sabato 31 gennaio 2009

Se Bossi sbanca lo Stato


Secondo l'ultimo comma dell'articolo 81 della Costituzione ogni legge "che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte".
È ormai consolidata opinione che proprio la sistematica violazione di questa elementare regola contabile da parte dei legislatori abbia provocato i maggiori guasti della finanza pubblica, a cominciare dall'abnorme montagna di debito.
Nell'escogitare trappole con le quali aggirare il disposto costituzionale le Camere hanno dimostrato, di volta in volta, un'inventiva fertilissima, ma il trucco più abusato è sempre stato quello di sottostimare (talora clamorosamente) l'onere effettivo delle leggi di spesa ovvero di sovrastimare (spesso spudoratamente) il gettito dei provvedimenti fiscali assunti per offrire una copertura finanziaria alle nuove o maggiori uscite.

Con il voto del Senato sulla normativa che introduce il federalismo fiscale si è compiuto un ulteriore e più grave passo di conclamata indifferenza verso gli equilibri di bilancio. Nel senso che non ci si è nemmeno preoccupati di fare finta di credere in una stima, magari manipolata, del saldo finanziario fra entrate e uscite del nuovo sistema. Perfino il ministro dell'Economia, chiamato a dire la sua in proposito, se l'è cavata definendo "imponderabili" gli oneri della legge. Valutazione che, in un paese normale, avrebbe dovuto indurre un governo responsabile a dichiarare la sua contrarietà all'approvazione di un testo siffatto. Ciò non è avvenuto e un Senato disinvolto ha dato il suo semaforo verde e non con il solo voto favorevole della maggioranza. Fatto politico importante, l'opposizione di sinistra - che pure aveva sollevato con forza il problema degli oneri per il bilancio - si è alla fine limitata a un voto di astensione, mentre soltanto gli Udc di Casini hanno espresso un chiaro no.

Non c'è da stupirsi che i ministri leghisti presenti al misfatto - da Bossi a Calderoli passando per Maroni - abbiano manifestato una gioia incontenibile per questo primo passo verso quello che è da sempre l'obiettivo politico fondamentale del loro partito: chi se ne frega, in fondo, se i conti dello Stato si scassano ma la bandiera federalista può finalmente sventolare. Già molto meno spiegabile, invece, è la posizione del presidente del Consiglio il quale, per chiudere la partita sui costi, ha assicurato che il federalismo fiscale porterà a una riduzione delle tasse. Non si sa da dove Silvio Berlusconi ricavi simile convincimento, ma prendiamolo pure in parola. Ciò significa che vi sarà una riduzione delle entrate e allora dove stanno i correlati tagli di spese, visto che neppure le province vengono contestualmente abolite? Senza volerlo, il Cavaliere ha dimostrato che il problema dei costi e dei ricavi è più che mai aperto.

Ciò che più sconcerta, comunque, è l'atteggiamento dell'opposizione di sinistra. Tutti hanno capito che i diessini puntano a ottenere in cambio un distacco dei leghisti da Berlusconi su altri temi, in particolare sulla riforma della giustizia. Posto che si tratti di un calcolo fondato e motivi per dubitarne non mancano, il gioco vale la candela di un'ennesima spallata ai conti pubblici?

Fonte :L'Espresso (30 gennaio 2009)
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Secondo l'ultimo comma dell'articolo 81 della Costituzione ogni legge "che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte".
È ormai consolidata opinione che proprio la sistematica violazione di questa elementare regola contabile da parte dei legislatori abbia provocato i maggiori guasti della finanza pubblica, a cominciare dall'abnorme montagna di debito.
Nell'escogitare trappole con le quali aggirare il disposto costituzionale le Camere hanno dimostrato, di volta in volta, un'inventiva fertilissima, ma il trucco più abusato è sempre stato quello di sottostimare (talora clamorosamente) l'onere effettivo delle leggi di spesa ovvero di sovrastimare (spesso spudoratamente) il gettito dei provvedimenti fiscali assunti per offrire una copertura finanziaria alle nuove o maggiori uscite.

Con il voto del Senato sulla normativa che introduce il federalismo fiscale si è compiuto un ulteriore e più grave passo di conclamata indifferenza verso gli equilibri di bilancio. Nel senso che non ci si è nemmeno preoccupati di fare finta di credere in una stima, magari manipolata, del saldo finanziario fra entrate e uscite del nuovo sistema. Perfino il ministro dell'Economia, chiamato a dire la sua in proposito, se l'è cavata definendo "imponderabili" gli oneri della legge. Valutazione che, in un paese normale, avrebbe dovuto indurre un governo responsabile a dichiarare la sua contrarietà all'approvazione di un testo siffatto. Ciò non è avvenuto e un Senato disinvolto ha dato il suo semaforo verde e non con il solo voto favorevole della maggioranza. Fatto politico importante, l'opposizione di sinistra - che pure aveva sollevato con forza il problema degli oneri per il bilancio - si è alla fine limitata a un voto di astensione, mentre soltanto gli Udc di Casini hanno espresso un chiaro no.

Non c'è da stupirsi che i ministri leghisti presenti al misfatto - da Bossi a Calderoli passando per Maroni - abbiano manifestato una gioia incontenibile per questo primo passo verso quello che è da sempre l'obiettivo politico fondamentale del loro partito: chi se ne frega, in fondo, se i conti dello Stato si scassano ma la bandiera federalista può finalmente sventolare. Già molto meno spiegabile, invece, è la posizione del presidente del Consiglio il quale, per chiudere la partita sui costi, ha assicurato che il federalismo fiscale porterà a una riduzione delle tasse. Non si sa da dove Silvio Berlusconi ricavi simile convincimento, ma prendiamolo pure in parola. Ciò significa che vi sarà una riduzione delle entrate e allora dove stanno i correlati tagli di spese, visto che neppure le province vengono contestualmente abolite? Senza volerlo, il Cavaliere ha dimostrato che il problema dei costi e dei ricavi è più che mai aperto.

Ciò che più sconcerta, comunque, è l'atteggiamento dell'opposizione di sinistra. Tutti hanno capito che i diessini puntano a ottenere in cambio un distacco dei leghisti da Berlusconi su altri temi, in particolare sulla riforma della giustizia. Posto che si tratti di un calcolo fondato e motivi per dubitarne non mancano, il gioco vale la candela di un'ennesima spallata ai conti pubblici?

Fonte :L'Espresso (30 gennaio 2009)

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