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venerdì 14 marzo 2014
Il17 marzo noi del Partito del Sud non festeggiamo...ed a teatro a Roma c'è Terroni di Roberto D'Alessandro!
Ancora una volta ci tocca sorbire la retorica risorgimentale ed una valanga di falsità e inesattezze sulla nostra vera storia con la "giornata dell'Unità (quale???) d'Italia" che ci vogliono far festeggiare il 17 marzo.
E ancora una volta noi del Partito del Sud ribadiamo che non festeggiamo e non festeggeremo mai tale data, che ricordiamo celebra un'annessione ed una conquista militare del Regno di Sardegna ai danni del Regno delle Due Sicilie ed il 17 marzo 1861 ci fu l' inizio dell'VIII legislatura (come mai fu mantenuta perfino la numerazione del parlamento sabaudo? E perché Vittorio Emanuele II non divenne Vittorio Emanuele I Re d'Italia?) che si definì "italiana" ma era in realtà piemontese in tutto e per tutto, ricordiamo infine che all'epoca in "Italia" non c'era Roma e neppure il Veneto....insomma una celebrazione davvero fuori luogo, tanto più che segna l'inizio di un periodo nefasto per il Sud con una guerra civile in corso e che diventò ancora più crudele, durò circa 10 anni e fu relegata dalla storiografia ufficiale a "guerra di repressione del brigantaggio". Fu invece molte cose, ma in sintesi rivolta sociale e legittima resistenza ad un'invasione militare che depredò la nostra terra e la relegò al ruolo di colonia interna.
Lontani da nostalgie reazionarie e separatiste, noi del Partito del Sud da sempre affermiamo la nostra identità meridionale, che deve essere fondata sulla verità storica e non sulla farsa risorgimentale, ancora oggi raccontata in modo deamicisiano. Su quest'identità dobbiamo costruire, o meglio ricostruire, la nostra natura di popolo con la voglia riscatto per terminare una colonizzazione che oramai dura da più di 150 anni. Noi possiamo e sappiamo farlo solo con il metodo democratico con la crescita di un forte movimento meridionalista, progressista e solidale per il nostro Sud e per tutti i Sud del mondo, solo così per noi si potrà realizzare la "rivoluzione meridionale" e non con i proclami e le rivoluzioni dietro un PC continuamente annunciate in rete, giornali e giornaletti, libri e libretti....tutte cose che possono essere contorno...ma non la portata principale di un impegno politico per un movimento di massa.
Proprio per scoprire la nostra "vera storia", invitiamo tutti allo spettacolo del nostro amico Roberto D'Alessandro, basato sul best-seller di Pino Aprile....sarà un raggio di luce e di verità in una giornata retorica e funesta. Tutti alTeatro dei Servi, in via del Mortaro al centro, alle ore 21 del 17 marzo per vedere Terroni!
Enzo Riccio
Vice-Presidente Nazionale Partito del Sud
Ancora una volta ci tocca sorbire la retorica risorgimentale ed una valanga di falsità e inesattezze sulla nostra vera storia con la "giornata dell'Unità (quale???) d'Italia" che ci vogliono far festeggiare il 17 marzo.
E ancora una volta noi del Partito del Sud ribadiamo che non festeggiamo e non festeggeremo mai tale data, che ricordiamo celebra un'annessione ed una conquista militare del Regno di Sardegna ai danni del Regno delle Due Sicilie ed il 17 marzo 1861 ci fu l' inizio dell'VIII legislatura (come mai fu mantenuta perfino la numerazione del parlamento sabaudo? E perché Vittorio Emanuele II non divenne Vittorio Emanuele I Re d'Italia?) che si definì "italiana" ma era in realtà piemontese in tutto e per tutto, ricordiamo infine che all'epoca in "Italia" non c'era Roma e neppure il Veneto....insomma una celebrazione davvero fuori luogo, tanto più che segna l'inizio di un periodo nefasto per il Sud con una guerra civile in corso e che diventò ancora più crudele, durò circa 10 anni e fu relegata dalla storiografia ufficiale a "guerra di repressione del brigantaggio". Fu invece molte cose, ma in sintesi rivolta sociale e legittima resistenza ad un'invasione militare che depredò la nostra terra e la relegò al ruolo di colonia interna.
Lontani da nostalgie reazionarie e separatiste, noi del Partito del Sud da sempre affermiamo la nostra identità meridionale, che deve essere fondata sulla verità storica e non sulla farsa risorgimentale, ancora oggi raccontata in modo deamicisiano. Su quest'identità dobbiamo costruire, o meglio ricostruire, la nostra natura di popolo con la voglia riscatto per terminare una colonizzazione che oramai dura da più di 150 anni. Noi possiamo e sappiamo farlo solo con il metodo democratico con la crescita di un forte movimento meridionalista, progressista e solidale per il nostro Sud e per tutti i Sud del mondo, solo così per noi si potrà realizzare la "rivoluzione meridionale" e non con i proclami e le rivoluzioni dietro un PC continuamente annunciate in rete, giornali e giornaletti, libri e libretti....tutte cose che possono essere contorno...ma non la portata principale di un impegno politico per un movimento di massa.
Proprio per scoprire la nostra "vera storia", invitiamo tutti allo spettacolo del nostro amico Roberto D'Alessandro, basato sul best-seller di Pino Aprile....sarà un raggio di luce e di verità in una giornata retorica e funesta. Tutti alTeatro dei Servi, in via del Mortaro al centro, alle ore 21 del 17 marzo per vedere Terroni!
Enzo Riccio
Vice-Presidente Nazionale Partito del Sud
giovedì 13 marzo 2014
L'UFFICIALITA' DELLA PREFETTURA DI COSENZA ALLE TITOLAZIONI DI LONGOBARDI DELLO SCORSO AGOSTO IMPORTANTE PRECEDENTE PER ALTRE AUSPICABILI TITOLAZIONI AI "BRIGANTI"
Nell'immagine la nota della Prefettura di Cosenza con la quale si autorizza il Comune di Longobardi in merito alle intitolazioni di Vie e Piazze, di conseguenza sono ufficiali a tutti gli effetti le titolazioni di Via Angelina Romano e Largo dei Briganti ( Patrioti Calabresi ).
Questa notizia è molto importante perchè crea un precedente, pertanto da oggi non ci sono più dubbi sulla liceità delle titolazioni a quelli che, in quel periodo storico e successivamente definiti "Briganti", erano in realtà Patrioti delle Due Sicilie.
Ci auguriamo che , dopo le titolazioni di Longobardi (CS) del 3 Agosto 2013 che per la prima volta nella storia ha visto, grazie all'azione concreta del Partito del Sud tramite il proprio Consigliere Comunale di minoranza Franco Gaudio, la titolazione di un Largo ai Briganti ( Patrioti Calabresi), altre numerose titolazioni possano seguire in tutto il Sud e in tutta Italia.
Ringraziamo ancora una volta il Sindaco di Longobardi Giacinto Mannarino e tutto il Consiglio Comunale che ha votato in modo unanime a favore delle due titolazioni.
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Questa notizia è molto importante perchè crea un precedente, pertanto da oggi non ci sono più dubbi sulla liceità delle titolazioni a quelli che, in quel periodo storico e successivamente definiti "Briganti", erano in realtà Patrioti delle Due Sicilie.
Ci auguriamo che , dopo le titolazioni di Longobardi (CS) del 3 Agosto 2013 che per la prima volta nella storia ha visto, grazie all'azione concreta del Partito del Sud tramite il proprio Consigliere Comunale di minoranza Franco Gaudio, la titolazione di un Largo ai Briganti ( Patrioti Calabresi), altre numerose titolazioni possano seguire in tutto il Sud e in tutta Italia.
Ringraziamo ancora una volta il Sindaco di Longobardi Giacinto Mannarino e tutto il Consiglio Comunale che ha votato in modo unanime a favore delle due titolazioni.
Il Sindaco di Longobardi Giacinto Mannarino e Natale Cuccurese Presidente nazionale del Partito del Sud inaugurano Largo dei Briganti ( Patrioti Calabresi ) il 3 Agosto 2013 a Longobardi (CS)
Il Sindaco di Longobardi Giacinto Mannarino e Antonio Ciano Presidente Onorario del Partito del Sud, che ha scoperto con ricerche d'archivio la storia della inumana fucilazione della piccola Angelina, inaugurano Via Angelina Romano il 3 Agosto 2013 a Longobardi (CS)
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Nell'immagine la nota della Prefettura di Cosenza con la quale si autorizza il Comune di Longobardi in merito alle intitolazioni di Vie e Piazze, di conseguenza sono ufficiali a tutti gli effetti le titolazioni di Via Angelina Romano e Largo dei Briganti ( Patrioti Calabresi ).
Questa notizia è molto importante perchè crea un precedente, pertanto da oggi non ci sono più dubbi sulla liceità delle titolazioni a quelli che, in quel periodo storico e successivamente definiti "Briganti", erano in realtà Patrioti delle Due Sicilie.
Ci auguriamo che , dopo le titolazioni di Longobardi (CS) del 3 Agosto 2013 che per la prima volta nella storia ha visto, grazie all'azione concreta del Partito del Sud tramite il proprio Consigliere Comunale di minoranza Franco Gaudio, la titolazione di un Largo ai Briganti ( Patrioti Calabresi), altre numerose titolazioni possano seguire in tutto il Sud e in tutta Italia.
Ringraziamo ancora una volta il Sindaco di Longobardi Giacinto Mannarino e tutto il Consiglio Comunale che ha votato in modo unanime a favore delle due titolazioni.
Questa notizia è molto importante perchè crea un precedente, pertanto da oggi non ci sono più dubbi sulla liceità delle titolazioni a quelli che, in quel periodo storico e successivamente definiti "Briganti", erano in realtà Patrioti delle Due Sicilie.
Ci auguriamo che , dopo le titolazioni di Longobardi (CS) del 3 Agosto 2013 che per la prima volta nella storia ha visto, grazie all'azione concreta del Partito del Sud tramite il proprio Consigliere Comunale di minoranza Franco Gaudio, la titolazione di un Largo ai Briganti ( Patrioti Calabresi), altre numerose titolazioni possano seguire in tutto il Sud e in tutta Italia.
Ringraziamo ancora una volta il Sindaco di Longobardi Giacinto Mannarino e tutto il Consiglio Comunale che ha votato in modo unanime a favore delle due titolazioni.
Il Sindaco di Longobardi Giacinto Mannarino e Natale Cuccurese Presidente nazionale del Partito del Sud inaugurano Largo dei Briganti ( Patrioti Calabresi ) il 3 Agosto 2013 a Longobardi (CS)
Il Sindaco di Longobardi Giacinto Mannarino e Antonio Ciano Presidente Onorario del Partito del Sud, che ha scoperto con ricerche d'archivio la storia della inumana fucilazione della piccola Angelina, inaugurano Via Angelina Romano il 3 Agosto 2013 a Longobardi (CS)
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mercoledì 12 marzo 2014
FRANCESCO ANTONIO CEFALI’ PROTAGONISTA DELLA TRASMISSIONE “IO MI RICORDO”
FRANCESCO ANTONIO CEFALI’
Coordinatore della Sezione “Michelina De Cesare” del Partito del Sud Lamezia Terme PROTAGONISTA DELLA TRASMISSIONE
“IO MI RICORDO”
Condotta da Renato Grandinetti ESSE-TV Emittente Televisiva Calabrese Canale 112/190
In diretta Sabato 15 Marzo 2014 dalle 14:45 alle 17:15
Guardaci anche tu, parleremo della tua terra, della tua storia!
Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/822547541093401/?source=1
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FRANCESCO ANTONIO CEFALI’
Coordinatore della Sezione “Michelina De Cesare” del Partito del Sud Lamezia Terme PROTAGONISTA DELLA TRASMISSIONE
“IO MI RICORDO”
Condotta da Renato Grandinetti ESSE-TV Emittente Televisiva Calabrese Canale 112/190
In diretta Sabato 15 Marzo 2014 dalle 14:45 alle 17:15
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martedì 11 marzo 2014
Storie, controstorie e false verità sul Risorgimento: da Fenestrelle all'eccidio di Pontelandolfo
Sul "Mattino di oggi un ottimo articolo di Gigi Di Fiore, che ben spiega come mai il 17 marzo ci sia poco da festeggiare...
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di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino
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Negli ultimi tempi si assiste ad uno strano fenomeno, che sembra rovesciare la categoria del cosiddetto revisionismo. E' il revisionismo del revisionismo, fenomeno tutto italiano e tutto concentrato sul nostro Risorgimento. Accademici, ricercatori, cultori di storia si affannano a smentire, e rivedere documenti e ricerche che hanno riletto vicende oscure e per anni rimosse. Vicende che riguardano, guarda caso, l'annessione del Mezzogiorno al resto dell'Italia.
Ha cominciato, tra i primi, il professore di storia medievale Alessandro Barbero. Dopo decenni di inerzia, spinto da pubblicazioni di "storici non patentati" (come lui li definisce), ha speso molte energie, limitandosi a ricerche vicino casa sua (leggi Archivio di Stato di Torino), per ridimensionare il fenomeno dei prigionieri napoletani, catturati dall'esercito piemontese e spediti al Nord in tristi luoghi di detenzione come Fenestrelle.
Obiettivo della ricerca era smentire l'esistenza di un fenomeno vasto (eppure documenti ufficiali parlano di 8mila meridionali trasferiti al nord come prigionieri di guerra), con decine di morti tra strutture di detenzione, trasferimenti forzati al nord e ospedali militari. L'obiettivo era fare scalpore, probabilmente vendere un libro, ripetere che solo gli storici di professione possono occuparsi di certe cose e che tutto era stato già detto e scritto nei termini accettati da anni dall'accademia ufficiale.
Certo, è ben strano che, se tutto, sulla nostra storia Risorgimentale, è stato già scritto, esistano ancora cattedre universitarie che studiano quel periodo. A che serve una ricerca su qualcosa di cui si sa tutto? Mistero. Ma, sul tema, un bel libricino, scritto da Gennaro De Crescenzo e intitolato "Il Sud dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle" riprende la questione. E allarga il campo di visuale.
Citando, alla sua maniera, fonti e documenti, De Crescenzo solletica la curiosità del ricercatore vero, disposto anche a spostarsi in più parti d'Italia per visionare più archivi, e suggerisce documenti conservati in registri parrocchiali e ospedali militari, dove compaiono più tracce di prigionieri militari del sud morti tra il 1861 e il 1863.
Non si capisce dove voglia portare questo filone revisionista del revisionismo se non a rivendicare le "patenti di storico", per chissà quali fini. La verità è materia difficile, ha bisogno sempre di allargare il campo delle fonti, arare episodi trascurati, arricchirsi di sensibilità che mutano con il passare degli anni.
Sui prigionieri napoletani, i lati oscuri erano molto semplici: la guerra del Piemonte contro le Due Sicilie non era dichiarata; si era sempre detto che i soldati sardo-piemontesi venivano a portare civiltà contro lo straniero (ma poi lo stesso ministro Manfredo Fanti fu costretto ad ammettere in Parlamento il 18 aprile 1861 che, nelle Due Sicilie, l'esercito era composto da italiani); si era sempre evidenziato che l'annessione non aveva avuto oppositori, se non qualche mercenario straniero, che tutto era stato una passeggiata finita dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860.
Evidentemente, quei prigionieri furono fonte di imbarazzo anche allora: dimostravano l'esistenza di una guerra tra due Stati legittimi, tra due Stati italiani, una guerra che aveva tutte le sembianze di una conquista. Ma tant'è. Mi sembra assai più incredibile il tentativo, attraverso la ripresa del libricino di Davide Fernando Panella pubblicato ben 12 anni fa, di ridimensionare la portata di quello che fu un vero e proprio eccidio compiuto dalle truppe piemontesi-italiane a Pontelandolfo in provincia di Benevento. Proprio nel saggio di Panella si legge: "Risulta in modo evidente che, nell'anno 1861, a Pontelandolfo la mortalità raggiunse un picco molto elevato rispetto al decennio precedente". Dall'eccidio del 14 agosto 1861 al dicembre, i morti risultarono infatti 199.
Ancora ci si arrocca sui numeri: furono solo tredicii morti, altro che eccidio. I tredici noti sono quelli ufficiali, scolpiti nella famosa lapide voluta dal Comune (dove compaiono anche i nomi dei quattro uccisi dalla banda dei briganti di Cosimo Giordano sette giorni prima), in una manifestazione del 1973. Fu la manifestazione cui partecipò anche Carlo Alianello, che da poco aveva pubblicato il suo unico saggio con l'editore Rusconi: "La conquista del Sud". Fu proprio Alianello, molto prima di Pino Aprile, in quel libro del 1972 a paragonare l'eccidio di Pontelandolfo alle stragi naziste.
Ecco cosa scrisse l'autore de "L'eredità della priora" e dell'"Alfiere": "A proposito, cos'è questa faccenda di Pontelandolfo e Casalduni, delle quali località nessuna storia cosiddetta conformista, parla mai o accenna appena? Robetta; qualcosina di simile a quelle assai più recenti di Marzabotto e Filetto, moltiplicate almeno per tre. Cosa avrebbero fatto, nella seconda guerra mondiale, le Ss di Himmler, se qualche villaggio italiano si fosse proclamato antitedesco e antifascista? Be', i piemontesi fecero la medesima cosa, ma ci misero più impegno, un tantino più d'ira".
A cercare e studiare, tra registri parrocchiali, documenti dell'Ufficio storico dell'Esercito a Roma, carte comunali, si scopre che quella del 14 agosto 1861 fu una strage per "diritto di rappresaglia". Ho speso molto tempo a cercare verità su quella vicenda, nel 2004 pubblicai i nomi dei 41 soldati piemontesi uccisi in precedenza e i 3 scampati (non furono 45 soldati morti, come sostiene qualcuno: i documenti all'Ufficio storico sono chiari), poi mi dilungai sulla figura del colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri che guidò la colonna dei 300 bersaglieri. Il mio primo libro sull'eccidio è del 1998, ristampato di recente con Focus storia: "1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato". Libro citato e ripreso anche da Pino Aprile.
Ebbene, nei registri di morti e vivi nell'anno successivo alla strage, risulta che i defunti furono maggiori di quelli di anni precedenti e poi seguenti. Non solo. Nel dibattito parlamentare del dicembre 1861, l'onorevole milanese Giuseppe Ferrari racconta gli orrori visti ("solo 3 case lasciate intatte") e i giornali dell'epoca parlano di 164 morti accertati.
L'anagrafe allora non era così avanzata come oggi, non c'erano computer né impiegati comunali addetti alla materia. A Pontelandolfo, poi, ci fu anche molta difficoltà a trovare i corpi rimasti sotto le case incendiate e carbonizzati. E poi la vergogna, la paura e denunciare i nomi di congiunti morti, nel timore di qualche ulteriore rappresaglia dei soldati che pure ci fu nei giorni successivi. Piaccia o no, a me non è mai piaciuto l'orrore di quell'atto, Pontelandolfo resta una pagina nera della nostra storia unitaria.
Nel 2011, a nome dell'Italia unita, andò a chiedere scusa a Pontelandolfo anche Giuliano Amato nella veste di presidente del Comitato per le celebrazioni dei 150 anni. Negli atti parlamentari del 1861, nei documenti diplomatici, negli affannosi dispacci militari (che ho pubblicato ne "I vinti del Risorgimento" nel 2004 e poi in "Controstoria dell'unità d'Italia" nel 2007) si legge l'orrore: civili uccisi a freddo, per rappresaglia, perchè ritenuti amici dei briganti.
Eppure quella era già regno d'Italia da 5 mesi, ma il Sud era in preda ad una guerra civile. No, l'annessione del Mezzogiorno al resto della penisola non fu una passeggiata. Ma c'è chi vuole ancora sminuire la violenza e i metodi che furono necessari nel Mezzogiorno subito dopo la marcia di Garibaldi: senza cannoni e fucili, il Sud non sarebbe stato tenuto unito al resto d'Italia. La verità è fatta di più finestre, non solo quelle che convengono. Almeno che non si abbiano altri obiettivi.
Ha cominciato, tra i primi, il professore di storia medievale Alessandro Barbero. Dopo decenni di inerzia, spinto da pubblicazioni di "storici non patentati" (come lui li definisce), ha speso molte energie, limitandosi a ricerche vicino casa sua (leggi Archivio di Stato di Torino), per ridimensionare il fenomeno dei prigionieri napoletani, catturati dall'esercito piemontese e spediti al Nord in tristi luoghi di detenzione come Fenestrelle.
Obiettivo della ricerca era smentire l'esistenza di un fenomeno vasto (eppure documenti ufficiali parlano di 8mila meridionali trasferiti al nord come prigionieri di guerra), con decine di morti tra strutture di detenzione, trasferimenti forzati al nord e ospedali militari. L'obiettivo era fare scalpore, probabilmente vendere un libro, ripetere che solo gli storici di professione possono occuparsi di certe cose e che tutto era stato già detto e scritto nei termini accettati da anni dall'accademia ufficiale.
Certo, è ben strano che, se tutto, sulla nostra storia Risorgimentale, è stato già scritto, esistano ancora cattedre universitarie che studiano quel periodo. A che serve una ricerca su qualcosa di cui si sa tutto? Mistero. Ma, sul tema, un bel libricino, scritto da Gennaro De Crescenzo e intitolato "Il Sud dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle" riprende la questione. E allarga il campo di visuale.
Citando, alla sua maniera, fonti e documenti, De Crescenzo solletica la curiosità del ricercatore vero, disposto anche a spostarsi in più parti d'Italia per visionare più archivi, e suggerisce documenti conservati in registri parrocchiali e ospedali militari, dove compaiono più tracce di prigionieri militari del sud morti tra il 1861 e il 1863.
Non si capisce dove voglia portare questo filone revisionista del revisionismo se non a rivendicare le "patenti di storico", per chissà quali fini. La verità è materia difficile, ha bisogno sempre di allargare il campo delle fonti, arare episodi trascurati, arricchirsi di sensibilità che mutano con il passare degli anni.
Sui prigionieri napoletani, i lati oscuri erano molto semplici: la guerra del Piemonte contro le Due Sicilie non era dichiarata; si era sempre detto che i soldati sardo-piemontesi venivano a portare civiltà contro lo straniero (ma poi lo stesso ministro Manfredo Fanti fu costretto ad ammettere in Parlamento il 18 aprile 1861 che, nelle Due Sicilie, l'esercito era composto da italiani); si era sempre evidenziato che l'annessione non aveva avuto oppositori, se non qualche mercenario straniero, che tutto era stato una passeggiata finita dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860.
Evidentemente, quei prigionieri furono fonte di imbarazzo anche allora: dimostravano l'esistenza di una guerra tra due Stati legittimi, tra due Stati italiani, una guerra che aveva tutte le sembianze di una conquista. Ma tant'è. Mi sembra assai più incredibile il tentativo, attraverso la ripresa del libricino di Davide Fernando Panella pubblicato ben 12 anni fa, di ridimensionare la portata di quello che fu un vero e proprio eccidio compiuto dalle truppe piemontesi-italiane a Pontelandolfo in provincia di Benevento. Proprio nel saggio di Panella si legge: "Risulta in modo evidente che, nell'anno 1861, a Pontelandolfo la mortalità raggiunse un picco molto elevato rispetto al decennio precedente". Dall'eccidio del 14 agosto 1861 al dicembre, i morti risultarono infatti 199.
Ancora ci si arrocca sui numeri: furono solo tredicii morti, altro che eccidio. I tredici noti sono quelli ufficiali, scolpiti nella famosa lapide voluta dal Comune (dove compaiono anche i nomi dei quattro uccisi dalla banda dei briganti di Cosimo Giordano sette giorni prima), in una manifestazione del 1973. Fu la manifestazione cui partecipò anche Carlo Alianello, che da poco aveva pubblicato il suo unico saggio con l'editore Rusconi: "La conquista del Sud". Fu proprio Alianello, molto prima di Pino Aprile, in quel libro del 1972 a paragonare l'eccidio di Pontelandolfo alle stragi naziste.
Ecco cosa scrisse l'autore de "L'eredità della priora" e dell'"Alfiere": "A proposito, cos'è questa faccenda di Pontelandolfo e Casalduni, delle quali località nessuna storia cosiddetta conformista, parla mai o accenna appena? Robetta; qualcosina di simile a quelle assai più recenti di Marzabotto e Filetto, moltiplicate almeno per tre. Cosa avrebbero fatto, nella seconda guerra mondiale, le Ss di Himmler, se qualche villaggio italiano si fosse proclamato antitedesco e antifascista? Be', i piemontesi fecero la medesima cosa, ma ci misero più impegno, un tantino più d'ira".
A cercare e studiare, tra registri parrocchiali, documenti dell'Ufficio storico dell'Esercito a Roma, carte comunali, si scopre che quella del 14 agosto 1861 fu una strage per "diritto di rappresaglia". Ho speso molto tempo a cercare verità su quella vicenda, nel 2004 pubblicai i nomi dei 41 soldati piemontesi uccisi in precedenza e i 3 scampati (non furono 45 soldati morti, come sostiene qualcuno: i documenti all'Ufficio storico sono chiari), poi mi dilungai sulla figura del colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri che guidò la colonna dei 300 bersaglieri. Il mio primo libro sull'eccidio è del 1998, ristampato di recente con Focus storia: "1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato". Libro citato e ripreso anche da Pino Aprile.
Ebbene, nei registri di morti e vivi nell'anno successivo alla strage, risulta che i defunti furono maggiori di quelli di anni precedenti e poi seguenti. Non solo. Nel dibattito parlamentare del dicembre 1861, l'onorevole milanese Giuseppe Ferrari racconta gli orrori visti ("solo 3 case lasciate intatte") e i giornali dell'epoca parlano di 164 morti accertati.
L'anagrafe allora non era così avanzata come oggi, non c'erano computer né impiegati comunali addetti alla materia. A Pontelandolfo, poi, ci fu anche molta difficoltà a trovare i corpi rimasti sotto le case incendiate e carbonizzati. E poi la vergogna, la paura e denunciare i nomi di congiunti morti, nel timore di qualche ulteriore rappresaglia dei soldati che pure ci fu nei giorni successivi. Piaccia o no, a me non è mai piaciuto l'orrore di quell'atto, Pontelandolfo resta una pagina nera della nostra storia unitaria.
Nel 2011, a nome dell'Italia unita, andò a chiedere scusa a Pontelandolfo anche Giuliano Amato nella veste di presidente del Comitato per le celebrazioni dei 150 anni. Negli atti parlamentari del 1861, nei documenti diplomatici, negli affannosi dispacci militari (che ho pubblicato ne "I vinti del Risorgimento" nel 2004 e poi in "Controstoria dell'unità d'Italia" nel 2007) si legge l'orrore: civili uccisi a freddo, per rappresaglia, perchè ritenuti amici dei briganti.
Eppure quella era già regno d'Italia da 5 mesi, ma il Sud era in preda ad una guerra civile. No, l'annessione del Mezzogiorno al resto della penisola non fu una passeggiata. Ma c'è chi vuole ancora sminuire la violenza e i metodi che furono necessari nel Mezzogiorno subito dopo la marcia di Garibaldi: senza cannoni e fucili, il Sud non sarebbe stato tenuto unito al resto d'Italia. La verità è fatta di più finestre, non solo quelle che convengono. Almeno che non si abbiano altri obiettivi.
Fonte: Il Mattino
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Sul "Mattino di oggi un ottimo articolo di Gigi Di Fiore, che ben spiega come mai il 17 marzo ci sia poco da festeggiare...
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di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino
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Negli ultimi tempi si assiste ad uno strano fenomeno, che sembra rovesciare la categoria del cosiddetto revisionismo. E' il revisionismo del revisionismo, fenomeno tutto italiano e tutto concentrato sul nostro Risorgimento. Accademici, ricercatori, cultori di storia si affannano a smentire, e rivedere documenti e ricerche che hanno riletto vicende oscure e per anni rimosse. Vicende che riguardano, guarda caso, l'annessione del Mezzogiorno al resto dell'Italia.
Ha cominciato, tra i primi, il professore di storia medievale Alessandro Barbero. Dopo decenni di inerzia, spinto da pubblicazioni di "storici non patentati" (come lui li definisce), ha speso molte energie, limitandosi a ricerche vicino casa sua (leggi Archivio di Stato di Torino), per ridimensionare il fenomeno dei prigionieri napoletani, catturati dall'esercito piemontese e spediti al Nord in tristi luoghi di detenzione come Fenestrelle.
Obiettivo della ricerca era smentire l'esistenza di un fenomeno vasto (eppure documenti ufficiali parlano di 8mila meridionali trasferiti al nord come prigionieri di guerra), con decine di morti tra strutture di detenzione, trasferimenti forzati al nord e ospedali militari. L'obiettivo era fare scalpore, probabilmente vendere un libro, ripetere che solo gli storici di professione possono occuparsi di certe cose e che tutto era stato già detto e scritto nei termini accettati da anni dall'accademia ufficiale.
Certo, è ben strano che, se tutto, sulla nostra storia Risorgimentale, è stato già scritto, esistano ancora cattedre universitarie che studiano quel periodo. A che serve una ricerca su qualcosa di cui si sa tutto? Mistero. Ma, sul tema, un bel libricino, scritto da Gennaro De Crescenzo e intitolato "Il Sud dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle" riprende la questione. E allarga il campo di visuale.
Citando, alla sua maniera, fonti e documenti, De Crescenzo solletica la curiosità del ricercatore vero, disposto anche a spostarsi in più parti d'Italia per visionare più archivi, e suggerisce documenti conservati in registri parrocchiali e ospedali militari, dove compaiono più tracce di prigionieri militari del sud morti tra il 1861 e il 1863.
Non si capisce dove voglia portare questo filone revisionista del revisionismo se non a rivendicare le "patenti di storico", per chissà quali fini. La verità è materia difficile, ha bisogno sempre di allargare il campo delle fonti, arare episodi trascurati, arricchirsi di sensibilità che mutano con il passare degli anni.
Sui prigionieri napoletani, i lati oscuri erano molto semplici: la guerra del Piemonte contro le Due Sicilie non era dichiarata; si era sempre detto che i soldati sardo-piemontesi venivano a portare civiltà contro lo straniero (ma poi lo stesso ministro Manfredo Fanti fu costretto ad ammettere in Parlamento il 18 aprile 1861 che, nelle Due Sicilie, l'esercito era composto da italiani); si era sempre evidenziato che l'annessione non aveva avuto oppositori, se non qualche mercenario straniero, che tutto era stato una passeggiata finita dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860.
Evidentemente, quei prigionieri furono fonte di imbarazzo anche allora: dimostravano l'esistenza di una guerra tra due Stati legittimi, tra due Stati italiani, una guerra che aveva tutte le sembianze di una conquista. Ma tant'è. Mi sembra assai più incredibile il tentativo, attraverso la ripresa del libricino di Davide Fernando Panella pubblicato ben 12 anni fa, di ridimensionare la portata di quello che fu un vero e proprio eccidio compiuto dalle truppe piemontesi-italiane a Pontelandolfo in provincia di Benevento. Proprio nel saggio di Panella si legge: "Risulta in modo evidente che, nell'anno 1861, a Pontelandolfo la mortalità raggiunse un picco molto elevato rispetto al decennio precedente". Dall'eccidio del 14 agosto 1861 al dicembre, i morti risultarono infatti 199.
Ancora ci si arrocca sui numeri: furono solo tredicii morti, altro che eccidio. I tredici noti sono quelli ufficiali, scolpiti nella famosa lapide voluta dal Comune (dove compaiono anche i nomi dei quattro uccisi dalla banda dei briganti di Cosimo Giordano sette giorni prima), in una manifestazione del 1973. Fu la manifestazione cui partecipò anche Carlo Alianello, che da poco aveva pubblicato il suo unico saggio con l'editore Rusconi: "La conquista del Sud". Fu proprio Alianello, molto prima di Pino Aprile, in quel libro del 1972 a paragonare l'eccidio di Pontelandolfo alle stragi naziste.
Ecco cosa scrisse l'autore de "L'eredità della priora" e dell'"Alfiere": "A proposito, cos'è questa faccenda di Pontelandolfo e Casalduni, delle quali località nessuna storia cosiddetta conformista, parla mai o accenna appena? Robetta; qualcosina di simile a quelle assai più recenti di Marzabotto e Filetto, moltiplicate almeno per tre. Cosa avrebbero fatto, nella seconda guerra mondiale, le Ss di Himmler, se qualche villaggio italiano si fosse proclamato antitedesco e antifascista? Be', i piemontesi fecero la medesima cosa, ma ci misero più impegno, un tantino più d'ira".
A cercare e studiare, tra registri parrocchiali, documenti dell'Ufficio storico dell'Esercito a Roma, carte comunali, si scopre che quella del 14 agosto 1861 fu una strage per "diritto di rappresaglia". Ho speso molto tempo a cercare verità su quella vicenda, nel 2004 pubblicai i nomi dei 41 soldati piemontesi uccisi in precedenza e i 3 scampati (non furono 45 soldati morti, come sostiene qualcuno: i documenti all'Ufficio storico sono chiari), poi mi dilungai sulla figura del colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri che guidò la colonna dei 300 bersaglieri. Il mio primo libro sull'eccidio è del 1998, ristampato di recente con Focus storia: "1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato". Libro citato e ripreso anche da Pino Aprile.
Ebbene, nei registri di morti e vivi nell'anno successivo alla strage, risulta che i defunti furono maggiori di quelli di anni precedenti e poi seguenti. Non solo. Nel dibattito parlamentare del dicembre 1861, l'onorevole milanese Giuseppe Ferrari racconta gli orrori visti ("solo 3 case lasciate intatte") e i giornali dell'epoca parlano di 164 morti accertati.
L'anagrafe allora non era così avanzata come oggi, non c'erano computer né impiegati comunali addetti alla materia. A Pontelandolfo, poi, ci fu anche molta difficoltà a trovare i corpi rimasti sotto le case incendiate e carbonizzati. E poi la vergogna, la paura e denunciare i nomi di congiunti morti, nel timore di qualche ulteriore rappresaglia dei soldati che pure ci fu nei giorni successivi. Piaccia o no, a me non è mai piaciuto l'orrore di quell'atto, Pontelandolfo resta una pagina nera della nostra storia unitaria.
Nel 2011, a nome dell'Italia unita, andò a chiedere scusa a Pontelandolfo anche Giuliano Amato nella veste di presidente del Comitato per le celebrazioni dei 150 anni. Negli atti parlamentari del 1861, nei documenti diplomatici, negli affannosi dispacci militari (che ho pubblicato ne "I vinti del Risorgimento" nel 2004 e poi in "Controstoria dell'unità d'Italia" nel 2007) si legge l'orrore: civili uccisi a freddo, per rappresaglia, perchè ritenuti amici dei briganti.
Eppure quella era già regno d'Italia da 5 mesi, ma il Sud era in preda ad una guerra civile. No, l'annessione del Mezzogiorno al resto della penisola non fu una passeggiata. Ma c'è chi vuole ancora sminuire la violenza e i metodi che furono necessari nel Mezzogiorno subito dopo la marcia di Garibaldi: senza cannoni e fucili, il Sud non sarebbe stato tenuto unito al resto d'Italia. La verità è fatta di più finestre, non solo quelle che convengono. Almeno che non si abbiano altri obiettivi.
Ha cominciato, tra i primi, il professore di storia medievale Alessandro Barbero. Dopo decenni di inerzia, spinto da pubblicazioni di "storici non patentati" (come lui li definisce), ha speso molte energie, limitandosi a ricerche vicino casa sua (leggi Archivio di Stato di Torino), per ridimensionare il fenomeno dei prigionieri napoletani, catturati dall'esercito piemontese e spediti al Nord in tristi luoghi di detenzione come Fenestrelle.
Obiettivo della ricerca era smentire l'esistenza di un fenomeno vasto (eppure documenti ufficiali parlano di 8mila meridionali trasferiti al nord come prigionieri di guerra), con decine di morti tra strutture di detenzione, trasferimenti forzati al nord e ospedali militari. L'obiettivo era fare scalpore, probabilmente vendere un libro, ripetere che solo gli storici di professione possono occuparsi di certe cose e che tutto era stato già detto e scritto nei termini accettati da anni dall'accademia ufficiale.
Certo, è ben strano che, se tutto, sulla nostra storia Risorgimentale, è stato già scritto, esistano ancora cattedre universitarie che studiano quel periodo. A che serve una ricerca su qualcosa di cui si sa tutto? Mistero. Ma, sul tema, un bel libricino, scritto da Gennaro De Crescenzo e intitolato "Il Sud dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle" riprende la questione. E allarga il campo di visuale.
Citando, alla sua maniera, fonti e documenti, De Crescenzo solletica la curiosità del ricercatore vero, disposto anche a spostarsi in più parti d'Italia per visionare più archivi, e suggerisce documenti conservati in registri parrocchiali e ospedali militari, dove compaiono più tracce di prigionieri militari del sud morti tra il 1861 e il 1863.
Non si capisce dove voglia portare questo filone revisionista del revisionismo se non a rivendicare le "patenti di storico", per chissà quali fini. La verità è materia difficile, ha bisogno sempre di allargare il campo delle fonti, arare episodi trascurati, arricchirsi di sensibilità che mutano con il passare degli anni.
Sui prigionieri napoletani, i lati oscuri erano molto semplici: la guerra del Piemonte contro le Due Sicilie non era dichiarata; si era sempre detto che i soldati sardo-piemontesi venivano a portare civiltà contro lo straniero (ma poi lo stesso ministro Manfredo Fanti fu costretto ad ammettere in Parlamento il 18 aprile 1861 che, nelle Due Sicilie, l'esercito era composto da italiani); si era sempre evidenziato che l'annessione non aveva avuto oppositori, se non qualche mercenario straniero, che tutto era stato una passeggiata finita dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860.
Evidentemente, quei prigionieri furono fonte di imbarazzo anche allora: dimostravano l'esistenza di una guerra tra due Stati legittimi, tra due Stati italiani, una guerra che aveva tutte le sembianze di una conquista. Ma tant'è. Mi sembra assai più incredibile il tentativo, attraverso la ripresa del libricino di Davide Fernando Panella pubblicato ben 12 anni fa, di ridimensionare la portata di quello che fu un vero e proprio eccidio compiuto dalle truppe piemontesi-italiane a Pontelandolfo in provincia di Benevento. Proprio nel saggio di Panella si legge: "Risulta in modo evidente che, nell'anno 1861, a Pontelandolfo la mortalità raggiunse un picco molto elevato rispetto al decennio precedente". Dall'eccidio del 14 agosto 1861 al dicembre, i morti risultarono infatti 199.
Ancora ci si arrocca sui numeri: furono solo tredicii morti, altro che eccidio. I tredici noti sono quelli ufficiali, scolpiti nella famosa lapide voluta dal Comune (dove compaiono anche i nomi dei quattro uccisi dalla banda dei briganti di Cosimo Giordano sette giorni prima), in una manifestazione del 1973. Fu la manifestazione cui partecipò anche Carlo Alianello, che da poco aveva pubblicato il suo unico saggio con l'editore Rusconi: "La conquista del Sud". Fu proprio Alianello, molto prima di Pino Aprile, in quel libro del 1972 a paragonare l'eccidio di Pontelandolfo alle stragi naziste.
Ecco cosa scrisse l'autore de "L'eredità della priora" e dell'"Alfiere": "A proposito, cos'è questa faccenda di Pontelandolfo e Casalduni, delle quali località nessuna storia cosiddetta conformista, parla mai o accenna appena? Robetta; qualcosina di simile a quelle assai più recenti di Marzabotto e Filetto, moltiplicate almeno per tre. Cosa avrebbero fatto, nella seconda guerra mondiale, le Ss di Himmler, se qualche villaggio italiano si fosse proclamato antitedesco e antifascista? Be', i piemontesi fecero la medesima cosa, ma ci misero più impegno, un tantino più d'ira".
A cercare e studiare, tra registri parrocchiali, documenti dell'Ufficio storico dell'Esercito a Roma, carte comunali, si scopre che quella del 14 agosto 1861 fu una strage per "diritto di rappresaglia". Ho speso molto tempo a cercare verità su quella vicenda, nel 2004 pubblicai i nomi dei 41 soldati piemontesi uccisi in precedenza e i 3 scampati (non furono 45 soldati morti, come sostiene qualcuno: i documenti all'Ufficio storico sono chiari), poi mi dilungai sulla figura del colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri che guidò la colonna dei 300 bersaglieri. Il mio primo libro sull'eccidio è del 1998, ristampato di recente con Focus storia: "1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato". Libro citato e ripreso anche da Pino Aprile.
Ebbene, nei registri di morti e vivi nell'anno successivo alla strage, risulta che i defunti furono maggiori di quelli di anni precedenti e poi seguenti. Non solo. Nel dibattito parlamentare del dicembre 1861, l'onorevole milanese Giuseppe Ferrari racconta gli orrori visti ("solo 3 case lasciate intatte") e i giornali dell'epoca parlano di 164 morti accertati.
L'anagrafe allora non era così avanzata come oggi, non c'erano computer né impiegati comunali addetti alla materia. A Pontelandolfo, poi, ci fu anche molta difficoltà a trovare i corpi rimasti sotto le case incendiate e carbonizzati. E poi la vergogna, la paura e denunciare i nomi di congiunti morti, nel timore di qualche ulteriore rappresaglia dei soldati che pure ci fu nei giorni successivi. Piaccia o no, a me non è mai piaciuto l'orrore di quell'atto, Pontelandolfo resta una pagina nera della nostra storia unitaria.
Nel 2011, a nome dell'Italia unita, andò a chiedere scusa a Pontelandolfo anche Giuliano Amato nella veste di presidente del Comitato per le celebrazioni dei 150 anni. Negli atti parlamentari del 1861, nei documenti diplomatici, negli affannosi dispacci militari (che ho pubblicato ne "I vinti del Risorgimento" nel 2004 e poi in "Controstoria dell'unità d'Italia" nel 2007) si legge l'orrore: civili uccisi a freddo, per rappresaglia, perchè ritenuti amici dei briganti.
Eppure quella era già regno d'Italia da 5 mesi, ma il Sud era in preda ad una guerra civile. No, l'annessione del Mezzogiorno al resto della penisola non fu una passeggiata. Ma c'è chi vuole ancora sminuire la violenza e i metodi che furono necessari nel Mezzogiorno subito dopo la marcia di Garibaldi: senza cannoni e fucili, il Sud non sarebbe stato tenuto unito al resto d'Italia. La verità è fatta di più finestre, non solo quelle che convengono. Almeno che non si abbiano altri obiettivi.
Fonte: Il Mattino
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sabato 1 marzo 2014
Su "Lameziainstrada.it" - Premio Letterario GIUSEPPE VILLELLA
L’esercito piemontese e i suoi alleati, con il pretesto di unire l’Italia, eseguirono massacri di massa, incendiarono centinaia di villaggi e causarono il genocidio di migliaia soldati borbonici, fatti prigionieri dopo la resa di Francesco II.
Il Palazzo Reale di Napoli fu denudato e tutti gli oggetti preziosi spediti a Torino. L'oro della Tesoreria dello Stato e i beni personali del re, depositati presso il Banco di Napoli, furono requisiti.
Dopo la proclamazione della terribile legge Pica, promulgata dal governo Minghetti il 15 agosto del 1863, ci furono nel Meridione 5212 condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo ed 1 milione di morti. La verità è venuta fuori consultando dei documenti inoppugnabili che pur non essendo segreti, stranamente non sono resi noti al grande pubblico.
Il Regno delle Due Sicilie era lo Stato pre - unitario più prospero, dove l'emigrazione era sconosciuta e la cui popolazione non aveva alcun desiderio di unirsi alla restante parte della penisola. La sua posizione strategica al centro del Mediterraneo e la sua politica di fiera indipendenza cozzavano con gli interessi delle grandi potenze europee e dei Savoia.
Prima dell’annessione forzata, il Regno delle Due Sicilie aveva una riserva aurea di ben 443,2 in milioni di lire (Giuseppe Ressa e Alfonso Grasso, Il Sud e l'Unità d'Italia; dati ricavato da: Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze) contro gli 8,1 milioni di lire della Lombardia ed i 27,00 del Piemonte. Il Regno delle Due Sicilie aveva quasi due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola uniti assieme.
Dai dati del primo censimento del Regno d’Italia del 1861 si evince che:
- La regione con la più alta percentuale di popolazione attiva occupata nell’industria era la Calabria (28,8%) seguita dalla Campania (23,2%) e dalla Sicilia (23,1%).
- La più alta percentuale di occupati nell’agricoltura era in Valle d’Aosta (90%), seguiva il Friuli Venezia Giulia (81,8%) e in fine Piemonte e Umbria (81,1%).
Nel 1859 il Regno di Napoli aveva un debito pubblico (Giacomo Savarese 1862) di 411.475.000 milioni contro i 1.121.430.000 milioni del Piemonte (59,03 debito pro-capite nel Regno di Napoli contro i 261,86 del Piemonte).
Se lo Stato borbonico non fu capace di arginare l’invasione piemontese, imposta con la forza dei cannoni e del denaro corruttore, ci pensò il popolo a reagire con una guerriglia durata oltre dieci anni, definita a torto "brigantaggio".
Lo stesso Garibaldi in una lettera indirizzata all'amica Adelaide Cairoli, nel 1868, scrisse testualmente: “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”.
Per questi motivi, è stato istituito il “Premio letterario Giuseppe Villella” sulla reale storia del Risorgimento italiano, aperto a tutti gli studenti maggiorenni dell’ultima classe delle scuole superiori di II grado che vorranno cimentarsi nella ricerca storica delle radici del Sud.
Al 1° classificato verrà consegnato un Tablet SAMSUG GALAXY TAB 3.7, messo a disposizione dagli iscritti della sezione.
I partecipanti dovranno attenersi all’apposito regolamento allegato al bando.
Per maggiore completezza di informazioni, si precisa che il coordinatore del Premio letterario in questione è lo scrittore-ricercatore Ing. Francesco Cefalì, al quale è possibile inviare domande in merito all’indirizzo e-mail fcefaly@tiscali.it
Domenico Romeo
Fonte: Lameziainstrada.it
L’esercito piemontese e i suoi alleati, con il pretesto di unire l’Italia, eseguirono massacri di massa, incendiarono centinaia di villaggi e causarono il genocidio di migliaia soldati borbonici, fatti prigionieri dopo la resa di Francesco II.
Il Palazzo Reale di Napoli fu denudato e tutti gli oggetti preziosi spediti a Torino. L'oro della Tesoreria dello Stato e i beni personali del re, depositati presso il Banco di Napoli, furono requisiti.
Dopo la proclamazione della terribile legge Pica, promulgata dal governo Minghetti il 15 agosto del 1863, ci furono nel Meridione 5212 condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo ed 1 milione di morti. La verità è venuta fuori consultando dei documenti inoppugnabili che pur non essendo segreti, stranamente non sono resi noti al grande pubblico.
Il Regno delle Due Sicilie era lo Stato pre - unitario più prospero, dove l'emigrazione era sconosciuta e la cui popolazione non aveva alcun desiderio di unirsi alla restante parte della penisola. La sua posizione strategica al centro del Mediterraneo e la sua politica di fiera indipendenza cozzavano con gli interessi delle grandi potenze europee e dei Savoia.
Prima dell’annessione forzata, il Regno delle Due Sicilie aveva una riserva aurea di ben 443,2 in milioni di lire (Giuseppe Ressa e Alfonso Grasso, Il Sud e l'Unità d'Italia; dati ricavato da: Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze) contro gli 8,1 milioni di lire della Lombardia ed i 27,00 del Piemonte. Il Regno delle Due Sicilie aveva quasi due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola uniti assieme.
Dai dati del primo censimento del Regno d’Italia del 1861 si evince che:
- La regione con la più alta percentuale di popolazione attiva occupata nell’industria era la Calabria (28,8%) seguita dalla Campania (23,2%) e dalla Sicilia (23,1%).
- La più alta percentuale di occupati nell’agricoltura era in Valle d’Aosta (90%), seguiva il Friuli Venezia Giulia (81,8%) e in fine Piemonte e Umbria (81,1%).
Nel 1859 il Regno di Napoli aveva un debito pubblico (Giacomo Savarese 1862) di 411.475.000 milioni contro i 1.121.430.000 milioni del Piemonte (59,03 debito pro-capite nel Regno di Napoli contro i 261,86 del Piemonte).
Se lo Stato borbonico non fu capace di arginare l’invasione piemontese, imposta con la forza dei cannoni e del denaro corruttore, ci pensò il popolo a reagire con una guerriglia durata oltre dieci anni, definita a torto "brigantaggio".
Lo stesso Garibaldi in una lettera indirizzata all'amica Adelaide Cairoli, nel 1868, scrisse testualmente: “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”.
Per questi motivi, è stato istituito il “Premio letterario Giuseppe Villella” sulla reale storia del Risorgimento italiano, aperto a tutti gli studenti maggiorenni dell’ultima classe delle scuole superiori di II grado che vorranno cimentarsi nella ricerca storica delle radici del Sud.
Al 1° classificato verrà consegnato un Tablet SAMSUG GALAXY TAB 3.7, messo a disposizione dagli iscritti della sezione.
I partecipanti dovranno attenersi all’apposito regolamento allegato al bando.
Per maggiore completezza di informazioni, si precisa che il coordinatore del Premio letterario in questione è lo scrittore-ricercatore Ing. Francesco Cefalì, al quale è possibile inviare domande in merito all’indirizzo e-mail fcefaly@tiscali.it
Domenico Romeo
Fonte: Lameziainstrada.it
giovedì 13 febbraio 2014
Vogliamo la verità sul risorgimento! Nasce il premio letterario “Giuseppe Villella”
L'iniziativa ad opera della sezione “Michelina De Cesare” del Partito del Sud – Lamezia Terme, coordinata dall’Ing. Francesco Cefalì; in premio un Tablet Samsung.
Il premio è rivolto ai giovani, che va nella giusta direzione, ad opera della nostra Sezione "Michelina De Cesare" di Lamezia Terme.
Il premio è rivolto ai giovani, che va nella giusta direzione, ad opera della nostra Sezione "Michelina De Cesare" di Lamezia Terme.
All' Ing. Francesco Cefalì, a tutti gli amici della Sezione e al Coord. Prov. Franco Gallo i nostri complimenti.
Garibaldi è una bufala? Vogliamo la verità sul risorgimento! E’ questo
il leitmotiv di ogni riunione in
ambiente meridionalista.
Sì, i meridionali cominciano a prendere coscienza
delle loro radici storiche e la cosa fa un po’ paura e fa riflettere. E’ per questo
che la sezione “Michelina De Cesare” del Partito del Sud – Lamezia Terme,
coordinata dall’Ing. Francesco Cefalì, ha deliberato di bandire un concorso
letterario intitolato a Giuseppe Villella, presunto brigante vittima del
Risorgimento, aperto ai neomaggiorenni dell’ultima classe delle scuole
superiori.
Fortemente voluto dall’Ing. Cefalì che ne è l’ideatore, il concorso
ha come obiettivo la presa di coscienza delle nostre giovani generazioni
rispetto a ciò che raccontano i libri della storia scritta dai vincitori di
quel tempo. I ragazzi che vorranno cimentarsi nella ricerca storica relativa a
quegli anni terribili che vanno dal 1859
al 1871 dovranno attenersi al regolamento del concorso che potrà essere richiesto anche alla mail fcefaly@tiscali.it .
Il tema del concorso
è “LA STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO
VISTA OGGI”.
Il plico con gli elaborati dovrà essere spedito (farà fede il
timbro postale) o consegnata pro manibus al coordinatore di sezione di Lamezia Terme
entro e non oltre le ore 12 del giorno 15/04/2014.
Ormai è acclarato, l’esercito piemontese, con il pretesto di unire
l’Italia, massacrò la popolazione inerme, incendiò centinaia di villaggi e causò
il genocidio di migliaia soldati borbonici, fatti prigionieri dopo la resa di Francesco
II e portati a morire di stenti a Fenestrelle. Per non parlare della famigerata
legge Pica, promulgata dal governo Minghetti il 15 agosto del 1863, che da sola
produsse nel Meridione 5212 condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al
suolo e forse 1 milione di morti, come sostengono alcuni.
Il risorgimento secondo i revisionisti fu una
rapina a mano armata posta in essere a danno del Regno delle Due Sicilie che aveva una riserva aurea di ben 443,2 in milioni di lire
contro gli 8,1 milioni di lire della Lombardia ed i 27,00 del Piemonte.
Vale
dunque la pena di approfondire quel periodo storico affinchè i nostri giovani
sappiano chi siamo e da dove veniamo,
per riscoprire “l’orgoglio di chi siamo e di chi fummo” come recita la
splendida canzone Gloria interpretata da Mimmo Cavallo e da Albano.
Per
informazioni rivolgersi a: Cefalì Francesco Antonio (Coordinatore Partito del Sud Lamezia Terme) e-mail
fcefaly@tiscali.it
Franco Gallo (Coordinatore Partito del Sud Catanzaro)
Il “PREMIO LETTERARIO GIUSEPPE VILLELLA”, SULLA
STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO VISTA
OGGI organizzato dalla sezione del Partito del Sud “Michelina De Cesare” di
Lamezia Terme (CZ)
L'iniziativa ad opera della sezione “Michelina De Cesare” del Partito del Sud – Lamezia Terme, coordinata dall’Ing. Francesco Cefalì; in premio un Tablet Samsung.
Il premio è rivolto ai giovani, che va nella giusta direzione, ad opera della nostra Sezione "Michelina De Cesare" di Lamezia Terme.
Il premio è rivolto ai giovani, che va nella giusta direzione, ad opera della nostra Sezione "Michelina De Cesare" di Lamezia Terme.
All' Ing. Francesco Cefalì, a tutti gli amici della Sezione e al Coord. Prov. Franco Gallo i nostri complimenti.
Garibaldi è una bufala? Vogliamo la verità sul risorgimento! E’ questo
il leitmotiv di ogni riunione in
ambiente meridionalista.
Sì, i meridionali cominciano a prendere coscienza
delle loro radici storiche e la cosa fa un po’ paura e fa riflettere. E’ per questo
che la sezione “Michelina De Cesare” del Partito del Sud – Lamezia Terme,
coordinata dall’Ing. Francesco Cefalì, ha deliberato di bandire un concorso
letterario intitolato a Giuseppe Villella, presunto brigante vittima del
Risorgimento, aperto ai neomaggiorenni dell’ultima classe delle scuole
superiori.
Fortemente voluto dall’Ing. Cefalì che ne è l’ideatore, il concorso
ha come obiettivo la presa di coscienza delle nostre giovani generazioni
rispetto a ciò che raccontano i libri della storia scritta dai vincitori di
quel tempo. I ragazzi che vorranno cimentarsi nella ricerca storica relativa a
quegli anni terribili che vanno dal 1859
al 1871 dovranno attenersi al regolamento del concorso che potrà essere richiesto anche alla mail fcefaly@tiscali.it .
Il tema del concorso
è “LA STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO
VISTA OGGI”.
Il plico con gli elaborati dovrà essere spedito (farà fede il
timbro postale) o consegnata pro manibus al coordinatore di sezione di Lamezia Terme
entro e non oltre le ore 12 del giorno 15/04/2014.
Ormai è acclarato, l’esercito piemontese, con il pretesto di unire
l’Italia, massacrò la popolazione inerme, incendiò centinaia di villaggi e causò
il genocidio di migliaia soldati borbonici, fatti prigionieri dopo la resa di Francesco
II e portati a morire di stenti a Fenestrelle. Per non parlare della famigerata
legge Pica, promulgata dal governo Minghetti il 15 agosto del 1863, che da sola
produsse nel Meridione 5212 condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al
suolo e forse 1 milione di morti, come sostengono alcuni.
Il risorgimento secondo i revisionisti fu una
rapina a mano armata posta in essere a danno del Regno delle Due Sicilie che aveva una riserva aurea di ben 443,2 in milioni di lire
contro gli 8,1 milioni di lire della Lombardia ed i 27,00 del Piemonte.
Vale
dunque la pena di approfondire quel periodo storico affinchè i nostri giovani
sappiano chi siamo e da dove veniamo,
per riscoprire “l’orgoglio di chi siamo e di chi fummo” come recita la
splendida canzone Gloria interpretata da Mimmo Cavallo e da Albano.
Per
informazioni rivolgersi a: Cefalì Francesco Antonio (Coordinatore Partito del Sud Lamezia Terme) e-mail
fcefaly@tiscali.it
Franco Gallo (Coordinatore Partito del Sud Catanzaro)
Il “PREMIO LETTERARIO GIUSEPPE VILLELLA”, SULLA
STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO VISTA
OGGI organizzato dalla sezione del Partito del Sud “Michelina De Cesare” di
Lamezia Terme (CZ)
lunedì 10 febbraio 2014
Il giorno del ricordo : le Foibe
PROGRESSISTi, ANTIFASCISTI ... MA NON IMMEMORI!
Oggi, 10 Febbraio, si celebra “il giorno del ricordo”, una celebrazione istituita da pochi anni in memoria della triste vicenda delle “Foibe”.
Tra i 10 e i 15 mila tra fascisti, collaborazionisti degli stessi, italiani e anti comunisti che (vivi o già morti) furono gettati nelle cavità carsiche, unitamente ad un esodo stimato oltre i centomila da quelle zone. Furore antifascista, reazione violenta al regime caduto, partigiani accecati dall’odio e violenza ottusa del regime slavo/croato di Tito furono gli artefici di tutto ciò.
Orrori della guerra, che però non va dimenticato fu causata dalla megalomania fascista e causò lutti ben peggiori per quantità tra cui il massacro degli ebrei e di chi aveva discendenze ebraiche.
Ma i lutti e gi eccidi sono tutti e sempre deprecabili, indipendentemente dagli autori e dalle vittime, nonché dalla quantità. I meridionali, i meridionalisti veri e il Partito del Sud non possono non stare dalla parte della verità storica, essendo tra l’altro il popolo del Sud esso stesso stato vittima in tempi un po’ più lontani d’un eccidio dimenticato e occultato da una storia scritta e raccontata dai vincitori- Ma “la Storia la scrivono i vincitori, la verità il tempo”.
Il Partito del Sud è fieramente e convintamente “progressista”. Le ideologie sono defunte, i valori no, Un meridionalista serio non può non avere tra i valori di riferimento la solidarietà la fratellanza, la tolleranza, l’accoglienza e l’inclusione, che sono nel DNA dei costumi e le tradizioni della gente del Sud. Questi valori sono per loro natura progressisti, che non vuol dire “comunisti” come berlusconianamente si vuol lasciare intendere.
Il Partito del Sud è fieramente e convintamente “progressista”. Le ideologie sono defunte, i valori no, Un meridionalista serio non può non avere tra i valori di riferimento la solidarietà la fratellanza, la tolleranza, l’accoglienza e l’inclusione, che sono nel DNA dei costumi e le tradizioni della gente del Sud. Questi valori sono per loro natura progressisti, che non vuol dire “comunisti” come berlusconianamente si vuol lasciare intendere.
Il Partito del Sud è antifascista, che non vuol dire occultare o addirittura condividere tragedie come quella delle foibe. E’ antifascista perché il fascismo, oltre ad essere privazione della libertà, comando di pochi se non addirittura di uno, è stata l’ideologia e l’esperienza tragica artefice di quasi un trentennio di triste governo italico, autrice e correa della seconda guerra mondiale, apportatrice di tragedie d’ogni tipo e causa di reazioni sbagliate e criminali come le foibe. Il fascismo come atteggiamento è tutt’oggi presente ed essere “anti” è un dovere, un paletto da tenere sempre ben saldo. Altre ideologie, magari pur deprecabili, non hanno albergato nella nostra penisola se non come esperienze partitiche e di movimento.
Quindi condanna e ricordo, come monito, di questa tragedia che gli interessi partitici (perseguiti anche dalla stessa Dc per salvaguardare opportunità di rapporti e interessi privati) hanno colpevolmente occultato sino a pochi anni fa.
Andrea Balìa
.
PROGRESSISTi, ANTIFASCISTI ... MA NON IMMEMORI!
Oggi, 10 Febbraio, si celebra “il giorno del ricordo”, una celebrazione istituita da pochi anni in memoria della triste vicenda delle “Foibe”.
Tra i 10 e i 15 mila tra fascisti, collaborazionisti degli stessi, italiani e anti comunisti che (vivi o già morti) furono gettati nelle cavità carsiche, unitamente ad un esodo stimato oltre i centomila da quelle zone. Furore antifascista, reazione violenta al regime caduto, partigiani accecati dall’odio e violenza ottusa del regime slavo/croato di Tito furono gli artefici di tutto ciò.
Orrori della guerra, che però non va dimenticato fu causata dalla megalomania fascista e causò lutti ben peggiori per quantità tra cui il massacro degli ebrei e di chi aveva discendenze ebraiche.
Ma i lutti e gi eccidi sono tutti e sempre deprecabili, indipendentemente dagli autori e dalle vittime, nonché dalla quantità. I meridionali, i meridionalisti veri e il Partito del Sud non possono non stare dalla parte della verità storica, essendo tra l’altro il popolo del Sud esso stesso stato vittima in tempi un po’ più lontani d’un eccidio dimenticato e occultato da una storia scritta e raccontata dai vincitori- Ma “la Storia la scrivono i vincitori, la verità il tempo”.
Il Partito del Sud è fieramente e convintamente “progressista”. Le ideologie sono defunte, i valori no, Un meridionalista serio non può non avere tra i valori di riferimento la solidarietà la fratellanza, la tolleranza, l’accoglienza e l’inclusione, che sono nel DNA dei costumi e le tradizioni della gente del Sud. Questi valori sono per loro natura progressisti, che non vuol dire “comunisti” come berlusconianamente si vuol lasciare intendere.
Il Partito del Sud è fieramente e convintamente “progressista”. Le ideologie sono defunte, i valori no, Un meridionalista serio non può non avere tra i valori di riferimento la solidarietà la fratellanza, la tolleranza, l’accoglienza e l’inclusione, che sono nel DNA dei costumi e le tradizioni della gente del Sud. Questi valori sono per loro natura progressisti, che non vuol dire “comunisti” come berlusconianamente si vuol lasciare intendere.
Il Partito del Sud è antifascista, che non vuol dire occultare o addirittura condividere tragedie come quella delle foibe. E’ antifascista perché il fascismo, oltre ad essere privazione della libertà, comando di pochi se non addirittura di uno, è stata l’ideologia e l’esperienza tragica artefice di quasi un trentennio di triste governo italico, autrice e correa della seconda guerra mondiale, apportatrice di tragedie d’ogni tipo e causa di reazioni sbagliate e criminali come le foibe. Il fascismo come atteggiamento è tutt’oggi presente ed essere “anti” è un dovere, un paletto da tenere sempre ben saldo. Altre ideologie, magari pur deprecabili, non hanno albergato nella nostra penisola se non come esperienze partitiche e di movimento.
Quindi condanna e ricordo, come monito, di questa tragedia che gli interessi partitici (perseguiti anche dalla stessa Dc per salvaguardare opportunità di rapporti e interessi privati) hanno colpevolmente occultato sino a pochi anni fa.
Andrea Balìa
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lunedì 27 gennaio 2014
GIORNO DELLA MEMORIA, PERCHE' E' DOVEROSO E UTILE RICORDARE.
Di Natale Cuccurese
Anche questo 27 Gennaio, come da qualche anno a questa parte, è ricordato l'olocausto del Popolo Ebraico avvenuto ad opera delle orde nazifasciste nel corso dell'ultimo conflitto mondiale.
E' di poche ore fa a Napoli la bella iniziativa ad opera del Sindaco di Napoli, a cui ha partecipato Andrea Balia a nome del Partito del Sud, per ricordare il piccolo Sergio de Simone ( nella foto) un bambino napoletano ebreo , massacrato insieme ad altre creature innocenti come lui nel campo di Auschwitz dal dottor Mengele.
Basta ricordare questi nomi vedere in fotografia questi volti, per capire quanto questa giornata sia opportuna per una doverosa ed adeguata riflessione affinchè queste mostruosità non si ripetano, in un periodo in cui si vedono tornare alla luce pulsioni razziste verso altri popoli, altre etnie, altre razze, altre religioni. "Quando però si arriva a questa data c'è sempre qualcuno che tira fuori il si però ci sono stati altri massacri e genocidi nella storia". E' purtroppo vero. Ma se lo facciamo in questa giornata sembra quasi che le cose vadano in contrapposizione. Qualsiasi genocidio è un crimine verso l'umanità che non prevede alcun tipo di giustificazione. Oggi ricordiamoci di quello subito dagli ebrei senza se e senza ma..."come dice Michele Dell'Edera in un suo bel pensiero odierno.
Nel 2009 infatti il Partito del Sud propose, per ricordare l'olocausto del popolo Duosiciliano, la giornata del 13 febbraio, caduta della fortezza di Gaeta nell'assedio del 1860/61, per una nostra giornata della memoria.Giornata quanto mai necessaria alla luce di quanto accadde e direi accade ancora oggi purtroppo, certo in forma diversa, se pensiamo al dramma della "Terra dei Fuochi", consapevoli che ogni caso ha le sue specificità ma anche certi che ogni vittima abbia uguale diritto al ricordo e ad una pari dignità.
Credo poi sia utile ricordare l'olocausto del popolo ebraico anche per richiamare la nostra infima classe politica all'assurdità evidente che quel re che firmò le leggi razziali in Italia nel 1938, e che permise pertanto la deportazione verso il genocidio degli ebrei italiani, è quel Vittorio Emanuele III che ancora oggi ha vergognosamente intitolate in Italia vie, piazze, monumenti.
Una contraddizione atroce che fa capire quanta strada ci sia ancora da fare in Italia nei confronti di un disvelamento storico che possa portare alla luce le contraddizioni degli ultimi 153 anni e la vergogna di una classe politica che non solo non ha fatto i conti con la storia ma addirittura fa il percorso del gambero, se pensiamo all'omaggio alle tombe di casa savoia fatto dal presidente Napolitano al Pantheon il 17 marzo 2011.
Ben venga pertanto questa giornata della memoria, nell'auspicio che possa servire non solo a far riflettere , come doveroso, ma anche a favorire una rilettura storica che faccia ben comprendere alle nuove generazioni chi sono i falsi eroi, ancora oscenamente celebrati, e chi i martiri, affinchè quel che accadde non si ripeta mai più per nessun popolo.
Di Natale Cuccurese
Anche questo 27 Gennaio, come da qualche anno a questa parte, è ricordato l'olocausto del Popolo Ebraico avvenuto ad opera delle orde nazifasciste nel corso dell'ultimo conflitto mondiale.
E' di poche ore fa a Napoli la bella iniziativa ad opera del Sindaco di Napoli, a cui ha partecipato Andrea Balia a nome del Partito del Sud, per ricordare il piccolo Sergio de Simone ( nella foto) un bambino napoletano ebreo , massacrato insieme ad altre creature innocenti come lui nel campo di Auschwitz dal dottor Mengele.
Basta ricordare questi nomi vedere in fotografia questi volti, per capire quanto questa giornata sia opportuna per una doverosa ed adeguata riflessione affinchè queste mostruosità non si ripetano, in un periodo in cui si vedono tornare alla luce pulsioni razziste verso altri popoli, altre etnie, altre razze, altre religioni. "Quando però si arriva a questa data c'è sempre qualcuno che tira fuori il si però ci sono stati altri massacri e genocidi nella storia". E' purtroppo vero. Ma se lo facciamo in questa giornata sembra quasi che le cose vadano in contrapposizione. Qualsiasi genocidio è un crimine verso l'umanità che non prevede alcun tipo di giustificazione. Oggi ricordiamoci di quello subito dagli ebrei senza se e senza ma..."come dice Michele Dell'Edera in un suo bel pensiero odierno.
Nel 2009 infatti il Partito del Sud propose, per ricordare l'olocausto del popolo Duosiciliano, la giornata del 13 febbraio, caduta della fortezza di Gaeta nell'assedio del 1860/61, per una nostra giornata della memoria.Giornata quanto mai necessaria alla luce di quanto accadde e direi accade ancora oggi purtroppo, certo in forma diversa, se pensiamo al dramma della "Terra dei Fuochi", consapevoli che ogni caso ha le sue specificità ma anche certi che ogni vittima abbia uguale diritto al ricordo e ad una pari dignità.
Credo poi sia utile ricordare l'olocausto del popolo ebraico anche per richiamare la nostra infima classe politica all'assurdità evidente che quel re che firmò le leggi razziali in Italia nel 1938, e che permise pertanto la deportazione verso il genocidio degli ebrei italiani, è quel Vittorio Emanuele III che ancora oggi ha vergognosamente intitolate in Italia vie, piazze, monumenti.
Una contraddizione atroce che fa capire quanta strada ci sia ancora da fare in Italia nei confronti di un disvelamento storico che possa portare alla luce le contraddizioni degli ultimi 153 anni e la vergogna di una classe politica che non solo non ha fatto i conti con la storia ma addirittura fa il percorso del gambero, se pensiamo all'omaggio alle tombe di casa savoia fatto dal presidente Napolitano al Pantheon il 17 marzo 2011.
Ben venga pertanto questa giornata della memoria, nell'auspicio che possa servire non solo a far riflettere , come doveroso, ma anche a favorire una rilettura storica che faccia ben comprendere alle nuove generazioni chi sono i falsi eroi, ancora oscenamente celebrati, e chi i martiri, affinchè quel che accadde non si ripeta mai più per nessun popolo.
Report Giornata della memoria c/o la scuola Sergio De Simone a Napoli
Stamani alle ore 9,00, nella zona Materdei di Napoli c/o la scuola intitolata a Sergio De Simone (bambino napoletano deportato ad Auschwitz e seviziato dagli esperimenti medici nazisti del dott. Mengele e poi ucciso assieme ad altri 20 bimbi), s'è tenuta la commemorazione della Giornata della Memoria per gli eccidi nazifascisti.
E' seguito un filmato molto toccante proiettato nel vicino e storico cinema/teatro "Bolivar" sulla tragica vicenda.
Presente la Rai, tv locali e stampa.
Hanno presenziato inoltre :
- la dirigente scolastica Marinella Allocca;
- il rappresentante napoletano della Comunità Ebraica;
- l'assessore alla cultura Nino Daniele;
- l'assessore alla scuola Annamaria Palmieri;
- il direttore del Museo Pan Fabio Pascapè (dirigente del Consiglio d'istituto e Socio Onorario del PdelSUD);
- il Delegato Diretto del Sindaco della Commissione Toponomastica e Vice Presidente Nazionale del PdelSUD Andrea Balìa.
- ii sacerdote Don Merola.
Concorde il Sindaco s'è convenuto con la dirigente Allocca, il dott. Pascapè e Andrea Balìa di verificare l'adeguatezza del toponimo già dedicato al piccolo Sergio De Simone.
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Stamani alle ore 9,00, nella zona Materdei di Napoli c/o la scuola intitolata a Sergio De Simone (bambino napoletano deportato ad Auschwitz e seviziato dagli esperimenti medici nazisti del dott. Mengele e poi ucciso assieme ad altri 20 bimbi), s'è tenuta la commemorazione della Giornata della Memoria per gli eccidi nazifascisti.
E' seguito un filmato molto toccante proiettato nel vicino e storico cinema/teatro "Bolivar" sulla tragica vicenda.
Presente la Rai, tv locali e stampa.
Hanno presenziato inoltre :
- la dirigente scolastica Marinella Allocca;
- il rappresentante napoletano della Comunità Ebraica;
- l'assessore alla cultura Nino Daniele;
- l'assessore alla scuola Annamaria Palmieri;
- il direttore del Museo Pan Fabio Pascapè (dirigente del Consiglio d'istituto e Socio Onorario del PdelSUD);
- il Delegato Diretto del Sindaco della Commissione Toponomastica e Vice Presidente Nazionale del PdelSUD Andrea Balìa.
- ii sacerdote Don Merola.
Concorde il Sindaco s'è convenuto con la dirigente Allocca, il dott. Pascapè e Andrea Balìa di verificare l'adeguatezza del toponimo già dedicato al piccolo Sergio De Simone.
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domenica 26 gennaio 2014
Domani, Lunedì 27 Gennaio 2014 Giornata della Memoria ...presente anche il PdelSUD !
Sarà presente anche il Partito del Sud col Vice Presidente Nazionale Andrea Balìa, anche in quanto Delegato Diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica, invitato dalla Dirigente scolastica Allocca e dal dott. Pascapè (ns. iscritto e Dirigente del Consiglio d'istituto) per concordare la richiesta da inoltrare (firmata anche dal PdelSUD) alla Commissione Toponomastica di dedicare un toponimo al bambino napoletano Sergio De Simone che fu deportato ad Auschwitz dove fu ucciso, vittima degli esperimenti medici nazisti del dott. Mengele!
“Con l’Europa investiamo nel vostro futuro”
ISTITUTO COMPRENSIVO “6° FAVA-GIOIA”
Vico Trone 14/b - 80136 NAPOLI - Tel./Fax 081 5441471
Lunedi, 27 Gennaio 2014
"GIORNATA DELLA MEMORIA"
Scuola dell’Infanzia “Sergio De Simone”
I.C.S. “Fava-Gioia” via Guglielmo Appulo
Cerimonia in ricordo di Sergio De Simone,bambino ebreo napoletano, morto vittima degli esperimenti “medici” in un campo nazista
Ore 9,15 - Canti e poesie dei piccoli alunni della scuola De Simone
Ore 9,30 – Saranno piantate delle rose nel giardino della scuola
Ore 9,30 – Plessi Flavio Gioia, Onorato Fava e Petrarca – messa a dimora di piantine di rose bianche.
Ore 10,00 – Teatro Bolivar: proiezione di un cortometraggio realizzato dall'Istituto di Istruzione Superiore "Saluzzo Plana" di Alessandria sulla vicenda di Sergio De Simone.
La cerimonia sarà accompagnata dal Maestro Vincenzo Leurini che eseguirà musica per tromba.
Ore 9,00 - Mostra di lavori dei bambini dell’Istituto
Ore 9,15 - Canti e poesie dei piccoli alunni della scuola De Simone
Ore 9,30 – Saranno piantate delle rose nel giardino della scuola
Ore 9,30 – Plessi Flavio Gioia, Onorato Fava e Petrarca – messa a dimora di piantine di rose bianche.
Ore 10,00 – Teatro Bolivar: proiezione di un cortometraggio realizzato dall'Istituto di Istruzione Superiore "Saluzzo Plana" di Alessandria sulla vicenda di Sergio De Simone.
La cerimonia sarà accompagnata dal Maestro Vincenzo Leurini che eseguirà musica per tromba.
Introduce
Marinella Allocca
Dirigente Scolastico 6° I.C. Fava –Gioia
Partecipano
il Sindaco Luigi De Magistris
l’Assessore alla Cultura Nino Daniele
l’Assessore alla Scuola Annamaria Palmieri
e una rappresentanza della Comunità Ebraica di Napoli
Sonia De Giacomo docente dell’Istituto e consigliere della II municipalità
Don Luigi Merola docente dell’Istituto e Presidente della Fondazione “A Voce d’è creature”
Presidente del Consiglio di Istituto Antonella Crò
Segue dibattito a cui parteciperà il Prof. Paolo de Marco – docente di storia contemporanea presso la S.U.N.
Rinfresco offerto dalla GSI Servizi Integrati (refezione scolastica)
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Sarà presente anche il Partito del Sud col Vice Presidente Nazionale Andrea Balìa, anche in quanto Delegato Diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica, invitato dalla Dirigente scolastica Allocca e dal dott. Pascapè (ns. iscritto e Dirigente del Consiglio d'istituto) per concordare la richiesta da inoltrare (firmata anche dal PdelSUD) alla Commissione Toponomastica di dedicare un toponimo al bambino napoletano Sergio De Simone che fu deportato ad Auschwitz dove fu ucciso, vittima degli esperimenti medici nazisti del dott. Mengele!
“Con l’Europa investiamo nel vostro futuro”
ISTITUTO COMPRENSIVO “6° FAVA-GIOIA”
Vico Trone 14/b - 80136 NAPOLI - Tel./Fax 081 5441471
Lunedi, 27 Gennaio 2014
"GIORNATA DELLA MEMORIA"
Scuola dell’Infanzia “Sergio De Simone”
I.C.S. “Fava-Gioia” via Guglielmo Appulo
Cerimonia in ricordo di Sergio De Simone,bambino ebreo napoletano, morto vittima degli esperimenti “medici” in un campo nazista
Ore 9,15 - Canti e poesie dei piccoli alunni della scuola De Simone
Ore 9,30 – Saranno piantate delle rose nel giardino della scuola
Ore 9,30 – Plessi Flavio Gioia, Onorato Fava e Petrarca – messa a dimora di piantine di rose bianche.
Ore 10,00 – Teatro Bolivar: proiezione di un cortometraggio realizzato dall'Istituto di Istruzione Superiore "Saluzzo Plana" di Alessandria sulla vicenda di Sergio De Simone.
La cerimonia sarà accompagnata dal Maestro Vincenzo Leurini che eseguirà musica per tromba.
Ore 9,00 - Mostra di lavori dei bambini dell’Istituto
Ore 9,15 - Canti e poesie dei piccoli alunni della scuola De Simone
Ore 9,30 – Saranno piantate delle rose nel giardino della scuola
Ore 9,30 – Plessi Flavio Gioia, Onorato Fava e Petrarca – messa a dimora di piantine di rose bianche.
Ore 10,00 – Teatro Bolivar: proiezione di un cortometraggio realizzato dall'Istituto di Istruzione Superiore "Saluzzo Plana" di Alessandria sulla vicenda di Sergio De Simone.
La cerimonia sarà accompagnata dal Maestro Vincenzo Leurini che eseguirà musica per tromba.
Introduce
Marinella Allocca
Dirigente Scolastico 6° I.C. Fava –Gioia
Partecipano
il Sindaco Luigi De Magistris
l’Assessore alla Cultura Nino Daniele
l’Assessore alla Scuola Annamaria Palmieri
e una rappresentanza della Comunità Ebraica di Napoli
Sonia De Giacomo docente dell’Istituto e consigliere della II municipalità
Don Luigi Merola docente dell’Istituto e Presidente della Fondazione “A Voce d’è creature”
Presidente del Consiglio di Istituto Antonella Crò
Segue dibattito a cui parteciperà il Prof. Paolo de Marco – docente di storia contemporanea presso la S.U.N.
Rinfresco offerto dalla GSI Servizi Integrati (refezione scolastica)
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mercoledì 15 gennaio 2014
Convegno: Città antiche della Magna Grecia, presente anche il Partito del Sud
Il convegno si terrà a Nicotera il prossimo 25 gennaio.
E' organizzato dai Comitati due Sicilie, tra i relatori anche il nostro coordinatore regionale calabrese Giuseppe Spadafora
Tutte le informazioni nella locandina

mercoledì 8 gennaio 2014
Report Mostra "Briganti" al Museo PAN di Napoli....
Stasera s'è inaugurata la Mostra "Briganti" al Museo PAN di Napoli. 8 stendardi con le immagini scendevano all'esterno sulle finestre della facciata del palazzo più il grande banner dell'evento. All'interno della sala detta "pianoforte" altre opere singole degli artisti. Folta e interessata presenza di pubblico.
Abbiamo incontrato e ringraziato l'organizzatore Beppe Palomba e il direttore e nostro socio onorario Fabio Pascapè, che con l'autorizzazione e condivisione dell'assessore alla cultura del Comune di Napoli Nino Daniele, hanno curato e permesso questa meritoria e significativa iniziativa.
Andrea Balìa
PARTITO DEL SUD PRESENTE ! ! !
Stasera s'è inaugurata la Mostra "Briganti" al Museo PAN di Napoli. 8 stendardi con le immagini scendevano all'esterno sulle finestre della facciata del palazzo più il grande banner dell'evento. All'interno della sala detta "pianoforte" altre opere singole degli artisti. Folta e interessata presenza di pubblico.
Abbiamo incontrato e ringraziato l'organizzatore Beppe Palomba e il direttore e nostro socio onorario Fabio Pascapè, che con l'autorizzazione e condivisione dell'assessore alla cultura del Comune di Napoli Nino Daniele, hanno curato e permesso questa meritoria e significativa iniziativa.
Andrea Balìa
PARTITO DEL SUD PRESENTE ! ! !
lunedì 6 gennaio 2014
Mostra d'arte al PAN di Napoli sul tema "Briganti", patrocinio Comune di Napoli...
Martedì 07/01/2014 alle 17,30 c/o il PAN di Napoli mostra d'arte interna ed esterna sulla facciata del museo ( 9 stendardi scenderanno dai balconi a ricoprirla!) sul tema "Briganti" a cura di Beppe Palomba col Patrocinio del Comune di Napoli e grazie anche al sostegno e l'impegno di Fabio Pascapè (nostro socio onorario).
PARTITO DEL SUD PRESENTE!!!
COMUNICATO STAMPA :
Mercoledì 8 Gennaio, alle 17,30 si inaugura al PAN, Palazzo delle Arti Napoli, la mostra “Briganti”, che continua il Progetto espositivo dal titolo “Spazi Interstiziali: Stendardi al PAN” curato da Beppe Palomba per l’Accademia della Bussola. Nove stendardi di grandi dimensioni scenderanno dai balconi del terzo piano fino a ricoprire la facciata di Palazzo Roccella con immagini evocative create per ricordare un fenomeno come il brigantaggio e le sue radici culturali e sociali.
Una Mostra quindi all’esterno del Palazzo, un modo diverso di esporre l'Arte, portandola direttamente sotto gli occhi dei fruitori, senza filtri né barriere, facendo incontrare le opere e il pubblico in spazi che possono sembrare inusuali per l'Arte ma che sono quelli quotidiani per tutti, in modo da stimolare curiosità e interesse, con l'intento di creare un vero e proprio polo espositivo all'esterno dei Palazzi dell'Arte e della Cultura che spingano anche il passante più distratto a entrare e a prendere contatto con il Bello e la creatività.
Il primo esperimento, coronato da notevole successo, fu nel dicembre 2012 “Aprotepein” per cui fu tappezzata la facciata del PAN, Palazzo delle Arti Napoli, con gli stendardi beffardi e beneauguranti sul tema della Scaramanzia contro la profezia Maya.
Per bissare il successo, gli Artisti Dario de Cristofaro, Amedeo Grazioso, Carmen Lietz, Morena Beatrice Mennella, Pagina 49, Ariane Schuchardt, Anita Scola, Giorgio Scotti, Giuseppe Sticchi e Rosario Vesco si sono cimentati, per questa esposizione “site specific”, sul tema dei Briganti, figure tra la storia e il Mito, in qualche modo rappresentativi del Meridione e delle sue contraddizioni, un po’ patrioti e un po’ fuorilegge, specchio delle contraddizioni e della diatriba tra conservazione e rivoluzione, tra passato e presente, tra utopia libertaria e ragion di Stato.
Il ciclo prevede ancora due mostre, come questa della durata di circa 10 giorni ciascuna, sui temi rispettivamente di “Favole e Sirene”, in programma dal 12 Febbraio e “Ex Voto”, nel mese di Marzo.
A completamento dell’installazione, i bozzetti prescelti saranno in mostra nella Sala del Pianoforte, all’interno del PAN.
La Mostra sulla Facciata sarà visibile ovviamente tutti i giorni 24 ore al giorno fino al 17 Gennaio.
Beppe Palomba
Martedì 07/01/2014 alle 17,30 c/o il PAN di Napoli mostra d'arte interna ed esterna sulla facciata del museo ( 9 stendardi scenderanno dai balconi a ricoprirla!) sul tema "Briganti" a cura di Beppe Palomba col Patrocinio del Comune di Napoli e grazie anche al sostegno e l'impegno di Fabio Pascapè (nostro socio onorario).
PARTITO DEL SUD PRESENTE!!!
COMUNICATO STAMPA :
Mercoledì 8 Gennaio, alle 17,30 si inaugura al PAN, Palazzo delle Arti Napoli, la mostra “Briganti”, che continua il Progetto espositivo dal titolo “Spazi Interstiziali: Stendardi al PAN” curato da Beppe Palomba per l’Accademia della Bussola. Nove stendardi di grandi dimensioni scenderanno dai balconi del terzo piano fino a ricoprire la facciata di Palazzo Roccella con immagini evocative create per ricordare un fenomeno come il brigantaggio e le sue radici culturali e sociali.
Una Mostra quindi all’esterno del Palazzo, un modo diverso di esporre l'Arte, portandola direttamente sotto gli occhi dei fruitori, senza filtri né barriere, facendo incontrare le opere e il pubblico in spazi che possono sembrare inusuali per l'Arte ma che sono quelli quotidiani per tutti, in modo da stimolare curiosità e interesse, con l'intento di creare un vero e proprio polo espositivo all'esterno dei Palazzi dell'Arte e della Cultura che spingano anche il passante più distratto a entrare e a prendere contatto con il Bello e la creatività.
Il primo esperimento, coronato da notevole successo, fu nel dicembre 2012 “Aprotepein” per cui fu tappezzata la facciata del PAN, Palazzo delle Arti Napoli, con gli stendardi beffardi e beneauguranti sul tema della Scaramanzia contro la profezia Maya.
Per bissare il successo, gli Artisti Dario de Cristofaro, Amedeo Grazioso, Carmen Lietz, Morena Beatrice Mennella, Pagina 49, Ariane Schuchardt, Anita Scola, Giorgio Scotti, Giuseppe Sticchi e Rosario Vesco si sono cimentati, per questa esposizione “site specific”, sul tema dei Briganti, figure tra la storia e il Mito, in qualche modo rappresentativi del Meridione e delle sue contraddizioni, un po’ patrioti e un po’ fuorilegge, specchio delle contraddizioni e della diatriba tra conservazione e rivoluzione, tra passato e presente, tra utopia libertaria e ragion di Stato.
Il ciclo prevede ancora due mostre, come questa della durata di circa 10 giorni ciascuna, sui temi rispettivamente di “Favole e Sirene”, in programma dal 12 Febbraio e “Ex Voto”, nel mese di Marzo.
A completamento dell’installazione, i bozzetti prescelti saranno in mostra nella Sala del Pianoforte, all’interno del PAN.
La Mostra sulla Facciata sarà visibile ovviamente tutti i giorni 24 ore al giorno fino al 17 Gennaio.
Beppe Palomba
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