venerdì 10 maggio 2013

Il nostro amico Alessio Postiglione (Capo Gabinetto Politico di Luigi de Magistris) chiarisce qualcosa d'importante su "la Repubblica"...


"Funziona vendere il Patrimonio per ripagare il debito? Il paradosso di Fisher nelle proposte neoliberiste di Gianni Lettieri, leader dell'opposizione Pdl al Comune di Napoli. La mia analisi per Repubblica."

Alessio Postiglione



 Giovedì, 9 Maggio 2013 (Alessio Postiglione da la Repubblica Napoli!)

LA FONDAZIONE di Gianni Lettieri, “Fare città”, sabato scorso ha presentato pubblicamente le sue nuove proposte. Lettieri, strategicamente, rispetto all’approccio pubblicista dei beni comuni dell’attuale giunta, rilancia una visione privatistica del Comune.
Due i passaggi salienti: amministrare il Comune come un’azienda che produce utili e vendita di tutto il patrimonio immobiliare alienabile e non strategico tramite l’affidamento a una società specializzata. Tralascio l’analisi delle altre proposte, spesso dal sapore elettoralistico, come il project financing, previsto da leggi dello Stato — il problema al Sud sono semmai gli imprenditori che investono — e l’idea di un amministratore unico per le partecipate, superata da un recente provvedimento statale che proibisce di prendere componenti nei board che non siano dipendenti pubblici. 
I due punti poc’anzi portati all’attenzione del lettore sono quelli strategici, infatti, perché rivelatori di una concezione, diffusa anche a sinistra, che definirei di antistatalismo istituzionale. Non è solo la politica ad aver subito un lento e pericoloso processo di logoramento, ma lo stesso Stato, percepito come una consorteria inefficiente (“il comitato d’affari della borghesia”, direbbe Marx) o un Leviatano che “mette le mani in tasca ai cittadini”, come ripetono le destre. 
Lettieri, dunque, ripropone alcune vecchie idee neoliberiste, che sono all’origine della crisi, e non ne possono rappresentare la soluzione. Questa temperie antistatalista è allettante perché contiene una dose di buon senso e semplificazione: è sotto gli occhi di tutti che il privato funzioni generalmente meglio dello Stato. Ma la realtà è diversa, proprio perché è più complessa. Particolarmente seducente è l’idea che un Comune povero nel reddito (la leva fiscale) ma ricco nel patrimonio possa utilizzare quest’ultimo per liberarsi dalla tenaglia del debito. Giova ricordare che la Patrimonio Spa, e le società di cartolarizzazione Scip 1 e 2, volute nel 2001 da Tremonti, si sono rivelate un grande flop. In quell’occasione, lo Stato mise su l’ennesimo carrozzone pubblico, in cui si entrava senza concorso (potenza degli strumenti privatistici: le Scip erano società di diritto lussemburghese!), e la vendita del patrimonio non ridusse il debito. Si potrebbe obiettare che le Scip furono inefficienti perché pubbliche. Ma se l’utile, cioè la differenza rispetto alla stima iniziale dell’immobile, a fronte della quale la società di cartolarizzazione emette obbligazioni, e quanto poi effettivamente si lucra dalla vendita, andasse in tasca a un privato, incentivato a vendere, che beneficio collettivo avremmo a vendere il nostro patrimonio? 
Non a caso, le società di cartolarizzazione si assicurano sempre contrattualmente un utile indipendentemente da come andranno le vendite. Il problema, infatti, è insito nella deflazione del debito che si genera attraverso l’impegno a dover vendere “tutto il patrimonio per pagare il debito”, noto in economia come paradosso Fisher. Se tanti soggetti contemporaneamente si trovano nelle condizioni di dover ripagare un debito e vendono le loro case per rimborsare un mutuo, i prezzi delle case crollano, a detrimento anche degli altri proprietari che vedono disintegrarsi il valore dei propri asset e sono spinti verso altre vendite forzate. La deflazione generalizzata dei prezzi fa si che il valore reale del debito aumenti, anche se il suo valore nominale diminuisce. La soluzione, allora, è la messa a reddito di gran parte del patrimonio, non la vendita generalizzata. In tema di riduzione dei fitti passivi, il Comune di Napoli, nel 2012, ha risparmiato circa 6 milioni di euro, mentre i 100 milioni di euro incassati dalle dismissioni hanno dimostrato il netto cambio di passo rispetto al passato. 
Inoltre, sul fronte della ricognizione delle cifre utilizzabili nel piano di rientro dal debito, il Comune, da una prima stima di un miliardo di euro di patrimonio stimato, è passato a 730 milioni, proprio in via cautelativa. Certo, esiste una pressione verso la vendita del patrimonio, indipendente da Lettieri e utilizzata ampiamente nei piani di rientro dei Comuni: m questi anni, privatizzazioni e vendita di asset pubblici hanno creato rendite private, allargato il gap Nord-Sud, aumentato il debito pubblico e abbattuto il Pil. Sarebbe, forse, giunto il momento di rilanciare una vera riflessione critica che, al buon senso comune, sostituisca l’analisi ragionata dei dati, per migliorare Napoli.

Alessio Postiglione

Fonte : 
la Repubblica  
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"Funziona vendere il Patrimonio per ripagare il debito? Il paradosso di Fisher nelle proposte neoliberiste di Gianni Lettieri, leader dell'opposizione Pdl al Comune di Napoli. La mia analisi per Repubblica."

Alessio Postiglione



 Giovedì, 9 Maggio 2013 (Alessio Postiglione da la Repubblica Napoli!)

LA FONDAZIONE di Gianni Lettieri, “Fare città”, sabato scorso ha presentato pubblicamente le sue nuove proposte. Lettieri, strategicamente, rispetto all’approccio pubblicista dei beni comuni dell’attuale giunta, rilancia una visione privatistica del Comune.
Due i passaggi salienti: amministrare il Comune come un’azienda che produce utili e vendita di tutto il patrimonio immobiliare alienabile e non strategico tramite l’affidamento a una società specializzata. Tralascio l’analisi delle altre proposte, spesso dal sapore elettoralistico, come il project financing, previsto da leggi dello Stato — il problema al Sud sono semmai gli imprenditori che investono — e l’idea di un amministratore unico per le partecipate, superata da un recente provvedimento statale che proibisce di prendere componenti nei board che non siano dipendenti pubblici. 
I due punti poc’anzi portati all’attenzione del lettore sono quelli strategici, infatti, perché rivelatori di una concezione, diffusa anche a sinistra, che definirei di antistatalismo istituzionale. Non è solo la politica ad aver subito un lento e pericoloso processo di logoramento, ma lo stesso Stato, percepito come una consorteria inefficiente (“il comitato d’affari della borghesia”, direbbe Marx) o un Leviatano che “mette le mani in tasca ai cittadini”, come ripetono le destre. 
Lettieri, dunque, ripropone alcune vecchie idee neoliberiste, che sono all’origine della crisi, e non ne possono rappresentare la soluzione. Questa temperie antistatalista è allettante perché contiene una dose di buon senso e semplificazione: è sotto gli occhi di tutti che il privato funzioni generalmente meglio dello Stato. Ma la realtà è diversa, proprio perché è più complessa. Particolarmente seducente è l’idea che un Comune povero nel reddito (la leva fiscale) ma ricco nel patrimonio possa utilizzare quest’ultimo per liberarsi dalla tenaglia del debito. Giova ricordare che la Patrimonio Spa, e le società di cartolarizzazione Scip 1 e 2, volute nel 2001 da Tremonti, si sono rivelate un grande flop. In quell’occasione, lo Stato mise su l’ennesimo carrozzone pubblico, in cui si entrava senza concorso (potenza degli strumenti privatistici: le Scip erano società di diritto lussemburghese!), e la vendita del patrimonio non ridusse il debito. Si potrebbe obiettare che le Scip furono inefficienti perché pubbliche. Ma se l’utile, cioè la differenza rispetto alla stima iniziale dell’immobile, a fronte della quale la società di cartolarizzazione emette obbligazioni, e quanto poi effettivamente si lucra dalla vendita, andasse in tasca a un privato, incentivato a vendere, che beneficio collettivo avremmo a vendere il nostro patrimonio? 
Non a caso, le società di cartolarizzazione si assicurano sempre contrattualmente un utile indipendentemente da come andranno le vendite. Il problema, infatti, è insito nella deflazione del debito che si genera attraverso l’impegno a dover vendere “tutto il patrimonio per pagare il debito”, noto in economia come paradosso Fisher. Se tanti soggetti contemporaneamente si trovano nelle condizioni di dover ripagare un debito e vendono le loro case per rimborsare un mutuo, i prezzi delle case crollano, a detrimento anche degli altri proprietari che vedono disintegrarsi il valore dei propri asset e sono spinti verso altre vendite forzate. La deflazione generalizzata dei prezzi fa si che il valore reale del debito aumenti, anche se il suo valore nominale diminuisce. La soluzione, allora, è la messa a reddito di gran parte del patrimonio, non la vendita generalizzata. In tema di riduzione dei fitti passivi, il Comune di Napoli, nel 2012, ha risparmiato circa 6 milioni di euro, mentre i 100 milioni di euro incassati dalle dismissioni hanno dimostrato il netto cambio di passo rispetto al passato. 
Inoltre, sul fronte della ricognizione delle cifre utilizzabili nel piano di rientro dal debito, il Comune, da una prima stima di un miliardo di euro di patrimonio stimato, è passato a 730 milioni, proprio in via cautelativa. Certo, esiste una pressione verso la vendita del patrimonio, indipendente da Lettieri e utilizzata ampiamente nei piani di rientro dei Comuni: m questi anni, privatizzazioni e vendita di asset pubblici hanno creato rendite private, allargato il gap Nord-Sud, aumentato il debito pubblico e abbattuto il Pil. Sarebbe, forse, giunto il momento di rilanciare una vera riflessione critica che, al buon senso comune, sostituisca l’analisi ragionata dei dati, per migliorare Napoli.

Alessio Postiglione

Fonte : 
la Repubblica  

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