giovedì 20 giugno 2013

Un esauriente articolo di Gigi Di Fiore sul suo Blog Controstorie de "Il Mattino" riguardo il 1799...


Ricevo e posto questo bell'articolo del nostro amico Gigi Di Fiore sul 1799, sulla Repubblica Partenopea e sulla reazione popolare sanfedista, contro gli eccessi e le storture della Repubblica partenopea voluta dai francesi e lontana dal popolo napoletano di quel periodo,  ma equilibrato e lontano dagli accenti "vandeani" di un certo meridionalismo reazionario...




di Gigi Di Fiore


Il 1799 e le polemiche sul web

Impazza in rete il dibattito su un libro, che ancora una volta racconta dell'avanzata dei sanfedisti del cardinale Ruffo nel 1799. E' la ripetuta narrazione delle violenze sulle popolazioni giacobine nel Molise. Nulla di nuovo, nessun documento sensazionale. Solo un replay, peraltro fuori anniversari dopo l'orgia di pubblicazioni, soprattutto su Eleonora Pimentel Fonseca, che ci travolse nel 1999, anno del bicentenario.
In rete, impazzano le valutazioni sulla Repubblica partenopea, che fu voluta dai francesi e protetta per i sei suoi mesi di vita dalle armi del generale Championnet. Su quelle vicende, pesa molto l'eredità e la lettura che ne fece Benedetto Croce. Il filosofo e storico, che partecipò anche alla fattura del famoso albo pubblicato in occasione del centenario nel 1899, considerò i patrioti della Repubblica, messi a morte dopo il ritorno a Napoli dei Borbone, gli antesignani del Risorgimento. Nel cercare una premessa meridionale all'unificazione, Croce si aggrappò al 1799 che avrebbe anticipato gli ideali unitari.
Peccato che testimoni dell'epoca, come Pietro Colletta e Vincenzo Cuoco, certamente non schierati ciecamente con i Borbone, raccontarono le contraddizioni, le caratteristiche "passive" di una rivoluzione che non fu rivoluzione, ma elitaria occupazione di potere in nome degli ideali francesi. 
Chi era quel popolo che i patrioti volevano emancipare, senza conoscerlo? Erano lazzari e gente povera che, per ben due giorni, si fecero massacrare dai cannoni francesi. Il generale Championnet non riuscì ad entrare agevolmente a Napoli, come gli avevano assicurato. Fu costretto a combattere: i lazzari difendevano la loro città, il loro re, i riferimenti ideali cui si rifacevano. Alla fine, fu lo stesso Championnet a lodarne il coraggio.
I martiri del '99 sono il condensato della nostra retorica storica, ma anche l'appiglio della cultura laica, contrapposta a quello che si definisce oscurantismo condito da ignoranza popolare. Fin quando la polemica è su questo piano, il dibattito non può che essere fertile. E' l'eterno discorrere sulla presenza e influenza nella città della Napoli plebea, su cui anche la Ortese ha lasciato pagine memorabili.
Poi, però, ci sono le manipolazioni storiche. Come le vicende della congiura dei fratelli Baccher, la fuga codarda dei Borbone (come se anche i Savoia, in quegli anni, non siano fuggiti in Sardegna all'arrivo dei francesi), le stragi dell'armata sanfedista. Quella di Ruffo fu una scommessa, partita con pochi suoi contadini e poi arrivata ad 80mila uomini. Tra questi, poche decine di albanesi, che vivevano già stabilmente in Calabria e non erano di certo mercenari stranieri.
Certo, l'avanzata non fu cammino da educande. Le violenze e le uccisioni furono la regola. Ma i sanguinari non si trovavano certo da una parte sola. Sanfedisti e giacobini si comportarono con la stessa spietatezza, con la stessa cecità. Gennaro De Crescenzo pubblicò anni fa un testo: "L'altro 1799: i fatti". In appendice, decine di documenti di sentenze giacobine di morte nei confronti di fedeli dei Borbone. A Mercogliano, Caserta, Ceglie, Carbonara, Bacoli, Benevento, Briano, Nola, Pomigliano, Pagani, tanto per citare qualche località, i giacobini, coperti dalle armi francesi, furono sanguinari e non certo teneri con i fedeli dei Borbone. Il popolo.
E allora, cos'è la storia? Narrazione di vicende, interpretazione di avvenimenti sulla base di sensibilità nuove e documenti. Senza dimenticare il contesto in cui i fatti si svolsero. E quello del 1799 era un contesto storico che, nonostante la Rivoluzione francese di dieci anni prima, era ancora dominato da sovrani di monarchie assolute. Dopo 15 anni, anche Napoleone fu sconfitto da quelle monarchie in armi. E l'Inghilterra, che tanto influenzò l'unità d'Italia, era contro i francesi in appoggio ai Borbone meridionali. Tanto che fu Nelson a volere, contro il parere di Ferdinando IV, l'uccisione dei patrioti che si erano arresi.
Ma tant'è. Non si tratta di rivalutare nessun passato, né dinastie superate. Si tratta solo di raccontare che le guerre travolgono tutti, la violenza non è mai da una parte sola. Se poi, oggi, si vuole affermare che la cultura laica, intesa come apertura e dialettica del confronto, è da preferire all'oscurantismo e all'assolutismo delle convinzioni (qualunque esse siano), non si può che essere d'accordo. Ma questo è altro discorso, su cui la lettura della storia, intesa come difesa di posizioni di potere, c'entra poco. 

Leggi tutto »

Ricevo e posto questo bell'articolo del nostro amico Gigi Di Fiore sul 1799, sulla Repubblica Partenopea e sulla reazione popolare sanfedista, contro gli eccessi e le storture della Repubblica partenopea voluta dai francesi e lontana dal popolo napoletano di quel periodo,  ma equilibrato e lontano dagli accenti "vandeani" di un certo meridionalismo reazionario...




di Gigi Di Fiore


Il 1799 e le polemiche sul web

Impazza in rete il dibattito su un libro, che ancora una volta racconta dell'avanzata dei sanfedisti del cardinale Ruffo nel 1799. E' la ripetuta narrazione delle violenze sulle popolazioni giacobine nel Molise. Nulla di nuovo, nessun documento sensazionale. Solo un replay, peraltro fuori anniversari dopo l'orgia di pubblicazioni, soprattutto su Eleonora Pimentel Fonseca, che ci travolse nel 1999, anno del bicentenario.
In rete, impazzano le valutazioni sulla Repubblica partenopea, che fu voluta dai francesi e protetta per i sei suoi mesi di vita dalle armi del generale Championnet. Su quelle vicende, pesa molto l'eredità e la lettura che ne fece Benedetto Croce. Il filosofo e storico, che partecipò anche alla fattura del famoso albo pubblicato in occasione del centenario nel 1899, considerò i patrioti della Repubblica, messi a morte dopo il ritorno a Napoli dei Borbone, gli antesignani del Risorgimento. Nel cercare una premessa meridionale all'unificazione, Croce si aggrappò al 1799 che avrebbe anticipato gli ideali unitari.
Peccato che testimoni dell'epoca, come Pietro Colletta e Vincenzo Cuoco, certamente non schierati ciecamente con i Borbone, raccontarono le contraddizioni, le caratteristiche "passive" di una rivoluzione che non fu rivoluzione, ma elitaria occupazione di potere in nome degli ideali francesi. 
Chi era quel popolo che i patrioti volevano emancipare, senza conoscerlo? Erano lazzari e gente povera che, per ben due giorni, si fecero massacrare dai cannoni francesi. Il generale Championnet non riuscì ad entrare agevolmente a Napoli, come gli avevano assicurato. Fu costretto a combattere: i lazzari difendevano la loro città, il loro re, i riferimenti ideali cui si rifacevano. Alla fine, fu lo stesso Championnet a lodarne il coraggio.
I martiri del '99 sono il condensato della nostra retorica storica, ma anche l'appiglio della cultura laica, contrapposta a quello che si definisce oscurantismo condito da ignoranza popolare. Fin quando la polemica è su questo piano, il dibattito non può che essere fertile. E' l'eterno discorrere sulla presenza e influenza nella città della Napoli plebea, su cui anche la Ortese ha lasciato pagine memorabili.
Poi, però, ci sono le manipolazioni storiche. Come le vicende della congiura dei fratelli Baccher, la fuga codarda dei Borbone (come se anche i Savoia, in quegli anni, non siano fuggiti in Sardegna all'arrivo dei francesi), le stragi dell'armata sanfedista. Quella di Ruffo fu una scommessa, partita con pochi suoi contadini e poi arrivata ad 80mila uomini. Tra questi, poche decine di albanesi, che vivevano già stabilmente in Calabria e non erano di certo mercenari stranieri.
Certo, l'avanzata non fu cammino da educande. Le violenze e le uccisioni furono la regola. Ma i sanguinari non si trovavano certo da una parte sola. Sanfedisti e giacobini si comportarono con la stessa spietatezza, con la stessa cecità. Gennaro De Crescenzo pubblicò anni fa un testo: "L'altro 1799: i fatti". In appendice, decine di documenti di sentenze giacobine di morte nei confronti di fedeli dei Borbone. A Mercogliano, Caserta, Ceglie, Carbonara, Bacoli, Benevento, Briano, Nola, Pomigliano, Pagani, tanto per citare qualche località, i giacobini, coperti dalle armi francesi, furono sanguinari e non certo teneri con i fedeli dei Borbone. Il popolo.
E allora, cos'è la storia? Narrazione di vicende, interpretazione di avvenimenti sulla base di sensibilità nuove e documenti. Senza dimenticare il contesto in cui i fatti si svolsero. E quello del 1799 era un contesto storico che, nonostante la Rivoluzione francese di dieci anni prima, era ancora dominato da sovrani di monarchie assolute. Dopo 15 anni, anche Napoleone fu sconfitto da quelle monarchie in armi. E l'Inghilterra, che tanto influenzò l'unità d'Italia, era contro i francesi in appoggio ai Borbone meridionali. Tanto che fu Nelson a volere, contro il parere di Ferdinando IV, l'uccisione dei patrioti che si erano arresi.
Ma tant'è. Non si tratta di rivalutare nessun passato, né dinastie superate. Si tratta solo di raccontare che le guerre travolgono tutti, la violenza non è mai da una parte sola. Se poi, oggi, si vuole affermare che la cultura laica, intesa come apertura e dialettica del confronto, è da preferire all'oscurantismo e all'assolutismo delle convinzioni (qualunque esse siano), non si può che essere d'accordo. Ma questo è altro discorso, su cui la lettura della storia, intesa come difesa di posizioni di potere, c'entra poco. 

lunedì 13 maggio 2013

Lo sbarco di Garibaldi a Marsala e l'Italia dei miti e delle false epopee


di Gigi Di Fiore
Fonte:Il Mattino

E chi se lo ricorda più che, a maggio di 153 anni fa, Garibaldi arrivò in Sicilia. Certo, non è più tempo di feste, celebrazioni, ricordi come nel 2010. Solo 3 anni fa, il presidente Giorgio Napolitano inaugurò le grandi kermesse sui 150 anni di unità. Ora, abbiamo altro per la testa.

I 1089 di Giuseppe Garibaldi sbarcarono a Marsala l'11 maggio del 1860. Meno di due ore, con le distrazioni delle navi della Marina delle Due Sicilie e le imbarcazioni inglesi a ostacolare di fatto qualsiasi intervento armato, per l'abbandono dei piroscafi "Lombardo" e "Piemonte". Oltre ai garibaldini, con le loro barche i pescatori marsalesi trasportarono a terra anche 51 colli e 22 ballotti, armi e munizioni. Sette barche di Stefano Parrinello, una dello stabilimento inglese Ingham e due dell'azienda vinicola Florio. I traghettatori furono ricompensati dal Comune, otto mesi dopo, con 20 tarì ciascuno.

Quale spedizione fu più eroica di quella nel nostro Risorgimento? Quale impresa si prestò, più della conquista del Mezzogiorno d'Italia, a farsi epopea dell'unità italiana?. Senza i francesi, cosa sarebbe stata la Seconda guerra d'indipendenza? E la Terza senza i prussiani? Non restava che la spedizione di Garibaldi a dare corpo all'epica del Risorgimento di cui avevamo bisogno, per sentirci orgogliosi.

In quell'impresa, c'erano tutte le caratteristiche belle e pronte per creare un mito: pochi contro molti, barbarie contro civiltà, buoni contro cattivi. Nacque l'incredibile Spedizione dei Mille.

Italiani contro gli stranieri che occupavano il Sud? Con i garibaldini c'erano 800 volontari inglesi, francesi, ungheresi. Nell'esercito di Francesco II di Borbone c'erano 4000 Esteri, in gran parte bavaresi, su 50mila uomini. Ma nelle corrispondenze garibaldine, si parla quasi sempre e solo di "odiati bavari". La storia è così.

E noi avevamo tanto bisogno di un mito, una religione laica che ci unisse in un'identità italiana allora inesistente: epopee, giorni celebrativi, inni, luoghi di culto patriottico. Simbologie, insomma, forme per riempire un sentire limitato a pochi. Lo sostenne anche Francesco Crispi, nel motivare il no alla cremazione del corpo di Garibaldi nel 1882, contro le sue volontà.

Di rituali ci siamo poi cibati molto in 152 anni. L'idea di Nazione, lontana ai più, venne imposta con più convinzione dal fascismo. C'è chi, come il professore inglese Duggan, nega che esista un'unica identità italiana. Siamo diventati Nazione unitaria, per interessi soprattutto inglesi e francesi. Dall'alto e con irripetibili contingenze internazionali. Da Marsala, in quel maggio fatale, cominciò l'annessione più controversa: quella delle regioni meridionali, per 7 secoli regno autonomo.

Tutto iniziò con quei 1089. Anche se, in una lettera affidata al vice console inglese Cossins a Marsala, il 15 maggio 1860 Stefano Turr scriveva: "Abbiamo più di 15mila uomini". Ma a scuola ci hanno sempre detto che i nostri eroi, biondi, alti e belli, erano solo mille contro 50mila. E' la nostra storia.


.
Leggi tutto »

di Gigi Di Fiore
Fonte:Il Mattino

E chi se lo ricorda più che, a maggio di 153 anni fa, Garibaldi arrivò in Sicilia. Certo, non è più tempo di feste, celebrazioni, ricordi come nel 2010. Solo 3 anni fa, il presidente Giorgio Napolitano inaugurò le grandi kermesse sui 150 anni di unità. Ora, abbiamo altro per la testa.

I 1089 di Giuseppe Garibaldi sbarcarono a Marsala l'11 maggio del 1860. Meno di due ore, con le distrazioni delle navi della Marina delle Due Sicilie e le imbarcazioni inglesi a ostacolare di fatto qualsiasi intervento armato, per l'abbandono dei piroscafi "Lombardo" e "Piemonte". Oltre ai garibaldini, con le loro barche i pescatori marsalesi trasportarono a terra anche 51 colli e 22 ballotti, armi e munizioni. Sette barche di Stefano Parrinello, una dello stabilimento inglese Ingham e due dell'azienda vinicola Florio. I traghettatori furono ricompensati dal Comune, otto mesi dopo, con 20 tarì ciascuno.

Quale spedizione fu più eroica di quella nel nostro Risorgimento? Quale impresa si prestò, più della conquista del Mezzogiorno d'Italia, a farsi epopea dell'unità italiana?. Senza i francesi, cosa sarebbe stata la Seconda guerra d'indipendenza? E la Terza senza i prussiani? Non restava che la spedizione di Garibaldi a dare corpo all'epica del Risorgimento di cui avevamo bisogno, per sentirci orgogliosi.

In quell'impresa, c'erano tutte le caratteristiche belle e pronte per creare un mito: pochi contro molti, barbarie contro civiltà, buoni contro cattivi. Nacque l'incredibile Spedizione dei Mille.

Italiani contro gli stranieri che occupavano il Sud? Con i garibaldini c'erano 800 volontari inglesi, francesi, ungheresi. Nell'esercito di Francesco II di Borbone c'erano 4000 Esteri, in gran parte bavaresi, su 50mila uomini. Ma nelle corrispondenze garibaldine, si parla quasi sempre e solo di "odiati bavari". La storia è così.

E noi avevamo tanto bisogno di un mito, una religione laica che ci unisse in un'identità italiana allora inesistente: epopee, giorni celebrativi, inni, luoghi di culto patriottico. Simbologie, insomma, forme per riempire un sentire limitato a pochi. Lo sostenne anche Francesco Crispi, nel motivare il no alla cremazione del corpo di Garibaldi nel 1882, contro le sue volontà.

Di rituali ci siamo poi cibati molto in 152 anni. L'idea di Nazione, lontana ai più, venne imposta con più convinzione dal fascismo. C'è chi, come il professore inglese Duggan, nega che esista un'unica identità italiana. Siamo diventati Nazione unitaria, per interessi soprattutto inglesi e francesi. Dall'alto e con irripetibili contingenze internazionali. Da Marsala, in quel maggio fatale, cominciò l'annessione più controversa: quella delle regioni meridionali, per 7 secoli regno autonomo.

Tutto iniziò con quei 1089. Anche se, in una lettera affidata al vice console inglese Cossins a Marsala, il 15 maggio 1860 Stefano Turr scriveva: "Abbiamo più di 15mila uomini". Ma a scuola ci hanno sempre detto che i nostri eroi, biondi, alti e belli, erano solo mille contro 50mila. E' la nostra storia.


.

mercoledì 24 aprile 2013

Il 25 aprile, le donne "liberate" in Ciociaria e la denuncia di Maria Maddalena Rossi


di Gigi Di Fiore



Fonte: Il Mattino

 Liberazione dai pregiudizi, dai preconcetti, dalle chiusure culturali. Da chi divide la realtà in bianco e nero, senza considerarne anche le sfumature di grigio. Chi guarda la storia da una sola parte e non apre le finestre della propria conoscenza su altri angoli, altri punti di vista.

Arriva di nuovo il 25 aprile, stavolta in un momento di confusione istituzionale, con la necessità di rigenerazione per tutti. Di sicuro, per l'anniversario storico abbonderanno riferimenti, simbologie, richiami a quel giorno di 68 anni fa.

Ci sono sempre aspetti oscuri, scomodi, rimossi su ogni esperienza e vicenda della storia. Anche sulla nostra Liberazione dal nazi-fascismo, al Sud favorita soprattutto dalle truppe anglo-americane, furono versate lacrime di inaspettato dolore, ricordate assai meno di altre.

La Liberazione costò sofferenza anche a soldati senza divisa: i civili. Al Sud, furono scritte pagine ignobili di quella guerra, per le quali non c'è mai stata piena giustizia. Le pagine dei 60mila stupri sulle donne ciociare. Per primo, lo raccontò al grande pubblico Alberto Moravia; dal suo libro fu girato un bellissimo film di De Sica, con premio Oscar alla Loren. Sì, il dramma delle migliaia di donne stuprate in Ciociaria dalle truppe coloniali francesi fu incancellabile. In quelle terre e oltre. Su quelle vicende, la Francia non ha ancora rimosso il segreto di Stato, molti storici francesi continuano a negare o minimizzare l'accaduto. Le ragioni di Stato, costrinsero l'Italia in ginocchio a ridimensionare l'accaduto per farsi accettare dalla comunità internazionale e riconquistare credibilità.

"Lu diavulu passò su noi" raccontarono quelle donne. E per prima fu proprio una donna come loro, comunista coraggiosa eletta nell'Assemblea Costituente, a difenderle: Maria Maddalena Rossi. Fu lei a portare nell'aula parlamentare il dramma di donne offese, umiliate, a volte uccise. Fu lei a dar voce ufficiale alle loro sofferenze, che significarono anni dopo malattie, emarginazioni, suicidi. Denunciò, rivendicò, urlò.

E disse perchè tutti ricordassero, tutti chiedessero conto: "So che vi è chi si finge scandalizzato perché noi prendiamo nel Parlamento e nel Paese la difesa di queste donne. Credo che piuttosto ci si debba scandalizzare perché fra noi vi è chi vorrebbe coprire questa piaga, questo delitto orrendo che fu commesso contro donne inermi, contro giovinette".

Era l'altra faccia della Liberazione, che solo un presidente della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi volle ufficialmente riconoscere nel 2004, assegnando le medaglie d'oro al valor civile a quei comuni devastati dalla furia delle truppe coloniali francesi. Come Esperia, dove in una sola notte le donne stuprate furono 900, come si ricorda nell'atto del capo dello Stato.

Donne come prede in quella come in tutte le guerre. Donne alla mercé dei soldati vincitori. Solo nel 2008 le Nazioni unite riconobbero lo stupro, compiuto dai militari vittoriosi, un "crimine di guerra". Brucia quel ricordo nelle terre ciociare. E anche altrove. Che celebrare la Liberazione sia finalmente occasione di rispetto per tutte le sofferenze di quegli anni e momento di vera riconciliazione nazionale. Difficile, ma sperarlo si può.

Fonte: Il Mattino


.
Leggi tutto »

di Gigi Di Fiore



Fonte: Il Mattino

 Liberazione dai pregiudizi, dai preconcetti, dalle chiusure culturali. Da chi divide la realtà in bianco e nero, senza considerarne anche le sfumature di grigio. Chi guarda la storia da una sola parte e non apre le finestre della propria conoscenza su altri angoli, altri punti di vista.

Arriva di nuovo il 25 aprile, stavolta in un momento di confusione istituzionale, con la necessità di rigenerazione per tutti. Di sicuro, per l'anniversario storico abbonderanno riferimenti, simbologie, richiami a quel giorno di 68 anni fa.

Ci sono sempre aspetti oscuri, scomodi, rimossi su ogni esperienza e vicenda della storia. Anche sulla nostra Liberazione dal nazi-fascismo, al Sud favorita soprattutto dalle truppe anglo-americane, furono versate lacrime di inaspettato dolore, ricordate assai meno di altre.

La Liberazione costò sofferenza anche a soldati senza divisa: i civili. Al Sud, furono scritte pagine ignobili di quella guerra, per le quali non c'è mai stata piena giustizia. Le pagine dei 60mila stupri sulle donne ciociare. Per primo, lo raccontò al grande pubblico Alberto Moravia; dal suo libro fu girato un bellissimo film di De Sica, con premio Oscar alla Loren. Sì, il dramma delle migliaia di donne stuprate in Ciociaria dalle truppe coloniali francesi fu incancellabile. In quelle terre e oltre. Su quelle vicende, la Francia non ha ancora rimosso il segreto di Stato, molti storici francesi continuano a negare o minimizzare l'accaduto. Le ragioni di Stato, costrinsero l'Italia in ginocchio a ridimensionare l'accaduto per farsi accettare dalla comunità internazionale e riconquistare credibilità.

"Lu diavulu passò su noi" raccontarono quelle donne. E per prima fu proprio una donna come loro, comunista coraggiosa eletta nell'Assemblea Costituente, a difenderle: Maria Maddalena Rossi. Fu lei a portare nell'aula parlamentare il dramma di donne offese, umiliate, a volte uccise. Fu lei a dar voce ufficiale alle loro sofferenze, che significarono anni dopo malattie, emarginazioni, suicidi. Denunciò, rivendicò, urlò.

E disse perchè tutti ricordassero, tutti chiedessero conto: "So che vi è chi si finge scandalizzato perché noi prendiamo nel Parlamento e nel Paese la difesa di queste donne. Credo che piuttosto ci si debba scandalizzare perché fra noi vi è chi vorrebbe coprire questa piaga, questo delitto orrendo che fu commesso contro donne inermi, contro giovinette".

Era l'altra faccia della Liberazione, che solo un presidente della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi volle ufficialmente riconoscere nel 2004, assegnando le medaglie d'oro al valor civile a quei comuni devastati dalla furia delle truppe coloniali francesi. Come Esperia, dove in una sola notte le donne stuprate furono 900, come si ricorda nell'atto del capo dello Stato.

Donne come prede in quella come in tutte le guerre. Donne alla mercé dei soldati vincitori. Solo nel 2008 le Nazioni unite riconobbero lo stupro, compiuto dai militari vittoriosi, un "crimine di guerra". Brucia quel ricordo nelle terre ciociare. E anche altrove. Che celebrare la Liberazione sia finalmente occasione di rispetto per tutte le sofferenze di quegli anni e momento di vera riconciliazione nazionale. Difficile, ma sperarlo si può.

Fonte: Il Mattino


.

giovedì 7 febbraio 2013

Nord? Sud?: “E’ fallito un modello di sviluppo…”


Parliamo di Mezzogiorno con Gigi Di Fiore, giornalista e scrittore. Tra storia e attualità.  Inviato speciale a Il Mattino di Napoli, Di Fiore è autore di diversi libri, tra cui  “Controstoria dell’Unità d’Italia – Fatti e Misfatti del Risorgimento”(Rizzoli, 2007) e L’impero, traffici, storie e segreti dell’occulta e potente mafia dei casalesi(Rizzoli, 2008),  la prima e fino ad oggi unica storia della criminalità organizzata in provincia di Caserta, tra i libri più venduti in Italia per le collane di saggistica.
Gigi di Fiore
L’ ultimo suo lavoro è “Controstoria della Liberazione – Le stragi e i crimini dimenticati degli Alleati nell’Italia del sud”, pubblicato sempre con Rizzoli nell’aprile del 2012.
Il suo ultimo libro affronta un tema per così dire “scomodo”: quello dei crimini commessi dagli Alleati nel Mezzogiorno. Qual è il significato storico – politico di quegli avvenimenti, anche in rapporto all’attuale condizione del Sud?
Ho cercato di raccontare come i diversi modi in cui le due aree dell’Italia, centro-nord e sud, furono liberate dal nazi-fascismo accentuarono, alla ripresa, squilibri obiettivi. Faccio un esempio: il Sud, per i massicci bombardamenti che precedettero lo sbarco anglo-americano, si ritrovò con il 64 per cento dell’apparato industriale distrutto. In più, l’utilizzo delle famigerate Am-lire per le transazioni tra liberatori e popolazione locale scatenò un’inflazione selvaggia nelle regioni meridionali: quei soldi erano carta straccia che non rifletteva una produzione reale. Solo esempi. Da noi, in sostanza, ho cercato anche di raccontare, la liberazione costò di più in termini di sofferenze e sangue sui “militari senza divisa”: i civili. Diversa fu la storia al Nord, dove operò un movimento partigiano organizzato e le dinamiche furono differenti.
Il Mezzogiorno, la sua storia, sono da sempre al centro dei suoi interessi di giornalista e di storico. Anche Lei pensa che molti dei problemi di oggi siano il frutto della Malaunità?
Sono convinto che nella nostra storia si ritrovino le spiegazioni di tanti malesseri e squilibri attuali delle nostre aree. Per questo, mi sono dedicato allo studio e alla narrazione di quelli che vengono ritenuti i due momenti fondanti del nostro Paese: Risorgimento e Liberazione. Nelle dinamiche di quei periodi, si trovano molti perché sull’oggi del nostro Sud.
E’ possibile parlare di fallimento della prospettiva unitaria del paese?
L’unità fu fatta in fretta, senza consenso diffuso e con la violenza imposta da piccole elite, con disinteresse nei confronti delle peculiarità delle differenti aree messe insieme. Un disegno irrealistico che mostrò molte crepe da subito, produsse una sanguinosa guerra civile, il brigantaggio, lasciò a metà le ansie di giustizia sociale. Rimasero sconfitti i democratici, i repubblicani, i meridionali.
In questi giorni sta tenendo banco la rivendicazione della Lega Nord di trattenere il 75% delle tasse nelle regioni. C’è chi dice che si tratta di una mera trovata propagandistica, che non cambierebbe di molto la situazione attuale, c’è chi invece considera la sua concretizzazione come l’anticamera della secessione. Qual è la sua opinione?
Mi sembra una grande truffa. Faccio qualche esempio. Molte aziende hanno sede legale al Nord e realtà produttive al Sud, perché si devono calcolare le tassazioni da loro versate a favore delle regioni settentrionali? Ancora: tanti istituti di credito raccolgono risparmi al Sud e poi finanziano imprese del Nord, dov’è il riequilibrio e la giustizia? E poi tutti i meridionali che si formano al Sud, a spese nostre, e poi vanno a lavorare al Nord, chi rimborsa e riequilibra l’investimento della formazione fatta nell’Italia meridionale? E, per concludere: cosa farebbero le imprese del Nord, senza il mercato meridionale?
L’ultimo Rapporto Svimez, a proposito del futuro del Mezzogiorno, ha messo l’accento sulla  “desertificazione industriale e segregazione occupazionale” e ha ipotizzato  un arco di tempo di 400 anni per superare il gap con le regioni settentrionali. Crede che sia una prospettiva ineluttabile oppure si può immaginare un diverso scenario?
Credo che si sia sbagliato e da considerarsi ormai superato il modello di sviluppo economico su cui ci siamo fiondati, soprattutto negli ultimi anni. L’idea del gigante produttivo è da superare. Il Sud avrebbe dovuto puntare sulle proprie ricchezze, agricole – territoriali – culturali, per ripensarle in termini di iniziative e imprese. Il famoso sviluppo sostenibile, anche con iniziative legate alle nuove tecnologie, che investa sul territorio, la storia e l’ambiente. Calare dall’alto un modello industriale si è dimostrato ricetta perdente. Si va alla globalizzazione? Bisogna cercare soluzioni diverse per contrastarne l’appiattimento con la conseguente sconfitta, puntando sull’identità.
Un’ultima domanda. Sul suo blog “Controstorie”, su Il Mattino, a proposito del Museo Lombroso di Torino e dell’annosa vicenda del cranio del brigante Villella, lei scrive che “la vicenda non è per nulla una polverosa polemica tra accademici che si parlano addosso”. Qual è allora il significato da attribuire alla battaglia di chi chiede la restituzione dei resti del brigante ed anche la chiusura del museo?
Premesso che, come preciso anche nel blog, sono contrario a qualsiasi chiusura di musei o a libri bruciati perché senza conoscere non si può criticare, credo che la restituzione dei resti del brigante sia un atto di umanità. Su quel museo dovrebbero aprirsi dibattiti profondi su certi razzismi, spacciati per scienza, certe non conoscenze tra nord e sud che alimentano fratture e guasti continui.
Fonte: Calabriaonweb

.
Leggi tutto »

Parliamo di Mezzogiorno con Gigi Di Fiore, giornalista e scrittore. Tra storia e attualità.  Inviato speciale a Il Mattino di Napoli, Di Fiore è autore di diversi libri, tra cui  “Controstoria dell’Unità d’Italia – Fatti e Misfatti del Risorgimento”(Rizzoli, 2007) e L’impero, traffici, storie e segreti dell’occulta e potente mafia dei casalesi(Rizzoli, 2008),  la prima e fino ad oggi unica storia della criminalità organizzata in provincia di Caserta, tra i libri più venduti in Italia per le collane di saggistica.
Gigi di Fiore
L’ ultimo suo lavoro è “Controstoria della Liberazione – Le stragi e i crimini dimenticati degli Alleati nell’Italia del sud”, pubblicato sempre con Rizzoli nell’aprile del 2012.
Il suo ultimo libro affronta un tema per così dire “scomodo”: quello dei crimini commessi dagli Alleati nel Mezzogiorno. Qual è il significato storico – politico di quegli avvenimenti, anche in rapporto all’attuale condizione del Sud?
Ho cercato di raccontare come i diversi modi in cui le due aree dell’Italia, centro-nord e sud, furono liberate dal nazi-fascismo accentuarono, alla ripresa, squilibri obiettivi. Faccio un esempio: il Sud, per i massicci bombardamenti che precedettero lo sbarco anglo-americano, si ritrovò con il 64 per cento dell’apparato industriale distrutto. In più, l’utilizzo delle famigerate Am-lire per le transazioni tra liberatori e popolazione locale scatenò un’inflazione selvaggia nelle regioni meridionali: quei soldi erano carta straccia che non rifletteva una produzione reale. Solo esempi. Da noi, in sostanza, ho cercato anche di raccontare, la liberazione costò di più in termini di sofferenze e sangue sui “militari senza divisa”: i civili. Diversa fu la storia al Nord, dove operò un movimento partigiano organizzato e le dinamiche furono differenti.
Il Mezzogiorno, la sua storia, sono da sempre al centro dei suoi interessi di giornalista e di storico. Anche Lei pensa che molti dei problemi di oggi siano il frutto della Malaunità?
Sono convinto che nella nostra storia si ritrovino le spiegazioni di tanti malesseri e squilibri attuali delle nostre aree. Per questo, mi sono dedicato allo studio e alla narrazione di quelli che vengono ritenuti i due momenti fondanti del nostro Paese: Risorgimento e Liberazione. Nelle dinamiche di quei periodi, si trovano molti perché sull’oggi del nostro Sud.
E’ possibile parlare di fallimento della prospettiva unitaria del paese?
L’unità fu fatta in fretta, senza consenso diffuso e con la violenza imposta da piccole elite, con disinteresse nei confronti delle peculiarità delle differenti aree messe insieme. Un disegno irrealistico che mostrò molte crepe da subito, produsse una sanguinosa guerra civile, il brigantaggio, lasciò a metà le ansie di giustizia sociale. Rimasero sconfitti i democratici, i repubblicani, i meridionali.
In questi giorni sta tenendo banco la rivendicazione della Lega Nord di trattenere il 75% delle tasse nelle regioni. C’è chi dice che si tratta di una mera trovata propagandistica, che non cambierebbe di molto la situazione attuale, c’è chi invece considera la sua concretizzazione come l’anticamera della secessione. Qual è la sua opinione?
Mi sembra una grande truffa. Faccio qualche esempio. Molte aziende hanno sede legale al Nord e realtà produttive al Sud, perché si devono calcolare le tassazioni da loro versate a favore delle regioni settentrionali? Ancora: tanti istituti di credito raccolgono risparmi al Sud e poi finanziano imprese del Nord, dov’è il riequilibrio e la giustizia? E poi tutti i meridionali che si formano al Sud, a spese nostre, e poi vanno a lavorare al Nord, chi rimborsa e riequilibra l’investimento della formazione fatta nell’Italia meridionale? E, per concludere: cosa farebbero le imprese del Nord, senza il mercato meridionale?
L’ultimo Rapporto Svimez, a proposito del futuro del Mezzogiorno, ha messo l’accento sulla  “desertificazione industriale e segregazione occupazionale” e ha ipotizzato  un arco di tempo di 400 anni per superare il gap con le regioni settentrionali. Crede che sia una prospettiva ineluttabile oppure si può immaginare un diverso scenario?
Credo che si sia sbagliato e da considerarsi ormai superato il modello di sviluppo economico su cui ci siamo fiondati, soprattutto negli ultimi anni. L’idea del gigante produttivo è da superare. Il Sud avrebbe dovuto puntare sulle proprie ricchezze, agricole – territoriali – culturali, per ripensarle in termini di iniziative e imprese. Il famoso sviluppo sostenibile, anche con iniziative legate alle nuove tecnologie, che investa sul territorio, la storia e l’ambiente. Calare dall’alto un modello industriale si è dimostrato ricetta perdente. Si va alla globalizzazione? Bisogna cercare soluzioni diverse per contrastarne l’appiattimento con la conseguente sconfitta, puntando sull’identità.
Un’ultima domanda. Sul suo blog “Controstorie”, su Il Mattino, a proposito del Museo Lombroso di Torino e dell’annosa vicenda del cranio del brigante Villella, lei scrive che “la vicenda non è per nulla una polverosa polemica tra accademici che si parlano addosso”. Qual è allora il significato da attribuire alla battaglia di chi chiede la restituzione dei resti del brigante ed anche la chiusura del museo?
Premesso che, come preciso anche nel blog, sono contrario a qualsiasi chiusura di musei o a libri bruciati perché senza conoscere non si può criticare, credo che la restituzione dei resti del brigante sia un atto di umanità. Su quel museo dovrebbero aprirsi dibattiti profondi su certi razzismi, spacciati per scienza, certe non conoscenze tra nord e sud che alimentano fratture e guasti continui.
Fonte: Calabriaonweb

.

sabato 26 gennaio 2013

SUL "MATTINO" ATTIVO IL BLOG DI GIGI DI FIORE "CONTROSTORIE": Lombroso, il cranio e i cori anti meridionali

Parte da oggi il mio blog sul sito del Mattino. Si chiama "Controstorie", appuntamento quotidiano su storie, attualità, curiosità, polemiche con attenzione, naturalmente, al Mezzogiorno. Si parte con il museo Lombroso, il cranio del brigante Villella e le teorie antimeridionali. Augh! - Gigi Di Fiore




di Gigi Di Fiore







La memoria storica è solo ozioso esercizio per rimestare vecchie vicende da dimenticare? C’è chi lo pensa. Poi si riscopre, ma guarda un po', che la lettura anche dei più piccoli episodi della storia suscita sempre curiosità e poi, udite udite, anche discussioni d’attualità politico-culturale. Così può diventare questione, da discutere in Consiglio comunale, l’attività di un museo di storia scientifica: quello che Cesare Lombroso volle a Torino per raccogliere 904 tra crani, scheletri, cervelli e maschere in cera. Era l’origine dell’antropologia criminale, del brigante e delinquente predestinato per tare ereditarie o condizionamenti climatici. Teorie superate dalla scienza, che radicarono la convinzione che, al sud, i briganti fossero il risultato di degenerazioni etniche. Meridionali delinquenti per nascita. C’è chi vorrebbe che il museo chiudesse, in testa il comitato No-Lombroso con migliaia di adesioni. Su sollecitazioni varie, a maggioranza il Consiglio comunale di Torino ha approvato pochi giorni fa un documento che chiede al museo la restituzione dei reperti agli eredi. Tra scapole e ossa sconosciute, c’è anche il cranio del brigante Giuseppe Villella, calabrese sui cui resti Lombroso eseguì minuziose autopsie nel 1872. La “fossetta del suo cranio era espressione dell’uomo primitivo”, sentenziò il medico torinese. Nessun museo deve chiudere, nessun libro deve essere bruciato, perché per criticare bisogna prima conoscere. Eppure, sul museo e la sua eventuale chiusura va avanti una causa e c'è chi sostiene che i reperti esposti al museo esprimano e radichino pericolosi pregiudizi antimeridionali: il terrone sempre e comunque delinquente predestinato. Insomma, la vicenda non è per nulla una polverosa polemica tra accademici che si parlano addosso. Dietro la superficie, c’è materia pulsante: le discussioni sulle giustificazioni delle discriminazioni razziali e i pregiudizi anti meridionali ancora vivi tra senza cervello travestiti da tifosi negli stadi, come nella recente partita tra la Juventus e l'Udinese. Non è roba da poco, se crediamo ancora che esista qualche motivo per difendere l’unità del nostro Paese. Meditiamoci. Ahimé, ancora una volta.

Fonte: Il Mattino


.
Leggi tutto »
Parte da oggi il mio blog sul sito del Mattino. Si chiama "Controstorie", appuntamento quotidiano su storie, attualità, curiosità, polemiche con attenzione, naturalmente, al Mezzogiorno. Si parte con il museo Lombroso, il cranio del brigante Villella e le teorie antimeridionali. Augh! - Gigi Di Fiore




di Gigi Di Fiore







La memoria storica è solo ozioso esercizio per rimestare vecchie vicende da dimenticare? C’è chi lo pensa. Poi si riscopre, ma guarda un po', che la lettura anche dei più piccoli episodi della storia suscita sempre curiosità e poi, udite udite, anche discussioni d’attualità politico-culturale. Così può diventare questione, da discutere in Consiglio comunale, l’attività di un museo di storia scientifica: quello che Cesare Lombroso volle a Torino per raccogliere 904 tra crani, scheletri, cervelli e maschere in cera. Era l’origine dell’antropologia criminale, del brigante e delinquente predestinato per tare ereditarie o condizionamenti climatici. Teorie superate dalla scienza, che radicarono la convinzione che, al sud, i briganti fossero il risultato di degenerazioni etniche. Meridionali delinquenti per nascita. C’è chi vorrebbe che il museo chiudesse, in testa il comitato No-Lombroso con migliaia di adesioni. Su sollecitazioni varie, a maggioranza il Consiglio comunale di Torino ha approvato pochi giorni fa un documento che chiede al museo la restituzione dei reperti agli eredi. Tra scapole e ossa sconosciute, c’è anche il cranio del brigante Giuseppe Villella, calabrese sui cui resti Lombroso eseguì minuziose autopsie nel 1872. La “fossetta del suo cranio era espressione dell’uomo primitivo”, sentenziò il medico torinese. Nessun museo deve chiudere, nessun libro deve essere bruciato, perché per criticare bisogna prima conoscere. Eppure, sul museo e la sua eventuale chiusura va avanti una causa e c'è chi sostiene che i reperti esposti al museo esprimano e radichino pericolosi pregiudizi antimeridionali: il terrone sempre e comunque delinquente predestinato. Insomma, la vicenda non è per nulla una polverosa polemica tra accademici che si parlano addosso. Dietro la superficie, c’è materia pulsante: le discussioni sulle giustificazioni delle discriminazioni razziali e i pregiudizi anti meridionali ancora vivi tra senza cervello travestiti da tifosi negli stadi, come nella recente partita tra la Juventus e l'Udinese. Non è roba da poco, se crediamo ancora che esista qualche motivo per difendere l’unità del nostro Paese. Meditiamoci. Ahimé, ancora una volta.

Fonte: Il Mattino


.

giovedì 27 dicembre 2012

Nuova copertina per lo storico testo di Di Fiore


La copertina di Controstoria dell'unità d'Italia, nell'edizione che sarà

allegata al numero di Focus storia in edicola dal 29 dicembre 2012

(numero di gennaio 2013).




Fonte : Gigi Di Fiore

.
Leggi tutto »

La copertina di Controstoria dell'unità d'Italia, nell'edizione che sarà

allegata al numero di Focus storia in edicola dal 29 dicembre 2012

(numero di gennaio 2013).




Fonte : Gigi Di Fiore

.

sabato 15 dicembre 2012

11 dicembre 2012, dibattito fra Alessandro Barbero e Gigi Di Fiore, moderatore Massimo Novelli, sul libro "Prigionieri dei Savoia.

1
http://www.youtube.com/watch?v=4bt3MJnJZ2I 2
2
http://www.youtube.com/watch?v=M-AikyTsxuI 3
3

http://www.youtube.com/watch?v=o3qlYLQ8ywQ 4
4

http://www.youtube.com/watch?v=rl9Il8cMNt8

 Libreria La Torre di Abele, 11 dicembre 2012, dibattito fra Alessandro Barbero e Gigi Di Fiore, moderatore Massimo Novelli, sul libro "Prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle".




.


Leggi tutto »
1
http://www.youtube.com/watch?v=4bt3MJnJZ2I 2
2
http://www.youtube.com/watch?v=M-AikyTsxuI 3
3

http://www.youtube.com/watch?v=o3qlYLQ8ywQ 4
4

http://www.youtube.com/watch?v=rl9Il8cMNt8

 Libreria La Torre di Abele, 11 dicembre 2012, dibattito fra Alessandro Barbero e Gigi Di Fiore, moderatore Massimo Novelli, sul libro "Prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle".




.


sabato 20 ottobre 2012

Controstoria della Liberazione, presentazione all'Appuntamento Rai 1

Controstoria della Liberazione: Gigi Di Fiore parla del suo libro su Rai 1 nel corso del programma L'Appuntamento, condotto da Gigi Marzullo.

  https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=7ny0lczoGok


Su Rai 1 il 19 ottobre 2012, nel corso del programma condotto da Gigi Marzullo, Gigi Di Fiore parla del suo libro, scritto per la Rizzoli, sulle stragi e i crimini dimenticati degli alleati nell'Italia del sud in prossimità della celebrazione dei 70 anni dal 1943

.
Leggi tutto »
Controstoria della Liberazione: Gigi Di Fiore parla del suo libro su Rai 1 nel corso del programma L'Appuntamento, condotto da Gigi Marzullo.

  https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=7ny0lczoGok


Su Rai 1 il 19 ottobre 2012, nel corso del programma condotto da Gigi Marzullo, Gigi Di Fiore parla del suo libro, scritto per la Rizzoli, sulle stragi e i crimini dimenticati degli alleati nell'Italia del sud in prossimità della celebrazione dei 70 anni dal 1943

.

giovedì 13 settembre 2012

Assegnato a Gigi Di Fiore per il libro "Controstoria della Liberazione" il Premio FiuggiStoria per la sezione saggistica

Il Partito del Sud si complimenta con Gigi Di Fiore, membro della Commissione Cultura del nostro Partito,  per il meritatissimo e prestigioso premio a conferma della sua sublime ed instancabile opera di divulgazione della verità storica .


Il Premio FiuggiStoria per la sezione saggistica è stato assegnato a "Controstoria della Liberazione" di Gigi Di Fiore, edito da Rizzoli. Per le altre sezioni, sono risultati vincitori Mario Avagliano con "Il partigiano Montezemolo" (sezione biografie) e Franco Forte con "Il segno dell'untore" (sezione romanzo storico). La cerimonia di consegna il 22 settembre prossimo nella sala consiliare del Comune di Fiuggi.

.
Leggi tutto »
Il Partito del Sud si complimenta con Gigi Di Fiore, membro della Commissione Cultura del nostro Partito,  per il meritatissimo e prestigioso premio a conferma della sua sublime ed instancabile opera di divulgazione della verità storica .


Il Premio FiuggiStoria per la sezione saggistica è stato assegnato a "Controstoria della Liberazione" di Gigi Di Fiore, edito da Rizzoli. Per le altre sezioni, sono risultati vincitori Mario Avagliano con "Il partigiano Montezemolo" (sezione biografie) e Franco Forte con "Il segno dell'untore" (sezione romanzo storico). La cerimonia di consegna il 22 settembre prossimo nella sala consiliare del Comune di Fiuggi.

.

venerdì 3 agosto 2012

Controstoria della Liberazione alla rubrica Lo Scaffale




http://www.youtube.com/watch?v=DhEyaORTaK0

 Gigi Di Fiore ospite di Carlo Gallucci nel programma di presentazione libri di Canale 5. Si parla dell'ultimo saggio pubblicato con la Rizzoli, sulle stragi e i crimini dimenticati degli alleati nell'Italia del Sud. .
Leggi tutto »



http://www.youtube.com/watch?v=DhEyaORTaK0

 Gigi Di Fiore ospite di Carlo Gallucci nel programma di presentazione libri di Canale 5. Si parla dell'ultimo saggio pubblicato con la Rizzoli, sulle stragi e i crimini dimenticati degli alleati nell'Italia del Sud. .

venerdì 27 luglio 2012

Su "La Nuova Ferrara" si parla dell'ultimo libro di Gigi Di Fiore: Le stragi degli Alleati nel sud dimenticate dalla storia



DI PIER VITTORIO BUFFA
Non c'è dubbio che il lavoro del giornalista scrittore Gigi Di Fiore (Controstoria della Liberazione - Le stragi e i crimini dimenticati degli Alleati nell'Italia del sud, Rizzoli, 356 pagine, 19 euro) è uno di quelli che sorprende. In oltre trecento pagine mette in fila fatti noti e meno noti, delitti e misfatti, stupri e violenze.
Con il rigore del cronista e la profondità dello storico ci prende per mano e ci porta dalle spiagge siciliane dove sbarcarono gli alleati nel luglio del 1943 su su fino alla linea Gustav, ai paesi distrutti dalla battaglia di Monte Cassino, alla Napoli occupata.
Ci porta per mano e ci racconta come chi sta dietro le quinte di uno spettacolo teatrale e vede quello che succede quando il pubblico non vede.
Documenta le stragi di cui si sono macchiati gli americani in Sicilia: uccisioni in massa di soldati e cittadini inermi o, ancora peggio, prigionieri.
I bombardamenti sui centri abitati anche dopo l'armistizio. E poi le violenze efferate dei soldati marocchini in Ciociaria: migliaia di donne stuprate dai militari vittoriosi.
A quel dramma Di Fiore dedica la quarta di copertina dove riporta il passo più agghiacciante del discorso che fece ai soldati nordafricani il generale francese Alphoinse Juin il 14 maggio 1944: “Oltre quei monti, oltre quei nemici che stanotte ucciderete, c'è una terra ricca di donne, di vino, di case. Se voi riuscirete a passare senza lasciare vivo un solo nemico, il vostro generale vi promette che tutto quello che troverete sarà vostro, a vostro piacimento e volontà. Per cinquanta ore”.
Spiega Di Fiore: “Quanto accadde nel 1944 in Ciociaria o nel 1943 in Sicilia e poi a Napoli non è solo l'emblema degli orrori che una guerra può produrre, ma anche il simbolo esemplificativo di come il sud sia stato calpestato e violato durante la grande tragedia della Seconda guerra mondiale”. E' per questo che Controstoria della Liberazione va visto come un mattone importante nel mantenimento della memoria.
Quasi contemporaneamente agli stupri in Ciociaria, solo un po' più a nord, i soldati tedeschi sterminavano migliaia di cittadini italiani inermi.
Un unico filo di dolore e sangue che ha unito tutta l'Italia dal ragusano alle Alpi.
E che non va dimenticato. Senza sconti per i vinti, ma nemmeno per i vincitori.
E con tanto, tanto rispetto per chi ne è stato vittima.


.
Leggi tutto »


DI PIER VITTORIO BUFFA
Non c'è dubbio che il lavoro del giornalista scrittore Gigi Di Fiore (Controstoria della Liberazione - Le stragi e i crimini dimenticati degli Alleati nell'Italia del sud, Rizzoli, 356 pagine, 19 euro) è uno di quelli che sorprende. In oltre trecento pagine mette in fila fatti noti e meno noti, delitti e misfatti, stupri e violenze.
Con il rigore del cronista e la profondità dello storico ci prende per mano e ci porta dalle spiagge siciliane dove sbarcarono gli alleati nel luglio del 1943 su su fino alla linea Gustav, ai paesi distrutti dalla battaglia di Monte Cassino, alla Napoli occupata.
Ci porta per mano e ci racconta come chi sta dietro le quinte di uno spettacolo teatrale e vede quello che succede quando il pubblico non vede.
Documenta le stragi di cui si sono macchiati gli americani in Sicilia: uccisioni in massa di soldati e cittadini inermi o, ancora peggio, prigionieri.
I bombardamenti sui centri abitati anche dopo l'armistizio. E poi le violenze efferate dei soldati marocchini in Ciociaria: migliaia di donne stuprate dai militari vittoriosi.
A quel dramma Di Fiore dedica la quarta di copertina dove riporta il passo più agghiacciante del discorso che fece ai soldati nordafricani il generale francese Alphoinse Juin il 14 maggio 1944: “Oltre quei monti, oltre quei nemici che stanotte ucciderete, c'è una terra ricca di donne, di vino, di case. Se voi riuscirete a passare senza lasciare vivo un solo nemico, il vostro generale vi promette che tutto quello che troverete sarà vostro, a vostro piacimento e volontà. Per cinquanta ore”.
Spiega Di Fiore: “Quanto accadde nel 1944 in Ciociaria o nel 1943 in Sicilia e poi a Napoli non è solo l'emblema degli orrori che una guerra può produrre, ma anche il simbolo esemplificativo di come il sud sia stato calpestato e violato durante la grande tragedia della Seconda guerra mondiale”. E' per questo che Controstoria della Liberazione va visto come un mattone importante nel mantenimento della memoria.
Quasi contemporaneamente agli stupri in Ciociaria, solo un po' più a nord, i soldati tedeschi sterminavano migliaia di cittadini italiani inermi.
Un unico filo di dolore e sangue che ha unito tutta l'Italia dal ragusano alle Alpi.
E che non va dimenticato. Senza sconti per i vinti, ma nemmeno per i vincitori.
E con tanto, tanto rispetto per chi ne è stato vittima.


.

mercoledì 4 luglio 2012

Esce in Italia il libro di Gigi Di Fiore sulle stragi degli alleati nell'Italia del sud tra il 1944 e il 1945




di Sergio Di Cori Modigliani
Fonte:http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2012/06/esce-in-italia-il-libro-di-gigi-di.html?spref=fb 

Gigi Di Fiore è un giornòrico. Un animale italiano.
Una specie rara, mutuata dalla cultura britannica, che da noi, in Italia, ha trovato un ambiente favorevole nel quale innestarsi e proliferare. Purtroppo in via di estinzione. Gli animali che appartengono a questa specie hanno una natura doppia e parallela: sono topi di biblioteca, perché amano il lavoro di documentazione, di archivio, la ricerca delle fonti, le verifiche, i controlli, e sono in grado di trascorrere un lunghissimo periodo nel silenzio e nella solitudine delle biblioteche specializzate pur di scovare quel foglietto che consentirà loro di poter sostenere o rigettare una certa tesi. E’ il lavoro dello storico. Poi c’è l’altro: legato all’attualità, alla cronaca, alla narrativa esistenziale delle persone, dove il fascino sta nel sentirsi partecipi della precarietà dell’esistenza e assaporare il gusto della consapevolezza che i propri articoli hanno un valore che dura soltanto lo spazio di un mattino, perché il giorno dopo finiscono per avvolgere il pesce al mercato. E questo è il lavoro del cronista, del giornalista professionista di quotidiano.
In Italia, questa specie, che dovrebbe essere cautelata e protetta da un immaginario fondo bio-culturale finanziato dalla presidenza del consiglio dei ministri, ha avuto nel passato dei grandi protagonisti, da Curzio Malaparte a Mario Panunzio, da Indro Montanelli a Enzo Biagi, da Giorgio Bocca a Giampaolo Pansa.
Gigi Di Fiore appartiene a questa categoria, quelli sono i suoi colleghi di specie.
Storico meridionalista affermato, si è occupato spesso di problemi inerenti alla sua zona originaria, la Campania, nel tentativo di fornire una lettura diversa da quella ufficiale, come ad esempio in un suo precedente libro, “Controstoria del Risorgimento”. Ma allo stesso tempo, egli è un giornalista, inviato speciale de il quotidiano napoletano “Il Mattino”, e quindi segue il polso degli umori della nazione perché valuta, relaziona e riferisce al pubblico ciò che accade ogni giorno nella realtà vera, non virtuale.
Certe volte, gli animali giornorici, come lui, hanno anche una terza immagine, quella del romanziere, che in realtà è la sintesi delle altre due facce, quella dello storico e del giornalista. Tant’è che in una sua fortunata produzione letteraria, uscita dall’editore Grimaldi (“Gli ultimi fuochi di Gaeta 1860-1861”) Gigi Di Fiore ha scritto un’opera di fantasia, un romanzo risorgimentale, dove la cronaca e la storia si fondono nella libertà della narrazione consentita dalla scelta del mezzo. E il risultato è davvero ottimo.

E’ uscito da poco la sua ultima fatica “Controstoria della Liberazione”, èdito da Rizzoli, un libro che si occupa di analizzare il fenomeno (dal punto di vista storico) dell’occupazione americana nel meridione italiano nell’arco 1944-1945 quando gli americani ci liberarono dall’invasione nazista. E va da sé, Di Fiore lo fa come se fosse stato inviato oggi dal suo quotidiano Il Mattino in una immaginaria corrispondenza nel passato. Una storia diversa, non ufficiale, che ci racconta obbrobri, collusioni, stragi, stupri, eventi sottaciuti, aneddoti storici documentati, che sono succosi e stimolanti per aprire un dibattito, oggi più vivo che mai, su ciò che è accaduto in Italia e sui fondamenti della nostra repubblica. Uno strumento culturale davvero molto utile, che consiglio a tutti.

Lo storico-giornalista Gigi Di Fiore, molto gentilmente, mi ha concesso quest’intervista per il blog, che io condivido qui con tutti voi.





D: Perchè, questo libro, adesso?
R: Ho scritto questo libro in questo momento, come continuazione del mio lavoro di controstoria sul Risorgimento. L’altro periodo storico fondamentale per l’Italia è stata la Resistenza-liberazione e allora ho sentito la necessità di vedere se, come nel 1861, anche nel 1943 si sono verificate vicende poco chiare che hanno alimentato squilibri tra nord e sud. Senza dimenticare che, il prossimo anno, saranno 70 anni dall’8 settembre e sicuramente si moltiplicheranno pubblicazioni su quel periodo. Ho un po’ anticipato l’onda, come già feci per il Risorgimento.


D: Le risulta che gli alleati si sono comportati nello stesso modo anche nell'Italia settentrionale? Se sì, come mai non se n'è mai parlato? Se no, perchè?
R: Non ho in verità approfondito i comportamenti degli alleati nell’Italia settentrionale. Di certo, e ne parlo anche nel mio libro, il corpo di spedizione coloniale francese compì stupri su donne anche in Toscana. Sicuramente, però, la Resistenza e le formazioni partigiane nel centro-nord hanno contribuito a limitare comportamenti da occupanti-vincitori degli alleati nelle regioni settentrionali. Non va dimenticato che nel Mezzogiorno per due anni ci fu una forma di occupazione anglo-americana e come occupanti si comportarono gli alleati, con tutte le degenerazioni e gli atteggiamenti violenti e prevaricatori che ciò comporta. Al sud non ci fu Resistenza, ma solo occupazione alleata in attesa della completa sconfitta del nazifascismo in Italia.


D:  Esiste ancora una questione meridionale? E' mai esistita? Se esiste ancora, ed è un problema, perchè secondo lei non è stata mai affrontata in modo tale da tentare di risolverla?
R: La questione meridionale fu posta come problema eccezionale vent’anni dopo l’unità. Le politiche economiche unitarie nord centriche, i comportamenti delle classi dirigenti meridionali che cercavano di difendere poteri e squilibri sociali contribuirono a creare una vera “questione”. Un tema affrontato sempre con leggi eccezionali, con paternalismo, con diffidenza, con atteggiamenti clientelari e la connivenza a mantenere lo status quo dei latifondisti e dei politici del sud.


D:  Se lei si trovasse, come giornalista, a un dibattito televisivo e avesse davanti Cavour, il quale con entusiasmo sostiene che adesso che l'Italia è fatta basta fare gli italiani, lei, che cosa gli direbbe?
R: Che probabilmente gli italiani tra loro si conoscono ancora poco e ragionano con pregiudizi e luoghi comuni. Basterebbe diffondere più conoscenza, anche sui processi storici che portarono all’unità nelle diverse aree del Paese, per creare uno spirito unico e cercare, se ce ne sono, ancora le ragioni che ci spingono a difendere l’unità nazionale.


D:  Perchè, secondo lei, pochissimi -per non dire nessuno se si fa eccezione di Curzio Malaparte e in parte Michele Prisco- ha mai avuto l'ardore o l'ardire di denunciare ciò che lei ha fatto nel suo libro?
R:  Per motivi di politica internazionale. Siamo stati dei vinti nella seconda guerra mondiale, dovevamo farci accettare tra le grandi potenze del dopo guerra, mondandoci dal peccato originale di essere stati alleati della Germania nazista. Coprire le storture compiute dagli alleati sul nostro territorio nazionale è stata quasi una necessità da realismo politico, in un’ottica anche di lettura storica che vede divisioni tra bianco e nero. La storia è invece anche grigio.


D:  Lei ritiene, come sostengono diversi storici statunitensi, che il velo di censura storiografica sugli eventi del 1943 nel meridione italiano siano stati un prezzo che l'Italia ha dovuto pagare in cambio del piano Marshall? Se sì, lei pensa che questa possa essere una delle motivazioni alle quali ascrivere il perdurante stato di servilismo alle potenze straniere?
R: Certamente, sono d’accordo. Quei soldi furono poi dirottati in gran parte al nord, perché il sud doveva risarcire le spese che gli occupanti avevano sostenuto nel Mezzogiorno. Sì, il nostro servilismo, i silenzi sono stati il prezzo per farci accettare nel nuovo consesso internazionale. La Francia ancora nega gli stupri e su quegli eventi manterranno il segreto di Stato per altri 40 anni.


D:  Nell'altro libro da lei scritto sulla Controstoria del Risorgimento, la storia delle lotte per l'unità d'Italia vengono presentate secondo un'ottica diversa da quella ufficiale. Perchè? Lei ritiene che ancora oggi non ci sia in Italia la libertà e la possibilità di poter aprire una vertenza critica ed evolutiva sul piano del dibattito culturale su quella fase della nostra Storia? Pensa che sarebbe auspicabile e importante?
R: Credo che ogni approfondimento di verità sia utile alla conoscenza. Per ogni momento della storia. Risorgimento compreso. Oggi si pensa che svelare i retroscena o le brutte pagine di quel periodo significhi mettere in discussione l’unità. Non è così, come ho detto prima la conoscenza può accrescere lo spirito unitario. Non il contrario.


D:  Che cosa bisognerebbe fare, secondo lei, per dare un contributo alla costruzione di un tessuto intellettuale italiano di autentica concordia nazionale tale per cui si possa investirerisorse umane, economiche e intellettive, per dare un contributo alla risoluzione dei problemi del meridione?
R: Bisognerebbe in primo luogo cominciare a combattere certi atteggiamenti culturali meridionali, come l’eccessiva tendenza alla lamentela o la tentazione ad aspettare che altri risolvino i propri problemi. Poi, bisognerebbe far capire a certi settentrionali che non esiste primato intellettuale o civile in alcuna parte del Paese. Insomma, abbattere l’eredità delle teorie lombrosiane, per sentirci tutti parte di una stessa nazione.


D:  Lei pensa che le giovani generazioni meridionali siano al corrente di ciò che è accaduto nel 1943 durante l'invasione americana? Come reagiscono i giovani, oggi, quando leggono questo libro? Secondo lei, come si sentono gli americani, quando lo leggono?
R: Non credo che i giovani ne sappiano molto. Anche per questo ho voluto scrivere questo libro. Gli americani credo siano un popolo che, più di ogni altro, è stato sempre disposto a mettere in discussione la propria storia. Lo hanno fatto per il Vietnam e anche, più lontano, con la riabilitazione del popolo pellerossa. Siamo noi, in Italia, che non riusciamo a fare fino in fondo i conti con la nostra storia, prigionieri di un’etica da buoni e cattivi che non ci fa vedere fino in fondo tutti i pezzi del mosaico del nostro passato. Nel bene e nel male.


D: Le risulta che ci siano stati tentativi, nel meridione, negli ultimi 60 anni, di raccontare le vicende di cui lei parla nel suo libro, oppure è stato steso un velo totale di omertà? Perchè raccontarlo, oggi, può essere importante per la coscienza europea e non soltanto italiana?
R: C’è stata la letteratura, penso a Moravia o a Malaparte. Pochi studi universitari. Nessuno ha messo insieme, in maniera organica, queste vicende. Capire come siamo stati liberati, perché alcune vicende pesano sul nostro Dna e sugli squilibri tra nord e sud può aiutare a formare una maggiore coscienza critica in tutti, facendoci sentire eredi di quell’epoca e consapevolmente cittadini italiani che capiscono più l’oggi perché conoscono come l’Italia arrivò a diventare l’attuale Repubblica.


.
Leggi tutto »



di Sergio Di Cori Modigliani
Fonte:http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2012/06/esce-in-italia-il-libro-di-gigi-di.html?spref=fb 

Gigi Di Fiore è un giornòrico. Un animale italiano.
Una specie rara, mutuata dalla cultura britannica, che da noi, in Italia, ha trovato un ambiente favorevole nel quale innestarsi e proliferare. Purtroppo in via di estinzione. Gli animali che appartengono a questa specie hanno una natura doppia e parallela: sono topi di biblioteca, perché amano il lavoro di documentazione, di archivio, la ricerca delle fonti, le verifiche, i controlli, e sono in grado di trascorrere un lunghissimo periodo nel silenzio e nella solitudine delle biblioteche specializzate pur di scovare quel foglietto che consentirà loro di poter sostenere o rigettare una certa tesi. E’ il lavoro dello storico. Poi c’è l’altro: legato all’attualità, alla cronaca, alla narrativa esistenziale delle persone, dove il fascino sta nel sentirsi partecipi della precarietà dell’esistenza e assaporare il gusto della consapevolezza che i propri articoli hanno un valore che dura soltanto lo spazio di un mattino, perché il giorno dopo finiscono per avvolgere il pesce al mercato. E questo è il lavoro del cronista, del giornalista professionista di quotidiano.
In Italia, questa specie, che dovrebbe essere cautelata e protetta da un immaginario fondo bio-culturale finanziato dalla presidenza del consiglio dei ministri, ha avuto nel passato dei grandi protagonisti, da Curzio Malaparte a Mario Panunzio, da Indro Montanelli a Enzo Biagi, da Giorgio Bocca a Giampaolo Pansa.
Gigi Di Fiore appartiene a questa categoria, quelli sono i suoi colleghi di specie.
Storico meridionalista affermato, si è occupato spesso di problemi inerenti alla sua zona originaria, la Campania, nel tentativo di fornire una lettura diversa da quella ufficiale, come ad esempio in un suo precedente libro, “Controstoria del Risorgimento”. Ma allo stesso tempo, egli è un giornalista, inviato speciale de il quotidiano napoletano “Il Mattino”, e quindi segue il polso degli umori della nazione perché valuta, relaziona e riferisce al pubblico ciò che accade ogni giorno nella realtà vera, non virtuale.
Certe volte, gli animali giornorici, come lui, hanno anche una terza immagine, quella del romanziere, che in realtà è la sintesi delle altre due facce, quella dello storico e del giornalista. Tant’è che in una sua fortunata produzione letteraria, uscita dall’editore Grimaldi (“Gli ultimi fuochi di Gaeta 1860-1861”) Gigi Di Fiore ha scritto un’opera di fantasia, un romanzo risorgimentale, dove la cronaca e la storia si fondono nella libertà della narrazione consentita dalla scelta del mezzo. E il risultato è davvero ottimo.

E’ uscito da poco la sua ultima fatica “Controstoria della Liberazione”, èdito da Rizzoli, un libro che si occupa di analizzare il fenomeno (dal punto di vista storico) dell’occupazione americana nel meridione italiano nell’arco 1944-1945 quando gli americani ci liberarono dall’invasione nazista. E va da sé, Di Fiore lo fa come se fosse stato inviato oggi dal suo quotidiano Il Mattino in una immaginaria corrispondenza nel passato. Una storia diversa, non ufficiale, che ci racconta obbrobri, collusioni, stragi, stupri, eventi sottaciuti, aneddoti storici documentati, che sono succosi e stimolanti per aprire un dibattito, oggi più vivo che mai, su ciò che è accaduto in Italia e sui fondamenti della nostra repubblica. Uno strumento culturale davvero molto utile, che consiglio a tutti.

Lo storico-giornalista Gigi Di Fiore, molto gentilmente, mi ha concesso quest’intervista per il blog, che io condivido qui con tutti voi.





D: Perchè, questo libro, adesso?
R: Ho scritto questo libro in questo momento, come continuazione del mio lavoro di controstoria sul Risorgimento. L’altro periodo storico fondamentale per l’Italia è stata la Resistenza-liberazione e allora ho sentito la necessità di vedere se, come nel 1861, anche nel 1943 si sono verificate vicende poco chiare che hanno alimentato squilibri tra nord e sud. Senza dimenticare che, il prossimo anno, saranno 70 anni dall’8 settembre e sicuramente si moltiplicheranno pubblicazioni su quel periodo. Ho un po’ anticipato l’onda, come già feci per il Risorgimento.


D: Le risulta che gli alleati si sono comportati nello stesso modo anche nell'Italia settentrionale? Se sì, come mai non se n'è mai parlato? Se no, perchè?
R: Non ho in verità approfondito i comportamenti degli alleati nell’Italia settentrionale. Di certo, e ne parlo anche nel mio libro, il corpo di spedizione coloniale francese compì stupri su donne anche in Toscana. Sicuramente, però, la Resistenza e le formazioni partigiane nel centro-nord hanno contribuito a limitare comportamenti da occupanti-vincitori degli alleati nelle regioni settentrionali. Non va dimenticato che nel Mezzogiorno per due anni ci fu una forma di occupazione anglo-americana e come occupanti si comportarono gli alleati, con tutte le degenerazioni e gli atteggiamenti violenti e prevaricatori che ciò comporta. Al sud non ci fu Resistenza, ma solo occupazione alleata in attesa della completa sconfitta del nazifascismo in Italia.


D:  Esiste ancora una questione meridionale? E' mai esistita? Se esiste ancora, ed è un problema, perchè secondo lei non è stata mai affrontata in modo tale da tentare di risolverla?
R: La questione meridionale fu posta come problema eccezionale vent’anni dopo l’unità. Le politiche economiche unitarie nord centriche, i comportamenti delle classi dirigenti meridionali che cercavano di difendere poteri e squilibri sociali contribuirono a creare una vera “questione”. Un tema affrontato sempre con leggi eccezionali, con paternalismo, con diffidenza, con atteggiamenti clientelari e la connivenza a mantenere lo status quo dei latifondisti e dei politici del sud.


D:  Se lei si trovasse, come giornalista, a un dibattito televisivo e avesse davanti Cavour, il quale con entusiasmo sostiene che adesso che l'Italia è fatta basta fare gli italiani, lei, che cosa gli direbbe?
R: Che probabilmente gli italiani tra loro si conoscono ancora poco e ragionano con pregiudizi e luoghi comuni. Basterebbe diffondere più conoscenza, anche sui processi storici che portarono all’unità nelle diverse aree del Paese, per creare uno spirito unico e cercare, se ce ne sono, ancora le ragioni che ci spingono a difendere l’unità nazionale.


D:  Perchè, secondo lei, pochissimi -per non dire nessuno se si fa eccezione di Curzio Malaparte e in parte Michele Prisco- ha mai avuto l'ardore o l'ardire di denunciare ciò che lei ha fatto nel suo libro?
R:  Per motivi di politica internazionale. Siamo stati dei vinti nella seconda guerra mondiale, dovevamo farci accettare tra le grandi potenze del dopo guerra, mondandoci dal peccato originale di essere stati alleati della Germania nazista. Coprire le storture compiute dagli alleati sul nostro territorio nazionale è stata quasi una necessità da realismo politico, in un’ottica anche di lettura storica che vede divisioni tra bianco e nero. La storia è invece anche grigio.


D:  Lei ritiene, come sostengono diversi storici statunitensi, che il velo di censura storiografica sugli eventi del 1943 nel meridione italiano siano stati un prezzo che l'Italia ha dovuto pagare in cambio del piano Marshall? Se sì, lei pensa che questa possa essere una delle motivazioni alle quali ascrivere il perdurante stato di servilismo alle potenze straniere?
R: Certamente, sono d’accordo. Quei soldi furono poi dirottati in gran parte al nord, perché il sud doveva risarcire le spese che gli occupanti avevano sostenuto nel Mezzogiorno. Sì, il nostro servilismo, i silenzi sono stati il prezzo per farci accettare nel nuovo consesso internazionale. La Francia ancora nega gli stupri e su quegli eventi manterranno il segreto di Stato per altri 40 anni.


D:  Nell'altro libro da lei scritto sulla Controstoria del Risorgimento, la storia delle lotte per l'unità d'Italia vengono presentate secondo un'ottica diversa da quella ufficiale. Perchè? Lei ritiene che ancora oggi non ci sia in Italia la libertà e la possibilità di poter aprire una vertenza critica ed evolutiva sul piano del dibattito culturale su quella fase della nostra Storia? Pensa che sarebbe auspicabile e importante?
R: Credo che ogni approfondimento di verità sia utile alla conoscenza. Per ogni momento della storia. Risorgimento compreso. Oggi si pensa che svelare i retroscena o le brutte pagine di quel periodo significhi mettere in discussione l’unità. Non è così, come ho detto prima la conoscenza può accrescere lo spirito unitario. Non il contrario.


D:  Che cosa bisognerebbe fare, secondo lei, per dare un contributo alla costruzione di un tessuto intellettuale italiano di autentica concordia nazionale tale per cui si possa investirerisorse umane, economiche e intellettive, per dare un contributo alla risoluzione dei problemi del meridione?
R: Bisognerebbe in primo luogo cominciare a combattere certi atteggiamenti culturali meridionali, come l’eccessiva tendenza alla lamentela o la tentazione ad aspettare che altri risolvino i propri problemi. Poi, bisognerebbe far capire a certi settentrionali che non esiste primato intellettuale o civile in alcuna parte del Paese. Insomma, abbattere l’eredità delle teorie lombrosiane, per sentirci tutti parte di una stessa nazione.


D:  Lei pensa che le giovani generazioni meridionali siano al corrente di ciò che è accaduto nel 1943 durante l'invasione americana? Come reagiscono i giovani, oggi, quando leggono questo libro? Secondo lei, come si sentono gli americani, quando lo leggono?
R: Non credo che i giovani ne sappiano molto. Anche per questo ho voluto scrivere questo libro. Gli americani credo siano un popolo che, più di ogni altro, è stato sempre disposto a mettere in discussione la propria storia. Lo hanno fatto per il Vietnam e anche, più lontano, con la riabilitazione del popolo pellerossa. Siamo noi, in Italia, che non riusciamo a fare fino in fondo i conti con la nostra storia, prigionieri di un’etica da buoni e cattivi che non ci fa vedere fino in fondo tutti i pezzi del mosaico del nostro passato. Nel bene e nel male.


D: Le risulta che ci siano stati tentativi, nel meridione, negli ultimi 60 anni, di raccontare le vicende di cui lei parla nel suo libro, oppure è stato steso un velo totale di omertà? Perchè raccontarlo, oggi, può essere importante per la coscienza europea e non soltanto italiana?
R: C’è stata la letteratura, penso a Moravia o a Malaparte. Pochi studi universitari. Nessuno ha messo insieme, in maniera organica, queste vicende. Capire come siamo stati liberati, perché alcune vicende pesano sul nostro Dna e sugli squilibri tra nord e sud può aiutare a formare una maggiore coscienza critica in tutti, facendoci sentire eredi di quell’epoca e consapevolmente cittadini italiani che capiscono più l’oggi perché conoscono come l’Italia arrivò a diventare l’attuale Repubblica.


.

domenica 24 giugno 2012

La Liberazione ha altri racconti - Su "Il Sole 24 ore" di oggi recensione dell'ultimo libro di Gigi Di Fiore

 La ciociara ti viene immediatamente incontro, ti si ripropone con il carico d'orrore del suo viso e con la tragedia del suo racconto smozzicato. Ma stavolta non ha il volto di Sofia Loren e non parla la lingua forte, ma inevitabilmente elegante di Moravia. Ora si chiama Nannina, zia Nannina, e la sua voce di ottantenne ti narra una storia di vergogna conservata per una vita e di una vita, appunto, che da quella vergogna ha piegato verso scelte, o meglio verso rinunce che non erano nei sogni della sua giovinezza. È, insomma, una ciociara vera, una delle molte per le quali – come scrive Gigi Di Fiore nelle prime pagine di questo suo libro ambizioso – «la Liberazione diventa la prigione dei ricordi, la gabbia definitiva e totale del futuro». Il fardello iconico che le consegna chi ne raccoglie con necessaria pietas il racconto è, tuttavia, assai pesante. A Nannina non spetta solo il compito di riscattare da una lunghissima afasia il mondo di chi si ...
continua su http://24o.it/uLSvh 

 Luigi Mascilli Migliorini - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/uLSvh

.
Leggi tutto »
 La ciociara ti viene immediatamente incontro, ti si ripropone con il carico d'orrore del suo viso e con la tragedia del suo racconto smozzicato. Ma stavolta non ha il volto di Sofia Loren e non parla la lingua forte, ma inevitabilmente elegante di Moravia. Ora si chiama Nannina, zia Nannina, e la sua voce di ottantenne ti narra una storia di vergogna conservata per una vita e di una vita, appunto, che da quella vergogna ha piegato verso scelte, o meglio verso rinunce che non erano nei sogni della sua giovinezza. È, insomma, una ciociara vera, una delle molte per le quali – come scrive Gigi Di Fiore nelle prime pagine di questo suo libro ambizioso – «la Liberazione diventa la prigione dei ricordi, la gabbia definitiva e totale del futuro». Il fardello iconico che le consegna chi ne raccoglie con necessaria pietas il racconto è, tuttavia, assai pesante. A Nannina non spetta solo il compito di riscattare da una lunghissima afasia il mondo di chi si ...
continua su http://24o.it/uLSvh 

 Luigi Mascilli Migliorini - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/uLSvh

.

lunedì 11 giugno 2012

Intervista di Gigi Di Fiore a Mizar su Controstoria della Liberazione


http://www.youtube.com/watch?v=uFwhPv-V_XI&feature=share

 Nella puntata del 9 giugno 2012, il giornalista e scrittore, parla al settimanale culturale del Tg2 del suo libro sui crimini e le stragi dimenticate degli Alleati nel sud Italia, al centro del suo ultimo linro edito da Rizzoli



http://www.youtube.com/watch?v=wgIHVUUpFRM&feature=share
Leggi tutto »

http://www.youtube.com/watch?v=uFwhPv-V_XI&feature=share

 Nella puntata del 9 giugno 2012, il giornalista e scrittore, parla al settimanale culturale del Tg2 del suo libro sui crimini e le stragi dimenticate degli Alleati nel sud Italia, al centro del suo ultimo linro edito da Rizzoli



http://www.youtube.com/watch?v=wgIHVUUpFRM&feature=share

martedì 5 giugno 2012

Le verità scomode sugli Alleati - Su il "Roma" recensione dell'ultimo libro di Gigi di Fiore

Per leggere fare click sull'immagine


Fonte: Roma del 4 maggio pag.11



Di Vincenzo Nardiello


Il velo è strappato. Stavolta, però, è 
diverso. Lo squarcio è grande.
Chiunque può infilarci la testa e 
guardare - finalmente - cosa si nasconde
dall’altra parte. Nomi, date, 
luoghi, circostanze. E storie. Soprattutto
storie. Quelle cancellate da 
un’oleografia sulla Seconda guerra
mondiale troppe volte spacciata per 
verità rivelata; quelle negate al barbaro
grido di Brenno “guai ai vinti”; 
quelle sottratte all’ipocrisia e alla falsità
di chi, diviso il mondo in buoni 
e cattivi, ha condannato all’oblio decine
di migliaia di vittime e loro carnefici.
Storie di italiani offesi, violati 
e uccisi che adesso rivivono, raccolte
tutte insieme, sistematizzate nei 
loro drammi e miserie, nelle pagine
dense e a tratti struggenti di Gigi Di 
Fiore, inviato de “Il Mattino”, che ha
scritto una “Controstoria della Liberazione.
Le stragi e i crimini dimenticati 
degli Alleati nell’Italia del sud”

(Rizzoli), destinata a far discutere.
Di Fiore non teme le ombre. Anzi, le 
descrive minuziosamente, scoprendo
il volto nero degli angloamericani 
sotto la maschera dei liberatori: 
occupanti e conquistatori.
Protagonisti di crimini 
efferati. Dall’alleanza
con la mafia in Sicilia
alle fucilazioni a sangue
freddo di soldati italiani
arresisi; dai campi di
concentramento allestiti
dagli Alleati alle umiliazioni
patite dai nostri
soldati che, schieratisi al
fianco dei vecchi nemici,
furono considerati
combattenti di serie B;
dai bombardamenti indiscriminati 
sulle città 
del Sud ad armistizio firmato
che provocarono 
stragi di innocenti alle
donne stuprate: le tristemente
note “marocchinate”, prede di guerra
dei soldati “liberatori”.
E poi Napoli, la sua 
miseria, la sua borsa nera,
la città stracciona con madri e figlie
che si danno per fame, la camorra
in affari con i nuovi padroni:
gli angloamericani, ultimi di una lunga
serie. Finanche Pietro Secchia, 
importante dirigente del Pci, 
descrisse così le condizioni della città:
«Si vedeva abbastanza evidente che 
questo popolo era sceso al gradino
infimo della propria dignità. Nessuna 
meraviglia quindi ne sortiva quando veniva fermato un soldato 
angloamericano e richiesto di procurargli vino e signorine».
La Patria era morta davvero. E lo era 
ancora di più in quel Mezzogiorno
che già ottantatré anni prima aveva 
dovuto subire altre angherie, altre
violenze, altre invasioni. Risorgimentali 
le prime, “liberatrici” le seconde.
Un Mezzogiorno «dove i liberati 
- scrive Di Fiore - furono violati
dai liberatori, in una mistificazione 
dei ruoli tra aguzzini santificati e vittime zittite».
L’autore non dimentica la crudeltà, 
le condizioni orrende, i soprusi subiti
dagli italiani, civili e militari, che 
dissero no ai nemici diventati alleati
in una notte di settembre e per 
questo si ritrovarono nei campi di
Padula, Afragola, Aversa, Taranto, 
Coltano e altri ancora. Gli “inferni neri”,
dove civili e sacerdoti, ex politici 
e burocrati fascisti, funzionari e
semplici soldati della Rsi intrecciarono 
le loro vicende, miserie umane
e piccoli eroismi. Emergono così, tra 
tante, le figure dell’armatore napoletano
Achille Lauro o di Ezio Garibaldi, 
nipote di Giuseppe, o ancora dello
scrittore Ardengo Soffici. Ad Afragola, 
ricorda Di Fiore, i carcerieri inglesi «saltavano la distribuzione dei 
pasti o ricorrevano a percosse improvvise.
Metodi spicci per tenere 
soggiogati i detenuti e costringerli
ad ammettere colpe tutte da dimostrare
». Sistemi che ricordavano le

tristi pratiche dell’estorsione delle 
confessioni tanto in voga nella polizia politica sovietica.
Di Fiore riannoda i fili di una storia 
spezzata, tirandola fuori da quell’“armadio della vergogna” nel 
quale era stata confinata senza pietà
dai celebranti di un’ortodossia che 
non ammetteva eresie. Il merito di
questa “Controstoria della Liberazione” 
è proprio quello di far emergere
dalle viscere del nostro Meridione 
violentato la verità di fatti che
hanno profondamente segnato le popolazioni; 
le storie di decine di migliaia di famiglie che, dopo aver subito 
la violenza, sono state costrette
al silenzio dalla paura, dalla vergogna 
e dalla ragion di Stato del secondo
dopoguerra. Il calvario di una 
Nazione nella polvere, lacerata tra
due eserciti occupanti. Ricordare è 
un dovere. Perché l’infamia di chi fu
padrone in casa d’altri non cada in 
prescrizione.








.



Leggi tutto »
Per leggere fare click sull'immagine


Fonte: Roma del 4 maggio pag.11



Di Vincenzo Nardiello


Il velo è strappato. Stavolta, però, è 
diverso. Lo squarcio è grande.
Chiunque può infilarci la testa e 
guardare - finalmente - cosa si nasconde
dall’altra parte. Nomi, date, 
luoghi, circostanze. E storie. Soprattutto
storie. Quelle cancellate da 
un’oleografia sulla Seconda guerra
mondiale troppe volte spacciata per 
verità rivelata; quelle negate al barbaro
grido di Brenno “guai ai vinti”; 
quelle sottratte all’ipocrisia e alla falsità
di chi, diviso il mondo in buoni 
e cattivi, ha condannato all’oblio decine
di migliaia di vittime e loro carnefici.
Storie di italiani offesi, violati 
e uccisi che adesso rivivono, raccolte
tutte insieme, sistematizzate nei 
loro drammi e miserie, nelle pagine
dense e a tratti struggenti di Gigi Di 
Fiore, inviato de “Il Mattino”, che ha
scritto una “Controstoria della Liberazione.
Le stragi e i crimini dimenticati 
degli Alleati nell’Italia del sud”

(Rizzoli), destinata a far discutere.
Di Fiore non teme le ombre. Anzi, le 
descrive minuziosamente, scoprendo
il volto nero degli angloamericani 
sotto la maschera dei liberatori: 
occupanti e conquistatori.
Protagonisti di crimini 
efferati. Dall’alleanza
con la mafia in Sicilia
alle fucilazioni a sangue
freddo di soldati italiani
arresisi; dai campi di
concentramento allestiti
dagli Alleati alle umiliazioni
patite dai nostri
soldati che, schieratisi al
fianco dei vecchi nemici,
furono considerati
combattenti di serie B;
dai bombardamenti indiscriminati 
sulle città 
del Sud ad armistizio firmato
che provocarono 
stragi di innocenti alle
donne stuprate: le tristemente
note “marocchinate”, prede di guerra
dei soldati “liberatori”.
E poi Napoli, la sua 
miseria, la sua borsa nera,
la città stracciona con madri e figlie
che si danno per fame, la camorra
in affari con i nuovi padroni:
gli angloamericani, ultimi di una lunga
serie. Finanche Pietro Secchia, 
importante dirigente del Pci, 
descrisse così le condizioni della città:
«Si vedeva abbastanza evidente che 
questo popolo era sceso al gradino
infimo della propria dignità. Nessuna 
meraviglia quindi ne sortiva quando veniva fermato un soldato 
angloamericano e richiesto di procurargli vino e signorine».
La Patria era morta davvero. E lo era 
ancora di più in quel Mezzogiorno
che già ottantatré anni prima aveva 
dovuto subire altre angherie, altre
violenze, altre invasioni. Risorgimentali 
le prime, “liberatrici” le seconde.
Un Mezzogiorno «dove i liberati 
- scrive Di Fiore - furono violati
dai liberatori, in una mistificazione 
dei ruoli tra aguzzini santificati e vittime zittite».
L’autore non dimentica la crudeltà, 
le condizioni orrende, i soprusi subiti
dagli italiani, civili e militari, che 
dissero no ai nemici diventati alleati
in una notte di settembre e per 
questo si ritrovarono nei campi di
Padula, Afragola, Aversa, Taranto, 
Coltano e altri ancora. Gli “inferni neri”,
dove civili e sacerdoti, ex politici 
e burocrati fascisti, funzionari e
semplici soldati della Rsi intrecciarono 
le loro vicende, miserie umane
e piccoli eroismi. Emergono così, tra 
tante, le figure dell’armatore napoletano
Achille Lauro o di Ezio Garibaldi, 
nipote di Giuseppe, o ancora dello
scrittore Ardengo Soffici. Ad Afragola, 
ricorda Di Fiore, i carcerieri inglesi «saltavano la distribuzione dei 
pasti o ricorrevano a percosse improvvise.
Metodi spicci per tenere 
soggiogati i detenuti e costringerli
ad ammettere colpe tutte da dimostrare
». Sistemi che ricordavano le

tristi pratiche dell’estorsione delle 
confessioni tanto in voga nella polizia politica sovietica.
Di Fiore riannoda i fili di una storia 
spezzata, tirandola fuori da quell’“armadio della vergogna” nel 
quale era stata confinata senza pietà
dai celebranti di un’ortodossia che 
non ammetteva eresie. Il merito di
questa “Controstoria della Liberazione” 
è proprio quello di far emergere
dalle viscere del nostro Meridione 
violentato la verità di fatti che
hanno profondamente segnato le popolazioni; 
le storie di decine di migliaia di famiglie che, dopo aver subito 
la violenza, sono state costrette
al silenzio dalla paura, dalla vergogna 
e dalla ragion di Stato del secondo
dopoguerra. Il calvario di una 
Nazione nella polvere, lacerata tra
due eserciti occupanti. Ricordare è 
un dovere. Perché l’infamia di chi fu
padrone in casa d’altri non cada in 
prescrizione.








.



 
[Privacy]
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India