lunedì 3 maggio 2010

Impregilo, Bin Laden e i sovrani del petrolio



di Antonio Mazzeo - 2 maggio 2010

Impregilo, la società di costruzioni general contractor del Ponte sullo Stretto di Messina, concorrerà in Arabia Saudita alle gare per la realizzazione di impianti di dissalazione dal valore complessivo di 4 miliardi di dollari.

E, secondo quanto dichiarato dal suo amministratore delegato Alberto Rubegni, lo farà in associazione con la controllata Fisia Italimpianti e con la Bemco, società del Saudi Binladin Group (SBG), il colosso finanziario della famiglia bin Laden operante nei settori delle opere pubbliche, delle telecomunicazioni e dell’editoria. La prima offerta di gara sarà presentata entro il 9 maggio e riguarderà la costruzione di un impianto a Raz Azur; a giugno si punterà invece alla costruzione di un megadissalatore a Yanbu.
Il Saudi Binladin Group è amministrato da Bakr bin Laden, fratello del più noto Osama, l’irrintracciabile stratega del terrorismo internazionale di matrice islamica. La holding è una delle principali alleate economiche della petro-famiglia che governa l’Arabia Saudita. Fu grazie all’amicizia personale con il re Abdulaziz Al Saud, fondatore del regno saudita, che il patriarca Mohammad bin Laden (padre di Osama) riuscì ad accumulare un immenso patrimonio finanziario. Amico personale di re Fahd era pure il primogenito Salem bin Laden, succeduto a Mohammad nella conduzione del gruppo, vittima nel 1988 di un misterioso incidente aereo in Texas dove si era recato per un incontro d’affari con George Bush senior.
Il Saudi Binladin Group è stato per lungo tempo il principale cliente della famiglia regnante dell’Arabia Saudita per la costruzione e l’amministrazione dei luoghi santi del mondo islamico. La controversa famiglia bin Laden ha aderito al “wahhabismo”, il movimento rigorista sunnita diffusosi in Medio oriente nel XVIII secolo e rilanciato dai regnanti sauditi nel Novecento. A partire dagli anni ’70, l’Arabia Saudita ha investito somme notevoli per l’esportazione del pensiero wahhabita, dando vita a una pluralità di movimenti islamisti radicali nell’area afghano-pakistana, in Caucaso ed Asia centrale e nel Sud-est asiatico. I bin Laden sono stati importanti investitori della Al-Shamal Islamic Bank, utilizzata dal principe Mohamed Al-Faisal Al-Saud per finanziare i movimenti wahhabiti internazionali. I bin Laden sono pure azionisti di un altro istituto bancario filo-radicali, la Dubai Islamic Bank di Mohamed Khalfan ben Kharbarsh, ministro delle finanze saudita.
Nonostante la forte connotazione pro-islamica, il Saudi Binladin Group si è affermato nei maggiori mercati azionari mondiali, conseguendo partecipazioni in imprese statunitensi, canadesi ed europee, come ad esempio General Electric, Motorola, Nortel Networks, Iridium, Unilever, Quaker e Cadbury Schweppes. Rilevanti i vincoli con alcuni dei principali gruppi finanziari transnazionali che intrecciano attività e destini con Impregilo e gli azionisti di riferimento: il Saudi Binladin Group ha operato in particolare congiuntamente con Goldman & Sachs, Citigroup, Deutsche Bank ed ABN Amro. Goldman & Sachs, dopo l’uscita di Gemina da Impregilo, ha acquisito il 2,84% della società di Sesto San Giovanni; inoltre controlla l’8% circa della finanziaria Sintonia SA, il cui azionista principale è Edizione Srl della famiglia Benetton, tra gli azionisti di rilievo di Impregilo. ABN Amro, invece, dopo aver offerto la propria disponibilità a concorrere al finanziamento di una parte dei lavori del Ponte sullo Stretto di Messina, nel gennaio 2008 ha accettato la richiesta di IGLI (la finanziaria che controlla il 33% di Impregilo in mano ai gruppi Benetton, Gavio e Ligresti) di rastrellare sul mercato il 3% delle azioni della società di costruzioni.
Intanto gli operatori s’interrogano se la partnership in terra araba con il Saudi Binladin Group non possa consentire ad Impregilo di conseguire una parte dei capitali necessari alla progettazione e realizzazione dell’opera di collegamento stabile Calabria-Sicilia. Da Riyadh, in passato, qualche segnale d’interesse sarebbe stato inviato. Al processo sul tentativo d’infiltrazione da parte delle grandi organizzazioni criminali mafiose nordamericane nella gara per il Ponte, conclusosi una decina di giorni fa a Roma con la condanna dell’ingegnere italo-canadese Giuseppe Zappia, tra i possibili co-finanziatori dell’opera è stato fatto il nome di un principe saudita, tale Bin Nawaf bin Abdulaziz Al Saud, indicato come “nipote di re Fahd d’Arabia”. Si tratterebbe di uno dei più stretti congiunti dell’uomo nominato a capo dei servizi segreti nazionali alla vigilia dell’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001, quello ordinato da Osama bin Laden ed eseguito da un commando con passaporto saudita. Altro strettissimo familiare del “principe del Ponte” sarebbe Mohammed bin Nawaf bin Abdul Aziz Al Saud, ambasciatore dell’Arabia Saudita in Italia e Malta dal 1995 al 2005.
Tra i membri più influenti della dinastia saudita c’è poi Abdullah bin Saleh Al Obaid, fondatore della Lega islamica mondiale, con sedi in 120 paesi. La Lega ha al suo attivo la costruzione in Europa delle moschee di Copenaghen, Madrid e Roma. Con un costo complessivo di 50 milioni di dollari, la grande moschea di Roma è stata realizzata a metà anni ’90 da un’impresa italiana, la Federici, poi acquisita dal colosso Impregilo. Nell’ottobre del 1996, alla stessa Impregilo (in associazione con la Rizzani de Eccher di Udine) è stato affidato invece il primo lotto di lavori per la realizzazione della più grande moschea del mondo (500 mila metri quadrati di superficie), quella di Abu Dhabi. Il megacomplesso religioso è stato interamente finanziato dallo sceicco Kalifa bin Zayed Al Nahyan, l’emiro e presidente del consiglio esecutivo di Abu Dhabi morto nel 2006. Anche Kalifa bin Zayed Al Nahyan è noto per i suoi legami con le organizzazioni dell’estremismo islamico. Negli anni ’60 lo sceicco visitò il Beluchistan pakistano sotto la protezione di un anziano funzionario dei servizi segreti di quel paese, tale “Awan”, che lo mise in contatto con molti dervisci e mistici locali. Fu proprio grazie a questi contatti che l’emiro di Abu Dhabi incontrò in Pakistan l’uomo d’affari Agha Hassan Abedi, divenendone grande amico e partner finanziario. Abedi è il fondatore della BCCI, la Bank of Credit and Commerce International, più nota come Criminal Bank, per diversi anni il più importante centro di “lavaggio” del denaro proveniente dal narcotraffico, utilizzata dalla CIA per la conduzione di operazioni clandestine a favore dell’ex alleato Saddam Hussein, del dittatore pakistano Mohammed Zia, della Contra nicaraguese e della resistenza islamica all’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Fu proprio grazie a Kalifa bin Zayed Al Nahyan, che la BCCI ebbe la possibilità di aprire tre filiali negli Emirati Arabi Uniti, una delle quali proprio ad Abu Dhabi.
Nel piccolo emirato arabo gli affari per Impregilo non sono certo mancati. Oltre alla monumentale moschea, la società di costruzioni e la controllata Fisia Italimpianti hanno realizzato 7 dissalatori, mentre sono in corso i lavori per un nuovo impianto della capacità di 100 milioni di galloni al giorno e per una centrale elettrica di 1.500 MW a Shuweihat, lungo la costa del Golfo Persico. Nel settembre 2009, Impregilo si è aggiudicata la gara internazionale promossa dalla “Abu Dhabi Sewerage Services Company” per la realizzazione del primo dei tre lotti di un tunnel lungo 40 chilometri che raccoglierà per gravità le acque reflue di Abu Dhabi e le convoglierà alla stazione di trattamento situata nella località di Al Wathba. I lavori, per un importo di 243 milioni di dollari, dovranno essere completati entro il 2013. Fisia ha invece presentato un’offerta per la parte del progetto relativa alla costruzione degli impianti di desalinizzazione delle acque marine. L’ammontare della possibile commessa potrebbe superare i 2,7 miliardi di dollari.

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/27898/48/
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di Antonio Mazzeo - 2 maggio 2010

Impregilo, la società di costruzioni general contractor del Ponte sullo Stretto di Messina, concorrerà in Arabia Saudita alle gare per la realizzazione di impianti di dissalazione dal valore complessivo di 4 miliardi di dollari.

E, secondo quanto dichiarato dal suo amministratore delegato Alberto Rubegni, lo farà in associazione con la controllata Fisia Italimpianti e con la Bemco, società del Saudi Binladin Group (SBG), il colosso finanziario della famiglia bin Laden operante nei settori delle opere pubbliche, delle telecomunicazioni e dell’editoria. La prima offerta di gara sarà presentata entro il 9 maggio e riguarderà la costruzione di un impianto a Raz Azur; a giugno si punterà invece alla costruzione di un megadissalatore a Yanbu.
Il Saudi Binladin Group è amministrato da Bakr bin Laden, fratello del più noto Osama, l’irrintracciabile stratega del terrorismo internazionale di matrice islamica. La holding è una delle principali alleate economiche della petro-famiglia che governa l’Arabia Saudita. Fu grazie all’amicizia personale con il re Abdulaziz Al Saud, fondatore del regno saudita, che il patriarca Mohammad bin Laden (padre di Osama) riuscì ad accumulare un immenso patrimonio finanziario. Amico personale di re Fahd era pure il primogenito Salem bin Laden, succeduto a Mohammad nella conduzione del gruppo, vittima nel 1988 di un misterioso incidente aereo in Texas dove si era recato per un incontro d’affari con George Bush senior.
Il Saudi Binladin Group è stato per lungo tempo il principale cliente della famiglia regnante dell’Arabia Saudita per la costruzione e l’amministrazione dei luoghi santi del mondo islamico. La controversa famiglia bin Laden ha aderito al “wahhabismo”, il movimento rigorista sunnita diffusosi in Medio oriente nel XVIII secolo e rilanciato dai regnanti sauditi nel Novecento. A partire dagli anni ’70, l’Arabia Saudita ha investito somme notevoli per l’esportazione del pensiero wahhabita, dando vita a una pluralità di movimenti islamisti radicali nell’area afghano-pakistana, in Caucaso ed Asia centrale e nel Sud-est asiatico. I bin Laden sono stati importanti investitori della Al-Shamal Islamic Bank, utilizzata dal principe Mohamed Al-Faisal Al-Saud per finanziare i movimenti wahhabiti internazionali. I bin Laden sono pure azionisti di un altro istituto bancario filo-radicali, la Dubai Islamic Bank di Mohamed Khalfan ben Kharbarsh, ministro delle finanze saudita.
Nonostante la forte connotazione pro-islamica, il Saudi Binladin Group si è affermato nei maggiori mercati azionari mondiali, conseguendo partecipazioni in imprese statunitensi, canadesi ed europee, come ad esempio General Electric, Motorola, Nortel Networks, Iridium, Unilever, Quaker e Cadbury Schweppes. Rilevanti i vincoli con alcuni dei principali gruppi finanziari transnazionali che intrecciano attività e destini con Impregilo e gli azionisti di riferimento: il Saudi Binladin Group ha operato in particolare congiuntamente con Goldman & Sachs, Citigroup, Deutsche Bank ed ABN Amro. Goldman & Sachs, dopo l’uscita di Gemina da Impregilo, ha acquisito il 2,84% della società di Sesto San Giovanni; inoltre controlla l’8% circa della finanziaria Sintonia SA, il cui azionista principale è Edizione Srl della famiglia Benetton, tra gli azionisti di rilievo di Impregilo. ABN Amro, invece, dopo aver offerto la propria disponibilità a concorrere al finanziamento di una parte dei lavori del Ponte sullo Stretto di Messina, nel gennaio 2008 ha accettato la richiesta di IGLI (la finanziaria che controlla il 33% di Impregilo in mano ai gruppi Benetton, Gavio e Ligresti) di rastrellare sul mercato il 3% delle azioni della società di costruzioni.
Intanto gli operatori s’interrogano se la partnership in terra araba con il Saudi Binladin Group non possa consentire ad Impregilo di conseguire una parte dei capitali necessari alla progettazione e realizzazione dell’opera di collegamento stabile Calabria-Sicilia. Da Riyadh, in passato, qualche segnale d’interesse sarebbe stato inviato. Al processo sul tentativo d’infiltrazione da parte delle grandi organizzazioni criminali mafiose nordamericane nella gara per il Ponte, conclusosi una decina di giorni fa a Roma con la condanna dell’ingegnere italo-canadese Giuseppe Zappia, tra i possibili co-finanziatori dell’opera è stato fatto il nome di un principe saudita, tale Bin Nawaf bin Abdulaziz Al Saud, indicato come “nipote di re Fahd d’Arabia”. Si tratterebbe di uno dei più stretti congiunti dell’uomo nominato a capo dei servizi segreti nazionali alla vigilia dell’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001, quello ordinato da Osama bin Laden ed eseguito da un commando con passaporto saudita. Altro strettissimo familiare del “principe del Ponte” sarebbe Mohammed bin Nawaf bin Abdul Aziz Al Saud, ambasciatore dell’Arabia Saudita in Italia e Malta dal 1995 al 2005.
Tra i membri più influenti della dinastia saudita c’è poi Abdullah bin Saleh Al Obaid, fondatore della Lega islamica mondiale, con sedi in 120 paesi. La Lega ha al suo attivo la costruzione in Europa delle moschee di Copenaghen, Madrid e Roma. Con un costo complessivo di 50 milioni di dollari, la grande moschea di Roma è stata realizzata a metà anni ’90 da un’impresa italiana, la Federici, poi acquisita dal colosso Impregilo. Nell’ottobre del 1996, alla stessa Impregilo (in associazione con la Rizzani de Eccher di Udine) è stato affidato invece il primo lotto di lavori per la realizzazione della più grande moschea del mondo (500 mila metri quadrati di superficie), quella di Abu Dhabi. Il megacomplesso religioso è stato interamente finanziato dallo sceicco Kalifa bin Zayed Al Nahyan, l’emiro e presidente del consiglio esecutivo di Abu Dhabi morto nel 2006. Anche Kalifa bin Zayed Al Nahyan è noto per i suoi legami con le organizzazioni dell’estremismo islamico. Negli anni ’60 lo sceicco visitò il Beluchistan pakistano sotto la protezione di un anziano funzionario dei servizi segreti di quel paese, tale “Awan”, che lo mise in contatto con molti dervisci e mistici locali. Fu proprio grazie a questi contatti che l’emiro di Abu Dhabi incontrò in Pakistan l’uomo d’affari Agha Hassan Abedi, divenendone grande amico e partner finanziario. Abedi è il fondatore della BCCI, la Bank of Credit and Commerce International, più nota come Criminal Bank, per diversi anni il più importante centro di “lavaggio” del denaro proveniente dal narcotraffico, utilizzata dalla CIA per la conduzione di operazioni clandestine a favore dell’ex alleato Saddam Hussein, del dittatore pakistano Mohammed Zia, della Contra nicaraguese e della resistenza islamica all’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Fu proprio grazie a Kalifa bin Zayed Al Nahyan, che la BCCI ebbe la possibilità di aprire tre filiali negli Emirati Arabi Uniti, una delle quali proprio ad Abu Dhabi.
Nel piccolo emirato arabo gli affari per Impregilo non sono certo mancati. Oltre alla monumentale moschea, la società di costruzioni e la controllata Fisia Italimpianti hanno realizzato 7 dissalatori, mentre sono in corso i lavori per un nuovo impianto della capacità di 100 milioni di galloni al giorno e per una centrale elettrica di 1.500 MW a Shuweihat, lungo la costa del Golfo Persico. Nel settembre 2009, Impregilo si è aggiudicata la gara internazionale promossa dalla “Abu Dhabi Sewerage Services Company” per la realizzazione del primo dei tre lotti di un tunnel lungo 40 chilometri che raccoglierà per gravità le acque reflue di Abu Dhabi e le convoglierà alla stazione di trattamento situata nella località di Al Wathba. I lavori, per un importo di 243 milioni di dollari, dovranno essere completati entro il 2013. Fisia ha invece presentato un’offerta per la parte del progetto relativa alla costruzione degli impianti di desalinizzazione delle acque marine. L’ammontare della possibile commessa potrebbe superare i 2,7 miliardi di dollari.

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/27898/48/
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