lunedì 15 marzo 2010

Obama chiede alla Cina di rivalutare lo Yuan

C’è preoccupazione nel mondo finanziario occidentale per la fiammata inflattiva in Cina. I prezzi al consumo sono aumentati in febbraio del 2,7% dopo la crescita registrata a gennaio dell’1,5%. L’economia di Pechino dà segni di forte ripresa con la produzione industriale aumentata nei primi due mesi di quest’anno del 20,7%, mentre i sussidi di disoccupazione sono diminuiti seppur lievemente di 6.000 unità. Il rischio è che il forte aumento dei prezzi possa indurre Pechino ad aumentare i tassi di interesse, il che avrebbe riflessi negativi sulle economie occidentali alle prese con i problemi della ripresa economica.

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La moneta cinese ulteriormente deprezzata renderebbe ulteriormente competitive le merci favorendo l’export e svuotando gli immensi depositi di merci invendute cinesi bloccate dalla crisi mondiale.

Il Presidente americano Barack Obama sta premendo sul governo di Pechino chiedendo una rivalutazione dello Yuan che lo riporti ad un tasso di cambio più orientato al mercato, una condizione considerata essenziale per permettere una crescita bilanciata delle economie mondiali.

In sostanza l’amministrazione Usa accusa Pechino di tenere artificialmente basso il tasso di cambio della moneta cinese per favorire il suo export. Non si tratta solo di una discussione teorica. La pressione della amministrazione Usa è estremamente concreta tanto che il prossimo 15 Aprile il Dipartimento del Tesoro americano presenterà il suo rapporto biennale in cui la Cina potrebbe essere definita come “Nazione manipolatrice di valute” .

“ Il 95% dei consumatori mondiali - afferma Obama - è fuori dai confini americani, e noi dobbiamo competere per questi consumatori perché altri Paesi lo fanno. Non possiamo rimanere in panchina – conclude il Presidente Usa- non possiamo tornare ad una economia basata su bolle passeggere e speculazione rampante”.

Le critiche americane hanno avuto immediata risposta dalle autorità di Pechino. Il vicegovernatore della Banca centrale cinese Su Ning nega che un tasso di cambio dello Yuan più forte possa ridurre il surplus commerciale cinese, e rilancia invitando gli Usa a lavorare per aumentare le proprie esportazioni , invece che accusare altri Paesi. “Abbiamo sempre rifiutato la politicizzazione del tasso di cambio dello Yuan, conclude il banchiere cinese, e non abbiamo mai pensato che un Paese debba chiedere aiuto ad un altro Paese per risolvere i suoi problemi”.


Fonte:Reportonline

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C’è preoccupazione nel mondo finanziario occidentale per la fiammata inflattiva in Cina. I prezzi al consumo sono aumentati in febbraio del 2,7% dopo la crescita registrata a gennaio dell’1,5%. L’economia di Pechino dà segni di forte ripresa con la produzione industriale aumentata nei primi due mesi di quest’anno del 20,7%, mentre i sussidi di disoccupazione sono diminuiti seppur lievemente di 6.000 unità. Il rischio è che il forte aumento dei prezzi possa indurre Pechino ad aumentare i tassi di interesse, il che avrebbe riflessi negativi sulle economie occidentali alle prese con i problemi della ripresa economica.

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La moneta cinese ulteriormente deprezzata renderebbe ulteriormente competitive le merci favorendo l’export e svuotando gli immensi depositi di merci invendute cinesi bloccate dalla crisi mondiale.

Il Presidente americano Barack Obama sta premendo sul governo di Pechino chiedendo una rivalutazione dello Yuan che lo riporti ad un tasso di cambio più orientato al mercato, una condizione considerata essenziale per permettere una crescita bilanciata delle economie mondiali.

In sostanza l’amministrazione Usa accusa Pechino di tenere artificialmente basso il tasso di cambio della moneta cinese per favorire il suo export. Non si tratta solo di una discussione teorica. La pressione della amministrazione Usa è estremamente concreta tanto che il prossimo 15 Aprile il Dipartimento del Tesoro americano presenterà il suo rapporto biennale in cui la Cina potrebbe essere definita come “Nazione manipolatrice di valute” .

“ Il 95% dei consumatori mondiali - afferma Obama - è fuori dai confini americani, e noi dobbiamo competere per questi consumatori perché altri Paesi lo fanno. Non possiamo rimanere in panchina – conclude il Presidente Usa- non possiamo tornare ad una economia basata su bolle passeggere e speculazione rampante”.

Le critiche americane hanno avuto immediata risposta dalle autorità di Pechino. Il vicegovernatore della Banca centrale cinese Su Ning nega che un tasso di cambio dello Yuan più forte possa ridurre il surplus commerciale cinese, e rilancia invitando gli Usa a lavorare per aumentare le proprie esportazioni , invece che accusare altri Paesi. “Abbiamo sempre rifiutato la politicizzazione del tasso di cambio dello Yuan, conclude il banchiere cinese, e non abbiamo mai pensato che un Paese debba chiedere aiuto ad un altro Paese per risolvere i suoi problemi”.


Fonte:Reportonline

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