mercoledì 13 aprile 2011

Unità, “Via il segreto di Stato sul Sud”

Dipinto dell'eccidio di Pontelandolfo

Importante passo avanti verso la verità storica dell’Unità di Italia, per anni coperta dal segreto di Stato. Il Consiglio regionale della Campania ha approvato all’unanimità l’ordine del giorno per far rimuovere quello che, a tutti gli effetti, resta un ‘Segreto di Stato’ su 150.000 documenti relativi al Mezzogiorno d’ Italia, nel periodo fra il 1860 e il 1870. La Giunta regionale si è impegnata a fare da tramite presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Parlamento affinchè si chiarisca, una volta per tutte, cosa effettivamente sia successo in quel periodo su cui esistono contrastanti ricostruzioni storiche. Lo ha annunciato Anita Sala, consigliere regionale campano dell’Italia dei Valori e promotrice dell’ordine del giorno.

”A 150 anni dall’Unita’ d’Italia, il Sud ritiene che non possa più reggere l’ impossibilita’ di conoscere quei fatti avvenuti fra gli anni 1860 e 1870. Ancora oggi in diverse realtà del Mezzogiorno e anche della Regione Campania, è aperta una discussione culturale tesa ad una rilettura più puntuale del processo di unificazione nazionale che in particolare ha interessato il meridione. Su tale problematica appare però che non esista ancora la voglia di fare opportuna chiarezza. Pertanto, nonostante interrogazioni parlamentari e solleciti, 150.000 pagine della nostra storia rimangono ancora prive di visibilità. Al Sud si nega dunque l’occasione – conclude Sala – di poter accedere a quelle pagine che potrebbero raccontare la vera storia”.

Quante pagine come quella dell’eccidio di Pontelandolfo restano ancora secretate? Più volte abbiamo scritto su Il Sud della necessità di rivedere l’Unità, anche per restituire dignità alle migliaia di persone trucidate dalle truppe garibaldine o piemontesi. Sarebbero opportune azioni anche dal “basso”, dal popolo per chiedere che l’indegno segreto di Stato che ha condizionato la storia degli ultimi 150 anni venga rimosso. Ma a chi interessa? Vuoi vedere che i meridionali non sono così terroni come li hanno descritti?

Short URL: http://www.ilsud.eu/?p=2490


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Dipinto dell'eccidio di Pontelandolfo

Importante passo avanti verso la verità storica dell’Unità di Italia, per anni coperta dal segreto di Stato. Il Consiglio regionale della Campania ha approvato all’unanimità l’ordine del giorno per far rimuovere quello che, a tutti gli effetti, resta un ‘Segreto di Stato’ su 150.000 documenti relativi al Mezzogiorno d’ Italia, nel periodo fra il 1860 e il 1870. La Giunta regionale si è impegnata a fare da tramite presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Parlamento affinchè si chiarisca, una volta per tutte, cosa effettivamente sia successo in quel periodo su cui esistono contrastanti ricostruzioni storiche. Lo ha annunciato Anita Sala, consigliere regionale campano dell’Italia dei Valori e promotrice dell’ordine del giorno.

”A 150 anni dall’Unita’ d’Italia, il Sud ritiene che non possa più reggere l’ impossibilita’ di conoscere quei fatti avvenuti fra gli anni 1860 e 1870. Ancora oggi in diverse realtà del Mezzogiorno e anche della Regione Campania, è aperta una discussione culturale tesa ad una rilettura più puntuale del processo di unificazione nazionale che in particolare ha interessato il meridione. Su tale problematica appare però che non esista ancora la voglia di fare opportuna chiarezza. Pertanto, nonostante interrogazioni parlamentari e solleciti, 150.000 pagine della nostra storia rimangono ancora prive di visibilità. Al Sud si nega dunque l’occasione – conclude Sala – di poter accedere a quelle pagine che potrebbero raccontare la vera storia”.

Quante pagine come quella dell’eccidio di Pontelandolfo restano ancora secretate? Più volte abbiamo scritto su Il Sud della necessità di rivedere l’Unità, anche per restituire dignità alle migliaia di persone trucidate dalle truppe garibaldine o piemontesi. Sarebbero opportune azioni anche dal “basso”, dal popolo per chiedere che l’indegno segreto di Stato che ha condizionato la storia degli ultimi 150 anni venga rimosso. Ma a chi interessa? Vuoi vedere che i meridionali non sono così terroni come li hanno descritti?

Short URL: http://www.ilsud.eu/?p=2490


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De Magistris raccoglie V.A.N.T.O. In un video, il candidato sindaco è “d’accordo” con Forgione


Angelo Forgione – Era il 24 Marzo, e la Villa Floridiana era stata da poco chiusa (a giorni la riapertura prevista per il 15 Aprile). Stavamo preparando il Sit-in d Sabato 26 quando in comunicato stampa congiunto ogni rappresentante di associazione aveva detto la sua opinione sulla questione.
«La chiusura del parco borbonico è solo l’ultima spallata al patrimonio e alla storia della città nel silenzio delle istituzioni. Ne subiscono le conseguenze soprattutto i più piccoli su cui si carica tutto il peso di una città sempre meno a misura di bambino». Queste furono le mie parole riportate dai giornali.
Oggi, il candidato a Sindaco De Magistris pubblica sul suo canale youtube una video-intervista in cui pone nel suo programma elettorale “una città a misura di bambino”.
Ci fa piacere quantomeno essere ascoltati; del resto avevamo sentito l’Onorevole esternare alla stampa la volontà di avvalersi dei movimenti civici nella sua avventura comunale.
Se così dovesse realmente essere… caro De Magistris, sa dove trovarci.

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Angelo Forgione – Era il 24 Marzo, e la Villa Floridiana era stata da poco chiusa (a giorni la riapertura prevista per il 15 Aprile). Stavamo preparando il Sit-in d Sabato 26 quando in comunicato stampa congiunto ogni rappresentante di associazione aveva detto la sua opinione sulla questione.
«La chiusura del parco borbonico è solo l’ultima spallata al patrimonio e alla storia della città nel silenzio delle istituzioni. Ne subiscono le conseguenze soprattutto i più piccoli su cui si carica tutto il peso di una città sempre meno a misura di bambino». Queste furono le mie parole riportate dai giornali.
Oggi, il candidato a Sindaco De Magistris pubblica sul suo canale youtube una video-intervista in cui pone nel suo programma elettorale “una città a misura di bambino”.
Ci fa piacere quantomeno essere ascoltati; del resto avevamo sentito l’Onorevole esternare alla stampa la volontà di avvalersi dei movimenti civici nella sua avventura comunale.
Se così dovesse realmente essere… caro De Magistris, sa dove trovarci.

sabato 26 marzo 2011

CHIETI - 31 MARZO 2011- IL RISORGIMENTO DISEGUALE: DALLA CONQUISTA SABAUDA ALL'ITALIA NEL FUTURO ( con Gigi Di Fiore)

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martedì 22 marzo 2011

Su "Il Mattino" : "Eroi e simboli per il nuovo credo italiano" articolo di Gigi di Fiore

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Fonte: Il Mattino del 20 marzo 2011 pag. 23

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Fonte: Il Mattino del 20 marzo 2011 pag. 23

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lunedì 21 marzo 2011

I lager dei Savoia - La storia siamo noi 19 marzo 2011 +RAI 150 ANNI. LA STORIA SIAMO NOI - Trasmissioni andate in onda il 17/18 marzo 2011

I lager dei Savoia - La storia siamo noi 19 marzo 2011

http://www.youtube.com/watch?v=Ncf5P3LVExA

la trasmissione completa:http://www.italia150.rai.it/


RAI 150 ANNI. LA STORIA SIAMO NOI - Trasmissioni andate in onda il 17/18 marzo 2011



http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#ch=3&day=2011-03-18&v=55513&vd=2011-03-18&vc=3


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I lager dei Savoia - La storia siamo noi 19 marzo 2011

http://www.youtube.com/watch?v=Ncf5P3LVExA

la trasmissione completa:http://www.italia150.rai.it/


RAI 150 ANNI. LA STORIA SIAMO NOI - Trasmissioni andate in onda il 17/18 marzo 2011



http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#ch=3&day=2011-03-18&v=55513&vd=2011-03-18&vc=3


domenica 20 marzo 2011

La vera storia dell'unità d'Italia in 2' a cartoni animati


http://www.youtube.com/watch?v=c1h5Lmu7nRg

Come andarano davvero le cose nel 1861. Un cartone animato che spiega in soli due minuti gli scempi compiuti dai Savoia per unire l'Italia. di Davide Ippolito spk di Claudio Boschi.
I veri volti di Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Camillo Benso di Cavour e Vittorio Emanuele II che defraudarono il sud Italia con brigantaggio ed eccidi riducendo il glorioso regno delle due sicilie in quello che oggi è il sud e costringendo i meridionali ad emigrare. In occasione dell'anniversario per i 150 anni dell'Unità d'Italia è giunto il momento di tirar fupri la vera storia di come andarono le cose 150 anni fa.

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http://www.youtube.com/watch?v=c1h5Lmu7nRg

Come andarano davvero le cose nel 1861. Un cartone animato che spiega in soli due minuti gli scempi compiuti dai Savoia per unire l'Italia. di Davide Ippolito spk di Claudio Boschi.
I veri volti di Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Camillo Benso di Cavour e Vittorio Emanuele II che defraudarono il sud Italia con brigantaggio ed eccidi riducendo il glorioso regno delle due sicilie in quello che oggi è il sud e costringendo i meridionali ad emigrare. In occasione dell'anniversario per i 150 anni dell'Unità d'Italia è giunto il momento di tirar fupri la vera storia di come andarono le cose 150 anni fa.

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giovedì 17 marzo 2011

Su "Il Mattino" : "Il Risorgimento? Tutta un'altra storia" articolo di Gigi di Fiore

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Fonte: Il Mattino del 13 marzo 2011 pag. 23

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Fonte: Il Mattino del 13 marzo 2011 pag. 23

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Gaeta non ha mai aderito al sedicente regno d'Italia


http://www.youtube.com/watch?v=bRcZ0NGHszg&feature=feedu

Questo che vedete è il documento dell'atto di adesione al Regno d'Italia, depositato nell'Archivio comunale del comune di Gaeta. C'è la firma del Sindaco Ianni e di cinque decurioni ( consiglieri comunali).Per essere valido dovevano apporre la firma 18 decurioni su 25. Cavour se ne accorse e con un altro atto illegittimo, si fece spedire dal comitato liberale una lista dei notabili delloa città sottoscritta da nessuno. In carica rimase il sindaco legittimo Raffaele Ianni, sostituito a maggio da Domenico Vellucci in libere elezioni..
Gaeta non ha mai riconosciuto il Regno d'Italia e festeggia la Repubblica.


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http://www.youtube.com/watch?v=bRcZ0NGHszg&feature=feedu

Questo che vedete è il documento dell'atto di adesione al Regno d'Italia, depositato nell'Archivio comunale del comune di Gaeta. C'è la firma del Sindaco Ianni e di cinque decurioni ( consiglieri comunali).Per essere valido dovevano apporre la firma 18 decurioni su 25. Cavour se ne accorse e con un altro atto illegittimo, si fece spedire dal comitato liberale una lista dei notabili delloa città sottoscritta da nessuno. In carica rimase il sindaco legittimo Raffaele Ianni, sostituito a maggio da Domenico Vellucci in libere elezioni..
Gaeta non ha mai riconosciuto il Regno d'Italia e festeggia la Repubblica.


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17 MARZO : COSA CI SARA’ MAI DA FESTEGGIARE?


In questi ultimi tempi i “Pubblici Amministratori”, i “Liberi Pensatori” e gli “Illustri Professori” sono stati assaliti da un “Orgasmo Istituzionale Collettivo” e irrefrenabile nel prodigarsi indefessamente nelle Celebrazioni del 150° ANNIVERSARIO DELL’ITALIA UNITA.

Paradosso però vuole che proprio in questo storico anno sono in atto massicce manovre di “SEPARAZIONE” (o di Secessione se preferite)di una Parte dalle altre; dalle altre tante Parti di cui è fatta l’ITALIA UNITA; un po’ come se, essendo già innanzi al Giudice per sottoscrivere il DIVORZIO, due ex coniugi spendessero tempo e risorse per festeggiare l’anniversario delle nozze di un MATRIMONIO finito in malora.

Nozze iniziate con un sequestro di territorio e celebrate col rito coatto di un falso Plebiscito, continuato per 5-6 generazioni da soprusi e violenze, saccheggi e rapine, oltraggi e prevaricazioni di una Parte sull’altra, di un Popolo sull’altro ( o su gli altri!)

Ma cosa ci sarà mai da festeggiare per noi meridionali se i 150 anni appena trascorsi ci hanno visti come colonie, come popolo suddito e prono alla piemontese e lombarda classe dirigente ed economico-finanziaria?

Ci sarà da festeggiare forse per le centinaia, per le migliaia e migliaia di nostri avi massacrati e vituperati dagli invasori solo perché legittimamente difesero fino alla morte la loro terra, la loro gente, la loro famiglia?... Uomini e donne che la Storia, ingrata e bugiarda come sempre, ha consegnato ai posteri con l’oltraggioso epiteto di BRIGANTI?

O forse bisognerà festeggiare per le migliaia e migliaia, forse milioni di nostri conterranei partiti EMIGRANTI da una terra diventata per loro oramai forestiera; partiti, fuggiti come profughi e mai più ritornati alle loro famiglie. O per quelli, forse, che non sono mai arrivati a destinazione e che giacciono, insepolti, sui fondali dell’Oceano Atlantico?

Festeggiare forse per i 150 anni di miseria e di povertà, di umiliazione di Lombrosiana e Migliana memoria, di slogan e di epiteti faziosi e razzisti, di esclusioni e di divieti destinati ai “Cani e ai Meridionali”?

Bisognerà festeggiare forse per i nostri paesi spopolati , per i nostri figli emigrati, per le nostre campagne abbandonate, per le nostre botteghe chiuse o per quelle prossime a farlo?... Bisognerà festeggiare per tutto questo e per mille altre ragioni che ogni uomo di buon senso è capace di rilevare?

Eppure i nostri “Pubblici Amministratori”, i nostri “Liberi Pensatori”, ed i nostri “Illustri Professori” sembrano sordi ad ogni rimbrotto e ciechi ad ogni ovvietà, e si mostrano proni, sempre più proni, verso i loro carnefici, in un masochismo squallido e indecoroso a confronto del quale la “Sindrome di Ginevra” sembra solo acqua scaldata.

Tanti auguri Italia, TANTI AUGURI ITALIANI perché, parafrasando il grande Giacomo Leopardi, mi piace concludere questo scritto con una delle sue rime più splendide e significative:

“… Godi fanciullo mio stato soave,

stagion lieta è codesta,

altro dirti non vò ma la tua festa

ch’anco tardi a venir

non ti sia grave”.

Vincenzo Labanca

Scrittore e giornalista meridionale

Terronia lì 17 Marzo 2011


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In questi ultimi tempi i “Pubblici Amministratori”, i “Liberi Pensatori” e gli “Illustri Professori” sono stati assaliti da un “Orgasmo Istituzionale Collettivo” e irrefrenabile nel prodigarsi indefessamente nelle Celebrazioni del 150° ANNIVERSARIO DELL’ITALIA UNITA.

Paradosso però vuole che proprio in questo storico anno sono in atto massicce manovre di “SEPARAZIONE” (o di Secessione se preferite)di una Parte dalle altre; dalle altre tante Parti di cui è fatta l’ITALIA UNITA; un po’ come se, essendo già innanzi al Giudice per sottoscrivere il DIVORZIO, due ex coniugi spendessero tempo e risorse per festeggiare l’anniversario delle nozze di un MATRIMONIO finito in malora.

Nozze iniziate con un sequestro di territorio e celebrate col rito coatto di un falso Plebiscito, continuato per 5-6 generazioni da soprusi e violenze, saccheggi e rapine, oltraggi e prevaricazioni di una Parte sull’altra, di un Popolo sull’altro ( o su gli altri!)

Ma cosa ci sarà mai da festeggiare per noi meridionali se i 150 anni appena trascorsi ci hanno visti come colonie, come popolo suddito e prono alla piemontese e lombarda classe dirigente ed economico-finanziaria?

Ci sarà da festeggiare forse per le centinaia, per le migliaia e migliaia di nostri avi massacrati e vituperati dagli invasori solo perché legittimamente difesero fino alla morte la loro terra, la loro gente, la loro famiglia?... Uomini e donne che la Storia, ingrata e bugiarda come sempre, ha consegnato ai posteri con l’oltraggioso epiteto di BRIGANTI?

O forse bisognerà festeggiare per le migliaia e migliaia, forse milioni di nostri conterranei partiti EMIGRANTI da una terra diventata per loro oramai forestiera; partiti, fuggiti come profughi e mai più ritornati alle loro famiglie. O per quelli, forse, che non sono mai arrivati a destinazione e che giacciono, insepolti, sui fondali dell’Oceano Atlantico?

Festeggiare forse per i 150 anni di miseria e di povertà, di umiliazione di Lombrosiana e Migliana memoria, di slogan e di epiteti faziosi e razzisti, di esclusioni e di divieti destinati ai “Cani e ai Meridionali”?

Bisognerà festeggiare forse per i nostri paesi spopolati , per i nostri figli emigrati, per le nostre campagne abbandonate, per le nostre botteghe chiuse o per quelle prossime a farlo?... Bisognerà festeggiare per tutto questo e per mille altre ragioni che ogni uomo di buon senso è capace di rilevare?

Eppure i nostri “Pubblici Amministratori”, i nostri “Liberi Pensatori”, ed i nostri “Illustri Professori” sembrano sordi ad ogni rimbrotto e ciechi ad ogni ovvietà, e si mostrano proni, sempre più proni, verso i loro carnefici, in un masochismo squallido e indecoroso a confronto del quale la “Sindrome di Ginevra” sembra solo acqua scaldata.

Tanti auguri Italia, TANTI AUGURI ITALIANI perché, parafrasando il grande Giacomo Leopardi, mi piace concludere questo scritto con una delle sue rime più splendide e significative:

“… Godi fanciullo mio stato soave,

stagion lieta è codesta,

altro dirti non vò ma la tua festa

ch’anco tardi a venir

non ti sia grave”.

Vincenzo Labanca

Scrittore e giornalista meridionale

Terronia lì 17 Marzo 2011


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Indiani d'America e Briganti meridionali


Riceo e posto:



Nel quadro delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, che mi procurano un senso di fastidio e di insofferenza, ripropongo questo articolo che ho scritto tre anni fa pensando ad un parallelismo storico tra il genocidio dei Pellerossa e il massacro del Sud Italia.






Indiani d'America e Briganti meridionali


Non c’è dubbio che nel campo delle interpretazioni storiografiche è opportuno evitare atteggiamenti troppo faziosi, dogmatici o apologetici per adottare un approccio possibilmente problematico verso le questioni e i processi storici. Francamente questo spirito libero non c’è nel clima di esaltazione retorica dei 150 anni dell’unità d’Italia.

Con questo articolo so di andare controcorrente per tentare di recuperare la memoria di due esperienze storiche che sono state letteralmente cancellate dalla storiografia ufficiale. Mi riferisco al destino parallelo degli Indiani d’America e di coloro che sono definiti i “Pellerossa” del Sud Italia: i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie.

Partiamo dai nativi americani. Dopo la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo nel 1492, cominciarono a giungere i primi coloni europei. All’epoca il continente nordamericano era popolato da circa un milione di Pellerossa raggruppati in 400 tribù. Quando i coloni bianchi penetrarono nelle sterminate praterie abitate dai Pellerossa, iniziarono una caccia spietata ai bisonti, il cui numero calò rapidamente causando un rischio di estinzione. In tal modo i cacciatori bianchi contribuirono allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali da cui ricavavano cibo, pellicce e altro ancora. Ma la strage degli Indiani fu opera soprattutto dell’esercito yankee che per espandersi all'interno del Nord America cacciò ingiustamente i nativi dalle loro terre compiendo veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini.

I Pellerossa furono annientati attraverso un sanguinoso genocidio. Oggi i Pellerossa non costituiscono più una nazione essendo stati espropriati non solo della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti, una parte di essi si è pienamente integrata nella società bianca, mentre una parte minoritaria vive reclusa in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.

Un destino simile, benché in momenti e con dinamiche differenti, associa i Pellerossa e i Meridionali d'Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, furono trucidati, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266mila morti e quasi 500mila condannati. Uomini, donne, bambini, anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma noi Meridionali eravamo cittadini di uno Stato assai ricco. Il piccolo regno dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra, per cui doveva rimpinguare le proprie finanze. Il governo sabaudo, guidato dallo scaltro e cinico Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per poi asservirlo invadendone il territorio: il Regno delle Due Sicilie, uno Stato civile e pacifico. Nessuno giunse in nostro soccorso. Solo alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere sugli spalti di Gaeta fino alla capitolazione. I vincitori furono spietati. Imposero tasse elevatissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (che era già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie), si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, per cui molti insorsero.

Ebbe così inizio la rivolta dei Meridionali. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate contro i Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse contadine, tradite e ingannate dalle false promesse concesse da Garibaldi.

Contrariamente ad altre interpretazioni storiche non intendo equiparare il Brigantaggio meridionale alla Resistenza antifascista del 1943-45. Anzitutto per la semplice ragione che nel primo caso si è trattato di una vile aggressione militare, di una sanguinosa guerra di conquista coloniale che ha avuto una durata molto più lunga della guerra di liberazione condotta dai partigiani: un intero decennio che va dal 1860 al 1870.

La repressione contro il Brigantaggio fu una vera e propria guerra civile che ha provocato eccidi spaventosi in cui furono massacrati e trucidati centinaia di migliaia di contadini meridionali, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero genocidio perpetrato a scapito delle popolazioni del Sud Italia. Una guerra conclusa tragicamente e che ha prodotto drammatiche conseguenza, a cominciare dal fenomeno dell’emigrazione di massa dei meridionali, in pratica un esodo biblico paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi nel mondo ad ogni latitudine, hanno messo radici ovunque facendo la fortuna di intere nazioni come l’Argentina, il Venezuela, l’Uruguay, gli Stati Uniti d’America, la Svizzera, il Belgio, la Germania, l’Australia, ecc.

Ripeto. Se si vuole comparare la triste vicenda del Brigantaggio e la brutale repressione subita dal popolo meridionale con altre esperienze storiche, credo che l’accostamento più giusto sia appunto quello con i Pellerossa e con le guerre indiane combattute nello stesso periodo, ossia verso la fine del XIX secolo. Guerre che hanno provocato una strage altrettanto raccapricciante, quella dei nativi americani. Un genocidio completamente ignorato e dimenticato, così come quello a danno del popolo del nostro Meridione.

In qualche modo condivido il giudizio rispetto al carattere retrivo e antiprogressista delle ragioni politiche che ispirarono le lotte dei briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è quasi sempre reazionario, tuttavia inviterei ad approfondire meglio i motivi sociali e le spinte ideali che animarono la resistenza contro i Piemontesi invasori.

Non voglio elencare i numerosi primati detenuti dal Regno delle Due Sicilie in vari settori dell’economia, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, nel campo sociale e così via, né intendo esternare sentimenti di nostalgia rispetto ad una società arcaica, dispotica e aristocratico-feudale, cioè rispetto ad un passato che fu di barbarie e oscurantismo, ingiustizia e miseria, sfruttamento e asservimento delle plebi rurali. Ma un dato è innegabile: la monarchia sabauda era molto più arretrata, rozza ed ignorante, molto meno moderna e illuminata di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato più ricco e avanzato del Regno sabaudo, tant’è vero che costituiva un boccone invitante per le principali potenze europee del tempo, Inghilterra e Francia in testa. Questo è un argomento talmente vasto e complesso da esigere un approfondimento adeguato.

Infine, una breve chiosa a riguardo delle presunte spinte progressiste che sarebbero incarnate nei processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dello Stato europeo oggi. Non mi pare che tali processi “unitari” abbiano garantito un autentico progresso sociale, morale e civile, mentre hanno favorito uno sviluppo prettamente economico. Non a caso l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, o globale, non coincide con l’unificazione e l’integrazione dei popoli e delle culture, locali, regionali o nazionali. Ovviamente le forze autenticamente democratiche, progressiste e rivoluzionarie devono puntare al secondo traguardo.


Lucio Garofalo



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Nel quadro delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, che mi procurano un senso di fastidio e di insofferenza, ripropongo questo articolo che ho scritto tre anni fa pensando ad un parallelismo storico tra il genocidio dei Pellerossa e il massacro del Sud Italia.






Indiani d'America e Briganti meridionali


Non c’è dubbio che nel campo delle interpretazioni storiografiche è opportuno evitare atteggiamenti troppo faziosi, dogmatici o apologetici per adottare un approccio possibilmente problematico verso le questioni e i processi storici. Francamente questo spirito libero non c’è nel clima di esaltazione retorica dei 150 anni dell’unità d’Italia.

Con questo articolo so di andare controcorrente per tentare di recuperare la memoria di due esperienze storiche che sono state letteralmente cancellate dalla storiografia ufficiale. Mi riferisco al destino parallelo degli Indiani d’America e di coloro che sono definiti i “Pellerossa” del Sud Italia: i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie.

Partiamo dai nativi americani. Dopo la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo nel 1492, cominciarono a giungere i primi coloni europei. All’epoca il continente nordamericano era popolato da circa un milione di Pellerossa raggruppati in 400 tribù. Quando i coloni bianchi penetrarono nelle sterminate praterie abitate dai Pellerossa, iniziarono una caccia spietata ai bisonti, il cui numero calò rapidamente causando un rischio di estinzione. In tal modo i cacciatori bianchi contribuirono allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali da cui ricavavano cibo, pellicce e altro ancora. Ma la strage degli Indiani fu opera soprattutto dell’esercito yankee che per espandersi all'interno del Nord America cacciò ingiustamente i nativi dalle loro terre compiendo veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini.

I Pellerossa furono annientati attraverso un sanguinoso genocidio. Oggi i Pellerossa non costituiscono più una nazione essendo stati espropriati non solo della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti, una parte di essi si è pienamente integrata nella società bianca, mentre una parte minoritaria vive reclusa in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.

Un destino simile, benché in momenti e con dinamiche differenti, associa i Pellerossa e i Meridionali d'Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, furono trucidati, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266mila morti e quasi 500mila condannati. Uomini, donne, bambini, anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma noi Meridionali eravamo cittadini di uno Stato assai ricco. Il piccolo regno dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra, per cui doveva rimpinguare le proprie finanze. Il governo sabaudo, guidato dallo scaltro e cinico Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per poi asservirlo invadendone il territorio: il Regno delle Due Sicilie, uno Stato civile e pacifico. Nessuno giunse in nostro soccorso. Solo alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere sugli spalti di Gaeta fino alla capitolazione. I vincitori furono spietati. Imposero tasse elevatissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (che era già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie), si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, per cui molti insorsero.

Ebbe così inizio la rivolta dei Meridionali. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate contro i Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse contadine, tradite e ingannate dalle false promesse concesse da Garibaldi.

Contrariamente ad altre interpretazioni storiche non intendo equiparare il Brigantaggio meridionale alla Resistenza antifascista del 1943-45. Anzitutto per la semplice ragione che nel primo caso si è trattato di una vile aggressione militare, di una sanguinosa guerra di conquista coloniale che ha avuto una durata molto più lunga della guerra di liberazione condotta dai partigiani: un intero decennio che va dal 1860 al 1870.

La repressione contro il Brigantaggio fu una vera e propria guerra civile che ha provocato eccidi spaventosi in cui furono massacrati e trucidati centinaia di migliaia di contadini meridionali, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero genocidio perpetrato a scapito delle popolazioni del Sud Italia. Una guerra conclusa tragicamente e che ha prodotto drammatiche conseguenza, a cominciare dal fenomeno dell’emigrazione di massa dei meridionali, in pratica un esodo biblico paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi nel mondo ad ogni latitudine, hanno messo radici ovunque facendo la fortuna di intere nazioni come l’Argentina, il Venezuela, l’Uruguay, gli Stati Uniti d’America, la Svizzera, il Belgio, la Germania, l’Australia, ecc.

Ripeto. Se si vuole comparare la triste vicenda del Brigantaggio e la brutale repressione subita dal popolo meridionale con altre esperienze storiche, credo che l’accostamento più giusto sia appunto quello con i Pellerossa e con le guerre indiane combattute nello stesso periodo, ossia verso la fine del XIX secolo. Guerre che hanno provocato una strage altrettanto raccapricciante, quella dei nativi americani. Un genocidio completamente ignorato e dimenticato, così come quello a danno del popolo del nostro Meridione.

In qualche modo condivido il giudizio rispetto al carattere retrivo e antiprogressista delle ragioni politiche che ispirarono le lotte dei briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è quasi sempre reazionario, tuttavia inviterei ad approfondire meglio i motivi sociali e le spinte ideali che animarono la resistenza contro i Piemontesi invasori.

Non voglio elencare i numerosi primati detenuti dal Regno delle Due Sicilie in vari settori dell’economia, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, nel campo sociale e così via, né intendo esternare sentimenti di nostalgia rispetto ad una società arcaica, dispotica e aristocratico-feudale, cioè rispetto ad un passato che fu di barbarie e oscurantismo, ingiustizia e miseria, sfruttamento e asservimento delle plebi rurali. Ma un dato è innegabile: la monarchia sabauda era molto più arretrata, rozza ed ignorante, molto meno moderna e illuminata di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato più ricco e avanzato del Regno sabaudo, tant’è vero che costituiva un boccone invitante per le principali potenze europee del tempo, Inghilterra e Francia in testa. Questo è un argomento talmente vasto e complesso da esigere un approfondimento adeguato.

Infine, una breve chiosa a riguardo delle presunte spinte progressiste che sarebbero incarnate nei processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dello Stato europeo oggi. Non mi pare che tali processi “unitari” abbiano garantito un autentico progresso sociale, morale e civile, mentre hanno favorito uno sviluppo prettamente economico. Non a caso l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, o globale, non coincide con l’unificazione e l’integrazione dei popoli e delle culture, locali, regionali o nazionali. Ovviamente le forze autenticamente democratiche, progressiste e rivoluzionarie devono puntare al secondo traguardo.


Lucio Garofalo



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mercoledì 16 marzo 2011

Unità d'Italia, fu un bene? Gli storici del Sud ancora divisi


Interessante notare che anche i siti che parlano quasi sempre esclusivamente di problemi delle forze dell'ordine, cominciano a interessarsi e parlare anche dei problemi del Sud e della sua storia negata.....

(PdSUD)

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I 150 anni dell'unificazione raccontati dai vinti e dai vincitori
. Roma, 11 mar. - La storia del Risorgimento raccontata dai vinti. Ovvero da quei meridionali che sono convinti di aver subito, 150 anni fa, un sopruso storico che li ha condannati a quella arretratezza economica e sociale che da decenni viene loro imputata come cifra della loro subalternità civile, in una paradossale inversione tra causa ed effetto. Questa lettura storica, talvolta espressa con misurata documentazione altre volte con risentito furore, non poteva non trovare nuova eco in occasione della celebrazione unitaria del 17 marzo. Le testimonianze risorgimentali nella memoria dei vinti da molti anni sono state oggetto di una nutrita produzione bibliografica. In occasione delle celebrazioni unitarie, riproporre queste idee, anche in tutta l'asprezza che colpisce con violenza talune idee condivise del patrimonio culturale nazionale, può servire, opportunamente bilanciate da letture storiche di segno opposto, per procedere verso il superamento di quelle divisioni che segnano il percorso unitario nazionale e che sono emerse emblematiche persino quando si è trattato di definire le modalità di celebrazione del 17 marzo. Qui di seguito sono così riportate le conversazioni realizzate da TM News con alcuni studiosi meridionali antirisorgimentali cui fanno da controcanto storici convinti della sostanziale ineluttabilità del processo unitario. Curioso notare come lo studioso di area leghista non si schieri né con l'una né con l'altra lettura, ma trovi proprio della divergenza interpretativa argomento per fondare con maggior forza la tesi federalista.

Di Fiore: il Sud conquistato con violazioni e violenze

Alla base dell'unità d'Italia ci fu una violazione del diritto internazionale perché l'esercito piemontese invase uno stato amico, quello delle Due Sicilie, senza neanche una dichiarazione di guerra, appoggiato soprattutto dall'Inghilterra che aveva grossi interessi nel Meridione. Gigi Di Fiore, giornalista e scrittore napoletano, va giù duro contro la retorica risorgimentale: i piemontesi non si fecero scrupolo di usare mafiosi e camorristi per favorire l'avanzata di Garibaldi, o di usare leggi speciali e fucilazioni per sedare le rivolte che ci furono nel sud quando arrivò quel nuovo stato imposto con violenza. "Non c'era consenso da parte dei meridionali, né legittimazione, le masse furono estranee a quel processo di unificazione. - spiega Di Fiore citando il suo libro 'Controstoria dell'unità d'Italia' - La rivoluzione risorgimentale fu una rivoluzione elitaria, che servì ad ampliare il Regno del Piemonte anche al sud". I guai peggiori per il Meridione, secondo lo scrittore, vennero dopo l'impresa di Garibaldi, perché prima del suo arrivo, la ricchezza prodotta al nord e al sud erano uguali. Dopo l'unificazione, invece, al sud chiusero cantieri navali, stabilimenti ferroviari, aumentò all'improvviso la disoccupazione, furono venduti beni demaniali e gran parte delle risorse trasferite al nord; furono sequestrati depositi bancari e il Banco delle due Sicilie perse le riserve auree a favore del Banco di Torino. L'economia del meridione in poco tempo crollò. "Gli investimenti dopo l'Unità vennero fatti soprattutto al nord, le tasse invece le pagò soprattutto il sud, e molte persone furono costrette ad emigrare. - spiega Di Fiore - La situazione peggiorò sia in campagna che in città. I contadini meridionali rimasero solo braccianti, non ottennero le terre demaniali, nonostante Garibaldi gliele avesse promesse. E poi Napoli all'improvviso non era più capitale, quindi chiusero gli uffici di governo e sparì anche il terziario". Insomma quel sud florido almeno quanto il nord secondo l'autore subì proprio allora un colpo durissimo da cui non si è più potuto riprendere. Anche mafia e camorra ebbero nell'unificazione dell'Italia: secondo Di Fiore, entrambe furono sfruttate dagli "invasori del nord" per realizzare i loro obiettivi: "In Sicilia i mafiosi all'epoca erano squadre di picciotti che difendevano le proprietà dei latifondisti, e furono loro che agevolarono l'avanzata di Garibaldi garantendo l'appoggio sul territorio. A Napoli invece i 12 capi quartiere della camorra assicurarono a Garibaldi un ingresso tranquillo in città, poi alcuni di loro furono ricompensati ottenendo un incarico nella polizia o nella guardia nazionale" spiega l'autore. La criminalità del sud iniziò quindi a prosperare proprio allora, legittimata dai piemontesi, e fu fondamentale anche dopo l'unità per sedare le rivolte dei briganti e delle popolazioni del sud affamate. In sostanza ci fu una guerra civile dopo l'unificazione, che non fu solo una guerra ai briganti, che causò 20-30mila morti: "L'esercito piemontese agì con estrema violenza, i militari avevano potere di vita o di morte sulle popolazioni" spiega Di Fiore. La repressione fu indiscriminata secondo il giornalista napoletano, con interi paesi bruciati, fucilazioni, stupri per chiunque fosse sospettato di sostenere i briganti: "Iniziò allora - conclude l'autore - una guerra di italiani contro italiani. Il Mezzogiorno, allora, era come il Far West americano".

Aprile: Il sud Italia massacrato ha arricchito il nord

Pino Aprile ha ancora meno scrupoli linguistici del collega Di Fiore nel presentare l'unificazione dell'Italia come compiuta sulla pelle dei meridionali, che furono massacrati, rapinati e umiliati dall'esercito piemontese: dopo l'impresa di Garibaldi il sud fu depredato delle sue ricchezze, utilizzate per arricchire il nord, e cadde nello stato di subalternità economica in cui si trova ancora oggi. Aprile, nel suo recente libro `Terroni`, accusa il nord di aver prosperato dal 1861 ad oggi proprio grazie a quella che fu una "guerra coloniale". "In quegli anni alcuni Paesi europei prosperavano proprio grazie alle colonie, ovvero territori da cui si prendeva tutto ciò che aveva valore, trasformando le popolazioni in semplici consumatori: i Piemontesi fecero proprio questo con il Regno delle Due Sicilie. - spiega lo scrittore - Prima dell'unificazione non esisteva un divario economico tra nord e sud, ma il Piemonte era vicino alla bancarotta, per questo fece una guerra coloniale e depredò il Meridione". Aprile ricorda come Napoli, prima dell'unificazione, fosse la terza città d'Europa per modernità, popolazione, cultura, e ricorda che in Calabria, per esempio, esistevano ricchi distretti minerari e siderurgici: "I piemontesi dicevano che avrebbero portato modernità e ricchezza ma i dati della Banca d'Italia dicono che al sud non c'erano più povertà che al nord" spiega Aprile, che sottolinea come, dopo l'unificazione, molte industrie nel Meridione furono soppresse, migliaia di ribelli uccisi con la scusa della lotta al brigantaggio e milioni di persone costrette ad emigrare. Lo scrittore racconta inoltre che il Parlamento piemontese introdusse nuove tasse solo al sud, per investire, almeno fino ai primi del '900, in bonifiche, strade, ferrovie, scuole solo nel nord e a Roma. Secondo l'autore di "Terroni" l'impresa di Garibaldi fu proprio alla base della cosiddetta questione meridionale perché prosciugò le ricchezze delle due Sicilie e demolì un'economia promettente, minandone la rinascita. Questo portò anche ad un altro effetto, perché secondo Aprile quell'unificazione imposta violentemente "distrusse l'attitudine dei meridionali a considerarsi parte di uno Stato, e generò in loro una condizione di minorità".

Fasanella: L'Unità nata da una guerra sporca

Più che di eroica impresa, lo scrittore Giovanni Fasanella parla senza mezzi termini di `guerra sporca` contro il sud dovendo raccontare la storia dell`unificazione. "Il Risorgimento fu una rivoluzione tradita, un'occasione di riscatto mancata per il Meridione. - spiega l'autore a TMNews - L'idea unitaria aveva radici profonde, ma la guerra per realizzarla non era condivisa dalle grandi masse, fu una guerra di annessione condotta con metodi non ortodossi, come l'utilizzo dei servizi segreti, la corruzione, i brogli, i massacri. A farne le spese furono soprattutto i contadini del sud, che speravano che dopo l'arrivo di Garibaldi sarebbero migliorate le loro condizioni. Invece persero diritti e nel Meridione rimase in piedi la classe dirigente borbonica che si riciclò". In quella "guerra sporca" secondo Fasanella contò più la massoneria internazionale e il desiderio degli inglesi di controllare il Mediterraneo che il coraggio di Giuseppe Garibaldi o gli ideali di Cavour: "La massoneria alimentò l'idea unitaria, creò il mito di Garibaldi attraverso i suoi giornali, finanziò le spedizioni e creò le condizioni perché negli stati preunitari l'impresa dei Mille giungesse a compimento" spiega l'autore. Gli inglesi avevano molti interessi nel sud Italia, avevano bisogno di porti nel Mediterraneo, ma avevano pessimi rapporti con i Borbone, quindi secondo Fasanella per Londra fu fondamentale la loro cacciata e la massoneria inglese agì dietro le quinte in maniera decisiva. Massone era anche Garibaldi, che Fasanella descrive come "un pasionario privo di scrupoli, molto diverso dal mito raccontato dalla storiografia, pieno di zone d'ombra", manovrato da un Cavour che secondo l'autore era "un politico di grande spessore, ma pieno di ombre, che adottò metodi discutibili per realizzare un grande disegno". Fasanella ricorda che Garibaldi entrò a Napoli, circondato dai camorristi, e con un decreto dittatoriale si appropriò dei depositi pubblici delle banche delle Due Sicilie: le finanze del Regno finirono sul lastrico nel giro di due mesi e 90 milioni di ducati, pari a oltre 2 miliardi e mezzo di euro di oggi, sparirono. Secondo l'autore i contadini meridionali da quel momento identificarono l'idea unitaria con l'aumento dei prezzi e delle imposte, e quando insorsero furono massacrati. Fu proprio quella repressione e l'assimilazione forzata che compromise per sempre secondo lui l'integrazione del sud nell'Italia unita. E furono proprio gli strumenti usati per portare a termine quel disegno unitario, che in sé aveva un grande valore, a generare tante storture dell'Italia di oggi e a condannare il sud per sempre "Quello stato centrale, che si impose all'improvviso e non mantenne le promesse, era e rimane ancora per una parte del sud estraneo e ostile. Lo stato è visto ancora oggi una cosa lontana che quando arriva porta guai" conclude Fasanella.

Parlato: senza l'Unità il Sud oggi sarebbe come l'Africa

L'unificazione dell'Italia salvò il sud dalla miseria, dalla totale mancanza di infrastrutture, da un analfabetismo del 93% e dalla totale indifferenza dei Borbone verso lo sviluppo economico del Meridione. Il professor Giuseppe Parlato, docente di storia contemporanea alla Luspio di Roma, presidente della fondazione Spirito, rifiuta in blocco la tesi secondo cui il Meridione fece le spese dell'Unità d'Italia e spiega: "Il regno d'Italia fece moltissimo in pochi anni per il sud. Senza quella modernizzazione oggi sarebbe al livello dell'Africa". Parlato mette l'accento soprattutto sulla differenza che c'era fino al 1861 tra un Regno di Sardegna moderno, che reinvestiva nell'industria le ricchezze guadagnate con l'agricoltura, e un sud fermo al grande latifondo: "Chi sostiene che il Regno delle Due Sicilie fosse ricco e il Piemonte in una situazione meno florida lo desume soprattutto dalla presenza di molti milioni delle casse napoletane, ma non tiene conto che quelle riserve appartenevano solamente al re, mentre il Piemonte le sue risorse le reinvestiva. - spiega Parlato, che afferma con chiarezza: "Nel Regno di Sardegna c'era un progetto di sviluppo industriale che al sud mancava totalmente". Secondo Parlato la situazione del Mezzogiorno prima dell'unità era drammatica: uno stato autoritario, di polizia, privo di qualsiasi libertà, con un analfabetismo al 93%, mentre in Piemonte c'era un Parlamento, diritti civili, libertà di stampa. "Per capire quanto l'unificazione fece bene al sud basta pensare che a fine secolo in Sicilia l'analfabetismo arrivò al 70%" spiega Parlato, secondo cui lo stato unitario fu necessario anche a livello economico, perché nella seconda metà dell'800 c'era già un mercato tra stati nazionali, mentre in Italia esistevano ancora i dazi tra i vari regni: "L'industria del sud decadde dopo l'Unità perché non aveva mercato, mentre quella di Lombardia e Piemonte aveva già uno sviluppo europeo. Lo stato unitario doveva necessariamente programmare uno sviluppo economico e rendere la propria industria competitiva. Questo avvenne anche per l'agricoltura: quella del nord era un'agricoltura industriale, in grado di sviluppare commerci, mentre al sud un quarto del territorio agricolo era improduttivo, e nei latifondi, che erano enormi, non c'erano pozzi o canalizzazioni". Lo stato italiano investì molto al sud secondo Parlato, soprattutto creando le infrastrutture che mancavano: "Per capire quale fosse la situazione delle infrastrutture nel Meridione basta pensare che tra Napoli e Bari c'era una sola strada e d'inverno era impraticabile, quindi bisognava andare per mare" spiega lo storico. Il professor Parlato non condivide neanche la tesi secondo cui l'unificazione portò allo sviluppo del brigantaggio, perché questo fenomeno esisteva già dal 1500 nel Meridione: i briganti davano protezione in cambio di denaro nelle parti più periferiche del Regno, e i Borbone tolleravano. Dopo l'unificazione, aggiunge, ci fu un vero e proprio scontro tra stato e antistato, perché il nuovo regno d'Italia voleva mettere delle regole che non erano mai esistite. "Non si può far risalire l'origine della questione meridionale e dell'estraneità del Meridione verso lo Stato ad una presunta unificazione forzata. - conclude Parlato - Quell'estraneità era molto più antica, perché la verità è che per secoli nel sud non ci fu un governo. Tutti i mali nascono proprio da lì".

Galli: il Nord paga il peso dell'unificazione, serve il federalismo

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Youtube - Caro Nord, la Storia Proibita mai studiata a scuola
La creazione di uno stato unitario è stato un evento positivo, ma l'Italia avrebbe dovuto assumere una struttura federalista, perché oggi il nord paga le spese dell'arretratezza del sud. Ne è convinto Stefano Bruno Galli, docente di Storia delle dottrine politiche all'Università di Milano, collaboratore de "Il Giornale", titolare di una rubrica su Telepadania in cui spiega al popolo padano i pro e i contro del Risorgimento. "Nel Risorgimento c'è stato uno slancio etico e civile che bisogna riconoscere. Inoltre la creazione di uno stato è un elemento di modernità importante, peccato però che quel processo sia rimasto incompiuto" spiega Galli. Secondo lo storico lombardo oggi a pagare le conseguenze di quell'unificazione di stati così diversi, retta su un centralismo amministrativo e burocratico, è soprattutto il nord: "Oggi il Piemonte, la Lombardia e il Veneto erogano ogni anno 53 miliardi di euro per le altre regioni. La storia di questo Paese è la storia di una frattura tra nord e sud, e i tentativi messi in atto dallo stato per creare una nazione si sono sempre scontrati con forme di regionalismo molto forti. Per questo l'unica soluzione è il federalismo". Il professor Galli non nega che il processo unitario abbia comportato dei costi pesanti per il Meridione e che la questione meridionale affondi le sue radici proprio allora. Bastava però, secondo lo storico, all'indomani dell'unificazione, pensare ad un'Italia basata su un federalismo aggregativo per evitare fratture: "La struttura geopolitica dei sette stati preunitari si prestava perfettamente a una soluzione della questione italiana su base confederale, cioè con più stati autonomi indipendenti, ognuno con propri governi, che si potevano mettere insieme con accordi di politica estera". La frattura tra nord e sud nata 150 anni fa secondo Galli è diventata sempre più profonda a causa delle politiche assistenziali verso il Meridione, che non hanno mai generato sviluppo ma solo clientelismo: "Fino agli anni '80 la questione meridionale era una questione nazionale, unificante per il Paese, una scommessa da vincere. - spiega - Dai primi anni '90, quando il debito pubblico è andato oltre il 100 per cento del Pil, i governi hanno inasprito la pressione fiscale, gravando prevalentemente sulle spalle del nord, spaccando definitivamente in due il Paese". Oggi, secondo Galli, le celebrazioni dell'Unità non sembrano avere un fondamento reale, perché non c'è un'idea condivisa di Paese. Lo storico di area leghista ricorda che nel 1911, quando si celebrò il cinquantenario, in Italia nasceva la grande industria e si stava organizzando un nuovo sistema economico e produttivo, mentre nel 1961, 100 anni dopo l'unificazione, si celebrò il miracolo economico di un Paese che era rinato dopo essere uscito devastato dalla guerra. "Oggi su quale idea forte puntiamo le celebrazioni? - si chiede Galli - Abbiamo una disoccupazione all'8,3%, che arriva al 30% per le persone sotto i 18 anni, c'è un debito pubblico di 1850 miliardi e manca la stabilità del sistema politico. Non c'è un'idea forte sulla quale costruire le celebrazioni, perché non c'è un'idea di Paese condivisa, non c'è una traiettoria. Solo l'idea di un Paese federale potrebbe essere una ragione forte per ripartire".

Galasso: fu una rivoluzione voluta anche dal Sud

Il Risorgimento fu una grande epopea a cui parteciparono in maniera convinta molti meridionali. Lo storico napoletano Giuseppe Galasso, ex deputato del Partito Repubblicano, direttore della collana "Storia d'Italia" Utet e autore di molti saggi sul Mezzogiorno, non approva la rilettura secondo cui il Risorgimento fu una guerra coloniale voluta dai piemontesi per salvarsi dalla bancarotta e subita dal sud: "E' vero che il Tesoro napoletano era florido e le sue riserve furono utilizzate tutte e subito dal governo di Torino, che versava, invece, in pessime condizioni finanziarie, ma questa fu una conseguenza ovvia dell'unificazione politica del paese. - spiega Galasso - I principali esponenti della classe politica napoletana, che erano al governo o in stretti rapporti con Torino, lo sapevano e non sollevarono eccezioni. La grande vicenda unitaria fu fortemente voluta anche nel Sud". Secondo Galasso l'unificazione dell'Italia fu un processo necessario ma anche naturale, che riportava sotto lo stesso tetto una popolazione che di fatto era già unita: "Gli italiani esistevano da mille anni, e lo sapevano bene anche i meridionali. - afferma lo storico - Molti dei maggiori esponenti del Risorgimento furono del Sud. Le differenze regionali erano forti ma l'unità finì col non avere alternative, e la sua lunga durata legittima il superamento di quelle differenze". Galasso non approva neanche la rilettura che certi autori fanno di alcune figure cardine del Risorgimento, come Garibaldi, dipinto come un mercenario al servizio degli inglesi, o Cavour, visto come un furbissimo stratega al servizio dei Savoia: "Garibaldi e Cavour non sono soltanto figure della storia italiana. - afferma Galasso - Garibaldi è stato un eroe popolare luminoso ed emblematico in mezzo mondo. Cavour è stato indicato in opposizione a Bismarck come il polo liberale della grande politica europea dell'800. Basta dire questo". Per lo storico napoletano è fondamentale sottolineare che quella rivoluzione guidata da Garibaldi non solo fu voluta da molti, ma fu possibile soprattutto grazie alla spinta idealista di molti giovani: "I giovani furono l'ala marciante del movimento risorgimentale, e poiché il Risorgimento fu la sola grande rivoluzione italiana dell'età moderna, si può ben dire che essa fu anche una rivoluzione generazionale". Il Risorgimento, dunque, fu una vera e propria rivoluzione condivisa, che portò all'unificazione di un popolo che aveva radici comuni da mille anni, e che secondo Galasso riportò l'Italia al centro dell'Europa: "Il nostro Paese dopo il Rinascimento era rimasto alla retroguardia della civiltà e del progresso europeo - conclude lo storico napoletano - Il Risorgimento segnò l'inizio di una rincorsa verso le punte avanzate dell'Europa, che si è conclusa con l'attuale posizione dell'Italia fra i dieci paesi più avanzati e industrializzati del mondo". (TMNews)

Fonte:GRNET.IT

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Interessante notare che anche i siti che parlano quasi sempre esclusivamente di problemi delle forze dell'ordine, cominciano a interessarsi e parlare anche dei problemi del Sud e della sua storia negata.....

(PdSUD)

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I 150 anni dell'unificazione raccontati dai vinti e dai vincitori
. Roma, 11 mar. - La storia del Risorgimento raccontata dai vinti. Ovvero da quei meridionali che sono convinti di aver subito, 150 anni fa, un sopruso storico che li ha condannati a quella arretratezza economica e sociale che da decenni viene loro imputata come cifra della loro subalternità civile, in una paradossale inversione tra causa ed effetto. Questa lettura storica, talvolta espressa con misurata documentazione altre volte con risentito furore, non poteva non trovare nuova eco in occasione della celebrazione unitaria del 17 marzo. Le testimonianze risorgimentali nella memoria dei vinti da molti anni sono state oggetto di una nutrita produzione bibliografica. In occasione delle celebrazioni unitarie, riproporre queste idee, anche in tutta l'asprezza che colpisce con violenza talune idee condivise del patrimonio culturale nazionale, può servire, opportunamente bilanciate da letture storiche di segno opposto, per procedere verso il superamento di quelle divisioni che segnano il percorso unitario nazionale e che sono emerse emblematiche persino quando si è trattato di definire le modalità di celebrazione del 17 marzo. Qui di seguito sono così riportate le conversazioni realizzate da TM News con alcuni studiosi meridionali antirisorgimentali cui fanno da controcanto storici convinti della sostanziale ineluttabilità del processo unitario. Curioso notare come lo studioso di area leghista non si schieri né con l'una né con l'altra lettura, ma trovi proprio della divergenza interpretativa argomento per fondare con maggior forza la tesi federalista.

Di Fiore: il Sud conquistato con violazioni e violenze

Alla base dell'unità d'Italia ci fu una violazione del diritto internazionale perché l'esercito piemontese invase uno stato amico, quello delle Due Sicilie, senza neanche una dichiarazione di guerra, appoggiato soprattutto dall'Inghilterra che aveva grossi interessi nel Meridione. Gigi Di Fiore, giornalista e scrittore napoletano, va giù duro contro la retorica risorgimentale: i piemontesi non si fecero scrupolo di usare mafiosi e camorristi per favorire l'avanzata di Garibaldi, o di usare leggi speciali e fucilazioni per sedare le rivolte che ci furono nel sud quando arrivò quel nuovo stato imposto con violenza. "Non c'era consenso da parte dei meridionali, né legittimazione, le masse furono estranee a quel processo di unificazione. - spiega Di Fiore citando il suo libro 'Controstoria dell'unità d'Italia' - La rivoluzione risorgimentale fu una rivoluzione elitaria, che servì ad ampliare il Regno del Piemonte anche al sud". I guai peggiori per il Meridione, secondo lo scrittore, vennero dopo l'impresa di Garibaldi, perché prima del suo arrivo, la ricchezza prodotta al nord e al sud erano uguali. Dopo l'unificazione, invece, al sud chiusero cantieri navali, stabilimenti ferroviari, aumentò all'improvviso la disoccupazione, furono venduti beni demaniali e gran parte delle risorse trasferite al nord; furono sequestrati depositi bancari e il Banco delle due Sicilie perse le riserve auree a favore del Banco di Torino. L'economia del meridione in poco tempo crollò. "Gli investimenti dopo l'Unità vennero fatti soprattutto al nord, le tasse invece le pagò soprattutto il sud, e molte persone furono costrette ad emigrare. - spiega Di Fiore - La situazione peggiorò sia in campagna che in città. I contadini meridionali rimasero solo braccianti, non ottennero le terre demaniali, nonostante Garibaldi gliele avesse promesse. E poi Napoli all'improvviso non era più capitale, quindi chiusero gli uffici di governo e sparì anche il terziario". Insomma quel sud florido almeno quanto il nord secondo l'autore subì proprio allora un colpo durissimo da cui non si è più potuto riprendere. Anche mafia e camorra ebbero nell'unificazione dell'Italia: secondo Di Fiore, entrambe furono sfruttate dagli "invasori del nord" per realizzare i loro obiettivi: "In Sicilia i mafiosi all'epoca erano squadre di picciotti che difendevano le proprietà dei latifondisti, e furono loro che agevolarono l'avanzata di Garibaldi garantendo l'appoggio sul territorio. A Napoli invece i 12 capi quartiere della camorra assicurarono a Garibaldi un ingresso tranquillo in città, poi alcuni di loro furono ricompensati ottenendo un incarico nella polizia o nella guardia nazionale" spiega l'autore. La criminalità del sud iniziò quindi a prosperare proprio allora, legittimata dai piemontesi, e fu fondamentale anche dopo l'unità per sedare le rivolte dei briganti e delle popolazioni del sud affamate. In sostanza ci fu una guerra civile dopo l'unificazione, che non fu solo una guerra ai briganti, che causò 20-30mila morti: "L'esercito piemontese agì con estrema violenza, i militari avevano potere di vita o di morte sulle popolazioni" spiega Di Fiore. La repressione fu indiscriminata secondo il giornalista napoletano, con interi paesi bruciati, fucilazioni, stupri per chiunque fosse sospettato di sostenere i briganti: "Iniziò allora - conclude l'autore - una guerra di italiani contro italiani. Il Mezzogiorno, allora, era come il Far West americano".

Aprile: Il sud Italia massacrato ha arricchito il nord

Pino Aprile ha ancora meno scrupoli linguistici del collega Di Fiore nel presentare l'unificazione dell'Italia come compiuta sulla pelle dei meridionali, che furono massacrati, rapinati e umiliati dall'esercito piemontese: dopo l'impresa di Garibaldi il sud fu depredato delle sue ricchezze, utilizzate per arricchire il nord, e cadde nello stato di subalternità economica in cui si trova ancora oggi. Aprile, nel suo recente libro `Terroni`, accusa il nord di aver prosperato dal 1861 ad oggi proprio grazie a quella che fu una "guerra coloniale". "In quegli anni alcuni Paesi europei prosperavano proprio grazie alle colonie, ovvero territori da cui si prendeva tutto ciò che aveva valore, trasformando le popolazioni in semplici consumatori: i Piemontesi fecero proprio questo con il Regno delle Due Sicilie. - spiega lo scrittore - Prima dell'unificazione non esisteva un divario economico tra nord e sud, ma il Piemonte era vicino alla bancarotta, per questo fece una guerra coloniale e depredò il Meridione". Aprile ricorda come Napoli, prima dell'unificazione, fosse la terza città d'Europa per modernità, popolazione, cultura, e ricorda che in Calabria, per esempio, esistevano ricchi distretti minerari e siderurgici: "I piemontesi dicevano che avrebbero portato modernità e ricchezza ma i dati della Banca d'Italia dicono che al sud non c'erano più povertà che al nord" spiega Aprile, che sottolinea come, dopo l'unificazione, molte industrie nel Meridione furono soppresse, migliaia di ribelli uccisi con la scusa della lotta al brigantaggio e milioni di persone costrette ad emigrare. Lo scrittore racconta inoltre che il Parlamento piemontese introdusse nuove tasse solo al sud, per investire, almeno fino ai primi del '900, in bonifiche, strade, ferrovie, scuole solo nel nord e a Roma. Secondo l'autore di "Terroni" l'impresa di Garibaldi fu proprio alla base della cosiddetta questione meridionale perché prosciugò le ricchezze delle due Sicilie e demolì un'economia promettente, minandone la rinascita. Questo portò anche ad un altro effetto, perché secondo Aprile quell'unificazione imposta violentemente "distrusse l'attitudine dei meridionali a considerarsi parte di uno Stato, e generò in loro una condizione di minorità".

Fasanella: L'Unità nata da una guerra sporca

Più che di eroica impresa, lo scrittore Giovanni Fasanella parla senza mezzi termini di `guerra sporca` contro il sud dovendo raccontare la storia dell`unificazione. "Il Risorgimento fu una rivoluzione tradita, un'occasione di riscatto mancata per il Meridione. - spiega l'autore a TMNews - L'idea unitaria aveva radici profonde, ma la guerra per realizzarla non era condivisa dalle grandi masse, fu una guerra di annessione condotta con metodi non ortodossi, come l'utilizzo dei servizi segreti, la corruzione, i brogli, i massacri. A farne le spese furono soprattutto i contadini del sud, che speravano che dopo l'arrivo di Garibaldi sarebbero migliorate le loro condizioni. Invece persero diritti e nel Meridione rimase in piedi la classe dirigente borbonica che si riciclò". In quella "guerra sporca" secondo Fasanella contò più la massoneria internazionale e il desiderio degli inglesi di controllare il Mediterraneo che il coraggio di Giuseppe Garibaldi o gli ideali di Cavour: "La massoneria alimentò l'idea unitaria, creò il mito di Garibaldi attraverso i suoi giornali, finanziò le spedizioni e creò le condizioni perché negli stati preunitari l'impresa dei Mille giungesse a compimento" spiega l'autore. Gli inglesi avevano molti interessi nel sud Italia, avevano bisogno di porti nel Mediterraneo, ma avevano pessimi rapporti con i Borbone, quindi secondo Fasanella per Londra fu fondamentale la loro cacciata e la massoneria inglese agì dietro le quinte in maniera decisiva. Massone era anche Garibaldi, che Fasanella descrive come "un pasionario privo di scrupoli, molto diverso dal mito raccontato dalla storiografia, pieno di zone d'ombra", manovrato da un Cavour che secondo l'autore era "un politico di grande spessore, ma pieno di ombre, che adottò metodi discutibili per realizzare un grande disegno". Fasanella ricorda che Garibaldi entrò a Napoli, circondato dai camorristi, e con un decreto dittatoriale si appropriò dei depositi pubblici delle banche delle Due Sicilie: le finanze del Regno finirono sul lastrico nel giro di due mesi e 90 milioni di ducati, pari a oltre 2 miliardi e mezzo di euro di oggi, sparirono. Secondo l'autore i contadini meridionali da quel momento identificarono l'idea unitaria con l'aumento dei prezzi e delle imposte, e quando insorsero furono massacrati. Fu proprio quella repressione e l'assimilazione forzata che compromise per sempre secondo lui l'integrazione del sud nell'Italia unita. E furono proprio gli strumenti usati per portare a termine quel disegno unitario, che in sé aveva un grande valore, a generare tante storture dell'Italia di oggi e a condannare il sud per sempre "Quello stato centrale, che si impose all'improvviso e non mantenne le promesse, era e rimane ancora per una parte del sud estraneo e ostile. Lo stato è visto ancora oggi una cosa lontana che quando arriva porta guai" conclude Fasanella.

Parlato: senza l'Unità il Sud oggi sarebbe come l'Africa

L'unificazione dell'Italia salvò il sud dalla miseria, dalla totale mancanza di infrastrutture, da un analfabetismo del 93% e dalla totale indifferenza dei Borbone verso lo sviluppo economico del Meridione. Il professor Giuseppe Parlato, docente di storia contemporanea alla Luspio di Roma, presidente della fondazione Spirito, rifiuta in blocco la tesi secondo cui il Meridione fece le spese dell'Unità d'Italia e spiega: "Il regno d'Italia fece moltissimo in pochi anni per il sud. Senza quella modernizzazione oggi sarebbe al livello dell'Africa". Parlato mette l'accento soprattutto sulla differenza che c'era fino al 1861 tra un Regno di Sardegna moderno, che reinvestiva nell'industria le ricchezze guadagnate con l'agricoltura, e un sud fermo al grande latifondo: "Chi sostiene che il Regno delle Due Sicilie fosse ricco e il Piemonte in una situazione meno florida lo desume soprattutto dalla presenza di molti milioni delle casse napoletane, ma non tiene conto che quelle riserve appartenevano solamente al re, mentre il Piemonte le sue risorse le reinvestiva. - spiega Parlato, che afferma con chiarezza: "Nel Regno di Sardegna c'era un progetto di sviluppo industriale che al sud mancava totalmente". Secondo Parlato la situazione del Mezzogiorno prima dell'unità era drammatica: uno stato autoritario, di polizia, privo di qualsiasi libertà, con un analfabetismo al 93%, mentre in Piemonte c'era un Parlamento, diritti civili, libertà di stampa. "Per capire quanto l'unificazione fece bene al sud basta pensare che a fine secolo in Sicilia l'analfabetismo arrivò al 70%" spiega Parlato, secondo cui lo stato unitario fu necessario anche a livello economico, perché nella seconda metà dell'800 c'era già un mercato tra stati nazionali, mentre in Italia esistevano ancora i dazi tra i vari regni: "L'industria del sud decadde dopo l'Unità perché non aveva mercato, mentre quella di Lombardia e Piemonte aveva già uno sviluppo europeo. Lo stato unitario doveva necessariamente programmare uno sviluppo economico e rendere la propria industria competitiva. Questo avvenne anche per l'agricoltura: quella del nord era un'agricoltura industriale, in grado di sviluppare commerci, mentre al sud un quarto del territorio agricolo era improduttivo, e nei latifondi, che erano enormi, non c'erano pozzi o canalizzazioni". Lo stato italiano investì molto al sud secondo Parlato, soprattutto creando le infrastrutture che mancavano: "Per capire quale fosse la situazione delle infrastrutture nel Meridione basta pensare che tra Napoli e Bari c'era una sola strada e d'inverno era impraticabile, quindi bisognava andare per mare" spiega lo storico. Il professor Parlato non condivide neanche la tesi secondo cui l'unificazione portò allo sviluppo del brigantaggio, perché questo fenomeno esisteva già dal 1500 nel Meridione: i briganti davano protezione in cambio di denaro nelle parti più periferiche del Regno, e i Borbone tolleravano. Dopo l'unificazione, aggiunge, ci fu un vero e proprio scontro tra stato e antistato, perché il nuovo regno d'Italia voleva mettere delle regole che non erano mai esistite. "Non si può far risalire l'origine della questione meridionale e dell'estraneità del Meridione verso lo Stato ad una presunta unificazione forzata. - conclude Parlato - Quell'estraneità era molto più antica, perché la verità è che per secoli nel sud non ci fu un governo. Tutti i mali nascono proprio da lì".

Galli: il Nord paga il peso dell'unificazione, serve il federalismo

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Youtube - Caro Nord, la Storia Proibita mai studiata a scuola
La creazione di uno stato unitario è stato un evento positivo, ma l'Italia avrebbe dovuto assumere una struttura federalista, perché oggi il nord paga le spese dell'arretratezza del sud. Ne è convinto Stefano Bruno Galli, docente di Storia delle dottrine politiche all'Università di Milano, collaboratore de "Il Giornale", titolare di una rubrica su Telepadania in cui spiega al popolo padano i pro e i contro del Risorgimento. "Nel Risorgimento c'è stato uno slancio etico e civile che bisogna riconoscere. Inoltre la creazione di uno stato è un elemento di modernità importante, peccato però che quel processo sia rimasto incompiuto" spiega Galli. Secondo lo storico lombardo oggi a pagare le conseguenze di quell'unificazione di stati così diversi, retta su un centralismo amministrativo e burocratico, è soprattutto il nord: "Oggi il Piemonte, la Lombardia e il Veneto erogano ogni anno 53 miliardi di euro per le altre regioni. La storia di questo Paese è la storia di una frattura tra nord e sud, e i tentativi messi in atto dallo stato per creare una nazione si sono sempre scontrati con forme di regionalismo molto forti. Per questo l'unica soluzione è il federalismo". Il professor Galli non nega che il processo unitario abbia comportato dei costi pesanti per il Meridione e che la questione meridionale affondi le sue radici proprio allora. Bastava però, secondo lo storico, all'indomani dell'unificazione, pensare ad un'Italia basata su un federalismo aggregativo per evitare fratture: "La struttura geopolitica dei sette stati preunitari si prestava perfettamente a una soluzione della questione italiana su base confederale, cioè con più stati autonomi indipendenti, ognuno con propri governi, che si potevano mettere insieme con accordi di politica estera". La frattura tra nord e sud nata 150 anni fa secondo Galli è diventata sempre più profonda a causa delle politiche assistenziali verso il Meridione, che non hanno mai generato sviluppo ma solo clientelismo: "Fino agli anni '80 la questione meridionale era una questione nazionale, unificante per il Paese, una scommessa da vincere. - spiega - Dai primi anni '90, quando il debito pubblico è andato oltre il 100 per cento del Pil, i governi hanno inasprito la pressione fiscale, gravando prevalentemente sulle spalle del nord, spaccando definitivamente in due il Paese". Oggi, secondo Galli, le celebrazioni dell'Unità non sembrano avere un fondamento reale, perché non c'è un'idea condivisa di Paese. Lo storico di area leghista ricorda che nel 1911, quando si celebrò il cinquantenario, in Italia nasceva la grande industria e si stava organizzando un nuovo sistema economico e produttivo, mentre nel 1961, 100 anni dopo l'unificazione, si celebrò il miracolo economico di un Paese che era rinato dopo essere uscito devastato dalla guerra. "Oggi su quale idea forte puntiamo le celebrazioni? - si chiede Galli - Abbiamo una disoccupazione all'8,3%, che arriva al 30% per le persone sotto i 18 anni, c'è un debito pubblico di 1850 miliardi e manca la stabilità del sistema politico. Non c'è un'idea forte sulla quale costruire le celebrazioni, perché non c'è un'idea di Paese condivisa, non c'è una traiettoria. Solo l'idea di un Paese federale potrebbe essere una ragione forte per ripartire".

Galasso: fu una rivoluzione voluta anche dal Sud

Il Risorgimento fu una grande epopea a cui parteciparono in maniera convinta molti meridionali. Lo storico napoletano Giuseppe Galasso, ex deputato del Partito Repubblicano, direttore della collana "Storia d'Italia" Utet e autore di molti saggi sul Mezzogiorno, non approva la rilettura secondo cui il Risorgimento fu una guerra coloniale voluta dai piemontesi per salvarsi dalla bancarotta e subita dal sud: "E' vero che il Tesoro napoletano era florido e le sue riserve furono utilizzate tutte e subito dal governo di Torino, che versava, invece, in pessime condizioni finanziarie, ma questa fu una conseguenza ovvia dell'unificazione politica del paese. - spiega Galasso - I principali esponenti della classe politica napoletana, che erano al governo o in stretti rapporti con Torino, lo sapevano e non sollevarono eccezioni. La grande vicenda unitaria fu fortemente voluta anche nel Sud". Secondo Galasso l'unificazione dell'Italia fu un processo necessario ma anche naturale, che riportava sotto lo stesso tetto una popolazione che di fatto era già unita: "Gli italiani esistevano da mille anni, e lo sapevano bene anche i meridionali. - afferma lo storico - Molti dei maggiori esponenti del Risorgimento furono del Sud. Le differenze regionali erano forti ma l'unità finì col non avere alternative, e la sua lunga durata legittima il superamento di quelle differenze". Galasso non approva neanche la rilettura che certi autori fanno di alcune figure cardine del Risorgimento, come Garibaldi, dipinto come un mercenario al servizio degli inglesi, o Cavour, visto come un furbissimo stratega al servizio dei Savoia: "Garibaldi e Cavour non sono soltanto figure della storia italiana. - afferma Galasso - Garibaldi è stato un eroe popolare luminoso ed emblematico in mezzo mondo. Cavour è stato indicato in opposizione a Bismarck come il polo liberale della grande politica europea dell'800. Basta dire questo". Per lo storico napoletano è fondamentale sottolineare che quella rivoluzione guidata da Garibaldi non solo fu voluta da molti, ma fu possibile soprattutto grazie alla spinta idealista di molti giovani: "I giovani furono l'ala marciante del movimento risorgimentale, e poiché il Risorgimento fu la sola grande rivoluzione italiana dell'età moderna, si può ben dire che essa fu anche una rivoluzione generazionale". Il Risorgimento, dunque, fu una vera e propria rivoluzione condivisa, che portò all'unificazione di un popolo che aveva radici comuni da mille anni, e che secondo Galasso riportò l'Italia al centro dell'Europa: "Il nostro Paese dopo il Rinascimento era rimasto alla retroguardia della civiltà e del progresso europeo - conclude lo storico napoletano - Il Risorgimento segnò l'inizio di una rincorsa verso le punte avanzate dell'Europa, che si è conclusa con l'attuale posizione dell'Italia fra i dieci paesi più avanzati e industrializzati del mondo". (TMNews)

Fonte:GRNET.IT

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Barra, Bennato e mail anti-Savoia - La sfida (on air) a Radio Padania

Guaglione: ecco «Regno fm», emittente neoborbonica
Trasmette da Barletta per le «notizie taciute dai libri»

Paolo Guaglione

Paolo Guaglione

«Tu piemontese, ’nu miezo francese, stive ’nguaiato fra diebete e spese. Sì addeventato grand’ ommo e sovrano cu ’e sorde d’ ’e banche napulitane». È la strofa di «Malaunità», canzone napoletana e battagliera. È la rabbia urlata contro i violenti invasori del Meridione: i Savoia. A pochi giorni dal 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia è sufficiente un clic per incontrare questa ribellione a scoppio ritardato. Basta connettersi al sito www.regno.fm, una webradio che inneggia al Regno delle due Sicilie, ai Borbone e alla cultura di un Sud glorioso, vittima sacrificale del patriottismo sabaudo. La webradio trasmette on line — da qualche settimana — canzoni e informazioni rigorosamente borboniche. «Diffondiamo notizie che i libri di storia, di regime, hanno finora sottaciuto. Come giornalista ed editore ho sentito il bisogno morale di dare voce a vicende rinnegate», dice Paolo Guaglione ideatore della «radio del bel Reame», com’è scritto sull’homepage. Papà di due bambine, 45 anni, di Barletta, città da cui si irradiano via web le news anti-risorgimentali, Guaglione si definisce borbonico e orgoglioso dei trecento contatti giornalieri della radio. «Arrivano tantissime mail piene di complimenti», commenta mentre sulla scrivania zeppa di libri, fogli, penne e telefonini, cerca i dati di ascolto.

«Ci seguono anche dall’estero: New York, Parigi e persino dall’Australia». Il palinsesto della webradio è strutturato in base al genere musicale in programmazione: si va dalla musica napoletana antica, ai testi di Concetta Barra ed Eugenio Bennato. A fare da intermezzo, piccoli spazi informativi legati alla storia del regno di Napoli, sfregiato e distrutto dall’arrivo dell’esercito sabaudo. Tutte le notizie sono precedute da una voce femminile che, con tono dolce, tuona: «A scuola non mi hanno fatto sapere che...». «Certo — dichiara Guaglione — a scuola tante cose non sono state insegnate mentre Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele, tre massoni, sono stati presentati come eroi che hanno liberato il Sud dalla tenaglia borbonica. Non è andata così. A Napoli si viveva bene, nessuno andava via. E dal Nord scendevano al Sud per lavorare e stare meglio». Al contrario di come avviene adesso. Guaglione è il solo a occuparsi della webradio che presto però, avrà una redazione. Perché oltre a Internet e alla radio è previsto un progetto editoriale più ampio che coinvolgerà anche la televisione «per restituire dignità a un popolo privato della memoria», rincara l’editore mentre mostra il suo iPad su cui c’è l’immagine «della mia patria vista dall’alto»: è l’Italia meridionale fotografata dal satellite, il resto della Penisola non c’è. Ed è un po’ un controsenso per lui che edita anche un canale satellitare che, ironia della sorte, si chiama W l’Italia channel.

«La mia patria è questa», insiste mostrando l’iPad e continua: «È così non solo per me. All’estero quando si dice di essere italiani, gli stranieri sorridono e dicono pizza, sole, mare e mandolino, mai Tarvisio o la polenta. E questo conferma che l’Italia siamo noi, il Sud», ribadisce Guaglione. In ufficio ha persino la macchina per il caffè Borbone. «È stata una piacevole sorpresa», ammette. Qualcosa però non torna: se i Borbone avevano creato un regime con un welfare efficacissimo, se il popolo stava bene, perché i soldati reali non difesero il loro regno? «Perché le guardie furono corrotte dai Savoia e da soli i contadini che divennero briganti non riuscirono a frenare l’incursione», spiega Guaglione. «I Savoia rubarono ben 432 milioni di vecchie lire dal banco di Napoli». Beh, ma dopo l’unificazione del Paese quei soldi erano del re d’Italia.

«No — ribatte — quei soldi non furono usati per far crescere il Paese ma solo per rimpinguare le casse piemontesi, in rosso da tempo». La visione della storia italiana qui, nella sede della webradio alla periferia della città della disfida franco-italiana, ha il sapore di un romanzo tragico dove le vite dei contadini si intrecciano alla crudeltà dell’esercito sabaudo che «rase al suolo paesi come Pontelandolfo e Casalduni non prima di aver stuprato donne e ucciso bambini», racconta Guaglione. E allora il 17 marzo come lo trascorrerà? «Isserò una bandiera a lutto», dice. La chiusura però è repubblicana: «La mia festa patriottica è quella del 2 giugno. Quella e basta».

Alba Di Palo
14 marzo 2011

Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno


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Paolo Guaglione

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«Ci seguono anche dall’estero: New York, Parigi e persino dall’Australia». Il palinsesto della webradio è strutturato in base al genere musicale in programmazione: si va dalla musica napoletana antica, ai testi di Concetta Barra ed Eugenio Bennato. A fare da intermezzo, piccoli spazi informativi legati alla storia del regno di Napoli, sfregiato e distrutto dall’arrivo dell’esercito sabaudo. Tutte le notizie sono precedute da una voce femminile che, con tono dolce, tuona: «A scuola non mi hanno fatto sapere che...». «Certo — dichiara Guaglione — a scuola tante cose non sono state insegnate mentre Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele, tre massoni, sono stati presentati come eroi che hanno liberato il Sud dalla tenaglia borbonica. Non è andata così. A Napoli si viveva bene, nessuno andava via. E dal Nord scendevano al Sud per lavorare e stare meglio». Al contrario di come avviene adesso. Guaglione è il solo a occuparsi della webradio che presto però, avrà una redazione. Perché oltre a Internet e alla radio è previsto un progetto editoriale più ampio che coinvolgerà anche la televisione «per restituire dignità a un popolo privato della memoria», rincara l’editore mentre mostra il suo iPad su cui c’è l’immagine «della mia patria vista dall’alto»: è l’Italia meridionale fotografata dal satellite, il resto della Penisola non c’è. Ed è un po’ un controsenso per lui che edita anche un canale satellitare che, ironia della sorte, si chiama W l’Italia channel.

«La mia patria è questa», insiste mostrando l’iPad e continua: «È così non solo per me. All’estero quando si dice di essere italiani, gli stranieri sorridono e dicono pizza, sole, mare e mandolino, mai Tarvisio o la polenta. E questo conferma che l’Italia siamo noi, il Sud», ribadisce Guaglione. In ufficio ha persino la macchina per il caffè Borbone. «È stata una piacevole sorpresa», ammette. Qualcosa però non torna: se i Borbone avevano creato un regime con un welfare efficacissimo, se il popolo stava bene, perché i soldati reali non difesero il loro regno? «Perché le guardie furono corrotte dai Savoia e da soli i contadini che divennero briganti non riuscirono a frenare l’incursione», spiega Guaglione. «I Savoia rubarono ben 432 milioni di vecchie lire dal banco di Napoli». Beh, ma dopo l’unificazione del Paese quei soldi erano del re d’Italia.

«No — ribatte — quei soldi non furono usati per far crescere il Paese ma solo per rimpinguare le casse piemontesi, in rosso da tempo». La visione della storia italiana qui, nella sede della webradio alla periferia della città della disfida franco-italiana, ha il sapore di un romanzo tragico dove le vite dei contadini si intrecciano alla crudeltà dell’esercito sabaudo che «rase al suolo paesi come Pontelandolfo e Casalduni non prima di aver stuprato donne e ucciso bambini», racconta Guaglione. E allora il 17 marzo come lo trascorrerà? «Isserò una bandiera a lutto», dice. La chiusura però è repubblicana: «La mia festa patriottica è quella del 2 giugno. Quella e basta».

Alba Di Palo
14 marzo 2011

Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno


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