martedì 5 febbraio 2013

Donne contro la ‘ndrangheta quando il Sud ha il coraggio di resistere


Un giorno, tra qualche anno, in una strada qualsiasi della Calabria, Denise, figlia di un boss, e Federica, figlia di una sindaca, potrebbero incontrarsi, parlarsi, e perfino capirsi. Se verrà quel giorno, la ‘ndrangheta sarà finita


L’Italia quaggiù è un racconto di donne, sul coraggio delle donne. Ho voluto fosse esplicito sin dalla riga di catenaccio sotto il titolo del libro: “Maria Carmela Lanzetta e le donne contro la ‘ndrangheta”. Ci vuole coraggio, e tanto, per alzare la testa davanti ai padrini che dettano legge in Calabria.

La Lanzetta è la sindaca di Monasterace diventata simbolo della resistenza alle cosche dopo due attentati e mille sforzi per ristabilire le regole della convivenza civile nel suo paesino della Locride. Accanto a lei, in questa primavera delle donne calabresi, altre amministratrici comunali, che hanno abbandonato professioni di successo e rischiato la vita pur di mettersi, col buonsenso delle madri, a disposizione della cosa pubblica. Infine, accanto a loro, e questo è forse il dato più incoraggiante, una lunga schiera di giovani donne cresciute nelle famiglie di ‘ndrangheta ma decise a passare dalla parte dello Stato.

    Perché? Per salvare i figli dalle faide e dalla galera.

Così, con molto rispetto per le donne di “quaggiù” (perché è facile parlare e dare consigli da Roma o da Milano, a centinaia di chilometri di rassicurante distanza), ho cercato anche di rendere il clima, quella pesante aria di intimidazione e di violenza che si respira, sin dalle prime righe del primo capitolo.

ALL’ALBA DI QUEL Corpus Domini qualcuna portò il Vetril. Qualcun’altra le spugnette dei piatti afferrate in fretta e al buio dal lavello di casa. Molte, straccetti e strofinacci, intinti nelle bacinelle d’acqua e sapone. E si misero in fila così, Rosalba e Caterina, Rosanna, Maria Rita e Chiara, le donne di Monasterace, davanti alla farmacia bruciata alle porte del paese, sulla statale 106, in mezzo al fumo e alla cenere che ancora avvolgevano ciò che il fuoco aveva risparmiato.

    «Qua puliamo noi» le dissero.
    «Ma io come vi ripago?» chiese Maria Carmela Lanzetta.
    «Voi ci avete già ripagato, sindaco».

La scena si svolge nella farmacia della famiglia Lanzetta. Bruciata. Ad appiccare il fuoco sono stati quattro figuri che, senza nemmeno il timore delle telecamere di sorveglianza, hanno versato la benzina dalla finestra sul retro prima di buttare dentro un fiammifero. E’ successo alle 6 del mattino del 26 giugno 2011. Giorno della festa dell’Infiorata. Poche ore dopo il marciapiede di fronte alla farmacia era un tappeto di fiori, un omaggio della parte sana di Monasterace a Maria Carmela. E le donne del paese erano già al lavoro le mura annerite “per salvare il salvabile” e consentire alla sindaca di riaprire al più presto.

Non è finita quella sera, era soltanto l’inizio. Nove mesi dopo, la ‘ndrangheta si è rifatta viva, stavolta a colpi di pistola, sparati contro la serranda della stessa farmacia e contro l’auto di Maria Carmela. Che però non si è arresa, ha ritirato le dimissioni che, a caldo, aveva dato sull’onda dell’emotività: devo continuare a fare il mio dovere, ha detto. E ha ripreso a governare uno dei paesi più difficili e remoti d’Italia, combattuta dai clan ma sostenuta dalla sua gente.

In particolare dalle altre donne.

Ecco, questa è L’Italia quaggiù (da cui il titolo del libro, appena pubblicato da Laterza), la porzione di Paese della quale, al resto del Paese, sembra non importare nulla; perché la considera irrimediabilmente perduta. La parte più disagiata della Calabria. Una terra che ricorda Aruba o Valona, i Caraibi poveri o l’Albania. Dove ci sono interi quartieri senza una casa finita o almeno squadrata. Dove si costruiscono due garage abusivi attorno alla torre medievale e un gabinetto sulla facciata del convento del X secolo, e non ci sono i soldi per eseguire le delibere di abbattimento. Dove le operaie delle serre non ricevono lo stipendio da mesi. Dove mancano strade, scuole, ospedali. Dove i boss continuano a comandare dal carcere, e inviano ai sindaci – è successo alla Lanzetta ma anche a Elisabetta Tripodi, sindaca di Rosarno – lettere allusive e minatorie. Ma dove un’intera generazione di giovani si è ribellata alle mafie. E dove le donne, dopo secoli in cui la violenza e il maschilismo marciavano di pari passo, hanno trovato il coraggio di dire no, e prendere in mano il proprio destino.

Il libro è dunque la cronaca di un viaggio nella ‘ndrangheta ma soprattutto nell’universo femminile cresciuto nonostante la ‘ndrangheta, dentro la ribellione delle “pentite” di ‘ndrangheta e la forza di molte madri e figlie, spose e sorelle di rifiutare le regole arcaiche d’un universo omertoso e misogino.

La vicenda di Maria Carmela Lanzetta s’intreccia con quella di altre donne come lei: Elena Tripodi, sindaca di Rosarno, sotto scorta e minacciata dai clan egemoni del paese; Katy Capitò, giudice per le indagini preliminari di Locri; Giuseppina Pesce, che ora vive con una nuova identità; sua cugina Maria Concetta Cacciola, che invece ha pagato con la vita la scelta di passare dalla parte dello Stato; Lea Garofalo, torturata, ammazzata e bruciata in un campo per aver denunciato il suo compagno ‘ndranghetista, e ricordata nel libro attraverso la narrazione dalla sorella Marisa.

L’Italia quaggiù nasce da un’osservazione: in pochi anni in Calabria si moltiplicano i casi di giovani donne cresciute in famiglie mafiose che decidono di spezzare il cerchio per amore dei figli, per impedire cioè che ai figli venga riservato lo stesso destino di morte e di galera toccato alle precedenti generazioni. La storia di Lea Garofalo – sequestrata e uccisa dal padre di sua figlia Denise, che diventerà poi la principale teste d’accusa in un processo chiuso con cinque ergastoli -, ha scosso le coscienze. Accanto a Lea si profilano altre donne. E siccome sono le donne a trasmettere i valori e i disvalori ai figli, se salta questo anello cruciale della catena tutto il sistema mafioso può saltare.

Una storia che a Monasterace dà fastidio a molti.  Due giorni dopo l’uscita dell’Italia quaggiù in libreria, è apparsa una pagina Facebook che ne invoca il boicottaggio e attacca Maria Carmela.  Il ritornello è sempre lo stesso, “non denigrate il paese!”: io penso sia ora di cambiarlo, questo Paese, che è solo uno, e si chiama Italia.

Un giorno, tra qualche anno, in una strada qualsiasi della Calabria, Denise, figlia di un boss, e Federica, figlia di una sindaca, potrebbero incontrarsi, parlarsi, e perfino capirsi. Se verrà quel giorno, la ‘ndrangheta sarà finita. Saremo liberi.

Molte donne calabresi sembrano cominciare a crederci. Non dobbiamo lasciarle sole, ciascuno di noi deve sentirsi un po’ cittadino di certe terre della Locride flagellate da delinquenti vigliacchi. E porsi una domanda semplice: cosa posso fare perché il giorno della liberazione diventi più vicino?

 Tratto da: 27esimaora.corriere.it
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Un giorno, tra qualche anno, in una strada qualsiasi della Calabria, Denise, figlia di un boss, e Federica, figlia di una sindaca, potrebbero incontrarsi, parlarsi, e perfino capirsi. Se verrà quel giorno, la ‘ndrangheta sarà finita


L’Italia quaggiù è un racconto di donne, sul coraggio delle donne. Ho voluto fosse esplicito sin dalla riga di catenaccio sotto il titolo del libro: “Maria Carmela Lanzetta e le donne contro la ‘ndrangheta”. Ci vuole coraggio, e tanto, per alzare la testa davanti ai padrini che dettano legge in Calabria.

La Lanzetta è la sindaca di Monasterace diventata simbolo della resistenza alle cosche dopo due attentati e mille sforzi per ristabilire le regole della convivenza civile nel suo paesino della Locride. Accanto a lei, in questa primavera delle donne calabresi, altre amministratrici comunali, che hanno abbandonato professioni di successo e rischiato la vita pur di mettersi, col buonsenso delle madri, a disposizione della cosa pubblica. Infine, accanto a loro, e questo è forse il dato più incoraggiante, una lunga schiera di giovani donne cresciute nelle famiglie di ‘ndrangheta ma decise a passare dalla parte dello Stato.

    Perché? Per salvare i figli dalle faide e dalla galera.

Così, con molto rispetto per le donne di “quaggiù” (perché è facile parlare e dare consigli da Roma o da Milano, a centinaia di chilometri di rassicurante distanza), ho cercato anche di rendere il clima, quella pesante aria di intimidazione e di violenza che si respira, sin dalle prime righe del primo capitolo.

ALL’ALBA DI QUEL Corpus Domini qualcuna portò il Vetril. Qualcun’altra le spugnette dei piatti afferrate in fretta e al buio dal lavello di casa. Molte, straccetti e strofinacci, intinti nelle bacinelle d’acqua e sapone. E si misero in fila così, Rosalba e Caterina, Rosanna, Maria Rita e Chiara, le donne di Monasterace, davanti alla farmacia bruciata alle porte del paese, sulla statale 106, in mezzo al fumo e alla cenere che ancora avvolgevano ciò che il fuoco aveva risparmiato.

    «Qua puliamo noi» le dissero.
    «Ma io come vi ripago?» chiese Maria Carmela Lanzetta.
    «Voi ci avete già ripagato, sindaco».

La scena si svolge nella farmacia della famiglia Lanzetta. Bruciata. Ad appiccare il fuoco sono stati quattro figuri che, senza nemmeno il timore delle telecamere di sorveglianza, hanno versato la benzina dalla finestra sul retro prima di buttare dentro un fiammifero. E’ successo alle 6 del mattino del 26 giugno 2011. Giorno della festa dell’Infiorata. Poche ore dopo il marciapiede di fronte alla farmacia era un tappeto di fiori, un omaggio della parte sana di Monasterace a Maria Carmela. E le donne del paese erano già al lavoro le mura annerite “per salvare il salvabile” e consentire alla sindaca di riaprire al più presto.

Non è finita quella sera, era soltanto l’inizio. Nove mesi dopo, la ‘ndrangheta si è rifatta viva, stavolta a colpi di pistola, sparati contro la serranda della stessa farmacia e contro l’auto di Maria Carmela. Che però non si è arresa, ha ritirato le dimissioni che, a caldo, aveva dato sull’onda dell’emotività: devo continuare a fare il mio dovere, ha detto. E ha ripreso a governare uno dei paesi più difficili e remoti d’Italia, combattuta dai clan ma sostenuta dalla sua gente.

In particolare dalle altre donne.

Ecco, questa è L’Italia quaggiù (da cui il titolo del libro, appena pubblicato da Laterza), la porzione di Paese della quale, al resto del Paese, sembra non importare nulla; perché la considera irrimediabilmente perduta. La parte più disagiata della Calabria. Una terra che ricorda Aruba o Valona, i Caraibi poveri o l’Albania. Dove ci sono interi quartieri senza una casa finita o almeno squadrata. Dove si costruiscono due garage abusivi attorno alla torre medievale e un gabinetto sulla facciata del convento del X secolo, e non ci sono i soldi per eseguire le delibere di abbattimento. Dove le operaie delle serre non ricevono lo stipendio da mesi. Dove mancano strade, scuole, ospedali. Dove i boss continuano a comandare dal carcere, e inviano ai sindaci – è successo alla Lanzetta ma anche a Elisabetta Tripodi, sindaca di Rosarno – lettere allusive e minatorie. Ma dove un’intera generazione di giovani si è ribellata alle mafie. E dove le donne, dopo secoli in cui la violenza e il maschilismo marciavano di pari passo, hanno trovato il coraggio di dire no, e prendere in mano il proprio destino.

Il libro è dunque la cronaca di un viaggio nella ‘ndrangheta ma soprattutto nell’universo femminile cresciuto nonostante la ‘ndrangheta, dentro la ribellione delle “pentite” di ‘ndrangheta e la forza di molte madri e figlie, spose e sorelle di rifiutare le regole arcaiche d’un universo omertoso e misogino.

La vicenda di Maria Carmela Lanzetta s’intreccia con quella di altre donne come lei: Elena Tripodi, sindaca di Rosarno, sotto scorta e minacciata dai clan egemoni del paese; Katy Capitò, giudice per le indagini preliminari di Locri; Giuseppina Pesce, che ora vive con una nuova identità; sua cugina Maria Concetta Cacciola, che invece ha pagato con la vita la scelta di passare dalla parte dello Stato; Lea Garofalo, torturata, ammazzata e bruciata in un campo per aver denunciato il suo compagno ‘ndranghetista, e ricordata nel libro attraverso la narrazione dalla sorella Marisa.

L’Italia quaggiù nasce da un’osservazione: in pochi anni in Calabria si moltiplicano i casi di giovani donne cresciute in famiglie mafiose che decidono di spezzare il cerchio per amore dei figli, per impedire cioè che ai figli venga riservato lo stesso destino di morte e di galera toccato alle precedenti generazioni. La storia di Lea Garofalo – sequestrata e uccisa dal padre di sua figlia Denise, che diventerà poi la principale teste d’accusa in un processo chiuso con cinque ergastoli -, ha scosso le coscienze. Accanto a Lea si profilano altre donne. E siccome sono le donne a trasmettere i valori e i disvalori ai figli, se salta questo anello cruciale della catena tutto il sistema mafioso può saltare.

Una storia che a Monasterace dà fastidio a molti.  Due giorni dopo l’uscita dell’Italia quaggiù in libreria, è apparsa una pagina Facebook che ne invoca il boicottaggio e attacca Maria Carmela.  Il ritornello è sempre lo stesso, “non denigrate il paese!”: io penso sia ora di cambiarlo, questo Paese, che è solo uno, e si chiama Italia.

Un giorno, tra qualche anno, in una strada qualsiasi della Calabria, Denise, figlia di un boss, e Federica, figlia di una sindaca, potrebbero incontrarsi, parlarsi, e perfino capirsi. Se verrà quel giorno, la ‘ndrangheta sarà finita. Saremo liberi.

Molte donne calabresi sembrano cominciare a crederci. Non dobbiamo lasciarle sole, ciascuno di noi deve sentirsi un po’ cittadino di certe terre della Locride flagellate da delinquenti vigliacchi. E porsi una domanda semplice: cosa posso fare perché il giorno della liberazione diventi più vicino?

 Tratto da: 27esimaora.corriere.it

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