lunedì 7 aprile 2014

Gigi Di Fiore: Documenti inediti sull'eccidio di Pontelandolfo Città Martire del 14 agosto 1861, sul Mattino

di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino

I documenti inediti di una storia crudele: brigantaggio e diario del canonico di Venafro

 Per chi ama la storia, e soprattutto la verità, la lettura di nuovi documenti è sempre un'emozione. Scoprire vicende che non si conoscevano appaga curiosità e arricchisce il quadro di periodi storici da approfondire.

Prendete il diario, poco noto, del suddiacono Nicola Nola di Venafro, di cui sono state pubblicate (da Palladino editore a cura di Antonio D'Ambrosio) le pagine sugli anni 1860-61. E' ricco di episodi, notizie che, messe insieme a tante altre, forniscono bene l'idea di cosa accadde nel Sud in quel periodo.

Il brigantaggio, i contadini arrestati, le uccisioni a sangue freddo. Il Mezzogiorno non era terra per educande, regnava la paura, l'instabilità, l'incertezza. I militari piemontesi-italiani facevano il bello e il cattivo tempo. Il canonico racconta di una "barbara uccisione di tre abitanti di Letino". Le circostanze e i dettagli spietati ci riportano a immagini più recenti, alla guerra più vicina di 70 anni fa.

I militari rastrellavano chi faceva parte delle bande intorno ai monti del Matese. Molta gente, terrorizzata, fuggiva dai paesi. Bastava un sospetto, un indizio, una spia che indicava qualcuno come complice delle bande per essere fucilati senza processo. Anche da Letino la gente fuggiva. Scrive il canonico Nola: "Il comandante piemontese mise ogni opera per averli tra le mani; carcerò un povero vecchio in ostaggio per suo figlio che stava tra i fuggiaschi; e con lusinghe fece rivelare dove stavano".

Le pagine sono quelle del 23 luglio 1861, un episodio che colpì molto il religioso. I militari raggiunsero i fuggiaschi di Letino, li circondarono mentre dormivano, li arrestarono. I più fortunati riuscirono a scappare. Testimonia il canonico: "Avutoli nelle mani, il comandante li portò a Venafro e col telegrafo ebbe da Isernia che subito gli avesse fucilati".

Senza processo, senza precise accuse. Per evitare problemi, i militari li portarono via con l'inganno. Racconta ancora il suddiacono Nola: "Sotto pretesto di portarli nel carcere di Teano, li portarono sul luogo del supplizio. Uno dei tre, un sarto, si voltò ai piemontesi e disse se ci volete uccidere fateci prima confessare. La risposta fu una grandine di palle alla testa, alla mano. I tre rimasero stesi  a terra senza vita".

Il peggio arrivò anche dopo: i soldati rovistarono nelle tasche degli uccisi, "facendo proprio quanto ritrovarono". I tre fucilati furono il giorno dopo gettati "nella fossa di San Pascale vecchio, in uno spettacolo da inorridire e un fetore d'inferno". Orrori e spietatezza di una guerra non dichiarata da migliaia di morti: la guerra civile del Sud, nei mesi dell'unità d'Italia. Pagine nuove e documenti in archivi locali ne sono illuminanti flash. Spesso, la pigrizia dei ricercatori si ferma alle carte già conosciute. Ed è un peccato.


Nuovi documenti sull'eccidio di Pontelandolfo Città Martire del 14 agosto 1861, sul Mattino in edicola ieri

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di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino

I documenti inediti di una storia crudele: brigantaggio e diario del canonico di Venafro

 Per chi ama la storia, e soprattutto la verità, la lettura di nuovi documenti è sempre un'emozione. Scoprire vicende che non si conoscevano appaga curiosità e arricchisce il quadro di periodi storici da approfondire.

Prendete il diario, poco noto, del suddiacono Nicola Nola di Venafro, di cui sono state pubblicate (da Palladino editore a cura di Antonio D'Ambrosio) le pagine sugli anni 1860-61. E' ricco di episodi, notizie che, messe insieme a tante altre, forniscono bene l'idea di cosa accadde nel Sud in quel periodo.

Il brigantaggio, i contadini arrestati, le uccisioni a sangue freddo. Il Mezzogiorno non era terra per educande, regnava la paura, l'instabilità, l'incertezza. I militari piemontesi-italiani facevano il bello e il cattivo tempo. Il canonico racconta di una "barbara uccisione di tre abitanti di Letino". Le circostanze e i dettagli spietati ci riportano a immagini più recenti, alla guerra più vicina di 70 anni fa.

I militari rastrellavano chi faceva parte delle bande intorno ai monti del Matese. Molta gente, terrorizzata, fuggiva dai paesi. Bastava un sospetto, un indizio, una spia che indicava qualcuno come complice delle bande per essere fucilati senza processo. Anche da Letino la gente fuggiva. Scrive il canonico Nola: "Il comandante piemontese mise ogni opera per averli tra le mani; carcerò un povero vecchio in ostaggio per suo figlio che stava tra i fuggiaschi; e con lusinghe fece rivelare dove stavano".

Le pagine sono quelle del 23 luglio 1861, un episodio che colpì molto il religioso. I militari raggiunsero i fuggiaschi di Letino, li circondarono mentre dormivano, li arrestarono. I più fortunati riuscirono a scappare. Testimonia il canonico: "Avutoli nelle mani, il comandante li portò a Venafro e col telegrafo ebbe da Isernia che subito gli avesse fucilati".

Senza processo, senza precise accuse. Per evitare problemi, i militari li portarono via con l'inganno. Racconta ancora il suddiacono Nola: "Sotto pretesto di portarli nel carcere di Teano, li portarono sul luogo del supplizio. Uno dei tre, un sarto, si voltò ai piemontesi e disse se ci volete uccidere fateci prima confessare. La risposta fu una grandine di palle alla testa, alla mano. I tre rimasero stesi  a terra senza vita".

Il peggio arrivò anche dopo: i soldati rovistarono nelle tasche degli uccisi, "facendo proprio quanto ritrovarono". I tre fucilati furono il giorno dopo gettati "nella fossa di San Pascale vecchio, in uno spettacolo da inorridire e un fetore d'inferno". Orrori e spietatezza di una guerra non dichiarata da migliaia di morti: la guerra civile del Sud, nei mesi dell'unità d'Italia. Pagine nuove e documenti in archivi locali ne sono illuminanti flash. Spesso, la pigrizia dei ricercatori si ferma alle carte già conosciute. Ed è un peccato.


Nuovi documenti sull'eccidio di Pontelandolfo Città Martire del 14 agosto 1861, sul Mattino in edicola ieri

sabato 29 marzo 2014

Napoli. Piazza Carlo III e Berlinguer: cambiare nome non convince

Riguardo la vicenda esplosa ieri in rete sull' eventuale cambio di titolazione a Piazza Carlo III a Napoli riportiamo un bell'articolo di Gigi Di Fiore comparso sul Mattino di oggi, preceduto da un commento di ieri sul profilo fb del nostro Andrea Balia, Delegato diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli, che pone punti fermi sulla questione , per la serenità di tutti, grazie all'opera concreta del Partito del Sud.


Andrea Balia
Riguardo diversi post sulla questione Berlinguer/Piazza Carlo III°, tra il preoccupato e lo stupidamente provocatorio -a dimostrazione di quante cose serie ed impegni affiggano le persone- ho già risposto in quanto Delegato diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli. Stante la verificata volontà d'intitolare qualcosa a Berlinguer, non si è mai entrati nel merito del dove e del come. Eventuali proposte e/o richieste saranno in sede di sedute prossime valutate, discusse e se necessario votate all'unanimità. 


Questo tra l'altro sottolinea e dimostra la validità della strategia e degli obiettivi del Partito del Sud : essere presente nelle istituzioni per incidere e vigilare. Il resto sono chiacchiere da Fb, proclami da tastiera che non mi e ci interessano. Ognuno ha i suoi meriti o difetti e i suoi ruoli che sono il frutto dei comportamenti avuti e del lavoro svolto più o meno bene con le conseguenze del caso.




di Gigi Di Fiore

 Napoli - Posso anche capire l’antiborbonismo sfrenato, ma calpestare la storia della nostra città mi sembra un insulto. Eppure, Francesco Donzelli, consigliere della IV municipalità, crede che piazza Carlo III debba diventare piazza Berlinguer. E propone il cambiamento toponomastico. Con tutto il rispetto per l’ultimo grande segretario nazionale del Pci, con tutto il rispetto anche per Benigni che girò un film d’amore dedicato al suo amato Enrico, la proposta mi sembra quasi una violenza alle memorie di Napoli. Non si capisce cosa c’entri il sardo Berlinguer con la nostra città, si capisce invece assai bene cosa c’entri Carlo III di Borbone. Venne nel 1734 da queste parti, fondò il ramo dei Borbone di Napoli e Sicilia, poi autonomo da quelli di Francia e Spagna. E poi, come scrivono anche gli storici più critici sul regno borbonico, fu il più illuminato tra i quattro sovrani di quella dinastia. Negli anni del suo regno, fu realizzato il teatro San Carlo, partirono i lavori per la reggia di Caserta, si ampliò la reggia di Capodimonte, si costruì l’Albergo dei poveri, si avviò la scuola di porcellana a Capodimonte voluta dalla moglie Maria Amalia di Sassonia e... e mi fermo qui, perché lo spazio a disposizione me lo impone.

Fonte: Il Mattino



 Carlo III; piazza; Berlinguer; toponomastica.
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Riguardo la vicenda esplosa ieri in rete sull' eventuale cambio di titolazione a Piazza Carlo III a Napoli riportiamo un bell'articolo di Gigi Di Fiore comparso sul Mattino di oggi, preceduto da un commento di ieri sul profilo fb del nostro Andrea Balia, Delegato diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli, che pone punti fermi sulla questione , per la serenità di tutti, grazie all'opera concreta del Partito del Sud.


Andrea Balia
Riguardo diversi post sulla questione Berlinguer/Piazza Carlo III°, tra il preoccupato e lo stupidamente provocatorio -a dimostrazione di quante cose serie ed impegni affiggano le persone- ho già risposto in quanto Delegato diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli. Stante la verificata volontà d'intitolare qualcosa a Berlinguer, non si è mai entrati nel merito del dove e del come. Eventuali proposte e/o richieste saranno in sede di sedute prossime valutate, discusse e se necessario votate all'unanimità. 


Questo tra l'altro sottolinea e dimostra la validità della strategia e degli obiettivi del Partito del Sud : essere presente nelle istituzioni per incidere e vigilare. Il resto sono chiacchiere da Fb, proclami da tastiera che non mi e ci interessano. Ognuno ha i suoi meriti o difetti e i suoi ruoli che sono il frutto dei comportamenti avuti e del lavoro svolto più o meno bene con le conseguenze del caso.




di Gigi Di Fiore

 Napoli - Posso anche capire l’antiborbonismo sfrenato, ma calpestare la storia della nostra città mi sembra un insulto. Eppure, Francesco Donzelli, consigliere della IV municipalità, crede che piazza Carlo III debba diventare piazza Berlinguer. E propone il cambiamento toponomastico. Con tutto il rispetto per l’ultimo grande segretario nazionale del Pci, con tutto il rispetto anche per Benigni che girò un film d’amore dedicato al suo amato Enrico, la proposta mi sembra quasi una violenza alle memorie di Napoli. Non si capisce cosa c’entri il sardo Berlinguer con la nostra città, si capisce invece assai bene cosa c’entri Carlo III di Borbone. Venne nel 1734 da queste parti, fondò il ramo dei Borbone di Napoli e Sicilia, poi autonomo da quelli di Francia e Spagna. E poi, come scrivono anche gli storici più critici sul regno borbonico, fu il più illuminato tra i quattro sovrani di quella dinastia. Negli anni del suo regno, fu realizzato il teatro San Carlo, partirono i lavori per la reggia di Caserta, si ampliò la reggia di Capodimonte, si costruì l’Albergo dei poveri, si avviò la scuola di porcellana a Capodimonte voluta dalla moglie Maria Amalia di Sassonia e... e mi fermo qui, perché lo spazio a disposizione me lo impone.

Fonte: Il Mattino



 Carlo III; piazza; Berlinguer; toponomastica.

martedì 11 marzo 2014

Storie, controstorie e false verità sul Risorgimento: da Fenestrelle all'eccidio di Pontelandolfo

Sul "Mattino di oggi un ottimo articolo di Gigi Di Fiore, che ben spiega come mai il 17 marzo ci sia poco da festeggiare...



di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino

Negli ultimi tempi si assiste ad uno strano fenomeno, che sembra rovesciare la categoria del cosiddetto revisionismo. E' il revisionismo del revisionismo, fenomeno tutto italiano e tutto concentrato sul nostro Risorgimento. Accademici, ricercatori, cultori di storia si affannano a smentire, e rivedere documenti e ricerche che hanno riletto vicende oscure e per anni rimosse. Vicende che riguardano, guarda caso, l'annessione del Mezzogiorno al resto dell'Italia.

Ha cominciato, tra i primi, il professore di storia medievale Alessandro Barbero. Dopo decenni di inerzia, spinto da pubblicazioni di "storici non patentati" (come lui li definisce), ha speso molte energie, limitandosi a ricerche vicino casa sua (leggi Archivio di Stato di Torino), per ridimensionare il fenomeno dei prigionieri napoletani, catturati dall'esercito piemontese e spediti al Nord in tristi luoghi di detenzione come Fenestrelle.

Obiettivo della ricerca era smentire l'esistenza di un fenomeno vasto (eppure documenti ufficiali parlano di 8mila meridionali trasferiti al nord come prigionieri di guerra), con decine di morti tra strutture di detenzione, trasferimenti forzati al nord e ospedali militari. L'obiettivo era fare scalpore, probabilmente vendere un libro, ripetere che solo gli storici di professione possono occuparsi di certe cose e che tutto era stato già detto e scritto nei termini accettati da anni dall'accademia ufficiale.

Certo, è ben strano che, se tutto, sulla nostra storia Risorgimentale, è stato già scritto, esistano ancora cattedre universitarie che studiano quel periodo. A che serve una ricerca su qualcosa di cui si sa tutto? Mistero. Ma, sul tema, un bel libricino, scritto da Gennaro De Crescenzo e intitolato "Il Sud dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle" riprende la questione. E allarga il campo di visuale.

Citando, alla sua maniera, fonti e documenti, De Crescenzo solletica la curiosità del ricercatore vero, disposto anche a spostarsi in più parti d'Italia per visionare più archivi, e suggerisce documenti conservati in registri parrocchiali e ospedali militari, dove compaiono più tracce di prigionieri militari del sud morti tra il 1861 e il 1863.

Non si capisce dove voglia portare questo filone revisionista del revisionismo se non a rivendicare le "patenti di storico", per chissà quali fini. La verità è materia difficile, ha bisogno sempre di allargare il campo delle fonti, arare episodi trascurati, arricchirsi di sensibilità che mutano con il passare degli anni.

Sui prigionieri napoletani, i lati oscuri erano molto semplici: la guerra del Piemonte contro le Due Sicilie non era dichiarata; si era sempre detto che i soldati sardo-piemontesi venivano a portare civiltà contro lo straniero (ma poi lo stesso ministro Manfredo Fanti fu costretto ad ammettere in Parlamento il 18 aprile 1861 che, nelle Due Sicilie, l'esercito era composto da italiani); si era sempre evidenziato che l'annessione non aveva avuto oppositori, se non qualche mercenario straniero, che tutto era stato una passeggiata finita dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860.

Evidentemente, quei prigionieri furono fonte di imbarazzo anche allora: dimostravano l'esistenza di una guerra tra due Stati legittimi, tra due Stati italiani, una guerra che aveva tutte le sembianze di una conquista. Ma tant'è. Mi sembra assai più incredibile il tentativo, attraverso la ripresa del libricino di Davide Fernando Panella pubblicato ben 12 anni fa, di ridimensionare la portata di quello che fu un vero e proprio eccidio compiuto dalle truppe piemontesi-italiane a Pontelandolfo in provincia di Benevento. Proprio nel saggio di Panella si legge: "Risulta in modo evidente che, nell'anno 1861, a Pontelandolfo la mortalità raggiunse un picco molto elevato rispetto al decennio precedente". Dall'eccidio del 14 agosto 1861 al dicembre, i morti risultarono infatti 199.

Ancora ci si arrocca sui numeri: furono solo tredicii morti, altro che eccidio. I tredici noti sono quelli ufficiali, scolpiti nella famosa lapide voluta dal Comune (dove compaiono anche i nomi dei quattro uccisi dalla banda dei briganti di Cosimo Giordano sette giorni prima), in una manifestazione del 1973. Fu la manifestazione cui partecipò anche Carlo Alianello, che da poco aveva pubblicato il suo unico saggio con l'editore Rusconi: "La conquista del Sud". Fu proprio Alianello, molto prima di Pino Aprile, in quel libro del 1972 a paragonare l'eccidio di Pontelandolfo alle stragi naziste.

Ecco cosa scrisse l'autore de "L'eredità della priora" e dell'"Alfiere": "A proposito, cos'è questa faccenda di Pontelandolfo e Casalduni, delle quali località nessuna storia cosiddetta conformista, parla mai o accenna appena? Robetta; qualcosina di simile a quelle assai più recenti di Marzabotto e Filetto, moltiplicate almeno per tre. Cosa avrebbero fatto, nella seconda guerra mondiale, le Ss di Himmler, se qualche villaggio italiano si fosse proclamato antitedesco e antifascista? Be', i piemontesi fecero la medesima cosa, ma ci misero più impegno, un tantino più d'ira".

A cercare e studiare, tra registri parrocchiali, documenti dell'Ufficio storico dell'Esercito a Roma, carte comunali, si scopre che quella del 14 agosto 1861 fu una strage per "diritto di rappresaglia". Ho speso molto tempo a cercare verità su quella vicenda, nel 2004 pubblicai i nomi dei 41 soldati piemontesi uccisi in precedenza e i 3 scampati (non furono 45 soldati morti, come sostiene qualcuno: i documenti all'Ufficio storico sono chiari), poi mi dilungai sulla figura del colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri che guidò la colonna dei 300 bersaglieri. Il mio primo libro sull'eccidio è del 1998, ristampato di recente con Focus storia: "1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato". Libro citato e ripreso anche da Pino Aprile.

Ebbene, nei registri di morti e vivi nell'anno successivo alla strage, risulta che i defunti furono maggiori di quelli di anni precedenti e poi seguenti. Non solo. Nel dibattito parlamentare del dicembre 1861, l'onorevole milanese Giuseppe Ferrari racconta gli orrori visti ("solo 3 case lasciate intatte") e i giornali dell'epoca parlano di 164 morti accertati.

L'anagrafe allora non era così avanzata come oggi, non c'erano computer né impiegati comunali addetti alla materia. A Pontelandolfo, poi, ci fu anche molta difficoltà a trovare i corpi rimasti sotto le case incendiate e carbonizzati. E poi la vergogna, la paura e denunciare i nomi di congiunti morti, nel timore di qualche ulteriore rappresaglia dei soldati che pure ci fu nei giorni successivi. Piaccia o no, a me non è mai piaciuto l'orrore di quell'atto, Pontelandolfo resta una pagina nera della nostra storia unitaria.

Nel 2011, a nome dell'Italia unita, andò a chiedere scusa a Pontelandolfo anche Giuliano Amato nella veste di presidente del Comitato per le celebrazioni dei 150 anni. Negli atti parlamentari del 1861, nei documenti diplomatici, negli affannosi dispacci militari (che ho pubblicato ne "I vinti del Risorgimento" nel 2004 e poi in "Controstoria dell'unità d'Italia" nel 2007) si legge l'orrore: civili uccisi a  freddo, per rappresaglia, perchè ritenuti amici dei briganti.

Eppure quella era già regno d'Italia da 5 mesi, ma il Sud era in preda ad una guerra civile. No, l'annessione del Mezzogiorno al resto della penisola non fu una passeggiata. Ma c'è chi vuole ancora sminuire la violenza e i metodi che furono necessari nel Mezzogiorno subito dopo la marcia di Garibaldi: senza cannoni e fucili, il Sud non sarebbe stato tenuto unito al resto d'Italia. La verità è fatta di più finestre, non solo quelle che convengono. Almeno che non si abbiano altri obiettivi.

Fonte: Il Mattino


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Sul "Mattino di oggi un ottimo articolo di Gigi Di Fiore, che ben spiega come mai il 17 marzo ci sia poco da festeggiare...



di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino

Negli ultimi tempi si assiste ad uno strano fenomeno, che sembra rovesciare la categoria del cosiddetto revisionismo. E' il revisionismo del revisionismo, fenomeno tutto italiano e tutto concentrato sul nostro Risorgimento. Accademici, ricercatori, cultori di storia si affannano a smentire, e rivedere documenti e ricerche che hanno riletto vicende oscure e per anni rimosse. Vicende che riguardano, guarda caso, l'annessione del Mezzogiorno al resto dell'Italia.

Ha cominciato, tra i primi, il professore di storia medievale Alessandro Barbero. Dopo decenni di inerzia, spinto da pubblicazioni di "storici non patentati" (come lui li definisce), ha speso molte energie, limitandosi a ricerche vicino casa sua (leggi Archivio di Stato di Torino), per ridimensionare il fenomeno dei prigionieri napoletani, catturati dall'esercito piemontese e spediti al Nord in tristi luoghi di detenzione come Fenestrelle.

Obiettivo della ricerca era smentire l'esistenza di un fenomeno vasto (eppure documenti ufficiali parlano di 8mila meridionali trasferiti al nord come prigionieri di guerra), con decine di morti tra strutture di detenzione, trasferimenti forzati al nord e ospedali militari. L'obiettivo era fare scalpore, probabilmente vendere un libro, ripetere che solo gli storici di professione possono occuparsi di certe cose e che tutto era stato già detto e scritto nei termini accettati da anni dall'accademia ufficiale.

Certo, è ben strano che, se tutto, sulla nostra storia Risorgimentale, è stato già scritto, esistano ancora cattedre universitarie che studiano quel periodo. A che serve una ricerca su qualcosa di cui si sa tutto? Mistero. Ma, sul tema, un bel libricino, scritto da Gennaro De Crescenzo e intitolato "Il Sud dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle" riprende la questione. E allarga il campo di visuale.

Citando, alla sua maniera, fonti e documenti, De Crescenzo solletica la curiosità del ricercatore vero, disposto anche a spostarsi in più parti d'Italia per visionare più archivi, e suggerisce documenti conservati in registri parrocchiali e ospedali militari, dove compaiono più tracce di prigionieri militari del sud morti tra il 1861 e il 1863.

Non si capisce dove voglia portare questo filone revisionista del revisionismo se non a rivendicare le "patenti di storico", per chissà quali fini. La verità è materia difficile, ha bisogno sempre di allargare il campo delle fonti, arare episodi trascurati, arricchirsi di sensibilità che mutano con il passare degli anni.

Sui prigionieri napoletani, i lati oscuri erano molto semplici: la guerra del Piemonte contro le Due Sicilie non era dichiarata; si era sempre detto che i soldati sardo-piemontesi venivano a portare civiltà contro lo straniero (ma poi lo stesso ministro Manfredo Fanti fu costretto ad ammettere in Parlamento il 18 aprile 1861 che, nelle Due Sicilie, l'esercito era composto da italiani); si era sempre evidenziato che l'annessione non aveva avuto oppositori, se non qualche mercenario straniero, che tutto era stato una passeggiata finita dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860.

Evidentemente, quei prigionieri furono fonte di imbarazzo anche allora: dimostravano l'esistenza di una guerra tra due Stati legittimi, tra due Stati italiani, una guerra che aveva tutte le sembianze di una conquista. Ma tant'è. Mi sembra assai più incredibile il tentativo, attraverso la ripresa del libricino di Davide Fernando Panella pubblicato ben 12 anni fa, di ridimensionare la portata di quello che fu un vero e proprio eccidio compiuto dalle truppe piemontesi-italiane a Pontelandolfo in provincia di Benevento. Proprio nel saggio di Panella si legge: "Risulta in modo evidente che, nell'anno 1861, a Pontelandolfo la mortalità raggiunse un picco molto elevato rispetto al decennio precedente". Dall'eccidio del 14 agosto 1861 al dicembre, i morti risultarono infatti 199.

Ancora ci si arrocca sui numeri: furono solo tredicii morti, altro che eccidio. I tredici noti sono quelli ufficiali, scolpiti nella famosa lapide voluta dal Comune (dove compaiono anche i nomi dei quattro uccisi dalla banda dei briganti di Cosimo Giordano sette giorni prima), in una manifestazione del 1973. Fu la manifestazione cui partecipò anche Carlo Alianello, che da poco aveva pubblicato il suo unico saggio con l'editore Rusconi: "La conquista del Sud". Fu proprio Alianello, molto prima di Pino Aprile, in quel libro del 1972 a paragonare l'eccidio di Pontelandolfo alle stragi naziste.

Ecco cosa scrisse l'autore de "L'eredità della priora" e dell'"Alfiere": "A proposito, cos'è questa faccenda di Pontelandolfo e Casalduni, delle quali località nessuna storia cosiddetta conformista, parla mai o accenna appena? Robetta; qualcosina di simile a quelle assai più recenti di Marzabotto e Filetto, moltiplicate almeno per tre. Cosa avrebbero fatto, nella seconda guerra mondiale, le Ss di Himmler, se qualche villaggio italiano si fosse proclamato antitedesco e antifascista? Be', i piemontesi fecero la medesima cosa, ma ci misero più impegno, un tantino più d'ira".

A cercare e studiare, tra registri parrocchiali, documenti dell'Ufficio storico dell'Esercito a Roma, carte comunali, si scopre che quella del 14 agosto 1861 fu una strage per "diritto di rappresaglia". Ho speso molto tempo a cercare verità su quella vicenda, nel 2004 pubblicai i nomi dei 41 soldati piemontesi uccisi in precedenza e i 3 scampati (non furono 45 soldati morti, come sostiene qualcuno: i documenti all'Ufficio storico sono chiari), poi mi dilungai sulla figura del colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri che guidò la colonna dei 300 bersaglieri. Il mio primo libro sull'eccidio è del 1998, ristampato di recente con Focus storia: "1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato". Libro citato e ripreso anche da Pino Aprile.

Ebbene, nei registri di morti e vivi nell'anno successivo alla strage, risulta che i defunti furono maggiori di quelli di anni precedenti e poi seguenti. Non solo. Nel dibattito parlamentare del dicembre 1861, l'onorevole milanese Giuseppe Ferrari racconta gli orrori visti ("solo 3 case lasciate intatte") e i giornali dell'epoca parlano di 164 morti accertati.

L'anagrafe allora non era così avanzata come oggi, non c'erano computer né impiegati comunali addetti alla materia. A Pontelandolfo, poi, ci fu anche molta difficoltà a trovare i corpi rimasti sotto le case incendiate e carbonizzati. E poi la vergogna, la paura e denunciare i nomi di congiunti morti, nel timore di qualche ulteriore rappresaglia dei soldati che pure ci fu nei giorni successivi. Piaccia o no, a me non è mai piaciuto l'orrore di quell'atto, Pontelandolfo resta una pagina nera della nostra storia unitaria.

Nel 2011, a nome dell'Italia unita, andò a chiedere scusa a Pontelandolfo anche Giuliano Amato nella veste di presidente del Comitato per le celebrazioni dei 150 anni. Negli atti parlamentari del 1861, nei documenti diplomatici, negli affannosi dispacci militari (che ho pubblicato ne "I vinti del Risorgimento" nel 2004 e poi in "Controstoria dell'unità d'Italia" nel 2007) si legge l'orrore: civili uccisi a  freddo, per rappresaglia, perchè ritenuti amici dei briganti.

Eppure quella era già regno d'Italia da 5 mesi, ma il Sud era in preda ad una guerra civile. No, l'annessione del Mezzogiorno al resto della penisola non fu una passeggiata. Ma c'è chi vuole ancora sminuire la violenza e i metodi che furono necessari nel Mezzogiorno subito dopo la marcia di Garibaldi: senza cannoni e fucili, il Sud non sarebbe stato tenuto unito al resto d'Italia. La verità è fatta di più finestre, non solo quelle che convengono. Almeno che non si abbiano altri obiettivi.

Fonte: Il Mattino


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sabato 8 marzo 2014

A proposito delle polemiche sugli squilibri Nord e Sud: Gramsci, Nitti e altre storie

di Gigi Di Fiore


Negli ultimi giorni, ho letto tanti interventi, rinnovate polemiche sullo squilibrio economico tra Nord e Sud. C'è chi dice: tutta colpa dei meridionali, che sanno solo piangersi addosso e si danno classi dirigenti non all'altezza da sempre.

Le repliche: no, lo squilibrio si è accentuato nel tempo per scelte di politica economica, a partire dai primi vent'anni dell'unità d'Italia, che hanno favorito le regioni settentrionali. E ancora: il Sud è stato sempre considerato terra di consumo, di tassazione, di interventi residuali.

Mentre impazzano questi scritti sui giornali, arriva la notizia che la Corte dei conti, numeri alla mano, ha scoperto che da noi si pagano molte più imposte che nelle altre regioni italiani. E che tutto nasce da una discutibile interpretazione di federalismo. Insomma, è ormai chiaro che il famigerato squilibrio in tempi di crisi e la scomoda questione meridionale siano il vero nodo del possibile sviluppo dell'intero Paese.

Negli interventi degli ultimi giorni, per evidenziare i limiti della classe dirigente del Sud, qualcuno ha citato Gramsci, le sue idee sul ceto latifondista meridionale che, all'alba dell'unità d'Italia, si chiuse nella conservazione di potere e ricchezze, saldandosi con i ceti imprenditoriali del Nord. Ma Gramsci era andato più avanti nelle sue interpretazioni sul Risorgimento. Aveva considerato la guerra del brigantaggio una lotta civile, una guerra contadina, anche se non organizzata.

E aveva auspicato che, dopo quella guerra, i contadini meridionali potessero prendere coscienza di classe unendo le loro forze agli operai del Nord. Dunque, brigantaggio sanguinosa rivolta sociale contro le false promesse unitarie e la conservazione dei ceti dei possidenti meridionali. Una lettura che sarebbe stata seguita anche da Franco Molfese, mentre Gaetano Salvemini riprese poi la tesi gramsciana sulla speranza di saldatura sociale operai del nord-contadini del Sud, per favorire lo sviluppo nel Mezzogiorno.

Le tasse. Il prezioso studio di Francesco Saverio Nitti, "Il bilancio dello Stato dal 1862 al 1896-97" pubblicato nel 1900, già conteneva interessanti osservazioni sulla tassazione dei primi 30 anni di unità. "L'Italia meridionale è assai più duramente colpita dalle imposte dell'Italia settentrionale", scriveva lo studioso lucano. Era il risultato di uno studio statistico su distribuzione dei tributi, ripartizione della spesa pubblica e ricchezza comparati tra le diverse regioni italiane.

"Per 40 anni lo Stato ha destinato le sue risorse prevalentemente alle regioni della valle del Po" scriveva ancora Nitti. Aggiungendo: "In proporzione alla sua ricchezza, l'Italia settentrionale ha pagato assai meno di quanto dovuto allo Stato e l'Italia meridionale molto di più". Da qui una conclusione: il famoso divario Nord-Sud, all'inizio minimo, nei primi 30 anni di unità era andato progressivamente aumentato. Curioso, no?

Naturalmente, anche Nitti fu allora criticato. Molti polemizzarono con il suo metodo statistico, con le sue conclusioni. E ti pareva. Nitti pensava a correttivi in uno Stato accentrato nella sua amministrazione. La ricetta di Salvemini era invece il decentramento nelle scelte.

"Dal 1860 ad oggi vi è stato un drenaggio continuo di capitali dal Sud al Nord per opera della politica dello Stato"; "Il Mezzogiorno ha funzionato come colonia di consumo e ha permesso lo svolgersi della grande industria del Nord": altre affermazioni di Nitti. Leggo di nuovo questi scritti e mi rendo conto che, nel dibattito in corso, si ripropongono tesi già di un secolo fa. Forse, queste analisi si dovrebbero conoscere di più. Forse si dovrebbe ripartire da basi nuove. Con onestà intellettuale. Ma spesso, in un mercato di lettori (pochi di questi tempi) assai spesso vergini di conoscenze storiche, imporre tesi e libri a effetto è gioco facile. Ahimé.
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di Gigi Di Fiore


Negli ultimi giorni, ho letto tanti interventi, rinnovate polemiche sullo squilibrio economico tra Nord e Sud. C'è chi dice: tutta colpa dei meridionali, che sanno solo piangersi addosso e si danno classi dirigenti non all'altezza da sempre.

Le repliche: no, lo squilibrio si è accentuato nel tempo per scelte di politica economica, a partire dai primi vent'anni dell'unità d'Italia, che hanno favorito le regioni settentrionali. E ancora: il Sud è stato sempre considerato terra di consumo, di tassazione, di interventi residuali.

Mentre impazzano questi scritti sui giornali, arriva la notizia che la Corte dei conti, numeri alla mano, ha scoperto che da noi si pagano molte più imposte che nelle altre regioni italiani. E che tutto nasce da una discutibile interpretazione di federalismo. Insomma, è ormai chiaro che il famigerato squilibrio in tempi di crisi e la scomoda questione meridionale siano il vero nodo del possibile sviluppo dell'intero Paese.

Negli interventi degli ultimi giorni, per evidenziare i limiti della classe dirigente del Sud, qualcuno ha citato Gramsci, le sue idee sul ceto latifondista meridionale che, all'alba dell'unità d'Italia, si chiuse nella conservazione di potere e ricchezze, saldandosi con i ceti imprenditoriali del Nord. Ma Gramsci era andato più avanti nelle sue interpretazioni sul Risorgimento. Aveva considerato la guerra del brigantaggio una lotta civile, una guerra contadina, anche se non organizzata.

E aveva auspicato che, dopo quella guerra, i contadini meridionali potessero prendere coscienza di classe unendo le loro forze agli operai del Nord. Dunque, brigantaggio sanguinosa rivolta sociale contro le false promesse unitarie e la conservazione dei ceti dei possidenti meridionali. Una lettura che sarebbe stata seguita anche da Franco Molfese, mentre Gaetano Salvemini riprese poi la tesi gramsciana sulla speranza di saldatura sociale operai del nord-contadini del Sud, per favorire lo sviluppo nel Mezzogiorno.

Le tasse. Il prezioso studio di Francesco Saverio Nitti, "Il bilancio dello Stato dal 1862 al 1896-97" pubblicato nel 1900, già conteneva interessanti osservazioni sulla tassazione dei primi 30 anni di unità. "L'Italia meridionale è assai più duramente colpita dalle imposte dell'Italia settentrionale", scriveva lo studioso lucano. Era il risultato di uno studio statistico su distribuzione dei tributi, ripartizione della spesa pubblica e ricchezza comparati tra le diverse regioni italiane.

"Per 40 anni lo Stato ha destinato le sue risorse prevalentemente alle regioni della valle del Po" scriveva ancora Nitti. Aggiungendo: "In proporzione alla sua ricchezza, l'Italia settentrionale ha pagato assai meno di quanto dovuto allo Stato e l'Italia meridionale molto di più". Da qui una conclusione: il famoso divario Nord-Sud, all'inizio minimo, nei primi 30 anni di unità era andato progressivamente aumentato. Curioso, no?

Naturalmente, anche Nitti fu allora criticato. Molti polemizzarono con il suo metodo statistico, con le sue conclusioni. E ti pareva. Nitti pensava a correttivi in uno Stato accentrato nella sua amministrazione. La ricetta di Salvemini era invece il decentramento nelle scelte.

"Dal 1860 ad oggi vi è stato un drenaggio continuo di capitali dal Sud al Nord per opera della politica dello Stato"; "Il Mezzogiorno ha funzionato come colonia di consumo e ha permesso lo svolgersi della grande industria del Nord": altre affermazioni di Nitti. Leggo di nuovo questi scritti e mi rendo conto che, nel dibattito in corso, si ripropongono tesi già di un secolo fa. Forse, queste analisi si dovrebbero conoscere di più. Forse si dovrebbe ripartire da basi nuove. Con onestà intellettuale. Ma spesso, in un mercato di lettori (pochi di questi tempi) assai spesso vergini di conoscenze storiche, imporre tesi e libri a effetto è gioco facile. Ahimé.

giovedì 9 gennaio 2014

Il ministro Bray ha mantenuto la promessa, ma ora che destinazione avrà la reggia di Carditello?

di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino


L'angelo di Carditello non c'è più dalla vigilia di Natale. Ma ora potrà sorridere, dovunque si trovi serena la sua anima. Finalmente la reggia è salva, finalmente le mani depredatrici sono state allontanate. Tommaso Cestrone ne gioirebbe.

Dunque, il ministro Massimo Bray ha mantenuto la promessa. E dobbiamo riconoscerglielo. Lo aspettavamo tutti al varco, l'occasione era la dodicesima asta per la vendita dell'immobile storico in stato deprecabile, un casino di caccia voluto da Carlo III di Borbone e ampliato dal figlio Ferdinando IV poi I delle Due Sicilie.

Una partita di giro societario ha reso possibile un miracolo atteso da tempo, su cui si sono spesi associazioni e comitati: da Agenda 21 al Comitato delle Due Sicilie fino a gruppi che amano questa terra, che sanno come il disprezzo per le radici e la storia è anche calpestio selvaggio della natura che le ricorda.

Al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere la svolta: la Sga, società creditrice dal Consorzio di bacino del Basso Volturno proprietario dell'immobile, si è aggiudicata l'asta per undici milioni e mezzo di euro. Uno e mezzo in più della base di vendita da mettere al rialzo. Poi, il giro: la Sga passerà la proprietà della reggia al ministero dei Beni ambientali e culturali.

Naturalmente, poi, il ministero dovrà restituire i soldi spesi nell'asta. Formule tecnico-commerciali e dettagli, per ora, sono poco noti. Ma è noto il commento, cinguettato in Rete dal ministro Bray: "Sono davvero felice di aver mantenuto la promessa fatta a Tommaso. Ora Carditello appartiene a tutti i cittadini". E poi, subito dopo, ha aggiunto: "Tommaso e la voglia di cambiare il Mezzogiorno".

Già, una voglia che eventi e persone a volte fanno passare anche ai più tenaci. E' solo l'inizio. Ora si tratterà di rimettere a nuovo, recuperare un bene che Tommaso custodiva da volontario, ma che dei selvaggi hanno depredato nel tempo, sottraendo scale, marmi, pezzi di camini.

La reggia-casino di caccia va recuperata. Va rimesso in sesto il parco, sorvegliata per bene tutta l'area. Carditello potrebbe essere inserito in un progetto di itinerari borbonici delle province di Napoli e Caserta. Potrebbe diventare sito di un museo multimediale sul regno delle Due Sicilie, potrebbe fare da sede di convegni e iniziative di divulgazioni storiche.

Carditello, insomma, potrebbe diventare tante cose. Per ora è un segnale: giù le mani dalla storia del Sud e dai suoi simboli. Via gli avvoltoi, gli speculatori, i senza memoria. La palla passa al ministero. Sarebbe bello che bandisse un concorso per l'utilizzo finalizzato di Carditello.

Sarebbe bello, in fondo Bray ha dimostrato di essere uomo di parola. E Tommaso sarà soddisfatto di non aver sbagliato il suo giudizio quando a ottobre conobbe il ministro. Speriamo che la favola, già intristita dalla morte prematura dell'angelo di Carditello, abbia un lieto fine. E la reggia diventi emblema di rinascita. Grazie ministro Bray e grazie, lassù, a te,Tommaso. Angelo di Carditello.

Fonte: Il Mattino


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di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino


L'angelo di Carditello non c'è più dalla vigilia di Natale. Ma ora potrà sorridere, dovunque si trovi serena la sua anima. Finalmente la reggia è salva, finalmente le mani depredatrici sono state allontanate. Tommaso Cestrone ne gioirebbe.

Dunque, il ministro Massimo Bray ha mantenuto la promessa. E dobbiamo riconoscerglielo. Lo aspettavamo tutti al varco, l'occasione era la dodicesima asta per la vendita dell'immobile storico in stato deprecabile, un casino di caccia voluto da Carlo III di Borbone e ampliato dal figlio Ferdinando IV poi I delle Due Sicilie.

Una partita di giro societario ha reso possibile un miracolo atteso da tempo, su cui si sono spesi associazioni e comitati: da Agenda 21 al Comitato delle Due Sicilie fino a gruppi che amano questa terra, che sanno come il disprezzo per le radici e la storia è anche calpestio selvaggio della natura che le ricorda.

Al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere la svolta: la Sga, società creditrice dal Consorzio di bacino del Basso Volturno proprietario dell'immobile, si è aggiudicata l'asta per undici milioni e mezzo di euro. Uno e mezzo in più della base di vendita da mettere al rialzo. Poi, il giro: la Sga passerà la proprietà della reggia al ministero dei Beni ambientali e culturali.

Naturalmente, poi, il ministero dovrà restituire i soldi spesi nell'asta. Formule tecnico-commerciali e dettagli, per ora, sono poco noti. Ma è noto il commento, cinguettato in Rete dal ministro Bray: "Sono davvero felice di aver mantenuto la promessa fatta a Tommaso. Ora Carditello appartiene a tutti i cittadini". E poi, subito dopo, ha aggiunto: "Tommaso e la voglia di cambiare il Mezzogiorno".

Già, una voglia che eventi e persone a volte fanno passare anche ai più tenaci. E' solo l'inizio. Ora si tratterà di rimettere a nuovo, recuperare un bene che Tommaso custodiva da volontario, ma che dei selvaggi hanno depredato nel tempo, sottraendo scale, marmi, pezzi di camini.

La reggia-casino di caccia va recuperata. Va rimesso in sesto il parco, sorvegliata per bene tutta l'area. Carditello potrebbe essere inserito in un progetto di itinerari borbonici delle province di Napoli e Caserta. Potrebbe diventare sito di un museo multimediale sul regno delle Due Sicilie, potrebbe fare da sede di convegni e iniziative di divulgazioni storiche.

Carditello, insomma, potrebbe diventare tante cose. Per ora è un segnale: giù le mani dalla storia del Sud e dai suoi simboli. Via gli avvoltoi, gli speculatori, i senza memoria. La palla passa al ministero. Sarebbe bello che bandisse un concorso per l'utilizzo finalizzato di Carditello.

Sarebbe bello, in fondo Bray ha dimostrato di essere uomo di parola. E Tommaso sarà soddisfatto di non aver sbagliato il suo giudizio quando a ottobre conobbe il ministro. Speriamo che la favola, già intristita dalla morte prematura dell'angelo di Carditello, abbia un lieto fine. E la reggia diventi emblema di rinascita. Grazie ministro Bray e grazie, lassù, a te,Tommaso. Angelo di Carditello.

Fonte: Il Mattino


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venerdì 29 novembre 2013

Il Sud e le bacchettate di Stella e Rizzo

di Gigi Di Fiore



Fonte: Il Mattino

Diciamocela tutta: quando un libro sul Sud viene scritto da autori del Nord ne diffidiamo "a prescindere". E' come se vivessimo una violenza, una prevaricazione da parte di chi "viene da fuori", legge qualcosa, sintetizza, accorcia, taglia, cuce, ricuce e poi scrive tirando le sue conclusioni.

Forse è anche questo l'atteggiamento psicologico che, nelle regioni meridionali, sta per accogliere "Se muore il Sud", l'annunciato libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella che, per l'occasione, dicono addio a Rizzoli per saltare sul carro della Feltrinelli editore. La stessa casa editrice che ha ristampato il libro-reportage scritto nel 1992 da Giorgio Bocca: "L'inferno". Un libro, quello, che schiumava rabbia, spesso pressapochismo, insofferenza verso atteggiamenti e realtà meridionali.

Nel caso delle pagine dei due giornalisti, autori del fortunato "La casta", l'analisi è più complessa. A quattro mani, si lavora meglio: c'è chi raccoglie, legge, ascolta spiegazioni e il lavoro può essere suddiviso. La Sicilia, la Calabria, la 'ndrangheta al nord, i furbi dalle pensioni di invalidità fasulle, la terra dei veleni, Bagnoli, i trasporti, la sanità: un ampio campionario, che raccoglie materiale da pezzi giornalistici, siti come opencoesione.it, qualche conosciuto testo del passato di più autori (Nitti, Serao, forse Fucini, oltre Bocca).

Poi (poteva mai mancare, se la rilettura storica risorgimentale è assai più popolare delle analisi economiche?) la critica a chi trova negli eventi di 152 anni fa le spiegazioni assorbenti di ogni arretratezza meridionale. Critica liquidata, tout court, con la parola "neoborbonismo". La storia non può spiegare tutto, ma è conoscenza in più delle proprie radici e degli eventi che hanno portato il Mezzogiorno a diventare parte dell'Italia unita. Poi, naturalmente, ci deve essere anche dell'altro, per spiegare e analizzare le ragioni dei problemi in cui ci dibattiamo al Sud.

E qui, lo ripeto spesso anche quando presento in tutt'Italia i miei libri, dobbiamo essere noi meridionali per primi ad evitare di piangerci addosso. Basta con gli è colpa sempre degli altri, siamo così perchè da fuori, etc. L'ho scritto a chiusura del mio "Controstoria della liberazione" (edito da Rizzoli nel 2012 e ora BUR-Rizzoli): dobbiamo smetterla con il nostro atteggiamento di passività sugli eventi storici, la nostra perenne attesa che ci sia sempre chi da fuori venga a "liberarci" da qualcosa o da qualcuno.

E cominciare per primi significa superare la rassegnazione, il voto a chi promette posti, o scarpe in regalo dandocene una in anticipo per poi consegnarci la seconda ad elezione avvenuta. Significa non aspettare sempre che i giochi dei vincitori siano fatti per poi salire sul loro carro. Vizi italici, che al Sud si esasperano per eccesso di bisogni, altrove visti come assenza di volontà del fare.

Gramsci teorizzava la mancanza di vere rivoluzioni in Italia, la costante presenza, specie al Sud, di "rivoluzioni passive" alla maniera di Cuoco. Solo la guerra contadina del brigantaggio la ritenne cosa diversa. Come la ritenne diversa Carlo Levi.

Ecco, credo si debbano utilizzare libri come quelli di Stella e Rizzo per capire cosa, nel resto d'Italia, dà più fastidio del meridionale, con il rischio di farlo diventare stereotipo valido per tutti quelli che vivono a sud di Roma: vittimismo, furbizia, passività negli eventi. Atteggiamenti che alimentano una classe dirigente clientelare e furbetta, quella sì, che fa il gioco di interessi lontani dalle nostre terre. Bene, capiamolo una volta per tutte. E reagiamo. Con responsabilità, preparazione, coscienza politica. Dobbiamo comprendere che il riscatto del Sud comincia proprio da chi ci è rimasto a vivere e lavorare. E che i guasti nascono anche da chi vive tra noi e non paga le tasse, chiude gli occhi dinanzi alle mafie, non rispetta le regole del convivere civile, urla e poi fa ciò che vuole infischiandosene degli altri.

Insomma, le auto assoluzioni meridionali a prescindere non servono. Non aspettiamo sempre che ce lo vengano a dire "da fuori". Siano anche fior di professionisti e saggisti come Stella e Rizzo.

Fonte: Il Mattino


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di Gigi Di Fiore



Fonte: Il Mattino

Diciamocela tutta: quando un libro sul Sud viene scritto da autori del Nord ne diffidiamo "a prescindere". E' come se vivessimo una violenza, una prevaricazione da parte di chi "viene da fuori", legge qualcosa, sintetizza, accorcia, taglia, cuce, ricuce e poi scrive tirando le sue conclusioni.

Forse è anche questo l'atteggiamento psicologico che, nelle regioni meridionali, sta per accogliere "Se muore il Sud", l'annunciato libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella che, per l'occasione, dicono addio a Rizzoli per saltare sul carro della Feltrinelli editore. La stessa casa editrice che ha ristampato il libro-reportage scritto nel 1992 da Giorgio Bocca: "L'inferno". Un libro, quello, che schiumava rabbia, spesso pressapochismo, insofferenza verso atteggiamenti e realtà meridionali.

Nel caso delle pagine dei due giornalisti, autori del fortunato "La casta", l'analisi è più complessa. A quattro mani, si lavora meglio: c'è chi raccoglie, legge, ascolta spiegazioni e il lavoro può essere suddiviso. La Sicilia, la Calabria, la 'ndrangheta al nord, i furbi dalle pensioni di invalidità fasulle, la terra dei veleni, Bagnoli, i trasporti, la sanità: un ampio campionario, che raccoglie materiale da pezzi giornalistici, siti come opencoesione.it, qualche conosciuto testo del passato di più autori (Nitti, Serao, forse Fucini, oltre Bocca).

Poi (poteva mai mancare, se la rilettura storica risorgimentale è assai più popolare delle analisi economiche?) la critica a chi trova negli eventi di 152 anni fa le spiegazioni assorbenti di ogni arretratezza meridionale. Critica liquidata, tout court, con la parola "neoborbonismo". La storia non può spiegare tutto, ma è conoscenza in più delle proprie radici e degli eventi che hanno portato il Mezzogiorno a diventare parte dell'Italia unita. Poi, naturalmente, ci deve essere anche dell'altro, per spiegare e analizzare le ragioni dei problemi in cui ci dibattiamo al Sud.

E qui, lo ripeto spesso anche quando presento in tutt'Italia i miei libri, dobbiamo essere noi meridionali per primi ad evitare di piangerci addosso. Basta con gli è colpa sempre degli altri, siamo così perchè da fuori, etc. L'ho scritto a chiusura del mio "Controstoria della liberazione" (edito da Rizzoli nel 2012 e ora BUR-Rizzoli): dobbiamo smetterla con il nostro atteggiamento di passività sugli eventi storici, la nostra perenne attesa che ci sia sempre chi da fuori venga a "liberarci" da qualcosa o da qualcuno.

E cominciare per primi significa superare la rassegnazione, il voto a chi promette posti, o scarpe in regalo dandocene una in anticipo per poi consegnarci la seconda ad elezione avvenuta. Significa non aspettare sempre che i giochi dei vincitori siano fatti per poi salire sul loro carro. Vizi italici, che al Sud si esasperano per eccesso di bisogni, altrove visti come assenza di volontà del fare.

Gramsci teorizzava la mancanza di vere rivoluzioni in Italia, la costante presenza, specie al Sud, di "rivoluzioni passive" alla maniera di Cuoco. Solo la guerra contadina del brigantaggio la ritenne cosa diversa. Come la ritenne diversa Carlo Levi.

Ecco, credo si debbano utilizzare libri come quelli di Stella e Rizzo per capire cosa, nel resto d'Italia, dà più fastidio del meridionale, con il rischio di farlo diventare stereotipo valido per tutti quelli che vivono a sud di Roma: vittimismo, furbizia, passività negli eventi. Atteggiamenti che alimentano una classe dirigente clientelare e furbetta, quella sì, che fa il gioco di interessi lontani dalle nostre terre. Bene, capiamolo una volta per tutte. E reagiamo. Con responsabilità, preparazione, coscienza politica. Dobbiamo comprendere che il riscatto del Sud comincia proprio da chi ci è rimasto a vivere e lavorare. E che i guasti nascono anche da chi vive tra noi e non paga le tasse, chiude gli occhi dinanzi alle mafie, non rispetta le regole del convivere civile, urla e poi fa ciò che vuole infischiandosene degli altri.

Insomma, le auto assoluzioni meridionali a prescindere non servono. Non aspettiamo sempre che ce lo vengano a dire "da fuori". Siano anche fior di professionisti e saggisti come Stella e Rizzo.

Fonte: Il Mattino


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venerdì 1 novembre 2013

Dalla Campania a Balvano, il primo novembre della povera gente morta nella sciagura del treno 8017

di Gigi Di Fiore

Fonte: Il Mattino

La lunga fila di persone, spesso anziani, che arriva dalla Campania per portare un fiore nel cimitero di Balvano, in provincia di Potenza, si assottiglia ogni anno. Il primo novembre, giorno dedicato al culto dei morti, da Torre del Greco, Torre Annunziata, Castellammare, ma anche Cava e Nocera, si muovono i parenti, sempre di meno, delle vittime di uno dei più incredibili incidenti ferroviari della nostra storia.

Quasi 70 anni fa, era il 3 marzo del 1944. La pià grossa sciagura ferroviaria del nostro Paese, quella conosciuta con il numero del treno: 8017. Un convoglio merci, che collegava Napoli a Potenza, destinato a trasportare legname. Dopo Battipaglia, la linea non era elettrificata - e non lo sarebbe stato fino al 1994 - e fu necessario sostituire la locomotiva con due macchine a vapore. Un serpente lento, con 47 carri merce da 520 tonnellate.

A bordo, lungo il tragitto, saliva a forza tanta povera gente. Tutti campani delle province di Napoli e Salerno. Da Cava dei Tirreni, Castellammare, Torre del Greco, Torre Annunziata, Nocera inferiore i gruppi più numerosi. Si spostavano in cerca di mangiare, la guerra non era finita, a Cassino si combatteva ancora. Il cibo scarseggiava, la borsa nera era quasi la regola nei territori meridionali  liberati dal nazifascismo e gestiti dagli anglo-americani. Restavano il baratto e la ricerca di mangiare dove si trovava.

I passeggeri erano in gran parte clandestini: speravano di trovare prosciutti, zucchero, farina, pane, carne in Basilicata, in cambio di merci, come caffè o sigari, magari raccattate dagli americani, che portavano ben strette addosso. Ben 600 viaggiatori su quel treno, nonostante che a Eboli alcuni fossero stati costretti a scendere per alleggerire il carico arrivato. Sarebbe stato più difficile proseguire, con un peso arrivato a 600 tonnellate.

Tra le stazioni di Balvano e Bella-Muro Lucano, la sciagura. La pendenza era enorme. Nell'umida galleria delle Armi, le ruote cominciarono a slittare sui binari. A 800 metri dall'ingresso, con soli due vagoni rimasti fuori, il treno si bloccò. I macchinisti tentarono l'impossibile per rimetterlo in moto, ma il carico era proibitivo. Dai fumaioli delle due locomotive a vapore si sprigionò il veleno mortale: monossido di carbonio e acido carbonico, che avvolsero la galleria e i vagoni. La gente morì asfissiata, bloccata sui sedili. Solo una novantina furono i superstiti.

Il bilancio fu di 501 passeggeri, 8 militari e 7 ferrovieri morti. In tanti non furono riconosciuti dai parenti. Quei corpi, amara scena di tante sciagure, vennero allineati l'uno accanto all'altro in successione nella stazione di Balvano. Vennero sepolti in quattro fosse comuni. Quelle visitate ogni anno nella ricorrenza dei morti. Tra i sopravvissuti furono molti a impazzire.

In tanti hanno scritto di questa sciagura: giornalisti come Mario Restaino (autore di un bel libro sulla vicenda) o Antonio Manzo; studiosi come Gianluca Barneschi, Francesco D'Amato, Alessandro Perissinotto e Patrizia Reso. Come spesso avviene nel nostro Paese, la commissione parlamentare d'inchiesta di allora concluse che nessuno era responsabile dell'accaduto, si era trattato di "cause di forza maggiore".

"Nel fragore della guerra, quella tragedia silenziosa non ebbe nessuna eco e a nulla valse chiedere verità e giustizia", ha scritto Francesco D'Amato nel suo accorato libro "I dimenticati" pubblicato nel 2011. Vittime della fame, molti avevano indosso più cappotti: sarebbero serviti a nascondere il cibo barattato in Basilicata. Una tragedia, mai abbastanza raccontata. Molti morti non ebbero un nome. Anche questa, nel 1944, era la guerra non combattuta al Sud, con le sue migliaia di vittime. Soldati senza divisa. Civili, immersi in una tragedia che partorì tante altre tragedie. Come a Balvano.  

Fonte: Il Mattino


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di Gigi Di Fiore

Fonte: Il Mattino

La lunga fila di persone, spesso anziani, che arriva dalla Campania per portare un fiore nel cimitero di Balvano, in provincia di Potenza, si assottiglia ogni anno. Il primo novembre, giorno dedicato al culto dei morti, da Torre del Greco, Torre Annunziata, Castellammare, ma anche Cava e Nocera, si muovono i parenti, sempre di meno, delle vittime di uno dei più incredibili incidenti ferroviari della nostra storia.

Quasi 70 anni fa, era il 3 marzo del 1944. La pià grossa sciagura ferroviaria del nostro Paese, quella conosciuta con il numero del treno: 8017. Un convoglio merci, che collegava Napoli a Potenza, destinato a trasportare legname. Dopo Battipaglia, la linea non era elettrificata - e non lo sarebbe stato fino al 1994 - e fu necessario sostituire la locomotiva con due macchine a vapore. Un serpente lento, con 47 carri merce da 520 tonnellate.

A bordo, lungo il tragitto, saliva a forza tanta povera gente. Tutti campani delle province di Napoli e Salerno. Da Cava dei Tirreni, Castellammare, Torre del Greco, Torre Annunziata, Nocera inferiore i gruppi più numerosi. Si spostavano in cerca di mangiare, la guerra non era finita, a Cassino si combatteva ancora. Il cibo scarseggiava, la borsa nera era quasi la regola nei territori meridionali  liberati dal nazifascismo e gestiti dagli anglo-americani. Restavano il baratto e la ricerca di mangiare dove si trovava.

I passeggeri erano in gran parte clandestini: speravano di trovare prosciutti, zucchero, farina, pane, carne in Basilicata, in cambio di merci, come caffè o sigari, magari raccattate dagli americani, che portavano ben strette addosso. Ben 600 viaggiatori su quel treno, nonostante che a Eboli alcuni fossero stati costretti a scendere per alleggerire il carico arrivato. Sarebbe stato più difficile proseguire, con un peso arrivato a 600 tonnellate.

Tra le stazioni di Balvano e Bella-Muro Lucano, la sciagura. La pendenza era enorme. Nell'umida galleria delle Armi, le ruote cominciarono a slittare sui binari. A 800 metri dall'ingresso, con soli due vagoni rimasti fuori, il treno si bloccò. I macchinisti tentarono l'impossibile per rimetterlo in moto, ma il carico era proibitivo. Dai fumaioli delle due locomotive a vapore si sprigionò il veleno mortale: monossido di carbonio e acido carbonico, che avvolsero la galleria e i vagoni. La gente morì asfissiata, bloccata sui sedili. Solo una novantina furono i superstiti.

Il bilancio fu di 501 passeggeri, 8 militari e 7 ferrovieri morti. In tanti non furono riconosciuti dai parenti. Quei corpi, amara scena di tante sciagure, vennero allineati l'uno accanto all'altro in successione nella stazione di Balvano. Vennero sepolti in quattro fosse comuni. Quelle visitate ogni anno nella ricorrenza dei morti. Tra i sopravvissuti furono molti a impazzire.

In tanti hanno scritto di questa sciagura: giornalisti come Mario Restaino (autore di un bel libro sulla vicenda) o Antonio Manzo; studiosi come Gianluca Barneschi, Francesco D'Amato, Alessandro Perissinotto e Patrizia Reso. Come spesso avviene nel nostro Paese, la commissione parlamentare d'inchiesta di allora concluse che nessuno era responsabile dell'accaduto, si era trattato di "cause di forza maggiore".

"Nel fragore della guerra, quella tragedia silenziosa non ebbe nessuna eco e a nulla valse chiedere verità e giustizia", ha scritto Francesco D'Amato nel suo accorato libro "I dimenticati" pubblicato nel 2011. Vittime della fame, molti avevano indosso più cappotti: sarebbero serviti a nascondere il cibo barattato in Basilicata. Una tragedia, mai abbastanza raccontata. Molti morti non ebbero un nome. Anche questa, nel 1944, era la guerra non combattuta al Sud, con le sue migliaia di vittime. Soldati senza divisa. Civili, immersi in una tragedia che partorì tante altre tragedie. Come a Balvano.  

Fonte: Il Mattino


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martedì 22 ottobre 2013

Mongiana, nasce un museo per la memoria Così l'Italia smantellò l'azienda calabrese

di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino


Mongiana non vuole dimenticare il suo passato. Ed è un bene. Due secoli fa, Mongiana era centro siderurgico florido, tutta l'area nella piana Stagliata di Micone in Calabria  era considerata una specie di Ruhr versione italiana. Acque e boschi in quantità: l'ideale per questo tipo di attività industriali.

Martedì 22 ottobre, quella che fu la sede dello stabilimento, e che era diventata monumento all'abbandono, diventa museo. Ristrutturata, recuperata nelle sue aree principali, la ferriera potrà diventare luogo di ricordi di un sud industriale. Mongiana come Pietrarsa, come San Leucio.

Regione Calabria, Regione Campania, comune di Mongiana e la Fondazione Napolinovantanove hanno creduto nel progetto di recupero e restauro. L'inaugurazione di martedì, con uno dei principali studiosi della storia di quest'opificio, l'architetto napoletano Gennaro Matacena, è il coronamento del recupero.

Quella di Mongiana è storia troppo nota e dolorosa per rievocarla in dettaglio. Il polo siderurgico nacque negli anni del regno di Ferdinando IV di Borbone. Produceva semilavorati e venne considerato struttura fondamentale anche nel decennio francese. Le ferriere Nuove Regie divennero un fiore all'occhiello nel regno delle Due Sicilie. Progettista, nel 1771, fu l'architetto napoletano Mario Gioffredo. A Mongiana furono prodotte le materie prime per il ponte in ferro sul Garigliano e la ferrovia Napoli-Portici.

La fonderia aveva tre altoforni: Santa Barbara, San Ferdinando e San Francesco. Vi si produceva ghisa di alta qualità, simile a quella inglese. Le ferriere divennero sette, poi il complesso si ampliò con una fabbrica di armi. Nel 1860, lavoravano 1500 operai che si insediarono nella zona con le loro famiglie.

L'unità d'Italia portò allo smantellamento. Nel 1864, la commissione per le ferriere favorì la vendita ai privati, privilegiando gli insediamenti siderurgici del nord per la loro vicinanza ai complessi industriali di Piemonte, Lombardia e Liguria. Poi, atto finale, la vendita all'ex garibaldino Achille Fazzari. Sperava in aiuti statali, ma non arrivarono. Gli impianti furono piano piano smantellati, le strutture vendute. Rimase l'area Ferdinandea, dove si produceva acqua minerale, con una centrale idroelettrica e una segheria. Fu il declino, la chiusura. L'abbandono. Il gioiello industriale della Calabria chiuse. Erano passati appena 14 anni dall'unità d'Italia. 

Fonte: Il Mattino

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di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino


Mongiana non vuole dimenticare il suo passato. Ed è un bene. Due secoli fa, Mongiana era centro siderurgico florido, tutta l'area nella piana Stagliata di Micone in Calabria  era considerata una specie di Ruhr versione italiana. Acque e boschi in quantità: l'ideale per questo tipo di attività industriali.

Martedì 22 ottobre, quella che fu la sede dello stabilimento, e che era diventata monumento all'abbandono, diventa museo. Ristrutturata, recuperata nelle sue aree principali, la ferriera potrà diventare luogo di ricordi di un sud industriale. Mongiana come Pietrarsa, come San Leucio.

Regione Calabria, Regione Campania, comune di Mongiana e la Fondazione Napolinovantanove hanno creduto nel progetto di recupero e restauro. L'inaugurazione di martedì, con uno dei principali studiosi della storia di quest'opificio, l'architetto napoletano Gennaro Matacena, è il coronamento del recupero.

Quella di Mongiana è storia troppo nota e dolorosa per rievocarla in dettaglio. Il polo siderurgico nacque negli anni del regno di Ferdinando IV di Borbone. Produceva semilavorati e venne considerato struttura fondamentale anche nel decennio francese. Le ferriere Nuove Regie divennero un fiore all'occhiello nel regno delle Due Sicilie. Progettista, nel 1771, fu l'architetto napoletano Mario Gioffredo. A Mongiana furono prodotte le materie prime per il ponte in ferro sul Garigliano e la ferrovia Napoli-Portici.

La fonderia aveva tre altoforni: Santa Barbara, San Ferdinando e San Francesco. Vi si produceva ghisa di alta qualità, simile a quella inglese. Le ferriere divennero sette, poi il complesso si ampliò con una fabbrica di armi. Nel 1860, lavoravano 1500 operai che si insediarono nella zona con le loro famiglie.

L'unità d'Italia portò allo smantellamento. Nel 1864, la commissione per le ferriere favorì la vendita ai privati, privilegiando gli insediamenti siderurgici del nord per la loro vicinanza ai complessi industriali di Piemonte, Lombardia e Liguria. Poi, atto finale, la vendita all'ex garibaldino Achille Fazzari. Sperava in aiuti statali, ma non arrivarono. Gli impianti furono piano piano smantellati, le strutture vendute. Rimase l'area Ferdinandea, dove si produceva acqua minerale, con una centrale idroelettrica e una segheria. Fu il declino, la chiusura. L'abbandono. Il gioiello industriale della Calabria chiuse. Erano passati appena 14 anni dall'unità d'Italia. 

Fonte: Il Mattino

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venerdì 11 ottobre 2013

Da oggi in vendita nelle edicole di tutt’Italia, per le edizioni di Focus Storia il libro “1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato”. di Gigi di Fiore

A 15 anni dalla prima edizione, ormai introvabile, viene ripubblicato “1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato”. Sarà da oggi in vendita nelle EDICOLE di tutt’Italia, per le edizioni di Focus storia. Potrà essere acquistato con la rivista o senza.

Un libro, assai citato nelle bibliografie, tra i primi a raccontare nel dettaglio il primo eccidio, il 14 agosto 1861, nell’Italia unita, con taglio narrativo di romanzo.
La prima edizione di Grimaldi & C. risale al 1998, l’affollata presentazione si tenne al Circolo della stampa di Napoli nel marzo 1999, con il regista Pasquale Squitieri e Riccardo Pazzaglia.

Ora la nuova edizione di Focus storia, con copertina rivista e qualche lieve modifica nel testo.

L’avevo promesso ai tanti che mi avevano scritto per poterlo leggere: eccolo, con prezzo accessibile davvero a tutti.

Gigi Di Fiore
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A 15 anni dalla prima edizione, ormai introvabile, viene ripubblicato “1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato”. Sarà da oggi in vendita nelle EDICOLE di tutt’Italia, per le edizioni di Focus storia. Potrà essere acquistato con la rivista o senza.

Un libro, assai citato nelle bibliografie, tra i primi a raccontare nel dettaglio il primo eccidio, il 14 agosto 1861, nell’Italia unita, con taglio narrativo di romanzo.
La prima edizione di Grimaldi & C. risale al 1998, l’affollata presentazione si tenne al Circolo della stampa di Napoli nel marzo 1999, con il regista Pasquale Squitieri e Riccardo Pazzaglia.

Ora la nuova edizione di Focus storia, con copertina rivista e qualche lieve modifica nel testo.

L’avevo promesso ai tanti che mi avevano scritto per poterlo leggere: eccolo, con prezzo accessibile davvero a tutti.

Gigi Di Fiore

venerdì 20 settembre 2013

Le 4 giornate di Napoli e il vero nome del marinaio fucilato ricordato nel film di Loy

di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino

E' una delle scene più drammatiche del bel film di Nanni Loy "Le quattro giornate di Napoli". Uno dei tanti episodi-verità di quei giorni del fine settembre di 70 anni fa: la fucilazione del marinaio sulle scale dell'Università in corso Umberto. Lo ricorda una lapide, senza il nome di quel giovane che nel film viene interpretato da Jean Sorel.

I tedeschi lo trovano in divisa a camminare per la città tutto tranquillo. Lui non sa dell'8 settembre, non sa della resa, non sa che gli ex alleati di tre anni di guerra sono diventati nemici dopo il salto della quaglia italiano. Viene preso come altri, accusato di tradimento. E portato alla morte. I napoletani che assistettero alla scena, con tante donne, anziani e bambini, furono costretti a inginocchiarsi e ad applaudire. Tra loro, c'era anche Antonio Ghirelli, il giornalista scomparso, che ha spesso ricordato quello che vide.

Tanti anni sono passati, tra poco cominceranno le celebrazioni e i ricordi su quella rivolta spontanea che cominciò il 28 settembre del 1943 contro i tedeschi, che avevano già pianificato la ritirata verso il fronte di Cassino. E la scena del marinaio resta fissata nell'immaginario di tutti e nelle lapidi. Un marinaio rimasto a lungo senza nome. Anzi, in tanti, anche su Internet, lo ricordano genericamente come "marinaio livornese".

In realtà, quel marinaio ha un nome e cognome. Era campano. Si chiamava Andrea Manzi ed era originario di una frazione di Ravello sulla costiera amalfitana. Aveva 24 anni e il nipote, oggi parroco di Ravello, don Giuseppe Imperato, chiede che il corpo dello zio sia trasferito nel Sacrario dei caduti di Ravello.

Era il 12 settembre del 1943, quando Manzi venne preso e fucilato dai tedeschi. La scena del film di Loy è girata dinanzi all'Accademia di belle arti, in realtà tutto avvenne sulle scale d'ingresso principale dell'Università. Andrea Manzi era nato nel 1919, era stato in licenza dalla mamma Angelina Rispoli che lo aveva incontrato nella frazione di Rispoli di Ravello, dove gli hanno intitolato una piazza. Per tornare in servizio a Napoli, era salito sui monti di Gragnano a piedi per poi prendere il treno a Castellammare di Stabia.

Girava, tranquillo. Non aveva ascoltato la radio, non aveva sentito l'annuncio del generale Badoglio. Sbandato, senza saperlo. Come tanti militari in quei giorni. Arrivò a Napoli e fu preso dai tedeschi in giro per la città. "Fatemi tornare da mamma mia", disse. Poi, qualcuno gli sentì gridare, mentre lo fucilavano: "Oj ma', nun aggio fatto niente!".

Non un livornese, ma un giovane di Ravello sepolto nella tomba 66 a Ravello dal 17 marzo 1951. Il corpo, ricordano i suoi discendenti che hanno raccolto le memorie di famiglia, era crivellato di proiettili. Sfigurato. Il 28 settembre prossimo, proprio quei familiari racconteranno la storia di Andrea Manzi, in un convegno pomeridiano nella chiesa di Santa Croce a Napoli dove saranno ricordati quei giorni di 70 anni fa. Sarà l'occasione pubblica per gridare il nome di quel ragazzo, di cui scrisse Aldo De Jaco nel 1956, ispirando poi Nanni Loy nel film del 1962. A ciascuno il suo. Memoria, seppure in ritardo.

Fonte: Il Mattino


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https://www.youtube.com/watch?v=0IzSMvGnayY&feature=share


 
https://www.youtube.com/watch?v=tnPqkU7vkwg


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di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino

E' una delle scene più drammatiche del bel film di Nanni Loy "Le quattro giornate di Napoli". Uno dei tanti episodi-verità di quei giorni del fine settembre di 70 anni fa: la fucilazione del marinaio sulle scale dell'Università in corso Umberto. Lo ricorda una lapide, senza il nome di quel giovane che nel film viene interpretato da Jean Sorel.

I tedeschi lo trovano in divisa a camminare per la città tutto tranquillo. Lui non sa dell'8 settembre, non sa della resa, non sa che gli ex alleati di tre anni di guerra sono diventati nemici dopo il salto della quaglia italiano. Viene preso come altri, accusato di tradimento. E portato alla morte. I napoletani che assistettero alla scena, con tante donne, anziani e bambini, furono costretti a inginocchiarsi e ad applaudire. Tra loro, c'era anche Antonio Ghirelli, il giornalista scomparso, che ha spesso ricordato quello che vide.

Tanti anni sono passati, tra poco cominceranno le celebrazioni e i ricordi su quella rivolta spontanea che cominciò il 28 settembre del 1943 contro i tedeschi, che avevano già pianificato la ritirata verso il fronte di Cassino. E la scena del marinaio resta fissata nell'immaginario di tutti e nelle lapidi. Un marinaio rimasto a lungo senza nome. Anzi, in tanti, anche su Internet, lo ricordano genericamente come "marinaio livornese".

In realtà, quel marinaio ha un nome e cognome. Era campano. Si chiamava Andrea Manzi ed era originario di una frazione di Ravello sulla costiera amalfitana. Aveva 24 anni e il nipote, oggi parroco di Ravello, don Giuseppe Imperato, chiede che il corpo dello zio sia trasferito nel Sacrario dei caduti di Ravello.

Era il 12 settembre del 1943, quando Manzi venne preso e fucilato dai tedeschi. La scena del film di Loy è girata dinanzi all'Accademia di belle arti, in realtà tutto avvenne sulle scale d'ingresso principale dell'Università. Andrea Manzi era nato nel 1919, era stato in licenza dalla mamma Angelina Rispoli che lo aveva incontrato nella frazione di Rispoli di Ravello, dove gli hanno intitolato una piazza. Per tornare in servizio a Napoli, era salito sui monti di Gragnano a piedi per poi prendere il treno a Castellammare di Stabia.

Girava, tranquillo. Non aveva ascoltato la radio, non aveva sentito l'annuncio del generale Badoglio. Sbandato, senza saperlo. Come tanti militari in quei giorni. Arrivò a Napoli e fu preso dai tedeschi in giro per la città. "Fatemi tornare da mamma mia", disse. Poi, qualcuno gli sentì gridare, mentre lo fucilavano: "Oj ma', nun aggio fatto niente!".

Non un livornese, ma un giovane di Ravello sepolto nella tomba 66 a Ravello dal 17 marzo 1951. Il corpo, ricordano i suoi discendenti che hanno raccolto le memorie di famiglia, era crivellato di proiettili. Sfigurato. Il 28 settembre prossimo, proprio quei familiari racconteranno la storia di Andrea Manzi, in un convegno pomeridiano nella chiesa di Santa Croce a Napoli dove saranno ricordati quei giorni di 70 anni fa. Sarà l'occasione pubblica per gridare il nome di quel ragazzo, di cui scrisse Aldo De Jaco nel 1956, ispirando poi Nanni Loy nel film del 1962. A ciascuno il suo. Memoria, seppure in ritardo.

Fonte: Il Mattino


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https://www.youtube.com/watch?v=tnPqkU7vkwg


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sabato 14 settembre 2013

Lo cunto sbagliato di Gigi Di Fiore

di Gigi Di Fiore

 Lo cunto sbagliato

Quale strano scherzo trasforma un territorio in inferno? Quali menti masochistiche stravolgono terreni, aria, vita? Visitare l'area più violentata della terra dei fuochi è una scommessa con la tolleranza degli occhi e del cuore: Taverna del Re, Resit, Masseria del Pozzo, Cava Giugliano. Sembrano nomi usciti fuori da una delle novelle di Giambattista Basile. Invece sono toponimi da paesaggio lunare.

Raccontai Taverna del Re e il suo cumulo montagnoso e putrido di ecoballe tanti anni fa. Poi sono stato per Il Mattino alle proteste contro le cave, ai sit in frequentati sempre da troppa poca gente. Caivano, Giugliano, Parete, Villa Literno, Acerra. Le storie della degenerazione sono state sin troppo raccontate per ripeterle: i rifuiti tossici in arrivo dal nord, la scelta di insediare da queste parti discariche, luoghi di stoccaggio di ecoballe, aree di compostaggio rifiuti.

Era la patria della mela annurca, è diventata il rifugio privilegiato del consumo avariato che non si sa dove portare. Era la patria delle fiabe di un illustre nativo giuglianese, Gianbattista Basile. E' diventata la città-territorio dove sempre più è vietato sognare. Basile è sepolto nella chiesa di Santa Sofia a Giugliano, chissà cosa scriverebbe oggi. Di certo, non fiabe.

E chissà se Scipione l'Africano avrebbe il coraggio di scegliere questo territorio come suo luogo di ozi. Liternum, vicino al lago Patria, è ricco di reperti archeologici da scoprire. Pochi lo sanno, tanti lo hanno tenuto nascosto per trafugarvi oggetti antichi.

Chissà come venne in mente a Massimo Troisi di girare le scene della disperazione di Lello Arena in "Scusate il ritardo", nella stazione di Giugliano-Qualiano. Allora, i Casalesi erano ancora roba per pochi giornalisti, le discariche e le ecoballe sembravano parole di fantasia.

L'Istituto superiore della sanità dice che la bonifica nell'area che parte da Tre Ponti di Parete e arriva alla Resit è difficile da realizzare. Ma lì si muore di cancro a 40 anni, i bambini nascono con malformazioni e tanti sostengono che è difficile stabilire il rapporto di causa ed effetto tra l'aumento dei tumori e la presenza di diossina e sostanze inquinanti interrate da anni.

Parlano gli alberi neri e rinsecchiti, le mele morte, i cavolfiori di colore innaturale. La camorra, le speculazioni di imprenditori, molti del nord, senza scrupolo, l'assenza di amministratori locali con la vista lunga. Qui si sversa di tutto e da tanti posti. Poi, ci si mette la gente, quella senza volto e nome indefinito. la gente che scarica amianto, carcasse di frigoriferi, vestiti, liquame per le strade. Terra dei fuochi, perchè chi non ne può più di vedere crescere quelle montagne di merda in putrefazione vi dà fuoco,

Forse ci si è incartati, forse sarebbe necessaria un'evacuazione di massa e una bonifica costosissima. Giugliano, altra italia, città terza per popolazione in Campania. Qui è difficile riuscire ancora a pensare a "lo trattenemiento de peccerille". L'arte si è fatta cronaca, la prosa si è inquinata di brutture, male, puzza. Basile non aveva sbagliato il suo cunto. Ma non aveva immaginato che, cinque secoli dopo, la sua terra si sarebbe ridotta in un inferno. Con la mano degli uomini.

Fonte: Il Mattino

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di Gigi Di Fiore

 Lo cunto sbagliato

Quale strano scherzo trasforma un territorio in inferno? Quali menti masochistiche stravolgono terreni, aria, vita? Visitare l'area più violentata della terra dei fuochi è una scommessa con la tolleranza degli occhi e del cuore: Taverna del Re, Resit, Masseria del Pozzo, Cava Giugliano. Sembrano nomi usciti fuori da una delle novelle di Giambattista Basile. Invece sono toponimi da paesaggio lunare.

Raccontai Taverna del Re e il suo cumulo montagnoso e putrido di ecoballe tanti anni fa. Poi sono stato per Il Mattino alle proteste contro le cave, ai sit in frequentati sempre da troppa poca gente. Caivano, Giugliano, Parete, Villa Literno, Acerra. Le storie della degenerazione sono state sin troppo raccontate per ripeterle: i rifuiti tossici in arrivo dal nord, la scelta di insediare da queste parti discariche, luoghi di stoccaggio di ecoballe, aree di compostaggio rifiuti.

Era la patria della mela annurca, è diventata il rifugio privilegiato del consumo avariato che non si sa dove portare. Era la patria delle fiabe di un illustre nativo giuglianese, Gianbattista Basile. E' diventata la città-territorio dove sempre più è vietato sognare. Basile è sepolto nella chiesa di Santa Sofia a Giugliano, chissà cosa scriverebbe oggi. Di certo, non fiabe.

E chissà se Scipione l'Africano avrebbe il coraggio di scegliere questo territorio come suo luogo di ozi. Liternum, vicino al lago Patria, è ricco di reperti archeologici da scoprire. Pochi lo sanno, tanti lo hanno tenuto nascosto per trafugarvi oggetti antichi.

Chissà come venne in mente a Massimo Troisi di girare le scene della disperazione di Lello Arena in "Scusate il ritardo", nella stazione di Giugliano-Qualiano. Allora, i Casalesi erano ancora roba per pochi giornalisti, le discariche e le ecoballe sembravano parole di fantasia.

L'Istituto superiore della sanità dice che la bonifica nell'area che parte da Tre Ponti di Parete e arriva alla Resit è difficile da realizzare. Ma lì si muore di cancro a 40 anni, i bambini nascono con malformazioni e tanti sostengono che è difficile stabilire il rapporto di causa ed effetto tra l'aumento dei tumori e la presenza di diossina e sostanze inquinanti interrate da anni.

Parlano gli alberi neri e rinsecchiti, le mele morte, i cavolfiori di colore innaturale. La camorra, le speculazioni di imprenditori, molti del nord, senza scrupolo, l'assenza di amministratori locali con la vista lunga. Qui si sversa di tutto e da tanti posti. Poi, ci si mette la gente, quella senza volto e nome indefinito. la gente che scarica amianto, carcasse di frigoriferi, vestiti, liquame per le strade. Terra dei fuochi, perchè chi non ne può più di vedere crescere quelle montagne di merda in putrefazione vi dà fuoco,

Forse ci si è incartati, forse sarebbe necessaria un'evacuazione di massa e una bonifica costosissima. Giugliano, altra italia, città terza per popolazione in Campania. Qui è difficile riuscire ancora a pensare a "lo trattenemiento de peccerille". L'arte si è fatta cronaca, la prosa si è inquinata di brutture, male, puzza. Basile non aveva sbagliato il suo cunto. Ma non aveva immaginato che, cinque secoli dopo, la sua terra si sarebbe ridotta in un inferno. Con la mano degli uomini.

Fonte: Il Mattino

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venerdì 6 settembre 2013

L'Italia dell'8 settembre

di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino


Quella data è rimasta un marchio d'infamia. L'Italia dell'8 settembre, si dice. E si indica la propensione a fuggire, scansare pericoli e responsabilità. L'Italia degli opportunismi, dei calcoli. L'Italia cinica che cambia idea, senza pensarci due volte. L'Italia furbetta, ma cogliona, che non sa farsi apprezzare e tende ad annullare il suo meglio, il suo coraggio, le sue capacità.

Sono ormai passati 70 anni da quell'8 settembre del 1943. L'armistizio con gli anglo-americani, sbarcati a luglio in Sicilia e in quello stesso giorno in Calabria, era stato firmato cinque giorni prima a Cassibile. L'armistizio corto, viene definito. Una nobilitazione formale, a indicare nella sostanza una resa senza condizioni con trasmigrazioni di alleanze, nell'illusione di poter diventare cobelligeranti degli ex nemici anglo-americani.

Alle 18,30 il generale americano Dwight Eisenhower comunicò la notizia dai microfoni di Radio Algeri. Colse di sorpresa re sciaboletta (Vittorio Emanuele III), il suo capo del governo Pietro Badoglio, ministri, generali, alti burocrati e uomini di corte, che volevano tergiversare: non aveva dato loro tempo sufficiente per una fuga meno frettolosa.

Alle 19,45 Badoglio fu costretto a confermare la notizia dai microfoni dell'Eiar. Il corteo della vergogna partì da Roma il giorno dopo: era la fuga del governo, del re e della sua corte per Brindisi. Fu la prima capitale di un regno del sud da operetta. Territorio limitato a due province pugliesi, anglo-americani padroni della situazione dopo la rapida avanzata dalla Calabria.

Migliaia e migliaia di italiani lasciati in balia delle onde. Non era il tutti a casa. I tedeschi erano diventati feroci nemici in patria, senza che fossero ancora stati sconfitti. Anzi. L'Italia, unita faticosamente 84 anni prima, era di nuovo divisa in due: al centro-nord, la Repubblica di Salò con le armi dei tedeschi; al sud un fantomatico regno, amministrato in realtà dai nuovi Alleati. Un caos totale. Da altri migliaia di morti, sangue, lager, sofferenze.

La fuga del re fu decisa per salvare una parvenza di continuazione istituzionale di una patria morta, fu giustificato da storici e Savoia. Feroce fu Benedetto Croce su Vittorio Emanuele III e suo figlio Umberto II: la monarchia stava per vivere i suoi ultimi mesi. Ma in quel caos, conseguenza di una guerra fatale, inutile, velleitaria, voluta dal fascismo con il consenso di milioni di italiani, morirono civili e militari lasciati senza ordini. Tanti alzarono la testa, mostrarono coraggio, dignità: partigiani, militari, anche gente senza divisa che mostrò solidarietà e coraggio.

L'Italia dell'8 settembre tirò fuori energia per reagire: abbandonata da chi doveva governarla e guidarla, si riscattò. Ma tanti furono anche gli opportunisti, gli anti dell'ultima ora, i calcolatori. Sempre è stato così, nella nostra storia unitaria. Specie nel Sud, dove le rivoluzioni passive alla Cuoco sono state spesso perferite dalla maggioranza: fermi, senza prendere posizione, in attesa di vedere chi prevale.

Mai più 8 settembre, mai più gente furbetta che ci abbandona quando deve assumersi delle responsabilità. Eppure, certi esempi di questi giorni non fanno ben sperare. Fino a quando dovremo sentirci ripetere: italiani? Ah, siete sempre quelli dell'8 settembre. Bisogna riprendersi destini e scelte. Ricordare la storia deve pur servire a qualcosa.

Fonte: Il Mattino

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di Gigi Di Fiore
Fonte: Il Mattino


Quella data è rimasta un marchio d'infamia. L'Italia dell'8 settembre, si dice. E si indica la propensione a fuggire, scansare pericoli e responsabilità. L'Italia degli opportunismi, dei calcoli. L'Italia cinica che cambia idea, senza pensarci due volte. L'Italia furbetta, ma cogliona, che non sa farsi apprezzare e tende ad annullare il suo meglio, il suo coraggio, le sue capacità.

Sono ormai passati 70 anni da quell'8 settembre del 1943. L'armistizio con gli anglo-americani, sbarcati a luglio in Sicilia e in quello stesso giorno in Calabria, era stato firmato cinque giorni prima a Cassibile. L'armistizio corto, viene definito. Una nobilitazione formale, a indicare nella sostanza una resa senza condizioni con trasmigrazioni di alleanze, nell'illusione di poter diventare cobelligeranti degli ex nemici anglo-americani.

Alle 18,30 il generale americano Dwight Eisenhower comunicò la notizia dai microfoni di Radio Algeri. Colse di sorpresa re sciaboletta (Vittorio Emanuele III), il suo capo del governo Pietro Badoglio, ministri, generali, alti burocrati e uomini di corte, che volevano tergiversare: non aveva dato loro tempo sufficiente per una fuga meno frettolosa.

Alle 19,45 Badoglio fu costretto a confermare la notizia dai microfoni dell'Eiar. Il corteo della vergogna partì da Roma il giorno dopo: era la fuga del governo, del re e della sua corte per Brindisi. Fu la prima capitale di un regno del sud da operetta. Territorio limitato a due province pugliesi, anglo-americani padroni della situazione dopo la rapida avanzata dalla Calabria.

Migliaia e migliaia di italiani lasciati in balia delle onde. Non era il tutti a casa. I tedeschi erano diventati feroci nemici in patria, senza che fossero ancora stati sconfitti. Anzi. L'Italia, unita faticosamente 84 anni prima, era di nuovo divisa in due: al centro-nord, la Repubblica di Salò con le armi dei tedeschi; al sud un fantomatico regno, amministrato in realtà dai nuovi Alleati. Un caos totale. Da altri migliaia di morti, sangue, lager, sofferenze.

La fuga del re fu decisa per salvare una parvenza di continuazione istituzionale di una patria morta, fu giustificato da storici e Savoia. Feroce fu Benedetto Croce su Vittorio Emanuele III e suo figlio Umberto II: la monarchia stava per vivere i suoi ultimi mesi. Ma in quel caos, conseguenza di una guerra fatale, inutile, velleitaria, voluta dal fascismo con il consenso di milioni di italiani, morirono civili e militari lasciati senza ordini. Tanti alzarono la testa, mostrarono coraggio, dignità: partigiani, militari, anche gente senza divisa che mostrò solidarietà e coraggio.

L'Italia dell'8 settembre tirò fuori energia per reagire: abbandonata da chi doveva governarla e guidarla, si riscattò. Ma tanti furono anche gli opportunisti, gli anti dell'ultima ora, i calcolatori. Sempre è stato così, nella nostra storia unitaria. Specie nel Sud, dove le rivoluzioni passive alla Cuoco sono state spesso perferite dalla maggioranza: fermi, senza prendere posizione, in attesa di vedere chi prevale.

Mai più 8 settembre, mai più gente furbetta che ci abbandona quando deve assumersi delle responsabilità. Eppure, certi esempi di questi giorni non fanno ben sperare. Fino a quando dovremo sentirci ripetere: italiani? Ah, siete sempre quelli dell'8 settembre. Bisogna riprendersi destini e scelte. Ricordare la storia deve pur servire a qualcosa.

Fonte: Il Mattino

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domenica 11 agosto 2013

14 agosto 1861: l'eccidio di Pontelandolfo e i conti difficili con la nostra storia

di Gigi Di Fiore

Fonte: Il Mattino

Eccoci nei giorni di Ferragosto. Un anniversario particolare, per la storia dei primi anni di unità d'Italia. 14 agosto 1861: l'eccidio di Pontelandolfo. La cittadina, in provincia di Benevento, si è dichiarata per delibera "martire dell'unità d'Italia". Quando, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni di unità, a Pontelandolfo arrivò Giuliano Amato nella sua veste di presidente del comitato per l'anniversario, chiese scusa a nome dell'Italia intera. E un messaggio di ricordo venne spedito anche dal presidente Giorgio Napolitano.

Pontelandolfo. Come Pietrarsa, come Gaeta, negli ultimi anni diventati luoghi simbolo di un'unità dai tanti lati oscuri. Unità calata dall'alto, imposta con la forza, cui rimase estranea l'intera classe contadina del Mezzogiorno, come osservò Antonio Gramsci.

"Giustizia è fatta su Pontelandolfo e Casalduni, esse bruciano ancora", telegrafò il tenente colonnello Pier Eleonoro Negri, vicentino al comando dei 400 bersaglieri che nella notte irruppero nel paese. Diritto di rappresaglia, in una zona dove non c'era guerra dichiarata, Era in corso, però, il più sanguinoso conflitto civile della storia unitaria: le rivolte contadine bollate come brigantaggio.

Qualche giorno prima, nella strada verso Casalduni, erano stati uccisi 41 soldati al comando del tenente Cesare Bracci, inviati a controllare la zona, dove si muovevano numerose bande. La più importante era quella guidata da Cosimo Giordano. Il comando italiano a Napoli, con il luogotenente Enrico Cialdini, decise la rappresaglia. Una colonna, guidata dal maggiore Carlo Melegari, si diresse a Casalduni. L'altro, quella di Negri, a Pontelandolfo.

Immagini che ricordano il film Soldato blu, con le giubbe azzurre a distruggere il villaggio di pellerossa cogliendo nel sonno gli indiani. Successe anche a Pontelandolfo. Il Sud Far West dell'Italia, nei mesi post-unitari.Tutto fu distrutto, rimasero in piedi solo tre case. E, nel dicembre successivo, l'episodio venne ricordato in Parlamento a Torino dal deputato milanese Giuseppe Ferrari. Parlò di "giustizia barbara".

I morti contati dai giornali dell'epoca furono 146, ma la stima esatta non si è mai conosciuta: molti furono travolti dall'incendio delle loro case, di altri i familiari ebbero vergogna e timore a denunciarne la scomparsa attraverso i registri parrocchiali. Eppure, la stima comparata dei defunti in zona di quegli anni, nota un incremento tra il 1861-62. Sintomatico. Una lapide, fuori al comune di Pontelandolfo, ricorda le vittime dai nomi certi. Anche la toponomastica è mutata due anni fa: ora strade e piazze ricordano i nomi di alcuni di quei morti.

Anche così il Mezzogiorno fu unito all'Italia, Sangue, repressione e violenze, da non dimenticare. E non per spirito di nostalgia con il passato, o per seminare odio e separazioni, ma per non rimuovere la memoria. Il quadro dell'unificazione deve essere completo e noto a tutti.  Come gli americani, dovremmo finalmente cominciare a fare i conti con la nostra storia. Senza polemiche e con serenità. Altrimenti, per la nostra povera Italia, non ci sarà futuro.

Fonte: Il Mattino


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di Gigi Di Fiore

Fonte: Il Mattino

Eccoci nei giorni di Ferragosto. Un anniversario particolare, per la storia dei primi anni di unità d'Italia. 14 agosto 1861: l'eccidio di Pontelandolfo. La cittadina, in provincia di Benevento, si è dichiarata per delibera "martire dell'unità d'Italia". Quando, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni di unità, a Pontelandolfo arrivò Giuliano Amato nella sua veste di presidente del comitato per l'anniversario, chiese scusa a nome dell'Italia intera. E un messaggio di ricordo venne spedito anche dal presidente Giorgio Napolitano.

Pontelandolfo. Come Pietrarsa, come Gaeta, negli ultimi anni diventati luoghi simbolo di un'unità dai tanti lati oscuri. Unità calata dall'alto, imposta con la forza, cui rimase estranea l'intera classe contadina del Mezzogiorno, come osservò Antonio Gramsci.

"Giustizia è fatta su Pontelandolfo e Casalduni, esse bruciano ancora", telegrafò il tenente colonnello Pier Eleonoro Negri, vicentino al comando dei 400 bersaglieri che nella notte irruppero nel paese. Diritto di rappresaglia, in una zona dove non c'era guerra dichiarata, Era in corso, però, il più sanguinoso conflitto civile della storia unitaria: le rivolte contadine bollate come brigantaggio.

Qualche giorno prima, nella strada verso Casalduni, erano stati uccisi 41 soldati al comando del tenente Cesare Bracci, inviati a controllare la zona, dove si muovevano numerose bande. La più importante era quella guidata da Cosimo Giordano. Il comando italiano a Napoli, con il luogotenente Enrico Cialdini, decise la rappresaglia. Una colonna, guidata dal maggiore Carlo Melegari, si diresse a Casalduni. L'altro, quella di Negri, a Pontelandolfo.

Immagini che ricordano il film Soldato blu, con le giubbe azzurre a distruggere il villaggio di pellerossa cogliendo nel sonno gli indiani. Successe anche a Pontelandolfo. Il Sud Far West dell'Italia, nei mesi post-unitari.Tutto fu distrutto, rimasero in piedi solo tre case. E, nel dicembre successivo, l'episodio venne ricordato in Parlamento a Torino dal deputato milanese Giuseppe Ferrari. Parlò di "giustizia barbara".

I morti contati dai giornali dell'epoca furono 146, ma la stima esatta non si è mai conosciuta: molti furono travolti dall'incendio delle loro case, di altri i familiari ebbero vergogna e timore a denunciarne la scomparsa attraverso i registri parrocchiali. Eppure, la stima comparata dei defunti in zona di quegli anni, nota un incremento tra il 1861-62. Sintomatico. Una lapide, fuori al comune di Pontelandolfo, ricorda le vittime dai nomi certi. Anche la toponomastica è mutata due anni fa: ora strade e piazze ricordano i nomi di alcuni di quei morti.

Anche così il Mezzogiorno fu unito all'Italia, Sangue, repressione e violenze, da non dimenticare. E non per spirito di nostalgia con il passato, o per seminare odio e separazioni, ma per non rimuovere la memoria. Il quadro dell'unificazione deve essere completo e noto a tutti.  Come gli americani, dovremmo finalmente cominciare a fare i conti con la nostra storia. Senza polemiche e con serenità. Altrimenti, per la nostra povera Italia, non ci sarà futuro.

Fonte: Il Mattino


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martedì 30 luglio 2013

La strage del viadotto e le bare allineate in una palestra, come a San Giuliano di Puglia

Sentito articolo di Gigi Di Fiore dal suo blog di oggi sul Mattino; il Partito del Sud esprime il proprio cordoglio alle famiglie di tutti gli scomparsi nell'incidente della A16 e la solidarietà ai feriti e ai loro familiari.


di Gigi Di Fiore

 C'è sempre una palestra, nel dolore. Bare allineate. Tutte uguali e tutte diverse. Fiori, mamme, padri, fratelli, sorelle che si chiedono perché. Le tragedie, certe tragedie, posseggono un rito che si ripete. Il rito del dolore, del pianto, delle mille domande senza risposta.


La tragedia sull'autostrada A16, sul maledetto viadotto nel vallone di Acqualonga. Come la tragedia per il terremoto di quel 31 ottobre 2002 a San Giuliano di Puglia: 27 bambini e una loro maestra morti per il crollo della scuola elementare del paese. Me le ricordo quelle piccole bare tutte bianche, mi ricordo quella palestra surreale. La morte allineava vite e speranze differenti. Le mamme invocavano un nome, si aggrappavano alla fede in mancanza di altro. C'era compostezza in quelle lacrime. C'era stupore. Chi poteva fare qualcosa, perché, come è successo? Le eterne risposte che incombono su una morte improvvisa.

Era l'angoscia che raccontò nel 1947 anche Dino Buzzati, in un articolo senza uguali sul Corriere della sera. Il 16 luglio di quell'anno, nel mare di Albenga era naufragata una motonave con una comitiva in gita scolastica. Morirono 44 bambini e 4 accompagnatrici. Bare allineate, lenzuola bianche. Il rituale dei volti sgomenti. "Ad Albenga si era concentrato tutto il dolore del mondo", scrisse Buzzati.

Quello stesso dolore si è concentrato oggi a Pozzuoli. L'Italia è in lutto, le tragedie collettive invocano spiegazioni, responsabilità: 38 morti pesano su quella strada maledetta in discesa.

Con il presidente Ciampi, nel giorno dei funerali a San Giuliano piangemmo tutti. Ascoltammo il lamento delle mamme, le richieste di giustizia. Non riuscimmo ad esercitare cinismo, a governare l'emozione che ci prese. Persino l'indimenticabile Peppe D'Avanzo, scorza dura di cronista mai abbastanza rimpianto, lacrimava.

E' duro raccontare il dolore, ma è dura la ripetitività di queste tragedie. Segnate da bare in fila, palestre in grado di raccoglierle, folla attonita.
Perché, ci si chiede anche ora, come è potuto accadere? Certe domande non sempre trovano risposte. E il dolore di una perdita cara, troppe volte, deve bastare a se stesso.


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Sentito articolo di Gigi Di Fiore dal suo blog di oggi sul Mattino; il Partito del Sud esprime il proprio cordoglio alle famiglie di tutti gli scomparsi nell'incidente della A16 e la solidarietà ai feriti e ai loro familiari.


di Gigi Di Fiore

 C'è sempre una palestra, nel dolore. Bare allineate. Tutte uguali e tutte diverse. Fiori, mamme, padri, fratelli, sorelle che si chiedono perché. Le tragedie, certe tragedie, posseggono un rito che si ripete. Il rito del dolore, del pianto, delle mille domande senza risposta.


La tragedia sull'autostrada A16, sul maledetto viadotto nel vallone di Acqualonga. Come la tragedia per il terremoto di quel 31 ottobre 2002 a San Giuliano di Puglia: 27 bambini e una loro maestra morti per il crollo della scuola elementare del paese. Me le ricordo quelle piccole bare tutte bianche, mi ricordo quella palestra surreale. La morte allineava vite e speranze differenti. Le mamme invocavano un nome, si aggrappavano alla fede in mancanza di altro. C'era compostezza in quelle lacrime. C'era stupore. Chi poteva fare qualcosa, perché, come è successo? Le eterne risposte che incombono su una morte improvvisa.

Era l'angoscia che raccontò nel 1947 anche Dino Buzzati, in un articolo senza uguali sul Corriere della sera. Il 16 luglio di quell'anno, nel mare di Albenga era naufragata una motonave con una comitiva in gita scolastica. Morirono 44 bambini e 4 accompagnatrici. Bare allineate, lenzuola bianche. Il rituale dei volti sgomenti. "Ad Albenga si era concentrato tutto il dolore del mondo", scrisse Buzzati.

Quello stesso dolore si è concentrato oggi a Pozzuoli. L'Italia è in lutto, le tragedie collettive invocano spiegazioni, responsabilità: 38 morti pesano su quella strada maledetta in discesa.

Con il presidente Ciampi, nel giorno dei funerali a San Giuliano piangemmo tutti. Ascoltammo il lamento delle mamme, le richieste di giustizia. Non riuscimmo ad esercitare cinismo, a governare l'emozione che ci prese. Persino l'indimenticabile Peppe D'Avanzo, scorza dura di cronista mai abbastanza rimpianto, lacrimava.

E' duro raccontare il dolore, ma è dura la ripetitività di queste tragedie. Segnate da bare in fila, palestre in grado di raccoglierle, folla attonita.
Perché, ci si chiede anche ora, come è potuto accadere? Certe domande non sempre trovano risposte. E il dolore di una perdita cara, troppe volte, deve bastare a se stesso.


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domenica 14 luglio 2013

Agosto di 150 anni fa, sì alla legge Pica sul brigantaggio. E fu il via alle norme speciali per il Su

di Gigi Di Fiore

Fonte : Il Mattino

Tra un mese saranno 150 anni. L'italia dell'eterna emergenza, l'Italia dei provvedimenti speciali cominciava proprio da lì, dalla legge Pica. Era il 15 agosto del 1863, quando il neonato Parlamento di Palazzo Carignano a Torino disse sì a quei nove articoli scritti per reprimere, con le maniere forti, la rivolta del brigantaggio nelle regioni meridionali.

Sì, la prima legge eccezionale del nostro Paese iniziò da tribunali militari, fucilazioni senza garanzie, controllo militare di sei regioni. Di proroga in proroga, con quelle norme si arrivò al 1865. Dopo lo stato d'assedio del 1862, approvato anche per frenare i colpi di coda dei garibaldini all'Aspromonte, fu di fatto una separazione giuridica dell'Italia.

Il Paese unito due anni prima veniva diviso sulla Costituzione: nel centro-nord osservanza delle garanzie costituzionali, al Sud lo Statuto albertino diventava carta straccia. A vantaggio del potere militare, che calpestava il principio del giudice naturale e mortificava il diritto alla difesa. A proporre la legge fu un deputato abruzzese: Giuseppe Pica.

Fu introdotto, per la prima volta, anche il termine di camorrista in una norma. Bastava un sospetto, una soffiata e si poteva essere esaminati da una commissione provinciale che poteva inviare il presunto camorrista al domicilio coatto. Camorristi in città, briganti nelle campagne.

Qualche anno fa, gli Archivi di Stato pubblicarono dei preziosi volumi con l'elenco di tutti i documenti conservati in Italia sul brigantaggio post-unitario. Una mole enorme di fonti che forniscono un quadro drammatico delle lacrime e sangue di quegli anni nel Mezzogiorno d'Italia.

Commissioni provinciali, tribunali speciali, udienze rapide. Solo fino al 1864, i tribunali militari affrontarono 3616 processi con 9290 imputati. E il generale Alfonso La Marmora, prefetto e comandante militare a Napoli, sul periodo che aveva preceduto la legge dichiarò: "Da maggio 1861 a febbraio 1863 abbiamo ucciso o fucilato 7151 briganti".

Mano pesante. Repressione, nel Far West a Sud dell'Italia. La legge che violava lo Statuto se la rideva sull'eguaglianza dei cittadini italiani: quelli del centro-nord erano più uguali degli altri.

Dalla legge Pica si è arrivati alle leggi straordinarie in materia economica, poi a quelle sulla criminalità organizzata. Scrisse Aurelio Saffi, garibaldino e componente della commissione d'inchiesta sul brigantaggio, alla moglie: "La natura del brigantaggio è essenzialmente sociale e, per accidente, politica. La causa radicale e permanente è la misera condizione de' braccianti lavoratori delle campagne e de' pastori".

Fonte : Il Mattino


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di Gigi Di Fiore

Fonte : Il Mattino

Tra un mese saranno 150 anni. L'italia dell'eterna emergenza, l'Italia dei provvedimenti speciali cominciava proprio da lì, dalla legge Pica. Era il 15 agosto del 1863, quando il neonato Parlamento di Palazzo Carignano a Torino disse sì a quei nove articoli scritti per reprimere, con le maniere forti, la rivolta del brigantaggio nelle regioni meridionali.

Sì, la prima legge eccezionale del nostro Paese iniziò da tribunali militari, fucilazioni senza garanzie, controllo militare di sei regioni. Di proroga in proroga, con quelle norme si arrivò al 1865. Dopo lo stato d'assedio del 1862, approvato anche per frenare i colpi di coda dei garibaldini all'Aspromonte, fu di fatto una separazione giuridica dell'Italia.

Il Paese unito due anni prima veniva diviso sulla Costituzione: nel centro-nord osservanza delle garanzie costituzionali, al Sud lo Statuto albertino diventava carta straccia. A vantaggio del potere militare, che calpestava il principio del giudice naturale e mortificava il diritto alla difesa. A proporre la legge fu un deputato abruzzese: Giuseppe Pica.

Fu introdotto, per la prima volta, anche il termine di camorrista in una norma. Bastava un sospetto, una soffiata e si poteva essere esaminati da una commissione provinciale che poteva inviare il presunto camorrista al domicilio coatto. Camorristi in città, briganti nelle campagne.

Qualche anno fa, gli Archivi di Stato pubblicarono dei preziosi volumi con l'elenco di tutti i documenti conservati in Italia sul brigantaggio post-unitario. Una mole enorme di fonti che forniscono un quadro drammatico delle lacrime e sangue di quegli anni nel Mezzogiorno d'Italia.

Commissioni provinciali, tribunali speciali, udienze rapide. Solo fino al 1864, i tribunali militari affrontarono 3616 processi con 9290 imputati. E il generale Alfonso La Marmora, prefetto e comandante militare a Napoli, sul periodo che aveva preceduto la legge dichiarò: "Da maggio 1861 a febbraio 1863 abbiamo ucciso o fucilato 7151 briganti".

Mano pesante. Repressione, nel Far West a Sud dell'Italia. La legge che violava lo Statuto se la rideva sull'eguaglianza dei cittadini italiani: quelli del centro-nord erano più uguali degli altri.

Dalla legge Pica si è arrivati alle leggi straordinarie in materia economica, poi a quelle sulla criminalità organizzata. Scrisse Aurelio Saffi, garibaldino e componente della commissione d'inchiesta sul brigantaggio, alla moglie: "La natura del brigantaggio è essenzialmente sociale e, per accidente, politica. La causa radicale e permanente è la misera condizione de' braccianti lavoratori delle campagne e de' pastori".

Fonte : Il Mattino


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