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mercoledì 30 maggio 2012
CRISI GRECA E MEZZOGIORNO di V. Mungo
Fonte: Partito del Sud -Roma
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di V. Mungo
La grave crisi che si è aperta all’interno dell’Unione Europea a causa della crescente difficoltà da parte della Grecia a rispettare le regole relative al bilancio ed al debito pubblico annuale e complessivo riguardano per piu’ di un motivo, anche l’Italia meridionale.
Non intendiamo riferirci solo alle questioni di politica eeconomica relative ai riflessi che potrebbe avere il possibile “default“ di Atene o la sua uscita dall’euro sui conti pubblici dei vari Paesi che potrebbero risentire degli attacchi della speculazione internazionale. Questi problemi , come è ovvio, riguardano tutti i Paesi dell’Unione e l’Italia come stato unitario.
Qui intendiamo riferirci alla polemica esplosa tra Grecia e Germania sulle responsabilità della crisi e sul modo stesso in cui si deve stare all’interno delle istituzioni comunitarie. Il governo tedesco guidato da Angela Merkel è tra i piu’ accesi fautori di una linea di rigore verso la Grecia. Le istituzioni finanziarie internazionali e quelle europee hanno chiesto ad Atene di effettuare manovre economiche, per rispettare i requisiti necessari a restare nella moneta unica, molto dure che hanno drasticamente ridotto il potere di acquisto di stipendi e pensioni, aumentato fortemente l’età pensionabile e portato ad aumenti generalizzati delle tasse.
I governi greci degli ultimi anni guidati dai socialisti del Pasok e dai conservatori di Nuova Democrazia, accusati tra l’altro di avere truccato i conti pubblici, hanno per un certo periodo di tempo accettato di varare manovre economiche che facessero fronte alle richieste delle istituzioni finanziarie internazionali. Ma di fronte alle proteste di piazza, dovute al crescente impoverimento della popolazione, i due principali partiti hanno dovuto affidare ad un governo “ tecnico” guidato da Papadimos, un banchiere legato alla finanza internazionale, il compito di varare le rigide misure di austerità che anche molti Paesi dell’Unione, Germania in testa, chiedevano alla Grecia. La popolazione, tuttavia, ha respinto chiaramente questa impostazione ed alle elezioni politiche ha duramente ridimensionato i partiti considerati piu’ vicini alle classi dirigenti politiche finanziarie capitalistiche europee (Nuova Democrazia e Pasok) ed ha assegnato la vittoria a forze “antagoniste “ rispetto all’attuale “sistema" non solo greco, ma “occidentale” nel suo insieme.
Il partito che ha tratto maggiori benefici dal voto di protesta della popolazione è stato, come è noto, Syriza , una formazione di estrema sinistra che non chiede formalmente l’uscita del Paese dall’euro, ma che pone condizioni tali per rimanere all’interno del sistema monetario europeo da essere praticamente inaccettabili da parte delle autorità monetarie del Vecchio Continente : A tale proposito si tenga presente che Syriza ha promesso,nel corso della campagna elettorale l’integrale ripristino dei diritti dei lavoratori dipendenti intaccati dalle misure si austerità. Tra essi il ritorno a 53 anni come età minima per andare in pensione, ed il ripristino dei livelli retributivi ante – crisi , che , secondo l’OCSE, ponevano la Grecia davanti anche a Paesi piu’ industrializzati come Spagna ed Italia.
E’ chiaro che si tratta di richieste in pare provocatorie considerata la situazione debitoria della Grecia, dove il deficit di bilancio è superiore al 160% del PNL. Syriza per raggiungere gli obiettivi menzionati ha chiesto alle autorità politiche ed economiche europee di rinegoziare le condizioni per ottenere i prestiti necessari ad evitare la bancarotta del paese. Ma è chiaro che si tratta di richieste praticamente inaccoglibili, non solo perchè graverebbe molto sui bilanci di altri Paesi, in primo luogo la Germania, dove i politici e gran parte della popolazione sembrano essere poco intenzionati a pagare, ma anche perché il loro accoglimento costituirebbe un pericoloso precedente rispetto ad eventuali richieste simili di altri Paesi. Il nuovo partito della sinistra, i cui dirigenti certo non ignorano il fatto che le loro richieste quasi certamente non verranno accolte, sembra quindi essere piu’ europeista in teoria che in pratica .
Si consideri, inoltre, che alle elezioni hanno riportato un discreto successo anche i comunisti “ortodossi“ del KKE, che sono invece espressamente contrari alla partecipazione del Paese all’”euro”. Una formazione con caratteristiche identitarie che ha ottenuto un certo successo, circa l’8% dei voti alle elezioni è stata “ Alba dorata”, che non è un partito neo-nazista come definito da molti media “ europei con l’evidente intento di criminalizzarla, ma una formazione dall’ideologia piuttosto confusa e in alcuni casi non condividibile, che comunque evidenzia l’esigenza di radicale cambiamento sentita anche da greci di destra (si consideri che Syriza ha avuto contatti con Alba dorata durante le consultazioni per la formazione del governo).
Quello che sta avvenendo in Grecia deve, a nostro avviso, interessare anche gli abitanti dell’Italia meridionale, anche perché molte citta’ del Sud (ad iniziare da Napoli) furono fondate da coloni greci e fino a circa novecento anni fa i rapporti tra il meridione della penisola (ad iniziare dal ducato di Napoli) e l’impero bizantino erano assai stretti e consentirono ad entrambi di fronteggiare con successo, per diversi secoli, sia i tentativi di invasione che venivano dal mondo germanico, sia quelli che venivano dal mondo arabo – islamico. Anche in epoca contemporanea i due popoli mediterranei sembrano avere un destino comune, nel senso che entrambi devono fronteggiare le intromissioni neo-colonialistiche nella loro vita politica e sociale che spesso vengono dall’Europa centro-settentrionale . Ed il Mezzogiorno d’Italia per essere piu’ ascoltato, anche per quel che riguarda i problemi economici, dovrebbe seguire l’esempio greco: partire dalle proprie radici culturali per costituire movimenti politici ideologicizzati che contestino i modelli sociali ed economici dominanti imposti dalla cosiddetta “globalizzazione”. Solo in questo modo sarà possibile contrastare seriamente le classi dirigenti capitalistiche settentrionali che, nella loro divisione del lavoro a livello internazionale, hanno considerato sempre il Sud Italia come un’area da “ colonizzare “ culturalmente e la cui funzione economica dovrebbe essere solo quella di fornire manodopera a basso costo (oggi soprattutto intellettuale) alle aziende del Nord e di fungere da “mercato di consumo“. Per criticare il sistema economico-sociale che ha permesso le menzionate ingiustizie, è necessario partire da teorie politiche che ne contestino la legittimità e che propongano anche delle alternative che riguardino sia l’aspetto politico istituzionale, che quello economico –sociale. Solo in questo modo sarà possibile portare al centro dell’attenzione la questione del Sud Italia e, piu’ in generale, delle altre regioni mediterranee. Le sole rivendicazioni basate su motivi pratici e contingenti (ad es. quelle dei vari movimenti dei disoccupati a Napoli, o quelle dei lavoratori della FIAT a Termini Imerese) sono destinate a non raggiungere alcun risultato, poiché non appoggiate da movimenti che si pongono il problema della “critica dell’esistente”. Le classi dirigenti del capitalismo “occidentale“, in mancanza di movimenti socio culturali in grado di contestarle alla radice, al massimo daranno qualche “contentino”, ma preferiranno sempre avvantaggiare le aree del Centro-Nord Europa e del Nord America dove, nei secoli hanno trovato una maggiore legittimazione popolare.
Fonte: Partito del Sud -Roma
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Fonte: Partito del Sud -Roma
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di V. Mungo
La grave crisi che si è aperta all’interno dell’Unione Europea a causa della crescente difficoltà da parte della Grecia a rispettare le regole relative al bilancio ed al debito pubblico annuale e complessivo riguardano per piu’ di un motivo, anche l’Italia meridionale.
Non intendiamo riferirci solo alle questioni di politica eeconomica relative ai riflessi che potrebbe avere il possibile “default“ di Atene o la sua uscita dall’euro sui conti pubblici dei vari Paesi che potrebbero risentire degli attacchi della speculazione internazionale. Questi problemi , come è ovvio, riguardano tutti i Paesi dell’Unione e l’Italia come stato unitario.
Qui intendiamo riferirci alla polemica esplosa tra Grecia e Germania sulle responsabilità della crisi e sul modo stesso in cui si deve stare all’interno delle istituzioni comunitarie. Il governo tedesco guidato da Angela Merkel è tra i piu’ accesi fautori di una linea di rigore verso la Grecia. Le istituzioni finanziarie internazionali e quelle europee hanno chiesto ad Atene di effettuare manovre economiche, per rispettare i requisiti necessari a restare nella moneta unica, molto dure che hanno drasticamente ridotto il potere di acquisto di stipendi e pensioni, aumentato fortemente l’età pensionabile e portato ad aumenti generalizzati delle tasse.
I governi greci degli ultimi anni guidati dai socialisti del Pasok e dai conservatori di Nuova Democrazia, accusati tra l’altro di avere truccato i conti pubblici, hanno per un certo periodo di tempo accettato di varare manovre economiche che facessero fronte alle richieste delle istituzioni finanziarie internazionali. Ma di fronte alle proteste di piazza, dovute al crescente impoverimento della popolazione, i due principali partiti hanno dovuto affidare ad un governo “ tecnico” guidato da Papadimos, un banchiere legato alla finanza internazionale, il compito di varare le rigide misure di austerità che anche molti Paesi dell’Unione, Germania in testa, chiedevano alla Grecia. La popolazione, tuttavia, ha respinto chiaramente questa impostazione ed alle elezioni politiche ha duramente ridimensionato i partiti considerati piu’ vicini alle classi dirigenti politiche finanziarie capitalistiche europee (Nuova Democrazia e Pasok) ed ha assegnato la vittoria a forze “antagoniste “ rispetto all’attuale “sistema" non solo greco, ma “occidentale” nel suo insieme.
Il partito che ha tratto maggiori benefici dal voto di protesta della popolazione è stato, come è noto, Syriza , una formazione di estrema sinistra che non chiede formalmente l’uscita del Paese dall’euro, ma che pone condizioni tali per rimanere all’interno del sistema monetario europeo da essere praticamente inaccettabili da parte delle autorità monetarie del Vecchio Continente : A tale proposito si tenga presente che Syriza ha promesso,nel corso della campagna elettorale l’integrale ripristino dei diritti dei lavoratori dipendenti intaccati dalle misure si austerità. Tra essi il ritorno a 53 anni come età minima per andare in pensione, ed il ripristino dei livelli retributivi ante – crisi , che , secondo l’OCSE, ponevano la Grecia davanti anche a Paesi piu’ industrializzati come Spagna ed Italia.
E’ chiaro che si tratta di richieste in pare provocatorie considerata la situazione debitoria della Grecia, dove il deficit di bilancio è superiore al 160% del PNL. Syriza per raggiungere gli obiettivi menzionati ha chiesto alle autorità politiche ed economiche europee di rinegoziare le condizioni per ottenere i prestiti necessari ad evitare la bancarotta del paese. Ma è chiaro che si tratta di richieste praticamente inaccoglibili, non solo perchè graverebbe molto sui bilanci di altri Paesi, in primo luogo la Germania, dove i politici e gran parte della popolazione sembrano essere poco intenzionati a pagare, ma anche perché il loro accoglimento costituirebbe un pericoloso precedente rispetto ad eventuali richieste simili di altri Paesi. Il nuovo partito della sinistra, i cui dirigenti certo non ignorano il fatto che le loro richieste quasi certamente non verranno accolte, sembra quindi essere piu’ europeista in teoria che in pratica .
Si consideri, inoltre, che alle elezioni hanno riportato un discreto successo anche i comunisti “ortodossi“ del KKE, che sono invece espressamente contrari alla partecipazione del Paese all’”euro”. Una formazione con caratteristiche identitarie che ha ottenuto un certo successo, circa l’8% dei voti alle elezioni è stata “ Alba dorata”, che non è un partito neo-nazista come definito da molti media “ europei con l’evidente intento di criminalizzarla, ma una formazione dall’ideologia piuttosto confusa e in alcuni casi non condividibile, che comunque evidenzia l’esigenza di radicale cambiamento sentita anche da greci di destra (si consideri che Syriza ha avuto contatti con Alba dorata durante le consultazioni per la formazione del governo).
Quello che sta avvenendo in Grecia deve, a nostro avviso, interessare anche gli abitanti dell’Italia meridionale, anche perché molte citta’ del Sud (ad iniziare da Napoli) furono fondate da coloni greci e fino a circa novecento anni fa i rapporti tra il meridione della penisola (ad iniziare dal ducato di Napoli) e l’impero bizantino erano assai stretti e consentirono ad entrambi di fronteggiare con successo, per diversi secoli, sia i tentativi di invasione che venivano dal mondo germanico, sia quelli che venivano dal mondo arabo – islamico. Anche in epoca contemporanea i due popoli mediterranei sembrano avere un destino comune, nel senso che entrambi devono fronteggiare le intromissioni neo-colonialistiche nella loro vita politica e sociale che spesso vengono dall’Europa centro-settentrionale . Ed il Mezzogiorno d’Italia per essere piu’ ascoltato, anche per quel che riguarda i problemi economici, dovrebbe seguire l’esempio greco: partire dalle proprie radici culturali per costituire movimenti politici ideologicizzati che contestino i modelli sociali ed economici dominanti imposti dalla cosiddetta “globalizzazione”. Solo in questo modo sarà possibile contrastare seriamente le classi dirigenti capitalistiche settentrionali che, nella loro divisione del lavoro a livello internazionale, hanno considerato sempre il Sud Italia come un’area da “ colonizzare “ culturalmente e la cui funzione economica dovrebbe essere solo quella di fornire manodopera a basso costo (oggi soprattutto intellettuale) alle aziende del Nord e di fungere da “mercato di consumo“. Per criticare il sistema economico-sociale che ha permesso le menzionate ingiustizie, è necessario partire da teorie politiche che ne contestino la legittimità e che propongano anche delle alternative che riguardino sia l’aspetto politico istituzionale, che quello economico –sociale. Solo in questo modo sarà possibile portare al centro dell’attenzione la questione del Sud Italia e, piu’ in generale, delle altre regioni mediterranee. Le sole rivendicazioni basate su motivi pratici e contingenti (ad es. quelle dei vari movimenti dei disoccupati a Napoli, o quelle dei lavoratori della FIAT a Termini Imerese) sono destinate a non raggiungere alcun risultato, poiché non appoggiate da movimenti che si pongono il problema della “critica dell’esistente”. Le classi dirigenti del capitalismo “occidentale“, in mancanza di movimenti socio culturali in grado di contestarle alla radice, al massimo daranno qualche “contentino”, ma preferiranno sempre avvantaggiare le aree del Centro-Nord Europa e del Nord America dove, nei secoli hanno trovato una maggiore legittimazione popolare.
Fonte: Partito del Sud -Roma
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giovedì 23 febbraio 2012
La Grecia ha salvato l'Europa, adesso l'Europa si impegni a salvare la Grecia (e se stessa) dalla recessione
1) La Grecia ha salvato l’Europa -Tutti i quotidiani, tutti i commentatori, tutte le agenzie parlano di ‘bailout’, di ‘default disordinato’ che la troika avrebbe evitato, di ‘salvataggio della Grecia dal fallimento’. Non fosse per la drammaticità della situazione, verrebbe da ridere. Come si è cercato di argomentare ormai da molto tempo, e in diversi sedi, per capire se veramente si possa parlare di ‘Grecia salvata dal fallimento’, occorre partire da questioni solo apparentemente terminologiche: prima tra tutte, ovviamente, la definizione di ‘fallimento’.
Questo concetto si applica perfettamente alla condizione in cui si trova un’impresa privata quando dichiari di non poter più fare fronte ai propri impegni di debitore. Si tratta di una situazione poco piacevole tanto per il debitore che per il creditore, ma è pur sempre una situazione prevista e, di conseguenza, normata: esiste il diritto fallimentare, ed esiste una procedura giuridica fallimentare. I privati possono fallire.
E i governi, possono fallire i governi? La risposta è NO. Se, invece di trastullarsi con lingue ostiche, evitando in particolare espressioni quali ‘default’ e ‘bailout’, i nostri commentatori usassero la nostra lingua, saprebbero che i governi non ‘falliscono’ (e tanto meno falliscono gli Stati!), bensì ‘ripudiano’ il debito. Sì, lo ripudiano: decidono di non rimborsare i creditori, punto e basta. Esattamente come facevano i sovrani di alcuni secoli or sono, i quali non rimborsavano i propri debiti sulla base della teoria che non si trattasse di debiti propri, bensì di debiti del sovrano precedente. Debiti sovrani, appunto. Per i quali non è neanche prevista una procedura fallimentare.
Questo concetto, che dovrebbe essere ben compreso a governanti e loro consiglieri, è stato spiegato assai bene dall’ex Primo Ministro greco Papandreu all’inizio del novembre scorso quando, messo di fronte a nuove, ulteriori richieste da parte della troika, annunciò pubblicamente che era ormai sua intenzione ricorrere ad un referendum per avere dal suo popolo l’indicazione se accettare o meno le nuove condizioni.
Molti ricorderanno le reazioni spaventate di gran parte della stampa e dell’opinione pubblica a questa prospettiva. Un importante giornalista economico di un grande quotidiano arrivò a parlare di ‘pruriti democratici’ del Primo Ministro greco!! Una reazione scomposta, quasi che ci si fosse finalmente resi conto che anche il governo greco conoscesse l’economia, e sapesse che il debito pubblico può essere ripudiato.
Certo, il ripudio è frutto di una decisione politica di enorme gravità. Basti solo pensare che il potere coercitivo dell’apparato statale può essere imposto sui detentori nazionali del proprio debito, ma ovviamente non può esserlo sui non residenti. I quali anzi, con tutta probabilità, tenderanno ad allearsi per ottenere una ‘restituzione del debito’ che sia la meno svantaggiosa possibile. Ma tutto ciò non cambia, ovviamente, il senso di quanto stiamo dicendo.
E’ impossibile dire se le leadership politiche europee non avessero capito che la crisi iniziata nel 2009 non era affatto ‘greca’, ma un attacco all’euro e alla costruzione europea o se, avendolo capito, decisero di parlare di ‘crisi greca’ nella speranza di poterla gestire come tale. Non lo sappiamo ora, e non lo sapremo mai. Fummo tra i primissimi a sostenere che la crisi era crisi dell’Europa, e non crisi greca. E il passar del tempo ci ha dato ragione. L’attacco all’euro è continuato, gli attacchi ai governi dei paesi membri si sono succeduti seguendo quasi perfettamente un modello ‘dal più piccolo al più grande’ – dove la dimensione del singolo paese veniva ovviamente ponderata dal rapporto debito/Pil, dalla potenza politica del paese, dall’aurea di rispettabilità del paese e del singolo governo.
Mentre tutto questo accadeva, la crisi ha avuto effetti devastanti sull’immagine dei leader politici, e dei loro consiglieri economici, di gestire questa situazione. Abbiamo ancora una volta avuto bisogno del FMI, di viaggi a Washington, DC, di riunioni G20, della disponibilità di alti esponenti del governo cinese ad intervenire a favore… della Grecia e del Portogallo, nelle dichiarazioni di 12-18 mesi fa, e dell’Europa in quelle degli ultimi sei mesi. Ma la Grecia ha salvato l’Europa: il governo greco non ha ripudiato il proprio debito, è ‘venuto incontro’ alle banche e ai governi offrendo la propria disponibilità a negoziare, ed ha accettato sacrifici enormi per il proprio popolo pur di ottenere un risultato prezioso per tutta l’area euro e per l’Unione.
2) Ora l’Europa deve salvare la Grecia (e se stessa) da una recessione drammatica - Il costo che l’economia e il popolo greco hanno dovuto e dovranno sopportare per aver ridato dignità alla leadership politica ed economica europee è immenso. Nel 2011 il prodotto interno lordo greco si è ridotto del 7% rispetto al 2010 – continuando l’andamento iniziato nel 2009. Sappiamo che imprese esportatrici estere stanno chiudendo le loro sedi in Grecia per mancanza di domanda. Salari e pensioni hanno subito, e continueranno a subire, tagli dell’ordine del 30%. I tassi di disoccupazione sono ai livelli della Grande Depressione del 1929. L’emigrazione sta prendendo piede a livelli preoccupanti. Un istituto importante del sistema scolastico greco, la distribuzione gratuita di libri ai bambini delle elementari il primo giorno di scuola, è stato abolito. E si potrebbe continuare a lungo.
L’Europa ha un debito forte con la Grecia e il suo popolo. Occorre ora avviare un processo di investimenti europei, finanziati con l’emissione di obbligazioni europee, che avviino un processo di ripresa economica quanto meno in Grecia e Portogallo. Ma, ovviamente, Irlanda, Belgio e Italia sono soltanto apparentemente, e per ora, in condizioni migliori, come mostrano le previsioni sulla dinamica del reddito pubblicate il 24 gennaio scorso dal FMI. E’ ora di cominciare ad abbandonare la pessima teoria secondo cui l’austerità fa crescere le economie. E’ vero il contrario, lo vediamo tutti: le fa entrare in recessione. E’ ora di pensare alla crescita.
di Fabio Sdogati, Ordinario di Economia Internazionale
Fonte: Tiscli economia
1) La Grecia ha salvato l’Europa -Tutti i quotidiani, tutti i commentatori, tutte le agenzie parlano di ‘bailout’, di ‘default disordinato’ che la troika avrebbe evitato, di ‘salvataggio della Grecia dal fallimento’. Non fosse per la drammaticità della situazione, verrebbe da ridere. Come si è cercato di argomentare ormai da molto tempo, e in diversi sedi, per capire se veramente si possa parlare di ‘Grecia salvata dal fallimento’, occorre partire da questioni solo apparentemente terminologiche: prima tra tutte, ovviamente, la definizione di ‘fallimento’.
Questo concetto si applica perfettamente alla condizione in cui si trova un’impresa privata quando dichiari di non poter più fare fronte ai propri impegni di debitore. Si tratta di una situazione poco piacevole tanto per il debitore che per il creditore, ma è pur sempre una situazione prevista e, di conseguenza, normata: esiste il diritto fallimentare, ed esiste una procedura giuridica fallimentare. I privati possono fallire.
E i governi, possono fallire i governi? La risposta è NO. Se, invece di trastullarsi con lingue ostiche, evitando in particolare espressioni quali ‘default’ e ‘bailout’, i nostri commentatori usassero la nostra lingua, saprebbero che i governi non ‘falliscono’ (e tanto meno falliscono gli Stati!), bensì ‘ripudiano’ il debito. Sì, lo ripudiano: decidono di non rimborsare i creditori, punto e basta. Esattamente come facevano i sovrani di alcuni secoli or sono, i quali non rimborsavano i propri debiti sulla base della teoria che non si trattasse di debiti propri, bensì di debiti del sovrano precedente. Debiti sovrani, appunto. Per i quali non è neanche prevista una procedura fallimentare.
Questo concetto, che dovrebbe essere ben compreso a governanti e loro consiglieri, è stato spiegato assai bene dall’ex Primo Ministro greco Papandreu all’inizio del novembre scorso quando, messo di fronte a nuove, ulteriori richieste da parte della troika, annunciò pubblicamente che era ormai sua intenzione ricorrere ad un referendum per avere dal suo popolo l’indicazione se accettare o meno le nuove condizioni.
Molti ricorderanno le reazioni spaventate di gran parte della stampa e dell’opinione pubblica a questa prospettiva. Un importante giornalista economico di un grande quotidiano arrivò a parlare di ‘pruriti democratici’ del Primo Ministro greco!! Una reazione scomposta, quasi che ci si fosse finalmente resi conto che anche il governo greco conoscesse l’economia, e sapesse che il debito pubblico può essere ripudiato.
Certo, il ripudio è frutto di una decisione politica di enorme gravità. Basti solo pensare che il potere coercitivo dell’apparato statale può essere imposto sui detentori nazionali del proprio debito, ma ovviamente non può esserlo sui non residenti. I quali anzi, con tutta probabilità, tenderanno ad allearsi per ottenere una ‘restituzione del debito’ che sia la meno svantaggiosa possibile. Ma tutto ciò non cambia, ovviamente, il senso di quanto stiamo dicendo.
E’ impossibile dire se le leadership politiche europee non avessero capito che la crisi iniziata nel 2009 non era affatto ‘greca’, ma un attacco all’euro e alla costruzione europea o se, avendolo capito, decisero di parlare di ‘crisi greca’ nella speranza di poterla gestire come tale. Non lo sappiamo ora, e non lo sapremo mai. Fummo tra i primissimi a sostenere che la crisi era crisi dell’Europa, e non crisi greca. E il passar del tempo ci ha dato ragione. L’attacco all’euro è continuato, gli attacchi ai governi dei paesi membri si sono succeduti seguendo quasi perfettamente un modello ‘dal più piccolo al più grande’ – dove la dimensione del singolo paese veniva ovviamente ponderata dal rapporto debito/Pil, dalla potenza politica del paese, dall’aurea di rispettabilità del paese e del singolo governo.
Mentre tutto questo accadeva, la crisi ha avuto effetti devastanti sull’immagine dei leader politici, e dei loro consiglieri economici, di gestire questa situazione. Abbiamo ancora una volta avuto bisogno del FMI, di viaggi a Washington, DC, di riunioni G20, della disponibilità di alti esponenti del governo cinese ad intervenire a favore… della Grecia e del Portogallo, nelle dichiarazioni di 12-18 mesi fa, e dell’Europa in quelle degli ultimi sei mesi. Ma la Grecia ha salvato l’Europa: il governo greco non ha ripudiato il proprio debito, è ‘venuto incontro’ alle banche e ai governi offrendo la propria disponibilità a negoziare, ed ha accettato sacrifici enormi per il proprio popolo pur di ottenere un risultato prezioso per tutta l’area euro e per l’Unione.
2) Ora l’Europa deve salvare la Grecia (e se stessa) da una recessione drammatica - Il costo che l’economia e il popolo greco hanno dovuto e dovranno sopportare per aver ridato dignità alla leadership politica ed economica europee è immenso. Nel 2011 il prodotto interno lordo greco si è ridotto del 7% rispetto al 2010 – continuando l’andamento iniziato nel 2009. Sappiamo che imprese esportatrici estere stanno chiudendo le loro sedi in Grecia per mancanza di domanda. Salari e pensioni hanno subito, e continueranno a subire, tagli dell’ordine del 30%. I tassi di disoccupazione sono ai livelli della Grande Depressione del 1929. L’emigrazione sta prendendo piede a livelli preoccupanti. Un istituto importante del sistema scolastico greco, la distribuzione gratuita di libri ai bambini delle elementari il primo giorno di scuola, è stato abolito. E si potrebbe continuare a lungo.
L’Europa ha un debito forte con la Grecia e il suo popolo. Occorre ora avviare un processo di investimenti europei, finanziati con l’emissione di obbligazioni europee, che avviino un processo di ripresa economica quanto meno in Grecia e Portogallo. Ma, ovviamente, Irlanda, Belgio e Italia sono soltanto apparentemente, e per ora, in condizioni migliori, come mostrano le previsioni sulla dinamica del reddito pubblicate il 24 gennaio scorso dal FMI. E’ ora di cominciare ad abbandonare la pessima teoria secondo cui l’austerità fa crescere le economie. E’ vero il contrario, lo vediamo tutti: le fa entrare in recessione. E’ ora di pensare alla crescita.
di Fabio Sdogati, Ordinario di Economia Internazionale
Fonte: Tiscli economia
martedì 14 febbraio 2012
Il mito del fannullone greco
Da qualche tempo stiamo assistenza alla costruzione dello stereotipo del cittadino dell'Europa meridionale pigro e irresponsabile – caratteristiche proiettate tanto sugli individui quanto sui governi italiano, greco e spagnolo. Questi vizi nazionali sarebbero all'origine della crisi che ha travolto l'insieme della costruzione europea. Video di greci pigri circolano numerosi su YouTube e quando si cerca di spiegare le origini della crisi della zona euro l'immagine del cittadino dell'Europa meridionale sdraiato al sole è diventata una sorta di automatismo cerebrale.
Prendiamo i greci. I dati dell'Ocse mostrano chiaramente che i greci lavorano in media più ore all'anno (2.109) degli altri europei: i tedeschi per esempio lavorano 1.419 ore. Si può ovviamente obiettare che le ore lavorate non significano lavoro effettivo, che si può rimanere 12 ore sul luogo di lavoro e passarne la metà a cercare ricette esotiche su internet. Questo porta ad analizzare la produttività del lavoro, concetto più complicato da calcolare perché dipende da fattori che non sono in rapporto con l'assiduità (il livello tecnologico, la qualità dell'organizzazione produttiva e così via).
Un'altra ossessione è quella dell'età pensionabile dei greci. I dati di Eurostat mostrano che i greci vanno in pensione in media a 61,7 anni, un'età più alta che in Germania e in Francia. Certo i funzionari greci possono andare in pensione dopo 17,5 anni di lavoro con metà del loro stipendio, ma questo è solo una parte del problema. Anche la voce secondo cui il settore pubblico greco è troppo sviluppato è smentita dai fatti. Secondo i rapporti dell'Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro), in Grecia i funzionari pubblici rappresentano il 22,3 per cento del totale degli attivi, mentre in Francia questa percentuale è del 30 per cento, del 27 nei Paesi Bassi e del 20 nel Regno Unito.
In un articolo recente il blogger Costi Rogozanu attirava l'attenzione sulla demonizzazione del populismo economico – etichetta affibbiata a qualunque forma di opposizione alle politiche neoliberiste – mentre al contrario l'immagine del populismo nazionalista è sempre più valorizzata.
Ma anche se può sembrare strano, esiste una forma di populismo economico neoliberista. Con la sua contrapposizione di masse virtuose a una minoranza incapace, il discorso neoliberista europeo è una forma di populismo. Questo discorso istiga all'odio economico nei confronti delle "élite" statali, dei "privilegiati" del sistema assistenziale sociale, dei greci e degli italiani ricchi, ai quali contrappone la grande massa dei contribuenti tedeschi, laboriosi e austeri. Il populismo economico neoliberista identifica fra i cittadini alcuni segmenti sociali che demonizza e nei confronti dei quali cerca di convogliare la rabbia delle masse, per evitare che si pongano la questione della legittimità popolare delle sue dure politiche economiche.
Se il populismo economico utilizza come materia prima l'avversione quasi naturale fra ricchi e poveri, il populismo economico neoliberista è più perverso: fa ricorso alle tendenze e alle inclinazioni umane, che strumentalizza a seconda delle esigenze dettate dalle regole di mercato. Di solito qualunque persona priva di mezzi suscita la compassione degli altri, ma il populismo economico neoliberista riesce a eliminare questo sentimento facendo emergere un insieme di rabbia e rivolta che si può riassumere in un ordine: vai a lavorare!
Colpa delle pecore
La procedura è molto semplice: l'associazione della povertà con l'assenza di merito. E come il populismo economico anti-liberista afferma che lo speculatore di Wall Street o il banchiere non meritano stipendi astronomici perché sono dei parassiti sociali, così il populismo neoliberista sostiene che il povero e il pensionato commettono un abuso quando vivono con il denaro di chi lavora.
Le critiche populistiche e le numerose speculazioni sui pigri colpevoli della crisi ricordano la situazione dell'Inghilterra all'inizio del diciannovesimo secolo. All'alba dell'era industriale l'affermazione del capitalismo aveva portato a un'esplosione del pauperismo, di cui si cercava di capire "l'origine". Tra le cause identificate si era parlato della comparsa di un nuovo tipo pecora, del numero troppo alto di cani o del consumo eccessivo di tè. Ma la vera ragione – la disoccupazione invisibile e i cambiamenti portati dal capitalismo industriale – era sfuggita all'attenzione di tutti gli osservatori dell'epoca.
Forse tra un secolo le speculazioni contemporanee sulla pigrizia degli europei meridionali sembreranno altrettanto futili e si dimostreranno per quello che sono: un'ondata di idee confuse che nasconde i vortici minacciosi dell'oceano della storia.
di: Victoria Stoiciu
Traduzione di Andrea De Ritis
Fonte: Presseurop
Da qualche tempo stiamo assistenza alla costruzione dello stereotipo del cittadino dell'Europa meridionale pigro e irresponsabile – caratteristiche proiettate tanto sugli individui quanto sui governi italiano, greco e spagnolo. Questi vizi nazionali sarebbero all'origine della crisi che ha travolto l'insieme della costruzione europea. Video di greci pigri circolano numerosi su YouTube e quando si cerca di spiegare le origini della crisi della zona euro l'immagine del cittadino dell'Europa meridionale sdraiato al sole è diventata una sorta di automatismo cerebrale.
Prendiamo i greci. I dati dell'Ocse mostrano chiaramente che i greci lavorano in media più ore all'anno (2.109) degli altri europei: i tedeschi per esempio lavorano 1.419 ore. Si può ovviamente obiettare che le ore lavorate non significano lavoro effettivo, che si può rimanere 12 ore sul luogo di lavoro e passarne la metà a cercare ricette esotiche su internet. Questo porta ad analizzare la produttività del lavoro, concetto più complicato da calcolare perché dipende da fattori che non sono in rapporto con l'assiduità (il livello tecnologico, la qualità dell'organizzazione produttiva e così via).
Un'altra ossessione è quella dell'età pensionabile dei greci. I dati di Eurostat mostrano che i greci vanno in pensione in media a 61,7 anni, un'età più alta che in Germania e in Francia. Certo i funzionari greci possono andare in pensione dopo 17,5 anni di lavoro con metà del loro stipendio, ma questo è solo una parte del problema. Anche la voce secondo cui il settore pubblico greco è troppo sviluppato è smentita dai fatti. Secondo i rapporti dell'Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro), in Grecia i funzionari pubblici rappresentano il 22,3 per cento del totale degli attivi, mentre in Francia questa percentuale è del 30 per cento, del 27 nei Paesi Bassi e del 20 nel Regno Unito.
In un articolo recente il blogger Costi Rogozanu attirava l'attenzione sulla demonizzazione del populismo economico – etichetta affibbiata a qualunque forma di opposizione alle politiche neoliberiste – mentre al contrario l'immagine del populismo nazionalista è sempre più valorizzata.
Ma anche se può sembrare strano, esiste una forma di populismo economico neoliberista. Con la sua contrapposizione di masse virtuose a una minoranza incapace, il discorso neoliberista europeo è una forma di populismo. Questo discorso istiga all'odio economico nei confronti delle "élite" statali, dei "privilegiati" del sistema assistenziale sociale, dei greci e degli italiani ricchi, ai quali contrappone la grande massa dei contribuenti tedeschi, laboriosi e austeri. Il populismo economico neoliberista identifica fra i cittadini alcuni segmenti sociali che demonizza e nei confronti dei quali cerca di convogliare la rabbia delle masse, per evitare che si pongano la questione della legittimità popolare delle sue dure politiche economiche.
Se il populismo economico utilizza come materia prima l'avversione quasi naturale fra ricchi e poveri, il populismo economico neoliberista è più perverso: fa ricorso alle tendenze e alle inclinazioni umane, che strumentalizza a seconda delle esigenze dettate dalle regole di mercato. Di solito qualunque persona priva di mezzi suscita la compassione degli altri, ma il populismo economico neoliberista riesce a eliminare questo sentimento facendo emergere un insieme di rabbia e rivolta che si può riassumere in un ordine: vai a lavorare!
Colpa delle pecore
La procedura è molto semplice: l'associazione della povertà con l'assenza di merito. E come il populismo economico anti-liberista afferma che lo speculatore di Wall Street o il banchiere non meritano stipendi astronomici perché sono dei parassiti sociali, così il populismo neoliberista sostiene che il povero e il pensionato commettono un abuso quando vivono con il denaro di chi lavora.
Le critiche populistiche e le numerose speculazioni sui pigri colpevoli della crisi ricordano la situazione dell'Inghilterra all'inizio del diciannovesimo secolo. All'alba dell'era industriale l'affermazione del capitalismo aveva portato a un'esplosione del pauperismo, di cui si cercava di capire "l'origine". Tra le cause identificate si era parlato della comparsa di un nuovo tipo pecora, del numero troppo alto di cani o del consumo eccessivo di tè. Ma la vera ragione – la disoccupazione invisibile e i cambiamenti portati dal capitalismo industriale – era sfuggita all'attenzione di tutti gli osservatori dell'epoca.
Forse tra un secolo le speculazioni contemporanee sulla pigrizia degli europei meridionali sembreranno altrettanto futili e si dimostreranno per quello che sono: un'ondata di idee confuse che nasconde i vortici minacciosi dell'oceano della storia.
di: Victoria Stoiciu
Traduzione di Andrea De Ritis
Fonte: Presseurop
sabato 4 febbraio 2012
Grecia, morire di lunedì o di morte lenta?
Di Margherita Dean
Fonte: E- IlMensile.it
Come nella favola di Esopo.
Puntuale, ogni fine settimana, da mesi e mesi, sembra essere quello cruciale, quello della svolta, quello della salvezza o perdizione. A seconda di come vanno trattative, incontri, ricatti, minacce. Poi viene il momento in cui la crisi del 2 percento del Pil europeo, di una Grecia piccola diventata importante per la maldestra politica europea e per la criminale gestione economica nazionale di due decenni, si trasforma in un brusio di sottofondo. Noioso, antipatico e marginale, fors’anche da abbandonare a se stesso: anche il lunedì che verrà, potrebbe essere l’ultimo della Grecia nell’area euro, addirittura nell’Ue.
Tra oggi o domani, il primo ministro, Loukàs Papadimos, incontrerà i tre capi dei partiti che sostengono il suo governo. Si tratta di carpire il consenso del Parlamento alle misure che verranno, le misure più pesanti da che, in Grecia, si parla solo e ossessivamente di crisi economica.
I tempi sono serratissimi: l’orizzonte era costituito da lunedì 6 febbraio e dalla riunione dell’Eurogruppo, prevista per quella data. È di poco fa la notizia, confermata da Jean-Claude Juncker, che la riunione è rimandata a quando Atene sarà pronta. Alla riunione, quando ci sarà, Papadimos dovrà presentare l’accordo del governo con la troika dei creditori pubblici, come ultimamente sono definiti Fmi, Ue e Bce da una parte, con i creditori privati dall’altra (Private sector involvement nella ristrutturazione l debito, Psi+).
Stando che quest’ultimo pare essere definito nelle sue linee principali, il vero problema, in queste ore, è la troika. O meglio, le misure che essa richiede perché possa avviarsi il programma di salvataggio deciso a Bruxelles il 27 ottobre.
Al licenziamento di statali entro il 2015, agli ennesimi tagli alle pensioni, alle privatizzazioni, all’ulteriore riduzione delle spese per la salute, alla completa liberalizzazione delle professioni, al tipo di azioni che saranno concesse alle banche greche da ricapitalizzare dopo la ristrutturazione dei titoli di stato, si aggiunge quello che somiglia al colpo di grazia per l’economia nazionale e per la vita dei lavoratori greci: riduzione dello stipendio minimo garantito (660 euro) e sostanziale abolizione della tredicesima e quattordicesima.
Le parti sociali, sindacati, Confindustria e Confcommercio sono d’accordo: se ciò dovesse avvenire l’economia nazionale ne soffrirebbe irrimediabilmente. Il Ministro del Lavoro ha presentato, invano, studi in cui si dimostra come la non competitività delle imprese greche non deriva dai costi salariali.
Eppure, la troika insiste, ribattendo che i salari ellenici sono superiori a quelli spagnoli o portoghesi. Non rimane, pertanto, che tagliare.
Proprio su questo punto, il governo incontra le difficoltà maggiori, difficoltà che si incentrano sul partito di centro-destra Nea Dimocratia, guidato da Antonis Samaràs. Questi ha più volte ripetuto che i minimi salariali non devono essere toccati e, nelle ultime ore, tace i suoi intenti in vista dell’incontro, che ci sarà oggi o domani, tra il Primo Ministro e i capi dei partiti della coalizione governativa.
Solo se Papadimos avrà il via libera dalle forze politiche di governo, potrà annunciare che seguirà i diktat della troika e, pertanto, ottenere il prestito di cui la Grecia ha bisogno entro il 20 marzo.
Tutto sembrerebbe appeso a un filo, Papadimos minaccia di restituire al Presidente della Repubblica il suo mandato ma Antonis Samaràs forse non ha nessuna voglia di sostenere il peso che deriverebbe da un tale sviluppo. Si dovrebbe parlare, allora, dell’ ‘ultimo atto’ della Grecia nelle tormento del debito. Il sito skai.gr, infatti, ha pubblicato la notizia che fonti del Fmi lasciano trapelare che, nel caso la Grecia non si sottomettesse pienamente ai diktat, l’evento sarà interpretato, automaticamente, come una dichiarazione politica di abbandono della zona euro e dell’Ue. E, come che sia, il fallimento del Paese sarebbe dichiarato ufficialmente.
Fonte: E- IlMensile.it
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Di Margherita Dean
Fonte: E- IlMensile.it
Come nella favola di Esopo.
Puntuale, ogni fine settimana, da mesi e mesi, sembra essere quello cruciale, quello della svolta, quello della salvezza o perdizione. A seconda di come vanno trattative, incontri, ricatti, minacce. Poi viene il momento in cui la crisi del 2 percento del Pil europeo, di una Grecia piccola diventata importante per la maldestra politica europea e per la criminale gestione economica nazionale di due decenni, si trasforma in un brusio di sottofondo. Noioso, antipatico e marginale, fors’anche da abbandonare a se stesso: anche il lunedì che verrà, potrebbe essere l’ultimo della Grecia nell’area euro, addirittura nell’Ue.
Tra oggi o domani, il primo ministro, Loukàs Papadimos, incontrerà i tre capi dei partiti che sostengono il suo governo. Si tratta di carpire il consenso del Parlamento alle misure che verranno, le misure più pesanti da che, in Grecia, si parla solo e ossessivamente di crisi economica.
I tempi sono serratissimi: l’orizzonte era costituito da lunedì 6 febbraio e dalla riunione dell’Eurogruppo, prevista per quella data. È di poco fa la notizia, confermata da Jean-Claude Juncker, che la riunione è rimandata a quando Atene sarà pronta. Alla riunione, quando ci sarà, Papadimos dovrà presentare l’accordo del governo con la troika dei creditori pubblici, come ultimamente sono definiti Fmi, Ue e Bce da una parte, con i creditori privati dall’altra (Private sector involvement nella ristrutturazione l debito, Psi+).
Stando che quest’ultimo pare essere definito nelle sue linee principali, il vero problema, in queste ore, è la troika. O meglio, le misure che essa richiede perché possa avviarsi il programma di salvataggio deciso a Bruxelles il 27 ottobre.
Al licenziamento di statali entro il 2015, agli ennesimi tagli alle pensioni, alle privatizzazioni, all’ulteriore riduzione delle spese per la salute, alla completa liberalizzazione delle professioni, al tipo di azioni che saranno concesse alle banche greche da ricapitalizzare dopo la ristrutturazione dei titoli di stato, si aggiunge quello che somiglia al colpo di grazia per l’economia nazionale e per la vita dei lavoratori greci: riduzione dello stipendio minimo garantito (660 euro) e sostanziale abolizione della tredicesima e quattordicesima.
Le parti sociali, sindacati, Confindustria e Confcommercio sono d’accordo: se ciò dovesse avvenire l’economia nazionale ne soffrirebbe irrimediabilmente. Il Ministro del Lavoro ha presentato, invano, studi in cui si dimostra come la non competitività delle imprese greche non deriva dai costi salariali.
Eppure, la troika insiste, ribattendo che i salari ellenici sono superiori a quelli spagnoli o portoghesi. Non rimane, pertanto, che tagliare.
Proprio su questo punto, il governo incontra le difficoltà maggiori, difficoltà che si incentrano sul partito di centro-destra Nea Dimocratia, guidato da Antonis Samaràs. Questi ha più volte ripetuto che i minimi salariali non devono essere toccati e, nelle ultime ore, tace i suoi intenti in vista dell’incontro, che ci sarà oggi o domani, tra il Primo Ministro e i capi dei partiti della coalizione governativa.
Solo se Papadimos avrà il via libera dalle forze politiche di governo, potrà annunciare che seguirà i diktat della troika e, pertanto, ottenere il prestito di cui la Grecia ha bisogno entro il 20 marzo.
Tutto sembrerebbe appeso a un filo, Papadimos minaccia di restituire al Presidente della Repubblica il suo mandato ma Antonis Samaràs forse non ha nessuna voglia di sostenere il peso che deriverebbe da un tale sviluppo. Si dovrebbe parlare, allora, dell’ ‘ultimo atto’ della Grecia nelle tormento del debito. Il sito skai.gr, infatti, ha pubblicato la notizia che fonti del Fmi lasciano trapelare che, nel caso la Grecia non si sottomettesse pienamente ai diktat, l’evento sarà interpretato, automaticamente, come una dichiarazione politica di abbandono della zona euro e dell’Ue. E, come che sia, il fallimento del Paese sarebbe dichiarato ufficialmente.
Fonte: E- IlMensile.it
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sabato 17 dicembre 2011
Il saluto dell'ambasciatore Usa a Napoli
http://video.repubblica.it/edizione/napoli/il-saluto-dell-ambasciatore-usa-a-napoli/83856/82246
L'ambasciatore Usa in Italia, David Thorne rivolge un saluto a Napoli in occasione dell'anniversario dell'apertura del consolato statunitense a Napoli. Quella napoletana è la rappresentanza diplomatica più antica d'Italia, fu fondata infatti il 16 dicembre del 1796
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http://video.repubblica.it/edizione/napoli/il-saluto-dell-ambasciatore-usa-a-napoli/83856/82246
L'ambasciatore Usa in Italia, David Thorne rivolge un saluto a Napoli in occasione dell'anniversario dell'apertura del consolato statunitense a Napoli. Quella napoletana è la rappresentanza diplomatica più antica d'Italia, fu fondata infatti il 16 dicembre del 1796
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martedì 25 ottobre 2011
Iraq: finalmente si torna a casa
From the New York Times on 22 October 2011: "After a decade of war, we're turning the page and moving forward," the president told supporters in an e-mail on Saturday. (Photo: Doug Mills/The New York Times)
Anthony M. Quattrone
L’annuncio fatto dal presidente americano, Barack Obama, venerdì 21 ottobre 2011, che gli Stati Uniti ritireranno tutte le truppe dall’Iraq entro il 31 dicembre 2011 ha colto di sorpresa analisti e osservatori. E’ vero che la data del ritiro era già stata concordata nell’agosto del 2008 fra il predecessore di Obama, il presidente George W. Bush, e il primo ministro Nuri al-Maliki, ma è anche vero che iracheni e americani stavano trattando da diversi mesi sulla possibilità di lasciare in Iraq un contingente di circa cinque mila soldati americani come consiglieri o con compiti di addestramento delle forze di sicurezza irachene. Lo scoglio maggiore, almeno ufficialmente, rimaneva il trattato sullo stato legale delle forze americane in Iraq, con la richiesta del Pentagono di garantire la loro immunità dinanzi alla legge irachena. Dovunque, attraverso trattati internazionali o accordi bilaterali, sono presenti le forze americane, il Pentagono è stato sempre molto fermo per quanto riguarda la giurisdizione sui propri militari da parte delle corti marziali Usa e non dei tribunali locali o internazionali, anche nel caso di accuse di violazione della legge locale o internazionale.
Il rimpatrio di circa 40 mila soldati americani avviene dopo quasi nove anni dall’invasione dell’Iraq avvenuta nel marzo 2003. Da allora, sono morti 4.481 soldati americani, 316 soldati di paesi alleati, oltre 55 mila insorti iracheni, e oltre centomila civili iracheni. L’America conta anche 32 mila feriti fra i suoi militari, di cui il 20 percento soffre di gravi danni celebrali o spinali.
La tempistica dell’annuncio di Obama sembrerebbe conciliare due esigenze del Presidente, una politica e l’altra tecnica. La prima, quella politica, era di sfruttare la notizia della morte di Gheddafi in Libia, dove gli americani hanno speso pochissimo, senza inviare nessun soldato e senza vittime fra i militari Usa, legandola alla promessa elettorale di ritirare tutte le truppe americane dall’Iraq. Il presidente ha potuto, così, inviare ai suoi oppositori, sia nel partito democratico sia in quello repubblicano, un doppio messaggio: è un presidente affidabile in politica estera e mantiene le promesse fatte. Aveva promesso di ridurre le truppe in Iraq per mandarle in Afghanistan per condurre la caccia ai terroristi di al-Qaeda, e l’ha fatto nel 2010. Aveva promesso di catturare o eliminare Osama bin Laden anche fosse stato necessario sconfinare in Pakistan, è l’ha fatto. Aveva promesso di usare alleanze internazionali per nuove missioni, e l’ha fatto nel caso della Libia, partecipando alle operazioni affidate a un comandante canadese, con grande partecipazione europea, con inglesi e francesi in primo piano. Aveva promesso di ritirare completamente le truppe Usa dall’Iraq, e lo sta facendo. Da quel che si vede e si ascolta durante i dibattiti che si stanno svolgendo in questi giorni fra i candidati repubblicani per le primarie presidenziali, le critiche a Obama per la politica estera sono tiepide o inesistenti.
La seconda esigenza del Presidente è di carattere tecnico. E’ necessario dare il tempo utile ai 40 mila militari americani per lasciare l’Iraq nel modo più efficiente possibile e in piena sicurezza. Il nuovo ministro della Difesa, Leon Panetta, dopo aver diretto come capo della CIA la brillante operazione che ha portato all’eliminazione di Osama bin Laden, ora dovrà dirigere l’uscita dall’Iraq in modo organizzato, risparmiando critiche al Presidente che sicuramente arriverebbero se dovessero esserci attacchi mortali contro i soldati Usa mentre vanno via o se si lasciassero agli iracheni troppi materiali, armi e attrezzature pagate con le tasse dei contribuenti americani.
In un articolo pubblicato sul New York Times del 22 ottobre 2011, Mark Landler fa notare, tuttavia, che la forza che Obama sta dimostrando come “presidente di guerra” e il grosso successo che ha ottenuto con le operazioni anti-terrorismo potrebbero non servire per la sua rielezione il prossimo novembre. Le uccisioni di Osama bin Laden il 2 maggio 2011, del suo probabile successore Anwar al-Awlaki il 30 settembre 2011, la morte di Gheddafi il 20 ottobre 2011, e il ritiro delle truppe americane dall’Iraq entro la fine dell’anno, sono importanti, ma in America è sempre stata la condizione dell’economia a determinare l’elezione o la rielezione di un presidente. Se la debole ripresa economica non si trasformasse in un aumento dell’occupazione prima del prossimo autunno, Obama potrebbe contare soltanto sul poco entusiasmo che gli americani stanno dimostrando nei confronti dei repubblicani sia al Congresso sia nelle primarie per la scelta dello sfidante per le presidenziali del 2012. Nessun candidato repubblicano, per il momento e per la gioia di Obama, riesce a creare emozioni forti fra gli americani.
Fonte:Politicamericana
From the New York Times on 22 October 2011: "After a decade of war, we're turning the page and moving forward," the president told supporters in an e-mail on Saturday. (Photo: Doug Mills/The New York Times)
Anthony M. Quattrone
L’annuncio fatto dal presidente americano, Barack Obama, venerdì 21 ottobre 2011, che gli Stati Uniti ritireranno tutte le truppe dall’Iraq entro il 31 dicembre 2011 ha colto di sorpresa analisti e osservatori. E’ vero che la data del ritiro era già stata concordata nell’agosto del 2008 fra il predecessore di Obama, il presidente George W. Bush, e il primo ministro Nuri al-Maliki, ma è anche vero che iracheni e americani stavano trattando da diversi mesi sulla possibilità di lasciare in Iraq un contingente di circa cinque mila soldati americani come consiglieri o con compiti di addestramento delle forze di sicurezza irachene. Lo scoglio maggiore, almeno ufficialmente, rimaneva il trattato sullo stato legale delle forze americane in Iraq, con la richiesta del Pentagono di garantire la loro immunità dinanzi alla legge irachena. Dovunque, attraverso trattati internazionali o accordi bilaterali, sono presenti le forze americane, il Pentagono è stato sempre molto fermo per quanto riguarda la giurisdizione sui propri militari da parte delle corti marziali Usa e non dei tribunali locali o internazionali, anche nel caso di accuse di violazione della legge locale o internazionale.
Il rimpatrio di circa 40 mila soldati americani avviene dopo quasi nove anni dall’invasione dell’Iraq avvenuta nel marzo 2003. Da allora, sono morti 4.481 soldati americani, 316 soldati di paesi alleati, oltre 55 mila insorti iracheni, e oltre centomila civili iracheni. L’America conta anche 32 mila feriti fra i suoi militari, di cui il 20 percento soffre di gravi danni celebrali o spinali.
La tempistica dell’annuncio di Obama sembrerebbe conciliare due esigenze del Presidente, una politica e l’altra tecnica. La prima, quella politica, era di sfruttare la notizia della morte di Gheddafi in Libia, dove gli americani hanno speso pochissimo, senza inviare nessun soldato e senza vittime fra i militari Usa, legandola alla promessa elettorale di ritirare tutte le truppe americane dall’Iraq. Il presidente ha potuto, così, inviare ai suoi oppositori, sia nel partito democratico sia in quello repubblicano, un doppio messaggio: è un presidente affidabile in politica estera e mantiene le promesse fatte. Aveva promesso di ridurre le truppe in Iraq per mandarle in Afghanistan per condurre la caccia ai terroristi di al-Qaeda, e l’ha fatto nel 2010. Aveva promesso di catturare o eliminare Osama bin Laden anche fosse stato necessario sconfinare in Pakistan, è l’ha fatto. Aveva promesso di usare alleanze internazionali per nuove missioni, e l’ha fatto nel caso della Libia, partecipando alle operazioni affidate a un comandante canadese, con grande partecipazione europea, con inglesi e francesi in primo piano. Aveva promesso di ritirare completamente le truppe Usa dall’Iraq, e lo sta facendo. Da quel che si vede e si ascolta durante i dibattiti che si stanno svolgendo in questi giorni fra i candidati repubblicani per le primarie presidenziali, le critiche a Obama per la politica estera sono tiepide o inesistenti.
La seconda esigenza del Presidente è di carattere tecnico. E’ necessario dare il tempo utile ai 40 mila militari americani per lasciare l’Iraq nel modo più efficiente possibile e in piena sicurezza. Il nuovo ministro della Difesa, Leon Panetta, dopo aver diretto come capo della CIA la brillante operazione che ha portato all’eliminazione di Osama bin Laden, ora dovrà dirigere l’uscita dall’Iraq in modo organizzato, risparmiando critiche al Presidente che sicuramente arriverebbero se dovessero esserci attacchi mortali contro i soldati Usa mentre vanno via o se si lasciassero agli iracheni troppi materiali, armi e attrezzature pagate con le tasse dei contribuenti americani.
In un articolo pubblicato sul New York Times del 22 ottobre 2011, Mark Landler fa notare, tuttavia, che la forza che Obama sta dimostrando come “presidente di guerra” e il grosso successo che ha ottenuto con le operazioni anti-terrorismo potrebbero non servire per la sua rielezione il prossimo novembre. Le uccisioni di Osama bin Laden il 2 maggio 2011, del suo probabile successore Anwar al-Awlaki il 30 settembre 2011, la morte di Gheddafi il 20 ottobre 2011, e il ritiro delle truppe americane dall’Iraq entro la fine dell’anno, sono importanti, ma in America è sempre stata la condizione dell’economia a determinare l’elezione o la rielezione di un presidente. Se la debole ripresa economica non si trasformasse in un aumento dell’occupazione prima del prossimo autunno, Obama potrebbe contare soltanto sul poco entusiasmo che gli americani stanno dimostrando nei confronti dei repubblicani sia al Congresso sia nelle primarie per la scelta dello sfidante per le presidenziali del 2012. Nessun candidato repubblicano, per il momento e per la gioia di Obama, riesce a creare emozioni forti fra gli americani.
Fonte:Politicamericana
sabato 20 agosto 2011
LA LIBIA, UNA GUERRA NEL SILENZIO
La Libia continua a vivere nell'instabilità politica e sociale avvolta dalla coltre del silenzio internazionale.
Dimenticato dai media ed escluso dall'interesse diplomatico mondiale, il popolo libico continua a vivere il dramma di una guerra combattuta anche dalle forze militari del nostro Paese. Senza ipocrisia politica e con senso di responsabilità istituzionale, infatti, sarebbe opportuno che tutti noi ammettessimo la verità di quanto si sta consumando a danni del popolo libico: da mesi l'Italia bombarda la nazione che per anni è stata sottoposta alla tirannide di Gheddafi, aggiungendo sofferenza e mortificazione ad una comunità che ha già pagato un prezzo salatissimo in termini di diritti umani, libertà civili, sviluppo e crescita. Questa guerra, che vede protagonisti anche i nostri militari, è determinata non solo dagli interessi economico-finanziari nostrani, ma anche (e forse soprattutto) da quelli di altri paesi europei che da sempre guardano con occhi affamati il Nord Africa e sulle cui spalle pesa la macchia passata di forme ingiuste e barbariche di colonialismo.
Così le nostre forze armate sono chiamate a combattere un conflitto per conto terzi, in un contesto nazionale di profonda crisi economica, come dimostra la manovra impegnativa approvata dal governo. Non per retorica, ma la domanda che si pone è perchè tutto questo accada e accada nel silenzio politico generale.
Come mi è stato confermato in diversi contesti e da diverse fonti, come dimostrano i rapporti delle ong e delle associazioni per la pace, ogni caccia bombardiere italiano in missione non costa meno di 100 mila euro. Denaro pubblico che si aggiunge ad ulteriori spese, come quelle delle basi per le operazioni di bombardamento e simili.
Questa politica militare dispendiosa, che danneggia anche gli interessi delle imprese italiane che in Libia hanno investito, è una offesa agli italiani a cui vengono imposti il rigore, la crescita delle tasse o delle tariffe, la svendita dei beni comuni.
Una offesa agli italiani costretti a subire una manovra economica "lacrime e sangue" di risposta ad una contingenza economica difficile. Questa politica militare, dunque, grava sulle spalle del nostro paese e sulle spalle del popolo libico, vittima inaccettabile di una inaccettabile omertà internazionale, senza che almeno ci sia un quadro diplomatico chiaro, senza che sia noto l'obiettivo politico, senza che sia conosciuto il vero scenario del conflitto. Il ministro della Difesa La Russa dovrebbe chiarire e il parlamento assumersi l'onere di un dibattito serio sulle missioni internazionali costantemente rifinanziate senza una riflessione adeguata e una adeguata sincerità politica.
La Siria e il regime in decadenza di Assad sono, in queste ore, al centro del biasimo americano ed europeo, mentre si paventano sanzioni pesanti da parte dell'ONU in sede di Consiglio di sicurezza su sollecitazione del Consiglio dei diritti umani, alla luce dei 2mila morti in 5 mesi da parte delle forze di sicurezza. In Medioriente riprende (perchè mai cessata) la violenza israelo-palestinese.
Pochi mesifa, invece, il movimento civile di liberazione in Egitto e Tunisia. Il Nord Africa e il Medioriente ci impongono una riflessione seria sul nostro ruolo (compreso quello dell'Ue) anche sotto il profilo dell'impegno militare in scenari di conflitto poco chiari e ambigui, perchè ci impongono il sostegno alla democratizzazione senza ridurla al protagonismo delle armi. Per questo sono convinto della necessità di un confronto parlamentare e politico che parta dalla nostra politica estera e che veda l'Italia promotrice di un confronto anche in sede europea e internazionale.
Per questo sono convinto nel promuovere a marzo, a Napoli, un summit sul Mediterraneo come nuovo laboratorio democratico che riunisca movimenti, associazioni e partiti che hanno cercato e stanno cercando la strada della libertà e del diritto, sperando nel nostro sostegno che certo non vogliono avvenga in forma militare o di neocolonizzazione.
Fonte: Luigi de Magistris
.
La Libia continua a vivere nell'instabilità politica e sociale avvolta dalla coltre del silenzio internazionale.
Dimenticato dai media ed escluso dall'interesse diplomatico mondiale, il popolo libico continua a vivere il dramma di una guerra combattuta anche dalle forze militari del nostro Paese. Senza ipocrisia politica e con senso di responsabilità istituzionale, infatti, sarebbe opportuno che tutti noi ammettessimo la verità di quanto si sta consumando a danni del popolo libico: da mesi l'Italia bombarda la nazione che per anni è stata sottoposta alla tirannide di Gheddafi, aggiungendo sofferenza e mortificazione ad una comunità che ha già pagato un prezzo salatissimo in termini di diritti umani, libertà civili, sviluppo e crescita. Questa guerra, che vede protagonisti anche i nostri militari, è determinata non solo dagli interessi economico-finanziari nostrani, ma anche (e forse soprattutto) da quelli di altri paesi europei che da sempre guardano con occhi affamati il Nord Africa e sulle cui spalle pesa la macchia passata di forme ingiuste e barbariche di colonialismo.
Così le nostre forze armate sono chiamate a combattere un conflitto per conto terzi, in un contesto nazionale di profonda crisi economica, come dimostra la manovra impegnativa approvata dal governo. Non per retorica, ma la domanda che si pone è perchè tutto questo accada e accada nel silenzio politico generale.
Come mi è stato confermato in diversi contesti e da diverse fonti, come dimostrano i rapporti delle ong e delle associazioni per la pace, ogni caccia bombardiere italiano in missione non costa meno di 100 mila euro. Denaro pubblico che si aggiunge ad ulteriori spese, come quelle delle basi per le operazioni di bombardamento e simili.
Questa politica militare dispendiosa, che danneggia anche gli interessi delle imprese italiane che in Libia hanno investito, è una offesa agli italiani a cui vengono imposti il rigore, la crescita delle tasse o delle tariffe, la svendita dei beni comuni.
Una offesa agli italiani costretti a subire una manovra economica "lacrime e sangue" di risposta ad una contingenza economica difficile. Questa politica militare, dunque, grava sulle spalle del nostro paese e sulle spalle del popolo libico, vittima inaccettabile di una inaccettabile omertà internazionale, senza che almeno ci sia un quadro diplomatico chiaro, senza che sia noto l'obiettivo politico, senza che sia conosciuto il vero scenario del conflitto. Il ministro della Difesa La Russa dovrebbe chiarire e il parlamento assumersi l'onere di un dibattito serio sulle missioni internazionali costantemente rifinanziate senza una riflessione adeguata e una adeguata sincerità politica.
La Siria e il regime in decadenza di Assad sono, in queste ore, al centro del biasimo americano ed europeo, mentre si paventano sanzioni pesanti da parte dell'ONU in sede di Consiglio di sicurezza su sollecitazione del Consiglio dei diritti umani, alla luce dei 2mila morti in 5 mesi da parte delle forze di sicurezza. In Medioriente riprende (perchè mai cessata) la violenza israelo-palestinese.
Pochi mesifa, invece, il movimento civile di liberazione in Egitto e Tunisia. Il Nord Africa e il Medioriente ci impongono una riflessione seria sul nostro ruolo (compreso quello dell'Ue) anche sotto il profilo dell'impegno militare in scenari di conflitto poco chiari e ambigui, perchè ci impongono il sostegno alla democratizzazione senza ridurla al protagonismo delle armi. Per questo sono convinto della necessità di un confronto parlamentare e politico che parta dalla nostra politica estera e che veda l'Italia promotrice di un confronto anche in sede europea e internazionale.
Per questo sono convinto nel promuovere a marzo, a Napoli, un summit sul Mediterraneo come nuovo laboratorio democratico che riunisca movimenti, associazioni e partiti che hanno cercato e stanno cercando la strada della libertà e del diritto, sperando nel nostro sostegno che certo non vogliono avvenga in forma militare o di neocolonizzazione.
Fonte: Luigi de Magistris
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mercoledì 3 agosto 2011
Ieri la Libia, oggi la Siria. Mediterraneo democratico

Bashar al Assad spara sul proprio popolo. Ormai lo fa da mesi, uccidendo in media trenta persone ad ogni manifestazione d'opposizione. Lo fa oggi, massacrandone oltre cento, alla vigilia di un Ramadan che si preannuncia probabilmente tra i più sanguinosi della tormentata storia mediorientale. La primavera araba, in Siria, gioca la sua partita più importante. In Tunisia, come in Egitto, come in Libia, i regimi che oggi tracollano vivevano sotto l'alto patrocinio della più importante potenza occidentale oppure di paesi importanti dell'Europa, in un caso -la Libia- dell'Italia. In Tunisia, come in Egitto, come in Libia, l'esercito ha garantito la transizione, anche se resta profondamente incerto il futuro democratico. Questo non avverrà probabilmente in Siria. In Siria, come in tutto il medioriente, risiede attualmente una generazione di ragazze e ragazzi in grado di elaborare il lutto della loro contemporanea decadenza. Decadenza imposta sia dai regimi che li hanno soffocati, sia da noi occidentali che quei regimi li abbiamo avallati per ragioni economico-strategiche. Abbiamo il torto di avere imposto più che proposto una nostra idea di modernità senza permettere mai una autentica emancipazione ed una elaborazione democratica autonoma. Nella nostra politica del doppio contenimento i regimi hanno trovato terreno fertile. Ma adesso quel tempo è finito.
L'integrità intellettuale e fisica di questa generazione araba va tutelata. Va difesa dai proiettili del regime in decadenza. Serve tutto il nostro talento diplomatico per imporre al potere siriano una transizione democratica che permetta il multipartitismo ed elezioni libere. Se Bashar al Assad continuerà a massacrare il suo popolo toccherà ipotizzare interventi decisi, ma mai una guerra. Meglio pensare ad un intervento dei soli caschi blu delle Nazioni Unite. Forza cuscinetto, magari disarmati, preposti a garantire l'integrità dei manifestanti e la transizione democratica. Gli enti locali, le città mediterranee, hanno oggi l'obbligo di intraprendere iniziative diplomatiche dal basso. Possiamo dare un contributo al dibattito e ospitare idee bandite altrove. Permettere a queste idee la divulgazione. Napoli è pronta. Il Mezzogiorno guarda con interesse e solidarietà ai giovani arabi nelle piazze. A marzo ne discuteremo in un forum dedicato al Mediterraneo, ormai laboratorio di una nuova sperimentazione democratica, dalla Libia all'Egitto alla Siria alla Tunisia. Senza dimenticare nessun fermento di libertà, senza dimenticare anche la Palestina.
Luigi de Magistris
Fonte : http://www.demagistris.it/index.php
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Bashar al Assad spara sul proprio popolo. Ormai lo fa da mesi, uccidendo in media trenta persone ad ogni manifestazione d'opposizione. Lo fa oggi, massacrandone oltre cento, alla vigilia di un Ramadan che si preannuncia probabilmente tra i più sanguinosi della tormentata storia mediorientale. La primavera araba, in Siria, gioca la sua partita più importante. In Tunisia, come in Egitto, come in Libia, i regimi che oggi tracollano vivevano sotto l'alto patrocinio della più importante potenza occidentale oppure di paesi importanti dell'Europa, in un caso -la Libia- dell'Italia. In Tunisia, come in Egitto, come in Libia, l'esercito ha garantito la transizione, anche se resta profondamente incerto il futuro democratico. Questo non avverrà probabilmente in Siria. In Siria, come in tutto il medioriente, risiede attualmente una generazione di ragazze e ragazzi in grado di elaborare il lutto della loro contemporanea decadenza. Decadenza imposta sia dai regimi che li hanno soffocati, sia da noi occidentali che quei regimi li abbiamo avallati per ragioni economico-strategiche. Abbiamo il torto di avere imposto più che proposto una nostra idea di modernità senza permettere mai una autentica emancipazione ed una elaborazione democratica autonoma. Nella nostra politica del doppio contenimento i regimi hanno trovato terreno fertile. Ma adesso quel tempo è finito.
L'integrità intellettuale e fisica di questa generazione araba va tutelata. Va difesa dai proiettili del regime in decadenza. Serve tutto il nostro talento diplomatico per imporre al potere siriano una transizione democratica che permetta il multipartitismo ed elezioni libere. Se Bashar al Assad continuerà a massacrare il suo popolo toccherà ipotizzare interventi decisi, ma mai una guerra. Meglio pensare ad un intervento dei soli caschi blu delle Nazioni Unite. Forza cuscinetto, magari disarmati, preposti a garantire l'integrità dei manifestanti e la transizione democratica. Gli enti locali, le città mediterranee, hanno oggi l'obbligo di intraprendere iniziative diplomatiche dal basso. Possiamo dare un contributo al dibattito e ospitare idee bandite altrove. Permettere a queste idee la divulgazione. Napoli è pronta. Il Mezzogiorno guarda con interesse e solidarietà ai giovani arabi nelle piazze. A marzo ne discuteremo in un forum dedicato al Mediterraneo, ormai laboratorio di una nuova sperimentazione democratica, dalla Libia all'Egitto alla Siria alla Tunisia. Senza dimenticare nessun fermento di libertà, senza dimenticare anche la Palestina.
Luigi de Magistris
Fonte : http://www.demagistris.it/index.php
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lunedì 18 luglio 2011
Il debito pubblico americano – una crisi voluta
Barack Obama incontra il 14 luglio 2011 alla Casa Bianca (da sinistra a destra) lo Speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, il leader della maggioranza democratica al Senato Harry Reid e il leader della minoranza repubblicana al Senato Mitch McConnell. Foto EPA.
Anthony M. Quattrone
Il presidente americano Barack Obama sta affrontando enormi difficoltà nel cercare di far raggiungere un compromesso fra democratici e repubblicani nel Congresso per ridurre il debito pubblico federale a lungo termine e, nel frattempo, di far alzare il tetto legale dello stesso debito entro il 4 agosto 2011, quando è previsto il suo sforamento e la potenziale inadempienza degli USA nei confronti dei creditori. Nel suo ultimo discorso radiofonico periodico che tiene ogni sabato, il Presidente ha parlato in termini apocalittici di quello che potrebbe succedere se gli USA dichiarassero la bancarotta fra tre settimane, affermando che per gli USA e per il mondo sarebbe “un Armageddon economico”. Se repubblicani e democratici non trovassero l’accordo, il Presidente ordinerà di non pagare le pensioni sociali, di non pagare i dipendenti del governo federale, né i militari, pur di evitare la bancarotta e l’inadempienza nei confronti dei creditori internazionali. Trentadue percento del debito pubblico americano è controllato da stranieri, fra cui le banche centrali della Cina, del Giappone, e dell’Inghilterra.
Obama non può, tuttavia, prendere decisioni unilaterali per alzare il debito. Infatti, la sezione 8 del primo articolo della Costituzione Americana riconosce al Congresso l’autorità di emettere titoli di debito del governo federale. Il Congresso ha emesso titoli a copertura di spese specifiche con atti individuali fino al 1917 quando ha deciso di semplificare le procedure creando un tetto statutario del debito. Dal 1917 fino agli anni 60, il Congresso ha alzato il limite in diverse occasioni, e, negli anni cinquanta lo ha anche abbassato in due occasioni. Dagli anni sessanta ad oggi, il Congresso lo ha alzato ben 60 volte, ponendo un nuovo tetto di 14,294 miliardi di dollari il 12 febbraio 2010. Ad oggi, il governo federale avrebbe già superato la soglia, ma, attraverso una serie di procedure contabili, è riuscito nel posticipare alcuni pagamenti fra agenzie federali, ritardando di fatto il superamento del limite statutario. Gli esperti pongono il debito federale americano registrato il 29 giugno 2011 a 14,46 mila miliardi di dollari, pari al 98,6% del prodotto interno lordo registrato per il 2010, che si è attestato a 14,66 mila miliardi di dollari.
Fino ad ora è stato difficile per il Congresso raggiungere una decisione sul debito pubblico perché i repubblicani che controllano la Camera non vogliono sentir parlare di innalzamento delle tasse per le classi più avvantaggiate, mentre i democratici che controllano il Senato non vogliono accettare tagli molto incisivi nei confronti dei programmi sociali. La posta in gioco è alta per il presidente, i senatori e i deputati perché è già iniziata la campagna elettorale del 2012, quando ci saranno le presidenziali, il rinnovo totale della Camera e di un terzo del Senato. I politici dei due schieramenti si attaccano sul debito pubblico a lungo termine da lasciare sulle spalle delle future generazioni, sulla spesa federale corrente, sul potenziale innalzamento delle tasse per i ceti più agiati, e sulla riduzione dei programmi sociali per gli anziani e per i ceti svantaggiati.
Obama vorrebbe apparire agli americani come il mediatore “centrista” fra democratici e repubblicani nel Congresso. Con il discorso di sabato, e con le notizie battute da alcune agenzie che lo vedrebbero infuriato con i leader del Congresso, forse Obama è riuscito a spingere le parti verso il compromesso. Durante i programmi televisivi della domenica mattina tradizionalmente dedicati alla politica, si sono alternati senatori e deputati democratici e repubblicani, manifestando l’intenzione di trovare un accordo. Il senatore democratico dell’Illinois, Richard J. Durbin appoggia la proposta di Obama di tagliare 4 mila miliardi di spesa federale nei prossimi dieci anni, mentre il senatore repubblicano dell’Oklahoma, Tom Coburn, propone una riduzione di quasi 9 mila miliardi nello stesso periodo. Forse è più realistica la notizia riferita dal sempre ben informato “Politico” che vorrebbe il leader repubblicano del Senato, Mitch McConnell, e il suo collega democratico Harry Reid al lavoro per raggiungere un compromesso basato su tagli alla spesa per 1,5 mila miliardi di dollari accoppiato alla decisione di innalzare il debito federale. Il Congresso dovrà decidere entro la fine di questa settimana sul da farsi, perché dopo mancherebbero i tempi tecnici per evitare “un Armageddon economico”.
Fonte: Politicamericana.com
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Barack Obama incontra il 14 luglio 2011 alla Casa Bianca (da sinistra a destra) lo Speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, il leader della maggioranza democratica al Senato Harry Reid e il leader della minoranza repubblicana al Senato Mitch McConnell. Foto EPA.
Anthony M. Quattrone
Il presidente americano Barack Obama sta affrontando enormi difficoltà nel cercare di far raggiungere un compromesso fra democratici e repubblicani nel Congresso per ridurre il debito pubblico federale a lungo termine e, nel frattempo, di far alzare il tetto legale dello stesso debito entro il 4 agosto 2011, quando è previsto il suo sforamento e la potenziale inadempienza degli USA nei confronti dei creditori. Nel suo ultimo discorso radiofonico periodico che tiene ogni sabato, il Presidente ha parlato in termini apocalittici di quello che potrebbe succedere se gli USA dichiarassero la bancarotta fra tre settimane, affermando che per gli USA e per il mondo sarebbe “un Armageddon economico”. Se repubblicani e democratici non trovassero l’accordo, il Presidente ordinerà di non pagare le pensioni sociali, di non pagare i dipendenti del governo federale, né i militari, pur di evitare la bancarotta e l’inadempienza nei confronti dei creditori internazionali. Trentadue percento del debito pubblico americano è controllato da stranieri, fra cui le banche centrali della Cina, del Giappone, e dell’Inghilterra.
Obama non può, tuttavia, prendere decisioni unilaterali per alzare il debito. Infatti, la sezione 8 del primo articolo della Costituzione Americana riconosce al Congresso l’autorità di emettere titoli di debito del governo federale. Il Congresso ha emesso titoli a copertura di spese specifiche con atti individuali fino al 1917 quando ha deciso di semplificare le procedure creando un tetto statutario del debito. Dal 1917 fino agli anni 60, il Congresso ha alzato il limite in diverse occasioni, e, negli anni cinquanta lo ha anche abbassato in due occasioni. Dagli anni sessanta ad oggi, il Congresso lo ha alzato ben 60 volte, ponendo un nuovo tetto di 14,294 miliardi di dollari il 12 febbraio 2010. Ad oggi, il governo federale avrebbe già superato la soglia, ma, attraverso una serie di procedure contabili, è riuscito nel posticipare alcuni pagamenti fra agenzie federali, ritardando di fatto il superamento del limite statutario. Gli esperti pongono il debito federale americano registrato il 29 giugno 2011 a 14,46 mila miliardi di dollari, pari al 98,6% del prodotto interno lordo registrato per il 2010, che si è attestato a 14,66 mila miliardi di dollari.
Fino ad ora è stato difficile per il Congresso raggiungere una decisione sul debito pubblico perché i repubblicani che controllano la Camera non vogliono sentir parlare di innalzamento delle tasse per le classi più avvantaggiate, mentre i democratici che controllano il Senato non vogliono accettare tagli molto incisivi nei confronti dei programmi sociali. La posta in gioco è alta per il presidente, i senatori e i deputati perché è già iniziata la campagna elettorale del 2012, quando ci saranno le presidenziali, il rinnovo totale della Camera e di un terzo del Senato. I politici dei due schieramenti si attaccano sul debito pubblico a lungo termine da lasciare sulle spalle delle future generazioni, sulla spesa federale corrente, sul potenziale innalzamento delle tasse per i ceti più agiati, e sulla riduzione dei programmi sociali per gli anziani e per i ceti svantaggiati.
Obama vorrebbe apparire agli americani come il mediatore “centrista” fra democratici e repubblicani nel Congresso. Con il discorso di sabato, e con le notizie battute da alcune agenzie che lo vedrebbero infuriato con i leader del Congresso, forse Obama è riuscito a spingere le parti verso il compromesso. Durante i programmi televisivi della domenica mattina tradizionalmente dedicati alla politica, si sono alternati senatori e deputati democratici e repubblicani, manifestando l’intenzione di trovare un accordo. Il senatore democratico dell’Illinois, Richard J. Durbin appoggia la proposta di Obama di tagliare 4 mila miliardi di spesa federale nei prossimi dieci anni, mentre il senatore repubblicano dell’Oklahoma, Tom Coburn, propone una riduzione di quasi 9 mila miliardi nello stesso periodo. Forse è più realistica la notizia riferita dal sempre ben informato “Politico” che vorrebbe il leader repubblicano del Senato, Mitch McConnell, e il suo collega democratico Harry Reid al lavoro per raggiungere un compromesso basato su tagli alla spesa per 1,5 mila miliardi di dollari accoppiato alla decisione di innalzare il debito federale. Il Congresso dovrà decidere entro la fine di questa settimana sul da farsi, perché dopo mancherebbero i tempi tecnici per evitare “un Armageddon economico”.
Fonte: Politicamericana.com
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venerdì 3 giugno 2011
Rumors, Grecia cede sul dossier isole. Vendute per far cassa contro il deficit
Fonte:Affari italiani
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Fonte:Affari italiani
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sabato 30 aprile 2011
Da Prometeo a Fukushima, passando per Chernobyl

Di Lucio Garofalo
In occasione del 25esimo anniversario del disastro di Chernobyl, che ricorreva esattamente il 26 aprile scorso, è tornato in mente un accostamento con il 1986, in modo particolare per la coincidenza di due eventi: l’attacco militare contro la Libia (per la cronaca, ricordo che nel 1986 l’amministrazione presieduta da Ronald Reagan ordinò il bombardamento di Tripoli e Bengasi) e l’incidente nucleare nella cittadina ucraina.
L’attuale situazione politica ed economica mondiale è inasprita da numerosi altri fattori, a cominciare dalla gravissima recessione internazionale, paragonabile alla “grande depressione” del 1929, indubbiamente peggiore rispetto alla crisi petrolifera del 1974.
Non c’è dubbio che il regime libico di Gheddafi non abbia mai svolto un ruolo effettivamente “critico” o “antagonista” rispetto alle ingerenze dell’Occidente, tanto nel 1986 quanto nel 2011, ma è stato sempre funzionale agli interessi di supremazia economica, politica e militare, cari alle potenze imperialistiche del Nord del mondo.
Peraltro l’atteggiamento ambiguo e controverso della Libia ha sempre fatto comodo alla Cia e al militarismo Usa, al Mossad e al terrorismo sionista, ed ha sempre osteggiato, di fatto, la causa palestinese, soprattutto quando il colonnello Gheddafi ha armato e appoggiato le fazioni palestinesi più estremiste e violente, come il gruppo paramilitare fondato e guidato da Abu Abbas, il Fronte per la Liberazione della Palestina, che non a caso si rese responsabile dell’eliminazione fisica di numerosi esponenti dell’OLP di Arafat, quasi quanti ne abbiano assassinati gli agenti dei servizi segreti israeliani.
L’anno prima della tragedia di Chernobyl, ossia nel 1985, un commando che faceva capo al FLP realizzò, al largo delle coste egiziane, il dirottamento dell’Achille Lauro, una nave da crociera italiana, sequestrando l’equipaggio e i passeggeri. Nel corso dell'azione perse la vita Leon Klinghoffer, un disabile di religione ebraica e cittadinanza statunitense. La vicenda fu all’origine della “crisi di Sigonella” esplosa tra il governo italiano, guidato all’epoca da Bettino Craxi, e l’amministrazione Usa di Ronald Reagan.
La “guerra umanitaria” in Libia e la catastrofe di Fukushima sono due avvenimenti inquietanti che fotografano in modo emblematico l’incombente crisi energetica planetaria, che dovrebbe indurre i governi ad intraprendere strade alternative rispetto alla dipendenza dalle fonti petrolifere e nucleari, per orientarsi verso la ricerca e lo sfruttamento di risorse energetiche più pulite e rinnovabili. Esistono mille ragioni per farlo, anzitutto di convenienza pratica, ma anche pulsioni di tipo basico, come la salvaguardia del genere umano. Ci dovrebbe spingere in tale direzione l’istinto di autoconservazione della specie, o il buon senso, eppure prevalgono altre spinte, senza dubbio autodistruttive, interessi affaristici che sono appannaggio di una ristretta cerchia di compagnie economiche multinazionali che agiscono a danno della sopravvivenza dell’umanità e delle principali forme di vita sul nostro pianeta, cioè a nostro discapito.
Oggi più che nel passato, sin dai tempi mitici e primordiali di Prometeo, l’eroe titanico che rubò il fuoco agli dei per donarlo all’umanità, questa è seriamente minacciata da molti fattori di rischio, e non mi riferisco semplicemente ad un’eventuale “apocalisse atomica” o ad immani devastazioni belliche, né solo alla crisi che investe il capitalismo.
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Di Lucio Garofalo
In occasione del 25esimo anniversario del disastro di Chernobyl, che ricorreva esattamente il 26 aprile scorso, è tornato in mente un accostamento con il 1986, in modo particolare per la coincidenza di due eventi: l’attacco militare contro la Libia (per la cronaca, ricordo che nel 1986 l’amministrazione presieduta da Ronald Reagan ordinò il bombardamento di Tripoli e Bengasi) e l’incidente nucleare nella cittadina ucraina.
L’attuale situazione politica ed economica mondiale è inasprita da numerosi altri fattori, a cominciare dalla gravissima recessione internazionale, paragonabile alla “grande depressione” del 1929, indubbiamente peggiore rispetto alla crisi petrolifera del 1974.
Non c’è dubbio che il regime libico di Gheddafi non abbia mai svolto un ruolo effettivamente “critico” o “antagonista” rispetto alle ingerenze dell’Occidente, tanto nel 1986 quanto nel 2011, ma è stato sempre funzionale agli interessi di supremazia economica, politica e militare, cari alle potenze imperialistiche del Nord del mondo.
Peraltro l’atteggiamento ambiguo e controverso della Libia ha sempre fatto comodo alla Cia e al militarismo Usa, al Mossad e al terrorismo sionista, ed ha sempre osteggiato, di fatto, la causa palestinese, soprattutto quando il colonnello Gheddafi ha armato e appoggiato le fazioni palestinesi più estremiste e violente, come il gruppo paramilitare fondato e guidato da Abu Abbas, il Fronte per la Liberazione della Palestina, che non a caso si rese responsabile dell’eliminazione fisica di numerosi esponenti dell’OLP di Arafat, quasi quanti ne abbiano assassinati gli agenti dei servizi segreti israeliani.
L’anno prima della tragedia di Chernobyl, ossia nel 1985, un commando che faceva capo al FLP realizzò, al largo delle coste egiziane, il dirottamento dell’Achille Lauro, una nave da crociera italiana, sequestrando l’equipaggio e i passeggeri. Nel corso dell'azione perse la vita Leon Klinghoffer, un disabile di religione ebraica e cittadinanza statunitense. La vicenda fu all’origine della “crisi di Sigonella” esplosa tra il governo italiano, guidato all’epoca da Bettino Craxi, e l’amministrazione Usa di Ronald Reagan.
La “guerra umanitaria” in Libia e la catastrofe di Fukushima sono due avvenimenti inquietanti che fotografano in modo emblematico l’incombente crisi energetica planetaria, che dovrebbe indurre i governi ad intraprendere strade alternative rispetto alla dipendenza dalle fonti petrolifere e nucleari, per orientarsi verso la ricerca e lo sfruttamento di risorse energetiche più pulite e rinnovabili. Esistono mille ragioni per farlo, anzitutto di convenienza pratica, ma anche pulsioni di tipo basico, come la salvaguardia del genere umano. Ci dovrebbe spingere in tale direzione l’istinto di autoconservazione della specie, o il buon senso, eppure prevalgono altre spinte, senza dubbio autodistruttive, interessi affaristici che sono appannaggio di una ristretta cerchia di compagnie economiche multinazionali che agiscono a danno della sopravvivenza dell’umanità e delle principali forme di vita sul nostro pianeta, cioè a nostro discapito.
Oggi più che nel passato, sin dai tempi mitici e primordiali di Prometeo, l’eroe titanico che rubò il fuoco agli dei per donarlo all’umanità, questa è seriamente minacciata da molti fattori di rischio, e non mi riferisco semplicemente ad un’eventuale “apocalisse atomica” o ad immani devastazioni belliche, né solo alla crisi che investe il capitalismo.
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giovedì 28 aprile 2011
“L’Italia conta? Molto poco”
Fonte: “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 21 aprile 2011 pag. 15
Fonte: “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 21 aprile 2011 pag. 15
mercoledì 6 aprile 2011
Come si dice ”Fuori dalle balle” in tunisino?

Queste maschie espressioni padane sono andate in onda in molti paesi arabi e in tutti i paesi della costa nord africana. Allo stesso modo, nelle scorse settimane, milioni di persone in quelle terre hanno potuto apprezzare il bacio dell’anello di Gheddafi da parte del comico di Arcore, e i suoi ripetuti apprezzamenti per il saggio Mubarak e per il prudente Ben Alì, per altro amico dell’amico Tarek Ben Ammar, socio d’affari del nostro presidente del consiglio.
Con queste credenziali Berlusconi e Maroni si sono presentati a Tunisi per chiedere una mano e per auspicare un sostegno di quel governo ai rimpatri di massa che l’Italia avrebbe in animo di eseguire, magari con tanto di set televisivo allestito dal polo Raiset, per far capire alla plebe che, qui da noi, non si scherza e che i nostri governanti ce l’hanno davvero duro, tanto per usare un’altra metafora bossiana… Purtroppo per loro, il nuovo governo tunisino ha ben altri problemi da risolvere che perdere tempo con le esigenze della propaganda italica, e così, almeno per il momento, hanno deciso di rimpatriare Berlusconi e Maroni.
Il macho urlo padano “Fuori dalle balle!” non fa effetto fuori dai confini padani, e non c’è più neppure un colonnello libico al quale offrire 50 vergini cristiane da convertire. Prima o poi, è solo questione di tempo, l’invito bossiano sarà rivolto a tutti in una molteplicità di lingue e di dialetti. Anche per questo vanno ringraziate quelle donne e quegli uomini che, pure oggi, davanti alla Camera dei deputati, continueranno a manifestare il loro amore per la legalità repubblicana e a reclamare le dimissioni di questi veri e propri clandestini della democrazia e della costituzione.
Chi sa se i nuovi governanti tunisini sarebbero disposti ad accoglierli, magari anche solo per qualche mese?

Queste maschie espressioni padane sono andate in onda in molti paesi arabi e in tutti i paesi della costa nord africana. Allo stesso modo, nelle scorse settimane, milioni di persone in quelle terre hanno potuto apprezzare il bacio dell’anello di Gheddafi da parte del comico di Arcore, e i suoi ripetuti apprezzamenti per il saggio Mubarak e per il prudente Ben Alì, per altro amico dell’amico Tarek Ben Ammar, socio d’affari del nostro presidente del consiglio.
Con queste credenziali Berlusconi e Maroni si sono presentati a Tunisi per chiedere una mano e per auspicare un sostegno di quel governo ai rimpatri di massa che l’Italia avrebbe in animo di eseguire, magari con tanto di set televisivo allestito dal polo Raiset, per far capire alla plebe che, qui da noi, non si scherza e che i nostri governanti ce l’hanno davvero duro, tanto per usare un’altra metafora bossiana… Purtroppo per loro, il nuovo governo tunisino ha ben altri problemi da risolvere che perdere tempo con le esigenze della propaganda italica, e così, almeno per il momento, hanno deciso di rimpatriare Berlusconi e Maroni.
Il macho urlo padano “Fuori dalle balle!” non fa effetto fuori dai confini padani, e non c’è più neppure un colonnello libico al quale offrire 50 vergini cristiane da convertire. Prima o poi, è solo questione di tempo, l’invito bossiano sarà rivolto a tutti in una molteplicità di lingue e di dialetti. Anche per questo vanno ringraziate quelle donne e quegli uomini che, pure oggi, davanti alla Camera dei deputati, continueranno a manifestare il loro amore per la legalità repubblicana e a reclamare le dimissioni di questi veri e propri clandestini della democrazia e della costituzione.
Chi sa se i nuovi governanti tunisini sarebbero disposti ad accoglierli, magari anche solo per qualche mese?
mercoledì 30 marzo 2011
Le menzogne su Gheddafi
http://video.libero.it/app/play?id=b3b2d4a3fa0c9a350eec61499d4347ba
Il giornalista RAI Amedeo Ricucci spiega in che modo i giornalisti hanno mentito di nuovo all'opinione pubblica.
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http://video.libero.it/app/play?id=b3b2d4a3fa0c9a350eec61499d4347ba
Il giornalista RAI Amedeo Ricucci spiega in che modo i giornalisti hanno mentito di nuovo all'opinione pubblica.
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giovedì 24 marzo 2011
Libia: che alternative aveva l’Italia
Di Daniele Scalea
In un articolo di pochi giorni fa si è criticato il comportamento della diplomazia italiana in occasione della crisi libica.
Innanzi tutto si è escluso che la guerra alla Libia sia davvero motivata da preoccupazioni umanitarie: a) mancano elementi probanti gravi violazioni dei “diritti umani” da parte delle autorità libiche nel corso della rivolta; b) le recenti esperienze lasciano supporre che i bombardamenti ed un’eventuale successiva invasione, oltre al procrastinarsi delle lotte intestine, faranno più vittime d’una guerra civile che stava ormai esaurendosi; c) il medesimo interventismo “umanitario” non è stato suscitato dalla dura repressione da parte della monarchia assolutista del Bahrain, che ha addirittura fatto entrare truppe straniere nel suo territorio per massacrare manifestanti realmente disarmati. Le vere finalità sono geopolitiche e strategiche, come sembra aver realizzato la maggioranza dell’opinione pubblica italiana ed una vasta gamma d’opinionisti, diversi per orientamenti e sensibilità, che va da Gino Strada a Vittorio Feltri passando per Sergio Romano e Carlo Jean.
In secondo luogo, si è riassunta l’importanza strategica ed economica della Libia per l’Italia. Si è sottolineato come la Libia, caso più unico che raro, rappresenti un paese produttore di petrolio e gas naturale inserito nella “sfera d’influenza” italiana.
Si è infine ripercorso l’atteggiamento italiano nel corso della crisi libica: incerto ed ondivago, ha palesato la volontà di schierarsi col probabile vincitore. Gl’imbarazzanti ondeggiamenti si sono conclusi stracciando di fatto il recente Trattato di Amicizia, Cooperazione e Partenariato tra Italia e Libia, tradendo impegni ben precisi assunti da Roma nei confronti di Tripoli, e passando repentinamente da un’intesa strategica e cordiale ad uno stato di guerra.
Si concludeva quindi che l’Italia ha già perso la sua guerra di Libia, perché qualsiasi sarà l’esito del conflitto ne sortirà una situazione per noi più svantaggiosa dello status quo ante.
Resta ora da valutare, per completezza, di quali alternative disponeva l’Italia per meglio affrontare la crisi libica.
Il Governo italiano si difende dalle critiche affermando che non aveva altra scelta, dopo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (CdS), che quella di partecipare alle operazioni militari. La Risoluzione 1973/2011 del CdS si limita ad autorizzare i paesi membri all’azione «per tutelare i civili» (paragrafo 4) e per imporre la zona d’interdizione al volo (par. 8), ed a chiedere assistenza per questi compiti (par. 9), dunque non vincola l’Italia a scendere in guerra e neppure a concedere le basi per gli attacchi altrui: la piccola Malta, ad esempio, ha negato l’uso del proprio territorio per l’implementazione della Risoluzione 1973. Del resto, il territorio italiano è importante ma non imprescindibile: i Francesi bombardano facendo decollare gli aerei direttamente dalle loro basi, ed anche Spagna e Grecia si sono prestate alla missione.
Dunque, anche dopo il voto del CdS del 17 marzo 2011 (e tralasciando per ora quanto avvenuto prima), all’Italia si ponevano effettivamente due scelte:
a) l’Italia poteva non avvalersi dell’autorizzazione ad attaccare la Libia e non concedere il proprio territorio a quei paesi che hanno deciso d’avvalersene. Ciò in ragione della sua posizione privilegiata nei rapporti col paese nordafricano e del Trattato siglato nel 2009, che c’impegna a non ingerire negli affari interni libici (art. 4.1), a non usare la forza (art. 3) ed a non prestare il nostro territorio ad azioni di forza contro la Libia (art. 4.2). Benché secondo alcuni, in punto di diritto, la Risoluzione 1973 esenti l’Italia dal rispettare integralmente il Trattato, s’intende sempre che ciò sia vero solo ed esclusivamente nella misura ed entro i limiti fissati dalla risoluzione medesima.
Ma ciò che è legittimo giuridicamente non necessariamente dev’essere compiuto. Il fatto che una risoluzione del CdS ci consenta di non rispettare un Trattato non è ragione sufficiente per non rispettarlo. Debbono entrare in gioco altre considerazioni, d’interesse ed opportunità. Il comportamento italiano rispetto agl’impegni assunti con la Libia può essere giustificabile dal punto di vista giuridico, ma non necessariamente anche da quello morale. L’Italia è stata percepita come traditrice e voltagabbana da Tripoli e, c’è da scommettervi, anche dal resto del mondo.
Evitare un voltafaccia tanto plateale, anche con la foglia di fico dell’ONU, non è solo un punto d’onore e dignità nazionale. È anche una questione d’interesse pratico. L’Italia da decenni paga pesantemente il fatto di essere percepita come una nazione inaffidabile ed incline al tradimento. Si tratta d’una nomea costruitasi nel corso della nostra storia unitaria, talvolta meritatamente talaltra meno. Nel 1870 i Francesi non apprezzarono la scelta italiana di non intervenire a fianco di Napoleone III, protagonista della nostra Seconda Guerra d’Indipendenza, ed anzi di sfruttare la sue disgrazie belliche per occupare Roma. Le critiche francesi erano ingenerose, poiché l’atteggiamento del Secondo Impero nei nostri confronti era stato ambiguo (dalla soppressione della Repubblica Romana del ’48 all’armistizio di Villafranca ed allo scontro di Mentana). Più fondata appare invece l’acrimonia sviluppata dai Tedeschi, costretti ad assistere ai celebri “giri di valzer” primo-novecenteschi della nostra diplomazia al rovesciamento d’alleanze all’inizio della Prima Guerra Mondiale al proditorio cambio di schieramento nel bel mezzo della Seconda.
Quella dell’8 settembre 1943 è un’onta che l’Italia ha cercato per decenni di cancellare. Poco importa il giudizio storico, politico o morale che si vuole dare di quella data: è fuor di dubbio che essa è stata percepita e recepita dal resto del mondo, anche da quella parte che s’avvantaggiò del nostro cambio di schieramento (si vedano a proposito i giudizi attribuiti al generale Eisenhower nelle memorie del suo aiutante navale), come un tradimento disonorevole. La Repubblica Italiana ha così percepito come necessario dimostrare l’affidabilità internazionale del nostro paese, in contrasto coi succitati eventi storici. È stata questa esigenza ad indurre i nostri governanti a coinvolgere l’Italia in un numero esageratamente alto d’imprese militari oltremare, in luoghi o missioni lontani dal nostro interesse nazionale, ma con la sola ambizione di rimarcare la fedeltà agli alleati. L’Italia è il paese europeo che fornisce all’ONU la maggior parte dei “caschi blu”, ed è uno degli Stati al mondo col maggior numero di militari in missione all’estero. Si cerca di dimostrare l’affidabilità dell’Italia rispondendo sempre di sì a qualsiasi richiesta da parte delle organizzazioni internazionali cui siamo legati.
La macchia dell’Otto Settembre, insomma, sta costandoci caro. Un po’ di militari morti e diversi miliardi di euro che se ne vanno in missioni che, per noi, non hanno ritorni strategici ma servono solo a migliorare l’immagine internazionale del paese. Ecco perché la scelta di Berlusconi – anzi, dei ministri Frattini e La Russa – di violare il Trattato con la Libia è sciagurata: lavare l’immagine di paese inaffidabile ed incline al tradimento (che si è data non solo in Libia ma nel mondo intero) ci costerà, ancora una volta, molto caro.
b) l’Italia ha optato dunque per una diversa opzione: intervenire contro la Libia, sfruttando l’autorizzazione del CdS ed in spregio dei precedenti accordi con Tripoli. Il Governo è stato molto chiaro sulle reali motivazioni della sua scelta, non riuscendo a spacciare efficacemente (soprattutto tra il suo elettorato) il pretesto “umanitario”. Si è giustificato asserendo che solo partecipando in prima persona all’attacco contro la Libia Roma avrebbe potuto difendere i suoi interessi in loco.
Lucio Caracciolo, intervistato da “l’Unità”, ha sagacemente osservato che «come al solito siamo vittime della sindrome del “posto a tavola”, nell’illusione che partecipando, a modo nostro, a questa operazione di matrice “sarkoziana”, i francesi, gli inglesi e gli americani vorranno spartire con noi il bottino della vittoria».
È un riflesso storico che affonda le sue radici nella Guerra di Crimea. Era il lontano 1853, ed il Conte di Cavour – capo del Governo del Regno di Sardegna – decise di mandare le sue truppe a sostegno di quello franco-britanniche e contro la Russia. Il Piemonte non aveva alcun interesse strategico in Crimea. Ce l’aveva la sua nemica mortale, l’Austria, che infatti appoggiava la missione franco-britannica. Torino andava dunque a combattere a vantaggio di Vienna, la sua nemica, al solo scopo di poter partecipare al successivo tavolo della pace e sollevare la questione italiana. La questione italiana fu infatti sollevata, ma senza troppo eco. La storiografia italiana esalta quella pagina di storia diplomatica, mentre quella straniera è più cauta: il britannico Denis Mack Smith, ad esempio, la derubrica tra le mosse mal riuscite di Cavour.
Fatto sta che, da allora, la diplomazia italiana è ossessionata dal “posto a tavola”, per riprendere le parole di Caracciolo. C’è un filo rosso che lega l’intervento cavouriano in Crimea alla decisione mussoliniana del 1940 di entrare in guerra per procurarsi quella manciata di morti da buttare sul tavolo della pace; questo filo sembra allungarsi fino al recente espediente di Frattini e La Russa (più che di Berlusconi) di bombardare l’ex amico libico per non lasciare la mano alla Francia.
Ma non è scritto da nessuna parte che, accodandosi alla “coalizione dei volenterosi”, l’Italia avrà davvero voce in capitolo. Ci sono 10 paesi attivamente impegnati nelle operazioni belliche contro la Libia, e gli attacchi aerei non partono solo (né principalmente) dall’Italia, ma anche da Spagna, Grecia, Francia e persino Gran Bretagna e Stati Uniti (grazie ai bombardieri intercontinentali o alle unità di marina che stazionano nel Mediterraneo). L’Italia non ha un ruolo decisivo nelle operazioni militari, dunque nulla garantisce che l’avrà nelle decisioni politiche e strategiche.
Quando Berlusconi si è recato al vertice di Parigi, che radunava i capi di Governo della “coalizione dei volenterosi”, ha scoperto che le decisioni fondamentali erano già state prese durante un incontro privato da Obama, Cameron e Sarkozy. L’Italia è stata trattata alla stregua d’un comprimario, al pari di paesi come la Danimarca o la Norvegia: incaricata d’eseguire le disposizioni altrui. A differenza di Oslo, non ha avuto sussulti d’orgoglio e non s’è sottratta all’ingrato incarico.
Non è, infatti, un vero “sussulto d’orgoglio” la recente richiesta italiana che il comando della missione non passi alla Francia bensì alla NATO: si è trattato della semplice pedissequa ripetizione d’una richiesta britannica formulata il 20 marzo, e poi ripresa da Frattini il giorno successivo. Lo scontro è tra Francia e Gran Bretagna, ognuna delle quali vuol fare la parte del leone nell’impresa libica: l’Italia s’agita confusamente sullo sfondo. Anche il comando NATO non risolverà i nostri problemi, perché Sarkozy ha già messo in chiaro che vi sarà una “cabina di regia” politica. Ed in ultima istanza, continuerà ad essere composta da Parigi, Washington e Londra.
La diplomazia italiana è in un vicolo cieco, impelagata in una guerra che, come si è detto nell’articolo precedente, si può solo perdere, ma in nessun caso vincere. Ma in questo vicolo cieco, Roma ci si è infilata da sola. Il Governo continua a ripetere di non aver avuto altra scelta dopo la Risoluzione 1973, ma questa è stata adottata il 17 marzo, mentre la crisi libica è cominciata intorno al 20 febbraio, con l’insurrezione armata anti-Gheddafi. Cos’ha fatto, nel corso di questo mese precedente la risoluzione ONU, la diplomazia italiana per evitare il vicolo cieco?
La posizione espressa da Roma è stata ondivaga: di volta in volta ha cercato d’ingraziarsi la parte che appariva come la più probabile vincitrice. Ma era evidente (e pure comprensibile e condivisibile, considerando il nostro rapporto privilegiato con la Libia) fin da subito che l’Italia avrebbe voluto evitare un intervento esterno nel paese nordafricano. Frattini assunse dunque la seguente posizione: sì ad una zona d’interdizione dei voli, ma solo col consenso dell’ONU; ciò in una fase in cui Russia e Cina ancora s’opponevano all’internazionalizzazione della crisi. L’atteggiamento italiano era passivo: scommetteva sul veto di Mosca e Pechino al CdS. Avrebbe dovuto allarmare la nostra diplomazia il fatto che, più o meno nei medesimi giorni, anche Sarkozy, campione dell’interventismo, condizionava la “no fly zone” all’assenso delle Nazioni Unite. Evidentemente, aver passivamente scommesso sul sicuro veto russo-cinese è stato un azzardo.
È difficile, e richiederebbe quanto meno un articolo a parte, spiegare le ragioni per cui Russia e Cina hanno permesso che la Risoluzione 1973 passasse al CdS. Sembra però scontato ipotizzare che la Francia abbia fatto pressioni su Mosca, nell’ambito d’un riavvicinamento strategico con la Russia in corso già da diversi mesi e ben simboleggiato dalla vendita di navi da guerra Mistral al Cremlino. Il mancato veto della Russia al CdS può essere inteso anche come un implicito riconoscimento del Mediterraneo quale sfera d’influenza della Francia.
Lo smacco per l’Italia è grave ed evidente. Il nostro paese, ed il Governo Berlusconi più d’ogni altro, hanno posto grande enfasi sul rapporto strategico con la Russia. Tanto da far infuriare gli USA e spingere l’Ambasciata statunitense a Roma ad operare nell’ombra per creare una fronda anti-Berlusconi nel PDL – come documentato dalle rivelazioni di “Wikileaks”. La nostra diplomazia ha cercato di far valere questo rapporto privilegiato con Mosca per ottenere un veto al CdS, contrastando le prevedibili pressioni francesi in senso contrario? Oppure, per negligenza o altro, s’è limitata a sperare? Al momento non si può rispondere a queste domande.
Nell’un caso e nell’altro, tuttavia, l’errore sta a monte: l’aver scelto la passività, affidandosi all’iniziativa ed alle scelte altrui. L’Italia doveva e poteva avere un ruolo attivo e di primo piano nella crisi libica, fin dal primo minuto.
È un’altra delle sindromi che affligge la diplomazia italiana, almeno quella repubblicana, il ritenere il nostro paese inadatto a prendere posizioni di forza, chiare e decise a sostegno del proprio interesse nazionale. Si tratta di un’eredità della Seconda Guerra Mondiale, in questo caso della disfatta che derivò dall’avventurismo di Mussolini. E poggia su un fatto reale: l’Italia non ha i mezzi per una politica di Grandeur.
Eppure, dall’evitare l’avventurismo al rinunciare ad ogni iniziativa molto ne corre. Il nostro paese aveva tutte le carte in regola per prendere l’iniziativa nell’affaire Libia. L’Italia ha l’economia più ricca del Mediterraneo, Francia esclusa (ma la Francia non è un paese propriamente mediterraneo; è un paese del Nordeuropa che si affaccia sul Mediterraneo). Dei 17 paesi litoranei è il quarto più popoloso (hanno più abitanti Egitto, Francia e Turchia). Ha una posizione strategica nel centro del Mare. Infine, era il paese che intratteneva le relazioni più strette con la Libia.
Persino Hugo Chávez, presidente del lontano Venezuela, s’è proposto come mediatore nella vertenza libica, suscitando l’interesse di Unione Africana e Lega Araba ma il rifiuto, non a caso, di Parigi. Il problema è che non toccava ad un paese sudamericano, bensì all’Italia prendere una simile iniziativa, ed avrebbe potuto farlo in collaborazione con la Turchia, altra potenza mediterranea contraria alla guerra. Assieme, Roma e Ankara avrebbero potuto premere sulla Russia affinché usasse il suo potere di veto per frenare le opzioni belliche nel CdS, e favorire una soluzione negoziale della crisi.
Prima della Risoluzione 1973, la guerra civile libica stava rapidamente volgendo verso la conclusione, con la vittoria delle forze governative sui ribelli. Rinunciando all’obiettivo politico, ormai non più conseguibile se non a grave prezzo, di destituire Gheddafi, si poteva inviare una forza di pace variegata, con l’apporto di nazioni neutrali come l’Italia e la Turchia, dell’Unione Africana schierata col Governo libico e della Lega Araba che parteggia per i ribelli; forza di pace incaricata d’interporsi tra le armate in conflitto, disarmare i ribelli ormai prossimi alla sconfitta ma costringere Gheddafi a varare un’amnistia e qualche concessione minore. La missione internazionale sarebbe stata accettata, con tutta probabilità, dal Governo libico, dal momento che escludeva un attacco militare a suo danno; dai ribelli, perché scongiurava il bagno di sangue finale, poteva favorire l’espatrio di quelli più compromessi con la rivolta, e strappare a Tripoli concessioni che non era più possibile conquistare con le armi.
Questo è solo un possibile scenario di come l’Italia avrebbe potuto muoversi per frenare l’escalation della crisi libica. L’importante era porsi come elemento di mediazione, all’interno della Libia e tra la Libia ed il mondo esterno. Ciò non si è neppure tentato. Si è rinunciato all’azione per affidarsi passivamente alle scelte altrui. Quest’errore ha infilato l’Italia in un vicolo cieco da cui ormai non più uscire se non con una sconfitta.
L’Italia non è una grande potenza, si ama ripetere; e dunque ci stava anche che perdesse la Libia. Ma è il modo che brucia, con la violazione del Trattato e l’attacco all’ex amico e partner di Tripoli. Parafrasando Churchill, si potrebbe dire che potevamo scegliere tra il disonore e la perdita della Libia; abbiamo scelto il disonore, e perderemo anche la Libia.
* Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (Roma 2010). È co-autore, assieme a Pietro Longo, d’un libro sulle rivolte arabe di prossima uscita.
Sull’argomento vedi anche, dallo stesso autore: “L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia”.
Fonte:Eurasia
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Di Daniele Scalea
In un articolo di pochi giorni fa si è criticato il comportamento della diplomazia italiana in occasione della crisi libica.
Innanzi tutto si è escluso che la guerra alla Libia sia davvero motivata da preoccupazioni umanitarie: a) mancano elementi probanti gravi violazioni dei “diritti umani” da parte delle autorità libiche nel corso della rivolta; b) le recenti esperienze lasciano supporre che i bombardamenti ed un’eventuale successiva invasione, oltre al procrastinarsi delle lotte intestine, faranno più vittime d’una guerra civile che stava ormai esaurendosi; c) il medesimo interventismo “umanitario” non è stato suscitato dalla dura repressione da parte della monarchia assolutista del Bahrain, che ha addirittura fatto entrare truppe straniere nel suo territorio per massacrare manifestanti realmente disarmati. Le vere finalità sono geopolitiche e strategiche, come sembra aver realizzato la maggioranza dell’opinione pubblica italiana ed una vasta gamma d’opinionisti, diversi per orientamenti e sensibilità, che va da Gino Strada a Vittorio Feltri passando per Sergio Romano e Carlo Jean.
In secondo luogo, si è riassunta l’importanza strategica ed economica della Libia per l’Italia. Si è sottolineato come la Libia, caso più unico che raro, rappresenti un paese produttore di petrolio e gas naturale inserito nella “sfera d’influenza” italiana.
Si è infine ripercorso l’atteggiamento italiano nel corso della crisi libica: incerto ed ondivago, ha palesato la volontà di schierarsi col probabile vincitore. Gl’imbarazzanti ondeggiamenti si sono conclusi stracciando di fatto il recente Trattato di Amicizia, Cooperazione e Partenariato tra Italia e Libia, tradendo impegni ben precisi assunti da Roma nei confronti di Tripoli, e passando repentinamente da un’intesa strategica e cordiale ad uno stato di guerra.
Si concludeva quindi che l’Italia ha già perso la sua guerra di Libia, perché qualsiasi sarà l’esito del conflitto ne sortirà una situazione per noi più svantaggiosa dello status quo ante.
Resta ora da valutare, per completezza, di quali alternative disponeva l’Italia per meglio affrontare la crisi libica.
Il Governo italiano si difende dalle critiche affermando che non aveva altra scelta, dopo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (CdS), che quella di partecipare alle operazioni militari. La Risoluzione 1973/2011 del CdS si limita ad autorizzare i paesi membri all’azione «per tutelare i civili» (paragrafo 4) e per imporre la zona d’interdizione al volo (par. 8), ed a chiedere assistenza per questi compiti (par. 9), dunque non vincola l’Italia a scendere in guerra e neppure a concedere le basi per gli attacchi altrui: la piccola Malta, ad esempio, ha negato l’uso del proprio territorio per l’implementazione della Risoluzione 1973. Del resto, il territorio italiano è importante ma non imprescindibile: i Francesi bombardano facendo decollare gli aerei direttamente dalle loro basi, ed anche Spagna e Grecia si sono prestate alla missione.
Dunque, anche dopo il voto del CdS del 17 marzo 2011 (e tralasciando per ora quanto avvenuto prima), all’Italia si ponevano effettivamente due scelte:
a) l’Italia poteva non avvalersi dell’autorizzazione ad attaccare la Libia e non concedere il proprio territorio a quei paesi che hanno deciso d’avvalersene. Ciò in ragione della sua posizione privilegiata nei rapporti col paese nordafricano e del Trattato siglato nel 2009, che c’impegna a non ingerire negli affari interni libici (art. 4.1), a non usare la forza (art. 3) ed a non prestare il nostro territorio ad azioni di forza contro la Libia (art. 4.2). Benché secondo alcuni, in punto di diritto, la Risoluzione 1973 esenti l’Italia dal rispettare integralmente il Trattato, s’intende sempre che ciò sia vero solo ed esclusivamente nella misura ed entro i limiti fissati dalla risoluzione medesima.
Ma ciò che è legittimo giuridicamente non necessariamente dev’essere compiuto. Il fatto che una risoluzione del CdS ci consenta di non rispettare un Trattato non è ragione sufficiente per non rispettarlo. Debbono entrare in gioco altre considerazioni, d’interesse ed opportunità. Il comportamento italiano rispetto agl’impegni assunti con la Libia può essere giustificabile dal punto di vista giuridico, ma non necessariamente anche da quello morale. L’Italia è stata percepita come traditrice e voltagabbana da Tripoli e, c’è da scommettervi, anche dal resto del mondo.
Evitare un voltafaccia tanto plateale, anche con la foglia di fico dell’ONU, non è solo un punto d’onore e dignità nazionale. È anche una questione d’interesse pratico. L’Italia da decenni paga pesantemente il fatto di essere percepita come una nazione inaffidabile ed incline al tradimento. Si tratta d’una nomea costruitasi nel corso della nostra storia unitaria, talvolta meritatamente talaltra meno. Nel 1870 i Francesi non apprezzarono la scelta italiana di non intervenire a fianco di Napoleone III, protagonista della nostra Seconda Guerra d’Indipendenza, ed anzi di sfruttare la sue disgrazie belliche per occupare Roma. Le critiche francesi erano ingenerose, poiché l’atteggiamento del Secondo Impero nei nostri confronti era stato ambiguo (dalla soppressione della Repubblica Romana del ’48 all’armistizio di Villafranca ed allo scontro di Mentana). Più fondata appare invece l’acrimonia sviluppata dai Tedeschi, costretti ad assistere ai celebri “giri di valzer” primo-novecenteschi della nostra diplomazia al rovesciamento d’alleanze all’inizio della Prima Guerra Mondiale al proditorio cambio di schieramento nel bel mezzo della Seconda.
Quella dell’8 settembre 1943 è un’onta che l’Italia ha cercato per decenni di cancellare. Poco importa il giudizio storico, politico o morale che si vuole dare di quella data: è fuor di dubbio che essa è stata percepita e recepita dal resto del mondo, anche da quella parte che s’avvantaggiò del nostro cambio di schieramento (si vedano a proposito i giudizi attribuiti al generale Eisenhower nelle memorie del suo aiutante navale), come un tradimento disonorevole. La Repubblica Italiana ha così percepito come necessario dimostrare l’affidabilità internazionale del nostro paese, in contrasto coi succitati eventi storici. È stata questa esigenza ad indurre i nostri governanti a coinvolgere l’Italia in un numero esageratamente alto d’imprese militari oltremare, in luoghi o missioni lontani dal nostro interesse nazionale, ma con la sola ambizione di rimarcare la fedeltà agli alleati. L’Italia è il paese europeo che fornisce all’ONU la maggior parte dei “caschi blu”, ed è uno degli Stati al mondo col maggior numero di militari in missione all’estero. Si cerca di dimostrare l’affidabilità dell’Italia rispondendo sempre di sì a qualsiasi richiesta da parte delle organizzazioni internazionali cui siamo legati.
La macchia dell’Otto Settembre, insomma, sta costandoci caro. Un po’ di militari morti e diversi miliardi di euro che se ne vanno in missioni che, per noi, non hanno ritorni strategici ma servono solo a migliorare l’immagine internazionale del paese. Ecco perché la scelta di Berlusconi – anzi, dei ministri Frattini e La Russa – di violare il Trattato con la Libia è sciagurata: lavare l’immagine di paese inaffidabile ed incline al tradimento (che si è data non solo in Libia ma nel mondo intero) ci costerà, ancora una volta, molto caro.
b) l’Italia ha optato dunque per una diversa opzione: intervenire contro la Libia, sfruttando l’autorizzazione del CdS ed in spregio dei precedenti accordi con Tripoli. Il Governo è stato molto chiaro sulle reali motivazioni della sua scelta, non riuscendo a spacciare efficacemente (soprattutto tra il suo elettorato) il pretesto “umanitario”. Si è giustificato asserendo che solo partecipando in prima persona all’attacco contro la Libia Roma avrebbe potuto difendere i suoi interessi in loco.
Lucio Caracciolo, intervistato da “l’Unità”, ha sagacemente osservato che «come al solito siamo vittime della sindrome del “posto a tavola”, nell’illusione che partecipando, a modo nostro, a questa operazione di matrice “sarkoziana”, i francesi, gli inglesi e gli americani vorranno spartire con noi il bottino della vittoria».
È un riflesso storico che affonda le sue radici nella Guerra di Crimea. Era il lontano 1853, ed il Conte di Cavour – capo del Governo del Regno di Sardegna – decise di mandare le sue truppe a sostegno di quello franco-britanniche e contro la Russia. Il Piemonte non aveva alcun interesse strategico in Crimea. Ce l’aveva la sua nemica mortale, l’Austria, che infatti appoggiava la missione franco-britannica. Torino andava dunque a combattere a vantaggio di Vienna, la sua nemica, al solo scopo di poter partecipare al successivo tavolo della pace e sollevare la questione italiana. La questione italiana fu infatti sollevata, ma senza troppo eco. La storiografia italiana esalta quella pagina di storia diplomatica, mentre quella straniera è più cauta: il britannico Denis Mack Smith, ad esempio, la derubrica tra le mosse mal riuscite di Cavour.
Fatto sta che, da allora, la diplomazia italiana è ossessionata dal “posto a tavola”, per riprendere le parole di Caracciolo. C’è un filo rosso che lega l’intervento cavouriano in Crimea alla decisione mussoliniana del 1940 di entrare in guerra per procurarsi quella manciata di morti da buttare sul tavolo della pace; questo filo sembra allungarsi fino al recente espediente di Frattini e La Russa (più che di Berlusconi) di bombardare l’ex amico libico per non lasciare la mano alla Francia.
Ma non è scritto da nessuna parte che, accodandosi alla “coalizione dei volenterosi”, l’Italia avrà davvero voce in capitolo. Ci sono 10 paesi attivamente impegnati nelle operazioni belliche contro la Libia, e gli attacchi aerei non partono solo (né principalmente) dall’Italia, ma anche da Spagna, Grecia, Francia e persino Gran Bretagna e Stati Uniti (grazie ai bombardieri intercontinentali o alle unità di marina che stazionano nel Mediterraneo). L’Italia non ha un ruolo decisivo nelle operazioni militari, dunque nulla garantisce che l’avrà nelle decisioni politiche e strategiche.
Quando Berlusconi si è recato al vertice di Parigi, che radunava i capi di Governo della “coalizione dei volenterosi”, ha scoperto che le decisioni fondamentali erano già state prese durante un incontro privato da Obama, Cameron e Sarkozy. L’Italia è stata trattata alla stregua d’un comprimario, al pari di paesi come la Danimarca o la Norvegia: incaricata d’eseguire le disposizioni altrui. A differenza di Oslo, non ha avuto sussulti d’orgoglio e non s’è sottratta all’ingrato incarico.
Non è, infatti, un vero “sussulto d’orgoglio” la recente richiesta italiana che il comando della missione non passi alla Francia bensì alla NATO: si è trattato della semplice pedissequa ripetizione d’una richiesta britannica formulata il 20 marzo, e poi ripresa da Frattini il giorno successivo. Lo scontro è tra Francia e Gran Bretagna, ognuna delle quali vuol fare la parte del leone nell’impresa libica: l’Italia s’agita confusamente sullo sfondo. Anche il comando NATO non risolverà i nostri problemi, perché Sarkozy ha già messo in chiaro che vi sarà una “cabina di regia” politica. Ed in ultima istanza, continuerà ad essere composta da Parigi, Washington e Londra.
La diplomazia italiana è in un vicolo cieco, impelagata in una guerra che, come si è detto nell’articolo precedente, si può solo perdere, ma in nessun caso vincere. Ma in questo vicolo cieco, Roma ci si è infilata da sola. Il Governo continua a ripetere di non aver avuto altra scelta dopo la Risoluzione 1973, ma questa è stata adottata il 17 marzo, mentre la crisi libica è cominciata intorno al 20 febbraio, con l’insurrezione armata anti-Gheddafi. Cos’ha fatto, nel corso di questo mese precedente la risoluzione ONU, la diplomazia italiana per evitare il vicolo cieco?
La posizione espressa da Roma è stata ondivaga: di volta in volta ha cercato d’ingraziarsi la parte che appariva come la più probabile vincitrice. Ma era evidente (e pure comprensibile e condivisibile, considerando il nostro rapporto privilegiato con la Libia) fin da subito che l’Italia avrebbe voluto evitare un intervento esterno nel paese nordafricano. Frattini assunse dunque la seguente posizione: sì ad una zona d’interdizione dei voli, ma solo col consenso dell’ONU; ciò in una fase in cui Russia e Cina ancora s’opponevano all’internazionalizzazione della crisi. L’atteggiamento italiano era passivo: scommetteva sul veto di Mosca e Pechino al CdS. Avrebbe dovuto allarmare la nostra diplomazia il fatto che, più o meno nei medesimi giorni, anche Sarkozy, campione dell’interventismo, condizionava la “no fly zone” all’assenso delle Nazioni Unite. Evidentemente, aver passivamente scommesso sul sicuro veto russo-cinese è stato un azzardo.
È difficile, e richiederebbe quanto meno un articolo a parte, spiegare le ragioni per cui Russia e Cina hanno permesso che la Risoluzione 1973 passasse al CdS. Sembra però scontato ipotizzare che la Francia abbia fatto pressioni su Mosca, nell’ambito d’un riavvicinamento strategico con la Russia in corso già da diversi mesi e ben simboleggiato dalla vendita di navi da guerra Mistral al Cremlino. Il mancato veto della Russia al CdS può essere inteso anche come un implicito riconoscimento del Mediterraneo quale sfera d’influenza della Francia.
Lo smacco per l’Italia è grave ed evidente. Il nostro paese, ed il Governo Berlusconi più d’ogni altro, hanno posto grande enfasi sul rapporto strategico con la Russia. Tanto da far infuriare gli USA e spingere l’Ambasciata statunitense a Roma ad operare nell’ombra per creare una fronda anti-Berlusconi nel PDL – come documentato dalle rivelazioni di “Wikileaks”. La nostra diplomazia ha cercato di far valere questo rapporto privilegiato con Mosca per ottenere un veto al CdS, contrastando le prevedibili pressioni francesi in senso contrario? Oppure, per negligenza o altro, s’è limitata a sperare? Al momento non si può rispondere a queste domande.
Nell’un caso e nell’altro, tuttavia, l’errore sta a monte: l’aver scelto la passività, affidandosi all’iniziativa ed alle scelte altrui. L’Italia doveva e poteva avere un ruolo attivo e di primo piano nella crisi libica, fin dal primo minuto.
È un’altra delle sindromi che affligge la diplomazia italiana, almeno quella repubblicana, il ritenere il nostro paese inadatto a prendere posizioni di forza, chiare e decise a sostegno del proprio interesse nazionale. Si tratta di un’eredità della Seconda Guerra Mondiale, in questo caso della disfatta che derivò dall’avventurismo di Mussolini. E poggia su un fatto reale: l’Italia non ha i mezzi per una politica di Grandeur.
Eppure, dall’evitare l’avventurismo al rinunciare ad ogni iniziativa molto ne corre. Il nostro paese aveva tutte le carte in regola per prendere l’iniziativa nell’affaire Libia. L’Italia ha l’economia più ricca del Mediterraneo, Francia esclusa (ma la Francia non è un paese propriamente mediterraneo; è un paese del Nordeuropa che si affaccia sul Mediterraneo). Dei 17 paesi litoranei è il quarto più popoloso (hanno più abitanti Egitto, Francia e Turchia). Ha una posizione strategica nel centro del Mare. Infine, era il paese che intratteneva le relazioni più strette con la Libia.
Persino Hugo Chávez, presidente del lontano Venezuela, s’è proposto come mediatore nella vertenza libica, suscitando l’interesse di Unione Africana e Lega Araba ma il rifiuto, non a caso, di Parigi. Il problema è che non toccava ad un paese sudamericano, bensì all’Italia prendere una simile iniziativa, ed avrebbe potuto farlo in collaborazione con la Turchia, altra potenza mediterranea contraria alla guerra. Assieme, Roma e Ankara avrebbero potuto premere sulla Russia affinché usasse il suo potere di veto per frenare le opzioni belliche nel CdS, e favorire una soluzione negoziale della crisi.
Prima della Risoluzione 1973, la guerra civile libica stava rapidamente volgendo verso la conclusione, con la vittoria delle forze governative sui ribelli. Rinunciando all’obiettivo politico, ormai non più conseguibile se non a grave prezzo, di destituire Gheddafi, si poteva inviare una forza di pace variegata, con l’apporto di nazioni neutrali come l’Italia e la Turchia, dell’Unione Africana schierata col Governo libico e della Lega Araba che parteggia per i ribelli; forza di pace incaricata d’interporsi tra le armate in conflitto, disarmare i ribelli ormai prossimi alla sconfitta ma costringere Gheddafi a varare un’amnistia e qualche concessione minore. La missione internazionale sarebbe stata accettata, con tutta probabilità, dal Governo libico, dal momento che escludeva un attacco militare a suo danno; dai ribelli, perché scongiurava il bagno di sangue finale, poteva favorire l’espatrio di quelli più compromessi con la rivolta, e strappare a Tripoli concessioni che non era più possibile conquistare con le armi.
Questo è solo un possibile scenario di come l’Italia avrebbe potuto muoversi per frenare l’escalation della crisi libica. L’importante era porsi come elemento di mediazione, all’interno della Libia e tra la Libia ed il mondo esterno. Ciò non si è neppure tentato. Si è rinunciato all’azione per affidarsi passivamente alle scelte altrui. Quest’errore ha infilato l’Italia in un vicolo cieco da cui ormai non più uscire se non con una sconfitta.
L’Italia non è una grande potenza, si ama ripetere; e dunque ci stava anche che perdesse la Libia. Ma è il modo che brucia, con la violazione del Trattato e l’attacco all’ex amico e partner di Tripoli. Parafrasando Churchill, si potrebbe dire che potevamo scegliere tra il disonore e la perdita della Libia; abbiamo scelto il disonore, e perderemo anche la Libia.
* Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (Roma 2010). È co-autore, assieme a Pietro Longo, d’un libro sulle rivolte arabe di prossima uscita.
Sull’argomento vedi anche, dallo stesso autore: “L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia”.
Fonte:Eurasia
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