giovedì 24 marzo 2011

L’attrazione fatale della guerra giusta


di Tzetan Todorov, da Repubblica, 23 marzo 2011

L'intervento militare in Libia ha suscitato in Francia un coro di consensi, provenienti sia dai partiti rappresentati in Parlamento, come già per la guerra in Afghanistan, sia dai commentatori. Sentiamo dire che la Francia ha messo a segno un colpo da maestro. Il capo nemico è designato solo in termini superlativi: è diventato il demente, il pazzo, l'aguzzino, il tiranno sanguinario, o addirittura descritto, con riferimento alle sue origini, come «astuto beduino». Si fa scialo di eufemismi: anziché di uccidere a freddo si parla di «assumersi le proprie responsabilità»; non si raccomanda di limitare il numero dei cadaveri, bensì di procedere «senza eccesso di forze dirompenti». Per giustificare l'entrata in guerra si adducono paragoni azzardati: non intervenire equivarrebbe a ripetere gli errori commessi nel 1937 con la Spagna, nel 1938 a Monaco, nel 1994 in Ruanda…

Chi traccheggia è stigmatizzato. La Germania non è stata all'altezza, l'Europa ha dato prova di una sorprendente ritrosia, se non addirittura della sua abituale pusillanimità. I Paesi emergenti sono colpevoli di non voler correre rischi - come se a rischiare grosso fossero i guerrafondai della capitale francese!

È vero che a differenza della guerra in Iraq, l'intervento in Libia è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma legalità è sinonimo di legittimità? Alla base della decisione si trova un concetto introdotto di recente: la responsabilità di proteggere la popolazione civile di un Paese dalle minacce provenienti dai suoi stessi dirigenti. Ora, dal momento in cui questa "protezione" non ha più il significato di assistenza umanitaria, ma quello dell'intervento militare di un altro Stato, non si vede cos'abbia di diverso dal "diritto d'ingerenza" che i Paesi occidentali si erano arrogati qualche anno fa.

Se ogni Stato potesse decidere di avere il diritto di intervenire sui suoi vicini per difendere una minoranza maltrattata, numerose guerre scoppierebbero all'istante. Basti pensare ai ceceni in Russia, ai tibetani in Cina, agli sciiti nei Paesi sunniti (e viceversa), ai palestinesi nei territori occupati da Israele… Certo, dovrebbero essere autorizzate dal Consiglio di Sicurezza. Il quale ultimo ha però una particolarità, che è al tempo stesso il suo peccato originale: i suoi membri permanenti dispongono di un diritto di veto su tutte le decisioni, e ciò li pone al disopra della legge che lo stesso Consiglio di Sicurezza dovrebbe incarnare: non potranno mai essere condannati, come non lo saranno i Paesi che scelgono di sostenere! E quel che è peggio, per sottrarsi al veto intervengono senza l'autorizzazione delle Nazioni Unite, come nel caso del Kosovo e in quello dell'Iraq. L'invasione armata di quest'ultimo Paese, fondata su un pretesto fittizio (la presenza di armi di distruzione di massa) è costata centinaia di migliaia di morti; eppure i Paesi invasori non hanno subito la benché minima sanzione ufficiale. L'ordine internazionale incarnato dal Consiglio di Sicurezza consacra il regno della forza, non del diritto.

Ma almeno stavolta, si dirà, si interviene in difesa dei principi, non degli interessi. Ne siamo proprio sicuri? La Francia ha continuato per molto tempo a sostenere le dittature al potere nei Paesi vicini, quali la Tunisia e l'Egitto. Scegliendo oggi di dare il suo appoggio agli insorti libici, Parigi spera di ripristinare il proprio prestigio. E al tempo stesso dà una dimostrazione dell'efficienza delle sue armi, ponendosi così in una posizione di forza nei futuri negoziati. Sul piano interno, condurre una guerra vittoriosa - e per di più in nome del Bene - serve sempre a risollevare la popolarità dei dirigenti. Considerazioni analoghe si possono fare nel caso degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Si insiste molto sulle dichiarazioni di sostegno (prima che avesse incominciato a cambiare parere) della Lega araba, le cui opinioni peraltro sono raramente tanto apprezzate in Occidente! A ben guardare, nel caso presente gli Stati che ne fanno parte hanno vari interessi in gioco. L'Arabia Saudita e i suoi alleati sono pronti a sostenere gli occidentali nel confronto con il rivale libico, dato che ciò consente loro di reprimere impunemente i movimenti di protesta all'interno dei propri confini. I sauditi, non proprio esemplari in fatto di istituzioni democratiche, hanno incoraggiato la repressione nello Yemen e sono già intervenuti militarmente nel Bahrein, scegliendo, in questi due Stati vicini, di "proteggere" i dirigenti contro la popolazione.

Il colonnello Gheddafi massacra la sua gente: non sarebbe giusto rallegrarsi di poterglielo impedire, quali che siano le giustificazioni addotte o i motivi reconditi di questa scelta? L'inconveniente sta però nel fatto che la guerra è un mezzo tanto potente da far dimenticare il proprio obiettivo. Solo nei videogiochi si possono distruggere gli armamenti senza toccare gli esseri umani; nelle guerre reali, neppure gli "interventi chirurgici" più precisi riescono ad evitare i "danni collaterali", cioè i morti, le sofferenze, le distruzioni. A questo punto ci si addentra in una serie di calcoli dall'esito incerto: senza l'intervento, le perdite umane e materiali sarebbero più o meno gravi? Davvero non esistevano altri modi per impedire il massacro della popolazione civile? Una volta incominciata, la guerra non rischia di procedere secondo la sua propria logica, anziché obbedire alla lettera della risoluzione iniziale? È il caso di incoraggiare la guerra civile nel Paese, o la sua spartizione? Non si rischia di compromettere lo slancio democratico della popolazione rendendola dipendente dagli ex Stati colonizzatori?

Non esistono guerre pulite né guerre giuste, ma solo guerre inevitabili, come lo è stata la seconda guerra mondiale combattuta dalle forze alleate. Non è però il caso dell'attuale conflitto armato. Prima di intonare inni alla gloria di quest'impresa, veramente migliore di tutte le altre, forse sarebbe bene meditare sulle lezioni che Goya trasse duecento anni fa da un'altra guerra combattuta in nome del Bene: quella dei reggimenti napoleonici che portavano i diritti umani agli spagnoli. I massacri commessi in nome della democrazia non addolciscono la vita più di quelli perpetrati per fedeltà a Dio o ad Allah, alla Guida o al Partito. L'esito è sempre lo stesso: I disastri della guerra.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)

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di Tzetan Todorov, da Repubblica, 23 marzo 2011

L'intervento militare in Libia ha suscitato in Francia un coro di consensi, provenienti sia dai partiti rappresentati in Parlamento, come già per la guerra in Afghanistan, sia dai commentatori. Sentiamo dire che la Francia ha messo a segno un colpo da maestro. Il capo nemico è designato solo in termini superlativi: è diventato il demente, il pazzo, l'aguzzino, il tiranno sanguinario, o addirittura descritto, con riferimento alle sue origini, come «astuto beduino». Si fa scialo di eufemismi: anziché di uccidere a freddo si parla di «assumersi le proprie responsabilità»; non si raccomanda di limitare il numero dei cadaveri, bensì di procedere «senza eccesso di forze dirompenti». Per giustificare l'entrata in guerra si adducono paragoni azzardati: non intervenire equivarrebbe a ripetere gli errori commessi nel 1937 con la Spagna, nel 1938 a Monaco, nel 1994 in Ruanda…

Chi traccheggia è stigmatizzato. La Germania non è stata all'altezza, l'Europa ha dato prova di una sorprendente ritrosia, se non addirittura della sua abituale pusillanimità. I Paesi emergenti sono colpevoli di non voler correre rischi - come se a rischiare grosso fossero i guerrafondai della capitale francese!

È vero che a differenza della guerra in Iraq, l'intervento in Libia è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma legalità è sinonimo di legittimità? Alla base della decisione si trova un concetto introdotto di recente: la responsabilità di proteggere la popolazione civile di un Paese dalle minacce provenienti dai suoi stessi dirigenti. Ora, dal momento in cui questa "protezione" non ha più il significato di assistenza umanitaria, ma quello dell'intervento militare di un altro Stato, non si vede cos'abbia di diverso dal "diritto d'ingerenza" che i Paesi occidentali si erano arrogati qualche anno fa.

Se ogni Stato potesse decidere di avere il diritto di intervenire sui suoi vicini per difendere una minoranza maltrattata, numerose guerre scoppierebbero all'istante. Basti pensare ai ceceni in Russia, ai tibetani in Cina, agli sciiti nei Paesi sunniti (e viceversa), ai palestinesi nei territori occupati da Israele… Certo, dovrebbero essere autorizzate dal Consiglio di Sicurezza. Il quale ultimo ha però una particolarità, che è al tempo stesso il suo peccato originale: i suoi membri permanenti dispongono di un diritto di veto su tutte le decisioni, e ciò li pone al disopra della legge che lo stesso Consiglio di Sicurezza dovrebbe incarnare: non potranno mai essere condannati, come non lo saranno i Paesi che scelgono di sostenere! E quel che è peggio, per sottrarsi al veto intervengono senza l'autorizzazione delle Nazioni Unite, come nel caso del Kosovo e in quello dell'Iraq. L'invasione armata di quest'ultimo Paese, fondata su un pretesto fittizio (la presenza di armi di distruzione di massa) è costata centinaia di migliaia di morti; eppure i Paesi invasori non hanno subito la benché minima sanzione ufficiale. L'ordine internazionale incarnato dal Consiglio di Sicurezza consacra il regno della forza, non del diritto.

Ma almeno stavolta, si dirà, si interviene in difesa dei principi, non degli interessi. Ne siamo proprio sicuri? La Francia ha continuato per molto tempo a sostenere le dittature al potere nei Paesi vicini, quali la Tunisia e l'Egitto. Scegliendo oggi di dare il suo appoggio agli insorti libici, Parigi spera di ripristinare il proprio prestigio. E al tempo stesso dà una dimostrazione dell'efficienza delle sue armi, ponendosi così in una posizione di forza nei futuri negoziati. Sul piano interno, condurre una guerra vittoriosa - e per di più in nome del Bene - serve sempre a risollevare la popolarità dei dirigenti. Considerazioni analoghe si possono fare nel caso degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Si insiste molto sulle dichiarazioni di sostegno (prima che avesse incominciato a cambiare parere) della Lega araba, le cui opinioni peraltro sono raramente tanto apprezzate in Occidente! A ben guardare, nel caso presente gli Stati che ne fanno parte hanno vari interessi in gioco. L'Arabia Saudita e i suoi alleati sono pronti a sostenere gli occidentali nel confronto con il rivale libico, dato che ciò consente loro di reprimere impunemente i movimenti di protesta all'interno dei propri confini. I sauditi, non proprio esemplari in fatto di istituzioni democratiche, hanno incoraggiato la repressione nello Yemen e sono già intervenuti militarmente nel Bahrein, scegliendo, in questi due Stati vicini, di "proteggere" i dirigenti contro la popolazione.

Il colonnello Gheddafi massacra la sua gente: non sarebbe giusto rallegrarsi di poterglielo impedire, quali che siano le giustificazioni addotte o i motivi reconditi di questa scelta? L'inconveniente sta però nel fatto che la guerra è un mezzo tanto potente da far dimenticare il proprio obiettivo. Solo nei videogiochi si possono distruggere gli armamenti senza toccare gli esseri umani; nelle guerre reali, neppure gli "interventi chirurgici" più precisi riescono ad evitare i "danni collaterali", cioè i morti, le sofferenze, le distruzioni. A questo punto ci si addentra in una serie di calcoli dall'esito incerto: senza l'intervento, le perdite umane e materiali sarebbero più o meno gravi? Davvero non esistevano altri modi per impedire il massacro della popolazione civile? Una volta incominciata, la guerra non rischia di procedere secondo la sua propria logica, anziché obbedire alla lettera della risoluzione iniziale? È il caso di incoraggiare la guerra civile nel Paese, o la sua spartizione? Non si rischia di compromettere lo slancio democratico della popolazione rendendola dipendente dagli ex Stati colonizzatori?

Non esistono guerre pulite né guerre giuste, ma solo guerre inevitabili, come lo è stata la seconda guerra mondiale combattuta dalle forze alleate. Non è però il caso dell'attuale conflitto armato. Prima di intonare inni alla gloria di quest'impresa, veramente migliore di tutte le altre, forse sarebbe bene meditare sulle lezioni che Goya trasse duecento anni fa da un'altra guerra combattuta in nome del Bene: quella dei reggimenti napoleonici che portavano i diritti umani agli spagnoli. I massacri commessi in nome della democrazia non addolciscono la vita più di quelli perpetrati per fedeltà a Dio o ad Allah, alla Guida o al Partito. L'esito è sempre lo stesso: I disastri della guerra.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)

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domenica 20 marzo 2011

L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia

L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia

Di Daniela Scalea

Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).

L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti-spia).

Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.

La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.

Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A. Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.

Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.

Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.

La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).

L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.

L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.

È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.

Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.

Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.


* Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (Roma 2010). È co-autore, assieme a Pietro Longo, d’un libro sulle rivolte arabe di prossima uscita.


Fonte:Eurasia

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L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia

Di Daniela Scalea

Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).

L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti-spia).

Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.

La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.

Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A. Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.

Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.

Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.

La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).

L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.

L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.

È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.

Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.

Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.


* Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (Roma 2010). È co-autore, assieme a Pietro Longo, d’un libro sulle rivolte arabe di prossima uscita.


Fonte:Eurasia

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sabato 19 marzo 2011

La scellerata risoluzione Onu che porta alla guerra


Il Consiglio di sicurezza dell'Onu si è pronunciato a favore dell'istituzione della No fly zone sulla Libia e dell'autorizzazione all'uso di non meglio precisati mezzi necessari a prevenire violenze contro i civili. In altri termini, ha autorizzato la guerra.
Il pallido e fino ad oggi insignificante Ban Ki Moon, diventato presidente dell'Onu solo in virtù dei suoi buoni uffici con gli Usa e del suo basso profilo, si è esaltato fino a definire la risoluzione 1973 storica, in quanto sancisce il principio della protezione internazionale della popolazione civile.
Un principio che vale a corrente alternata. Non ci sembra di ricordare sia evocato quando i cacciabombardieri della Nato fanno stragi di civili in Afghanistan. Altrettanta solerzia non è risultata effettiva quando gli F16 dell'aviazione israeliana radevano al suolo il Libano o Gaza, uccidendo migliaia di civili innocenti.
Si tratta, in realtà, di un precedente ben pericoloso. Sul quale giustamente paesi come la Russia, la Cina, il Brasile, l'India e la Germania hanno espresso più di una riserva. Che si è limitata però ad un'astensione, che lascerà di fatto liberi quei paesi che hanno deciso di bombardare Tripoli e sostituire Gheddafi con le fazioni a lui ostili per un cinico calcolo geopolitico e di convenienze. Sia chiaro a tutti che i diritti umani e le giuste aspirazioni dei giovani libici alla democrazia e a liberarsi dal regime non c'entrano nulla con la decisione di Parigi e Londra, seguite a ruota dal sempre più deludente Obama, di attivare l'intervento militare.
Chi sarà in futuro a decidere quali violenze contri i civili sono accettabili o meno saranno solo e sempre le superpotenze militari imperialiste e occidentali. E lo faranno con il sostegno del sistema di informazione mondiale che selezionerà alla bisogna chi e come andrà bombardato, chi potrà o meno rimanere al potere.
Chi stabilisce, infatti, che si decide di bombardare la Libia, mentre si consente all'Arabia Saudita di inviare truppe per sedare le proteste nel vicino Baherein, mentre si lascia il presidente dittatore da trentadue anni dello Yemen, Abdullah Saleh, sparare da giorni sulla folla che ne chiede a gran voce e da tempo le dimissioni? Si arriva al paradosso che la petromonarchia del Qatar, anch'essa impegnata nel reprimere le proteste del Baherein con il suo esercito, ha allo stesso tempo annunciato che invierà i suoi caccia per la democrazia in Libia.
Tutto ciò dimostra solo come nel caso libico si è da subito tentato di intervenire militarmente per interessi geopolitici.
Quale è infatti la razionalità politica di tale scelta? Semplice.
Come sempre, ciò che muove gli eserciti non sono le intenzioni umanitarie, ma ben altre ragioni e motivazioni. Seguite il petrolio, il gas e i dollari e troverete la risposta.
Per ciò che riguarda la Francia e la sua frenesia di menar le mani si segua, oltre alla via del petrolio, quella dell'uranio che alimenta le sue centrali nucleari e quelle che vende per il mondo.
Il cessate il fuoco unilaterale dichiarato dal governo libico forse lascia del tempo per cercare di evitare la tragedia di una guerra nel mediterraneo. Temiamo duri poco. Sarà cercato in ogni modo un pretesto per giustificare comunque l'attacco, ora che una parvenza di legittimità internazionale è stata data dalla sciagurata risoluzione 1973.
L'Onu, che dovrebbe prevenire i conflitti fra gli Stati, in questo caso ha varato una decisione che potenzialmente potrebbe allargarlo e diffondere la guerra. Una decisione quindi si storica, ma per stupidità. Una stupidità alla quale, naturalmente, non si sottrae il governo italiano, pronto a dare basi uomini e mezzi all'impresa. In buona compagnia del Pd - già d'altronde in prima fila nelle guerre umanitarie del passato - che condivide apertamente tale scelta.
Mentre la situazione in Libia stava precipitando, solo alcuni paesi progressisti dell'america latina hanno avanzato, invece di minacce e proclami, una proposta di mediazione, di soluzione politica del conflitto capace di scongiurare la guerra civile e l'intervento esterno. Questa proposta è rimasta colpevolmente abbandonata. Se vi sono ancora degli spiragli per evitare il peggio vanno usati ed agiti fino in fondo. Serve da subito una mobilitazione del popolo della pace per fermare la macchina da guerra che sta scaldando i suoi motori. Serve scendere subito in piazza contro la guerra e per chiedere che l'Italia rimanga fuori da questa nuova e sciagurata avventura bellica. Noi ci saremo.

Fonte:Liberazione
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Il Consiglio di sicurezza dell'Onu si è pronunciato a favore dell'istituzione della No fly zone sulla Libia e dell'autorizzazione all'uso di non meglio precisati mezzi necessari a prevenire violenze contro i civili. In altri termini, ha autorizzato la guerra.
Il pallido e fino ad oggi insignificante Ban Ki Moon, diventato presidente dell'Onu solo in virtù dei suoi buoni uffici con gli Usa e del suo basso profilo, si è esaltato fino a definire la risoluzione 1973 storica, in quanto sancisce il principio della protezione internazionale della popolazione civile.
Un principio che vale a corrente alternata. Non ci sembra di ricordare sia evocato quando i cacciabombardieri della Nato fanno stragi di civili in Afghanistan. Altrettanta solerzia non è risultata effettiva quando gli F16 dell'aviazione israeliana radevano al suolo il Libano o Gaza, uccidendo migliaia di civili innocenti.
Si tratta, in realtà, di un precedente ben pericoloso. Sul quale giustamente paesi come la Russia, la Cina, il Brasile, l'India e la Germania hanno espresso più di una riserva. Che si è limitata però ad un'astensione, che lascerà di fatto liberi quei paesi che hanno deciso di bombardare Tripoli e sostituire Gheddafi con le fazioni a lui ostili per un cinico calcolo geopolitico e di convenienze. Sia chiaro a tutti che i diritti umani e le giuste aspirazioni dei giovani libici alla democrazia e a liberarsi dal regime non c'entrano nulla con la decisione di Parigi e Londra, seguite a ruota dal sempre più deludente Obama, di attivare l'intervento militare.
Chi sarà in futuro a decidere quali violenze contri i civili sono accettabili o meno saranno solo e sempre le superpotenze militari imperialiste e occidentali. E lo faranno con il sostegno del sistema di informazione mondiale che selezionerà alla bisogna chi e come andrà bombardato, chi potrà o meno rimanere al potere.
Chi stabilisce, infatti, che si decide di bombardare la Libia, mentre si consente all'Arabia Saudita di inviare truppe per sedare le proteste nel vicino Baherein, mentre si lascia il presidente dittatore da trentadue anni dello Yemen, Abdullah Saleh, sparare da giorni sulla folla che ne chiede a gran voce e da tempo le dimissioni? Si arriva al paradosso che la petromonarchia del Qatar, anch'essa impegnata nel reprimere le proteste del Baherein con il suo esercito, ha allo stesso tempo annunciato che invierà i suoi caccia per la democrazia in Libia.
Tutto ciò dimostra solo come nel caso libico si è da subito tentato di intervenire militarmente per interessi geopolitici.
Quale è infatti la razionalità politica di tale scelta? Semplice.
Come sempre, ciò che muove gli eserciti non sono le intenzioni umanitarie, ma ben altre ragioni e motivazioni. Seguite il petrolio, il gas e i dollari e troverete la risposta.
Per ciò che riguarda la Francia e la sua frenesia di menar le mani si segua, oltre alla via del petrolio, quella dell'uranio che alimenta le sue centrali nucleari e quelle che vende per il mondo.
Il cessate il fuoco unilaterale dichiarato dal governo libico forse lascia del tempo per cercare di evitare la tragedia di una guerra nel mediterraneo. Temiamo duri poco. Sarà cercato in ogni modo un pretesto per giustificare comunque l'attacco, ora che una parvenza di legittimità internazionale è stata data dalla sciagurata risoluzione 1973.
L'Onu, che dovrebbe prevenire i conflitti fra gli Stati, in questo caso ha varato una decisione che potenzialmente potrebbe allargarlo e diffondere la guerra. Una decisione quindi si storica, ma per stupidità. Una stupidità alla quale, naturalmente, non si sottrae il governo italiano, pronto a dare basi uomini e mezzi all'impresa. In buona compagnia del Pd - già d'altronde in prima fila nelle guerre umanitarie del passato - che condivide apertamente tale scelta.
Mentre la situazione in Libia stava precipitando, solo alcuni paesi progressisti dell'america latina hanno avanzato, invece di minacce e proclami, una proposta di mediazione, di soluzione politica del conflitto capace di scongiurare la guerra civile e l'intervento esterno. Questa proposta è rimasta colpevolmente abbandonata. Se vi sono ancora degli spiragli per evitare il peggio vanno usati ed agiti fino in fondo. Serve da subito una mobilitazione del popolo della pace per fermare la macchina da guerra che sta scaldando i suoi motori. Serve scendere subito in piazza contro la guerra e per chiedere che l'Italia rimanga fuori da questa nuova e sciagurata avventura bellica. Noi ci saremo.

Fonte:Liberazione
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venerdì 25 febbraio 2011

L’Italia sta perdendo la sua colonia più preziosa


Provate a mettere in fila quattro fatti datati 23 febbraio 2011.

1) Il Giornale, quotidiano vicino al governo italiano, scrive: “Ma andiamo, è dai tempi di Mattei che l’Eni – per fortuna, aggiungerò – si procura risorse da Paesi in prevalenza retti da regimi autoritari. Sarà pure cinismo, ma esiste un rapporto di simmetria tra le enormi risorse naturali e le forme di governo semplificate all’eccesso”. (Si consiglia ai lettori di annotarsi l’espressione“forme di governo semplificate all’eccesso”).

2) Il ministro degli Esteri Franco Frattini dichiara al Corriere della Sera: “Il problema della Libia è che a parte Gheddafi non conosciamo niente altro. (…) In Libia, in Cirenaica, come è noto, ci sono le tribù: noi non abbiamo idea di chi siano quelli delle tribù”. Poi aggiunge: “Sappiamo cosa ci aspetta quando verrà giù il sistema Paese Libia: un’ondata anomala di 2-300 mila emigrati.

3) Su Libero, altro giornale di tendenza filo-governativa, Magdi Allam scrive a proposito dei dittatori arabi: “Abbiamo accettato di tutto e di più pur di ottenere in cambio la garanzia delle forniture del petrolio e del gas, del deposito nelle nostre banche dei fondi sovrani (…) dell’ingresso dei loro capitali nelle nostre aziende in difficoltà”.

4) Il presidente della Pirelli Marco Tronchetti Provera si dimette (senza dire perché) dall’advisory board (il comitato di consulenza) della Libyan Investment Authority, il braccio finanziario di Gheddafi che detiene partecipazioni in società occidentali per circa 70 miliardi di dollari (fanno spicco la quota di maggioranza relativa di Unicredit, prima banca italiana, e ricchi pacchetti in Eni e Finmeccanica, ma anche nella Juventus e nel Financial Times).

Adesso leggete questi quattro elementi alla luce di alcune cifre.

Nel 2010 il prodotto interno lordo della Libia è stimato di circa 70 miliardi di dollari, circa un trentesimo di quello dell’Italia, che ha 60 milioni di abitanti contro 6: quindi il prodotto interno lordo pro-capite della Libia è circa un terzo di quello dell’Italia.

La Libia vende all’Italia (e non solo) petrolio e gas. Gheddafi non ha mai smesso di farlo, neppure agli albori della sua rivoluzione: mandò via gli italiani da Tripoli ma non l’Eni dai suoi pozzi. Negli anni 2007, 2008 e 2009 il regime di Gheddafi ha accumulato un avanzo commerciale con l’Italia di35 miliardi di dollari. Che cosa ha fatto di tutti quei soldi? Non li ha usati per far stare meglio i sudditi, visto come sono arrabbiati con lui. Invece li ha riportati in Occidente, per esempio li ha usati, in parte, per aiutare la famiglia Agnelli a tenere in piedi la Juventus (non c’è bisogno di conoscere le tribù della Cirenaica per immaginare quanto abbiano gradito, a meno che un giorno Frattini non scopra tribù juventine in qualche oasi libica).

Da quanto sopra esposto si deduce un’ipotesi di modello neocoloniale: il tiranno garantisce all’Occidente le forniture di petrolio, che risultano un po’ care da un po’ di tempo in qua, ma risolve il problema restituendo con la mano sinistra i miliardi di dollari che prende con la destra. Investe nelle aziende occidentali, sempre affamate di capitali (soprattutto in Italia) e compra armi dalle nostre fabbriche specializzate. Le armi gli servono a tenere sotto scacco il suo popolo, e a impedire per esempio che vengano in massa in Italia a cercare di riprendersi quei 35 miliardi di dollari di cui sopra.

Conclusione. La preoccupazione del governo italiano e di quasi tutti gli altri partiti di maggioranza e di opposizione, può avere una spiegazione sintetica. Stiamo perdendo la nostra colonia più preziosa.


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Provate a mettere in fila quattro fatti datati 23 febbraio 2011.

1) Il Giornale, quotidiano vicino al governo italiano, scrive: “Ma andiamo, è dai tempi di Mattei che l’Eni – per fortuna, aggiungerò – si procura risorse da Paesi in prevalenza retti da regimi autoritari. Sarà pure cinismo, ma esiste un rapporto di simmetria tra le enormi risorse naturali e le forme di governo semplificate all’eccesso”. (Si consiglia ai lettori di annotarsi l’espressione“forme di governo semplificate all’eccesso”).

2) Il ministro degli Esteri Franco Frattini dichiara al Corriere della Sera: “Il problema della Libia è che a parte Gheddafi non conosciamo niente altro. (…) In Libia, in Cirenaica, come è noto, ci sono le tribù: noi non abbiamo idea di chi siano quelli delle tribù”. Poi aggiunge: “Sappiamo cosa ci aspetta quando verrà giù il sistema Paese Libia: un’ondata anomala di 2-300 mila emigrati.

3) Su Libero, altro giornale di tendenza filo-governativa, Magdi Allam scrive a proposito dei dittatori arabi: “Abbiamo accettato di tutto e di più pur di ottenere in cambio la garanzia delle forniture del petrolio e del gas, del deposito nelle nostre banche dei fondi sovrani (…) dell’ingresso dei loro capitali nelle nostre aziende in difficoltà”.

4) Il presidente della Pirelli Marco Tronchetti Provera si dimette (senza dire perché) dall’advisory board (il comitato di consulenza) della Libyan Investment Authority, il braccio finanziario di Gheddafi che detiene partecipazioni in società occidentali per circa 70 miliardi di dollari (fanno spicco la quota di maggioranza relativa di Unicredit, prima banca italiana, e ricchi pacchetti in Eni e Finmeccanica, ma anche nella Juventus e nel Financial Times).

Adesso leggete questi quattro elementi alla luce di alcune cifre.

Nel 2010 il prodotto interno lordo della Libia è stimato di circa 70 miliardi di dollari, circa un trentesimo di quello dell’Italia, che ha 60 milioni di abitanti contro 6: quindi il prodotto interno lordo pro-capite della Libia è circa un terzo di quello dell’Italia.

La Libia vende all’Italia (e non solo) petrolio e gas. Gheddafi non ha mai smesso di farlo, neppure agli albori della sua rivoluzione: mandò via gli italiani da Tripoli ma non l’Eni dai suoi pozzi. Negli anni 2007, 2008 e 2009 il regime di Gheddafi ha accumulato un avanzo commerciale con l’Italia di35 miliardi di dollari. Che cosa ha fatto di tutti quei soldi? Non li ha usati per far stare meglio i sudditi, visto come sono arrabbiati con lui. Invece li ha riportati in Occidente, per esempio li ha usati, in parte, per aiutare la famiglia Agnelli a tenere in piedi la Juventus (non c’è bisogno di conoscere le tribù della Cirenaica per immaginare quanto abbiano gradito, a meno che un giorno Frattini non scopra tribù juventine in qualche oasi libica).

Da quanto sopra esposto si deduce un’ipotesi di modello neocoloniale: il tiranno garantisce all’Occidente le forniture di petrolio, che risultano un po’ care da un po’ di tempo in qua, ma risolve il problema restituendo con la mano sinistra i miliardi di dollari che prende con la destra. Investe nelle aziende occidentali, sempre affamate di capitali (soprattutto in Italia) e compra armi dalle nostre fabbriche specializzate. Le armi gli servono a tenere sotto scacco il suo popolo, e a impedire per esempio che vengano in massa in Italia a cercare di riprendersi quei 35 miliardi di dollari di cui sopra.

Conclusione. La preoccupazione del governo italiano e di quasi tutti gli altri partiti di maggioranza e di opposizione, può avere una spiegazione sintetica. Stiamo perdendo la nostra colonia più preziosa.


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mercoledì 23 febbraio 2011

NEL PRECIPIZIO

- DI ANGELO DEL BOCA – ilmanifesto.it -

Le notizie che arrivano sono di vera e propria guerra contro civili in rivolta, quindi di massacro. Quel che Gheddafi aveva sempre promesso, che mai avrebbe rivoltato le armi contro il suo popolo, anche questa è una promessa non mantenuta. È tempo che se ne vada, è tempo che si intravveda oltre il bagno di sangue una soluzione di mediazione che, come in Egitto e Tunisia, non può non cominciare che con l’uscita di scena di Muammar Gheddafi al potere assoluto da quarantuno anni.

07gheddafi NEL PRECIPIZIOÈ tempo che l’Occidente scopra nel nuovo processo di democratizzazione avviato con le rivolte di massa in Medio Oriente non il pericolo dell’integralismo islamico, ma una risorsa per pensare diversamente quel mondo e insieme le nostre società blindate. Ora che finalmente anche le Nazioni unite alzano la voce, chi ha amato quel popolo e quel paese non può tacere.

Come fa il governo italiano che si nasconde dietro le dichiarazioni, dell’ultimo momento, di un’Unione europea più preoccupata dei suoi affari che delle società e di quei popoli. Dunque, dobbiamo dire la verità per fermare il sangue che scorre a Tripoli, a Bengasi e in tutto la Libia. Innanzitutto dobbiamo fare quello che non abbiamo fatto con il Trattato Italia-Libia del 2008.

Lo sapevamo benissimo che Gheddafi era un dittatore, che in Libia non c’è rispetto per i diritti umani. E quindi quando abbiamo firmato come Italia quel trattato, abbiamo voluto ratificare solo un accordo di carattere economico, commerciale, capace di fermare la disperazione dell’immigrazione africana in nuovi campi di concentramento. Ma non politico. Abbiamo fatto un errore gravissimo. Un errore che ci stiamo trascinando ancora oggi perché i nostri responsabili al governo non hanno il coraggio di affrontare la situazione e dire adesso basta a chiedere a chiare lettere: «Hai guidato per 41 anni questo paese, hai fatto del tuo meglio, adesso lascia il posto ad altri». Questa dovrebbe essere la richiesta precisa. Ma i fatti che si affollano mentre scriviamo, ci dicono che il precipizio purtroppo c’è già. Perché in un certo senso Gheddafi sta pagando due errori fondamentali della sua politica. Ha dimenticato che una parte decisiva della Libia, la Cirenaica, è ancora pervasa del mito della Senussia e di Omar el Mukhtar – quello impiccato dagli italiani. E i dimostranti inneggiano a el Mukhtar. Fatto ancora più grave, Gheddafi ha invece sempre minimizzato l’importanza delle tribù del Gebel, della «montagna», che sono a 50 km da Tripoli. Gli Orfella, gli Zintan, i Roseban, queste grandi tribù della montagna che sono le stesse che hanno messo nei pasticci gli italiani nel 1911.

Gheddafi ha sempre minimizzato l’importanza di queste componenti numerose – gli Orfella sono 90mila persone – nella lotta di liberazione e nella ricostruzione della nuova Libia. Così è covato per decenni un sordo risentimento che ora li vede associati, se non alla guida dei rivoltosi con i quali, in queste ore, stanno marciando verso Tripoli. Insomma è l’intera storia della Libia che si «riavvolge» e contraddice il regime del Colonnello. Se solo pensiamo a pochi mesi fa, quando Berlusconi e Gheddafi presenziavano in una caserna romana dei carabinieri ad un caravanserraglio, con giostre di cavalieri. Viene la domanda oggettiva: ma come ha fatto a non accorgersi che tutto il mondo che aveva costruito era in crisi drammatica? Lui che aspirava a presentarsi come il leader dell’intero continente africano, non aveva nemmeno la sensazione dei limiti del suo governo e della tragedia che si consumava nella sua patria. Eppure Gheddafi non è stato solo un fantoccio, come Ben Ali e Hosni Mubarak.

Quando fu protagonista del colpo di stato nel ’69 aveva davanti a sé un paese pieno di piccole organizzazioni, clanico, e lui ha contribuito a farne una nazione. In un anno ha cacciato le basi militari americane e inglesi, ha espulso i 20mila italiani che costituivano ancora un retaggio del colonialismo. Insomma ha cercato di fare della Libia una nazione. E per molti anni la Libia è stata considerata una nazione. Era solo una presunzione, ora lo sappiamo. Era una presunzione ridurre ad un solo uomo quel progetto che doveva appartenere davvero a tutto il popolo – non solo ai «comitati del popolo» voluti dal regime. Qui ha fallito.

Quando si è autorappresentato come l’unico responsabile dell’abbattimento del colonialismo e del fronteggiamento dell’imperialismo. Riducendo ad una persona le istituzioni libiche, la storia di quel paese, le aspirazioni diffuse. Quando è venuto in Italia aveva sulla divisa la foto dell’eroe anti-italiano Omar el Mukhtar. Ma era solo una provocazione soggettiva, come a dire «Io non dimentico». Ma il fatto di avere sottovalutato l’importanza di tutte le tribù della montagna, cioè della società politica che ha prodotto la nascita della Libia, è stato l’errore più grave. Perché sono le componenti fondamentali che avevano fatto la resistenza, la liberazione e poi avevano fatto crescere il paese.

La situazione adesso, purtroppo, è oltre. Io penso con dolore che ormai tutti gli appelli sono troppo in ritardo. Il fatto stesso che le tribù della montagna scendano a Tripoli per liberarla, mi dà la misura della svolta nel precipizio.
Il gruppo degli anziani, dei saggi, ha detto che bisogna abbattere Gheddafi. Esattamente con queste parole: «Invitiamo alla lotta contro chi non sa governare», hanno dichiarato gli anziani degli Orfella; mentre i vicini capi degli Zentan chiedevano «ai giovani di combattere e ai militari di disertare e di portare l’inferno a Gheddafi». È questa la novità della crisi libica. La rivolta storica della generazione degli anziani della generazione, dei veterani. Una conferma che viene anche dal Cairo, dove il rappresentate libico nella Lega araba Abdel Moneim al-Honi si è dimesso per unirsi ai rivoltosi. È una notizia importantissima, perché è uno dei famosi «11 ufficiali» che hanno fatto la rivolta nel ’69 con Gheddafi. E insieme, della generazione dei giovani e giovanissimi. Quei giovanissimi che hanno fatto la rivolta per motivi di disperazione sociale, con una altissima disoccupazione al 30%. Un dato che svela la favola della buona redistribuzione delle ricchezze energetiche libiche. E le chiacchiere di un «socialismo popolarista» rimasto sulla carta del «Libro Verde» del Colonnello.

La summa del suo pensiero che gli è servito per minimizzare l’apporto politico degli altri protagonisti della rivoluzione. Incontrandolo in una intervista del 1986, lui ammise che il «Libro Verde» era fallito e che la Libia era ancora «nera» non verde. Ora è anche rossa del sangue del suo popolo che lui ha versato. Per l’ultima volta.

Angelo Del Boca
Fonte: www.ilmanifesto.it
22.02.2011


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- DI ANGELO DEL BOCA – ilmanifesto.it -

Le notizie che arrivano sono di vera e propria guerra contro civili in rivolta, quindi di massacro. Quel che Gheddafi aveva sempre promesso, che mai avrebbe rivoltato le armi contro il suo popolo, anche questa è una promessa non mantenuta. È tempo che se ne vada, è tempo che si intravveda oltre il bagno di sangue una soluzione di mediazione che, come in Egitto e Tunisia, non può non cominciare che con l’uscita di scena di Muammar Gheddafi al potere assoluto da quarantuno anni.

07gheddafi NEL PRECIPIZIOÈ tempo che l’Occidente scopra nel nuovo processo di democratizzazione avviato con le rivolte di massa in Medio Oriente non il pericolo dell’integralismo islamico, ma una risorsa per pensare diversamente quel mondo e insieme le nostre società blindate. Ora che finalmente anche le Nazioni unite alzano la voce, chi ha amato quel popolo e quel paese non può tacere.

Come fa il governo italiano che si nasconde dietro le dichiarazioni, dell’ultimo momento, di un’Unione europea più preoccupata dei suoi affari che delle società e di quei popoli. Dunque, dobbiamo dire la verità per fermare il sangue che scorre a Tripoli, a Bengasi e in tutto la Libia. Innanzitutto dobbiamo fare quello che non abbiamo fatto con il Trattato Italia-Libia del 2008.

Lo sapevamo benissimo che Gheddafi era un dittatore, che in Libia non c’è rispetto per i diritti umani. E quindi quando abbiamo firmato come Italia quel trattato, abbiamo voluto ratificare solo un accordo di carattere economico, commerciale, capace di fermare la disperazione dell’immigrazione africana in nuovi campi di concentramento. Ma non politico. Abbiamo fatto un errore gravissimo. Un errore che ci stiamo trascinando ancora oggi perché i nostri responsabili al governo non hanno il coraggio di affrontare la situazione e dire adesso basta a chiedere a chiare lettere: «Hai guidato per 41 anni questo paese, hai fatto del tuo meglio, adesso lascia il posto ad altri». Questa dovrebbe essere la richiesta precisa. Ma i fatti che si affollano mentre scriviamo, ci dicono che il precipizio purtroppo c’è già. Perché in un certo senso Gheddafi sta pagando due errori fondamentali della sua politica. Ha dimenticato che una parte decisiva della Libia, la Cirenaica, è ancora pervasa del mito della Senussia e di Omar el Mukhtar – quello impiccato dagli italiani. E i dimostranti inneggiano a el Mukhtar. Fatto ancora più grave, Gheddafi ha invece sempre minimizzato l’importanza delle tribù del Gebel, della «montagna», che sono a 50 km da Tripoli. Gli Orfella, gli Zintan, i Roseban, queste grandi tribù della montagna che sono le stesse che hanno messo nei pasticci gli italiani nel 1911.

Gheddafi ha sempre minimizzato l’importanza di queste componenti numerose – gli Orfella sono 90mila persone – nella lotta di liberazione e nella ricostruzione della nuova Libia. Così è covato per decenni un sordo risentimento che ora li vede associati, se non alla guida dei rivoltosi con i quali, in queste ore, stanno marciando verso Tripoli. Insomma è l’intera storia della Libia che si «riavvolge» e contraddice il regime del Colonnello. Se solo pensiamo a pochi mesi fa, quando Berlusconi e Gheddafi presenziavano in una caserna romana dei carabinieri ad un caravanserraglio, con giostre di cavalieri. Viene la domanda oggettiva: ma come ha fatto a non accorgersi che tutto il mondo che aveva costruito era in crisi drammatica? Lui che aspirava a presentarsi come il leader dell’intero continente africano, non aveva nemmeno la sensazione dei limiti del suo governo e della tragedia che si consumava nella sua patria. Eppure Gheddafi non è stato solo un fantoccio, come Ben Ali e Hosni Mubarak.

Quando fu protagonista del colpo di stato nel ’69 aveva davanti a sé un paese pieno di piccole organizzazioni, clanico, e lui ha contribuito a farne una nazione. In un anno ha cacciato le basi militari americane e inglesi, ha espulso i 20mila italiani che costituivano ancora un retaggio del colonialismo. Insomma ha cercato di fare della Libia una nazione. E per molti anni la Libia è stata considerata una nazione. Era solo una presunzione, ora lo sappiamo. Era una presunzione ridurre ad un solo uomo quel progetto che doveva appartenere davvero a tutto il popolo – non solo ai «comitati del popolo» voluti dal regime. Qui ha fallito.

Quando si è autorappresentato come l’unico responsabile dell’abbattimento del colonialismo e del fronteggiamento dell’imperialismo. Riducendo ad una persona le istituzioni libiche, la storia di quel paese, le aspirazioni diffuse. Quando è venuto in Italia aveva sulla divisa la foto dell’eroe anti-italiano Omar el Mukhtar. Ma era solo una provocazione soggettiva, come a dire «Io non dimentico». Ma il fatto di avere sottovalutato l’importanza di tutte le tribù della montagna, cioè della società politica che ha prodotto la nascita della Libia, è stato l’errore più grave. Perché sono le componenti fondamentali che avevano fatto la resistenza, la liberazione e poi avevano fatto crescere il paese.

La situazione adesso, purtroppo, è oltre. Io penso con dolore che ormai tutti gli appelli sono troppo in ritardo. Il fatto stesso che le tribù della montagna scendano a Tripoli per liberarla, mi dà la misura della svolta nel precipizio.
Il gruppo degli anziani, dei saggi, ha detto che bisogna abbattere Gheddafi. Esattamente con queste parole: «Invitiamo alla lotta contro chi non sa governare», hanno dichiarato gli anziani degli Orfella; mentre i vicini capi degli Zentan chiedevano «ai giovani di combattere e ai militari di disertare e di portare l’inferno a Gheddafi». È questa la novità della crisi libica. La rivolta storica della generazione degli anziani della generazione, dei veterani. Una conferma che viene anche dal Cairo, dove il rappresentate libico nella Lega araba Abdel Moneim al-Honi si è dimesso per unirsi ai rivoltosi. È una notizia importantissima, perché è uno dei famosi «11 ufficiali» che hanno fatto la rivolta nel ’69 con Gheddafi. E insieme, della generazione dei giovani e giovanissimi. Quei giovanissimi che hanno fatto la rivolta per motivi di disperazione sociale, con una altissima disoccupazione al 30%. Un dato che svela la favola della buona redistribuzione delle ricchezze energetiche libiche. E le chiacchiere di un «socialismo popolarista» rimasto sulla carta del «Libro Verde» del Colonnello.

La summa del suo pensiero che gli è servito per minimizzare l’apporto politico degli altri protagonisti della rivoluzione. Incontrandolo in una intervista del 1986, lui ammise che il «Libro Verde» era fallito e che la Libia era ancora «nera» non verde. Ora è anche rossa del sangue del suo popolo che lui ha versato. Per l’ultima volta.

Angelo Del Boca
Fonte: www.ilmanifesto.it
22.02.2011


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martedì 19 ottobre 2010

L’Espresso e i segreti del conflitto in Afghanistan

di Germano Dottori
I documenti di Wikileaks pubblicati dal settimanale fanno luce sulla vera natura del nostro impegno contro i Taliban. I dissidi (veri e falsi) con gli alleati. Sulla guerra, la libertà d'informazione in Italia è maggiore.

(carta del dicembre 2009 tratta da "Afghanistan: la guerra di Obama, la guerra dell'Italia" di Alfonso Desiderio)

La situazione in Afghanistan non accenna a migliorare. Uno sprazzo di luce era sembrato dischiudersi nelle prime due settimane di settembre, quando si era registrata una drastica riduzione nelle perdite riportate dalla Coalizione occidentale.

Già allora diversi osservatori avevano attribuito l’apparente inversione di tendenza alle alluvioni abbattutesi nel vicino Pakistan, ritenendo che molti Taliban avessero solo temporaneamente abbandonato il fronte per prestare soccorso ai propri familiari o alleati tribali residenti oltre la frontiera.


Altri, fra i quali chi scrive, avevano ipotizzato che potesse aver influito anche l’indubbia pressione esercitata sugli insorti dal nuovo comandante di teatro, generale David Petraeus, che da quando è in Afghanistan ha in parte rinnegato i principi cardine della propria dottrina di counter-insurgency, imprimendo una netta intensificazione sia alle uccisioni mirate dei comandanti e quadri del movimento talibano, sia alle incursioni aeree, significativamente aumentate negli ultimi tre mesi.


Le cifre però parlano chiaro: dal giorno delle elezioni politiche del 18 settembre, l’Isaf ed i militari che ancora operano nella cornice di Enduring Freedom devono sopportare una media di circa tre caduti al giorno. Alla strage degli alpini dello scorso 9 ottobre altre hanno fatto seguito e presumibilmente se ne aggiungeranno di ulteriori, giacché il conflitto è giunto al suo tornante decisivo.


Focalizzando la propria offensiva nella provincia di Kandahar, heartland del movimento talibano storico, Petraeus ha in qualche modo indebolito la Shura di Quetta del Mullah Omar proprio nel momento in cui l’Esercito pakistano sembra aver adottato il concorrente network degli Haqqani, che è attivo soprattutto nell’Afghanistan orientale. Si dice persino che la vecchia dirigenza talibana tema ormai per la compattezza del suo movimento.


Sarebbe questa situazione ad aver incoraggiato l’apertura di colloqui paralleli ed indipendenti tra gli americani ed il governo di Kabul, da un lato, e i due maggiori tronconi della guerriglia, dall’altro. Per gli uni si tratta di allargare il cuneo tra le due organizzazioni ormai rivali; per gli altri di affermarsi come l’interlocutore privilegiato. Nel frattempo, nessuno rinuncia a giocare le sue carte. Tutti vogliono dimostrare più che mai la loro potenza. Il risultato netto è l’aumento della violenza.


Una delle ragioni che possono aver indotto Petraeus al cambio di approccio che ne ha contraddistinto l’arrivo sembra essere la volontà di offrire il prossimo dicembre al Congresso dei dati in qualche modo incoraggianti, oltre all’evidente e legittima ambizione personale di non compromettere con un fiasco il prestigio conquistato in Iraq.


Eliminare dalla scena il maggior numero possibile di insorti – sono ormai circa 90mila secondo stime attendibili – e proteggere le proprie forze è quindi tornato ad essere importante, anche se non lo si ammette pubblicamente più di tanto.


Si debbono infatti produrre risultati immediati e la prospettiva di breve periodo è diventata molto più importante di quella di lungo termine. Paradossalmente, il nuovo indirizzo ha ridotto gli attriti che avevano in precedenza contrassegnato i rapporti tra il Comandante statunitense e i militari italiani.


I nostri soldati hanno infatti cessato di essere importunati da generali come Stanley McChrystal che chiedevano di essere meno muscolari, ricorrendo alla forza con maggior flessibilità e accrescendo la frequenza dei propri pattugliamenti a piedi, invece di perlustrare in lungo e largo la propria area di competenza entro mezzi potentemente protetti. Occorre del resto ricordare come ciò accadesse mentre a Montecitorio si lamentava la circostanza che i nostri Lince fossero fatti in modo tale da costringere almeno un militare ad esporsi.


Di queste passate tensioni si avverte un’eco persino nelle pagine del più recente saggio di Bob Woodward nelle quali, oltre a rilievi assolutamente ingenerosi, si rinvengono alcune righe piuttosto significative a proposito dei cattivi rapporti che intercorrevano l’anno scorso tra McChrystal ed il nostro Rosario Castellano, che ne rigettava sistematicamente e bruscamente le raccomandazioni.


D’altra parte le istruzioni provenienti da Roma erano cristalline: le perdite dovevano essere assolutamente mantenute al più basso livello possibile, condizione essenziale del mantenimento del consenso politico alla prosecuzione della nostra missione. Dopotutto, agli italiani non spettava vincere una guerra che si stava rivelando ostica anche per gli americani, ma soltanto il compito di rimanervi dentro il più a lungo possibile.


Dai documenti divulgati da Wikeleaks gli addetti ai lavori hanno in effetti appreso pochi elementi nuovi. Sono state una sorpresa, ad esempio, le notizie relative alla lotta clandestina che avrebbe caratterizzato le relazioni tra la nostra intelligence e l’Nsd afghano e quelle che attesterebbero le valutazioni poco lusinghiere fatte dagli alleati americani nei confronti dei nostri 007.


Si indagherà probabilmente anche sull’indiscrezione relativa al trasferimento nel nostro paese di un non meglio identificato terrorista. E forse saranno depositate delle interrogazioni parlamentari per sapere effettivamente quanti nostri soldati siano stati finora feriti in Afghanistan.


Ma che almeno dal 2006 si combattesse pesantemente lo si sapeva. Certo,Wikileaks l'ha convalidato. Sul web sono finiti anche altri file di un certo interesse, quelli che descrivono la strategia adottata dal governo italiano per soddisfare le richieste alleate riducendo al minimo i rischi di tenuta della sua maggioranza in Parlamento: combattere negando di farlo, con la complicità di Washington, Londra, Bruxelles ed altre capitali compiacenti.


Come nelle prime fasi della campagna aerea per il Kosovo, tra l’estate 2006 e la primavera 2008 il nostro paese si sarebbe quindi adattato a recitare la parte dell’alleato recalcitrante, criticato anche pubblicamente dalla stampa e dai governi stranieri, mentre in realtà si onoravano al meglio gli impegni.


Era del resto accaduta la stessa cosa anche nei sei mesi del Nibbio, nel 2003, quando l’Italia aveva contribuito con mille uomini inviati nell’impervia zona di Khost alla prosecuzione di Enduring Freedom: una missione che l’incauto portavoce americano, colonnello Roger King, non aveva esitato a definire apertamente combat.


In quel semestre i nostri soldati condussero perlustrazioni ad ampio raggio, sostennero scontri a fuoco e vennero impegnati nei primi avio-assalti della storia dell’Esercito Italiano. Tutto all’oscuro dell'opinione pubblica, come la nostra rivista ha avuto modo di rivelare nei mesi scorsi.


Wikileaks ha detto invece poco o nulla di nuovo riguardo alle perdite inflitte dai nostri soldati, che secondo alcune voci ascenderebbero addirittura a 1.500 miliziani, e soprattutto a proposito delle eventuali vittime civili.


Siamo a conoscenza, infatti, soltanto di pochi casi isolati. Non sarebbe però sorprendente se ad un dato momento emergessero dati compromettenti. Stupisce anzi che i taliban non abbiano finora fatto nulla di serio per provocare incidenti in tal senso e permettere alla stampa occidentale di documentarli.


Nel complesso, comunque, l’informazione garantita dalla nostra Difesa è attualmente abbastanza trasparente. Può esserlo anche perché si giova di condizioni politiche generali teoricamente più permissive rispetto a quelle che contrassegnarono tanto l’esperienza del secondo governo Prodi quanto quella dell’esecutivo che lo precedette, presieduto da Berlusconi.


Ora come ora, gli italiani sono probabilmente gli unici cittadini occidentali ad essere informati in tempo reale degli incidenti che si concludono con la morte di qualche nostro militare. Soltanto a titolo di confronto, è utile ricordare come in Francia l’Eliseo abbia completamente avocato a sé la gestione delle comunicazioni luttuose.


Come sa chi ha accesso alla Bbc, i britannici vengono informati dei decessi anche con 24 ore di ritardo e ne occorrono non meno di altre 24 per conoscere l’identità dei caduti. Il governo degli Stati Uniti poi ha lungamente proibito persino la divulgazione delle immagini ritraenti le bare dei soldati uccisi.


Godiamo quindi di una maggior libertà d’informazione, sia rispetto al recente passato che in rapporto a quanto capita nei paesi nostri alleati. Ciò ovviamente non vuol dire che non si debba sapere sempre di più. Soprattutto non riduce affatto l’importanza del contributo dato da L’Espresso, che ha gettato un fascio di luce su quanto accade a profitto di un pubblico molto più ampio di quello invero ristretto dei consueti specialisti.

Fonte: Limes (15/10/2010)

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di Germano Dottori
I documenti di Wikileaks pubblicati dal settimanale fanno luce sulla vera natura del nostro impegno contro i Taliban. I dissidi (veri e falsi) con gli alleati. Sulla guerra, la libertà d'informazione in Italia è maggiore.

(carta del dicembre 2009 tratta da "Afghanistan: la guerra di Obama, la guerra dell'Italia" di Alfonso Desiderio)

La situazione in Afghanistan non accenna a migliorare. Uno sprazzo di luce era sembrato dischiudersi nelle prime due settimane di settembre, quando si era registrata una drastica riduzione nelle perdite riportate dalla Coalizione occidentale.

Già allora diversi osservatori avevano attribuito l’apparente inversione di tendenza alle alluvioni abbattutesi nel vicino Pakistan, ritenendo che molti Taliban avessero solo temporaneamente abbandonato il fronte per prestare soccorso ai propri familiari o alleati tribali residenti oltre la frontiera.


Altri, fra i quali chi scrive, avevano ipotizzato che potesse aver influito anche l’indubbia pressione esercitata sugli insorti dal nuovo comandante di teatro, generale David Petraeus, che da quando è in Afghanistan ha in parte rinnegato i principi cardine della propria dottrina di counter-insurgency, imprimendo una netta intensificazione sia alle uccisioni mirate dei comandanti e quadri del movimento talibano, sia alle incursioni aeree, significativamente aumentate negli ultimi tre mesi.


Le cifre però parlano chiaro: dal giorno delle elezioni politiche del 18 settembre, l’Isaf ed i militari che ancora operano nella cornice di Enduring Freedom devono sopportare una media di circa tre caduti al giorno. Alla strage degli alpini dello scorso 9 ottobre altre hanno fatto seguito e presumibilmente se ne aggiungeranno di ulteriori, giacché il conflitto è giunto al suo tornante decisivo.


Focalizzando la propria offensiva nella provincia di Kandahar, heartland del movimento talibano storico, Petraeus ha in qualche modo indebolito la Shura di Quetta del Mullah Omar proprio nel momento in cui l’Esercito pakistano sembra aver adottato il concorrente network degli Haqqani, che è attivo soprattutto nell’Afghanistan orientale. Si dice persino che la vecchia dirigenza talibana tema ormai per la compattezza del suo movimento.


Sarebbe questa situazione ad aver incoraggiato l’apertura di colloqui paralleli ed indipendenti tra gli americani ed il governo di Kabul, da un lato, e i due maggiori tronconi della guerriglia, dall’altro. Per gli uni si tratta di allargare il cuneo tra le due organizzazioni ormai rivali; per gli altri di affermarsi come l’interlocutore privilegiato. Nel frattempo, nessuno rinuncia a giocare le sue carte. Tutti vogliono dimostrare più che mai la loro potenza. Il risultato netto è l’aumento della violenza.


Una delle ragioni che possono aver indotto Petraeus al cambio di approccio che ne ha contraddistinto l’arrivo sembra essere la volontà di offrire il prossimo dicembre al Congresso dei dati in qualche modo incoraggianti, oltre all’evidente e legittima ambizione personale di non compromettere con un fiasco il prestigio conquistato in Iraq.


Eliminare dalla scena il maggior numero possibile di insorti – sono ormai circa 90mila secondo stime attendibili – e proteggere le proprie forze è quindi tornato ad essere importante, anche se non lo si ammette pubblicamente più di tanto.


Si debbono infatti produrre risultati immediati e la prospettiva di breve periodo è diventata molto più importante di quella di lungo termine. Paradossalmente, il nuovo indirizzo ha ridotto gli attriti che avevano in precedenza contrassegnato i rapporti tra il Comandante statunitense e i militari italiani.


I nostri soldati hanno infatti cessato di essere importunati da generali come Stanley McChrystal che chiedevano di essere meno muscolari, ricorrendo alla forza con maggior flessibilità e accrescendo la frequenza dei propri pattugliamenti a piedi, invece di perlustrare in lungo e largo la propria area di competenza entro mezzi potentemente protetti. Occorre del resto ricordare come ciò accadesse mentre a Montecitorio si lamentava la circostanza che i nostri Lince fossero fatti in modo tale da costringere almeno un militare ad esporsi.


Di queste passate tensioni si avverte un’eco persino nelle pagine del più recente saggio di Bob Woodward nelle quali, oltre a rilievi assolutamente ingenerosi, si rinvengono alcune righe piuttosto significative a proposito dei cattivi rapporti che intercorrevano l’anno scorso tra McChrystal ed il nostro Rosario Castellano, che ne rigettava sistematicamente e bruscamente le raccomandazioni.


D’altra parte le istruzioni provenienti da Roma erano cristalline: le perdite dovevano essere assolutamente mantenute al più basso livello possibile, condizione essenziale del mantenimento del consenso politico alla prosecuzione della nostra missione. Dopotutto, agli italiani non spettava vincere una guerra che si stava rivelando ostica anche per gli americani, ma soltanto il compito di rimanervi dentro il più a lungo possibile.


Dai documenti divulgati da Wikeleaks gli addetti ai lavori hanno in effetti appreso pochi elementi nuovi. Sono state una sorpresa, ad esempio, le notizie relative alla lotta clandestina che avrebbe caratterizzato le relazioni tra la nostra intelligence e l’Nsd afghano e quelle che attesterebbero le valutazioni poco lusinghiere fatte dagli alleati americani nei confronti dei nostri 007.


Si indagherà probabilmente anche sull’indiscrezione relativa al trasferimento nel nostro paese di un non meglio identificato terrorista. E forse saranno depositate delle interrogazioni parlamentari per sapere effettivamente quanti nostri soldati siano stati finora feriti in Afghanistan.


Ma che almeno dal 2006 si combattesse pesantemente lo si sapeva. Certo,Wikileaks l'ha convalidato. Sul web sono finiti anche altri file di un certo interesse, quelli che descrivono la strategia adottata dal governo italiano per soddisfare le richieste alleate riducendo al minimo i rischi di tenuta della sua maggioranza in Parlamento: combattere negando di farlo, con la complicità di Washington, Londra, Bruxelles ed altre capitali compiacenti.


Come nelle prime fasi della campagna aerea per il Kosovo, tra l’estate 2006 e la primavera 2008 il nostro paese si sarebbe quindi adattato a recitare la parte dell’alleato recalcitrante, criticato anche pubblicamente dalla stampa e dai governi stranieri, mentre in realtà si onoravano al meglio gli impegni.


Era del resto accaduta la stessa cosa anche nei sei mesi del Nibbio, nel 2003, quando l’Italia aveva contribuito con mille uomini inviati nell’impervia zona di Khost alla prosecuzione di Enduring Freedom: una missione che l’incauto portavoce americano, colonnello Roger King, non aveva esitato a definire apertamente combat.


In quel semestre i nostri soldati condussero perlustrazioni ad ampio raggio, sostennero scontri a fuoco e vennero impegnati nei primi avio-assalti della storia dell’Esercito Italiano. Tutto all’oscuro dell'opinione pubblica, come la nostra rivista ha avuto modo di rivelare nei mesi scorsi.


Wikileaks ha detto invece poco o nulla di nuovo riguardo alle perdite inflitte dai nostri soldati, che secondo alcune voci ascenderebbero addirittura a 1.500 miliziani, e soprattutto a proposito delle eventuali vittime civili.


Siamo a conoscenza, infatti, soltanto di pochi casi isolati. Non sarebbe però sorprendente se ad un dato momento emergessero dati compromettenti. Stupisce anzi che i taliban non abbiano finora fatto nulla di serio per provocare incidenti in tal senso e permettere alla stampa occidentale di documentarli.


Nel complesso, comunque, l’informazione garantita dalla nostra Difesa è attualmente abbastanza trasparente. Può esserlo anche perché si giova di condizioni politiche generali teoricamente più permissive rispetto a quelle che contrassegnarono tanto l’esperienza del secondo governo Prodi quanto quella dell’esecutivo che lo precedette, presieduto da Berlusconi.


Ora come ora, gli italiani sono probabilmente gli unici cittadini occidentali ad essere informati in tempo reale degli incidenti che si concludono con la morte di qualche nostro militare. Soltanto a titolo di confronto, è utile ricordare come in Francia l’Eliseo abbia completamente avocato a sé la gestione delle comunicazioni luttuose.


Come sa chi ha accesso alla Bbc, i britannici vengono informati dei decessi anche con 24 ore di ritardo e ne occorrono non meno di altre 24 per conoscere l’identità dei caduti. Il governo degli Stati Uniti poi ha lungamente proibito persino la divulgazione delle immagini ritraenti le bare dei soldati uccisi.


Godiamo quindi di una maggior libertà d’informazione, sia rispetto al recente passato che in rapporto a quanto capita nei paesi nostri alleati. Ciò ovviamente non vuol dire che non si debba sapere sempre di più. Soprattutto non riduce affatto l’importanza del contributo dato da L’Espresso, che ha gettato un fascio di luce su quanto accade a profitto di un pubblico molto più ampio di quello invero ristretto dei consueti specialisti.

Fonte: Limes (15/10/2010)

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giovedì 2 settembre 2010

Iraq, It's Over

Niente 'mission accomplished', ma un sospiro di sollievo per Obama. L'intervento del generale Mini

Missione tutt'altro che compiuta. Le truppe americane lasciano l'Iraq, ma nel suo discorso alla nazione il presidente Obama si guarda bene dall'usare la terminologia del suo predecessore. Nel 2003 George W. Bush lanciò il propagandistico slogan dalla portaerei 'Lincoln': "Mission accomplished". Oggi Obama parla con sobrietà e cautela da uno Studio Ovale completamente rinnovato (solo la scrivania è rimasta la stessa), e usa toni che non hanno nulla di trionfalistico. "Un sacrificio enorme", pagato a caro prezzo con oltre quattromila morti.

La chiave di lettura del ritiro, secondo il generale Fabio Mini, è proprio nel fattore umano. Il teatro di guerra internazionale coinvolge troppi fronti, le truppe sono stanche e stressate. Sarebbe irresponsabile stiracchiare ulteriormente una coperta già abbastanza corta.

"Obama ha accuratamente evitato di dire che la missione è compiuta. La missione è conclusa, e per dirlo il presidente Usa ha utilizzato le parole 'it's over'. E' finita, quasi con un sospiro di sollievo. Era una promessa che Obama aveva fatto al momento del suo insediamento: riportare a casa le truppe dall'Iraq lasciando nel Paese mediorientale una situazione ragionevolmente sicura. Quello che aveva promesso è stato, diciamo così, mantenuto".

A che prezzo?

Il punto è questo. In una lettera invita ai cittadini che lo sostengono, all'interno di una mailing list selezionata, Obama parla della missione per il dieci percento. Per il novanta percento, invece, spiega come la nazione si debba occupare dei soldati che sono tornati in patria. Ovvero come fare ad assistere le vittime da stress post-traumatico.

Già il mese scorso Obama aveva parlato di un 'dovere solenne', quello di aiutare i veterani colpiti da stress post-traumatico.

Proprio nella lettera in questione, Obama parla della necessità imprescindibile di prendersi cura dei soldati. Non dice che i soldati rientrati o che rientranno dovranno poi andare in Afghanistan. La cosa verrà comunque fatta, ma di ricambio Obama non ha parlato affatto. Ha invece parlato di problemi di reinserimento dei soldati nella società, degli aiuti e del sostegno sociale e sanitario da offire sia a loro che alle loro famiglie.

Perché secondo lei Obama ha messo l'accento in maniera così forte su questo problema?

Mi fa venire qualche dubbio sul fatto che la politica in Afghanistan sia quella di inviare più uomini.

Addirittura?

Mi fa pensare che Obama non abbia più a disposizione uomini 'equilibrati' per il Medio Oriente. Ho l'impressione che in campo internazionale gli americani stiano prosciugando le risorse, raschiando il fondo del barile come si suol dire. Secondo me hanno dati importanti sullo stress delle truppe di ritorno dall'Afghanistan e dall'Iraq. Non ci sono più le forze per sostenere operazioni serie e prolungate, e la Casa Bianca lo sa.

E' una chiave di lettura diversa da quella politica, o meglio, geopolitica...

La chiave di lettura per l'Iraq è questa: partiamo dal Sofa (Status of Forces Agreement). Si tratta di un accordo sullo status delle forze militari. Era da decidere tra iracheni e americani chi sarebbe rimasto lì. Gli iracheni sono riusciti a imporre una terminologia, all'interno del Sofa, secondo la quale gli americani erano occupanti e se ne dovevano andare entro il 2011. Gli iracheni hanno vinto una battaglia di dignità, imponendo il Sofa. Punto secondo: gli americani se ne sono andati secondo il calendario del Sofa, stabilito e regolato dagli stessi iracheni. E soprattutto se ne sono andati senza poter reclamare vittoria. La parola non era: abbiamo vinto, con tutta la retorica di Bush, ma sono state due paroline veramente significative: It's Over, è finita. Di questi tempi, la frase 'it's over' è già una vittoria. Il che è tutto dire sulla capacità attuale degli Usa di portare avanti una guerra prolungata.

Fonte:PeaceReporter

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Niente 'mission accomplished', ma un sospiro di sollievo per Obama. L'intervento del generale Mini

Missione tutt'altro che compiuta. Le truppe americane lasciano l'Iraq, ma nel suo discorso alla nazione il presidente Obama si guarda bene dall'usare la terminologia del suo predecessore. Nel 2003 George W. Bush lanciò il propagandistico slogan dalla portaerei 'Lincoln': "Mission accomplished". Oggi Obama parla con sobrietà e cautela da uno Studio Ovale completamente rinnovato (solo la scrivania è rimasta la stessa), e usa toni che non hanno nulla di trionfalistico. "Un sacrificio enorme", pagato a caro prezzo con oltre quattromila morti.

La chiave di lettura del ritiro, secondo il generale Fabio Mini, è proprio nel fattore umano. Il teatro di guerra internazionale coinvolge troppi fronti, le truppe sono stanche e stressate. Sarebbe irresponsabile stiracchiare ulteriormente una coperta già abbastanza corta.

"Obama ha accuratamente evitato di dire che la missione è compiuta. La missione è conclusa, e per dirlo il presidente Usa ha utilizzato le parole 'it's over'. E' finita, quasi con un sospiro di sollievo. Era una promessa che Obama aveva fatto al momento del suo insediamento: riportare a casa le truppe dall'Iraq lasciando nel Paese mediorientale una situazione ragionevolmente sicura. Quello che aveva promesso è stato, diciamo così, mantenuto".

A che prezzo?

Il punto è questo. In una lettera invita ai cittadini che lo sostengono, all'interno di una mailing list selezionata, Obama parla della missione per il dieci percento. Per il novanta percento, invece, spiega come la nazione si debba occupare dei soldati che sono tornati in patria. Ovvero come fare ad assistere le vittime da stress post-traumatico.

Già il mese scorso Obama aveva parlato di un 'dovere solenne', quello di aiutare i veterani colpiti da stress post-traumatico.

Proprio nella lettera in questione, Obama parla della necessità imprescindibile di prendersi cura dei soldati. Non dice che i soldati rientrati o che rientranno dovranno poi andare in Afghanistan. La cosa verrà comunque fatta, ma di ricambio Obama non ha parlato affatto. Ha invece parlato di problemi di reinserimento dei soldati nella società, degli aiuti e del sostegno sociale e sanitario da offire sia a loro che alle loro famiglie.

Perché secondo lei Obama ha messo l'accento in maniera così forte su questo problema?

Mi fa venire qualche dubbio sul fatto che la politica in Afghanistan sia quella di inviare più uomini.

Addirittura?

Mi fa pensare che Obama non abbia più a disposizione uomini 'equilibrati' per il Medio Oriente. Ho l'impressione che in campo internazionale gli americani stiano prosciugando le risorse, raschiando il fondo del barile come si suol dire. Secondo me hanno dati importanti sullo stress delle truppe di ritorno dall'Afghanistan e dall'Iraq. Non ci sono più le forze per sostenere operazioni serie e prolungate, e la Casa Bianca lo sa.

E' una chiave di lettura diversa da quella politica, o meglio, geopolitica...

La chiave di lettura per l'Iraq è questa: partiamo dal Sofa (Status of Forces Agreement). Si tratta di un accordo sullo status delle forze militari. Era da decidere tra iracheni e americani chi sarebbe rimasto lì. Gli iracheni sono riusciti a imporre una terminologia, all'interno del Sofa, secondo la quale gli americani erano occupanti e se ne dovevano andare entro il 2011. Gli iracheni hanno vinto una battaglia di dignità, imponendo il Sofa. Punto secondo: gli americani se ne sono andati secondo il calendario del Sofa, stabilito e regolato dagli stessi iracheni. E soprattutto se ne sono andati senza poter reclamare vittoria. La parola non era: abbiamo vinto, con tutta la retorica di Bush, ma sono state due paroline veramente significative: It's Over, è finita. Di questi tempi, la frase 'it's over' è già una vittoria. Il che è tutto dire sulla capacità attuale degli Usa di portare avanti una guerra prolungata.

Fonte:PeaceReporter

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mercoledì 4 agosto 2010

L'affare delle sporche guerre( Irak e Afghanistan).

di Giovanni Ciunzo

La domanda è perfettamente legittima:che cosa ci stiamo ancora a fare in Afghanistan e in Irak? La missione militare vale davvero le vite di ragazzi che costa tantissimo? Vale i rischi per il futuro,a parte il dolore ancora fresco per il passato?L'Afghanistan, è un luogo dominato da tribalismi,fanatismi,etnicismi secolari e da sempre belligerante:che cosa pensiamo di poter realizzare con la nostra presenza destinata a durare a lungo e già durata parecchio fin qui?Lo dobbiamo fare per gli altri,e per chi in particolare,o per noi stessi?Per il rispetto astratto di un modo di essere dello stato,con le sue alleanze e responsabilità,o per qualche obiettivo più umanamente concreto,tangibile?Perchè, insomma, sopportare il costo materiale,psicologico,emozionale di un impresa militare che assomiglia cosi poco alle nostre attitudini storiche e il nostro curriculum nazionale?In realtà la brutta faccenda non è definibile solo in termini di dovere militare,rispetto delle alleanze,onore della bandiera,diritto e dovere di ingerenza umanitaria;C'è un lato forse oscuro a cui dobbiamo pensare,prima di azzardarci a rispondere a tanti quesiti posti dall'opinione pubblica:In ogni guerra che si scateni,c'è sempre un tornaconto possibilmente economico.Questo modello moderno di affrontare le questioni più spinose del mondo hanno origine proprio in quel paese che dovrebbe insegnare per certi versi la democrazia, gli Stati Uniti d'America. Nel marzo 2003 George Walker Bush ( allora Presidente degli U.S.A.) dichiarò guerra all'Irak, sostenendo che il suo regime governato da Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa,tesi mai provata da tanti esperti che analizzarono le poche e fatiscenti strutture militari considerate sospette che erano presenti nella nazione.
La guerra si scatenò e fu rapida e veloce,anche perchè di fronte a tante armi potentissime degli USA si contrapposero poche baionette e pochissimi soldati.
A che cosa è servito tutto ciò a dimostrare che l'America ha sempre ragione,anche se la ragione,come in questo caso non era dalla sua parte?..una cosa è certa gli affari,le compagnie petrolifere americane li stanno facendo in Irak.. e come,si estraggono circa 1850 milioni di barili al giorno di petrolio e,tutto viene per cosi dire esportato .Molto oro nero infatti finisce proprio in America,che attraversava nel periodo di presidenza Bush una grave crisi energetica,dovuta proprio alla mancanza di petrolio e di nuove fonti da estrarre il prezioso combustibile.
Un affare dunque che continua a proliferare,visto che ormai nell'intero paese dell'ex dittatore Saddam Hussein si sono stabilite circa 200 compagnie petrolifere americane.Ovviamente l'Irak del suo oro nero( guarda caso) non ne fa profitto,anzi la popolazione soffre ancora la fame ed è costretta a vivere di stenti,proprio come dieci anni fà.
In Afghanistan la situazione sembra paradossale,non c'è interesse economico,ma c'è l'orgoglio di sentirsi forti,anzi invincibili anche di fronte ad un terrorismo spietato,qual'è quello Talebano.
Nelle tante strategie militari americane che si provano e che continuamente seminano morti e distruzioni(negli ultimi due anni 1560 civili,tra cui 890 bambini,oltre ai feriti ed invalidi permanenti,circa 1200 soldati morti,americani ed alleati),in un paese già martoriato negli anni settanta dall'Unione Sovietica c'è la presunzione da parte degli alleati di sconfiggere un terrorismo che non ha un esercito,non è visibile e probabilmente è già sparso in mezzo mondo.Molti saranno purtroppo ancora i lutti e anche nel nostro paese,che sembra assuefatto da questi atroci episodi,nessuno più ne parla,nemmeno la cosiddetta sinistra italiana che era per un ritiro immediato del nostro contingente .Tutto tace all'insegna dell'americanismo.L'affare per queste assurde guerre dunque c'è...ma è di pochi e la piccola nazione Italia deve accontentarsi di partecipare con onore alla missione, e al contentino imposto,possibilmente senza pianti e rimpianti per qualche morto in più( circa 40 dall'inizio dalla guerra)...altro che missione di pace.

Fonte:Vox news

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di Giovanni Ciunzo

La domanda è perfettamente legittima:che cosa ci stiamo ancora a fare in Afghanistan e in Irak? La missione militare vale davvero le vite di ragazzi che costa tantissimo? Vale i rischi per il futuro,a parte il dolore ancora fresco per il passato?L'Afghanistan, è un luogo dominato da tribalismi,fanatismi,etnicismi secolari e da sempre belligerante:che cosa pensiamo di poter realizzare con la nostra presenza destinata a durare a lungo e già durata parecchio fin qui?Lo dobbiamo fare per gli altri,e per chi in particolare,o per noi stessi?Per il rispetto astratto di un modo di essere dello stato,con le sue alleanze e responsabilità,o per qualche obiettivo più umanamente concreto,tangibile?Perchè, insomma, sopportare il costo materiale,psicologico,emozionale di un impresa militare che assomiglia cosi poco alle nostre attitudini storiche e il nostro curriculum nazionale?In realtà la brutta faccenda non è definibile solo in termini di dovere militare,rispetto delle alleanze,onore della bandiera,diritto e dovere di ingerenza umanitaria;C'è un lato forse oscuro a cui dobbiamo pensare,prima di azzardarci a rispondere a tanti quesiti posti dall'opinione pubblica:In ogni guerra che si scateni,c'è sempre un tornaconto possibilmente economico.Questo modello moderno di affrontare le questioni più spinose del mondo hanno origine proprio in quel paese che dovrebbe insegnare per certi versi la democrazia, gli Stati Uniti d'America. Nel marzo 2003 George Walker Bush ( allora Presidente degli U.S.A.) dichiarò guerra all'Irak, sostenendo che il suo regime governato da Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa,tesi mai provata da tanti esperti che analizzarono le poche e fatiscenti strutture militari considerate sospette che erano presenti nella nazione.
La guerra si scatenò e fu rapida e veloce,anche perchè di fronte a tante armi potentissime degli USA si contrapposero poche baionette e pochissimi soldati.
A che cosa è servito tutto ciò a dimostrare che l'America ha sempre ragione,anche se la ragione,come in questo caso non era dalla sua parte?..una cosa è certa gli affari,le compagnie petrolifere americane li stanno facendo in Irak.. e come,si estraggono circa 1850 milioni di barili al giorno di petrolio e,tutto viene per cosi dire esportato .Molto oro nero infatti finisce proprio in America,che attraversava nel periodo di presidenza Bush una grave crisi energetica,dovuta proprio alla mancanza di petrolio e di nuove fonti da estrarre il prezioso combustibile.
Un affare dunque che continua a proliferare,visto che ormai nell'intero paese dell'ex dittatore Saddam Hussein si sono stabilite circa 200 compagnie petrolifere americane.Ovviamente l'Irak del suo oro nero( guarda caso) non ne fa profitto,anzi la popolazione soffre ancora la fame ed è costretta a vivere di stenti,proprio come dieci anni fà.
In Afghanistan la situazione sembra paradossale,non c'è interesse economico,ma c'è l'orgoglio di sentirsi forti,anzi invincibili anche di fronte ad un terrorismo spietato,qual'è quello Talebano.
Nelle tante strategie militari americane che si provano e che continuamente seminano morti e distruzioni(negli ultimi due anni 1560 civili,tra cui 890 bambini,oltre ai feriti ed invalidi permanenti,circa 1200 soldati morti,americani ed alleati),in un paese già martoriato negli anni settanta dall'Unione Sovietica c'è la presunzione da parte degli alleati di sconfiggere un terrorismo che non ha un esercito,non è visibile e probabilmente è già sparso in mezzo mondo.Molti saranno purtroppo ancora i lutti e anche nel nostro paese,che sembra assuefatto da questi atroci episodi,nessuno più ne parla,nemmeno la cosiddetta sinistra italiana che era per un ritiro immediato del nostro contingente .Tutto tace all'insegna dell'americanismo.L'affare per queste assurde guerre dunque c'è...ma è di pochi e la piccola nazione Italia deve accontentarsi di partecipare con onore alla missione, e al contentino imposto,possibilmente senza pianti e rimpianti per qualche morto in più( circa 40 dall'inizio dalla guerra)...altro che missione di pace.

Fonte:Vox news

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venerdì 23 luglio 2010

L’Europa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarla

Di Daniele Germani

La Catalogna reclama l’indipendenza e nei prossimi mesi si potrebbe aprire una importante crisi diplomatica che rischia di mutare il tessuto sociale e territoriale europeo; per ottenerla è pronta ad inasprire la lotta politica interna ed internazionale.

Barcellona, Girona, Lloret de Mar, Mirò, Gaudì e la Sagrada Familia, il Camp Nou e l’F.C. Barcellona. È molto probabile che la maggior parte degli 4792776055 8fec65eeba LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlaitaliani, e non solo, colleghino automaticamente queste città, persone e luoghi direttamente e unicamente alla Spagna; non è del tutto errato, ma non è neanche tutta la verità. I nomi che ho citato possiedono un importante elemento in comune: sono tutti parte della storia, del territorio o della società della Catalogna. E tra Spagna e Catalogna le differenze sono davvero abissali. E attenzione, la Catalogna e la sue ambizioni separatiste poco hanno a che fare con la Padania. Vi spieghiamo anche il perchè.

LA CATALOGNA, QUESTA SCONOSCIUTA – Il territorio che va dai Pirenei mediterranei, compresa la regione sud della Francia con capitale Perpignan, fino a sud, Comunità Valenciana e isole Baleari comprese, nonché la regione sarda di Alghero, ha costituito per centinaia di anni uno stato indipendente e potente, la Catalugna appunto, che ha imposto per secoli il proprio dominio al Mediterraneo, conquistando anche buona parte della penisola italica ed esercitando una massiccia influenza economica e culturale a tutto il meridione d’Italia. Basti considerare che il catalano, la lingua che si parla in Catalogna insieme allo spagnolo, per un lungo periodo fù anche lingua ufficiale dell’ allora Regno delle Due Sicilie. Oggi in Italia è riconosciuta come idioma puro ed è anche lingua ufficiale minoritaria della città di Alghero. Per la comprensione della questione catalana, e il perchè essa sia così importante per la Spagna e soprattutto per la Comunità Europea, senza addentrarci troppo in questioni storiche bisogna però fare un piccolo passo indietro e ripercorrere rapidamente la storia di questa regione. Fino all’11 settembre 1714, giorno della caduta di Barcellona e del Regno di Aragona per mano di Filippo V, che inglobò il territorio catalano in quello che diventerà l’attuale Spagna, la Catalogna fu un vero e proprio stato indipendente, nato quasi un millennio prima, nel X secolo, per mano di Vilfredo I. La conquista spagnola della Catalogna si protrasse fino al 1932, quando essa, dopo la caduta del dittatore Primo de Ribera, si dichiarò autonoma. Nel 1939 il dittatore Franco conquistò ancora la regione, iniziando una repressione che durò fino alla sua morte, nel 1975. Durante questo arco temporale, i separatisti furono duramente repressi e il sangue catalano scorse a fiumi. La castello-fortezza di Montjuic a Barcellona divenne il triste simbolo della repressione franchista; migliaia di catalani vi furono imprigionati, torturati e uccisi per questioni razziali o solo erano stati sentiti parlare il catalano. La lingua catalana era proibita, tanto più lo erano i simboli e le bandiere catalane; sfidare questo divieto portava direttamente nelle segrete di Montjiuc. La morte del dittatore sapgnolo diede nuova vita alla questione separatista della Catalogna. Il 1977 è ricordato dai catalani come l’anno della prima imponente manifestazione democratica a favore dell’indipendenza. Vi fu una presa di coscienza che diede impulso al primo statuto della regione autonoma della Catalogna, la quale, con la riforma della costituzione spagnola sempre del 1977, potè finalmente ristabilire una sorta di autogoverno. Per più di 30 anni, il governo catalano ha lottato al fine di guadagnare sempre più autonomia, imponendo le proprie forze di polizia (i Mossos d’Esquadra), leggi che regolamentano l’istruzione e la sanità, ma potendo fare poco riguardo l’autonomia economica. Ed è proprio questo il punto cardine dove fa perno la nascente “questione catalana”, e che rischia di incendiare il panorama politico internazionale.

CATALOGNA, IL MOTORE DELLA SPAGNA – Sarebbe riduttivo però parlare di motivazioni essenzialmente economiche alla b4792776401 77c91069a3 LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlaase della lotta indipendentista catalana; la regione gode di una unità territoriale e culturale ben definita. La lingua catalana, ad esempio, ha poco in comune con lo spagnolo, ed è considerata dai catalani come lo strumento di integrazione per i popoli che scelgono la Catalogna e Barcellona in particolare come meta della migrazione. Il popolo catalano, a differenza di altri popoli secessionisti ed indipendentisti, non fa differenze etniche e razziali. Catalano lo è chi accetta, assorbe ed apprende lingua, cultura e mentalità locale; inoltre lo è chi approva e appoggia le questioni sociali come l’autonomia e l’unità territoriale, il rispetto per le diversità e l’integrazione, ed infine, è catalano chi, accettato tutto ciò, lavora e vive onestamente in Catalogna. I catalani quindi, a dispetto come detto di altre popolazioni, sono un insieme variegato di lingue e (passateci il termine) di “razze” completamente differenti. Il pensiero del catalano va al di la’ della persona stessa, ma si basa su un principio morale tanto semplice e scontato, quanto raro da incontrare, e cioè che la diversità è forza, e non il contrario. Forse è proprio per il mix di tutte queste ragioni che la Catalogna è diventata nell’arco di 30 anni il vero motore dell’economia spagnola. I numeri, in questo caso, parlano chiaro: più del 20 % del PIL iberico è prodotto in Catalogna, nonostante essa occupi solo per circa il 5 % del territorio spagnolo e che la sua popolazione non superi il 15 % della popolazione totale. Questa predominanza deriva anche da fattori ambientali, oltre che umani, difatti la posizione geografica affacciata sull’alto Mediterraneo e protesa verso l’Europa mediterranea, ha aiutato molto lo sviluppo industriale e soprattutto il terziario, (il settore delle piccole e medie imprese della Catalogna è uno dei più sviluppati di tutta l’Europa) essendo durante l’autarchia franchista una delle mete preferite per l’immigrazione interna, ed ora mondiale.

10 LUGLIO, L’IMPONENTE MANIFESTAZIONE DI BARCELLONA – Sabato 10 Luglio la capitale catalana è stata il teatro della manifestazione più imponente che la città ricordi. Tema dei manifestanti uno solo: indipendenza. Più di un milione di persone, la stessa polizia ha stimato in 1.100.000 il numero dei partecipanti, è scesa per le strade di Barcellona dopo che il Tribunale Costituzionale aveva rispedito al mittente lo Statuto della regione, che tra le altre cose dichiarava la regione come nazione. La rabbia dei cittadini catalani è derivata dal fatto che questa decisione è giuta del tutto inaspettata, dopo che lo Statuto era stato approvato sia dal parlamento di Catalogna che da quello di Madrid, ovvero il governo centrale di Luis Zapatero. Quindi, a sentire i catalani, se è vero che i parlamenti rappresentano i cittadini, allora il Tribunale Costituzionale non ha rispettato la volontà di milioni di persone, sia catalane che spagnole. E il ragionamento, a dirla tutta, non fa una piega.

4793410054 00fb1c568c LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlaLE VOCI DEI PROTAGONISTI – La manifestazione è stata totalemente pacifica, e l’isolato gesto di uno squilibrato che ha tentato di aggredire l’attuale presidente della Regione catalana, non ha minimamente influito sul senso della protesta. Durante la manifestazione abbiamo raccolto molte testimonianze di chi era giunto a Barcellona da tutta la Catalogna, e non solo. Ve ne riportiamo alcune, nel tentativo di comprendere meglio le ragioni di questo evento, che tutti, senza eccezione, hanno definito storico. Tra le varie opinioni raccolte, tutte in comune hanno una visione chiara e dal quale nessuno si discosta riguardante l’economia: l’indipendenza è necessaria per il benessere economico della Catalogna che invia a Madrid (noi diremmo a Roma Ladrona) tasse per un valore di 100 e vede ritornare sul territorio solo 10. Ma naturalmente, seppur la questione economica sia di fondamentale importanza, questa rappresenta solamente una delle ragioni per cui i catalani richiedono l’indipendenza. Interessante il commento di Sergi, 25 anni, che vede la manifestazione come un importante palcoscenico internazionale, mediante il quale la causa indipendentista catalana potrà avere maggiore visibilità e urlare all’Europa e al mondo intero che esiste una Nazione catalana. Maica, 60 anni, e Francesc, 65, sono marito e moglie. Manifestano non solo con la loro presenza, ma anche visivamente, sfoggiando bandiere e un ombrello decisamente “indipendentista” (vedi foto), il loro l’orgoglio dell’essere catalani. Mi dicono “Siamo stranieri, catalani, e non siamo spagnoli, perchè lo stato e il Tribunale Costituzionale non ci rappresentano. Attendiamo la nostra libertà e autonomia”. E sentirsi stranieri in terra propria potrebbe essere decisamente poco piacevole.

SECESSIONE O FEDERALISMO? - Da anni in Catalogna si dibatte su che tipo di indipendenza e autonomia attuare. Delle due correnti di pensiero che vanno per la maggiore, l’una è secessionista, l’altra federalista. Molte persone ci dicono che dopo la bocciatura dello Statuto si sono sentite profondamente offese, moralmente violentate, e che se prima avrebbero accettato di buon grado anche un’autonomia su base di stato federale alla tedesca. “Comprendiamo che per 30 anni lo stato spagnolo ci ha preso in giro. Ora è il momento di reagire.” dice Arantxa. Dello stesso avviso anche Aslane, 35 anni, “Oggi ti direi secessione. Quello che è accaduto è incredibile. Due parlamenti che approvano una decisione di un popolo intero e poi un Tribunale di retaggio franchista boccia tutto. È qualcosa di inaccettabile”. Illuminante poi una sua dichiarazione che ci aiuta a comprendere meglio il popolo spagnolo: “da noi si dice ’sei come la spada toledana’, cioè fatta di un acciaio durissimo che non si spezza mai, se non quando il colpo è troppo forte. Ecco, il governo di Madrid sta cercando di spezzare questo acciaio, ma la strada sarà davvero lunga. E ora diciamo prou, basta!”. E aggiunge: “La Catalogna è più europeista della Spagna. Ma noi non volevamo uno stato, volevamo soltanto essere indipendenti. E chiedo a Madrid: ma perchè ce l’avete con noi?”. Forse perchè se ad un’automobile togli il motore, questa si ferma e inizia a fare la ruggine. Ma forse le motivazioni sono più complesse.

COSA NE SARÀ DELLA CATALUGNA– Irene, 30 anni, è di avviso diverso sulla questione indipendenza, o meglio, rigurado l’autonomia della Catalogna. Dice ”Io credo nella possibilità di creare uno stato federale dove possano convivere diverse nazionalità, che siano catalane, basche o galiziane fa poca differenze, ma che siano gestite autonomamente, con la possibilità di mutuo soccorso in caso di bisogno. L’union4793410184 113759a5a9 LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlae della diversità fa la forza”. Quindi indipendenza a tutti i costi, ma non a costo della divisione del territorio nazionale. Conclude con una dichiarazione che poi alla fine svela il perchè più di un milione di persone stiano manifestando con tanto fervore: ”Il sentimento catalano è qualcosa di piú che una lingua, un territorio, una danza; è qualcosa che si porta e si sente a pelle e si vede rinforzato ogni volta che qualcuno lo discute o tratta di bloccarlo o di distruggerlo. E facendo cosí, invece, provoca l’effetto contrario: prendiamo ancora piú conscenza di quello che significa e lo difendiamo a morte”. Insomma, qualcosa che va ben oltre i numeri, i soldi e le tasse che non tornano. La Catalogna si sente Nazione, qualcuno addirittura la sente già come Stato, tanto da aver organizzato la selezione nazionale di Catalogna, che, tanto per precisare, sarebbe composta per la quasi totalità da quei giocatori che domenica sera si laureati Campioni del Mondo in Sudafrica. Uno stato a se, o federale, però poco conta. Quello che conta davvero è che qualcosa avvenga, che questa manifestazione inneschi qualcosa di più grande che un semplice dibattito politico. Lo sperano tutti. Alcuni, come Luisa, 30 anni, sono scettici che qualcosa possa cambiare in breve tempo. “ A Madrid” dice “domani (domenica 11 Luglio, nda) si parlerà soltanto della finale Mondiale. E chi parlerà di questa manifestazione lo farà solo in tono denigratorio” cosa che in effetti è avvenuta, seppur in parte e solo da una piccola parte della stampa spagnola. La speranza di Mari, 75 anni, è che “L’unione questa volta faccia la forza. Io ho 75 anni ma sono qui, anche per una mia amica che è malata”.

UNA LUNGA LOTTA - La manifestazione si conclude solo quando ormai è sera inoltrata. Lascia molta speranza nel popolo catalano, nell’autodeterminazione del proprio territorio ad una indipendenza questa volta reale e senza compromessi. Il prossimo ottobre si voterà il nuovo parlamento e Convergenza e Unione, il partito che ha governato la regione per 23 anni sino al 2003, sembra favorito per la riconquista del potere politico. Leggendo i giornali locali, sembra che il livello di scontro politico si alzerà e che questa volta la Catalogna non resterà a guardare e ad aspettare che il suo futuro venga costruito da altri. Si parla di disobbedienza civile, ma non vengono esplicate le eventuali modalità di protesta. Su una cosa i catalani sono tutti d’accordo: no a qualsiasi forma di violenza. Se indipendenza sarà, sarà pacifica. “La lucha serà larga”, la lotta sarà lunga, affermano quasi tutti, ma la determinazione che abbiamo visto negli occhi di chi, famiglie con bambini, giovani e anziani, catalani da sette generazioni e catalani invece per passione, ha manifestato era davvero intensa. Per la Catalogna si apre un periodo importante e l’Europa non potrà certamente snobbare la “questione catalana”. La partita, insomma, è aperta. E che vinca non il migliore, ma il buonsenso.

Con la collaborazione di Irene Palazón Bellver

foto di Linda Marengo


Fonte:Giornalettismo


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Di Daniele Germani

La Catalogna reclama l’indipendenza e nei prossimi mesi si potrebbe aprire una importante crisi diplomatica che rischia di mutare il tessuto sociale e territoriale europeo; per ottenerla è pronta ad inasprire la lotta politica interna ed internazionale.

Barcellona, Girona, Lloret de Mar, Mirò, Gaudì e la Sagrada Familia, il Camp Nou e l’F.C. Barcellona. È molto probabile che la maggior parte degli 4792776055 8fec65eeba LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlaitaliani, e non solo, colleghino automaticamente queste città, persone e luoghi direttamente e unicamente alla Spagna; non è del tutto errato, ma non è neanche tutta la verità. I nomi che ho citato possiedono un importante elemento in comune: sono tutti parte della storia, del territorio o della società della Catalogna. E tra Spagna e Catalogna le differenze sono davvero abissali. E attenzione, la Catalogna e la sue ambizioni separatiste poco hanno a che fare con la Padania. Vi spieghiamo anche il perchè.

LA CATALOGNA, QUESTA SCONOSCIUTA – Il territorio che va dai Pirenei mediterranei, compresa la regione sud della Francia con capitale Perpignan, fino a sud, Comunità Valenciana e isole Baleari comprese, nonché la regione sarda di Alghero, ha costituito per centinaia di anni uno stato indipendente e potente, la Catalugna appunto, che ha imposto per secoli il proprio dominio al Mediterraneo, conquistando anche buona parte della penisola italica ed esercitando una massiccia influenza economica e culturale a tutto il meridione d’Italia. Basti considerare che il catalano, la lingua che si parla in Catalogna insieme allo spagnolo, per un lungo periodo fù anche lingua ufficiale dell’ allora Regno delle Due Sicilie. Oggi in Italia è riconosciuta come idioma puro ed è anche lingua ufficiale minoritaria della città di Alghero. Per la comprensione della questione catalana, e il perchè essa sia così importante per la Spagna e soprattutto per la Comunità Europea, senza addentrarci troppo in questioni storiche bisogna però fare un piccolo passo indietro e ripercorrere rapidamente la storia di questa regione. Fino all’11 settembre 1714, giorno della caduta di Barcellona e del Regno di Aragona per mano di Filippo V, che inglobò il territorio catalano in quello che diventerà l’attuale Spagna, la Catalogna fu un vero e proprio stato indipendente, nato quasi un millennio prima, nel X secolo, per mano di Vilfredo I. La conquista spagnola della Catalogna si protrasse fino al 1932, quando essa, dopo la caduta del dittatore Primo de Ribera, si dichiarò autonoma. Nel 1939 il dittatore Franco conquistò ancora la regione, iniziando una repressione che durò fino alla sua morte, nel 1975. Durante questo arco temporale, i separatisti furono duramente repressi e il sangue catalano scorse a fiumi. La castello-fortezza di Montjuic a Barcellona divenne il triste simbolo della repressione franchista; migliaia di catalani vi furono imprigionati, torturati e uccisi per questioni razziali o solo erano stati sentiti parlare il catalano. La lingua catalana era proibita, tanto più lo erano i simboli e le bandiere catalane; sfidare questo divieto portava direttamente nelle segrete di Montjiuc. La morte del dittatore sapgnolo diede nuova vita alla questione separatista della Catalogna. Il 1977 è ricordato dai catalani come l’anno della prima imponente manifestazione democratica a favore dell’indipendenza. Vi fu una presa di coscienza che diede impulso al primo statuto della regione autonoma della Catalogna, la quale, con la riforma della costituzione spagnola sempre del 1977, potè finalmente ristabilire una sorta di autogoverno. Per più di 30 anni, il governo catalano ha lottato al fine di guadagnare sempre più autonomia, imponendo le proprie forze di polizia (i Mossos d’Esquadra), leggi che regolamentano l’istruzione e la sanità, ma potendo fare poco riguardo l’autonomia economica. Ed è proprio questo il punto cardine dove fa perno la nascente “questione catalana”, e che rischia di incendiare il panorama politico internazionale.

CATALOGNA, IL MOTORE DELLA SPAGNA – Sarebbe riduttivo però parlare di motivazioni essenzialmente economiche alla b4792776401 77c91069a3 LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlaase della lotta indipendentista catalana; la regione gode di una unità territoriale e culturale ben definita. La lingua catalana, ad esempio, ha poco in comune con lo spagnolo, ed è considerata dai catalani come lo strumento di integrazione per i popoli che scelgono la Catalogna e Barcellona in particolare come meta della migrazione. Il popolo catalano, a differenza di altri popoli secessionisti ed indipendentisti, non fa differenze etniche e razziali. Catalano lo è chi accetta, assorbe ed apprende lingua, cultura e mentalità locale; inoltre lo è chi approva e appoggia le questioni sociali come l’autonomia e l’unità territoriale, il rispetto per le diversità e l’integrazione, ed infine, è catalano chi, accettato tutto ciò, lavora e vive onestamente in Catalogna. I catalani quindi, a dispetto come detto di altre popolazioni, sono un insieme variegato di lingue e (passateci il termine) di “razze” completamente differenti. Il pensiero del catalano va al di la’ della persona stessa, ma si basa su un principio morale tanto semplice e scontato, quanto raro da incontrare, e cioè che la diversità è forza, e non il contrario. Forse è proprio per il mix di tutte queste ragioni che la Catalogna è diventata nell’arco di 30 anni il vero motore dell’economia spagnola. I numeri, in questo caso, parlano chiaro: più del 20 % del PIL iberico è prodotto in Catalogna, nonostante essa occupi solo per circa il 5 % del territorio spagnolo e che la sua popolazione non superi il 15 % della popolazione totale. Questa predominanza deriva anche da fattori ambientali, oltre che umani, difatti la posizione geografica affacciata sull’alto Mediterraneo e protesa verso l’Europa mediterranea, ha aiutato molto lo sviluppo industriale e soprattutto il terziario, (il settore delle piccole e medie imprese della Catalogna è uno dei più sviluppati di tutta l’Europa) essendo durante l’autarchia franchista una delle mete preferite per l’immigrazione interna, ed ora mondiale.

10 LUGLIO, L’IMPONENTE MANIFESTAZIONE DI BARCELLONA – Sabato 10 Luglio la capitale catalana è stata il teatro della manifestazione più imponente che la città ricordi. Tema dei manifestanti uno solo: indipendenza. Più di un milione di persone, la stessa polizia ha stimato in 1.100.000 il numero dei partecipanti, è scesa per le strade di Barcellona dopo che il Tribunale Costituzionale aveva rispedito al mittente lo Statuto della regione, che tra le altre cose dichiarava la regione come nazione. La rabbia dei cittadini catalani è derivata dal fatto che questa decisione è giuta del tutto inaspettata, dopo che lo Statuto era stato approvato sia dal parlamento di Catalogna che da quello di Madrid, ovvero il governo centrale di Luis Zapatero. Quindi, a sentire i catalani, se è vero che i parlamenti rappresentano i cittadini, allora il Tribunale Costituzionale non ha rispettato la volontà di milioni di persone, sia catalane che spagnole. E il ragionamento, a dirla tutta, non fa una piega.

4793410054 00fb1c568c LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlaLE VOCI DEI PROTAGONISTI – La manifestazione è stata totalemente pacifica, e l’isolato gesto di uno squilibrato che ha tentato di aggredire l’attuale presidente della Regione catalana, non ha minimamente influito sul senso della protesta. Durante la manifestazione abbiamo raccolto molte testimonianze di chi era giunto a Barcellona da tutta la Catalogna, e non solo. Ve ne riportiamo alcune, nel tentativo di comprendere meglio le ragioni di questo evento, che tutti, senza eccezione, hanno definito storico. Tra le varie opinioni raccolte, tutte in comune hanno una visione chiara e dal quale nessuno si discosta riguardante l’economia: l’indipendenza è necessaria per il benessere economico della Catalogna che invia a Madrid (noi diremmo a Roma Ladrona) tasse per un valore di 100 e vede ritornare sul territorio solo 10. Ma naturalmente, seppur la questione economica sia di fondamentale importanza, questa rappresenta solamente una delle ragioni per cui i catalani richiedono l’indipendenza. Interessante il commento di Sergi, 25 anni, che vede la manifestazione come un importante palcoscenico internazionale, mediante il quale la causa indipendentista catalana potrà avere maggiore visibilità e urlare all’Europa e al mondo intero che esiste una Nazione catalana. Maica, 60 anni, e Francesc, 65, sono marito e moglie. Manifestano non solo con la loro presenza, ma anche visivamente, sfoggiando bandiere e un ombrello decisamente “indipendentista” (vedi foto), il loro l’orgoglio dell’essere catalani. Mi dicono “Siamo stranieri, catalani, e non siamo spagnoli, perchè lo stato e il Tribunale Costituzionale non ci rappresentano. Attendiamo la nostra libertà e autonomia”. E sentirsi stranieri in terra propria potrebbe essere decisamente poco piacevole.

SECESSIONE O FEDERALISMO? - Da anni in Catalogna si dibatte su che tipo di indipendenza e autonomia attuare. Delle due correnti di pensiero che vanno per la maggiore, l’una è secessionista, l’altra federalista. Molte persone ci dicono che dopo la bocciatura dello Statuto si sono sentite profondamente offese, moralmente violentate, e che se prima avrebbero accettato di buon grado anche un’autonomia su base di stato federale alla tedesca. “Comprendiamo che per 30 anni lo stato spagnolo ci ha preso in giro. Ora è il momento di reagire.” dice Arantxa. Dello stesso avviso anche Aslane, 35 anni, “Oggi ti direi secessione. Quello che è accaduto è incredibile. Due parlamenti che approvano una decisione di un popolo intero e poi un Tribunale di retaggio franchista boccia tutto. È qualcosa di inaccettabile”. Illuminante poi una sua dichiarazione che ci aiuta a comprendere meglio il popolo spagnolo: “da noi si dice ’sei come la spada toledana’, cioè fatta di un acciaio durissimo che non si spezza mai, se non quando il colpo è troppo forte. Ecco, il governo di Madrid sta cercando di spezzare questo acciaio, ma la strada sarà davvero lunga. E ora diciamo prou, basta!”. E aggiunge: “La Catalogna è più europeista della Spagna. Ma noi non volevamo uno stato, volevamo soltanto essere indipendenti. E chiedo a Madrid: ma perchè ce l’avete con noi?”. Forse perchè se ad un’automobile togli il motore, questa si ferma e inizia a fare la ruggine. Ma forse le motivazioni sono più complesse.

COSA NE SARÀ DELLA CATALUGNA– Irene, 30 anni, è di avviso diverso sulla questione indipendenza, o meglio, rigurado l’autonomia della Catalogna. Dice ”Io credo nella possibilità di creare uno stato federale dove possano convivere diverse nazionalità, che siano catalane, basche o galiziane fa poca differenze, ma che siano gestite autonomamente, con la possibilità di mutuo soccorso in caso di bisogno. L’union4793410184 113759a5a9 LEuropa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarlae della diversità fa la forza”. Quindi indipendenza a tutti i costi, ma non a costo della divisione del territorio nazionale. Conclude con una dichiarazione che poi alla fine svela il perchè più di un milione di persone stiano manifestando con tanto fervore: ”Il sentimento catalano è qualcosa di piú che una lingua, un territorio, una danza; è qualcosa che si porta e si sente a pelle e si vede rinforzato ogni volta che qualcuno lo discute o tratta di bloccarlo o di distruggerlo. E facendo cosí, invece, provoca l’effetto contrario: prendiamo ancora piú conscenza di quello che significa e lo difendiamo a morte”. Insomma, qualcosa che va ben oltre i numeri, i soldi e le tasse che non tornano. La Catalogna si sente Nazione, qualcuno addirittura la sente già come Stato, tanto da aver organizzato la selezione nazionale di Catalogna, che, tanto per precisare, sarebbe composta per la quasi totalità da quei giocatori che domenica sera si laureati Campioni del Mondo in Sudafrica. Uno stato a se, o federale, però poco conta. Quello che conta davvero è che qualcosa avvenga, che questa manifestazione inneschi qualcosa di più grande che un semplice dibattito politico. Lo sperano tutti. Alcuni, come Luisa, 30 anni, sono scettici che qualcosa possa cambiare in breve tempo. “ A Madrid” dice “domani (domenica 11 Luglio, nda) si parlerà soltanto della finale Mondiale. E chi parlerà di questa manifestazione lo farà solo in tono denigratorio” cosa che in effetti è avvenuta, seppur in parte e solo da una piccola parte della stampa spagnola. La speranza di Mari, 75 anni, è che “L’unione questa volta faccia la forza. Io ho 75 anni ma sono qui, anche per una mia amica che è malata”.

UNA LUNGA LOTTA - La manifestazione si conclude solo quando ormai è sera inoltrata. Lascia molta speranza nel popolo catalano, nell’autodeterminazione del proprio territorio ad una indipendenza questa volta reale e senza compromessi. Il prossimo ottobre si voterà il nuovo parlamento e Convergenza e Unione, il partito che ha governato la regione per 23 anni sino al 2003, sembra favorito per la riconquista del potere politico. Leggendo i giornali locali, sembra che il livello di scontro politico si alzerà e che questa volta la Catalogna non resterà a guardare e ad aspettare che il suo futuro venga costruito da altri. Si parla di disobbedienza civile, ma non vengono esplicate le eventuali modalità di protesta. Su una cosa i catalani sono tutti d’accordo: no a qualsiasi forma di violenza. Se indipendenza sarà, sarà pacifica. “La lucha serà larga”, la lotta sarà lunga, affermano quasi tutti, ma la determinazione che abbiamo visto negli occhi di chi, famiglie con bambini, giovani e anziani, catalani da sette generazioni e catalani invece per passione, ha manifestato era davvero intensa. Per la Catalogna si apre un periodo importante e l’Europa non potrà certamente snobbare la “questione catalana”. La partita, insomma, è aperta. E che vinca non il migliore, ma il buonsenso.

Con la collaborazione di Irene Palazón Bellver

foto di Linda Marengo


Fonte:Giornalettismo


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