sabato 6 agosto 2011

Il Partito del Sud ricorda gli operai di Pietrarsa uccisi il 6 agosto 1863 mentre difendevano il loro lavoro



COMUNICATO STAMPA (Ansa)
Napoli, 5 agosto 2011


I primi operai uccisi nell’Italia unita



Il Partito del Sud ricorda gli operai di Pietrarsa uccisi il 6 agosto 1863 mentre difendevano il loro lavoro: sono i primi operai uccisi dalle forze dell’ordine nell’Italia unita


Gli Stormy Six, un gruppo folk della sinistra operaia e studentesca degli anni 70, ricordava con una canzone, “Sciopero”, la lotta degli operai del Real Opificio di Pietrarsa (Portici, Napoli), la fabbrica delle locomotive del Regno delle Due Sicilie, che fu barbaramente repressa dai bersaglieri sabaudi nell’agosto 1863, due anni dopo la dichiarazione dell’unità d’Italia, causando quattro morti. Questi lavoratori napoletani furono i primi morti fra gli operai in lotta nell’Italia unita. La fabbrica, un gioiello dell’industria napoletana preunitaria, fu smontata per favorire l’Ansaldo e altre aziende del nord Italia. Prima dell’unità d’Italia prestavano la loro opera circa 700 operai facendo dell'Opificio, fondato nel 1840 da Ferdinando II di Borbone, il primo e più importante nucleo industriale italiano oltre mezzo secolo prima che nascesse la Fiat e 44 anni prima della Breda.


Sabato, 6 agosto 2011, alle 9,30, una delegazione del Partito del Sud e della Segreteria Regionale del Sindacato UILTUCS poserà una corona di fiori sotto la lapide che ricorda l’eccidio di Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, i quattro operai barbaramente assassinati dai bersaglieri. La lapide si trova all’interno dell’Opificio che oggi ospita il Museo nazionale ferroviario.


Per Andrea Balia, Segretario Regionale del Partito del Sud, “La lapide di Pietrarsa, il luogo dell’eccidio dei nostri operai, deve diventare un “luogo della memoria” per i lavoratori napoletani e di tutto il Sud.” Secondo Balia, “il prossimo Primo Maggio, finita la bolgia della celebrazione per i 150 anni dell’Unità d’Italia, sarebbe doveroso da parte dei sindacati napoletani e di tutto il Sud ricordare il sangue versato dai nostri operai nel 1863 per difendere l’occupazione e l’esistenza delle industrie dell’ex Regno delle Due Sicilie.” Per Balia “è necessario prendere coscienza che i problemi del lavoro e della disoccupazione a Napoli e in tutto il Sud trovano le loro radici non nell’unità d’Italia, ma nel modo cui è stata forgiata”.


Responsabile Comunicazione
del Partito del Sud Napoli
Emiddio de Franciscis di Casanova

.
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COMUNICATO STAMPA (Ansa)
Napoli, 5 agosto 2011


I primi operai uccisi nell’Italia unita



Il Partito del Sud ricorda gli operai di Pietrarsa uccisi il 6 agosto 1863 mentre difendevano il loro lavoro: sono i primi operai uccisi dalle forze dell’ordine nell’Italia unita


Gli Stormy Six, un gruppo folk della sinistra operaia e studentesca degli anni 70, ricordava con una canzone, “Sciopero”, la lotta degli operai del Real Opificio di Pietrarsa (Portici, Napoli), la fabbrica delle locomotive del Regno delle Due Sicilie, che fu barbaramente repressa dai bersaglieri sabaudi nell’agosto 1863, due anni dopo la dichiarazione dell’unità d’Italia, causando quattro morti. Questi lavoratori napoletani furono i primi morti fra gli operai in lotta nell’Italia unita. La fabbrica, un gioiello dell’industria napoletana preunitaria, fu smontata per favorire l’Ansaldo e altre aziende del nord Italia. Prima dell’unità d’Italia prestavano la loro opera circa 700 operai facendo dell'Opificio, fondato nel 1840 da Ferdinando II di Borbone, il primo e più importante nucleo industriale italiano oltre mezzo secolo prima che nascesse la Fiat e 44 anni prima della Breda.


Sabato, 6 agosto 2011, alle 9,30, una delegazione del Partito del Sud e della Segreteria Regionale del Sindacato UILTUCS poserà una corona di fiori sotto la lapide che ricorda l’eccidio di Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, i quattro operai barbaramente assassinati dai bersaglieri. La lapide si trova all’interno dell’Opificio che oggi ospita il Museo nazionale ferroviario.


Per Andrea Balia, Segretario Regionale del Partito del Sud, “La lapide di Pietrarsa, il luogo dell’eccidio dei nostri operai, deve diventare un “luogo della memoria” per i lavoratori napoletani e di tutto il Sud.” Secondo Balia, “il prossimo Primo Maggio, finita la bolgia della celebrazione per i 150 anni dell’Unità d’Italia, sarebbe doveroso da parte dei sindacati napoletani e di tutto il Sud ricordare il sangue versato dai nostri operai nel 1863 per difendere l’occupazione e l’esistenza delle industrie dell’ex Regno delle Due Sicilie.” Per Balia “è necessario prendere coscienza che i problemi del lavoro e della disoccupazione a Napoli e in tutto il Sud trovano le loro radici non nell’unità d’Italia, ma nel modo cui è stata forgiata”.


Responsabile Comunicazione
del Partito del Sud Napoli
Emiddio de Franciscis di Casanova

.

giovedì 21 luglio 2011

Quando la camorra aiutò Garibaldi in nome della libertà di delinquere


La recente ristampa delle Memorie di un garibaldino russo di Lev Illic Mecnikov, a cura di Renato Risaliti (Centro interuniversitario di ricerche sul viaggio in Italia, pagg. 330, euro 29) ci offre una testimonianza meno oleografica e certo più autentica sull’impresa dei Mille.

Secondo Mecnikov, infatti, fu solo grazie all’intervento della camorra (guidata dalla «sanguinaria» Marianna De Crescenzio, detta la Sangiovannara) se, il 7 settembre 1860, Garibaldi riuscì a entrare indisturbato a Napoli dove i membri della società criminale si erano assicurati il controllo delle zone strategiche della città, sgominando gli ultimi sostenitori dei Borbone. Notizie ancora più dettagliate della conversione patriottica della camorra sono contenute nel volume del poligrafo di origine francese, Marc Monnier (La camorra o i misteri di Napoli, pubblicato a Firenze nel 1862).

Secondo Monnier, fino alla metà del XIX secolo, l’organizzazione malavitosa aveva sottoscritto un patto scellerato con la polizia, collaborando con essa nella repressione dei piccoli reati, in cambio di una larga tolleranza nei confronti delle sue attività. La camorra, infatti, formava una specie di «polizia scismatica, meglio istruita sui delitti comuni della polizia ortodossa, che si occupava solo dei delitti politici». Se un furto veniva commesso nell’abitazione di un notabile, sosteneva Monnier, «il commissario convocava il capo dei camorristi e lo incaricava di trovare il ladro». Inoltre, la camorra era utilizzata nella «sorveglianza delle prigioni, dei mercati, delle bische, delle case di tolleranza e di tutti i luoghi malfamati della città».

L’intesa cordiale tra quella che amava definirsi la «Bella Società Riformata» e il sovrano delle Due Sicilie s’interruppe però dopo il 1849, quando Ferdinando II decise di avviare una sistematica opera di repressione contro i camorristi.

Da quel momento, la camorra si trasformò in «camorra politica» che si pose al servizio del movimento liberale. Il 2 novembre 1859, il nuovo re delle Due Sicilie, Francesco II, era a tal punto intimorito dal pericolo costituito da questa «opposizione criminale» da riferire all’ambasciatore austriaco che tutti gli sforzi del suo governo erano concentrati a impedire che i suoi i capi organizzassero un’insurrezione. Non si trattava di timori infondati. Nel giugno del 1860, il plenipotenziario inglese a Napoli, Henry George Elliot, informava il Foreign Office che numerose bande camorristiche erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione della plebe ancora fedele alla dinastia borbonica. Proprio questo accadde, nei mesi seguenti, quando i membri dell’«onorata società» inquadrati nella «guardia cittadina» dal ministro di Polizia, Liborio Romano (ormai convertitosi alla causa dei Savoia), divennero i veri padroni della città in attesa dell’arrivo di Garibaldi.

«Dopo aver reso questi servigi», scriveva Elliot, «i camorristi acquistarono una potenza e un’autorità spaventevole».
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La recente ristampa delle Memorie di un garibaldino russo di Lev Illic Mecnikov, a cura di Renato Risaliti (Centro interuniversitario di ricerche sul viaggio in Italia, pagg. 330, euro 29) ci offre una testimonianza meno oleografica e certo più autentica sull’impresa dei Mille.

Secondo Mecnikov, infatti, fu solo grazie all’intervento della camorra (guidata dalla «sanguinaria» Marianna De Crescenzio, detta la Sangiovannara) se, il 7 settembre 1860, Garibaldi riuscì a entrare indisturbato a Napoli dove i membri della società criminale si erano assicurati il controllo delle zone strategiche della città, sgominando gli ultimi sostenitori dei Borbone. Notizie ancora più dettagliate della conversione patriottica della camorra sono contenute nel volume del poligrafo di origine francese, Marc Monnier (La camorra o i misteri di Napoli, pubblicato a Firenze nel 1862).

Secondo Monnier, fino alla metà del XIX secolo, l’organizzazione malavitosa aveva sottoscritto un patto scellerato con la polizia, collaborando con essa nella repressione dei piccoli reati, in cambio di una larga tolleranza nei confronti delle sue attività. La camorra, infatti, formava una specie di «polizia scismatica, meglio istruita sui delitti comuni della polizia ortodossa, che si occupava solo dei delitti politici». Se un furto veniva commesso nell’abitazione di un notabile, sosteneva Monnier, «il commissario convocava il capo dei camorristi e lo incaricava di trovare il ladro». Inoltre, la camorra era utilizzata nella «sorveglianza delle prigioni, dei mercati, delle bische, delle case di tolleranza e di tutti i luoghi malfamati della città».

L’intesa cordiale tra quella che amava definirsi la «Bella Società Riformata» e il sovrano delle Due Sicilie s’interruppe però dopo il 1849, quando Ferdinando II decise di avviare una sistematica opera di repressione contro i camorristi.

Da quel momento, la camorra si trasformò in «camorra politica» che si pose al servizio del movimento liberale. Il 2 novembre 1859, il nuovo re delle Due Sicilie, Francesco II, era a tal punto intimorito dal pericolo costituito da questa «opposizione criminale» da riferire all’ambasciatore austriaco che tutti gli sforzi del suo governo erano concentrati a impedire che i suoi i capi organizzassero un’insurrezione. Non si trattava di timori infondati. Nel giugno del 1860, il plenipotenziario inglese a Napoli, Henry George Elliot, informava il Foreign Office che numerose bande camorristiche erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione della plebe ancora fedele alla dinastia borbonica. Proprio questo accadde, nei mesi seguenti, quando i membri dell’«onorata società» inquadrati nella «guardia cittadina» dal ministro di Polizia, Liborio Romano (ormai convertitosi alla causa dei Savoia), divennero i veri padroni della città in attesa dell’arrivo di Garibaldi.

«Dopo aver reso questi servigi», scriveva Elliot, «i camorristi acquistarono una potenza e un’autorità spaventevole».

mercoledì 20 luglio 2011

venerdì 8 luglio 2011

L'impresa di Garibaldi: un'azione voluta, studiata e realizzata anche grazie al supporto di Illuminati, massoni inglesi e mafia


da "Geometria del male" di Sigismondo Panvini
Fonte internet :Siciliainformazioni





L’impresa di Garibaldi, scaturisce dall’appoggio degli Illuminati, e dalla massoneria inglese,e si concreta in un ’alleanza tattica strategica e militare con la mafia senza il cui sostegno sarebbe naufragata .

I mafiosi avevano armi e cavalli conoscevano strade e percorsi ad altri ignoti, e facevano, per mestiere e natura, i capipopolo.

E’ storicamente ben documentata,è la presenza nelle file garibaldine dei mafiosi Miceli e Badia il cui l’apporto fu determinante e di altri meno noti insieme ai contadini e “picciotti” radunati da alcuni nobili, tra cui Rosolino Pilo dei conti di Capaci.

Il 6 maggio 1860 Garibaldi partí da Quarto sui vapori Piemonte e Lombardo acquistati con un atto stipulato a Torino la sera del 4 maggio dal notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli tra Rubattino, venditore, e Giacomo Medici, in rappresentanza di Garibaldi, acquirente. Garanti del pagamento furono il re Vittorio Emanuele II e Camillo Benso conte di Cavour. Il giorno 7 Garibaldi nel porto di Talamone, venne rifornito dalle truppe piemontesi, comandate dal maggiore Giorgini, di 4 cannoni, alcune centinaia di fucili e centomila proiettili e dopo aver imbarcato carbone e altre armi a Orbetello, ripartì .


Della spedizione che venne finanziata dal governo inglese con una cassa di piastre d’oro turche (moneta franca nel Mediterraneo del tempo) che sbarcò a Marsala il giorno 11 dello stesso mese facevano parte 1.089 uomini tra cui 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60 possidenti. che provenivano per oltre la metà dalla Lombardia e dal Veneto, poi, in ordine decrescente toscani, parmensi, modenesi

A presidio delle acque siciliane vi erano la : pirocorvetta Stromboli, il brigantino Valoroso, la fregata a vela Partenope (comandata dal capitano Acton) ed il vapore armato Capri,comandato dal capitano Marino Caracciolo della marina reale borbonica .

Benché a tiro della Stromboli e del Capri non fu sparato un colpo per fermare i vascelli Garibaldini,anche per la presenza delle cannoniere inglesi Argus (capitano Winnington-Inghram) e Intrepid (capitano Marryat), che erano nei pressi .

Solo dopo due ore dallo sbarco ,il Lombardo, ormai vuoto, fu affondato a cannonate, mentre il Piemonte, arenatosi , venne catturato e rimorchiato a Napoli.

Il governo borbonico, tramite il ministro Carafa, si limitò ad una semplice protesta contro l’ atto di pirateria sostenuto dal Piemonte.

Il giorno 13 Garibaldi, a Salemi, con il sostegno del barone Sant’Anna, si autoproclamò dittatore della Sicilia.

Inspiegabile è che il governatore Borbonico Castelcicala pur avendo a sua disposizione , comandate dal generale Landi. circa tremila uomini, inviò da Alcamo il giorno 14 un solo battaglione verso Calatafimi, con l’ordine di non attaccare il nemico e, se attaccato, di ... ritirarsi.

Il maggiore Sforza, comandante dell’8° Cacciatori, con sole quattro compagnie, si scontrò il giorno 15 con i garibaldini, che vennero sgominati e si rifugiarono sulle colline, ove furono inseguiti dallo Sforza.

Sembrava fatta .gli insorti erano allo sbando .Senza addestramento e disciplina era un gioco da ragazzi annientare quelle orde di sbantati. Il comandante ,generale Landi,tuttavia,invece di inviare altre forze come era logico ed opportuno per l’annientamento del nemico, ordinò la ritirata senza neanche avvisare lo Sforza, il quale avendo terminate le munizioni fu costretto a riportare i suoi verso il grosso che si stava incredibilmente allontanando,in direzione di Palermo.

Si scoprì più tardi che il Landi aveva ricevuto dai carbonari una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento.

La cosa più incredibile fu che Landi non fu nemmeno sottoposto al giudizio di una corte marziale ma semplicemente sollevato dal comando dal generale Lanza,il quale inviò come truppe di contrasto agli invasori dalla giubba rossa , il giorno 21 due colonne militari, una formata dal 3° battaglione estero, comandata dal maggiore Von Meckel, e l’altra formata dal 9° Cacciatori, comandata dal maggiore Ferdinando Beneventano del Bosco, per un totale di tremila uomini con quattro obici da montagna.

Un primo scontro avvenne a Partinico, ove circa mille “filibustieri” furono rapidamente messi in fuga da Von Meckel. In questo scontro morì Rosolino Pilo.Il resto delle armate garibaldine, con lo stesso Garibaldi, si rifugiò sul monte Calvario. Il giorno successivo, al primo attacco dei borbonici, Garibaldi, quasi circondato, fuggì fortunosamente nella notte con il resto delle sue truppe verso Corleone.

Giunti al quadrivio di Ficuzza, i Garibaldini si divisero in due gruppi uno con alla testa Garibaldi si diresse verso Palermo, l’altro al comando di Orsini prese la strada per Corleone. Ad inseguire Garibaldi furono i reparti di Von Meckel, mentre le truppe di del Bosco inseguirono l’Orsini,il quale attestatosi a Corleone, fu immediatamente investito dalle truppe borboniche che, con un rapido e violento assalto, lo neutralizzarono completamente.

Von Meckel, intanto, aveva saggiamente inviato velocemente il grosso delle sue truppe con al comando il maggiore Colonna a posizionarsi al ponte delle Teste, poco fuori Palermo, per tagliare la strada ai filibustieri, i quali stretti tra due fuochi sarebbero stati facilmente sbaragliati.

Il generale Lanza, che aveva lasciato praticamente sguarnite le porte S. Antonino e Termini, ordinò al Colonna, che non aveva ancora fatto in tempo a posizionarsi, di entrare in città e di acquartierarsi, cosicché quegli ingressi alla città rimasero difesi appena da 260 reclute.

Garibaldi, nel frattempo era stato rafforzato da tremila e cinquecento uomini raccolti nella delinquenza,e nella mafia palermitana , nella notte tra il 26 ed il 27 maggio assalì Palermo attraverso la porta S. Antonino, avendo facilmente la meglio sulle sparute e coscientemente mal dirette truppe borboniche.

Le forze lealiste agli ordini del Lanza di stanza a Palermo in quel momento erano di circa sedicimila uomini,rinchiusi nei forti di Quattroventi, Palazzo, Castellammare e Finanze.

All’alba del 28 da Napoli giunsero a Palermo il 1° ed il 2° battaglione esteri inviati da Re Francesco II. Le truppe erano già pronte per entrare in azione, ma il Lanza ordinò incredibilmente che rimanessero sui bastimenti fino al giorno 29, quando diede ordine di farle sbarcare per rinserrarle nel palazzo reale. Nel frattempo a tarda sera del 28 era arrivato il grosso delle truppe del Von Meckel a Villabate, tre miglia distante da Palermo.

Nel porto di Palermo in quei giorni l’Armata di Mare del regno delle due sicilie era formata da quattro fregate a vapore ed una a vela in prima fila; in seconda fila una corvetta a vapore, tre avvisi ed una pirofregata con tre vapori armati; in terza fila dodici bastimenti mercantili.

L’Armata di Mare,si era limitata a scortare i convogli ed al trasferimento di truppe da un porto all’altro. Per tutta la giornata del 28, la pirofregata Ercole, comandata dal capitano di fregata Carlo Flores, aveva bombardato la città con i suoi obici paixhans calibro 68, provocando inutili danni. Nel porto vi erano anche navi piemontesi che impunemente rifornivano i garibaldini di armi e munizioni. Garibaldi, praticamente indisturbato, s’impossessò del palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. Poi liberò circa mille delinquenti comuni dal carcere della Vicaria e dal Bagno dei condannati, aggregandoli alle sue bande che assommarono così a circa cinquemila persone.

Le truppe di Von Meckel, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva più vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto un armistizio.

La rabbia dei soldati fu tale che vi furono episodi di disobbedienza con il proposito di combattere comunque nella notte, ma vennero fermati dal colonnello Buonopane per il fatto che “non era finita la tregua” .

Il Garibaldi ed il Türr, insieme agli emissari borbonici Letizia e Chretien, si recarono il 31 maggio sul vascello inglese Annibal, ove, presenti anche ufficiali americani, conclusero i patti dell’armistizio. Il Garibaldi, il giorno dopo, annunciò boriosamente che aveva concesso la tregua per umanità. Tra gli accordi, però, pose come condizione che venisse consegnato al Crispi il denaro del Banco delle Due Sicilie di Palermo e scambiati i prigionieri. I garibaldini si impossessarono così di oltre cinque milioni di ducati in oro e argento. Tale somma, che successivamente venne impiegata in parte per la “conversione” di altri ufficiali duosiciliani, fu distribuita ai garibaldini, compresi i capi.

L’8 giugno le truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per recarsi ai Quattroventi per imbarcarsi, tra lo stupore della popolazione che non riusciva a capire come un esercito così numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un soldato dell’8° di linea che, al passaggio a cavallo di Lanza, uscì dalle file e gli disse “Eccellé, o’ vvì quante simme. E ce n’avimma î accussì?” Ed il Lanza gli rispose : “Va via, ubriaco!”.

L’unificazione del regno d’Italia significherà elezioni,e con esse nuove cariche e nuovi privilegi per quelle classi sociali che cercavano nel nuovo regime ,spazio per le loro ambizioni e per la loro sete di guadagno ,fu così che il torbido intreccio tra la delinquenza e la classe politica fece un salto di qualità, trovando terreno fertile nell’alleanza con nuova classe sociale che si andava affermando soprattutto attraverso le speculazioni e l’affarismo.

E’ questo tessuto sociale che occorre esplorare per scoprire il successivo forte radicamento della mafia nelle istituzioni legali del regno d’Italia .Spazzato via il feudalesimo ,infatti , la Mafia trovò nell’assetto politico dell’unità d’Italia che aveva contribuito a far sorgere ,ragione della sua legittimazione storica nonché il terreno favorevole per lo sviluppo delle sue attività.

I campieri, i curatoli, i guardiani - gli uomini armati del gabellotto ebbero gioco facile nel trasformare i “diritti feudali del signore” nel “pizzo” ossia la punta della barba che il mafioso doveva bagnare nel piatto altrui,obbligando coltivatori e proprietari a pagare somme di denaro per la cosìdetta protezione ,utilizzando in caso di riluttanza, minacce ed intimidazioni che potevano raggiungere nei casi più gravi fino agli omicidi e sequestri di persona.

Progressivamente, poi, il “pizzo mafioso” diventò una vera e propra tassa ,sugli utili dei fondi agrari che il proprietario o l’affittuario dovevano pagare.

In Sicilia ,gli eletti alle prime elezioni per il parlamento del regno d’Italia furono nella stragrande maggioranza membri della piccola nobiltà terriera e di quella borghesia cittadina strettamente ed indissolubilmente legata ad essa .

La legge elettorale del nuovo regno d’altra parte prevedeva il diritto di voto solamente per una ristretta fascia di popolazione che rappresentava appena il 2 per cento del totale.

Nell’isola gli aventi diritto al voto superavano di poco le 40.000 unità . L’ impossibilità poi di poter dimostrare il reddito legale era di ostacolo alla partecipazione diretta deì gabellotti alle elezioni ,oltre all’analfabetismo largamente diffuso che tagliava i loro diritti al voto.

Diviene così indispensabile un tacito mutuo accordo tra borghesia urbana e piccola nobiltà terriera da una parte e la Mafia dall’altra .

Alle prime due forze venne assegnato il potere legale ,e attraverso le elezioni, le cariche pubbliche e la diplomazia ed alla seconda il controllo del potere economico e illegale.

Queste due tendenze,lungi dal nuocersi giovarono ad entrambe le formazioni sociali,e diedero luogo alla nascita di una “borghesia mafiosa”, che ha costituito a lungo un blocco sociale in Sicilia.

da "Geometria del male" di Sigismondo Panvini



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da "Geometria del male" di Sigismondo Panvini
Fonte internet :Siciliainformazioni





L’impresa di Garibaldi, scaturisce dall’appoggio degli Illuminati, e dalla massoneria inglese,e si concreta in un ’alleanza tattica strategica e militare con la mafia senza il cui sostegno sarebbe naufragata .

I mafiosi avevano armi e cavalli conoscevano strade e percorsi ad altri ignoti, e facevano, per mestiere e natura, i capipopolo.

E’ storicamente ben documentata,è la presenza nelle file garibaldine dei mafiosi Miceli e Badia il cui l’apporto fu determinante e di altri meno noti insieme ai contadini e “picciotti” radunati da alcuni nobili, tra cui Rosolino Pilo dei conti di Capaci.

Il 6 maggio 1860 Garibaldi partí da Quarto sui vapori Piemonte e Lombardo acquistati con un atto stipulato a Torino la sera del 4 maggio dal notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli tra Rubattino, venditore, e Giacomo Medici, in rappresentanza di Garibaldi, acquirente. Garanti del pagamento furono il re Vittorio Emanuele II e Camillo Benso conte di Cavour. Il giorno 7 Garibaldi nel porto di Talamone, venne rifornito dalle truppe piemontesi, comandate dal maggiore Giorgini, di 4 cannoni, alcune centinaia di fucili e centomila proiettili e dopo aver imbarcato carbone e altre armi a Orbetello, ripartì .


Della spedizione che venne finanziata dal governo inglese con una cassa di piastre d’oro turche (moneta franca nel Mediterraneo del tempo) che sbarcò a Marsala il giorno 11 dello stesso mese facevano parte 1.089 uomini tra cui 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60 possidenti. che provenivano per oltre la metà dalla Lombardia e dal Veneto, poi, in ordine decrescente toscani, parmensi, modenesi

A presidio delle acque siciliane vi erano la : pirocorvetta Stromboli, il brigantino Valoroso, la fregata a vela Partenope (comandata dal capitano Acton) ed il vapore armato Capri,comandato dal capitano Marino Caracciolo della marina reale borbonica .

Benché a tiro della Stromboli e del Capri non fu sparato un colpo per fermare i vascelli Garibaldini,anche per la presenza delle cannoniere inglesi Argus (capitano Winnington-Inghram) e Intrepid (capitano Marryat), che erano nei pressi .

Solo dopo due ore dallo sbarco ,il Lombardo, ormai vuoto, fu affondato a cannonate, mentre il Piemonte, arenatosi , venne catturato e rimorchiato a Napoli.

Il governo borbonico, tramite il ministro Carafa, si limitò ad una semplice protesta contro l’ atto di pirateria sostenuto dal Piemonte.

Il giorno 13 Garibaldi, a Salemi, con il sostegno del barone Sant’Anna, si autoproclamò dittatore della Sicilia.

Inspiegabile è che il governatore Borbonico Castelcicala pur avendo a sua disposizione , comandate dal generale Landi. circa tremila uomini, inviò da Alcamo il giorno 14 un solo battaglione verso Calatafimi, con l’ordine di non attaccare il nemico e, se attaccato, di ... ritirarsi.

Il maggiore Sforza, comandante dell’8° Cacciatori, con sole quattro compagnie, si scontrò il giorno 15 con i garibaldini, che vennero sgominati e si rifugiarono sulle colline, ove furono inseguiti dallo Sforza.

Sembrava fatta .gli insorti erano allo sbando .Senza addestramento e disciplina era un gioco da ragazzi annientare quelle orde di sbantati. Il comandante ,generale Landi,tuttavia,invece di inviare altre forze come era logico ed opportuno per l’annientamento del nemico, ordinò la ritirata senza neanche avvisare lo Sforza, il quale avendo terminate le munizioni fu costretto a riportare i suoi verso il grosso che si stava incredibilmente allontanando,in direzione di Palermo.

Si scoprì più tardi che il Landi aveva ricevuto dai carbonari una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento.

La cosa più incredibile fu che Landi non fu nemmeno sottoposto al giudizio di una corte marziale ma semplicemente sollevato dal comando dal generale Lanza,il quale inviò come truppe di contrasto agli invasori dalla giubba rossa , il giorno 21 due colonne militari, una formata dal 3° battaglione estero, comandata dal maggiore Von Meckel, e l’altra formata dal 9° Cacciatori, comandata dal maggiore Ferdinando Beneventano del Bosco, per un totale di tremila uomini con quattro obici da montagna.

Un primo scontro avvenne a Partinico, ove circa mille “filibustieri” furono rapidamente messi in fuga da Von Meckel. In questo scontro morì Rosolino Pilo.Il resto delle armate garibaldine, con lo stesso Garibaldi, si rifugiò sul monte Calvario. Il giorno successivo, al primo attacco dei borbonici, Garibaldi, quasi circondato, fuggì fortunosamente nella notte con il resto delle sue truppe verso Corleone.

Giunti al quadrivio di Ficuzza, i Garibaldini si divisero in due gruppi uno con alla testa Garibaldi si diresse verso Palermo, l’altro al comando di Orsini prese la strada per Corleone. Ad inseguire Garibaldi furono i reparti di Von Meckel, mentre le truppe di del Bosco inseguirono l’Orsini,il quale attestatosi a Corleone, fu immediatamente investito dalle truppe borboniche che, con un rapido e violento assalto, lo neutralizzarono completamente.

Von Meckel, intanto, aveva saggiamente inviato velocemente il grosso delle sue truppe con al comando il maggiore Colonna a posizionarsi al ponte delle Teste, poco fuori Palermo, per tagliare la strada ai filibustieri, i quali stretti tra due fuochi sarebbero stati facilmente sbaragliati.

Il generale Lanza, che aveva lasciato praticamente sguarnite le porte S. Antonino e Termini, ordinò al Colonna, che non aveva ancora fatto in tempo a posizionarsi, di entrare in città e di acquartierarsi, cosicché quegli ingressi alla città rimasero difesi appena da 260 reclute.

Garibaldi, nel frattempo era stato rafforzato da tremila e cinquecento uomini raccolti nella delinquenza,e nella mafia palermitana , nella notte tra il 26 ed il 27 maggio assalì Palermo attraverso la porta S. Antonino, avendo facilmente la meglio sulle sparute e coscientemente mal dirette truppe borboniche.

Le forze lealiste agli ordini del Lanza di stanza a Palermo in quel momento erano di circa sedicimila uomini,rinchiusi nei forti di Quattroventi, Palazzo, Castellammare e Finanze.

All’alba del 28 da Napoli giunsero a Palermo il 1° ed il 2° battaglione esteri inviati da Re Francesco II. Le truppe erano già pronte per entrare in azione, ma il Lanza ordinò incredibilmente che rimanessero sui bastimenti fino al giorno 29, quando diede ordine di farle sbarcare per rinserrarle nel palazzo reale. Nel frattempo a tarda sera del 28 era arrivato il grosso delle truppe del Von Meckel a Villabate, tre miglia distante da Palermo.

Nel porto di Palermo in quei giorni l’Armata di Mare del regno delle due sicilie era formata da quattro fregate a vapore ed una a vela in prima fila; in seconda fila una corvetta a vapore, tre avvisi ed una pirofregata con tre vapori armati; in terza fila dodici bastimenti mercantili.

L’Armata di Mare,si era limitata a scortare i convogli ed al trasferimento di truppe da un porto all’altro. Per tutta la giornata del 28, la pirofregata Ercole, comandata dal capitano di fregata Carlo Flores, aveva bombardato la città con i suoi obici paixhans calibro 68, provocando inutili danni. Nel porto vi erano anche navi piemontesi che impunemente rifornivano i garibaldini di armi e munizioni. Garibaldi, praticamente indisturbato, s’impossessò del palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. Poi liberò circa mille delinquenti comuni dal carcere della Vicaria e dal Bagno dei condannati, aggregandoli alle sue bande che assommarono così a circa cinquemila persone.

Le truppe di Von Meckel, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva più vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto un armistizio.

La rabbia dei soldati fu tale che vi furono episodi di disobbedienza con il proposito di combattere comunque nella notte, ma vennero fermati dal colonnello Buonopane per il fatto che “non era finita la tregua” .

Il Garibaldi ed il Türr, insieme agli emissari borbonici Letizia e Chretien, si recarono il 31 maggio sul vascello inglese Annibal, ove, presenti anche ufficiali americani, conclusero i patti dell’armistizio. Il Garibaldi, il giorno dopo, annunciò boriosamente che aveva concesso la tregua per umanità. Tra gli accordi, però, pose come condizione che venisse consegnato al Crispi il denaro del Banco delle Due Sicilie di Palermo e scambiati i prigionieri. I garibaldini si impossessarono così di oltre cinque milioni di ducati in oro e argento. Tale somma, che successivamente venne impiegata in parte per la “conversione” di altri ufficiali duosiciliani, fu distribuita ai garibaldini, compresi i capi.

L’8 giugno le truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per recarsi ai Quattroventi per imbarcarsi, tra lo stupore della popolazione che non riusciva a capire come un esercito così numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un soldato dell’8° di linea che, al passaggio a cavallo di Lanza, uscì dalle file e gli disse “Eccellé, o’ vvì quante simme. E ce n’avimma î accussì?” Ed il Lanza gli rispose : “Va via, ubriaco!”.

L’unificazione del regno d’Italia significherà elezioni,e con esse nuove cariche e nuovi privilegi per quelle classi sociali che cercavano nel nuovo regime ,spazio per le loro ambizioni e per la loro sete di guadagno ,fu così che il torbido intreccio tra la delinquenza e la classe politica fece un salto di qualità, trovando terreno fertile nell’alleanza con nuova classe sociale che si andava affermando soprattutto attraverso le speculazioni e l’affarismo.

E’ questo tessuto sociale che occorre esplorare per scoprire il successivo forte radicamento della mafia nelle istituzioni legali del regno d’Italia .Spazzato via il feudalesimo ,infatti , la Mafia trovò nell’assetto politico dell’unità d’Italia che aveva contribuito a far sorgere ,ragione della sua legittimazione storica nonché il terreno favorevole per lo sviluppo delle sue attività.

I campieri, i curatoli, i guardiani - gli uomini armati del gabellotto ebbero gioco facile nel trasformare i “diritti feudali del signore” nel “pizzo” ossia la punta della barba che il mafioso doveva bagnare nel piatto altrui,obbligando coltivatori e proprietari a pagare somme di denaro per la cosìdetta protezione ,utilizzando in caso di riluttanza, minacce ed intimidazioni che potevano raggiungere nei casi più gravi fino agli omicidi e sequestri di persona.

Progressivamente, poi, il “pizzo mafioso” diventò una vera e propra tassa ,sugli utili dei fondi agrari che il proprietario o l’affittuario dovevano pagare.

In Sicilia ,gli eletti alle prime elezioni per il parlamento del regno d’Italia furono nella stragrande maggioranza membri della piccola nobiltà terriera e di quella borghesia cittadina strettamente ed indissolubilmente legata ad essa .

La legge elettorale del nuovo regno d’altra parte prevedeva il diritto di voto solamente per una ristretta fascia di popolazione che rappresentava appena il 2 per cento del totale.

Nell’isola gli aventi diritto al voto superavano di poco le 40.000 unità . L’ impossibilità poi di poter dimostrare il reddito legale era di ostacolo alla partecipazione diretta deì gabellotti alle elezioni ,oltre all’analfabetismo largamente diffuso che tagliava i loro diritti al voto.

Diviene così indispensabile un tacito mutuo accordo tra borghesia urbana e piccola nobiltà terriera da una parte e la Mafia dall’altra .

Alle prime due forze venne assegnato il potere legale ,e attraverso le elezioni, le cariche pubbliche e la diplomazia ed alla seconda il controllo del potere economico e illegale.

Queste due tendenze,lungi dal nuocersi giovarono ad entrambe le formazioni sociali,e diedero luogo alla nascita di una “borghesia mafiosa”, che ha costituito a lungo un blocco sociale in Sicilia.

da "Geometria del male" di Sigismondo Panvini



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mercoledì 6 luglio 2011

In esclusiva, la prima parte della prefazione di Pino Aprile alla ristampa del libro " I savoia e il massacro del Sud " di Antonio Ciano



Dopo 15 anni dalla prima pubblicazione torna in tutte le librerie il bestseller di Antonio Ciano " I savoia e il massacro del Sud"



Con prefazione di Pino Aprile
Magenes editore

" I Savoia e il Massacro del Sud", il bestseller di Antonio Ciano, è  distribuito in tutta Italia dalla MAGENES.


Acquistabile n libreria o on-line:
http://www.ibs.it/code/9788887376883/ciano-antonio/savoia-massacro-del.html
http://www.amazon.it/I-Savoia-massacro-del-sud/dp/8887376883





PREFAZIONE

di Pino Aprile

Questo libro fu pubblicato, la prima volta, quindici anni fa. È il risultato della riflessione, della dignità e dell’indignazione di un uomo che ha riscoperto, nella sua carne, una ferita antica e mai chiusa: il martirio della sua città, Gaeta, per favorire la nascita del- l’Italia unita, rivelatasi matrigna e persino ancora nemica di chi, a quella costruzione storica, ha pagato, per tutti, il prezzo più alto, in risorse e sangue. Antonio Ciano è un uomo perbene, mosso da quella passione civile che spinge alla ricerca della verità, alla denuncia delle storture, e soprattutto all’azione, magari in totale solitudine, o in assoluta minoranza; per l’incapacità di tradire il primo comandamento degli onesti: fa’ quel che devi!

Perché ne parlo così? Perché lo conosco.

Sono l’autore di Terroni, la rilettura, da Sud, di 150 anni di storia d’Italia, dal Risorgimento a oggi, con il racconto dell’invasione, le stragi, il saccheggio del Sud, gli stupri, le torture, le rappresaglie, le leggi per drenare danaro nel Meridione e spenderlo al Nord, allora come oggi (è solo un degno continuatore di una delinquenziale e consolidata pratica il ministro Giulio Tremonti che sottrae decine di miliardi di euro dai Fondi per le aree sottoutilizzare (cui erano destinati per legge!) e li dilapida all’ombra della sue Alpi, per esempio per pagare le multe europee per le truffe degli degli allevatori padani). È stato detto che Terroni ha risvegliato l’orgoglio del Sud e lo ha indotto a cercare strumenti politici per pretendere il rispetto di quel diritto all’equità, da parte dello Stato, che sin qui è stato negato ai meridionali (si era pensato di sostituirlo con l’insulto…).

Altrimenti, non si spiegherebbe il sorprendente successo del libro, che ha polverizzato ogni più rosea previsione editoriale, sino a divenire un fenomeno non solo letterario, ma sociale, politico. La verità è un’altra: Terroni ha incontrato un’onda insospettatamente alta, che era montata negli anni, senza che nessuno si fosse accorto di quanto potente e vasta fosse; nemmeno io che, pure, a questi temi ho dedicato studio e scritti.

Quella sollevazione di tanto popolo si deve ad altri: alla reazione dei meridionali per la quantità e vomitevole qualità di offese, discriminazioni, attacchi razzisti firmati dalla Lega e benedetti da buona parte dei reazionari del Nord, sostenuti da reazionari del Sud, ignorati da progressisti del Nord e del Sud: dallo sciagurato accordo Pagliarini-Van Miert (il primo, leghista, allora purtroppo per l’Italia e per il Sud, ministro; il secondo rappresentante dell’Unione Europea), che tolse, solo al nostro Mezzogiorno, gli sgravi fiscali concessi alle aree depresse del continente, e costò 100mila posti di lavoro nelle regioni italiane già a più alta disoccupazione; alle manovre leghiste per togliere a Napoli la paternità della pizza e della dieta mediterranea!

Ma quella sollevazione di tanto popolo si deve anche alla conoscenza diffusa da tanti autori, prima di Terroni, sulle vere vicende del Risorgimento e la diseguale, ferocemente diseguale, distribuzione delle risorse: nessuna industria ha reso tanto al Nord, quanto la fabbrica della sottrazione delle risorse destinate al Sud (persino l’Ici sulle case di lusso fu abolita in tutt’Italia, grazie al solito manolesta Tremonti, con i 3,5 miliardi di euro stanziati per riassestare strade e porti di Calabria e Sicilia).

Uno dei primi e più attivi di quella nuova leva di meridionalisti che produssero il riemergere di una sopita e rassegnata sensibilità è Antonio Ciano.

Continua (....)



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Dopo 15 anni dalla prima pubblicazione torna in tutte le librerie il bestseller di Antonio Ciano " I savoia e il massacro del Sud"



Con prefazione di Pino Aprile
Magenes editore

" I Savoia e il Massacro del Sud", il bestseller di Antonio Ciano, è  distribuito in tutta Italia dalla MAGENES.


Acquistabile n libreria o on-line:
http://www.ibs.it/code/9788887376883/ciano-antonio/savoia-massacro-del.html
http://www.amazon.it/I-Savoia-massacro-del-sud/dp/8887376883





PREFAZIONE

di Pino Aprile

Questo libro fu pubblicato, la prima volta, quindici anni fa. È il risultato della riflessione, della dignità e dell’indignazione di un uomo che ha riscoperto, nella sua carne, una ferita antica e mai chiusa: il martirio della sua città, Gaeta, per favorire la nascita del- l’Italia unita, rivelatasi matrigna e persino ancora nemica di chi, a quella costruzione storica, ha pagato, per tutti, il prezzo più alto, in risorse e sangue. Antonio Ciano è un uomo perbene, mosso da quella passione civile che spinge alla ricerca della verità, alla denuncia delle storture, e soprattutto all’azione, magari in totale solitudine, o in assoluta minoranza; per l’incapacità di tradire il primo comandamento degli onesti: fa’ quel che devi!

Perché ne parlo così? Perché lo conosco.

Sono l’autore di Terroni, la rilettura, da Sud, di 150 anni di storia d’Italia, dal Risorgimento a oggi, con il racconto dell’invasione, le stragi, il saccheggio del Sud, gli stupri, le torture, le rappresaglie, le leggi per drenare danaro nel Meridione e spenderlo al Nord, allora come oggi (è solo un degno continuatore di una delinquenziale e consolidata pratica il ministro Giulio Tremonti che sottrae decine di miliardi di euro dai Fondi per le aree sottoutilizzare (cui erano destinati per legge!) e li dilapida all’ombra della sue Alpi, per esempio per pagare le multe europee per le truffe degli degli allevatori padani). È stato detto che Terroni ha risvegliato l’orgoglio del Sud e lo ha indotto a cercare strumenti politici per pretendere il rispetto di quel diritto all’equità, da parte dello Stato, che sin qui è stato negato ai meridionali (si era pensato di sostituirlo con l’insulto…).

Altrimenti, non si spiegherebbe il sorprendente successo del libro, che ha polverizzato ogni più rosea previsione editoriale, sino a divenire un fenomeno non solo letterario, ma sociale, politico. La verità è un’altra: Terroni ha incontrato un’onda insospettatamente alta, che era montata negli anni, senza che nessuno si fosse accorto di quanto potente e vasta fosse; nemmeno io che, pure, a questi temi ho dedicato studio e scritti.

Quella sollevazione di tanto popolo si deve ad altri: alla reazione dei meridionali per la quantità e vomitevole qualità di offese, discriminazioni, attacchi razzisti firmati dalla Lega e benedetti da buona parte dei reazionari del Nord, sostenuti da reazionari del Sud, ignorati da progressisti del Nord e del Sud: dallo sciagurato accordo Pagliarini-Van Miert (il primo, leghista, allora purtroppo per l’Italia e per il Sud, ministro; il secondo rappresentante dell’Unione Europea), che tolse, solo al nostro Mezzogiorno, gli sgravi fiscali concessi alle aree depresse del continente, e costò 100mila posti di lavoro nelle regioni italiane già a più alta disoccupazione; alle manovre leghiste per togliere a Napoli la paternità della pizza e della dieta mediterranea!

Ma quella sollevazione di tanto popolo si deve anche alla conoscenza diffusa da tanti autori, prima di Terroni, sulle vere vicende del Risorgimento e la diseguale, ferocemente diseguale, distribuzione delle risorse: nessuna industria ha reso tanto al Nord, quanto la fabbrica della sottrazione delle risorse destinate al Sud (persino l’Ici sulle case di lusso fu abolita in tutt’Italia, grazie al solito manolesta Tremonti, con i 3,5 miliardi di euro stanziati per riassestare strade e porti di Calabria e Sicilia).

Uno dei primi e più attivi di quella nuova leva di meridionalisti che produssero il riemergere di una sopita e rassegnata sensibilità è Antonio Ciano.

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giovedì 23 giugno 2011

Le risorse del Sud


B R I G A N T A G G I O Politico e Sociale

Rivista trimestrale storico culturale

Anno I - Marzo 2011 - n. 1



di Pino Aprile


C’è un Sud che fermenta sottotraccia; e nessuno se ne accorge, perché il Sud non fa notizia e non ha voce, quindi non sa di se stesso. E allora, come lo so? Perché godo della doppia (pur se faticosa) condizione di essere meridionale che si occupa del Sud e lo percorre, ma vivendo altrove. Così, il confronto è continuo e le variazioni, le sensazioni si colgono più facilmente.

Ma non l’ho fatto apposta! Diciamo che il “cosa” non mi sfuggiva; ma il “quanto”, la sua dimensione, sì; e per certi versi, pure il “come”, perché non avevo afferrato la vastità di espressioni del risorgente interesse dei meridionali per la propria terra e la propria storia.

E' successo che ho sbagliato i conti: avevo deciso, finito Terroni, di fare una quindicina di presentazioni, nei primi mesi dall’uscita del libro; e di premiarmi con una lunga estate di vela e di mare: in fondo, non facevo vacanze da qualche anno e non vedevo la mia barca da cinque! Invece, il libro mi ha messo il guinzaglio e portato in giro ovunque, in Italia e all’estero.

Ho tentato di difendere il mio diritto alla proprietà della mia vita, ho rifiutato, con educazione, tutto quello che potevo rifiutare, ma alla fine mi sono ritrovato con quasi duecento presentazioni in sette mesi, che sarebbero circa una al giorno; per evitare una denuncia per abbandono del tetto coniugale e ottimizzare i tempi, ne ho infilate sino a quattro al giorno. Ma per Stoccolma, Londra, Manchester, Zurigo (e poi Bruxelles, New York...), fra andata, dibattito, rientro, un paio di giorni se ne vanno; e così per il Salone del libro di Torino, gli incontri nelle università... Non era mai successo nella storia della casa editrice, e sì che non è delle più giovani, né delle più piccole. E non so cosa fare per gli altri scarsi cinquecento inviti ancora inevasi.

Questa strapazzata, se avessi dovuto preventivarla, non l’avrei mai fatta: perché andare in paesini di cui ignoravi pure l’esistenza, sino a che non ci hai messo piede? Cosa credi di trovare in borghi persi nelle montagne lontane dall’autostrada, dove ci va solo chi deve andare proprio là? Beh, spesso, era giusto lì quello che c’era da sapere. C’è un Sud che sta perdendo la sua subalternità e lo si deve: 1) alla tenacia con cui una sparuta generazione di padri (oggi anziani) ha inseguito la sua storia denigrata e nascosta, incurante dell’idea di inutilità (e persino derisione) che la circondava; 2) alla modernità e alla naturalezza, con cui la successiva generazione di cosmopoliti figli vede o vuol vedere una possibilità di futuro a casa sua, riscoprendone valori sottovalutati; e, con quelli, un passato negletto.

E' un fenomeno figlio di necessità (tira brutt’aria un po’ ovunque, andarsene non è più una soluzione certa, come prima) e di cultura più ampia (sono ragazzi cresciuti in una Europa senza frontiere, con una sola moneta, il viaggio facile ed economico: hanno visto come i localismi possano produrre lavoro, ricchezza, anche con molto meno di quello che una regione antica come il Mezzogiorno possiede e spesso non sa di avere. Insomma: guardano alla propria terra, con lo stesso sguardo di uno straniero, apprezzandone quello a cui non fa caso chi è qui da sempre, perché ce l’ha sotto gli occhi. Sono gente pratica, questi ragazzi, con buoni, spesso ottimi studi, i 110 e qualche lode, le Bocconi e i Politecnici, i master wow!, e come il giovanotto che stava all’università di Bari, poi «ho preso un Ryan air», London School of Economics, e conquistato il titolo, rifiuta le offerte made in England, torna al suo paese murgiano e si inventa un lavoro...

Non sono idealisti come i padri, non si fanno illusioni, hanno poca stima nelle possibilità, negli spazi, nell’attenzione al merito che questo Paese offre loro (la Gelmini è ministro della Pubblica istruzione, che gli racconti?); ma hanno più fiducia in se stessi, creano un festival del cinema; una cooperativa fra produttori di formaggio; per volontariato, dotano il paesello di pescatori di una stagione letteraria nazionale; con in tasca una laurea al Dams e l’amico bocconiano, avviano, nel Vallo di Diano, un allevamento di maiali per la produzione di salumi tradizionali; o, con laurea in antropologia, recuperano canti e detti del paese, e ne fanno uno spettacolo itinerante, con uso di strumenti musicali antichi; o si riuniscono per tutelare la sorgente che dà nome anche alla cittadina e farne una miniera culturale; o si ritrovano ogni fine settimana nel paese da cui si è partiti, per far nascere iniziative che gli ridiano vita, riportino a casa gli emigrati...

Ma sempre, in tutti questi casi, e molti altri ancora, domina la fame di storia, di ricostruzione dell’identità meridionale, avvertita come risorsa economica e rinascita personale. Una tale quantità di convegni, dibattiti, mostre sul tema credo non si sia vista mai! E lì, le generazioni si incontrano, ma la differenza si vede: i padri si dividono sulle idee (sono cresciuti in un mondo ideologizzato); i figli si uniscono sui progetti. I padri hanno dovuto scrollarsi il peso del pregiudizio; i figli ne sono privi. La parola e la figura del brigante, per dire: erano vergogna celata nel passato delle famiglie meridionali; oggi sono motivo di fierezza e rivendicazione identitaria. “Brigante”, al Sud, suona un complimento, adesso; come una volta, quando le mamme vezzeggiavano i loro figli, chiamandoli “brigantiello mio”.

Fonte : Brigantaggio.eu


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B R I G A N T A G G I O Politico e Sociale

Rivista trimestrale storico culturale

Anno I - Marzo 2011 - n. 1



di Pino Aprile


C’è un Sud che fermenta sottotraccia; e nessuno se ne accorge, perché il Sud non fa notizia e non ha voce, quindi non sa di se stesso. E allora, come lo so? Perché godo della doppia (pur se faticosa) condizione di essere meridionale che si occupa del Sud e lo percorre, ma vivendo altrove. Così, il confronto è continuo e le variazioni, le sensazioni si colgono più facilmente.

Ma non l’ho fatto apposta! Diciamo che il “cosa” non mi sfuggiva; ma il “quanto”, la sua dimensione, sì; e per certi versi, pure il “come”, perché non avevo afferrato la vastità di espressioni del risorgente interesse dei meridionali per la propria terra e la propria storia.

E' successo che ho sbagliato i conti: avevo deciso, finito Terroni, di fare una quindicina di presentazioni, nei primi mesi dall’uscita del libro; e di premiarmi con una lunga estate di vela e di mare: in fondo, non facevo vacanze da qualche anno e non vedevo la mia barca da cinque! Invece, il libro mi ha messo il guinzaglio e portato in giro ovunque, in Italia e all’estero.

Ho tentato di difendere il mio diritto alla proprietà della mia vita, ho rifiutato, con educazione, tutto quello che potevo rifiutare, ma alla fine mi sono ritrovato con quasi duecento presentazioni in sette mesi, che sarebbero circa una al giorno; per evitare una denuncia per abbandono del tetto coniugale e ottimizzare i tempi, ne ho infilate sino a quattro al giorno. Ma per Stoccolma, Londra, Manchester, Zurigo (e poi Bruxelles, New York...), fra andata, dibattito, rientro, un paio di giorni se ne vanno; e così per il Salone del libro di Torino, gli incontri nelle università... Non era mai successo nella storia della casa editrice, e sì che non è delle più giovani, né delle più piccole. E non so cosa fare per gli altri scarsi cinquecento inviti ancora inevasi.

Questa strapazzata, se avessi dovuto preventivarla, non l’avrei mai fatta: perché andare in paesini di cui ignoravi pure l’esistenza, sino a che non ci hai messo piede? Cosa credi di trovare in borghi persi nelle montagne lontane dall’autostrada, dove ci va solo chi deve andare proprio là? Beh, spesso, era giusto lì quello che c’era da sapere. C’è un Sud che sta perdendo la sua subalternità e lo si deve: 1) alla tenacia con cui una sparuta generazione di padri (oggi anziani) ha inseguito la sua storia denigrata e nascosta, incurante dell’idea di inutilità (e persino derisione) che la circondava; 2) alla modernità e alla naturalezza, con cui la successiva generazione di cosmopoliti figli vede o vuol vedere una possibilità di futuro a casa sua, riscoprendone valori sottovalutati; e, con quelli, un passato negletto.

E' un fenomeno figlio di necessità (tira brutt’aria un po’ ovunque, andarsene non è più una soluzione certa, come prima) e di cultura più ampia (sono ragazzi cresciuti in una Europa senza frontiere, con una sola moneta, il viaggio facile ed economico: hanno visto come i localismi possano produrre lavoro, ricchezza, anche con molto meno di quello che una regione antica come il Mezzogiorno possiede e spesso non sa di avere. Insomma: guardano alla propria terra, con lo stesso sguardo di uno straniero, apprezzandone quello a cui non fa caso chi è qui da sempre, perché ce l’ha sotto gli occhi. Sono gente pratica, questi ragazzi, con buoni, spesso ottimi studi, i 110 e qualche lode, le Bocconi e i Politecnici, i master wow!, e come il giovanotto che stava all’università di Bari, poi «ho preso un Ryan air», London School of Economics, e conquistato il titolo, rifiuta le offerte made in England, torna al suo paese murgiano e si inventa un lavoro...

Non sono idealisti come i padri, non si fanno illusioni, hanno poca stima nelle possibilità, negli spazi, nell’attenzione al merito che questo Paese offre loro (la Gelmini è ministro della Pubblica istruzione, che gli racconti?); ma hanno più fiducia in se stessi, creano un festival del cinema; una cooperativa fra produttori di formaggio; per volontariato, dotano il paesello di pescatori di una stagione letteraria nazionale; con in tasca una laurea al Dams e l’amico bocconiano, avviano, nel Vallo di Diano, un allevamento di maiali per la produzione di salumi tradizionali; o, con laurea in antropologia, recuperano canti e detti del paese, e ne fanno uno spettacolo itinerante, con uso di strumenti musicali antichi; o si riuniscono per tutelare la sorgente che dà nome anche alla cittadina e farne una miniera culturale; o si ritrovano ogni fine settimana nel paese da cui si è partiti, per far nascere iniziative che gli ridiano vita, riportino a casa gli emigrati...

Ma sempre, in tutti questi casi, e molti altri ancora, domina la fame di storia, di ricostruzione dell’identità meridionale, avvertita come risorsa economica e rinascita personale. Una tale quantità di convegni, dibattiti, mostre sul tema credo non si sia vista mai! E lì, le generazioni si incontrano, ma la differenza si vede: i padri si dividono sulle idee (sono cresciuti in un mondo ideologizzato); i figli si uniscono sui progetti. I padri hanno dovuto scrollarsi il peso del pregiudizio; i figli ne sono privi. La parola e la figura del brigante, per dire: erano vergogna celata nel passato delle famiglie meridionali; oggi sono motivo di fierezza e rivendicazione identitaria. “Brigante”, al Sud, suona un complimento, adesso; come una volta, quando le mamme vezzeggiavano i loro figli, chiamandoli “brigantiello mio”.

Fonte : Brigantaggio.eu


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mercoledì 1 giugno 2011

Spunta la prova a Londra: Garibaldi prese Napoli coi maneggi degli inglesi

Fonte:
http://www.ilgiornale.it/ - il Giornale Martedì 26 aprile 2011 - pag. 22

Ai «National Archives»

Spunta la prova a Londra: Garibaldi prese Napoli coi maneggi degli inglesi

Eugenio Di Rienzo

Spunta la prova a Londra: Garibaldi prese Napoli coi maneggi degli inglesi

Lo sbarco dei Mille a Marsala, l'11 maggio 1860, venne immediatamente considerato da tutte le Potenze europee come un fattore di grave destabilizzazione dello status quo internazionale. Non solo Austria, Prussia, Russia furono fermamente contrarie a un'impresa che rischiava di creare un focolaio rivoluzionario nel Mediterraneo .Anche l'Inghilterra nutrì forti perplessità per una vicenda dai contorni indefiniti e dagli esiti incerti e si dichiarò disposta a collaborare con la Francia di Napoleone III per negoziare una tregua tra il governo napoletano e gli insorti, con l'obiettivo di arrestare l'irresistibile avanzata delle camicie rosse.

Il 4 giugno Cavour prendeva atto che il Regno Unito «pur dimostrandosi prodigo di simpatie platoniche per la causa italiana non è disposto a muovere neanche un pollice per venirci in aiuto e che anzi la sua azione è volta a conservare la Sicilia ai Borboni e a ostacolare l'annessione del Mezzogiorno al Regno di Sardegna». La posizione di Londra mutava radicalmente, il 12 giugno, con l'avvento del gabinetto liberale guidato da Palmerston. Il 26 luglio, quando Garibaldi, impadronitosi dell'isola, si preparava a passare lo stretto di Messina, il ministro degli Esteri Lord Russell inviava un dispaccio (ora conservato nei National Archives di Londra) all'ambasciatore a Parigi, comunicandogli il rifiuto di aderire alla proposta francese di attuare un blocco navale congiunto per impedire il passaggio dei volontari sul continente. Un'azione militare avrebbe, infatti, contraddetto «quel principio generale del non intervento che il Governo di Sua Maestà era deciso a non abbandonare». Con grande ipocrisia, Russell, pur sapendo che gli alti comandi della marina delle Due Sicilie si erano venduti agli agenti piemontesi, aggiungeva «che se la flotta, l'esercito e il popolo napoletano fossero restati fedeli al loro re, Garibaldi sarebbe stato sconfitto senza difficoltà, ma se al contrario si fossero dimostrati disposti ad accoglierlo il nostro intervento avrebbe costituito un'interferenza negli affari interni del Regno di Francesco II».

La linea politica decisa da Palmerston e Russell non era però condivisa dalla Regina Vittoria animata da una personale antipatia per Garibaldi da lei definito una specie di «gangster sudamericano». A superare l'ostilità della sovrana, interveniva un'abile e spregiudicata manovra di Cavour, verosimilmente concordata con il governo inglese. Ai primi di agosto, Russell riceveva e faceva prontamente tradurre una lettera di Garibaldi inviata, il 27 luglio, a Vittorio Emanuele (anch'essa depositata negli archivi del Foreign Office). In quello scritto il generale, mentre ribadiva la sua intenzione di raggiungere la Calabria, dichiarava che al termine della sua missione, egli avrebbe abbandonato i poteri provvisoriamente assunti per deporli ai piedi del monarca sabaudo. In realtà quel messaggio era stato personalmente dettato da Cavour, il quale aveva ordinato ai suoi emissari di fare scrivere all'Eroe dei due Mondi che «egli pieno di devozione e di reverenza per il Re avrebbe voluto seguire i suoi consigli di non abbandonare le coste siciliane ma che i suoi doveri verso l'Italia non gli permettevano di impegnarsi a non soccorrere i napoletani».

Con queste poche parole la spedizione dei Mille perdeva i suoi connotali di avventura rivoluzionaria e rientrava nell'alveo del programma moderato, liberale, costituzionale perseguito da Cavour che era grado di dissipare i timori di Buckingham Palace. Il 18 agosto Garibaldi poteva così approdare indisturbato nei pressi di Reggio Calabria e iniziare la sua travolgente marcia verso Napoli, grazie alle dichiarazioni di Palmerston dove si rendeva noto che un intervento ostile della squadra francese sarebbe stato considerato un attentato contro gli interessi strategici inglesi. In questo modo l'Italia compiva la sua unificazione da Torino a Palermo. Londra si assicurava, invece, un vero e proprio protettorato sul nuovo Stato mediterraneo che, da quel momento, per l'estensione stessa delle sue coste, sarebbe restato esposto al ricatto della potenza navale britannica.




Fonte:Eleaml

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Fonte:
http://www.ilgiornale.it/ - il Giornale Martedì 26 aprile 2011 - pag. 22

Ai «National Archives»

Spunta la prova a Londra: Garibaldi prese Napoli coi maneggi degli inglesi

Eugenio Di Rienzo

Spunta la prova a Londra: Garibaldi prese Napoli coi maneggi degli inglesi

Lo sbarco dei Mille a Marsala, l'11 maggio 1860, venne immediatamente considerato da tutte le Potenze europee come un fattore di grave destabilizzazione dello status quo internazionale. Non solo Austria, Prussia, Russia furono fermamente contrarie a un'impresa che rischiava di creare un focolaio rivoluzionario nel Mediterraneo .Anche l'Inghilterra nutrì forti perplessità per una vicenda dai contorni indefiniti e dagli esiti incerti e si dichiarò disposta a collaborare con la Francia di Napoleone III per negoziare una tregua tra il governo napoletano e gli insorti, con l'obiettivo di arrestare l'irresistibile avanzata delle camicie rosse.

Il 4 giugno Cavour prendeva atto che il Regno Unito «pur dimostrandosi prodigo di simpatie platoniche per la causa italiana non è disposto a muovere neanche un pollice per venirci in aiuto e che anzi la sua azione è volta a conservare la Sicilia ai Borboni e a ostacolare l'annessione del Mezzogiorno al Regno di Sardegna». La posizione di Londra mutava radicalmente, il 12 giugno, con l'avvento del gabinetto liberale guidato da Palmerston. Il 26 luglio, quando Garibaldi, impadronitosi dell'isola, si preparava a passare lo stretto di Messina, il ministro degli Esteri Lord Russell inviava un dispaccio (ora conservato nei National Archives di Londra) all'ambasciatore a Parigi, comunicandogli il rifiuto di aderire alla proposta francese di attuare un blocco navale congiunto per impedire il passaggio dei volontari sul continente. Un'azione militare avrebbe, infatti, contraddetto «quel principio generale del non intervento che il Governo di Sua Maestà era deciso a non abbandonare». Con grande ipocrisia, Russell, pur sapendo che gli alti comandi della marina delle Due Sicilie si erano venduti agli agenti piemontesi, aggiungeva «che se la flotta, l'esercito e il popolo napoletano fossero restati fedeli al loro re, Garibaldi sarebbe stato sconfitto senza difficoltà, ma se al contrario si fossero dimostrati disposti ad accoglierlo il nostro intervento avrebbe costituito un'interferenza negli affari interni del Regno di Francesco II».

La linea politica decisa da Palmerston e Russell non era però condivisa dalla Regina Vittoria animata da una personale antipatia per Garibaldi da lei definito una specie di «gangster sudamericano». A superare l'ostilità della sovrana, interveniva un'abile e spregiudicata manovra di Cavour, verosimilmente concordata con il governo inglese. Ai primi di agosto, Russell riceveva e faceva prontamente tradurre una lettera di Garibaldi inviata, il 27 luglio, a Vittorio Emanuele (anch'essa depositata negli archivi del Foreign Office). In quello scritto il generale, mentre ribadiva la sua intenzione di raggiungere la Calabria, dichiarava che al termine della sua missione, egli avrebbe abbandonato i poteri provvisoriamente assunti per deporli ai piedi del monarca sabaudo. In realtà quel messaggio era stato personalmente dettato da Cavour, il quale aveva ordinato ai suoi emissari di fare scrivere all'Eroe dei due Mondi che «egli pieno di devozione e di reverenza per il Re avrebbe voluto seguire i suoi consigli di non abbandonare le coste siciliane ma che i suoi doveri verso l'Italia non gli permettevano di impegnarsi a non soccorrere i napoletani».

Con queste poche parole la spedizione dei Mille perdeva i suoi connotali di avventura rivoluzionaria e rientrava nell'alveo del programma moderato, liberale, costituzionale perseguito da Cavour che era grado di dissipare i timori di Buckingham Palace. Il 18 agosto Garibaldi poteva così approdare indisturbato nei pressi di Reggio Calabria e iniziare la sua travolgente marcia verso Napoli, grazie alle dichiarazioni di Palmerston dove si rendeva noto che un intervento ostile della squadra francese sarebbe stato considerato un attentato contro gli interessi strategici inglesi. In questo modo l'Italia compiva la sua unificazione da Torino a Palermo. Londra si assicurava, invece, un vero e proprio protettorato sul nuovo Stato mediterraneo che, da quel momento, per l'estensione stessa delle sue coste, sarebbe restato esposto al ricatto della potenza navale britannica.




Fonte:Eleaml

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giovedì 12 maggio 2011

Salvatore Di Ciaccio: "Gaeta non dimentica".

L'articolo di Salvatore Di Ciaccio, Assessore alla Cultura e Vicensindaco del Comune di Gaeta, inserito nell'ultimo numero della prestigiosa rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo LIMES sul tema "L'Italia dopo l'Italia", in occasione del 150° anniversario dell'unità nazionale. La rivista è stata presentata il 7 maggio Gaeta nell'ambito del convegno "L'Italia Incompiuta" presso l'aula magna dell'Istituto Nautico Caboto.



LIMES 02/11 L'Italia dopo l'Italia

Salvatore Di Ciaccio - Assessore Alla Cultura del Comune di Gaeta

1. Gaeta ha occupato nel corso dei secoli, un importante ruolo di cerniera tra il Nord e il Sud dell'Italia, oltre che porta (e porto) tra Europa e paesi che affacciano sul Mediterraneo. La sua storia si è spesso intrecciata con i destini di alcune dinastie che hanno regnato nel Meridione. Di qui anche un patrimonio storico-architettonico di assoluto prestigio e una significativa vivacità culturale, economica. Gaeta ha il carattere di una città libera, tra le poche a battere moneta nel XII secolo.

di ciaccio

Una città ricca di tradizioni, già repubblica marinara. «La chiave del Regno di Napoli» - così era chiamata la cittadina tirrenica per la sua posizione strategica - subì diversi assedi finalizzati alla conquista dell'Italia del Sud. Spesso i regnanti del tempo trovavano rifugio tra le sue mura per difendersi dalle invasioni o per riorganizzare le truppe in vista della riconquista dei territori. Nel 1734 Carlo di Borbone, con la conquista di Napoli e del Sud Italia, si insediò come sovrano del Regno delle Due Sicilie, la cui parabola si concluse nel 1861 con le tristi vicende dell'assedio di Gaeta e della resa di Francesco II di Borbone.

Qui fu compiuto il processo di unificazione nazionale. Città e abitanti erano strettamente legati ai governanti del tempo, con i quali condividevano splendori e miserie, carestie e traffici mercantili, e un forte senso di appartenenza e dignità che durante l'assedio di Gaeta del 1860-61 si trasformò in un moto di fedeltà totale nei confronti del re Francesco II di Borbone e della regina Maria Sofia. La dinastia borbonica considerò, per ragioni geografiche, militari e anche di svago, la città fortezza di Gaeta alla stregua di una seconda capitale del regno, tanto che Francesco II vi si rifugiò insieme alla regina e ai militari rimasti fedeli quando la situazione politica e militare stava precipitando.

L'intento del re, che nonostante l'età e le leggende del tempo era un giovane colto, di buone maniere e dotato di acume strategico, era di provocare l'intervento di Francia e Inghilterra, convinto dell'amicizia di questi due paesi, che avevano l'obbligo di intervenire per fermare una guerra non dichiarata. Indubbiamente l'inesperienza del re nel gestire una così delicata situazione, unita all'incapacità diplomatica di risolvere a favore della monarchia borbonica gli eventi che si susseguirono nel periodo risorgimentale, determinarono le scelte del Cavour. Il quale seppe manovrare le dinamiche interne e internazionali in modo da isolare il regno borbonico. Eppure sospetti e ambiguità riaffiorano ancora nella storiografia attuale circa il ruolo di Francia e Inghilterra, che «permisero che un piccolo Stato senza un soldo s'impadronisse dell'Italia a suon di cannonate». Forse per sostituire uno Stato sovrano forte, quale era il Regno delle Due Sicilie, con uno Stato nascente più facile da controllare. Purtroppo gli eventi precipitarono rapidamente e la città diventò l'ultimo baluardo contro un esercito che - al di là di ogni pur valida considerazione circa lo spirito risorgimentale - doveva essere considerato invasore sia per le modalità con cui intervenne nell'Italia del Sud sia per aver successivamente prosciugato ogni risorsa e potenzialità del Meridione.

2. La difesa della città e dei regnanti fu strenua e coraggiosa. Nonostante la limitatezza dei mezzi di comunicazione del tempo, l'assedio e le vicende di Francesco II e Maria Sofia destarono interesse e ammirazione in tutta Europa. Non meno coraggiosi furono i gaetani che si strinsero intorno al re con un alto senso di dignità, eroismo e fedeltà, pur nella consapevolezza che la furia distruttrice dei cannoni rigati usati dai Savoia e un'epidemia di tifo non avrebbero dato alcuno scampo agli assediati. Molti documenti dell'epoca, primo fra tutti il Giornale dell'Assedio del giornalista francese Charles Garnier, descrivono le drammatiche vicende dell'assedio sin dai primi giorni, con una dovizia di particolari significativa.

Le cronache riportano diversi gesti di eroismo da parte dei militari rimasti fedeli al re e degli stessi cittadini che non abbandonarono la città, pur avendone la

possibilità, anzi contribuirono concretamente alla difesa. Estremo coraggio mostrò in quelle circostanze la giovane regina Maria Sofia di Baviera, sorella dell'imperatrice Sissi, che incurante del pericolo, sostenne moralmente i militari negli avamposti, accudì i feriti e i malati di tifo, e più del marito rifiutò qualunque ipotesi di resa della cittadella. «Femme héroique qui, reine soldat, avait fat elle même son coup de feu sur les remparts de Gaète»: così descrive le gesta eroiche della ventunenne regina Marcel Proust in La prisonnière, quinto volume dell'opera A la recherche du temps perdu, mentre D'Annunzio, per la resistenza opposta al processo di unificazione, stigmatizza l'ardire di «l'aquiletta bavara che rampogna».

La città fu fatta oggetto di violenti e continui bombardamenti che non si interruppero nemmeno il giorno di Natale, senza risparmiare chiese e ospedali. Il cinismo del generale Cialdini, comandante delle

truppe assedianti, era legato anche alla necessità che la resa della piazzaforte di Gaeta avvenisse il più rapidamente possibile, in modo che il 17 marzo 1861 potesse riunirsi a Torino il parlamento della nuova Italia. Le forze in campo erano davvero sproporzionate, soprattutto per l'utilizzo dei cannoni rigati Cavalli, che permettevano agli assedianti una gittata di fuoco notevole da posizioni sicure. Inoltre, come spesso accade in queste vicende, i tradimenti delle persone più fedeli fecero il resto. È il caso dell'architetto del genio borbonico Guarinelli, che consegnò ai piemontesi le mappe delle fortificazioni e delle bocche da fuoco della piazzaforte, permettendo così ai cannoni di colpire gli obiettivi sensibili con estrema facilità. L'inevitabile conclusione di questa aggressione fu la distruzione della città, la morte di numerosi soldati e civili, la fine di un regno che aveva governato il Sud Italia con lungimiranza, favorendone lo sviluppo economico, sociale e culturale. Di qui una frattura mai ricomposta nell'identità e nelle potenzialità di una parte importante della nazione.

Gaeta perse in un assedio tutto quello che aveva costruito in secoli di grande attività: intraprendenza, rapporti economici e culturali con tutto il Mediterraneo. La flotta mercantile venne progressivamente smantellata. Armatori, marinai, ufficiali provenienti dalla Scuola nautica del Borgo di Gaeta fondata nel 1853 si ritrovarono senza lavoro. Millenari traffici marittimi furono interrotti. Distrutta o soppressa fu anche l'intensa attività artigianale che ruotava intorno

alla cantieristica, alla pesca, all'agricoltura. Il territorio intorno alla cittadella fu completamente devastato: migliaia di alberi d'olivo, vanto della città e fonte di reddito notevole (nel bacino del Mediterraneo l'olio proveniente da Gaeta era considerato il migliore e si vendeva a un prezzo più elevato rispetto agli altri), furono sradicati per liberare il campo e per ottenerne legna per riscaldare i soldati piemontesi. Già durante l'assedio molti gaetani furono costretti ad allontanarsi dalle loro case, soprattutto nell'antico borgo marinaro e contadino.

Dopo la resa l'esodo aumentò. La città perse un considerevole numero di abitanti. In sostanza venne disperso il tessuto sociale, economico, culturale. Accanto ai danni materiali, ecco l'accanimento psicologico. Gaeta venne trasformata in un luogo di espiazione. Le sue carceri divennero tristemente famose fino a pochi decenni orsono. Furono rinchiusi a Gaeta, fra gli altri, Mazzini, Reder, Kappler. Intere porzioni della città vennero demanializzate e sottratte alla fruibilità della cittadinanza. Tuttora l'amministrazione comunale lotta per il recupero del proprio patrimonio: strade, giardini, palazzi, caserme, spesso costruite dai nostri antenati con spirito di redistribuzione e solidarietà, come nel caso dell'Ospedale della SS. Annunziata, fondato nel 1320 per fini assistenziali. La città ha fatto fatica a risollevarsi da una sorte avversa. I bombardamenti e le distruzioni della seconda guerra mondiale sembravano averle inferto il colpo di grazia. Nonostante tutto nel dopoguerra Gaeta si è rialzata. Contando sulle sue forze migliori è riuscita nella ricostruzione fisica e morale del suo territorio e ha nel tempo recuperato quel ruolo culturale, economico e anche turistico che merita. Ma permane ancora oggi una sensazione di lontananza delle istituzioni, specie nell'ambito dei servizi, delle infrastrutture, dei collegamenti.

3. Da questa vicenda storica possono trarsi delle considerazioni che, oltre ad essere utili per la comprensione di una diversa verità storica, accendono una luce nuova sulle possibili proiezioni future di Gaeta e del Sud. Perché i Savoia, dopo la conquista del Meridione, lo depredarono e lo abbandonarono al suo destino, invece che sfruttarne le capacità, le eccellenze, le potenzialità, per rafforzare l'Italia e anche il loro potere? Cosa determinò questa scelta insensata: la loro incapacità, anche in relazione alla morte di Cavour nel giugno 1861, precisi ordini di Francia e Inghilterra, oppure una stupida e assurda ritorsione contro chi aveva osato ribellarsi a quest'annessione forzata? Analizzando i dati che stanno emergendo negli ultimi anni, si scopre che l'economia del Sud era florida, l'agricoltura fertile, la cantieristica navale all'avanguardia, il patrimonio storico-culturale di assoluto prestigio. Si stavano diffondendo le prime forme di turismo e di welfare. D'altra parte, 127 anni di pace non erano comuni nell'Europa del XIX secolo.

Il Regno delle Due Sicilie aveva messo a frutto questo valore per diventare, storicizzando il pil, la terza potenza industriale d'Europa. Certo sono immaginabili condizioni di vita non facili per il popolo, forme di vessazione e situazioni sociali disagiate. Ma riesce difficile immaginare condizioni migliori al Nord, continuamente invaso da potenze straniere e teatro di guerre continue, dove la penuria di cibo e le malattie infettive e carenziali erano frequenti (sarà per questo che nel cinema italiano del dopoguerra i veneti venivano spesso rappresentati come stupidotti). Fatto sta che le diverse eccellenze del Sud furono cancellate dalla visione miope dei Savoia. Tutto il Sud vide repressa la propria identità, i propri saperi, la volontà di essere parte integrante di uno Stato che nella propaganda piemontese doveva liberarlo dal giogo di un regno antiquato e repressivo. Inevitabile fu perciò la disillusione e il rancore per una patria che rivelò, negli anni successivi al 1861, tutta la sua inettitudine e l'assoluto disinteresse a sostenere lo sviluppo unitario della nazione.

Quanto influì sul declino di tutta l'Italia la scelta scellerata di abbandonare al suo destino il Meridione? E soprattutto, che prezzo stiamo pagando ancora adesso per l'assoluta indifferenza, che purtroppo resiste da 150 anni, di tanti governi per le vicende del Sud? La domanda vale oggi come allora, perché ancora oggi è chiaro che valorizzare l'enorme patrimonio del Sud significa innanzitutto ridare fiducia e importanza a una parte cospicua del paese, ricostituire l'unità nazionale con spirito solidaristico e di pari opportunità. Turismo, agricoltura, cultura, nautica, servizi, artigianato possono tutti rilanciare l'occupazione e i consumi, supportare il tessuto socioculturale e istituzionale, migliorare un'immagine complessiva dell'Italia decisamente appannata. Senza dimenticare il nostro ruolo strategico nel bacino del Mediterraneo, sempre più animato da diversi flussi, tensioni, opportunità che necessitano di una governance alla quale l'Italia può e deve dare un contributo sostanziale.

Gaeta oggi vuole incamminarsi in questa direzione, comprendendo il proprio passato con un pizzico di nostalgia positiva, cioè mettendo a frutto l'esperienza

e l'importanza dei periodi più fecondi. Studiare a fondo la propria storia significa capire chi eravamo e quindi chi potremo essere, recuperare un'identità e trasformarla in opportunità. L'anniversario dell'Unità d'Italia deve trasmettere un messaggio positivo in vista di un futuro realmente unitario, fatto di gesti concreti, infrastrutture, servizi, politiche sociali e di sviluppo ugualmente distribuite tra Nord e Sud. Senza mai dimenticare il sacrificio dei nostri antenati che ci hanno indicato una strada fatta di coraggio, fedeltà, morale. Abbiamo il dovere di onorarli e ricordarlo sempre, a noi e agli altri, perché «la verità rafforza l'unità», come recita lo slogan coniato dal Comitato cittadino del Comune di Gaeta per il centocinquantenario (www.150gaeta.org).

[Salvatore Di Ciaccio, assessore alla Cultura e vicesindaco del Comune di Gaeta, Limes 2/2011]


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L'articolo di Salvatore Di Ciaccio, Assessore alla Cultura e Vicensindaco del Comune di Gaeta, inserito nell'ultimo numero della prestigiosa rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo LIMES sul tema "L'Italia dopo l'Italia", in occasione del 150° anniversario dell'unità nazionale. La rivista è stata presentata il 7 maggio Gaeta nell'ambito del convegno "L'Italia Incompiuta" presso l'aula magna dell'Istituto Nautico Caboto.



LIMES 02/11 L'Italia dopo l'Italia

Salvatore Di Ciaccio - Assessore Alla Cultura del Comune di Gaeta

1. Gaeta ha occupato nel corso dei secoli, un importante ruolo di cerniera tra il Nord e il Sud dell'Italia, oltre che porta (e porto) tra Europa e paesi che affacciano sul Mediterraneo. La sua storia si è spesso intrecciata con i destini di alcune dinastie che hanno regnato nel Meridione. Di qui anche un patrimonio storico-architettonico di assoluto prestigio e una significativa vivacità culturale, economica. Gaeta ha il carattere di una città libera, tra le poche a battere moneta nel XII secolo.

di ciaccio

Una città ricca di tradizioni, già repubblica marinara. «La chiave del Regno di Napoli» - così era chiamata la cittadina tirrenica per la sua posizione strategica - subì diversi assedi finalizzati alla conquista dell'Italia del Sud. Spesso i regnanti del tempo trovavano rifugio tra le sue mura per difendersi dalle invasioni o per riorganizzare le truppe in vista della riconquista dei territori. Nel 1734 Carlo di Borbone, con la conquista di Napoli e del Sud Italia, si insediò come sovrano del Regno delle Due Sicilie, la cui parabola si concluse nel 1861 con le tristi vicende dell'assedio di Gaeta e della resa di Francesco II di Borbone.

Qui fu compiuto il processo di unificazione nazionale. Città e abitanti erano strettamente legati ai governanti del tempo, con i quali condividevano splendori e miserie, carestie e traffici mercantili, e un forte senso di appartenenza e dignità che durante l'assedio di Gaeta del 1860-61 si trasformò in un moto di fedeltà totale nei confronti del re Francesco II di Borbone e della regina Maria Sofia. La dinastia borbonica considerò, per ragioni geografiche, militari e anche di svago, la città fortezza di Gaeta alla stregua di una seconda capitale del regno, tanto che Francesco II vi si rifugiò insieme alla regina e ai militari rimasti fedeli quando la situazione politica e militare stava precipitando.

L'intento del re, che nonostante l'età e le leggende del tempo era un giovane colto, di buone maniere e dotato di acume strategico, era di provocare l'intervento di Francia e Inghilterra, convinto dell'amicizia di questi due paesi, che avevano l'obbligo di intervenire per fermare una guerra non dichiarata. Indubbiamente l'inesperienza del re nel gestire una così delicata situazione, unita all'incapacità diplomatica di risolvere a favore della monarchia borbonica gli eventi che si susseguirono nel periodo risorgimentale, determinarono le scelte del Cavour. Il quale seppe manovrare le dinamiche interne e internazionali in modo da isolare il regno borbonico. Eppure sospetti e ambiguità riaffiorano ancora nella storiografia attuale circa il ruolo di Francia e Inghilterra, che «permisero che un piccolo Stato senza un soldo s'impadronisse dell'Italia a suon di cannonate». Forse per sostituire uno Stato sovrano forte, quale era il Regno delle Due Sicilie, con uno Stato nascente più facile da controllare. Purtroppo gli eventi precipitarono rapidamente e la città diventò l'ultimo baluardo contro un esercito che - al di là di ogni pur valida considerazione circa lo spirito risorgimentale - doveva essere considerato invasore sia per le modalità con cui intervenne nell'Italia del Sud sia per aver successivamente prosciugato ogni risorsa e potenzialità del Meridione.

2. La difesa della città e dei regnanti fu strenua e coraggiosa. Nonostante la limitatezza dei mezzi di comunicazione del tempo, l'assedio e le vicende di Francesco II e Maria Sofia destarono interesse e ammirazione in tutta Europa. Non meno coraggiosi furono i gaetani che si strinsero intorno al re con un alto senso di dignità, eroismo e fedeltà, pur nella consapevolezza che la furia distruttrice dei cannoni rigati usati dai Savoia e un'epidemia di tifo non avrebbero dato alcuno scampo agli assediati. Molti documenti dell'epoca, primo fra tutti il Giornale dell'Assedio del giornalista francese Charles Garnier, descrivono le drammatiche vicende dell'assedio sin dai primi giorni, con una dovizia di particolari significativa.

Le cronache riportano diversi gesti di eroismo da parte dei militari rimasti fedeli al re e degli stessi cittadini che non abbandonarono la città, pur avendone la

possibilità, anzi contribuirono concretamente alla difesa. Estremo coraggio mostrò in quelle circostanze la giovane regina Maria Sofia di Baviera, sorella dell'imperatrice Sissi, che incurante del pericolo, sostenne moralmente i militari negli avamposti, accudì i feriti e i malati di tifo, e più del marito rifiutò qualunque ipotesi di resa della cittadella. «Femme héroique qui, reine soldat, avait fat elle même son coup de feu sur les remparts de Gaète»: così descrive le gesta eroiche della ventunenne regina Marcel Proust in La prisonnière, quinto volume dell'opera A la recherche du temps perdu, mentre D'Annunzio, per la resistenza opposta al processo di unificazione, stigmatizza l'ardire di «l'aquiletta bavara che rampogna».

La città fu fatta oggetto di violenti e continui bombardamenti che non si interruppero nemmeno il giorno di Natale, senza risparmiare chiese e ospedali. Il cinismo del generale Cialdini, comandante delle

truppe assedianti, era legato anche alla necessità che la resa della piazzaforte di Gaeta avvenisse il più rapidamente possibile, in modo che il 17 marzo 1861 potesse riunirsi a Torino il parlamento della nuova Italia. Le forze in campo erano davvero sproporzionate, soprattutto per l'utilizzo dei cannoni rigati Cavalli, che permettevano agli assedianti una gittata di fuoco notevole da posizioni sicure. Inoltre, come spesso accade in queste vicende, i tradimenti delle persone più fedeli fecero il resto. È il caso dell'architetto del genio borbonico Guarinelli, che consegnò ai piemontesi le mappe delle fortificazioni e delle bocche da fuoco della piazzaforte, permettendo così ai cannoni di colpire gli obiettivi sensibili con estrema facilità. L'inevitabile conclusione di questa aggressione fu la distruzione della città, la morte di numerosi soldati e civili, la fine di un regno che aveva governato il Sud Italia con lungimiranza, favorendone lo sviluppo economico, sociale e culturale. Di qui una frattura mai ricomposta nell'identità e nelle potenzialità di una parte importante della nazione.

Gaeta perse in un assedio tutto quello che aveva costruito in secoli di grande attività: intraprendenza, rapporti economici e culturali con tutto il Mediterraneo. La flotta mercantile venne progressivamente smantellata. Armatori, marinai, ufficiali provenienti dalla Scuola nautica del Borgo di Gaeta fondata nel 1853 si ritrovarono senza lavoro. Millenari traffici marittimi furono interrotti. Distrutta o soppressa fu anche l'intensa attività artigianale che ruotava intorno

alla cantieristica, alla pesca, all'agricoltura. Il territorio intorno alla cittadella fu completamente devastato: migliaia di alberi d'olivo, vanto della città e fonte di reddito notevole (nel bacino del Mediterraneo l'olio proveniente da Gaeta era considerato il migliore e si vendeva a un prezzo più elevato rispetto agli altri), furono sradicati per liberare il campo e per ottenerne legna per riscaldare i soldati piemontesi. Già durante l'assedio molti gaetani furono costretti ad allontanarsi dalle loro case, soprattutto nell'antico borgo marinaro e contadino.

Dopo la resa l'esodo aumentò. La città perse un considerevole numero di abitanti. In sostanza venne disperso il tessuto sociale, economico, culturale. Accanto ai danni materiali, ecco l'accanimento psicologico. Gaeta venne trasformata in un luogo di espiazione. Le sue carceri divennero tristemente famose fino a pochi decenni orsono. Furono rinchiusi a Gaeta, fra gli altri, Mazzini, Reder, Kappler. Intere porzioni della città vennero demanializzate e sottratte alla fruibilità della cittadinanza. Tuttora l'amministrazione comunale lotta per il recupero del proprio patrimonio: strade, giardini, palazzi, caserme, spesso costruite dai nostri antenati con spirito di redistribuzione e solidarietà, come nel caso dell'Ospedale della SS. Annunziata, fondato nel 1320 per fini assistenziali. La città ha fatto fatica a risollevarsi da una sorte avversa. I bombardamenti e le distruzioni della seconda guerra mondiale sembravano averle inferto il colpo di grazia. Nonostante tutto nel dopoguerra Gaeta si è rialzata. Contando sulle sue forze migliori è riuscita nella ricostruzione fisica e morale del suo territorio e ha nel tempo recuperato quel ruolo culturale, economico e anche turistico che merita. Ma permane ancora oggi una sensazione di lontananza delle istituzioni, specie nell'ambito dei servizi, delle infrastrutture, dei collegamenti.

3. Da questa vicenda storica possono trarsi delle considerazioni che, oltre ad essere utili per la comprensione di una diversa verità storica, accendono una luce nuova sulle possibili proiezioni future di Gaeta e del Sud. Perché i Savoia, dopo la conquista del Meridione, lo depredarono e lo abbandonarono al suo destino, invece che sfruttarne le capacità, le eccellenze, le potenzialità, per rafforzare l'Italia e anche il loro potere? Cosa determinò questa scelta insensata: la loro incapacità, anche in relazione alla morte di Cavour nel giugno 1861, precisi ordini di Francia e Inghilterra, oppure una stupida e assurda ritorsione contro chi aveva osato ribellarsi a quest'annessione forzata? Analizzando i dati che stanno emergendo negli ultimi anni, si scopre che l'economia del Sud era florida, l'agricoltura fertile, la cantieristica navale all'avanguardia, il patrimonio storico-culturale di assoluto prestigio. Si stavano diffondendo le prime forme di turismo e di welfare. D'altra parte, 127 anni di pace non erano comuni nell'Europa del XIX secolo.

Il Regno delle Due Sicilie aveva messo a frutto questo valore per diventare, storicizzando il pil, la terza potenza industriale d'Europa. Certo sono immaginabili condizioni di vita non facili per il popolo, forme di vessazione e situazioni sociali disagiate. Ma riesce difficile immaginare condizioni migliori al Nord, continuamente invaso da potenze straniere e teatro di guerre continue, dove la penuria di cibo e le malattie infettive e carenziali erano frequenti (sarà per questo che nel cinema italiano del dopoguerra i veneti venivano spesso rappresentati come stupidotti). Fatto sta che le diverse eccellenze del Sud furono cancellate dalla visione miope dei Savoia. Tutto il Sud vide repressa la propria identità, i propri saperi, la volontà di essere parte integrante di uno Stato che nella propaganda piemontese doveva liberarlo dal giogo di un regno antiquato e repressivo. Inevitabile fu perciò la disillusione e il rancore per una patria che rivelò, negli anni successivi al 1861, tutta la sua inettitudine e l'assoluto disinteresse a sostenere lo sviluppo unitario della nazione.

Quanto influì sul declino di tutta l'Italia la scelta scellerata di abbandonare al suo destino il Meridione? E soprattutto, che prezzo stiamo pagando ancora adesso per l'assoluta indifferenza, che purtroppo resiste da 150 anni, di tanti governi per le vicende del Sud? La domanda vale oggi come allora, perché ancora oggi è chiaro che valorizzare l'enorme patrimonio del Sud significa innanzitutto ridare fiducia e importanza a una parte cospicua del paese, ricostituire l'unità nazionale con spirito solidaristico e di pari opportunità. Turismo, agricoltura, cultura, nautica, servizi, artigianato possono tutti rilanciare l'occupazione e i consumi, supportare il tessuto socioculturale e istituzionale, migliorare un'immagine complessiva dell'Italia decisamente appannata. Senza dimenticare il nostro ruolo strategico nel bacino del Mediterraneo, sempre più animato da diversi flussi, tensioni, opportunità che necessitano di una governance alla quale l'Italia può e deve dare un contributo sostanziale.

Gaeta oggi vuole incamminarsi in questa direzione, comprendendo il proprio passato con un pizzico di nostalgia positiva, cioè mettendo a frutto l'esperienza

e l'importanza dei periodi più fecondi. Studiare a fondo la propria storia significa capire chi eravamo e quindi chi potremo essere, recuperare un'identità e trasformarla in opportunità. L'anniversario dell'Unità d'Italia deve trasmettere un messaggio positivo in vista di un futuro realmente unitario, fatto di gesti concreti, infrastrutture, servizi, politiche sociali e di sviluppo ugualmente distribuite tra Nord e Sud. Senza mai dimenticare il sacrificio dei nostri antenati che ci hanno indicato una strada fatta di coraggio, fedeltà, morale. Abbiamo il dovere di onorarli e ricordarlo sempre, a noi e agli altri, perché «la verità rafforza l'unità», come recita lo slogan coniato dal Comitato cittadino del Comune di Gaeta per il centocinquantenario (www.150gaeta.org).

[Salvatore Di Ciaccio, assessore alla Cultura e vicesindaco del Comune di Gaeta, Limes 2/2011]


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sabato 16 aprile 2011

L’Omeopatia sbarca a Napoli ,cioè in Italia .


Alberto de Schoenberg è veramente un personaggio coltissimo ed eclettico .Italiano anzi napolitanissimo nonostante il suo nome tedesco s’interessa anche di medicina e nel 1814 scrive uno straordinario trattato di rinoplastica con accurate descrizioni di interventi chirurgici mirati alla ricostruzione del naso e questa sua incredibile carrellata di documenti inizia dalla Sicilia, quando nel 1442 un certo dottor Branca spiega come si ricostruisce un naso, ormai inesistente, con un altro messo a disposizione da uno schiavo ,possiamo immaginare con quanto entusiasmo del donatore…

Ma il lavoro che lo farà conoscere in tutta Italia è la traduzione dell' Organon, il trattato di omeopatia del dottor Samuel Hahnemann. Su questo medico tedesco e sul suo rivoluzionario metodo di cura sono stati versati i proverbiali fiumi d’inchiostro per approvarlo o denigrarlo ma sta il fatto che oggi, a 200 anni dalla sua nascita ,in tutto il mondo un numero enorme di persone si affida all’ Omeopatia e addirittura in Francia le medicine omeopatiche sono rimborsate dalla Mutua Assistenza .

Chissà se il dottor Hahnemann immaginava lo sviluppo che avrebbe avuto la sua teoria quando ,sfiduciato della medicina tradizionale in cui trionfavano salassi ,purganti ,sanguisughe (!!) e medicamenti a base di mercurio ,piombo o arsenico per ogni malattia ,cominciò a fare i suoi primi esperimenti con la belladonna come profilassi per la scarlattina .Il suo rifiuto per la prassi medica abituale ebbe anche risvolti clamorosi . “Andatevene ,non sono in grado di curarvi ,non voglio rubarvi i soldi !“ disse a dei pazienti che lo stavano aspettando nel suo studio .

Ovviamente medici e farmacisti del suo tempo lo odiarono e riuscirono ad impedirgli la distribuzione dei suoi prodotti così, per sottrarsi alle difficoltà, fu costretto a cambiare spesso città finchè fondò a Lipsia una Scuola di Omeopatia . Moltissimi personaggi importanti furono curati e guariti con il nuovo metodo che utilizzava quei medicamenti che provocano in un individuo sano i sintomi della malattia da combattere .E così nel 1821 al seguito delle truppe austriache a Napoli c’è un oscuro dottor Necker , medico omeopata del comandante ,il barone von Koller ; il re Ferdinando I, incuriosito dalla novità che sembra ottenere straordinarie guarigioni, sollecita la Reale Accademia delle Scienze di Napoli ad approfondire la materia .

La Società Reale Borbonica affida l’incarico a nostro eclettico Schoenberg, che dopo essersi recato di persona da Hahnemann traduce in italiano l’Organon . Il successo del nuovo sistema è folgorante perché suffragato da prove inconfutabili , fatto è ,che già nel 1825 il re Francesco I viene curato con l’Omeopatia e si sviluppa una fiorente scuola omeopatica apertamente favorita dai Borbone ; gli allievi napoletani di Necker, i dottori Cosmo de Horatiis,,Francesco Romani e Giuseppe Mauro creano scuole e formano altri allievi che eserciteranno in Campania ,Sicilia ,Lazio e Umbria . Anche nel resto dell ‘Italia il metodo si diffonde grazie a eventi importanti risaputi nell’ambiente medico ;primo fra tutti nel 1841 la straordinaria guarigione del Maresciallo Radetsky che affetto da un cancro all’occhio senza ormai più speranze si era affidato ad un omeopata. Nel 1863 ci sono nelle regioni meridionali regioni 184 medici ,14 farmacie ,2 ospedali ,5 dispensari ,4 giornali ,2 accademie e 2 associazioni omeopatiche .

Con la conquista sabauda inizia l’involuzione dell’omeopatia infatti nel 1886 si registrano solo 37 medici omeopati ed anche nel resto della penisola il metodo vivacchia stentatamente per tutto il resto del secolo e per gran parte del Novecento finché negli anni 80 riprende quello straordinario vigore che non accenna a diminuire ai nostri giorni . Ma questa è tutta un’altra storia …

De Schoenberg ci richiama all’Organon dove i protagonisti sono Belladonna , Artemisia e Dulcamara ,nomi di piante medicamentose che riecheggiano personaggi fantastici da Gerusalemme Liberata ; una traduzione resa affascinante da una lingua italiana chiara, sintetica ,senza pesantezze antiquate,assolutamente gradevole ,come potrà facilmente constatare chi vorrà leggere queste coinvolgenti 122 pagine . E allora dov’era questa nazione duosiciliana sprofondata nell’ignoranza più totale ,abitata da una razza inferiore tendente al crimine,dove sono gli individui rozzi ,volgari ,sguaiati , dov’è il regno di sottosviluppati mentali che aspettavano con ansia di essere liberati dall’oscurantismo e dalla povertà ?

I segni che abbiamo ci mandano tutti in altre direzioni ;De Schoenberg nel 1822 usa una lingua italiana agile e snella ,dovuta con tutta evidenza all’uso corrente e giornaliero. Il richiamo con il Piemonte è d’obbligo : Carlo Alberto nel 1848 si meraviglia molto quando a corte sente per la prima volta Costanza D’Azeglio parlare in italiano poichè i piemontesi delle classi dominanti parlavano francese .

Non solo .La traduzione dell’Organon ,la sua fulminea diffusione e l’adesione di tanti medici duosiciliani , lo sviluppo e la nascita di tanti giornali ,accademie ,associazioni dimostra che esisteva nel regno un tessuto di menti pensanti in continuo e proficuo scambio di idee ed esperienze non solo nel campo medico . Basti pensare a quel miracolo della scienza che è la mummificazione del corpo umano : la Sicilia era regina in questo disciplina tanto che ancora oggi è tappa obbligata di ogni tour turistico la visita alle mummie dei Cappuccini a Palermo . Oggi noi guardiamo inteneriti il dolce visetto della piccola Rosalia Lombardo ,la bimba morta nel 1920 e mummificata dallo scienziato Alfredo Salafia ma aldilà dell’impatto emotivo si fa strada l’orgoglio che ancora all’inizio del Novecento qualche genio siciliano continuava sulla strada tracciata dal dottor Branca ,sostitutore di nasi …

Costanza Castellano

Partito del Sud -Piemonte


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Alberto de Schoenberg è veramente un personaggio coltissimo ed eclettico .Italiano anzi napolitanissimo nonostante il suo nome tedesco s’interessa anche di medicina e nel 1814 scrive uno straordinario trattato di rinoplastica con accurate descrizioni di interventi chirurgici mirati alla ricostruzione del naso e questa sua incredibile carrellata di documenti inizia dalla Sicilia, quando nel 1442 un certo dottor Branca spiega come si ricostruisce un naso, ormai inesistente, con un altro messo a disposizione da uno schiavo ,possiamo immaginare con quanto entusiasmo del donatore…

Ma il lavoro che lo farà conoscere in tutta Italia è la traduzione dell' Organon, il trattato di omeopatia del dottor Samuel Hahnemann. Su questo medico tedesco e sul suo rivoluzionario metodo di cura sono stati versati i proverbiali fiumi d’inchiostro per approvarlo o denigrarlo ma sta il fatto che oggi, a 200 anni dalla sua nascita ,in tutto il mondo un numero enorme di persone si affida all’ Omeopatia e addirittura in Francia le medicine omeopatiche sono rimborsate dalla Mutua Assistenza .

Chissà se il dottor Hahnemann immaginava lo sviluppo che avrebbe avuto la sua teoria quando ,sfiduciato della medicina tradizionale in cui trionfavano salassi ,purganti ,sanguisughe (!!) e medicamenti a base di mercurio ,piombo o arsenico per ogni malattia ,cominciò a fare i suoi primi esperimenti con la belladonna come profilassi per la scarlattina .Il suo rifiuto per la prassi medica abituale ebbe anche risvolti clamorosi . “Andatevene ,non sono in grado di curarvi ,non voglio rubarvi i soldi !“ disse a dei pazienti che lo stavano aspettando nel suo studio .

Ovviamente medici e farmacisti del suo tempo lo odiarono e riuscirono ad impedirgli la distribuzione dei suoi prodotti così, per sottrarsi alle difficoltà, fu costretto a cambiare spesso città finchè fondò a Lipsia una Scuola di Omeopatia . Moltissimi personaggi importanti furono curati e guariti con il nuovo metodo che utilizzava quei medicamenti che provocano in un individuo sano i sintomi della malattia da combattere .E così nel 1821 al seguito delle truppe austriache a Napoli c’è un oscuro dottor Necker , medico omeopata del comandante ,il barone von Koller ; il re Ferdinando I, incuriosito dalla novità che sembra ottenere straordinarie guarigioni, sollecita la Reale Accademia delle Scienze di Napoli ad approfondire la materia .

La Società Reale Borbonica affida l’incarico a nostro eclettico Schoenberg, che dopo essersi recato di persona da Hahnemann traduce in italiano l’Organon . Il successo del nuovo sistema è folgorante perché suffragato da prove inconfutabili , fatto è ,che già nel 1825 il re Francesco I viene curato con l’Omeopatia e si sviluppa una fiorente scuola omeopatica apertamente favorita dai Borbone ; gli allievi napoletani di Necker, i dottori Cosmo de Horatiis,,Francesco Romani e Giuseppe Mauro creano scuole e formano altri allievi che eserciteranno in Campania ,Sicilia ,Lazio e Umbria . Anche nel resto dell ‘Italia il metodo si diffonde grazie a eventi importanti risaputi nell’ambiente medico ;primo fra tutti nel 1841 la straordinaria guarigione del Maresciallo Radetsky che affetto da un cancro all’occhio senza ormai più speranze si era affidato ad un omeopata. Nel 1863 ci sono nelle regioni meridionali regioni 184 medici ,14 farmacie ,2 ospedali ,5 dispensari ,4 giornali ,2 accademie e 2 associazioni omeopatiche .

Con la conquista sabauda inizia l’involuzione dell’omeopatia infatti nel 1886 si registrano solo 37 medici omeopati ed anche nel resto della penisola il metodo vivacchia stentatamente per tutto il resto del secolo e per gran parte del Novecento finché negli anni 80 riprende quello straordinario vigore che non accenna a diminuire ai nostri giorni . Ma questa è tutta un’altra storia …

De Schoenberg ci richiama all’Organon dove i protagonisti sono Belladonna , Artemisia e Dulcamara ,nomi di piante medicamentose che riecheggiano personaggi fantastici da Gerusalemme Liberata ; una traduzione resa affascinante da una lingua italiana chiara, sintetica ,senza pesantezze antiquate,assolutamente gradevole ,come potrà facilmente constatare chi vorrà leggere queste coinvolgenti 122 pagine . E allora dov’era questa nazione duosiciliana sprofondata nell’ignoranza più totale ,abitata da una razza inferiore tendente al crimine,dove sono gli individui rozzi ,volgari ,sguaiati , dov’è il regno di sottosviluppati mentali che aspettavano con ansia di essere liberati dall’oscurantismo e dalla povertà ?

I segni che abbiamo ci mandano tutti in altre direzioni ;De Schoenberg nel 1822 usa una lingua italiana agile e snella ,dovuta con tutta evidenza all’uso corrente e giornaliero. Il richiamo con il Piemonte è d’obbligo : Carlo Alberto nel 1848 si meraviglia molto quando a corte sente per la prima volta Costanza D’Azeglio parlare in italiano poichè i piemontesi delle classi dominanti parlavano francese .

Non solo .La traduzione dell’Organon ,la sua fulminea diffusione e l’adesione di tanti medici duosiciliani , lo sviluppo e la nascita di tanti giornali ,accademie ,associazioni dimostra che esisteva nel regno un tessuto di menti pensanti in continuo e proficuo scambio di idee ed esperienze non solo nel campo medico . Basti pensare a quel miracolo della scienza che è la mummificazione del corpo umano : la Sicilia era regina in questo disciplina tanto che ancora oggi è tappa obbligata di ogni tour turistico la visita alle mummie dei Cappuccini a Palermo . Oggi noi guardiamo inteneriti il dolce visetto della piccola Rosalia Lombardo ,la bimba morta nel 1920 e mummificata dallo scienziato Alfredo Salafia ma aldilà dell’impatto emotivo si fa strada l’orgoglio che ancora all’inizio del Novecento qualche genio siciliano continuava sulla strada tracciata dal dottor Branca ,sostitutore di nasi …

Costanza Castellano

Partito del Sud -Piemonte


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