mercoledì 2 settembre 2009

Nel Messico ridotto alla carestia esploderà nel 2010 una nuova Rivoluzione?


Di Gennaro Carotenuto



Nel 1810 in Messico si dichiarò l’indipendenza dalla Spagna (nella foto il celeberrimo murales di José Clemente Orozco). Nel 1910 scoppiò la Rivoluzione zapatista. Alla vigilia del 2010, secondo la Conferenza Nazionale Contadina (CNC), il paese è al bordo della fame di massa.

Per i fagioli, i frijoles, si teme un meno 80% nel prossimo raccolto, una tragedia che potrebbe tradursi in migliaia di morti di fame nel prossimo anno. Solo un po’ meno peggio va per l’altro architrave dell’alimentazione di cento milioni di messicani, il mais, meno 50%.
E proprio la fame potrebbe essere il punto più triste d’inflessione di un modello fallito di paese che a 200 anni dalla nascita ha bisogno di un nuovo inizio.
Il PIL intanto quest’anno cadrà del 9%. L’industria sta perdendo solo quest’anno un milione di posti di lavoro. La guerra civile dei narcos, ormai la prima industria nel paese come in Colombia negli anni ‘80, supererà la soglia dei 10.000 morti ammazzati nel 2009. La metà di questi è a Ciudad Juárez. La città, 1.5 milioni di abitanti, alla frontiera con il Texas vive in un contesto di violenza, non endemica ma causata dalla crisi, peggiore di quella di Baghdad. Un governo senza altra ricetta che quella neoliberale risponde tagliando salute ed educazione per far cassa oppure mandando l’esercito a reprimere e farsi complice del precipizio.
La Confindustria messicana dal canto suo, in sinergia con il ministro dell’Economia Agustín Carstens, uno degli ultimi “Chicago boy” con tanto di dottorato sulla piazza continentale, vuole lacrime e sangue sotto forma di IVA su medicine e alimenti. Nel loro delirio sostengono ancora che così si potrebbero ridurre le tasse ai ricchi e far da volano all’economia. Qualcuno sperava in Barack Obama, ma il presidente democratico elude ogni richiesta d’aiuto di Felipe Calderón a cominciare dall’alleviare le misere condizioni di vita di milioni di migranti che quest’anno, secondo il BID, invieranno vari miliardi in meno in rimesse.
Le politiche neoliberali dei governi del PAN, le conseguenze sempre più intollerabili del Trattato di Libero Commercio del Nordamerica (NAFTA) del 1994 e la siccità causata dal cambio climatico si abbattono così sul Messico come le bibliche piaghe d’Egitto. La siccità, la peggiore degli ultimi 70 anni, mette in grave crisi 3.5 milioni di contadini e 7 milioni di ettari di terre coltivate in 23 dei 32 stati del paese. Inoltre l’80% dei capi d’allevamento sta soffrendo la sete e una percentuale identica del territorio agricolo messicano è a rischio erosione. Senza fagioli né mais, le due principali sostanze della dieta del paese nordamericano, cosa mangeranno milioni di persone, soprattutto quelli di campagne sempre più desolate?
E’ strano che sulla bancarotta fraudolenta di una delle economie del G20, forse la più compiutamente neoliberale tra tutte, non vi sia alcuna analisi nei giornali italiani e ben poco in quelli occidentali che dovrebbero ammettere che il Messico, come già l’Argentina un decennio fa, sono lo specchio più fedele del fallimento pieno del modello post-coloniale imposto nel dopoguerra dal Fondo Monetario Internazionale.
Nell’immediato l’unica soluzione a disposizione del governo messicano per evitare la fame di massa è continuare a svenare il paese nell’importazione di alimenti. Questi proverranno ancora una volta dall’agricoltura iper-assistita degli Stati Uniti, infinitamente meno liberale di quella messicana e perciò più solida. E’ un paradosso che non consola perché invece sarebbe urgentissimo ripensare completamente la politica agraria dello Stato messicano e rinegoziare il Trattato di Libero Commercio del Nord America. Questo dal 1994 ad oggi ha obbligato all’esodo dalle campagne oltre dieci milioni di contadini senza che l’industria uscisse da una crisi ultraventennale e nonostante l’azzeramento di diritti sindacali imposto nell’arcipelago gulag delle maquiladoras dove 1.2 milioni di lavoratrici e lavoratori consumano la vita per pochi spiccioli e nulla apportano all’economia del paese. Dalle maquiladoras infatti partono il 47% delle esportazioni lasciando in Messico un controvalore pari ad appena il 3% del PIL. E’ un modello da buttare che Calderón non vuole, non sa e non può cambiare.
In questo contesto, col sistema educativo allo sfascio e (come la sanità) sottoposto a continui tagli dal governo, e non più in grado di creare opportunità e perequazione sociale, ai giovani e meno giovani messicani resta l’emigrazione (per dove se neanche il Canada li accoglie più?) oppure affiliarsi al narcotraffico e candidarsi a diventare un numero nella statistica dei morti ammazzati o dei sicari.
Oppure, lo desiderano gli ottimisti, lo temono gli oligarchi di sempre, l’implosione messicana sarà risolta dall’esplosione di un nuovo conflitto sociale, una ribellione aperta contro lo Stato liquido neoliberale che ha sostituito quello clientelar-assistenziale instaurato dal PRI e che è manifestamente fallito. Fatto sta che ogni cent’anni il Messico esplode. Nel 1810 fu dichiarata l’indipendenza dalla Spagna e cent’anni dopo, nel 1910, scoppiò la grande Rivoluzione zapatista, l’evento fondante del Messico moderno. In entrambi i casi ci volle più di un decennio di guerre, carestie e turbolenze per uscirne.
Giunti al tratto finale del 2009 quello che è certo è che il paese è nuovamente allo stremo. Il regime neoliberale farà la fine della corona spagnola al tempo dei lumi e del porfiriato un secolo dopo? E’ difficile dirlo. Sarà la divisa sinistra politica a condurre la rivolta? I sindacati? Oppure i movimenti sociali? O forse ancora un nuovo zapatismo che faccia ritrovare rappresentatività agli ultimi degli ultimi? Oppure i tempi dell’implosione del Messico saranno dettati da una caotica esplosione di violenza che prenderà magari la forma di saccheggi nei supermercati, una jaquerie premoderna che promuoverà un caos dagli esiti imprevedibili, forse perfino un ritorno dell’eterno PRI? Forse nulla di tutto questo succederà. Forse succederà qualcosa di completamente nuovo. Ma di sicuro nel Messico alla fame qualcosa dovrà accadere.


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Di Gennaro Carotenuto



Nel 1810 in Messico si dichiarò l’indipendenza dalla Spagna (nella foto il celeberrimo murales di José Clemente Orozco). Nel 1910 scoppiò la Rivoluzione zapatista. Alla vigilia del 2010, secondo la Conferenza Nazionale Contadina (CNC), il paese è al bordo della fame di massa.

Per i fagioli, i frijoles, si teme un meno 80% nel prossimo raccolto, una tragedia che potrebbe tradursi in migliaia di morti di fame nel prossimo anno. Solo un po’ meno peggio va per l’altro architrave dell’alimentazione di cento milioni di messicani, il mais, meno 50%.
E proprio la fame potrebbe essere il punto più triste d’inflessione di un modello fallito di paese che a 200 anni dalla nascita ha bisogno di un nuovo inizio.
Il PIL intanto quest’anno cadrà del 9%. L’industria sta perdendo solo quest’anno un milione di posti di lavoro. La guerra civile dei narcos, ormai la prima industria nel paese come in Colombia negli anni ‘80, supererà la soglia dei 10.000 morti ammazzati nel 2009. La metà di questi è a Ciudad Juárez. La città, 1.5 milioni di abitanti, alla frontiera con il Texas vive in un contesto di violenza, non endemica ma causata dalla crisi, peggiore di quella di Baghdad. Un governo senza altra ricetta che quella neoliberale risponde tagliando salute ed educazione per far cassa oppure mandando l’esercito a reprimere e farsi complice del precipizio.
La Confindustria messicana dal canto suo, in sinergia con il ministro dell’Economia Agustín Carstens, uno degli ultimi “Chicago boy” con tanto di dottorato sulla piazza continentale, vuole lacrime e sangue sotto forma di IVA su medicine e alimenti. Nel loro delirio sostengono ancora che così si potrebbero ridurre le tasse ai ricchi e far da volano all’economia. Qualcuno sperava in Barack Obama, ma il presidente democratico elude ogni richiesta d’aiuto di Felipe Calderón a cominciare dall’alleviare le misere condizioni di vita di milioni di migranti che quest’anno, secondo il BID, invieranno vari miliardi in meno in rimesse.
Le politiche neoliberali dei governi del PAN, le conseguenze sempre più intollerabili del Trattato di Libero Commercio del Nordamerica (NAFTA) del 1994 e la siccità causata dal cambio climatico si abbattono così sul Messico come le bibliche piaghe d’Egitto. La siccità, la peggiore degli ultimi 70 anni, mette in grave crisi 3.5 milioni di contadini e 7 milioni di ettari di terre coltivate in 23 dei 32 stati del paese. Inoltre l’80% dei capi d’allevamento sta soffrendo la sete e una percentuale identica del territorio agricolo messicano è a rischio erosione. Senza fagioli né mais, le due principali sostanze della dieta del paese nordamericano, cosa mangeranno milioni di persone, soprattutto quelli di campagne sempre più desolate?
E’ strano che sulla bancarotta fraudolenta di una delle economie del G20, forse la più compiutamente neoliberale tra tutte, non vi sia alcuna analisi nei giornali italiani e ben poco in quelli occidentali che dovrebbero ammettere che il Messico, come già l’Argentina un decennio fa, sono lo specchio più fedele del fallimento pieno del modello post-coloniale imposto nel dopoguerra dal Fondo Monetario Internazionale.
Nell’immediato l’unica soluzione a disposizione del governo messicano per evitare la fame di massa è continuare a svenare il paese nell’importazione di alimenti. Questi proverranno ancora una volta dall’agricoltura iper-assistita degli Stati Uniti, infinitamente meno liberale di quella messicana e perciò più solida. E’ un paradosso che non consola perché invece sarebbe urgentissimo ripensare completamente la politica agraria dello Stato messicano e rinegoziare il Trattato di Libero Commercio del Nord America. Questo dal 1994 ad oggi ha obbligato all’esodo dalle campagne oltre dieci milioni di contadini senza che l’industria uscisse da una crisi ultraventennale e nonostante l’azzeramento di diritti sindacali imposto nell’arcipelago gulag delle maquiladoras dove 1.2 milioni di lavoratrici e lavoratori consumano la vita per pochi spiccioli e nulla apportano all’economia del paese. Dalle maquiladoras infatti partono il 47% delle esportazioni lasciando in Messico un controvalore pari ad appena il 3% del PIL. E’ un modello da buttare che Calderón non vuole, non sa e non può cambiare.
In questo contesto, col sistema educativo allo sfascio e (come la sanità) sottoposto a continui tagli dal governo, e non più in grado di creare opportunità e perequazione sociale, ai giovani e meno giovani messicani resta l’emigrazione (per dove se neanche il Canada li accoglie più?) oppure affiliarsi al narcotraffico e candidarsi a diventare un numero nella statistica dei morti ammazzati o dei sicari.
Oppure, lo desiderano gli ottimisti, lo temono gli oligarchi di sempre, l’implosione messicana sarà risolta dall’esplosione di un nuovo conflitto sociale, una ribellione aperta contro lo Stato liquido neoliberale che ha sostituito quello clientelar-assistenziale instaurato dal PRI e che è manifestamente fallito. Fatto sta che ogni cent’anni il Messico esplode. Nel 1810 fu dichiarata l’indipendenza dalla Spagna e cent’anni dopo, nel 1910, scoppiò la grande Rivoluzione zapatista, l’evento fondante del Messico moderno. In entrambi i casi ci volle più di un decennio di guerre, carestie e turbolenze per uscirne.
Giunti al tratto finale del 2009 quello che è certo è che il paese è nuovamente allo stremo. Il regime neoliberale farà la fine della corona spagnola al tempo dei lumi e del porfiriato un secolo dopo? E’ difficile dirlo. Sarà la divisa sinistra politica a condurre la rivolta? I sindacati? Oppure i movimenti sociali? O forse ancora un nuovo zapatismo che faccia ritrovare rappresentatività agli ultimi degli ultimi? Oppure i tempi dell’implosione del Messico saranno dettati da una caotica esplosione di violenza che prenderà magari la forma di saccheggi nei supermercati, una jaquerie premoderna che promuoverà un caos dagli esiti imprevedibili, forse perfino un ritorno dell’eterno PRI? Forse nulla di tutto questo succederà. Forse succederà qualcosa di completamente nuovo. Ma di sicuro nel Messico alla fame qualcosa dovrà accadere.


venerdì 28 agosto 2009

Afghanistan: nessuna democrazia é decollata


di Franco Cardini

A proposito delle elezioni presidenziali e regionali tenutesi in Afghanistan il 20 agosto scorso, nonostante le incertezze relative ai risultati definitivi, alla correttezza delle procedure e allo stesso esito sostanziale (Hamid Karzai parrebbe essere confermato presidente senza bisogno di ballottaggio, ma il suo rivale Abdullah Abdullah rivendica a sua volta la vittoria e denunzia brogli e violenze), il parere quasi unanime dei media occidentali è che si sia trattato di una sostanziale vittoria della sia pur giovane, incerta e imperfetta democrazia sulle intimidazioni e sul boicottaggio terroristico dei talibani. Quanto alla scarsa affluenza alle urne, che non ha raggiunto il 50% rispetto al 75% delle precedenti elezioni (quelle che nel 2004 sancirono la vittoria di Karzai), si fa notare come si tratti di un trend coerente con tutte le democrazie del mondo, comprese le piu avanzate. Un parere ottimistico e consolante.

Che tuttavia riposa, purtroppo, su un’interpretazione disinvolta e sostanzialmente falsa del complesso scenario afghano La verità è diversa.


Premesso che il 70% circa degli oltre 32 milioni di afghani – etnicamente pashtun al 40%, tagiki al 25%, uzbeki al 9%, a parte le etnie minori come i hazari al centro - non ha diritto al voto in quanto minore di 18 anni e che il voto femminile è stato irrisorio (ignoranza? disinteresse? costrizione religiosa e familiare?), bisogna tener conto del fatto che, se è vero che molti non sono andati a votare in quanto intimiditi dalle minacce dei talibani, è non meno vero il contrario: anche i partigiani di Karzai e in particolar modo i suoi recenti e ingombranti alleati, i “Signori delle Guerra”, hanno esercitato pressioni non proprio gentili per indurre la gente a recarsi alle urne. Il risultato di tutto ciò era prevedibile: si è votato poco dappertutto, ma tuttavia un po’ di piu a Kabul e nel centro, aree controllate dai governativi e dalle forze militari d’occupazione; quasi per nulla nel sud-est, area egemonizzata dai talibani. Gli afghani sono stati stretti fra due opposte forme di minaccia: il che significa non certo che molti non siano andati volentieri a votare, ma solo che la massiccia diserzione del voto non si può interpretare solo come frutto della paura, bensì anche come esito della sfiducia e in molti casi come espressione di protesta.

Del resto, basta un po’ di buon senso. Come si puo votare tranquilli in un paese minacciato dalla fame (il 40% degli afghani vive al di sotto della “soglia di povertà”), controllato da uno-due uomini in armi ogni cento abitanti circa: bisogna difatti tener conto non solo dell’esercito e della polizia afghani (200.000 uomini in tutto), ma anche delle forze d’occupazione: 36.000 soldati americani (un numero destinato nei prossimi mesi ad aumentare fino a quasi 70.000 unità) e 64.000 della NATO. La guerra civile – attraverso varie fasi – dura da trent’anni, cioè dal 1979. Il paese è soggetto dalla fine del 2001 alla nuova occupazione statunitense (dopo quella sovietica, dalla quale si era liberato) che tuttavia non è riuscita in otto anni a raggiungere il suo conclamato scopo, l’eliminazione del movimento talibano ch’è più forte di prima; diviso in etnìe ormai reciprocamente ostili, un dato cui si è di recente aggiunte le rivendicazioni della minoranza sciita hazara; tormentato non solo dal terrorismo talibano, ma anche dalle violenze dei partigiani dei “Signori della Guerra” (e dell’oppio: Hillary Clinton ha di recente definito l’Afghanistan un “Narco-stato”). A sostenere Karzai, e ad aiutarlo a “vincere” le elezioni, sono oggi personaggi come il tagiko Mohamad Qasim Fahim, già scomodo collaboratore di Massud; l’uzbeko Abdul Rashid Dostum, ex collaborazionista dei sovietici e voltagabbana, che Amnesty International accusa d’innumerevoli crimini; l’orribile Abdul Rasul Sayyaf, pashtun, responsabile di migliaia di sevizie ai danni delle donne hazare. Come si può credere, con un panorama del genere, a una competizione elettorale serena e attendibile? E sarebbero questi i paladini della democrazia e dei “diritti umani”, gli alleati dell’Occidente?

I risultati elettorali definitivi saranno emanati, secondo fonti governative, entro i primi di settembre. Siate certi che non sarà così. Il principale avversario di Karzai, il suo ex collaboratore Abdullah Abdullah, pur rivendicando la vittoria denunzia violenze e brogli diffusi. Dietro il duello Karzai-Abdullah, del ersto, s’intravedeva quello etnico dei pashtun contro i tagiki. Intanto, nell’incerta e ambigua politica di Karzai (che da un alto si appoggio alle forze d’occupazione ma dall’altro cerca degli alleati nei feroci “Signori della Guerra” e da un altro ancora allaccia rapporti diplomatici nuovi con l’India – l’avversaria storica degli scomodi vicini pakistani – utilizzando addirittura la mediazione iraniana ovviamente disapprovata dagli americani e consentendo per questo alla minoranza sciita di adottare leggi specifiche in contrasto con quello che in teoria sarebbe il suo indirizzo di governo), un tratto solo risulta incontestabile: la corruzione spaventosa della sua equipe, a comiciare da suo fratello Ahmad Wali, governatore di Kandahar e notorio gestore del traffico di droga.

Un bilancio, insomma, fallimentare. Altro che “consolidamento d’una giovane democrazia”… Certo, a continuar a fare i loro interessi sono le multinazionali (la californiana Unocal in testa) interessate a gestire il passaggio degli oleodotti centroasiatici dal territorio afghano: ma nessuno dei problemi di un paese durissimamente provato da un trentennio di violenze è stato risolto. Karzai può anche accedere, sulla base di un risultato elettorale incerto che verrà in qualche modo legittimato mediante la forza o gli ambigui accordi tra bande, al suo secondo mandato presidenziale: ma è comunque un isolato, privo di base personale di potere e ostaggio quindi delle forze straniere d’occupazione, senza le quali sarebbe spazzato via in pochi giorni. Egli sa perfettamente tutto ciò, e per questo si sta cercando nuovi appoggi: ma l’averli individuati nei “Signori della Guerra”, mentre al tempo stesso egli cerca una pacificazione con i talibani, rischia di peggiorare la situazione interna anziche indirizzarla verso una qualche normalizzazione.

La guerra civile etnoreligiosa continua: non c’e soltanto il terrorismo talibano. L’immagine che si e cercato di legittimare a livello internazionale, quella di un paese diviso tra una maggioranza che vorrebbe accedere alla democrazia e una sediziosa e fanatica minoranza terroristica che glielo impedirebbe, è profondamente falsa. Intanto, ai bordi dello scenario afghano, si affacciano le diplomazie russa e cinese. Il nuovo Great Game e in pieno svolgimento, esattamente nella stessa area di quello ottocentesco: per quanto in parte diverse siano le caratteristiche geopolitiche e sociostoriche. Per la Cina, in particolare, si tratta del controllo dei centri di propoganda islamica dell’Asia profonda e dell’approvvigionamento di materie prime (il business preme: i chadari, cioe i burka piu a buon mercato, oggi, sono made in China). E a ovest dell’Afghanistan preme l’Iran, interessato a garantire i diritti dell’etnia hazara, sciita, che si addensa nel centreo del paese, cioe nella regione di Bamiyan.

Il presidente Barack Obama continua a proclamare che l’impegno militare in Afghanistan e irrinunziabile per il suo paese: una “guerra necessaria”. E’ ovvio: una volta ribadita la volonta di disimpegno dall’Iraq, Obama non può certo caricar sulle sue spalle la responsabilita della sconfitta su tutta la linea della politica mediorientale statunitense di quasi un decennio. Ma una delle molte cose che i media occidentali non hanno detto, e che un punto esplicitamente comune nel programma di tutti i candidati alla presidenza afghana era l’immediata liberazione del paese dalla presenza militare straniera. Oggi l’Afghanistan dà l’impressione di non poter riuscire a viver di nuovo ne sotto il controllo degli occupanti, ne senza di esso. Un libero accordo tra le aprti in conflitto, fondato sull’obiettiva impossibilita di andar avanti così, sarebbe l’unica via d’uscita; e garante dovrebbe essere l’organizzazione delle Nazioni Unite, non certo ne gli USA ne la NATO, responsabili dell’aggressione e dell’occupazione dal 2001 in poi e come tali detestate quasi unanimemente (oggi perfino da chi deve loro il potere) Questi i tratti di un puzzle che, per il momento, appare irrisolvibile.



Fonte: http://www.francocardini.net
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di Franco Cardini

A proposito delle elezioni presidenziali e regionali tenutesi in Afghanistan il 20 agosto scorso, nonostante le incertezze relative ai risultati definitivi, alla correttezza delle procedure e allo stesso esito sostanziale (Hamid Karzai parrebbe essere confermato presidente senza bisogno di ballottaggio, ma il suo rivale Abdullah Abdullah rivendica a sua volta la vittoria e denunzia brogli e violenze), il parere quasi unanime dei media occidentali è che si sia trattato di una sostanziale vittoria della sia pur giovane, incerta e imperfetta democrazia sulle intimidazioni e sul boicottaggio terroristico dei talibani. Quanto alla scarsa affluenza alle urne, che non ha raggiunto il 50% rispetto al 75% delle precedenti elezioni (quelle che nel 2004 sancirono la vittoria di Karzai), si fa notare come si tratti di un trend coerente con tutte le democrazie del mondo, comprese le piu avanzate. Un parere ottimistico e consolante.

Che tuttavia riposa, purtroppo, su un’interpretazione disinvolta e sostanzialmente falsa del complesso scenario afghano La verità è diversa.


Premesso che il 70% circa degli oltre 32 milioni di afghani – etnicamente pashtun al 40%, tagiki al 25%, uzbeki al 9%, a parte le etnie minori come i hazari al centro - non ha diritto al voto in quanto minore di 18 anni e che il voto femminile è stato irrisorio (ignoranza? disinteresse? costrizione religiosa e familiare?), bisogna tener conto del fatto che, se è vero che molti non sono andati a votare in quanto intimiditi dalle minacce dei talibani, è non meno vero il contrario: anche i partigiani di Karzai e in particolar modo i suoi recenti e ingombranti alleati, i “Signori delle Guerra”, hanno esercitato pressioni non proprio gentili per indurre la gente a recarsi alle urne. Il risultato di tutto ciò era prevedibile: si è votato poco dappertutto, ma tuttavia un po’ di piu a Kabul e nel centro, aree controllate dai governativi e dalle forze militari d’occupazione; quasi per nulla nel sud-est, area egemonizzata dai talibani. Gli afghani sono stati stretti fra due opposte forme di minaccia: il che significa non certo che molti non siano andati volentieri a votare, ma solo che la massiccia diserzione del voto non si può interpretare solo come frutto della paura, bensì anche come esito della sfiducia e in molti casi come espressione di protesta.

Del resto, basta un po’ di buon senso. Come si puo votare tranquilli in un paese minacciato dalla fame (il 40% degli afghani vive al di sotto della “soglia di povertà”), controllato da uno-due uomini in armi ogni cento abitanti circa: bisogna difatti tener conto non solo dell’esercito e della polizia afghani (200.000 uomini in tutto), ma anche delle forze d’occupazione: 36.000 soldati americani (un numero destinato nei prossimi mesi ad aumentare fino a quasi 70.000 unità) e 64.000 della NATO. La guerra civile – attraverso varie fasi – dura da trent’anni, cioè dal 1979. Il paese è soggetto dalla fine del 2001 alla nuova occupazione statunitense (dopo quella sovietica, dalla quale si era liberato) che tuttavia non è riuscita in otto anni a raggiungere il suo conclamato scopo, l’eliminazione del movimento talibano ch’è più forte di prima; diviso in etnìe ormai reciprocamente ostili, un dato cui si è di recente aggiunte le rivendicazioni della minoranza sciita hazara; tormentato non solo dal terrorismo talibano, ma anche dalle violenze dei partigiani dei “Signori della Guerra” (e dell’oppio: Hillary Clinton ha di recente definito l’Afghanistan un “Narco-stato”). A sostenere Karzai, e ad aiutarlo a “vincere” le elezioni, sono oggi personaggi come il tagiko Mohamad Qasim Fahim, già scomodo collaboratore di Massud; l’uzbeko Abdul Rashid Dostum, ex collaborazionista dei sovietici e voltagabbana, che Amnesty International accusa d’innumerevoli crimini; l’orribile Abdul Rasul Sayyaf, pashtun, responsabile di migliaia di sevizie ai danni delle donne hazare. Come si può credere, con un panorama del genere, a una competizione elettorale serena e attendibile? E sarebbero questi i paladini della democrazia e dei “diritti umani”, gli alleati dell’Occidente?

I risultati elettorali definitivi saranno emanati, secondo fonti governative, entro i primi di settembre. Siate certi che non sarà così. Il principale avversario di Karzai, il suo ex collaboratore Abdullah Abdullah, pur rivendicando la vittoria denunzia violenze e brogli diffusi. Dietro il duello Karzai-Abdullah, del ersto, s’intravedeva quello etnico dei pashtun contro i tagiki. Intanto, nell’incerta e ambigua politica di Karzai (che da un alto si appoggio alle forze d’occupazione ma dall’altro cerca degli alleati nei feroci “Signori della Guerra” e da un altro ancora allaccia rapporti diplomatici nuovi con l’India – l’avversaria storica degli scomodi vicini pakistani – utilizzando addirittura la mediazione iraniana ovviamente disapprovata dagli americani e consentendo per questo alla minoranza sciita di adottare leggi specifiche in contrasto con quello che in teoria sarebbe il suo indirizzo di governo), un tratto solo risulta incontestabile: la corruzione spaventosa della sua equipe, a comiciare da suo fratello Ahmad Wali, governatore di Kandahar e notorio gestore del traffico di droga.

Un bilancio, insomma, fallimentare. Altro che “consolidamento d’una giovane democrazia”… Certo, a continuar a fare i loro interessi sono le multinazionali (la californiana Unocal in testa) interessate a gestire il passaggio degli oleodotti centroasiatici dal territorio afghano: ma nessuno dei problemi di un paese durissimamente provato da un trentennio di violenze è stato risolto. Karzai può anche accedere, sulla base di un risultato elettorale incerto che verrà in qualche modo legittimato mediante la forza o gli ambigui accordi tra bande, al suo secondo mandato presidenziale: ma è comunque un isolato, privo di base personale di potere e ostaggio quindi delle forze straniere d’occupazione, senza le quali sarebbe spazzato via in pochi giorni. Egli sa perfettamente tutto ciò, e per questo si sta cercando nuovi appoggi: ma l’averli individuati nei “Signori della Guerra”, mentre al tempo stesso egli cerca una pacificazione con i talibani, rischia di peggiorare la situazione interna anziche indirizzarla verso una qualche normalizzazione.

La guerra civile etnoreligiosa continua: non c’e soltanto il terrorismo talibano. L’immagine che si e cercato di legittimare a livello internazionale, quella di un paese diviso tra una maggioranza che vorrebbe accedere alla democrazia e una sediziosa e fanatica minoranza terroristica che glielo impedirebbe, è profondamente falsa. Intanto, ai bordi dello scenario afghano, si affacciano le diplomazie russa e cinese. Il nuovo Great Game e in pieno svolgimento, esattamente nella stessa area di quello ottocentesco: per quanto in parte diverse siano le caratteristiche geopolitiche e sociostoriche. Per la Cina, in particolare, si tratta del controllo dei centri di propoganda islamica dell’Asia profonda e dell’approvvigionamento di materie prime (il business preme: i chadari, cioe i burka piu a buon mercato, oggi, sono made in China). E a ovest dell’Afghanistan preme l’Iran, interessato a garantire i diritti dell’etnia hazara, sciita, che si addensa nel centreo del paese, cioe nella regione di Bamiyan.

Il presidente Barack Obama continua a proclamare che l’impegno militare in Afghanistan e irrinunziabile per il suo paese: una “guerra necessaria”. E’ ovvio: una volta ribadita la volonta di disimpegno dall’Iraq, Obama non può certo caricar sulle sue spalle la responsabilita della sconfitta su tutta la linea della politica mediorientale statunitense di quasi un decennio. Ma una delle molte cose che i media occidentali non hanno detto, e che un punto esplicitamente comune nel programma di tutti i candidati alla presidenza afghana era l’immediata liberazione del paese dalla presenza militare straniera. Oggi l’Afghanistan dà l’impressione di non poter riuscire a viver di nuovo ne sotto il controllo degli occupanti, ne senza di esso. Un libero accordo tra le aprti in conflitto, fondato sull’obiettiva impossibilita di andar avanti così, sarebbe l’unica via d’uscita; e garante dovrebbe essere l’organizzazione delle Nazioni Unite, non certo ne gli USA ne la NATO, responsabili dell’aggressione e dell’occupazione dal 2001 in poi e come tali detestate quasi unanimemente (oggi perfino da chi deve loro il potere) Questi i tratti di un puzzle che, per il momento, appare irrisolvibile.



Fonte: http://www.francocardini.net

lunedì 10 agosto 2009

USA: le lobby più potenti di Obama


Di Paolo De Gregorio



Quando affermo perentoriamente, senza se e senza ma, che le democrazie sono in realtà una dittatura della economia e dei poteri mediatici (tutti in mano al capitalismo), sono confortato dai fatti e non invento nulla.

La vicenda della riforma sanitaria in America (47 milioni di cittadini senza assicurazione destinati a crepare senza aiuto), anche se promessa in campagna elettorale, e quindi DOVUTA ai cittadini che votarono Obama, trova nella attività corruttiva e criminale degli interessi economici maturati all’interno di un tipo di sanità considerata un affare, una forte resistenza.

Sono le assicurazioni, gli ospedali privati, i medici, l’industria farmaceutica, che hanno fatto piovere sul Congresso, dal 1° gennaio al 31 marzo 2009, più di 100milioni di dollari (dati del Public Office del Senato USA).

La tecnica è quella dei rinvii, delle trappole nella palude dei cavilli procedurali e burocratici, senza che nessuno abbia il coraggio di sostenere che la vita vale meno degli affari, mentre le Chiese, quelle che si battono a spada tratta contro l’aborto e per la salvezza dei feti surgelati, tacciono e si dimenticano di fare una battaglia per tutelare la vita di 47 milioni di americani.

Tutta la faccenda dimostra, con il rigore di un teorema, una sola cosa: gli interessi economici, i padroni della sanità, contano più del potere del Presidente degli Usa, ed è inutile essere democratici o repubblicani e fare campagne elettorali di due anni, spacciandole per esercizio di democrazia, nella sostanza il potere delle multinazionali è superiore a quello politico.

Mi domando quante ore di vita avrebbe Obama se decidesse di smantellare le 900 basi militari sparse in tutto il mondo, la flotta, i sottomarini, le migliaia di bombe atomiche, che costano ai contribuenti americani, ogni anno, 900 miliardi di dollari (più della attuale crisi).

Il complesso militare-industriale, con a capo gente come Cheney, Rumsfield, i Bush, farebbe fare democraticamente a pezzi Obama applaudito dalle Chiese,dagli operai e dai militari americani che lavorano nel settore.

Se qualcuno avesse dubbi ricordiamo che le multinazionali americane, sono proprietarie di tutte le principali reti televisive e il potere economico è TOTALITARIO, ed è buffo che le accuse di totalitarismo vengano fatte dall’America ai suoi “avversari”.

Da che pulpito viene la predica!


Fonte:Agoravox
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Di Paolo De Gregorio



Quando affermo perentoriamente, senza se e senza ma, che le democrazie sono in realtà una dittatura della economia e dei poteri mediatici (tutti in mano al capitalismo), sono confortato dai fatti e non invento nulla.

La vicenda della riforma sanitaria in America (47 milioni di cittadini senza assicurazione destinati a crepare senza aiuto), anche se promessa in campagna elettorale, e quindi DOVUTA ai cittadini che votarono Obama, trova nella attività corruttiva e criminale degli interessi economici maturati all’interno di un tipo di sanità considerata un affare, una forte resistenza.

Sono le assicurazioni, gli ospedali privati, i medici, l’industria farmaceutica, che hanno fatto piovere sul Congresso, dal 1° gennaio al 31 marzo 2009, più di 100milioni di dollari (dati del Public Office del Senato USA).

La tecnica è quella dei rinvii, delle trappole nella palude dei cavilli procedurali e burocratici, senza che nessuno abbia il coraggio di sostenere che la vita vale meno degli affari, mentre le Chiese, quelle che si battono a spada tratta contro l’aborto e per la salvezza dei feti surgelati, tacciono e si dimenticano di fare una battaglia per tutelare la vita di 47 milioni di americani.

Tutta la faccenda dimostra, con il rigore di un teorema, una sola cosa: gli interessi economici, i padroni della sanità, contano più del potere del Presidente degli Usa, ed è inutile essere democratici o repubblicani e fare campagne elettorali di due anni, spacciandole per esercizio di democrazia, nella sostanza il potere delle multinazionali è superiore a quello politico.

Mi domando quante ore di vita avrebbe Obama se decidesse di smantellare le 900 basi militari sparse in tutto il mondo, la flotta, i sottomarini, le migliaia di bombe atomiche, che costano ai contribuenti americani, ogni anno, 900 miliardi di dollari (più della attuale crisi).

Il complesso militare-industriale, con a capo gente come Cheney, Rumsfield, i Bush, farebbe fare democraticamente a pezzi Obama applaudito dalle Chiese,dagli operai e dai militari americani che lavorano nel settore.

Se qualcuno avesse dubbi ricordiamo che le multinazionali americane, sono proprietarie di tutte le principali reti televisive e il potere economico è TOTALITARIO, ed è buffo che le accuse di totalitarismo vengano fatte dall’America ai suoi “avversari”.

Da che pulpito viene la predica!


Fonte:Agoravox

venerdì 17 luglio 2009

Russia dimenticata


Continuano a morire i giornalisti nella Russia del dittatore Vladimir Putin.
Ieri è stata trovata morta Natalia Estemirova, giornalista sequestrata in Cecenia, collaboratrice dell'ong Memorial, l'unica che tiene il conto dei morti nel Caucaso settentrionale.
Proprio lei, vincitrice del primo "Anna Politkovskaya Award", il premio intitolato alla giornalista russa uccisa il 7 ottobre 2006 (processo, tra l'altro, recentemente riaperto dalla Corte suprema che ha annullato l'assoluzione per le tre persone accusate).
Durante la premiazione disse: "L'Occidente non può e non deve voltare le spalle al popolo ceceno". Ma è da tempo che l'informazione non se ne occupa.
Quella italiana da mesi, se non da anni.
Dimenticando così centinaia di migliaia di morti delle due guerre (300mila morti e 200mila ceceni spariti nel nulla, un quarto dell'intera popolazione cecena, scriveva PeaceReporter nel 2005).


"Il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare. L'unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede." (Anna Politkovskaya)

Fonte:
Il Popolo Sovrano
-
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Continuano a morire i giornalisti nella Russia del dittatore Vladimir Putin.
Ieri è stata trovata morta Natalia Estemirova, giornalista sequestrata in Cecenia, collaboratrice dell'ong Memorial, l'unica che tiene il conto dei morti nel Caucaso settentrionale.
Proprio lei, vincitrice del primo "Anna Politkovskaya Award", il premio intitolato alla giornalista russa uccisa il 7 ottobre 2006 (processo, tra l'altro, recentemente riaperto dalla Corte suprema che ha annullato l'assoluzione per le tre persone accusate).
Durante la premiazione disse: "L'Occidente non può e non deve voltare le spalle al popolo ceceno". Ma è da tempo che l'informazione non se ne occupa.
Quella italiana da mesi, se non da anni.
Dimenticando così centinaia di migliaia di morti delle due guerre (300mila morti e 200mila ceceni spariti nel nulla, un quarto dell'intera popolazione cecena, scriveva PeaceReporter nel 2005).


"Il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare. L'unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede." (Anna Politkovskaya)

Fonte:
Il Popolo Sovrano
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mercoledì 15 luglio 2009

L'attacco all'Iran e la variabile sunnita.


Di Simone Santini

L'indiscrezione è passata per lo più inosservata ma potrebbe avere ripercussioni devastanti. Una fonte diplomatica israeliana ha rivelato al quotidiano britannico Sunday Times (gruppo Murdoch) che i servizi segreti di Tel Aviv hanno raggiunto un accordo informale con l'Arabia Saudita per il sorvolo della propria aviazione in quello spazio aereo. Dopo mesi di trattative segrete il capo del Mossad, Meir Degan, avrebbe ottenuto lo straordinario risultato. Ora Israele ha un corridoio aperto e sicuro, per i propri caccia-bombardieri, che può arrivare attraverso la penisola arabica fino al cuore dell'Iran.

E non basta. Il quotidiano israeliano Yediot Ahronot scrive che per la prima volta un sottomarino nucleare da combattimento con la stella di David, classe Dolphin, ha avuto il permesso di attraversare il Canale di Suez, in pieno giorno e scortato da unità della marina egiziana. In caso di emergenza gli U-boat dello stato ebraico, dotati di testate atomiche, possono così raggiungere in 24 ore il Golfo Persico attraverso il canale contro la settimana necessaria se dovessero circumnavigare l'Africa.

L'intesa tra nemici storici, Israele e paesi arabi come Arabia Saudita ed Egitto, è ormai una realtà consolidata, confermata da molteplici segnali che si sono susseguiti negli ultimi mesi al punto da potersi ormai apertamente parlare di asse sunnito-sionista in funzione anti-sciita e anti-iraniana.
Sotto l'egida della precedente amministrazione statunitense, il dialogo arabo-israeliano era già venuto allo scoperto nel 2008. Verso la fine dell'anno Condoleeza Rice, in sede Onu, aveva presieduto un vertice senza precedenti tra potenze occidentali fortemente esposte nel contrasto al nucleare iraniano (gli stessi Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) e un gruppo di paesi arabi tra cui appunto Arabia Saudita, Egitto, ed altre aristocrazie sunnite del Golfo Persico. Convitato di pietra Israele.

Intanto nel mese di novembre il vice-presidente Dick Cheney si era recato in visita ufficiale a Ryad stringendo per conto degli israeliani un patto con la monarchia wahabita. Il New York Times riportava che Re Abdullah si mostrò estremamente preoccupato dalla politica egemonica di Teheran e per l'espansionismo sciita nella regione. Col ritiro annunciato delle truppe americane dall'Iraq si paventava che gli scontri etnici tra sunniti e sciiti potessero divampare e coinvolgere l'Arabia Saudita dove pure risiede una inquieta minoranza sciita. In cambio della promessa americana di spingere Tel Aviv al dialogo sulla Palestina, re Abdullah acconsentiva a formare un blocco unico contro il nemico comune: l'Iran.

Per Israele, dal canto suo, deve essere forte la tentazione di innescare un conflitto inter-islamico tra componenti sunnite e sciite per portare avanti una guerra per procura contro l'Iran. Allo stato due sono gli epicentri possibili. Sicuramente il Libano dove la coalizione filo-occidentale e soprattutto filo-saudita guidata da Saad Hariri ha ottenuto il governo dopo le recenti elezioni. Se in questo primo scorcio è prevalsa l'unità nazionale, sarebbe sufficiente spingere Hariri a chiedere il disarmo di Hezbollah, il partito sciita filo-iraniano che governa de facto il sud, per sprofondare il Paese dei Cedri nella guerra civile.

Anche in Iraq la situazione è critica. Il disimpegno americano potrebbe portare le componenti sunnite del centro in collisione con gli sciiti del sud. Attentati terroristici terrificanti si sono susseguiti in tutti questi anni tra le due parti. I sauditi hanno già fatto sapere che in caso di conflitto inter-etnico si considererebbero trascinati in guerra a fianco dei fratelli sunniti.

Un terzo scenario è da prendere in seria considerazione. Teheran ha più volte ammonito che in caso di aggressione occidentale o israeliana attuerebbe una risposta su larga scala. Se Tel Aviv portasse un first strike attraverso i cieli sauditi, gli iraniani potrebbero considerare la posizione di Ryad come un atto ostile, se non un vero e proprio atto di guerra. E se la distanza metterebbe relativamente al riparo gli israeliani dalla risposta di Ahmadinejad, il paese degli ayatollah e l'Arabia Saudita hanno centinaia di chilometri di coste che si fronteggiano divise solo da uno stretto braccio di mare. E per determinare una situazione esplosiva potrebbe essere sufficiente anche un inopportuno incidente tra le due forze armate nel Golfo persico, forse il mare più trafficato del pianeta da petroliere e unità militari sotto ogni bandiera.

Tra gli stati europei la Francia è sembrata la più pronta a non considerare questi scenari possibili come fanta-politica e predisponendo le opportune mosse sulla scacchiera a difesa dei suoi interessi nella regione. A maggio Parigi ha inaugurato una sua base integrata (navale, aerea, terrestre) nell'emirato di Abu Dhabi, da cui è possibile il controllo dello Stretto di Hormuz. Era da cinquanta anni, dalla perdita delle colonie africane, che la Francia non dislocava le sue forze armate in maniera permanente all'estero. Nel dare l'annuncio della creazione della base in territorio arabo il presidente Sarkozy dichiarava: "E' il segno che il nostro paese sa adattarsi alle nuove sfide, che è pronto a prendersi le sue responsabilità e a giocare per intero il suo ruolo negli affari del mondo [...] E' qui che si gioca gran parte della nostra sicurezza e di quella del pianeta". Fuori dal linguaggio celebrativo il messaggio era chiaro: se l'Iran attacca gli Emirati arabi è come se attaccasse la Francia.

La forza dissuasiva francese non si limita alla presenza militare. In base ad un accordo segreto con gli stessi Emirati, rivelato dal quotidiano Le Figaro, Parigi mette a disposizione l'opzione atomica in caso di aggressione, sia con i suoi sottomarini nucleari che con i bombardieri dislocati sulla portaerei Charles De Gaulle.

Che ci si trovi di fronte ad una accelerazione, dopo i drammatici fatti post-elettorali in Iran, è dimostrato anche dalle dichiarazioni del vice-presidente americano Joe Biden che in visita alle truppe in Iraq, rispondendo ad un esterrefatto cronista della emittente ABC, diceva: "Gli Stati Uniti non possono imporre a un altro Stato sovrano cosa può o non può fare [...] Israele può decidere da sola cosa è nel suo interesse e cosa fare nei confronti dell'Iran o in qualsiasi altra situazione [...] In ogni caso Israele ha il diritto di fare ciò che crede opportuno. Se il governo Netanyahu deciderà di scegliere una linea di azione diversa da quella attuale, la loro sovranità gli concede questo diritto [... specie se la sua...] sopravvivenza è minacciata da un altro Paese".

Il presidente Obama si è affrettato a smentire che le dichiarazioni del vice-presidente rappresentassero un "semaforo verde" di Washington per un attacco all'Iran. Gioco delle parti, gaffe diplomatica di Biden, o annuncio auto-avverantesi come nello stile del personaggio? Già durante la campagna elettorale presidenziale Biden aveva pronosticato imminente una crisi internazionale che avrebbe subito impegnato il neo-presidente per verificare di che "pasta fosse fatto". Nel gennaio successivo, quando l'insediamento di Obama non era ancora nemmeno ufficiale, Israele diede il via all'operazione "piombo fuso" a Gaza che provocò oltre mille morti, soprattutto civili.

Fonte: Clarissa.it
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Di Simone Santini

L'indiscrezione è passata per lo più inosservata ma potrebbe avere ripercussioni devastanti. Una fonte diplomatica israeliana ha rivelato al quotidiano britannico Sunday Times (gruppo Murdoch) che i servizi segreti di Tel Aviv hanno raggiunto un accordo informale con l'Arabia Saudita per il sorvolo della propria aviazione in quello spazio aereo. Dopo mesi di trattative segrete il capo del Mossad, Meir Degan, avrebbe ottenuto lo straordinario risultato. Ora Israele ha un corridoio aperto e sicuro, per i propri caccia-bombardieri, che può arrivare attraverso la penisola arabica fino al cuore dell'Iran.

E non basta. Il quotidiano israeliano Yediot Ahronot scrive che per la prima volta un sottomarino nucleare da combattimento con la stella di David, classe Dolphin, ha avuto il permesso di attraversare il Canale di Suez, in pieno giorno e scortato da unità della marina egiziana. In caso di emergenza gli U-boat dello stato ebraico, dotati di testate atomiche, possono così raggiungere in 24 ore il Golfo Persico attraverso il canale contro la settimana necessaria se dovessero circumnavigare l'Africa.

L'intesa tra nemici storici, Israele e paesi arabi come Arabia Saudita ed Egitto, è ormai una realtà consolidata, confermata da molteplici segnali che si sono susseguiti negli ultimi mesi al punto da potersi ormai apertamente parlare di asse sunnito-sionista in funzione anti-sciita e anti-iraniana.
Sotto l'egida della precedente amministrazione statunitense, il dialogo arabo-israeliano era già venuto allo scoperto nel 2008. Verso la fine dell'anno Condoleeza Rice, in sede Onu, aveva presieduto un vertice senza precedenti tra potenze occidentali fortemente esposte nel contrasto al nucleare iraniano (gli stessi Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) e un gruppo di paesi arabi tra cui appunto Arabia Saudita, Egitto, ed altre aristocrazie sunnite del Golfo Persico. Convitato di pietra Israele.

Intanto nel mese di novembre il vice-presidente Dick Cheney si era recato in visita ufficiale a Ryad stringendo per conto degli israeliani un patto con la monarchia wahabita. Il New York Times riportava che Re Abdullah si mostrò estremamente preoccupato dalla politica egemonica di Teheran e per l'espansionismo sciita nella regione. Col ritiro annunciato delle truppe americane dall'Iraq si paventava che gli scontri etnici tra sunniti e sciiti potessero divampare e coinvolgere l'Arabia Saudita dove pure risiede una inquieta minoranza sciita. In cambio della promessa americana di spingere Tel Aviv al dialogo sulla Palestina, re Abdullah acconsentiva a formare un blocco unico contro il nemico comune: l'Iran.

Per Israele, dal canto suo, deve essere forte la tentazione di innescare un conflitto inter-islamico tra componenti sunnite e sciite per portare avanti una guerra per procura contro l'Iran. Allo stato due sono gli epicentri possibili. Sicuramente il Libano dove la coalizione filo-occidentale e soprattutto filo-saudita guidata da Saad Hariri ha ottenuto il governo dopo le recenti elezioni. Se in questo primo scorcio è prevalsa l'unità nazionale, sarebbe sufficiente spingere Hariri a chiedere il disarmo di Hezbollah, il partito sciita filo-iraniano che governa de facto il sud, per sprofondare il Paese dei Cedri nella guerra civile.

Anche in Iraq la situazione è critica. Il disimpegno americano potrebbe portare le componenti sunnite del centro in collisione con gli sciiti del sud. Attentati terroristici terrificanti si sono susseguiti in tutti questi anni tra le due parti. I sauditi hanno già fatto sapere che in caso di conflitto inter-etnico si considererebbero trascinati in guerra a fianco dei fratelli sunniti.

Un terzo scenario è da prendere in seria considerazione. Teheran ha più volte ammonito che in caso di aggressione occidentale o israeliana attuerebbe una risposta su larga scala. Se Tel Aviv portasse un first strike attraverso i cieli sauditi, gli iraniani potrebbero considerare la posizione di Ryad come un atto ostile, se non un vero e proprio atto di guerra. E se la distanza metterebbe relativamente al riparo gli israeliani dalla risposta di Ahmadinejad, il paese degli ayatollah e l'Arabia Saudita hanno centinaia di chilometri di coste che si fronteggiano divise solo da uno stretto braccio di mare. E per determinare una situazione esplosiva potrebbe essere sufficiente anche un inopportuno incidente tra le due forze armate nel Golfo persico, forse il mare più trafficato del pianeta da petroliere e unità militari sotto ogni bandiera.

Tra gli stati europei la Francia è sembrata la più pronta a non considerare questi scenari possibili come fanta-politica e predisponendo le opportune mosse sulla scacchiera a difesa dei suoi interessi nella regione. A maggio Parigi ha inaugurato una sua base integrata (navale, aerea, terrestre) nell'emirato di Abu Dhabi, da cui è possibile il controllo dello Stretto di Hormuz. Era da cinquanta anni, dalla perdita delle colonie africane, che la Francia non dislocava le sue forze armate in maniera permanente all'estero. Nel dare l'annuncio della creazione della base in territorio arabo il presidente Sarkozy dichiarava: "E' il segno che il nostro paese sa adattarsi alle nuove sfide, che è pronto a prendersi le sue responsabilità e a giocare per intero il suo ruolo negli affari del mondo [...] E' qui che si gioca gran parte della nostra sicurezza e di quella del pianeta". Fuori dal linguaggio celebrativo il messaggio era chiaro: se l'Iran attacca gli Emirati arabi è come se attaccasse la Francia.

La forza dissuasiva francese non si limita alla presenza militare. In base ad un accordo segreto con gli stessi Emirati, rivelato dal quotidiano Le Figaro, Parigi mette a disposizione l'opzione atomica in caso di aggressione, sia con i suoi sottomarini nucleari che con i bombardieri dislocati sulla portaerei Charles De Gaulle.

Che ci si trovi di fronte ad una accelerazione, dopo i drammatici fatti post-elettorali in Iran, è dimostrato anche dalle dichiarazioni del vice-presidente americano Joe Biden che in visita alle truppe in Iraq, rispondendo ad un esterrefatto cronista della emittente ABC, diceva: "Gli Stati Uniti non possono imporre a un altro Stato sovrano cosa può o non può fare [...] Israele può decidere da sola cosa è nel suo interesse e cosa fare nei confronti dell'Iran o in qualsiasi altra situazione [...] In ogni caso Israele ha il diritto di fare ciò che crede opportuno. Se il governo Netanyahu deciderà di scegliere una linea di azione diversa da quella attuale, la loro sovranità gli concede questo diritto [... specie se la sua...] sopravvivenza è minacciata da un altro Paese".

Il presidente Obama si è affrettato a smentire che le dichiarazioni del vice-presidente rappresentassero un "semaforo verde" di Washington per un attacco all'Iran. Gioco delle parti, gaffe diplomatica di Biden, o annuncio auto-avverantesi come nello stile del personaggio? Già durante la campagna elettorale presidenziale Biden aveva pronosticato imminente una crisi internazionale che avrebbe subito impegnato il neo-presidente per verificare di che "pasta fosse fatto". Nel gennaio successivo, quando l'insediamento di Obama non era ancora nemmeno ufficiale, Israele diede il via all'operazione "piombo fuso" a Gaza che provocò oltre mille morti, soprattutto civili.

Fonte: Clarissa.it

lunedì 13 luglio 2009

I fatti di Teheran: perché la borghesia iraniana è diventata verde dalla rabbia?


di Puttini Spartaco

Dal giorno in cui in Iran si sono tenute le elezioni presidenziali la televisione ed i media ci mostrano le immagini delle manifestazioni che si svolgono a Teheran contro l’esito del voto.

Lo scrutinio ha stabilito la riconferma di Ahmadinejad alla presidenza della Repubblica Islamica già al primo turno con il 64% dei voti. Secondo è arrivato, a notevole distanza, l’ex primo ministro Mussavi con il 34% dei voti. Ma Mussavi ha contestato i risultati elettorali lanciando accuse di brogli ed ha chiamato in piazza i suoi supporters. Da allora la capitale iraniana è stata attraversata da cortei imponenti per l’uno o per l’altro candidato ed è molestata da scontri sempre più gravi. La tensione è altissima.

I media occidentali riportano che il regime cerca di reprimere l’indignazione popolare che coinvolge principalmente i giovani e le donne, i veri soggetti repressi dalla teocrazia degli ayatollah; che il risultato delle elezioni è incredibile e che gli iraniani non ci possono credere; che per la prima volta dalla rivoluzione del 1979 il popolo sta sfidando il regime, soprattutto grazie ad internet.
Certo, qualcuno ammette che anche Ahmadinejad abbia i suoi sostenitori, ma si tratterebbe per lo più di contadini misogini, che vivono in campagna immersi da un tradizionalismo religioso che non accetta la modernità, lontani dalla capitale Teheran e dalle grandi città aperte alla “contaminazione” della globalizzazione. Nessuno si è preso la briga di intervistarli, trovando molto più interessanti i coraggiosi giovani che sfidano il dispotismo dei chierici ed ai quali viene dato in effetti molto spazio.

I giornali di casa nostra, solitamente inclini a demonizzare qualsiasi manifestazione si svolga da noi dove non vengono rispettate tutte le regole del bon-ton e dell’etichetta, mostrano una curiosa simpatia ed una benevola tolleranza nei confronti dei moti di Teheran, spesso degenerati in episodi di guerriglia urbana.
La nostra informazione ha finito così per appiattirsi sugli slogan della protesta senza cercare di offrire il minimo lume critico sull’intricata vicenda. In realtà per cercare di decifrare la difficile politica iraniana, notoriamente sconosciuta ai più, almeno in Occidente, bisognerebbe rinunciare ad accettare passivamente il punto di vista di una delle due parti.
Perché la situazione è molto, molto più complessa di quanto non venga sottolineato.
Contrariamente alle volgari sciocchezze sparse a piene mani dai media va tenuto presente che la Repubblica islamica iraniana non è affatto un monolite ma è caratterizzata da una curiosa architettura istituzionale basata su una pluralità di organismi che si controllano e bilanciano l’un l’altro in un sistema dove il potere è assai diffuso.

Alcuni fatti suggeriscono che è lecito chiedersi se la dinamica che abbiamo di fronte sia davvero caratterizzata da una mobilitazione popolare contro il regime (come ci viene raccontato) o se, piuttosto, stiamo assistendo a giochi di potere innescati dalla vertenza dei sostenitori di candidati massicciamente battuti alle elezioni che giocano il tutto e per tutto fiduciosi di poter contare su sostegni in alto, molto in alto.

Per cercare di capire quello che sta succedendo e che rischia di cambiare l’equilibrio in una scacchiera di fondamentale importanza per gli equilibri internazionali occorre fare alcuni passi indietro…

- L’attesa

Lasciando al beneficio del dubbio l’ipotesi che le presidenziali iraniane siano state viziate da brogli talmente ampi da stravolgere il responso popolare, giacché nessuno ha delle prove certe né in un senso né nell’altro, è lecito tornare alle attese che si avevano prima delle elezioni.

Contrariamente a ciò che è stato sostenuto ultimamente parte degli osservatori indipendenti non nutriva aspettative molto diverse da quelle configurate dall’esito del voto. La vittoria di Ahmadinejad era nell’aria. Se parliamo di sondaggi occorre tenere presente che in Iran essi sono assai rari e difficilmente al di fuori dal paese è possibile scrutare con certezza gli enigmatici segni della politica interna iraniana, perché la Repubblica Islamica voluta da Khomeini è una creatura che non si presta a facili categorie interpretative.
Tra gli studi effettuati prima del voto merita una particolare menzione quello di due studiosi americani, coraggiosamente pubblicato dal “Washington Post” dopo che era stato dato l’esito delle presidenziali e che erano stati denunciati i brogli da parte degli sconfitti.

Il sondaggio in questione è merito di Ken Ballen e Patrick Doherty[1], è stato realizzato in farsi dall’11 al 20 maggio in tutte le trenta province dell’Iran e presentava un margine d’errore di poco superiore al 3%.
Lo studio afferma inequivocabilmente che tre settimane prima del voto Ahmadinejad godeva di un margine di vantaggio di oltre 2 a 1 (addirittura superiore a quello con cui ha ufficialmente vinto le elezioni!). Inoltre il presidente uscente risultava in testa in tutte e 30 le province del paese, persino nelle province azere dove Mussavi avrebbe dovuto giocare in casa. Sono interessanti anche altre notazioni che mettono fortemente in dubbio l’immagine che è stata data degli avvenimenti iraniani qui in Occidente. “Gran parte dei commenti hanno rappresentato i giovani iraniani e Internet come precursori del cambiamento in queste elezioni. Ma il nostro sondaggio ha scoperto che solo un terzo degli iraniani hanno accesso a Internet, mentre, di tutti i gruppi di età, quello dei giovani fra i 18 e i 24 anni comprendeva il blocco di voti più forte a favore di Ahmadinejad”[2].

Lo studio in questione è particolarmente meritorio per due ragioni: per la sua estensione e per la sua profondità. Nei suoi dati essenziali sottolinea quanto gli osservatori della realtà iraniana già avrebbero dovuto sapere (qualora non avessero commesso l’errore di valutare Ahmadinejad coi loro occhi e coi loro parametri anziché con quelli del popolo iraniano) e smentisce alcune affermazioni che nella confusione di questi giorni sono state propalate ed hanno acquisito la forza dei luoghi comuni (che la città si contrappone alla campagna, che i giovani sono contro il presidente…).

Del resto l’ipotesi caldeggiata dai più di una spaccatura elettorale tra la capitale e la campagna non mi pare molto convincente. In primo luogo perché l’Iran non è un paese del quarto mondo dove ad una capitale enorme si oppone la campagna ma possiede varie città importanti e molto vivaci, anche dal punto di vista culturale (Qom, Isfahan, Shiraz, etc…) e poi perché, sempre restando con l’attenzione rivolta a Teheran, occorre ricordare che Ahmadinejad prima di diventare presidente è stato il sindaco della capitale iraniana e che è stata proprio Teheran a costituire il trampolino di lancio della sua carriera politica a livello nazionale. La logica vorrebbe che ci si chiedesse come mai tali fatti si siano prodotti se è vero ciò che dicono i sostenitori della tesi complottista delle elezioni truccate: vale a dire che la cosa per loro davvero inaccettabile e sospetta sia stata costituita dalla vittoria di Ahmadinejad anche nelle grandi città e nella stessa capitale.

Lo stesso voto giovanile non sembra rispondere al clichè diffuso dai media. Ahamdinejad (52 anni) è molto più giovane di Mussavi (che coi suoi 67 anni fa parte della vecchia guardia della rivoluzione del ’79); come mai un giovane dovrebbe riconoscersi di più in questo vecchio politico che è stato primo ministro all’epoca della guerra Iran-Iraq ben venti anni fa (!) e non nel presidente uscente, che è un volto relativamente nuovo della vita pubblica iraniana e che a dispetto della sua pia ed inflessibile religiosità è uomo senza peli sulla lingua e dissacrante anche nei confronti di molti esponenti di primo piano del clero sciita che domina il paese?

Del resto la politica che il presidente uscente ha condotto durante il suo primo mandato ha mostrato che egli è intenzionato a rispettare le promesse che aveva fatto al suo popolo e qualche risultato non disprezzabile lo ha prodotto (nonostante la grave crisi economica internazionale, la disoccupazione tradizionalmente e pericolosamente alta e gli effetti negativi dell’embargo statunitense e delle sanzioni).
Va in effetti notato che Ahmadinejad è riuscito a rafforzare il welfare estendendo l’assistenza medica gratuita, che ha aumentato notevolmente le pensioni più basse, che ha concesso sussidi agli strati indigenti della popolazione e che ha accordato crediti vantaggiosi alla piccole imprese agricole. La politica in favore del welfare, contro le privatizzazioni e contro la corruzione svolta dal presidente uscente perché non avrebbe dovuto pagare alle elezioni? Per quale vaga e contraddittoria piattaforma politica alternativa gli iraniani avrebbero dovuto mostrare preferenza?

Infine vi è la questione della sicurezza nazionale, che in Iran è argomento assai caldo. Non va dimenticato che gli iraniani hanno pagato un altissimo prezzo per la guerra che l’Iraq di Saddam Hussein aveva scatenato senza alcun preavviso contro di loro e che oggi Teheran è nel mirino di Israele (cioè di una potenza nucleare che ha più volte minacciato un attacco massiccio contro le principali città iraniane e contro le centrali nucleari) e resta sempre nella lista nera degli Usa. L’Iran è di fatto circondato da basi americane e gli iraniani sanno bene cosa succede oltre la frontiera, nell’Iraq occupato e trasformato in un immenso lager a cielo aperto dove si consumano i peggiori crimini contro l’umanità. L’Iran è inoltre molestato dalle varie organizzazioni terroristiche che, assoldate da qualche potenza straniera, compiono continuamente attentati all’interno del paese partendo dalle basi in Afghanistan, Pakistan ed Iraq. Durante la stessa campagna elettorale vi è stato un grosso attentato contro la Moschea di Zahedan nel sudest del paese. Anche la fermezza che Ahmadinejad ha mostrato nel gestire queste delicate situazioni tenendosi sempre fedele alla difesa della sovranità nazionale ed alla scelta antimperialista che fece Khomeini devono aver pagato in quanto a consenso guadagnato (e non solo tra le forze di sicurezza e gli apparati dello Stato).
Da questo punto di vista i suoi avversari sono stati molto più ambigui o lo hanno accusato di aver isolato il paese proprio quando è incontestabile che è con la sua presidenza che l’Iran ha tessuto rapporti strategici di primaria importanza con molti protagonisti di primo piano della vita internazionale (Russia, Cina, America latina, Pakistan, India, Turchia…).

Almeno sulla carta, la vittoria di Ahmadinejad non pareva essere irrefutabilmente impossibile od improbabile, anzi!
Nonostante quanto diffuso dai media non sono circonlati altri sondaggi condotti con altrettanta perizia di quello cui abbiamo poc’anzi accennato che formulavano altre previsioni. Solamente i rivali di Ahmadinejad dicevano di vantare sondaggi con risultati diversi.
Come ha sottolineato l’analista statunitense George Friedman, il mistero non riguarda come abbia fatto Ahmadinejad a farsi rieleggere ma come abbiano potuto i suoi avversari sperare di batterlo, se lo hanno sperato veramente.

- L’onda verde

E’ tuttavia indubbio che Mussavi goda di un suo bacino d’influenza, per quanto notevolmente minoritario. Sempre stando al sondaggio di Ballen e Doherty risulta che l’unico blocco di voti nei quali l’ex primo ministro risultava competitivo era costituito dagli iraniani più abbienti e dagli universitari. Il fronte “verde” che ha sostenuto Mussavi è dunque composto dalle fasce medio-alte della società iraniana che sono vogliose di vedere la fine delle vertenza con l’Occidente per inserirsi nel sistema internazionale e che sono profondamente critiche con le misure socio-economiche del governo di Ahmadinejad che chiede loro di sostenere le spese del welfare, che questi ceti (analogamente a quanto avviene in tutto il mondo) vedono come uno spreco. Le elezioni iraniane hanno segnalato infatti una spaccatura tra classi, con i ceti popolari schierati dietro al presidente e la borghesia più influenzata dall’Occidente a sostenere l’opposizione.
Politicamente a sostenere Mussavi si è trovata una complessa alleanza, raggruppata attorno al partito dei Chierici Combattenti (che in Occidente viene impropriamente definito “riformista”) che oggi ha stretto un accordo con alti esponenti politici e religiosi dell’establishment iraniano, a partire dal potentissimo ex presidente Alì Akbar Hashemi Rafsanjani. La dinamica in corso è dunque ben differente da uno scontro tra il popolo ed il potere ma rassomiglia di più ad una spaccatura al vertice del sistema politico iraniano con un’area che cerca di utilizzare il movimento nelle piazze (ma che a sua volta rischia di essere utilizzata).
Alla sua destra, per così dire, tale alleanza pare raccogliere anche spezzoni eversivi che non si riconoscono nell’assetto costituzionale della Repubblica islamica e che sono chiaramente pro-americani se non apertamente reazionari. Perché la rivoluzione islamica ha comunque offerto prospettive migliori di quelle che il popolo iraniano aveva sotto lo Scià ma coloro che erano coccolati dal vecchio regime non hanno mai smesso di covare sentimenti revanscisti. Secondo Thierry Meyssan, “Certo, all’epoca dello Scià, c’era una borghesia occidentalizzata che trovava più bella la vita. Essa mandava i suoi figli a seguire gli studi in Europa e sperperava senza limiti alle feste di Persepoli. La rivoluzione islamica ha abolito i suoi privilegi, oggi i suoi nipoti sono in piazza. Con il sostegno degli Stati Uniti. Vogliono riconquistare ciò di cui le loro famiglie sono state private e che non ha niente a che vedere con la libertà”[3].

A voler essere a tutti i costi sospettosi ed a voler vedere per forza un complotto dietro alle elezioni iraniane vengono in effetti ben altri dubbi.
Il ruolino di marcia degli eventi di questi giorni pare infatti rassomigliare in maniera preoccupante alla classica dinamica dei putsch colorati (o delle rivoluzioni colorate) che dietro alla regia anglo-americana abbiamo visto in corso in vari paesi, dall’Ucraina alla Georgia, all’ex-Yugoslavia[4].
Anche in questo caso il candidato più vicino all’Occidente ha sostenuto di essere il vincitore delle elezioni ad urne ancora aperte ed anche in questo caso quando sono stati diffusi i risultati ufficiali ha gridato allo scandalo dei brogli ed ha chiamato i suoi sostenitori nelle strade. Anche in questo caso ha svolto un grande ruolo Internet (nell’organizzare, reclamizzare e tener desta la mobilitazione). Anche in questo caso, infine, la vicenda è stata strumentalizzata ampiamente in Occidente al fine di indottrinare l’opinione pubblica ed esercitare pressioni sul paese preso di mira. Risultano poi chiaramente provocatori e faziosi gli appelli dei manifestanti ad uccidere il “tiranno”, come essi chiamano il presidente Ahmadinejad, (che in Iran gode di un potere assai più limitato del presidente degli Usa o del primo ministro in molti paesi occidentali, giusto per contestualizzare).
La differenza tra questo scenario ed altri precedenti risiede nel fatto che questa volta Washington si è rifiutata, almeno ufficialmente, di prendere posizione con i rivoltosi.
Nelle sue dichiarazioni Obama ha intelligentemente sostenuto che gli Usa non si sarebbero ingeriti negli affari interni iraniani. Almeno fino a che non è apparsa inequivocabile la determinazione della Guida Suprema della Rivoluzione, ayatollah Alì Khamenei, a porre fine alle proteste di piazza ed ai disordini. Questa scelta statunitense però va letta tenendo conto della situazione politica concreta con la quale l’Amministrazione Obama si confronta in Iran. Se Obama avesse espresso il suo sostegno all’onda verde di Mussavi avrebbe commesso un’imprudenza al limite del controproducente. Il popolo iraniano in effetti nella sua stragrande maggioranza è fortemente patriottico ed orgoglioso ed è contrario a qualsiasi ingerenza straniera; in modo particolare gli americani e gli inglesi non godono di grande popolarità a causa dei passati trascorsi neocoloniali.
E’ corsa però la notizia che il Dipartimento di Stato Usa abbia chiesto a “Twitter” di rimandare un intervento di manutenzione sulla rete con l’esplicita motivazione che Twitter serviva ai contestatori iraniani per organizzare la loro sedizione. Una richiesta, questa, altamente significativa.

Sarebbe tuttavia fuorviante vedere in questi moti solamente una “contro-rivoluzione colorata”, aspetto comunque presente, perché la partita che si sta giocando a Teheran è complicata dal braccio di ferro che vede contrapporsi tra loro gli ayatollah; una contrapposizione che potrebbe rischiare di aprire gli argini della diga all’onda verde.

- Il braccio di ferro dietro le quinte

L’ayatollah Alì Khamenei è la Guida Suprema della Rivoluzione, la carica posta al vertice dell’architettura istituzionale della Repubblica islamica iraniana. Il suo potere, per quanto grande, non è tuttavia illimitato, sia perché la Costituzione iraniana è caratterizzata dalla presenza di numerosi organismi e contrappesi che si bilanciano e controllano a vicenda (ed in ciò è tutto fuorché un regime dispotico), sia perché in politica conta anche, se non soprattutto, il potere nella società reale. L’eminenza grigia della politica iraniana è l’ayatollah Alì Akbar Hashemi Rafsanjani, ex presidente della Repubblica, ex ministro della guerra durante il conflitto con l’Iraq ed attualmente alla guida del Consiglio degli Esperti (l’assemblea composta da 86 dotti eletti dal popolo che nomina e può revocare la Guida Suprema). Il clan stretto attorno a Rafsanjani possiede un vasto impero finanziario in Iran, dalle fondazioni religiose, ad imprese di import-export, ad una rete di università private che copre tutto il paese e che inquadra circa tre milioni di studenti. Ma è soprattutto l’estesa rete di rapporti politici che Rafsanjani ha abilmente tessuto durante la sua lunga carriera politica che fa impressione. Rafsanjani ha un rapporto privilegiato con i bazari, ha suoi uomini nella burocrazia e nella giustizia (a tutti i livelli), possiede un rapporto preferenziale con l’influente clero di Qom, gode di un notevole ascendente su parte del parlamento e dirige de facto il Consiglio degli Esperti. Nemmeno il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, feudo privilegiato di Khamenei, è completamente estraneo alla sua influenza. Non rappresenta un mistero che Rafsanjani si oppone alla politica economica e sociale sviluppata da Ahmadinejad, che gode invece dell’appoggio della Guida Suprema. Rafsanjani è inoltre infastidito dalla campagna moralizzatrice portata avanti dal giovane presidente populista. In particolare l’ex presidente si è opposto al tentativo di Ahmadinejad di porre sotto controllo il commercio estero e di limitare l’influenza delle università private; ma è soprattutto la scelta di strappare al clan di Rafsanjani il ministero chiave del petrolio che ha alimentato lo scontro per procura tra Khamenei e Rafsanjani. Va infatti ricordato che al momento della formazione del primo esecutivo guidato da Ahmadinejad 4 anni fa l’appena eletto presidente si vide bocciare più volte dal parlamento il ministro che aveva nominato al petrolio. Solo successivamente riuscì a far passare un suo uomo alla guida della National Iranian Oil Company. La politica di Ahmadinejad ha cercato di erodere la base di potere dell’ex presidente ed ha chiamato i ceti medio-alti del paese alle proprie responsabilità per sostenere una politica socio-economica re-distributiva. A questo punto la polemica di Ahmadinejad contro coloro che hanno servito la rivoluzione per servirsene ed accumulare per sé e le proprie famiglie consistenti fortune è cresciuta, ed è cresciuta l’ostilità di Rafsanjani da un lato e dei ceti borghesi del nord di Teheran dall’altro verso il presidente uscente e verso il suo mentore, Alì Khamenei.
La campagna elettorale presidenziale del 2009 ha segnato una recrudescenza nella lotta per il potere interna al regime degli ayatollah.

Durante la campagna elettorale Ahmadinejad ha difeso a spada tratta la sua politica di sostegno alle classi meno abbienti dalle critiche dei candidati di opposizione (in particola di Mussavi) e questo ha giocato sicuramente a suo vantaggio visto che sono molti gli iraniani che beneficiano della assistenza del governo. Parimenti deve aver giocato a sfavore di Mussavi, che non poteva rappresentare in maniera più plastica il suo ruolo di rappresentante di una minoranza benestante aliena alle principali esigenze della nazione. Ma l’affondo di Ahmadinejad è arrivato sulla questione della corruzione allorché egli ha detto chiaramente nel corso di un dibattito televisivo che dietro Mussavi c’era Rafsanjani e che il potente ex presidente e la sua famiglia avevano beneficiato della loro posizione politica per procurarsi vantaggi personali. Rafsanjani è stato inoltre accusato di trescare con l’Arabia Saudita per rovesciare il governo. A queste accuse pesanti l’ex presidente ha risposto con una lettera aperta pubblicata sui principali giornali del paese dove ha chiesto all’ayatollah Khamenei di prendere posizione su questo scandalo. E la Guida Suprema ha taciuto in modo complice.
Ahmadinejad ha giocato una partita spregiudicata: se da un lato le accuse di corruzione rivolte ad uno dei massimi esponenti della gerarchia religiosa e politica del paese gli hanno permesso di guadagnare molti voti, intercettando così una questione sulla quale le classi popolari iraniane sono molto sensibili, dall’altro ha rafforzato la convinzione dei gruppi d’interessi da lui toccati a sbarrare la strada ad un suo secondo mandato.
Rafsanjani ed il suo clan hanno così saldato il loro sodalizio con Mussavi, determinati a giocare fino in fondo la partita per il potere e sicuri di poter contare su un elemento di pressione nei confronti di Khamenei: la minaccia di una destituzione della Guida Suprema da parte del Consiglio degli Esperti, come ultima ratio qualora questi avesse resistito alla piazza difendendo l’elezione di Ahmadinejad.

- Sul filo del rasoio

Nel precipitare della crisi iraniana si sono così intersecate tre partite tra loro correlate: quella tra la borghesia agiata e le classi popolari, quella tra Rafsanjani e Khamenei e quella della collocazione internazionale del paese nella quale si sono probabilmente mischiati i sostenitori occidentali di uno scenario da “rivoluzione colorata”. Sono queste tre dinamiche che hanno gonfiato l’onda verde di Mussavi.

Tutto il mondo è a conoscenza dell’importanza strategica dell’Iran per gli equilibri internazionali. L’antica Persia è una Potenza regionale che ha il raro privilegio di influenzare due scacchiere adiacenti ed importantissime: il Medio Oriente e l’Asia centrale. L’Iran è l’unica Potenza di secondo rango che ha questa possibilità, è il baricentro della “via della seta”, per non parlare delle ricchezze del suo sottosuolo: ecco perché un cambiamento a Teheran può scuotere il mondo.
In questi giorni tutti hanno seguito gli sviluppi della crisi iraniana tenendo il fiato sospeso: dalle capitali arabe filo-occidentali, che hanno sempre guardato indispettite la formula iraniana della rivoluzione islamica (perché loro la religione la avevano sempre utilizzata in funzione conservatrice e reazionaria contro i movimenti rivoluzionari), ai paesi alleati dell’Iran che tentano di contenere l’imperialismo statunitense (ed allora si comprende l’uscita di Chavez in difesa dell’elezione di Ahmadinejad), alle nazioni che si stanno emancipando dalla tutela americana e che guardano con apprensione all’ipotesi di un dilagare di golpe colorati (è il caso di Gul ed Erdogan in Turchia, che non a caso sono stati i primi a congratularsi con il presidente rieletto), ai pesi massimi eurasiatici (Russia e Cina) che hanno incontrato Ahmadnejad al vertice dell’OCS che si teneva in quei giorni.
In particolare la Cina ha rivolto, dalle colonne di un suo influente giornale, un “consiglio” agli Usa a non ripetere l’errore di macchinare per rovesciare un altro presidente democraticamente eletto come fecero nel 1953 con Mossadeq perché gli iraniani non li avrebbero più perdonati e la regione avrebbe preso fuoco[5]. Una sottolineatura, quest’ultima, indicativa di come nel mondo si guardi ai fatti di Teheran.

Molti osservatori hanno poi sottolineato che quando era primo ministro negli anni ‘80 Mussavi ebbe modo di costruire importanti relazioni con gli ambienti occidentali. E’ il parere dell’esule iraniano Taheri, che ha ricordato come furono proprio due uomini di Mussavi a gestire la patata bollente del rilascio degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran e dei negoziati segreti con l’amministrazione Reagan in merito all’affaire Iran-Contra[6]. Poi la carriera di Mussavi venne interrotta, paradossalmente proprio da Rafsanjani nell’89, ma non abbiamo prove che certi rapporti non siano rimasti attivi. E’ quanto pare supporre un uomo chiave dei repubblicani statunitensi in quel periodo, Paul Craig Roberts (che fu sottosegretario al Tesoro proprio con Reagan). Egli sostiene che “è nel dominio del possibile che Mir Hossein Mussavi sia un agente comprato e pagato dal governo USA”[7]. Secondo lui infatti le elezioni sarebbero state palesemente regolari, solo che “se si tratta dell’egemonia americana su altri popoli i fatti e la verità non contano. Menzogna e propaganda sono la regola”[8] e cita un ex comandante militare pakistano che sostiene di aver prove irrefutabili che gli Usa hanno interferito nelle elezioni iraniane dispensando la bellezza di 400 milioni di dollari per finanziare la sommossa[9].

Beninteso, queste testimonianze non dimostrano di per sé granché ma segnalano che nell’ambito degli esperti l’impressione che vi sia stato un tentativo di golpe colorato appoggiato dagli anglo-americani è potentemente ed estesamente radicata, anche presso chi non può essere tacciato di pregiudizi anti-americani.
Crediamo comunque che i fatti di Teheran non siano pienamente comprensibili senza tener conto delle dinamiche interne alla società ed alla politica iraniana cui si accennava prima. Lo scenario internazionale assume un significato solo in correlazione con lo scontro sociale e politico nella Repubblica Islamica. Senza una spaccatura al vertice del potere in Iran l’onda verde non avrebbe mai trovato lo spazio per andare così lontano e provocare così tanti disordini.

Pur di evitare che Ahmadinejad e Khamenei rafforzino la loro presa sul potere e si lancino nella campagna moralizzatrice che potrebbe essergli potenzialmente fatale Rafsanjani ha deciso di sfruttare i moti di piazza, una scelta che pone la Repubblica islamica su un piano inclinato. L’esito delle elezioni del 12 giugno è stato in effetti un durissimo colpo per lui e per i suoi accoliti. Ma stringere un’intesa coi settori legati a Mussavi e con quanti si sono nascosti dietro le proteste per rovesciare il regime può essere molto pericoloso.
Trenta anni fa la Rivoluzione islamica di Khomeini fu caratterizzata anche da una forte spinta egualitaria; nonostante le moltissime conquiste che gli iraniani hanno fatto dalla fine del regime dello Scià quella spinta si era andata affievolendo, finendo così con l’aprire delle incognite sulla solidità del sistema, almeno in prospettiva. Ahmadinejad sembra aver restituito alla Repubblica islamica quella vocazione egualitaria ed un rapporto più stretto con le masse grazie alla sua politica radicale e populista. E’ forse principalmente per questo che l’ayatollah Khamenei sembra intenzionato a difenderlo fino in fondo.
Il discorso che la Guida Suprema ha tenuto durante la preghiera del venerdì 19 giugno è stato definito storico da molti osservatori. In quell’occasione Khamenei ha sostenuto la regolarità del voto e della rielezione di Ahmadinejad ed ha detto che le scelte si fanno nelle urne e non nelle strade. Egli ha anche detto che d’ora in avanti coloro che non rientreranno nei ranghi si assumeranno la colpa delle conseguenze dei loro atti. Khamenei ha sottolineato che è normale avere visioni politiche difformi nell’affrontare i problemi del paese ma che non si può lasciare che tali divergenze tracimino negli scontri di piazza con il rischio di mettere in discussione la Costituzione della Repubblica e la sovranità dell’Iran. Secondo osservatori ben informati Khamenei, uomo tradizionalmente molto cauto, avrebbe assunto una posizione così ferma anche perché il giorno precedente il Consiglio degli Esperti si era riunito ed aveva segnato la sconfitta di Rafsanjani. Ben 50 faqih avrebbero infatti riconfermato la loro fiducia nella “sagace direzione della Guida Suprema” esprimendo la certezza che Khamenei sarebbe riuscito a salvare il paese dalle macchinazioni dei nemici dell’Iran. A quel punto le armi di Rafsanjani erano spuntate[10].

Ma Khamenei ha anche fatto un’apertura a Rafsanjani, con il chiaro intento di isolare gli estremisti della rivolta verde e tagliare i loro legami all’interno del regime. Egli ha difeso l’ex presidente dalle accuse di corruzione e ne ha menzionato i meriti avuti durante la Rivoluzione. Non ha però accennato alle accuse rivoltegli in merito all’ipotetico complotto coi sauditi e non ha fatto menzione delle accuse di corruzione rivolte alla sua famiglia. Evidentemente il vecchio ayatollah vuole riservarsi la possibilità di giocare alcune carte pesanti qualora il potente rivale non addivenga a più miti consigli; non vuole tuttavia dargli l’impressione di averlo messo con le spalle al muro per evitare colpi di testa. Rafsanjani dovrà soppesare con grande attenzione le sue prossime mosse.

Per tutta la crisi è rimasto trincerato in un imbarazzato silenzio. Solamente il 29 giugno, durante una commemorazione pubblica, ha espresso il suo apprezzamento per l’opera svolta da Khamenei per far ricontare parte delle schede elettorali. Sebbene il riconteggio non possa in alcun modo modificare l’esito del voto e sia una misura puramente platonica Rafsanjani ha detto di apprezzare questa scelta perché tende al chiarimento ed al ristabilimento della fiducia nel sistema politico. Ma le sue parole più significative sono state rivolte alle manifestazioni, quando ha fatto allusione alle oscure tresche imbastite da Potenze straniere per creare una frattura tra il popolo e il regime.
Forse questa uscita presuppone un accomodamento con Khamenei e l’accettazione del dato di fatto: che la fronda è stata fermata. Resta da vedere al prezzo di quale compromesso e per quanto tempo durerà la bonaccia.

E’ presto per dire se questa sconfitta segna la fine della carriera di Rafsanjani ma sicuramente Khamenei ha saputo ribadire il suo controllo della situazione, parando la sfida che gli era stata lanciata. Ahmadinejad sembra uscito rafforzato dalla prova e può sfruttare la paura delle trame anglo-americane contro la fronda. L’onda verde di Mussavi sembra destinata alla risacca. Incapace di allargarsi oltre i ristretti settori benestanti del nord di Teheran sembra non poter più contare nemmeno sulla complicità di parte del potere. Gli apparati dello Stato, infine, sono rimasti fedeli alla Repubblica e non si sono lasciati attraversare da lacerazioni. Si può dire che la fronda sia stata fermata e che la fase più pericolosa per la Repubblica islamica sia ormai passata?

Alcuni segnali lo lasciano presagire, ma gli scontri di piazza potrebbero lasciare il posto ad una destabilizzazione pericolosa. Quello che è certo è che, comunque vada a finire, la Repubblica islamica porterà il segno di queste lacerazioni per parecchio tempo.




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[1] Ken Ballen è presidente di un istituto specializzato nello studio dell’estremismo, Patrick Doherty è il vice direttore dell’”American Strategy Program” presso la “New America Foundation”. La fonte originale dell’articolo qui citato è www.washingtonpost.com ma l’articolo è disponibile anche in italiano su: www.eurasia-rivista.org con il titolo: Il popolo iraniano parla; trad. it. di Ornella Sangiovanni.
[2] K. Ballen, P. Doherty, Il popolo iraniano parla; www.eurasia-rivista.org 16 giugno 2009
[3] T. Meyssan, Pourquoi devrais-je mépriser la choix des iraniens?; in : www.voltairenet.org 21 giugno 2009
[4] La tesi della “rivoluzione colorata” è sostenuta tra gli altri da: E. Golinger, La “rivoluzione verde”; in: www.lernesto.it 20 giugno 2009 trad. it. di M. Gemma
[5] M.K. Bhadrakumar, Beijing cautions US over Iran; in: “Asia Times Online” 20 giugno 2009
[6] M.K. Bhadrakumar, “Color” revolution fizzles in Iran; in: Asia Times Ondine” 23 giugno 2009
[7] P. Craig Roberts, Pourquoi et comment les Etats-Unis cherchent à detsbiliser l’Iran?; in : www.geostrategie.com 20 giugno 2009
[8] Ibidem
[9] Ibidem
[10] M.K. Bhadrakumar, “Color” revolution; op. cit.




Fonte:
Resisitenze.org
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di Puttini Spartaco

Dal giorno in cui in Iran si sono tenute le elezioni presidenziali la televisione ed i media ci mostrano le immagini delle manifestazioni che si svolgono a Teheran contro l’esito del voto.

Lo scrutinio ha stabilito la riconferma di Ahmadinejad alla presidenza della Repubblica Islamica già al primo turno con il 64% dei voti. Secondo è arrivato, a notevole distanza, l’ex primo ministro Mussavi con il 34% dei voti. Ma Mussavi ha contestato i risultati elettorali lanciando accuse di brogli ed ha chiamato in piazza i suoi supporters. Da allora la capitale iraniana è stata attraversata da cortei imponenti per l’uno o per l’altro candidato ed è molestata da scontri sempre più gravi. La tensione è altissima.

I media occidentali riportano che il regime cerca di reprimere l’indignazione popolare che coinvolge principalmente i giovani e le donne, i veri soggetti repressi dalla teocrazia degli ayatollah; che il risultato delle elezioni è incredibile e che gli iraniani non ci possono credere; che per la prima volta dalla rivoluzione del 1979 il popolo sta sfidando il regime, soprattutto grazie ad internet.
Certo, qualcuno ammette che anche Ahmadinejad abbia i suoi sostenitori, ma si tratterebbe per lo più di contadini misogini, che vivono in campagna immersi da un tradizionalismo religioso che non accetta la modernità, lontani dalla capitale Teheran e dalle grandi città aperte alla “contaminazione” della globalizzazione. Nessuno si è preso la briga di intervistarli, trovando molto più interessanti i coraggiosi giovani che sfidano il dispotismo dei chierici ed ai quali viene dato in effetti molto spazio.

I giornali di casa nostra, solitamente inclini a demonizzare qualsiasi manifestazione si svolga da noi dove non vengono rispettate tutte le regole del bon-ton e dell’etichetta, mostrano una curiosa simpatia ed una benevola tolleranza nei confronti dei moti di Teheran, spesso degenerati in episodi di guerriglia urbana.
La nostra informazione ha finito così per appiattirsi sugli slogan della protesta senza cercare di offrire il minimo lume critico sull’intricata vicenda. In realtà per cercare di decifrare la difficile politica iraniana, notoriamente sconosciuta ai più, almeno in Occidente, bisognerebbe rinunciare ad accettare passivamente il punto di vista di una delle due parti.
Perché la situazione è molto, molto più complessa di quanto non venga sottolineato.
Contrariamente alle volgari sciocchezze sparse a piene mani dai media va tenuto presente che la Repubblica islamica iraniana non è affatto un monolite ma è caratterizzata da una curiosa architettura istituzionale basata su una pluralità di organismi che si controllano e bilanciano l’un l’altro in un sistema dove il potere è assai diffuso.

Alcuni fatti suggeriscono che è lecito chiedersi se la dinamica che abbiamo di fronte sia davvero caratterizzata da una mobilitazione popolare contro il regime (come ci viene raccontato) o se, piuttosto, stiamo assistendo a giochi di potere innescati dalla vertenza dei sostenitori di candidati massicciamente battuti alle elezioni che giocano il tutto e per tutto fiduciosi di poter contare su sostegni in alto, molto in alto.

Per cercare di capire quello che sta succedendo e che rischia di cambiare l’equilibrio in una scacchiera di fondamentale importanza per gli equilibri internazionali occorre fare alcuni passi indietro…

- L’attesa

Lasciando al beneficio del dubbio l’ipotesi che le presidenziali iraniane siano state viziate da brogli talmente ampi da stravolgere il responso popolare, giacché nessuno ha delle prove certe né in un senso né nell’altro, è lecito tornare alle attese che si avevano prima delle elezioni.

Contrariamente a ciò che è stato sostenuto ultimamente parte degli osservatori indipendenti non nutriva aspettative molto diverse da quelle configurate dall’esito del voto. La vittoria di Ahmadinejad era nell’aria. Se parliamo di sondaggi occorre tenere presente che in Iran essi sono assai rari e difficilmente al di fuori dal paese è possibile scrutare con certezza gli enigmatici segni della politica interna iraniana, perché la Repubblica Islamica voluta da Khomeini è una creatura che non si presta a facili categorie interpretative.
Tra gli studi effettuati prima del voto merita una particolare menzione quello di due studiosi americani, coraggiosamente pubblicato dal “Washington Post” dopo che era stato dato l’esito delle presidenziali e che erano stati denunciati i brogli da parte degli sconfitti.

Il sondaggio in questione è merito di Ken Ballen e Patrick Doherty[1], è stato realizzato in farsi dall’11 al 20 maggio in tutte le trenta province dell’Iran e presentava un margine d’errore di poco superiore al 3%.
Lo studio afferma inequivocabilmente che tre settimane prima del voto Ahmadinejad godeva di un margine di vantaggio di oltre 2 a 1 (addirittura superiore a quello con cui ha ufficialmente vinto le elezioni!). Inoltre il presidente uscente risultava in testa in tutte e 30 le province del paese, persino nelle province azere dove Mussavi avrebbe dovuto giocare in casa. Sono interessanti anche altre notazioni che mettono fortemente in dubbio l’immagine che è stata data degli avvenimenti iraniani qui in Occidente. “Gran parte dei commenti hanno rappresentato i giovani iraniani e Internet come precursori del cambiamento in queste elezioni. Ma il nostro sondaggio ha scoperto che solo un terzo degli iraniani hanno accesso a Internet, mentre, di tutti i gruppi di età, quello dei giovani fra i 18 e i 24 anni comprendeva il blocco di voti più forte a favore di Ahmadinejad”[2].

Lo studio in questione è particolarmente meritorio per due ragioni: per la sua estensione e per la sua profondità. Nei suoi dati essenziali sottolinea quanto gli osservatori della realtà iraniana già avrebbero dovuto sapere (qualora non avessero commesso l’errore di valutare Ahmadinejad coi loro occhi e coi loro parametri anziché con quelli del popolo iraniano) e smentisce alcune affermazioni che nella confusione di questi giorni sono state propalate ed hanno acquisito la forza dei luoghi comuni (che la città si contrappone alla campagna, che i giovani sono contro il presidente…).

Del resto l’ipotesi caldeggiata dai più di una spaccatura elettorale tra la capitale e la campagna non mi pare molto convincente. In primo luogo perché l’Iran non è un paese del quarto mondo dove ad una capitale enorme si oppone la campagna ma possiede varie città importanti e molto vivaci, anche dal punto di vista culturale (Qom, Isfahan, Shiraz, etc…) e poi perché, sempre restando con l’attenzione rivolta a Teheran, occorre ricordare che Ahmadinejad prima di diventare presidente è stato il sindaco della capitale iraniana e che è stata proprio Teheran a costituire il trampolino di lancio della sua carriera politica a livello nazionale. La logica vorrebbe che ci si chiedesse come mai tali fatti si siano prodotti se è vero ciò che dicono i sostenitori della tesi complottista delle elezioni truccate: vale a dire che la cosa per loro davvero inaccettabile e sospetta sia stata costituita dalla vittoria di Ahmadinejad anche nelle grandi città e nella stessa capitale.

Lo stesso voto giovanile non sembra rispondere al clichè diffuso dai media. Ahamdinejad (52 anni) è molto più giovane di Mussavi (che coi suoi 67 anni fa parte della vecchia guardia della rivoluzione del ’79); come mai un giovane dovrebbe riconoscersi di più in questo vecchio politico che è stato primo ministro all’epoca della guerra Iran-Iraq ben venti anni fa (!) e non nel presidente uscente, che è un volto relativamente nuovo della vita pubblica iraniana e che a dispetto della sua pia ed inflessibile religiosità è uomo senza peli sulla lingua e dissacrante anche nei confronti di molti esponenti di primo piano del clero sciita che domina il paese?

Del resto la politica che il presidente uscente ha condotto durante il suo primo mandato ha mostrato che egli è intenzionato a rispettare le promesse che aveva fatto al suo popolo e qualche risultato non disprezzabile lo ha prodotto (nonostante la grave crisi economica internazionale, la disoccupazione tradizionalmente e pericolosamente alta e gli effetti negativi dell’embargo statunitense e delle sanzioni).
Va in effetti notato che Ahmadinejad è riuscito a rafforzare il welfare estendendo l’assistenza medica gratuita, che ha aumentato notevolmente le pensioni più basse, che ha concesso sussidi agli strati indigenti della popolazione e che ha accordato crediti vantaggiosi alla piccole imprese agricole. La politica in favore del welfare, contro le privatizzazioni e contro la corruzione svolta dal presidente uscente perché non avrebbe dovuto pagare alle elezioni? Per quale vaga e contraddittoria piattaforma politica alternativa gli iraniani avrebbero dovuto mostrare preferenza?

Infine vi è la questione della sicurezza nazionale, che in Iran è argomento assai caldo. Non va dimenticato che gli iraniani hanno pagato un altissimo prezzo per la guerra che l’Iraq di Saddam Hussein aveva scatenato senza alcun preavviso contro di loro e che oggi Teheran è nel mirino di Israele (cioè di una potenza nucleare che ha più volte minacciato un attacco massiccio contro le principali città iraniane e contro le centrali nucleari) e resta sempre nella lista nera degli Usa. L’Iran è di fatto circondato da basi americane e gli iraniani sanno bene cosa succede oltre la frontiera, nell’Iraq occupato e trasformato in un immenso lager a cielo aperto dove si consumano i peggiori crimini contro l’umanità. L’Iran è inoltre molestato dalle varie organizzazioni terroristiche che, assoldate da qualche potenza straniera, compiono continuamente attentati all’interno del paese partendo dalle basi in Afghanistan, Pakistan ed Iraq. Durante la stessa campagna elettorale vi è stato un grosso attentato contro la Moschea di Zahedan nel sudest del paese. Anche la fermezza che Ahmadinejad ha mostrato nel gestire queste delicate situazioni tenendosi sempre fedele alla difesa della sovranità nazionale ed alla scelta antimperialista che fece Khomeini devono aver pagato in quanto a consenso guadagnato (e non solo tra le forze di sicurezza e gli apparati dello Stato).
Da questo punto di vista i suoi avversari sono stati molto più ambigui o lo hanno accusato di aver isolato il paese proprio quando è incontestabile che è con la sua presidenza che l’Iran ha tessuto rapporti strategici di primaria importanza con molti protagonisti di primo piano della vita internazionale (Russia, Cina, America latina, Pakistan, India, Turchia…).

Almeno sulla carta, la vittoria di Ahmadinejad non pareva essere irrefutabilmente impossibile od improbabile, anzi!
Nonostante quanto diffuso dai media non sono circonlati altri sondaggi condotti con altrettanta perizia di quello cui abbiamo poc’anzi accennato che formulavano altre previsioni. Solamente i rivali di Ahmadinejad dicevano di vantare sondaggi con risultati diversi.
Come ha sottolineato l’analista statunitense George Friedman, il mistero non riguarda come abbia fatto Ahmadinejad a farsi rieleggere ma come abbiano potuto i suoi avversari sperare di batterlo, se lo hanno sperato veramente.

- L’onda verde

E’ tuttavia indubbio che Mussavi goda di un suo bacino d’influenza, per quanto notevolmente minoritario. Sempre stando al sondaggio di Ballen e Doherty risulta che l’unico blocco di voti nei quali l’ex primo ministro risultava competitivo era costituito dagli iraniani più abbienti e dagli universitari. Il fronte “verde” che ha sostenuto Mussavi è dunque composto dalle fasce medio-alte della società iraniana che sono vogliose di vedere la fine delle vertenza con l’Occidente per inserirsi nel sistema internazionale e che sono profondamente critiche con le misure socio-economiche del governo di Ahmadinejad che chiede loro di sostenere le spese del welfare, che questi ceti (analogamente a quanto avviene in tutto il mondo) vedono come uno spreco. Le elezioni iraniane hanno segnalato infatti una spaccatura tra classi, con i ceti popolari schierati dietro al presidente e la borghesia più influenzata dall’Occidente a sostenere l’opposizione.
Politicamente a sostenere Mussavi si è trovata una complessa alleanza, raggruppata attorno al partito dei Chierici Combattenti (che in Occidente viene impropriamente definito “riformista”) che oggi ha stretto un accordo con alti esponenti politici e religiosi dell’establishment iraniano, a partire dal potentissimo ex presidente Alì Akbar Hashemi Rafsanjani. La dinamica in corso è dunque ben differente da uno scontro tra il popolo ed il potere ma rassomiglia di più ad una spaccatura al vertice del sistema politico iraniano con un’area che cerca di utilizzare il movimento nelle piazze (ma che a sua volta rischia di essere utilizzata).
Alla sua destra, per così dire, tale alleanza pare raccogliere anche spezzoni eversivi che non si riconoscono nell’assetto costituzionale della Repubblica islamica e che sono chiaramente pro-americani se non apertamente reazionari. Perché la rivoluzione islamica ha comunque offerto prospettive migliori di quelle che il popolo iraniano aveva sotto lo Scià ma coloro che erano coccolati dal vecchio regime non hanno mai smesso di covare sentimenti revanscisti. Secondo Thierry Meyssan, “Certo, all’epoca dello Scià, c’era una borghesia occidentalizzata che trovava più bella la vita. Essa mandava i suoi figli a seguire gli studi in Europa e sperperava senza limiti alle feste di Persepoli. La rivoluzione islamica ha abolito i suoi privilegi, oggi i suoi nipoti sono in piazza. Con il sostegno degli Stati Uniti. Vogliono riconquistare ciò di cui le loro famiglie sono state private e che non ha niente a che vedere con la libertà”[3].

A voler essere a tutti i costi sospettosi ed a voler vedere per forza un complotto dietro alle elezioni iraniane vengono in effetti ben altri dubbi.
Il ruolino di marcia degli eventi di questi giorni pare infatti rassomigliare in maniera preoccupante alla classica dinamica dei putsch colorati (o delle rivoluzioni colorate) che dietro alla regia anglo-americana abbiamo visto in corso in vari paesi, dall’Ucraina alla Georgia, all’ex-Yugoslavia[4].
Anche in questo caso il candidato più vicino all’Occidente ha sostenuto di essere il vincitore delle elezioni ad urne ancora aperte ed anche in questo caso quando sono stati diffusi i risultati ufficiali ha gridato allo scandalo dei brogli ed ha chiamato i suoi sostenitori nelle strade. Anche in questo caso ha svolto un grande ruolo Internet (nell’organizzare, reclamizzare e tener desta la mobilitazione). Anche in questo caso, infine, la vicenda è stata strumentalizzata ampiamente in Occidente al fine di indottrinare l’opinione pubblica ed esercitare pressioni sul paese preso di mira. Risultano poi chiaramente provocatori e faziosi gli appelli dei manifestanti ad uccidere il “tiranno”, come essi chiamano il presidente Ahmadinejad, (che in Iran gode di un potere assai più limitato del presidente degli Usa o del primo ministro in molti paesi occidentali, giusto per contestualizzare).
La differenza tra questo scenario ed altri precedenti risiede nel fatto che questa volta Washington si è rifiutata, almeno ufficialmente, di prendere posizione con i rivoltosi.
Nelle sue dichiarazioni Obama ha intelligentemente sostenuto che gli Usa non si sarebbero ingeriti negli affari interni iraniani. Almeno fino a che non è apparsa inequivocabile la determinazione della Guida Suprema della Rivoluzione, ayatollah Alì Khamenei, a porre fine alle proteste di piazza ed ai disordini. Questa scelta statunitense però va letta tenendo conto della situazione politica concreta con la quale l’Amministrazione Obama si confronta in Iran. Se Obama avesse espresso il suo sostegno all’onda verde di Mussavi avrebbe commesso un’imprudenza al limite del controproducente. Il popolo iraniano in effetti nella sua stragrande maggioranza è fortemente patriottico ed orgoglioso ed è contrario a qualsiasi ingerenza straniera; in modo particolare gli americani e gli inglesi non godono di grande popolarità a causa dei passati trascorsi neocoloniali.
E’ corsa però la notizia che il Dipartimento di Stato Usa abbia chiesto a “Twitter” di rimandare un intervento di manutenzione sulla rete con l’esplicita motivazione che Twitter serviva ai contestatori iraniani per organizzare la loro sedizione. Una richiesta, questa, altamente significativa.

Sarebbe tuttavia fuorviante vedere in questi moti solamente una “contro-rivoluzione colorata”, aspetto comunque presente, perché la partita che si sta giocando a Teheran è complicata dal braccio di ferro che vede contrapporsi tra loro gli ayatollah; una contrapposizione che potrebbe rischiare di aprire gli argini della diga all’onda verde.

- Il braccio di ferro dietro le quinte

L’ayatollah Alì Khamenei è la Guida Suprema della Rivoluzione, la carica posta al vertice dell’architettura istituzionale della Repubblica islamica iraniana. Il suo potere, per quanto grande, non è tuttavia illimitato, sia perché la Costituzione iraniana è caratterizzata dalla presenza di numerosi organismi e contrappesi che si bilanciano e controllano a vicenda (ed in ciò è tutto fuorché un regime dispotico), sia perché in politica conta anche, se non soprattutto, il potere nella società reale. L’eminenza grigia della politica iraniana è l’ayatollah Alì Akbar Hashemi Rafsanjani, ex presidente della Repubblica, ex ministro della guerra durante il conflitto con l’Iraq ed attualmente alla guida del Consiglio degli Esperti (l’assemblea composta da 86 dotti eletti dal popolo che nomina e può revocare la Guida Suprema). Il clan stretto attorno a Rafsanjani possiede un vasto impero finanziario in Iran, dalle fondazioni religiose, ad imprese di import-export, ad una rete di università private che copre tutto il paese e che inquadra circa tre milioni di studenti. Ma è soprattutto l’estesa rete di rapporti politici che Rafsanjani ha abilmente tessuto durante la sua lunga carriera politica che fa impressione. Rafsanjani ha un rapporto privilegiato con i bazari, ha suoi uomini nella burocrazia e nella giustizia (a tutti i livelli), possiede un rapporto preferenziale con l’influente clero di Qom, gode di un notevole ascendente su parte del parlamento e dirige de facto il Consiglio degli Esperti. Nemmeno il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, feudo privilegiato di Khamenei, è completamente estraneo alla sua influenza. Non rappresenta un mistero che Rafsanjani si oppone alla politica economica e sociale sviluppata da Ahmadinejad, che gode invece dell’appoggio della Guida Suprema. Rafsanjani è inoltre infastidito dalla campagna moralizzatrice portata avanti dal giovane presidente populista. In particolare l’ex presidente si è opposto al tentativo di Ahmadinejad di porre sotto controllo il commercio estero e di limitare l’influenza delle università private; ma è soprattutto la scelta di strappare al clan di Rafsanjani il ministero chiave del petrolio che ha alimentato lo scontro per procura tra Khamenei e Rafsanjani. Va infatti ricordato che al momento della formazione del primo esecutivo guidato da Ahmadinejad 4 anni fa l’appena eletto presidente si vide bocciare più volte dal parlamento il ministro che aveva nominato al petrolio. Solo successivamente riuscì a far passare un suo uomo alla guida della National Iranian Oil Company. La politica di Ahmadinejad ha cercato di erodere la base di potere dell’ex presidente ed ha chiamato i ceti medio-alti del paese alle proprie responsabilità per sostenere una politica socio-economica re-distributiva. A questo punto la polemica di Ahmadinejad contro coloro che hanno servito la rivoluzione per servirsene ed accumulare per sé e le proprie famiglie consistenti fortune è cresciuta, ed è cresciuta l’ostilità di Rafsanjani da un lato e dei ceti borghesi del nord di Teheran dall’altro verso il presidente uscente e verso il suo mentore, Alì Khamenei.
La campagna elettorale presidenziale del 2009 ha segnato una recrudescenza nella lotta per il potere interna al regime degli ayatollah.

Durante la campagna elettorale Ahmadinejad ha difeso a spada tratta la sua politica di sostegno alle classi meno abbienti dalle critiche dei candidati di opposizione (in particola di Mussavi) e questo ha giocato sicuramente a suo vantaggio visto che sono molti gli iraniani che beneficiano della assistenza del governo. Parimenti deve aver giocato a sfavore di Mussavi, che non poteva rappresentare in maniera più plastica il suo ruolo di rappresentante di una minoranza benestante aliena alle principali esigenze della nazione. Ma l’affondo di Ahmadinejad è arrivato sulla questione della corruzione allorché egli ha detto chiaramente nel corso di un dibattito televisivo che dietro Mussavi c’era Rafsanjani e che il potente ex presidente e la sua famiglia avevano beneficiato della loro posizione politica per procurarsi vantaggi personali. Rafsanjani è stato inoltre accusato di trescare con l’Arabia Saudita per rovesciare il governo. A queste accuse pesanti l’ex presidente ha risposto con una lettera aperta pubblicata sui principali giornali del paese dove ha chiesto all’ayatollah Khamenei di prendere posizione su questo scandalo. E la Guida Suprema ha taciuto in modo complice.
Ahmadinejad ha giocato una partita spregiudicata: se da un lato le accuse di corruzione rivolte ad uno dei massimi esponenti della gerarchia religiosa e politica del paese gli hanno permesso di guadagnare molti voti, intercettando così una questione sulla quale le classi popolari iraniane sono molto sensibili, dall’altro ha rafforzato la convinzione dei gruppi d’interessi da lui toccati a sbarrare la strada ad un suo secondo mandato.
Rafsanjani ed il suo clan hanno così saldato il loro sodalizio con Mussavi, determinati a giocare fino in fondo la partita per il potere e sicuri di poter contare su un elemento di pressione nei confronti di Khamenei: la minaccia di una destituzione della Guida Suprema da parte del Consiglio degli Esperti, come ultima ratio qualora questi avesse resistito alla piazza difendendo l’elezione di Ahmadinejad.

- Sul filo del rasoio

Nel precipitare della crisi iraniana si sono così intersecate tre partite tra loro correlate: quella tra la borghesia agiata e le classi popolari, quella tra Rafsanjani e Khamenei e quella della collocazione internazionale del paese nella quale si sono probabilmente mischiati i sostenitori occidentali di uno scenario da “rivoluzione colorata”. Sono queste tre dinamiche che hanno gonfiato l’onda verde di Mussavi.

Tutto il mondo è a conoscenza dell’importanza strategica dell’Iran per gli equilibri internazionali. L’antica Persia è una Potenza regionale che ha il raro privilegio di influenzare due scacchiere adiacenti ed importantissime: il Medio Oriente e l’Asia centrale. L’Iran è l’unica Potenza di secondo rango che ha questa possibilità, è il baricentro della “via della seta”, per non parlare delle ricchezze del suo sottosuolo: ecco perché un cambiamento a Teheran può scuotere il mondo.
In questi giorni tutti hanno seguito gli sviluppi della crisi iraniana tenendo il fiato sospeso: dalle capitali arabe filo-occidentali, che hanno sempre guardato indispettite la formula iraniana della rivoluzione islamica (perché loro la religione la avevano sempre utilizzata in funzione conservatrice e reazionaria contro i movimenti rivoluzionari), ai paesi alleati dell’Iran che tentano di contenere l’imperialismo statunitense (ed allora si comprende l’uscita di Chavez in difesa dell’elezione di Ahmadinejad), alle nazioni che si stanno emancipando dalla tutela americana e che guardano con apprensione all’ipotesi di un dilagare di golpe colorati (è il caso di Gul ed Erdogan in Turchia, che non a caso sono stati i primi a congratularsi con il presidente rieletto), ai pesi massimi eurasiatici (Russia e Cina) che hanno incontrato Ahmadnejad al vertice dell’OCS che si teneva in quei giorni.
In particolare la Cina ha rivolto, dalle colonne di un suo influente giornale, un “consiglio” agli Usa a non ripetere l’errore di macchinare per rovesciare un altro presidente democraticamente eletto come fecero nel 1953 con Mossadeq perché gli iraniani non li avrebbero più perdonati e la regione avrebbe preso fuoco[5]. Una sottolineatura, quest’ultima, indicativa di come nel mondo si guardi ai fatti di Teheran.

Molti osservatori hanno poi sottolineato che quando era primo ministro negli anni ‘80 Mussavi ebbe modo di costruire importanti relazioni con gli ambienti occidentali. E’ il parere dell’esule iraniano Taheri, che ha ricordato come furono proprio due uomini di Mussavi a gestire la patata bollente del rilascio degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran e dei negoziati segreti con l’amministrazione Reagan in merito all’affaire Iran-Contra[6]. Poi la carriera di Mussavi venne interrotta, paradossalmente proprio da Rafsanjani nell’89, ma non abbiamo prove che certi rapporti non siano rimasti attivi. E’ quanto pare supporre un uomo chiave dei repubblicani statunitensi in quel periodo, Paul Craig Roberts (che fu sottosegretario al Tesoro proprio con Reagan). Egli sostiene che “è nel dominio del possibile che Mir Hossein Mussavi sia un agente comprato e pagato dal governo USA”[7]. Secondo lui infatti le elezioni sarebbero state palesemente regolari, solo che “se si tratta dell’egemonia americana su altri popoli i fatti e la verità non contano. Menzogna e propaganda sono la regola”[8] e cita un ex comandante militare pakistano che sostiene di aver prove irrefutabili che gli Usa hanno interferito nelle elezioni iraniane dispensando la bellezza di 400 milioni di dollari per finanziare la sommossa[9].

Beninteso, queste testimonianze non dimostrano di per sé granché ma segnalano che nell’ambito degli esperti l’impressione che vi sia stato un tentativo di golpe colorato appoggiato dagli anglo-americani è potentemente ed estesamente radicata, anche presso chi non può essere tacciato di pregiudizi anti-americani.
Crediamo comunque che i fatti di Teheran non siano pienamente comprensibili senza tener conto delle dinamiche interne alla società ed alla politica iraniana cui si accennava prima. Lo scenario internazionale assume un significato solo in correlazione con lo scontro sociale e politico nella Repubblica Islamica. Senza una spaccatura al vertice del potere in Iran l’onda verde non avrebbe mai trovato lo spazio per andare così lontano e provocare così tanti disordini.

Pur di evitare che Ahmadinejad e Khamenei rafforzino la loro presa sul potere e si lancino nella campagna moralizzatrice che potrebbe essergli potenzialmente fatale Rafsanjani ha deciso di sfruttare i moti di piazza, una scelta che pone la Repubblica islamica su un piano inclinato. L’esito delle elezioni del 12 giugno è stato in effetti un durissimo colpo per lui e per i suoi accoliti. Ma stringere un’intesa coi settori legati a Mussavi e con quanti si sono nascosti dietro le proteste per rovesciare il regime può essere molto pericoloso.
Trenta anni fa la Rivoluzione islamica di Khomeini fu caratterizzata anche da una forte spinta egualitaria; nonostante le moltissime conquiste che gli iraniani hanno fatto dalla fine del regime dello Scià quella spinta si era andata affievolendo, finendo così con l’aprire delle incognite sulla solidità del sistema, almeno in prospettiva. Ahmadinejad sembra aver restituito alla Repubblica islamica quella vocazione egualitaria ed un rapporto più stretto con le masse grazie alla sua politica radicale e populista. E’ forse principalmente per questo che l’ayatollah Khamenei sembra intenzionato a difenderlo fino in fondo.
Il discorso che la Guida Suprema ha tenuto durante la preghiera del venerdì 19 giugno è stato definito storico da molti osservatori. In quell’occasione Khamenei ha sostenuto la regolarità del voto e della rielezione di Ahmadinejad ed ha detto che le scelte si fanno nelle urne e non nelle strade. Egli ha anche detto che d’ora in avanti coloro che non rientreranno nei ranghi si assumeranno la colpa delle conseguenze dei loro atti. Khamenei ha sottolineato che è normale avere visioni politiche difformi nell’affrontare i problemi del paese ma che non si può lasciare che tali divergenze tracimino negli scontri di piazza con il rischio di mettere in discussione la Costituzione della Repubblica e la sovranità dell’Iran. Secondo osservatori ben informati Khamenei, uomo tradizionalmente molto cauto, avrebbe assunto una posizione così ferma anche perché il giorno precedente il Consiglio degli Esperti si era riunito ed aveva segnato la sconfitta di Rafsanjani. Ben 50 faqih avrebbero infatti riconfermato la loro fiducia nella “sagace direzione della Guida Suprema” esprimendo la certezza che Khamenei sarebbe riuscito a salvare il paese dalle macchinazioni dei nemici dell’Iran. A quel punto le armi di Rafsanjani erano spuntate[10].

Ma Khamenei ha anche fatto un’apertura a Rafsanjani, con il chiaro intento di isolare gli estremisti della rivolta verde e tagliare i loro legami all’interno del regime. Egli ha difeso l’ex presidente dalle accuse di corruzione e ne ha menzionato i meriti avuti durante la Rivoluzione. Non ha però accennato alle accuse rivoltegli in merito all’ipotetico complotto coi sauditi e non ha fatto menzione delle accuse di corruzione rivolte alla sua famiglia. Evidentemente il vecchio ayatollah vuole riservarsi la possibilità di giocare alcune carte pesanti qualora il potente rivale non addivenga a più miti consigli; non vuole tuttavia dargli l’impressione di averlo messo con le spalle al muro per evitare colpi di testa. Rafsanjani dovrà soppesare con grande attenzione le sue prossime mosse.

Per tutta la crisi è rimasto trincerato in un imbarazzato silenzio. Solamente il 29 giugno, durante una commemorazione pubblica, ha espresso il suo apprezzamento per l’opera svolta da Khamenei per far ricontare parte delle schede elettorali. Sebbene il riconteggio non possa in alcun modo modificare l’esito del voto e sia una misura puramente platonica Rafsanjani ha detto di apprezzare questa scelta perché tende al chiarimento ed al ristabilimento della fiducia nel sistema politico. Ma le sue parole più significative sono state rivolte alle manifestazioni, quando ha fatto allusione alle oscure tresche imbastite da Potenze straniere per creare una frattura tra il popolo e il regime.
Forse questa uscita presuppone un accomodamento con Khamenei e l’accettazione del dato di fatto: che la fronda è stata fermata. Resta da vedere al prezzo di quale compromesso e per quanto tempo durerà la bonaccia.

E’ presto per dire se questa sconfitta segna la fine della carriera di Rafsanjani ma sicuramente Khamenei ha saputo ribadire il suo controllo della situazione, parando la sfida che gli era stata lanciata. Ahmadinejad sembra uscito rafforzato dalla prova e può sfruttare la paura delle trame anglo-americane contro la fronda. L’onda verde di Mussavi sembra destinata alla risacca. Incapace di allargarsi oltre i ristretti settori benestanti del nord di Teheran sembra non poter più contare nemmeno sulla complicità di parte del potere. Gli apparati dello Stato, infine, sono rimasti fedeli alla Repubblica e non si sono lasciati attraversare da lacerazioni. Si può dire che la fronda sia stata fermata e che la fase più pericolosa per la Repubblica islamica sia ormai passata?

Alcuni segnali lo lasciano presagire, ma gli scontri di piazza potrebbero lasciare il posto ad una destabilizzazione pericolosa. Quello che è certo è che, comunque vada a finire, la Repubblica islamica porterà il segno di queste lacerazioni per parecchio tempo.




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[1] Ken Ballen è presidente di un istituto specializzato nello studio dell’estremismo, Patrick Doherty è il vice direttore dell’”American Strategy Program” presso la “New America Foundation”. La fonte originale dell’articolo qui citato è www.washingtonpost.com ma l’articolo è disponibile anche in italiano su: www.eurasia-rivista.org con il titolo: Il popolo iraniano parla; trad. it. di Ornella Sangiovanni.
[2] K. Ballen, P. Doherty, Il popolo iraniano parla; www.eurasia-rivista.org 16 giugno 2009
[3] T. Meyssan, Pourquoi devrais-je mépriser la choix des iraniens?; in : www.voltairenet.org 21 giugno 2009
[4] La tesi della “rivoluzione colorata” è sostenuta tra gli altri da: E. Golinger, La “rivoluzione verde”; in: www.lernesto.it 20 giugno 2009 trad. it. di M. Gemma
[5] M.K. Bhadrakumar, Beijing cautions US over Iran; in: “Asia Times Online” 20 giugno 2009
[6] M.K. Bhadrakumar, “Color” revolution fizzles in Iran; in: Asia Times Ondine” 23 giugno 2009
[7] P. Craig Roberts, Pourquoi et comment les Etats-Unis cherchent à detsbiliser l’Iran?; in : www.geostrategie.com 20 giugno 2009
[8] Ibidem
[9] Ibidem
[10] M.K. Bhadrakumar, “Color” revolution; op. cit.




Fonte:
Resisitenze.org

sabato 11 luglio 2009

Perché la Cina ha un problema (insolubile) con gli Uiguri


di Massimo Introvigne

Non era mai accaduto: uno dei leader mondiali lascia precipitosamente il G8 e se ne torna a casa per sedare quella che sempre più assomiglia a un’autentica insurrezione. È successo al cinese Hu Jintao, preoccupato dalla situazione in quello che un tempo si chiamava Sinkiang e il cui stesso nome è oggi contestato. Il nome Sinkiang, “nuovo possedimento” o “nuova frontiera”, è infatti stato dato alla vasta regione – un milione e seicentomila chilometri quadrati, venti milioni di abitanti – dalla dinastia cinese Qing che l’ha conquistata tra il 1755 e il 1757 con una guerra costata un milione di morti. Ma gli abitanti della regione non sono cinesi. Sono turco-mongoli, e preferiscono parlare non di Sinkiang ma di Turkestan Orientale. Fino al XV secolo, quando quasi tutta la regione passa all’islam, gli abitanti della sua parte occidentale erano musulmani, mentre quelli della parte orientale – solo loro, all’origine, chiamati “uiguri”, un nome più tardi esteso a tutte le popolazioni turcofone della zona – conservavano l’antica religione manichea, tollerando anche minoranze buddhiste e cattoliche.

Le operazioni del XVIII secolo corrispondono a un vero e proprio “colonialismo via terra”, praticato dall’impero cinese come da quello russo. Qualche volta in Europa abbiamo difficoltà a comprendere queste imprese coloniali, perché la nostra immagine del colonialismo è legata al mare e alle navi. Ma in realtà i cinesi in quello che chiamano Sinkiang – così come i russi nell’Asia Centrale – si comportano a tutti gli effetti come una potenza coloniale. Possiamo così considerare le ribellioni del XIX secolo come rivolte anti-coloniali, fomentate dal network religioso delle confraternite sufi e in particolare della maggiore confraternita mondiale, particolarmente diffusa tra tutte le etnie turcofone, la Naqshbandiyya. Appartiene a questa confraternita Yaqub Beg (1820-1877), un avventuriero proveniente dall’attuale Uzbekistan, ma di etnia tagika, che profittando di queste rivolte riesce a farsi proclamare “re della Kashgaria” prima di essere sconfitto e ucciso – ma secondo altri si sarebbe suicidato – dal generale cinese Zuo Zong-Tang (1812-1885).

La caduta dell’impero cinese suscita nuove speranze d’indipendenza nel movimento anti-colonialista. Ma in realtà sia i repubblicani nazionalisti di Sun Yat-Sen (1866-1925) e Chang Kai-Shek (1887-1975) sia i comunisti di Mao Tze-Tung (1893-1976) vogliono un Paese “uno e indivisibile” e, benché stipulino occasionali alleanze tattiche con i separatisti, non hanno nessuna intenzione di concedere loro l’indipendenza. Nella confusione della guerra civile gli indipendentisti riescono comunque a proclamare una “Repubblica Islamica del Turkestan Orientale” nel 1933, prontamente riconquistata dalle truppe nazionaliste cinesi nel 1934. Disperando delle loro sole forze, gli uiguri finiscono per concludere un patto col diavolo con l’Unione Sovietica, e nel 1944 restaurano un “Governo Islamico del Turkestan” (la cosiddetta “seconda” Repubblica del Turkestan, per distinguerla da quella del 1933-1934) che dipende dal supporto militare delle truppe sovietiche.

Nel 1949, quando la vittoria di Mao è certa, Stalin (1878-1953) convoca i cinque principali rappresentanti del Governo Islamico del Turkestan e ordina la “riconciliazione” con la Cina. I cinque non sono convinti: s’imbarcano da Alma Ata, nell’attuale Kazakhistan, per andare a Pechino a negoziare con Mao. Non arriveranno mai. L’Unione Sovietica comunica che sono stati vittima di un disastro aereo, ma documenti emersi dagli archivi del KGB dopo il 1989 confermano che sono invece stati uccisi su ordine di Stalin. I loro colleghi capiscono l’antifona e accettano posizioni nel Partito Comunista Cinese, le cui truppe occupano la regione, mentre il “Sinkiang” nel 1955 diventa una “regione autonoma” della Repubblica Popolare Cinese.
Non cessa, però, l’aspirazione all’indipendenza della maggioranza della popolazione, con periodiche e sanguinose rivolte. Il movimento indipendentista è peraltro diviso. La fazione maggiore ha una matrice religiosa islamica. Due fazioni più piccole, ma non irrilevanti, sono invece rispettivamente marxista (e sostenuta, finché esiste, dall’Unione Sovietica) e laica. Quest’ultima si rifà al panturchismo dei Giovani Turchi e al laicismo di Kemal Atatürk (1881-1938), e gode di discrete simpatie nell’establishment militare turco.

La strategia della Cina comunista è duplice, e ricorda quella attuata in Tibet. A una dura repressione, specie in ambito religioso – peraltro non senza cicli periodici di ammorbidimento e di concessioni – fa da contrappunto una politica demografica che mira a rendere gli uiguri musulmani minoritari nel loro stesso Paese. Da una parte, la politica della limitazione delle nascite e del figlio unico è imposta alle donne di etnia uigura in modo particolarmente duro, a suon di aborti forzati anche al nono mese. Dall’altra, una gigantesca operazione di nuova colonizzazione insieme etnica ed economica importa da altre zone della Cina dieci milioni di cinesi. Gli uiguri, da stragrande maggioranza che erano mezzo secolo fa, sono così oggi una minoranza – circa il 40% - nella loro stessa terra di origine, spesso disprezzati dai cinesi immigrati che controllano la politica e l’economia.

La questione delle feste tradizionali (meshrep), permesse nel 1994 ma nuovamente vietate nel 1997, porta a un’intensificazione della resistenza. Trenta attivisti uiguri sono condannati a morte e giustiziati, provocando i tumulti del 5 febbraio 1997 nella città di Gulja, duramente repressi dalla polizia con un centinaio di morti.

Il successivo 25 febbraio accade qualcosa che segna l’inizio di una nuova, più cupa fase nella storia dell’indipendentismo: tre autobus di linea a Urumchi saltano in aria, con nove morti (tra cui tre bambini) e una settantina di feriti. Benché non manchi tra gli indipendentisti chi considera l’attentato una provocazione della polizia, è probabile che nella seconda metà degli anni 1990 nelle fila della fazione islamica del movimento per l’indipendenza si sia effettivamente infiltrato il terrorismo ultra-fondamentalista islamico. Uno dei gruppi più importanti, il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, è considerato un gruppo terroristico e legato ad Al Qaida dagli stessi Stati Uniti, che pure simpatizzano per la causa indipendentista e ne ospitano la principale leader, Rebiya Kadeer, che la diplomazia di Condoleeza Rice ha convinto Pechino nel 2005 a rilasciare dal carcere, dove si trovava dal 2000, ed esiliare negli Stati Uniti.

Soprattutto dopo l’11 settembre 2001, il governo cinese dà periodicamente notizia di attentati terroristici sventati (con grande enfasi, durante le Olimpiadi di Pechino del 2008), di campi terroristici scoperti e di terroristi arrestati. Qualche volta si tratta certamente di veri terroristi, ma può anche capitare che “terrorista” sia una comoda etichetta per giustificare la repressione di ogni forma d’indipendentismo. L’uso tattico e retorico della parola “terrorismo” riemerge anche in questi giorni. Fuori della Turchia e del mondo islamico la causa dell’indipendenza uigura, che pure avrebbe solide ragioni storiche e culturali, ha ben pochi simpatizzanti. I legami – che non sono solo invenzioni del regime cinese – di una sua componente con Al Qaida non l’hanno certamente resa più popolare. Tuttavia, senza ignorare gli effettivi rischi d’infiltrazioni terroristiche internazionali, il rispetto dei diritti umani degli uiguri e della loro identità culturale e politica dovrebbe essere chiesto con vigore dall’Occidente al governo cinese. Che questo avvenga è tutt’altro che sicuro perché, in tempi di crisi finanziaria internazionale, ci sono molte ragioni economiche che sconsigliano d’irritare Pechino.
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di Massimo Introvigne

Non era mai accaduto: uno dei leader mondiali lascia precipitosamente il G8 e se ne torna a casa per sedare quella che sempre più assomiglia a un’autentica insurrezione. È successo al cinese Hu Jintao, preoccupato dalla situazione in quello che un tempo si chiamava Sinkiang e il cui stesso nome è oggi contestato. Il nome Sinkiang, “nuovo possedimento” o “nuova frontiera”, è infatti stato dato alla vasta regione – un milione e seicentomila chilometri quadrati, venti milioni di abitanti – dalla dinastia cinese Qing che l’ha conquistata tra il 1755 e il 1757 con una guerra costata un milione di morti. Ma gli abitanti della regione non sono cinesi. Sono turco-mongoli, e preferiscono parlare non di Sinkiang ma di Turkestan Orientale. Fino al XV secolo, quando quasi tutta la regione passa all’islam, gli abitanti della sua parte occidentale erano musulmani, mentre quelli della parte orientale – solo loro, all’origine, chiamati “uiguri”, un nome più tardi esteso a tutte le popolazioni turcofone della zona – conservavano l’antica religione manichea, tollerando anche minoranze buddhiste e cattoliche.

Le operazioni del XVIII secolo corrispondono a un vero e proprio “colonialismo via terra”, praticato dall’impero cinese come da quello russo. Qualche volta in Europa abbiamo difficoltà a comprendere queste imprese coloniali, perché la nostra immagine del colonialismo è legata al mare e alle navi. Ma in realtà i cinesi in quello che chiamano Sinkiang – così come i russi nell’Asia Centrale – si comportano a tutti gli effetti come una potenza coloniale. Possiamo così considerare le ribellioni del XIX secolo come rivolte anti-coloniali, fomentate dal network religioso delle confraternite sufi e in particolare della maggiore confraternita mondiale, particolarmente diffusa tra tutte le etnie turcofone, la Naqshbandiyya. Appartiene a questa confraternita Yaqub Beg (1820-1877), un avventuriero proveniente dall’attuale Uzbekistan, ma di etnia tagika, che profittando di queste rivolte riesce a farsi proclamare “re della Kashgaria” prima di essere sconfitto e ucciso – ma secondo altri si sarebbe suicidato – dal generale cinese Zuo Zong-Tang (1812-1885).

La caduta dell’impero cinese suscita nuove speranze d’indipendenza nel movimento anti-colonialista. Ma in realtà sia i repubblicani nazionalisti di Sun Yat-Sen (1866-1925) e Chang Kai-Shek (1887-1975) sia i comunisti di Mao Tze-Tung (1893-1976) vogliono un Paese “uno e indivisibile” e, benché stipulino occasionali alleanze tattiche con i separatisti, non hanno nessuna intenzione di concedere loro l’indipendenza. Nella confusione della guerra civile gli indipendentisti riescono comunque a proclamare una “Repubblica Islamica del Turkestan Orientale” nel 1933, prontamente riconquistata dalle truppe nazionaliste cinesi nel 1934. Disperando delle loro sole forze, gli uiguri finiscono per concludere un patto col diavolo con l’Unione Sovietica, e nel 1944 restaurano un “Governo Islamico del Turkestan” (la cosiddetta “seconda” Repubblica del Turkestan, per distinguerla da quella del 1933-1934) che dipende dal supporto militare delle truppe sovietiche.

Nel 1949, quando la vittoria di Mao è certa, Stalin (1878-1953) convoca i cinque principali rappresentanti del Governo Islamico del Turkestan e ordina la “riconciliazione” con la Cina. I cinque non sono convinti: s’imbarcano da Alma Ata, nell’attuale Kazakhistan, per andare a Pechino a negoziare con Mao. Non arriveranno mai. L’Unione Sovietica comunica che sono stati vittima di un disastro aereo, ma documenti emersi dagli archivi del KGB dopo il 1989 confermano che sono invece stati uccisi su ordine di Stalin. I loro colleghi capiscono l’antifona e accettano posizioni nel Partito Comunista Cinese, le cui truppe occupano la regione, mentre il “Sinkiang” nel 1955 diventa una “regione autonoma” della Repubblica Popolare Cinese.
Non cessa, però, l’aspirazione all’indipendenza della maggioranza della popolazione, con periodiche e sanguinose rivolte. Il movimento indipendentista è peraltro diviso. La fazione maggiore ha una matrice religiosa islamica. Due fazioni più piccole, ma non irrilevanti, sono invece rispettivamente marxista (e sostenuta, finché esiste, dall’Unione Sovietica) e laica. Quest’ultima si rifà al panturchismo dei Giovani Turchi e al laicismo di Kemal Atatürk (1881-1938), e gode di discrete simpatie nell’establishment militare turco.

La strategia della Cina comunista è duplice, e ricorda quella attuata in Tibet. A una dura repressione, specie in ambito religioso – peraltro non senza cicli periodici di ammorbidimento e di concessioni – fa da contrappunto una politica demografica che mira a rendere gli uiguri musulmani minoritari nel loro stesso Paese. Da una parte, la politica della limitazione delle nascite e del figlio unico è imposta alle donne di etnia uigura in modo particolarmente duro, a suon di aborti forzati anche al nono mese. Dall’altra, una gigantesca operazione di nuova colonizzazione insieme etnica ed economica importa da altre zone della Cina dieci milioni di cinesi. Gli uiguri, da stragrande maggioranza che erano mezzo secolo fa, sono così oggi una minoranza – circa il 40% - nella loro stessa terra di origine, spesso disprezzati dai cinesi immigrati che controllano la politica e l’economia.

La questione delle feste tradizionali (meshrep), permesse nel 1994 ma nuovamente vietate nel 1997, porta a un’intensificazione della resistenza. Trenta attivisti uiguri sono condannati a morte e giustiziati, provocando i tumulti del 5 febbraio 1997 nella città di Gulja, duramente repressi dalla polizia con un centinaio di morti.

Il successivo 25 febbraio accade qualcosa che segna l’inizio di una nuova, più cupa fase nella storia dell’indipendentismo: tre autobus di linea a Urumchi saltano in aria, con nove morti (tra cui tre bambini) e una settantina di feriti. Benché non manchi tra gli indipendentisti chi considera l’attentato una provocazione della polizia, è probabile che nella seconda metà degli anni 1990 nelle fila della fazione islamica del movimento per l’indipendenza si sia effettivamente infiltrato il terrorismo ultra-fondamentalista islamico. Uno dei gruppi più importanti, il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, è considerato un gruppo terroristico e legato ad Al Qaida dagli stessi Stati Uniti, che pure simpatizzano per la causa indipendentista e ne ospitano la principale leader, Rebiya Kadeer, che la diplomazia di Condoleeza Rice ha convinto Pechino nel 2005 a rilasciare dal carcere, dove si trovava dal 2000, ed esiliare negli Stati Uniti.

Soprattutto dopo l’11 settembre 2001, il governo cinese dà periodicamente notizia di attentati terroristici sventati (con grande enfasi, durante le Olimpiadi di Pechino del 2008), di campi terroristici scoperti e di terroristi arrestati. Qualche volta si tratta certamente di veri terroristi, ma può anche capitare che “terrorista” sia una comoda etichetta per giustificare la repressione di ogni forma d’indipendentismo. L’uso tattico e retorico della parola “terrorismo” riemerge anche in questi giorni. Fuori della Turchia e del mondo islamico la causa dell’indipendenza uigura, che pure avrebbe solide ragioni storiche e culturali, ha ben pochi simpatizzanti. I legami – che non sono solo invenzioni del regime cinese – di una sua componente con Al Qaida non l’hanno certamente resa più popolare. Tuttavia, senza ignorare gli effettivi rischi d’infiltrazioni terroristiche internazionali, il rispetto dei diritti umani degli uiguri e della loro identità culturale e politica dovrebbe essere chiesto con vigore dall’Occidente al governo cinese. Che questo avvenga è tutt’altro che sicuro perché, in tempi di crisi finanziaria internazionale, ci sono molte ragioni economiche che sconsigliano d’irritare Pechino.
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