martedì 8 dicembre 2009

La crisi ha tagliato oltre 760mila posti di lavoro



Per l’84% sono lavoratori dipendenti. Male soprattutto edilizia e industria. "Il sistema italiano ha retto meglio di altri paesi Ue, ma ci sono preoccupanti segnali di affanno". Soffrono Nord e Sud, tiene il Centro

sussidio
Sono oltre 760mila i posti di lavoro persi in un anno a causa della crisi tra licenziati, messi in mobilità, contratti interrotti o chiusure di aziende. Dipendente (83,9 per cento), uomo (56,4 per cento) e residente al Nord o al Sud, questo l’identikit di chi soffre di più. Circa il 42 per cento di chi oggi è senza impiego lavorava nell’industria della trasformazione (27,1 per cento) e nell’edilizia (15,1), il 14,5 per cento nel commercio e il 9,1 nei servizi alle imprese. È quanto emerge dal 43esimo Rapporto Censis sulla situazione del paese. A questa platea “già numerosa - sottolinea il rapporto - si aggiungono quanti, pur occupati, lavorano a regime ridotto”: sono risultate infatti circa 310mila le persone che nella settimana in cui sono state intervistate non hanno lavorato, mentre circa 415mila l’hanno fatto ma per meno ore del solito. Si tratta per lo più di lavoratori dipendenti, in cassa integrazione o mobilità (quasi 350 mila) e sono concentrati soprattutto al Nord (65 per cento), segno di come in quest’area del Paese “il sistema, che pure ha tenuto - viene sottolineato - stia però registrando preoccupanti segnali di affanno”.

“IL SISTEMA TIENE”. Fino a oggi “il mercato del lavoro in Italia ha tendenzialmente retto, o almeno non ha reagito alla crisi peggio di quello di altri paesi”, afferma poi il Censis ricordando i dati Istat secondo cui lo a giugno scorso risultavano persi, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, 378mila posti di lavoro, con una diminuzione dell’occupazione dell’1,6 per cento. “Un dato esattamente in linea con quello medio europeo - si evidenzia - e migliore di paesi come la Spagna, che ha bruciato 1 milione 480 mila posti di lavoro, con una perdita del 7,2 per cento”. Tuttavia, la tenuta non c’è stata in tutto il paese né in tutti i settori. Al Sud i posti di lavoro bruciati sono stati 271mila, segnando un 4,1 per cento in meno rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Al Centro l’occupazione è addirittura cresciuta, anche se di poco (+0,2 per cento). Anche a livello settoriale non mancano le differenze: a fronte di comparti che hanno visto ridurre sensibilmente i propri livelli occupazionali, come l’industria, il turismo e il commercio (rispettivamente del 4 per cento i primi due, del 3,5 per cento il terzo), altri hanno registrato invece una crescita: i servizi pubblici, sociali e alle persone (+6,6 per cento), istruzione, la sanità e altri servizi (+0,4 per cento).

SOFFRE IL ‘PARALAVORO’. Il lavoro autonomo ha registrato una perdita di 277mila unità (-5,8 per cento), interessando in misura più significativa il mondo del professionismo e del lavoro in proprio (-11,3 per cento), piuttosto che i piccoli imprenditori alla guida di aziende (-4,2 per cento). Grande sofferenza per il "bacino del paralavoro", ovvero quelle formule occupazionali cresciute a metà strada tra lavoro dipendente e autonomo, che costituiscono una quota ormai importante del mercato (a giugno erano 3 milioni 565mila lavoratori) e hanno registrato una perdita del 4,3 per cento (162mila posti). In particolare, sono colpite le forme di lavoro a termine (-229mila in un anno, con una contrazione del 9,4 per cento), seguite dalle collaborazioni a progetto (-12,1 per cento) e da quelle occasionali (-19,9 per cento).

SALE IL POPOLO DELLE PARTITE IVA, dei collaboratori senza addetti e monocommittenti, che raggiunge quasi quota un milione (+132 mila, con una crescita del 16,3 per cento); un dato, quest’ultimo, secondo il Censis imputabile alla sostituzione di contratti flessibili con formule ancora più esternalizzate e a basso costo. Continua a crescere il lavoro tradizionale, dipendente e a tempo indeterminato, registrando tra il mese di giugno 2008 e il mese di giugno 2009 un +0,4 per cento (con un incremento di oltre 60 mila posti di lavoro), in linea con le tendenze già riscontrate a marzo, quando la crescita era stata ancora piu’ significativa (+1,5 per cento).

Censis

Fonte:Reportonline
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Per l’84% sono lavoratori dipendenti. Male soprattutto edilizia e industria. "Il sistema italiano ha retto meglio di altri paesi Ue, ma ci sono preoccupanti segnali di affanno". Soffrono Nord e Sud, tiene il Centro

sussidio
Sono oltre 760mila i posti di lavoro persi in un anno a causa della crisi tra licenziati, messi in mobilità, contratti interrotti o chiusure di aziende. Dipendente (83,9 per cento), uomo (56,4 per cento) e residente al Nord o al Sud, questo l’identikit di chi soffre di più. Circa il 42 per cento di chi oggi è senza impiego lavorava nell’industria della trasformazione (27,1 per cento) e nell’edilizia (15,1), il 14,5 per cento nel commercio e il 9,1 nei servizi alle imprese. È quanto emerge dal 43esimo Rapporto Censis sulla situazione del paese. A questa platea “già numerosa - sottolinea il rapporto - si aggiungono quanti, pur occupati, lavorano a regime ridotto”: sono risultate infatti circa 310mila le persone che nella settimana in cui sono state intervistate non hanno lavorato, mentre circa 415mila l’hanno fatto ma per meno ore del solito. Si tratta per lo più di lavoratori dipendenti, in cassa integrazione o mobilità (quasi 350 mila) e sono concentrati soprattutto al Nord (65 per cento), segno di come in quest’area del Paese “il sistema, che pure ha tenuto - viene sottolineato - stia però registrando preoccupanti segnali di affanno”.

“IL SISTEMA TIENE”. Fino a oggi “il mercato del lavoro in Italia ha tendenzialmente retto, o almeno non ha reagito alla crisi peggio di quello di altri paesi”, afferma poi il Censis ricordando i dati Istat secondo cui lo a giugno scorso risultavano persi, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, 378mila posti di lavoro, con una diminuzione dell’occupazione dell’1,6 per cento. “Un dato esattamente in linea con quello medio europeo - si evidenzia - e migliore di paesi come la Spagna, che ha bruciato 1 milione 480 mila posti di lavoro, con una perdita del 7,2 per cento”. Tuttavia, la tenuta non c’è stata in tutto il paese né in tutti i settori. Al Sud i posti di lavoro bruciati sono stati 271mila, segnando un 4,1 per cento in meno rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Al Centro l’occupazione è addirittura cresciuta, anche se di poco (+0,2 per cento). Anche a livello settoriale non mancano le differenze: a fronte di comparti che hanno visto ridurre sensibilmente i propri livelli occupazionali, come l’industria, il turismo e il commercio (rispettivamente del 4 per cento i primi due, del 3,5 per cento il terzo), altri hanno registrato invece una crescita: i servizi pubblici, sociali e alle persone (+6,6 per cento), istruzione, la sanità e altri servizi (+0,4 per cento).

SOFFRE IL ‘PARALAVORO’. Il lavoro autonomo ha registrato una perdita di 277mila unità (-5,8 per cento), interessando in misura più significativa il mondo del professionismo e del lavoro in proprio (-11,3 per cento), piuttosto che i piccoli imprenditori alla guida di aziende (-4,2 per cento). Grande sofferenza per il "bacino del paralavoro", ovvero quelle formule occupazionali cresciute a metà strada tra lavoro dipendente e autonomo, che costituiscono una quota ormai importante del mercato (a giugno erano 3 milioni 565mila lavoratori) e hanno registrato una perdita del 4,3 per cento (162mila posti). In particolare, sono colpite le forme di lavoro a termine (-229mila in un anno, con una contrazione del 9,4 per cento), seguite dalle collaborazioni a progetto (-12,1 per cento) e da quelle occasionali (-19,9 per cento).

SALE IL POPOLO DELLE PARTITE IVA, dei collaboratori senza addetti e monocommittenti, che raggiunge quasi quota un milione (+132 mila, con una crescita del 16,3 per cento); un dato, quest’ultimo, secondo il Censis imputabile alla sostituzione di contratti flessibili con formule ancora più esternalizzate e a basso costo. Continua a crescere il lavoro tradizionale, dipendente e a tempo indeterminato, registrando tra il mese di giugno 2008 e il mese di giugno 2009 un +0,4 per cento (con un incremento di oltre 60 mila posti di lavoro), in linea con le tendenze già riscontrate a marzo, quando la crescita era stata ancora piu’ significativa (+1,5 per cento).

Censis

Fonte:Reportonline
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