sabato 27 luglio 2013

Puntuale l'articolo di Gigi Di Fiore sulla nomina del napoletano Roberti all'antimafia...

di Gigi Di Fiore

Roberti, un napoletano alla guida della Procura nazionale antimafia


 Un napoletano alla guida delle Procura nazionale antimafia. Dal 1993, ci sono stati un calabrese (Bruno Siclari), un toscano (Pierluigi Vigna), un siciliano (Piero Grasso) e ora tocca a un campano. Conosco Franco Roberti da quasi 30 anni. Avevo da poco messo piede a Castelcapuano, sede del tribunale napoletano, per occuparmi di cronaca giudiziaria, quando incontrai quel sostituto. Era determinato, volitivo, diffidente. Quanto bastava al primo impatto, per prenderci reciprocamente le distanze, avvicinandoci poi sempre più con la stima che segue la conoscenza più approfondita.

Quando nacquero le sezioni distrettuali antimafia, il procuratore capo di Napoli era Vittorio Sbordone. Delegò la guida del delicato ufficio a Lucio Di Pietro, già allora il magistrato inquirente più esperto in materia di camorra. Il magistrato che aveva gestito le principali inchieste nelle sanguinose guerre tra Nco e Nf. Lui, Roberti, pensò di provare l'esperienza romana: scelse di andare alla Procura nazionale dove capo era stato nominato Bruno Siclari.

Era il 1993, chi aveva voluto l'ufficio di coordinamento nazionale delle indagini sulle mafie, Giovanni Falcone, era stato ammazzato dai Corleonesi. Dopo di lui, toccò anche a Paolo Borsellino. La generazione dei magistrati più giovani alla Procura nazionale seguì quei modelli. Roberti aveva 43 anni.

Un giorno del 1992, eravamo insieme ad un convegno a Stresa su giustizia e informazione, mi confidò il suo cruccio principale: "Seguendo questo lavoro che è impegno a tempo pieno, ho perso tanti passaggi della vita dei miei figli. Su questo, devo ringraziare mia moglie che è stata con loro tanto presente". Una confidenza inaspettata, ricevuta da chi appariva sempre duro, chiuso, senza cedimenti sentimentali. Non era così.

Sportivo, i suoi allenamenti ai remi alla Canottieri Napoli sono stati sempre la sua passione, cinico quanto basta per un magistrato. Alla Procura nazionale, dove fu delegato a seguire le indagini di mafia in Basilicata e poi Sicilia, rimase fino alla gestione Vigna. Poi il ritorno a Napoli. Da aggiunto, dopo non molto tempo divenne coordinatore della Dda.

Qualche anno prima, tra il 1992 e il 1996, era stato lui a coordinare, con Paolo Mancuso, Luigi Gay, Antonio Laudati e Giovanni Melillo, le indagini nate dalle dichiarazioni di Pasquale Galasso, principale collaboratore di giustizia della camorra negli ultimi 30 anni. Camorra e politica, camorra e imprenditoria, camorra e burocrazia. Fascicoli delicati e impegnativi.

Da coordinatore della Dda, appoggiò le inchieste sui Casalesi che avevano in Federico Cafiero (oggi procuratore capo a Reggio Calabria), il punto di riferimento fondamentale. A Napoli, tanti sostituti di oggi lo definiscono il loro "maestro". Poi, Salerno, a risanare una Procura lacerata da divisioni e scontri interni. L'omicidio del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, il sindaco pescatore, è rimasta l'indagine incompiuta. Indizi, convinzioni, ma poche prove. E tanti silenzi. A quasi tre anni da quell'omicidio, Roberti va alla Procura nazionale. Ma l'inchiesta continua.

"Le mafie non sono un problema, sono IL PROBLEMA del sud" mi ha più volte ripetuto. E una volta, dopo la presentazione all'Istituto di studi filosofici del mio libro "L'impero dei Casalesi", mi rivelò: "E' vero, stavamo cercando di convincere Cutolo a collaborare con la giustizia. Glielo impedirono le sue donne, la sorella e la moglie".

Confidenza del 2008 da chi aveva indagato sui rapporti tra politici potenti e clan della camorra. Franco ha 65 anni, ne ha molti ancora davanti per potere ben lavorare alla Procura nazionale. Risorse, energia, entusiasmo e preparazione non gli mancano. E' l'altro volto del Sud: quello che le mafie le combatte (a volte, per questo, molti ci sono anche morti). Senza tollerarle, o conviverci. In bocca al lupo, procuratore.

Gigi Di Fiore



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di Gigi Di Fiore

Roberti, un napoletano alla guida della Procura nazionale antimafia


 Un napoletano alla guida delle Procura nazionale antimafia. Dal 1993, ci sono stati un calabrese (Bruno Siclari), un toscano (Pierluigi Vigna), un siciliano (Piero Grasso) e ora tocca a un campano. Conosco Franco Roberti da quasi 30 anni. Avevo da poco messo piede a Castelcapuano, sede del tribunale napoletano, per occuparmi di cronaca giudiziaria, quando incontrai quel sostituto. Era determinato, volitivo, diffidente. Quanto bastava al primo impatto, per prenderci reciprocamente le distanze, avvicinandoci poi sempre più con la stima che segue la conoscenza più approfondita.

Quando nacquero le sezioni distrettuali antimafia, il procuratore capo di Napoli era Vittorio Sbordone. Delegò la guida del delicato ufficio a Lucio Di Pietro, già allora il magistrato inquirente più esperto in materia di camorra. Il magistrato che aveva gestito le principali inchieste nelle sanguinose guerre tra Nco e Nf. Lui, Roberti, pensò di provare l'esperienza romana: scelse di andare alla Procura nazionale dove capo era stato nominato Bruno Siclari.

Era il 1993, chi aveva voluto l'ufficio di coordinamento nazionale delle indagini sulle mafie, Giovanni Falcone, era stato ammazzato dai Corleonesi. Dopo di lui, toccò anche a Paolo Borsellino. La generazione dei magistrati più giovani alla Procura nazionale seguì quei modelli. Roberti aveva 43 anni.

Un giorno del 1992, eravamo insieme ad un convegno a Stresa su giustizia e informazione, mi confidò il suo cruccio principale: "Seguendo questo lavoro che è impegno a tempo pieno, ho perso tanti passaggi della vita dei miei figli. Su questo, devo ringraziare mia moglie che è stata con loro tanto presente". Una confidenza inaspettata, ricevuta da chi appariva sempre duro, chiuso, senza cedimenti sentimentali. Non era così.

Sportivo, i suoi allenamenti ai remi alla Canottieri Napoli sono stati sempre la sua passione, cinico quanto basta per un magistrato. Alla Procura nazionale, dove fu delegato a seguire le indagini di mafia in Basilicata e poi Sicilia, rimase fino alla gestione Vigna. Poi il ritorno a Napoli. Da aggiunto, dopo non molto tempo divenne coordinatore della Dda.

Qualche anno prima, tra il 1992 e il 1996, era stato lui a coordinare, con Paolo Mancuso, Luigi Gay, Antonio Laudati e Giovanni Melillo, le indagini nate dalle dichiarazioni di Pasquale Galasso, principale collaboratore di giustizia della camorra negli ultimi 30 anni. Camorra e politica, camorra e imprenditoria, camorra e burocrazia. Fascicoli delicati e impegnativi.

Da coordinatore della Dda, appoggiò le inchieste sui Casalesi che avevano in Federico Cafiero (oggi procuratore capo a Reggio Calabria), il punto di riferimento fondamentale. A Napoli, tanti sostituti di oggi lo definiscono il loro "maestro". Poi, Salerno, a risanare una Procura lacerata da divisioni e scontri interni. L'omicidio del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, il sindaco pescatore, è rimasta l'indagine incompiuta. Indizi, convinzioni, ma poche prove. E tanti silenzi. A quasi tre anni da quell'omicidio, Roberti va alla Procura nazionale. Ma l'inchiesta continua.

"Le mafie non sono un problema, sono IL PROBLEMA del sud" mi ha più volte ripetuto. E una volta, dopo la presentazione all'Istituto di studi filosofici del mio libro "L'impero dei Casalesi", mi rivelò: "E' vero, stavamo cercando di convincere Cutolo a collaborare con la giustizia. Glielo impedirono le sue donne, la sorella e la moglie".

Confidenza del 2008 da chi aveva indagato sui rapporti tra politici potenti e clan della camorra. Franco ha 65 anni, ne ha molti ancora davanti per potere ben lavorare alla Procura nazionale. Risorse, energia, entusiasmo e preparazione non gli mancano. E' l'altro volto del Sud: quello che le mafie le combatte (a volte, per questo, molti ci sono anche morti). Senza tollerarle, o conviverci. In bocca al lupo, procuratore.

Gigi Di Fiore



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