giovedì 12 maggio 2011

Salvatore Di Ciaccio: "Gaeta non dimentica".

L'articolo di Salvatore Di Ciaccio, Assessore alla Cultura e Vicensindaco del Comune di Gaeta, inserito nell'ultimo numero della prestigiosa rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo LIMES sul tema "L'Italia dopo l'Italia", in occasione del 150° anniversario dell'unità nazionale. La rivista è stata presentata il 7 maggio Gaeta nell'ambito del convegno "L'Italia Incompiuta" presso l'aula magna dell'Istituto Nautico Caboto.



LIMES 02/11 L'Italia dopo l'Italia

Salvatore Di Ciaccio - Assessore Alla Cultura del Comune di Gaeta

1. Gaeta ha occupato nel corso dei secoli, un importante ruolo di cerniera tra il Nord e il Sud dell'Italia, oltre che porta (e porto) tra Europa e paesi che affacciano sul Mediterraneo. La sua storia si è spesso intrecciata con i destini di alcune dinastie che hanno regnato nel Meridione. Di qui anche un patrimonio storico-architettonico di assoluto prestigio e una significativa vivacità culturale, economica. Gaeta ha il carattere di una città libera, tra le poche a battere moneta nel XII secolo.

di ciaccio

Una città ricca di tradizioni, già repubblica marinara. «La chiave del Regno di Napoli» - così era chiamata la cittadina tirrenica per la sua posizione strategica - subì diversi assedi finalizzati alla conquista dell'Italia del Sud. Spesso i regnanti del tempo trovavano rifugio tra le sue mura per difendersi dalle invasioni o per riorganizzare le truppe in vista della riconquista dei territori. Nel 1734 Carlo di Borbone, con la conquista di Napoli e del Sud Italia, si insediò come sovrano del Regno delle Due Sicilie, la cui parabola si concluse nel 1861 con le tristi vicende dell'assedio di Gaeta e della resa di Francesco II di Borbone.

Qui fu compiuto il processo di unificazione nazionale. Città e abitanti erano strettamente legati ai governanti del tempo, con i quali condividevano splendori e miserie, carestie e traffici mercantili, e un forte senso di appartenenza e dignità che durante l'assedio di Gaeta del 1860-61 si trasformò in un moto di fedeltà totale nei confronti del re Francesco II di Borbone e della regina Maria Sofia. La dinastia borbonica considerò, per ragioni geografiche, militari e anche di svago, la città fortezza di Gaeta alla stregua di una seconda capitale del regno, tanto che Francesco II vi si rifugiò insieme alla regina e ai militari rimasti fedeli quando la situazione politica e militare stava precipitando.

L'intento del re, che nonostante l'età e le leggende del tempo era un giovane colto, di buone maniere e dotato di acume strategico, era di provocare l'intervento di Francia e Inghilterra, convinto dell'amicizia di questi due paesi, che avevano l'obbligo di intervenire per fermare una guerra non dichiarata. Indubbiamente l'inesperienza del re nel gestire una così delicata situazione, unita all'incapacità diplomatica di risolvere a favore della monarchia borbonica gli eventi che si susseguirono nel periodo risorgimentale, determinarono le scelte del Cavour. Il quale seppe manovrare le dinamiche interne e internazionali in modo da isolare il regno borbonico. Eppure sospetti e ambiguità riaffiorano ancora nella storiografia attuale circa il ruolo di Francia e Inghilterra, che «permisero che un piccolo Stato senza un soldo s'impadronisse dell'Italia a suon di cannonate». Forse per sostituire uno Stato sovrano forte, quale era il Regno delle Due Sicilie, con uno Stato nascente più facile da controllare. Purtroppo gli eventi precipitarono rapidamente e la città diventò l'ultimo baluardo contro un esercito che - al di là di ogni pur valida considerazione circa lo spirito risorgimentale - doveva essere considerato invasore sia per le modalità con cui intervenne nell'Italia del Sud sia per aver successivamente prosciugato ogni risorsa e potenzialità del Meridione.

2. La difesa della città e dei regnanti fu strenua e coraggiosa. Nonostante la limitatezza dei mezzi di comunicazione del tempo, l'assedio e le vicende di Francesco II e Maria Sofia destarono interesse e ammirazione in tutta Europa. Non meno coraggiosi furono i gaetani che si strinsero intorno al re con un alto senso di dignità, eroismo e fedeltà, pur nella consapevolezza che la furia distruttrice dei cannoni rigati usati dai Savoia e un'epidemia di tifo non avrebbero dato alcuno scampo agli assediati. Molti documenti dell'epoca, primo fra tutti il Giornale dell'Assedio del giornalista francese Charles Garnier, descrivono le drammatiche vicende dell'assedio sin dai primi giorni, con una dovizia di particolari significativa.

Le cronache riportano diversi gesti di eroismo da parte dei militari rimasti fedeli al re e degli stessi cittadini che non abbandonarono la città, pur avendone la

possibilità, anzi contribuirono concretamente alla difesa. Estremo coraggio mostrò in quelle circostanze la giovane regina Maria Sofia di Baviera, sorella dell'imperatrice Sissi, che incurante del pericolo, sostenne moralmente i militari negli avamposti, accudì i feriti e i malati di tifo, e più del marito rifiutò qualunque ipotesi di resa della cittadella. «Femme héroique qui, reine soldat, avait fat elle même son coup de feu sur les remparts de Gaète»: così descrive le gesta eroiche della ventunenne regina Marcel Proust in La prisonnière, quinto volume dell'opera A la recherche du temps perdu, mentre D'Annunzio, per la resistenza opposta al processo di unificazione, stigmatizza l'ardire di «l'aquiletta bavara che rampogna».

La città fu fatta oggetto di violenti e continui bombardamenti che non si interruppero nemmeno il giorno di Natale, senza risparmiare chiese e ospedali. Il cinismo del generale Cialdini, comandante delle

truppe assedianti, era legato anche alla necessità che la resa della piazzaforte di Gaeta avvenisse il più rapidamente possibile, in modo che il 17 marzo 1861 potesse riunirsi a Torino il parlamento della nuova Italia. Le forze in campo erano davvero sproporzionate, soprattutto per l'utilizzo dei cannoni rigati Cavalli, che permettevano agli assedianti una gittata di fuoco notevole da posizioni sicure. Inoltre, come spesso accade in queste vicende, i tradimenti delle persone più fedeli fecero il resto. È il caso dell'architetto del genio borbonico Guarinelli, che consegnò ai piemontesi le mappe delle fortificazioni e delle bocche da fuoco della piazzaforte, permettendo così ai cannoni di colpire gli obiettivi sensibili con estrema facilità. L'inevitabile conclusione di questa aggressione fu la distruzione della città, la morte di numerosi soldati e civili, la fine di un regno che aveva governato il Sud Italia con lungimiranza, favorendone lo sviluppo economico, sociale e culturale. Di qui una frattura mai ricomposta nell'identità e nelle potenzialità di una parte importante della nazione.

Gaeta perse in un assedio tutto quello che aveva costruito in secoli di grande attività: intraprendenza, rapporti economici e culturali con tutto il Mediterraneo. La flotta mercantile venne progressivamente smantellata. Armatori, marinai, ufficiali provenienti dalla Scuola nautica del Borgo di Gaeta fondata nel 1853 si ritrovarono senza lavoro. Millenari traffici marittimi furono interrotti. Distrutta o soppressa fu anche l'intensa attività artigianale che ruotava intorno

alla cantieristica, alla pesca, all'agricoltura. Il territorio intorno alla cittadella fu completamente devastato: migliaia di alberi d'olivo, vanto della città e fonte di reddito notevole (nel bacino del Mediterraneo l'olio proveniente da Gaeta era considerato il migliore e si vendeva a un prezzo più elevato rispetto agli altri), furono sradicati per liberare il campo e per ottenerne legna per riscaldare i soldati piemontesi. Già durante l'assedio molti gaetani furono costretti ad allontanarsi dalle loro case, soprattutto nell'antico borgo marinaro e contadino.

Dopo la resa l'esodo aumentò. La città perse un considerevole numero di abitanti. In sostanza venne disperso il tessuto sociale, economico, culturale. Accanto ai danni materiali, ecco l'accanimento psicologico. Gaeta venne trasformata in un luogo di espiazione. Le sue carceri divennero tristemente famose fino a pochi decenni orsono. Furono rinchiusi a Gaeta, fra gli altri, Mazzini, Reder, Kappler. Intere porzioni della città vennero demanializzate e sottratte alla fruibilità della cittadinanza. Tuttora l'amministrazione comunale lotta per il recupero del proprio patrimonio: strade, giardini, palazzi, caserme, spesso costruite dai nostri antenati con spirito di redistribuzione e solidarietà, come nel caso dell'Ospedale della SS. Annunziata, fondato nel 1320 per fini assistenziali. La città ha fatto fatica a risollevarsi da una sorte avversa. I bombardamenti e le distruzioni della seconda guerra mondiale sembravano averle inferto il colpo di grazia. Nonostante tutto nel dopoguerra Gaeta si è rialzata. Contando sulle sue forze migliori è riuscita nella ricostruzione fisica e morale del suo territorio e ha nel tempo recuperato quel ruolo culturale, economico e anche turistico che merita. Ma permane ancora oggi una sensazione di lontananza delle istituzioni, specie nell'ambito dei servizi, delle infrastrutture, dei collegamenti.

3. Da questa vicenda storica possono trarsi delle considerazioni che, oltre ad essere utili per la comprensione di una diversa verità storica, accendono una luce nuova sulle possibili proiezioni future di Gaeta e del Sud. Perché i Savoia, dopo la conquista del Meridione, lo depredarono e lo abbandonarono al suo destino, invece che sfruttarne le capacità, le eccellenze, le potenzialità, per rafforzare l'Italia e anche il loro potere? Cosa determinò questa scelta insensata: la loro incapacità, anche in relazione alla morte di Cavour nel giugno 1861, precisi ordini di Francia e Inghilterra, oppure una stupida e assurda ritorsione contro chi aveva osato ribellarsi a quest'annessione forzata? Analizzando i dati che stanno emergendo negli ultimi anni, si scopre che l'economia del Sud era florida, l'agricoltura fertile, la cantieristica navale all'avanguardia, il patrimonio storico-culturale di assoluto prestigio. Si stavano diffondendo le prime forme di turismo e di welfare. D'altra parte, 127 anni di pace non erano comuni nell'Europa del XIX secolo.

Il Regno delle Due Sicilie aveva messo a frutto questo valore per diventare, storicizzando il pil, la terza potenza industriale d'Europa. Certo sono immaginabili condizioni di vita non facili per il popolo, forme di vessazione e situazioni sociali disagiate. Ma riesce difficile immaginare condizioni migliori al Nord, continuamente invaso da potenze straniere e teatro di guerre continue, dove la penuria di cibo e le malattie infettive e carenziali erano frequenti (sarà per questo che nel cinema italiano del dopoguerra i veneti venivano spesso rappresentati come stupidotti). Fatto sta che le diverse eccellenze del Sud furono cancellate dalla visione miope dei Savoia. Tutto il Sud vide repressa la propria identità, i propri saperi, la volontà di essere parte integrante di uno Stato che nella propaganda piemontese doveva liberarlo dal giogo di un regno antiquato e repressivo. Inevitabile fu perciò la disillusione e il rancore per una patria che rivelò, negli anni successivi al 1861, tutta la sua inettitudine e l'assoluto disinteresse a sostenere lo sviluppo unitario della nazione.

Quanto influì sul declino di tutta l'Italia la scelta scellerata di abbandonare al suo destino il Meridione? E soprattutto, che prezzo stiamo pagando ancora adesso per l'assoluta indifferenza, che purtroppo resiste da 150 anni, di tanti governi per le vicende del Sud? La domanda vale oggi come allora, perché ancora oggi è chiaro che valorizzare l'enorme patrimonio del Sud significa innanzitutto ridare fiducia e importanza a una parte cospicua del paese, ricostituire l'unità nazionale con spirito solidaristico e di pari opportunità. Turismo, agricoltura, cultura, nautica, servizi, artigianato possono tutti rilanciare l'occupazione e i consumi, supportare il tessuto socioculturale e istituzionale, migliorare un'immagine complessiva dell'Italia decisamente appannata. Senza dimenticare il nostro ruolo strategico nel bacino del Mediterraneo, sempre più animato da diversi flussi, tensioni, opportunità che necessitano di una governance alla quale l'Italia può e deve dare un contributo sostanziale.

Gaeta oggi vuole incamminarsi in questa direzione, comprendendo il proprio passato con un pizzico di nostalgia positiva, cioè mettendo a frutto l'esperienza

e l'importanza dei periodi più fecondi. Studiare a fondo la propria storia significa capire chi eravamo e quindi chi potremo essere, recuperare un'identità e trasformarla in opportunità. L'anniversario dell'Unità d'Italia deve trasmettere un messaggio positivo in vista di un futuro realmente unitario, fatto di gesti concreti, infrastrutture, servizi, politiche sociali e di sviluppo ugualmente distribuite tra Nord e Sud. Senza mai dimenticare il sacrificio dei nostri antenati che ci hanno indicato una strada fatta di coraggio, fedeltà, morale. Abbiamo il dovere di onorarli e ricordarlo sempre, a noi e agli altri, perché «la verità rafforza l'unità», come recita lo slogan coniato dal Comitato cittadino del Comune di Gaeta per il centocinquantenario (www.150gaeta.org).

[Salvatore Di Ciaccio, assessore alla Cultura e vicesindaco del Comune di Gaeta, Limes 2/2011]


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L'articolo di Salvatore Di Ciaccio, Assessore alla Cultura e Vicensindaco del Comune di Gaeta, inserito nell'ultimo numero della prestigiosa rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo LIMES sul tema "L'Italia dopo l'Italia", in occasione del 150° anniversario dell'unità nazionale. La rivista è stata presentata il 7 maggio Gaeta nell'ambito del convegno "L'Italia Incompiuta" presso l'aula magna dell'Istituto Nautico Caboto.



LIMES 02/11 L'Italia dopo l'Italia

Salvatore Di Ciaccio - Assessore Alla Cultura del Comune di Gaeta

1. Gaeta ha occupato nel corso dei secoli, un importante ruolo di cerniera tra il Nord e il Sud dell'Italia, oltre che porta (e porto) tra Europa e paesi che affacciano sul Mediterraneo. La sua storia si è spesso intrecciata con i destini di alcune dinastie che hanno regnato nel Meridione. Di qui anche un patrimonio storico-architettonico di assoluto prestigio e una significativa vivacità culturale, economica. Gaeta ha il carattere di una città libera, tra le poche a battere moneta nel XII secolo.

di ciaccio

Una città ricca di tradizioni, già repubblica marinara. «La chiave del Regno di Napoli» - così era chiamata la cittadina tirrenica per la sua posizione strategica - subì diversi assedi finalizzati alla conquista dell'Italia del Sud. Spesso i regnanti del tempo trovavano rifugio tra le sue mura per difendersi dalle invasioni o per riorganizzare le truppe in vista della riconquista dei territori. Nel 1734 Carlo di Borbone, con la conquista di Napoli e del Sud Italia, si insediò come sovrano del Regno delle Due Sicilie, la cui parabola si concluse nel 1861 con le tristi vicende dell'assedio di Gaeta e della resa di Francesco II di Borbone.

Qui fu compiuto il processo di unificazione nazionale. Città e abitanti erano strettamente legati ai governanti del tempo, con i quali condividevano splendori e miserie, carestie e traffici mercantili, e un forte senso di appartenenza e dignità che durante l'assedio di Gaeta del 1860-61 si trasformò in un moto di fedeltà totale nei confronti del re Francesco II di Borbone e della regina Maria Sofia. La dinastia borbonica considerò, per ragioni geografiche, militari e anche di svago, la città fortezza di Gaeta alla stregua di una seconda capitale del regno, tanto che Francesco II vi si rifugiò insieme alla regina e ai militari rimasti fedeli quando la situazione politica e militare stava precipitando.

L'intento del re, che nonostante l'età e le leggende del tempo era un giovane colto, di buone maniere e dotato di acume strategico, era di provocare l'intervento di Francia e Inghilterra, convinto dell'amicizia di questi due paesi, che avevano l'obbligo di intervenire per fermare una guerra non dichiarata. Indubbiamente l'inesperienza del re nel gestire una così delicata situazione, unita all'incapacità diplomatica di risolvere a favore della monarchia borbonica gli eventi che si susseguirono nel periodo risorgimentale, determinarono le scelte del Cavour. Il quale seppe manovrare le dinamiche interne e internazionali in modo da isolare il regno borbonico. Eppure sospetti e ambiguità riaffiorano ancora nella storiografia attuale circa il ruolo di Francia e Inghilterra, che «permisero che un piccolo Stato senza un soldo s'impadronisse dell'Italia a suon di cannonate». Forse per sostituire uno Stato sovrano forte, quale era il Regno delle Due Sicilie, con uno Stato nascente più facile da controllare. Purtroppo gli eventi precipitarono rapidamente e la città diventò l'ultimo baluardo contro un esercito che - al di là di ogni pur valida considerazione circa lo spirito risorgimentale - doveva essere considerato invasore sia per le modalità con cui intervenne nell'Italia del Sud sia per aver successivamente prosciugato ogni risorsa e potenzialità del Meridione.

2. La difesa della città e dei regnanti fu strenua e coraggiosa. Nonostante la limitatezza dei mezzi di comunicazione del tempo, l'assedio e le vicende di Francesco II e Maria Sofia destarono interesse e ammirazione in tutta Europa. Non meno coraggiosi furono i gaetani che si strinsero intorno al re con un alto senso di dignità, eroismo e fedeltà, pur nella consapevolezza che la furia distruttrice dei cannoni rigati usati dai Savoia e un'epidemia di tifo non avrebbero dato alcuno scampo agli assediati. Molti documenti dell'epoca, primo fra tutti il Giornale dell'Assedio del giornalista francese Charles Garnier, descrivono le drammatiche vicende dell'assedio sin dai primi giorni, con una dovizia di particolari significativa.

Le cronache riportano diversi gesti di eroismo da parte dei militari rimasti fedeli al re e degli stessi cittadini che non abbandonarono la città, pur avendone la

possibilità, anzi contribuirono concretamente alla difesa. Estremo coraggio mostrò in quelle circostanze la giovane regina Maria Sofia di Baviera, sorella dell'imperatrice Sissi, che incurante del pericolo, sostenne moralmente i militari negli avamposti, accudì i feriti e i malati di tifo, e più del marito rifiutò qualunque ipotesi di resa della cittadella. «Femme héroique qui, reine soldat, avait fat elle même son coup de feu sur les remparts de Gaète»: così descrive le gesta eroiche della ventunenne regina Marcel Proust in La prisonnière, quinto volume dell'opera A la recherche du temps perdu, mentre D'Annunzio, per la resistenza opposta al processo di unificazione, stigmatizza l'ardire di «l'aquiletta bavara che rampogna».

La città fu fatta oggetto di violenti e continui bombardamenti che non si interruppero nemmeno il giorno di Natale, senza risparmiare chiese e ospedali. Il cinismo del generale Cialdini, comandante delle

truppe assedianti, era legato anche alla necessità che la resa della piazzaforte di Gaeta avvenisse il più rapidamente possibile, in modo che il 17 marzo 1861 potesse riunirsi a Torino il parlamento della nuova Italia. Le forze in campo erano davvero sproporzionate, soprattutto per l'utilizzo dei cannoni rigati Cavalli, che permettevano agli assedianti una gittata di fuoco notevole da posizioni sicure. Inoltre, come spesso accade in queste vicende, i tradimenti delle persone più fedeli fecero il resto. È il caso dell'architetto del genio borbonico Guarinelli, che consegnò ai piemontesi le mappe delle fortificazioni e delle bocche da fuoco della piazzaforte, permettendo così ai cannoni di colpire gli obiettivi sensibili con estrema facilità. L'inevitabile conclusione di questa aggressione fu la distruzione della città, la morte di numerosi soldati e civili, la fine di un regno che aveva governato il Sud Italia con lungimiranza, favorendone lo sviluppo economico, sociale e culturale. Di qui una frattura mai ricomposta nell'identità e nelle potenzialità di una parte importante della nazione.

Gaeta perse in un assedio tutto quello che aveva costruito in secoli di grande attività: intraprendenza, rapporti economici e culturali con tutto il Mediterraneo. La flotta mercantile venne progressivamente smantellata. Armatori, marinai, ufficiali provenienti dalla Scuola nautica del Borgo di Gaeta fondata nel 1853 si ritrovarono senza lavoro. Millenari traffici marittimi furono interrotti. Distrutta o soppressa fu anche l'intensa attività artigianale che ruotava intorno

alla cantieristica, alla pesca, all'agricoltura. Il territorio intorno alla cittadella fu completamente devastato: migliaia di alberi d'olivo, vanto della città e fonte di reddito notevole (nel bacino del Mediterraneo l'olio proveniente da Gaeta era considerato il migliore e si vendeva a un prezzo più elevato rispetto agli altri), furono sradicati per liberare il campo e per ottenerne legna per riscaldare i soldati piemontesi. Già durante l'assedio molti gaetani furono costretti ad allontanarsi dalle loro case, soprattutto nell'antico borgo marinaro e contadino.

Dopo la resa l'esodo aumentò. La città perse un considerevole numero di abitanti. In sostanza venne disperso il tessuto sociale, economico, culturale. Accanto ai danni materiali, ecco l'accanimento psicologico. Gaeta venne trasformata in un luogo di espiazione. Le sue carceri divennero tristemente famose fino a pochi decenni orsono. Furono rinchiusi a Gaeta, fra gli altri, Mazzini, Reder, Kappler. Intere porzioni della città vennero demanializzate e sottratte alla fruibilità della cittadinanza. Tuttora l'amministrazione comunale lotta per il recupero del proprio patrimonio: strade, giardini, palazzi, caserme, spesso costruite dai nostri antenati con spirito di redistribuzione e solidarietà, come nel caso dell'Ospedale della SS. Annunziata, fondato nel 1320 per fini assistenziali. La città ha fatto fatica a risollevarsi da una sorte avversa. I bombardamenti e le distruzioni della seconda guerra mondiale sembravano averle inferto il colpo di grazia. Nonostante tutto nel dopoguerra Gaeta si è rialzata. Contando sulle sue forze migliori è riuscita nella ricostruzione fisica e morale del suo territorio e ha nel tempo recuperato quel ruolo culturale, economico e anche turistico che merita. Ma permane ancora oggi una sensazione di lontananza delle istituzioni, specie nell'ambito dei servizi, delle infrastrutture, dei collegamenti.

3. Da questa vicenda storica possono trarsi delle considerazioni che, oltre ad essere utili per la comprensione di una diversa verità storica, accendono una luce nuova sulle possibili proiezioni future di Gaeta e del Sud. Perché i Savoia, dopo la conquista del Meridione, lo depredarono e lo abbandonarono al suo destino, invece che sfruttarne le capacità, le eccellenze, le potenzialità, per rafforzare l'Italia e anche il loro potere? Cosa determinò questa scelta insensata: la loro incapacità, anche in relazione alla morte di Cavour nel giugno 1861, precisi ordini di Francia e Inghilterra, oppure una stupida e assurda ritorsione contro chi aveva osato ribellarsi a quest'annessione forzata? Analizzando i dati che stanno emergendo negli ultimi anni, si scopre che l'economia del Sud era florida, l'agricoltura fertile, la cantieristica navale all'avanguardia, il patrimonio storico-culturale di assoluto prestigio. Si stavano diffondendo le prime forme di turismo e di welfare. D'altra parte, 127 anni di pace non erano comuni nell'Europa del XIX secolo.

Il Regno delle Due Sicilie aveva messo a frutto questo valore per diventare, storicizzando il pil, la terza potenza industriale d'Europa. Certo sono immaginabili condizioni di vita non facili per il popolo, forme di vessazione e situazioni sociali disagiate. Ma riesce difficile immaginare condizioni migliori al Nord, continuamente invaso da potenze straniere e teatro di guerre continue, dove la penuria di cibo e le malattie infettive e carenziali erano frequenti (sarà per questo che nel cinema italiano del dopoguerra i veneti venivano spesso rappresentati come stupidotti). Fatto sta che le diverse eccellenze del Sud furono cancellate dalla visione miope dei Savoia. Tutto il Sud vide repressa la propria identità, i propri saperi, la volontà di essere parte integrante di uno Stato che nella propaganda piemontese doveva liberarlo dal giogo di un regno antiquato e repressivo. Inevitabile fu perciò la disillusione e il rancore per una patria che rivelò, negli anni successivi al 1861, tutta la sua inettitudine e l'assoluto disinteresse a sostenere lo sviluppo unitario della nazione.

Quanto influì sul declino di tutta l'Italia la scelta scellerata di abbandonare al suo destino il Meridione? E soprattutto, che prezzo stiamo pagando ancora adesso per l'assoluta indifferenza, che purtroppo resiste da 150 anni, di tanti governi per le vicende del Sud? La domanda vale oggi come allora, perché ancora oggi è chiaro che valorizzare l'enorme patrimonio del Sud significa innanzitutto ridare fiducia e importanza a una parte cospicua del paese, ricostituire l'unità nazionale con spirito solidaristico e di pari opportunità. Turismo, agricoltura, cultura, nautica, servizi, artigianato possono tutti rilanciare l'occupazione e i consumi, supportare il tessuto socioculturale e istituzionale, migliorare un'immagine complessiva dell'Italia decisamente appannata. Senza dimenticare il nostro ruolo strategico nel bacino del Mediterraneo, sempre più animato da diversi flussi, tensioni, opportunità che necessitano di una governance alla quale l'Italia può e deve dare un contributo sostanziale.

Gaeta oggi vuole incamminarsi in questa direzione, comprendendo il proprio passato con un pizzico di nostalgia positiva, cioè mettendo a frutto l'esperienza

e l'importanza dei periodi più fecondi. Studiare a fondo la propria storia significa capire chi eravamo e quindi chi potremo essere, recuperare un'identità e trasformarla in opportunità. L'anniversario dell'Unità d'Italia deve trasmettere un messaggio positivo in vista di un futuro realmente unitario, fatto di gesti concreti, infrastrutture, servizi, politiche sociali e di sviluppo ugualmente distribuite tra Nord e Sud. Senza mai dimenticare il sacrificio dei nostri antenati che ci hanno indicato una strada fatta di coraggio, fedeltà, morale. Abbiamo il dovere di onorarli e ricordarlo sempre, a noi e agli altri, perché «la verità rafforza l'unità», come recita lo slogan coniato dal Comitato cittadino del Comune di Gaeta per il centocinquantenario (www.150gaeta.org).

[Salvatore Di Ciaccio, assessore alla Cultura e vicesindaco del Comune di Gaeta, Limes 2/2011]


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