giovedì 24 febbraio 2011

B. per salvarsi aiuta le cosche

Di Umberto Lucentini


Dopo il Rubygate è partita un'offensiva senza precedenti contro la magistratura. "Il
nuovo tentativo di bloccare le intercettazioni è un oggettivo vantaggio per Cosa nostra». Le durissime parole del giudice antimafia Nino Di Matteo





















Dopo la decisione del gip di Milano di sottoporre Silvio Berlusconi al giudizio immediato per l'inchiesta sul Rubygate sono ripartiti gli attacchi alla magistratura e si torna a parlare di riforma della giustizia. L'inizio di una nuova guerra tra la politica e la magistratura? "L'Espresso" ne ha parlato con Nino Di Matteo, presidente dell'Anm di Palermo ma soprattutto pubblico ministero di tanti procedimenti antimafia.

Dottor Di Matteo, che cosa sta succedendo?
«Parlare di una guerra tra politica e magistratura non corrisponde a quanto vissuto in questi ultimi anni e oggi. Non abbiamo assistito né assistiamo a una guerra reciproca, ma ad una offensiva unilaterale, senza precedenti, violenta e sistematica di una parte consistente della politica contro la magistratura. Negli ultimi anni e oggi il controllo di legalità è stato visto come un ostacolo, forse l'ultimo da rimuovere nella pretesa dell'esercizio di un potere senza limiti e senza contrappesi».

Durante la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario lei, come presidente dell'Anm di Palermo, ha sottolineato e criticato il silenzio del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, davanti agli attacchi del premier alle toghe...
«A fronte delle denigrazioni continue e delle definizioni dei magistrati come pazzi, deviati mentali, cancro della democrazia e del nostro sistema sociale, abbiamo constatato il silenzio di troppi esponenti istituzionali tra i quali – ma non soltanto - il ministro della Giustizia: da lui ci saremmo aspettati, in ossequio ad una cultura istituzionale, una presa di distanze rispetto a questa offensiva pericolosa e destabilizzante nei confronti della magistratura. Nei fatti, purtroppo, abbiamo sempre constatato il silenzio e l'adesione in ogni caso alla volontà e alle esternazioni del capo».

Il presidente del Consiglio e il ministro Alfano sono tornati nei giorni scorsi a parlare di riforma della giustizia e decreto intercettazioni...
«Purtroppo sembra che ciclicamente si ripropongano le stesse iniziative sulla base della stretta attualità. Tra queste la più pericolosa ed esiziale per le indagini in terra di mafia è quella sulle intercettazioni. I magistrati applicheranno sempre la legge che ha voluto il Parlamento. Ma credo che chi vive e opera in Sicilia - dove tanti nostri colleghi sono stati uccisi perché credevano nel loro lavoro – ha un dovere etico e civile di denunciare prima ciò che accadrebbe in caso di approvazione della legge come viene prospettata. Le modifiche costituiscono un oggettivo vantaggio per la mafia per il silenzio imposto all'informazione come i boss hanno sempre auspicato. I mafiosi hanno sempre desiderato che non vengano pubblicate le loro conversazioni intercettate, che l'opinione pubblica non conosca nulla delle infiltrazioni mafiose in economia, in politica, nella pubblica amministrazione. Ci sarebbe poi un danno diretto per l'efficacia della repressione, soprattutto in relazione ai reati dei colletti bianchi mafiosi. Fatti che spesso si è riusciti a scoprire partendo da ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione. Se la legge sulle intercettazioni venisse approvata non sarebbe più consentito disporre intercettazioni per quelle ipotesi di reato».

Ma voi magistrati parlate di rischi immediati per la collettività...
«L'approvazione della legge comporterebbe un ampliamento inaccettabile di sacche di impunità e il dilagare ulteriore di fenomeni corruttivi e dell'intreccio mafioso-politico- economico. Ecco perché dobbiamo denunciare oggi questo pericolo: perché domani non si addebitino alla magistratura o alle forze di polizia le colpe del dilagare della criminalità».

Denunciate anche il rischio del ritorno della strategia stragista di pezzi di Cosa nostra in combutta con poteri deviati dello Stato...
«L'analisi del passato evidenzia come proprio in periodi di massima confusione politica si sono verificati episodi criminali e stragisti che hanno visto insieme Cosa nostra e altre forze criminali per destabilizzare ulteriormente il quadro politico-istituzionale e favorire il consolidamento di nuovi assetti. C'è un ulteriore rischio, che si avverte particolarmente in terra di mafia. La continua offensiva denigratoria, di fatto contribuisce a creare un pericolosissimo isolamento nel tessuto sociale della magistratura. E lo sappiamo bene perché lo abbiamo imparato sulla nostra pelle: l'isolamento della magistratura o di singoli magistrati contribuisce a rendere fertile il terreno alla criminalità organizzata per omicidi o attenti in danno di giudici».


Voi magistrati "esternate" troppo, sostiene chi non vi ama, dicendo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano tramite le indagini e non le interviste...
«In troppi sbandierano il vessillo della memoria di Falcone e Borsellino anche dimenticando o - ne sono convinto – fingendo di dimenticare, un dato essenziale: il coraggio, la forza, la chiarezza delle denunce pubbliche che Falcone e Borsellino non esitarono a gridare con forza quando avvertirono il pericolo di un affievolimento di impegno dello Stato contro la mafia. Borsellino rischiò anche un procedimento disciplinare proprio per la chiarezza delle sue denunce pubbliche anche attraverso interviste giornalistiche. Ritenne però Borsellino che in certi momenti e in certe situazioni il magistrato abbia anche il dovere, oltre che il diritto, di parlare in modo chiaro. Credo che quello che stiamo vivendo sia un momento in cui si impone il coraggio e la chiarezza di prese di posizione eventualmente anche scomode».

La giunta distrettuale di Palermo dell'Anm, di cui lei è presidente, sta proponendo a livello nazionale un codice di autoregolamentazione che ha un obiettivo: creare una serie di norme che limitino il rischio che i magistrati possano apparire non indipendenti rispetto alla politica.
«Lo spirito che ha animato i lavori della giunta distrettuale, e dell'assemblea che ha approvato il documento, è legato alla contingenza storica. In un momento come questo in cui è messa in pericolo dall'esterno la nostra autonomia e indipendenza, vogliamo coltivare ed esaltare questi valori costituzionali. Per fare ciò vogliamo impegnarci non solo ad essere imparziali ma anche ad apparire tali agli occhi dei cittadini. Per questo motivo il documento si propone di stimolare il dibattito per porre paletti più alti nel passaggio dalla funzione giurisdizionale a incarichi di tipo politico e soprattutto nel percorso eventuale di ritorno alla giurisdizione da pare di chi ha avuto incarichi o funzioni politiche».

Due esempi di questi paletti?
«Si preveda che il magistrato non possa candidarsi o peggio accettare incarichi politici non elettivi nel territorio in cui ha esercitato la sua funzione di giudice o di pubblico ministero. E che chi ha terminato un incarico politico non possa tornare a svolgere le funzioni di magistrato nel territorio dove ha svolto le funzioni politiche. E' il nostro, ulteriore contributo, per difendere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura da chi vuole comprometterla».


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Di Umberto Lucentini


Dopo il Rubygate è partita un'offensiva senza precedenti contro la magistratura. "Il
nuovo tentativo di bloccare le intercettazioni è un oggettivo vantaggio per Cosa nostra». Le durissime parole del giudice antimafia Nino Di Matteo





















Dopo la decisione del gip di Milano di sottoporre Silvio Berlusconi al giudizio immediato per l'inchiesta sul Rubygate sono ripartiti gli attacchi alla magistratura e si torna a parlare di riforma della giustizia. L'inizio di una nuova guerra tra la politica e la magistratura? "L'Espresso" ne ha parlato con Nino Di Matteo, presidente dell'Anm di Palermo ma soprattutto pubblico ministero di tanti procedimenti antimafia.

Dottor Di Matteo, che cosa sta succedendo?
«Parlare di una guerra tra politica e magistratura non corrisponde a quanto vissuto in questi ultimi anni e oggi. Non abbiamo assistito né assistiamo a una guerra reciproca, ma ad una offensiva unilaterale, senza precedenti, violenta e sistematica di una parte consistente della politica contro la magistratura. Negli ultimi anni e oggi il controllo di legalità è stato visto come un ostacolo, forse l'ultimo da rimuovere nella pretesa dell'esercizio di un potere senza limiti e senza contrappesi».

Durante la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario lei, come presidente dell'Anm di Palermo, ha sottolineato e criticato il silenzio del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, davanti agli attacchi del premier alle toghe...
«A fronte delle denigrazioni continue e delle definizioni dei magistrati come pazzi, deviati mentali, cancro della democrazia e del nostro sistema sociale, abbiamo constatato il silenzio di troppi esponenti istituzionali tra i quali – ma non soltanto - il ministro della Giustizia: da lui ci saremmo aspettati, in ossequio ad una cultura istituzionale, una presa di distanze rispetto a questa offensiva pericolosa e destabilizzante nei confronti della magistratura. Nei fatti, purtroppo, abbiamo sempre constatato il silenzio e l'adesione in ogni caso alla volontà e alle esternazioni del capo».

Il presidente del Consiglio e il ministro Alfano sono tornati nei giorni scorsi a parlare di riforma della giustizia e decreto intercettazioni...
«Purtroppo sembra che ciclicamente si ripropongano le stesse iniziative sulla base della stretta attualità. Tra queste la più pericolosa ed esiziale per le indagini in terra di mafia è quella sulle intercettazioni. I magistrati applicheranno sempre la legge che ha voluto il Parlamento. Ma credo che chi vive e opera in Sicilia - dove tanti nostri colleghi sono stati uccisi perché credevano nel loro lavoro – ha un dovere etico e civile di denunciare prima ciò che accadrebbe in caso di approvazione della legge come viene prospettata. Le modifiche costituiscono un oggettivo vantaggio per la mafia per il silenzio imposto all'informazione come i boss hanno sempre auspicato. I mafiosi hanno sempre desiderato che non vengano pubblicate le loro conversazioni intercettate, che l'opinione pubblica non conosca nulla delle infiltrazioni mafiose in economia, in politica, nella pubblica amministrazione. Ci sarebbe poi un danno diretto per l'efficacia della repressione, soprattutto in relazione ai reati dei colletti bianchi mafiosi. Fatti che spesso si è riusciti a scoprire partendo da ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione. Se la legge sulle intercettazioni venisse approvata non sarebbe più consentito disporre intercettazioni per quelle ipotesi di reato».

Ma voi magistrati parlate di rischi immediati per la collettività...
«L'approvazione della legge comporterebbe un ampliamento inaccettabile di sacche di impunità e il dilagare ulteriore di fenomeni corruttivi e dell'intreccio mafioso-politico- economico. Ecco perché dobbiamo denunciare oggi questo pericolo: perché domani non si addebitino alla magistratura o alle forze di polizia le colpe del dilagare della criminalità».

Denunciate anche il rischio del ritorno della strategia stragista di pezzi di Cosa nostra in combutta con poteri deviati dello Stato...
«L'analisi del passato evidenzia come proprio in periodi di massima confusione politica si sono verificati episodi criminali e stragisti che hanno visto insieme Cosa nostra e altre forze criminali per destabilizzare ulteriormente il quadro politico-istituzionale e favorire il consolidamento di nuovi assetti. C'è un ulteriore rischio, che si avverte particolarmente in terra di mafia. La continua offensiva denigratoria, di fatto contribuisce a creare un pericolosissimo isolamento nel tessuto sociale della magistratura. E lo sappiamo bene perché lo abbiamo imparato sulla nostra pelle: l'isolamento della magistratura o di singoli magistrati contribuisce a rendere fertile il terreno alla criminalità organizzata per omicidi o attenti in danno di giudici».


Voi magistrati "esternate" troppo, sostiene chi non vi ama, dicendo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano tramite le indagini e non le interviste...
«In troppi sbandierano il vessillo della memoria di Falcone e Borsellino anche dimenticando o - ne sono convinto – fingendo di dimenticare, un dato essenziale: il coraggio, la forza, la chiarezza delle denunce pubbliche che Falcone e Borsellino non esitarono a gridare con forza quando avvertirono il pericolo di un affievolimento di impegno dello Stato contro la mafia. Borsellino rischiò anche un procedimento disciplinare proprio per la chiarezza delle sue denunce pubbliche anche attraverso interviste giornalistiche. Ritenne però Borsellino che in certi momenti e in certe situazioni il magistrato abbia anche il dovere, oltre che il diritto, di parlare in modo chiaro. Credo che quello che stiamo vivendo sia un momento in cui si impone il coraggio e la chiarezza di prese di posizione eventualmente anche scomode».

La giunta distrettuale di Palermo dell'Anm, di cui lei è presidente, sta proponendo a livello nazionale un codice di autoregolamentazione che ha un obiettivo: creare una serie di norme che limitino il rischio che i magistrati possano apparire non indipendenti rispetto alla politica.
«Lo spirito che ha animato i lavori della giunta distrettuale, e dell'assemblea che ha approvato il documento, è legato alla contingenza storica. In un momento come questo in cui è messa in pericolo dall'esterno la nostra autonomia e indipendenza, vogliamo coltivare ed esaltare questi valori costituzionali. Per fare ciò vogliamo impegnarci non solo ad essere imparziali ma anche ad apparire tali agli occhi dei cittadini. Per questo motivo il documento si propone di stimolare il dibattito per porre paletti più alti nel passaggio dalla funzione giurisdizionale a incarichi di tipo politico e soprattutto nel percorso eventuale di ritorno alla giurisdizione da pare di chi ha avuto incarichi o funzioni politiche».

Due esempi di questi paletti?
«Si preveda che il magistrato non possa candidarsi o peggio accettare incarichi politici non elettivi nel territorio in cui ha esercitato la sua funzione di giudice o di pubblico ministero. E che chi ha terminato un incarico politico non possa tornare a svolgere le funzioni di magistrato nel territorio dove ha svolto le funzioni politiche. E' il nostro, ulteriore contributo, per difendere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura da chi vuole comprometterla».


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