giovedì 7 maggio 2009

Ancora in aula - Tre imputati veneti accusati di eversione dell’ordine democratico andranno in giudizio in Cassazione





La procura generale di Venezia impugna la sentenza della Corte d’Assise d’Appello


VENEZIA – A distanza di qua­si dodici anni dall’assalto al cam­panile di San Marco, avvenuto nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1997, il processo per eversione dell’ordine democratico nei con­fronti dei tre «serenissimi» Gil­berto Buson, Cristian e Flavio Contin, è destinato a ricomincia­re. Sul tavolo degli avvocati Ren­zo Fogliata, Alessio Morosin e Luigi Fadalti, infatti, dallo scor­so 20 ottobre è depositato il ri­corso in Cassazione, con il quale il sostituto procuratore generale di Venezia Bruno Cherchi ha im­pugnato la sentenza della Corte d’Assise d’Appello – presidente Carlo Citterio –, che il 9 giugno 2008 aveva assolto i tre imputati con formula piena (poiché «il fatto non sussiste»). Sebbene la data della prima udienza nelle aule del «Palazzaccio» non sia stata ancora fissata, la notizia è destinata già da ora a far discute­re. Perché se la Suprema Corte dovesse accogliere i motivi di gravame della Procura Genera­le, il processo sarebbe tutto da ri­fare.

«Avranno meditato una pic­cola vendetta – ha commentato amaro Flavio Contin, parlando al telefono dalla sua abitazione di Casale di Scodosia - . Nono­stante le accuse ridicole, per al­tro smontate nel dibattimento dai nostri legali, evidentemente da Verona qualcuno si aspettava ancora qualcosa». La strada di Papalia L’accusa di Contin non è pro­prio velata. Verona infatti signifi­ca Guido Papalia. Fu proprio l’at­tuale Procuratore della Repubbli­ca di Brescia, all’epoca capo del­­l’Ufficio scaligero, che nel 1997, ancor prima dell’occupazione del campanile, avviò le indagini nei confronti degli aderenti al cosiddetto «Serenissimo Gover­no Veneto», sorto nel gennaio 1987. Ad attivare l’inchiesta era­no state le interferenze abusive che alcuni degli imputati aveva­no prodotto, tramite attrezzatu­re artigianali, nelle trasmissioni televisive del TG1.
L’assalto del­l’ 8 e 9 maggio servì dunque a Pa­palia per consolidare le proprie tesi: così, parallelamente al pro­cesso sorto a Venezia, col quale i «serenissimi» furono condanna­ti a pene severissime (Gilberto Buson e Flavio Contin in primo grado presero 6 anni di carcere, poi patteggiati in appello); il pro­curatore decise di procedere nei confronti di quasi 40 imputati per i reati di associazione di ca­rattere militare, «avente lo sco­po di commettere fatti diretti a disciogliere l’unità dello Stato, a distruggere il sentimento nazio­nale e a suscitare la guerra civile per finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democrati­co ». Accuse pesantissime, di cui Papalia ha sempre voluto soste­nere la fondatezza. Un processo infinito Già in fase di udienza prelimi­nare, tuttavia, il processo fu tra­sferito per competenza da Vero­na a Padova. Molti degli imputa­ti patteggiarono, ma in quattro andarono fino in fondo: i due Contin, Buson e pure Bepi Sega­to, l’ideologo che morì il 27 mar­zo del 2006.

In primo grado, do­po essere caduta l’imputazione relativa alla distruzione del sen­timento nazionale (reato dichia­rato illegittimo dalla Corte Costi­tuzionale nel 2001), i giudici del­l’Assise di Padova assolsero tutti gli imputati perché non fu pro­vato il «programma di violenza in quanto la sua concretizzazio­ne si sarebbe manifestata la pri­ma volta con modalità tali per cui con certezza nessun’altra azione sarebbe stata poi possibi­le da parte del commando». Lo scorso giugno quindi anche la Corte d’Assise d’Appello di Vene­zia, seppur con diverse motiva­zioni, ha confermato la sentenza di primo grado, facendo così esultare i tre «serenissimi» e i lo­ro legali. «Bepi Segato, questa vittoria è per te», esclamò il più giovane dei Contin alla lettura della sentenza, rivolgendosi al­l’ex compagno scomparso. Ora però è di nuovo tutto in ballo.

Giovanni Viafora


Fonte: Corriere del Veneto

Leggi tutto »




La procura generale di Venezia impugna la sentenza della Corte d’Assise d’Appello


VENEZIA – A distanza di qua­si dodici anni dall’assalto al cam­panile di San Marco, avvenuto nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1997, il processo per eversione dell’ordine democratico nei con­fronti dei tre «serenissimi» Gil­berto Buson, Cristian e Flavio Contin, è destinato a ricomincia­re. Sul tavolo degli avvocati Ren­zo Fogliata, Alessio Morosin e Luigi Fadalti, infatti, dallo scor­so 20 ottobre è depositato il ri­corso in Cassazione, con il quale il sostituto procuratore generale di Venezia Bruno Cherchi ha im­pugnato la sentenza della Corte d’Assise d’Appello – presidente Carlo Citterio –, che il 9 giugno 2008 aveva assolto i tre imputati con formula piena (poiché «il fatto non sussiste»). Sebbene la data della prima udienza nelle aule del «Palazzaccio» non sia stata ancora fissata, la notizia è destinata già da ora a far discute­re. Perché se la Suprema Corte dovesse accogliere i motivi di gravame della Procura Genera­le, il processo sarebbe tutto da ri­fare.

«Avranno meditato una pic­cola vendetta – ha commentato amaro Flavio Contin, parlando al telefono dalla sua abitazione di Casale di Scodosia - . Nono­stante le accuse ridicole, per al­tro smontate nel dibattimento dai nostri legali, evidentemente da Verona qualcuno si aspettava ancora qualcosa». La strada di Papalia L’accusa di Contin non è pro­prio velata. Verona infatti signifi­ca Guido Papalia. Fu proprio l’at­tuale Procuratore della Repubbli­ca di Brescia, all’epoca capo del­­l’Ufficio scaligero, che nel 1997, ancor prima dell’occupazione del campanile, avviò le indagini nei confronti degli aderenti al cosiddetto «Serenissimo Gover­no Veneto», sorto nel gennaio 1987. Ad attivare l’inchiesta era­no state le interferenze abusive che alcuni degli imputati aveva­no prodotto, tramite attrezzatu­re artigianali, nelle trasmissioni televisive del TG1.
L’assalto del­l’ 8 e 9 maggio servì dunque a Pa­palia per consolidare le proprie tesi: così, parallelamente al pro­cesso sorto a Venezia, col quale i «serenissimi» furono condanna­ti a pene severissime (Gilberto Buson e Flavio Contin in primo grado presero 6 anni di carcere, poi patteggiati in appello); il pro­curatore decise di procedere nei confronti di quasi 40 imputati per i reati di associazione di ca­rattere militare, «avente lo sco­po di commettere fatti diretti a disciogliere l’unità dello Stato, a distruggere il sentimento nazio­nale e a suscitare la guerra civile per finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democrati­co ». Accuse pesantissime, di cui Papalia ha sempre voluto soste­nere la fondatezza. Un processo infinito Già in fase di udienza prelimi­nare, tuttavia, il processo fu tra­sferito per competenza da Vero­na a Padova. Molti degli imputa­ti patteggiarono, ma in quattro andarono fino in fondo: i due Contin, Buson e pure Bepi Sega­to, l’ideologo che morì il 27 mar­zo del 2006.

In primo grado, do­po essere caduta l’imputazione relativa alla distruzione del sen­timento nazionale (reato dichia­rato illegittimo dalla Corte Costi­tuzionale nel 2001), i giudici del­l’Assise di Padova assolsero tutti gli imputati perché non fu pro­vato il «programma di violenza in quanto la sua concretizzazio­ne si sarebbe manifestata la pri­ma volta con modalità tali per cui con certezza nessun’altra azione sarebbe stata poi possibi­le da parte del commando». Lo scorso giugno quindi anche la Corte d’Assise d’Appello di Vene­zia, seppur con diverse motiva­zioni, ha confermato la sentenza di primo grado, facendo così esultare i tre «serenissimi» e i lo­ro legali. «Bepi Segato, questa vittoria è per te», esclamò il più giovane dei Contin alla lettura della sentenza, rivolgendosi al­l’ex compagno scomparso. Ora però è di nuovo tutto in ballo.

Giovanni Viafora


Fonte: Corriere del Veneto

Nessun commento:

 
[Privacy]
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India