lunedì 27 luglio 2009

I "Mille" Garibaldini: o in Sicilia o la Fame


di P. Mazzocchi

Negli anni ’70 ebbe inizio a Bergamo una curiosa polemica tra la sinistra bergamasca e il partito Liberale circa l’entità del "volontariato" dei Garibaldini bergamaschi. Il tutto cominciò dall’affermazione, da parte di un fervente sessantottino, che il conte Camozzi di Ranica, durante l’arruolamento dei volontari per la spedizione in Sicilia (1859) aveva imposto alle famiglie dei suoi mezzadri (inutile dire numerose date le proprietà terriere di questa famiglia) di mandare i figli in età di leva alla spedizione. In caso contrario li avrebbe cacciati dalle sue terre. Immaginiamo con quali drammatiche conseguenze, dato il periodo particolarmente infelice.

La polemica, inevitabile, divampò e infiammò l’animo dei nazionalisti che la alimentarono per lungo tempo con lettere, risposte e controrisposte sulla stampa locale. Emerse soprattutto una cosa: che la sinistra negava nel mondo più assoluto il senso di "stato italiano" e che non soltanto appoggiava le tesi del meridionalismo, ma le estendeva ad altre zone non meridionali ma parimenti "italianizzate" con la forza, e soltanto a favore delle classi nobili o borghesi che avevano fiutato l’affare attaccandosi al carretto dei Savoia. Si parlò in quel periodo anche del numero dei volontari orobici (intorno a trecento e non mille) e soprattutto delle loro origini: oltre ai figli dei mezzadri "spontaneamente" indotti ad arruolarsi vi erano sì degli idealisti, ma pochi in confronto agli avventurieri e ai delinquenti attratti più dal diritto di saccheggio promesso e concesso da Garibaldi, che dagli ideali romantici dell’unità nazionale. A parte l’amico che diede fuoco alle polveri, oggi purtroppo scomparso, mi chiedo dove siano finiti gli altri paladini della "crociata anti-italiana e anti-Savoia" di quel periodo nemmeno troppo lontano. Forse oggi si vergognano o dimenticano di aver portato sulla stampa quanto i discendenti dei mezzadri ancora avevano nel patrimonio storico orale delle loro famiglie e che ancora raccontavano nelle serate d’inverno ricordando ai nipoti quanto fosse dura la vita del mezzadro e quali soprusi era costretto ad accettare per garantire alla famiglia la polenta quotidiana.

Forse oggi la cosa non è più di loro gradimento, visto che un conto è disquisire a livello di salotto culturale, e un altro è fare sul serio: per loro è meglio il mondialismo, guai a parlare di piccole patrie, di genocidio e di sradicamento culturale. Si sono resi conto che per loro è meglio stare sul carretto dell’Italia nazionale, anche a costo di rinnegare quanto nei decenni passati hanno detto o fatto (nel ’68 non era di moda bruciare il tricolore davanti ai commissariati di polizia?). Memoria corta, spocchia marxista, o "capacità di galleggiamento"?

Sic transit...

Fonte:"La Padania" marzo 1999
.
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di P. Mazzocchi

Negli anni ’70 ebbe inizio a Bergamo una curiosa polemica tra la sinistra bergamasca e il partito Liberale circa l’entità del "volontariato" dei Garibaldini bergamaschi. Il tutto cominciò dall’affermazione, da parte di un fervente sessantottino, che il conte Camozzi di Ranica, durante l’arruolamento dei volontari per la spedizione in Sicilia (1859) aveva imposto alle famiglie dei suoi mezzadri (inutile dire numerose date le proprietà terriere di questa famiglia) di mandare i figli in età di leva alla spedizione. In caso contrario li avrebbe cacciati dalle sue terre. Immaginiamo con quali drammatiche conseguenze, dato il periodo particolarmente infelice.

La polemica, inevitabile, divampò e infiammò l’animo dei nazionalisti che la alimentarono per lungo tempo con lettere, risposte e controrisposte sulla stampa locale. Emerse soprattutto una cosa: che la sinistra negava nel mondo più assoluto il senso di "stato italiano" e che non soltanto appoggiava le tesi del meridionalismo, ma le estendeva ad altre zone non meridionali ma parimenti "italianizzate" con la forza, e soltanto a favore delle classi nobili o borghesi che avevano fiutato l’affare attaccandosi al carretto dei Savoia. Si parlò in quel periodo anche del numero dei volontari orobici (intorno a trecento e non mille) e soprattutto delle loro origini: oltre ai figli dei mezzadri "spontaneamente" indotti ad arruolarsi vi erano sì degli idealisti, ma pochi in confronto agli avventurieri e ai delinquenti attratti più dal diritto di saccheggio promesso e concesso da Garibaldi, che dagli ideali romantici dell’unità nazionale. A parte l’amico che diede fuoco alle polveri, oggi purtroppo scomparso, mi chiedo dove siano finiti gli altri paladini della "crociata anti-italiana e anti-Savoia" di quel periodo nemmeno troppo lontano. Forse oggi si vergognano o dimenticano di aver portato sulla stampa quanto i discendenti dei mezzadri ancora avevano nel patrimonio storico orale delle loro famiglie e che ancora raccontavano nelle serate d’inverno ricordando ai nipoti quanto fosse dura la vita del mezzadro e quali soprusi era costretto ad accettare per garantire alla famiglia la polenta quotidiana.

Forse oggi la cosa non è più di loro gradimento, visto che un conto è disquisire a livello di salotto culturale, e un altro è fare sul serio: per loro è meglio il mondialismo, guai a parlare di piccole patrie, di genocidio e di sradicamento culturale. Si sono resi conto che per loro è meglio stare sul carretto dell’Italia nazionale, anche a costo di rinnegare quanto nei decenni passati hanno detto o fatto (nel ’68 non era di moda bruciare il tricolore davanti ai commissariati di polizia?). Memoria corta, spocchia marxista, o "capacità di galleggiamento"?

Sic transit...

Fonte:"La Padania" marzo 1999
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