
Infatti, il “presunto brigante” Giuseppe Villella, nacque a Motta S. Lucia nel 1795, secondo quanto scrisse Cesare Lombroso nella relativa autopsia del 16 agosto 1864, riportata integralmente dal direttore del Museo Universitario Silvano Montaldo nel suo libro, scritto insieme a Paolo Tappero (pag. 5). Ebbene, consultando gli archivi dei processi, dal 1816 al 1862, svolti dalla Gran Corte Criminale di Catanzaro e da quella di Cosenza nonché i processi dei Tribunali di Nicastro e di Cosenza del 1863 e 1864, si può affermare con assoluta certezza che, il Giuseppe Villella in oggetto, non fu un brigante ma un uomo totalmente estraneo a fatti malavitosi.
E’ pure vero che un Giuseppe Villella, di Pietro, di Motta S. Lucia nato intorno al 1804, fu coinvolto in un solo processo nel 1844, per un reato talmente lieve da essere condannato solo alla relegazione “….per avere assistito e facilitato Carmine Ajello, la notte del 29 luglio 1843, ad un furto, inferiore a trenta carlini, ai danni di Nicola Gigliotti suo compaesano….”
Giuseppe Villella, di Pietro, però morì all'Ospedale S. Matteo di Pavia il 15 Novembre del 1864, in una data e per una malattia diversa da quella indicata dall’antropologo.
Voglio sottolineare, da ultimo, che la storia scritta dai vincitori non ci interessa e non ci convince più. Vogliamo la verità storica sul risorgimento. Vogliamo che i nostri giovani sappiano che si è trattato di un massacro con annessa rapina. Pontelandolfo e Casalduni, le altre stragi, le fucilazioni e gli stupri ai danni di meridionali civili inermi non sono più nascosti. Uno stato civile e progredito come l’Italia non può più nascondere la verità dietro gli scritti di “pennivendoli salariati”, anzi, per dirla con Antonio Gramsci: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti”. Domenico Romeo
FONTE: LAMEZIAINSTRADA
FONTE: LAMEZIAINSTRADA
Ha sollevato un polverone l’articolo de "La Repubblica", ieri, a firma di un giornalista poco informato non solo sulle vicende post-unitarie, ma sui dettami forensi dell’antropologia criminale, in cui è stato attaccato con incalzante tono denigratorio e diffamatorio il Partito Del Sud ed i movimenti a tutela della dignità della storia.
Ad essere citato in tale articolo è stato proprio uno dei responsabili della sezione lametina, il Prof. Francesco Antonio Cefalì, senza che l’interessato sia stato messo a conoscenza o abbia fornito dettagli precisi, all’autore del pezzo, su argomentazioni d’interesse.
Non è stata posta offesa al Professore lametino, ma sono stati utilizzati solo i toni di discredito culturale verso il senso della dignità di chi, storicamente, è riuscito a dimostrare la deportazione dei meridionali e dei calabresi da parte dei Savoia, verso il lager di Fenestrelle.
Un attacco negazionista, al servizio del negazionismo, che utilizza ancora una volta la scusante del cranio di Villella per coprire crimini efferati del passato. Un attacco che utilizza la pseudo-scienza, fornendola al servizio di ideologie e tesi abberranti che nulla hanno a che fare con la storia, i diritti umani e la scienza stessa.
Ad essere citato in tale articolo è stato proprio uno dei responsabili della sezione lametina, il Prof. Francesco Antonio Cefalì, senza che l’interessato sia stato messo a conoscenza o abbia fornito dettagli precisi, all’autore del pezzo, su argomentazioni d’interesse.
Non è stata posta offesa al Professore lametino, ma sono stati utilizzati solo i toni di discredito culturale verso il senso della dignità di chi, storicamente, è riuscito a dimostrare la deportazione dei meridionali e dei calabresi da parte dei Savoia, verso il lager di Fenestrelle.
Un attacco negazionista, al servizio del negazionismo, che utilizza ancora una volta la scusante del cranio di Villella per coprire crimini efferati del passato. Un attacco che utilizza la pseudo-scienza, fornendola al servizio di ideologie e tesi abberranti che nulla hanno a che fare con la storia, i diritti umani e la scienza stessa.
Un attacco denigratorio che non ha risparmiato nemmeno il Comitato No Lombroso, la cui finalità di tutela verso il genere umano e rifiuto verso l’eugenetica criminale (quest’ultima attivata dal Lombroso), è stata artificiosamente sostituita e bollata come causa anti-nazionale e nostalgicamente borbonica.
Nulla di più falso.
Questa è la risposta della sezione calabrese del Partito Del Sud a firma di Francesco Antonio Cefalì (Coordinatore Sezione Michelina De Cesare Partito del Sud Lamezia Terme) e Franco Gallo (Coordinatore Provinciale Partito del Sud Catanzaro)
Nulla di più falso.
Questa è la risposta della sezione calabrese del Partito Del Sud a firma di Francesco Antonio Cefalì (Coordinatore Sezione Michelina De Cesare Partito del Sud Lamezia Terme) e Franco Gallo (Coordinatore Provinciale Partito del Sud Catanzaro)
Continuano le falsità sul popolo meridionale.
Oggi, leggendo su Repubblica l’articolo “L’ultima polemica su Lombroso, minacce alla studiosa che lo difende”, scritto da un giornalista che, a mio sommesso avviso, farebbe meglio a documentarsi prima di scrivere, ho capito che continuano le falsità sul popolo meridionale.
Come si fa a negare la realtà e dire che “esponenti di quei movimenti neo-borbonici e antiunitari che da tempo, mediante un sostanziale stravolgimento e una manipolazione della storia d’Italia e del Risorgimento, impazzano sul web, attaccando e insultando chiunque non la pensi come loro”?
Le nostre contestazioni, come Partito del Sud, sono state e sempre saranno improntate al rispetto ed alla civiltà. Anzi prendiamo fermamente le distanze da tutti coloro che eventualmente abbiano proferito insulti o minacce all’indirizzo della Dott.ssa Milicia alla quale facciamo pervenire, pur nella diversità delle idee, la nostra più sentita solidarietà umana. Tuttavia ci corre l’obbligo di sottolineare quanto segue:
Il Regno delle Due Sicilie era lo Stato pre-unitario più prospero, dove l'emigrazione era sconosciuta e la cui popolazione non aveva alcun desiderio di unirsi alla restante parte della penisola. La sua posizione strategica al centro del Mediterraneo e la sua politica di fiera indipendenza, cozzavano con gli interessi delle grandi potenze europee e dei Savoia.
Prima dell’annessione forzata, il Regno delle Due Sicilie aveva una riserva aurea di ben 443,2 in milioni di lire (Giuseppe Ressa e Alfonso Grasso, Il Sud e l'Unità d'Italia; dati ricavato da: Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze) contro gli 8,1 milioni di lire della Lombardia ed i 27,00 del Piemonte. Quindi, il Regno delle Due Sicilie aveva quasi due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola uniti assieme.
Dai dati ufficiali del primo censimento del Regno d’Italia del 1861 si evince che:
- La regione con la più alta percentuale di popolazione attiva occupata nell’industria era la Calabria (28,8%) seguita dalla Campania (23,2%) e dalla Sicilia (23,1%).
- La più alta percentuale di occupati nell’agricoltura era in Valle d’Aosta (90%), seguiva il Friuli Venezia Giulia (81,8%) e in fine Piemonte e Umbria (81,1%).
Nel 1859 il Regno di Napoli aveva un debito pubblico (Giacomo Savarese 1862) di 411.475.000 milioni contro i 1.121.430.000 milioni del Piemonte (59,03 debito pro-capite nel Regno di Napoli contro i 261,86 del Piemonte).
Fino al 1860 l’emigrazione riguardava: Veneto (17,90 %), Friuli-Venezia Giulia (16,1%) e Piemonte (13,50%), mentre era quasi sconosciuta al Sud.
Nessuno ha mai detto che Giuseppe Villella di Motta S. Lucia sia stato un eroe; tutti invece pensiamo che sia stato uno dei tanti martiri del Risorgimento.
Infatti, il “presunto brigante” Giuseppe Villella, nacque a Motta S. Lucia nel 1795, secondo quanto scrisse Cesare Lombroso nella relativa autopsia del 16 agosto 1864, riportata integralmente dal direttore del Museo Universitario Silvano Montaldo nel suo libro, scritto insieme a Paolo Tappero (pag. 5). Ebbene, consultando gli archivi dei processi, dal 1816 al 1862, svolti dalla Gran Corte Criminale di Catanzaro e da quella di Cosenza nonché i processi dei Tribunali di Nicastro e di Cosenza del 1863 e 1864, si può affermare con assoluta certezza che, il Giuseppe Villella in oggetto, non fu un brigante ma un uomo totalmente estraneo a fatti malavitosi.
E’ pure vero che un Giuseppe Villella, di Pietro, di Motta S. Lucia nato intorno al 1804, fu coinvolto in un solo processo nel 1844, per un reato talmente lieve da essere condannato solo alla relegazione “….per avere assistito e facilitato Carmine Ajello, la notte del 29 luglio 1843, ad un furto, inferiore a trenta carlini, ai danni di Nicola Gigliotti suo compaesano….”
Giuseppe Villella, di Pietro, però morì all'Ospedale S. Matteo di Pavia il 15 Novembre del 1864, in una data e per una malattia diversa da quella indicata dall’antropologo.
Voglio sottolineare, da ultimo, che la storia scritta dai vincitori non ci interessa e non ci convince più. Vogliamo la verità storica sul risorgimento. Vogliamo che i nostri giovani sappiano che si è trattato di un massacro con annessa rapina. Pontelandolfo e Casalduni, le altre stragi, le fucilazioni e gli stupri ai danni di meridionali civili inermi non sono più nascosti. Uno stato civile e progredito come l’Italia non può più nascondere la verità dietro gli scritti di “pennivendoli salariati”, anzi, per dirla con Antonio Gramsci: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti”. Domenico Romeo
Oggi, leggendo su Repubblica l’articolo “L’ultima polemica su Lombroso, minacce alla studiosa che lo difende”, scritto da un giornalista che, a mio sommesso avviso, farebbe meglio a documentarsi prima di scrivere, ho capito che continuano le falsità sul popolo meridionale.
Come si fa a negare la realtà e dire che “esponenti di quei movimenti neo-borbonici e antiunitari che da tempo, mediante un sostanziale stravolgimento e una manipolazione della storia d’Italia e del Risorgimento, impazzano sul web, attaccando e insultando chiunque non la pensi come loro”?
Le nostre contestazioni, come Partito del Sud, sono state e sempre saranno improntate al rispetto ed alla civiltà. Anzi prendiamo fermamente le distanze da tutti coloro che eventualmente abbiano proferito insulti o minacce all’indirizzo della Dott.ssa Milicia alla quale facciamo pervenire, pur nella diversità delle idee, la nostra più sentita solidarietà umana. Tuttavia ci corre l’obbligo di sottolineare quanto segue:
Il Regno delle Due Sicilie era lo Stato pre-unitario più prospero, dove l'emigrazione era sconosciuta e la cui popolazione non aveva alcun desiderio di unirsi alla restante parte della penisola. La sua posizione strategica al centro del Mediterraneo e la sua politica di fiera indipendenza, cozzavano con gli interessi delle grandi potenze europee e dei Savoia.
Prima dell’annessione forzata, il Regno delle Due Sicilie aveva una riserva aurea di ben 443,2 in milioni di lire (Giuseppe Ressa e Alfonso Grasso, Il Sud e l'Unità d'Italia; dati ricavato da: Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze) contro gli 8,1 milioni di lire della Lombardia ed i 27,00 del Piemonte. Quindi, il Regno delle Due Sicilie aveva quasi due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola uniti assieme.
Dai dati ufficiali del primo censimento del Regno d’Italia del 1861 si evince che:
- La regione con la più alta percentuale di popolazione attiva occupata nell’industria era la Calabria (28,8%) seguita dalla Campania (23,2%) e dalla Sicilia (23,1%).
- La più alta percentuale di occupati nell’agricoltura era in Valle d’Aosta (90%), seguiva il Friuli Venezia Giulia (81,8%) e in fine Piemonte e Umbria (81,1%).
Nel 1859 il Regno di Napoli aveva un debito pubblico (Giacomo Savarese 1862) di 411.475.000 milioni contro i 1.121.430.000 milioni del Piemonte (59,03 debito pro-capite nel Regno di Napoli contro i 261,86 del Piemonte).
Fino al 1860 l’emigrazione riguardava: Veneto (17,90 %), Friuli-Venezia Giulia (16,1%) e Piemonte (13,50%), mentre era quasi sconosciuta al Sud.
Nessuno ha mai detto che Giuseppe Villella di Motta S. Lucia sia stato un eroe; tutti invece pensiamo che sia stato uno dei tanti martiri del Risorgimento.
Infatti, il “presunto brigante” Giuseppe Villella, nacque a Motta S. Lucia nel 1795, secondo quanto scrisse Cesare Lombroso nella relativa autopsia del 16 agosto 1864, riportata integralmente dal direttore del Museo Universitario Silvano Montaldo nel suo libro, scritto insieme a Paolo Tappero (pag. 5). Ebbene, consultando gli archivi dei processi, dal 1816 al 1862, svolti dalla Gran Corte Criminale di Catanzaro e da quella di Cosenza nonché i processi dei Tribunali di Nicastro e di Cosenza del 1863 e 1864, si può affermare con assoluta certezza che, il Giuseppe Villella in oggetto, non fu un brigante ma un uomo totalmente estraneo a fatti malavitosi.
E’ pure vero che un Giuseppe Villella, di Pietro, di Motta S. Lucia nato intorno al 1804, fu coinvolto in un solo processo nel 1844, per un reato talmente lieve da essere condannato solo alla relegazione “….per avere assistito e facilitato Carmine Ajello, la notte del 29 luglio 1843, ad un furto, inferiore a trenta carlini, ai danni di Nicola Gigliotti suo compaesano….”
Giuseppe Villella, di Pietro, però morì all'Ospedale S. Matteo di Pavia il 15 Novembre del 1864, in una data e per una malattia diversa da quella indicata dall’antropologo.
Voglio sottolineare, da ultimo, che la storia scritta dai vincitori non ci interessa e non ci convince più. Vogliamo la verità storica sul risorgimento. Vogliamo che i nostri giovani sappiano che si è trattato di un massacro con annessa rapina. Pontelandolfo e Casalduni, le altre stragi, le fucilazioni e gli stupri ai danni di meridionali civili inermi non sono più nascosti. Uno stato civile e progredito come l’Italia non può più nascondere la verità dietro gli scritti di “pennivendoli salariati”, anzi, per dirla con Antonio Gramsci: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti”. Domenico Romeo
FONTE: LAMEZIAINSTRADA
sabato 29 marzo 2014
Napoli. Piazza Carlo III e Berlinguer: cambiare nome non convince
Riguardo la vicenda esplosa ieri in rete sull' eventuale cambio di titolazione a Piazza Carlo III a Napoli riportiamo un bell'articolo di Gigi Di Fiore comparso sul Mattino di oggi, preceduto da un commento di ieri sul profilo fb del nostro Andrea Balia, Delegato diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli, che pone punti fermi sulla questione , per la serenità di tutti, grazie all'opera concreta del Partito del Sud.
Andrea Balia
Riguardo diversi post sulla questione Berlinguer/Piazza Carlo III°, tra il preoccupato e lo stupidamente provocatorio -a dimostrazione di quante cose serie ed impegni affiggano le persone- ho già risposto in quanto Delegato diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli. Stante la verificata volontà d'intitolare qualcosa a Berlinguer, non si è mai entrati nel merito del dove e del come. Eventuali proposte e/o richieste saranno in sede di sedute prossime valutate, discusse e se necessario votate all'unanimità.
Questo tra l'altro sottolinea e dimostra la validità della strategia e degli obiettivi del Partito del Sud : essere presente nelle istituzioni per incidere e vigilare. Il resto sono chiacchiere da Fb, proclami da tastiera che non mi e ci interessano. Ognuno ha i suoi meriti o difetti e i suoi ruoli che sono il frutto dei comportamenti avuti e del lavoro svolto più o meno bene con le conseguenze del caso.
di Gigi Di Fiore
Napoli - Posso anche capire l’antiborbonismo sfrenato, ma calpestare la storia della nostra città mi sembra un insulto. Eppure, Francesco Donzelli, consigliere della IV municipalità, crede che piazza Carlo III debba diventare piazza Berlinguer. E propone il cambiamento toponomastico. Con tutto il rispetto per l’ultimo grande segretario nazionale del Pci, con tutto il rispetto anche per Benigni che girò un film d’amore dedicato al suo amato Enrico, la proposta mi sembra quasi una violenza alle memorie di Napoli. Non si capisce cosa c’entri il sardo Berlinguer con la nostra città, si capisce invece assai bene cosa c’entri Carlo III di Borbone. Venne nel 1734 da queste parti, fondò il ramo dei Borbone di Napoli e Sicilia, poi autonomo da quelli di Francia e Spagna. E poi, come scrivono anche gli storici più critici sul regno borbonico, fu il più illuminato tra i quattro sovrani di quella dinastia. Negli anni del suo regno, fu realizzato il teatro San Carlo, partirono i lavori per la reggia di Caserta, si ampliò la reggia di Capodimonte, si costruì l’Albergo dei poveri, si avviò la scuola di porcellana a Capodimonte voluta dalla moglie Maria Amalia di Sassonia e... e mi fermo qui, perché lo spazio a disposizione me lo impone.
Fonte: Il Mattino

Carlo III; piazza; Berlinguer; toponomastica.
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Andrea Balia
Riguardo diversi post sulla questione Berlinguer/Piazza Carlo III°, tra il preoccupato e lo stupidamente provocatorio -a dimostrazione di quante cose serie ed impegni affiggano le persone- ho già risposto in quanto Delegato diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli. Stante la verificata volontà d'intitolare qualcosa a Berlinguer, non si è mai entrati nel merito del dove e del come. Eventuali proposte e/o richieste saranno in sede di sedute prossime valutate, discusse e se necessario votate all'unanimità.
Questo tra l'altro sottolinea e dimostra la validità della strategia e degli obiettivi del Partito del Sud : essere presente nelle istituzioni per incidere e vigilare. Il resto sono chiacchiere da Fb, proclami da tastiera che non mi e ci interessano. Ognuno ha i suoi meriti o difetti e i suoi ruoli che sono il frutto dei comportamenti avuti e del lavoro svolto più o meno bene con le conseguenze del caso.
di Gigi Di Fiore
Napoli - Posso anche capire l’antiborbonismo sfrenato, ma calpestare la storia della nostra città mi sembra un insulto. Eppure, Francesco Donzelli, consigliere della IV municipalità, crede che piazza Carlo III debba diventare piazza Berlinguer. E propone il cambiamento toponomastico. Con tutto il rispetto per l’ultimo grande segretario nazionale del Pci, con tutto il rispetto anche per Benigni che girò un film d’amore dedicato al suo amato Enrico, la proposta mi sembra quasi una violenza alle memorie di Napoli. Non si capisce cosa c’entri il sardo Berlinguer con la nostra città, si capisce invece assai bene cosa c’entri Carlo III di Borbone. Venne nel 1734 da queste parti, fondò il ramo dei Borbone di Napoli e Sicilia, poi autonomo da quelli di Francia e Spagna. E poi, come scrivono anche gli storici più critici sul regno borbonico, fu il più illuminato tra i quattro sovrani di quella dinastia. Negli anni del suo regno, fu realizzato il teatro San Carlo, partirono i lavori per la reggia di Caserta, si ampliò la reggia di Capodimonte, si costruì l’Albergo dei poveri, si avviò la scuola di porcellana a Capodimonte voluta dalla moglie Maria Amalia di Sassonia e... e mi fermo qui, perché lo spazio a disposizione me lo impone.
Fonte: Il Mattino
Carlo III; piazza; Berlinguer; toponomastica.
Riguardo la vicenda esplosa ieri in rete sull' eventuale cambio di titolazione a Piazza Carlo III a Napoli riportiamo un bell'articolo di Gigi Di Fiore comparso sul Mattino di oggi, preceduto da un commento di ieri sul profilo fb del nostro Andrea Balia, Delegato diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli, che pone punti fermi sulla questione , per la serenità di tutti, grazie all'opera concreta del Partito del Sud.
Andrea Balia
Riguardo diversi post sulla questione Berlinguer/Piazza Carlo III°, tra il preoccupato e lo stupidamente provocatorio -a dimostrazione di quante cose serie ed impegni affiggano le persone- ho già risposto in quanto Delegato diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli. Stante la verificata volontà d'intitolare qualcosa a Berlinguer, non si è mai entrati nel merito del dove e del come. Eventuali proposte e/o richieste saranno in sede di sedute prossime valutate, discusse e se necessario votate all'unanimità.
Questo tra l'altro sottolinea e dimostra la validità della strategia e degli obiettivi del Partito del Sud : essere presente nelle istituzioni per incidere e vigilare. Il resto sono chiacchiere da Fb, proclami da tastiera che non mi e ci interessano. Ognuno ha i suoi meriti o difetti e i suoi ruoli che sono il frutto dei comportamenti avuti e del lavoro svolto più o meno bene con le conseguenze del caso.
di Gigi Di Fiore
Napoli - Posso anche capire l’antiborbonismo sfrenato, ma calpestare la storia della nostra città mi sembra un insulto. Eppure, Francesco Donzelli, consigliere della IV municipalità, crede che piazza Carlo III debba diventare piazza Berlinguer. E propone il cambiamento toponomastico. Con tutto il rispetto per l’ultimo grande segretario nazionale del Pci, con tutto il rispetto anche per Benigni che girò un film d’amore dedicato al suo amato Enrico, la proposta mi sembra quasi una violenza alle memorie di Napoli. Non si capisce cosa c’entri il sardo Berlinguer con la nostra città, si capisce invece assai bene cosa c’entri Carlo III di Borbone. Venne nel 1734 da queste parti, fondò il ramo dei Borbone di Napoli e Sicilia, poi autonomo da quelli di Francia e Spagna. E poi, come scrivono anche gli storici più critici sul regno borbonico, fu il più illuminato tra i quattro sovrani di quella dinastia. Negli anni del suo regno, fu realizzato il teatro San Carlo, partirono i lavori per la reggia di Caserta, si ampliò la reggia di Capodimonte, si costruì l’Albergo dei poveri, si avviò la scuola di porcellana a Capodimonte voluta dalla moglie Maria Amalia di Sassonia e... e mi fermo qui, perché lo spazio a disposizione me lo impone.
Fonte: Il Mattino

Carlo III; piazza; Berlinguer; toponomastica.
Andrea Balia
Riguardo diversi post sulla questione Berlinguer/Piazza Carlo III°, tra il preoccupato e lo stupidamente provocatorio -a dimostrazione di quante cose serie ed impegni affiggano le persone- ho già risposto in quanto Delegato diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli. Stante la verificata volontà d'intitolare qualcosa a Berlinguer, non si è mai entrati nel merito del dove e del come. Eventuali proposte e/o richieste saranno in sede di sedute prossime valutate, discusse e se necessario votate all'unanimità.
Questo tra l'altro sottolinea e dimostra la validità della strategia e degli obiettivi del Partito del Sud : essere presente nelle istituzioni per incidere e vigilare. Il resto sono chiacchiere da Fb, proclami da tastiera che non mi e ci interessano. Ognuno ha i suoi meriti o difetti e i suoi ruoli che sono il frutto dei comportamenti avuti e del lavoro svolto più o meno bene con le conseguenze del caso.
di Gigi Di Fiore
Napoli - Posso anche capire l’antiborbonismo sfrenato, ma calpestare la storia della nostra città mi sembra un insulto. Eppure, Francesco Donzelli, consigliere della IV municipalità, crede che piazza Carlo III debba diventare piazza Berlinguer. E propone il cambiamento toponomastico. Con tutto il rispetto per l’ultimo grande segretario nazionale del Pci, con tutto il rispetto anche per Benigni che girò un film d’amore dedicato al suo amato Enrico, la proposta mi sembra quasi una violenza alle memorie di Napoli. Non si capisce cosa c’entri il sardo Berlinguer con la nostra città, si capisce invece assai bene cosa c’entri Carlo III di Borbone. Venne nel 1734 da queste parti, fondò il ramo dei Borbone di Napoli e Sicilia, poi autonomo da quelli di Francia e Spagna. E poi, come scrivono anche gli storici più critici sul regno borbonico, fu il più illuminato tra i quattro sovrani di quella dinastia. Negli anni del suo regno, fu realizzato il teatro San Carlo, partirono i lavori per la reggia di Caserta, si ampliò la reggia di Capodimonte, si costruì l’Albergo dei poveri, si avviò la scuola di porcellana a Capodimonte voluta dalla moglie Maria Amalia di Sassonia e... e mi fermo qui, perché lo spazio a disposizione me lo impone.
Fonte: Il Mattino
Carlo III; piazza; Berlinguer; toponomastica.
CONTINUANO LE FALSITA’ SUL POPOLO MERIDIONALE
Oggi 28/3/2014, leggendo su Repubblica l’articolo “L’ultima polemicasu Lombroso, minacce alla studiosa che lo difende”, scritto da un
giornalista che, a mio sommesso avviso, farebbe meglio a documentarsi prima di
scrivere, ho capito che continuano le falsità sul popolo meridionale.
Come si fa a negare la realtà e dire che “esponenti di quei movimenti neo-borbonici e
antiunitari che da tempo, mediante un sostanziale stravolgimento e una
manipolazione della storia d’Italia e del Risorgimento, impazzano sul web,
attaccando e insultando chiunque non la pensi come loro”?
Le nostre contestazioni, come Partito del
Sud, sono state e sempre saranno improntate al rispetto ed alla civiltà. Anzi
prendiamo fermamente le distanze da tutti coloro che eventualmente abbiano
proferito insulti o minacce all’indirizzo della Dott.ssa Milicia alla quale
facciamo pervenire, pur nella diversità delle idee, la nostra più sentita
solidarietà umana. Tuttavia ci corre l’obbligo di sottolineare quanto segue.
Il Regno delle Due Sicilie era lo Stato
pre-unitario più prospero, dove l'emigrazione era sconosciuta e la cui
popolazione non aveva alcun desiderio di unirsi alla restante parte della
penisola. La sua posizione strategica al centro del Mediterraneo e la sua
politica di fiera indipendenza, cozzavano con gli interessi delle grandi
potenze europee e dei Savoia.
Prima
dell’annessione forzata, il Regno delle Due Sicilie aveva una riserva aurea di
ben 443,2 in milioni di lire (Giuseppe Ressa e Alfonso Grasso,
Il Sud e l'Unità d'Italia; dati ricavato da: Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze) contro gli 8,1 milioni di lire della
Lombardia ed i 27,00 del Piemonte. Quindi, il
Regno delle Due Sicilie aveva quasi due volte più monete di tutti gli altri
Stati della Penisola uniti assieme.
Dai dati ufficiali del primo censimento del
Regno d’Italia del 1861 si evince che:
- La
regione con la più alta percentuale di popolazione attiva occupata
nell’industria era la Calabria (28,8%) seguita dalla Campania (23,2%) e dalla
Sicilia (23,1%).
- La
più alta percentuale di occupati nell’agricoltura era in Valle d’Aosta (90%),
seguiva il Friuli Venezia Giulia (81,8%) e in fine Piemonte e Umbria (81,1%).
Nel 1859 il Regno di Napoli aveva un debito pubblico
(Giacomo Savarese 1862) di 411.475.000 milioni contro i 1.121.430.000 milioni
del Piemonte (59,03 debito pro-capite nel Regno di Napoli contro i 261,86 del
Piemonte).
Fino al 1860 l’emigrazione riguardava: Veneto
(17,90 %), Friuli-Venezia Giulia (16,1%) e Piemonte (13,50%), mentre era quasi
sconosciuta al Sud.
Nessuno ha mai detto che Giuseppe Villella di
Motta S. Lucia sia stato un eroe; tutti invece pensiamo che sia stato uno dei
tanti martiri del Risorgimento.
Infatti, il “presunto brigante”
Giuseppe Villella, nacque a Motta S. Lucia nel 1795, secondo quanto scrisse
Cesare Lombroso nella relativa autopsia del 16 agosto 1864, riportata
integralmente dal direttore del Museo Universitario Silvano Montaldo nel suo
libro, scritto insieme a Paolo Tappero (pag. 5). Ebbene,
consultando gli archivi dei processi, dal 1816 al 1862, svolti dalla Gran Corte
Criminale di Catanzaro e da quella di Cosenza nonché i processi dei Tribunali
di Nicastro e di Cosenza del 1863 e 1864, si può affermare con assoluta
certezza che, il Giuseppe Villella in oggetto, non fu un brigante ma un uomo
totalmente estraneo a fatti malavitosi.
E’ pure vero che un Giuseppe Villella, di Pietro, di Motta S. Lucia
nato intorno al 1804, fu coinvolto in un solo processo nel 1844, per un reato talmente lieve da essere condannato solo alla
relegazione “….per avere assistito e facilitato Carmine
Ajello, la notte del 29 luglio 1843, ad un furto, inferiore a trenta carlini,
ai danni di Nicola Gigliotti suo compaesano….”
Giuseppe Villella
di Pietro, però, morì all'Ospedale S. Matteo di
Pavia il 15 Novembre del 1864, in una data e per
una malattia diversa da quella indicata dall’antropologo.
Voglio sottolineare, da ultimo, che la storia scritta
dai vincitori non ci interessa e non ci convince più. Vogliamo la verità
storica sul risorgimento. Vogliamo che i nostri giovani sappiano che si è
trattato di un massacro con annessa rapina. Pontelandolfo e Casalduni, le altre
stragi, le fucilazioni e gli stupri ai danni di meridionali civili inermi non
sono più nascosti. Uno stato civile e progredito come l’Italia non può più
nascondere la verità dietro gli scritti di “pennivendoli salariati”, anzi, per
dirla con Antonio Gramsci: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e
fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi
i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di
briganti”.
Francesco Antonio Cefalì (Coordinatore Sezione Michelina De Cesare
Partito del Sud Lamezia Terme)
Franco Gallo (Coordinatore Provinciale Partito del Sud Catanzaro)
Oggi 28/3/2014, leggendo su Repubblica l’articolo “L’ultima polemicasu Lombroso, minacce alla studiosa che lo difende”, scritto da un
giornalista che, a mio sommesso avviso, farebbe meglio a documentarsi prima di
scrivere, ho capito che continuano le falsità sul popolo meridionale.
Come si fa a negare la realtà e dire che “esponenti di quei movimenti neo-borbonici e
antiunitari che da tempo, mediante un sostanziale stravolgimento e una
manipolazione della storia d’Italia e del Risorgimento, impazzano sul web,
attaccando e insultando chiunque non la pensi come loro”?
Le nostre contestazioni, come Partito del
Sud, sono state e sempre saranno improntate al rispetto ed alla civiltà. Anzi
prendiamo fermamente le distanze da tutti coloro che eventualmente abbiano
proferito insulti o minacce all’indirizzo della Dott.ssa Milicia alla quale
facciamo pervenire, pur nella diversità delle idee, la nostra più sentita
solidarietà umana. Tuttavia ci corre l’obbligo di sottolineare quanto segue.
Il Regno delle Due Sicilie era lo Stato
pre-unitario più prospero, dove l'emigrazione era sconosciuta e la cui
popolazione non aveva alcun desiderio di unirsi alla restante parte della
penisola. La sua posizione strategica al centro del Mediterraneo e la sua
politica di fiera indipendenza, cozzavano con gli interessi delle grandi
potenze europee e dei Savoia.
Prima
dell’annessione forzata, il Regno delle Due Sicilie aveva una riserva aurea di
ben 443,2 in milioni di lire (Giuseppe Ressa e Alfonso Grasso,
Il Sud e l'Unità d'Italia; dati ricavato da: Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze) contro gli 8,1 milioni di lire della
Lombardia ed i 27,00 del Piemonte. Quindi, il
Regno delle Due Sicilie aveva quasi due volte più monete di tutti gli altri
Stati della Penisola uniti assieme.
Dai dati ufficiali del primo censimento del
Regno d’Italia del 1861 si evince che:
- La
regione con la più alta percentuale di popolazione attiva occupata
nell’industria era la Calabria (28,8%) seguita dalla Campania (23,2%) e dalla
Sicilia (23,1%).
- La
più alta percentuale di occupati nell’agricoltura era in Valle d’Aosta (90%),
seguiva il Friuli Venezia Giulia (81,8%) e in fine Piemonte e Umbria (81,1%).
Nel 1859 il Regno di Napoli aveva un debito pubblico
(Giacomo Savarese 1862) di 411.475.000 milioni contro i 1.121.430.000 milioni
del Piemonte (59,03 debito pro-capite nel Regno di Napoli contro i 261,86 del
Piemonte).
Fino al 1860 l’emigrazione riguardava: Veneto
(17,90 %), Friuli-Venezia Giulia (16,1%) e Piemonte (13,50%), mentre era quasi
sconosciuta al Sud.
Nessuno ha mai detto che Giuseppe Villella di
Motta S. Lucia sia stato un eroe; tutti invece pensiamo che sia stato uno dei
tanti martiri del Risorgimento.
Infatti, il “presunto brigante”
Giuseppe Villella, nacque a Motta S. Lucia nel 1795, secondo quanto scrisse
Cesare Lombroso nella relativa autopsia del 16 agosto 1864, riportata
integralmente dal direttore del Museo Universitario Silvano Montaldo nel suo
libro, scritto insieme a Paolo Tappero (pag. 5). Ebbene,
consultando gli archivi dei processi, dal 1816 al 1862, svolti dalla Gran Corte
Criminale di Catanzaro e da quella di Cosenza nonché i processi dei Tribunali
di Nicastro e di Cosenza del 1863 e 1864, si può affermare con assoluta
certezza che, il Giuseppe Villella in oggetto, non fu un brigante ma un uomo
totalmente estraneo a fatti malavitosi.
E’ pure vero che un Giuseppe Villella, di Pietro, di Motta S. Lucia
nato intorno al 1804, fu coinvolto in un solo processo nel 1844, per un reato talmente lieve da essere condannato solo alla
relegazione “….per avere assistito e facilitato Carmine
Ajello, la notte del 29 luglio 1843, ad un furto, inferiore a trenta carlini,
ai danni di Nicola Gigliotti suo compaesano….”
Giuseppe Villella
di Pietro, però, morì all'Ospedale S. Matteo di
Pavia il 15 Novembre del 1864, in una data e per
una malattia diversa da quella indicata dall’antropologo.
Voglio sottolineare, da ultimo, che la storia scritta
dai vincitori non ci interessa e non ci convince più. Vogliamo la verità
storica sul risorgimento. Vogliamo che i nostri giovani sappiano che si è
trattato di un massacro con annessa rapina. Pontelandolfo e Casalduni, le altre
stragi, le fucilazioni e gli stupri ai danni di meridionali civili inermi non
sono più nascosti. Uno stato civile e progredito come l’Italia non può più
nascondere la verità dietro gli scritti di “pennivendoli salariati”, anzi, per
dirla con Antonio Gramsci: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e
fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi
i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di
briganti”.
Francesco Antonio Cefalì (Coordinatore Sezione Michelina De Cesare
Partito del Sud Lamezia Terme)
Franco Gallo (Coordinatore Provinciale Partito del Sud Catanzaro)
venerdì 28 marzo 2014
DOPO FENESTRELLE ORA VILLELLA
Di Natale Cuccurese
Compare oggi su " La Repubblica" un articolo a firma di Massimo Novelli dal titolo " L'ultima polemica su Lombroso minacce alla studiosa che lo difende" sulla mancata presentazione a Motta Santa Lucia di un libro, della relativa collana diretta da Alessandro Barbero, che ripercorre la storia del cranio conteso di Villella, dove in un passaggio si richiamano anche nome , uomini e strutture territoriali del Partito del Sud :"Aggiunge il sindaco: «Magari presenteremo il libro della dottoressa Milicia in contraddittorio con quello, più neo-meridionalista, che ha scritto Francesco Antonio Cefalì». Quest’ultimo, comunque, risulta essere soprattutto il coordinatore della sezione Michelina De Cesare, che era davvero una brigantessa, del cosiddetto Partito del Sud di Lamezia Terme. "
Detto che ovviamente prendiamo, come Partito del Sud, recisamente le distanze immediate da qualsiasi presunto tipo di minaccia, insulto o violenza nei confronti di chicchessia, cosa che non appartiene alla tradizione del nostro Partito, crediamo anche che l'articolo non renda giustizia delle istanze portate avanti da Associazioni, che peraltro hanno anche avuto un primo riscontro positivo in sede processuale in attesa dell'Appello che ci sarà fra pochi mesi, presentate semplicisticamente come nostalgiche, antiunitarie e manipolatrici, relativamente alla restituzione del cranio di Giuseppe Villella per l'inumazione al Comune di Motta Santa Lucia.Lo stesso Villella viene infamato dall'articolista come "ladruncolo di polli e caciotte".
Per quanto poi riguarda la vergognosa esposizione di quelli che, non dimentichiamolo mai, sono resti umani che a nostro avviso meritano solo adeguata e cristiana sepoltura, e non l'esposizione disdicevole come oggetti da baraccone in teche di vetro a Torino, aspetto che riguarda solo l'umana pietas ,ben poco viene detto nell'articolo.
Inoltre non si comprende bene perchè, come affermato nello stesso articolo, dato che le teorie lombrosiane si basarono su presupposti che poi si rivelarono errati, e che portarono all'elaborazione delle teorie della razza che tanto danno hanno procurato e ancor oggi procurano, si sia sentita la necessità di dedicargli un museo a Torino, ove si portano intere scolaresche a vedere teschi di presunti criminali meridionali infamati senza nessuna impudicizia. Come si sentiranno quegli studenti di origine meridionale di fronte a tale spettacolo?, e cosa penseranno i loro compagni di scuola?, in altre parole si assiste inerti al pericoloso rischio di instillare nelle menti più innocenti il seme di future discriminazioni e divisioni.
Continua con quest'ultimo episodio il tentativo di contrapporre alle tesi revisioniste, di cui è portatore Antonio Ciano seguito da tanti altri valenti ricercatori meridionali, una storia più consona al De Amicis e a tutti gli altri ammorbanti e favolistici racconti risorgimentali che tanti guasti hanno prodotto e producono in questa Italia che si ostina a non voler sapere e a negare una storia basata per alcuni aspetti su soprusi e iniquità
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Compare oggi su " La Repubblica" un articolo a firma di Massimo Novelli dal titolo " L'ultima polemica su Lombroso minacce alla studiosa che lo difende" sulla mancata presentazione a Motta Santa Lucia di un libro, della relativa collana diretta da Alessandro Barbero, che ripercorre la storia del cranio conteso di Villella, dove in un passaggio si richiamano anche nome , uomini e strutture territoriali del Partito del Sud :"Aggiunge il sindaco: «Magari presenteremo il libro della dottoressa Milicia in contraddittorio con quello, più neo-meridionalista, che ha scritto Francesco Antonio Cefalì». Quest’ultimo, comunque, risulta essere soprattutto il coordinatore della sezione Michelina De Cesare, che era davvero una brigantessa, del cosiddetto Partito del Sud di Lamezia Terme. "
Detto che ovviamente prendiamo, come Partito del Sud, recisamente le distanze immediate da qualsiasi presunto tipo di minaccia, insulto o violenza nei confronti di chicchessia, cosa che non appartiene alla tradizione del nostro Partito, crediamo anche che l'articolo non renda giustizia delle istanze portate avanti da Associazioni, che peraltro hanno anche avuto un primo riscontro positivo in sede processuale in attesa dell'Appello che ci sarà fra pochi mesi, presentate semplicisticamente come nostalgiche, antiunitarie e manipolatrici, relativamente alla restituzione del cranio di Giuseppe Villella per l'inumazione al Comune di Motta Santa Lucia.Lo stesso Villella viene infamato dall'articolista come "ladruncolo di polli e caciotte".
Per quanto poi riguarda la vergognosa esposizione di quelli che, non dimentichiamolo mai, sono resti umani che a nostro avviso meritano solo adeguata e cristiana sepoltura, e non l'esposizione disdicevole come oggetti da baraccone in teche di vetro a Torino, aspetto che riguarda solo l'umana pietas ,ben poco viene detto nell'articolo.
Inoltre non si comprende bene perchè, come affermato nello stesso articolo, dato che le teorie lombrosiane si basarono su presupposti che poi si rivelarono errati, e che portarono all'elaborazione delle teorie della razza che tanto danno hanno procurato e ancor oggi procurano, si sia sentita la necessità di dedicargli un museo a Torino, ove si portano intere scolaresche a vedere teschi di presunti criminali meridionali infamati senza nessuna impudicizia. Come si sentiranno quegli studenti di origine meridionale di fronte a tale spettacolo?, e cosa penseranno i loro compagni di scuola?, in altre parole si assiste inerti al pericoloso rischio di instillare nelle menti più innocenti il seme di future discriminazioni e divisioni.
Continua con quest'ultimo episodio il tentativo di contrapporre alle tesi revisioniste, di cui è portatore Antonio Ciano seguito da tanti altri valenti ricercatori meridionali, una storia più consona al De Amicis e a tutti gli altri ammorbanti e favolistici racconti risorgimentali che tanti guasti hanno prodotto e producono in questa Italia che si ostina a non voler sapere e a negare una storia basata per alcuni aspetti su soprusi e iniquità
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Di Natale Cuccurese
Compare oggi su " La Repubblica" un articolo a firma di Massimo Novelli dal titolo " L'ultima polemica su Lombroso minacce alla studiosa che lo difende" sulla mancata presentazione a Motta Santa Lucia di un libro, della relativa collana diretta da Alessandro Barbero, che ripercorre la storia del cranio conteso di Villella, dove in un passaggio si richiamano anche nome , uomini e strutture territoriali del Partito del Sud :"Aggiunge il sindaco: «Magari presenteremo il libro della dottoressa Milicia in contraddittorio con quello, più neo-meridionalista, che ha scritto Francesco Antonio Cefalì». Quest’ultimo, comunque, risulta essere soprattutto il coordinatore della sezione Michelina De Cesare, che era davvero una brigantessa, del cosiddetto Partito del Sud di Lamezia Terme. "
Detto che ovviamente prendiamo, come Partito del Sud, recisamente le distanze immediate da qualsiasi presunto tipo di minaccia, insulto o violenza nei confronti di chicchessia, cosa che non appartiene alla tradizione del nostro Partito, crediamo anche che l'articolo non renda giustizia delle istanze portate avanti da Associazioni, che peraltro hanno anche avuto un primo riscontro positivo in sede processuale in attesa dell'Appello che ci sarà fra pochi mesi, presentate semplicisticamente come nostalgiche, antiunitarie e manipolatrici, relativamente alla restituzione del cranio di Giuseppe Villella per l'inumazione al Comune di Motta Santa Lucia.Lo stesso Villella viene infamato dall'articolista come "ladruncolo di polli e caciotte".
Per quanto poi riguarda la vergognosa esposizione di quelli che, non dimentichiamolo mai, sono resti umani che a nostro avviso meritano solo adeguata e cristiana sepoltura, e non l'esposizione disdicevole come oggetti da baraccone in teche di vetro a Torino, aspetto che riguarda solo l'umana pietas ,ben poco viene detto nell'articolo.
Inoltre non si comprende bene perchè, come affermato nello stesso articolo, dato che le teorie lombrosiane si basarono su presupposti che poi si rivelarono errati, e che portarono all'elaborazione delle teorie della razza che tanto danno hanno procurato e ancor oggi procurano, si sia sentita la necessità di dedicargli un museo a Torino, ove si portano intere scolaresche a vedere teschi di presunti criminali meridionali infamati senza nessuna impudicizia. Come si sentiranno quegli studenti di origine meridionale di fronte a tale spettacolo?, e cosa penseranno i loro compagni di scuola?, in altre parole si assiste inerti al pericoloso rischio di instillare nelle menti più innocenti il seme di future discriminazioni e divisioni.
Continua con quest'ultimo episodio il tentativo di contrapporre alle tesi revisioniste, di cui è portatore Antonio Ciano seguito da tanti altri valenti ricercatori meridionali, una storia più consona al De Amicis e a tutti gli altri ammorbanti e favolistici racconti risorgimentali che tanti guasti hanno prodotto e producono in questa Italia che si ostina a non voler sapere e a negare una storia basata per alcuni aspetti su soprusi e iniquità
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Compare oggi su " La Repubblica" un articolo a firma di Massimo Novelli dal titolo " L'ultima polemica su Lombroso minacce alla studiosa che lo difende" sulla mancata presentazione a Motta Santa Lucia di un libro, della relativa collana diretta da Alessandro Barbero, che ripercorre la storia del cranio conteso di Villella, dove in un passaggio si richiamano anche nome , uomini e strutture territoriali del Partito del Sud :"Aggiunge il sindaco: «Magari presenteremo il libro della dottoressa Milicia in contraddittorio con quello, più neo-meridionalista, che ha scritto Francesco Antonio Cefalì». Quest’ultimo, comunque, risulta essere soprattutto il coordinatore della sezione Michelina De Cesare, che era davvero una brigantessa, del cosiddetto Partito del Sud di Lamezia Terme. "
Detto che ovviamente prendiamo, come Partito del Sud, recisamente le distanze immediate da qualsiasi presunto tipo di minaccia, insulto o violenza nei confronti di chicchessia, cosa che non appartiene alla tradizione del nostro Partito, crediamo anche che l'articolo non renda giustizia delle istanze portate avanti da Associazioni, che peraltro hanno anche avuto un primo riscontro positivo in sede processuale in attesa dell'Appello che ci sarà fra pochi mesi, presentate semplicisticamente come nostalgiche, antiunitarie e manipolatrici, relativamente alla restituzione del cranio di Giuseppe Villella per l'inumazione al Comune di Motta Santa Lucia.Lo stesso Villella viene infamato dall'articolista come "ladruncolo di polli e caciotte".
Per quanto poi riguarda la vergognosa esposizione di quelli che, non dimentichiamolo mai, sono resti umani che a nostro avviso meritano solo adeguata e cristiana sepoltura, e non l'esposizione disdicevole come oggetti da baraccone in teche di vetro a Torino, aspetto che riguarda solo l'umana pietas ,ben poco viene detto nell'articolo.
Inoltre non si comprende bene perchè, come affermato nello stesso articolo, dato che le teorie lombrosiane si basarono su presupposti che poi si rivelarono errati, e che portarono all'elaborazione delle teorie della razza che tanto danno hanno procurato e ancor oggi procurano, si sia sentita la necessità di dedicargli un museo a Torino, ove si portano intere scolaresche a vedere teschi di presunti criminali meridionali infamati senza nessuna impudicizia. Come si sentiranno quegli studenti di origine meridionale di fronte a tale spettacolo?, e cosa penseranno i loro compagni di scuola?, in altre parole si assiste inerti al pericoloso rischio di instillare nelle menti più innocenti il seme di future discriminazioni e divisioni.
Continua con quest'ultimo episodio il tentativo di contrapporre alle tesi revisioniste, di cui è portatore Antonio Ciano seguito da tanti altri valenti ricercatori meridionali, una storia più consona al De Amicis e a tutti gli altri ammorbanti e favolistici racconti risorgimentali che tanti guasti hanno prodotto e producono in questa Italia che si ostina a non voler sapere e a negare una storia basata per alcuni aspetti su soprusi e iniquità
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lunedì 24 marzo 2014
LA PIETRA D’INCIAMPO

di Bruno Pappalardo
Oggi il 70esimo anniversario della strage delle Fosse Ardeatine.
L’autore, il boia fu , Erich Priebke ( morto lo scorso ottobre)
La rappresaglia avvenne dopo l'assalto partigiano di via Rasella, a Roma, dove morirono 33 soldati tedeschi del battaglione Bozen.
In giornata giunse, dal comando germanico, l’ordine: “…per ogni tedesco morto in via Rasella, bisognava fucilare 10 comunisti badogliani”.
Per i 33 soldati morti bisognava trovare 330 comunisti, beh, un terribile atto contro la popolazione civile. Dove avrebbero trovato 330 partigiani comunisti e perfino badogliani?
S’auguravano forse che si fossero presentati al Comando delle Gestapo, e, poi alle “SS”, i responsabili? Non esistevano trecento comunisti neppure in clandestinità.
La rappresaglia, per quanto terribile, impietosa e crudele, conserva sempre la fredda consapevolezza di colpire primariamente gente innocenti come per le Fosse Ardeatine.
Il paragone col massacro di Pondelandolfo, consumato il 14 Agosto del 1861 contro la popolazione civile è automatico. Fu più o meno la stessa storia!
Altri partigiani filoborbonici o anche detti generalmente briganti, comandati dal cerretese Cosimo Giordano catturarono 40 soldati piemontesi che fucilarono. Gesto brutale ma s’era in guerra e si faceva ”resistenza”.
La differenza con i tedeschi è che questi erano in Italia per un incomprensibile accordo con lo Stato italiano trattato con Benito Mussolini.
Ma il tenersi acquattati nei boschi intorno Pontelandolfo, di quest’altri, bersaglieri e soldati di Cialdini, ebbene, perché se nessuno li aveva chiamati.
Secondo il regolamento militare, in stato di guerra, è ammesso la rappresaglia! A Pontelandolfo furono un migliaia gli innocenti che dovettero morire per superare perfino i tedeschi nella fredda proporzione
Tra l’ordine di Cialdini: “di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra.” (Cialdini al colonnello Negri ) e la risposta: “Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casaduni. Essi bruciano ancora”(Eleonoro Negri) e quella tedesca non c’è molto differenza.
“il comando germanico ha, perciò, ordinato che, per ogni tedesco ucciso, dieci criminali comunisti badogliani siano fucilati. Quest'ordine è già stato eseguito, 25 marzo 1944”
Ogni guerra appare, per scelleratezza, uguale a quella precedente che aumenta relativamente al grado superiore di umanità e civiltà. Dunque bene non farsi troppe illusioni, ... ma qualcosa potrebbe cambiare!
Ora il tedesco Gunter Demnig , in memoria dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti, negli anni ’90 del secolo passato, s’inventa la “Pietra d’Inciampo” che consiste da una semplice targhetta in ottone, grossa come un sampietrino da affiggere sull’ingresso dei palazzi dei superstiti delle deportazioni. Suscitò inizialmente tanta ammirazione ma, poi, col tempo, la pietra incominciò ad infastidire!
Le controversie nascevano dal fatto che la gente (ancora oggi è così) probabilmente vuole allontanare il dolore da se e non accetta atti di fredda brutalità che, forse, in passato hanno anche nascostamente condiviso.
Quella pietra è la metafora di un invito alla riflessione.
Quella pietra è diventata il simulacro dell’animo di uomini e donne che non vogliono sapere, non vogliono veramente ricordare, non vogliono vedere l’ impietosa realtà dei fatti, i più atroci. Essa è una chiara dichiarazione di inumanità, tanto semplice da condannare e voglia di eliminare ma colpevolmente e paradossalmente aumenta in maniera inversamente proporzionale alla volontà di annientarla. E’ una domanda alla propria anima che interrogata non sa darsi alcuna vera risposta.
Fissiamo le nostre pietre per ogni morto caduto sul selciato, per ogni pensionato morto solo, per ogni lettiga consunta e lasciata nel corridoio affollato dell’ospedale. Per ogni martire di questa società infame.
Fissiamo una “Pietra” davanti al legittimo Tribunale che dovrà/ebbe condannare i responsabili dei morti leucemici per rifiuti tossici caduti dall’alto. Sul marciapiede davanti casa degli ignobili colpevoli.
L’autore, il boia fu , Erich Priebke ( morto lo scorso ottobre)
La rappresaglia avvenne dopo l'assalto partigiano di via Rasella, a Roma, dove morirono 33 soldati tedeschi del battaglione Bozen.
In giornata giunse, dal comando germanico, l’ordine: “…per ogni tedesco morto in via Rasella, bisognava fucilare 10 comunisti badogliani”.
Per i 33 soldati morti bisognava trovare 330 comunisti, beh, un terribile atto contro la popolazione civile. Dove avrebbero trovato 330 partigiani comunisti e perfino badogliani?
S’auguravano forse che si fossero presentati al Comando delle Gestapo, e, poi alle “SS”, i responsabili? Non esistevano trecento comunisti neppure in clandestinità.
La rappresaglia, per quanto terribile, impietosa e crudele, conserva sempre la fredda consapevolezza di colpire primariamente gente innocenti come per le Fosse Ardeatine.
Il paragone col massacro di Pondelandolfo, consumato il 14 Agosto del 1861 contro la popolazione civile è automatico. Fu più o meno la stessa storia!
Altri partigiani filoborbonici o anche detti generalmente briganti, comandati dal cerretese Cosimo Giordano catturarono 40 soldati piemontesi che fucilarono. Gesto brutale ma s’era in guerra e si faceva ”resistenza”.
La differenza con i tedeschi è che questi erano in Italia per un incomprensibile accordo con lo Stato italiano trattato con Benito Mussolini.
Ma il tenersi acquattati nei boschi intorno Pontelandolfo, di quest’altri, bersaglieri e soldati di Cialdini, ebbene, perché se nessuno li aveva chiamati.
Secondo il regolamento militare, in stato di guerra, è ammesso la rappresaglia! A Pontelandolfo furono un migliaia gli innocenti che dovettero morire per superare perfino i tedeschi nella fredda proporzione
Tra l’ordine di Cialdini: “di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra.” (Cialdini al colonnello Negri ) e la risposta: “Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casaduni. Essi bruciano ancora”(Eleonoro Negri) e quella tedesca non c’è molto differenza.
“il comando germanico ha, perciò, ordinato che, per ogni tedesco ucciso, dieci criminali comunisti badogliani siano fucilati. Quest'ordine è già stato eseguito, 25 marzo 1944”
Ogni guerra appare, per scelleratezza, uguale a quella precedente che aumenta relativamente al grado superiore di umanità e civiltà. Dunque bene non farsi troppe illusioni, ... ma qualcosa potrebbe cambiare!
Ora il tedesco Gunter Demnig , in memoria dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti, negli anni ’90 del secolo passato, s’inventa la “Pietra d’Inciampo” che consiste da una semplice targhetta in ottone, grossa come un sampietrino da affiggere sull’ingresso dei palazzi dei superstiti delle deportazioni. Suscitò inizialmente tanta ammirazione ma, poi, col tempo, la pietra incominciò ad infastidire!
Le controversie nascevano dal fatto che la gente (ancora oggi è così) probabilmente vuole allontanare il dolore da se e non accetta atti di fredda brutalità che, forse, in passato hanno anche nascostamente condiviso.
Quella pietra è la metafora di un invito alla riflessione.
Quella pietra è diventata il simulacro dell’animo di uomini e donne che non vogliono sapere, non vogliono veramente ricordare, non vogliono vedere l’ impietosa realtà dei fatti, i più atroci. Essa è una chiara dichiarazione di inumanità, tanto semplice da condannare e voglia di eliminare ma colpevolmente e paradossalmente aumenta in maniera inversamente proporzionale alla volontà di annientarla. E’ una domanda alla propria anima che interrogata non sa darsi alcuna vera risposta.
Fissiamo le nostre pietre per ogni morto caduto sul selciato, per ogni pensionato morto solo, per ogni lettiga consunta e lasciata nel corridoio affollato dell’ospedale. Per ogni martire di questa società infame.
Fissiamo una “Pietra” davanti al legittimo Tribunale che dovrà/ebbe condannare i responsabili dei morti leucemici per rifiuti tossici caduti dall’alto. Sul marciapiede davanti casa degli ignobili colpevoli.



di Bruno Pappalardo
Oggi il 70esimo anniversario della strage delle Fosse Ardeatine.
L’autore, il boia fu , Erich Priebke ( morto lo scorso ottobre)
La rappresaglia avvenne dopo l'assalto partigiano di via Rasella, a Roma, dove morirono 33 soldati tedeschi del battaglione Bozen.
In giornata giunse, dal comando germanico, l’ordine: “…per ogni tedesco morto in via Rasella, bisognava fucilare 10 comunisti badogliani”.
Per i 33 soldati morti bisognava trovare 330 comunisti, beh, un terribile atto contro la popolazione civile. Dove avrebbero trovato 330 partigiani comunisti e perfino badogliani?
S’auguravano forse che si fossero presentati al Comando delle Gestapo, e, poi alle “SS”, i responsabili? Non esistevano trecento comunisti neppure in clandestinità.
La rappresaglia, per quanto terribile, impietosa e crudele, conserva sempre la fredda consapevolezza di colpire primariamente gente innocenti come per le Fosse Ardeatine.
Il paragone col massacro di Pondelandolfo, consumato il 14 Agosto del 1861 contro la popolazione civile è automatico. Fu più o meno la stessa storia!
Altri partigiani filoborbonici o anche detti generalmente briganti, comandati dal cerretese Cosimo Giordano catturarono 40 soldati piemontesi che fucilarono. Gesto brutale ma s’era in guerra e si faceva ”resistenza”.
La differenza con i tedeschi è che questi erano in Italia per un incomprensibile accordo con lo Stato italiano trattato con Benito Mussolini.
Ma il tenersi acquattati nei boschi intorno Pontelandolfo, di quest’altri, bersaglieri e soldati di Cialdini, ebbene, perché se nessuno li aveva chiamati.
Secondo il regolamento militare, in stato di guerra, è ammesso la rappresaglia! A Pontelandolfo furono un migliaia gli innocenti che dovettero morire per superare perfino i tedeschi nella fredda proporzione
Tra l’ordine di Cialdini: “di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra.” (Cialdini al colonnello Negri ) e la risposta: “Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casaduni. Essi bruciano ancora”(Eleonoro Negri) e quella tedesca non c’è molto differenza.
“il comando germanico ha, perciò, ordinato che, per ogni tedesco ucciso, dieci criminali comunisti badogliani siano fucilati. Quest'ordine è già stato eseguito, 25 marzo 1944”
Ogni guerra appare, per scelleratezza, uguale a quella precedente che aumenta relativamente al grado superiore di umanità e civiltà. Dunque bene non farsi troppe illusioni, ... ma qualcosa potrebbe cambiare!
Ora il tedesco Gunter Demnig , in memoria dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti, negli anni ’90 del secolo passato, s’inventa la “Pietra d’Inciampo” che consiste da una semplice targhetta in ottone, grossa come un sampietrino da affiggere sull’ingresso dei palazzi dei superstiti delle deportazioni. Suscitò inizialmente tanta ammirazione ma, poi, col tempo, la pietra incominciò ad infastidire!
Le controversie nascevano dal fatto che la gente (ancora oggi è così) probabilmente vuole allontanare il dolore da se e non accetta atti di fredda brutalità che, forse, in passato hanno anche nascostamente condiviso.
Quella pietra è la metafora di un invito alla riflessione.
Quella pietra è diventata il simulacro dell’animo di uomini e donne che non vogliono sapere, non vogliono veramente ricordare, non vogliono vedere l’ impietosa realtà dei fatti, i più atroci. Essa è una chiara dichiarazione di inumanità, tanto semplice da condannare e voglia di eliminare ma colpevolmente e paradossalmente aumenta in maniera inversamente proporzionale alla volontà di annientarla. E’ una domanda alla propria anima che interrogata non sa darsi alcuna vera risposta.
Fissiamo le nostre pietre per ogni morto caduto sul selciato, per ogni pensionato morto solo, per ogni lettiga consunta e lasciata nel corridoio affollato dell’ospedale. Per ogni martire di questa società infame.
Fissiamo una “Pietra” davanti al legittimo Tribunale che dovrà/ebbe condannare i responsabili dei morti leucemici per rifiuti tossici caduti dall’alto. Sul marciapiede davanti casa degli ignobili colpevoli.
L’autore, il boia fu , Erich Priebke ( morto lo scorso ottobre)
La rappresaglia avvenne dopo l'assalto partigiano di via Rasella, a Roma, dove morirono 33 soldati tedeschi del battaglione Bozen.
In giornata giunse, dal comando germanico, l’ordine: “…per ogni tedesco morto in via Rasella, bisognava fucilare 10 comunisti badogliani”.
Per i 33 soldati morti bisognava trovare 330 comunisti, beh, un terribile atto contro la popolazione civile. Dove avrebbero trovato 330 partigiani comunisti e perfino badogliani?
S’auguravano forse che si fossero presentati al Comando delle Gestapo, e, poi alle “SS”, i responsabili? Non esistevano trecento comunisti neppure in clandestinità.
La rappresaglia, per quanto terribile, impietosa e crudele, conserva sempre la fredda consapevolezza di colpire primariamente gente innocenti come per le Fosse Ardeatine.
Il paragone col massacro di Pondelandolfo, consumato il 14 Agosto del 1861 contro la popolazione civile è automatico. Fu più o meno la stessa storia!
Altri partigiani filoborbonici o anche detti generalmente briganti, comandati dal cerretese Cosimo Giordano catturarono 40 soldati piemontesi che fucilarono. Gesto brutale ma s’era in guerra e si faceva ”resistenza”.
La differenza con i tedeschi è che questi erano in Italia per un incomprensibile accordo con lo Stato italiano trattato con Benito Mussolini.
Ma il tenersi acquattati nei boschi intorno Pontelandolfo, di quest’altri, bersaglieri e soldati di Cialdini, ebbene, perché se nessuno li aveva chiamati.
Secondo il regolamento militare, in stato di guerra, è ammesso la rappresaglia! A Pontelandolfo furono un migliaia gli innocenti che dovettero morire per superare perfino i tedeschi nella fredda proporzione
Tra l’ordine di Cialdini: “di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra.” (Cialdini al colonnello Negri ) e la risposta: “Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casaduni. Essi bruciano ancora”(Eleonoro Negri) e quella tedesca non c’è molto differenza.
“il comando germanico ha, perciò, ordinato che, per ogni tedesco ucciso, dieci criminali comunisti badogliani siano fucilati. Quest'ordine è già stato eseguito, 25 marzo 1944”
Ogni guerra appare, per scelleratezza, uguale a quella precedente che aumenta relativamente al grado superiore di umanità e civiltà. Dunque bene non farsi troppe illusioni, ... ma qualcosa potrebbe cambiare!
Ora il tedesco Gunter Demnig , in memoria dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti, negli anni ’90 del secolo passato, s’inventa la “Pietra d’Inciampo” che consiste da una semplice targhetta in ottone, grossa come un sampietrino da affiggere sull’ingresso dei palazzi dei superstiti delle deportazioni. Suscitò inizialmente tanta ammirazione ma, poi, col tempo, la pietra incominciò ad infastidire!
Le controversie nascevano dal fatto che la gente (ancora oggi è così) probabilmente vuole allontanare il dolore da se e non accetta atti di fredda brutalità che, forse, in passato hanno anche nascostamente condiviso.
Quella pietra è la metafora di un invito alla riflessione.
Quella pietra è diventata il simulacro dell’animo di uomini e donne che non vogliono sapere, non vogliono veramente ricordare, non vogliono vedere l’ impietosa realtà dei fatti, i più atroci. Essa è una chiara dichiarazione di inumanità, tanto semplice da condannare e voglia di eliminare ma colpevolmente e paradossalmente aumenta in maniera inversamente proporzionale alla volontà di annientarla. E’ una domanda alla propria anima che interrogata non sa darsi alcuna vera risposta.
Fissiamo le nostre pietre per ogni morto caduto sul selciato, per ogni pensionato morto solo, per ogni lettiga consunta e lasciata nel corridoio affollato dell’ospedale. Per ogni martire di questa società infame.
Fissiamo una “Pietra” davanti al legittimo Tribunale che dovrà/ebbe condannare i responsabili dei morti leucemici per rifiuti tossici caduti dall’alto. Sul marciapiede davanti casa degli ignobili colpevoli.


lunedì 17 marzo 2014
17 marzo, noi non festeggiamo - di Antonio Ciano
Sig. Presidente della Repubblica.
17 marzo, noi non festeggiamo
I Savoia, ancora oggi, sono considerati come i re che fecero l’Italia. Una vera bestemmia, un sacrilegio, una bufala che hanno voluto farci digerire gli storici di regime e governanti cresciuti nella retorica risorgimentale. Noi che non siamo di regime contestiamo fortemente quelle affermazioni. Per Noi Meridionali i Savoia furono degli assassini, dei veri colonizzatori, gli sterminatori ed i massacratori del Sud, e non solo. L’Italia poteva e doveva essere fatta confederando i sette Stati, ma Lord Palmerston non aveva interessi a che la penisola si unificasse democraticamente perché il Regno delle Due Sicilie, allora ricco ed industrializzato avrebbe sicuramente condotto a sé gli staterelli come satelliti che ruotano intorno al corpo più grande. Lord Parlmerston, Primo ministro inglese, seguendo le direttive di Albert Pike, mise a disposizione del Conte di Cavour, armi, uomini, denari e mezzi per dare ai massoni Savoia il predominio di tutto il territorio che un tempo fu magnogreco e dei romani per innestarvi il liberismo economico che separa le classi e le contrappone. In Italia non c’è liberismo economico, lo sanno tutti, vi è una casta padana che domina l’economia e la controlla. In Italia vi è un solo proprietario di fabbriche d’automobili, un solo proprietario di reti televisive, un monopolista della gomma sintetica, un altro per la gomma da masticare e così via. I monopoli capitalistici sono soltanto padani facendoli passare per italiani. Noi vogliamo costruire una imprenditoria meridionale, fondata sulla concorrenza vera e non artificiale, vogliamo una economia che affondi nelle nostre radici culturali e storiche, vogliamo una imprenditoria dai valori umani imprescindibili da quelli cattolici e laici che affondano nella cultura della Magna Grecia. La Rivoluzione Meridionale sarà modello di vita per i prossimi anni, questo cammino sarà duro, irto di difficoltà, ma un giorno si compirà.
Il 2 giugno del 1946 l’Italia è stata restituita a se stessa, un plebiscito vero ha cancellato per sempre la monarchia sabauda.
Vittorio Emanuele II invase il Sud senza dichiarazione di guerra, mietendo vittime a centinaia di migliaia: fucilazioni, paesi messi sotto assedio, distrutti, calpestati, rasi al suolo; torturati a morte i religiosi, preti e monaci incarcerati, fucilati a centinaia, i conventi spogliati e saccheggiati, i vescovi perseguitati, vigliaccamente malmenati ed imprigionati; le banche saccheggiate, le proprietà demaniali svendute ai massoni. Il re di Sardegna è da considerare tra i più grandi criminali di guerra che abbiano mai calpestato il suolo italiano, e con lui tutta la casta militare e politica alle sue dipendenze. Il nucleo risorgimentale piemontese accentrò tutto nelle mani dei liberal-massoni, questi non hanno patria, il loro dio è il profitto e la loro legge è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Molti, ancora oggi si affannano a riverire e ad incensare quegli assassini. Quella non è la nostra Italia;... volere che quella sia la vera Italia sarebbe il medesimo che giudicare della bontà di un vino dalla sua feccia, ovveramente del decoro di un palagio dalle sue latrine ( La Civiltà Cattolica, Vol.VIII, Serie IV, 1860, pag.404)
Seguì al despota suo figlio Umberto I, spiccatamente autoritario, nemico del popolo operaio e contadino, ciò è nel DNA della sua razza; nel 1898 fece sparare sulla folla affamata, i morti furono centinaia, Bava Beccaris fu l’esecutore di quella infamia, il mandante proprio lui, il re. A farne le spese furono ancora operai e contadini cattolici e socialisti. Il 29 luglio del 1900 l’anarchico Gaetano Bresci mise fine alla vita del monarca sabaudo ammazzandolo a Monza per vendicare i morti di Milano. Vittorio Emanuele III sostituì il padre e mai rinunciò al suo autoritarismo:”...sarà infatti il re demiurgo del colpo di Stato che, contro la volontà della maggioranza parlamentare, getta il Paese nella Grande Guerra, costata nei tre anni successivi 700.mila morti, altrettanti mutilati ed invalidi, un milione di feriti( su una popolazione che contava 36 milioni di abitanti)...nel 1922 l’Italia è tormentata dallo squadrismo fascista; minoranza violenta, il movimento guidato da Benito Mussolini ha però l’appoggio di gruppi che contano: le gerarchie militari( con alla testa Armando Diaz, l’artefice di Vittorio Veneto),gli agrari padani, parte dell’industria, la massoneria, parte significativa della magistratura e dell’alta burocrazia. Forze che tranquillizzano il sovrano, timoroso delle masse popolari. Perfettamente consapevole delle intenzioni del fascismo, nella notte tra il 27 ed il 28 ottobre 1922, mentre le squadre d’azione convergono su Roma senza che l’apparato dello Stato muova un dito per fermarle, Vittorio Emanuele prende tempo e rifiuta di firmare il decreto di stato d’assedio sottopostogli dal capo del governo Luigi Facta. Il 30 il re affida a Mussolini l’incarico di formare il governo. Da allora, fino al 25 luglio 1943 il sodalizio tra il Savoia e il capo del fascismo non si sarebbe più infranto..”( Brunello Mantelli, Dossier, l’Unità, 2 giugno 2001, pag VII)
Ma come erano magnanimi questi Savoia! Immaginiamo re pippetto nella sua stanza, pensoso ed assorto, con gli stivali neri come la sua anima, andare avanti e indietro nervoso, con la mano al mento, forse aveva nella mente le gesta di Bava Beccaris, forse pensava alle gesta del nonno Vittorio Emanuele II quando scese al Sud per sterminare il popolo meridionale con i suoi bersaglieri; immaginiamo il re pensoso, preoccupato: ma come, quella canaglia del popolo avrebbe potuto prendere il potere? Non sia mai! Il potere da sempre, con Casa Savoia era dei più forti, il Governo della cosa pubblica doveva appartenere alla casta danarosa e liberale, meglio usare un popolano come Mussolini e conservare alla Corona tutti i diritti conseguiti dai suoi avi con gli inganni e le infamie. Nel 1938, re pippetto firma le leggi antisemite, forse pensava di imitare suo nonno Vittorio Emanuele II quando nel 1863 firmò la Legge Pica che legalizzò i crimini di Stato e quelli di guerra.
700 mila soldati allo sbando
...una volta gettata l’Italia nella fornace della Seconda guerra mondiale, il re - che aveva avallato senza dare segni di incertezza l’Asse ed il Patto d’Acciaio con la Germania nazista- comincia a manifestare segni di inquietudine solo all’inizio del 1943, nell’imminenza dello sbarco alleato, quando ormai la sconfitta dell’Italia. In cima ai suoi pensieri non è però il Paese, quanto la sopravvivenza sua personale e quella della dinastia. Vittorio Emanuele inizia a tessere le fila di più congiure: appoggia la fronda fascista guidata da Dino Grandi e sonda la disponibilità delle forze armate. Il piano scatta il 25 luglio. Mussolini è arrestato, al suo posto si insedia Pietro Badoglio( uno dei militari più compromessi con il regime). Ma le alleanze non sono rovesciate,<
( Brunello Mantelli, l’Unità, Dossier, pag VII, 2 giugno
2001)
Il Plebiscito del 2 giugno 1946 ha vendicato i morti contadini ed operai nelle varie repressioni a favore del capitalismo liberista ( cattolici, socialisti, papalini, borbonici, comunisti uccisi dai vari Fumel, Della Rocca, Cialdini, Pinelli, Quintini, Bixio, Garibaldi, Lamarmora, Bava Beccaris, Roatta, Badoglio, ecc ecc.); quelli dei fasci siciliani; quelli di Milano, quelli della tassa sul macinato; quelli procurati dalle cannonate su Palermo nel 1866; quelli delle guerre coloniali; quelli della prima guerra mondiale; quelli della seconda guerra mondiale. I piemontesi savoiardi furono degli assassini spietati, senza dichiarazione di guerra invasero il Sud, rasero al suolo 54 paesi, incendiarono villaggi, desertificarono le campagne bruciando i raccolti per anni, scannarono armenti e bambini allo stesso modo, impiccarono a migliaia i contadini, le loro donne stuprate, i loro figli incarcerati per anni. Nino Bixio da solo eseguì 700 fucilazioni di contadini ed operai con l’assenso dei Savoia. In Italia vi furono eccidi tremendi, stragi disumane, incivili, truculenti. Quegli assassini dei fratelli d’Italia cominciarono a Genova nel 1849 ove il generale Lamarmora soffocò nel sangue il rigurgitare repubblicano dei genovesi memori e fieri di essere figli della repubblica marinara e rimaniamo delusi quando vediamo il presidente Ciampi andare in quel di Torino a ossequiare coloro che ordinarono quelle nefandezze contro i veri democratici ed i veri italiani. Genova fu messa a sacco e fuoco, la violenza dei bersaglieri i liguri se la ricordano ancora. Poi il garibaldino Bixio, su ordine del suo generale pirata si vendicò contro i siciliani a Bronte, a Recalbuto, a Linguaglossa e in tutta la fascia etnea.Gaeta, simbolo del Sud martirizzato fu rasa al suolo da Cialdini su ordine di Cavour: 160 mila bombe distrussero completamente la città tirrenica, i morti tra militari e civili furono oltre duemila e altrettanti furono fucilati subito dopo la presa della fortezza colpevoli solo d’averla difesa dai barbari invasori.La fedelissima aspetta ancora i danni di quell’assedio, oggigiorno ammontano a diversi miliardi tra interessi e more, la città li vuole, aspettiamo risposta da questo Stato repubblicano, ci devono solo dire chi pagherà, responsabile fu proprio il Vittorione comandante supremo di quella truppaglia infame.
Gli eccidi si susseguirono senza soluzione di continuità: Gaeta, Pontelandolfo, Casalduni, Scurcola, Vieste, Sant’Eramo in Colle, Gioia del Colle, Pizzoli, Bauco, Nola, Somma Vesuviana, Teramo, Isernia, Venosa, Montecillone, Montefalcione, San Vittorino e cento altre città. Non vi fu villaggio ove le orde savoiarde non fecero danni. La Basilicata fu per anni bruciata, la Calabria fu messa sotto torchio dal colonnello Milon e dal generale Sacchi.
Non riusciamo a capire perché il presidente della repubblica vada a incensare i Savoia, perché vada a rendere omaggio a Cavour, a Garibaldi e a tutti quei personaggi che saccheggiarono il Sud e stuprarono le sue genti. I Savoia furono feroci persecutori, non ebbero pietà di Passannante, repubblicano ed anarchico, non ebbero pietà di Pietro Barsanti fucilato per le sue idee democratiche e antimonarchiche.Non ebbero pietà di Gramsci, incarcerato per le sue idee. Noi siamo italiani Sig. Presidente, siamo repubblicani e aspettiamo le sue scuse. Il Sud aspetta le scuse di un Presidente della Repubblica. Venga a Gaeta, sia super partes, il Risorgimento piemontese e savoiardo non ci appartiene. Per Noi meridionali l’Italia è nata il 2 giugno del 1946 e in quel giorno è nato il patto tra Nord e Sud, tra il Nord della Resistenza al fascismo e ai Savoia e il Sud che aveva resistito 83 anni prima a quella barbarie. Non possiamo santificare chi ha commesso eccidi nefandi, chi ha derubato il Sud, chi lo ha massacrato, chi ha commesso crimini contro l’umanità. È contro la storia, è contro il buon senso.
Sig. Presidente, ricordiamo quelle stragi, quegli eccidi, ricordiamo i crimini commessi in nome e per conto dei Savoia. Il Sud che lavora si sente offeso quando gli si vuole imporre eroi di cartone. Il Sud ricorda. I nazisti impararono dai savoiardi: i lager, le fosse Ardeatine, gli eccidi di Reder e Kapler erano solo fotocopie di quelli perpetrati nel Sud dai felloni sabaudi.
Sig. Presidente, in nome e per conto degli interessi di Gaeta e dei comuni dell'ex Regno delle Due Sicilie il Partito del Sud chiede:
1) il sequestro dei diamanti e delle collane ( che ammonterebbero a circa 1.500 milioni di euro) attualmente conservati nei forzieri della Banca d'Italia in quanto il sig. Vittorio Savoia, che li pretende, essendo erede di quel Vittorio Emanuele II,Re di Sardegna e quindi capo dell'esercito piemontese che ha raso al suolo la mia città nel 1860-61, dovrebbe pagare i danni a Gaeta e alle altre città del Sud incendiate e massacrate senza dichiarazione di guerra. Gli eredi, se prendono le eredità devono pagare anche i debiti dei loro avi, e la stessa cosa vale per il signore in questione che ha chiesto 260 milioni alla nostra repubblica per il dorato esilio.
2) che questo Stato repubblicano deferisca alla Corte Internazionale dell'Aja i Savoia ( in quanto eredi diretti dei Re di Sardegna e d'Italia , di quel Regno cancellato dalla lotta partigiana e dalla storia) per un risarcimento equo dei danni provocati dall'assedio del 1860-61 ( danni chiesti dalla nostra città al governo piemontese e riconosciuti persino dalla Corona, e mai pagati e che ammontavano a 2,047,000 milioni di lire del 1861). Tutta la documentazione relativa a tali richieste è conservata nell'archivio storico di Gaeta, che si allega alla presente, oltre la relazione del Dottissimo Avv. Pasquale Troncone, delegato dal comune di Gaeta a relazionare su una possibile denuncia.
3) inoltre il Partito del Sud chiede il deferimento alla Corte Internazionale dell'Aja di Casa Savoia, del conte Camillo Benso di Cavour, di tale Giuseppe Garibaldi, avventuriero, negriero, massone;del generale Cialdini, del generale Pinelli, Enrico Cosenz, del col. Eleonoro Negri, del Cap. Gaetano Negri, del Gen Quntini,del generale Della Rocca ecc ecc. per crimini di guerra, per crimini contro l'umanità, per genocidio essendo tali reati inestinguibili nel tempo, per aver barbaramente invaso il Regno delle Due Sicilie senza dichiarazione di guerra e per aver massacrato un milione di contadini e fatto emigrare 30 milioni di Meridionali.
4) Il Partito del Sud chiede alla nostra amata repubblica, che ha eredidato dal regno perdente leggi regie, di cancellarle definitivamente dai codici civili e penali, oltre a ridare alle città i beni demaniali requisiti e alla Chiesa i Beni ecclesiastici che la legge Rattazzi ha incorporato ad uno Stato illegittimo. In quattro anni, dal 1861 al 1864, furono espropriati ben 398 conventi, con tutti i loro beni mobili ed immobili, centinaia di ettari di terreno coltivato dai contadini e regalati a liberalucci del tempo.
Sig.Presidente,
chi Le scrive ha trascorso la sua vita in una sezione del Partito comunista di Gaeta. Antonio Gramsci era originario della mia città, che diede i natali al padre Francesco il 6 marzo del 1860, nato dalla signora Teresa Gonzalez e da Don Gennaro Gramsci, allora Capitano delle Gendarmeria borbonica dentro la fortezza .Gramsci ha sempre criticato il Risorgimento, fonte dei guai del Sud; ha sempre criticato i blocchi storici che ne determinarono la povertà; ha sempre criticato i Savoia, tanto che parlando della Questione Romana ha scritto che:" Porta Pia non fu che un meschino episodio, militarmente e politicamente. Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia. Fu veramente degna delle tradizioni militari italiane. Porta Pia rassomiglia - in piccolo- a Vittorio Veneto. Porta Pia fu la piccola , facile vittoria dell’aggressore enormemente superiore all’avversario inerme, come Vittorio Veneto fu facile vittoria contro un avversario che - militarmente- non esisteva più. Politicamente Porta Pia fu semplicemente l’ultimo episodio della costruzione violenta ed artificiale del Regno d’Italia. Tutto il resto è chincaglieria retorica. Le belle frasi Terza Roma sono completamente vuote di senso.
Roma è città imperiale e città papale: in ciò sta la sua grandezza universale. La "Terza Roma" non è che una sporca città di provincia, un sordido nido di travetti, di albergatori, di bagascie e di parassiti. Mentre le due fasi della storia di Roma, l’imperiale e la papale, hanno lasciato traccia immortale, la breve parentesi dell’occupazione sabauda lascia, unica traccia di sé, il Palazzo di Giustizia, statue di gesso e grottesche imitazioni decorative: nato tra lo scandalo dei fornitori ladri e dei deputati patrioti corrotti, esso è degno di albergare la decadenza giuridica della società contemporanea. Per questo la questione romana non è risolta. Non potevano risolverla le cannonate del re di Savoia. La violenza militarista non può risolvere i problemi internazionali. E la questione romana è un problema internazionale..."( L’Ordine Nuovo, Rassegna Settimanale di Cultura Socialista, 2 Ottobre 1920).
Sig. Presidente,
nelle sezioni del partito comunista abbiamo imparato che l’Italia repubblicana è nata il 2 giugno del 1946. Nelle sezioni del partito comunista abbiamo appreso che morirono ben 87 mila partigiani per abbattere la dittatura fascista e casa Savoia; nelle sezioni comuniste abbiamo appreso che i repubblicani uccisi dalla monarchia Sabauda furono migliaia, a cominciare dal 1849, quando, Vittorio Emanuele II mandò a Genova il Generale La Marmora con 30 mila bersaglieri a massacrare ben 700 genovesi repubblicani; volevano solo l’antica repubblica di Genova,si ribellarono alla protervia dei Savoia e alle leggi centraliste piemontesi che impedivano i liberi commerci che i mercanti del capoluogo ligure erano soliti praticare.
Sig. Presidente,
a scuola abbiamo studiato la Rivoluzione francese. Ci è stato insegnato che ha portato alla Francia "Egalitè e fraternitè" e che i francesi abbatterono la monarchia che regnava, ai cui re mozzarono la testa. Nessuno in Francia festeggia Luigi XVI° e Maria Antonietta, né vi sono strade e piazze a loro intitolate. La Francia era stata unita dalle monarchie precedenti. Il 14 luglio, il giorno della presa della Bastiglia, è festa nazionale,si festeggia la repubblica. Perché in Italia si vuole osannare la monarchia che ha prodotto nel Sud stragi, infamie, genocidi ed una emigrazione biblica che nemmeno gli ebrei hanno subito?
L’Italia fu unita dai romani, cosa che gli storici poco accorti hanno dimenticato, e che nel 1860 vi erano sei staterelli e un grande Stato: il Regno delle Due Sicilie, allora ricco e prospero. Oggi siamo 20 staterelli, 20 regioni, e quelle dell’ex Reame ridotte a territori sottosviluppati, da terzo mondo.Il regno sabaudo, nel 1861 ha affamato il Sud, lo ha massacrato inviandovi ben 150 mila soldati per estirpare la resistenza dei contadini chiamati briganti, per estirpare le liberalizzazioni borboniche, per estirpare l’uguaglianza e la legalità che in quei territori vigevano. I massacri furono tanti,le stragi, gli eccidi innumerevoli. Il primo eccidio avvenne a Bronte in Sicilia dove Nino Bixio, su ordine di Garibaldi inscenò un processo farsa per fucilare coloro i quali stavano mettendo in pratica un decreto del nizzardo; fucilò i contadini che stavano occupando le terre. Il loro torto fu uno solo, le terre erano quelle della Ducea di Nelson, terre private, di proprietà degli inglesi che avevano finanziato la spedizione dei mille con tre milioni di piastre turche, ossia centinaia di milioni di euro di oggi.Un mercenario, il Garibaldi, al soldo degli inglesi e del massone monarchico Cavour,che fucila i siciliani,fatto osannare dai massoni come eroe e come socialista. Garibaldi era solo un pirata e un mercenario, nonché schiavista, tanto che da capitano della "Carmen" trasportava schiavi cinesi da Canton in Cina e Callao in Perù.
Sig. Presidente,
nelle sezioni del nostro partito ci insegnarono che il Risorgimento piemontese è stato il male assoluto, e Gramsci lo sapeva. Il Risorgimento è filosofia liberaleggiante e tra liberismo piemontese e liberalizzazioni vigenti nel Regno di Napoli nel 1700-1800, il sud ha sempre preferito le seconde, tanto che sotto i Borbone il popolo godeva di una ricchezza e di una prosperità assoluta. Nel 1856 il regno delle Due Sicilie, a Parigi, venne classificato tra i più ricchi al mondo. Oggi siamo un popolo colonizzato nella sua economia, nella sua indole. Ma qualcosa si sta muovendo.I mass Media ci parlano di Economia Italiana, ma tutti sanno che non è così, è solo una parte d’Italia a produrre, l’altra a consumare. L’economia italiana in realtà non esiste, è solo Tosco-Padana. Il centro sinistra difende gli interessi economici della Toscana, dell’Emilia Romagna, delle Marche e dell’Umbria: le varie Coop, Conad, Unipol, Monte dei Paschi e affini, mentre il centro destra difende interessi padani come altri supermercati alimentari ( Panorama, Outlet, Standa, Upim, Rinascente ecc ecc.), compagnie telefoniche, compagnie assicuratrici,finanziarie,indu
Sig. Presidente,
i Savoia si macchiarono di infamie nel sud della penisola, nel nord e nel mondo intero, e non riusciamo a capacitarci perché, molti reparti militari, portino ancora il loro nome. L’altro giorno ho assistito ad una parata di bersaglieri, la fanfara si chiama " Brigata Garibaldi" incredibile ma vero, ma non furono i bersaglieri del Gen. Pallavicino a ferire la gamba di Garibaldi sulle montagne dell’Aspromonte? In 12 anni i Savoia massacrarono un milione di contadini, incendiarono città e villaggi, li misero a ferro e fuoco, in nome di una Italia che non ci appartiene. La Germania si confederò senza versare una goccia di sangue. Significa che quella non fu unione ma invasione barbarica. Da città come Gaeta,Gioia del Colle, Bronte, Pontelandolfo, Casalduni, Ariano Irpino, Vieste, Montecillone, Scurcola Marsicana, Nola, Somma Vesuviana, Castellammare di Stabia e altre cento, sgorga ancora sangue dalle strade e dalle piazze. A Genova, nel 1849, il gen. La Marmora massacrò settecento genovesi che inneggiavano alal repubblica, e non vedo perché dovremmo festeggiare quei criminali che non ebbero pietà alcuna degli italiani tutti. Nel 1864 a Torino vi furono 500 morti, erano cittadini che difendevano il nome della loro capitale che doveva essere trasferita a Firenze. Nel 1866 i Savoia massacrarono oltre settemila palermitani nella guerra detta del "sette e mezzo", buttarono bombe sul capoluogo siciliano senza pietà, e nel 1893 vi fu mattanza dei fasci siciliani, contadini socialisti e cattolici che volevano solo le terre promesse.Nel 1898 il gen Bava Beccaris massacrò oltre trecento operai a Milano, stavano solo chiedendo pane e lavoro.Il mandante fu propril il re Umberto I. Nella prima guerra mondiale morirono oltre 700 mila italiani, del nord e del sud; nella seconda guerra mondiale morirono oltre 50 milioni di europei, e milioni di italiani, sia civili che militari.
Sig. Presidente, festeggiare quella unità significa festeggiare quella genìa di massacratori. Una vergogna. Noi siamo nati in repubblica e non festeggeremo niente, ricorderemo i 30 milioni di emigranti, ricorderemo gli eccidi e le stragi perpetrate da quei delinquenti monarchi,tutti massoni, tutti assassini. Ricorderemo il milione di contadini morti per difendere le loro donne e il loro territorio da gente che parlava francese, da ladri assetati di denaro e di sangue. Nel 2011 Gaeta sarà sede di una manifestazione nazionale, moltissimi Meridionali verranno a ricordare la nostra storia da tutte le regioni italiane e dall’estero, perché Sig. Presidente, il Sud vuole riscattarsi dalla colonia Nord, vuole riscattarsi dalle ingiustizie subite dalla monarchia precedente, e vorremmo che Lei fosse presente. Lei, sig. Presidente, da comunista ha sofferto quella monarchia,come molti socialisti, cattolici e anarchici sono morti nella lotta partigiana, nelle carceri, nei lager fascisti e nazisti, proprio come i nostri contadini chiamati briganti nel 1860 e dintorni. I contadini del Sud iniziarono quella lotta contro I Savoia, i partigiani del Nord l’hanno continuata, e in condizioni migliori l’hanno vinta. Nacque la Repubblica e il sottoscritto il 2 giugno la festeggia tre volte. Il 2 giugno è il compleanno di mio figlio Damiano, è giornata di festa a Gaeta perché onoriamo i Santi Erasmo e Marciano, Patroni della città, e festeggiamo in modo solitario questa Santa Repubblica, perché le istituzioni nazionali sono assenti.
Sig. Presidente, il sud vuole la Sua presenza a Gaeta come segno tangibile, e ricordare ciò successe 150 anni fa,ricordare lo sterminio della città, i massacri delle città del Sud ordite dai Savoia.
Sig. Presidente, solo un’ultima cosa, Le chiedo venia, ma ho sentito un mio amico di origine ebrea lamentarsi quando Eli Wiesel è stato accolto dal nostro presidente della Camera Gianfranco Fini, e quando Il Presidente Berlusconi è andato alla Knesset a ricordare la Shoà. Ebbene, in Italia abbiamo ancora strade, piazze, scuole, ospedali intitolati a Vittorio Emanuele Terzo. Oltre ad essere fuggito da codardo lasciando gli italiani scannarsi in una guerra civile, è stato colui il quale ha promulgato le leggi razziali contro gli ebrei nel 1938, leggi che causarono la morte di migliaia di nostri connazionali italiani da secoli. Non ci risulta che in Israele abbiano intitolato strade a Hitler, a Kapler, a Reder. In Italia abbiamo il triste primato di aver fatto rimanere le strade intitolate ai massacratori dei contadini meridionali chiamati Briganti, e agli italiani di origine ebraica, chiamati appestati dai savoia e dai fascisti.“
Antonio Gramsci, comunista e studioso come pochi, a differenza dei tanti pennivendoli italiani, ha detto che"Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti.Noi abbiamo imparato da lui la lezione e frequentiamo gli archivi storici ancora poleverosi, per sapere quello che è successo durante la nefanda Monarchia savoiarda. Il 17 marzo deve essere cancellato dalla Repubblica, come i nomi di quegli assassini dalle nostre strade e dalle nostre piazze.
Con rispetto e assoluta fedeltà alla Nostra Repubblica, Le porgo i migliori auguri.
Antonio Ciano
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Sig. Presidente della Repubblica.
17 marzo, noi non festeggiamo
I Savoia, ancora oggi, sono considerati come i re che fecero l’Italia. Una vera bestemmia, un sacrilegio, una bufala che hanno voluto farci digerire gli storici di regime e governanti cresciuti nella retorica risorgimentale. Noi che non siamo di regime contestiamo fortemente quelle affermazioni. Per Noi Meridionali i Savoia furono degli assassini, dei veri colonizzatori, gli sterminatori ed i massacratori del Sud, e non solo. L’Italia poteva e doveva essere fatta confederando i sette Stati, ma Lord Palmerston non aveva interessi a che la penisola si unificasse democraticamente perché il Regno delle Due Sicilie, allora ricco ed industrializzato avrebbe sicuramente condotto a sé gli staterelli come satelliti che ruotano intorno al corpo più grande. Lord Parlmerston, Primo ministro inglese, seguendo le direttive di Albert Pike, mise a disposizione del Conte di Cavour, armi, uomini, denari e mezzi per dare ai massoni Savoia il predominio di tutto il territorio che un tempo fu magnogreco e dei romani per innestarvi il liberismo economico che separa le classi e le contrappone. In Italia non c’è liberismo economico, lo sanno tutti, vi è una casta padana che domina l’economia e la controlla. In Italia vi è un solo proprietario di fabbriche d’automobili, un solo proprietario di reti televisive, un monopolista della gomma sintetica, un altro per la gomma da masticare e così via. I monopoli capitalistici sono soltanto padani facendoli passare per italiani. Noi vogliamo costruire una imprenditoria meridionale, fondata sulla concorrenza vera e non artificiale, vogliamo una economia che affondi nelle nostre radici culturali e storiche, vogliamo una imprenditoria dai valori umani imprescindibili da quelli cattolici e laici che affondano nella cultura della Magna Grecia. La Rivoluzione Meridionale sarà modello di vita per i prossimi anni, questo cammino sarà duro, irto di difficoltà, ma un giorno si compirà.
Il 2 giugno del 1946 l’Italia è stata restituita a se stessa, un plebiscito vero ha cancellato per sempre la monarchia sabauda.
Vittorio Emanuele II invase il Sud senza dichiarazione di guerra, mietendo vittime a centinaia di migliaia: fucilazioni, paesi messi sotto assedio, distrutti, calpestati, rasi al suolo; torturati a morte i religiosi, preti e monaci incarcerati, fucilati a centinaia, i conventi spogliati e saccheggiati, i vescovi perseguitati, vigliaccamente malmenati ed imprigionati; le banche saccheggiate, le proprietà demaniali svendute ai massoni. Il re di Sardegna è da considerare tra i più grandi criminali di guerra che abbiano mai calpestato il suolo italiano, e con lui tutta la casta militare e politica alle sue dipendenze. Il nucleo risorgimentale piemontese accentrò tutto nelle mani dei liberal-massoni, questi non hanno patria, il loro dio è il profitto e la loro legge è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Molti, ancora oggi si affannano a riverire e ad incensare quegli assassini. Quella non è la nostra Italia;... volere che quella sia la vera Italia sarebbe il medesimo che giudicare della bontà di un vino dalla sua feccia, ovveramente del decoro di un palagio dalle sue latrine ( La Civiltà Cattolica, Vol.VIII, Serie IV, 1860, pag.404)
Seguì al despota suo figlio Umberto I, spiccatamente autoritario, nemico del popolo operaio e contadino, ciò è nel DNA della sua razza; nel 1898 fece sparare sulla folla affamata, i morti furono centinaia, Bava Beccaris fu l’esecutore di quella infamia, il mandante proprio lui, il re. A farne le spese furono ancora operai e contadini cattolici e socialisti. Il 29 luglio del 1900 l’anarchico Gaetano Bresci mise fine alla vita del monarca sabaudo ammazzandolo a Monza per vendicare i morti di Milano. Vittorio Emanuele III sostituì il padre e mai rinunciò al suo autoritarismo:”...sarà infatti il re demiurgo del colpo di Stato che, contro la volontà della maggioranza parlamentare, getta il Paese nella Grande Guerra, costata nei tre anni successivi 700.mila morti, altrettanti mutilati ed invalidi, un milione di feriti( su una popolazione che contava 36 milioni di abitanti)...nel 1922 l’Italia è tormentata dallo squadrismo fascista; minoranza violenta, il movimento guidato da Benito Mussolini ha però l’appoggio di gruppi che contano: le gerarchie militari( con alla testa Armando Diaz, l’artefice di Vittorio Veneto),gli agrari padani, parte dell’industria, la massoneria, parte significativa della magistratura e dell’alta burocrazia. Forze che tranquillizzano il sovrano, timoroso delle masse popolari. Perfettamente consapevole delle intenzioni del fascismo, nella notte tra il 27 ed il 28 ottobre 1922, mentre le squadre d’azione convergono su Roma senza che l’apparato dello Stato muova un dito per fermarle, Vittorio Emanuele prende tempo e rifiuta di firmare il decreto di stato d’assedio sottopostogli dal capo del governo Luigi Facta. Il 30 il re affida a Mussolini l’incarico di formare il governo. Da allora, fino al 25 luglio 1943 il sodalizio tra il Savoia e il capo del fascismo non si sarebbe più infranto..”( Brunello Mantelli, Dossier, l’Unità, 2 giugno 2001, pag VII)
Ma come erano magnanimi questi Savoia! Immaginiamo re pippetto nella sua stanza, pensoso ed assorto, con gli stivali neri come la sua anima, andare avanti e indietro nervoso, con la mano al mento, forse aveva nella mente le gesta di Bava Beccaris, forse pensava alle gesta del nonno Vittorio Emanuele II quando scese al Sud per sterminare il popolo meridionale con i suoi bersaglieri; immaginiamo il re pensoso, preoccupato: ma come, quella canaglia del popolo avrebbe potuto prendere il potere? Non sia mai! Il potere da sempre, con Casa Savoia era dei più forti, il Governo della cosa pubblica doveva appartenere alla casta danarosa e liberale, meglio usare un popolano come Mussolini e conservare alla Corona tutti i diritti conseguiti dai suoi avi con gli inganni e le infamie. Nel 1938, re pippetto firma le leggi antisemite, forse pensava di imitare suo nonno Vittorio Emanuele II quando nel 1863 firmò la Legge Pica che legalizzò i crimini di Stato e quelli di guerra.
700 mila soldati allo sbando
...una volta gettata l’Italia nella fornace della Seconda guerra mondiale, il re - che aveva avallato senza dare segni di incertezza l’Asse ed il Patto d’Acciaio con la Germania nazista- comincia a manifestare segni di inquietudine solo all’inizio del 1943, nell’imminenza dello sbarco alleato, quando ormai la sconfitta dell’Italia. In cima ai suoi pensieri non è però il Paese, quanto la sopravvivenza sua personale e quella della dinastia. Vittorio Emanuele inizia a tessere le fila di più congiure: appoggia la fronda fascista guidata da Dino Grandi e sonda la disponibilità delle forze armate. Il piano scatta il 25 luglio. Mussolini è arrestato, al suo posto si insedia Pietro Badoglio( uno dei militari più compromessi con il regime). Ma le alleanze non sono rovesciate,<
( Brunello Mantelli, l’Unità, Dossier, pag VII, 2 giugno
2001)
Il Plebiscito del 2 giugno 1946 ha vendicato i morti contadini ed operai nelle varie repressioni a favore del capitalismo liberista ( cattolici, socialisti, papalini, borbonici, comunisti uccisi dai vari Fumel, Della Rocca, Cialdini, Pinelli, Quintini, Bixio, Garibaldi, Lamarmora, Bava Beccaris, Roatta, Badoglio, ecc ecc.); quelli dei fasci siciliani; quelli di Milano, quelli della tassa sul macinato; quelli procurati dalle cannonate su Palermo nel 1866; quelli delle guerre coloniali; quelli della prima guerra mondiale; quelli della seconda guerra mondiale. I piemontesi savoiardi furono degli assassini spietati, senza dichiarazione di guerra invasero il Sud, rasero al suolo 54 paesi, incendiarono villaggi, desertificarono le campagne bruciando i raccolti per anni, scannarono armenti e bambini allo stesso modo, impiccarono a migliaia i contadini, le loro donne stuprate, i loro figli incarcerati per anni. Nino Bixio da solo eseguì 700 fucilazioni di contadini ed operai con l’assenso dei Savoia. In Italia vi furono eccidi tremendi, stragi disumane, incivili, truculenti. Quegli assassini dei fratelli d’Italia cominciarono a Genova nel 1849 ove il generale Lamarmora soffocò nel sangue il rigurgitare repubblicano dei genovesi memori e fieri di essere figli della repubblica marinara e rimaniamo delusi quando vediamo il presidente Ciampi andare in quel di Torino a ossequiare coloro che ordinarono quelle nefandezze contro i veri democratici ed i veri italiani. Genova fu messa a sacco e fuoco, la violenza dei bersaglieri i liguri se la ricordano ancora. Poi il garibaldino Bixio, su ordine del suo generale pirata si vendicò contro i siciliani a Bronte, a Recalbuto, a Linguaglossa e in tutta la fascia etnea.Gaeta, simbolo del Sud martirizzato fu rasa al suolo da Cialdini su ordine di Cavour: 160 mila bombe distrussero completamente la città tirrenica, i morti tra militari e civili furono oltre duemila e altrettanti furono fucilati subito dopo la presa della fortezza colpevoli solo d’averla difesa dai barbari invasori.La fedelissima aspetta ancora i danni di quell’assedio, oggigiorno ammontano a diversi miliardi tra interessi e more, la città li vuole, aspettiamo risposta da questo Stato repubblicano, ci devono solo dire chi pagherà, responsabile fu proprio il Vittorione comandante supremo di quella truppaglia infame.
Gli eccidi si susseguirono senza soluzione di continuità: Gaeta, Pontelandolfo, Casalduni, Scurcola, Vieste, Sant’Eramo in Colle, Gioia del Colle, Pizzoli, Bauco, Nola, Somma Vesuviana, Teramo, Isernia, Venosa, Montecillone, Montefalcione, San Vittorino e cento altre città. Non vi fu villaggio ove le orde savoiarde non fecero danni. La Basilicata fu per anni bruciata, la Calabria fu messa sotto torchio dal colonnello Milon e dal generale Sacchi.
Non riusciamo a capire perché il presidente della repubblica vada a incensare i Savoia, perché vada a rendere omaggio a Cavour, a Garibaldi e a tutti quei personaggi che saccheggiarono il Sud e stuprarono le sue genti. I Savoia furono feroci persecutori, non ebbero pietà di Passannante, repubblicano ed anarchico, non ebbero pietà di Pietro Barsanti fucilato per le sue idee democratiche e antimonarchiche.Non ebbero pietà di Gramsci, incarcerato per le sue idee. Noi siamo italiani Sig. Presidente, siamo repubblicani e aspettiamo le sue scuse. Il Sud aspetta le scuse di un Presidente della Repubblica. Venga a Gaeta, sia super partes, il Risorgimento piemontese e savoiardo non ci appartiene. Per Noi meridionali l’Italia è nata il 2 giugno del 1946 e in quel giorno è nato il patto tra Nord e Sud, tra il Nord della Resistenza al fascismo e ai Savoia e il Sud che aveva resistito 83 anni prima a quella barbarie. Non possiamo santificare chi ha commesso eccidi nefandi, chi ha derubato il Sud, chi lo ha massacrato, chi ha commesso crimini contro l’umanità. È contro la storia, è contro il buon senso.
Sig. Presidente, ricordiamo quelle stragi, quegli eccidi, ricordiamo i crimini commessi in nome e per conto dei Savoia. Il Sud che lavora si sente offeso quando gli si vuole imporre eroi di cartone. Il Sud ricorda. I nazisti impararono dai savoiardi: i lager, le fosse Ardeatine, gli eccidi di Reder e Kapler erano solo fotocopie di quelli perpetrati nel Sud dai felloni sabaudi.
Sig. Presidente, in nome e per conto degli interessi di Gaeta e dei comuni dell'ex Regno delle Due Sicilie il Partito del Sud chiede:
1) il sequestro dei diamanti e delle collane ( che ammonterebbero a circa 1.500 milioni di euro) attualmente conservati nei forzieri della Banca d'Italia in quanto il sig. Vittorio Savoia, che li pretende, essendo erede di quel Vittorio Emanuele II,Re di Sardegna e quindi capo dell'esercito piemontese che ha raso al suolo la mia città nel 1860-61, dovrebbe pagare i danni a Gaeta e alle altre città del Sud incendiate e massacrate senza dichiarazione di guerra. Gli eredi, se prendono le eredità devono pagare anche i debiti dei loro avi, e la stessa cosa vale per il signore in questione che ha chiesto 260 milioni alla nostra repubblica per il dorato esilio.
2) che questo Stato repubblicano deferisca alla Corte Internazionale dell'Aja i Savoia ( in quanto eredi diretti dei Re di Sardegna e d'Italia , di quel Regno cancellato dalla lotta partigiana e dalla storia) per un risarcimento equo dei danni provocati dall'assedio del 1860-61 ( danni chiesti dalla nostra città al governo piemontese e riconosciuti persino dalla Corona, e mai pagati e che ammontavano a 2,047,000 milioni di lire del 1861). Tutta la documentazione relativa a tali richieste è conservata nell'archivio storico di Gaeta, che si allega alla presente, oltre la relazione del Dottissimo Avv. Pasquale Troncone, delegato dal comune di Gaeta a relazionare su una possibile denuncia.
3) inoltre il Partito del Sud chiede il deferimento alla Corte Internazionale dell'Aja di Casa Savoia, del conte Camillo Benso di Cavour, di tale Giuseppe Garibaldi, avventuriero, negriero, massone;del generale Cialdini, del generale Pinelli, Enrico Cosenz, del col. Eleonoro Negri, del Cap. Gaetano Negri, del Gen Quntini,del generale Della Rocca ecc ecc. per crimini di guerra, per crimini contro l'umanità, per genocidio essendo tali reati inestinguibili nel tempo, per aver barbaramente invaso il Regno delle Due Sicilie senza dichiarazione di guerra e per aver massacrato un milione di contadini e fatto emigrare 30 milioni di Meridionali.
4) Il Partito del Sud chiede alla nostra amata repubblica, che ha eredidato dal regno perdente leggi regie, di cancellarle definitivamente dai codici civili e penali, oltre a ridare alle città i beni demaniali requisiti e alla Chiesa i Beni ecclesiastici che la legge Rattazzi ha incorporato ad uno Stato illegittimo. In quattro anni, dal 1861 al 1864, furono espropriati ben 398 conventi, con tutti i loro beni mobili ed immobili, centinaia di ettari di terreno coltivato dai contadini e regalati a liberalucci del tempo.
Sig.Presidente,
chi Le scrive ha trascorso la sua vita in una sezione del Partito comunista di Gaeta. Antonio Gramsci era originario della mia città, che diede i natali al padre Francesco il 6 marzo del 1860, nato dalla signora Teresa Gonzalez e da Don Gennaro Gramsci, allora Capitano delle Gendarmeria borbonica dentro la fortezza .Gramsci ha sempre criticato il Risorgimento, fonte dei guai del Sud; ha sempre criticato i blocchi storici che ne determinarono la povertà; ha sempre criticato i Savoia, tanto che parlando della Questione Romana ha scritto che:" Porta Pia non fu che un meschino episodio, militarmente e politicamente. Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia. Fu veramente degna delle tradizioni militari italiane. Porta Pia rassomiglia - in piccolo- a Vittorio Veneto. Porta Pia fu la piccola , facile vittoria dell’aggressore enormemente superiore all’avversario inerme, come Vittorio Veneto fu facile vittoria contro un avversario che - militarmente- non esisteva più. Politicamente Porta Pia fu semplicemente l’ultimo episodio della costruzione violenta ed artificiale del Regno d’Italia. Tutto il resto è chincaglieria retorica. Le belle frasi Terza Roma sono completamente vuote di senso.
Roma è città imperiale e città papale: in ciò sta la sua grandezza universale. La "Terza Roma" non è che una sporca città di provincia, un sordido nido di travetti, di albergatori, di bagascie e di parassiti. Mentre le due fasi della storia di Roma, l’imperiale e la papale, hanno lasciato traccia immortale, la breve parentesi dell’occupazione sabauda lascia, unica traccia di sé, il Palazzo di Giustizia, statue di gesso e grottesche imitazioni decorative: nato tra lo scandalo dei fornitori ladri e dei deputati patrioti corrotti, esso è degno di albergare la decadenza giuridica della società contemporanea. Per questo la questione romana non è risolta. Non potevano risolverla le cannonate del re di Savoia. La violenza militarista non può risolvere i problemi internazionali. E la questione romana è un problema internazionale..."( L’Ordine Nuovo, Rassegna Settimanale di Cultura Socialista, 2 Ottobre 1920).
Sig. Presidente,
nelle sezioni del partito comunista abbiamo imparato che l’Italia repubblicana è nata il 2 giugno del 1946. Nelle sezioni del partito comunista abbiamo appreso che morirono ben 87 mila partigiani per abbattere la dittatura fascista e casa Savoia; nelle sezioni comuniste abbiamo appreso che i repubblicani uccisi dalla monarchia Sabauda furono migliaia, a cominciare dal 1849, quando, Vittorio Emanuele II mandò a Genova il Generale La Marmora con 30 mila bersaglieri a massacrare ben 700 genovesi repubblicani; volevano solo l’antica repubblica di Genova,si ribellarono alla protervia dei Savoia e alle leggi centraliste piemontesi che impedivano i liberi commerci che i mercanti del capoluogo ligure erano soliti praticare.
Sig. Presidente,
a scuola abbiamo studiato la Rivoluzione francese. Ci è stato insegnato che ha portato alla Francia "Egalitè e fraternitè" e che i francesi abbatterono la monarchia che regnava, ai cui re mozzarono la testa. Nessuno in Francia festeggia Luigi XVI° e Maria Antonietta, né vi sono strade e piazze a loro intitolate. La Francia era stata unita dalle monarchie precedenti. Il 14 luglio, il giorno della presa della Bastiglia, è festa nazionale,si festeggia la repubblica. Perché in Italia si vuole osannare la monarchia che ha prodotto nel Sud stragi, infamie, genocidi ed una emigrazione biblica che nemmeno gli ebrei hanno subito?
L’Italia fu unita dai romani, cosa che gli storici poco accorti hanno dimenticato, e che nel 1860 vi erano sei staterelli e un grande Stato: il Regno delle Due Sicilie, allora ricco e prospero. Oggi siamo 20 staterelli, 20 regioni, e quelle dell’ex Reame ridotte a territori sottosviluppati, da terzo mondo.Il regno sabaudo, nel 1861 ha affamato il Sud, lo ha massacrato inviandovi ben 150 mila soldati per estirpare la resistenza dei contadini chiamati briganti, per estirpare le liberalizzazioni borboniche, per estirpare l’uguaglianza e la legalità che in quei territori vigevano. I massacri furono tanti,le stragi, gli eccidi innumerevoli. Il primo eccidio avvenne a Bronte in Sicilia dove Nino Bixio, su ordine di Garibaldi inscenò un processo farsa per fucilare coloro i quali stavano mettendo in pratica un decreto del nizzardo; fucilò i contadini che stavano occupando le terre. Il loro torto fu uno solo, le terre erano quelle della Ducea di Nelson, terre private, di proprietà degli inglesi che avevano finanziato la spedizione dei mille con tre milioni di piastre turche, ossia centinaia di milioni di euro di oggi.Un mercenario, il Garibaldi, al soldo degli inglesi e del massone monarchico Cavour,che fucila i siciliani,fatto osannare dai massoni come eroe e come socialista. Garibaldi era solo un pirata e un mercenario, nonché schiavista, tanto che da capitano della "Carmen" trasportava schiavi cinesi da Canton in Cina e Callao in Perù.
Sig. Presidente,
nelle sezioni del nostro partito ci insegnarono che il Risorgimento piemontese è stato il male assoluto, e Gramsci lo sapeva. Il Risorgimento è filosofia liberaleggiante e tra liberismo piemontese e liberalizzazioni vigenti nel Regno di Napoli nel 1700-1800, il sud ha sempre preferito le seconde, tanto che sotto i Borbone il popolo godeva di una ricchezza e di una prosperità assoluta. Nel 1856 il regno delle Due Sicilie, a Parigi, venne classificato tra i più ricchi al mondo. Oggi siamo un popolo colonizzato nella sua economia, nella sua indole. Ma qualcosa si sta muovendo.I mass Media ci parlano di Economia Italiana, ma tutti sanno che non è così, è solo una parte d’Italia a produrre, l’altra a consumare. L’economia italiana in realtà non esiste, è solo Tosco-Padana. Il centro sinistra difende gli interessi economici della Toscana, dell’Emilia Romagna, delle Marche e dell’Umbria: le varie Coop, Conad, Unipol, Monte dei Paschi e affini, mentre il centro destra difende interessi padani come altri supermercati alimentari ( Panorama, Outlet, Standa, Upim, Rinascente ecc ecc.), compagnie telefoniche, compagnie assicuratrici,finanziarie,indu
Sig. Presidente,
i Savoia si macchiarono di infamie nel sud della penisola, nel nord e nel mondo intero, e non riusciamo a capacitarci perché, molti reparti militari, portino ancora il loro nome. L’altro giorno ho assistito ad una parata di bersaglieri, la fanfara si chiama " Brigata Garibaldi" incredibile ma vero, ma non furono i bersaglieri del Gen. Pallavicino a ferire la gamba di Garibaldi sulle montagne dell’Aspromonte? In 12 anni i Savoia massacrarono un milione di contadini, incendiarono città e villaggi, li misero a ferro e fuoco, in nome di una Italia che non ci appartiene. La Germania si confederò senza versare una goccia di sangue. Significa che quella non fu unione ma invasione barbarica. Da città come Gaeta,Gioia del Colle, Bronte, Pontelandolfo, Casalduni, Ariano Irpino, Vieste, Montecillone, Scurcola Marsicana, Nola, Somma Vesuviana, Castellammare di Stabia e altre cento, sgorga ancora sangue dalle strade e dalle piazze. A Genova, nel 1849, il gen. La Marmora massacrò settecento genovesi che inneggiavano alal repubblica, e non vedo perché dovremmo festeggiare quei criminali che non ebbero pietà alcuna degli italiani tutti. Nel 1864 a Torino vi furono 500 morti, erano cittadini che difendevano il nome della loro capitale che doveva essere trasferita a Firenze. Nel 1866 i Savoia massacrarono oltre settemila palermitani nella guerra detta del "sette e mezzo", buttarono bombe sul capoluogo siciliano senza pietà, e nel 1893 vi fu mattanza dei fasci siciliani, contadini socialisti e cattolici che volevano solo le terre promesse.Nel 1898 il gen Bava Beccaris massacrò oltre trecento operai a Milano, stavano solo chiedendo pane e lavoro.Il mandante fu propril il re Umberto I. Nella prima guerra mondiale morirono oltre 700 mila italiani, del nord e del sud; nella seconda guerra mondiale morirono oltre 50 milioni di europei, e milioni di italiani, sia civili che militari.
Sig. Presidente, festeggiare quella unità significa festeggiare quella genìa di massacratori. Una vergogna. Noi siamo nati in repubblica e non festeggeremo niente, ricorderemo i 30 milioni di emigranti, ricorderemo gli eccidi e le stragi perpetrate da quei delinquenti monarchi,tutti massoni, tutti assassini. Ricorderemo il milione di contadini morti per difendere le loro donne e il loro territorio da gente che parlava francese, da ladri assetati di denaro e di sangue. Nel 2011 Gaeta sarà sede di una manifestazione nazionale, moltissimi Meridionali verranno a ricordare la nostra storia da tutte le regioni italiane e dall’estero, perché Sig. Presidente, il Sud vuole riscattarsi dalla colonia Nord, vuole riscattarsi dalle ingiustizie subite dalla monarchia precedente, e vorremmo che Lei fosse presente. Lei, sig. Presidente, da comunista ha sofferto quella monarchia,come molti socialisti, cattolici e anarchici sono morti nella lotta partigiana, nelle carceri, nei lager fascisti e nazisti, proprio come i nostri contadini chiamati briganti nel 1860 e dintorni. I contadini del Sud iniziarono quella lotta contro I Savoia, i partigiani del Nord l’hanno continuata, e in condizioni migliori l’hanno vinta. Nacque la Repubblica e il sottoscritto il 2 giugno la festeggia tre volte. Il 2 giugno è il compleanno di mio figlio Damiano, è giornata di festa a Gaeta perché onoriamo i Santi Erasmo e Marciano, Patroni della città, e festeggiamo in modo solitario questa Santa Repubblica, perché le istituzioni nazionali sono assenti.
Sig. Presidente, il sud vuole la Sua presenza a Gaeta come segno tangibile, e ricordare ciò successe 150 anni fa,ricordare lo sterminio della città, i massacri delle città del Sud ordite dai Savoia.
Sig. Presidente, solo un’ultima cosa, Le chiedo venia, ma ho sentito un mio amico di origine ebrea lamentarsi quando Eli Wiesel è stato accolto dal nostro presidente della Camera Gianfranco Fini, e quando Il Presidente Berlusconi è andato alla Knesset a ricordare la Shoà. Ebbene, in Italia abbiamo ancora strade, piazze, scuole, ospedali intitolati a Vittorio Emanuele Terzo. Oltre ad essere fuggito da codardo lasciando gli italiani scannarsi in una guerra civile, è stato colui il quale ha promulgato le leggi razziali contro gli ebrei nel 1938, leggi che causarono la morte di migliaia di nostri connazionali italiani da secoli. Non ci risulta che in Israele abbiano intitolato strade a Hitler, a Kapler, a Reder. In Italia abbiamo il triste primato di aver fatto rimanere le strade intitolate ai massacratori dei contadini meridionali chiamati Briganti, e agli italiani di origine ebraica, chiamati appestati dai savoia e dai fascisti.“
Antonio Gramsci, comunista e studioso come pochi, a differenza dei tanti pennivendoli italiani, ha detto che"Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti.Noi abbiamo imparato da lui la lezione e frequentiamo gli archivi storici ancora poleverosi, per sapere quello che è successo durante la nefanda Monarchia savoiarda. Il 17 marzo deve essere cancellato dalla Repubblica, come i nomi di quegli assassini dalle nostre strade e dalle nostre piazze.
Con rispetto e assoluta fedeltà alla Nostra Repubblica, Le porgo i migliori auguri.
Antonio Ciano
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