martedì 15 marzo 2011

Lettera di Francesco Pisani, refeferente del PdSUD per Piacenza, pubblicata sul quotidiano "Libertà" di Piacenza il 15/03/2011


In risposta all'invito del Sindaco Reggi alla cittadinanza di esporre la bandiera tricolore il 17/03.

Egregio Direttore, sono un meridionale!

Ho lasciato le mie terre ed i miei cari 23 anni orsono per studiare e lavorare nel "civilissimo" Nord visto che in Calabria, ai tempi, non esistevano opportunità valide.

Per me il 17 Marzo non è una ricorrenza da festeggiare, ma una commemorazione in onore dei caduti del risorgimento, sia essi appartenenti al Regno del Piemonte sia appartenenti al Regno delle Due Sicilie.

Molte cose dell'epopea del Risorgimento sono state tenute nascoste, ed ancora oggi si celebrano gli "eroi" quali Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele II dimenticando che sono protagonisti dell'invasione di uno Stato pacifico senza una preventiva dichiarazione di guerra e dimenticando che sono artefici della immane carneficina di napolitani e siciliani (per chi non lo sapesse la Napolitania è la parte continentale dell'ex Regno delle Due Sicilie).

Statistiche ufficiali riportano che, tra il 1861 e il 1872, ci furono 266.000 meridionali caduti in combattimento, fucilati o morti in carcere.
In realtà furono oltre UN MILIONE, un vero e proprio GENOCIDIO INSABBIATO.
Non erano Italiani anche loro?

L'unità d'Italia ha costretto dopo il 1861 oltre venti milioni di napolitani e siciliani ad emigrare all'estero. Prima dell' "invasione" l'emigrazione al sud non esisteva!!!

Questa è storia.

Ancora oggi sento magnificare le gesta dei popoli del Nord e denigrare i cittadini del Sud.

Ancora oggi sento dire che i meridionali non hanno voglia di lavorare (tutti gli emigranti sono turisti, vero?), che la Campania è nel caos dei rifiuti perchè i meridionali sono sporchi per natura (e non perchè le discariche, di proprietà di aziende del nord, sono colme di rifiuti provenienti dalla Padania), che i meridionali sono tutti mafiosi, camorristi e malavitosi, truffano lo Stato con le pensioni di invalidità fasulle e non pagano le tasse (però la Parmalat non ha la sede a Napoli e la città italiana con più micro-criminalità è Milano).

Saremo anche un unico Stato, ma siamo divisi come popolo e non si stà facendo nulla per evitare una deriva secessionista evidente al nord come latente al sud.

Commemorerò il 17 Marzo a modo mio.
Esporrò la bandiera del Regno delle Due Sicilie alla mia finestra così che anche il sindaco Reggi possa vederla affacciandosi al balcone, visto che abita nel palazzo accanto a quello dove abito io.


Francesco Pisani


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In risposta all'invito del Sindaco Reggi alla cittadinanza di esporre la bandiera tricolore il 17/03.

Egregio Direttore, sono un meridionale!

Ho lasciato le mie terre ed i miei cari 23 anni orsono per studiare e lavorare nel "civilissimo" Nord visto che in Calabria, ai tempi, non esistevano opportunità valide.

Per me il 17 Marzo non è una ricorrenza da festeggiare, ma una commemorazione in onore dei caduti del risorgimento, sia essi appartenenti al Regno del Piemonte sia appartenenti al Regno delle Due Sicilie.

Molte cose dell'epopea del Risorgimento sono state tenute nascoste, ed ancora oggi si celebrano gli "eroi" quali Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele II dimenticando che sono protagonisti dell'invasione di uno Stato pacifico senza una preventiva dichiarazione di guerra e dimenticando che sono artefici della immane carneficina di napolitani e siciliani (per chi non lo sapesse la Napolitania è la parte continentale dell'ex Regno delle Due Sicilie).

Statistiche ufficiali riportano che, tra il 1861 e il 1872, ci furono 266.000 meridionali caduti in combattimento, fucilati o morti in carcere.
In realtà furono oltre UN MILIONE, un vero e proprio GENOCIDIO INSABBIATO.
Non erano Italiani anche loro?

L'unità d'Italia ha costretto dopo il 1861 oltre venti milioni di napolitani e siciliani ad emigrare all'estero. Prima dell' "invasione" l'emigrazione al sud non esisteva!!!

Questa è storia.

Ancora oggi sento magnificare le gesta dei popoli del Nord e denigrare i cittadini del Sud.

Ancora oggi sento dire che i meridionali non hanno voglia di lavorare (tutti gli emigranti sono turisti, vero?), che la Campania è nel caos dei rifiuti perchè i meridionali sono sporchi per natura (e non perchè le discariche, di proprietà di aziende del nord, sono colme di rifiuti provenienti dalla Padania), che i meridionali sono tutti mafiosi, camorristi e malavitosi, truffano lo Stato con le pensioni di invalidità fasulle e non pagano le tasse (però la Parmalat non ha la sede a Napoli e la città italiana con più micro-criminalità è Milano).

Saremo anche un unico Stato, ma siamo divisi come popolo e non si stà facendo nulla per evitare una deriva secessionista evidente al nord come latente al sud.

Commemorerò il 17 Marzo a modo mio.
Esporrò la bandiera del Regno delle Due Sicilie alla mia finestra così che anche il sindaco Reggi possa vederla affacciandosi al balcone, visto che abita nel palazzo accanto a quello dove abito io.


Francesco Pisani


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Speciale TG1, finalmente un pò di luce sul Sud


http://www.youtube.com/watch?v=n7LcnxpIYXY&feature=channel_video_title


http://www.youtube.com/watch?v=vmsVqqmWZgU&feature=feedf

Alcune verità cominciano ad affiorare,altre stanno per affondare.



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http://www.youtube.com/watch?v=n7LcnxpIYXY&feature=channel_video_title


http://www.youtube.com/watch?v=vmsVqqmWZgU&feature=feedf

Alcune verità cominciano ad affiorare,altre stanno per affondare.



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domenica 13 marzo 2011

Su "Il Mattino" : "Patto con i picciotti, pur di scacciare il re" articolo di Gigi di Fiore

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Fonte: Il Mattino del 16 gennaio 2011

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Fonte: Il Mattino del 16 gennaio 2011

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sabato 12 marzo 2011

BENIGNI "PINOCCHIO" E LE BUGIE SUL RISORGIMENTO

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http://www.youtube.com/watch?v=uBI6FWlKkPo&feature=relmfu
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http://www.youtube.com/watch?v=h4yT1qumeqI&feature=channel_video_title


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http://www.youtube.com/watch?v=uBI6FWlKkPo&feature=relmfu
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http://www.youtube.com/watch?v=h4yT1qumeqI&feature=channel_video_title


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Su "Il Mattino" : "In mille per Garibaldi, più l'alleato inglese" articolo di Gigi di Fiore


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Fonte: Il Mattino del 23 gennaio 2011

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Fonte: Il Mattino del 23 gennaio 2011

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venerdì 11 marzo 2011

Su "Il Mattino" : "L'idea d' Italia nelle carceri borboniche" articolo di Gigi di Fiore

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Fonte: Il Mattino del 9 gennaio 2011

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Fonte: Il Mattino del 9 gennaio 2011

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giovedì 10 marzo 2011

Su "Il Mattino" : "Quando l'esercito era di Franceschiello" articolo di Gigi di Fiore

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Fonte:Il Mattino del 20 febbraio 2011

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Fonte:Il Mattino del 20 febbraio 2011

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E' online l'intervista di Antonio Ciano nel programma "Facebook su Radio Hinterland" Milano del 4 marzo sul tema della festa del 17 marzo



E' online l'intervista di Antonio Ciano nel programma "Facebook su Radio Hinterland" del 4 marzo sul tema della festa del 17 marzo
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E' online l'intervista di Antonio Ciano nel programma "Facebook su Radio Hinterland" del 4 marzo sul tema della festa del 17 marzo

"La Storia siamo noi" : "Ippolito Nievo inchiesta sui Mille" puntata del 4 marzo 2011




Per gli appuntamenti della "Storia siamo noi" dedicati all'Unità d'Italia, il 4 marzo 2011 è andato in onda su Rai3 la puntata "Ippolito Nievo inchiesta sui Mille" di Andrea Bignami.
È una storia di eroismo e complotti, idealismo e corruzione: tutto ruota attorno all'enigma di una nave svanita nel nulla nei giorni in cui sta per nascere il Regno d'Italia.
Un vero e proprio "giallo risorgimentale", ma anche e soprattutto la storia di un grande scrittore, che fu tra i protagonisti della spedizione dei Mille.



Ecco il link all'interessante puntata, che ha visto, fra gli altri, la presenza dello scrittore Gigi Di Fiore:

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Per gli appuntamenti della "Storia siamo noi" dedicati all'Unità d'Italia, il 4 marzo 2011 è andato in onda su Rai3 la puntata "Ippolito Nievo inchiesta sui Mille" di Andrea Bignami.
È una storia di eroismo e complotti, idealismo e corruzione: tutto ruota attorno all'enigma di una nave svanita nel nulla nei giorni in cui sta per nascere il Regno d'Italia.
Un vero e proprio "giallo risorgimentale", ma anche e soprattutto la storia di un grande scrittore, che fu tra i protagonisti della spedizione dei Mille.



Ecco il link all'interessante puntata, che ha visto, fra gli altri, la presenza dello scrittore Gigi Di Fiore:

mercoledì 9 marzo 2011

Su "Il Mattino" : "Quando il papa-re era contro l'Italia unita"" articolo di Gigi di Fiore

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Fonte: Il Mattino del 30 gennaio 2011

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Fonte: Il Mattino del 30 gennaio 2011

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martedì 8 marzo 2011

Su "Il Mattino" : "Italia unita, i conti avvelenati" articolo di Gigi di Fiore


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Fonte: Il Mattino del 2 gennaio 2011

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Fonte: Il Mattino del 2 gennaio 2011

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lunedì 7 marzo 2011

Su "Il Mattino" del 6 marzo : "L'altra guerra storie di briganti e di sangue" articolo di Gigi di Fiore

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Fonte:Il Mattino del 6 marzo 2011
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Fonte:Il Mattino del 6 marzo 2011
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Il Risorgimento? Solo un sogno.



Durante le manifestazioni del centenario dell’unità d’Italia svoltesi nella città martoriata e martire, nel 1961, il sindaco della città Prof. Pasquale Corbo, rivolgendosi al presidente del Consiglio Amintore Fanfani, senza peli sulla lingua come era suo costume, crudamente, continuò ad attaccare il regime savoiardo, ritenendolo il responsabile principe della decadenza della città:" Purtroppo. Signor Presidente, la realtà è stata molto diversa dalle speranze che nacquero in ogni gaetano all’indomani dell’annessione all’Italia. Tutto l’immenso complesso immobiliare costituente l’antica piazzaforte veniva infatti mantenuto interamente perché, come sostenne il generale Fanti in una sua relazione del 18-2-61 " se cadesse in mano ad altri ci darebbe immenso fastidio". D’allora Gaeta ha vissuto periodi tristissimi di abbandono e di miseria; la Città è stata umiliata in tutti i modi, e dal ruolo di fortezza chiave passò a quello di sede di carcere militare, sicchè il suo nome, che era stato unito a sentimenti di gloriosa ammirazione, incominciò a diventare sinonimo di penoso luogo di espiazione. La gloriosa fortezza diventò sinistra parola di minaccia. La città, che per oltre tre quarti non apparteneva più ai gaetani a cui era stata espropriata nei secoli ai fini di erigere le necessarie opere fortificatorie, continuò a restare demaniale...Gaeta fu costretta alla vita più grama e ad una emigrazione massiccia, partirono in quegli anni migliaia di nostri concittadini...” ( 4 anni di progresso per Gaeta, edito dal comune di Gaeta, stralcio del discorso pronunciato per le celebrazioni dell’unità d’Italia dall’allora sindaco della città Prof. Pasquale Corbo)

Lo stato siamo noi

Gaeta, sotto i Savoia, era diventata la città che non c’è, una mera espressione geografica. Cialdini e soci l’hanno scannata. Il suo territorio, esteso per 2.847 ettari, per oltre due terzi non è amministrabile da parte dei suoi cittadini in quanto sotto la giurisdizione demaniale. Il Comune, per far utilizzare strade, scuole ed impianti sportivi ai gaetani è costretto a pagare il pizzo allo Stato; vorremmo sapere se il comune di Milano o quello di Torino pagano per piazza Duomo o per piazza San Carlo. Non ci risulta. Di tutto il centro storico dell’antica città è rimasto ai gaetani solo Piazza Commestibili, per chi non lo sapesse è quella dove al centro c’è il leone marmoreo che rappresenta la grandiosità di Gaeta nei secoli. Il resto è tutta proprietà di Cialdini, di Cavour, di Vittorio Emanuele II, di Enrico Cosenz, di Menabrea, di Mazzini: eh già! Sono tutti edifici pubblici costruiti dai Borbone e intitolati a coloro che hanno massacrato la città. Il Prof. Corbo è un gaetano verace, nel bene e nel male, forse l’unico sindaco, dopo Ianni, ad aver capito che la città era ancora preda dei piemontesi. Il primo fatto destituire dal potere savoiardo ed il secondo da quello massonico: s’era preso la briga di distruggere ciò che non era riuscito a Cialdini e a Persano: i bastioni dell’Annunziata, quelli del Castrone Sant’Antonio e quelli dell’Avanzata. Noi siamo stati sempre critici per quell’operazione, ma dopo anni, cercando di immedesimarci nel pensare del Sindaco, nella rabbia che doveva avere in corpo Pasquale Corbo, uomo di grande cultura e storico, uomo di grande carattere, capiamo. Quei bastioni rappresentavano il potere coloniale Statale, l’asservimento totale, Gaeta era nelle mani dei militari e del demanio, nella fortezza non vi erano più i Borbone ma i piemontesi e l’unico modo per riprendersi la città, era l’apertura di un varco, di una breccia che desse luce e potere a chi era stato eletto democraticamente. Corbo cadde in disgrazia ma nessun altro sindaco ha saputo combattere il Demanio statale che, oggi, ha messo in vendita tutti i gioielli che i Borbone ci hanno lasciato integri. I Borbone pagavano alla città l’essere fortezza, le casse del comune erano sempre piene, cinque grana ( la famosa tassa di stallaggio) al giorno per ogni militare di stanza a Gaeta rendevano floride le sue finanze, oggi la città, per poter far passeggiare e studiare i suoi cittadini, deve pagare il pizzo allo Stato essendo demianiali quei luoghi. Che differenza! Corbo sapeva tutto questo e non usava pagare il pizzo allo Stato, qualcuno, pare, sembra aver udito dalla sua bocca:” lo Stato siamo noi” e aveva ragione.

Madre di tutti non più matrigna per molti

A Gaeta molti ricordano il sindaco Corbo, sia per le opere pubbliche dalla sua amministrazione realizzate e sia per la sua cultura; amministratore tenace e decisionista, non disdegnava le considerazioni dell’opposizione dura dei comunisti Mariano Mandolesi e Gigino Dell’Anno, e del socialista Archita Danaro; lavoravano tutti per il bene ed il benessere della città, sempre con lealtà ed onestà assoluta. Ebbene, quel giorno erano tutti sul palco, quel giorno in cui si celebrava il centenario dell’unità d’Italia, di fronte al Presidente del Consiglio Fanfani e alle massime autorità dello Stato, il Prof. Corbo così finì il suo coraggioso discorso:” ...Ed infine, Signor Presidente, mi permetta di parlare a nome di tutte le città del nostro Meridione, in qualità di Sindaco di Gaeta, che per il suo generoso tributo di sangue e di sacrificio, per la sua insostituibile missione di civiltà e di storia, è stata sempre ed è considerata la porta del Sud d’Italia. A nome di questo Sud, fucina inesausta di nobili intelletti e di cuori generosi, io formulo l’auspicio ed il voto, nel giorno solenne che celebra i cento anni trascorsi dall’unità con la Patria, che le popolazioni meridionali possano finalmente concludere, sotto l’impulso del Governo Democratico e repubblicano, il loro millenario travaglio. Noi vogliamo concludere, Signor Presidente, l’opera di chi attuò nel sogno e nella pratica il Risorgimento d’Italia: facciamo sì che la Patria sia veramente la la Madre di tutti, e non più matrigna per molti; diamo a tutti una certezza, e non più soltanto speranza, di lavoro e di benessere; concludiamo cioè, lealmente e liberamente, quel moto risorgimentale che non voleva essere soltanto l’attuazione dell’unità territoriale e politica, ma soprattutto dell’unità morale, sociale e spirituale degli italiani. Auspicio che è già una certezza essendo formulato alla Sua presenza, Signor Presidente, e di tutte le altre responsabili ed illuminate autorità; ma soprattutto di fronte a questo popolo meraviglioso che è testimonianza di un solo cuore che palpita per gli stessi ideali e da Gaeta in questo giorno memorabile per le memorie del passato e per le speranze del futuro, io rilancio l’antico grido dei nostri avi, che già risuonò in ogni vicenda lieta e dolorosa, e che oggi risuoni in ogni cuore nella fede di un avvenire migliore: Viva l’Italia!”

Prof. Corbo, le sue parole sono ancora attuali. L’Italia, per il Sud, è ancora matrigna e non madre; l’Italia, per il Sud , in parte è ancora patria lontana, patria che fa emigrare i suoi figli, patria che non ha risolto la problematica della ricchezza di una sola parte del suo territorio, di quella patria che non vuole risolverla perché i Savoia hanno costruito artatamente un’economia padana a spese della colonia Sud; l’Italia è nostra patria quando ci chiamano a morire per guerre che non ci riguardano, l’Italia è nostra patria quando mandano i Meridionali a lavorare all’estero, senza protezione alcuna e senza assistenza; l’Italia è nostra patria quando sfruttano le risorse del Sud come il petrolio, o quando sfruttano da 140 anni le rimesse dei nostri emigranti assistendo il Nord padano. L’Italia non è nostra patria quando tutta l’economia è nelle mani degli imprenditori del Nord, quando andiamo a comprare merce nei supermercati, tutti del Nord, tutti nelle mani del capitale nordista; l’Italia non è la nostra patria quando vendono i nostri beni demaniali, i nostri gioielli lasciatici dai Borbone in eredità perenne. L’Italia non è la nostra patria quando le concessioni di qualunque tipo finiscono nelle mani massoniche degli imprenditori del Nord. Hanno distrutto il nostro apparato industriale, hanno distrutto la nostra economia, le nostre banche inglobate da quelle padane e nordiste, i mass media quasi tutti nelle mani del Nord. Volevano distruggere la nostra identità. Non ci sono riusciti, la memoria storica sta tornando, il Sud ha intrapreso la via maestra tracciata a San Leucio dai Borbone.

Tratto dal libro di Antonio Ciano " Le stragi e gli eccidi dei savoia"


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Durante le manifestazioni del centenario dell’unità d’Italia svoltesi nella città martoriata e martire, nel 1961, il sindaco della città Prof. Pasquale Corbo, rivolgendosi al presidente del Consiglio Amintore Fanfani, senza peli sulla lingua come era suo costume, crudamente, continuò ad attaccare il regime savoiardo, ritenendolo il responsabile principe della decadenza della città:" Purtroppo. Signor Presidente, la realtà è stata molto diversa dalle speranze che nacquero in ogni gaetano all’indomani dell’annessione all’Italia. Tutto l’immenso complesso immobiliare costituente l’antica piazzaforte veniva infatti mantenuto interamente perché, come sostenne il generale Fanti in una sua relazione del 18-2-61 " se cadesse in mano ad altri ci darebbe immenso fastidio". D’allora Gaeta ha vissuto periodi tristissimi di abbandono e di miseria; la Città è stata umiliata in tutti i modi, e dal ruolo di fortezza chiave passò a quello di sede di carcere militare, sicchè il suo nome, che era stato unito a sentimenti di gloriosa ammirazione, incominciò a diventare sinonimo di penoso luogo di espiazione. La gloriosa fortezza diventò sinistra parola di minaccia. La città, che per oltre tre quarti non apparteneva più ai gaetani a cui era stata espropriata nei secoli ai fini di erigere le necessarie opere fortificatorie, continuò a restare demaniale...Gaeta fu costretta alla vita più grama e ad una emigrazione massiccia, partirono in quegli anni migliaia di nostri concittadini...” ( 4 anni di progresso per Gaeta, edito dal comune di Gaeta, stralcio del discorso pronunciato per le celebrazioni dell’unità d’Italia dall’allora sindaco della città Prof. Pasquale Corbo)

Lo stato siamo noi

Gaeta, sotto i Savoia, era diventata la città che non c’è, una mera espressione geografica. Cialdini e soci l’hanno scannata. Il suo territorio, esteso per 2.847 ettari, per oltre due terzi non è amministrabile da parte dei suoi cittadini in quanto sotto la giurisdizione demaniale. Il Comune, per far utilizzare strade, scuole ed impianti sportivi ai gaetani è costretto a pagare il pizzo allo Stato; vorremmo sapere se il comune di Milano o quello di Torino pagano per piazza Duomo o per piazza San Carlo. Non ci risulta. Di tutto il centro storico dell’antica città è rimasto ai gaetani solo Piazza Commestibili, per chi non lo sapesse è quella dove al centro c’è il leone marmoreo che rappresenta la grandiosità di Gaeta nei secoli. Il resto è tutta proprietà di Cialdini, di Cavour, di Vittorio Emanuele II, di Enrico Cosenz, di Menabrea, di Mazzini: eh già! Sono tutti edifici pubblici costruiti dai Borbone e intitolati a coloro che hanno massacrato la città. Il Prof. Corbo è un gaetano verace, nel bene e nel male, forse l’unico sindaco, dopo Ianni, ad aver capito che la città era ancora preda dei piemontesi. Il primo fatto destituire dal potere savoiardo ed il secondo da quello massonico: s’era preso la briga di distruggere ciò che non era riuscito a Cialdini e a Persano: i bastioni dell’Annunziata, quelli del Castrone Sant’Antonio e quelli dell’Avanzata. Noi siamo stati sempre critici per quell’operazione, ma dopo anni, cercando di immedesimarci nel pensare del Sindaco, nella rabbia che doveva avere in corpo Pasquale Corbo, uomo di grande cultura e storico, uomo di grande carattere, capiamo. Quei bastioni rappresentavano il potere coloniale Statale, l’asservimento totale, Gaeta era nelle mani dei militari e del demanio, nella fortezza non vi erano più i Borbone ma i piemontesi e l’unico modo per riprendersi la città, era l’apertura di un varco, di una breccia che desse luce e potere a chi era stato eletto democraticamente. Corbo cadde in disgrazia ma nessun altro sindaco ha saputo combattere il Demanio statale che, oggi, ha messo in vendita tutti i gioielli che i Borbone ci hanno lasciato integri. I Borbone pagavano alla città l’essere fortezza, le casse del comune erano sempre piene, cinque grana ( la famosa tassa di stallaggio) al giorno per ogni militare di stanza a Gaeta rendevano floride le sue finanze, oggi la città, per poter far passeggiare e studiare i suoi cittadini, deve pagare il pizzo allo Stato essendo demianiali quei luoghi. Che differenza! Corbo sapeva tutto questo e non usava pagare il pizzo allo Stato, qualcuno, pare, sembra aver udito dalla sua bocca:” lo Stato siamo noi” e aveva ragione.

Madre di tutti non più matrigna per molti

A Gaeta molti ricordano il sindaco Corbo, sia per le opere pubbliche dalla sua amministrazione realizzate e sia per la sua cultura; amministratore tenace e decisionista, non disdegnava le considerazioni dell’opposizione dura dei comunisti Mariano Mandolesi e Gigino Dell’Anno, e del socialista Archita Danaro; lavoravano tutti per il bene ed il benessere della città, sempre con lealtà ed onestà assoluta. Ebbene, quel giorno erano tutti sul palco, quel giorno in cui si celebrava il centenario dell’unità d’Italia, di fronte al Presidente del Consiglio Fanfani e alle massime autorità dello Stato, il Prof. Corbo così finì il suo coraggioso discorso:” ...Ed infine, Signor Presidente, mi permetta di parlare a nome di tutte le città del nostro Meridione, in qualità di Sindaco di Gaeta, che per il suo generoso tributo di sangue e di sacrificio, per la sua insostituibile missione di civiltà e di storia, è stata sempre ed è considerata la porta del Sud d’Italia. A nome di questo Sud, fucina inesausta di nobili intelletti e di cuori generosi, io formulo l’auspicio ed il voto, nel giorno solenne che celebra i cento anni trascorsi dall’unità con la Patria, che le popolazioni meridionali possano finalmente concludere, sotto l’impulso del Governo Democratico e repubblicano, il loro millenario travaglio. Noi vogliamo concludere, Signor Presidente, l’opera di chi attuò nel sogno e nella pratica il Risorgimento d’Italia: facciamo sì che la Patria sia veramente la la Madre di tutti, e non più matrigna per molti; diamo a tutti una certezza, e non più soltanto speranza, di lavoro e di benessere; concludiamo cioè, lealmente e liberamente, quel moto risorgimentale che non voleva essere soltanto l’attuazione dell’unità territoriale e politica, ma soprattutto dell’unità morale, sociale e spirituale degli italiani. Auspicio che è già una certezza essendo formulato alla Sua presenza, Signor Presidente, e di tutte le altre responsabili ed illuminate autorità; ma soprattutto di fronte a questo popolo meraviglioso che è testimonianza di un solo cuore che palpita per gli stessi ideali e da Gaeta in questo giorno memorabile per le memorie del passato e per le speranze del futuro, io rilancio l’antico grido dei nostri avi, che già risuonò in ogni vicenda lieta e dolorosa, e che oggi risuoni in ogni cuore nella fede di un avvenire migliore: Viva l’Italia!”

Prof. Corbo, le sue parole sono ancora attuali. L’Italia, per il Sud, è ancora matrigna e non madre; l’Italia, per il Sud , in parte è ancora patria lontana, patria che fa emigrare i suoi figli, patria che non ha risolto la problematica della ricchezza di una sola parte del suo territorio, di quella patria che non vuole risolverla perché i Savoia hanno costruito artatamente un’economia padana a spese della colonia Sud; l’Italia è nostra patria quando ci chiamano a morire per guerre che non ci riguardano, l’Italia è nostra patria quando mandano i Meridionali a lavorare all’estero, senza protezione alcuna e senza assistenza; l’Italia è nostra patria quando sfruttano le risorse del Sud come il petrolio, o quando sfruttano da 140 anni le rimesse dei nostri emigranti assistendo il Nord padano. L’Italia non è nostra patria quando tutta l’economia è nelle mani degli imprenditori del Nord, quando andiamo a comprare merce nei supermercati, tutti del Nord, tutti nelle mani del capitale nordista; l’Italia non è la nostra patria quando vendono i nostri beni demaniali, i nostri gioielli lasciatici dai Borbone in eredità perenne. L’Italia non è la nostra patria quando le concessioni di qualunque tipo finiscono nelle mani massoniche degli imprenditori del Nord. Hanno distrutto il nostro apparato industriale, hanno distrutto la nostra economia, le nostre banche inglobate da quelle padane e nordiste, i mass media quasi tutti nelle mani del Nord. Volevano distruggere la nostra identità. Non ci sono riusciti, la memoria storica sta tornando, il Sud ha intrapreso la via maestra tracciata a San Leucio dai Borbone.

Tratto dal libro di Antonio Ciano " Le stragi e gli eccidi dei savoia"


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domenica 6 marzo 2011

Noi meridionalisti vi spieghiamo perchè non festeggiamo il 17 marzo...



Spesso ci chiedono il motivo per il quale noi meridionalisti del Partito del Sud non festeggeremo il 17 marzo, ed ecco che ci arrivano le solite domande o le consuete osservazioni del tipo "ma allora volete la separazione come la Lega Nord" , "ma mica rimpiangete il Regno delle Due Sicilie", "non si può mettere in discussione l'Unità d'Italia e voi esprimendo la vostra contrarietà al 17 marzo vi fate strumentalizzare", "ma sono passati tanti anni ed ancora voi meridionali vi lamentate che e' tutta colpa dei Savoia" etc etc...
Cerchiamo di mettere le cose a posto e di spiegare per bene, una volta per tutte, perchè non festeggeremo questa giornata e perchè manifesteremo il nostro dissenso verso questa giornata di "festa" e l'omaggio del Presidente Napolitano al Re Vittorio Emanuele II, e soprattutto perchè questo lo riteniamo importantissimo per una riscossa del Sud.
Il 17 marzo 1861 ci fu la proclamazione del "Regno d'Italia" che di fatto fu l'annessione di alcuni territori al Regno di Sardegna, da notare bene che mancava ancora Roma e il Veneto che sarebbero stati annessi ca. una decina di anni più tardi, e, soprattutto, non ci fu una nuova entità statale nata con il consenso del popolo ma un semplice cambio di denominazione dello Stato sabaudo che annetteva diversi territori (con campagne di guerra non dichiarata e con plebisciti truffa...) e si autoproclamava "Regno d'Italia". Prova ne fu che Vittorio Emanuele II re di Sardegna continuò a chiamarsi Vittorio Emaniele II re d'Italia (perchè non Vittorio Emanuele I re d'Italia?)e che il primo parlamento italiano fu l'ottavo parlamento di Torino, inoltre furono estese le leggi piemontesi al resto della penisola (come mai non ci fu allora una soluzione federalista che teneva conto delle differenze tra i vari territori? Forse perchè allora il Sud non era più povero del resto del paese come e' oggi dopo 150 anni di colonizzazione?).
Cosa ha portato al Sud questa proclamazione?
Dieci anni di guerra civile con centinaia di migliaia di morti nella guerra civile tra il 1861 ed il 1870 detta "guerra al brigantaggio" ("lo stato piemontese e' stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti" - Antonio Gramsci), le disastrose avventure coloniali, il fascismo e altre tragedie come le guerre mondiali con perdite umane immani...cosa dovremmo festeggiare?
E dal punto di vista economico?
Una spoliazione di ricchezze, una distruzione del nascente tessuto produttivo ed industriale borbonico per favorire l'affermazione dell'industria al Nord, un inasprimento feroce delle tasse (che erano molto piu' basse nel periodo precedente) e soprattutto la convinzione lombrosiana che "altro che Italia! Questa e' Africa! I beduini al confronto di questi cafoni sono latte e miele!" "i meridionali sono africani, da far diventare forzatamente italiani a colpi di baionetta!"...si leggano le dichiarazioni dei generali macellai e criminali di guerra come Cialdini o governatori illuminati come Farini inviati da Torino.
Non si capisce perchè una Repubblica nata nel 1946 debba festeggiare una monarchia così nefasta, dimenticandosi perfino che un re Savoia firmò le leggi sulla discrimanazione della razza.
Insomma il Sud dal 1861 fu ridotto a colonia e conobbe per la prima volta nella sua storia secolare la tragedia di un'emigrazione bibblica, una diaspora che nemmeno gli ebrei hanno conosciuto...in 150 anni più di 20 milioni di meridionali hanno abbandonato le loro case, i loro affetti e le loro radici per andare al centro-nord o all'estero, tale diaspora continua ancora ai giorni nostri con caratteristiche e modalità diverse.
Sarebbe stato un onore far parte di un'unica nazione una, "di lingua, di armi e di cor", aver versato da "fratelli d'Italia" il nostro sangue sul Piave per "liberare" lontanissime città come Gorizia....ma sinceramente non credevamo di avere come ringraziamento i cartelli "non si fitta ai meridionali" o gli striscioni negli stadi del Centro-Nord del tipo "Forza Vesuvio! Forza Etna! Terremotati! Colerosi!".
Non vogliamo il ritorno ad antiche monarchie ma e' paradossale, in un paese con ministri che hanno dichiarato di pulirsi le loro parti meno nobili col tricolore, pensare che siamo noi a minacciare "l'unità d'Italia", noi non vogliamo nessuna guerra contro il resto del paese e nessuna separazione...ancora più paradossale che tutto ciò che e' "borbonico" viene ancora visto come il male assoluto e qualcosa di oscurantista, retrogrado e minaccioso...mentre si finge di non vedere le bandiere della Padania (Stato che non e' mai esistito nella realtà storica) o di non ascoltare gli slogan razzisti dei raduni leghisti e tutto ciò non indigna, non e' "minaccioso dell'unità e della coesione nazionale".
Ieri la Questura di Roma ci nega una manifestazione il 17 al Pantheon, dove abbiamo espressamente affermato che volevamo organizzare una protesta ed un dissenso civile, pacifico e democratico ed assolutamente nel pieno rispetto delle leggi e del Presidente di questa Repubblica...ancora una volta, senza voler fare il "solito vittimismo meridionale", siamo figli di un Dio Minore? Siamo italiani di serie B?
Siamo stanchi di subire ed abbiamo il diritto e dovere di esprimere il nostro dissenso, ce lo dice l'articolo 21 della nostra Costituzione e quindi insisteremo con la Questura...e giovedì 17 marzo tutti al Pantheon con noi, ad esprimere civilmente e pacificamente, in maniera gandhiana direi, il nostro dissenso!!!
In questo paese con scarsa memoria si devono finalmente abbandonare i falsi miti risorgimentali, prima la verità...se si vuole parlare di unità e non le bugie e le favolette alla De Amicis.

Oltre la verità storica, per avere un paese davvero unito ci vuole una politica che crei le stesse possibilità al Nord ed al Sud, in una parola una politica di giustizia e di riequilibrio economico per diminuire le differenze invece che accentuarle, ciò che ha fatto la Germania alla caduta del muro di Berlino per riavvicinare il tenore (e la qualità) di vita dei tedeschi dell'Est a quelli dell'Ovest...abbiamo qualche "leggerissimo sospetto" che questo non sia l'obiettivo ne' della destra lumbard di Berlusconi e Bossi ne' della sinistra emiliana di Bersani....infatti il gap negli ultimi 16 anni e' aumentato.
Quando finalmente un giovane laureato a Napoli o a Palermo avrà, a parità di merito, le stesse possibilità di lavoro di un suo collega a Milano...quando per andare in treno da Napoli a Reggio C. ci si impiegherà lo stesso tempo che per andare da Roma a Milano...quando un imprenditore al Sud avrà le stesse possibilità di un suo collega al Nord, le banche gli concederanno prestiti alle stesse condizioni, le infrastrutture ed i servizi, oltre alla criminalità, non lo ostacoleranno...allora sì che possiamo parlare di "unità", fino a quel momento per favore risparmiateci le vostre favolette e le bugie risorgimentali da "fratelli d'Italia".
CHI CONTROLLA IL PASSATO CONTROLLA IL FUTURO (G. Orwell)


Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
PARTITO DEL SUD

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Spesso ci chiedono il motivo per il quale noi meridionalisti del Partito del Sud non festeggeremo il 17 marzo, ed ecco che ci arrivano le solite domande o le consuete osservazioni del tipo "ma allora volete la separazione come la Lega Nord" , "ma mica rimpiangete il Regno delle Due Sicilie", "non si può mettere in discussione l'Unità d'Italia e voi esprimendo la vostra contrarietà al 17 marzo vi fate strumentalizzare", "ma sono passati tanti anni ed ancora voi meridionali vi lamentate che e' tutta colpa dei Savoia" etc etc...
Cerchiamo di mettere le cose a posto e di spiegare per bene, una volta per tutte, perchè non festeggeremo questa giornata e perchè manifesteremo il nostro dissenso verso questa giornata di "festa" e l'omaggio del Presidente Napolitano al Re Vittorio Emanuele II, e soprattutto perchè questo lo riteniamo importantissimo per una riscossa del Sud.
Il 17 marzo 1861 ci fu la proclamazione del "Regno d'Italia" che di fatto fu l'annessione di alcuni territori al Regno di Sardegna, da notare bene che mancava ancora Roma e il Veneto che sarebbero stati annessi ca. una decina di anni più tardi, e, soprattutto, non ci fu una nuova entità statale nata con il consenso del popolo ma un semplice cambio di denominazione dello Stato sabaudo che annetteva diversi territori (con campagne di guerra non dichiarata e con plebisciti truffa...) e si autoproclamava "Regno d'Italia". Prova ne fu che Vittorio Emanuele II re di Sardegna continuò a chiamarsi Vittorio Emaniele II re d'Italia (perchè non Vittorio Emanuele I re d'Italia?)e che il primo parlamento italiano fu l'ottavo parlamento di Torino, inoltre furono estese le leggi piemontesi al resto della penisola (come mai non ci fu allora una soluzione federalista che teneva conto delle differenze tra i vari territori? Forse perchè allora il Sud non era più povero del resto del paese come e' oggi dopo 150 anni di colonizzazione?).
Cosa ha portato al Sud questa proclamazione?
Dieci anni di guerra civile con centinaia di migliaia di morti nella guerra civile tra il 1861 ed il 1870 detta "guerra al brigantaggio" ("lo stato piemontese e' stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti" - Antonio Gramsci), le disastrose avventure coloniali, il fascismo e altre tragedie come le guerre mondiali con perdite umane immani...cosa dovremmo festeggiare?
E dal punto di vista economico?
Una spoliazione di ricchezze, una distruzione del nascente tessuto produttivo ed industriale borbonico per favorire l'affermazione dell'industria al Nord, un inasprimento feroce delle tasse (che erano molto piu' basse nel periodo precedente) e soprattutto la convinzione lombrosiana che "altro che Italia! Questa e' Africa! I beduini al confronto di questi cafoni sono latte e miele!" "i meridionali sono africani, da far diventare forzatamente italiani a colpi di baionetta!"...si leggano le dichiarazioni dei generali macellai e criminali di guerra come Cialdini o governatori illuminati come Farini inviati da Torino.
Non si capisce perchè una Repubblica nata nel 1946 debba festeggiare una monarchia così nefasta, dimenticandosi perfino che un re Savoia firmò le leggi sulla discrimanazione della razza.
Insomma il Sud dal 1861 fu ridotto a colonia e conobbe per la prima volta nella sua storia secolare la tragedia di un'emigrazione bibblica, una diaspora che nemmeno gli ebrei hanno conosciuto...in 150 anni più di 20 milioni di meridionali hanno abbandonato le loro case, i loro affetti e le loro radici per andare al centro-nord o all'estero, tale diaspora continua ancora ai giorni nostri con caratteristiche e modalità diverse.
Sarebbe stato un onore far parte di un'unica nazione una, "di lingua, di armi e di cor", aver versato da "fratelli d'Italia" il nostro sangue sul Piave per "liberare" lontanissime città come Gorizia....ma sinceramente non credevamo di avere come ringraziamento i cartelli "non si fitta ai meridionali" o gli striscioni negli stadi del Centro-Nord del tipo "Forza Vesuvio! Forza Etna! Terremotati! Colerosi!".
Non vogliamo il ritorno ad antiche monarchie ma e' paradossale, in un paese con ministri che hanno dichiarato di pulirsi le loro parti meno nobili col tricolore, pensare che siamo noi a minacciare "l'unità d'Italia", noi non vogliamo nessuna guerra contro il resto del paese e nessuna separazione...ancora più paradossale che tutto ciò che e' "borbonico" viene ancora visto come il male assoluto e qualcosa di oscurantista, retrogrado e minaccioso...mentre si finge di non vedere le bandiere della Padania (Stato che non e' mai esistito nella realtà storica) o di non ascoltare gli slogan razzisti dei raduni leghisti e tutto ciò non indigna, non e' "minaccioso dell'unità e della coesione nazionale".
Ieri la Questura di Roma ci nega una manifestazione il 17 al Pantheon, dove abbiamo espressamente affermato che volevamo organizzare una protesta ed un dissenso civile, pacifico e democratico ed assolutamente nel pieno rispetto delle leggi e del Presidente di questa Repubblica...ancora una volta, senza voler fare il "solito vittimismo meridionale", siamo figli di un Dio Minore? Siamo italiani di serie B?
Siamo stanchi di subire ed abbiamo il diritto e dovere di esprimere il nostro dissenso, ce lo dice l'articolo 21 della nostra Costituzione e quindi insisteremo con la Questura...e giovedì 17 marzo tutti al Pantheon con noi, ad esprimere civilmente e pacificamente, in maniera gandhiana direi, il nostro dissenso!!!
In questo paese con scarsa memoria si devono finalmente abbandonare i falsi miti risorgimentali, prima la verità...se si vuole parlare di unità e non le bugie e le favolette alla De Amicis.

Oltre la verità storica, per avere un paese davvero unito ci vuole una politica che crei le stesse possibilità al Nord ed al Sud, in una parola una politica di giustizia e di riequilibrio economico per diminuire le differenze invece che accentuarle, ciò che ha fatto la Germania alla caduta del muro di Berlino per riavvicinare il tenore (e la qualità) di vita dei tedeschi dell'Est a quelli dell'Ovest...abbiamo qualche "leggerissimo sospetto" che questo non sia l'obiettivo ne' della destra lumbard di Berlusconi e Bossi ne' della sinistra emiliana di Bersani....infatti il gap negli ultimi 16 anni e' aumentato.
Quando finalmente un giovane laureato a Napoli o a Palermo avrà, a parità di merito, le stesse possibilità di lavoro di un suo collega a Milano...quando per andare in treno da Napoli a Reggio C. ci si impiegherà lo stesso tempo che per andare da Roma a Milano...quando un imprenditore al Sud avrà le stesse possibilità di un suo collega al Nord, le banche gli concederanno prestiti alle stesse condizioni, le infrastrutture ed i servizi, oltre alla criminalità, non lo ostacoleranno...allora sì che possiamo parlare di "unità", fino a quel momento per favore risparmiateci le vostre favolette e le bugie risorgimentali da "fratelli d'Italia".
CHI CONTROLLA IL PASSATO CONTROLLA IL FUTURO (G. Orwell)


Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
PARTITO DEL SUD

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venerdì 4 marzo 2011

NAPOLI, A PALAZZO VENEZIA Aperitivo con i Briganti : falsi eroi o semplicemente vincitori?

CHIARA CURIONE

CHIARA CURIONE

Sabato 12 febbraio 2011 a Napoli, presso Palazzo Venezia si è tenuta la presentazione del libro “Un Eroe Dalla Parte Sbagliata”(Besa editrice – 130 p.p. – Euro 11,00) dell’autrice barese Chiara Curione.
L’evento, che ha aperto una serie di appuntamenti che la testata “Il Brigante” dedicherà ai temi che da oltre dieci anni difende e diffonde, è stato introdotto e moderato dal suo direttore e fondatore Gino Giammarino. Nel suo intervento introduttivo il moderatore ha colto la palla al balzo per far riflettere i presenti sul fatto che non sempre gli eroi sono coloro che vincono (come ci vorrebbe far credere chi continua ad avallare la storiella dell’unità e dei fratelli d’Italia), bensì coloro che decidono di lottare per un ideale o per riconquistare una libertà rubata e nascosta dalle menzogne, proprio come fecero allora i cosìddetti Briganti.

Il libro tratta la storia di un bambino conteso tra i nonni: la nonna materna, milanese, e quelli paterni, pugliesi; proprio questi ultimi raccontano al bambino la storia di un loro antenato che dopo aver combattuto come sergente a fianco dei Garibaldini, capita la truffa, abbandonò tutto per schierarsi con i borbonici tra le bande dei Briganti. Un riuscito espediente letterario per passare ai ragazzi nelle scuole la vera storia del Sergente Pasquale Romano, personaggio dalla grande dignità ed animato da ansia di riscatto oltre alle capacità militari che è facile immaginare.

_NAA1139 (1)_NAA1297Amovimentare il dibattito sono stati una serie di ospiti tanto brillanti quanto disomogenei: il preparatissimo scrittore Vincenzo Martongelli, capace di affascinare il pubblico con voli pindarici ed intuizioni geniali, Andrea Balìa esponente del “Partito Del Sud” e particolarmente toccato dal romanzo per la somiglianza con il suo passato in quanto discendente per parte di madre anche egli dalla famiglia di un noto Brigante, Carmine Crocco, e, infine, daAntonio Salvia in rappresentanza di“Insieme per la Rinascita”, movimento molto attivo e determinato a spronare particolarmente i giovani contro i soprusi del nord. In più, una serie di sollecitazioni, anche polemiche, dal pubblico hanno contribuito a rendere l’incontro vivace e stimolante.

_NAA1203Poi, tutti nello splendido cortile-terrazzo di Palazzo Venezia, ospiti diGennaro e Cristina Buccino, squisiti padroni di casa, per sorseggiare un aperitivo, acquistare il libro, farsi firmare la dedica come da rituale e stare un po’ insieme per un po’ di sane pub





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CHIARA CURIONE

CHIARA CURIONE

Sabato 12 febbraio 2011 a Napoli, presso Palazzo Venezia si è tenuta la presentazione del libro “Un Eroe Dalla Parte Sbagliata”(Besa editrice – 130 p.p. – Euro 11,00) dell’autrice barese Chiara Curione.
L’evento, che ha aperto una serie di appuntamenti che la testata “Il Brigante” dedicherà ai temi che da oltre dieci anni difende e diffonde, è stato introdotto e moderato dal suo direttore e fondatore Gino Giammarino. Nel suo intervento introduttivo il moderatore ha colto la palla al balzo per far riflettere i presenti sul fatto che non sempre gli eroi sono coloro che vincono (come ci vorrebbe far credere chi continua ad avallare la storiella dell’unità e dei fratelli d’Italia), bensì coloro che decidono di lottare per un ideale o per riconquistare una libertà rubata e nascosta dalle menzogne, proprio come fecero allora i cosìddetti Briganti.

Il libro tratta la storia di un bambino conteso tra i nonni: la nonna materna, milanese, e quelli paterni, pugliesi; proprio questi ultimi raccontano al bambino la storia di un loro antenato che dopo aver combattuto come sergente a fianco dei Garibaldini, capita la truffa, abbandonò tutto per schierarsi con i borbonici tra le bande dei Briganti. Un riuscito espediente letterario per passare ai ragazzi nelle scuole la vera storia del Sergente Pasquale Romano, personaggio dalla grande dignità ed animato da ansia di riscatto oltre alle capacità militari che è facile immaginare.

_NAA1139 (1)_NAA1297Amovimentare il dibattito sono stati una serie di ospiti tanto brillanti quanto disomogenei: il preparatissimo scrittore Vincenzo Martongelli, capace di affascinare il pubblico con voli pindarici ed intuizioni geniali, Andrea Balìa esponente del “Partito Del Sud” e particolarmente toccato dal romanzo per la somiglianza con il suo passato in quanto discendente per parte di madre anche egli dalla famiglia di un noto Brigante, Carmine Crocco, e, infine, daAntonio Salvia in rappresentanza di“Insieme per la Rinascita”, movimento molto attivo e determinato a spronare particolarmente i giovani contro i soprusi del nord. In più, una serie di sollecitazioni, anche polemiche, dal pubblico hanno contribuito a rendere l’incontro vivace e stimolante.

_NAA1203Poi, tutti nello splendido cortile-terrazzo di Palazzo Venezia, ospiti diGennaro e Cristina Buccino, squisiti padroni di casa, per sorseggiare un aperitivo, acquistare il libro, farsi firmare la dedica come da rituale e stare un po’ insieme per un po’ di sane pub





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giovedì 24 febbraio 2011

Franco Piperno: La retorica unitaria a 150 anni dalla conquista del Sud


I).Le dimenticanze..

Ciò che più colpisce colui che osservi con attenzione la sagra celebrativa dell’unità nazionale, messa a parte la condizione di quasi-demenza senile di non pochi tra i più noti officianti, è la perdita di memoria, il velo di un oblio pubblico, condiviso, che ancor oggi, nella educazione sentimentale dei meridionali, copre pudicamente i massacri perpetrati nel corso della spedizione garibaldina; per non parlare della feroce repressione che, a partire dalle “regole d’ingaggio” impartite a bersaglieri e artiglieri piemontesi dalla legge speciale Pica, ha segnato, nella parte continentale del Regno di Napoli e per gli anni immediatamente successivi alla conquista, la costruzione, a tappe forzate, della macchina statale italo-sabauda.

Per argomentare con un episodio, si pensi che, qualche mese fa, una miriade sperduta di intellettuali meridionali, progressisti e antagonisti ad un tempo, ha avuto l’idea patetica di riunirsi a Teano per commemorare l’incontro tra il re savoiardo Vittorio Emanuele ed il nizzardo mazziniano Giuseppe Garibaldi; proprio quell’incontro che, sancendo l’emarginazione della vita civile del Mezzogiorno, fonda simbolicamente il nuovo stato su una operazione apertamente trasformistica — trasformismo che, come un vizio d’origine, farà nido nel costume etico-politico nazionale per arrivare intatto fino ai nostri giorni.

Riesce difficile vedere cosa ci sia che meriti d’essere festeggiato, per la sentimentalità meridionale, nell’incontro di Teano; tanto più se ci si ricorda che, a Pontelandolfo, centro contadino dell’osso sannitico, a pochi kilometri da quel luogo, l’anno successivo al fatale incontro, dopo aver costretto gli abitanti a stare nelle proprie case, i liberatori dell’esercito italiano diedero alle fiamme l’antico borgo; in quel rogo, narrano le cronache, perirono centinaia e centinaia di abitanti; e tra essi, come suol dirsi, vecchi, donne e bambini. Giova rammentare che la strage di Pontelandolfo è solo l’inizio e non resterà l’unica; una lunga sequela di indiscriminate punizioni collettive, gestite dai militari al di fuori di ogni prassi giudiziaria, cadenzerà, per quasi un decennio, la guerra per espugnare, ad una ad una, le città rurali del Meridione continentale. Alla fine, per dirla in cifre, centomila circa saranno i meridionali colpiti, tra morti in battaglia, fucilati, feriti gravemente o inviati all’ergastolo nelle prigioni piemontesi; mentre le perdite del regio esercito ammonteranno a poco più di settemila.

Se le cose stanno così, v’è, forse, del masochismo nella attitudine a genuflettersi davanti alle oleografie risorgimentali da parte della intellettualità meridionale – una sorta d’ inconsapevole compiacimento per aver perso la sovranità delle proprie città, per essere stati conquistati da bergamaschi e padani.

Quel che è certo è che siamo qui in presenza di una rimozione fabbricata iterativamente dalla nazionalizzazione della cultura e della scuola; e affiora, nel senso comune, alla stregua di una amnesia socialmente condivisa, una sorta di incapacità a situarsi in comunanza nel corso della storia. La millenaria esperienza delle città meridiane dorme insignificante nella coscienza collettiva; come quei ruderi sbrecciati che appaiono inaspettati nella spettrale periferia di quella che pure è stata l’antica Krotone.

Per la verità, qui non si tratta solo d’insignificanza del passato ma piuttosto del suo assurgere a simbolo di ciò da cui bisogna quasi rifuggire lontano, quasi fosse esso la causa di quell’aura malefica che avvolge la vita quotidiana delle comunità urbane nel Mezzogiorno d’Italia.

E questo non a caso, perché si sa che l’esperienza per essere ricondotta ad unità e quindi trapassare a principio d’individuazione, deve essere raccontata come una appartenenza comune—senza quel comune racconto, la soggettività urbana perde la sua potenza, e l’appartenenza si risolve in mera contingenza.

Sembra a noi che la perdita di memoria spieghi bene, in prima approssimazione, l’insolita situazione venutasi a creare, con l’unificazione della penisola italiana; che ha visto il Mezzogiorno incapace d’iniziativa comune, sottoposto a tanti mutamenti, economico-politici ed etico-politici, sempre elaborati altrove, luogo di rivoluzioni passive nate al di fuori ed imposte con la violenza della legge.

II).Le rivoluzioni passive del Mezzogiorno.

Vediamole brevemente. La grande emigrazione meridionale verso le Americhe, vero e proprio esodo di dimensioni bibliche avvenuto a partire dagli anni settanta del XIX secolo, è la diretta conseguenza delle misure giacobino-massoniche attuate dal governo sabaudo nei decenni successivi alla spedizione di mille. Si va dalla confisca dell’oro alle banche meridionali per ripagare gli istituti di credito piemontesi dei capitali investiti nelle imprese di conquista—confisca destinata ad amplificare esponenzialmente la pratica dell’usura e a smantellare crudelmente i precoci e tecnicamente avanzati episodi d’industrializzazione; si passa poi alla introduzione della leva militare pluriennale che sorprende e sconvolge la famiglia contadina; alla introduzione di una tassazione esosa che grava perfino sull’auto produzione per il consumo alimentare; alla abolizione della “universitas”, questa esplosione di senso giuridico inventata nel Medioevo, che assicurava, ad un tempo, nella forma degli “usi civici”,vuoi la sopravvivenza alimentare vuoi la gestione collettiva dei cicli agropastorali e la cura del paesaggio; alla guerra doganale con la Francia che provoca una irreversibile rattrappimento della produzione e delle esportazioni agricole del Sud; per finire con il primo conflitto mondiale, voluto dalla grande borghesia lombarda, barattato come quarta guerra d’indipendenza, e alimentato dalle vite di centinaia di migliaia di contadini meridionali, stupefatti e senza lingua, costretti a divenire italiani in quella bolgia dantesca che furono le trincee.

Poi, ancora il fascismo, fenomeno padano quanti altri mai; e, l’italianizzazione delle colonie con il trasferimento-deportazione delle popolazioni meridionali in Libia ed in Etiopia; e poi, di nuovo, la guerra, la seconda guerra mondiale, dove l’impiego della tecno-scienza ha comportato che le stesse città del Sud facessero parte, per la prima volta e direttamente, del campo di battaglia; e come coda di quel massacro, la lunga sconfitta, l’occupazione umiliante del territorio da parte di eserciti stranieri, fossero tedeschi o americani o inglesi o francesi d’oltremare..

In seguito,come non bastasse, ecco venire a maturazione il frutto più velenoso e duraturo del fascismo, l’antifascismo, appunto; nato, non a caso, come vento del Nord. La Costituzione repubblicana suggellerà l’egemonia dei produttori, ovvero degli interessi e delle consuetudini dei padroni e degli operai del Nord; mentre il fenomeno meridionale dell’occupazione delle terre, ultimo gesto autentico della civiltà contadina,con le passioni e le abitudini che esso rivela, non troverà alcun posto negli articoli della Carta; che anzi, ad una prima lettura, pare scritta addirittura contro la riappropriazione contadina della terra.

Nel dopoguerra, l’abolizione, da parte della neo nata Corte costituzionale, dello “imponibile di mano d’opera” cancellerà di un sol tratto le pur timide misure repubblicane di sostegno alla agricoltura del Sud; innescando, così, una nuova ondata migratoria, questa volta diretta soprattutto verso il Nord. Una intera generazione di meridionali andrà via per ricostruire le città industriali del Piemonte, della Lombardia come della Baviera e della Renania. Tutti gli avvenimenti che si svolgeranno in quegli anni – il decollo capitalistico, la programmazione economica ovvero le grandi opere pubbliche, il “68, la piccola guerra civile volgarmente nota come terrorismo, tangentopoli, la speculazione finanziaria, l’integrazione nel mercato europeo, le privatizzazione degli istituti pubblici con la conseguente scomparsa per la seconda volta delle banche meridionali, la globalizzazione cioè l’unificazione del mercato mondiale, il federalismo secessionista—tutto questo, anche quando coinvolgerà la vita quotidiana meridionale, sarà nato al Nord secondo le dinamiche ed i conflitti sociali di quei luoghi, senza tener in alcun conto, se non in termini assistenziali, delle risorse, degli interessi e delle potenzialità della civiltà meridionale.

Tocca riconoscere, in questi mesi di celebrazioni risorgimentali, non senza un certo raccapriccio, che perfino i lampi di memoria che illuminano per squarci la ferocia con la quale fu condotta la conquista del Sud, vengono non già dalle università o dagli studiosi meridionali, ma dagli intellettuali leghisti; insomma, è la voce di Borghesio che sollecita la nostra memoria perduta.

Certo, c’è del paradossale in questo arco temporale di un secolo e mezzo che ha visto un prima durante il quale i padani hanno imposto, a mano armata, l’annessione del Mezzogiorno; ed un poi per il quale proprio i pronipoti di quei bergamaschi si apprestano, a colpi di decreti del governo centrale, a separare ciò che prima avevano unito.

III). Recuperare il premoderno per difendersi dal moderno..

L’ emarginazione della vita civile meridionale non va imputata a qualche fatalità economica, fosse la penuria di investimenti privati o le gravi inadempienze della mano pubblica nell’assicurare adeguate infrastrutture. Piuttosto, essa è interamente addebitabile alla perdita di autonomia, culturale e politica, delle città: investite dalla modernizzazione forzata condotta dallo stato centrale e incapaci di farvi fronte, si sono rifugiate in una sorda passività, ripudiando la loro stessa potenza, rinunciando alla dimensione della soggettività agente, per limitarsi a praticare ossessivamente la rivendicazione, rancorosa e plebea, che si affida al futuro migliore ovvero all’attesa di risorse monetarie crescenti.

Così, dileguatasi la sovranità energetica e poi anche quella alimentare, ostruito il rapporto secolare città-campagna, si è venuta creando una ideologia della rendita, un tratto psicologico servile della personalità meridionale che rifugge il rischio e la umana, troppo umana precarietà; pratica la rappresentanza come rete clientelare; e briga, barattando il consenso elettorale, ad integrarsi nelle strutture pubbliche, massimamente in quelle dello stato centrale, quasi che la garanzia di reddito monetario fosse una rivalsa sociale per la libertà perduta.

Non è quindi per nulla sorprendente che i meridionali affollino il pubblico impiego; ed i loro rappresentanti, divenuti mediatori dei flussi finanziari, militino unanimi a favore della permanenza ed estensione dello stato centrale. Come nella favola filosofica, abbiamo qui un caso nel quale il servo si è impossessato del corpo del padrone.

Oggi che, per una molteplicità di motivi impossibili da elencare per esteso, questa sorda e passiva resistenza di massa alla modernizzazione è giunta a saturazione, occorre un primo gesto che rimescoli le carte ed apra un processo di risarcimento delle autonomie dei luoghi libertà, giacché si è liberi solo se la città è libera; questo primo gesto ci sembra possa essere uno sforzo di pensiero che inietti nel senso comune la consapevolezza che la condizione di malavita nella quale versa il Meridione non è responsabilità dell’ Italia e men che mai dell’Europa ma è opera dei meridionali stessi.

Tradotta in termini dell’agire politico, questa acquisizione comporta automaticamente il rifiuto del finanziamento modernizzatore e la riscoperta, nelle risorse locali, della ricchezza comune; per immediatamente dopo individuare i nemici più pericolosi, quelli interni, alla maniera di qanto accade nelle guerre civili; e circondare, quindi, d’odio sociale i professionisti della politica, quasi costituissero una specie di ceto parassitario e vile, ai quali chiedere conto personalmente delle responsabilità assunte, confiscando loro il patrimonio accumulato, ove fosse ingente ed acquisito grazie al ruolo rappresentativo svolto.

Come si vede, siamo ben lontani dal partito unico del Sud, questa proposta che somiglia ad un serpente che si morda la coda, un modo di aggravare ulteriormente la sofferenza alla quale in principio si vorrebbe porre riparo.

E ancor più lontani, pressoché agli antipodi, ci collochiamo dagli ipocriti ideologi della legalità, che scambiano le cause con gli effetti; e non si accorgono che le diverse comunità criminali meridionali sono potenti non in quanto, come fan tutte,banalmente organizzate bensì perché socialmente radicate, e in grado di costruire il consenso con gli stessi metodi con i quali il ceto dei rappresentanti costruisce il suo. E la differenza, che pure persiste, è tutta a favore dei criminali: non solo, dirò così, sul piano dell’onore inteso come stima sociale, giacché questi ultimi infrangono la legge mentre i politici delinquono protetti dalla legge; ma soprattutto essi, i membri delle comunità criminali, sanno cooperare e si mostrano capaci, dopo una fase di rapina dove il rischio è volto a realizzare l’accumulazione primitiva, di iniziative imprenditoriali assai più intelligenti ed efficaci di quanto accada per le clientele politiche.

Infatti, per dirla in breve, mentre la criminalità socialmente radicata tende a divenire, secondo le migliori tradizioni, borghesia imprenditrice, il ceto politico che vive di rappresentanza desidera semplicemente arricchirsi, e si acquieta pigramente nel suo potere di arbitro della condizione pubblicana.

IV). Cambiare il cambiamento: l’esodo semantico e la confederazione delle cinquanta città meridiane.

V’è nel Sud , come sentimento condiviso, un diffuso auto disprezzo per la cooperazione sociale, per l’agire collettivo— disistima di sé che costituisce il vero ostacolo alla rinascita. Non ci si libererà da questa passione triste attraverso l’ingegneria costituzionale; e neppure tramite soluzioni populistiche che deleghino la questione all’incerto carisma di qualche nuovissimo rinnovatore. Lo stato delle cose non è drammatico ma tragico, nel senso che solo una rottura profonda del senso comune può autorizzare la messa in atto di quel desiderio di accettare i propri limiti, di realizzarsi menando semplicemente una buona vita — potenzialità presente da sempre, sia pure allo stato di latenza, nella mentalità meridiana.

Qui davvero può dirsi che la grande trasformazione è prima di tutto una trasformazione interiore: il suddito del Mezzogiorno per divenire cittadino libero deve compiere un esodo semantico, una dolorosa separazione da parole- chiave che gli sono familiari, malgrado risultino desolate e vuote di significato.

Come procedere collettivamente alla trasformazione interiore, si sa, non è possibile apprenderlo a scuola; né è compito che possa essere portato a termine con la persuasione o il consenso elettorale. Occorrono gesti la cui potenza simbolica sia in diretta proporzionale alla violenza sociale che minacciano o alla quale alludono. Giacché, oggi come ieri, niente comunica più verità che la determinazione a conseguire una esistenza piena mettendo a rischio il proprio corpo,fosse la libertà o la stessa vita.

Ed è giusto questa considerazione che ci fa guardare con fiducia alla forma d’insurrezione urbana che ha via via assunto, da quasi un decennio, il conflitto sociale nel Meridione d’Italia. Da Scansano passando per Cosenza e poi Scilla per giungere a Terzigno,un lungo ciclo d’ insorgenze cittadine si è venuto svolgendo attorno alla cura e alla difesa dei luoghi. Queste insorgenze sono le imprese collettive attraverso le quali si forma una nuova leva di cittadini attivi,determinati a risolvere i problemi contando sulle proprie forze, mettendo in campo quella formidabile energia che sola la pratica dell’autogoverno è in grado d’accendere..

A fronte delle masse insorgenti, come è già accaduto più volte nella storia delle città rurali, lo stato si mostra tanto incapace di mediazione quanto di repressione—e questa impotenza contribuisce grandemente alla sua delegittimazione nell’opinione comune. Anche la rappresentanza locale, a qualsiasi partito appartenga, perde ogni capacità d’iniziativa; e o si adegua, obbediente, alle ragioni degli insorti o scompare, in un batter di ciglia.

Infine, per ultimo ma non ultimo, le insorgenze urbane riscoprono spontaneamente le antiche forme istituzionali della democrazia, quella vera, diretta; e le contrappongono frontalmente a quelle proprie alla rappresentanza. Ecco allora, come per incanto, riapparire l’assemblea urbana dove ogni cittadino può prendere pubblicamente la parola; circostanza che la rende luogo adeguato, oggi come due millenni fa’, all’esercizio della sovranità indivisa e totale. Inoltre, per coordinare le assemblee e potenziare la cooperazione, non vi sono più rappresentanti a decidere per conto ed in nome dei rappresentati; al loro posto, secondo la tradizione consiliare, appaiono i “delegati” con mandato imperativo e continuamente revocabile. Insomma,giova ripeterlo, si tratta di esperienze attuali , postmoderne e perfino raffinate della antichissima pratica della democrazia diretta.

Certo, è presto, troppo presto per dire se queste esperienze convergeranno in una grande trasformazione capace di assicurare la rinascita del Meridione. Ma certo è che per la prima volta, dopo tanto tempo, si presenta come praticabile un processo che punta al ridimensionamento dello stato centrale a favore delle città, secondo lo slogan ciromista: il potere alle città, la potenza ai cittadini. Così, sembra nascere dal Mezzogiorno una proposta politica che appare riproponibile anche per il centro-nord del nostro paese, secondo l’intuizione del Cattaneo; una proposta che rifiuta il burocratico federalismo regionale, per puntare dritto su la “confederazione delle cento città”, forma finalmente adeguata alla civiltà complessa delle nazioni italiane.

FONTE: Loop in edicola da venerdì 18 Febbraio

http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=12037&catid=41&Itemid=68

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I).Le dimenticanze..

Ciò che più colpisce colui che osservi con attenzione la sagra celebrativa dell’unità nazionale, messa a parte la condizione di quasi-demenza senile di non pochi tra i più noti officianti, è la perdita di memoria, il velo di un oblio pubblico, condiviso, che ancor oggi, nella educazione sentimentale dei meridionali, copre pudicamente i massacri perpetrati nel corso della spedizione garibaldina; per non parlare della feroce repressione che, a partire dalle “regole d’ingaggio” impartite a bersaglieri e artiglieri piemontesi dalla legge speciale Pica, ha segnato, nella parte continentale del Regno di Napoli e per gli anni immediatamente successivi alla conquista, la costruzione, a tappe forzate, della macchina statale italo-sabauda.

Per argomentare con un episodio, si pensi che, qualche mese fa, una miriade sperduta di intellettuali meridionali, progressisti e antagonisti ad un tempo, ha avuto l’idea patetica di riunirsi a Teano per commemorare l’incontro tra il re savoiardo Vittorio Emanuele ed il nizzardo mazziniano Giuseppe Garibaldi; proprio quell’incontro che, sancendo l’emarginazione della vita civile del Mezzogiorno, fonda simbolicamente il nuovo stato su una operazione apertamente trasformistica — trasformismo che, come un vizio d’origine, farà nido nel costume etico-politico nazionale per arrivare intatto fino ai nostri giorni.

Riesce difficile vedere cosa ci sia che meriti d’essere festeggiato, per la sentimentalità meridionale, nell’incontro di Teano; tanto più se ci si ricorda che, a Pontelandolfo, centro contadino dell’osso sannitico, a pochi kilometri da quel luogo, l’anno successivo al fatale incontro, dopo aver costretto gli abitanti a stare nelle proprie case, i liberatori dell’esercito italiano diedero alle fiamme l’antico borgo; in quel rogo, narrano le cronache, perirono centinaia e centinaia di abitanti; e tra essi, come suol dirsi, vecchi, donne e bambini. Giova rammentare che la strage di Pontelandolfo è solo l’inizio e non resterà l’unica; una lunga sequela di indiscriminate punizioni collettive, gestite dai militari al di fuori di ogni prassi giudiziaria, cadenzerà, per quasi un decennio, la guerra per espugnare, ad una ad una, le città rurali del Meridione continentale. Alla fine, per dirla in cifre, centomila circa saranno i meridionali colpiti, tra morti in battaglia, fucilati, feriti gravemente o inviati all’ergastolo nelle prigioni piemontesi; mentre le perdite del regio esercito ammonteranno a poco più di settemila.

Se le cose stanno così, v’è, forse, del masochismo nella attitudine a genuflettersi davanti alle oleografie risorgimentali da parte della intellettualità meridionale – una sorta d’ inconsapevole compiacimento per aver perso la sovranità delle proprie città, per essere stati conquistati da bergamaschi e padani.

Quel che è certo è che siamo qui in presenza di una rimozione fabbricata iterativamente dalla nazionalizzazione della cultura e della scuola; e affiora, nel senso comune, alla stregua di una amnesia socialmente condivisa, una sorta di incapacità a situarsi in comunanza nel corso della storia. La millenaria esperienza delle città meridiane dorme insignificante nella coscienza collettiva; come quei ruderi sbrecciati che appaiono inaspettati nella spettrale periferia di quella che pure è stata l’antica Krotone.

Per la verità, qui non si tratta solo d’insignificanza del passato ma piuttosto del suo assurgere a simbolo di ciò da cui bisogna quasi rifuggire lontano, quasi fosse esso la causa di quell’aura malefica che avvolge la vita quotidiana delle comunità urbane nel Mezzogiorno d’Italia.

E questo non a caso, perché si sa che l’esperienza per essere ricondotta ad unità e quindi trapassare a principio d’individuazione, deve essere raccontata come una appartenenza comune—senza quel comune racconto, la soggettività urbana perde la sua potenza, e l’appartenenza si risolve in mera contingenza.

Sembra a noi che la perdita di memoria spieghi bene, in prima approssimazione, l’insolita situazione venutasi a creare, con l’unificazione della penisola italiana; che ha visto il Mezzogiorno incapace d’iniziativa comune, sottoposto a tanti mutamenti, economico-politici ed etico-politici, sempre elaborati altrove, luogo di rivoluzioni passive nate al di fuori ed imposte con la violenza della legge.

II).Le rivoluzioni passive del Mezzogiorno.

Vediamole brevemente. La grande emigrazione meridionale verso le Americhe, vero e proprio esodo di dimensioni bibliche avvenuto a partire dagli anni settanta del XIX secolo, è la diretta conseguenza delle misure giacobino-massoniche attuate dal governo sabaudo nei decenni successivi alla spedizione di mille. Si va dalla confisca dell’oro alle banche meridionali per ripagare gli istituti di credito piemontesi dei capitali investiti nelle imprese di conquista—confisca destinata ad amplificare esponenzialmente la pratica dell’usura e a smantellare crudelmente i precoci e tecnicamente avanzati episodi d’industrializzazione; si passa poi alla introduzione della leva militare pluriennale che sorprende e sconvolge la famiglia contadina; alla introduzione di una tassazione esosa che grava perfino sull’auto produzione per il consumo alimentare; alla abolizione della “universitas”, questa esplosione di senso giuridico inventata nel Medioevo, che assicurava, ad un tempo, nella forma degli “usi civici”,vuoi la sopravvivenza alimentare vuoi la gestione collettiva dei cicli agropastorali e la cura del paesaggio; alla guerra doganale con la Francia che provoca una irreversibile rattrappimento della produzione e delle esportazioni agricole del Sud; per finire con il primo conflitto mondiale, voluto dalla grande borghesia lombarda, barattato come quarta guerra d’indipendenza, e alimentato dalle vite di centinaia di migliaia di contadini meridionali, stupefatti e senza lingua, costretti a divenire italiani in quella bolgia dantesca che furono le trincee.

Poi, ancora il fascismo, fenomeno padano quanti altri mai; e, l’italianizzazione delle colonie con il trasferimento-deportazione delle popolazioni meridionali in Libia ed in Etiopia; e poi, di nuovo, la guerra, la seconda guerra mondiale, dove l’impiego della tecno-scienza ha comportato che le stesse città del Sud facessero parte, per la prima volta e direttamente, del campo di battaglia; e come coda di quel massacro, la lunga sconfitta, l’occupazione umiliante del territorio da parte di eserciti stranieri, fossero tedeschi o americani o inglesi o francesi d’oltremare..

In seguito,come non bastasse, ecco venire a maturazione il frutto più velenoso e duraturo del fascismo, l’antifascismo, appunto; nato, non a caso, come vento del Nord. La Costituzione repubblicana suggellerà l’egemonia dei produttori, ovvero degli interessi e delle consuetudini dei padroni e degli operai del Nord; mentre il fenomeno meridionale dell’occupazione delle terre, ultimo gesto autentico della civiltà contadina,con le passioni e le abitudini che esso rivela, non troverà alcun posto negli articoli della Carta; che anzi, ad una prima lettura, pare scritta addirittura contro la riappropriazione contadina della terra.

Nel dopoguerra, l’abolizione, da parte della neo nata Corte costituzionale, dello “imponibile di mano d’opera” cancellerà di un sol tratto le pur timide misure repubblicane di sostegno alla agricoltura del Sud; innescando, così, una nuova ondata migratoria, questa volta diretta soprattutto verso il Nord. Una intera generazione di meridionali andrà via per ricostruire le città industriali del Piemonte, della Lombardia come della Baviera e della Renania. Tutti gli avvenimenti che si svolgeranno in quegli anni – il decollo capitalistico, la programmazione economica ovvero le grandi opere pubbliche, il “68, la piccola guerra civile volgarmente nota come terrorismo, tangentopoli, la speculazione finanziaria, l’integrazione nel mercato europeo, le privatizzazione degli istituti pubblici con la conseguente scomparsa per la seconda volta delle banche meridionali, la globalizzazione cioè l’unificazione del mercato mondiale, il federalismo secessionista—tutto questo, anche quando coinvolgerà la vita quotidiana meridionale, sarà nato al Nord secondo le dinamiche ed i conflitti sociali di quei luoghi, senza tener in alcun conto, se non in termini assistenziali, delle risorse, degli interessi e delle potenzialità della civiltà meridionale.

Tocca riconoscere, in questi mesi di celebrazioni risorgimentali, non senza un certo raccapriccio, che perfino i lampi di memoria che illuminano per squarci la ferocia con la quale fu condotta la conquista del Sud, vengono non già dalle università o dagli studiosi meridionali, ma dagli intellettuali leghisti; insomma, è la voce di Borghesio che sollecita la nostra memoria perduta.

Certo, c’è del paradossale in questo arco temporale di un secolo e mezzo che ha visto un prima durante il quale i padani hanno imposto, a mano armata, l’annessione del Mezzogiorno; ed un poi per il quale proprio i pronipoti di quei bergamaschi si apprestano, a colpi di decreti del governo centrale, a separare ciò che prima avevano unito.

III). Recuperare il premoderno per difendersi dal moderno..

L’ emarginazione della vita civile meridionale non va imputata a qualche fatalità economica, fosse la penuria di investimenti privati o le gravi inadempienze della mano pubblica nell’assicurare adeguate infrastrutture. Piuttosto, essa è interamente addebitabile alla perdita di autonomia, culturale e politica, delle città: investite dalla modernizzazione forzata condotta dallo stato centrale e incapaci di farvi fronte, si sono rifugiate in una sorda passività, ripudiando la loro stessa potenza, rinunciando alla dimensione della soggettività agente, per limitarsi a praticare ossessivamente la rivendicazione, rancorosa e plebea, che si affida al futuro migliore ovvero all’attesa di risorse monetarie crescenti.

Così, dileguatasi la sovranità energetica e poi anche quella alimentare, ostruito il rapporto secolare città-campagna, si è venuta creando una ideologia della rendita, un tratto psicologico servile della personalità meridionale che rifugge il rischio e la umana, troppo umana precarietà; pratica la rappresentanza come rete clientelare; e briga, barattando il consenso elettorale, ad integrarsi nelle strutture pubbliche, massimamente in quelle dello stato centrale, quasi che la garanzia di reddito monetario fosse una rivalsa sociale per la libertà perduta.

Non è quindi per nulla sorprendente che i meridionali affollino il pubblico impiego; ed i loro rappresentanti, divenuti mediatori dei flussi finanziari, militino unanimi a favore della permanenza ed estensione dello stato centrale. Come nella favola filosofica, abbiamo qui un caso nel quale il servo si è impossessato del corpo del padrone.

Oggi che, per una molteplicità di motivi impossibili da elencare per esteso, questa sorda e passiva resistenza di massa alla modernizzazione è giunta a saturazione, occorre un primo gesto che rimescoli le carte ed apra un processo di risarcimento delle autonomie dei luoghi libertà, giacché si è liberi solo se la città è libera; questo primo gesto ci sembra possa essere uno sforzo di pensiero che inietti nel senso comune la consapevolezza che la condizione di malavita nella quale versa il Meridione non è responsabilità dell’ Italia e men che mai dell’Europa ma è opera dei meridionali stessi.

Tradotta in termini dell’agire politico, questa acquisizione comporta automaticamente il rifiuto del finanziamento modernizzatore e la riscoperta, nelle risorse locali, della ricchezza comune; per immediatamente dopo individuare i nemici più pericolosi, quelli interni, alla maniera di qanto accade nelle guerre civili; e circondare, quindi, d’odio sociale i professionisti della politica, quasi costituissero una specie di ceto parassitario e vile, ai quali chiedere conto personalmente delle responsabilità assunte, confiscando loro il patrimonio accumulato, ove fosse ingente ed acquisito grazie al ruolo rappresentativo svolto.

Come si vede, siamo ben lontani dal partito unico del Sud, questa proposta che somiglia ad un serpente che si morda la coda, un modo di aggravare ulteriormente la sofferenza alla quale in principio si vorrebbe porre riparo.

E ancor più lontani, pressoché agli antipodi, ci collochiamo dagli ipocriti ideologi della legalità, che scambiano le cause con gli effetti; e non si accorgono che le diverse comunità criminali meridionali sono potenti non in quanto, come fan tutte,banalmente organizzate bensì perché socialmente radicate, e in grado di costruire il consenso con gli stessi metodi con i quali il ceto dei rappresentanti costruisce il suo. E la differenza, che pure persiste, è tutta a favore dei criminali: non solo, dirò così, sul piano dell’onore inteso come stima sociale, giacché questi ultimi infrangono la legge mentre i politici delinquono protetti dalla legge; ma soprattutto essi, i membri delle comunità criminali, sanno cooperare e si mostrano capaci, dopo una fase di rapina dove il rischio è volto a realizzare l’accumulazione primitiva, di iniziative imprenditoriali assai più intelligenti ed efficaci di quanto accada per le clientele politiche.

Infatti, per dirla in breve, mentre la criminalità socialmente radicata tende a divenire, secondo le migliori tradizioni, borghesia imprenditrice, il ceto politico che vive di rappresentanza desidera semplicemente arricchirsi, e si acquieta pigramente nel suo potere di arbitro della condizione pubblicana.

IV). Cambiare il cambiamento: l’esodo semantico e la confederazione delle cinquanta città meridiane.

V’è nel Sud , come sentimento condiviso, un diffuso auto disprezzo per la cooperazione sociale, per l’agire collettivo— disistima di sé che costituisce il vero ostacolo alla rinascita. Non ci si libererà da questa passione triste attraverso l’ingegneria costituzionale; e neppure tramite soluzioni populistiche che deleghino la questione all’incerto carisma di qualche nuovissimo rinnovatore. Lo stato delle cose non è drammatico ma tragico, nel senso che solo una rottura profonda del senso comune può autorizzare la messa in atto di quel desiderio di accettare i propri limiti, di realizzarsi menando semplicemente una buona vita — potenzialità presente da sempre, sia pure allo stato di latenza, nella mentalità meridiana.

Qui davvero può dirsi che la grande trasformazione è prima di tutto una trasformazione interiore: il suddito del Mezzogiorno per divenire cittadino libero deve compiere un esodo semantico, una dolorosa separazione da parole- chiave che gli sono familiari, malgrado risultino desolate e vuote di significato.

Come procedere collettivamente alla trasformazione interiore, si sa, non è possibile apprenderlo a scuola; né è compito che possa essere portato a termine con la persuasione o il consenso elettorale. Occorrono gesti la cui potenza simbolica sia in diretta proporzionale alla violenza sociale che minacciano o alla quale alludono. Giacché, oggi come ieri, niente comunica più verità che la determinazione a conseguire una esistenza piena mettendo a rischio il proprio corpo,fosse la libertà o la stessa vita.

Ed è giusto questa considerazione che ci fa guardare con fiducia alla forma d’insurrezione urbana che ha via via assunto, da quasi un decennio, il conflitto sociale nel Meridione d’Italia. Da Scansano passando per Cosenza e poi Scilla per giungere a Terzigno,un lungo ciclo d’ insorgenze cittadine si è venuto svolgendo attorno alla cura e alla difesa dei luoghi. Queste insorgenze sono le imprese collettive attraverso le quali si forma una nuova leva di cittadini attivi,determinati a risolvere i problemi contando sulle proprie forze, mettendo in campo quella formidabile energia che sola la pratica dell’autogoverno è in grado d’accendere..

A fronte delle masse insorgenti, come è già accaduto più volte nella storia delle città rurali, lo stato si mostra tanto incapace di mediazione quanto di repressione—e questa impotenza contribuisce grandemente alla sua delegittimazione nell’opinione comune. Anche la rappresentanza locale, a qualsiasi partito appartenga, perde ogni capacità d’iniziativa; e o si adegua, obbediente, alle ragioni degli insorti o scompare, in un batter di ciglia.

Infine, per ultimo ma non ultimo, le insorgenze urbane riscoprono spontaneamente le antiche forme istituzionali della democrazia, quella vera, diretta; e le contrappongono frontalmente a quelle proprie alla rappresentanza. Ecco allora, come per incanto, riapparire l’assemblea urbana dove ogni cittadino può prendere pubblicamente la parola; circostanza che la rende luogo adeguato, oggi come due millenni fa’, all’esercizio della sovranità indivisa e totale. Inoltre, per coordinare le assemblee e potenziare la cooperazione, non vi sono più rappresentanti a decidere per conto ed in nome dei rappresentati; al loro posto, secondo la tradizione consiliare, appaiono i “delegati” con mandato imperativo e continuamente revocabile. Insomma,giova ripeterlo, si tratta di esperienze attuali , postmoderne e perfino raffinate della antichissima pratica della democrazia diretta.

Certo, è presto, troppo presto per dire se queste esperienze convergeranno in una grande trasformazione capace di assicurare la rinascita del Meridione. Ma certo è che per la prima volta, dopo tanto tempo, si presenta come praticabile un processo che punta al ridimensionamento dello stato centrale a favore delle città, secondo lo slogan ciromista: il potere alle città, la potenza ai cittadini. Così, sembra nascere dal Mezzogiorno una proposta politica che appare riproponibile anche per il centro-nord del nostro paese, secondo l’intuizione del Cattaneo; una proposta che rifiuta il burocratico federalismo regionale, per puntare dritto su la “confederazione delle cento città”, forma finalmente adeguata alla civiltà complessa delle nazioni italiane.

FONTE: Loop in edicola da venerdì 18 Febbraio

http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=12037&catid=41&Itemid=68

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La vera storia della spedizione dei mille.


http://www.youtube.com/watch?v=dmsEdo3rEhc&feature=player_embedded

La spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un'avventura epica quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all'improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito molto più numeroso, poi risalgono la penisola fino a giungere a Napoli, Capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su per dare agli italiani la nazione unita.

Troppo hollywoodiano per essere vero, e difatti non lo è


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http://www.youtube.com/watch?v=dmsEdo3rEhc&feature=player_embedded

La spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un'avventura epica quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all'improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito molto più numeroso, poi risalgono la penisola fino a giungere a Napoli, Capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su per dare agli italiani la nazione unita.

Troppo hollywoodiano per essere vero, e difatti non lo è


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mercoledì 23 febbraio 2011

Napoli Catania - Tutti allo stadio con la bandiera delle Due Sicilie


http://www.youtube.com/watch?v=YNqsPXWrrXc&feature=feedu

I meridionalisti contro le celebrazioni dei 150 anni di unità d'Italia portano allo stadio San Paolo le bandiere del Regno delle Due Sicilie. Contro le menzogne del Risorgimento per ristabilire le verità sul dramma vissuto dal Sud Italia dal 1860 in poi.

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I meridionalisti contro le celebrazioni dei 150 anni di unità d'Italia portano allo stadio San Paolo le bandiere del Regno delle Due Sicilie. Contro le menzogne del Risorgimento per ristabilire le verità sul dramma vissuto dal Sud Italia dal 1860 in poi.

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martedì 22 febbraio 2011

Su Sky: evento "porta la bandiera duosiciliana allo stadio"


http://www.youtube.com/watch?v=Mam_5WeSiGo

Su Sky parlano dell' evento "porta la bandiera duosiciliana alo stadio"


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Su Sky parlano dell' evento "porta la bandiera duosiciliana alo stadio"


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150° Giovedì sera grande successo al Teatro Ariston di... Gaeta!

Nella stessa serata in cui il Festival di Sanremo celebrava il 150° anniversario dell'Unità d'Italia con Roberto Benigni anche a Gaeta, nel SUO teatro Ariston, si celebrava con successo lo stesso anniversario.

Gaeta ha celebrato però a suo modo proiettando il documentario "Ma che storia" del regista pontino Gianfranco Pannone.

La serata è continuata poi con il dibattito con il regista e col grande musicista Ambrogio Sparagna, che ha selezionato le musiche per la colonna sonora del documentario. Gli spettatori hanno apprezzato il film che onora l'unità d'Italia esplorandone tutte le sfaccettature dalla questione meridionale, alle complicazioni politiche e rimarcando le incomprensioni tra la gente più semplice, gli intelletuali e il potere politico che non hanno permesso un vero sentimento di coesione nazionale nonostante la grande rivoluzione risorgimentale.

Il pubblico è accorso davvero numeroso e a tutti quelli che non sono riusciti ad accedere alla serata, che ricordiamo era totalmente gratuita e patrocinata dal Comune di Gaeta, suggeriamo di recuperare questo importante documentario presentato tra l'altro anche al Festival di Venezia dello scorso anno.


Il Risorgimento in un racconto lungo 150 anni: gioie e dolori di un paese grande e complicato.
Un viaggio tragicomico nella nostra storia attraverso il lungo e faticoso percorso unitario italiano. Mazzini, Garibaldi, Cavour…, nomi che oggi ci arrivano lontani, ma che così lontani non sono.
Una grande rivoluzione quella del Risorgimento, salutata come vera e propria epopea nell’800, ma ridimensionata nel secolo successivo dal “male oscuro” italiano.
Potere, intellettuali e popolo, un rapporto difficile, spesso violento e non privo di cinismo, che di fatto ha impedito il formarsi di un sentimento nazionale condiviso. E poi, un popolo di contadini quello italiano del primo novecento, via via cancellato dalle ideologie e da un’ansia del “nuovo” che hanno finito con l’emarginare tradizioni, consuetudini, affetti.
Il racconto di questa epopea a metà, si sviluppa tra i cinegiornali e i documentari, dell’archivio Luce, dagli anni dieci agli ottanta, che attraversano non senza retorica la storia nazionale; un sentimento critico e amaro, anche ironico, tutto presente nelle parole di scrittori e poeti di estrazione politico-culturale diversa; e, vero e proprio controcanto, suoni ed espressioni del popolo, che raccontano gioie e dolori di una storia ricca e violenta. Così il sobrio ricordo di uno zio morto nella Grande guerra risvegliato da Vittorio Foa, si incontra con le strofe cantate di Raffaele Viviani contro ogni guerra, per poi scontrarsi con i retaggi fascisti della storia nazionale, affidati agli impeti di un popolo che si vuole guerriero ad ogni costo.
Un Paese, come ci ricorda Alberto Arbasino, cresciuto a marcette, celebrazioni, lustrini, lumini, icone, fino all’inevitabile rigetto. Un Paese incapace di mettersi in discussione, di elaborare i propri lutti, di guardarsi dentro, tutto proteso verso un finto nuovo che ha finito col procurare grandi tragedie partorite da folli illusioni. Un Paese che si potrebbe dire morto, se non fosse che gli appartengono pagine straordinarie di storia e letteratura oltre che una ricchezza antropologica unica.







http://www.youtube.com/watch?v=bur4zRCEDPU

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Nella stessa serata in cui il Festival di Sanremo celebrava il 150° anniversario dell'Unità d'Italia con Roberto Benigni anche a Gaeta, nel SUO teatro Ariston, si celebrava con successo lo stesso anniversario.

Gaeta ha celebrato però a suo modo proiettando il documentario "Ma che storia" del regista pontino Gianfranco Pannone.

La serata è continuata poi con il dibattito con il regista e col grande musicista Ambrogio Sparagna, che ha selezionato le musiche per la colonna sonora del documentario. Gli spettatori hanno apprezzato il film che onora l'unità d'Italia esplorandone tutte le sfaccettature dalla questione meridionale, alle complicazioni politiche e rimarcando le incomprensioni tra la gente più semplice, gli intelletuali e il potere politico che non hanno permesso un vero sentimento di coesione nazionale nonostante la grande rivoluzione risorgimentale.

Il pubblico è accorso davvero numeroso e a tutti quelli che non sono riusciti ad accedere alla serata, che ricordiamo era totalmente gratuita e patrocinata dal Comune di Gaeta, suggeriamo di recuperare questo importante documentario presentato tra l'altro anche al Festival di Venezia dello scorso anno.


Il Risorgimento in un racconto lungo 150 anni: gioie e dolori di un paese grande e complicato.
Un viaggio tragicomico nella nostra storia attraverso il lungo e faticoso percorso unitario italiano. Mazzini, Garibaldi, Cavour…, nomi che oggi ci arrivano lontani, ma che così lontani non sono.
Una grande rivoluzione quella del Risorgimento, salutata come vera e propria epopea nell’800, ma ridimensionata nel secolo successivo dal “male oscuro” italiano.
Potere, intellettuali e popolo, un rapporto difficile, spesso violento e non privo di cinismo, che di fatto ha impedito il formarsi di un sentimento nazionale condiviso. E poi, un popolo di contadini quello italiano del primo novecento, via via cancellato dalle ideologie e da un’ansia del “nuovo” che hanno finito con l’emarginare tradizioni, consuetudini, affetti.
Il racconto di questa epopea a metà, si sviluppa tra i cinegiornali e i documentari, dell’archivio Luce, dagli anni dieci agli ottanta, che attraversano non senza retorica la storia nazionale; un sentimento critico e amaro, anche ironico, tutto presente nelle parole di scrittori e poeti di estrazione politico-culturale diversa; e, vero e proprio controcanto, suoni ed espressioni del popolo, che raccontano gioie e dolori di una storia ricca e violenta. Così il sobrio ricordo di uno zio morto nella Grande guerra risvegliato da Vittorio Foa, si incontra con le strofe cantate di Raffaele Viviani contro ogni guerra, per poi scontrarsi con i retaggi fascisti della storia nazionale, affidati agli impeti di un popolo che si vuole guerriero ad ogni costo.
Un Paese, come ci ricorda Alberto Arbasino, cresciuto a marcette, celebrazioni, lustrini, lumini, icone, fino all’inevitabile rigetto. Un Paese incapace di mettersi in discussione, di elaborare i propri lutti, di guardarsi dentro, tutto proteso verso un finto nuovo che ha finito col procurare grandi tragedie partorite da folli illusioni. Un Paese che si potrebbe dire morto, se non fosse che gli appartengono pagine straordinarie di storia e letteratura oltre che una ricchezza antropologica unica.







http://www.youtube.com/watch?v=bur4zRCEDPU

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