mercoledì 23 marzo 2011

L'Occidente alla guerra delle tribù


di Massimo Introvigne


Chi sono i “ribelli” che l’Occidente è andato a sostenere in Libia? Il rischio è che non lo sappia nessuno. La versione corrente è che il Consiglio Nazionale Libico, che ha sede nella città orientale Bengasi, controllata dai ribelli – e che la Francia ha riconosciuto come governo provvisorio, seguita per ora solo dal Portogallo – rappresenti l’opposizione “democratica” al regime dittatoriale del colonnello Muhammar Gheddafi. Ma le cose sono molto più complicate.

Per farsi un’idea occorre dare uno sguardo alla composizione etnica della Libia. Il nome Libia viene da Libu, una tribù berbera di antichissima origine nota ai Greci, che qualche volta usavano “Libya” come sinonimo di quella che noi oggi chiamiamo Africa. Con l’invasione araba del Nordafrica nel secolo VII il termine fu quasi dimenticato. Fu risuscitato agli inizi del XX secolo dal geografo italiano – di famiglia cattolica ma d’idee garibaldine – Federico Minutilli (1846-1906), i cui lavori influirono sulla decisione del primo ministro italiano Giovanni Giolitti (1842-1928) di chiamare nel 1911 “Libia” le due province ottomane, Tripolitania e Cirenaica, che l’Italia aveva conquistato in una delle sue poche imprese coloniali. Nel 1927 il fascismo divise la colonia in due secondo la vecchia partizione ottomana – Tripolitania e Cirenaica – ma nel 1934 si tornò a una sola Libia, divisa in tre province la terza delle quali era il Fezzan, il deserto del Sud abitato dai tuareg. Dalla Libia colonia italiana si passò poi nel 1951 alla Libia indipendente.

Com’è spesso avvenuto nella storia del colonialismo, la Libia è dunque stata inventata a tavolino, in questo caso da Giolitti e dai suoi geografi, mettendo insieme due province ottomane di cultura diversa e che non erano mai state unite, e una vasta zona desertica meridionale dai confini piuttosto incerti e porosi – il che spiega perché sia sempre stata facilmente “infiltrata” da popolazioni africane provenienti da Sud, che oggi cercano di raggiungere le coste per emigrare illegalmente in Europa. Gli abitanti originari della Libia – prima dell’invasione araba – sono i berberi, che oggi rappresentano circa il 17% della popolazione e sono quasi tutti musulmani. I tuareg del deserto, sia pure con caratteristiche proprie, sono affini per caratteristiche etniche e linguistiche ai berberi, e sono in gran parte nomadi.

Gli arabi – che si sono talora mescolati con berberi arabizzati – costituiscono la maggioranza della popolazione, ma sono divisi in centoquaranta tribù, distinte in tre gruppi: tripolitane, cirenaiche e centrali. In Tripolitania la più grande tribù – un milione di persone – è quella Warfallah, che risulta dalla grande immigrazione araba promossa nell’XI secolo dai califfi Fatimidi – i quali volevano assicurare agli arabi la maggioranza demografica rispetto ai berberi –, ed è oggi divisa in cinquantadue sottotribù. Le tribù della Cirenaica risultano anch’esse in parte dal flusso migratorio dell’XI secolo. Benché gli etnologi non siano d’accordo fra loro né sulla sostanza né sulla terminologia, si parla di una confederazione Harabi che tiene insieme, non senza difficoltà, le tribù cirenaiche in una sorta di alleanza precaria. Un ruolo centrale in questa confederazione ha la tribù Obeidat, divisa in quindici sottotribù.

La Libia Centrale è un’area prevalentemente desertica che sta tra la Tripolitania e la Cirenaica e a rigore non appartiene a nessuna delle due regioni. Le sue tribù hanno spesso giocato un ruolo di ago della bilancia nei conflitti tribali regionali, ottenendo posizioni di potere sproporzionate ai loro numeri. I due gruppi principali sono la Magariha e la Qaddhafa. Da quest’ultima viene il cognome Qaddhafi o Gheddafi, il quale più che l’appartenenza a una famiglia indica dunque quella a una tribù.

Per una serie di ragioni, l’adesione all’islam almeno negli ultimi due secoli si è dimostrata più fervente in Cirenaica. Qui ha messo radici il movimento Senussi, insieme confraternita e movimento di risveglio islamico, fondato nel 1835 alla Mecca dall’algerino Sayyid Muhammad ibn Ali as-Senussi (1787–1860). I Senussi della Cirenaica furono l’anima della resistenza al colonialismo italiano e il quarto capo della confraternita, Sidi Muhammad Idris al-Mahdi al-Senussi (1889-1983) divenne, con l’appoggio inglese, prima Emiro della Cirenaica nel 1949, quindi re Idris I della Libia nel 1951. Fu deposto da Gheddafi nel 1969. È probabile che alcuni studiosi abbiano esagerato i legami dei Senussi con il tradizionalismo saudita e con il fondamentalismo islamico del XX secolo, ma questi legami esistono e si sono fatti più forti negli ultimi anni. Avversato da Gheddafi, il movimento Senussi continua a riunire un terzo dei libici e la maggioranza degli abitanti della Cirenaica, delle cui tribù Harabi costituisce l’autentico collante.

Il colpo di Stato di Gheddafi nel 1969 ha costituito una rivolta contro il potere in mano alle tribù della Cirenaica e ai Senussi, che esprimevano la classe dirigente della monarchia, delle tribù della Tripolitania, guidate dalla Warfallah, e della Libia centrale, cioè la Magariha e la Qaddhafa. Queste ultime, com’era avvenuto anche in passato, sono riuscite a far pesare il loro ruolo decisivo – con chi si schierano le tribù centrali è determinante per l’esito del conflitto fra Est e Ovest – e a diventare egemoniche.

Gheddafi, della tribù centrale Qaddhafa, divenne il padrone della Libia. Un esponente dell’altra principale tribù centrale, la Magariha, gradito però anche alla tribù occidentale Warfallah, Abdessalam Jalloud, diventò il numero due del regime e il primo ministro. Le tribù libiche, peraltro, non si fidano mai veramente le une delle altre, e Gheddafi si assicurò che solo i Qaddhafa controllassero l’aviazione. Questo gli permise più tardi, nel 1993, di reprimere il tentativo di colpo di Stato organizzato dalla Warfallah e dalla Magariha, che erano diventate insofferenti dell’egemonia sproporzionata di una tribù relativamente piccola come i Qaddhafa. Dopo l’episodio del 1993 Jalloud fu arrestato, e in seguito confinato per molti anni agli arresti domiciliari.

Negli anni 2000 la Magariha ha chiesto a Gheddafi d’intervenire per ottenere il rilascio di Abdelbaset Mohmed Ali al-Megrahi, un importante leader della tribù condannato all’ergastolo in Gran Bretagna per l’attentato terroristico di Lockerbie del 1988, l’esplosione a bordo di un aereo in volo tra Londra e New York che fece 270 morti. Nel 2009 Gheddafi ha ottenuto il rilascio di al-Megrahi – il cui “cognome” indica ancora una volta la tribù, la Magariha –, il che ha portato a una sorta di riconciliazione anche con Jalloud, che nel 2010 è ricomparso al fianco del colonnello.

In seguito al tentativo di colpo di Stato contro di lui del 1993, Gheddafi ha cercato contatti con i vecchi nemici della Cirenaica per bilanciare il potere delle tribù occidentali. Ha così via via incluso nel governo esponenti della confederazione Harabi, tra cui il ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil – secondo alcune fonti, membro della confraternita Senussi – e il ministro dell’Interno generale Abdul Fatah Younis, che appartiene all’importante tribù orientale Obeidat. I due si sono distinti nella feroce repressione degli oppositori del regime, ma la loro lealtà a Gheddafi – formalmente ribadita fino al febbraio 2011 – è sempre stata messa in dubbio, tanto profondo e antico è l’odio delle tribù orientali legate ai Senussi contro il colonnello e contro l’egemonia delle tribù occidentali e centrali.

Non sappiamo tutto del Consiglio Nazionale Libico di Bengasi che ha preso la guida della rivolta contro Gheddafi. Ma sappiamo che è principalmente espressione delle tribù orientali della Cirenaica, quelle legate al movimento Senussi e alla monarchia che ne era espressione, e più vicine anche al fondamentalismo islamico. Al Jeleil è il segretario del Consiglio Nazionale e Younis è il comandante militare. Per presentarsi come “nazionale” e non semplicemente espressione della Cirenaica il Consiglio di Bengasi ha reclutato qualche esponente della Warfallah – e tra i dimostranti contro Gheddafi si sono visti anche giovani della Magariha –, ma rimane dominato dalle tribù orientali della confederazione Harabi.

Poco si sa dell’orientamento delle minoranze berbere e tuareg, anche se negli ultimi giorni circolano voci del distacco di queste ultime – che si muovono da nomadi nel Sud della Libia, senza rispettare i confini nazionali, e hanno antichi legami con i servizi francesi – da Gheddafi, cui in passato si erano mostrate in maggioranza leali. Benché il colonnello abbia sangue berbero, i berberi non lo hanno mai amato perché ha sempre cercato di reprimere l’eredità e la cultura berbera a profitto di quella araba.

Non tutti i membri delle tribù orientali Harabi – e a rigore neppure tutti i Senussi – sono fondamentalisti. Ma, per la loro storia, si tratta delle realtà più vicine al fondamentalismo islamico, così che chi teme derive in questo senso della rivolta contro Gheddafi non ha torto. L’intrico tribale libico è comunque molto complesso. Ridurlo a uno scontro tra democrazia e dittatura, o fra buoni e cattivi, è ridicolo. A chiunque si entusiasmi per avventure militari in Libia occorre chiedere se sa veramente quale governo alternativo a Gheddafi sta andando ad aiutare a imporsi.


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di Massimo Introvigne


Chi sono i “ribelli” che l’Occidente è andato a sostenere in Libia? Il rischio è che non lo sappia nessuno. La versione corrente è che il Consiglio Nazionale Libico, che ha sede nella città orientale Bengasi, controllata dai ribelli – e che la Francia ha riconosciuto come governo provvisorio, seguita per ora solo dal Portogallo – rappresenti l’opposizione “democratica” al regime dittatoriale del colonnello Muhammar Gheddafi. Ma le cose sono molto più complicate.

Per farsi un’idea occorre dare uno sguardo alla composizione etnica della Libia. Il nome Libia viene da Libu, una tribù berbera di antichissima origine nota ai Greci, che qualche volta usavano “Libya” come sinonimo di quella che noi oggi chiamiamo Africa. Con l’invasione araba del Nordafrica nel secolo VII il termine fu quasi dimenticato. Fu risuscitato agli inizi del XX secolo dal geografo italiano – di famiglia cattolica ma d’idee garibaldine – Federico Minutilli (1846-1906), i cui lavori influirono sulla decisione del primo ministro italiano Giovanni Giolitti (1842-1928) di chiamare nel 1911 “Libia” le due province ottomane, Tripolitania e Cirenaica, che l’Italia aveva conquistato in una delle sue poche imprese coloniali. Nel 1927 il fascismo divise la colonia in due secondo la vecchia partizione ottomana – Tripolitania e Cirenaica – ma nel 1934 si tornò a una sola Libia, divisa in tre province la terza delle quali era il Fezzan, il deserto del Sud abitato dai tuareg. Dalla Libia colonia italiana si passò poi nel 1951 alla Libia indipendente.

Com’è spesso avvenuto nella storia del colonialismo, la Libia è dunque stata inventata a tavolino, in questo caso da Giolitti e dai suoi geografi, mettendo insieme due province ottomane di cultura diversa e che non erano mai state unite, e una vasta zona desertica meridionale dai confini piuttosto incerti e porosi – il che spiega perché sia sempre stata facilmente “infiltrata” da popolazioni africane provenienti da Sud, che oggi cercano di raggiungere le coste per emigrare illegalmente in Europa. Gli abitanti originari della Libia – prima dell’invasione araba – sono i berberi, che oggi rappresentano circa il 17% della popolazione e sono quasi tutti musulmani. I tuareg del deserto, sia pure con caratteristiche proprie, sono affini per caratteristiche etniche e linguistiche ai berberi, e sono in gran parte nomadi.

Gli arabi – che si sono talora mescolati con berberi arabizzati – costituiscono la maggioranza della popolazione, ma sono divisi in centoquaranta tribù, distinte in tre gruppi: tripolitane, cirenaiche e centrali. In Tripolitania la più grande tribù – un milione di persone – è quella Warfallah, che risulta dalla grande immigrazione araba promossa nell’XI secolo dai califfi Fatimidi – i quali volevano assicurare agli arabi la maggioranza demografica rispetto ai berberi –, ed è oggi divisa in cinquantadue sottotribù. Le tribù della Cirenaica risultano anch’esse in parte dal flusso migratorio dell’XI secolo. Benché gli etnologi non siano d’accordo fra loro né sulla sostanza né sulla terminologia, si parla di una confederazione Harabi che tiene insieme, non senza difficoltà, le tribù cirenaiche in una sorta di alleanza precaria. Un ruolo centrale in questa confederazione ha la tribù Obeidat, divisa in quindici sottotribù.

La Libia Centrale è un’area prevalentemente desertica che sta tra la Tripolitania e la Cirenaica e a rigore non appartiene a nessuna delle due regioni. Le sue tribù hanno spesso giocato un ruolo di ago della bilancia nei conflitti tribali regionali, ottenendo posizioni di potere sproporzionate ai loro numeri. I due gruppi principali sono la Magariha e la Qaddhafa. Da quest’ultima viene il cognome Qaddhafi o Gheddafi, il quale più che l’appartenenza a una famiglia indica dunque quella a una tribù.

Per una serie di ragioni, l’adesione all’islam almeno negli ultimi due secoli si è dimostrata più fervente in Cirenaica. Qui ha messo radici il movimento Senussi, insieme confraternita e movimento di risveglio islamico, fondato nel 1835 alla Mecca dall’algerino Sayyid Muhammad ibn Ali as-Senussi (1787–1860). I Senussi della Cirenaica furono l’anima della resistenza al colonialismo italiano e il quarto capo della confraternita, Sidi Muhammad Idris al-Mahdi al-Senussi (1889-1983) divenne, con l’appoggio inglese, prima Emiro della Cirenaica nel 1949, quindi re Idris I della Libia nel 1951. Fu deposto da Gheddafi nel 1969. È probabile che alcuni studiosi abbiano esagerato i legami dei Senussi con il tradizionalismo saudita e con il fondamentalismo islamico del XX secolo, ma questi legami esistono e si sono fatti più forti negli ultimi anni. Avversato da Gheddafi, il movimento Senussi continua a riunire un terzo dei libici e la maggioranza degli abitanti della Cirenaica, delle cui tribù Harabi costituisce l’autentico collante.

Il colpo di Stato di Gheddafi nel 1969 ha costituito una rivolta contro il potere in mano alle tribù della Cirenaica e ai Senussi, che esprimevano la classe dirigente della monarchia, delle tribù della Tripolitania, guidate dalla Warfallah, e della Libia centrale, cioè la Magariha e la Qaddhafa. Queste ultime, com’era avvenuto anche in passato, sono riuscite a far pesare il loro ruolo decisivo – con chi si schierano le tribù centrali è determinante per l’esito del conflitto fra Est e Ovest – e a diventare egemoniche.

Gheddafi, della tribù centrale Qaddhafa, divenne il padrone della Libia. Un esponente dell’altra principale tribù centrale, la Magariha, gradito però anche alla tribù occidentale Warfallah, Abdessalam Jalloud, diventò il numero due del regime e il primo ministro. Le tribù libiche, peraltro, non si fidano mai veramente le une delle altre, e Gheddafi si assicurò che solo i Qaddhafa controllassero l’aviazione. Questo gli permise più tardi, nel 1993, di reprimere il tentativo di colpo di Stato organizzato dalla Warfallah e dalla Magariha, che erano diventate insofferenti dell’egemonia sproporzionata di una tribù relativamente piccola come i Qaddhafa. Dopo l’episodio del 1993 Jalloud fu arrestato, e in seguito confinato per molti anni agli arresti domiciliari.

Negli anni 2000 la Magariha ha chiesto a Gheddafi d’intervenire per ottenere il rilascio di Abdelbaset Mohmed Ali al-Megrahi, un importante leader della tribù condannato all’ergastolo in Gran Bretagna per l’attentato terroristico di Lockerbie del 1988, l’esplosione a bordo di un aereo in volo tra Londra e New York che fece 270 morti. Nel 2009 Gheddafi ha ottenuto il rilascio di al-Megrahi – il cui “cognome” indica ancora una volta la tribù, la Magariha –, il che ha portato a una sorta di riconciliazione anche con Jalloud, che nel 2010 è ricomparso al fianco del colonnello.

In seguito al tentativo di colpo di Stato contro di lui del 1993, Gheddafi ha cercato contatti con i vecchi nemici della Cirenaica per bilanciare il potere delle tribù occidentali. Ha così via via incluso nel governo esponenti della confederazione Harabi, tra cui il ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil – secondo alcune fonti, membro della confraternita Senussi – e il ministro dell’Interno generale Abdul Fatah Younis, che appartiene all’importante tribù orientale Obeidat. I due si sono distinti nella feroce repressione degli oppositori del regime, ma la loro lealtà a Gheddafi – formalmente ribadita fino al febbraio 2011 – è sempre stata messa in dubbio, tanto profondo e antico è l’odio delle tribù orientali legate ai Senussi contro il colonnello e contro l’egemonia delle tribù occidentali e centrali.

Non sappiamo tutto del Consiglio Nazionale Libico di Bengasi che ha preso la guida della rivolta contro Gheddafi. Ma sappiamo che è principalmente espressione delle tribù orientali della Cirenaica, quelle legate al movimento Senussi e alla monarchia che ne era espressione, e più vicine anche al fondamentalismo islamico. Al Jeleil è il segretario del Consiglio Nazionale e Younis è il comandante militare. Per presentarsi come “nazionale” e non semplicemente espressione della Cirenaica il Consiglio di Bengasi ha reclutato qualche esponente della Warfallah – e tra i dimostranti contro Gheddafi si sono visti anche giovani della Magariha –, ma rimane dominato dalle tribù orientali della confederazione Harabi.

Poco si sa dell’orientamento delle minoranze berbere e tuareg, anche se negli ultimi giorni circolano voci del distacco di queste ultime – che si muovono da nomadi nel Sud della Libia, senza rispettare i confini nazionali, e hanno antichi legami con i servizi francesi – da Gheddafi, cui in passato si erano mostrate in maggioranza leali. Benché il colonnello abbia sangue berbero, i berberi non lo hanno mai amato perché ha sempre cercato di reprimere l’eredità e la cultura berbera a profitto di quella araba.

Non tutti i membri delle tribù orientali Harabi – e a rigore neppure tutti i Senussi – sono fondamentalisti. Ma, per la loro storia, si tratta delle realtà più vicine al fondamentalismo islamico, così che chi teme derive in questo senso della rivolta contro Gheddafi non ha torto. L’intrico tribale libico è comunque molto complesso. Ridurlo a uno scontro tra democrazia e dittatura, o fra buoni e cattivi, è ridicolo. A chiunque si entusiasmi per avventure militari in Libia occorre chiedere se sa veramente quale governo alternativo a Gheddafi sta andando ad aiutare a imporsi.


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