giovedì 24 marzo 2016

Sul quotidiano "Roma", oggi in edicola, una bella intervista al Presidente Onorario del Partito del Sud Antonio Ciano,

Sul quotidiano "Roma", oggi in edicola, una bella intervista al Presidente Onorario del Partito del Sud Antonio Ciano, il Brigante del Sud. Un uomo che, come giustamente scrive il giornalista, non ha certo bisogno di presentazioni. 

Ciano ricorda e ribadisce nell'intervista uno storico "cavallo di battaglia" del nostro Partito e cioè una Italia confederata in Macroregioni, con un'unica Macroregione Sud. Sottolineato inoltre e per l'ennesima volta che il Partito del Sud è formato da meridionalisti identitari, repubblicani, federalisti e antifascisti. Grande Antonio!



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Sul quotidiano "Roma", oggi in edicola, una bella intervista al Presidente Onorario del Partito del Sud Antonio Ciano, il Brigante del Sud. Un uomo che, come giustamente scrive il giornalista, non ha certo bisogno di presentazioni. 

Ciano ricorda e ribadisce nell'intervista uno storico "cavallo di battaglia" del nostro Partito e cioè una Italia confederata in Macroregioni, con un'unica Macroregione Sud. Sottolineato inoltre e per l'ennesima volta che il Partito del Sud è formato da meridionalisti identitari, repubblicani, federalisti e antifascisti. Grande Antonio!



lunedì 18 maggio 2015

Fuori tempo…. Il pensiero ”suddista” (con 2 d…) superato dall’attualità politica

di Attilio Stolder

 La politica è il divenire dei tempi. Nel caso specifico la teoria schizzinosa pseudo meridionalista (il vero meridionalismo è altro) secondo cui il Sud non dovrebbe schierarsi, rifuggere da posizionamenti ideologici, e noi diremmo – ancor più gravemente – da valori di vita patrimonio del mondo, della sua storia, delle battaglie dei popoli (e sarebbe magicamente l’unico posto al mondo…) viene clamorosamente scavalcata dal procedere dell’attualità politica italiana.

Il cosiddetto “partito della nazione” non registrato ancora con un suo simbolo e statuto è nei fatti in essere. Il renzismo nazareno con un’alleanza di governo che va dalla sinistra del PD fino a includere gli Alfano, i Lupi, gli ex compari del Cavaliere, e relative riforme – vedi Italicum, quella in cantiere della scuola – sono la fiera del compromesso nel senso meno nobile, in una sorta di neo centrismo, unanimismo, ammucchiata italica.

Conseguenzialmente le teorie “suddiste” (con 2 d per l‘inutile esagerazione, il rimarcare eccessivo..) diventano vecchie, superate e mostrano la loro precaria inefficacia mostrata proprio dall’esempio governativo.

A parlare per primo di “né dx e né sx” fu proprio quell’Antonio Ciano, meridionalista della prim’ora e attuale Presidente Onorario di quel Partito del Sud che oggi è l’unico schierato nettamente nell’agone politico nell’area dichiaratamente di sinistra. Potrebbe apparire contraddittorio ma pochi hanno da sempre inteso il senso di quell’affermazione. Ciano, che conosciamo da sempre, intendeva criticare questa destra e questa sinistra perché inefficaci, portatrici non sane dei loro valori e affidate a cattivi interpreti del loro pensiero. Tanto da definirle banali ”indicazioni stradali”. Ma nessuno può disconoscere le radici di sinistra storica e gramsciana del personaggio.

Oggi, il decadimento degli eventi richiede il posizionamento netto del suo pensiero nell’area progressista supportando un meridionalismo gramsciano a salvaguardia dell’originario pensiero e matrice. Non è più tempo d’affermazioni, ma di proposte e lotte.

L’unanimismo inclusivo di nostalgie (ovviamente salvaguardando la sana revisione), rigurgiti monarchici e legittimisti, pensieri e origini destrorse e reazionarie meno o peggio camuffate, velleità indipendentiste e separatiste scimmiottanti basche, scozzesi o irlandesi rivendicazioni con decenni di battaglie alle spalle qua misconosciute, sono inconcludenti mire smentite e ora financo superate dai deludenti esperimenti governativi del nostro paese.

E non bastano liste elettorali a supporto d'idee di questo stampo, con discutibili benedizioni cerchiobottiste, e nè che a comporle siano persone senza trascorsi penali, ma vacue nelle proposte e dalle variegate e non omogenee radici e concezioni di valori.

E’ tempo di schierarsi, come portatori sani d’un meridionalismo attuale nelle proposte e storico nelle radici. Poi c’è chi si schiera male..ma questo è ancora un altro discorso.

Fonte: Rubriche Meridionali


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di Attilio Stolder

 La politica è il divenire dei tempi. Nel caso specifico la teoria schizzinosa pseudo meridionalista (il vero meridionalismo è altro) secondo cui il Sud non dovrebbe schierarsi, rifuggere da posizionamenti ideologici, e noi diremmo – ancor più gravemente – da valori di vita patrimonio del mondo, della sua storia, delle battaglie dei popoli (e sarebbe magicamente l’unico posto al mondo…) viene clamorosamente scavalcata dal procedere dell’attualità politica italiana.

Il cosiddetto “partito della nazione” non registrato ancora con un suo simbolo e statuto è nei fatti in essere. Il renzismo nazareno con un’alleanza di governo che va dalla sinistra del PD fino a includere gli Alfano, i Lupi, gli ex compari del Cavaliere, e relative riforme – vedi Italicum, quella in cantiere della scuola – sono la fiera del compromesso nel senso meno nobile, in una sorta di neo centrismo, unanimismo, ammucchiata italica.

Conseguenzialmente le teorie “suddiste” (con 2 d per l‘inutile esagerazione, il rimarcare eccessivo..) diventano vecchie, superate e mostrano la loro precaria inefficacia mostrata proprio dall’esempio governativo.

A parlare per primo di “né dx e né sx” fu proprio quell’Antonio Ciano, meridionalista della prim’ora e attuale Presidente Onorario di quel Partito del Sud che oggi è l’unico schierato nettamente nell’agone politico nell’area dichiaratamente di sinistra. Potrebbe apparire contraddittorio ma pochi hanno da sempre inteso il senso di quell’affermazione. Ciano, che conosciamo da sempre, intendeva criticare questa destra e questa sinistra perché inefficaci, portatrici non sane dei loro valori e affidate a cattivi interpreti del loro pensiero. Tanto da definirle banali ”indicazioni stradali”. Ma nessuno può disconoscere le radici di sinistra storica e gramsciana del personaggio.

Oggi, il decadimento degli eventi richiede il posizionamento netto del suo pensiero nell’area progressista supportando un meridionalismo gramsciano a salvaguardia dell’originario pensiero e matrice. Non è più tempo d’affermazioni, ma di proposte e lotte.

L’unanimismo inclusivo di nostalgie (ovviamente salvaguardando la sana revisione), rigurgiti monarchici e legittimisti, pensieri e origini destrorse e reazionarie meno o peggio camuffate, velleità indipendentiste e separatiste scimmiottanti basche, scozzesi o irlandesi rivendicazioni con decenni di battaglie alle spalle qua misconosciute, sono inconcludenti mire smentite e ora financo superate dai deludenti esperimenti governativi del nostro paese.

E non bastano liste elettorali a supporto d'idee di questo stampo, con discutibili benedizioni cerchiobottiste, e nè che a comporle siano persone senza trascorsi penali, ma vacue nelle proposte e dalle variegate e non omogenee radici e concezioni di valori.

E’ tempo di schierarsi, come portatori sani d’un meridionalismo attuale nelle proposte e storico nelle radici. Poi c’è chi si schiera male..ma questo è ancora un altro discorso.

Fonte: Rubriche Meridionali


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lunedì 12 gennaio 2015

ERAVAMO COMUNISTI. Uno scritto forte,veritiero e sincero di Antonio Ciano

Di Antonio Ciano

Eravamo comunisti, progressisti, gramsciani. Portavamo l’eschimo, cantavamo Bella Ciao, Bandiera rossa. 
Eravamo comunisti perché tanti erano anticomunisti,perchè molti erano mafiosi,molti politici collusi con la Mafia, con quella Dc mafiosa, con la parte retrograda della Chiesa. Molti preti non sposavano in chiesa molti di noi, eravamo scomunicati. Avevamo la lebbra. 
Eravamo comunisti perché credevamo nel Vangelo, nell’uguaglianza, nella libertà che ci veniva negata. 
Eravamo comunisti perché la nazione che ci aveva liberati dal Fascismo e da casa Savoia, attaccava la libertà di mezzo mondo, mandava i suoi giovani a morire in Vietnam ,contro chi voleva la libertà. Eravamo comunisti per dare la possibilità di avere una casa a chi non ce l’aveva, la terra a chi la lavorava. Abbiamo lottato per i più deboli, mai per i ricchi e gli evasori. Abbiamo lottato per i contadini, per gli operai, per gli artigiani e per i piccoli imprenditori strozzati dalla burocrazia piemontese, dalla camorra e dalle banche. Abbiamo costituito cooperative di credito per far avere prestiti a chi non poteva accedere ai finanziamenti. 
Eravamo comunisti perché era giusto esserlo. Eravamo comunisti perché Enrico Berlinguer era contro il Socialismo sovietico. Eravamo comunisti perché Gramsci, ha dettato, più di tutti, la Questione Meridionale. Eravamo comunisti perché gli africani erano oberati dal colonialismo europeo. 
Eravamo comunisti perché il Partito ci difendeva contro l’arroganza dei Benpensanti, contro la stampa asservita. 
Eravamo comunisti perché la resistenza aveva battuto casa Savoia che aveva colonizzato il sud con l’esercito e la repressione, e senza dichiarazione di Guerra. 
Eravamo comunisti perché i nostri emigranti al Nord venivano schifati dai padani in modo razzistico. Eravamo comunisti perché nel Partito socialista militava la borghesia famelica. 
Eravamo comunisti perché i migliori intellettuali erano compagni, i migliori registi . Berlinguer è stato una guida per tutti noi, come Gramsci. Entrambi erano meridionali, nati in quella Sardegna colonizzata e dissanguata dai piemontesi. 
Eravamo comunisti e ne eravamo orgogliosi. Nel Partito non c’erano Massoni. Gli altri strapieni. Eravamo comunisti perchè tutte le stragi erano di Stato. Noi lo sapevamo. 
Eravamo comunisti perché Berlinguer ci invitata a lottare, sempre, contro la corruzione, contro la mafia, per la Questione Morale. 

Morto il PCI, a Gaeta nacque il Partito del Sud, con il quale ci siamo presentati alle elezioni. Nel 2007 siamo riusciti, con un'altra lista civica progressista e meridionalista a prendere la Fortezza. 
Ci riuscimmo. E son tornati nella nostra città super demanializzata ben cinque Beni. Abbiamo dato la caccia agli evasori, ne abbiamo scovati parecchi, ma non abbiamo tassato i cittadini. 
Col partito del Sud ci siamo presentati alle elezioni regionali della Sicilia, in quelle della regione Lazio. Ci siamo impegnati, attaccato ,manifesti, tra la gente.
 I risultati deboli, ma abbiamo messo la faccia e abbiamo portato avanti il simbolo del partito contro questa finta destra e contro questa finta sinistra. Non ci hanno mai dato spazi televisivi, la nostra voce non ha mai raggiunto il popolo. 

Ci siamo presentati alle elezioni amministrative di Napoli, allora piena di Monnezza. Abbiamo appoggiato da subito De Magistris. 
Altri movimenti meridionalisti appoggiarono elementi della Destra. Oggi quei movimenti, con qualche dissidente , ci fanno la guerra. E sia!! Sono stati mandati via dalla giunta di Napoli elementi improduttivi, al servizio di Poteri forti dell’informazione. Fatti loro. 
Noi continuiamo ad appoggiare De Magistris, un sindaco Meridionalista, progressista e gramsciano. Viene chiamato tricolorato da qualche professorello. Giacobino da altri imbecilli. De Magistris ha reso pubblica l’Acqua, subito attaccato da giornali del Nord o da giornali locali, perché i proprietari di detta stampa sono gli stessi che hanno interessi mortali sulla città. 

Il sindaco di Napoli ha denunciato uno di essi, gli ha chiesto un miliardo di euro di danni. Il “giacobbino”, come lo chiamano, ha cancellato via Liborio Romano, colui il quale aveva consegnato la città a Garibaldi e alla camorra, rappresentata da Tore ‘e Criscienzo. Ha dedicato un Largo, nei pressi di Via Toledo a Berlinguer. 

Qualcuno di queste liste meridionaliste, di nuovo conio, ha storto il naso. Roba da vomito. Prossimamente sarà cancellata Via Vittorio Emanuele III, il re fellone e il re che nel 1938 ha promulgato le leggi razziali contro gli ebrei. 

 Qualcuno era comunista, noi lo eravamo. Continuiamo a lottare come un tempo. Ora c’è anche un papa gesuita, finalmente. Noi continueremo ad appoggiare De Magistris, siamo Briganti, progressisti, gramsciani, Berlingueriani. Studiamo la storia negata ma non siamo andati mai a fare convegni sul Risorgimento, con le bandiere del Partito, pur rappresentando il Giglio e la Triscele. 

Intellettuali come ERRI DE LUCA e cantanti come ENZO AVITABILE appoggiano un sindaco onesto, che da sempre si batte contro i Poteri Forti, contro la Massoneria, contro la Camorra. Tre anni fa Napoli era piena di Monnezza, oggi è piena di turisti. Grazie a De Magistris, progressista, gramsciano e vero meridionalista- Auguri , siamo orgogliosi di essere stati comunisti. 
Abbiamo lottato per i giusti. Molti altri stavano e stanno da un’altra parte e vi assicuro che non sono i panettoni a fare la differenza. 



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Di Antonio Ciano

Eravamo comunisti, progressisti, gramsciani. Portavamo l’eschimo, cantavamo Bella Ciao, Bandiera rossa. 
Eravamo comunisti perché tanti erano anticomunisti,perchè molti erano mafiosi,molti politici collusi con la Mafia, con quella Dc mafiosa, con la parte retrograda della Chiesa. Molti preti non sposavano in chiesa molti di noi, eravamo scomunicati. Avevamo la lebbra. 
Eravamo comunisti perché credevamo nel Vangelo, nell’uguaglianza, nella libertà che ci veniva negata. 
Eravamo comunisti perché la nazione che ci aveva liberati dal Fascismo e da casa Savoia, attaccava la libertà di mezzo mondo, mandava i suoi giovani a morire in Vietnam ,contro chi voleva la libertà. Eravamo comunisti per dare la possibilità di avere una casa a chi non ce l’aveva, la terra a chi la lavorava. Abbiamo lottato per i più deboli, mai per i ricchi e gli evasori. Abbiamo lottato per i contadini, per gli operai, per gli artigiani e per i piccoli imprenditori strozzati dalla burocrazia piemontese, dalla camorra e dalle banche. Abbiamo costituito cooperative di credito per far avere prestiti a chi non poteva accedere ai finanziamenti. 
Eravamo comunisti perché era giusto esserlo. Eravamo comunisti perché Enrico Berlinguer era contro il Socialismo sovietico. Eravamo comunisti perché Gramsci, ha dettato, più di tutti, la Questione Meridionale. Eravamo comunisti perché gli africani erano oberati dal colonialismo europeo. 
Eravamo comunisti perché il Partito ci difendeva contro l’arroganza dei Benpensanti, contro la stampa asservita. 
Eravamo comunisti perché la resistenza aveva battuto casa Savoia che aveva colonizzato il sud con l’esercito e la repressione, e senza dichiarazione di Guerra. 
Eravamo comunisti perché i nostri emigranti al Nord venivano schifati dai padani in modo razzistico. Eravamo comunisti perché nel Partito socialista militava la borghesia famelica. 
Eravamo comunisti perché i migliori intellettuali erano compagni, i migliori registi . Berlinguer è stato una guida per tutti noi, come Gramsci. Entrambi erano meridionali, nati in quella Sardegna colonizzata e dissanguata dai piemontesi. 
Eravamo comunisti e ne eravamo orgogliosi. Nel Partito non c’erano Massoni. Gli altri strapieni. Eravamo comunisti perchè tutte le stragi erano di Stato. Noi lo sapevamo. 
Eravamo comunisti perché Berlinguer ci invitata a lottare, sempre, contro la corruzione, contro la mafia, per la Questione Morale. 

Morto il PCI, a Gaeta nacque il Partito del Sud, con il quale ci siamo presentati alle elezioni. Nel 2007 siamo riusciti, con un'altra lista civica progressista e meridionalista a prendere la Fortezza. 
Ci riuscimmo. E son tornati nella nostra città super demanializzata ben cinque Beni. Abbiamo dato la caccia agli evasori, ne abbiamo scovati parecchi, ma non abbiamo tassato i cittadini. 
Col partito del Sud ci siamo presentati alle elezioni regionali della Sicilia, in quelle della regione Lazio. Ci siamo impegnati, attaccato ,manifesti, tra la gente.
 I risultati deboli, ma abbiamo messo la faccia e abbiamo portato avanti il simbolo del partito contro questa finta destra e contro questa finta sinistra. Non ci hanno mai dato spazi televisivi, la nostra voce non ha mai raggiunto il popolo. 

Ci siamo presentati alle elezioni amministrative di Napoli, allora piena di Monnezza. Abbiamo appoggiato da subito De Magistris. 
Altri movimenti meridionalisti appoggiarono elementi della Destra. Oggi quei movimenti, con qualche dissidente , ci fanno la guerra. E sia!! Sono stati mandati via dalla giunta di Napoli elementi improduttivi, al servizio di Poteri forti dell’informazione. Fatti loro. 
Noi continuiamo ad appoggiare De Magistris, un sindaco Meridionalista, progressista e gramsciano. Viene chiamato tricolorato da qualche professorello. Giacobino da altri imbecilli. De Magistris ha reso pubblica l’Acqua, subito attaccato da giornali del Nord o da giornali locali, perché i proprietari di detta stampa sono gli stessi che hanno interessi mortali sulla città. 

Il sindaco di Napoli ha denunciato uno di essi, gli ha chiesto un miliardo di euro di danni. Il “giacobbino”, come lo chiamano, ha cancellato via Liborio Romano, colui il quale aveva consegnato la città a Garibaldi e alla camorra, rappresentata da Tore ‘e Criscienzo. Ha dedicato un Largo, nei pressi di Via Toledo a Berlinguer. 

Qualcuno di queste liste meridionaliste, di nuovo conio, ha storto il naso. Roba da vomito. Prossimamente sarà cancellata Via Vittorio Emanuele III, il re fellone e il re che nel 1938 ha promulgato le leggi razziali contro gli ebrei. 

 Qualcuno era comunista, noi lo eravamo. Continuiamo a lottare come un tempo. Ora c’è anche un papa gesuita, finalmente. Noi continueremo ad appoggiare De Magistris, siamo Briganti, progressisti, gramsciani, Berlingueriani. Studiamo la storia negata ma non siamo andati mai a fare convegni sul Risorgimento, con le bandiere del Partito, pur rappresentando il Giglio e la Triscele. 

Intellettuali come ERRI DE LUCA e cantanti come ENZO AVITABILE appoggiano un sindaco onesto, che da sempre si batte contro i Poteri Forti, contro la Massoneria, contro la Camorra. Tre anni fa Napoli era piena di Monnezza, oggi è piena di turisti. Grazie a De Magistris, progressista, gramsciano e vero meridionalista- Auguri , siamo orgogliosi di essere stati comunisti. 
Abbiamo lottato per i giusti. Molti altri stavano e stanno da un’altra parte e vi assicuro che non sono i panettoni a fare la differenza. 



domenica 30 novembre 2014

A Gaeta il Pantheon degli eroi borbonici dell'assedio del 1861. Ieri l'inaugurazione nella Cattedrale della città.

Antonio Ciano
Ieri 29 novembre, 154 anni dopo il sanguinoso assedio della Fortezza di Gaeta,è stato inaugurato il Sacrario dei Soldati Borbonici. Diventerà il nostro Pantheon.


I Sindaci di Gaeta e di Caserta rendono omaggio al Pantheon dei Borbone https://www.youtube.com/watch?v=VotgwYmtNL0&feature=youtu.be


 L'Arcivescovo di Gaeta, Don Fabio Bernardo D'Onorio e il Pantheon dei Borbone https://www.youtube.com/watch?v=LElnWGz7sJM&feature=youtu.be

Il 13 febbraio del 1861 finì l'Indipendenza dell'Italia Meridionale. La resistenza dei soldati borbonici fu eroica.I savoiardi scagliarono sulla città ben 160 mila bombe, la rasero al suolo. Distrussero 109 palazzi, ospedali, chiese. Morirono 826 soldati e tantissimi civili. Re Francesco a la Regina Sofia dimostrarono al mondo coraggio e abnegazione. La Capitolazione fu firmata a Mola di Gaeta. Le vittime gridano ancora vendetta.




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Antonio Ciano
Ieri 29 novembre, 154 anni dopo il sanguinoso assedio della Fortezza di Gaeta,è stato inaugurato il Sacrario dei Soldati Borbonici. Diventerà il nostro Pantheon.


I Sindaci di Gaeta e di Caserta rendono omaggio al Pantheon dei Borbone https://www.youtube.com/watch?v=VotgwYmtNL0&feature=youtu.be


 L'Arcivescovo di Gaeta, Don Fabio Bernardo D'Onorio e il Pantheon dei Borbone https://www.youtube.com/watch?v=LElnWGz7sJM&feature=youtu.be

Il 13 febbraio del 1861 finì l'Indipendenza dell'Italia Meridionale. La resistenza dei soldati borbonici fu eroica.I savoiardi scagliarono sulla città ben 160 mila bombe, la rasero al suolo. Distrussero 109 palazzi, ospedali, chiese. Morirono 826 soldati e tantissimi civili. Re Francesco a la Regina Sofia dimostrarono al mondo coraggio e abnegazione. La Capitolazione fu firmata a Mola di Gaeta. Le vittime gridano ancora vendetta.




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sabato 29 novembre 2014

Gli studenti a Latina, tutti uniti contro la Mafia

Gli studenti a Latina, tutti uniti contro la Mafia a difesa della giudice Lucia Aielli, minacciata di morte, gli studenti di Latina hanno manifestato la loro solidarietà alla Magistratura. 
I politici sono stati mandati in fondo al corteo. Giustamente. Le riprese sono di Antonio Ciano, Presidente Onorario del Partito del Sud


https://www.youtube.com/watch?v=j-dd2V4lApo&feature=youtu.be





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Gli studenti a Latina, tutti uniti contro la Mafia a difesa della giudice Lucia Aielli, minacciata di morte, gli studenti di Latina hanno manifestato la loro solidarietà alla Magistratura. 
I politici sono stati mandati in fondo al corteo. Giustamente. Le riprese sono di Antonio Ciano, Presidente Onorario del Partito del Sud


https://www.youtube.com/watch?v=j-dd2V4lApo&feature=youtu.be





domenica 16 novembre 2014

Al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, Palazzo Chigi, Roma.

Al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, Palazzo Chigi, Roma.

Sig. Presidente,
Gaeta, città antica e dalle grandi tradizioni storiche, ha rappresentato per secoli una posizione strategico militare di importante rilievo, tanto è vero che tutt’oggi sono presenti sul territorio diverse caserme ed ex officine militari. Nonostante ciò, dal dopoguerra ad oggi diversi siti sono stati dismessi e completamente abbandonati da parte delle autorità militari. All’incuria del tempo si sono aggiunti gli atti sconsiderati da parte di coloro che hanno ulteriormente saccheggiato e deturpato il patrimonio storico ,presente in quelle proprietà demaniali, le quali interdette per molto tempo alla collettività, non hanno potuto ricevere quella cura e quella attenzione che le avrebbe potuto preservare e salvaguardare dalla rovina. Gaeta, oggi città a forte vocazione turistica, necessita di spazi vitali per l’espansione di attività produttive e per la realizzazione di nuove e più moderne strutture ricettive, attende di ricevere dallo Stato tutti questi beni, ora di proprietà del Demanio Civile.

Potrebbero rappresentare una spinta propulsiva all’economia del basso Lazio. Pertanto, chiediamo che vengano assegnate alla città di Gaeta tutte quelle proprietà demaniali ormai in stato di decadenza e di abbandono che il Ministero della Difesa ha lasciato senza destinazione da diversi decenni. I beni demaniali di Gaeta sono moltissimi, alcuni, ancora oggi nelle mani di Enti militari come la Marina Militare che ospita la Base Nato e la nave ammiraglia della Sesta Flotta nel Mediterraneo; come il deposito combustibili che serve alle attività della Marina Militare, come la Scuola Nautica della GDF che occupa il Castello Aragonese, sede della Caserma Mazzini, la caserma Cavour e la Caserma Bausan sita nei pressi di Punta Stendardo, sull’ultimo bastione borbonico della città; come la sede della Capitaneria di Porto di Gaeta. I beni più importanti, oltre ai bastioni del Fronte di terra in parte ristrutturati in questi ultimi anni, sono:

1) Caserma S. Angelo Basso.
2) Chiesa di San Michele Arcangelo
3) Vecchia tipografia.
4) Forte Emilio Savio.
5) Casa Tosti.
6) Cortile retrostante Casa Tosti.
7) Torrione francese.
8) Caserma Cialdini.
9) Ex caserma “V. Emanuele II (annessa chiesa di S. Domenico)
10) Casina rossa dell’ex villa Reale-villa della caserma S.Angelo
11) Gran Guardia borbonica
12) Caserma Gattola.

Nella maggior parte, si tratta di proprietà che vennero requisite dallo Stato Piemontese all’indomani della presa di Gaeta, nel febbraio del 1861e di conseguenza con la costruzione dello stato unitario, rientrarono sotto la giurisdizione del Ministero della Guerra. Da ricordare che il Regno delle Due Sicilie era uno stato pacifico e prospero, dove la disoccupazione non esisteva e da dove nessuno era mai emigrato.
Fu attaccato da casa Savoia, senza dichiarazione di Guerra, perciò quei beni appartengono alla città, come tutti i beni demaniali del Sud. Da allora in poi, quello che era patrimonio della città di Gaeta, divenne un peso ed un aggravio per l’intera cittadina tirrenica che ha dovuto assistere alla sua requisizione, ed infine, alla trasformazione di alcuni di essi in carcere militare (come la caserma Sant’Angelo e il castello Angioino). Il detto “Ti mando a Gaeta” è stato per oltre un secolo, sinonimo di carcerazione inumana dando alla città la nomea di luogo tenebroso. Tra i beni demaniali menzionati vi sono numerosi monumenti risalenti al medioevo come la caserma Sant’Angelo ( due ettari di fabbricato) e l’annessa chiesa di San Michele, con un pavimento in marmo policromo, appartenenti ad un unico complesso monastico che fu soppresso nel 1788 e destinato a scuola per sottufficiali dell’esercito borbonico.

Conquistata Gaeta, i piemontesi lo adibirono a carcere inumano e terribile. All’interno vi fu costruita anche una tipografia militare.
Oggi tutto è in abbandono, compresa la tipografia, e la falegnameria. Della stessa categoria fanno parte “Casa Tosti” e il “ cortile retrostante” beni che appartenevano ad una famiglia nobile della città poi passati al comune e successivamente anch’essi incamerati dal demanio militare. Tuttora versano in uno stato di completo deterioramento.
Tra l’altro, anche la Casina della “Villa Reale” così come la villa della Caserma Sant’Angelo erano beni donati dalla monarchia borbonica alla città e costituirono , per breve tempo, “una pubblica Villa per comodo e diletto degli abitanti di Gaeta”.

A seguire l’edificio della “Gran Guardia” costruito nel 1786 dall’Arch. Ferrari, ed adibito dopo l’unificazione nazionale, fino alla metà degli anni ottanta del 900 a “Circolo Ufficiali dell’Esercito”, nel centro della città antica, oggi in completo abbandono. Nello specifico, la restante parte dei beni demaniali in questione, pensati e realizzati esclusivamente come opere militari di difesa, ed in particolare il “Torrione francese”, la Caserma “Cialdini”, la Caserma “Gattola” ed il “Forte Emilio Savio”.
In riferimento a quanto espresso, l’amministrazione Raimondi, stabilì una progettualità in relazione alle esigenze di ogni singolo bene ed in stretta connessione con quelle della città. Tuttavia, dal momento che per il recupero e la sistemazione di gran parte dei suddetti beni ,l’Amministrazione Comunale si troverebbe a dover far fronte alla necessità di trovare i fondi attraverso non solo i canali istituzionali, ossia gli Enti Centrali e Locali dello Stato, con una burocrazia infernale, ma anche attraverso forme di finanziamento europeo e privato.
 A motivo di ciò, la passata amministrazione comunale, aveva già allacciato stretti contatti con l’Ater di Latina per quanto riguardala realizzazione di diversi alloggi di “Edilizia convenzionata” in diverse strutture presenti sul territorio. Infatti l’Ater si è dimostrata disponibilissima alla ristrutturazione di diversi stabili fatiscenti che darebbero la possibilità a molti cittadini di avere finalmente una casa a fitti agevolati nella propria città. Oggi, almeno seimila gaetani sono stati costretti ad emigrare nei paesi vicini per mancanza di case.
Pertanto, al fine di ottenere una utilizzazione più razionale ed efficiente delle suddette strutture e, per dimezzare nettamente i tempi, sarebbe opportuno affidare la gestione di alcune di esse a Cooperative di giovani o a privati, in quanto , alcuni di questi beni verranno destinati alla realizzazione di strutture ricettive per sopperire alla mancanza di punti di accoglienza, e quindi a posti letto nella città. Altri beni verranno adibiti a Musei di fatti che determinarono la barbara repressione savoiarda nel sud Italia, al Carcere di Gaeta, alla resistenza dei nostri patrioti chiamati Briganti dalla casta piemontese. Tutto ciò a sicuro vantaggio e sostegno dell’intera economia turistica delle città del Golfo di Gaeta( Gaeta-Formia-Minturno-Itri).
Altri beni demaniali , invece, verrebbero destinati all’apertura di strutture culturali a disposizione dei cittadini. Verrebbe realizzata una “Casa delle Associazioni” per far fronte alle esigenze del mondo dell’associazionismo culturale. Infine, altre proprietà demaniali verrebbero destinate a parcheggi ed infrastrutture per i quartieri interessati, ed in particolare , per il centro storico di Gaeta S.E., dove gran parte dei beni sono situati.

Vogliamo ricordare che al Piemonte sono stati regalati dal governo Prodi circa mille miliardi di lire per la ristrutturazione dei beni savoiardi>; che il governo Berlusconi ha regalato a Palmanova tutti i beni demaniali siti in quella città. Gaeta, nel 1860-61 è stata teatro di un assedio tremendo da parte della monarchia sabauda. La città fu rasa al suolo, i morti ammontarono a 4.000 tra civili e militari. La sua economia distrutta e il suo popolo diasporato in tutto il mondo. Sig. Presidente,

Il suo Governo ha regalato a Firenze tutti i beni demaniali siti in quella città, come ha regalato al Roma, a Torino e Milano beni e caserme vuote per farne case popolari, aree commerciali e artigianali.
Gaeta è la città che più di tutte ha subito il risorgimento e la sua barbarie. Ha subito un assedio tremendo da parte del macellaio Cialdini, per conto dei Savoia e del loro primo Ministro Cavour. La città fu attaccata senza dichiarazione di guerra. Fu massacrata e rasa al suolo da 160 mila bombe scaraventate dai piemontesi.
I morti, tra militari e civili ammontarono a 4.000. La città fu divisa in tre zone militari, togliendole possibilità economiche da sviluppare e soprattutto, regalarono ad uno Stato straniero, il Piemonte massonico ed anti cattolico, le nostre strutture militari, le chiese i conventi. I danni di guerra non sono stati pagati dalla banda di criminali piemontesi.
Oggi aspettiamo che il Suo governo dia alla città martire del Risorgimento quello che i criminali piemontesi accorparono al Regno di Sardegna.

 Antonio Ciano
Ex Assessore al Demanio della città e Presidente Onorario del Partito del Sud






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Al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, Palazzo Chigi, Roma.

Sig. Presidente,
Gaeta, città antica e dalle grandi tradizioni storiche, ha rappresentato per secoli una posizione strategico militare di importante rilievo, tanto è vero che tutt’oggi sono presenti sul territorio diverse caserme ed ex officine militari. Nonostante ciò, dal dopoguerra ad oggi diversi siti sono stati dismessi e completamente abbandonati da parte delle autorità militari. All’incuria del tempo si sono aggiunti gli atti sconsiderati da parte di coloro che hanno ulteriormente saccheggiato e deturpato il patrimonio storico ,presente in quelle proprietà demaniali, le quali interdette per molto tempo alla collettività, non hanno potuto ricevere quella cura e quella attenzione che le avrebbe potuto preservare e salvaguardare dalla rovina. Gaeta, oggi città a forte vocazione turistica, necessita di spazi vitali per l’espansione di attività produttive e per la realizzazione di nuove e più moderne strutture ricettive, attende di ricevere dallo Stato tutti questi beni, ora di proprietà del Demanio Civile.

Potrebbero rappresentare una spinta propulsiva all’economia del basso Lazio. Pertanto, chiediamo che vengano assegnate alla città di Gaeta tutte quelle proprietà demaniali ormai in stato di decadenza e di abbandono che il Ministero della Difesa ha lasciato senza destinazione da diversi decenni. I beni demaniali di Gaeta sono moltissimi, alcuni, ancora oggi nelle mani di Enti militari come la Marina Militare che ospita la Base Nato e la nave ammiraglia della Sesta Flotta nel Mediterraneo; come il deposito combustibili che serve alle attività della Marina Militare, come la Scuola Nautica della GDF che occupa il Castello Aragonese, sede della Caserma Mazzini, la caserma Cavour e la Caserma Bausan sita nei pressi di Punta Stendardo, sull’ultimo bastione borbonico della città; come la sede della Capitaneria di Porto di Gaeta. I beni più importanti, oltre ai bastioni del Fronte di terra in parte ristrutturati in questi ultimi anni, sono:

1) Caserma S. Angelo Basso.
2) Chiesa di San Michele Arcangelo
3) Vecchia tipografia.
4) Forte Emilio Savio.
5) Casa Tosti.
6) Cortile retrostante Casa Tosti.
7) Torrione francese.
8) Caserma Cialdini.
9) Ex caserma “V. Emanuele II (annessa chiesa di S. Domenico)
10) Casina rossa dell’ex villa Reale-villa della caserma S.Angelo
11) Gran Guardia borbonica
12) Caserma Gattola.

Nella maggior parte, si tratta di proprietà che vennero requisite dallo Stato Piemontese all’indomani della presa di Gaeta, nel febbraio del 1861e di conseguenza con la costruzione dello stato unitario, rientrarono sotto la giurisdizione del Ministero della Guerra. Da ricordare che il Regno delle Due Sicilie era uno stato pacifico e prospero, dove la disoccupazione non esisteva e da dove nessuno era mai emigrato.
Fu attaccato da casa Savoia, senza dichiarazione di Guerra, perciò quei beni appartengono alla città, come tutti i beni demaniali del Sud. Da allora in poi, quello che era patrimonio della città di Gaeta, divenne un peso ed un aggravio per l’intera cittadina tirrenica che ha dovuto assistere alla sua requisizione, ed infine, alla trasformazione di alcuni di essi in carcere militare (come la caserma Sant’Angelo e il castello Angioino). Il detto “Ti mando a Gaeta” è stato per oltre un secolo, sinonimo di carcerazione inumana dando alla città la nomea di luogo tenebroso. Tra i beni demaniali menzionati vi sono numerosi monumenti risalenti al medioevo come la caserma Sant’Angelo ( due ettari di fabbricato) e l’annessa chiesa di San Michele, con un pavimento in marmo policromo, appartenenti ad un unico complesso monastico che fu soppresso nel 1788 e destinato a scuola per sottufficiali dell’esercito borbonico.

Conquistata Gaeta, i piemontesi lo adibirono a carcere inumano e terribile. All’interno vi fu costruita anche una tipografia militare.
Oggi tutto è in abbandono, compresa la tipografia, e la falegnameria. Della stessa categoria fanno parte “Casa Tosti” e il “ cortile retrostante” beni che appartenevano ad una famiglia nobile della città poi passati al comune e successivamente anch’essi incamerati dal demanio militare. Tuttora versano in uno stato di completo deterioramento.
Tra l’altro, anche la Casina della “Villa Reale” così come la villa della Caserma Sant’Angelo erano beni donati dalla monarchia borbonica alla città e costituirono , per breve tempo, “una pubblica Villa per comodo e diletto degli abitanti di Gaeta”.

A seguire l’edificio della “Gran Guardia” costruito nel 1786 dall’Arch. Ferrari, ed adibito dopo l’unificazione nazionale, fino alla metà degli anni ottanta del 900 a “Circolo Ufficiali dell’Esercito”, nel centro della città antica, oggi in completo abbandono. Nello specifico, la restante parte dei beni demaniali in questione, pensati e realizzati esclusivamente come opere militari di difesa, ed in particolare il “Torrione francese”, la Caserma “Cialdini”, la Caserma “Gattola” ed il “Forte Emilio Savio”.
In riferimento a quanto espresso, l’amministrazione Raimondi, stabilì una progettualità in relazione alle esigenze di ogni singolo bene ed in stretta connessione con quelle della città. Tuttavia, dal momento che per il recupero e la sistemazione di gran parte dei suddetti beni ,l’Amministrazione Comunale si troverebbe a dover far fronte alla necessità di trovare i fondi attraverso non solo i canali istituzionali, ossia gli Enti Centrali e Locali dello Stato, con una burocrazia infernale, ma anche attraverso forme di finanziamento europeo e privato.
 A motivo di ciò, la passata amministrazione comunale, aveva già allacciato stretti contatti con l’Ater di Latina per quanto riguardala realizzazione di diversi alloggi di “Edilizia convenzionata” in diverse strutture presenti sul territorio. Infatti l’Ater si è dimostrata disponibilissima alla ristrutturazione di diversi stabili fatiscenti che darebbero la possibilità a molti cittadini di avere finalmente una casa a fitti agevolati nella propria città. Oggi, almeno seimila gaetani sono stati costretti ad emigrare nei paesi vicini per mancanza di case.
Pertanto, al fine di ottenere una utilizzazione più razionale ed efficiente delle suddette strutture e, per dimezzare nettamente i tempi, sarebbe opportuno affidare la gestione di alcune di esse a Cooperative di giovani o a privati, in quanto , alcuni di questi beni verranno destinati alla realizzazione di strutture ricettive per sopperire alla mancanza di punti di accoglienza, e quindi a posti letto nella città. Altri beni verranno adibiti a Musei di fatti che determinarono la barbara repressione savoiarda nel sud Italia, al Carcere di Gaeta, alla resistenza dei nostri patrioti chiamati Briganti dalla casta piemontese. Tutto ciò a sicuro vantaggio e sostegno dell’intera economia turistica delle città del Golfo di Gaeta( Gaeta-Formia-Minturno-Itri).
Altri beni demaniali , invece, verrebbero destinati all’apertura di strutture culturali a disposizione dei cittadini. Verrebbe realizzata una “Casa delle Associazioni” per far fronte alle esigenze del mondo dell’associazionismo culturale. Infine, altre proprietà demaniali verrebbero destinate a parcheggi ed infrastrutture per i quartieri interessati, ed in particolare , per il centro storico di Gaeta S.E., dove gran parte dei beni sono situati.

Vogliamo ricordare che al Piemonte sono stati regalati dal governo Prodi circa mille miliardi di lire per la ristrutturazione dei beni savoiardi>; che il governo Berlusconi ha regalato a Palmanova tutti i beni demaniali siti in quella città. Gaeta, nel 1860-61 è stata teatro di un assedio tremendo da parte della monarchia sabauda. La città fu rasa al suolo, i morti ammontarono a 4.000 tra civili e militari. La sua economia distrutta e il suo popolo diasporato in tutto il mondo. Sig. Presidente,

Il suo Governo ha regalato a Firenze tutti i beni demaniali siti in quella città, come ha regalato al Roma, a Torino e Milano beni e caserme vuote per farne case popolari, aree commerciali e artigianali.
Gaeta è la città che più di tutte ha subito il risorgimento e la sua barbarie. Ha subito un assedio tremendo da parte del macellaio Cialdini, per conto dei Savoia e del loro primo Ministro Cavour. La città fu attaccata senza dichiarazione di guerra. Fu massacrata e rasa al suolo da 160 mila bombe scaraventate dai piemontesi.
I morti, tra militari e civili ammontarono a 4.000. La città fu divisa in tre zone militari, togliendole possibilità economiche da sviluppare e soprattutto, regalarono ad uno Stato straniero, il Piemonte massonico ed anti cattolico, le nostre strutture militari, le chiese i conventi. I danni di guerra non sono stati pagati dalla banda di criminali piemontesi.
Oggi aspettiamo che il Suo governo dia alla città martire del Risorgimento quello che i criminali piemontesi accorparono al Regno di Sardegna.

 Antonio Ciano
Ex Assessore al Demanio della città e Presidente Onorario del Partito del Sud






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lunedì 29 settembre 2014

Ma dove sono i cosiddetti meridionalisti?

Di Antonio Ciano 

Ma dove sono i cosiddetti meridionalisti? ma erano contro la massoneria? quella che ha massacrato il sud? 

Molti hanno dato il culo alla Lecca Nord, altri sono ammutiti, altri ancora vorrebbero al potere coloro i quali l'avevano inondata di monnezza e con i quali tessono sottobanco rapporti politici.

Hanno chiamato De Magistris giacobino,ma i giacobini sono loro, De Magistris difende Napoli e la napoletanità, ha dignità, sempre contro la massoneria e la camorra, contro coloro che oggi vogliono affossarlo.

Napoli deve reagire, o per altri 150 anni saranno succubi di coloro che l'hanno dissanguata e resa colonia..




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Di Antonio Ciano 

Ma dove sono i cosiddetti meridionalisti? ma erano contro la massoneria? quella che ha massacrato il sud? 

Molti hanno dato il culo alla Lecca Nord, altri sono ammutiti, altri ancora vorrebbero al potere coloro i quali l'avevano inondata di monnezza e con i quali tessono sottobanco rapporti politici.

Hanno chiamato De Magistris giacobino,ma i giacobini sono loro, De Magistris difende Napoli e la napoletanità, ha dignità, sempre contro la massoneria e la camorra, contro coloro che oggi vogliono affossarlo.

Napoli deve reagire, o per altri 150 anni saranno succubi di coloro che l'hanno dissanguata e resa colonia..




domenica 28 settembre 2014

Il potere e' sempre altrove

Di Antonio Ciano

Il potere non e' nel consiglio comunale di Napoli. Il potere non e' nel parlamento della Repubblica. Il potere e' sempre altrove. Lo stato per me e' la costituzione e la costituzione non esiste piu'.

Oggi abbiamo massoni di ogni risma al potere, dobbiamo reagire, specialmente noi del Sud. In questi ultimi anni hanno fatto fuori Falcone, Borsellino, Scopelliti, Pio La Torre, Chinnici, Terranova, Impastato e tanti altri. Chi ha difeso le istituzioni è stato stroncato dalla mafia. i mafiosi sono il braccio violento della massoneria.

La Massoneria governa questo stato dal 1861. 
De Magistris ha cercato di combattere la setta non tanto segreta da magistrato. Ora un giudice del porto delle nebbie lo ha condannato per abuso d'ufficio. Quale? Una barzelletta !!!


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Di Antonio Ciano

Il potere non e' nel consiglio comunale di Napoli. Il potere non e' nel parlamento della Repubblica. Il potere e' sempre altrove. Lo stato per me e' la costituzione e la costituzione non esiste piu'.

Oggi abbiamo massoni di ogni risma al potere, dobbiamo reagire, specialmente noi del Sud. In questi ultimi anni hanno fatto fuori Falcone, Borsellino, Scopelliti, Pio La Torre, Chinnici, Terranova, Impastato e tanti altri. Chi ha difeso le istituzioni è stato stroncato dalla mafia. i mafiosi sono il braccio violento della massoneria.

La Massoneria governa questo stato dal 1861. 
De Magistris ha cercato di combattere la setta non tanto segreta da magistrato. Ora un giudice del porto delle nebbie lo ha condannato per abuso d'ufficio. Quale? Una barzelletta !!!


giovedì 14 agosto 2014

PONTELANDOLFO 14 agosto 1861

Antonio Ciano, nel 1996 pubblicò “I Savoia e il massacro del sud”. Fu subito best seller. 
Per la prima volta,dopo Il De Sivo e Alianello, si parlava dell’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni; questa volta,però,  Ciano ne ha descritto dettagliatamentre e, in modo cronologico, gli avvenimenti che portarono i savoiardi a massacrare le due città sannite. 
Da allora tanti giornalisti e scrittori hanno attinto alla cronaca degli avvenimenti fatta da Ciano.Lo scrittore gaetano ha dato dignità al Sud, ha chiamato criminali di guerra i piemontesi,ha chiamato  partigiani i contadini chiamati briganti dagli invasori. Difendevano la loro Patria di allora: il Regno delle Due Sicilie e le loro donne, spesso violentate dalla truppa.
PONTELANDOLFO  14 agosto 1861
«Fenesta ca lucive e mò nun luce!»
Erano le 03,30del 14agosto e Rosina, la donna di Martummé,
s’era alzata presto per lavare la biancheria. Mentre lavava i panni
ele lenzuola, cantava sottovoce la bella aria napoletana attribuita
aVincenzo Bellini. A quell’ora dormivano quasi tutti, solo qualche contadino era in piedi per pulire la stalla.
Rosina era felice, amava  Martummé e pensava che l’antico ordine stava per ristabilirsi. Finalmente avrebbe potuto rifarsi una
vita sposando il suo amato.
A Pontelandolfo come in quasi tutti i paesi del Molise, degli
Abruzzi, della Ciociaria, del Matese, del Chietino, degli Ausoni,
la bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Tutto un popolo era insorto contro il Piemonte, contro Vittorio Emanuele II.
Solo pochi volevano essere servi di uno Stato ritenuto il più retrivo e reazionario d’Europa. Qualcuno propendeva per la repubblica che Mazzini sognava, ma tutto il popolo contadino stava dalla
parte dei Borbone. La libertà, la gente del Sud, l’ha sempre conquistata col sangue.
Su ordine del generale Cialdini il 13agosto partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti. La colonna era
comandata dal generale Maurizio De Sonnaz, detto Requiescant
per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi
preti e l’attacco ad abbazie e chiese. Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Costoro avevano fucilato e violentato
migliaia di Meridionali, avevano saccheggiato chiese e casolari.
I piemontesi, barbari cisalpini e feroci assassini, usarono sistematicamente la violenza per avere il controllo del territorio; usarono la fucilazione come arma di democrazia liberale. Saranno maledetti per sempre da Dio e dagli uomini.
Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con al suo fianco il
garibaldino del luogo De Marco e due liberali pure del posto a far
da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna
infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Era l’alba del
14 agosto. A tutto si poteva pensare fuorché a un eccidio, che, a
memoria d’uomo, da quelle parti, nessuno ricordava.
Alla stessa ora un’altra colonna, sozza quanto la prima, stava
dirigendosi verso Casalduni. Era composta da quattrocento uomini
e aveva per guida il liberal massone Jacobelli, traditore del popolo e servo dei piemontesi; a comandarla era il maggiore Melegari.
Entrambe le colonne erano coordinate dal De Sonnaz.
Gli ordini di Cialdini erano precisi: distruggere i due paesi e
dare una lezione esemplare ai cafoni; dovevano pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.
L’intera popolazione di Pontelandolfo doveva pagare per la
fucilazione dei soldati del tenente Bracci. De Sonnaz era lì per
questo.
La banda di Cosimo Giordano bivaccava a un chilometro da
Pontelandolfo, nella selva, tra i monti che dominavano la città sannita. I partigiani avvertiti dai pastori e dal loro servizio di informazione capillare, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta, e Martummé era tra essi. Erano
tutti armati di fucili e provvisti di cavalli freschi e veloci, pronti
alunghe cavalcate per scoscesi sentieri. Martummé, avvistata la
colonna piemontese, si rivolse al suo capo: Mimi, so no parecchi,
forse seicento, non possiamo sostenere uno scontra frontale con
quei porci bastardi.
Giordano: «Martummé, non dobbiamo sostenere scontri diretti, useremo la tattica usuale, quella del tuo paesano Frà Diavolo,
guerriglia! Spariamo e fuggiamo! Se sono uomini con le palle i
piemontesi ci inseguiranno: e se lo faranno, moriranno tutti. Quei
bastardi sono abituati a combattere contro vecchi e bambini, non
158
za cercava di slegarsi, usava tutte le sue forze, cercava di liberarsi
dalla fune che lo teneva inchiodato al palo, e nello sforzo il sangue
usciva dalla sua pelle. A dare fine al suo tormento e alla sua pena
pensarono i bersaglieri con una scarica micidiale. Le pallottole ruppero perfino la fune e Nicola Biondi cadde carponi nei pressi della
diletta figlia Concettina.
Nella casa accanto abitava Santopietro; con il figlio in braccio,
stava per scappare, ma fu intercettato dai soldati savoiardi, che gli
strapparono il bambino dalle mani e lo freddarono senza misericordia. Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, era il più
esagitato; dava ordini, gridava come un ossesso, sembrava ubriaco,
forse lo era, sembrava un vampiro. Era assetato di sangue e con la
sciabola infilzava i fuggitivi mentre i suoi sottoposti non erano da
meno, sparavano, sparavano, sparavano.
Icadaveri erano tanti, ma per il colonnello Negri non bastanti per la vendetta e allora ancora a snidare i pontelandolfesi dalle
loro case. A un certo punto Negri gridò: «Questo paese ha seimila
abitanti, li voglio tutti morti! Sono tutti contadini, perciò briganti equindi  nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, nemici dei
bersaglieri, nemici del mondo. Essere nemici della nostra patria
è peccato mortale. Morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di
puttana, andateli a scovare nelle loro tane, nei loro nascondigli,
nei pozzi, nelle cisterne. Ammazzateli tutti, senza pietà, uomini,
donne, vecchi e bambini, non voglio testimoni, diremo che sono
stati i briganti.»
Angiolo De Witt, del 36°fanteria bersaglieri così ha descritto
quell’episodio:
Il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo
sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare
dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando
dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di
soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro.
Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, e i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il
castigo fu tremendo.
Non sappiamo se il maggiore Rossi, il colonnello Negri e il
generale De Sonnaz ebbero una medaglia al valore per quell’azione ardimentosa, ma una cosa è certa: questi assassini, questi criminali di guerra sono stati fatti passare per eroi dalla storiografia
ufficiale sabaudo risorgimentale, molte strade e molte piazze sono
ancora oggi a loro intitolate:
via Rossi, maggiore ed eroe di Pontelandolfo;
via Gaetano Negri, sindaco di Milano ed eroe di Pontelandolfo;
via De Sonnaz, conte e generale piemontese, eroe di Casamari,
Perugia e Pontelandolfo;
via Cialdini, eroe di Gaeta, di Pontelandolfo, Casalduni, Venosa, Montefalcione, Auletta, ecc., ecc.
Ecco come il grande Piemonte portava i segni della civiltà cisalpina nella culla della barbarie; ecco come i Savoia intendevano
l’unità d’Italia!
Il generale Cialdini aveva sempre una coccarda azzurra al petto e dava ordini dalla sua luogotenenza di Napoli al generale De
Sonnaz, altro azzurro con coccarda. Il De Sonnaz a sua volta trasmetteva gli ordini assassini al colonnello Negri, anche lui incoccardato con grande stoffa di seta azzurra, che a sua volta illuminava di disposizioni il maggiore Rossi, che amava incendiare interi
paesi e sparare su donne e bambini col suo revolver, anche lui incorniciato dalla coccarda azzurra, come incoccardati erano tutti i bersaglieri, compreso il De Witt. Ebbene, questi delinquenti di
guerra, questi bastardi del risorgimento italiano stavano portando a compimento l’ennesimo truculento eccidio con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia, fiera di essere italiana, fiera della sua religione, fiera di battersi per l’Altare e per il trono del suo Re. Quando mai gli austriaci
nel Lombardo-Veneto usarono simili metodi? Gli austriaci erano
162
(59) Angiolo De Witt, Storia politico-militare del brigantaggio nelleprovince meridionali d’Italia,
161
tedeschi, cattolici e soprattutto erano soldati e si battevano contro
soldati, erano un popolo civile e fiero. I piemontesi, che i romani
avevano accomunati all’Italia, come Caino, stavano assassinando e
massacrando i loro fratelli napoletani.
L’eccidio cominciò alle quattro di mattina. I partigiani, che
erano accampati sulle Campetelle, dopo aver ammazzato venticinque piemontesi, diedero l’allarme. Uno di essi riuscì ad andare dal
sagrestano, prese la chiave del portone del campanile e cominciò a
suonare a stormo le campane…
Il paese venne dato alle fiamme, la prima casa che bruciò fu
quella dell’arciprete Epifanio De Gregorio.
Un solo guerrigliero fu ucciso (presumibilmente il partigiano
che era andato a suonare l’allarme sul campanile). Dopo i soldati
si abbandonarono al saccheggio e ad atti di lascivia…
Alle ore sei metà paese era già in fiamme, i bersaglieri continuarono la mattanza.
Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano
fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti.
Molti bersaglieri, avendo finito le munizioni in dotazione, per non
tornare a rifornirsi al campo base situato fuori il paese, usavano la
baionetta in canna al fucile e passavano all’arma bianca i poveri
disgraziati di Pontelandolfo. Dopo aver ammazzato i proprietari
delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, soldi, catenine,
bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.
Pochi di quegli eroi conoscevano la lingua italiana, e la maggior parte dei soldati piemontesi, analfabeti e ignoranti, qualche
parola l’avevano imparata al di qua del Tronto, comunque una parola sapevano pronunciare: «Piastre! Piastre!», dicevano entrando di prepotenza nelle case dei pontelandolfesi: «Dove avete le piastre, piastre o morte.» I barbari non si accontentavano delle piastre d’argento borboniche, bruciavano anche le case e ammazzavano senza pietà i loro occupanti.
La morte, a volte, valeva una, due, tre piastre. Intanto il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima a essere
saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti: persino le statue dei santi furono trafugate! Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14agosto 1861.
Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani
E avvenenti, venivano violentate e poi uccise.
Due dei giovani, che erano stati salvati dal De Marco in quanto liberali, nel vedere tanta barbarie e tanto accanimento contro i
Loro concittadini e contro la loro città, dopo essersi consultati col
proprio padre, si diressero verso il colonnello Negri. Non avrebbero dovuto!
Idue giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali a Napoli, sognavano un’Italia Una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. La loro adesione al liberalismo fu
vanificata da quelle scene di terrore e di orrore; di colpo s’accorsero che il re sabaudo era un macellaio e che il vero liberale era il
Re Borbone.
Il più giovane dei due aveva finito da poco gli studi all’università di Napoli e stava per cimentarsi nella libera professione
dell’avvocatura; il più grande era un buon commerciante a Pontelandolfo.
I due benpensanti liberali pontelandolfesi furono accompagnati al cospetto del colonnello Negri dal garibaldino De Marco.
L’avvocato si rivolse verso l’ufficiale piemontese, quasi a rimproverarlo: «Signor colonnello, siamo venuti qui da liberali, da unitari
E nazionali quali siamo sempre stati a fare pubblica rimostranza
per quello che sta accadendo nel paese.»
Negri: «Cosa sta accadendo?»
Rinaldi, così si chiamava l’avvocato: «I bersaglieri stanno incendiando tutte le case di Pontelandolfo e stanno uccidendo tutti.
In nome di Dio, li fermi!»
Negri: «Quei luridi reazionari hanno massacrato quaranta soldati piemontesi, quaranta eroi; per ogni soldato moriranno cento cafoni, capito?»
Rinaldi: «Signor colonnello, ciò che lei dice è contro le più
elementari leggi, è immorale, devono essere presi i responsabili e
giudicati da un tribunale.»
Negri: «Da un tribunale? Io conosco un solo tribunale, quello
che stai vedendo. La vendetta militare.»
Rinaldi: «Ma lì non ci sono militari, vi è solo gente indifesa.»
Negri: «Quella gente ha massacrato quaranta piemontesi e pagheranno con la morte.»
Rinaldi: «Signor colonnello, questo è un eccidio, passerete alla
storia come un criminale di guerra, un assassino!»
Negri: «Guardie, guardieee! Prendete questi due e fucilateli,
sono come gli altri, sono terroni, liberali o non liberali, fucilateli!
Iveri liberali stanno a Torino.»
Dieci bersaglieri presero i Rinaldi, li svuotarono dei soldi che
avevano nelle tasche e li portarono nei pressi della chiesa di San
Donato. I due fratelli chiesero un prete per l’ultima confessione;
gli fu negato.
Istantaneamente furono bendati e fucilati. Morirono gridando
ai piemontesi: «Assassini maledetti!», furono raggiunti dai pallettoni mentre sputavano verso il plotone d’esecuzione.
L’avvocato morì subito mentre il fratello, nonostante fosse stato
colpito da nove pallottole era ancora vivo. Il colonnello Negri si
avvicinò e lo finì con un colpo di baionetta.
La strage continuò: ogni casa veniva rovistata, saccheggiata,
incendiata. I morti venivano accatastati l’un sull’altro, e fra quei
corpi vi era anche qualcuno ancora vivo, che per il dolore mordeva
il corpo del cadavere sottostante. Chi non riusciva a morire subito
doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato
sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani
sotto la minaccia delle baionette.
Il colonnello Gaetano Negri, il generale De Sonnaz, il generale
Cialdini, il maggiore Rossi erano orgogliosi di portare la coccarda
azzurra come segno di fedeltà a Casa Savoia. Tutti appartenevano
alla casta militare piemontese, tutti di fede massonica.
Pontelandolfo stava bruciando; i saccheggi continuava o senza
sosta come pure gli assassinii.
Moltissime donne furono violentate e poi ammazzate; alcune
che s’erano rifugiate nelle chiese furono trucidate dopo essere state
denudate davanti all’altare. Una, oltre a opporre resistenza, graffiò
a sangue il viso di un piemontese; le vennero mozzate entrambe le
mani e poi finita a fucilate. Furono uccisi uomini, donne e bambini. Tutte le chiese furono profanate e spogliate dei doni centenari.
Le ostie sante furono gettate, le pissidi, i voti d’argento, i calici, le
statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati.
165ue di quei soldati, di fede cattolica, rubarono il mantello
della Madonna e la corona inghirlandata che cingeva la sua testa.
Poiché per un cattolico è peccato mortale profanare i luoghi sacri
idue eroi piemontesi, credendo crollasse la chiesa dopo tale misfatto, fuggirono impauriti. Due settimane dopo, uno di essi tornò
davanti alla Madonna spogliata e sfregiata, piangendo e implorando il perdono, in quanto il compagno che aveva rubato e profanato
con lui la chiesa era morto inspiegabilmente. Dopo ore di stragi,
di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz fece suonare l’adunata e il ritiro della colonna infame.
I bersaglieri erano stanchi di assassinare, stanchi di correre,
madidi di sudore dovuto al caldo afoso di quel giorno d’agosto e
al fuoco che divampava nelle case. A molti sanguinavano le dita e
le mani per aver sparato troppo. I loro zaini erano pieni di refurtiva e le loro tasche piene di piastre d’argento.
Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati e sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz e del colonnello Negri
ascoltarono quest’ultimo: «Soldati, oggi avete scritto una pagina
memorabile per la storia d’Italia. Vi siete comportati da eroi, da
veri soldati. Tutto il ricavato del saccheggio è vostro e vi sarà concessa pure una breve licenza premio. Forza Italia! Viva l’Italia! E
ora in marcia verso Benevento, siamo a secco di munizioni e se arrivano i briganti non potremo difenderci, avanti march!»
La colonna degli eroi infami si diresse verso Fragneto e poi a
Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, i piemontesi mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato; e per questo
motivo dai beneventani, fu chiamata Caserma del Gesù.
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LE PREFAZIONI ALLE DUE EDIZIONI DEL LIBRO " I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD", DI PINO APRILE, ULTIMA EDIZIONE E DI LUCIO BARONE, LA PRIMA EDIZIONE

 PREFAZIONE

di Pino Aprile

Questo libro fu pubblicato, la prima volta, quindici anni fa. È il risultato della riflessione, della dignità e dell’indignazione di un uomo che ha riscoperto, nella sua carne, una ferita antica e mai chiusa: il martirio della sua città, Gaeta, per favorire la nascita del- l’Italia unita, rivelatasi matrigna e persino ancora nemica di chi, a quella costruzione storica, ha pagato, per tutti, il prezzo più alto, in risorse e sangue. Antonio Ciano è un uomo perbene, mosso da quella passione civile che spinge alla ricerca della verità, alla denuncia delle storture, e soprattutto all’azione, magari in totale solitudine, o in assoluta minoranza; per l’incapacità di tradire il primo comandamento degli onesti: fa’ quel che devi!

Perché ne parlo così? Perché lo conosco.

Sono l’autore di Terroni, la rilettura, da Sud, di 150 anni di storia d’Italia, dal Risorgimento a oggi, con il racconto dell’invasione, le stragi, il saccheggio del Sud, gli stupri, le torture, le rappresaglie, le leggi per drenare danaro nel Meridione e spenderlo al Nord, allora come oggi (è solo un degno continuatore di una delinquenziale e consolidata pratica il ministro Giulio Tremonti che sottrae decine di miliardi di euro dai Fondi per le aree sottoutilizzare (cui erano destinati per legge!) e li dilapida all’ombra della sue Alpi, per esempio per pagare le multe europee per le truffe degli degli allevatori padani). È stato detto che Terroni ha risvegliato l’orgoglio del Sud e lo ha indotto a cercare strumenti politici per pretendere il rispetto di quel diritto all’equità, da parte dello Stato, che sin qui è stato negato ai meridionali (si era pensato di sostituirlo con l’insulto…).

Altrimenti, non si spiegherebbe il sorprendente successo del libro, che ha polverizzato ogni più rosea previsione editoriale, sino a divenire un fenomeno non solo letterario, ma sociale, politico. La verità è un’altra: Terroni ha incontratoun’onda insospettatamente alta, che era montata negli anni, senza che nessuno si fosse accorto di quanto potente e vasta fosse; nemmeno io che, pure, a questi temi ho dedicato studio e scritti.

Quella sollevazione di tanto popolo si deve ad altri: alla reazione dei meridionali per la quantità e vomitevole qualità di offese, discriminazioni, attacchi razzisti firmati dalla Lega e benedetti da buona parte dei reazionari del Nord, sostenuti da reazionari del Sud, ignorati da progressisti del Nord e del Sud: dallo sciaguratoaccordo Pagliarini-Van Miert (il primo, leghista, allora purtroppo per l’Italia e per il Sud, ministro; il secondo rappresentante dell’Unione Europea), che tolse, solo al nostro Mezzogiorno, gli sgravi fiscali concessi alle aree depresse del continente, e costò 100mila posti di lavoro nelle regioni italiane già a più alta disoccupazione;alle manovre leghiste per togliere a Napoli la paternità della pizza e della dieta mediterranea!

Ma quella sollevazione di tanto popolo si deve anche alla conoscenza diffusa da tanti autori, prima di Terroni, sulle vere vicende del Risorgimento e la diseguale, ferocemente diseguale, distribuzione delle risorse: nessuna industria ha reso tanto al Nord, quanto la fabbrica della sottrazione delle risorse destinate al Sud (persinol’Ici sulle case di lusso fu abolita in tutt’Italia, grazie al solito manolesta Tremonti, con i 3,5 miliardi di euro stanziati per riassestare strade e porti di Calabria e Sicilia).

Uno dei primi e più attivi di quella nuova leva di meridionalisti che produssero il riemergere di una sopita e rassegnata sensibilità è Antonio Ciano.

PREFAZIONE

di Lucio Barone

Antonio Ciano nasce contadino ma, come gran parte dei suoi
concittadini che si fanno onore su tutti i mari in un lavoro duro,
stressante, lontano dagli affetti più cari, si fa marinaio dopo aver
completato gli studi nautici. E forse è proprio rincorrendo i suoi
ricordi nelle lunghe notti stellate dei mari sudamericani, ricordando i racconti del nonno Pasquale, le scorribande nei vicoli della
città vecchia squassata dalle cannonate piemontesi e piena di sgarrupi, rivedendo a lampi il macabro rituale dello spiazzo di Montesecco dove con gli altri scugnizzi, ragazzino, in attesa di festeggiare il centenario di una unità che oggi è in discussione, assiste
ignaro al disseppellimento di mille e più cadaveri ammassati alla
rinfusa: divise azzurre, ciocie, bottoni d’argento strappati non più
luccicanti, ma anneriti dal tempo. Visione agghiacciante di uomini
edonne massacrati da una calcolata guerra di conquista condotta
in nome di un ideale condiviso da pochi ma combattuto dai più.
Lì i fratelli uccisero i fratelli. Lì l’odio prese il sopravvento e creò
le premesse per uno scadimento sociale ed economico che ancora
oggi mostra i segni e crea divisioni, ancora oggi fa riaffiorare il
verme del razzismo e dell’egoismo.
ECiano torna dopo anni alla sua terra, ai suoi ulivi famosi nel
mondo, al suo tormento di sempre, deciso a innalzare con la penna
un monumento che possa trovare nei tempi attuali più attento
riscontro assieme ai pochi illustri predecessori. Raccoglie testimonianze difficili ma non impossibili, riscontri alle figure romanzate
di tanti briganti condannati a esseretali dai vincitori e da tutta
una storiografia risorgimentale di parte, che esalta i pochi vincitori e distrugge, annienta e cancella i più.

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Antonio Ciano, nel 1996 pubblicò “I Savoia e il massacro del sud”. Fu subito best seller. 
Per la prima volta,dopo Il De Sivo e Alianello, si parlava dell’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni; questa volta,però,  Ciano ne ha descritto dettagliatamentre e, in modo cronologico, gli avvenimenti che portarono i savoiardi a massacrare le due città sannite. 
Da allora tanti giornalisti e scrittori hanno attinto alla cronaca degli avvenimenti fatta da Ciano.Lo scrittore gaetano ha dato dignità al Sud, ha chiamato criminali di guerra i piemontesi,ha chiamato  partigiani i contadini chiamati briganti dagli invasori. Difendevano la loro Patria di allora: il Regno delle Due Sicilie e le loro donne, spesso violentate dalla truppa.
PONTELANDOLFO  14 agosto 1861
«Fenesta ca lucive e mò nun luce!»
Erano le 03,30del 14agosto e Rosina, la donna di Martummé,
s’era alzata presto per lavare la biancheria. Mentre lavava i panni
ele lenzuola, cantava sottovoce la bella aria napoletana attribuita
aVincenzo Bellini. A quell’ora dormivano quasi tutti, solo qualche contadino era in piedi per pulire la stalla.
Rosina era felice, amava  Martummé e pensava che l’antico ordine stava per ristabilirsi. Finalmente avrebbe potuto rifarsi una
vita sposando il suo amato.
A Pontelandolfo come in quasi tutti i paesi del Molise, degli
Abruzzi, della Ciociaria, del Matese, del Chietino, degli Ausoni,
la bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Tutto un popolo era insorto contro il Piemonte, contro Vittorio Emanuele II.
Solo pochi volevano essere servi di uno Stato ritenuto il più retrivo e reazionario d’Europa. Qualcuno propendeva per la repubblica che Mazzini sognava, ma tutto il popolo contadino stava dalla
parte dei Borbone. La libertà, la gente del Sud, l’ha sempre conquistata col sangue.
Su ordine del generale Cialdini il 13agosto partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti. La colonna era
comandata dal generale Maurizio De Sonnaz, detto Requiescant
per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi
preti e l’attacco ad abbazie e chiese. Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Costoro avevano fucilato e violentato
migliaia di Meridionali, avevano saccheggiato chiese e casolari.
I piemontesi, barbari cisalpini e feroci assassini, usarono sistematicamente la violenza per avere il controllo del territorio; usarono la fucilazione come arma di democrazia liberale. Saranno maledetti per sempre da Dio e dagli uomini.
Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con al suo fianco il
garibaldino del luogo De Marco e due liberali pure del posto a far
da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna
infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Era l’alba del
14 agosto. A tutto si poteva pensare fuorché a un eccidio, che, a
memoria d’uomo, da quelle parti, nessuno ricordava.
Alla stessa ora un’altra colonna, sozza quanto la prima, stava
dirigendosi verso Casalduni. Era composta da quattrocento uomini
e aveva per guida il liberal massone Jacobelli, traditore del popolo e servo dei piemontesi; a comandarla era il maggiore Melegari.
Entrambe le colonne erano coordinate dal De Sonnaz.
Gli ordini di Cialdini erano precisi: distruggere i due paesi e
dare una lezione esemplare ai cafoni; dovevano pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.
L’intera popolazione di Pontelandolfo doveva pagare per la
fucilazione dei soldati del tenente Bracci. De Sonnaz era lì per
questo.
La banda di Cosimo Giordano bivaccava a un chilometro da
Pontelandolfo, nella selva, tra i monti che dominavano la città sannita. I partigiani avvertiti dai pastori e dal loro servizio di informazione capillare, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta, e Martummé era tra essi. Erano
tutti armati di fucili e provvisti di cavalli freschi e veloci, pronti
alunghe cavalcate per scoscesi sentieri. Martummé, avvistata la
colonna piemontese, si rivolse al suo capo: Mimi, so no parecchi,
forse seicento, non possiamo sostenere uno scontra frontale con
quei porci bastardi.
Giordano: «Martummé, non dobbiamo sostenere scontri diretti, useremo la tattica usuale, quella del tuo paesano Frà Diavolo,
guerriglia! Spariamo e fuggiamo! Se sono uomini con le palle i
piemontesi ci inseguiranno: e se lo faranno, moriranno tutti. Quei
bastardi sono abituati a combattere contro vecchi e bambini, non
158
za cercava di slegarsi, usava tutte le sue forze, cercava di liberarsi
dalla fune che lo teneva inchiodato al palo, e nello sforzo il sangue
usciva dalla sua pelle. A dare fine al suo tormento e alla sua pena
pensarono i bersaglieri con una scarica micidiale. Le pallottole ruppero perfino la fune e Nicola Biondi cadde carponi nei pressi della
diletta figlia Concettina.
Nella casa accanto abitava Santopietro; con il figlio in braccio,
stava per scappare, ma fu intercettato dai soldati savoiardi, che gli
strapparono il bambino dalle mani e lo freddarono senza misericordia. Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, era il più
esagitato; dava ordini, gridava come un ossesso, sembrava ubriaco,
forse lo era, sembrava un vampiro. Era assetato di sangue e con la
sciabola infilzava i fuggitivi mentre i suoi sottoposti non erano da
meno, sparavano, sparavano, sparavano.
Icadaveri erano tanti, ma per il colonnello Negri non bastanti per la vendetta e allora ancora a snidare i pontelandolfesi dalle
loro case. A un certo punto Negri gridò: «Questo paese ha seimila
abitanti, li voglio tutti morti! Sono tutti contadini, perciò briganti equindi  nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, nemici dei
bersaglieri, nemici del mondo. Essere nemici della nostra patria
è peccato mortale. Morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di
puttana, andateli a scovare nelle loro tane, nei loro nascondigli,
nei pozzi, nelle cisterne. Ammazzateli tutti, senza pietà, uomini,
donne, vecchi e bambini, non voglio testimoni, diremo che sono
stati i briganti.»
Angiolo De Witt, del 36°fanteria bersaglieri così ha descritto
quell’episodio:
Il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo
sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare
dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando
dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di
soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro.
Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, e i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il
castigo fu tremendo.
Non sappiamo se il maggiore Rossi, il colonnello Negri e il
generale De Sonnaz ebbero una medaglia al valore per quell’azione ardimentosa, ma una cosa è certa: questi assassini, questi criminali di guerra sono stati fatti passare per eroi dalla storiografia
ufficiale sabaudo risorgimentale, molte strade e molte piazze sono
ancora oggi a loro intitolate:
via Rossi, maggiore ed eroe di Pontelandolfo;
via Gaetano Negri, sindaco di Milano ed eroe di Pontelandolfo;
via De Sonnaz, conte e generale piemontese, eroe di Casamari,
Perugia e Pontelandolfo;
via Cialdini, eroe di Gaeta, di Pontelandolfo, Casalduni, Venosa, Montefalcione, Auletta, ecc., ecc.
Ecco come il grande Piemonte portava i segni della civiltà cisalpina nella culla della barbarie; ecco come i Savoia intendevano
l’unità d’Italia!
Il generale Cialdini aveva sempre una coccarda azzurra al petto e dava ordini dalla sua luogotenenza di Napoli al generale De
Sonnaz, altro azzurro con coccarda. Il De Sonnaz a sua volta trasmetteva gli ordini assassini al colonnello Negri, anche lui incoccardato con grande stoffa di seta azzurra, che a sua volta illuminava di disposizioni il maggiore Rossi, che amava incendiare interi
paesi e sparare su donne e bambini col suo revolver, anche lui incorniciato dalla coccarda azzurra, come incoccardati erano tutti i bersaglieri, compreso il De Witt. Ebbene, questi delinquenti di
guerra, questi bastardi del risorgimento italiano stavano portando a compimento l’ennesimo truculento eccidio con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia, fiera di essere italiana, fiera della sua religione, fiera di battersi per l’Altare e per il trono del suo Re. Quando mai gli austriaci
nel Lombardo-Veneto usarono simili metodi? Gli austriaci erano
162
(59) Angiolo De Witt, Storia politico-militare del brigantaggio nelleprovince meridionali d’Italia,
161
tedeschi, cattolici e soprattutto erano soldati e si battevano contro
soldati, erano un popolo civile e fiero. I piemontesi, che i romani
avevano accomunati all’Italia, come Caino, stavano assassinando e
massacrando i loro fratelli napoletani.
L’eccidio cominciò alle quattro di mattina. I partigiani, che
erano accampati sulle Campetelle, dopo aver ammazzato venticinque piemontesi, diedero l’allarme. Uno di essi riuscì ad andare dal
sagrestano, prese la chiave del portone del campanile e cominciò a
suonare a stormo le campane…
Il paese venne dato alle fiamme, la prima casa che bruciò fu
quella dell’arciprete Epifanio De Gregorio.
Un solo guerrigliero fu ucciso (presumibilmente il partigiano
che era andato a suonare l’allarme sul campanile). Dopo i soldati
si abbandonarono al saccheggio e ad atti di lascivia…
Alle ore sei metà paese era già in fiamme, i bersaglieri continuarono la mattanza.
Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano
fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti.
Molti bersaglieri, avendo finito le munizioni in dotazione, per non
tornare a rifornirsi al campo base situato fuori il paese, usavano la
baionetta in canna al fucile e passavano all’arma bianca i poveri
disgraziati di Pontelandolfo. Dopo aver ammazzato i proprietari
delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, soldi, catenine,
bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.
Pochi di quegli eroi conoscevano la lingua italiana, e la maggior parte dei soldati piemontesi, analfabeti e ignoranti, qualche
parola l’avevano imparata al di qua del Tronto, comunque una parola sapevano pronunciare: «Piastre! Piastre!», dicevano entrando di prepotenza nelle case dei pontelandolfesi: «Dove avete le piastre, piastre o morte.» I barbari non si accontentavano delle piastre d’argento borboniche, bruciavano anche le case e ammazzavano senza pietà i loro occupanti.
La morte, a volte, valeva una, due, tre piastre. Intanto il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima a essere
saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti: persino le statue dei santi furono trafugate! Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14agosto 1861.
Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani
E avvenenti, venivano violentate e poi uccise.
Due dei giovani, che erano stati salvati dal De Marco in quanto liberali, nel vedere tanta barbarie e tanto accanimento contro i
Loro concittadini e contro la loro città, dopo essersi consultati col
proprio padre, si diressero verso il colonnello Negri. Non avrebbero dovuto!
Idue giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali a Napoli, sognavano un’Italia Una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. La loro adesione al liberalismo fu
vanificata da quelle scene di terrore e di orrore; di colpo s’accorsero che il re sabaudo era un macellaio e che il vero liberale era il
Re Borbone.
Il più giovane dei due aveva finito da poco gli studi all’università di Napoli e stava per cimentarsi nella libera professione
dell’avvocatura; il più grande era un buon commerciante a Pontelandolfo.
I due benpensanti liberali pontelandolfesi furono accompagnati al cospetto del colonnello Negri dal garibaldino De Marco.
L’avvocato si rivolse verso l’ufficiale piemontese, quasi a rimproverarlo: «Signor colonnello, siamo venuti qui da liberali, da unitari
E nazionali quali siamo sempre stati a fare pubblica rimostranza
per quello che sta accadendo nel paese.»
Negri: «Cosa sta accadendo?»
Rinaldi, così si chiamava l’avvocato: «I bersaglieri stanno incendiando tutte le case di Pontelandolfo e stanno uccidendo tutti.
In nome di Dio, li fermi!»
Negri: «Quei luridi reazionari hanno massacrato quaranta soldati piemontesi, quaranta eroi; per ogni soldato moriranno cento cafoni, capito?»
Rinaldi: «Signor colonnello, ciò che lei dice è contro le più
elementari leggi, è immorale, devono essere presi i responsabili e
giudicati da un tribunale.»
Negri: «Da un tribunale? Io conosco un solo tribunale, quello
che stai vedendo. La vendetta militare.»
Rinaldi: «Ma lì non ci sono militari, vi è solo gente indifesa.»
Negri: «Quella gente ha massacrato quaranta piemontesi e pagheranno con la morte.»
Rinaldi: «Signor colonnello, questo è un eccidio, passerete alla
storia come un criminale di guerra, un assassino!»
Negri: «Guardie, guardieee! Prendete questi due e fucilateli,
sono come gli altri, sono terroni, liberali o non liberali, fucilateli!
Iveri liberali stanno a Torino.»
Dieci bersaglieri presero i Rinaldi, li svuotarono dei soldi che
avevano nelle tasche e li portarono nei pressi della chiesa di San
Donato. I due fratelli chiesero un prete per l’ultima confessione;
gli fu negato.
Istantaneamente furono bendati e fucilati. Morirono gridando
ai piemontesi: «Assassini maledetti!», furono raggiunti dai pallettoni mentre sputavano verso il plotone d’esecuzione.
L’avvocato morì subito mentre il fratello, nonostante fosse stato
colpito da nove pallottole era ancora vivo. Il colonnello Negri si
avvicinò e lo finì con un colpo di baionetta.
La strage continuò: ogni casa veniva rovistata, saccheggiata,
incendiata. I morti venivano accatastati l’un sull’altro, e fra quei
corpi vi era anche qualcuno ancora vivo, che per il dolore mordeva
il corpo del cadavere sottostante. Chi non riusciva a morire subito
doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato
sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani
sotto la minaccia delle baionette.
Il colonnello Gaetano Negri, il generale De Sonnaz, il generale
Cialdini, il maggiore Rossi erano orgogliosi di portare la coccarda
azzurra come segno di fedeltà a Casa Savoia. Tutti appartenevano
alla casta militare piemontese, tutti di fede massonica.
Pontelandolfo stava bruciando; i saccheggi continuava o senza
sosta come pure gli assassinii.
Moltissime donne furono violentate e poi ammazzate; alcune
che s’erano rifugiate nelle chiese furono trucidate dopo essere state
denudate davanti all’altare. Una, oltre a opporre resistenza, graffiò
a sangue il viso di un piemontese; le vennero mozzate entrambe le
mani e poi finita a fucilate. Furono uccisi uomini, donne e bambini. Tutte le chiese furono profanate e spogliate dei doni centenari.
Le ostie sante furono gettate, le pissidi, i voti d’argento, i calici, le
statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati.
165ue di quei soldati, di fede cattolica, rubarono il mantello
della Madonna e la corona inghirlandata che cingeva la sua testa.
Poiché per un cattolico è peccato mortale profanare i luoghi sacri
idue eroi piemontesi, credendo crollasse la chiesa dopo tale misfatto, fuggirono impauriti. Due settimane dopo, uno di essi tornò
davanti alla Madonna spogliata e sfregiata, piangendo e implorando il perdono, in quanto il compagno che aveva rubato e profanato
con lui la chiesa era morto inspiegabilmente. Dopo ore di stragi,
di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz fece suonare l’adunata e il ritiro della colonna infame.
I bersaglieri erano stanchi di assassinare, stanchi di correre,
madidi di sudore dovuto al caldo afoso di quel giorno d’agosto e
al fuoco che divampava nelle case. A molti sanguinavano le dita e
le mani per aver sparato troppo. I loro zaini erano pieni di refurtiva e le loro tasche piene di piastre d’argento.
Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati e sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz e del colonnello Negri
ascoltarono quest’ultimo: «Soldati, oggi avete scritto una pagina
memorabile per la storia d’Italia. Vi siete comportati da eroi, da
veri soldati. Tutto il ricavato del saccheggio è vostro e vi sarà concessa pure una breve licenza premio. Forza Italia! Viva l’Italia! E
ora in marcia verso Benevento, siamo a secco di munizioni e se arrivano i briganti non potremo difenderci, avanti march!»
La colonna degli eroi infami si diresse verso Fragneto e poi a
Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, i piemontesi mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato; e per questo
motivo dai beneventani, fu chiamata Caserma del Gesù.
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LE PREFAZIONI ALLE DUE EDIZIONI DEL LIBRO " I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD", DI PINO APRILE, ULTIMA EDIZIONE E DI LUCIO BARONE, LA PRIMA EDIZIONE

 PREFAZIONE

di Pino Aprile

Questo libro fu pubblicato, la prima volta, quindici anni fa. È il risultato della riflessione, della dignità e dell’indignazione di un uomo che ha riscoperto, nella sua carne, una ferita antica e mai chiusa: il martirio della sua città, Gaeta, per favorire la nascita del- l’Italia unita, rivelatasi matrigna e persino ancora nemica di chi, a quella costruzione storica, ha pagato, per tutti, il prezzo più alto, in risorse e sangue. Antonio Ciano è un uomo perbene, mosso da quella passione civile che spinge alla ricerca della verità, alla denuncia delle storture, e soprattutto all’azione, magari in totale solitudine, o in assoluta minoranza; per l’incapacità di tradire il primo comandamento degli onesti: fa’ quel che devi!

Perché ne parlo così? Perché lo conosco.

Sono l’autore di Terroni, la rilettura, da Sud, di 150 anni di storia d’Italia, dal Risorgimento a oggi, con il racconto dell’invasione, le stragi, il saccheggio del Sud, gli stupri, le torture, le rappresaglie, le leggi per drenare danaro nel Meridione e spenderlo al Nord, allora come oggi (è solo un degno continuatore di una delinquenziale e consolidata pratica il ministro Giulio Tremonti che sottrae decine di miliardi di euro dai Fondi per le aree sottoutilizzare (cui erano destinati per legge!) e li dilapida all’ombra della sue Alpi, per esempio per pagare le multe europee per le truffe degli degli allevatori padani). È stato detto che Terroni ha risvegliato l’orgoglio del Sud e lo ha indotto a cercare strumenti politici per pretendere il rispetto di quel diritto all’equità, da parte dello Stato, che sin qui è stato negato ai meridionali (si era pensato di sostituirlo con l’insulto…).

Altrimenti, non si spiegherebbe il sorprendente successo del libro, che ha polverizzato ogni più rosea previsione editoriale, sino a divenire un fenomeno non solo letterario, ma sociale, politico. La verità è un’altra: Terroni ha incontratoun’onda insospettatamente alta, che era montata negli anni, senza che nessuno si fosse accorto di quanto potente e vasta fosse; nemmeno io che, pure, a questi temi ho dedicato studio e scritti.

Quella sollevazione di tanto popolo si deve ad altri: alla reazione dei meridionali per la quantità e vomitevole qualità di offese, discriminazioni, attacchi razzisti firmati dalla Lega e benedetti da buona parte dei reazionari del Nord, sostenuti da reazionari del Sud, ignorati da progressisti del Nord e del Sud: dallo sciaguratoaccordo Pagliarini-Van Miert (il primo, leghista, allora purtroppo per l’Italia e per il Sud, ministro; il secondo rappresentante dell’Unione Europea), che tolse, solo al nostro Mezzogiorno, gli sgravi fiscali concessi alle aree depresse del continente, e costò 100mila posti di lavoro nelle regioni italiane già a più alta disoccupazione;alle manovre leghiste per togliere a Napoli la paternità della pizza e della dieta mediterranea!

Ma quella sollevazione di tanto popolo si deve anche alla conoscenza diffusa da tanti autori, prima di Terroni, sulle vere vicende del Risorgimento e la diseguale, ferocemente diseguale, distribuzione delle risorse: nessuna industria ha reso tanto al Nord, quanto la fabbrica della sottrazione delle risorse destinate al Sud (persinol’Ici sulle case di lusso fu abolita in tutt’Italia, grazie al solito manolesta Tremonti, con i 3,5 miliardi di euro stanziati per riassestare strade e porti di Calabria e Sicilia).

Uno dei primi e più attivi di quella nuova leva di meridionalisti che produssero il riemergere di una sopita e rassegnata sensibilità è Antonio Ciano.

PREFAZIONE

di Lucio Barone

Antonio Ciano nasce contadino ma, come gran parte dei suoi
concittadini che si fanno onore su tutti i mari in un lavoro duro,
stressante, lontano dagli affetti più cari, si fa marinaio dopo aver
completato gli studi nautici. E forse è proprio rincorrendo i suoi
ricordi nelle lunghe notti stellate dei mari sudamericani, ricordando i racconti del nonno Pasquale, le scorribande nei vicoli della
città vecchia squassata dalle cannonate piemontesi e piena di sgarrupi, rivedendo a lampi il macabro rituale dello spiazzo di Montesecco dove con gli altri scugnizzi, ragazzino, in attesa di festeggiare il centenario di una unità che oggi è in discussione, assiste
ignaro al disseppellimento di mille e più cadaveri ammassati alla
rinfusa: divise azzurre, ciocie, bottoni d’argento strappati non più
luccicanti, ma anneriti dal tempo. Visione agghiacciante di uomini
edonne massacrati da una calcolata guerra di conquista condotta
in nome di un ideale condiviso da pochi ma combattuto dai più.
Lì i fratelli uccisero i fratelli. Lì l’odio prese il sopravvento e creò
le premesse per uno scadimento sociale ed economico che ancora
oggi mostra i segni e crea divisioni, ancora oggi fa riaffiorare il
verme del razzismo e dell’egoismo.
ECiano torna dopo anni alla sua terra, ai suoi ulivi famosi nel
mondo, al suo tormento di sempre, deciso a innalzare con la penna
un monumento che possa trovare nei tempi attuali più attento
riscontro assieme ai pochi illustri predecessori. Raccoglie testimonianze difficili ma non impossibili, riscontri alle figure romanzate
di tanti briganti condannati a esseretali dai vincitori e da tutta
una storiografia risorgimentale di parte, che esalta i pochi vincitori e distrugge, annienta e cancella i più.

 
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