giovedì 22 luglio 2010

America Top Secret. La tentacolare geografia dell'intelligence Usa - Un'inchiesta del Washington Post

Per ammissione stessa del segretario di stato Hillary Clinton e del capo della Cia Leon Panetta, Osama Bin Laden se ne sta nascosto in una delle zone tribali del Pakistan al confine con l'Afghanistan dai primi anni del XXI secolo e da allora è stato difficile avere ulteriori informazioni. E, cosa ancora piùimportante, è stato impossibile catturarlo. Hillary Clinton in visita ad Islamabad ha annunciato alcuni progetti di aiuto civile ma ha chiesto al governo pakistano come contropartita di fare di più contro il terrorismo. A parte il fallito attentato a Times Square a New York rivendicato da Tehrik-e-taliban, il principale movimento talibano pakistano, l'America vuole che Islamabad faccia sul serio contro i gruppi talibani installati sul suo territorio che attaccano sistematicamente i soldati americani e i loro alleati in Afghanistan.

Il governo pakistano ovviamente smentisce contatti con i terroristi, ma da più parti si avanza il sospetto e anche qualcosa di più che alcuni settori dei servizi pakistani continuino a vedere nei gruppi di insorti come la rete Haqqani, spauracchio della coalizione internazionale, un muro utile contro l'influenza dell'India, loro nemico giurato, in Afghanistan. E una conferma della impasse (o peggio) in cui è bloccata l'America arriva da un esplosivo dossier del Wahington Post intitolato "L'America top secret". E' il frutto del lavoro di due anni di una ventina di gornalisti del quotidiano che nel 1974 ha mandato a casa il presidente Richard Nixon per il Watergate e in tre puntate - l'ultima pubblicata mercoledì- semplicemente scrive che l'attacco alle torri che causò tremila morti ha creato un mondo top secret inestricabile. Insomma i servizi di sicurezza nazionale americani sono diventati così tentacolari, mal organizzati e segreti che è impossibile conoscerne con esattezza l'efficacia. Un mondo segreto che cresce senza controllo.

"Abbiamo scoperto una geografia altermativa degli Stati Uniti, una America top secret, nascosta agli occhi del pubblico" scrivono Dana Priest, premio Pulitzer e William Arkin ex analista di intelligence dell'esercito a Berlino ai tempi del Muro. A nove anni dalle torri nessuno sa quanto costi l'apparato messo in piedi dall'amministrazione, quante persone occupi, quanti programmi esistano, né quanti diversi servizi sbrighino lo stesso compito. Cerca di mettere le mani avanti David Gompert che regge l'interim del Dni, l'intelligence nazionale, sostenendo che questo articolo non mostra i servizi di informazione come li conosciamo noi e che le riforme intervenute in questi anni hanno consentito di migliorare la qualità e la quantità delle missioni.

"Forse ci sono sovrapposizioni di competenze e problemi di organizzazione" ammette il Dipartimento della Difesa che tuttavia ricorda nello stesso tempo "che non si sono verificati attentati maggiori negli Stati Uniti dopo l'11 settembre". Ma anche a questo riguardo è facile per il quotidiano ribattere che proprio per i limiti della intelligence non è stato possibile prevenire l'attentato con l'esplosivo negli slip per fortuna fallitto sul volo Amsterdam-Detroit il giorno di Natale o la strage di Fort Hood dove a novembre un maggiore dell'esercito americano con origini palestinesi uccise tredici persone. Impressionante lo scenario del giornale - arricchito da numerosi grafici interattivi su internet - disegnato senza mettere a repentaglio la sicurezza nazionale. Vista la natura sensibile dei temi, dei responsabili del governo hanno avuto accesso all'inchiesta e alcune informazioni sono state cancellate prima della pubblicazione.

Esistono 1271 agenzie governative e 1931 compagnie private disseminate su 10.000 posti diversi attraverso Gli Stati Uniti che lavorano sui programmi legati alla lotta contro il terrorismo o ai servizi di informazione. Un apparato burocratico gigantesco che occupa 854.000 persone che hanno accesso a informazioni segrete e 33 edifici sono stati costruiti o sono in costruzione. Due esempi: ci sono 51 organizzazioni federali basate in 15 città diverse incaricate di sorvegliare il flusso di denaro delle reti terroristiche e ogni anno sono prodotti circa 50.000 rapporti che finiscono per gran parte ignorati.

Il capo del pentagono Robert Gates (che è l'elemento di continuità tra l'amministrazione Bush, il commander in chief della "guerra al terrorismo", e l'amministrazione Obama che ha bandito quel lessico nei suoi discorsi) ammette nell'intervista al Wahington Post che dopo l'11 settembre "è stata tanta la crescita che abbracciarne le dimensione è diventata una sfida". Dopo l'uscita dalla casa Bianca Bush ha evitato accuratamente di esprimere giudizi sul change di Obama. In sua vece hanno parlato ed esplicitamente il senatore John Mc Cain, già durante la campagna presidenziale, e l'ex vicepresidente Dick Cheney, dicendo che l'ex senatore di Chicago per la sua formazione era poco indicato e attrezzato per combattere e vincere il contrasto alla rete del terrorismo internazionale. A parte la più volte annunciata chiusura di Guantanamo, i repubblicani hanno aspramente criticato come un errore imperdonabile l'annuncio che l'America comincerà a ritirarsi dall'Afghanistan a luglio dell'anno prossimo. "Se stai facendo una guerra e le cose non vanno bene non annunci che stai per andartene".

Fonte: L'Occidentale


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Per ammissione stessa del segretario di stato Hillary Clinton e del capo della Cia Leon Panetta, Osama Bin Laden se ne sta nascosto in una delle zone tribali del Pakistan al confine con l'Afghanistan dai primi anni del XXI secolo e da allora è stato difficile avere ulteriori informazioni. E, cosa ancora piùimportante, è stato impossibile catturarlo. Hillary Clinton in visita ad Islamabad ha annunciato alcuni progetti di aiuto civile ma ha chiesto al governo pakistano come contropartita di fare di più contro il terrorismo. A parte il fallito attentato a Times Square a New York rivendicato da Tehrik-e-taliban, il principale movimento talibano pakistano, l'America vuole che Islamabad faccia sul serio contro i gruppi talibani installati sul suo territorio che attaccano sistematicamente i soldati americani e i loro alleati in Afghanistan.

Il governo pakistano ovviamente smentisce contatti con i terroristi, ma da più parti si avanza il sospetto e anche qualcosa di più che alcuni settori dei servizi pakistani continuino a vedere nei gruppi di insorti come la rete Haqqani, spauracchio della coalizione internazionale, un muro utile contro l'influenza dell'India, loro nemico giurato, in Afghanistan. E una conferma della impasse (o peggio) in cui è bloccata l'America arriva da un esplosivo dossier del Wahington Post intitolato "L'America top secret". E' il frutto del lavoro di due anni di una ventina di gornalisti del quotidiano che nel 1974 ha mandato a casa il presidente Richard Nixon per il Watergate e in tre puntate - l'ultima pubblicata mercoledì- semplicemente scrive che l'attacco alle torri che causò tremila morti ha creato un mondo top secret inestricabile. Insomma i servizi di sicurezza nazionale americani sono diventati così tentacolari, mal organizzati e segreti che è impossibile conoscerne con esattezza l'efficacia. Un mondo segreto che cresce senza controllo.

"Abbiamo scoperto una geografia altermativa degli Stati Uniti, una America top secret, nascosta agli occhi del pubblico" scrivono Dana Priest, premio Pulitzer e William Arkin ex analista di intelligence dell'esercito a Berlino ai tempi del Muro. A nove anni dalle torri nessuno sa quanto costi l'apparato messo in piedi dall'amministrazione, quante persone occupi, quanti programmi esistano, né quanti diversi servizi sbrighino lo stesso compito. Cerca di mettere le mani avanti David Gompert che regge l'interim del Dni, l'intelligence nazionale, sostenendo che questo articolo non mostra i servizi di informazione come li conosciamo noi e che le riforme intervenute in questi anni hanno consentito di migliorare la qualità e la quantità delle missioni.

"Forse ci sono sovrapposizioni di competenze e problemi di organizzazione" ammette il Dipartimento della Difesa che tuttavia ricorda nello stesso tempo "che non si sono verificati attentati maggiori negli Stati Uniti dopo l'11 settembre". Ma anche a questo riguardo è facile per il quotidiano ribattere che proprio per i limiti della intelligence non è stato possibile prevenire l'attentato con l'esplosivo negli slip per fortuna fallitto sul volo Amsterdam-Detroit il giorno di Natale o la strage di Fort Hood dove a novembre un maggiore dell'esercito americano con origini palestinesi uccise tredici persone. Impressionante lo scenario del giornale - arricchito da numerosi grafici interattivi su internet - disegnato senza mettere a repentaglio la sicurezza nazionale. Vista la natura sensibile dei temi, dei responsabili del governo hanno avuto accesso all'inchiesta e alcune informazioni sono state cancellate prima della pubblicazione.

Esistono 1271 agenzie governative e 1931 compagnie private disseminate su 10.000 posti diversi attraverso Gli Stati Uniti che lavorano sui programmi legati alla lotta contro il terrorismo o ai servizi di informazione. Un apparato burocratico gigantesco che occupa 854.000 persone che hanno accesso a informazioni segrete e 33 edifici sono stati costruiti o sono in costruzione. Due esempi: ci sono 51 organizzazioni federali basate in 15 città diverse incaricate di sorvegliare il flusso di denaro delle reti terroristiche e ogni anno sono prodotti circa 50.000 rapporti che finiscono per gran parte ignorati.

Il capo del pentagono Robert Gates (che è l'elemento di continuità tra l'amministrazione Bush, il commander in chief della "guerra al terrorismo", e l'amministrazione Obama che ha bandito quel lessico nei suoi discorsi) ammette nell'intervista al Wahington Post che dopo l'11 settembre "è stata tanta la crescita che abbracciarne le dimensione è diventata una sfida". Dopo l'uscita dalla casa Bianca Bush ha evitato accuratamente di esprimere giudizi sul change di Obama. In sua vece hanno parlato ed esplicitamente il senatore John Mc Cain, già durante la campagna presidenziale, e l'ex vicepresidente Dick Cheney, dicendo che l'ex senatore di Chicago per la sua formazione era poco indicato e attrezzato per combattere e vincere il contrasto alla rete del terrorismo internazionale. A parte la più volte annunciata chiusura di Guantanamo, i repubblicani hanno aspramente criticato come un errore imperdonabile l'annuncio che l'America comincerà a ritirarsi dall'Afghanistan a luglio dell'anno prossimo. "Se stai facendo una guerra e le cose non vanno bene non annunci che stai per andartene".

Fonte: L'Occidentale


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mercoledì 26 maggio 2010

La sfida totale - Intervista a Daniele Scalea

di Stefano Grazioli.

Tanti parlano e scrivono di geopolitica, pochi ne capiscono davvero qualcosa. Daniele Scalea è uno di questi. Giovane, 25 anni e una laurea in Scienze storiche alla Statale di Milano, Daniele Scalea - che già da qualche anno é nella redazione di Eurasia - ha esordito con un opera di grande spessore (un assaggio sul sito), dimostrando che le sponde del Lago Maggiore (vive a Cannobio) possono diventare un osservatorio privilegiato per capire e spiegare le vicende del Mondo che ci circonda.

A confermarlo non sono tanto io, quanto chi ha scritto la prefazione del nuovo libro di Daniele, “La sfida totale – Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali” (Fuoco Edizioni), e cioè il generale Fabio Mini, uno che ne capisce: “Si potrebbe tranquillamente dire che Daniele Scalea ha scritto un trattato di alta Geopolitica. Ha descritto il mondo attuale cercando di interpretarlo alla luce delle teorie classiche della Geopolitica confermandone, e ce n’era bisogno, la validità metodologica. Ha preso in esame tutti i grandi attori mondiali e dopo una panoramica appassionata, non c’è nient’altro da dire”.

Ecco, non aggiungo altro nemmeno io. Consiglio solo di correre in libreria o ordinare il libro via internet direttamente dall’editore. E di leggere con attenzione la lunga intervista che gentilmente che l’autore ci ha concesso.

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Rovesciamo la bottiglia e partiamo dal fondo. Lei conclude il suo libro scrivendo che la nascita del Nuovo Mondo, o perlomeno la ristrutturazione geopolitica di quello vecchio, potrebbe essere oltremodo complicata: in sostanza il passaggio da un sistema semi-unipolare a uno multipolare rischia di produrre dolorose frizioni dovute al fatto che la potenza egemone – gli Stati Uniti – opporrà resistenza alla perdita del proprio potere. La “sfida totale” ha già vincitori e vinti?

La tendenza storica del post-Guerra Fredda marcia contro gli USA. Negli anni ’90 la geopolitica mondiale ha vissuto il suo “momento unipolare”, e tutto sembrava girare per il verso giusto, dalla prospettiva di Washington. Ma già si covava quanto sarebbe venuto. L’ultimo decennio ha visto l’emergere a livello economico, strategico ed infine anche politico di veri e propri competitori della “unica superpotenza rimasta”: il riferimento è prima di tutto a Cina e Russia, ma una menzione la meritano pure India, Brasile, Giappone. Il sogno della “fine della storia” è svanito. Gli USA hanno tentato, sotto Bush, un ultimo brutale tentativo di mantenere la propria supremazia incontrastata: il progetto di “guerra infinita”, che avrebbe dovuto annichilire come un rullo compressore tutti i possibili nemici e competitori, ma che si è arenato già sui primi due scogli incontrati, ossia Afghanistan e Iràq. L’ordine mondiale odierno è “semi-unipolare”, con Washington ancora potenza egemone, ma più per la cautela dei suoi rivali che per la propria forza ed autorità. La crisi finanziaria del 2008 è partita dagli USA ed ha mandato parzialmente in frantumi quell’ordine economico su cui si fonda gran parte del potere di Washington. Tutto lascia supporre che si concretizzerà il ritorno ad un vero e proprio ordine “multipolare”, e questa è anche la mia previsione.

Però …come spesso accade c’è un “però”. Uno degli errori più comuni del nostro tempo è quello di percepire le tendenze come fattori fissi ed immutabili, quando in realtà sono contingenti. Come sosteneva Hume, l’uomo è portato a credere in ciò che è abituato a vedere, ossia ad assolutizzare il contingente. Ma le inversioni di tendenza sono sempre possibili. Gli Stati Uniti non hanno accettato e difficilmente accetteranno il ruolo di ex egemone in declino. A meno d’implosioni interne del tipo pronosticato da Igor Panarin, riusciranno ad opporre resistenza, ed hanno molto frecce al loro arco se non per bloccare, quanto meno per rallentare la transizione al mondo multipolare: ricordiamo, tra i principali, il poderoso strumento militare (che spesso fa cilecca, ma per capacità di proiezione globale non ha pari), la “egemonia del dollaro” (Henry Liu), la centralità nel sistema finanziario, l’influenza culturale. Già il secolo scorso la supremazia delle talassocrazie anglosassoni fu sfidata, prima dal Reich tedesco e poi dall’Unione Sovietica, e sappiamo bene tutti come andò a finire. Meglio non vendere la pelle dell’orso (o le penne dell’aquila, se vogliamo esser più precisi nell’allegoria zoologica) prima d’averlo ucciso. Certo però che questi USA d’inizio XXI secolo paiono solo la copia sbiadita della superpotenza del ventesimo: molta della loro grandezza deriva dall’eredità delle generazioni passate, e quando sono chiamati a difenderla non sembrano all’altezza del proprio rango senza pari.

E ora dall’inizio, tuffandoci un po’ nel passato. L’attacco al cuore della Terra, all’Heartland, che gli Stati Uniti hanno attuato su quattro direttrici (sovversione politica, espansione militare, risorse energetiche, supremazia nucleare): può sintetizzare?

La strategia statunitense, quanto meno dagli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale in poi (e forse anche da prima), è fortemente ispirata ai princìpi della geopolitica. L’Heartland (H. Mackinder) è una delle categorie basilari di questa disciplina: è la Terra-cuore, il centro del continente eurasiatico, storicamente impermeabile alla potenza marittima – quest’ultima incarnata prima dall’Impero britannico e poi dal “imperialismo informale” statunitense. L’Heartland è occupato dalla Russia, che rappresenta perciò stesso il principale ostacolo e minaccia potenziale all’egemonia della potenza talassocratica, ossia marittima, degli USA. Dalla fine della Guerra Fredda ad oggi, Washington e Mosca hanno più volte tentato approcci amichevoli, ma tutti sono finiti male. All’arrendevolezza di El’cin si rispose con lo smembramento della Jugoslavia, ed i Russi reagirono portando al Cremlino un certo Vladimir Putin. Le sue aperture dopo l’11 settembre sono state ripagate con la penetrazione statunitense in Asia Centrale, nel “cortile di casa” russo. Anche l’attuale recentissimo idillio tra Obama e Medvedev durerà poco. Nessuno vuole sfociare nel determinismo, ma la geografia è un fattore importante nella vicenda umana, ed in questo caso la geografia condanna Russia e USA ad essere, almeno nello scenario attuale, quasi sempre nemici.

Dagli anni ’90 ad oggi gli Statunitensi, sulla scia di teorizzazioni come quelle di Zbigniew Brzezinski, lungi dall’allentare la morsa su Mosca hanno cercato di sfruttare il crollo dell’URSS per neutralizzare definitivamente la minaccia russa. Le “direttrici d’attacco”, come da lei sottolineato, sono state quattro:

a) la sovversione politica: tramite la CIA, enti pubblici o semi-pubblici come il National Endowment for Democracy o U.S. Aid, e finte ONG gli USA hanno orchestrato una serie di colpi di Stato in giro per l’ex area d’influenza moscovita, allo scopo d’insediare quanti più governi filo-atlantici e russofobi fosse possibile. I casi più celebri: Serbia, Georgia, Ucraìna, Kirghizistan. Ci hanno provato persino in Bielorussia e in Russia (leggi Kaspàrov), ma non è andata bene. I governanti locali si sono fatti furbi ed hanno iniziato a porre una serie di restrizioni alle attività d’organizzazioni straniere nei propri paesi. Gli ultimi eventi in Ucraìna e Kirghizistan fanno pensare che l’ondata di “rivoluzioni colorate” sia ormai in fase di risacca;

b) l’espansione militare: la NATO si potrebbe definire come l’alleanza che lega l’egemone statunitense ai paesi ad esso subordinati. Non è qualitativamente diversa dalla Lega Delio-Attica capeggiata da Atene, o dalle varie alleanze italiche di Roma. Un’alleanza non certo tra pari. Nata in funzione anti-sovietica, scioltasi l’URSS non solo non ha chiuso i battenti ma si è allargata verso est, fino ai confini della Russia. La nuova dottrina militare russa cita espressamente la NATO tra le minacce per il paese;

c) le risorse energetiche: una potente leva strategica per la Russia è costituita dalla sua centralità nel commercio energetico intra-eurasiatico. Gli USA hanno cercato di sminuirla facendo dell’Asia Centrale un competitore di Mosca, tramite gasdotti e oledotti alternativi che scavalcassero il territorio russo. L’impossibilità di costruire la condotta trans-afghana, il ridotto impatto del BTC ed il fallimento annunciato del Nabucco chiariscono che il progetto, almeno per ora, non ha avuto successo;

d) la supremazia nucleare: è un punto sovente ignorato dai commentatori occidentali. Si definisce “supremazia nucleare” la capacità d’uno Stato di vincere una guerra atomica senza subire danni eccessivi, ossia di sferrare un “primo colpo” (first strike) parando la successiva rappresaglia. Quando si dispone di migliaia di testate e missili nucleari, come gli USA, è facile annientare un rivale con una guerra atomica: il grosso problema è riuscire ad evitare d’essere annientati a propria volta se il nemico, come la Russia, ha a sua volta migliaia di armi nucleari con cui rispondere. Ecco dunque l’idea dello scudo ABM (anti-missili balistici), il sogno di Reagan riesumato da Bush e per niente accantonato da Obama. Resterà ancora a lungo una delle principali pietre della discordia tra Mosca e Washington. Infatti, il Cremlino non si beve la storia che lo scudo ABM sia rivolto contro l’Iràn e la Corea del Nord, e nel mio libro spiego dettagliatamente il perché.

Lei si sofferma sulla politica estera statunitense dell’ultimo decennio sviscerando le differenze tra idealisti e realisti alla Casa Bianca. Cosa ha cambiato l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca?

Ha cambiato molto, ma probabilmente meno di quello che avrebbe potuto se non ci fosse stata la crisi finanziaria del 2008. Obama era portatore d’una geostrategia alternativa a quella neoconservatrice, meno fissata sul Vicino e Medio Oriente e più attenta agli equilibri globali nel loro complesso. Essa comprendeva anche una non dichiarata strategia anti-russa di tipo brzezinskiana. La stessa distensione con l’Iràn era ed è mirata soprattutto a rivolgere la potenza persiana contro Mosca in funzione di contenimento sul fianco meridionale.

Inutile dire che la crisi ha scompaginato i piani. Gli USA si sono ritrovati con l’acqua alla gola, ed Obama s’è accontentato di cercare di salvarne la supremazia mondiale. L’ideologismo di Bush è stato sostituito con un po’ di sana Realpolitik, e la minaccia ed uso della forza militare sono oggi stemperate dal ricorso alla diplomazia come via prediletta. Ma ciò non è sufficiente. Washington, capendo di non farcela più da sola, sta cercando di cooptare qualche grande potenza come stampella della propria egemonia. All’inizio Obama ha cercato di formare il famoso “G-2” con la Cina, ma ben presto la tensione ha preso a montare ed oggi Washington e Pechino si guardano in cagnesco come non succedeva da decenni. Così Obama ha messo nel mirino la Cina, ed ha pensato bene di corteggiare la Russia. Il “leviatano” talassocratico ed il “behemoth” tellurocratico si sono già trovati fianco a fianco contro una potenza del Rimland, ossia del margine continentale dell’Eurasia (mi riferisco alla Germania nel secolo scorso), ma non credo che ciò si ripeterà oggi. Gli USA superpotenza avrebbero potuto cooptare la Russia di El’cin e del primo Putin, ma si sono rivelati troppo avidi di potere ed hanno finito con l’allontanarla. Oggi sono ancora la potenza egemone, e perciò suscitano invidia ed ostilità, ma sono un egemone zoppo, e dunque appoggiarlo non dà più gli stessi vantaggi d’un tempo. Allearsi con qualcuno che ti vorrebbe come stampella del suo potere traballante non è una prospettiva così allettante. Il Cremlino prenderà altre strade. Solo quando gli USA si saranno ridimensionati al rango di grande potenza inter pares, allora si potrà ridiscutere d’alleanze strategiche.

L’8 dicembre 1991 i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia, riuniti a Brest, proclamarono la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che Gorbačev fu costretto ad accettare suo malgrado. L’ex presidente russo Vladimir Putin, ora primo ministro, ha affermato che la dissoluzione dell’Urss è la stata la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo. È d’accordo?

Il termine “catastrofe” sottintende un giudizio di valore, e dunque è soggettivo. Restando sul merito, è indubbio che il crollo dell’URSS, ossia della potenza terrestre dell’Heartland che conteneva la superpotenza marittima, è stato un evento epocale. E dal punto di vista dei Russi, non si può che considerare catastrofico. Ma non solo dal loro. Il crollo della diga sovietica – una diga criticabile e controversa fin quanto si vuole – ha aperto la strada al tentativo egemonico degli USA, col suo contorno di prevaricazione e guerre. Per gli Statunitensi la disgregazione dell’URSS è stata un successo, per i Polacchi una benedizione, per i Cubani, i Siriani o i Palestinesi una disgrazia.

Vladimir Putin è stato, tra luci ed ombre, il simbolo della ritorno della Russia sulla Grande Scacchiera. Lei scrive che la “Dottrina Putin” può essere interpretata come un realismo in salsa russa, fondato sull’accorta tessitura d’alleanze intra-continentali con la Cina, l’India, l’Iran, la Turchia e l’Europa Occidentale. Cioè?

Ho ripreso la definizione che cita da Tiberio Graziani, direttore della rivista “Eurasia”. In Russia, dopo la fine del comunismo sono emerse due visioni ideologiche: quella eurasiatica, che vede negli USA il nemico storico da combattere ad ogni costo, e quella occidentalista, che vede nell’Ovest il beniamino da emulare e compiacere ad ogni costo. La Dottrina Putin esula da questi schemi e si pone nel mezzo degli “opposti estremismi”. Putin ha adottato linguaggi e formalità cari agli occidentali, ed ha a lungo considerato prioritari i rapporti con l’Europa e gli USA. Ma non è mai stato arrendevole e rinunciatario, non ha mai rinunciato a difendere il ruolo della Russia nel mondo ed il suo “spazio vitale” nell’Heartland. Quando ha verificato che con Washington non c’erano spazi di dialogo, si è rivolto altrove. Le alleanze intra-continentali da lei citate servono a creare un “secondo anello di sicurezza” (il primo dovrebbe essere il “estero vicino”) attorno alla Russia. L’obiettivo finale è estromettere la talassocrazia, ossia gli USA, dall’intera massa continentale eurasiatica, per mettere definitivamente in sicurezza la Russia.

Secondo Parag Khanna i “tre imperi” del nuovo mondo multipolare sarebbero Usa, Cina e Unione Europea, mentre la Russia farebbe parte del “secondo mondo”. Lei non è d’accordo. Perché?

Perché la visione di Parag Khanna si fonda sostanzialmente su valutazioni di tipo economico e sulle sue simpatie personali. L’economia è importante ma non rivela tutto. Ad esempio, l’Unione Europea, si sa, è un gigante economico ma un nano politico. Non è neppure uno Stato, bensì un’accozzaglia di Stati nazionali che, come stanno dimostrando gli eventi attuali, in mezzo alla tempesta preferiscono pensare ognuno per sé. La Russia ha un ingente patrimonio geopolitico, in termini geografici, militari ed energetici, che può giocare efficacemente sulla grande scacchiera mondiale. Mosca è ancora al centro della politica internazionale, considerarla parte del “secondo mondo” è ingiustificato.

La Cina è e sarà comunque uno dei protagonisti di questo secolo e intorno al ruolo di Pechino si gioca ovviamente il futuro di Washington. Riprendo allora le sue parole: «Per gli Usa il contenimento della Cina dovrebbe avvenire attraverso due “cani da guardia” posti al suo fianco: l’India e il Giappone. Davvero Nuova Delhi e Tokio sono disposti a ricoprire il ruolo che Washington vorrebbe affibbiare loro, oppure preferiranno unirsi a Pechino per creare una “sfera di co-prosperità” asiatica?»

È un dilemma che non ha ancora trovato risposta. L’India sembrava più vicina alla Cina qualche anno fa, quando entrò nel gergo comune degli addetti ai lavori il termine “Cindia”. Al contrario, il Giappone che qualche anno fa pareva nemico irriducibile di Pechino oggi gli si sta riavvicinando. La situazione è fluida e difficile da decifrare, ma la sensazione è che Nuova Delhi e Tokio cercheranno la vincita sicura: aspetteranno di capire con certezza chi avrà la meglio tra Cina e USA, e solo allora punteranno tutto sul cavallo vincente.

Spostiamoci infine Oltreoceano, dove comunque i grandi attori sono sempre gli stessi. Nel libro scrive che Obama sembra deciso a recuperare l’influenza sul “cortile di casa”, e con qualsiasi mezzo. Russia e Cina, invece, offrono una sponda diplomatica alle nuove potenze emergenti come Brasile e Venezuela. I prossimi conflitti sono programmati?

Il Sudamerica è storicamente un’area molto pacifica. Ma ciò è dovuto anche alla sua storia di marginalità nel quadro geopolitico, ed all’egemonia a lungo incontrastata degli USA. Oggi questi due fattori stanno venendo meno. In Sudamerica sta emergendo una grande potenza mondiale – il Brasile – mentre il controllo degli USA sul “cortile di casa” è stato seriamente intaccato. Cina e Russia si fanno beffe della Dottrina Monroe, punto fermo della strategia statunitense da un paio di secoli. Washington passerà all’azione, o meglio alla reazione, e non sappiamo ancora quali strumenti sceglierà.

Maggiore integrazione economica? L’ALCA è stato bocciato da quasi tutti i paesi sudamericani.

Legami militari? In Sudamerica la Russia ha superato gli USA nell’esportazione di armi.

Influenza culturale? I sentimenti anti-statunitensi, tradizionalmente radicati nell’area, appaiono al massimo storico, ed il risveglio della comunità indigena porta ad una riscoperta del proprio retaggio più arcaico, piuttosto che all’adozione della way of life nordamericana.

Colpi di Stato? In Venezuela ci hanno provato ma fu un fallimento; un pesce molto più piccolo come l’Honduras è caduto nella rete, ma si ritrova quasi completamente isolato nella regione.

Guerre per procura? I paesi sudamericani sono molto restî a scendere in guerra tra loro, se non altro perché sono tutti instabili al loro interno e temono gravi contraccolpi domestici. Attorno alla Colombia la tensione sta montando, e molto decideranno le imminenti elezioni presidenziali. Santos ricorda per certi versi Saakašvili: è una testa calda, con lui tutto sarebbe possibile. Mockus, al contrario, cercherebbe la distensione coi vicini ed allenterebbe i legami con gli USA. In ogni caso, per Bogotà sarebbe una mossa come minimo azzardata andare in guerra coi vicini, quando non controlla neppure il proprio territorio nazionale.

Guerre in prima persona? Sono da escludersi almeno finché le truppe nordamericane rimangono impantanate in Iràq e Afghanistan. Anche dopo aver evacuato i due paesi mediorientali, l’esperienza inciderà negativamente sulla propensione alla guerra nei prossimi anni. Certo, non sono eventi traumatici come il Vietnam – avendovi preso parte soldati professionisti e non cittadini coscritti – ma il paese è comunque demoralizzato e le casse vuote. Inoltre i paesi sudamericani si stanno integrando: attaccarne uno significherebbe rovinare i rapporti con tutti.

Per tali ragioni, ritengo che nei prossimi anni Washington si limiterà a sovvenzionare e “pompare” a livello mediatico i propri campioni in loco: lo sta già facendo in Brasile, anche se difficilmente il Partito dei Lavoratori di Lula sarà scalzato dal potere. In qualche “repubblica delle banane” centroamericana potranno pure organizzare dei golpe, ma l’arma tradizionale dell’influenza nordamericana sui vicini meridionali appare sempre più spuntata.

La perdita dell’egemonia sul continente americano rappresenterà una svolta epocale per gli USA e la geopolitica mondiale. Gli Stati Uniti d’America, potenza continentale, hanno potuto inventarsi potenza marittima contando sull’isolamento conferito dall’assenza di nemici sulla terraferma: dal Novecento hanno perciò potuto proiettarsi con sicurezza sugli oceani e al di là degli stessi. Con l’emergere di forti rivali nelle Americhe, gli USA perderebbero uno dei loro storici vantaggi strategici: smetterebbero di essere “un’isola” geopolitica e ritornerebbero una potenza continentale.

Quali sono questi “rivali” che gli USA potranno trovare nel continente? Facile rispondere il Brasile, su tutti, che ha dimensioni e demografia adatte a sfidare la supremazia di Washington nell’emisfero occidentale. Facilissimo citare il “blocco bolivariano”, paesi che presi singolarmente sono deboli, ma che se dovessero riuscire ad unirsi, resi più forti dalla veemenza ideologica, creerebbero non pochi problemi ai gringos, come li chiamano loro. E non scordiamoci il Messico. Il Messico è una nazione molto grande, direttamente confinante con gli USA, e coltiva – anche se silenziosamente – storiche rivendicazioni territoriali sul sud degli Stati Uniti. La sua economia è in forte crescita: fra pochi anni sarà considerata una grande potenza, almeno in quest’ambito. Fatica a tenere sotto controllo la parte settentrionale del paese, ma è quella meno popolata e più povera. In compenso ha un’arma atipica. Samuel Huntington, poco prima di morire, lanciò un avvertimento ai propri connazionali: di guardarsi dall’enorme aumento numerico dei Latinos – per lo più messicani – negli USA. I Latinos sono concentrati in pochi Stati: California, Texas, Arizona, New Mexico ed anche Florida (qui si tratta di cubani e portoricani). Giungono in massa e tendono a conservare la propria lingua, la propria religione ed il proprio modo di vivere. Hanno già acquisito un ingente peso elettorale, ma in massima parte non sono integrati nella società statunitense. Nel Sud, i cartelli criminali del narcotraffico hanno costituito veri e propri “Stati nello Stato”, che spadroneggiano nei quartieri latini, sanno autofinanziarsi illecitamente tramite il traffico di droga e la prostituzione, hanno veri e propri eserciti armati fino ai denti. Un soggetto ideale per condurre una guerra asimmetrica, se se ne creassero le condizioni. Questi cartelli del narcotraffico hanno eguale potere al di là del confine, nel settentrione del Messico, e forti collusioni con le autorità di Città del Messico. Non è un caso che negli USA da alcuni anni stiano cercando d’arginare l’immigrazione e d’integrare i Latinos nella società, mentre in Messico non fanno nulla per dissuadere i propri cittadini dall’espatriare nelle terre che gli Statunitensi rubarono al Messico centocinquant’anni fa. La situazione è esplosiva, e qualche analista – come George Friedman – se n’è accorto.

Grazie per l’intervista.

Daniele Scalea

La Sfida Totale – Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali

Fuoco Edizioni, 186 pagine, 15 Euro.

Fonte: http://esreport.wordpress.com/2010/05/17/la-sfida-totale-intervista-a-daniele-scalea/.

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di Stefano Grazioli.

Tanti parlano e scrivono di geopolitica, pochi ne capiscono davvero qualcosa. Daniele Scalea è uno di questi. Giovane, 25 anni e una laurea in Scienze storiche alla Statale di Milano, Daniele Scalea - che già da qualche anno é nella redazione di Eurasia - ha esordito con un opera di grande spessore (un assaggio sul sito), dimostrando che le sponde del Lago Maggiore (vive a Cannobio) possono diventare un osservatorio privilegiato per capire e spiegare le vicende del Mondo che ci circonda.

A confermarlo non sono tanto io, quanto chi ha scritto la prefazione del nuovo libro di Daniele, “La sfida totale – Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali” (Fuoco Edizioni), e cioè il generale Fabio Mini, uno che ne capisce: “Si potrebbe tranquillamente dire che Daniele Scalea ha scritto un trattato di alta Geopolitica. Ha descritto il mondo attuale cercando di interpretarlo alla luce delle teorie classiche della Geopolitica confermandone, e ce n’era bisogno, la validità metodologica. Ha preso in esame tutti i grandi attori mondiali e dopo una panoramica appassionata, non c’è nient’altro da dire”.

Ecco, non aggiungo altro nemmeno io. Consiglio solo di correre in libreria o ordinare il libro via internet direttamente dall’editore. E di leggere con attenzione la lunga intervista che gentilmente che l’autore ci ha concesso.

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Rovesciamo la bottiglia e partiamo dal fondo. Lei conclude il suo libro scrivendo che la nascita del Nuovo Mondo, o perlomeno la ristrutturazione geopolitica di quello vecchio, potrebbe essere oltremodo complicata: in sostanza il passaggio da un sistema semi-unipolare a uno multipolare rischia di produrre dolorose frizioni dovute al fatto che la potenza egemone – gli Stati Uniti – opporrà resistenza alla perdita del proprio potere. La “sfida totale” ha già vincitori e vinti?

La tendenza storica del post-Guerra Fredda marcia contro gli USA. Negli anni ’90 la geopolitica mondiale ha vissuto il suo “momento unipolare”, e tutto sembrava girare per il verso giusto, dalla prospettiva di Washington. Ma già si covava quanto sarebbe venuto. L’ultimo decennio ha visto l’emergere a livello economico, strategico ed infine anche politico di veri e propri competitori della “unica superpotenza rimasta”: il riferimento è prima di tutto a Cina e Russia, ma una menzione la meritano pure India, Brasile, Giappone. Il sogno della “fine della storia” è svanito. Gli USA hanno tentato, sotto Bush, un ultimo brutale tentativo di mantenere la propria supremazia incontrastata: il progetto di “guerra infinita”, che avrebbe dovuto annichilire come un rullo compressore tutti i possibili nemici e competitori, ma che si è arenato già sui primi due scogli incontrati, ossia Afghanistan e Iràq. L’ordine mondiale odierno è “semi-unipolare”, con Washington ancora potenza egemone, ma più per la cautela dei suoi rivali che per la propria forza ed autorità. La crisi finanziaria del 2008 è partita dagli USA ed ha mandato parzialmente in frantumi quell’ordine economico su cui si fonda gran parte del potere di Washington. Tutto lascia supporre che si concretizzerà il ritorno ad un vero e proprio ordine “multipolare”, e questa è anche la mia previsione.

Però …come spesso accade c’è un “però”. Uno degli errori più comuni del nostro tempo è quello di percepire le tendenze come fattori fissi ed immutabili, quando in realtà sono contingenti. Come sosteneva Hume, l’uomo è portato a credere in ciò che è abituato a vedere, ossia ad assolutizzare il contingente. Ma le inversioni di tendenza sono sempre possibili. Gli Stati Uniti non hanno accettato e difficilmente accetteranno il ruolo di ex egemone in declino. A meno d’implosioni interne del tipo pronosticato da Igor Panarin, riusciranno ad opporre resistenza, ed hanno molto frecce al loro arco se non per bloccare, quanto meno per rallentare la transizione al mondo multipolare: ricordiamo, tra i principali, il poderoso strumento militare (che spesso fa cilecca, ma per capacità di proiezione globale non ha pari), la “egemonia del dollaro” (Henry Liu), la centralità nel sistema finanziario, l’influenza culturale. Già il secolo scorso la supremazia delle talassocrazie anglosassoni fu sfidata, prima dal Reich tedesco e poi dall’Unione Sovietica, e sappiamo bene tutti come andò a finire. Meglio non vendere la pelle dell’orso (o le penne dell’aquila, se vogliamo esser più precisi nell’allegoria zoologica) prima d’averlo ucciso. Certo però che questi USA d’inizio XXI secolo paiono solo la copia sbiadita della superpotenza del ventesimo: molta della loro grandezza deriva dall’eredità delle generazioni passate, e quando sono chiamati a difenderla non sembrano all’altezza del proprio rango senza pari.

E ora dall’inizio, tuffandoci un po’ nel passato. L’attacco al cuore della Terra, all’Heartland, che gli Stati Uniti hanno attuato su quattro direttrici (sovversione politica, espansione militare, risorse energetiche, supremazia nucleare): può sintetizzare?

La strategia statunitense, quanto meno dagli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale in poi (e forse anche da prima), è fortemente ispirata ai princìpi della geopolitica. L’Heartland (H. Mackinder) è una delle categorie basilari di questa disciplina: è la Terra-cuore, il centro del continente eurasiatico, storicamente impermeabile alla potenza marittima – quest’ultima incarnata prima dall’Impero britannico e poi dal “imperialismo informale” statunitense. L’Heartland è occupato dalla Russia, che rappresenta perciò stesso il principale ostacolo e minaccia potenziale all’egemonia della potenza talassocratica, ossia marittima, degli USA. Dalla fine della Guerra Fredda ad oggi, Washington e Mosca hanno più volte tentato approcci amichevoli, ma tutti sono finiti male. All’arrendevolezza di El’cin si rispose con lo smembramento della Jugoslavia, ed i Russi reagirono portando al Cremlino un certo Vladimir Putin. Le sue aperture dopo l’11 settembre sono state ripagate con la penetrazione statunitense in Asia Centrale, nel “cortile di casa” russo. Anche l’attuale recentissimo idillio tra Obama e Medvedev durerà poco. Nessuno vuole sfociare nel determinismo, ma la geografia è un fattore importante nella vicenda umana, ed in questo caso la geografia condanna Russia e USA ad essere, almeno nello scenario attuale, quasi sempre nemici.

Dagli anni ’90 ad oggi gli Statunitensi, sulla scia di teorizzazioni come quelle di Zbigniew Brzezinski, lungi dall’allentare la morsa su Mosca hanno cercato di sfruttare il crollo dell’URSS per neutralizzare definitivamente la minaccia russa. Le “direttrici d’attacco”, come da lei sottolineato, sono state quattro:

a) la sovversione politica: tramite la CIA, enti pubblici o semi-pubblici come il National Endowment for Democracy o U.S. Aid, e finte ONG gli USA hanno orchestrato una serie di colpi di Stato in giro per l’ex area d’influenza moscovita, allo scopo d’insediare quanti più governi filo-atlantici e russofobi fosse possibile. I casi più celebri: Serbia, Georgia, Ucraìna, Kirghizistan. Ci hanno provato persino in Bielorussia e in Russia (leggi Kaspàrov), ma non è andata bene. I governanti locali si sono fatti furbi ed hanno iniziato a porre una serie di restrizioni alle attività d’organizzazioni straniere nei propri paesi. Gli ultimi eventi in Ucraìna e Kirghizistan fanno pensare che l’ondata di “rivoluzioni colorate” sia ormai in fase di risacca;

b) l’espansione militare: la NATO si potrebbe definire come l’alleanza che lega l’egemone statunitense ai paesi ad esso subordinati. Non è qualitativamente diversa dalla Lega Delio-Attica capeggiata da Atene, o dalle varie alleanze italiche di Roma. Un’alleanza non certo tra pari. Nata in funzione anti-sovietica, scioltasi l’URSS non solo non ha chiuso i battenti ma si è allargata verso est, fino ai confini della Russia. La nuova dottrina militare russa cita espressamente la NATO tra le minacce per il paese;

c) le risorse energetiche: una potente leva strategica per la Russia è costituita dalla sua centralità nel commercio energetico intra-eurasiatico. Gli USA hanno cercato di sminuirla facendo dell’Asia Centrale un competitore di Mosca, tramite gasdotti e oledotti alternativi che scavalcassero il territorio russo. L’impossibilità di costruire la condotta trans-afghana, il ridotto impatto del BTC ed il fallimento annunciato del Nabucco chiariscono che il progetto, almeno per ora, non ha avuto successo;

d) la supremazia nucleare: è un punto sovente ignorato dai commentatori occidentali. Si definisce “supremazia nucleare” la capacità d’uno Stato di vincere una guerra atomica senza subire danni eccessivi, ossia di sferrare un “primo colpo” (first strike) parando la successiva rappresaglia. Quando si dispone di migliaia di testate e missili nucleari, come gli USA, è facile annientare un rivale con una guerra atomica: il grosso problema è riuscire ad evitare d’essere annientati a propria volta se il nemico, come la Russia, ha a sua volta migliaia di armi nucleari con cui rispondere. Ecco dunque l’idea dello scudo ABM (anti-missili balistici), il sogno di Reagan riesumato da Bush e per niente accantonato da Obama. Resterà ancora a lungo una delle principali pietre della discordia tra Mosca e Washington. Infatti, il Cremlino non si beve la storia che lo scudo ABM sia rivolto contro l’Iràn e la Corea del Nord, e nel mio libro spiego dettagliatamente il perché.

Lei si sofferma sulla politica estera statunitense dell’ultimo decennio sviscerando le differenze tra idealisti e realisti alla Casa Bianca. Cosa ha cambiato l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca?

Ha cambiato molto, ma probabilmente meno di quello che avrebbe potuto se non ci fosse stata la crisi finanziaria del 2008. Obama era portatore d’una geostrategia alternativa a quella neoconservatrice, meno fissata sul Vicino e Medio Oriente e più attenta agli equilibri globali nel loro complesso. Essa comprendeva anche una non dichiarata strategia anti-russa di tipo brzezinskiana. La stessa distensione con l’Iràn era ed è mirata soprattutto a rivolgere la potenza persiana contro Mosca in funzione di contenimento sul fianco meridionale.

Inutile dire che la crisi ha scompaginato i piani. Gli USA si sono ritrovati con l’acqua alla gola, ed Obama s’è accontentato di cercare di salvarne la supremazia mondiale. L’ideologismo di Bush è stato sostituito con un po’ di sana Realpolitik, e la minaccia ed uso della forza militare sono oggi stemperate dal ricorso alla diplomazia come via prediletta. Ma ciò non è sufficiente. Washington, capendo di non farcela più da sola, sta cercando di cooptare qualche grande potenza come stampella della propria egemonia. All’inizio Obama ha cercato di formare il famoso “G-2” con la Cina, ma ben presto la tensione ha preso a montare ed oggi Washington e Pechino si guardano in cagnesco come non succedeva da decenni. Così Obama ha messo nel mirino la Cina, ed ha pensato bene di corteggiare la Russia. Il “leviatano” talassocratico ed il “behemoth” tellurocratico si sono già trovati fianco a fianco contro una potenza del Rimland, ossia del margine continentale dell’Eurasia (mi riferisco alla Germania nel secolo scorso), ma non credo che ciò si ripeterà oggi. Gli USA superpotenza avrebbero potuto cooptare la Russia di El’cin e del primo Putin, ma si sono rivelati troppo avidi di potere ed hanno finito con l’allontanarla. Oggi sono ancora la potenza egemone, e perciò suscitano invidia ed ostilità, ma sono un egemone zoppo, e dunque appoggiarlo non dà più gli stessi vantaggi d’un tempo. Allearsi con qualcuno che ti vorrebbe come stampella del suo potere traballante non è una prospettiva così allettante. Il Cremlino prenderà altre strade. Solo quando gli USA si saranno ridimensionati al rango di grande potenza inter pares, allora si potrà ridiscutere d’alleanze strategiche.

L’8 dicembre 1991 i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia, riuniti a Brest, proclamarono la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che Gorbačev fu costretto ad accettare suo malgrado. L’ex presidente russo Vladimir Putin, ora primo ministro, ha affermato che la dissoluzione dell’Urss è la stata la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo. È d’accordo?

Il termine “catastrofe” sottintende un giudizio di valore, e dunque è soggettivo. Restando sul merito, è indubbio che il crollo dell’URSS, ossia della potenza terrestre dell’Heartland che conteneva la superpotenza marittima, è stato un evento epocale. E dal punto di vista dei Russi, non si può che considerare catastrofico. Ma non solo dal loro. Il crollo della diga sovietica – una diga criticabile e controversa fin quanto si vuole – ha aperto la strada al tentativo egemonico degli USA, col suo contorno di prevaricazione e guerre. Per gli Statunitensi la disgregazione dell’URSS è stata un successo, per i Polacchi una benedizione, per i Cubani, i Siriani o i Palestinesi una disgrazia.

Vladimir Putin è stato, tra luci ed ombre, il simbolo della ritorno della Russia sulla Grande Scacchiera. Lei scrive che la “Dottrina Putin” può essere interpretata come un realismo in salsa russa, fondato sull’accorta tessitura d’alleanze intra-continentali con la Cina, l’India, l’Iran, la Turchia e l’Europa Occidentale. Cioè?

Ho ripreso la definizione che cita da Tiberio Graziani, direttore della rivista “Eurasia”. In Russia, dopo la fine del comunismo sono emerse due visioni ideologiche: quella eurasiatica, che vede negli USA il nemico storico da combattere ad ogni costo, e quella occidentalista, che vede nell’Ovest il beniamino da emulare e compiacere ad ogni costo. La Dottrina Putin esula da questi schemi e si pone nel mezzo degli “opposti estremismi”. Putin ha adottato linguaggi e formalità cari agli occidentali, ed ha a lungo considerato prioritari i rapporti con l’Europa e gli USA. Ma non è mai stato arrendevole e rinunciatario, non ha mai rinunciato a difendere il ruolo della Russia nel mondo ed il suo “spazio vitale” nell’Heartland. Quando ha verificato che con Washington non c’erano spazi di dialogo, si è rivolto altrove. Le alleanze intra-continentali da lei citate servono a creare un “secondo anello di sicurezza” (il primo dovrebbe essere il “estero vicino”) attorno alla Russia. L’obiettivo finale è estromettere la talassocrazia, ossia gli USA, dall’intera massa continentale eurasiatica, per mettere definitivamente in sicurezza la Russia.

Secondo Parag Khanna i “tre imperi” del nuovo mondo multipolare sarebbero Usa, Cina e Unione Europea, mentre la Russia farebbe parte del “secondo mondo”. Lei non è d’accordo. Perché?

Perché la visione di Parag Khanna si fonda sostanzialmente su valutazioni di tipo economico e sulle sue simpatie personali. L’economia è importante ma non rivela tutto. Ad esempio, l’Unione Europea, si sa, è un gigante economico ma un nano politico. Non è neppure uno Stato, bensì un’accozzaglia di Stati nazionali che, come stanno dimostrando gli eventi attuali, in mezzo alla tempesta preferiscono pensare ognuno per sé. La Russia ha un ingente patrimonio geopolitico, in termini geografici, militari ed energetici, che può giocare efficacemente sulla grande scacchiera mondiale. Mosca è ancora al centro della politica internazionale, considerarla parte del “secondo mondo” è ingiustificato.

La Cina è e sarà comunque uno dei protagonisti di questo secolo e intorno al ruolo di Pechino si gioca ovviamente il futuro di Washington. Riprendo allora le sue parole: «Per gli Usa il contenimento della Cina dovrebbe avvenire attraverso due “cani da guardia” posti al suo fianco: l’India e il Giappone. Davvero Nuova Delhi e Tokio sono disposti a ricoprire il ruolo che Washington vorrebbe affibbiare loro, oppure preferiranno unirsi a Pechino per creare una “sfera di co-prosperità” asiatica?»

È un dilemma che non ha ancora trovato risposta. L’India sembrava più vicina alla Cina qualche anno fa, quando entrò nel gergo comune degli addetti ai lavori il termine “Cindia”. Al contrario, il Giappone che qualche anno fa pareva nemico irriducibile di Pechino oggi gli si sta riavvicinando. La situazione è fluida e difficile da decifrare, ma la sensazione è che Nuova Delhi e Tokio cercheranno la vincita sicura: aspetteranno di capire con certezza chi avrà la meglio tra Cina e USA, e solo allora punteranno tutto sul cavallo vincente.

Spostiamoci infine Oltreoceano, dove comunque i grandi attori sono sempre gli stessi. Nel libro scrive che Obama sembra deciso a recuperare l’influenza sul “cortile di casa”, e con qualsiasi mezzo. Russia e Cina, invece, offrono una sponda diplomatica alle nuove potenze emergenti come Brasile e Venezuela. I prossimi conflitti sono programmati?

Il Sudamerica è storicamente un’area molto pacifica. Ma ciò è dovuto anche alla sua storia di marginalità nel quadro geopolitico, ed all’egemonia a lungo incontrastata degli USA. Oggi questi due fattori stanno venendo meno. In Sudamerica sta emergendo una grande potenza mondiale – il Brasile – mentre il controllo degli USA sul “cortile di casa” è stato seriamente intaccato. Cina e Russia si fanno beffe della Dottrina Monroe, punto fermo della strategia statunitense da un paio di secoli. Washington passerà all’azione, o meglio alla reazione, e non sappiamo ancora quali strumenti sceglierà.

Maggiore integrazione economica? L’ALCA è stato bocciato da quasi tutti i paesi sudamericani.

Legami militari? In Sudamerica la Russia ha superato gli USA nell’esportazione di armi.

Influenza culturale? I sentimenti anti-statunitensi, tradizionalmente radicati nell’area, appaiono al massimo storico, ed il risveglio della comunità indigena porta ad una riscoperta del proprio retaggio più arcaico, piuttosto che all’adozione della way of life nordamericana.

Colpi di Stato? In Venezuela ci hanno provato ma fu un fallimento; un pesce molto più piccolo come l’Honduras è caduto nella rete, ma si ritrova quasi completamente isolato nella regione.

Guerre per procura? I paesi sudamericani sono molto restî a scendere in guerra tra loro, se non altro perché sono tutti instabili al loro interno e temono gravi contraccolpi domestici. Attorno alla Colombia la tensione sta montando, e molto decideranno le imminenti elezioni presidenziali. Santos ricorda per certi versi Saakašvili: è una testa calda, con lui tutto sarebbe possibile. Mockus, al contrario, cercherebbe la distensione coi vicini ed allenterebbe i legami con gli USA. In ogni caso, per Bogotà sarebbe una mossa come minimo azzardata andare in guerra coi vicini, quando non controlla neppure il proprio territorio nazionale.

Guerre in prima persona? Sono da escludersi almeno finché le truppe nordamericane rimangono impantanate in Iràq e Afghanistan. Anche dopo aver evacuato i due paesi mediorientali, l’esperienza inciderà negativamente sulla propensione alla guerra nei prossimi anni. Certo, non sono eventi traumatici come il Vietnam – avendovi preso parte soldati professionisti e non cittadini coscritti – ma il paese è comunque demoralizzato e le casse vuote. Inoltre i paesi sudamericani si stanno integrando: attaccarne uno significherebbe rovinare i rapporti con tutti.

Per tali ragioni, ritengo che nei prossimi anni Washington si limiterà a sovvenzionare e “pompare” a livello mediatico i propri campioni in loco: lo sta già facendo in Brasile, anche se difficilmente il Partito dei Lavoratori di Lula sarà scalzato dal potere. In qualche “repubblica delle banane” centroamericana potranno pure organizzare dei golpe, ma l’arma tradizionale dell’influenza nordamericana sui vicini meridionali appare sempre più spuntata.

La perdita dell’egemonia sul continente americano rappresenterà una svolta epocale per gli USA e la geopolitica mondiale. Gli Stati Uniti d’America, potenza continentale, hanno potuto inventarsi potenza marittima contando sull’isolamento conferito dall’assenza di nemici sulla terraferma: dal Novecento hanno perciò potuto proiettarsi con sicurezza sugli oceani e al di là degli stessi. Con l’emergere di forti rivali nelle Americhe, gli USA perderebbero uno dei loro storici vantaggi strategici: smetterebbero di essere “un’isola” geopolitica e ritornerebbero una potenza continentale.

Quali sono questi “rivali” che gli USA potranno trovare nel continente? Facile rispondere il Brasile, su tutti, che ha dimensioni e demografia adatte a sfidare la supremazia di Washington nell’emisfero occidentale. Facilissimo citare il “blocco bolivariano”, paesi che presi singolarmente sono deboli, ma che se dovessero riuscire ad unirsi, resi più forti dalla veemenza ideologica, creerebbero non pochi problemi ai gringos, come li chiamano loro. E non scordiamoci il Messico. Il Messico è una nazione molto grande, direttamente confinante con gli USA, e coltiva – anche se silenziosamente – storiche rivendicazioni territoriali sul sud degli Stati Uniti. La sua economia è in forte crescita: fra pochi anni sarà considerata una grande potenza, almeno in quest’ambito. Fatica a tenere sotto controllo la parte settentrionale del paese, ma è quella meno popolata e più povera. In compenso ha un’arma atipica. Samuel Huntington, poco prima di morire, lanciò un avvertimento ai propri connazionali: di guardarsi dall’enorme aumento numerico dei Latinos – per lo più messicani – negli USA. I Latinos sono concentrati in pochi Stati: California, Texas, Arizona, New Mexico ed anche Florida (qui si tratta di cubani e portoricani). Giungono in massa e tendono a conservare la propria lingua, la propria religione ed il proprio modo di vivere. Hanno già acquisito un ingente peso elettorale, ma in massima parte non sono integrati nella società statunitense. Nel Sud, i cartelli criminali del narcotraffico hanno costituito veri e propri “Stati nello Stato”, che spadroneggiano nei quartieri latini, sanno autofinanziarsi illecitamente tramite il traffico di droga e la prostituzione, hanno veri e propri eserciti armati fino ai denti. Un soggetto ideale per condurre una guerra asimmetrica, se se ne creassero le condizioni. Questi cartelli del narcotraffico hanno eguale potere al di là del confine, nel settentrione del Messico, e forti collusioni con le autorità di Città del Messico. Non è un caso che negli USA da alcuni anni stiano cercando d’arginare l’immigrazione e d’integrare i Latinos nella società, mentre in Messico non fanno nulla per dissuadere i propri cittadini dall’espatriare nelle terre che gli Statunitensi rubarono al Messico centocinquant’anni fa. La situazione è esplosiva, e qualche analista – come George Friedman – se n’è accorto.

Grazie per l’intervista.

Daniele Scalea

La Sfida Totale – Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali

Fuoco Edizioni, 186 pagine, 15 Euro.

Fonte: http://esreport.wordpress.com/2010/05/17/la-sfida-totale-intervista-a-daniele-scalea/.

lunedì 17 maggio 2010

Afghanistan. Morire in attesa della “exit strategy”. Ovvero, ingloriosa ritirata


Arriva la notizia, temuta ma attesa. Attesa non fosse altro perché in Afghanistan si muore anche quando a morire non sono italiani ma “semplicemente” civili afghani. L’Italia sta combattendo in terra d’Asia, una guerra iniziata contro il terrorismo di Alqaida, ma che si è trasformata in una vera e propria guerra per interessi strategici ed economici americani.

Una guerra guerreggiata che nel complesso panorama afghano, si combatte al’interno o ai margini, se non addirittura “dentro”, una vera e propria guerra civile.

luttoOggi altri due morti “innocenti” sulla coscienza dei governanti italiani. Domani, quando arriveranno le bare coperte dal tricolore, si manifesterà la solita ipocrisia istituzionale e si ascolteranno le solite parole quale libertà, sicurezza, terrorismo. Un vocabolario sapientemente selezionato per nascondere la verità agli italiani, e cioè, che da almeno tre anni le nostre truppe in Afghanistan non combattono Alqaida, ma semplicemente combattono una guerra vera e propria per ragioni tutt’altro che nobili.

Il cordoglio delle morti italiane però, a differenza di quanti già da oggi parleranno di lotta al terrorismo, di morti “purtroppo” necessarie e di legittimità dell’intervento armato contro uno stato sovrano, ci spinge ad una riflessione sulla questione.

Appare impossibile, anche cercando con meticolosa attenzione sui media nazionali, un articolo o un reportage che non affermi la legittimità dell’intervento. Il senso della realtà degli accadimenti afghani è appannato dalla retorica di stato che viene riproposto dai media nazionali.

Stiamo combattendo, secondo i media, una guerra “santa” contro il terrorismo e stiamo vincendo. Ma dopo 8 anni di guerra la domanda più semplice che sovviene è: ma se i terroristi vincono contro oltre centomila uomini addestrati ed equipaggiati con armi di terza e quarta generazione, contri chi combattono i “nostri”?

Contro gli afghani, chiamati ora talebani, ora insorti, ora terroristi, che combattono con armi non equiparabili a quelli dei loro nemici ma che combattono con una motivazione che certamente gli occidantali non hanno, e cioè, lottano per la loro terra, perchè non vogliono stranieri sul loro territorio che impongono elezioni farsa e mettono al potere, un uomo, Karzai, poco affidale e fratello del primo trafficante di droga afghano e al soldo della CIA …

L'uomo degli USA

L'uomo degli USA

Karzai non controlla nulla e governa, si fa per dire, solo Kabul perché “coperto” dalle forze straniere di intervento, ed ha minor seguito di quanto non ne abbia il Mullah Muhammad Omar che senza elezioni “democratiche” , come pomposamente si riempiono la bocca i nostri rappresentanti, controlla oltre il 50% del territorio afghano.

Va da sé che mentre gli stranieri, Italia compresa, passano il tempo a “proteggere” Karzai e loro stessi, sempre più gli afghani ritengono affidabile la governance dei baroni della guerra perché garantiscono loro sicurezza politica rurale e governance di base.

E qui che il nemico degli occidentali, ovvero quelli che ancora ed impropriamente vengono definiti talebani, ottengono dalla popolazione una maggiore considerazione.

E ciò non soltanto per le “vittorie” che possono vantare contro gli Usa ed i loro alleati, ma anche perche i ribelli afghani hanno notevolmente aumentato la loro presenza nelle aree “di controllo USA”, definiti in termine militare “bolle di sicurezza”, e attuato una efficiente campagna di assistenza popolare.

Per gli afghani la vittoria finale non può che andare che agli afghani. E’ così da centinaia di anni. Gli inglesi prima ed i russi negli anni ottanta, ha sperimentato la vergogna delle ritirate. Tutti gli eserciti che hanno pensato di invadere l’Afghanistam hanno finito per pagare prezzi salatissimi con ritirate ingloriose.

Ora è il turno degli Usa e degli italiani.

Nelle aree in cui gli insorti hanno aumentato la loro presenza militare le vittime causate dalla NATO o del personale del governo afghano sono aumentate in modo esponenziale, e ormai gli afghani cominciano, molto tempo prima degli occidentali, a fare calcoli per il futuro che vede inesorabilmente la ritirata degli eserciti stranieri dall’Afghanistan.

Viene definita “exit strategy” , eufemismo per nascondere il fallimento politico e militare, ovvero, disfatta.

Karzai, se rimarrà ancora lui il “pupo” in mano agli Usa, sarà lasciato inesorabilmente nelle mani dei lupi afghani che in tempi sovietici, erano alleati degli americani.

Il gioco delle tre carte americano. Ma stavolta agli Usa non è servito aver pagato, all’inizio della guerra, alcuni signori della guerra per assicurarsi la vittoria.

Secondo quanto dichiarato da Hanif Shah Hosseini, un membro del parlamento afgano a The Wall Street Journal “All’inizio del conflitto, tutti appoggiavano glia americani. Ma ora la maggioranza degli afghani non credono più ad una vittoria americana e si aspettano che si ritirino dal paese. Per gli afghani quindi, l’interlocutore privilegiato per il futuro, sono i così detti talebani.

Per i governi occidentali presenti sul teatro c’è da fare un’ultima considerazione. Ormai sono i militari ad aver preso la mano al tavolo del gioco afghano.

Per L’italia sarà una Caporetto, per gli inglesi una riproposizione della fuga del settecento, per gli altri eserciti una disfatta “asiatica”, mentre per gli americani semplicemente un altro… Vietnam.

Fonte: Osservatorio Sicilia

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Arriva la notizia, temuta ma attesa. Attesa non fosse altro perché in Afghanistan si muore anche quando a morire non sono italiani ma “semplicemente” civili afghani. L’Italia sta combattendo in terra d’Asia, una guerra iniziata contro il terrorismo di Alqaida, ma che si è trasformata in una vera e propria guerra per interessi strategici ed economici americani.

Una guerra guerreggiata che nel complesso panorama afghano, si combatte al’interno o ai margini, se non addirittura “dentro”, una vera e propria guerra civile.

luttoOggi altri due morti “innocenti” sulla coscienza dei governanti italiani. Domani, quando arriveranno le bare coperte dal tricolore, si manifesterà la solita ipocrisia istituzionale e si ascolteranno le solite parole quale libertà, sicurezza, terrorismo. Un vocabolario sapientemente selezionato per nascondere la verità agli italiani, e cioè, che da almeno tre anni le nostre truppe in Afghanistan non combattono Alqaida, ma semplicemente combattono una guerra vera e propria per ragioni tutt’altro che nobili.

Il cordoglio delle morti italiane però, a differenza di quanti già da oggi parleranno di lotta al terrorismo, di morti “purtroppo” necessarie e di legittimità dell’intervento armato contro uno stato sovrano, ci spinge ad una riflessione sulla questione.

Appare impossibile, anche cercando con meticolosa attenzione sui media nazionali, un articolo o un reportage che non affermi la legittimità dell’intervento. Il senso della realtà degli accadimenti afghani è appannato dalla retorica di stato che viene riproposto dai media nazionali.

Stiamo combattendo, secondo i media, una guerra “santa” contro il terrorismo e stiamo vincendo. Ma dopo 8 anni di guerra la domanda più semplice che sovviene è: ma se i terroristi vincono contro oltre centomila uomini addestrati ed equipaggiati con armi di terza e quarta generazione, contri chi combattono i “nostri”?

Contro gli afghani, chiamati ora talebani, ora insorti, ora terroristi, che combattono con armi non equiparabili a quelli dei loro nemici ma che combattono con una motivazione che certamente gli occidantali non hanno, e cioè, lottano per la loro terra, perchè non vogliono stranieri sul loro territorio che impongono elezioni farsa e mettono al potere, un uomo, Karzai, poco affidale e fratello del primo trafficante di droga afghano e al soldo della CIA …

L'uomo degli USA

L'uomo degli USA

Karzai non controlla nulla e governa, si fa per dire, solo Kabul perché “coperto” dalle forze straniere di intervento, ed ha minor seguito di quanto non ne abbia il Mullah Muhammad Omar che senza elezioni “democratiche” , come pomposamente si riempiono la bocca i nostri rappresentanti, controlla oltre il 50% del territorio afghano.

Va da sé che mentre gli stranieri, Italia compresa, passano il tempo a “proteggere” Karzai e loro stessi, sempre più gli afghani ritengono affidabile la governance dei baroni della guerra perché garantiscono loro sicurezza politica rurale e governance di base.

E qui che il nemico degli occidentali, ovvero quelli che ancora ed impropriamente vengono definiti talebani, ottengono dalla popolazione una maggiore considerazione.

E ciò non soltanto per le “vittorie” che possono vantare contro gli Usa ed i loro alleati, ma anche perche i ribelli afghani hanno notevolmente aumentato la loro presenza nelle aree “di controllo USA”, definiti in termine militare “bolle di sicurezza”, e attuato una efficiente campagna di assistenza popolare.

Per gli afghani la vittoria finale non può che andare che agli afghani. E’ così da centinaia di anni. Gli inglesi prima ed i russi negli anni ottanta, ha sperimentato la vergogna delle ritirate. Tutti gli eserciti che hanno pensato di invadere l’Afghanistam hanno finito per pagare prezzi salatissimi con ritirate ingloriose.

Ora è il turno degli Usa e degli italiani.

Nelle aree in cui gli insorti hanno aumentato la loro presenza militare le vittime causate dalla NATO o del personale del governo afghano sono aumentate in modo esponenziale, e ormai gli afghani cominciano, molto tempo prima degli occidentali, a fare calcoli per il futuro che vede inesorabilmente la ritirata degli eserciti stranieri dall’Afghanistan.

Viene definita “exit strategy” , eufemismo per nascondere il fallimento politico e militare, ovvero, disfatta.

Karzai, se rimarrà ancora lui il “pupo” in mano agli Usa, sarà lasciato inesorabilmente nelle mani dei lupi afghani che in tempi sovietici, erano alleati degli americani.

Il gioco delle tre carte americano. Ma stavolta agli Usa non è servito aver pagato, all’inizio della guerra, alcuni signori della guerra per assicurarsi la vittoria.

Secondo quanto dichiarato da Hanif Shah Hosseini, un membro del parlamento afgano a The Wall Street Journal “All’inizio del conflitto, tutti appoggiavano glia americani. Ma ora la maggioranza degli afghani non credono più ad una vittoria americana e si aspettano che si ritirino dal paese. Per gli afghani quindi, l’interlocutore privilegiato per il futuro, sono i così detti talebani.

Per i governi occidentali presenti sul teatro c’è da fare un’ultima considerazione. Ormai sono i militari ad aver preso la mano al tavolo del gioco afghano.

Per L’italia sarà una Caporetto, per gli inglesi una riproposizione della fuga del settecento, per gli altri eserciti una disfatta “asiatica”, mentre per gli americani semplicemente un altro… Vietnam.

Fonte: Osservatorio Sicilia

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sabato 24 aprile 2010

Gli accordi franco-italiani e l’uso strategico del piano di salvataggio della Grecia

Gli accordi franco-italiani e l’uso strategico del piano di  salvataggio della Grecia

Fonte: http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=18740

19 Aprile 2010. Articolo originale in inglese, pubblicato su WSWS il 12 aprile 2010

Il vertice franco-italiano a Parigi, il 9 aprile, tra il primo ministro italiano Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy, ha portato i due leader a firmare una serie di accordi militari e industriali e a dichiarazioni congiunte sulla crisi politica in Europa. I due leader hanno manifestato a favore degli aiuti alla Grecia e messo in guardia contro gli sforzi per sviluppare un asse tedesco-russo.

Si è concluso, in questo vertice, un accordo di ampia portata in materia di energia nucleare. Il gruppo dell’energia nucleare francese Areva, ha siglato un accordo con la società italiana Ansaldo Nucleare (società controllata dal gruppo industriale italiano Finmeccanica) nell’ingegneria nucleare e nella fabbricazione di componenti di reattori di progettazione francese. Areva e il governo francese hanno, inoltre, accettato di formare i tecnici nucleari italiani. L’impresa di proprietà statale EDF (Electricité de France) e il gruppo energetico italiano Enel, hanno creato una joint venture per costruire, a partire dal 2013, quattro centrali nucleari.

L’Italia non ha fatto ricorso all’energia nucleare dal disastro nucleare di Chernobyl nel 1986. Il quotidiano italiano La Repubblica ha osservato che Berlusconi “ha riconosciuto la necessità di convincere l’opinione pubblica circa la sicurezza delle future centrali nucleari“.

L’Italia importa l’80 per cento del suo fabbisogno energetico, compresa una notevole quantità di energia elettrica dai 58 impianti nucleari francesi. Berlusconi spera di migliorare la competitività producendo energia più economica nel paese. Ha assicurato che gli accordi permetteranno all’Italia di “risparmiare molti anni” nella ricerca in materia di competenze tecnologiche nella progettazione nucleare. Roma punta a produrre il 25 per cento del suo fabbisogno con l’energia nucleare entro il 2030, e ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas importato dalla Russia o dal Medio Oriente.

Per Parigi è stata l’occasione per vendere l’industria dell’energia nucleare francese, dopo aver perso il contratto con gli Emirati Arabi Uniti, del valore di 20 miliardi di dollari, in favore della compagnia pubblica sud-coreana Kepco.

La casa automobilistica francese Renault ha firmato un accordo con l’Enel per la costruzione di terminali per la ricarica dei veicoli elettrici. L’ENEL ha firmato un accordo, nel 2008, con la ditta tedesca Daimler che sta preparando un progetto di alleanza strategica con Renault-Nissan, per installare 400 stazioni di ricarica per le batterie dei veicoli elettrici a Roma, Milano e Pisa. Renault prevede di vendere veicoli elettrici in Europa a partire dalla fine di quest’anno.

Azienda nazionale francese delle ferrovie, SNCF, ha accettato di aprire la sua rete ferroviaria alla concorrenza delle Ferrovie dello Stato Italiane. La SNCF aveva suscitato preoccupazioni in Italia, con l’acquisizione di una partecipazione dell’operatore privato italiano NTV, che ha acquistato il suo materiale rotabile dal gruppo industriale francese Alstom.

Il vertice ha anche consentito alla Francia e l’Italia di sostenere un piano di salvataggio della Grecia indebitata, che la Germania, finora, ha fortemente contrastato. Un processo in corso, mentre la preoccupazione cresce circa la bancarotta dello stato greco, e per l’aumento dei tassi di interesse sul debito greco che superano il 7,5 per cento, più del doppio del tasso pagato dalla Germania.

L’8 aprile, i valori di alcune banche francesi, fortemente esposti al debito greco, e con le loro filiali in Grecia, sono crollati alla Borsa di Parigi. Il governatore della Banca di Francia, Christian Noyer, ha detto che le autorità francesi non avevano “alcuna particolare preoccupazione“, ma dato che le banche francesi sono esposte per un importo di circa 50 miliardi di euro del debito pubblico greco, hanno osservato “da vicino” la situazione.

Alla conferenza stampa dopo il vertice, Sarkozy e Berlusconi hanno chiesto un piano di aiuti alla Grecia, in conformità ai piani approvati dal vertice UE del 25-26 marzo, a Bruxelles. Berlusconi ha detto: “Siamo pienamente d’accordo sulla partecipazione della Grecia nella zona euro e sulla necessità di dare il nostro pieno sostegno, altrimenti ci saranno molte conseguenze negative per la nostra moneta“.

Sarkozy ha detto che “un [piano di sostegno era] stato approvato da tutti gli Stati della zona euro. Siamo pronti ad attivarci in qualsiasi momento per aiutare la Grecia.” Ha insistito: “è compito della Grecia e degli Stati dell’area dell’euro [...] decidere se sussistano le condizioni per attivarlo.” Ha poi aggiunto: “Ogni volta che l’Europa stava affrontando una crisi – la crisi finanziaria, la crisi ungherese, la crisi lettone – ogni volta l’Europa era in grado di rispondere in modo tempestivo. Che nessuno dubiti che sarà lo stesso nel caso della Grecia“.

Le osservazioni di Sarkozy sono arrivate quando molti funzionari europei premevano per un piano di assistenza per la Grecia. L’8 aprile, in una conferenza stampa, il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, ha dichiarato: “Il default della Grecia è fuori discussione“.

In un’intervista congiunta, rilasciata il 9 aprile, ai principali giornali europei, il Frankfurter Allgemeine Zeitung, De Standaard, El Pais e Le Monde, il Presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy, aveva richiesto un piano di assistenza e aveva precisato di “non aver chiesto il permesso a nessuno.”

Nell’intervista dell’8 aprile con Le Figaro, il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, ha dichiarato il punto di vista del suo governo sull’agenda del Vertice. Alla domanda se la Grecia era inserita nell’ordine del giorno della riunione, Frattini ha risposto: “Noi dobbiamo proclamare che il nostro sostegno sarà totale, non solo politicamente ma anche economicamente. Se vogliamo lasciare la Grecia al suo destino, i mercati potrebbero dedurne che la cosa toccherebbe altri paesi, a loro volta. Ciò indebolirebbe l’area dell’euro“.

Frattini non l’ha detto, ma l’Italia è a sua volta preoccupata per i suoi debiti. Questo è uno dei paesi con il più alto debito nella zona euro, pari al 116 per cento del PIL. Ha avuto delle difficoltà nel competere con le importazioni tedesche, da quando i due paesi condividono la stessa moneta. Nel 2005, dopo il fallito referendum sulla Costituzione europea, il ministro italiano degli affari sociali, Roberto Maroni, aveva preteso che l’Italia abbandonasse l’euro per tornare alla Lira.

Frattini e Le Figaro hanno parlato della crescente tensione strategica in Europa, compresa la gestione della guerra in Georgia nel 2008, quando il governo del presidente georgiano Mikhail Saakashvili, sostenuto dagli Stati Uniti, aveva attaccato le truppe russe in Ossezia del Sud, e teme che la Germania potrebbe sviluppare uno stretto rapporto con la Russia.

Alla domanda se era d’accordo con gli analisti che vedono “la Germania prendere le distanze nei confronti di Parigi“, Frattini ha dichiarato: “Francamente no. Non sarebbe, inoltre, nel suo interesse. Invece, la Germania, come l’Italia e la Francia, è interessata a fare di tutto per portare la Russia verso l’Europa. Ciò si è già verificato in crisi come quella della Georgia, dove Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy hanno lavorato mano nella mano. Francia e Italia sono, così, d’accordo nel mantenere il Consiglio NATO-Russia, che ha dato ottimi risultati.”

Al vertice di Parigi Italia e Francia hanno annunciato l’intenzione di intensificare la cooperazione miliare, con la creazione di un comune Brigata alpina”. L’Eliseo l’ha descritta come uno “stato maggiore integrato” in grado di “pianificare e condurre operazioni nelle regioni di montagna”, [...] in particolare in Afghanistan.” Alcune notizie di stampa hanno suggerito che sarebbe basata sul modello della brigata franco-tedesca, che ha 5.000 effettivi.

Italia e Francia già collaborano nello sviluppo di una nave da guerra di superficie di prossima generazione, la cosiddetta FREMM (Fregata Europea Multi-Missione) il cui varo è previsto per il 2012. I due paesi hanno inoltre firmato un accordo per sviluppare navi rifornimento di carburante delle navi della Marina.

Dei progetti volti ad aumentare la partecipazione franco-italiana all’occupazione dell’Afghanistan, a rafforzare la loro cooperazione con l’imperialismo statunitense e britannico, nonostante l’elevata impopolarità dell’occupazione della NATO, sia in Afghanistan che negli stessi paesi della NATO. Il governo olandese è caduto, in febbraio, sulla questione delle sue trattative segrete per mantenere le truppe in Afghanistan oltre la scadenza, prevista per la fine del 2010.

Un Libro verde pubblicato il 7 aprile dal Ministero della Difesa britannico, aveva chiesto una più stretta cooperazione miliare tra Gran Bretagna e gli altri paesi dell’Unione europea. Osservava che “Il ritorno della Francia nelle strutture integrate della NATO [nel 2009] ha permesso di moltiplicare una serie di opportunità di avocazioni nella cooperazione militare con un partner chiave“.

Bastian Giegerich, uno specialista della difesa europea dell’IISS (International Institute for Strategic Studies) di Londra, ha detto a Le Figaro: “Il Regno Unito e la Francia sono i due paesi europei che investono di più nella difesa, in percentuale del loro PIL, e sono gli unici ad avere una capacità di intervento strategico nel mondo. Entrambi i paesi sono nella posizione migliore per approfittare di una migliore cooperazione militare in Europa e dello sviluppo dei comuni programmi degli armamenti“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Gli accordi franco-italiani e l’uso strategico del piano di  salvataggio della Grecia

Fonte: http://www.mondialisation.ca/PrintArticle.php?articleId=18740

19 Aprile 2010. Articolo originale in inglese, pubblicato su WSWS il 12 aprile 2010

Il vertice franco-italiano a Parigi, il 9 aprile, tra il primo ministro italiano Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy, ha portato i due leader a firmare una serie di accordi militari e industriali e a dichiarazioni congiunte sulla crisi politica in Europa. I due leader hanno manifestato a favore degli aiuti alla Grecia e messo in guardia contro gli sforzi per sviluppare un asse tedesco-russo.

Si è concluso, in questo vertice, un accordo di ampia portata in materia di energia nucleare. Il gruppo dell’energia nucleare francese Areva, ha siglato un accordo con la società italiana Ansaldo Nucleare (società controllata dal gruppo industriale italiano Finmeccanica) nell’ingegneria nucleare e nella fabbricazione di componenti di reattori di progettazione francese. Areva e il governo francese hanno, inoltre, accettato di formare i tecnici nucleari italiani. L’impresa di proprietà statale EDF (Electricité de France) e il gruppo energetico italiano Enel, hanno creato una joint venture per costruire, a partire dal 2013, quattro centrali nucleari.

L’Italia non ha fatto ricorso all’energia nucleare dal disastro nucleare di Chernobyl nel 1986. Il quotidiano italiano La Repubblica ha osservato che Berlusconi “ha riconosciuto la necessità di convincere l’opinione pubblica circa la sicurezza delle future centrali nucleari“.

L’Italia importa l’80 per cento del suo fabbisogno energetico, compresa una notevole quantità di energia elettrica dai 58 impianti nucleari francesi. Berlusconi spera di migliorare la competitività producendo energia più economica nel paese. Ha assicurato che gli accordi permetteranno all’Italia di “risparmiare molti anni” nella ricerca in materia di competenze tecnologiche nella progettazione nucleare. Roma punta a produrre il 25 per cento del suo fabbisogno con l’energia nucleare entro il 2030, e ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas importato dalla Russia o dal Medio Oriente.

Per Parigi è stata l’occasione per vendere l’industria dell’energia nucleare francese, dopo aver perso il contratto con gli Emirati Arabi Uniti, del valore di 20 miliardi di dollari, in favore della compagnia pubblica sud-coreana Kepco.

La casa automobilistica francese Renault ha firmato un accordo con l’Enel per la costruzione di terminali per la ricarica dei veicoli elettrici. L’ENEL ha firmato un accordo, nel 2008, con la ditta tedesca Daimler che sta preparando un progetto di alleanza strategica con Renault-Nissan, per installare 400 stazioni di ricarica per le batterie dei veicoli elettrici a Roma, Milano e Pisa. Renault prevede di vendere veicoli elettrici in Europa a partire dalla fine di quest’anno.

Azienda nazionale francese delle ferrovie, SNCF, ha accettato di aprire la sua rete ferroviaria alla concorrenza delle Ferrovie dello Stato Italiane. La SNCF aveva suscitato preoccupazioni in Italia, con l’acquisizione di una partecipazione dell’operatore privato italiano NTV, che ha acquistato il suo materiale rotabile dal gruppo industriale francese Alstom.

Il vertice ha anche consentito alla Francia e l’Italia di sostenere un piano di salvataggio della Grecia indebitata, che la Germania, finora, ha fortemente contrastato. Un processo in corso, mentre la preoccupazione cresce circa la bancarotta dello stato greco, e per l’aumento dei tassi di interesse sul debito greco che superano il 7,5 per cento, più del doppio del tasso pagato dalla Germania.

L’8 aprile, i valori di alcune banche francesi, fortemente esposti al debito greco, e con le loro filiali in Grecia, sono crollati alla Borsa di Parigi. Il governatore della Banca di Francia, Christian Noyer, ha detto che le autorità francesi non avevano “alcuna particolare preoccupazione“, ma dato che le banche francesi sono esposte per un importo di circa 50 miliardi di euro del debito pubblico greco, hanno osservato “da vicino” la situazione.

Alla conferenza stampa dopo il vertice, Sarkozy e Berlusconi hanno chiesto un piano di aiuti alla Grecia, in conformità ai piani approvati dal vertice UE del 25-26 marzo, a Bruxelles. Berlusconi ha detto: “Siamo pienamente d’accordo sulla partecipazione della Grecia nella zona euro e sulla necessità di dare il nostro pieno sostegno, altrimenti ci saranno molte conseguenze negative per la nostra moneta“.

Sarkozy ha detto che “un [piano di sostegno era] stato approvato da tutti gli Stati della zona euro. Siamo pronti ad attivarci in qualsiasi momento per aiutare la Grecia.” Ha insistito: “è compito della Grecia e degli Stati dell’area dell’euro [...] decidere se sussistano le condizioni per attivarlo.” Ha poi aggiunto: “Ogni volta che l’Europa stava affrontando una crisi – la crisi finanziaria, la crisi ungherese, la crisi lettone – ogni volta l’Europa era in grado di rispondere in modo tempestivo. Che nessuno dubiti che sarà lo stesso nel caso della Grecia“.

Le osservazioni di Sarkozy sono arrivate quando molti funzionari europei premevano per un piano di assistenza per la Grecia. L’8 aprile, in una conferenza stampa, il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, ha dichiarato: “Il default della Grecia è fuori discussione“.

In un’intervista congiunta, rilasciata il 9 aprile, ai principali giornali europei, il Frankfurter Allgemeine Zeitung, De Standaard, El Pais e Le Monde, il Presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy, aveva richiesto un piano di assistenza e aveva precisato di “non aver chiesto il permesso a nessuno.”

Nell’intervista dell’8 aprile con Le Figaro, il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, ha dichiarato il punto di vista del suo governo sull’agenda del Vertice. Alla domanda se la Grecia era inserita nell’ordine del giorno della riunione, Frattini ha risposto: “Noi dobbiamo proclamare che il nostro sostegno sarà totale, non solo politicamente ma anche economicamente. Se vogliamo lasciare la Grecia al suo destino, i mercati potrebbero dedurne che la cosa toccherebbe altri paesi, a loro volta. Ciò indebolirebbe l’area dell’euro“.

Frattini non l’ha detto, ma l’Italia è a sua volta preoccupata per i suoi debiti. Questo è uno dei paesi con il più alto debito nella zona euro, pari al 116 per cento del PIL. Ha avuto delle difficoltà nel competere con le importazioni tedesche, da quando i due paesi condividono la stessa moneta. Nel 2005, dopo il fallito referendum sulla Costituzione europea, il ministro italiano degli affari sociali, Roberto Maroni, aveva preteso che l’Italia abbandonasse l’euro per tornare alla Lira.

Frattini e Le Figaro hanno parlato della crescente tensione strategica in Europa, compresa la gestione della guerra in Georgia nel 2008, quando il governo del presidente georgiano Mikhail Saakashvili, sostenuto dagli Stati Uniti, aveva attaccato le truppe russe in Ossezia del Sud, e teme che la Germania potrebbe sviluppare uno stretto rapporto con la Russia.

Alla domanda se era d’accordo con gli analisti che vedono “la Germania prendere le distanze nei confronti di Parigi“, Frattini ha dichiarato: “Francamente no. Non sarebbe, inoltre, nel suo interesse. Invece, la Germania, come l’Italia e la Francia, è interessata a fare di tutto per portare la Russia verso l’Europa. Ciò si è già verificato in crisi come quella della Georgia, dove Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy hanno lavorato mano nella mano. Francia e Italia sono, così, d’accordo nel mantenere il Consiglio NATO-Russia, che ha dato ottimi risultati.”

Al vertice di Parigi Italia e Francia hanno annunciato l’intenzione di intensificare la cooperazione miliare, con la creazione di un comune Brigata alpina”. L’Eliseo l’ha descritta come uno “stato maggiore integrato” in grado di “pianificare e condurre operazioni nelle regioni di montagna”, [...] in particolare in Afghanistan.” Alcune notizie di stampa hanno suggerito che sarebbe basata sul modello della brigata franco-tedesca, che ha 5.000 effettivi.

Italia e Francia già collaborano nello sviluppo di una nave da guerra di superficie di prossima generazione, la cosiddetta FREMM (Fregata Europea Multi-Missione) il cui varo è previsto per il 2012. I due paesi hanno inoltre firmato un accordo per sviluppare navi rifornimento di carburante delle navi della Marina.

Dei progetti volti ad aumentare la partecipazione franco-italiana all’occupazione dell’Afghanistan, a rafforzare la loro cooperazione con l’imperialismo statunitense e britannico, nonostante l’elevata impopolarità dell’occupazione della NATO, sia in Afghanistan che negli stessi paesi della NATO. Il governo olandese è caduto, in febbraio, sulla questione delle sue trattative segrete per mantenere le truppe in Afghanistan oltre la scadenza, prevista per la fine del 2010.

Un Libro verde pubblicato il 7 aprile dal Ministero della Difesa britannico, aveva chiesto una più stretta cooperazione miliare tra Gran Bretagna e gli altri paesi dell’Unione europea. Osservava che “Il ritorno della Francia nelle strutture integrate della NATO [nel 2009] ha permesso di moltiplicare una serie di opportunità di avocazioni nella cooperazione militare con un partner chiave“.

Bastian Giegerich, uno specialista della difesa europea dell’IISS (International Institute for Strategic Studies) di Londra, ha detto a Le Figaro: “Il Regno Unito e la Francia sono i due paesi europei che investono di più nella difesa, in percentuale del loro PIL, e sono gli unici ad avere una capacità di intervento strategico nel mondo. Entrambi i paesi sono nella posizione migliore per approfittare di una migliore cooperazione militare in Europa e dello sviluppo dei comuni programmi degli armamenti“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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domenica 18 aprile 2010

Islanda: il libero mercato ha fallito


di Andrea Perrone

Un rapporto del governo islandese sulla crisi finanziaria del Paese punta il dito contro il libero mercato e i suoi fautori.

Leader politici, banchieri e autorità per l’autoregolamentazione hanno compiuto atti di “estrema negligenza” portando il Paese al crollo finanziario del 2008. Sono le conclusioni di una relazione di 2.300 pagine, predisposta da un’apposita Commissione d’inchiesta del Parlamento islandese (Althingi), che ha criticato aspramente l’operato dell’ex primo ministro Geir Haarde (nella foto), del presidente della Banca centrale David Oddsson (fautore della privatizzazione del settore bancario nel 1990), dei ministri della Finanza e del Commercio, dei governatori della Banca centrale e dei responsabili delle autorità per la regolamentazione.

Un’altra Commissione parlamentare dovrà decidere ora l’azione legale da intraprendere nei confronti dei responsabili del disastro finanziario ed economico islandese. Caustico il giudizio sulla realtà delle cose dell’attuale primo ministro di Reykjavik, Johanna Sigurdardottir, che ha dichiarato: “Le banche private hanno fallito, il sistema di supervisione ha fallito, la politica ha fallito, l’amministrazione ha fallito, i media hanno fallito e l’ideologia di un mercato libero e non regolamentato ha fallito completamente”. La conclusione fondamentale degli estensori del rapporto è che la crescita nel settore bancario - 20 volte rispetto alle dimensioni originali nello spazio di sette anni - ha superato le capacità del Paese di coprire, di regolamentare e di monitorare il settore.
Il documento ha messo in luce che la banca centrale non ha mantenuto delle sufficienti riserve di valuta estera e il fondo di garanzia dei depositi era troppo piccolo per coprire eventuali guasti, per non parlare poi del fallimento di tutte e tre le principali banche islandesi: Glitnir, Landsbanki e Kaupthing. L’autorità di vigilanza finanziaria (FME), ha proseguito il rapporto: “Non ha fatto rispettare le disposizioni di legge che erano a sua disposizione, anche quando ha visto che le leggi venivano trasgredite”.
Gli estensori del rapporto hanno sottolineato che i più grandi azionisti delle banche erano anche i maggiori debitori dei loro istituti di credito, avendo fra l’altro un accesso troppo facile ai prestiti. A conferma di quanto dichiarato è emerso che Glitnir ha regolarmente prestato delle somme alla compagnia di investimento Baugur e le sue partecipazioni in un gruppo di compagnie dell’Alta finanza britannica. Uno dei principali attori della banca è stato anche il proprietario di Baugur. La relazione ha fatto emergere anche delle interessanti notizie sul Regno Unito, cast lungo come un criminale nei suoi tentativi di recuperare il denaro perso nel crollo della ditta Icesave banking online Landsbanki.

Il documento ha precisato infatti che, nel 2008, Landsbanki e il British Financial Services Authority (FSA) hanno tenuto lunghi colloqui sull’opportunità di ristrutturare Icesave come filiale nel Regno Unito piuttosto che come un ramo della società madre.
Se infatti Landsbanki fosse andata avanti con il cambiamento avrebbe lasciato l’Islanda fuori dai guai, visto che i depositi delle assicurazioni britanniche avrebbero potuto evitare il disastro.

La relazione ha rilevato che Landsbanki invece si è mostrata assolutamente riluttante a mettere in atto la ristrutturazione, in quanto avrebbe significato che i fondi dei clienti non sarebbero stati più disponibili per l’utilizzo da parte dello stesso istituto di credito.

La Commissione ha rilevato che i fondi presenti in talune banche sono stati ritirati da alcuni “insider”, pochi giorni prima che gli stessi istituti di credito chiudessero i battenti.

La relazione non ha fatto altro che evidenziare la giustezza delle critiche mosse dai cittadini islandesi, quando hanno chiesto un referendum - regolarmente tenuto nel mese di marzo - per opporsi a qualsiasi rimborso a britannici e olandesi dopo il fallimento di Icesave, sottolineando di non sentirsi responsabili e di non voler pagare gli errori dei banchieri.

Fonte: rinascita.eu
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di Andrea Perrone

Un rapporto del governo islandese sulla crisi finanziaria del Paese punta il dito contro il libero mercato e i suoi fautori.

Leader politici, banchieri e autorità per l’autoregolamentazione hanno compiuto atti di “estrema negligenza” portando il Paese al crollo finanziario del 2008. Sono le conclusioni di una relazione di 2.300 pagine, predisposta da un’apposita Commissione d’inchiesta del Parlamento islandese (Althingi), che ha criticato aspramente l’operato dell’ex primo ministro Geir Haarde (nella foto), del presidente della Banca centrale David Oddsson (fautore della privatizzazione del settore bancario nel 1990), dei ministri della Finanza e del Commercio, dei governatori della Banca centrale e dei responsabili delle autorità per la regolamentazione.

Un’altra Commissione parlamentare dovrà decidere ora l’azione legale da intraprendere nei confronti dei responsabili del disastro finanziario ed economico islandese. Caustico il giudizio sulla realtà delle cose dell’attuale primo ministro di Reykjavik, Johanna Sigurdardottir, che ha dichiarato: “Le banche private hanno fallito, il sistema di supervisione ha fallito, la politica ha fallito, l’amministrazione ha fallito, i media hanno fallito e l’ideologia di un mercato libero e non regolamentato ha fallito completamente”. La conclusione fondamentale degli estensori del rapporto è che la crescita nel settore bancario - 20 volte rispetto alle dimensioni originali nello spazio di sette anni - ha superato le capacità del Paese di coprire, di regolamentare e di monitorare il settore.
Il documento ha messo in luce che la banca centrale non ha mantenuto delle sufficienti riserve di valuta estera e il fondo di garanzia dei depositi era troppo piccolo per coprire eventuali guasti, per non parlare poi del fallimento di tutte e tre le principali banche islandesi: Glitnir, Landsbanki e Kaupthing. L’autorità di vigilanza finanziaria (FME), ha proseguito il rapporto: “Non ha fatto rispettare le disposizioni di legge che erano a sua disposizione, anche quando ha visto che le leggi venivano trasgredite”.
Gli estensori del rapporto hanno sottolineato che i più grandi azionisti delle banche erano anche i maggiori debitori dei loro istituti di credito, avendo fra l’altro un accesso troppo facile ai prestiti. A conferma di quanto dichiarato è emerso che Glitnir ha regolarmente prestato delle somme alla compagnia di investimento Baugur e le sue partecipazioni in un gruppo di compagnie dell’Alta finanza britannica. Uno dei principali attori della banca è stato anche il proprietario di Baugur. La relazione ha fatto emergere anche delle interessanti notizie sul Regno Unito, cast lungo come un criminale nei suoi tentativi di recuperare il denaro perso nel crollo della ditta Icesave banking online Landsbanki.

Il documento ha precisato infatti che, nel 2008, Landsbanki e il British Financial Services Authority (FSA) hanno tenuto lunghi colloqui sull’opportunità di ristrutturare Icesave come filiale nel Regno Unito piuttosto che come un ramo della società madre.
Se infatti Landsbanki fosse andata avanti con il cambiamento avrebbe lasciato l’Islanda fuori dai guai, visto che i depositi delle assicurazioni britanniche avrebbero potuto evitare il disastro.

La relazione ha rilevato che Landsbanki invece si è mostrata assolutamente riluttante a mettere in atto la ristrutturazione, in quanto avrebbe significato che i fondi dei clienti non sarebbero stati più disponibili per l’utilizzo da parte dello stesso istituto di credito.

La Commissione ha rilevato che i fondi presenti in talune banche sono stati ritirati da alcuni “insider”, pochi giorni prima che gli stessi istituti di credito chiudessero i battenti.

La relazione non ha fatto altro che evidenziare la giustezza delle critiche mosse dai cittadini islandesi, quando hanno chiesto un referendum - regolarmente tenuto nel mese di marzo - per opporsi a qualsiasi rimborso a britannici e olandesi dopo il fallimento di Icesave, sottolineando di non sentirsi responsabili e di non voler pagare gli errori dei banchieri.

Fonte: rinascita.eu

sabato 6 marzo 2010

Armeni, crisi diplomatica tra Usa eTurchia


Fu un genocidio anche il massacro di un milione di contadini nel sud italia nel 1860 e dintorni. In Italia i massoni al governo stanno iniziando i festeggiamenti di quel genocidio e chiamano detto evento " 150 anni dell'unità d'Italia" .Hanno messo a disposizione 150 milioni di euro per festeggiare i nostri carnefici.....Scriveremo anche noi a Obama. ( Partito del Sud)

L'uccisione di un milione e mezzo di armeni durante la Prima Guerra Mondiale fu un «genocidio». Lo ha stabilito la commissione Esteri della Camera dei rappresentanti statunitense che ha adottato una risoluzione messa ai voti nonostante la ferma opposizione della Turchia e dell'amministrazione Obama.

La risoluzione, passata per un soffio con 23 voti a favore e 22 contrari potrebbe essere messa ai voti alla Camera e ha suscitato le ire della Turchia che ha deciso di richiamare l'ambasciatore negli Usa.

Ankara aveva detto con chiarezza che l'approvazione della risoluzione avrebbe guastato le relazioni e il segretario di Stato Hillary Clinton aveva lanciato un appello ad accantonare il documento nel timore che potesse nuocere alla riconciliazione tra Armenia e Turchia.

«Non crediamo che il Congresso prenderà nè che dovrebbe prendere alcuna iniziativa su questa risoluzione» ha detto la Clinton in Costa Rica.

La risoluzione non vincolante chiede al presidente Barack Obama di garantire che la politica estera statunitense rifletta il fatto che quello compiuto dai turchi ottomani fu un genocidio e che così venga definito durante l'annuale discorso del presidente sull'argomento. Gli Stati Uniti hanno sempre condannato il massacro, ma non l'hanno mai definito formalmente un genocidio per non irritare la Turchia, alleato indispensabile della Nato in Medio Oriente.

Condanniamo la risoluzione che accusa la nazione turca di un crimine che non ha commesso» si legge in una nota del governo turco, «in seguito a questo sviluppo il nostro ambasciatore a Washington, Namik Tan, è stato richiamato ad Ankara per consultazioni».

Fonte:L'Unità
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Fu un genocidio anche il massacro di un milione di contadini nel sud italia nel 1860 e dintorni. In Italia i massoni al governo stanno iniziando i festeggiamenti di quel genocidio e chiamano detto evento " 150 anni dell'unità d'Italia" .Hanno messo a disposizione 150 milioni di euro per festeggiare i nostri carnefici.....Scriveremo anche noi a Obama. ( Partito del Sud)

L'uccisione di un milione e mezzo di armeni durante la Prima Guerra Mondiale fu un «genocidio». Lo ha stabilito la commissione Esteri della Camera dei rappresentanti statunitense che ha adottato una risoluzione messa ai voti nonostante la ferma opposizione della Turchia e dell'amministrazione Obama.

La risoluzione, passata per un soffio con 23 voti a favore e 22 contrari potrebbe essere messa ai voti alla Camera e ha suscitato le ire della Turchia che ha deciso di richiamare l'ambasciatore negli Usa.

Ankara aveva detto con chiarezza che l'approvazione della risoluzione avrebbe guastato le relazioni e il segretario di Stato Hillary Clinton aveva lanciato un appello ad accantonare il documento nel timore che potesse nuocere alla riconciliazione tra Armenia e Turchia.

«Non crediamo che il Congresso prenderà nè che dovrebbe prendere alcuna iniziativa su questa risoluzione» ha detto la Clinton in Costa Rica.

La risoluzione non vincolante chiede al presidente Barack Obama di garantire che la politica estera statunitense rifletta il fatto che quello compiuto dai turchi ottomani fu un genocidio e che così venga definito durante l'annuale discorso del presidente sull'argomento. Gli Stati Uniti hanno sempre condannato il massacro, ma non l'hanno mai definito formalmente un genocidio per non irritare la Turchia, alleato indispensabile della Nato in Medio Oriente.

Condanniamo la risoluzione che accusa la nazione turca di un crimine che non ha commesso» si legge in una nota del governo turco, «in seguito a questo sviluppo il nostro ambasciatore a Washington, Namik Tan, è stato richiamato ad Ankara per consultazioni».

Fonte:L'Unità
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domenica 6 dicembre 2009

L’uranio impoverito in Iraq


L’avvelenata eredità di guerra in Irak e l’uranio, di David MacGregor

Hegel (precisiamo che non è tra i nostri autori preferiti… ndr) ha messo in rilievo la comparsa del ”mal concreto” nella storia, cioè la comparsa dell’imperversare ad intermittenza della malvagità umana che applicata su larga scala è capace di distruggere intere società. Hegel nota che alcuni autori di crimini planetari storici nascono unicamente dalla passione, dall’amor proprio e dall’avidità dell’odio e che questi autori ignorano completamente ”l’ordine, la moderazione, la giustizia e la moralità” (1). L’aggressione contro l‘Irak è iniziata con la prima guerra del Golfo . Questa ha raggiunto il suo parossismo quando alcuni attacchi ”d’urto e terrore” lanciati dagli eserciti statunitense e britannico nel 2003 e proseguiti ancor oggi quasi vent’anni dopo, manifestarono un orribile esempio di cattiveria estrema in uno scenario dantesco.
Il fondamentale libro di Abdul-Haq Al-Ani e Joanne Baker, descrive una spaventosa impresa criminale che si sta realizzando unicamente in Irak: la contaminazione premeditata della nazione irakena, del suo popolo e del suo ambiente naturale attraverso le radiazioni finora sconosciute, attuate da un’arma di distruzione di massa che è strumento di guerra implacabile, confezionato a partire da una discarica mondiale praticamente inesauribile di uranio impoverito.
Alla fine di febbraio 1991 le inquietanti fotografie della stampa e le immagini televisive dell’ ”Autostrada della morte” mostravano le vedute del deserto con i veicoli irakeni civili e militari carbonizzati e accartocciati , distrutti a sangue freddo da colpi inferti dagli aerei statunitensi durante l’uscita precipitosa di Saddam Hussein dal Kuwait. All’epoca, molti pensavano che il mondo sarebbe stato sicuramente disgustato da una tale barbaria. Ma la sola vista di quelle immagini sarebbe stata sufficiente a rafforzare il sentimento popolare contro la guerra, incitando i combattenti alla pace? La sequela di crudeltà sulla strada che và dal Kuwait a Bassora era il segnale d’inizio di una crociata che si sarebbe svolta durante la maggior parte dei due decenni successivi. E nessuna fotografia, nessun video televisivo, nemmeno il senso della vista, del gusto, della sensibilità e dell’odorato dei testimoni sul posto avrebbe potuto rivelare la segreta perversità di quelle virulenti immagini dei mortali detriti radioattivi e tossici emessi come nuvole di vapore invisibile dai missili, dalle granate e da altre armi all’uranio impoverito, che avrebbero in seguito contaminato la regione del Golfo per almeno un millennio.
Nel 1988 , dichiarando che Saddam Hussein era”peggio di Hitler”, George HW Bush instaurò un’offensiva di propaganda diffamante e di gran successo contro il popolo irakeno. La calunnia contro l’Irak si è protratta fino ad oggi nella sua incapacità di sollecitare una protezione contro l’avvelenamento radioattivo e chimico dell’uranio impoverito o anche nell’effettuare e far conoscere al pubblico le ricerche scientifiche sul pericolo di contaminazione per gli esseri umani e e per gli animali. Il libro ci descrive come i governi statunitense e britannico si preoccupino seriamente dei depositi di uranio impoverito solo se si tratta del proprio territorio e dei suoi cittadini. La nazione irakena è diventata una gigantesca colonia di sperimentazione che serve a misurare il pericolo degli irradiamenti ionizzanti e la tossicità associata alla dispersione irresponsabile di uranio impoverito.
Da un punto di vista puramente militare, l’uranio impoverito ha un ottimo rapporto qualità-prezzo(2) Si tratta di uno scarto radioattivo dei reattori nucleari e delle fabbriche di armi nucleari. I fornitori sono impazienti di sbarazzarsene, perché la sua cessione gratuita ai militari è un’attraente alternativa con un costo proibitivo di smaltimento senza pericolo di “scarti nucleari”. L’uranio impoverito è chimicamente tossico allo stesso livello del piombo ma è quasi due volte più denso e molto più duro. L’uranio impoverito si profila da solo: trapassa le materie più dure aumentando la sua capacità di penetrazione.A gran velocità, l’uranio impoverito brucia attraversando i bersagli compatti come la blindatura dei carri armati e fuoriesce dall’altra parte con un’intensa esplosione di fuoco e di gas mortali.Come riferito da questo libro, dal 1991, più di 2000 tonnellate di uranio impoverito bruciato, esploso e polverizzato sono state disperse in Iraq dagli eserciti statunitense e britannico.
Dal 1991, davanti al mondo indifferente, l’imperialismo occidentale ha imposto un embargo totale nei confronti dell’Irak: è la prima volta nella storia moderna che una nazione viene completamente isolata dal commercio estero e dalle comunicazioni. Solo gli assedi dei barbari nel Medioevo somigliano vagamente a questo spettacolo di sofferenza in Irak. Anche sotto il profilo scientifico e di ricerca l’Irak ha dovuto soccombere. Senza un minimo motto di dissidenza da parte della comunità internazionale, per i ricercatori e per gli scrittori irakeni, l’imperialismo ha proscritto non solo gli elementi vitali e necessari alla ricerca, ma anche le fonti internazionali della ricerca scientifica e la loro diffusione.
Abdul-Haq Al-Ani e Joanne Baker sostengono in quest’opera un calcolo scientifico iniziale di spoliazioni all’uranio impoverito dietro la cortina dell’uranio(3). Gli autori non sostengono apertamente che il cattivo stato di salute della popolazione irakena sia interamente dovuto alla contaminazione dell’uranio impoverito. Tuttavia,svariati motivi sono dietro l’enorme aumento delle malattie, specialmente oncologiche e correlate a malformazioni neonatali tra gli Irakeni. L’imperialismo statunitense e quello britannico hanno distrutto l’infrastruttura sociale del paese, in particolare le installazioni per il trattamento delle acque, le centrali elettriche, i mercati delle provviste, gli ospedali e le scuole. Gli incendi incontrollati per la combustione del petrolio hanno inquinato l’aria. Vittima della malnutrizione e delle sorgenti di acqua contaminata, il sistema immunitario di molti bambini ha subito un drastico calo. Anche la farsa del processo e dell’assassinio di Saddam Hussein non hanno soddisfatto l’invasore occidentale. Dopo l’eliminazione del leader irakeno, l’embargo è rimasto e l’infrastruttura si è deteriorata ed è peggiorata a livelli ante guerra, periodo in cui l’Irak beneficiava di un servizio sanitario composto da 34.000 medici registrati. Nel 2006, erano già fuggiti 20.000 medici. I duemila medici rimasti sono stati uccisi e 250 sono stari rimossi dal loro incarico. Nel 2007, 8 milioni di Irakeni avevano bisogno del pronto soccorso e più della metà dei 22 milioni di abitanti era nella povertà più assoluta. La Croce Rossa ha segnalato l’anno scorso che la situazione umanitaria in Irak è tra le più critiche del globo.
Gi apologisti parlano di un ”fallimento” della politica statunitense e britannica in Irak, dell’impotenza dell’occupante di costruire un sistema democratico stabile per rimpiazzare l’ordine del partito Baas sotto Saddam Hussein(4). Ma la pace e la sicurezza non sono mai state nel programma del militarismo statunitense e britannico. Il loro lavoro consiste nel depredare, nel dividere, nell’avvilire e nel paralizzare l’Irak per assicurare che questo paese non si beffasse mai più del dominio e del potere supremo occidentale..
Secondo la Convenzione del 1948 sulla prevenzione del genocidio, il crimine del genocidio comprende gli atti commessi con l’intenzione di distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Questi atti comprendono il massacro dei membri di un gruppo, l’oltraggio grave all’integrità fisica o mentale dei membri del gruppo e l’azione di infliggere deliberate condizioni destinate a distruggere il gruppo nella sua totalità o in parte. Gli autori del libro presentano prove convincenti sull’uso scriteriato dell’uranio impoverito in Irak fatto dalla potenza occupante così come le ripercussioni dell’embargo e dell’invasione, sono conformi ai rudimenti della definizione di genocidio.
Questo libro include i risultati tratti da studi controllati da scienziati irakeni, sulla relazione tra la presenza dell’uranio impoverito, le radiazioni ionizzanti e il tasso di patologie maligne contratte in condizioni estremamente sfavorevoli dai 7 ai 10 anni dopo l’aggressione del 1991.Questi studi epidemiologici e le misure degli irradiamenti elevati sono per forza rudimentali e incompleti. Tuttavia, associati ai rapporti documentati sulle malformazioni neonatali e sulle patologie oncologiche legate all’esposizione delle radiazioni dall’invasione del 2003 (di cui un aumento marcato del carcinoma mammario tra le donne Irakene) questi studi sono i primi a presentare un quadro estremamente inquietante. Alcune prove allarmanti rivelate dagli autori di questo libro costituiscono una raccolta ben articolata sul genocidio in Irak, messo in atto dagli invasori statunitensi e britannici grazie al ricorso indiscriminato di armi rinforzate all’uranio impoverito.

Note:
(1) Lectures on the Philosophy of World History.Introduction:Reason in History. Trans.H.B.Nisbet.Cambridge: Cambridge University Press 1975 p.21
(2) Per un riassunto utile delle problematiche relative l’uranio impoverito, vedere Rob White Depleted Uranium, state crime and the politics of knowing Theoretical Criminology. vol.12 (1):31-54,2008
(3) La Commissione sull’energia atomica statunitense ha fatto scoppiare la prima bomba all’idrogeno deliverable ( lanciabile dall’aereo) nel 1954 sulle Isole Marshall, sotto il nome in codice Bravo.Le radiazioni mortali dell’enorme palla di fuoco nucleare si abbatterono sugli abitanti delle isole, sugli scienziati e sul personale dell’esercito statunitense. L’amministrazione di Eisenhower tentò in vano di soffocare la notizia della catastrofe. L’occultamento operato dagli Stati Uniti fu soprannominato The uranium curtain(La cortina dell’uranio) dai suoi censori. Citato da Shane Maddock nel The Fourth CountryProblem:Eisenhower’s Nuclear Nonproliferation Policy pubblicazione trimestrale degli Studi Presidenziali; estate 1998; 28,3 p.555 Ad esempio Daniel Byman, An autopsy of the Irak Debacle:Policy Failure or Bridge Too Far? Security Study 17:599-643, 2008

(Fonte: www.mondialisatio.ca, traduzione: Stella Bianchi, italiasocilae.org, segnalato dalla rassegna stampa di Arianna Editrice del 3.12.2009)

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Il materiale da noi pubblicato è liberamente diffondibile, è gradita la citazione della fonte: http://www.centrostudifederici.org
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L’avvelenata eredità di guerra in Irak e l’uranio, di David MacGregor

Hegel (precisiamo che non è tra i nostri autori preferiti… ndr) ha messo in rilievo la comparsa del ”mal concreto” nella storia, cioè la comparsa dell’imperversare ad intermittenza della malvagità umana che applicata su larga scala è capace di distruggere intere società. Hegel nota che alcuni autori di crimini planetari storici nascono unicamente dalla passione, dall’amor proprio e dall’avidità dell’odio e che questi autori ignorano completamente ”l’ordine, la moderazione, la giustizia e la moralità” (1). L’aggressione contro l‘Irak è iniziata con la prima guerra del Golfo . Questa ha raggiunto il suo parossismo quando alcuni attacchi ”d’urto e terrore” lanciati dagli eserciti statunitense e britannico nel 2003 e proseguiti ancor oggi quasi vent’anni dopo, manifestarono un orribile esempio di cattiveria estrema in uno scenario dantesco.
Il fondamentale libro di Abdul-Haq Al-Ani e Joanne Baker, descrive una spaventosa impresa criminale che si sta realizzando unicamente in Irak: la contaminazione premeditata della nazione irakena, del suo popolo e del suo ambiente naturale attraverso le radiazioni finora sconosciute, attuate da un’arma di distruzione di massa che è strumento di guerra implacabile, confezionato a partire da una discarica mondiale praticamente inesauribile di uranio impoverito.
Alla fine di febbraio 1991 le inquietanti fotografie della stampa e le immagini televisive dell’ ”Autostrada della morte” mostravano le vedute del deserto con i veicoli irakeni civili e militari carbonizzati e accartocciati , distrutti a sangue freddo da colpi inferti dagli aerei statunitensi durante l’uscita precipitosa di Saddam Hussein dal Kuwait. All’epoca, molti pensavano che il mondo sarebbe stato sicuramente disgustato da una tale barbaria. Ma la sola vista di quelle immagini sarebbe stata sufficiente a rafforzare il sentimento popolare contro la guerra, incitando i combattenti alla pace? La sequela di crudeltà sulla strada che và dal Kuwait a Bassora era il segnale d’inizio di una crociata che si sarebbe svolta durante la maggior parte dei due decenni successivi. E nessuna fotografia, nessun video televisivo, nemmeno il senso della vista, del gusto, della sensibilità e dell’odorato dei testimoni sul posto avrebbe potuto rivelare la segreta perversità di quelle virulenti immagini dei mortali detriti radioattivi e tossici emessi come nuvole di vapore invisibile dai missili, dalle granate e da altre armi all’uranio impoverito, che avrebbero in seguito contaminato la regione del Golfo per almeno un millennio.
Nel 1988 , dichiarando che Saddam Hussein era”peggio di Hitler”, George HW Bush instaurò un’offensiva di propaganda diffamante e di gran successo contro il popolo irakeno. La calunnia contro l’Irak si è protratta fino ad oggi nella sua incapacità di sollecitare una protezione contro l’avvelenamento radioattivo e chimico dell’uranio impoverito o anche nell’effettuare e far conoscere al pubblico le ricerche scientifiche sul pericolo di contaminazione per gli esseri umani e e per gli animali. Il libro ci descrive come i governi statunitense e britannico si preoccupino seriamente dei depositi di uranio impoverito solo se si tratta del proprio territorio e dei suoi cittadini. La nazione irakena è diventata una gigantesca colonia di sperimentazione che serve a misurare il pericolo degli irradiamenti ionizzanti e la tossicità associata alla dispersione irresponsabile di uranio impoverito.
Da un punto di vista puramente militare, l’uranio impoverito ha un ottimo rapporto qualità-prezzo(2) Si tratta di uno scarto radioattivo dei reattori nucleari e delle fabbriche di armi nucleari. I fornitori sono impazienti di sbarazzarsene, perché la sua cessione gratuita ai militari è un’attraente alternativa con un costo proibitivo di smaltimento senza pericolo di “scarti nucleari”. L’uranio impoverito è chimicamente tossico allo stesso livello del piombo ma è quasi due volte più denso e molto più duro. L’uranio impoverito si profila da solo: trapassa le materie più dure aumentando la sua capacità di penetrazione.A gran velocità, l’uranio impoverito brucia attraversando i bersagli compatti come la blindatura dei carri armati e fuoriesce dall’altra parte con un’intensa esplosione di fuoco e di gas mortali.Come riferito da questo libro, dal 1991, più di 2000 tonnellate di uranio impoverito bruciato, esploso e polverizzato sono state disperse in Iraq dagli eserciti statunitense e britannico.
Dal 1991, davanti al mondo indifferente, l’imperialismo occidentale ha imposto un embargo totale nei confronti dell’Irak: è la prima volta nella storia moderna che una nazione viene completamente isolata dal commercio estero e dalle comunicazioni. Solo gli assedi dei barbari nel Medioevo somigliano vagamente a questo spettacolo di sofferenza in Irak. Anche sotto il profilo scientifico e di ricerca l’Irak ha dovuto soccombere. Senza un minimo motto di dissidenza da parte della comunità internazionale, per i ricercatori e per gli scrittori irakeni, l’imperialismo ha proscritto non solo gli elementi vitali e necessari alla ricerca, ma anche le fonti internazionali della ricerca scientifica e la loro diffusione.
Abdul-Haq Al-Ani e Joanne Baker sostengono in quest’opera un calcolo scientifico iniziale di spoliazioni all’uranio impoverito dietro la cortina dell’uranio(3). Gli autori non sostengono apertamente che il cattivo stato di salute della popolazione irakena sia interamente dovuto alla contaminazione dell’uranio impoverito. Tuttavia,svariati motivi sono dietro l’enorme aumento delle malattie, specialmente oncologiche e correlate a malformazioni neonatali tra gli Irakeni. L’imperialismo statunitense e quello britannico hanno distrutto l’infrastruttura sociale del paese, in particolare le installazioni per il trattamento delle acque, le centrali elettriche, i mercati delle provviste, gli ospedali e le scuole. Gli incendi incontrollati per la combustione del petrolio hanno inquinato l’aria. Vittima della malnutrizione e delle sorgenti di acqua contaminata, il sistema immunitario di molti bambini ha subito un drastico calo. Anche la farsa del processo e dell’assassinio di Saddam Hussein non hanno soddisfatto l’invasore occidentale. Dopo l’eliminazione del leader irakeno, l’embargo è rimasto e l’infrastruttura si è deteriorata ed è peggiorata a livelli ante guerra, periodo in cui l’Irak beneficiava di un servizio sanitario composto da 34.000 medici registrati. Nel 2006, erano già fuggiti 20.000 medici. I duemila medici rimasti sono stati uccisi e 250 sono stari rimossi dal loro incarico. Nel 2007, 8 milioni di Irakeni avevano bisogno del pronto soccorso e più della metà dei 22 milioni di abitanti era nella povertà più assoluta. La Croce Rossa ha segnalato l’anno scorso che la situazione umanitaria in Irak è tra le più critiche del globo.
Gi apologisti parlano di un ”fallimento” della politica statunitense e britannica in Irak, dell’impotenza dell’occupante di costruire un sistema democratico stabile per rimpiazzare l’ordine del partito Baas sotto Saddam Hussein(4). Ma la pace e la sicurezza non sono mai state nel programma del militarismo statunitense e britannico. Il loro lavoro consiste nel depredare, nel dividere, nell’avvilire e nel paralizzare l’Irak per assicurare che questo paese non si beffasse mai più del dominio e del potere supremo occidentale..
Secondo la Convenzione del 1948 sulla prevenzione del genocidio, il crimine del genocidio comprende gli atti commessi con l’intenzione di distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Questi atti comprendono il massacro dei membri di un gruppo, l’oltraggio grave all’integrità fisica o mentale dei membri del gruppo e l’azione di infliggere deliberate condizioni destinate a distruggere il gruppo nella sua totalità o in parte. Gli autori del libro presentano prove convincenti sull’uso scriteriato dell’uranio impoverito in Irak fatto dalla potenza occupante così come le ripercussioni dell’embargo e dell’invasione, sono conformi ai rudimenti della definizione di genocidio.
Questo libro include i risultati tratti da studi controllati da scienziati irakeni, sulla relazione tra la presenza dell’uranio impoverito, le radiazioni ionizzanti e il tasso di patologie maligne contratte in condizioni estremamente sfavorevoli dai 7 ai 10 anni dopo l’aggressione del 1991.Questi studi epidemiologici e le misure degli irradiamenti elevati sono per forza rudimentali e incompleti. Tuttavia, associati ai rapporti documentati sulle malformazioni neonatali e sulle patologie oncologiche legate all’esposizione delle radiazioni dall’invasione del 2003 (di cui un aumento marcato del carcinoma mammario tra le donne Irakene) questi studi sono i primi a presentare un quadro estremamente inquietante. Alcune prove allarmanti rivelate dagli autori di questo libro costituiscono una raccolta ben articolata sul genocidio in Irak, messo in atto dagli invasori statunitensi e britannici grazie al ricorso indiscriminato di armi rinforzate all’uranio impoverito.

Note:
(1) Lectures on the Philosophy of World History.Introduction:Reason in History. Trans.H.B.Nisbet.Cambridge: Cambridge University Press 1975 p.21
(2) Per un riassunto utile delle problematiche relative l’uranio impoverito, vedere Rob White Depleted Uranium, state crime and the politics of knowing Theoretical Criminology. vol.12 (1):31-54,2008
(3) La Commissione sull’energia atomica statunitense ha fatto scoppiare la prima bomba all’idrogeno deliverable ( lanciabile dall’aereo) nel 1954 sulle Isole Marshall, sotto il nome in codice Bravo.Le radiazioni mortali dell’enorme palla di fuoco nucleare si abbatterono sugli abitanti delle isole, sugli scienziati e sul personale dell’esercito statunitense. L’amministrazione di Eisenhower tentò in vano di soffocare la notizia della catastrofe. L’occultamento operato dagli Stati Uniti fu soprannominato The uranium curtain(La cortina dell’uranio) dai suoi censori. Citato da Shane Maddock nel The Fourth CountryProblem:Eisenhower’s Nuclear Nonproliferation Policy pubblicazione trimestrale degli Studi Presidenziali; estate 1998; 28,3 p.555 Ad esempio Daniel Byman, An autopsy of the Irak Debacle:Policy Failure or Bridge Too Far? Security Study 17:599-643, 2008

(Fonte: www.mondialisatio.ca, traduzione: Stella Bianchi, italiasocilae.org, segnalato dalla rassegna stampa di Arianna Editrice del 3.12.2009)

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Il materiale da noi pubblicato è liberamente diffondibile, è gradita la citazione della fonte: http://www.centrostudifederici.org
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sabato 24 ottobre 2009

La silenziosa guerra per le acque del Nilo

Secondo le ultime previsioni degli esperti del governo egiziano, il delta del Nilo starebbe incorrendo in un graduale ma costante sprofondamento delle sue terre, provocando conseguenze catastrofiche per i suoi abitanti.

Allo stesso tempo si stima che la popolazione locale crescerà nei prossimi dieci anni di oltre dieci milioni, richiedendo quindi risorse idriche
nilo
ancora più elevate per soddisfarne i bisogni. Tale fabbisogno sarà in gran parte sobbarcato dalle già sfruttate acque del Nilo, che secondo le stime attuali non potrà però rifornire più dell'80% delle risorse necessarie.


Acque agitate
Tale futura, ma preventivata, scarsità di acqua ha fatto della ripartizione delle acque del Nilo una questione di importanza nazionale per l'Egitto, restio ad aprire ad altri paesi del bacino lo sfruttamento delle risorse del fiume. È sotto questi auspici che alla fine di luglio i rappresentanti dei 10 paesi del bacino del Nilo - Egitto, Sudan, Etiopia, Eritrea, Uganda, Kenia, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Burundi - si sono riuniti ad Alessandria d'Egitto per ridiscutere nuovamente la ripartizione delle sue acque. Il meeting di due giorni si è concluso con un clamoroso nulla di fatto che ha fatto eco ai risultati del precedente incontro organizzato a maggio a Kinshasa, nella capitale della Repubblica Democratica del Congo. Entrambi gli sforzi sono stati frustrati dalle inflessibili posizioni espresse da Egitto e Sudan. I due paesi si oppongono di principio ad una nuova ripartizione delle quote storiche di acqua di cui attualmente usufruiscono, ed allo stesso tempo esigono di mantenere il diritto di veto su ogni decisione riguardante la realizzazione di progetti sul Nilo da parte dei paesi che si affacciano sul suo bacino.

Lo stato attuale della ripartizione delle acque del Nilo è conseguenza dei due accordi internazionali firmati dall'Egitto nel 1929 e nel 1959, rispettivamente con la Gran Bretagna, come intermediaria per le sue colonie africane, e con il Sudan. Secondo questi accordi ancora in vigore, all'Egitto spettano 55.5 miliardi di metri cubi di acqua, mentre il Sudan usufruirebbe di approssimativamente 18 miliardi di metri cubi. I previi accordi anglo-italiani posero invece le basi per il non sfruttamento delle acque e dei bacini idrici in Etiopia ed Eritrea da parte di questi ultimi. Gli altri paesi del bacino, esclusi da alcun tipo di quota nella ripartizione delle acque, esigono quindi da tempo una revisione dell'accordo ed una più equa ripartizione delle sue risorse. Nel tentativo di formare un'amministrazione comune in grado di ripartire equamente le risorse idriche, i paesi del bacino hanno lanciato nel 1999 la Iniziativa per il Bacino del Nilo (Nbi). Il governo italiano ha lavorato negli ultimi anni in stretta collaborazione con questo organismo, e dalla metà degli anni 90, attraverso una partnership con la Fao, ha investito più di 16 milioni di dollari in progetti per migliorare la gestione delle risorse idriche nel bacino del Nilo, soprattutto in cooperazione tecnica transfrontaliera. La stessa Cooperazione Italiana è direttamente coinvolta in progetti nel settore idrico sia in Egitto che in Etiopia, paese quest'ultimo con cui nel 2009 ha firmato un nuovo contratto di cooperazione che implica forti investimenti nella gestione dell'acqua nel paese.

Proprio l'Etiopia è il paese che in un primo momento si è maggiormente battuto per la revisione dei vecchi accordi, scontrandosi con l'opposizione di colui che la fa da padrone nella gestione delle acque del Nilo, l'Egitto. Le montagne etiopi riforniscono infatti quasi l'85% delle acque del fiume che prima di sfociare nel Mediterraneo attraversa l'intero Egitto. Ciò nonostante la stessa Etiopia ha in passato fatto un uso minimo delle sue risorse, sia per il veto da parte dei paesi del Nord sia per mancanza di consistenti risorse economiche per la costruzione di dighe o impianti idroelettrici. Ma proprio negli ultimi anni, l'Etiopia sembra aver riscoperto le enormi potenzialità nascoste nelle proprie terre ed aver intrapreso una nuova corsa allo sviluppo. Gli investimenti cinesi, che hanno raggiunto nel mese di settembre la vetta di 900 milioni di dollari, sono stati fondamentali, soprattutto per il supporto ad una serie di progetti strettamente legati con lo sviluppo dell'energia idroelettrica. Progetti che nei prossimi anni trasformeranno l'Etiopia in una potenza esportatrice di energia soprattutto verso i paesi limitrofi, Kenia, Sudan e Gibuti.

L'Etiopia è però uscita a sorpresa dall'incontro di Alessandria con una posizione più compiacente nei confronti dell'Egitto; un cambio di posizione che si deve in particolar modo alla promessa egiziana di assistenza economica e tecnologica. Lo stesso raiss Hosni Mubarak è sceso in campo a metà settembre per caldeggiare l'incremento degli investimenti nei paesi del bacino del Nilo ed ha annunciato la visita di una delegazione ministeriale egiziana di primo livello in Etiopia, accompagnati da una serie di imprenditori egiziani interessati ad investire in progetti di sviluppo anche idroelettrico nel paese.



L’interesse di Israele
Sebbene il rapporto tra Egitto ed Etiopia appaia in questo momento quasi idilliaco, la programmata visita della delegazione egiziana ad Addis Abeba nasconde probabilmente ragioni di concorrenza a livello regionale. Le dichiarazioni del Presidente Mubarak e del Ministro dell'Agricoltura egiziano sono giunte proprio pochi giorni dopo la conclusione del tour africano di dieci giorni intrapreso dal Ministero degli Affari Esteri israeliano Avigdor Lieberman. Addis Abeba è stata la prima tappa del tour di Lieberman, che ha poi visitato Kenia ed Uganda, altri due paesi del bacino del Nilo, ed infine Nigeria e Ghana. Ufficialmente, il viaggio è servito per riallacciare le relazioni economiche dello Stato israeliano con il continente africano, in considerazione del fatto che quella di Lieberman è la prima visita di un Ministro degli Esteri israeliano in Africa a distanza di 20 anni. Il viaggio di Lieberman, ed in particolare il suo arrivo ad Addis Abeba il 2 settembre, ha però scatenato reazioni cruente da parte della stampa egiziana ed araba, che hanno interpretato il viaggio del ministro come una mossa israeliana per minare il controllo egiziano sulle acque del Nilo e sulle economie dei paesi del bacino. La stampa israeliana ha invece da parte sua praticamente ignorato la questione delle acque del Nilo come ragione di sottofondo al viaggio africano di Lieberman, puntando il dito invece sulla vera ragione del viaggio, ossia il tentativo da parte israeliana di instaurare accordi economici basati sulla rifornitura di armamenti e tecnologia bellica ai paesi africani.

In sostanza, sembra che le frizioni fra i vari paesi africani sulla questione delle acque del Nilo nasconda invece una spinta ad intavolare nuove relazioni commerciali, ed una richiesta di investimenti economici, soprattutto da parte egiziana, nella costruzione di impianti idroelettrici e dighe. Molti analisti sono convinti che i paesi del bacino del Nilo utilizzino periodicamente la questione della ripartizione delle acque anche come un modo per mettere pressione all'Egitto e spingerlo ad investire economicamente nei loro paesi. Quindi, nonostante la paventata minaccia di andare avanti da soli e firmare il patto di cooperazione senza l'Egitto ed il Sudan, i paesi del bacino non sembrano avere per il momento le risorse economiche necessarie, e l'appoggio internazionale sufficiente, per soppiantare le potenze del Nord, e gli egiziani ne sembrano essere perfettamente a conoscenza. La guerra paventata da molti, e già dai tempi di Sadat, è decisamente lontana, anche se gli scenari futuri non sono dei più promettenti per una disputa che, proprio come il Nilo, attraverso l'Africa si spinge fino al Mediterraneo.

Massimo Di Ricco
www.affarinternazionali.it

Fonte:Reportonline
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Secondo le ultime previsioni degli esperti del governo egiziano, il delta del Nilo starebbe incorrendo in un graduale ma costante sprofondamento delle sue terre, provocando conseguenze catastrofiche per i suoi abitanti.

Allo stesso tempo si stima che la popolazione locale crescerà nei prossimi dieci anni di oltre dieci milioni, richiedendo quindi risorse idriche
nilo
ancora più elevate per soddisfarne i bisogni. Tale fabbisogno sarà in gran parte sobbarcato dalle già sfruttate acque del Nilo, che secondo le stime attuali non potrà però rifornire più dell'80% delle risorse necessarie.


Acque agitate
Tale futura, ma preventivata, scarsità di acqua ha fatto della ripartizione delle acque del Nilo una questione di importanza nazionale per l'Egitto, restio ad aprire ad altri paesi del bacino lo sfruttamento delle risorse del fiume. È sotto questi auspici che alla fine di luglio i rappresentanti dei 10 paesi del bacino del Nilo - Egitto, Sudan, Etiopia, Eritrea, Uganda, Kenia, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Burundi - si sono riuniti ad Alessandria d'Egitto per ridiscutere nuovamente la ripartizione delle sue acque. Il meeting di due giorni si è concluso con un clamoroso nulla di fatto che ha fatto eco ai risultati del precedente incontro organizzato a maggio a Kinshasa, nella capitale della Repubblica Democratica del Congo. Entrambi gli sforzi sono stati frustrati dalle inflessibili posizioni espresse da Egitto e Sudan. I due paesi si oppongono di principio ad una nuova ripartizione delle quote storiche di acqua di cui attualmente usufruiscono, ed allo stesso tempo esigono di mantenere il diritto di veto su ogni decisione riguardante la realizzazione di progetti sul Nilo da parte dei paesi che si affacciano sul suo bacino.

Lo stato attuale della ripartizione delle acque del Nilo è conseguenza dei due accordi internazionali firmati dall'Egitto nel 1929 e nel 1959, rispettivamente con la Gran Bretagna, come intermediaria per le sue colonie africane, e con il Sudan. Secondo questi accordi ancora in vigore, all'Egitto spettano 55.5 miliardi di metri cubi di acqua, mentre il Sudan usufruirebbe di approssimativamente 18 miliardi di metri cubi. I previi accordi anglo-italiani posero invece le basi per il non sfruttamento delle acque e dei bacini idrici in Etiopia ed Eritrea da parte di questi ultimi. Gli altri paesi del bacino, esclusi da alcun tipo di quota nella ripartizione delle acque, esigono quindi da tempo una revisione dell'accordo ed una più equa ripartizione delle sue risorse. Nel tentativo di formare un'amministrazione comune in grado di ripartire equamente le risorse idriche, i paesi del bacino hanno lanciato nel 1999 la Iniziativa per il Bacino del Nilo (Nbi). Il governo italiano ha lavorato negli ultimi anni in stretta collaborazione con questo organismo, e dalla metà degli anni 90, attraverso una partnership con la Fao, ha investito più di 16 milioni di dollari in progetti per migliorare la gestione delle risorse idriche nel bacino del Nilo, soprattutto in cooperazione tecnica transfrontaliera. La stessa Cooperazione Italiana è direttamente coinvolta in progetti nel settore idrico sia in Egitto che in Etiopia, paese quest'ultimo con cui nel 2009 ha firmato un nuovo contratto di cooperazione che implica forti investimenti nella gestione dell'acqua nel paese.

Proprio l'Etiopia è il paese che in un primo momento si è maggiormente battuto per la revisione dei vecchi accordi, scontrandosi con l'opposizione di colui che la fa da padrone nella gestione delle acque del Nilo, l'Egitto. Le montagne etiopi riforniscono infatti quasi l'85% delle acque del fiume che prima di sfociare nel Mediterraneo attraversa l'intero Egitto. Ciò nonostante la stessa Etiopia ha in passato fatto un uso minimo delle sue risorse, sia per il veto da parte dei paesi del Nord sia per mancanza di consistenti risorse economiche per la costruzione di dighe o impianti idroelettrici. Ma proprio negli ultimi anni, l'Etiopia sembra aver riscoperto le enormi potenzialità nascoste nelle proprie terre ed aver intrapreso una nuova corsa allo sviluppo. Gli investimenti cinesi, che hanno raggiunto nel mese di settembre la vetta di 900 milioni di dollari, sono stati fondamentali, soprattutto per il supporto ad una serie di progetti strettamente legati con lo sviluppo dell'energia idroelettrica. Progetti che nei prossimi anni trasformeranno l'Etiopia in una potenza esportatrice di energia soprattutto verso i paesi limitrofi, Kenia, Sudan e Gibuti.

L'Etiopia è però uscita a sorpresa dall'incontro di Alessandria con una posizione più compiacente nei confronti dell'Egitto; un cambio di posizione che si deve in particolar modo alla promessa egiziana di assistenza economica e tecnologica. Lo stesso raiss Hosni Mubarak è sceso in campo a metà settembre per caldeggiare l'incremento degli investimenti nei paesi del bacino del Nilo ed ha annunciato la visita di una delegazione ministeriale egiziana di primo livello in Etiopia, accompagnati da una serie di imprenditori egiziani interessati ad investire in progetti di sviluppo anche idroelettrico nel paese.



L’interesse di Israele
Sebbene il rapporto tra Egitto ed Etiopia appaia in questo momento quasi idilliaco, la programmata visita della delegazione egiziana ad Addis Abeba nasconde probabilmente ragioni di concorrenza a livello regionale. Le dichiarazioni del Presidente Mubarak e del Ministro dell'Agricoltura egiziano sono giunte proprio pochi giorni dopo la conclusione del tour africano di dieci giorni intrapreso dal Ministero degli Affari Esteri israeliano Avigdor Lieberman. Addis Abeba è stata la prima tappa del tour di Lieberman, che ha poi visitato Kenia ed Uganda, altri due paesi del bacino del Nilo, ed infine Nigeria e Ghana. Ufficialmente, il viaggio è servito per riallacciare le relazioni economiche dello Stato israeliano con il continente africano, in considerazione del fatto che quella di Lieberman è la prima visita di un Ministro degli Esteri israeliano in Africa a distanza di 20 anni. Il viaggio di Lieberman, ed in particolare il suo arrivo ad Addis Abeba il 2 settembre, ha però scatenato reazioni cruente da parte della stampa egiziana ed araba, che hanno interpretato il viaggio del ministro come una mossa israeliana per minare il controllo egiziano sulle acque del Nilo e sulle economie dei paesi del bacino. La stampa israeliana ha invece da parte sua praticamente ignorato la questione delle acque del Nilo come ragione di sottofondo al viaggio africano di Lieberman, puntando il dito invece sulla vera ragione del viaggio, ossia il tentativo da parte israeliana di instaurare accordi economici basati sulla rifornitura di armamenti e tecnologia bellica ai paesi africani.

In sostanza, sembra che le frizioni fra i vari paesi africani sulla questione delle acque del Nilo nasconda invece una spinta ad intavolare nuove relazioni commerciali, ed una richiesta di investimenti economici, soprattutto da parte egiziana, nella costruzione di impianti idroelettrici e dighe. Molti analisti sono convinti che i paesi del bacino del Nilo utilizzino periodicamente la questione della ripartizione delle acque anche come un modo per mettere pressione all'Egitto e spingerlo ad investire economicamente nei loro paesi. Quindi, nonostante la paventata minaccia di andare avanti da soli e firmare il patto di cooperazione senza l'Egitto ed il Sudan, i paesi del bacino non sembrano avere per il momento le risorse economiche necessarie, e l'appoggio internazionale sufficiente, per soppiantare le potenze del Nord, e gli egiziani ne sembrano essere perfettamente a conoscenza. La guerra paventata da molti, e già dai tempi di Sadat, è decisamente lontana, anche se gli scenari futuri non sono dei più promettenti per una disputa che, proprio come il Nilo, attraverso l'Africa si spinge fino al Mediterraneo.

Massimo Di Ricco
www.affarinternazionali.it

Fonte:Reportonline

venerdì 9 ottobre 2009

Cosa si nasconde dietro la guerra in Afghanistan?



di Enrico Piovesana

Perché, esattamente otto anni fa, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno invaso e occupato l'Afghanistan? Quali interessi si celano dietro le spiegazioni ufficiali di questa guerra? Le ipotesi avanzate in questi anni sono molteplici, ma nessuna abbastanza convincente. Tranne una, che però è alquanto difficile da dimostrare.

Risorse energetiche. Secondo un rapporto pubblicato nel dicembre del 2000 sul sito Internet dell'Eia, l'agenzia di statistica del dipartimento per l'Energia degli Stati Uniti (e poi rimosso), l'Afghanistan viene presentato come un paese con scarse risorse energetiche (mai sfruttate) che, secondo i dati risalenti ancora al tempo dell'occupazione sovietica, consistono in riserve petrolifere per 95 milioni di barili (concentrati nella zona di Herat), giacimenti di gas naturale per 5 trilioni di piedi cubi (nell'area di Shebergan) più 400 milioni di tonnellate di carbone (tra Herat e il Badakshan). Risorse troppo esigue per giustificare un'invasione militare costata finora, ai soli Stati Uniti, quasi 230 miliardi di dollari. Molti in Afghanistan parlano di giacimenti di uranio nel deserto della provincia meridionale di Helmand, il cui controllo e sfruttamento sarebbe al centro di un'aspra contesa tra forze britanniche e statunitensi. Ma per ora questa storia non avuto alcuna conferma.

La pipeline Trans-Afgana. Questa è considerata da molti la vera motivazione che ha spinto gli Stati Uniti ad invadere l'Afghanistan nel 2001. Il progetto di costruire una condotta lunga 1.680 chilometri per portare il gas turkmeno di Dauletabad fino in Pakistan attraverso l'Afghanistan occidentale (Herat e Kandahar) viene avviato nel 1996 dalla compagnia petrolifera statunitense Unocal (per la quale lavoravano sia Hamid Karzai che Zalmay Khalizad) in cooperazione con il regime talebano (nel 1996 la Unocal apre una sede a Kandahar e l'anno dopo esponenti del governo talebano vengono ricevuti negli Usa). L'idea viene accantonata alla fine degli anni '90 in attesa che "la situazione politica e militare dell'Afghanistan migliori" (fonte Eia, dicembre 2000). Vista l'impraticabilità del corridoio sud-asiatico, l'Occidente decide di puntare su quello sud-caucasico, aprendo nel 2006 un gasdotto che porta il gas turkmeno in Turchia via Mar Caspio, Azerbaigian e Georgia (e che dal 2015 verrà collegato al gasdotto Nabucco). Il progetto della pipeline trans-afgana, però, non viene abbandonato. I tre paesi coinvolti riprendono a discuterne dal 2002 in poi, e nell'aprile 2008 firmano un accordo, anche con l'India, che prevede l'apertura del gasdotto entro il 2018 (previsione eccessivamente ottimistica secondo gli analisti di settore). A finanziare il progetto (7,6 miliardi di dollari) è la Banca per lo Sviluppo Asiatico (di cui gli Stati Uniti sono i maggiori azionisti assieme al Giappone). Le compagnie petrolifere interessate sono quelle statunitensi, britanniche e canadesi. Per quanto importante, appare azzardato individuare in questo progetto - di difficilissima realizzazione e surclassato da altre rotte gasifere - la ragione della prosecuzione dell'occupazione occidentale dell'Afghanistan.

Posizione strategica. L'Afghanistan ha la sfortuna di trovarsi nel cuore del continente asiatico, in una posizione strategica che consente a chi lo controlla di monitorare da vicino tutte le potenze nucleari della regione, Cina, Russia, India e Pakistan, e di completare l'accerchiamento dell'Iran, che in caso di guerra con gli Usa si troverebbe a fronteggiare un attacco su due fronti: quello iracheno e quello afgano. Secondo molti analisti militari la volontà statunitense di controllare l'Afghanistan va però letta soprattutto in chiave di contrapposizione alla Cina, considerata dal Pentagono come la maggiore minaccia potenziale all'egemonia militare ed economica globale degli Stati Uniti non solo in Asia, ma anche in Medio Oriente, Africa e America Latina. Una minaccia divenuta più reale dopo la creazione, nel giugno 2001, dell'alleanza politico-militare guidata da Pechino: l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Sco), che riunisce la Cina, la Russia, le repubbliche centroasiatiche e presto, forse, anche l'Iran. E che in futuro, vista la sua progressiva integrazione con l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Csto), l'alleanza politico-militare a guida russa, potrebbe estendere la sua influenza fino all'Europa orientale (Bielorussia) e al Caucaso (Armenia), diventando a tutti gli effetti un'alleanza contrapposta alla Nato a guida Usa. Un Afghanistan sotto controllo statunitense rappresenta una spina nel fianco per la Cina, in particolare per la sua prossimità allo Xinjang, regione ricchissima di petrolio destabilizzata dal nazionalismo uiguro (tradizionalmente sostenuto dalla Cia). La rilevanza geostrategica dell'Afghanistan è innegabile e ha certamente giocato un ruolo importante nella decisione statunitense di occupare l'Afghanistan e di impiantarvi basi militari permanenti.

Il business della droga. Ma forse dietro la guerra in Afghanistan si nascondono interessi ancor più grandi e inconfessabili: quelli legati al controllo del traffico mondiale dell'eroina, ovvero di uno dei business più redditizi del pianeta, con un giro d'affari annuo stimato attorno ai 150 miliardi di dollari l'anno. Non è un mistero che il boom della produzione di oppio/eroina negli anni '70 nel cosiddetto Triangolo d'Oro (Laos, Birmania e Cambogia) sia stato opera dalla Cia, che con i ricavi del narcotraffico finanziava le operazioni anti-comuniste nel Sudest asiatico. Lo stesso sistema - e questo è altrettanto risaputo - fu adottato dalla Cia negli anni '80 in America Latina, per finanziare (con i proventi della coca) la guerriglia antisandinista dei ‘Contras' in Nicaragua, e in Afghanistan per finanziare (con i proventi dell'eroina) la resistenza anti-sovietica dei mujaheddin. In Afghanistan il business continuò anche negli anni '90 e si incrementò con l'avvento al potere dei talebani, notoriamente sostenuti dalla Cia. Fino a quando nel 2000 il mullah Omar, allo scopo di guadagnare sostegno internazionale al suo regime, decise di vietare la produzione di oppio, che infatti nel 2001 crollò a livelli prossimi allo zero. Produzione che nell'Afghanistan ‘liberato' e controllato dalle forze armate e dall'intelligence Usa è ripresa a pieno ritmo fin dal 2002 (quando ancora i talebani non erano tornati) polverizzando ogni record storico e trasformando in pochi anni il paese sud-asiatico nel principale produttore mondiale di eroina (93 per cento della produzione mondiale). Una situazione che le forze Usa presenti in Afghanistan si sono sempre rifiutate di contrastare dicendo che questo "non era compito loro" e lasciando che se ne occupasse il governo-fantoccio di Kabul. Secondo un numero sempre maggiore ed eterogeneo di esperti e di persone ‘ben informate', la Cia avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato' guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all'estero.

Una nuova Air America? Secondo un'inchiesta televisiva condotta dal canale russo Vesti l'eroina afgana viene portata fuori dall'Afghanistan a bordo dei cargo militari Usa diretti nelle basi di Ganci, in Kirghizistan, e di Inchirlik, in Turchia. Spesso, ha scritto sul Guardian la giornalista afgana Nushin Arbabzadah, nascosta nelle bare dei militari Usa, riempite di droga al posto dei cadaveri. "Penso che sia possibile che questo avvenga, anche se non lo posso provare", ha diplomaticamente commentato l'ambasciatore russo a Kabul, Zamir Kabulov. Il giornalista russo Arkadi Dubnov di Vremya Novostei, riportando informazioni fornitegli da una fonte all'interno dei servizi afgani, ha scritto che "l'85 per cento di tutta la droga prodotta in Afghanistan è trasportata all'estero dall'aviazione Usa". Quest'estate il generale russo Mahmut Gareev, un ex comandante delle truppe sovietiche in Afghanistan, ha dichiarato a Russia Today: "Gli americani non contrastano la produzione di droga in Afghanistan perché questa frutta loro almeno 50 miliardi di dollari all'anno. Non è un mistero che gli americani trasportano la droga all'estero con i loro aerei militari.". Il giornalista statunitense Dave Gibson di Newsmax ha citato una fonte anonima dell'intelligence Usa secondo la quale "la Cia è sempre stata implicata nel traffico mondiale di droga e in Afghanistan sta semplicemente portando avanti quello che è il suo affare preferito, come aveva già fatto durante la guerra in Vietnam". L'economista russo Mikhail Khazin in un'intervista ha dichiarato che "Gli americani lavorano duro per mantenere in piedi il narcobusiness in Afghanistan attraverso la protezione che la Cia garantisce ai trafficanti di droga locali". "Gli Stati Uniti non contrastano il narcotraffico afgano per non minare la stabilità di un governo sostenuto dai principali trafficanti di droga del Paese, a cominciare dal fratello di Karzai", scrive il noto giornalista statunitense Eric Margolis sull'Huffington Post. "Le esperienze passate in Indocina e Centroamerica suggeriscono che la Cia potrebbe essere coinvolta nel traffico di droga afgana in maniera più pesante di quello che già sappiamo. In entrambi quei casi gli aerei Cia trasportavano all'estero la droga per conto dei loro alleati locali: lo stesso potrebbe avvenire in Afghanistan. Quando la storia della guerra sarà stata scritta, il sordido coinvolgimento di Washington nel traffico di eroina afgana sarà uno dei capitoli più vergognosi".

Narcodollari per salvare le banche in crisi? Antonio Maria Costa, direttore generale dell'Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e la Criminalità (Unodc), in un’intervista al settimanale austriaco Profil ha dichiarato: “Il traffico di droga è l'unica industria in espansione. I proventi vengono reinvestiti solo parzialmente in attività illecite. Il resto del denaro viene immesso nell'economia legale con il riciclaggio. Non sappiamo quanto, ma il volume è impressionante. Ciò significa introdurre capitale da investimento. Ci sono indicazioni che questi fondi sono anche finiti nel settore finanziario, che si trova sotto ovvia pressione dalla seconda metà dello scorso anno (a causa della crisi finanziaria globale, ndr). Il denaro proveniente dal traffico di droga attualmente è l’unico capitale liquido da investimento disponibile. Nella seconda metà del 2008 la liquidità era il problema principale per il sistema bancario e quindi tale capitale liquido è diventato un fattore importante. Sembra che i crediti interbancari siano stati finanziati da denaro che proviene dal traffico della droga e da altre attività illecite. E' ovviamente arduo dimostrarlo, ma ci sono indicazioni che un certo numero di banche sia stato salvato con questi mezzi”.

Fonte:
Peacereporter
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di Enrico Piovesana

Perché, esattamente otto anni fa, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno invaso e occupato l'Afghanistan? Quali interessi si celano dietro le spiegazioni ufficiali di questa guerra? Le ipotesi avanzate in questi anni sono molteplici, ma nessuna abbastanza convincente. Tranne una, che però è alquanto difficile da dimostrare.

Risorse energetiche. Secondo un rapporto pubblicato nel dicembre del 2000 sul sito Internet dell'Eia, l'agenzia di statistica del dipartimento per l'Energia degli Stati Uniti (e poi rimosso), l'Afghanistan viene presentato come un paese con scarse risorse energetiche (mai sfruttate) che, secondo i dati risalenti ancora al tempo dell'occupazione sovietica, consistono in riserve petrolifere per 95 milioni di barili (concentrati nella zona di Herat), giacimenti di gas naturale per 5 trilioni di piedi cubi (nell'area di Shebergan) più 400 milioni di tonnellate di carbone (tra Herat e il Badakshan). Risorse troppo esigue per giustificare un'invasione militare costata finora, ai soli Stati Uniti, quasi 230 miliardi di dollari. Molti in Afghanistan parlano di giacimenti di uranio nel deserto della provincia meridionale di Helmand, il cui controllo e sfruttamento sarebbe al centro di un'aspra contesa tra forze britanniche e statunitensi. Ma per ora questa storia non avuto alcuna conferma.

La pipeline Trans-Afgana. Questa è considerata da molti la vera motivazione che ha spinto gli Stati Uniti ad invadere l'Afghanistan nel 2001. Il progetto di costruire una condotta lunga 1.680 chilometri per portare il gas turkmeno di Dauletabad fino in Pakistan attraverso l'Afghanistan occidentale (Herat e Kandahar) viene avviato nel 1996 dalla compagnia petrolifera statunitense Unocal (per la quale lavoravano sia Hamid Karzai che Zalmay Khalizad) in cooperazione con il regime talebano (nel 1996 la Unocal apre una sede a Kandahar e l'anno dopo esponenti del governo talebano vengono ricevuti negli Usa). L'idea viene accantonata alla fine degli anni '90 in attesa che "la situazione politica e militare dell'Afghanistan migliori" (fonte Eia, dicembre 2000). Vista l'impraticabilità del corridoio sud-asiatico, l'Occidente decide di puntare su quello sud-caucasico, aprendo nel 2006 un gasdotto che porta il gas turkmeno in Turchia via Mar Caspio, Azerbaigian e Georgia (e che dal 2015 verrà collegato al gasdotto Nabucco). Il progetto della pipeline trans-afgana, però, non viene abbandonato. I tre paesi coinvolti riprendono a discuterne dal 2002 in poi, e nell'aprile 2008 firmano un accordo, anche con l'India, che prevede l'apertura del gasdotto entro il 2018 (previsione eccessivamente ottimistica secondo gli analisti di settore). A finanziare il progetto (7,6 miliardi di dollari) è la Banca per lo Sviluppo Asiatico (di cui gli Stati Uniti sono i maggiori azionisti assieme al Giappone). Le compagnie petrolifere interessate sono quelle statunitensi, britanniche e canadesi. Per quanto importante, appare azzardato individuare in questo progetto - di difficilissima realizzazione e surclassato da altre rotte gasifere - la ragione della prosecuzione dell'occupazione occidentale dell'Afghanistan.

Posizione strategica. L'Afghanistan ha la sfortuna di trovarsi nel cuore del continente asiatico, in una posizione strategica che consente a chi lo controlla di monitorare da vicino tutte le potenze nucleari della regione, Cina, Russia, India e Pakistan, e di completare l'accerchiamento dell'Iran, che in caso di guerra con gli Usa si troverebbe a fronteggiare un attacco su due fronti: quello iracheno e quello afgano. Secondo molti analisti militari la volontà statunitense di controllare l'Afghanistan va però letta soprattutto in chiave di contrapposizione alla Cina, considerata dal Pentagono come la maggiore minaccia potenziale all'egemonia militare ed economica globale degli Stati Uniti non solo in Asia, ma anche in Medio Oriente, Africa e America Latina. Una minaccia divenuta più reale dopo la creazione, nel giugno 2001, dell'alleanza politico-militare guidata da Pechino: l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Sco), che riunisce la Cina, la Russia, le repubbliche centroasiatiche e presto, forse, anche l'Iran. E che in futuro, vista la sua progressiva integrazione con l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Csto), l'alleanza politico-militare a guida russa, potrebbe estendere la sua influenza fino all'Europa orientale (Bielorussia) e al Caucaso (Armenia), diventando a tutti gli effetti un'alleanza contrapposta alla Nato a guida Usa. Un Afghanistan sotto controllo statunitense rappresenta una spina nel fianco per la Cina, in particolare per la sua prossimità allo Xinjang, regione ricchissima di petrolio destabilizzata dal nazionalismo uiguro (tradizionalmente sostenuto dalla Cia). La rilevanza geostrategica dell'Afghanistan è innegabile e ha certamente giocato un ruolo importante nella decisione statunitense di occupare l'Afghanistan e di impiantarvi basi militari permanenti.

Il business della droga. Ma forse dietro la guerra in Afghanistan si nascondono interessi ancor più grandi e inconfessabili: quelli legati al controllo del traffico mondiale dell'eroina, ovvero di uno dei business più redditizi del pianeta, con un giro d'affari annuo stimato attorno ai 150 miliardi di dollari l'anno. Non è un mistero che il boom della produzione di oppio/eroina negli anni '70 nel cosiddetto Triangolo d'Oro (Laos, Birmania e Cambogia) sia stato opera dalla Cia, che con i ricavi del narcotraffico finanziava le operazioni anti-comuniste nel Sudest asiatico. Lo stesso sistema - e questo è altrettanto risaputo - fu adottato dalla Cia negli anni '80 in America Latina, per finanziare (con i proventi della coca) la guerriglia antisandinista dei ‘Contras' in Nicaragua, e in Afghanistan per finanziare (con i proventi dell'eroina) la resistenza anti-sovietica dei mujaheddin. In Afghanistan il business continuò anche negli anni '90 e si incrementò con l'avvento al potere dei talebani, notoriamente sostenuti dalla Cia. Fino a quando nel 2000 il mullah Omar, allo scopo di guadagnare sostegno internazionale al suo regime, decise di vietare la produzione di oppio, che infatti nel 2001 crollò a livelli prossimi allo zero. Produzione che nell'Afghanistan ‘liberato' e controllato dalle forze armate e dall'intelligence Usa è ripresa a pieno ritmo fin dal 2002 (quando ancora i talebani non erano tornati) polverizzando ogni record storico e trasformando in pochi anni il paese sud-asiatico nel principale produttore mondiale di eroina (93 per cento della produzione mondiale). Una situazione che le forze Usa presenti in Afghanistan si sono sempre rifiutate di contrastare dicendo che questo "non era compito loro" e lasciando che se ne occupasse il governo-fantoccio di Kabul. Secondo un numero sempre maggiore ed eterogeneo di esperti e di persone ‘ben informate', la Cia avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato' guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all'estero.

Una nuova Air America? Secondo un'inchiesta televisiva condotta dal canale russo Vesti l'eroina afgana viene portata fuori dall'Afghanistan a bordo dei cargo militari Usa diretti nelle basi di Ganci, in Kirghizistan, e di Inchirlik, in Turchia. Spesso, ha scritto sul Guardian la giornalista afgana Nushin Arbabzadah, nascosta nelle bare dei militari Usa, riempite di droga al posto dei cadaveri. "Penso che sia possibile che questo avvenga, anche se non lo posso provare", ha diplomaticamente commentato l'ambasciatore russo a Kabul, Zamir Kabulov. Il giornalista russo Arkadi Dubnov di Vremya Novostei, riportando informazioni fornitegli da una fonte all'interno dei servizi afgani, ha scritto che "l'85 per cento di tutta la droga prodotta in Afghanistan è trasportata all'estero dall'aviazione Usa". Quest'estate il generale russo Mahmut Gareev, un ex comandante delle truppe sovietiche in Afghanistan, ha dichiarato a Russia Today: "Gli americani non contrastano la produzione di droga in Afghanistan perché questa frutta loro almeno 50 miliardi di dollari all'anno. Non è un mistero che gli americani trasportano la droga all'estero con i loro aerei militari.". Il giornalista statunitense Dave Gibson di Newsmax ha citato una fonte anonima dell'intelligence Usa secondo la quale "la Cia è sempre stata implicata nel traffico mondiale di droga e in Afghanistan sta semplicemente portando avanti quello che è il suo affare preferito, come aveva già fatto durante la guerra in Vietnam". L'economista russo Mikhail Khazin in un'intervista ha dichiarato che "Gli americani lavorano duro per mantenere in piedi il narcobusiness in Afghanistan attraverso la protezione che la Cia garantisce ai trafficanti di droga locali". "Gli Stati Uniti non contrastano il narcotraffico afgano per non minare la stabilità di un governo sostenuto dai principali trafficanti di droga del Paese, a cominciare dal fratello di Karzai", scrive il noto giornalista statunitense Eric Margolis sull'Huffington Post. "Le esperienze passate in Indocina e Centroamerica suggeriscono che la Cia potrebbe essere coinvolta nel traffico di droga afgana in maniera più pesante di quello che già sappiamo. In entrambi quei casi gli aerei Cia trasportavano all'estero la droga per conto dei loro alleati locali: lo stesso potrebbe avvenire in Afghanistan. Quando la storia della guerra sarà stata scritta, il sordido coinvolgimento di Washington nel traffico di eroina afgana sarà uno dei capitoli più vergognosi".

Narcodollari per salvare le banche in crisi? Antonio Maria Costa, direttore generale dell'Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e la Criminalità (Unodc), in un’intervista al settimanale austriaco Profil ha dichiarato: “Il traffico di droga è l'unica industria in espansione. I proventi vengono reinvestiti solo parzialmente in attività illecite. Il resto del denaro viene immesso nell'economia legale con il riciclaggio. Non sappiamo quanto, ma il volume è impressionante. Ciò significa introdurre capitale da investimento. Ci sono indicazioni che questi fondi sono anche finiti nel settore finanziario, che si trova sotto ovvia pressione dalla seconda metà dello scorso anno (a causa della crisi finanziaria globale, ndr). Il denaro proveniente dal traffico di droga attualmente è l’unico capitale liquido da investimento disponibile. Nella seconda metà del 2008 la liquidità era il problema principale per il sistema bancario e quindi tale capitale liquido è diventato un fattore importante. Sembra che i crediti interbancari siano stati finanziati da denaro che proviene dal traffico della droga e da altre attività illecite. E' ovviamente arduo dimostrarlo, ma ci sono indicazioni che un certo numero di banche sia stato salvato con questi mezzi”.

Fonte:
Peacereporter

giovedì 24 settembre 2009

Se Obama abdica con l'Iran costringerà Israele ad attaccare Teheran





di Bret Stephens


Gli eventi stanno rapidamente spingendo Israele verso un attacco preventivo contro gli impianti nucleari dell’Iran, un attacco che avverrà probabilmente la prossima primavera. L’operazione potrebbe essere un fallimento. Oppure rivelarsi un successo, spingendo il prezzo del petrolio a 300 dollari al barile, provocando una guerra in Medio Oriente e coinvolgendo i militari statunitensi. Allora perché l’amministrazione Obama sta facendo di tutto per accelerare questa escalation?

Alla riunione del G-8 in Italia, lo scorso luglio, il mese di settembre è stato fissato come ultima scadenza da imporre all’Iran per iniziare i negoziati sul suo programma nucleare. La settimana scorsa, l’Iran ha dato la sua risposta: no. Quello che Teheran ha offerto in cambio è un documento di cinque pagine che è l’equivalente diplomatico di un grande “vaffanculo”. Il documento inizia lamentando “i modi di pensare peccaminosi che prevalgono nelle relazioni internazionali” per poi offrire grandi discorsi su tutta una varietà di argomenti: la democrazia, i diritti umani, il disarmo, il terrorismo, “il rispetto per i diritti degli stati”, ed altri temi in cui l’Iran è certamente un modello. L’assenza più lampante è quella di una qualsiasi menzione del programma nucleare iraniano - giunto al cosiddetto “breakout point” - che secondo Mahmoud Ahmadinejad e il suo capo Ali Khamenei non è in discussione.

Cosa può fare un presidente statunitense di fronte a un documento destinato al fallimento? Cos’altro se non fare finta che non sia fallimentare? I negoziati cominciano il primo ottobre. Tutto questo non fa altro che contribuire a persuadere la leadership israeliana sul fatto che, quando il Presidente Obama definisce "inaccettabile" l'Iran nucleare, intende questa affermazione più o meno nello stesso modo di un genitore quando rimprovera in maniera inefficace un adolescente che si comporta male. Questa impressione viene rinforzata dal fatto che Obama ha deciso di togliere l’Iran dall'agenda della riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che presiederà il 24 settembre; dal fatto che il Segretario alla Difesa Robert Gates si è opposto pubblicamente ad attacchi contro le attrezzature nucleari dell’Iran; e dall’annuncio emesso dal governo russo che non sosterrà altre sanzioni contro l’Iran.

Insomma, la conclusione tra gli israeliani è che né l’amministrazione Obama né la “comunità internazionale” faranno niente per bloccare l’Iran. Quindi Israele ha seguito una strategia diversa, e sta cercando di spingere gli Stati Uniti a fermare, o almeno a ritardare, un attacco di Gerusalemme contro l'Iran, attraverso l'imposizione di sanzioni più dure. Perciò, diversamente dagli attacchi israeliani contro il reattore iracheno nel 1981 e quello siriano nel 2007, entrambi pianificati in assoluto segreto, gli israeliani hanno reso appositamente pubbliche le loro paure, intenzioni e capacità. Hanno mandato delle navi da guerra nel Canale di Suez in pieno giorno ed hanno effetuato esercitazioni di combattimento aereo a lunga portata. Sono stati insolitamente comunicativi nei loro briefing con i giornalisti dicendo ogni volta di essere convinti che saranno in grado di completare il lavoro.

Il problema, comunque, è che l’amministrazione americana non abbocca, e uno deve domandarsi perché. Forse Washingotn pensa che la diplomazia funzionerà, oppure che riuscirà a convincere gli israeliani a non attaccare. Oppure, può darsi che in realtà gli Usa desiderino che Israele attacchi senza dare la percezione che loro siano d'accordo. O forse non stanno prestando la giusta attenzione a quello che sta avvenendo. Ma Israele invece lo sta facendo. E più gli Stati Uniti rimandano la questione di affrontare seriamente l’Iran, più si avvicina e diventa probabile una incursione israeliana.

Un rapporto pubblicato dal Bipartisan Policy Center, firmato dal Generale in pensione Charles Ward, evidenzia che entro l’anno prossimo l’Iran sarà capace di “produrre armi di uranio arrichito... in meno di due mesi”. Ugualmente fondamentale, nella determinazione con cui si sta muovendo Israele, è la consegna di batterie anti-aeree S-300 prevista dalla Russia all’Iran: è quasi certo che Israele attaccherà prima che sia effettuata la consegna, senza curarsi che la bomba iraniana sia pronta fra due mesi o fra due anni.

L'attacco potrebbe avvantaggiare Israele, ma tutto dipende se avrà successo o meno. Certamente sarebbe nell'interesse dell’America che l’Iran non ottenga una capacità nucleare, sia reale che del cosiddetto “breakout”. Questo vale anche per il Medio Oriente in generale, dove non c’è bisogno di una rincorsa all'atomica che la capacità nucleare iraniana provocherebbe inevitabilmente...

Non è nell’interesse degli Stati Uniti che Israele diventi lo strumento per disarmare l’Iran. In primo luogo, la sua capacità di riuscirci è discutibile: gli strateghi israeliani stanno difondendo a mezzo voce l'ipotesi che, se anche l’attacco avesse successo, potrebbe esserci bisogno di ripeterlo fra qualche anno quando l’Iran svilupperà di nuovo la sua capacità nucleare. Per di più, è possible che l’Iran risponda a un attacco del genere non solo contro l’Israele, ma anche contro bersagli statunitensi in Iraq e nel Golfo Persico. Ma l'aspetto più importante è che, da parte degli Usa, provvedere attraverso un altro Stato alla risoluzione di questioni legate alla guerra e alla pace sarebbe un’abdicazione della propria responsabilità di superpotenza, nonostante l'alleanza che unisce Washington e Gerusalemme.

Il Presidente Obama ha ceduto la responsabilità politica verso l’Iran al Primo Ministro Netanyahu. Obama farebbe meglio a riprendersi questa responabilità, tenendo presente che la sua eloquenza non vale a molto con l’Iran - e ricordando anche un utile adagio romano: Si vis pacem, para bellum.

Tratto da The Wall Street Journal
Traduzione di Ashleigh Rose
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di Bret Stephens


Gli eventi stanno rapidamente spingendo Israele verso un attacco preventivo contro gli impianti nucleari dell’Iran, un attacco che avverrà probabilmente la prossima primavera. L’operazione potrebbe essere un fallimento. Oppure rivelarsi un successo, spingendo il prezzo del petrolio a 300 dollari al barile, provocando una guerra in Medio Oriente e coinvolgendo i militari statunitensi. Allora perché l’amministrazione Obama sta facendo di tutto per accelerare questa escalation?

Alla riunione del G-8 in Italia, lo scorso luglio, il mese di settembre è stato fissato come ultima scadenza da imporre all’Iran per iniziare i negoziati sul suo programma nucleare. La settimana scorsa, l’Iran ha dato la sua risposta: no. Quello che Teheran ha offerto in cambio è un documento di cinque pagine che è l’equivalente diplomatico di un grande “vaffanculo”. Il documento inizia lamentando “i modi di pensare peccaminosi che prevalgono nelle relazioni internazionali” per poi offrire grandi discorsi su tutta una varietà di argomenti: la democrazia, i diritti umani, il disarmo, il terrorismo, “il rispetto per i diritti degli stati”, ed altri temi in cui l’Iran è certamente un modello. L’assenza più lampante è quella di una qualsiasi menzione del programma nucleare iraniano - giunto al cosiddetto “breakout point” - che secondo Mahmoud Ahmadinejad e il suo capo Ali Khamenei non è in discussione.

Cosa può fare un presidente statunitense di fronte a un documento destinato al fallimento? Cos’altro se non fare finta che non sia fallimentare? I negoziati cominciano il primo ottobre. Tutto questo non fa altro che contribuire a persuadere la leadership israeliana sul fatto che, quando il Presidente Obama definisce "inaccettabile" l'Iran nucleare, intende questa affermazione più o meno nello stesso modo di un genitore quando rimprovera in maniera inefficace un adolescente che si comporta male. Questa impressione viene rinforzata dal fatto che Obama ha deciso di togliere l’Iran dall'agenda della riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che presiederà il 24 settembre; dal fatto che il Segretario alla Difesa Robert Gates si è opposto pubblicamente ad attacchi contro le attrezzature nucleari dell’Iran; e dall’annuncio emesso dal governo russo che non sosterrà altre sanzioni contro l’Iran.

Insomma, la conclusione tra gli israeliani è che né l’amministrazione Obama né la “comunità internazionale” faranno niente per bloccare l’Iran. Quindi Israele ha seguito una strategia diversa, e sta cercando di spingere gli Stati Uniti a fermare, o almeno a ritardare, un attacco di Gerusalemme contro l'Iran, attraverso l'imposizione di sanzioni più dure. Perciò, diversamente dagli attacchi israeliani contro il reattore iracheno nel 1981 e quello siriano nel 2007, entrambi pianificati in assoluto segreto, gli israeliani hanno reso appositamente pubbliche le loro paure, intenzioni e capacità. Hanno mandato delle navi da guerra nel Canale di Suez in pieno giorno ed hanno effetuato esercitazioni di combattimento aereo a lunga portata. Sono stati insolitamente comunicativi nei loro briefing con i giornalisti dicendo ogni volta di essere convinti che saranno in grado di completare il lavoro.

Il problema, comunque, è che l’amministrazione americana non abbocca, e uno deve domandarsi perché. Forse Washingotn pensa che la diplomazia funzionerà, oppure che riuscirà a convincere gli israeliani a non attaccare. Oppure, può darsi che in realtà gli Usa desiderino che Israele attacchi senza dare la percezione che loro siano d'accordo. O forse non stanno prestando la giusta attenzione a quello che sta avvenendo. Ma Israele invece lo sta facendo. E più gli Stati Uniti rimandano la questione di affrontare seriamente l’Iran, più si avvicina e diventa probabile una incursione israeliana.

Un rapporto pubblicato dal Bipartisan Policy Center, firmato dal Generale in pensione Charles Ward, evidenzia che entro l’anno prossimo l’Iran sarà capace di “produrre armi di uranio arrichito... in meno di due mesi”. Ugualmente fondamentale, nella determinazione con cui si sta muovendo Israele, è la consegna di batterie anti-aeree S-300 prevista dalla Russia all’Iran: è quasi certo che Israele attaccherà prima che sia effettuata la consegna, senza curarsi che la bomba iraniana sia pronta fra due mesi o fra due anni.

L'attacco potrebbe avvantaggiare Israele, ma tutto dipende se avrà successo o meno. Certamente sarebbe nell'interesse dell’America che l’Iran non ottenga una capacità nucleare, sia reale che del cosiddetto “breakout”. Questo vale anche per il Medio Oriente in generale, dove non c’è bisogno di una rincorsa all'atomica che la capacità nucleare iraniana provocherebbe inevitabilmente...

Non è nell’interesse degli Stati Uniti che Israele diventi lo strumento per disarmare l’Iran. In primo luogo, la sua capacità di riuscirci è discutibile: gli strateghi israeliani stanno difondendo a mezzo voce l'ipotesi che, se anche l’attacco avesse successo, potrebbe esserci bisogno di ripeterlo fra qualche anno quando l’Iran svilupperà di nuovo la sua capacità nucleare. Per di più, è possible che l’Iran risponda a un attacco del genere non solo contro l’Israele, ma anche contro bersagli statunitensi in Iraq e nel Golfo Persico. Ma l'aspetto più importante è che, da parte degli Usa, provvedere attraverso un altro Stato alla risoluzione di questioni legate alla guerra e alla pace sarebbe un’abdicazione della propria responsabilità di superpotenza, nonostante l'alleanza che unisce Washington e Gerusalemme.

Il Presidente Obama ha ceduto la responsabilità politica verso l’Iran al Primo Ministro Netanyahu. Obama farebbe meglio a riprendersi questa responabilità, tenendo presente che la sua eloquenza non vale a molto con l’Iran - e ricordando anche un utile adagio romano: Si vis pacem, para bellum.

Tratto da The Wall Street Journal
Traduzione di Ashleigh Rose

 
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