sabato 7 novembre 2009

Le bombe dimenticate



Di Lorenzo Del Boca

Centocinquanta anni fa, il 10 aprile 1849, le bombe piovevano su Genova. Più o meno come adesso piovono su Pristina e Belgrado. Non c'erano televisioni per documentare gli squarci dei proiettili che sfondavano i tetti delle case e i giornali - di regime - se ne sono stati zitti e non hanno raccontato come i bersaglieri rincorrevano le ragazzotte per stuprarle. Il numero dei morti è stato nascosto e si è fatto di tutto per cancellare persino i nomi delle vittime. Un massacro ordinato da quel galantuomo di Re, Vittorio Emanuele II, realizzato con ruvida efficienza militare dall'eroe generale Alfonso La Marmora.

La prima guerra d'Indipendenza era appena terminata. L'esercito era stato brutalmente sbaragliato alla Bicocca di Novara; il re di Piemonte Carlo Alberto se ne era andato in esilio in Portogallo, «all'ombra del Trocadero» e il figlio Vittorio Emanuele aveva preso il suo posto. La retorica del Risorgimento a ogni costo si è impadronita di questa pagina di storia per celebrarla oltre ogni ragionevole limite e riuscendo a trasformare una sconfitta che faceva vergogna in una mezza vittoria della quale andare fieri. In realtà, ad eccezione dei soldati che si lasciano ammazzare senza lamentarsi e, per la verità, senza nemmeno capire troppo bene la ragione del contendere, gli episodi di inefficienza burocratica e di inettitudine guerriera furono madornali.

A comandare l'esercito venne assunto Wojciech Chrzanowski con la noncuranza con cui oggi si ingaggia all'estero l'allenatore di una squadra di calcio. Il nome di questo generalissimo era impronunciabile in italiano e per la verità lui, in italiano, non era in grado di dire una parola. Occorreva l'interprete. Gli uomini dello stato maggiore si consumarono in rivalità e ripicche personali tanto che la vera battaglia non fu combattuta sul campo ma in discussioni polemiche davanti alle cartine - incomplete - della zona del Ticino. La disorganizzazione fece in modo che alcuni comandanti di reparti ricevettero l'ordine di assumere il comando quando la guerra era già finita. Non c'erano fucili per tutti. I carri con il pane furono fermati nelle retrovie con il risultato che gli uomini restarono a digiuno per tutto il tempo. E se ne stettero in disparte pure gli infermieri che, non gradendo di rischiare una schioppettata per curare i feriti, preferirono lasciare agonizzare quei poveretti sui prati della «brumal Novara».

Come evitare le polemiche del giorno dopo?

Un focolaio di contestazione si sviluppò a Genova che per antichi umori repubblicani si sollevò contro la monarchia. I liguri, da sempre, si collocavano su posizioni critiche nei confronti di Torino. Interpretando prima del tempo i temi di un federalismo «alla Catalana», si domandavano perché dovevano pagare tasse per mantenere la corte sabauda inutilmente costosa: e credevano che non convenisse loro mantenere un esercito di dimensioni spropositate per le necessità di un regno minuscolo. In quel 1849 la contestazione si era arricchita di argomenti più attuali: protestavano per la conduzione della guerra, la decisione di non combattere più e di proporre un armistizio disonorevole la neghittosità di un re faceva il contrario di quello che dichiarava.

Parole, per strada e nei bar, se ne consumarono a vagonate ma atti di vera insubordinazione non ne furono registrati. Anche la rissa che venne provocata fra i cittadini di Genova e due ufficiali piemontesi di stanza in città sembrerebbe piuttosto casuale. Schiaffi, pugni, calci, due sassi raccolti per terra. Il tenente Angelo Boffo venne colpito a morte e dell'altro si disse che era stato ucciso. Le guardie regie, spaventate da quell'episodio, considerarono pericoloso rimanere in città e l'abbandonarono.

Vittorio Emanuele II mandò il generale La Marmora con l'incarico di «tranquillizzare gli animi», «persuadere» della sincerità del governo e«distruggere le calunniose insinuazione sparse contro il re». Il militare fece il militare che, per mestiere, è poco avvezzo a usare le buone maniere del convincimento mentre si trova maggiormente a suo agio se gli si chiede di distruggere. E distrusse. Fece piazzare i cannoni sulle colline intorno a Genova e dalla mattina del 10 aprile, quando le piazze cominciarono a riempirsi di cittadini, ordinò di bombardare senza riguardo. Dopo tre giorni di pioggia di fuoco la città poteva considerarsi pacificata al prezzo di 500 vittime fra uccisi e feriti gravi, la maggior parte dei quali destinati a morire successivamente.

Questi generali, incerti davanti al nemico vero, tremebondi al primo incrociare di baionette, più avvezzi alle ritirate, meglio se precipitose, che alle difese, si scoprirono d'un pezzo solo contro cittadini in doppio petto. Divorati dal dubbio all'eco delle schioppettate sui campi di battaglia, si rivelarono implacabili al cospetto dei cori di protesta scanditi da pacifisti manifestanti. Già l'odore della polvere da sparo li incoraggiava a indietreggiare: poi le prime scaramucce alimentavano la corrispondenza di lettere con le quali chiedevamo allo Stato Maggiore l'autorizzazione a ripiegare e, se appena la battaglia si faceva intensa, voltavano la schiena senza troppi complimenti. La colpa era sempre di qualcun altro. La contestazione degli universitari e, più tardi, degli operai che si opponevano alla forza pubblica brandendo lapis e rotoli di manifesti di contestazione, scatenavano le grandiose velleità militari dei generali di regime. Allora sì che usavano il fiato che avevano nei polmoni, non tremava loro la voce quando ordinavano il fuoco e non tolleravano tentennamenti nei ranghi. I conigli nei campi di battaglia diventano leoni nelle piazze.

Vale per La Marmora a Genova ma va bene anche per Cialdini, il funambolo della spada, infuga disorganizzata a Custoza ma intransigente intorno a Gaeta, per Persano spietato a Napoli e umiliato a Lissa fino a Bava Beccaris e, senza soluzione di continuità, per la maggior parte delle stellette fino alla seconda guerra mondiale compresa.

A Genova i bersaglieri furono così spietati da meritarsi l'odio dei cittadini al punto che per cento anni non poterono celebrare il loro raduno nazionale in Liguria. E per quel fatto esiste, ancora oggi, un'associazione per la «Ricostruzione della Repubblica di Genova» che coltiva risentimenti contro i Savoia e chiede di abbattere la statua di Vittorio Emanuele che sta a cavallo, in piazza Corvetto. Cero l'esercito non ebbe da superare grandi ostacoli di strategia bellica, essendo i rivoltosi intellettuali genericamente «di sinistra» che manifestavano malcontento. I ribelli, con comizi e chiacchiere, ancorché urlate, non avevano armi né proprie né improprie e furono massacrati.

La Marmora tornò a Torino come se avesse vinto la guerra, fu elogiato, premiato con medaglie ed encomi per aver zittito quella «vile e infetta razza di canaglie».
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Di Lorenzo Del Boca

Centocinquanta anni fa, il 10 aprile 1849, le bombe piovevano su Genova. Più o meno come adesso piovono su Pristina e Belgrado. Non c'erano televisioni per documentare gli squarci dei proiettili che sfondavano i tetti delle case e i giornali - di regime - se ne sono stati zitti e non hanno raccontato come i bersaglieri rincorrevano le ragazzotte per stuprarle. Il numero dei morti è stato nascosto e si è fatto di tutto per cancellare persino i nomi delle vittime. Un massacro ordinato da quel galantuomo di Re, Vittorio Emanuele II, realizzato con ruvida efficienza militare dall'eroe generale Alfonso La Marmora.

La prima guerra d'Indipendenza era appena terminata. L'esercito era stato brutalmente sbaragliato alla Bicocca di Novara; il re di Piemonte Carlo Alberto se ne era andato in esilio in Portogallo, «all'ombra del Trocadero» e il figlio Vittorio Emanuele aveva preso il suo posto. La retorica del Risorgimento a ogni costo si è impadronita di questa pagina di storia per celebrarla oltre ogni ragionevole limite e riuscendo a trasformare una sconfitta che faceva vergogna in una mezza vittoria della quale andare fieri. In realtà, ad eccezione dei soldati che si lasciano ammazzare senza lamentarsi e, per la verità, senza nemmeno capire troppo bene la ragione del contendere, gli episodi di inefficienza burocratica e di inettitudine guerriera furono madornali.

A comandare l'esercito venne assunto Wojciech Chrzanowski con la noncuranza con cui oggi si ingaggia all'estero l'allenatore di una squadra di calcio. Il nome di questo generalissimo era impronunciabile in italiano e per la verità lui, in italiano, non era in grado di dire una parola. Occorreva l'interprete. Gli uomini dello stato maggiore si consumarono in rivalità e ripicche personali tanto che la vera battaglia non fu combattuta sul campo ma in discussioni polemiche davanti alle cartine - incomplete - della zona del Ticino. La disorganizzazione fece in modo che alcuni comandanti di reparti ricevettero l'ordine di assumere il comando quando la guerra era già finita. Non c'erano fucili per tutti. I carri con il pane furono fermati nelle retrovie con il risultato che gli uomini restarono a digiuno per tutto il tempo. E se ne stettero in disparte pure gli infermieri che, non gradendo di rischiare una schioppettata per curare i feriti, preferirono lasciare agonizzare quei poveretti sui prati della «brumal Novara».

Come evitare le polemiche del giorno dopo?

Un focolaio di contestazione si sviluppò a Genova che per antichi umori repubblicani si sollevò contro la monarchia. I liguri, da sempre, si collocavano su posizioni critiche nei confronti di Torino. Interpretando prima del tempo i temi di un federalismo «alla Catalana», si domandavano perché dovevano pagare tasse per mantenere la corte sabauda inutilmente costosa: e credevano che non convenisse loro mantenere un esercito di dimensioni spropositate per le necessità di un regno minuscolo. In quel 1849 la contestazione si era arricchita di argomenti più attuali: protestavano per la conduzione della guerra, la decisione di non combattere più e di proporre un armistizio disonorevole la neghittosità di un re faceva il contrario di quello che dichiarava.

Parole, per strada e nei bar, se ne consumarono a vagonate ma atti di vera insubordinazione non ne furono registrati. Anche la rissa che venne provocata fra i cittadini di Genova e due ufficiali piemontesi di stanza in città sembrerebbe piuttosto casuale. Schiaffi, pugni, calci, due sassi raccolti per terra. Il tenente Angelo Boffo venne colpito a morte e dell'altro si disse che era stato ucciso. Le guardie regie, spaventate da quell'episodio, considerarono pericoloso rimanere in città e l'abbandonarono.

Vittorio Emanuele II mandò il generale La Marmora con l'incarico di «tranquillizzare gli animi», «persuadere» della sincerità del governo e«distruggere le calunniose insinuazione sparse contro il re». Il militare fece il militare che, per mestiere, è poco avvezzo a usare le buone maniere del convincimento mentre si trova maggiormente a suo agio se gli si chiede di distruggere. E distrusse. Fece piazzare i cannoni sulle colline intorno a Genova e dalla mattina del 10 aprile, quando le piazze cominciarono a riempirsi di cittadini, ordinò di bombardare senza riguardo. Dopo tre giorni di pioggia di fuoco la città poteva considerarsi pacificata al prezzo di 500 vittime fra uccisi e feriti gravi, la maggior parte dei quali destinati a morire successivamente.

Questi generali, incerti davanti al nemico vero, tremebondi al primo incrociare di baionette, più avvezzi alle ritirate, meglio se precipitose, che alle difese, si scoprirono d'un pezzo solo contro cittadini in doppio petto. Divorati dal dubbio all'eco delle schioppettate sui campi di battaglia, si rivelarono implacabili al cospetto dei cori di protesta scanditi da pacifisti manifestanti. Già l'odore della polvere da sparo li incoraggiava a indietreggiare: poi le prime scaramucce alimentavano la corrispondenza di lettere con le quali chiedevamo allo Stato Maggiore l'autorizzazione a ripiegare e, se appena la battaglia si faceva intensa, voltavano la schiena senza troppi complimenti. La colpa era sempre di qualcun altro. La contestazione degli universitari e, più tardi, degli operai che si opponevano alla forza pubblica brandendo lapis e rotoli di manifesti di contestazione, scatenavano le grandiose velleità militari dei generali di regime. Allora sì che usavano il fiato che avevano nei polmoni, non tremava loro la voce quando ordinavano il fuoco e non tolleravano tentennamenti nei ranghi. I conigli nei campi di battaglia diventano leoni nelle piazze.

Vale per La Marmora a Genova ma va bene anche per Cialdini, il funambolo della spada, infuga disorganizzata a Custoza ma intransigente intorno a Gaeta, per Persano spietato a Napoli e umiliato a Lissa fino a Bava Beccaris e, senza soluzione di continuità, per la maggior parte delle stellette fino alla seconda guerra mondiale compresa.

A Genova i bersaglieri furono così spietati da meritarsi l'odio dei cittadini al punto che per cento anni non poterono celebrare il loro raduno nazionale in Liguria. E per quel fatto esiste, ancora oggi, un'associazione per la «Ricostruzione della Repubblica di Genova» che coltiva risentimenti contro i Savoia e chiede di abbattere la statua di Vittorio Emanuele che sta a cavallo, in piazza Corvetto. Cero l'esercito non ebbe da superare grandi ostacoli di strategia bellica, essendo i rivoltosi intellettuali genericamente «di sinistra» che manifestavano malcontento. I ribelli, con comizi e chiacchiere, ancorché urlate, non avevano armi né proprie né improprie e furono massacrati.

La Marmora tornò a Torino come se avesse vinto la guerra, fu elogiato, premiato con medaglie ed encomi per aver zittito quella «vile e infetta razza di canaglie».
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